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"Nuove storielle a Ninetta" di Émile Zola
Titolo: Nuove storielle a Ninetta
Titolo originale: Nouveaux contes à Ninon
Titoli alternativi: Nuove storielle - A Ninetta
Autore: Émile Zola
Editore: Liber Liber
Tipologia del supporto: Digitale
Anno di pubblicazione: 1874
Lingua: Italiano
Lingua originale dell'opera: Francese
Genere: Raccolta di racconti
DRM:
Recensione di: Christian Michelini
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(Anteprima, 24 kbit)

Pubblicato il: 0091-00-00
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L'autore
Émile Zola è nato in Francia, a Parigi, nel 1840. È morto a Parigi, nel 1902.

Il suo nome originale è Émile François Zola.

Si è dedicato principalmente ai seguenti ambiti: naturalismo.

Émile Zola è un celebre autore della corrente letteraria del naturalismo. Risulta inusuale quindi questa raccolta di racconti, così piena di toni romantici.

Émile Zola è uno dei più grandi scrittori francesi nonché massimo esponente della corrente letteraria del Naturalismo. "Thérèse Raquin", primo romanzo di Zola, già pregno delle tematiche naturalistiche, e il ciclo dei venti romanzi dei Rougon-Macquart, che comprende grandi capolavori come "Germinale", "L'assommoir - L'ammazzatoio", "Al paradiso delle signore", "La bestia umana", ci permettono di leggere pagine molto attente all'obiettività degli eventi, alla narrazione quasi scientifica di vicende umane. Lo Zola più conosciuto - oltre all'anticonformista e libertario autore del "J'accuse" - è dunque quasi uno scienziato del romanzo, un autore in cui forma e sostanza della narrazione devono aderire a principi di oggettività.
È quindi inusuale leggere un'opera come "Nuove storielle a Ninetta", così piena di toni romantici, tra il fiorire della vita dei protagonisti, il rigoglio delle passioni, i turbolenti e tristi eventi umani, come la guerra; o i disastri naturali, come le inondazioni, ed il loro lascito di miseria e sconforto.
Émile Zola ci narra piccole e grandi vicende di vita, ma sempre in modo partecipe, a volte accorato, quale non siamo abituati conoscendo questo autore solo per le sue opere naturaliste. Quindi le sue descrizioni di un amore nascente, o delle varie stagioni della vita umana, o ancora della tristezza (a volte umorismo) della morte, ci mostrano un lato narrativo di questo celebre scrittore che troppo spesso è trascurato.
Per me leggere questi racconti e trovarmi di fronte uno Zola appassionato, è stato come scoprire che per Giovanni Verga non esisteva solo il Verismo letterario de "I Malavoglia" o delle sue novelle (vedi i nostri audiolibri): anche lo scrittore siciliano ha scritto opere romantiche, come "Eros", "Eva" (link all'audiolibro), "Tigre reale", "Una peccatrice", "Il Marito di Elena", e il dolce "Storia di una capinera" (lo abbiamo anche in versione audiolibro).
La passione per una letteratura comunque non scontata - anche in un contesto narrativo più emozionale, che tende a trasportare sentimentalmente il lettore nelle vicende raccontate - traspare nettamente anche in queste pagine di Zola, rendono quest'opera coinvolgente e delicata.

Consigliato a:

Consiglio questo volume a chi vuole approfondire la conoscenza di questo grande letterato, o a chi vuole trascorrere qualche ora serena nella Francia della seconda metà dell'Ottocento. Chi vuole leggere altre opere di Émile Zola potrebbe orientarsi, oltre che a quelle già citate, a "Il ventre di Parigi", "Nanà", "Il denaro" e "La disfatta". Se volete leggere altri grandi autori francesi dell'Ottocento, vi consiglio Honoré de Balzac, in particolare "Papà Goriot", "Il colonnello Chabert", "La fanciulla dagli occhi d'oro" e "Le illusioni perdute", oppure Gustave Flaubert, e mi riferisco a "Madame Bovary" e "Bouvard e Pécuchet", "Salambò" e "Tre racconti", o ancora Victor Hugo, ne "I miserabili" e "Notre-Dame de Paris".
Se volete leggere altri scrittori dell'Ottocento, il mio consiglio è di dedicarsi a Fëdor Michailovic Dostoevskij, ad esempio "Fëdor Michajlovič Dostoevskij" e "Memorie del sottosuolo", oppure Lev Nikolaevič Tolstoj, in "Guerra e pace" e "Anna Karenina".


