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"Il meglio di "AMAZING STORIES"" di AA.VV.
Titolo:Il meglio di "AMAZING STORIES"
Autore:AA.VV.
Tipologia del supporto:Digitale
Lingua:Italiano
Genere:Non definito
DRM:Non definito
Pubblicato il:2013-03-23
:

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Autore
AA.VV. è nato in una nazione non definita.

"Il meglio di "AMAZING STORIES"" è un libro scritto da AA.VV..

Questa versione in italiano è edita da un editore non definito.

Incipit del libro Il meglio di "AMAZING STORIES" di AA.VV.:




Il meglio di “AMAZING STORIES”





INTRODUZIONE

Quando un lettore italiano dice «fantascienza» è più o meno consapevole di usare un neologismo diffuso (se non proprio di primo pelo), ma sono in pochi a rendersi conto che la fortuna del termine fu decretata dalla ben no-ta collana mondadoriana dei «Romanzi di Urania», nel cui numero 1 del 10 ottobre 1952 Giorgio Monicelli lo scriveva con il trattino, così: fantascienza.

Era un’americanata, sebbene il termine fosse di per sé felicissimo. Siccome gli anglosassoni scrivono a volte science-fiction (ma è una cosa off, di cattivo gusto, da non prendere a esempio), parve opportuno imitarli nella soluzione ortografica. In realtà, come science fiction è una locuzione che si regge benissimo senza trattini, così fantascienza è una parola che ha trovato la sua vera forma solo dopo aver abbandonato l’innaturale sdoppia-mento: e da allora ha fatto carriera. Ma al di là della fortuna il termine racchiude tutto un mondo: astratto e generico quanto si vuole, ma al tempo stesso, e in virtù d’una vera e propria magia lessicale, turgido, colorito ed evocativo. E si può ben dire che nella coscienza del lettore il genere abbia cominciato ad esistere quando qualcuno gliene ha fornito questa chiave d’accesso, cioè una definizione.

La stessa cosa vale per gli Stati Uniti. È storicamente tramandato l’imba-razzo di una vasta categoria di persone - redattori, editori, lettori, giornalai

- nei primi anni del secolo o anche prima, nell’era buia in cui nessuno sapeva come chiamare la Cosa. (E per il momento fingeremo di non saperlo neanche noi.) Era il genere di Edgar Allan Poe e Jules Verne, d’accordo…

ma Poe non aveva mai inventato un’etichetta per racconti come L’impareg-giabile avventura di un certo Hans Pfaal, La frottola del pallone, Mellonta
Tauta, Il caso del signor Valdemar o Manoscritto trovato in una bottiglia.

Li chiamava sfacciatamente Tales o al massimo Arabeschi,
cosa che non aiutava nessuno.

Quanto a Verne, con gallica pomposità e con una buona dose di sempli-cismo suicida li aveva battezzati Voyages Extraordinaires,
rischiando di far dimenticare che i suoi protagonisti erano andati sulla Luna e al Centro della Terra, non soltanto sull’Isola Misteriosa o a ventimila leghe sotto i mari. Dunque, il lettore ottocentesco poteva dire al massimo che apprezza-va i racconti arabeschi del signor Poe e i viaggi straordinari di Jules Verne, e su quella base avrebbe potuto fidarsi dei consigli di chi, leggendo a sua volta materiale unusual,
gli avesse consigliato di provare Ambrose Bierce o, a seconda delle latitudini, certe storie di Conan Doyle e della coppia Er-ckmann-Chatrian.

Il primo a fare un vero passo avanti fu Herbert George


[...]
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