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"Una partita a scacchi" di Giuseppe Giacosa
Titolo:Una partita a scacchi
Titolo originale:Una partita a scacchi
Autore:Giuseppe Giacosa
Editore:Liber Liber
Tipologia del supporto:Digitale
Anno di pubblicazione:1871
Pagine:n.d.
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Italiano
Genere:Opera teatrale atto unico
Licenza:Pubblico dominio
DRM:No
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L'autore
Giuseppe Giacosa nacque in Italia, a Giacosa, nel 1847. Morì a Colleretto Parella, nel 1906.

"Una partita a scacchi" è un opera teatrale atto unico scritto da Giuseppe Giacosa, pubblicato inizialmente in italiano nel 1871.

Questa versione in italiano è stata pubblicata da Liber Liber (n.d. pagine).

TRAMA

L'azione si svolge nel castello di Renato, in Valle d'Aosta, nel XIV secolo.

Il vecchio Renato e la figlia Iolanda sono soli. Renato ha un cruccio: la figlia non è ancora sposata ed egli desidererebbe che si trovasse un marito e gli donasse dei nipoti, ma Iolanda non ha finora accettato nessuna delle proposte ricevute.

Giunge al castello, per rendere omaggio a Renato, il vecchio amico Oliviero, conte di Fombrone. Oliviero è accompagnato dal paggio Fernando, un giovane orfano e coraggioso che nel viaggio verso il castello ha saputo salvare Oliviero e il suo piccolo seguito da una banda di pericolosi masnadieri.

Renato ammira il coraggio di Fernando, ma ne biasima l'eccessivo orgoglio. Decide perciò di metterlo alla prova, invitandolo a una partita a scacchi con Iolanda, gioco in cui la giovane eccelle. Se Fernando vincerà, sarà sposo di Iolanda, se perderà, gli dice senza farsi udire dagli altri, la pena sarà la morte.

Fernando, affascinato da Iolanda, accetta la sfida. Quando sembra che stia per perdere, Renato, spaventato dalla possibile conseguenza, cerca di dissuaderlo dal continuare la partita, ma Fernando rifiuta risolutamente.

Anche Iolanda però è stata affascinata dalla bellezza e dal coraggio del giovane paggio. Durante la partita i due si scambiano reciproci complimenti, e alla fine è Iolanda stessa ad effettuare una mossa per Fernando, dandosi scacco matto e concedendoglisi in sposa per la soddisfazione di tutti.

Incipit del libro Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa:

