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"Il libraio di Kabul" di Åsne Seierstad
Titolo:Il libraio di Kabul
Titolo originale:Bokhandleren i Kabul
Autore:Åsne Seierstad
Editore:Sonzogno
Tipologia del supporto:Cartaceo
Anno di pubblicazione:2005
Pagine:321
Lingua:Italiano
Lingua originale dell'opera:Norvegese
Genere:Reportage sul regime talebano
Argomento:Vita delle donne afgane
Licenza:Copyright (Diritti riservati)
DRM:
Recensione di:Denise Mereu
Recensione vocale: Il_libraio_di_Kabul_rece_Denise.opus, 425317 bytes
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L'autrice
Åsne Seierstad è nata in Norvegia, ad Oslo, nel 1970.

Donne, non dovreste lasciare le vostre abitazioni, nel caso in cui lo facciate non dovreste essere come quelle donne che indossavano vestiti alla moda e si truccavano molto e facevano mostra di sé davanti a ogni uomo prima che l’islam arrivasse nel paese.

“Donne, non dovreste lasciare le vostre abitazioni, nel caso in cui lo facciate non dovreste essere come quelle donne che indossavano vestiti alla moda e si truccavano molto e facevano mostra di sé davanti a ogni uomo prima che l’islam arrivasse nel paese. L’islam è una religione salvifica e ha stabilito che alla donna si confà una dignità particolare: le donne dovranno fare in modo che non sia possibile attirare su di loro l’attenzione degli uomini disonesti, che le guardino con occhio malvagio. Le donne hanno la responsabilità di educare e tenere unita la propria famiglia e di provvedere al cibo e ai vestiti. Nel caso in cui una donna debba lasciare la propria abitazione, deve coprirsi come previsto dalla sharia. Nel caso in cui una donna vada vestita con abiti alla moda, decorati, attillati e attraenti per far mostra di sé, verrà maledetta dalla sharia islamica e non potrà aspettarsi di andare in paradiso. Sara’ minacciata, indagata e severamente punita dalla polizia religiosa, così come gli anziani della famiglia. La polizia religiosa ha il dovere e la responsabilità di combattere queste piaghe sociali e continuerà il suo operato fino a che il male non verrà completamente estirpato”.


