Inizio > Indice Recensioni > Recensione: Moby Dick di Herman Melville

"Moby Dick" di Herman Melville
Titolo:Moby Dick
Titolo originale:Moby Dick, or the Whale
Titoli alternativi:La balena
Autore:Herman Melville
Editore:Newton Compton
Tipologia del supporto:Cartaceo
Anno di pubblicazione:1851
Pagine:440
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Inglese
Genere:Romanzo
Prezzo :4000
DRM:
Recensione di:Christian Michelini
:

1852 visualizzazioni

L'autore
Herman Melville nacque negli Stati Uniti d'America, a New York, nel 1819. Morì a New York, nel 1891.

“Moby Dick” è un celebre romanzo di Herman Melville, pubblicato nel 1851.

Il libro narra la storia del viaggio della baleniera Pequod, al comando del capitano Achab. Sebbene il compito del mercantile sia naturalmente di cacciare capidogli e balene, il capitano Achab è ossessionato dall'idea fissa di cacciare un'enorme balena, chiamata Moby Dick. L'opera, di ampio respiro, affronta non solo le tematiche del viaggio e della sconsiderata fissazione di Achab, ma lascia anche spazio a riflessioni e spunti di ambito filosofico, scientifico, metafisico, religioso. Così la prosa abbandona i facili lidi della narrativa d'avventura per diventare un'epopea sui limiti e le difficoltà dell'esperienza umana.

PAGELLA
Scorrevolezza:7
Valore artistico:8
Contenuti:8
Globale:8

TRAMA

Il narratore, Ismaele, è un giovane uomo dotato di un acuto spirito d’osservazione in procinto di partire da Manhattan. Nonostante abbia fatto esperienza nella marina mercantile, questa volta ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su di una baleniera. In una fredda e buia notte di Dicembre giunge così alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford (Massachusetts), accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente, ma a seguito all’episodio diventano in fretta amici intimi e decidono di salpare insieme dall’isola di Nantucket a caccia di balene.

A Nantucket la coppia si fa registrare nell’equipaggio del Pequod, una baleniera che presto lascerà il porto. Il capitano della nave, Achab, non si vede da nessuna parte; tuttavia gli viene detto da uno dei proprietari che "è un grand’uomo, senza religione, simile a un dio", il quale "è stato all’università e insieme ai cannibali". Poco dopo aver appena firmato i documenti, sul molo i due amici s’imbattono in un misterioso uomo di nome Elia che allude a future disgrazie inerenti al capitano Achab. Il mistero cresce nella mattina di Natale quando Ismaele avvista delle oscure figure nella nebbia, che sembrano in apparenza essersi imbarcate sul Pequod, il quale, proprio quel giorno, spiega le vele.

All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un Quacchero serio e sincero che si dimostra anche un abile comandante; in seconda c’è Stubb, spensierato e allegro, sempre con la sua pipa in bocca; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura ma del tutto affidabile. Ciascun ufficiale è responsabile di una lancia del Pequod e ognuna ha il proprio ramponiere pagano assegnato a essa. Qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab, una mattina, fa la sua comparsa sul cassero della nave, un’imponente e spaventosa figura somigliante a un’apparizione stregata che fa venire i brividi al narratore stesso. Una delle sue gambe gli manca dal ginocchio in giù ed è stata rimpiazzata da una protesi modellata partendo da una mascella di capodoglio.

« Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza… Una cicatrice sottile come una bacchetta, lividamente bianca, si vedeva partire dal mezzo dei capelli grigi e scendere dritta su un lato del volto e del collo, rossigno e bruciato, fino a sparire negli abiti. Somigliava a quel segno perpendicolare che talvolta s’apre nel tronco dritto e superbo di un grande albero quando è lacerato da un fulmine scagliato dall’altro che, senza schiantare un solo ramoscello, scortica appena la corteccia e vi traccia un solco, da cima a fondo, prima di sparire nel suolo, lasciando la pianta ancora verde e viva, ma segnata. »
(Moby Dick, Cap. 28)

Radunata insieme in fretta tutta la ciurma, con un entusiasmante discorso Achab si assicura il supporto della stessa per il raggiungimento del suo personale obiettivo segreto di quel viaggio: dare la caccia e uccidere Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio dalla pelle chiazzata e con una gobba pallida come la neve, il quale ha storpiato Achab nel suo ultimo viaggio a caccia di balene. Solo Starbuck mostra qualche segno di resistenza nei confronti del carismatico ma monomaniacale capitano. Il primo ufficiale sostiene ripetutamente che lo scopo della nave dovrebbe essere quello di cacciare le balene per ottenere il loro olio e con un po’ di fortuna far ritorno a casa il prima possibile, proficuamente e senza cercarsi guai inutili, appunto non quello di scovare e uccidere Moby Dick e soprattutto non per vendetta. Infine anche Starbuck si adegua alla volontà di Achab, anche se nutrendo però forti dubbi.

Il mistero delle figure, intraviste da Ismaele nella foschia poco prima che il Pequod salpasse, viene spiegato durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un misterioso ramponiere chiamato Fedallah (a cui si fa anche riferimento come 'il Parsi'), un’imperscrutabile figura che esercita una sinistra influenza su Achab. Più tardi, una notte mentre sorveglia la carcassa di una balena catturata, in presenza di Achab Fedallah pronuncia un’oscura profezia sulle loro due morti gemelle.

Il romanzo descrive numerosi "gam" , scambi sociali fra due navi in mare aperto. Gli equipaggi di norma si fanno visita reciprocamente durante un gam, i due capitani su di un vascello e i primi ufficiali sull’altro. Avvengono spesso scambi di lettere, nel caso una nave abbia della corrispondenza per un qualche membro dell’altra imbarcazione, e gli uomini possono inoltre parlare di avvistamenti di balene o di altre notizie. Per Achab, comunque, c’è un’unica domanda che abbia rilevanza e che puntualmente pone alle altre navi: “Avete visto la Balena Bianca?“ Dopo aver incontrato diverse baleniere, ognuna delle quali con le proprie peculiari storie, il Pequod entra nell’Oceano Pacifico. Queequeg si ammala mortalmente e richiede che gli venga costruita una bara dal carpentiere della nave. Proprio quando tutti avevano abbandonato la speranza, Queequeg cambia idea e, avendo deciso dopo tutto di vivere, guarisce rapidamente. La bara diviene così la sua cassa portaoggetti, e in seguito verrà poi calafatata e adattata per rimpiazzare il gavitello del Pequod.

Presto da parte di altre baleniere si sente parlare di Moby Dick. L’allegro capitano Boomer del Samuel Enderby, che ha perso un braccio proprio a causa della balena, si stupisce di fronte al bruciante bisogno di vendetta di Achab. Successivamente incontrano la Rachele, la quale ha avvistato Moby Dick molto di recente. A seguito dello scontro una delle loro lance, su cui si trovava il figlio più giovane del capitano, è stata data per dispersa. Il capitano della Rachele supplica allora Achab affinché lo aiuti nelle ricerche, ma Achab resta risoluto; il Pequod adesso è davvero vicino alla Balena Bianca e non si fermerà di certo per soccorrerli. Infine viene incrociata la Delizia, anche se il suo capitano sta facendo gettare a mare un marinaio ucciso da Moby Dick e nonostante Starbuck implori Achab per l’ultima volta di riconsiderare la sua sete di vendetta, tutto ciò si rivela vano.

