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"La Strada Di San Giovanni" di Luca Baranelli, Italo Calvino
Titolo:La Strada Di San Giovanni
Autore:Luca Baranelli, Italo Calvino
Editore:O. Mondadori
Tipologia del supporto:Digitale
Lingua:Italiano
Genere:Non definito
Codice ISBN:9788804485988
DRM:Non definito
Pubblicato il:2013-03-23
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L'autore
Italo Calvino è nato in Italia, a Santiago de Las Vegas, nel 1923. Morì a Siena, nel 1985.

In origine, il suo nome era Italo Giovanni Calvino Mameli.

"La Strada Di San Giovanni" è un libro scritto da Italo Calvino.

Questa versione in italiano è edita da O. Mondadori (ISBN: 9788804485988).

INFORMAZIONI EDITORIALI

Tra le opere che Calvino aveva progettato, una doveva essere costituita da una serie di "esercizi di memoria". In questo volume Esther Calvino ne raccoglie cinque, scritti tra il 1962 e il 1977. E il tema che la memoria ripropone di continuo allo scrittore - come Musa, "figlia della memoria", ispirava gli antichi - sembra essere quello dell'invisibile, quanto decisivo discrimine tra i mondi inferiori. Così, la strada che suo padre percorreva per andare al podere di San Giovanni segnava la sofferta divisione tra il suo mondo, fatto di boschi e di campi, e quello del figlio, labirinto di muri e di carta scritta.
Così, nella Autobiografia di uno spettatore il cinema americano d'anteguerra diventa lo schermo che separa l'evasione - necessaria per non sfuggire ai propri sogni - dal realismo del cinema del dopoguerra, che sopprimendo la distanza ci avviluppa e ci soffoca. Nel Ricordo di una battaglia una azione di guerra partigiana rivive nelle intermittenze e nelle invenzioni della memoria, rendendo aleatorio non solo il passato, ma il presente. Colmo di grazia ironica è il racconto dedicato a un oggetto che ne sembrerebbe lontanissimo, quello che i francesi chiamano la poubelle agrée, la pattumiera gradita: qui il congedo dai rifiuti, rituale di un soggiorno parigino, origina una serie di variazioni intorno al tema della purificazione dalle scorie e delle decantazioni della memoria. Chiude il volume un testo intitolato Dall'opaco, investigazione sulla forma del mondo, che fonde le dimensioni terrestri e cosmiche con le radici dialettali del lessico. La denominazione di "esercizi" è forse la più adeguata a evocare, nella sua pudica discrezione, questo complesso gioco di confronti e di interrogazioni, di intuizioni e di sorprese che è il segreto del libro. Non si tratta, infatti, della memoria che ricupera scaglie del passato per inserirle in un mosaico, ma della memoria come futuro da esplorare retrospettivamente, fonte di immagini dai significati inesauribili: dove finezza speculativa e ricchezza umana e fantastica convergono in un linguaggio di indimenticabile nitore.

Incipit del libro La Strada Di San Giovanni di Luca Baranelli, Italo Calvino:










La strada di San Giovanni

 


 


Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di com'era situata casa nostra, nella regione un tempo detta «punta di Francia», a mezza costa sotto la collina di San Pietro, come a frontiera tra due continenti. In giù, appena fuori del nostro cancello e della via privata, cominciava la città coi marciapiedi le vetrine i cartelloni dei cinema le edicole, e Piazza Colombo li a un passo, e la marina; in su, bastava uscire dalla porta di cucina nel beudo che passava dietro casa a monte (sapete i beudi, che derivano le acque dei torrenti per irrigare i terreni della costa: un canaletto a ridosso d'un muro, fiancheggiato da uno stretto marciapiede di lastre di pietra, tutto in piano) e subito si era in campagna, su per le mulattiere acciottolate, tra muri a secco e pali di vigne e il verde.


Era sempre di là che usciva mio padre, vestito alla cacciatora, coi gambali, e si sentiva il passo delle scarpe chiodate per il beudo, e lo scampanellio d'ottone del cane, e il cigolare del cancelletto che dava nella strada di San Pietro. Per mio padre il mondo era di là in su che cominciava, e l'altra parte del mondo, quella di giù, era solo un'appendice, talvolta necessaria per cose da sbrigare, ma estranea e insignificante, da attraversare a lunghi passi quasi in fuga, senza girare gli occhi intorno. Io no, tutto il contrario: per me il mondo, la carta del pianeta, andava da casa nostra in giù, il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili, come il suo porto era già i porti di tutti i continenti, e a sporgermi dalle balaustre del nostro giardino ogni cosa che mi attraeva e sbigottiva era a portata di mano - eppure lontanissima - ogni cosa era implicita, come noce nel mallo, il futuro e il presente, e il porto sempre a sporgersi da quelle balaustre, e non so bene se sto parlando di un'età in cui non uscivo mai dal giardino o d'una età in cui scappavo sempre fuori in giro, perché ora le due età si sono fuse in una, e questa età è una cosa sola con i luoghi, che non sono più luoghi né nulla, il porto non si vedeva, nascosto dall'orlo dei tetti delle case alte di piazza Sardi e piazza Bresca, e ne affiorava solo la striscia del molo e le teste delle alberature dei battelli; e anche le vie erano nascoste e mai riuscivo a far coincidere la loro topografia con quella dei tetti, tanto irriconoscibili mi apparivano di quassù proporzioni e prospettive: là il campanile di San Siro, la cupola a piramide del teatro comunale Principe Amedeo, qua la torre di ferro dell'antica fabbrica d'ascensori Gazzano (i nomi, ora che le cose non esistono più, si impongono insostituibili e perentori sulla


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