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"Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta
Titolo:Il giorno del giudizio
Titolo originale:Il giorno del giudizio
Autore:Salvatore Satta
Editore:Adelphi
Tipologia del supporto:Cartaceo
Anno di pubblicazione:1979
Pagine:292
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Italiano
Genere:Romanzo
Argomento:Storico
Keywords:giorno,giudizio,satta,nuoro,sardegna,sardo
Licenza:Copyright (Diritti riservati)
DRM:
Recensione di:Denise Mereu
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L'autore
Salvatore Satta è nato in Italia, a Nuoro, nel 1902. Morì a Roma, nel 1975.

La storia di questo libro è ambientata nella mia città, Nuoro, quando ancora contava solo 7051 abitanti.

"In fondo cosa occorre alla donna, se vogliamo essere sinceri, in un tempo come questo in cui è così difficile esserlo? Nient'altro che l'amore, e la capacità d'amare. Il guaio è che amare è una cosa difficile, ed è più facile essere grandi scienziati o grandi scrittrici. Perché l'amore non è volontà, non è studio, non è quello che si dice genio, è intelligenza, la vera sola misura della donna, e anche dell'uomo."

La storia di questo libro è ambientata nella mia città, Nuoro, quando ancora contava solo 7051 abitanti, e per questo era vista dai paesi circostanti come "la capitale". In realtà, inizialmente la vera capitale era considerata Galtellì, paese in cui oggi rimane solo qualche palazzo corroso e deserto, in cui abitavano uomini buoni e miti, mentre i nuoresi erano visti come persone cupe, dal costume severo, intelligenti ma sempre vigili all'offesa. La città di Nuoro di quei tempi era divisa in tre parti : la zona chiamata Seùna, abitata dai contadini, dove ora troviamo la vecchia chiesa delle Grazie, poi c'era San Pietro, il cuore nero di Nuoro, abitata dai pastori. La terza Nuoro comprendeva il Corso, il tribunale e il municipio. I confini di San Pietro quindi erano ben conosciuti dai suoi abitanti, nessun pastore infatti si sognava di varcare la zona di Seùna, in tempi in cui la proprietà pastorale era ben diversa da quella contadina. Quella pastorale era composta da valli e pianure, divise in appezzamenti di terra, e per attraversarli si doveva chiedere il permesso; l'altra, quella contadina, era praticamente dappertutto. Il problema di Nuoro quindi era che ognuno viveva per conto suo, ma doveva anche convivere con l'altro, non esistevano odio o amore, ma solo la contestazione dell'altro, che poi diventava contestazione di se stessi, in cui signore non voleva dire ricco, ma "rustico": l'unica differenza era data dal costume e dall'abito civile. In questa città incredibilmente divisa, i poveri abitanti di Seùna avevano una piccola rivalsa sui potenti di San Pietro, perché quando moriva qualcuno il corteo funebre doveva per forza passare lungo il Corso, per raggiungere il cimitero che non era distante dalla zona chiamata "Solitudine", e tutti i signori in segno di rispetto si levavano il cappello. In Sardegna, a differenza del meridione, la moglie era vista quasi come un oggetto di culto silenzioso, non esisteva la gelosia, non esistevano delitti d'onore, la donna era solo lo strumento delle esigenze della famiglia e del marito, esposta alle vicende della vita di cui però non faceva parte. Le città si evolvono ma a Nuoro pareva esserci solo gente che non aveva nulla da fare, il borgo pastorale continuava la sua vita nella tenebrosa San Pietro, mentre il borgo contadino restava immobile, e poi c'erano coloro che non appartenevano né all'uno né all'altro, segno che i costumi iniziavano a cambiare. La storia è incentrata sulle vicende della famiglia Sanna - Vugliè, vicende in un certo senso "esemplari" visto il tipo di matrimonio, potremmo dire "ibrido", tra il tradizionale, borghese e nobiliare. Lui è Don Sebastiano, notaio, padre severo e orgoglioso, che dedica la vita esclusivamente al lavoro, interessandosi ben poco alla famiglia; lei è Donna Vincenza, della quale il marito dice sempre che "è al mondo perché c'è posto". Un rapporto - non rapporto, tipicamente sardo, esempio di una distinzione fra condizione maschile e femminile, una segregazione interiore, imposta: è un dato di fatto che a Nuoro le donne non esistevano, in questa storia Donna Vincenza passa venti anni chiusa in casa, nella rassegnazione. Le vicende dei Sanna servono all'autorea per descrivere la vecchia Nuoro, dove la gente sembrava "il corpo di guardia di un castello malfamato".

PAGELLA
Scorrevolezza:6
Valore artistico:7
Contenuti:7.5
Globale:7

Consigliato a:

Consiglio questo libro a chi è incuriosito dalle storie d'altri tempi.

Incipit del libro Il giorno del giudizio di Salvatore Satta:

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all'ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l'unica viva nella grande casa, anche perché l'unica riscaldata da un vecchio caminetto.
Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all'isola): ma il doppio cognome era solo un'apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l'usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull'uno e sull'altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d'ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell'ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare ''su toccu pasau'', il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L'indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l'intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l'ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l'ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c'è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: ''sa' è Manca'', quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com'erano ciascuno nell'[[avventura]] della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?


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