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"Zibaldone" di Giacomo Leopardi
Titolo:Zibaldone
Autore:Giacomo Leopardi
Tipologia del supporto:Digitale
Lingua:Italiano
Genere:Non definito
DRM:Non definito
Pubblicato il:2013-03-23
:

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L'autore
Giacomo Leopardi è nato in Italia, a Recanati, nel 1798. Morì a Napoli, nel 1837.

In origine, il suo nome era Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi.

"Zibaldone" è un libro scritto da Giacomo Leopardi.

Questa edizione in italiano è stata pubblicata da un editore non definito.

Incipit del libro Zibaldone di Giacomo Leopardi:




Zibaldone




GIACOMO LEOPARDI

ZIBALDONE

Pensieri di varia filosofia e di bella

letteratura

[1]Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante.

Era la luna nel cortile, un lato

Tutto ne illuminava, e discendea

Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…

Nella (dalla) maestra via s’udiva il carro

Del passegger, che stritolando i sassi,

Mandava un suon, cui precedea da lungi

Il tintinnìo de’ mobili sonagli.

Onde Aviano raccontando una favoletta dice che una donna di contado piangendo un suo bambolo, minacciogli se non taceva che l’avrebbe dato mangiare a un lupo. E che un lupo che a caso di là passava, udendo dir questo alla donna credettele che dicesse vero, e messosi innanzi all’uscio di casa così stette quivi tutto quel giorno ad aspettare che la donna gli portasse quella vivanda. Come poi vi stesse tutto quel tempo e la donna non se n’accorgesse e non n’avesse paura e non gli facesse motto con sasso o altro, Aviano lo saprà che lo dice. E aggiugne che il lupo non ebbe niente perchè il fanciullo s’addormentò, e quando bene non l’avesse fatto non ci sarìa stato pericolo. E fatto tardi, tornato alla moglie senza preda perchè s’era baloccato ad aspettare fino a sera, disse quello che nell’autore puoi vedere.

(Luglio o Agosto 1817).

Una Dama vecchia avendo chiesto a un giovane di leggere alcuni suoi versi pieni di parole antiche, e avutili, poco dopo rendendoglieli disse che non gl’intendeva perchè quelle parole non s’usavano al tempo suo. Rispose il giovane: Anzi credea che s’usassero perchè sono molto antiche.

Tutta la notte piove

E ritornan le feste a la dimane:

Fan del regno a metà Cesare e Giove.

Dal niente in letteratura si passa al mezzo e al vero, quindi al raffinamento: da questo non c’è esempio che si sia tornato al vero. Greci e latini italiani. Lo squisito gusto del volgo de’ letterati non può essere se non quando ei non è ancora corrotto. P.E. i cinquecentisti volgari non peccavano d’altro che di poco, non di troppo, e però erano attissimi a giudicar bene del molto, o sia del vero bello, come faceano.

Il trecento fu il principio della nostra letteratura, non già il colmo, imperocchè non ebbe se non tre scrittori grandi: il quattrocento non fu corruzione nè [2]raffinamento del trecento, ma un sonno della letteratura (che avea dato luogo all’erudizione) la quale restava ancora incorrotta e peccava ancora più tosto di poco. Poliziano, Pulci. Il cinquecento fu vera continuazione del trecento


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Arcano è tutto fuor che il nostro dolor....
Arcani mondi, arcana felicità fingendo a...
Ed aspro, a forza, tra lo stuol dei male...
Il bello in grandissima parte non è tale...
All’apparir del vero tu, misera, cadesti...
Tanto alla morte inclina d’Amor la disci...
Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta....

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