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"Prose della volgar lingua" di Pietro Bembo
Titolo:Prose della volgar lingua
Titolo originale:Prose di M. Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua scritte al Cardinale de Medici che poi è stato creato a Sommo Pontefice et detto Papa Clemente Settimo divise in tre libri
Titoli alternativi:Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua
Autore:Pietro Bembo
Editore:Liber Liber
Tipologia del supporto:Digitale
Anno di pubblicazione:1525
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Italiano
Genere:Trattato
Argomento:Questione della lingua italiana
Licenza:Pubblico dominio
DRM:No
eBook:Leggi l'eBook
Pubblicato il:2013-04-05
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L'autore
Pietro Bembo è nato in Italia, a Venezia, nel 1470. Morì a Roma, nel 1547.

"Prose della volgar lingua" è un trattato (categoria: Questione della lingua italiana) scritto da Pietro Bembo, pubblicato inizialmente in lingua italiano nel 1525.

Il libro ha i seguenti titoli alternativi: "Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua".

Questa versione in italiano è edita da Liber Liber.

Incipit del libro Prose della volgar lingua di Pietro Bembo:

PROSE DELLA VOLGAR LINGUA



DI MESSER PIETRO BEMBO
A MONSIGNOR MESSER GIULIO CARDINALE DE' MEDICI
DELLA VOLGAR LINGUA


PRIMO LIBRO


[1.I.] Se la natura, Monsignor messer Giulio, delle mondane cose producitrice e de' suoi doni sopra esse dispensatrice, sí come ha la voce agli uomini e la disposizione a parlar data, cosí ancora data loro avesse necessità di parlare d'una maniera medesima in tutti, ella senza dubbio di molta fatica scemati ci avrebbe e alleviati, che ci soprastà. Con ciò sia cosa che a quelli che ad altre regioni e ad altre genti passar cercano, che sono sempre e in ogni parte molti, non converrebbe che, per intendere essi gli altri e per essere da loro intesi, con lungo studio nuove lingue apprendessero. Anzi sí come la voce è a ciascun popolo quella stessa, cosí ancora le parole, che la voce forma, quelle medesime in tutti essendo, agevole sarebbe a ciascuno lo usar con le straniere nazioni; il che le piú volte, piú per la varietà del parlare che per altro, è faticoso e malagevole come si vede. Perciò che qual bisogno particolare e domestico, o qual civile commodità della vita può essere a colui presta, che sporre non la sa a coloro da cui esso la dee ricevere, in guisa che sia da lor conosciuto quello che esso ricerca? Senza che non solo il poter mostrare ad altrui ciò che tu addomandi, t'è di mestiero affine che tu il consegua, ma oltre acciò ancora il poterlo acconciamente e con bello e grazioso parlar mostrare, quante volte è cagione che un uomo da un altr'uomo, o ancora da molti uomini, ottien quello che non s'otterrebbe altramente? Perciò che tra tutte le cose acconce a commuovere gli umani animi, che liberi sono, è grande la forza delle umane parole.
Né solamente questa fatica, che io dico, del parlare, ma un'altra ancora vie di questa maggiore sarebbe da noi lontana, se piú che una lingua non fosse a tutti gli uomini, e ciò è quella delle scritture; la quale perciò che a piú largo e piú durevole fine si piglia per noi, è di mestiero che da noi si faccia eziandio piú perfettamente, con ciò sia cosa che ciascun che scrive, d'esser letto disidera dalle genti, non pur che vivono, ma ancora che viveranno, dove il parlare da picciola loro parte e solo per ispazio brevissimo si riceve; il qual parlare assai agevolmente alle carte si manderebbe, se niuna differenza v'avesse in lui. Ora che, qualunque si sia di ciò la cagione, essere il vediamo cosí diverso, che non solamente in ogni general provincia propriamente e partitamente dall'altre generali provincie si favella, ma ancora in ciascuna provincia si favella diversamente, e oltre acciò esse stesse favelle cosí diverse alterando si vanno e mutando di giorno in giorno, maravigliosa cosa è a sentire quanta variazione è oggi nella volgar lingua pur solamente, con la qual noi e gli altri Italiani parliamo, e quanto è malagevole lo eleggere e trarne quello essempio, col quale piú tosto formar si debbano e fuori mandarne le scritture. Il che aviene perciò, che quantunque di trecento anni e piú per adietro infino a questo tempo, e in verso e in prosa, molte cose siano state in questa lingua scritte da molti scrittori, sí non si vede ancora chi delle leggi e regole dello scrivere abbia scritto bastevolmente. E pure è ciò cosa, a cui doverebbono i dotti uomini sopra noi stati avere inteso; con ciò sia cosa che altro non è lo scrivere che parlare pensatamente, il qual parlare, come s'è detto, questo eziandio ha di piú, che egli e ad infinita moltitudine d'uomini ne va, e lungamente può bastare. E perciò che gli uomini in questa parte massimamente sono dagli altri animali differenti, che essi parlano, quale piú bella cosa può alcun uomo avere, che in quella parte per la quale gli uomini agli altri animali grandemente soprastanno, esso agli altri uomini essere soprastante, e spezialmente di quella maniera che piú perfetta si vede che è e piú gentile?
Per la qual cosa ho pensato di poter giovare agli studiosi di questa lingua, i quali sento oggimai essere senza numero, d'un ragionamento ricordandomi da Giuliano de' Medici, fratel cugin vostro, che è ora Duca di Nemorso, e da messer Federico Fregoso, il quale pochi anni appresso fu da Giulio papa secondo arcivescovo di Salerno creato, e da messer Ercole Strozza di Ferrara, e da meser Carlo mio fratello in Vinegia fatto, alquanti anni adietro, in tre giornate, e da esso mio fratello a me, che in Padova a quelli dí mi trovai essere, poco appresso raccontato, e quello alla sua verità, piú somigliantemente che io posso, in iscrittura recandovi, nel quale per aventura di quanto acciò fa mestiero si disputò e si disse. Il che a voi, Monsignore, come io stimo, non fia discaro, sí perché non solo le latine cose, ma ancora le scritte in questa lingua vi piacciono e dilettano grandemente, e tra le grandi cure che, con la vostra incomparabile prudenza e bontà le bisogne di santa Chiesa trattando, vi pigliate continuo, la lezione delle toscane prose tramettete, e gli orecchi date a' fiorentini poeti alcuna fiata (e potete ciò avere dal buon Lorenzo, che vostro zio fu, per succession preso, di cui molti vaghi e ingeniosi componimenti in molte maniere di rime e alcuni in prosa si leggono) e sí ancora per questo, che della vostra città di Firenze e de' suoi scrittori, piú che d'altro, si fa memoria in questo ragionamento, dalla quale e da' quali hanno le leggi della lingua che si cerca, e principio e accrescimento e perfezione avuta.


[...]
I libri catalogati di Pietro Bembo:
De Aetna Ad Angelum Chabrielem Liber (1496)
Gli Asolani (1505)
Prose della volgar lingua (Prose di M. Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua scritte al Cardinale de Medici che poi è stato creato a Sommo Pontefice et detto Papa Clemente Settimo divise in tre libri) (1525)
Citazioni di Pietro Bembo:
Le quali cose ragunare, e alla scrittura...
A chi non ama, niuna cosa piace....
A chi niuna cosa piace, a niuna volge il...
Amare senza amaro non si puote....
Nel più delle cose l'uso è ottimo e cert...

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