Una copertina del libro in francese.
Incipit del libro Nuove storielle a Ninetta di Émile Zola:

A Ninetta.

Sono proprio dieci anni, mia cara anima, ch'io t'ho raccontato le mie prime storielle. Che begl'innamorati eravamo noi allora! Io venivo da codesta terra di Provenza, dove sono cresciuto così libero, così fidente, così pieno di tutte le illusioni della vita. Io ero tuo, ero di te sola, delle tue tenerezze, del tuo sogno.
Te ne ricordi, Ninetta? Il ricordo è oggi l'unica gioia, nella quale il mio cuore si riposa. Fino a vent'anni, noi abbiamo fatta insieme la stessa strada. Io sento i tuoi piedini sul duro terreno; io scorgo il lembo della tua bianca gonnella sul raso delle erbe avveniticcie; io sento il tuo alito fra gli odori della salvia che mi giungono da lontano come soffi di giovinezza. E le ore beate mi si fanno distinte. Era una mattina, in barchetto, sulla riva dell'acqua rinnovatasi appena, tutta pura, tutta rosea delle prime porpore del cielo; - era un mezzodì, sotto gli alberi, in un bugigattolo di foglie, colla campagna oppressa dal caldo, dormente intorno a noi, senza un brivido; - era una sera, in mezzo a un prato, lentamente inondato dal ceruleo del crepuscolo, che pioveva dalle colline; - era una notte, camminando lungo una via interminabile, andanti tutti e due all'ignoto, noncuranti delle stelle, col solo gaudio di lasciare la città, di smarrirci lontani, assai lontani, nel fondo dell'ombra discreta.... Te ne ricordi, Ninetta?
Qual vita felice! Noi ci eravamo lanciati nell'amore, nell'arte, nel sogno. Non v'ha cespuglio che non abbia celato i nostri baci, e soffocato il nostro ciarlìo. Io ti conducevo via, io ti conducevo a spasso, come la vivente poesia della mia infanzia. Noi due, avevamo il cielo, la terra, e gli alberi, e le acque, persin le nude roccie che chiudevano l'orizzonte. Mi pareva in quell'età, che, aprendo le braccia, io potessi prendere tutta la campagna sul mio petto, per darle un bacio di pace. In me sentivo gagliardie, desideri, bontà di gigante. Le nostre corse da monelli scapati, i nostri amori da uccelli liberi, mi avevano ispirato un profondo disprezzo del mondo, una calma fede alle sole energie della vita. Sì; fu tra le continue tenerezze, o amica mia, ch'io ho fatto un giorno questa provvista di coraggio, di cui i miei compagni, più tardi, si sono così spesso stupiti. Le illusioni dei nostri cuori erano le armature di fino acciaio che mi proteggono ancora.
Io ti lasciai, lasciai codesta Provenza della quale tu eri l'anima, e fosti tu, tu quella, che, nella vigilia della lotta, io invocavo come una buona santa. Tu fosti il mio primo libro. Esso era tutto pieno della tua esistenza, tutto olezzante del profumo de' tuoi capelli. Tu mi avevi inviato alla battaglia, con un bacio sulla fronte, da intrepida amante che vuole la vittoria del soldato che ama. E io, io non ricordavo di continuo che quel bacio, io non pensavo che a te, non potevo parlare che di te.
Dieci anni sono trascorsi. Ah! mia cara anima, quante tempeste rumoreggiarono, quanta acqua nera, quanti frantumi son passati da quel tempo sotto i ponti crollanti de' miei sogni! Dieci anni di lavori forzati, dieci anni d'amarezze, di colpi dati e ricevuti, di perpetua battaglia! Io ho il cuore e il cervello tutto sfregiato di ferite. Se tu vedessi il tuo innamorato d'un tempo, quel disinvolto fanciullone che sognava di spostare le montagne con un buffetto, se tu lo vedessi passare nel pallido chiaror di Parigi, con la faccia terrea, sbalordito per stanchezza, tu tremeresti a verga a verga, mia povera Ninetta, rimpiangendo i chiari soli e gli ardenti meriggi spenti per sempre. Certe sere, sono così affranto, che ho una voglia codarda di sedermi sull'orlo della strada, disposto ad addormentarmi per sempre nel fosso. E sai tu, Ninetta, ciò che senza posa mi spinge avanti, ciò che mi rende animoso in qualunque debolezza? È la tua voce, o mia adorata, la tua voce lontana, il tuo filo di voce pura che mi ripete i miei giuramenti.


