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"Dovevo morire da vedova nera" di Sabine Adler
Titolo: Dovevo morire da vedova nera
Autore: Sabine Adler
Tipologia del supporto: Digitale
Lingua: Non definita
Genere: Non definito
DRM: Non definito
Pubblicato il: 2013-03-23
:

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L'autrice
Sabine Adler è nato in una nazione non definita.

"Dovevo morire da vedova nera" è un libro scritto da Sabine Adler.

Questa versione in non definita è pubblicata da un editore non definito.

INFORMAZIONI EDITORIALI

Le conosciamo perché i giornali, di tanto in tanto, le scovano nell'inferno in cui vivono e gettano luce su un orrore per noi solo lontanamente immaginabile. Ci sconvolgono con le loro vicende al limite dell'umanità, suscitano in noi sentimenti di pietà e di rabbia disarmata. Eppure sono storie vere, come lo è quella di Raissa. Lei non è diversa dalle tante donne che vivono la violenza sulla propria pelle ogni giorno. La sua patria è la Cecenia, dove ì ragazzi non vanno più a scuola e ogni famiglia piange un figlio, un padre, un marito. Qui conosce la paura, il terrore, la guerra. È un mondo in cui l'odio guida ogni gesto, e la vendetta è il solo risarcimento. Medina, una delle sue sorelle, ha visto i soldati russi cospargere suo marito di benzina e dargli fuoco. Ma tutto questo non basta. Ora tocca a Raissa fare la sua parte, e da vittima tarsi carnefice. Dovrà indossare la cintura da kamikaze e compiere un gesto che la consegnerà alla gloria per la sua gente, ma la condannerà agli occhi dell'umanità. Questa volta, però, il finale non è scritto.

Incipit del libro Dovevo morire da vedova nera di Sabine Adler:






Dovevo morire da vedova nera








Dschamil correva giù per la strada, ansimando e sbuffando. Lo zaino continuava a scivolargli giù dalla spalla fermandosi nell'incavo dei braccio. Pesava e gli faceva male, ma non poteva perder tempo a risistemarlo, altrimenti il diretto delle 7.05 per Iessentuki sarebbe partito senza di lui. L'orologio della stazione segnava già le sette e due minuti.


La banchina era stipata di una folla scura, avvolta per lo più in giacconi di pelle nera e berretti di lana, abbigliamento tipico ceceno. In mezzo a loro individuò Ali, Ruslan e gli altri compagni. Il regionale fece il suo ingresso nella stazione di Mineralnyje Wody proprio mentre Dschamil saliva a quattro a quattro i gradini per raggiungerli. Li salutò senza fiato, strinse loro rapidamente la mano e batté una pacca sulla spalla di Ruslan. Il colpo risuonò forte sulla giacca. Era nuova, e Ruslan ne andava estremamente fiero. «Bella giacca», commentò Dschamil.


Il treno si fermò. Davanti a loro due ragazze mostrarono evidenti difficoltà nel trascinare a bordo una valigia. Dschamil le aiutò, voleva portargliela fino allo scompartimento ma loro insistettero che la posasse a terra appena oltre lo sportello. Dschamil seguì Ruslan e gli altri. Non trovando più posti a sedere, i due tornarono verso le donne con la valigia. A quell'ora del mattino il treno per Iessentuki era sempre stracarico di gente.


«Hai fatto gli schizzi del campo petrolifero?», chiese Ruslan. Dschamil annuì. Era fra gli allievi più dotati, all'Istituto Petrolifero. I migliori esperti di tutta la Russia si erano formati proprio all'Istituto Petrolifero di Grosny. Ma in quel periodo – e fino a quando l'edificio, distrutto dai bombardamenti, non fosse stato ricostruito – i corsi si tenevano a Mineralnyje Wody o a Iessentuki, nei versante russo del Caucaso.


Dschamil rovistò nello zaino, ne trasse alcuni fogli e tentò d'illustrarli a Ruslan, che non ci capiva un accidente. Raffiguravano una sezione cartografata delle viscere della Terra. Gli strati di sabbia, lo strato di argilla e il giacimento di petrolio erano contrassegnati da colori diversi. Dschamil aveva cercato di disegnarli dando loro una certa prospettiva, ma in confronto alle perfette prospezioni al computer eseguite dalle grandi compagnie petrolifere, il suo tracciato, per quanto accurato, sembrava dilettantesco e grossolano. Dschamil sapeva che la sua unica possibilità di accedere ai computer delle grandi compagnie petrolifere era ottenere il diploma col massimo dei voti. Stava già lavorando alla tesi e ci stava mettendo più impegno che poteva, ma solo quando avesse iniziato a cercare lavoro avrebbe saputo se era davvero buona.


I ceceni


[...]
I libri catalogati di Sabine Adler:
Dovevo morire da vedova nera

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