Il giorno dopo, il Pequod s’imbatte in Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi disastri, compresa la scomparsa di Fedallah. Al terzo giorno Moby Dick mostra il fianco con il cadavere del ramponiere trattenuto tra i cavi. Anche dopo la battaglia iniziale del terzo giorno, è chiaro che mentre Achab è un vendicativo cacciatore di balene, Moby Dick, sebbene pericoloso e intrepido, non è motivato a cacciare uomini. Poiché il capodoglio si mette a nuotare lontano dal Pequod, Starbuck esorta un’ultima volta Achab a desistere, osservando che:
« Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!. »
(Moby Dick, Cap. 135)

Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Siccome Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, costringendo quindi l’equipaggio a tornare sulla nave, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma il filo del rampone si rompe. Moby Dick decide allora di attaccare il Pequod stesso, il quale colpito gravemente comincia ad affondare. Achab nuovamente rampona la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e viene così trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene poi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la propria morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara-gavitello di Queequeg, dopo un intero giorno e un’intera notte viene infine recuperato dalla Rachele.

Incipit del libro Moby Dick di Herman Melville:

I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente - avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto: Questo è il mio surrogato della pistola e della. pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m'imbarco. E non c'è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l'oceano.
Eccovi dunque l'insulare città dei Manhattanesi, tutta cinta dalle banchine come le isole indiane dai banchi di coralli: il commercio l'avvolge con la sua risacca A destra o a manca le strade portano verso l'acqua. La punta estrema della città è la Battery: quella nobile mole è bagnata da onde e rinfrescata da brezze che poche ore prima erano dove la terra è invisibile. Guardate lì le folle dei contemplatori dell'acqua.
Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale. Andate da Corlears Hook a Coenties Slip, e di là per Whitehall verso nord. Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato, stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto, nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie. Che significa allora? I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?
Ma guardate! Arrivano altri gruppi che marciano dritti all'acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li soddisfa se non il limite estremo della terra, oziare a riparo del vento, all'ombra di quei magazzini, non basta. No. Debbono andare vicino all'acqua, quant'è possibile senza cascarci dentro. Ed eccoli là piantati per miglia e miglia, per leghe. Gente dell'entroterra tutti, vengono da traverse e vicoli, strade e viali, da nord e sud, dall'est e dall'ovest. Ma qui si ritrovano tutti quanti. Ditemi, è la forza magnetica degli aghi di bussola di tutte quelle navi, forse, che li attira qui?


[...]
Explicit: Moby Dick di Herman Melville:

Liberato per via della molla ingegnosa e per la sua grande leggerezza venendo a galla con gran forza, il gavitello-bara balzò per il lungo, su dal mare, ricadde e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi un giorno intero e una notte andai alla deriva su un mare morbido, funereo. I pescicani disarmati mi guizzavano accanto come avessero lucchetti alla bocca; i selvaggi falchi marini passavano coi becchi inguainati. Il secondo giorno, una vela s'avvicinò e finalmente mi raccolse. Era la bordeggiante «Rachele» che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.


[...]
Audiolibri di:Herman Melville
Moby Dick
Adattamento teatrale
Audiolibro dell'adattamento teatrale del celebre romanzo "Moby Dick" di Herman Melville.
I libri catalogati di Herman Melville:
Bartleby, lo scrivano (una storia di Wall Street) (Bartleby the Scrivener) (1853)
Benito Cereno (1855)
Benito Cereno
Billy Budd, marinaio (Billy Budd, Sailor) (1891)
Moby Dick (Moby Dick, or the Whale) (1851)
Moby Dick (Moby Dick, or the Whale)
Citazioni di Herman Melville:
Come questo spaventevole oceano circond...
Ah, la felicità cerca la luce, sicché pe...
Il povero vecchio passato, schiavo del f...
La più sottile depravazione si unisce ab...
La passione, anche quella più profonda,...
Mercoledì 18 febbraioPrima dell'alb...
Un sorriso è il mezzo scelto per ogni am...
Preferirei di no. (da Bartleby lo Scr...
Ci sono certe bizzarre circostanze in qu...
Così pare ci sia una ragione in tutto, p...

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione

Aiutaci!