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"Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam
Titolo: Elogio della follia
Titolo originale: Encomium Moriae
Titoli alternativi: In elogio della follia, Μωρίας Εγκώμιον, Stultitiae Laus, Encomium Moriae, Lof der Zotheid - Moriae encomium, id est, stulticiae laus
Autore: Erasmo da Rotterdam
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Tipologia del supporto: Cartaceo
Anno di pubblicazione: 1511
Pagine: 289
Lingua: Italiano
Lingua originale dell'opera: Latino
Genere: Saggio
Argomento: Filosofia morale
Traduttore: Eugenio Garin
Codice ISBN: 88-520-0010-0
Licenza: Creative Commons (Copyleft)
DRM:
Recensione di: Christian Michelini
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L'autore
Erasmo da Rotterdam nacque nei Paesi Bassi, a Rotterdam, nel 1466/1469. Morì a Basilea, nel 1536.

Erasmo da Rotterdam è conosciuto anche con i seguenti soprannomi: Desiderius Erasmus.

“Elogio della follia”è un saggio filosofico di Erasmo da Rotterdam, pubblicato nel 1511.

L'opera è una arguta satira della dottrina cattolica (cui peraltro l'autore aderiva), dei suoi malcostumi, della sua corruzione. Protagonista dell'opera è la Follia, deificata, che dileggia la società e le sciocchezze di cui ci contorniamo, prendendo sé a modello, e dimostrando come l'insensatezza del mondo sia di gran lunga superiore a quella della Follia.

PAGELLA
Scorrevolezza: 8
Valore artistico: 9
Contenuti: 9
Globale: 9
Incipit del libro Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam:

Qualsiasi cosa dicano di me i mortali - non ignoro, infatti, quanto la Follia sia portata per bocca anche dai più folli - tuttavia, ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli Dèi e gli uomini. Non appena mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D’improvviso le vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque parte mi giri, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepènte degli Dèi d’Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste tornati allora dall’antro di Trofonio. Appena mi avete notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un crudo inverno, all’inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e tutte le cose mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e tornano a vivere visibilmente un’altra giovinezza. Così col mio solo presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori, peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente meditata orazione.

2 Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell’orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell’orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. Mi è venuta infatti voglia d’incarnare con voi per un po’ il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine, degne di donne pettegole. Io imiterò quegli antichi che per evitare l’impopolare appellativo di sapienti, preferirono essere chiamati sofisti. Il loro proposito era di celebrare con encomi gli Dèi e gli eroi. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l’elogio della Follia.

3 Certamente, io non faccio alcun conto di quei sapientoni che vanno blaterando dell’estrema dissennatezza e tracotanza di chi si loda da sé. Sia pure folle quanto vogliono; dovranno riconoscerne la coerenza. Che cosa c’è, infatti, di più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi meglio di me potrebbe descrivermi? a meno che non si dia il caso che a qualcuno io sia più nota che a me stessa. D’altra parte io trovo questo sistema più modesto, e non di poco, di quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per una falsa modestia, subornano qualche retore adulatore, o un poeta dedito al vaniloquio, e lo pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie. Così il nostro fiore di pudicizia drizza le penne come un pavone, alza la cresta, mentre lo sfacciato adulatore lo va paragonando, lui che è un pover’uomo, agli Dèi, e lo propone quale modello assoluto di virtù, lui che da quel modello sa di essere lontanissimo. Insomma, veste la cornacchia con le penne altrui, fa diventare bianco l’Etiope, e di una mosca fa un elefante. Io invece seguo quel vecchio detto popolare secondo il quale, chi non trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da sé.


[...]
Explicit: Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam:

Anche se questa felicità sarà perfetta solo quando le anime, ripresa l’antica veste corporea, riceveranno il dono dell’immortalità, gli uomini pii, dato che la loro vita è tutta una meditazione di quella vita immortale, e quasi una sua immagine, possono talvolta pregustare qualcosa, una sorta di effluvio di quel premio. Si tratta di una goccia da niente in confronto a quella fontana di eterna felicità, ma che vale molto di più di tutti i piaceri corporei, anche se potessimo farli convergere tutti in un punto solo. A tal segno la sfera dello spirito è superiore al corpo, e quella dell’invisibile al visibile. Questa certo è la promessa del Profeta: «l’occhio non vide, l’orecchio non udì, non penetrarono nel cuore dell’uomo le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano». Questa è la parte della follia che il passaggio da una vita all’altra non toglie, ma porta a perfezione. Quelli che hanno potuto parteciparne – pochissimi invero – sono còlti da un turbamento che alla follia è vicinissimo; fanno discorsi incoerenti, proferendo parole strane e senza senso; e poi all’improvviso mutano completamente d’espressione. Ora alacri, ora depressi; ora piangono, ora ridono, ora sospirano; insomma sono davvero del tutto fuori di sé. Appena poi rientrano in se stessi dicono di non sapere dove sono stati, se nel corpo o fuori del corpo; di ignorare se erano svegli o addormentati; di non sapere che cosa hanno udito, che cosa hanno detto, che cosa hanno fatto; hanno solo dei ricordi che sembrano filtrare attraverso il velame della nebbia o del sogno. Una cosa sola sanno: di essere stati al colmo della beatitudine quando erano in quello stato. Perciò piangono per essere tornati in senno, e soprattutto desiderano di essere in eterno in preda a quel genere di follia. Eppure hanno appena pregustato la felicità futura!
LXVIII. Ma ormai, dimentica di me stessa, ho passato da un pezzo i limiti. Tuttavia, se vi pare che il discorso abbia peccato di petulanza e prolissità, pensate che chi parla è la Follia, e che è donna. Ricordate però il detto greco: «spesso anche un pazzo parla a proposito»; a meno che non riteniate che il proverbio non possa estendersi alle donne.
Vedo che aspettate una conclusione: ma siete proprio scemi, se credete che dopo essermi abbandonata a un simile profluvio di chiacchiere, io mi ricordi ancora di ciò che ho detto. C’è un vecchio proverbio che dice: «Odio il convitato che ha buona memoria». Oggi ce n’è un altro: «Odio l’ascoltatore che ricorda». Perciò addio! Applaudite, vivete, bevete, famosissimi iniziati alla Follia.


[...]
Audiolibri di: Erasmo da Rotterdam
Elogio della follia
Saggio
Audiolibro del celebre saggio filosofico "Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam.
I libri catalogati di Erasmo da Rotterdam:
Elogio della follia (Encomium Moriae) (1511)
Citazioni di Erasmo da Rotterdam:
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Seguo infine il notissimo proverbio popo... [leggi]
Mi parso il caso, infatti, di imitare an... [leggi]
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