Giuseppe Giacosa

UNA PARTITA A SCACCHI

Leggenda drammatica in un atto

PROLOGO

Di questa fiaba in versi ho tolto l'argomento
Da una romanza scritta circa il mille e trecento.
A dire il vero, in calce la data non ci sta,
Epperò nei cent'anni spaziate in libertà.
Mezzo secolo prima, mezzo secolo poi,
A me non giova nulla, e poco importa a voi.
La romanza era scritta in lingua provenzale,
In quel metro monotono, cadenzato ed eguale,
Che infastidisce i nervi qual tocco di campana:
Ma in quella cantilena, per dissonanza strana,
C'era un fare spigliato, un'andatura snella,
Che mi costrinse a leggerla ed a trovarla bella.
Qui calza una parentesi. - Non vorrei che il lettore
Avesse per sua grazia a credermi impostore,
Pensando che allo scopo di accrescere l'effetto,
Accollassi ad un altro le mende del soggetto. -
Benché un poeta in genere a nessun sia secondo
Nel mestiere invidiabile di fare il gabbamondo,
E benché di siffatti artifizi dolosi
Anche Manzoni adopri là nei Promessi Sposi,
E benché se allo scritto mi tornasse efficace,
Io pure vi confessi che ne sarei capace,
Tuttavia questa volta vi prego, e son sincero,
Di credere che quanto v'ho raccontato, è vero.
Era un giorno d'autunno. - Singolare stagione
Che v'annebbia il cervello in barba alla ragione,
Sia vapor di vendemmia che impregna l'atmosfera,
Siano i fumi che i prati esalano alla sera,
Sia la pioggia imminente che vi serpe nell'ossa,
O sia un presentimento lontano della fossa:
Fatto sta che i pensieri mutano di colore
A sembianza di foglie sovra il ramo che muore. -
Ero solo, adagiato, - ma che dico: adagiato!
Nella lunga poltrona stavo lungo sdraiato
Cogli occhi semichiusi e con un libro in mano,
Semichiuso ancor esso. - Mi giungeva di lontano
Grida, canti e clamori di villici. - Imbruniva. -
Pei fessi delle imposte filtrava un'aria viva
Che pareva dicesse: L'inverno è qui che viene. -
Io non muovevo palpebra, quantunque nelle vene
Mi serpeggiasse il freddo, ma, sia pigrizia o grillo,
Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo.
La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna. -
Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna
Borbottava per l'aria misteriosi metri,
Poi dava scioccamente della testa nei vetri -
Le tende alla finestra frusciavano inquiete...
Racconto queste cose, perché, se nol sapete,
Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo,
È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo,
È una canzon perduta che pel capo ci frulla,
È il fumo di un sigaro, è un'ombra, è tutto, è nulla,
È un lembo della veste di persona sottile,
È la pioggia monotona che scroscia nel cortile,
È una poltrona morbida come sera d'estate,
È il sole che festevole picchia alle vetriate,
È delle cose esterne la varia litania,
Che fe' rider Ariosto e pianger Geremia. -
Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi
E la mente perduta in fantasmi confusi,
Aveo smesso di leggere per sonnecchiare, ed era
L'autunno, ve l'ho detto, e per giunta, la sera.
Il libro raccontava storie vecchie e infantili
Di castelli, di fate, di valletti gentili.
Talora licenzioso nei motti, ma coll'aria
Di un nonno che sorrida con malizia bonaria.
È strano come in quelle pagine polverose
L'amor sia schietto, e tutte le vicende festose. -
Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi,
Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi.
Le mura dei castelli son corrose e infrante,
E suvvi ci si abbarbica l'edera serpeggiante.
Son mozzate le torri, i merli son caduti,
Le sale spaziose i bei freschi han perduti;
I camini giganti dall'ali protettrici
Son colmi di macerie, stridon sulle cornici
I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri,
Più forti che le torri e più saldi che i muri.
Quelli uomini di ferro d'ogni mollezza schivi
Si parano alla mente baldi, parlanti e vivi. -
Son là, coll'armi al fianco, col grifalco in mano,
Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano.
Ignoranti di patria, di libertà: capaci
Di morire per un nome od un paio di baci.
Con tre motti stampati nel cuore e nella mente:
Il Re, la Dama, Iddio; e su questi, lucente
Come un sole a meriggio, una grande chimera,
Legge informe, malcerta, prepotente, severa,
Assoluta giustizia o generoso errore,
Inflessibile al pari del cristallo: L'onore. -
Allora tu dell'armi infra i disagi grevi
Santa della famiglia religion splendevi.
Allor, scoperto il capo e muti i circostanti,
Il Padre, il vecchio, il sire, colle mani tremanti
Benediceva al figlio, padre a sua volta, ed era
Quell'atto più solenne di qualunque altra preghiera.
E sapeva il vegliardo, chiudendo a morte il ciglio,
Che presso alla sua tomba c'era un marmo pel figlio,
E che il figlio del figlio, lattante bambinello,
Dell'avo un dì sarebbe sceso anch'ei nell'avello;
E pareva dicesse con sorriso estremo:
Non sospiri, non lacrime, un dì ci rivedremo.
E che vivi racconti nelle sere invernali!
Fanciulle dai capegli d'oro, draghi coll'ali,
Visioni, fantasmi, amori sventurati
Che chiamavano le lacrime su quei volti abbronzati.
O storie di battaglie, d'amor, di cortesie,
Nuvolette vaganti per quelle fantasie,
O sereni riposi dopo l'aspre fatiche,
O cortili ingombrati dai cardi e dalle ortiche,
O gotici leggii, o vetri istoriati,
O figlie flessuose di padri incappucciati,
O sciarpe ricamate fra l'ansie dell'attesa,
O preludi dell'arpa, o nenie della chiesa,
O mura dei conventi malinconici e queti,
Celle di sognatori, di santi di poeti,
Voi dell'arte e dei sogni siete i lucenti fuochi,
Voi vivi solamente nel rimpianto dei pochi.
Il tempo onde nessuna umana opera dura,
Ammorbidì i profili della vostra figura,
Ma il secolo correndo nella prefissa via,
Voi, soavi memorie, voi, caste fedi, oblia.
A poco, a poco intorno la notte era discesa.
Scossi via la pigrizia. - Dalla lampada accesa
Piovve un raccolto lume sulle pagine mute
Che aspettavano il frutto di tante ore perdute,
Ed io dalla romanza scritta il mille e trecento
Di questa fiaba in versi ho tolto l'argomento.


[...]
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