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"Furore" di John Ernst Steinbeck
Titolo:Furore
Titolo originale:The Grapes of Wrath
Autore:John Ernst Steinbeck
Editore:Bompiani
Tipologia del supporto:Cartaceo
Anno di pubblicazione:1939
Pagine:478
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Inglese
Genere:Romanzo
Argomento:New deal e Depressione americana
Licenza:Copyright (Diritti riservati)
DRM:
Recensione di:Christian Michelini
Recensione vocale:Furore.opus, 331549 bytes
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L'autore
John Ernst Steinbeck nacque negli Stati Uniti d'America, a Salinas, nel 1902. Morì a New York, nel 1968.

Il suo nome originale è John Ernst Steinbeck, Jr..

L'America anni del primo Novecento, fra contraddizioni e soprusi, fa da sfondo a questa memorabile opera di John Steinbeck. Se vi piacciono i finali grandiosi.

Questo romanzo di John Steinbeck è riconosciuto da alcuni critici come la sua opera più elevata; da altri invece è considerato un romanzo fazioso, appartenente allo Steinbeck progressista (opposto al conservatore della senilità), che criticava lo status quo di un establishment che inseguiva successo e denaro, ma che soggiogava la famiglia, mantenendo la povertà sociale a livelli di estrema indigenza.
Tra grandezza e pretestuosità, quest'opera è comunque esplicativa del pensiero dell'autore, e riesce a raggiungere notevoli vette di lirismo, vette che, dismessi gli abiti di critici al testo, fanno apprezzare l'opera nella sua essenza di primordiale denuncia della prevaricazione dell'uomo sull'uomo.
Molti sono i temi analizzati da "Furore": il problema dei lavoratori sotto-stipendiati, certo, ma anche molto di più; è un libro che parla, sebbene non diffusamente, dello sciopero come unico mezzo di opposizione al potere precostituito (così come accadeva, anche se con altri intenti estetici, nell'opera di Émile Zola "Germinale"); ma è anche un romanzo che può essere letto in chiavi non egemoniche, almeno nella casistica riportata, quindi lontano da intenti moralistici o edificanti. In esso infatti, a ben guardare, si possono vedere chiaramente alcune tesi di Steinbeck, come quella dell'energia intrinseca alla maternità, in una considerazione della donna che ne fa il perno strutturale di una famiglia disastrata, unico basamento solido per un nucleo sociale dissolto dall'abiezione economica. È una visione di una femminilità forte, che può trovare se stessa, non tanto nel suo lato erotico e femminino (che qui passa in secondo piano, anzi tende a rendere la donna asservita e debole, come la figlia Rosatè), ma su un piano di energica presa di posizione, di forte caratterizzazione dei propri obiettivi e delle finalità sociali ed emotive, come il motivo trainante del romanzo, continuamente disatteso, di tenere unita e forte la famiglia. Siamo quindi in presenza di una figura femminile che si stabilisce su un piano molto differente da quello di un autore come Lawrence (vedi "L'amante di Lady Chatterley" e "Il serpente piumato").
In un romanzo incentrato sulla disgregazione familiare, per cause economiche e sociali, non potevano non essere presenti considerazioni morali: riflessioni sulla miseria, che conduce all'impoverimento psicologico della persona e la rende più malvagia e soggetta alle credenze; massime sulla vita di vagabondi non autosufficienti; critiche ai sistemi di polizia, alla cecità dello stato, alla nequizia dei singoli. Denunce queste tutte ben presenti nell'opera, e che influiscono perentoriamente, portandola ad essere considerata un semplice libro ispirato dal New Deal, il nuovo sistema americano che si prefiggeva di contrastare la degradazione umana e sociale, degradazione causata dalla Depressione degli anni Venti e Trenta. Ma, al di là di questa reductio, siamo comunque di fronte ad un volume che non può concludersi unicamente in propositi denigratori: in esso traspaiono infatti nuclei di preziosa bellezza, similitudini naturali di elevata caratura, e metafore affascinanti, come la concezione degli individui come singoli costituenti di un'anima più grande. Il tutto reso con una notevole perizia stilistica, con una parlata spontanea (volutamente sgrammaticata), con un libero fluire degli eventi, per giungere ad uno squisito finale, dove l'accorato lirismo della situazione, dell'evoluzione dei personaggi, delle allegorie simboliche, crea una chiusa strepitosa e intensa come solo poche opere riescono a edificare.

PAGELLA
Scorrevolezza:9
Valore artistico:7
Contenuti:8
Globale:9

Consigliato a:

Consiglio questo volume soprattutto a chi già apprezza John Steinbeck, perché potrà approfondire aspetti meno evidenti della sua poetica. Chi invece non avesse letto nulla dell'autore, dovrebbe invece, a mio parere, avvicinarsi a volumi più "puri" (fermo restando la lettura del qui presente in un momento successivo): potrebbero leggere ad esempio "Uomini e topi", l'edificante "La perla", o il vasto "La valle dell'Eden". Personalmente, ho apprezzato anche "Vicolo Cannery", un romanzo, spiccatamente autobiografico, che la critica spesso non ha messo in evidenza.
Se vi piacciono le ambientazioni di "Furore", vi consiglio altri autori contemporanei o successivi a Steinbeck; in particolare, se vi piace quel senso di ampi spazi, autostrade polverose, provincia americana piena di folklore, vi consiglio due autori eminentemente diversi: Jack Kerouac (massimo esponente della Beat Generation, in opere come "I vagabondi del Dharma" e soprattutto "Sulla strada"), e Stephen King (e mi riferisco soprattutto a libri come "La zona morta" e "IT" e, marginalmente, "L'ombra dello scorpione").

Incipit del libro Furore di John Ernst Steinbeck:

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell'Oklahoma le ultime [[Pioggia|piogge]] erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della [[terra]], già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d'erbacce e d'ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di [[maggio]] il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della [[primavera]]. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d'ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d'un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d'una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva, e risultava rosa nella regione rossa, bianca nella grigia.


[...]
I libri catalogati di John Ernst Steinbeck:
Al Dio sconosciuto (To a God Unknown) (1933)
Furore (The Grapes of Wrath) (1939)
L'inverno del nostro scontento (The Winter of Our Discontent) (1961)
La battaglia (In dubious battle) (1936)
La luna è tramontata (The Moon is Down) (1942)
La perla (The Pearl) (1947)
La valle dell'Eden (East of Eden) (1952)
Uomini e topi (Of Mice and Men) (1937)
Vicolo Cannery (Cannery Row) (1946)
Citazioni di John Ernst Steinbeck:
(Edizione Mondadori, pag. 280) Nelle co...
La professione di scrivere libri fa appa...

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