[...]
Explicit: Nuove storielle a Ninetta di Émile Zola:

Eravamo partiti alla ventura. Appena la zattera fu in mezzo alla corrente, perduta nell'abisso del fiume, l'angoscia ci assalì di nuovo e ci pentimmo quasi d'aver abbandonato il podere. Voltandomi indietro, guardai la casa che restava sempre in piedi, grigia sull'acqua bianca. Babet, accoccolata in mezzo alla zattera, fra le stoppie, colla piccola Maria sui ginocchi, premeva la testa della fanciulla contro il suo petto per nasconderle l'orrore delle acque: tutt'e due ripiegate, curve in un abbraccio, come impicciolite dalla paura. Giacomo, in piedi sul davanti, s'appoggiava con tutta la sua forza sulla pertica; egli ci gettava di quando in quando un rapido sguardo: poi si rimetteva silenziosamente all'opera. Io lo secondava del mio meglio, ma i nostri sforzi per guadagnare la riva, erano inutili.
A poco a poco, e quantunque profondassimo le pertiche nel fango in modo da romperle, noi eravamo tratti in balìa dell'acqua; una forza, che sembrava venire dal fondo, ci spingeva al largo. Lentamente, la Duranza s'impadroniva di noi.
Accaniti nella lotta, bagnati di sudore, esasperati, noi ci battevamo col fiume come con un essere vivente, cercando di vincerlo, di ferirlo, di ucciderlo. Esso ci stringeva fra le sue braccia gigantesche, e le pertiche divenivano, nelle nostre mani, armi che noi gli immergevamo rabbiosamente nel cuore. Esso ruggiva, e ci gittava nel viso la sua bava; esso si contorceva sotto i nostri colpi. Coi denti stretti, noi resistevamo alla sua vittoria; non volevamo esser vinti. Provavamo una voglia pazza d'accoppare il mostro, di calmarlo a forza di pugni. Lentamente, noi andavamo al largo. Eravamo già all'ingresso del viale di quercie: i rami neri fendevano l'acqua e la squarciavano con rumori lamentevoli. La morte ci attendeva forse là, al primo urto. Gridai a Giacomo di entrare nel viale e di seguirlo appoggiandosi ai rami. Ed è così che passai un'ultima volta in mezzo a quel viale di quercie dove s'era rallegrata la mia giovinezza e la mia virilità. In quella notte terribile, sull'abisso che urlava, pensai allo zio Lazzaro e vidi le belle ore della mia vita sorridermi tristamente.
All'estremità del viale, la Duranza trionfò. Le pertiche non toccarono più il fondo e l'acqua ci portò con sè nello slancio furioso della sua vittoria. Ed ora essa poteva fare di noi ciò che più le piaceva. Non lottavamo più: discendevamo con una rapidità spaventevole. Grosse nuvole, simili a cenci sudici e bucati, si trascinavano pel cielo: poi, quando la luna si nascondeva, regnava una lugubre oscurità. Allora precipitavamo nel caos. Flutti enormi, neri come l'inchiostro e somiglianti a dorsi di pesci, ci portavano vorticosamente in giro. Io non vedevo più Babet, nè i miei figli: mi sentivo di già in preda alla morte.
Non so quanto durasse questa corsa suprema. D'improvviso, apparve la luna, l'orizzonte si rischiarò. A quella luce, scorsi in faccia a noi una massa nera che sbarrava il cammino, e verso la quale noi eravamo spinti dalla violenza della corrente. Eravamo perduti; andavamo a rompere su quello scoglio.
Babet s'era levata ritta in piedi e mi porgeva la piccola Maria.
- Prendi la fanciulla, - esclamò.... - Lasciami, lasciami!
Giacomo aveva già afferrata Babet; e, con voce forte:
- Padre, - diss'egli, - salvate la piccina.... io salverò mia madre.
La massa nera ci stava davanti: credetti riconoscere un albero. L'urto fu terribile, e la zattera, spezzata in due, seminò la sua paglia e le sue travi nel turbine dell'acqua.
Caddi, stringendo forte la piccola Maria. L'acqua ghiacciata mi ridonò tutto il mio coraggio. Risalito alla superficie del fiume, tenni salda la fanciulla, me la coricai a mezzo, sul collo, e cominciai a nuotare penosamente. Se la piccina non fosse svenuta, s'ella si fosse mossa, saremmo rimasti ambidue nel fondo dell'abisso.
Ma intanto che nuotavo, un'ansia mi stringeva la gola. Chiamavo Giacomo, cercavo di veder lontano, ma non udivo che il muggire, non vedevo che la superficie pallida della Duranza. Giacomo e Babet erano in fondo. Ella gli si era certo attaccata, l'aveva trascinato in una stretta mortale. Che atroce agonia! Avrei voluto morire; mi sprofondavo lentamente, stavo già per trovarli sotto l'acqua nera; ma quando il flutto toccava la faccia della Maria, lottavo di nuovo con un'energia selvaggia per avvicinarmi alla riva.
È così che abbandonai Babet e Giacomo, disperato di non poter morire com'essi e chiamandoli sempre con voce rauca. Il fiume mi gettò sulla ghiaia, come un fascio d'erbe abbandonato nella sua corsa. Quando ripresi i sensi, strinsi fra le braccia mia figlia che riapriva gli occhi. Nasceva il giorno. Era finita la mia notte d'inverno: terribile notte che era stata complice dell'assassinio di mia moglie e di mio figlio.
A quest'ora, dopo anni di pianto, mi resta un'ultima consolazione. Io sono l'inverno gelato, ma sento trasalire in me la prossima primavera. Mio zio Lazzaro lo diceva: Noi non moriamo mai. Ebbi le quattro stagioni, ed ecco che ritorno alla primavera, ecco che la mia cara Maria ricomincia le gioie eterne e gli eterni dolori.