Åsne Seierstad è una famosa giornalista norvegese, oltreché una corrispondente di guerra, che ha deciso di parlarci, attraverso questo libro, della sua esperienza accanto ai comandanti dell’Alleanza del Nord, impegnati nell’offensiva contro il regime imposto dai Talebani, nelle steppe di Kabul.
Ha la fortuna di incontrare e conoscere Sultan Khan, proprietario di una libreria, il quale la ospita nella propria casa come una di famiglia, dove avrà modo di osservare e descrivere al meglio la tragica situazione dell’Afghanistan di quegli anni.
Si tratta di una conoscenza piuttosto inconsueta, se si considera l’alto tasso di analfabetismo in queste terre, e la difficoltà di trovare qualcuno che sappia parlare l’inglese.
Nonostante la calorosa accoglienza, ben presto la Seierstad impara a reprimere l’indignazione che prova, scoprendo la reale situazione delle donne afgane, che nulla possono contro quell’autorità maschile tanto radicata.
Essendo occidentale è libera di passare il tempo sia con uomini che con donne, per ragioni di sicurezza decide però di indossare il burka, non sapendo ancora a cosa andrà incontro. Prova infatti a sue spese i continui mal di testa dovuti al tessuto troppo stretto, e alla poca aria che vi passa attraverso, gli ostacoli nel camminare, e la difficoltà nel vedere bene, a causa di una fitta griglia all’altezza degli occhi che le impedisce di poter guardare lateralmente, pensata appositamente perché l’uomo sappia sempre che cosa o chi la moglie sta seguendo con gli occhi.
Il Burka risale al 1901, viene istituito durante il regno di Habibullahi. Inizialmente è diffuso solo fra i ceti più alti, col tempo si diffonde in tutto il paese. Qualcuno tenta di opporsi, anche fra le alte cariche, suscitando quindi grande scalpore, ma evidentemente, con scarsi risultati, visto che oggi è tutt’ora in uso. Le donne afgane del secolo scorso in pratica non hanno mai conosciuto un vero capo d’abbigliamento.
La società durante il regime dei Talebani diventa sempre più chiusa in sé stessa, senza nessun interesse per lo sviluppo economico.
Non conoscendo la storia islamica, questi si impegnavano solo a far rispettare gli orari della preghiera agli uomini, e a segregare le donne dalla società.
I Talebani si sono rivelati assassini della peggior specie, uccidendo diversi giornalisti e operatori umanitari, fra i quali anche Mariagrazia Cutulli, inviata del Corriere della Sera, uccisa nel 2001.
La libreria di Sultan viene distrutta più volte, lui viene incarcerato, perché visto come un nemico, a causa della sua passione per l’arte, i libri e la libertà di pensiero.
Durante questo periodo cresce il suo grande interesse per la cultura afgana, e una volta libero, decide di lottare per diffonderne la conoscenza.
Sultan è deluso dai suoi connazionali (come la maggior parte degli afgani anch’egli è di etnia mista: tagiko/pasthun). Ritiene una cosa stupida sprecare i risparmi di una vita per il pellegrinaggio alla Mecca. Prega come gli altri, ma non rispetta tutte le regole imposte dal profeta Maometto.
Solo dopo la fuga dei Talebani le donne possono finalmente riprendere a studiare e andare in giro da sole, ma la loro situazione non cambia molto. Il loro destino, infatti, viene sempre deciso dai genitori, con dei matrimoni prestabiliti.
L’amore, o la possibilità di scegliersi, non esistono. Le ragazze sono merce di scambio tra famiglie, e il futuro marito sarà colui che si mostrerà il più generoso di tutti.
La donna non può ribellarsi al matrimonio, né mancare di rispetto alla volontà dei genitori: così ha inizio la sua vita d’inferno.
Nella migliore delle ipotesi,anche se nel tempo dovesse nascere qualche sentimento fra i due, quando la donna sarà ormai vecchia, l’uomo sarà libero di scegliersi un’altra moglie più giovane, e lei dovrà rassegnarsi a servire e riverire la seconda moglie. Non può chiedere il divorzio, perché questo le porterebbe il disonore, verrebbe ripudiata dalla famiglia, non potrebbe più vedere i figli, mentre i beni rimarrebbero al marito.
Non ci sono vie di fuga, solo una profonda gelosia che cova dentro con grande dignità, anche se il disonore rimane, e lei si sentirà per sempre marchiata come quella che non bastava più.
Chi non ha figli è considerata una nullità come donna, si acquisisce valore solo in base ai figli maschi che si danno alla luce.
Capita spesso che un uomo o una donna uniti da un matrimonio infelice, trovino in altre persone il vero amore, ma risulta estremamente difficile per lui prendere quest’altra donna come sua seconda moglie, ci si rassegna così ad una passione clandestina.
Dopo il famoso 11 settembre iniziarono i bombardamenti; Sultan raggiunge le mogli in Pakistan, ma due mesi dopo torna a Kabul spinto dal gran desiderio di occuparsi, un giorno, di una biblioteca tutta sua.
La storia che ci racconta Åsne Seierstad fa riferimento alle zone dell’Afghanistan e del Pakistan, in cui i Talebani e Al Qaeda hanno ancora dei sostenitori.
Gli americani dichiarano d’averle setacciate a palmo a palmo durante l’”Operazione Anaconda”, nel tentativo di scovare il rifugio di Osama Bin Laden, che ancora oggi, continua a lanciare i suoi moniti e le sue minacce verso l’Occidente. Tutto ciò dovrebbe far riflettere su quanto sia stata utile ed efficace la guerra scatenata da Bush, che ha solo fatto migliaia di vittime, e una pessima figura.
Åsne Seierstad ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, fra i quali il “Free Speech Award” nel 2002 come miglior reporter di guerra, e il Premio Ilaria Alpi nel 2003.
“Il libraio di Kabul” è stato tradotto in 33 lingue e ha venduto due milioni di copie.

PAGELLA
Scorrevolezza:8
Valore artistico:9
Contenuti:9
Globale:9

Consigliato a:

Consiglio questo libro a chi vuole approfondire la conoscenza della vita delle donne afgane.

I libri catalogati di Åsne Seierstad:
Il libraio di Kabul (Bokhandleren i Kabul) (2005)
Il libraio di Kabul
Citazioni di Åsne Seierstad:
“Donne, non dovreste lasciare le vostre...

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