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"Stirpe" di Marcello Fois
Titolo:Stirpe
Autore:Marcello Fois
Tipologia del supporto:Digitale
Lingua:Italiano
Genere:Non definito
DRM:Non definito
Pubblicato il:2013-03-23
:

429 visualizzazioni

L'autore
Marcello Fois è nato in Italia, a Nuoro, nel 1960.

Per sapere qualcosa di più su Marcello Fois, potete andare sul sito web ufficiale dell'autore, disponibile alla seguente pagina:
http://www.marcellofois.it/.

"Stirpe" è un libro scritto da Marcello Fois.

Questa versione in italiano è stata stampata da un editore non definito.

INFORMAZIONI EDITORIALI

È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati...

Incipit del libro Stirpe di Marcello Fois:





Titolo pagina



Prologo


 


 


 


Luigi Ippolito si è messo disteso sul letto rifatto. È vestito di tutto punto, i bottoni della tonaca brillanti, le scarpe lucidate a specchio. Come sempre è stato e sempre sarà, si chiama per cognome e nome Chironi Luigi Ippolito e, senza muoversi, si mette in piedi per guardarsi composto, morto, pronto da piangere. L'Uno sta lì, preciso a se stesso, l'Altro lo fissa, inquieto, pietrificato, ma turbolento, dritto e secco come un insulto detto in faccia, tra il letto e la finestra. Che la fissità dell'Uno è parvenza e la fissità dell'Altro è controllo. Al primo sguardo si direbbero del tutto identici Luigi Ippolito e Luigi Ippolito, solo che il primo, quello disteso sul letto, ha l'apparenza imperturbabile del morto sereno, mentre il secondo, quello che osserva se stesso, in piedi, è rigido e accigliato come sono rigidi e accigliati gli sguardi perplessi. Così mentre il primo è immerso nella pace inenarrabile di una resa totale, il secondo battaglia contro quella invincibile mollezza. Per questo a un certo punto, rompendo ogni stasi, si avvicina fino quasi a rapirgli il soffio, quasi padre amorevole che voglia assicurarsi che il neonato ancora respiri. Ma non è per amore che Luigi Ippolito si piega su Luigi Ippolito, no: l'Altro si piega sull'Uno per leggergli la vita. E insultarlo anche, che non è quello il momento di morire e tanto meno di giocare alla morte; e non è quello il momento di arrendersi.


L'Uno ascolta e non si muove, ostinato nella sua farsa di defunto. Non si muove anche se vorrebbe riprendere se stesso.


Arreso all'evidente ostinazione di sé, l'Altro si siede sul bordo della sedia impagliata davanti al comodino come una giovane vedova che ancora non ha capito l'onta che ha subito. Resta a guardare l'Uno che appena appena respira. Com'è esplorare questa terra di silenzio? si domanda. Com'è questo viaggio maledetto?


Poi la luce pare lasciare a precipizio la stanza, così le sopracciglia folte, ombreggiando le palpebre serrate dell'Uno, danno contezza di tutto il suo pallore. L'Altro dunque, come ha fatto la luce, abbassa il tono della voce e dei pensieri per dichiararsi definitivamente disposto a giocare quel gioco di compianto. Ricordava la solitudine del campo sfinito dalla canicola? E ricordava l'attesa davanti alla trappola? E la vita che si sputava dai polmoni dopo la corsa? Ricordava? Le battaglie all'oliveto, il frinire tremendo delle cicale, il sibilo marrano del maestrale. Ti ricordi? Volevo vivere nel vuoto, nella luminosità di un presente costante. Ostinato. Tu volevi il controluce. Volevi ombre. Io volevo spazio, ti ricordi? Ti ricordi? Era tutto un dirsi Ti ricordi? E i libri nei cesti come pane, che c'era da nutrire un corpo dentro al corpo e c'era l'impellenza di prepararsi


[...]
I libri catalogati di Marcello Fois:
Dura madre
Ferro recente
Gap (1999)
In Sardegna non c'è il mare
Materiali
Meglio morti
Nulla
Piccole storie nere (2002)
Piccole storie nere
Sangue dal cielo (1999)
Sangue dal cielo
Sempre caro
Sheol
Stirpe
Tamburini
Tamburini: Cantata Per Voce Sola
Citazioni di Marcello Fois:
La Sardegna da quando domineddio l'ha sc...

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