[...]
Audiolibri di: Émile Zola
Nuove storielle a Ninetta
Raccolta di racconti
Audiolibro della raccolta di racconti "Nuove storielle a Ninetta" di Émile Zola.
I libri catalogati di Émile Zola:
Al paradiso delle signore (Au bonheur des dames) (1882)
Germinale (Germinal) (1885)
Il denaro (L'argent) (1891)
Il paradiso delle signore
Il ventre di Parigi (Le ventre de Paris) (1873)
Il ventre di Parigi
L'Assommoir
L'assommoir - L'ammazzatoio (L'Assommoir) (1877)
L'opera (L'oeuvre) (1893)
La bestia umana (La bête humaine) (1890)
La conquista di Plassans (La conquête de Plassans) (1874)
La Conquista Di Plassans
La cuccagna (La curée) (1871)
La disfatta (La Débàcle) (1892)
La fortuna dei Rougon (La Fortune des Rougon) (1871)
La fortuna dei Rougon
La Fortune des Rougon (1871)
Nanà (Nana) (1880)
Nuove storielle - A Ninetta
Nuove storielle a Ninetta (Nouveaux contes à Ninon) (1874)
Roma
Son Excellence Eugène Rougon (1876)
Teresa Raquin
Thérèse Raquin (1867)
Citazioni di Émile Zola:
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