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L'uomo giù in strada
Titolo: L'uomo giù in strada
Autore: Nicola Vivarelli
Genere: Racconto, Contemporaneo
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-05-08
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La fredda luce del lampione che, gracchiando irregolarmente, illuminava la stretta striscia d'asfalto sottostante, sembrava l'unica cosa viva quella notte. I bidoni ammaccati, soffusi nel sottile velo di nebbia, apparivano come nani deformi piegati dal loro stesso dolore.
Non riuscivo a spiegarmi che cosa ci facesse in questo schifo di notte quel ragazzo o uomo, non riuscivo a distinguerlo bene, seduto su di un gradino, poco lontano dal lampione d'angolo. Non aveva l'aspetto del vagabondo ma rimaneva lì seduto sul gradino, in una strada da fogna, in una notte senza amore.
Rimaneva quasi immobile se non per un leggero movimento della testa che, come seguendo una litania ossessiva, si alzava e si abbassava regolarmente.
Buttando l'occhio sull'orologio mi accorsi che era già passata quasi un'ora da quando mi ero messo alla finestra. Un'ora passata a guardare il tipo, facendo congetture e pensando stronzate. Del resto questa merda di giornata non poteva concludersi diversamente.
Il bicchiere era vuoto, così, senza accendere la luce e con l'occhio ancora un po' infastidito dal lampione, lo riempii distrattamente.
Il tipo era ancora là.
Mi sarebbe piaciuto molto sapere cosa stesse pensando, quale fosse la sua storia e altre stronzate del genere, ma non andai giù in strada. Preferii restare ad osservare dalla finestra, da solo, con le mie fantasie.
Era sempre lì, seduto.
Buttai giù un altro sorso e pensai. Forse era stato licenziato o mollato dalla sua tipa. Puttanate! Che cazzo, uno non poteva starsene seduto su un gradino in santa pace così, tanto per il gusto di stare solo e pensare alle sue storie? Del resto se lui mi avesse visto non avrebbe pensato le stesse cose? Un tipo alla finestra, alle due di notte con un bicchiere mezzo vuoto. Un ubriacone, una giornata storta o forse tutte e due le cose.
Involontariamente feci un gesto con la mano, quasi a scacciare via questi pensieri e andai a sedermi sul tappeto. Sentire i piedi nudi sul tappeto mi provocò una sensazione gradevole come se stessi camminando su una calda pelliccia.
Bevvi un altro sorso.
Non pensavo più al tizio sul gradino. Pensavo solo alla pelliccia, ad un'abbondante nevicata e ad una ragazza tra le mie braccia.
Restai con queste fantasie per un po', poi, stanco, tracannai d'un fiato il bicchiere ritrovandomi ancora una volta attaccato al vetro a guardare la strada. Forse mi aggrappavo a qualsiasi cosa pur di distrarmi e dimenticare lo schifo di oggi.
Rimanere immobile a fissare e pensare. Forse solo a fissare.
Mi portai alla bocca il bicchiere ma era nuovamente vuoto. Cazzo, il bicchiere vuoto non ci voleva! Avrei dovuto prendere la bottiglia - chissà dove l'avevo lasciata? - senza accendere la luce, nel buio quasi totale della stanza. Non volevo allontanarmi dalla finestra. Allungai la mano verso il comodino e cominciai a cercarla a tentoni ma non era lì. Sul tappeto! Ecco dove l'avevo lasciata!
Nella penombra riuscii a trovare il collo della bottiglia e con rabbia ingollai un sorso lungo e potente.
Poi, quello che avevo temuto.
Andai alla finestra e feci appena in tempo a intravedere la schiena ricurva dell'uomo che spariva nel vicolo all'angolo.
Ero rimasto affacciato per vedere come sarebbe andata a finire e per un fottuto sorso d'alcool mi ero giocato tutto.
Cominciai a ridere sommessamente di me, dei miei pensieri assurdi e dello sfigato sulla strada. Chissà che cosa mi aspettavo di vedere?
Distolsi lo sguardo dalla finestra e mi avviai senza alcuna voglia al bagno. I rubinetti erano freddi ma sentivo che l'acqua gelata mi avrebbe fatto bene. Nell'oscurità intravedevo appena allo specchio le gocce che cadevano dal naso e dalle sopracciglia come se volessero fuggire dal mio viso, da me. Risi sommessamente dei miei pensieri.
Chiusi il rubinetto e con la faccia fredda e bagnata mi buttai sul letto.
Cominciai a fantasticare sulle macchie gialle d'umidità che costellavano il soffitto, immaginandomi forme e disegni, così come facevo da piccolo con le nuvole. Ma le macchie non si muovevano, rimanevano immobili.
Non so quanto tempo trascorse ma non riuscivo a dormire. A tratti mi sembrava di addormentarmi ma invece avevo sempre davanti i disegni gialli sul soffitto.
Mi alzai. Questa volta non c'era il tappeto e i piedi nudi sul pavimento ebbero l'effetto d'una secchiata d'acqua gelata.
Adesso ero ancora più sveglio ma sapevo che non era colpa né dell'acqua né del pavimento.
Il neon verde dell'insegna del bar al piano terra inondava la stanza di una luce irreale. Pareva di essere nella foresta con il sole che, basso, illuminava le foglie. Non era male, ma mancavano le scimmie. Perché prima non ci avevo fatto caso?
Uscii dalla camera e ritornai ad affacciarmi alla finestra. Nella notte, nessuno in giro.
Aprii la finestra lasciando che il freddo colpisse il mio corpo. Senza maglia la pelle d'oca si diffuse rapidamente ma non ci feci caso.
Giù in strada, niente.
Ad un tratto nel palazzo di fronte si accesero le luci delle scale eccetto quelle del secondo piano. Forse una lampadina fulminata. Attesi, ma nessuno saliva e nessuno scendeva.
Ancora un po'. Nessuno.
Chissà chi cazzo aveva acceso le luci. Un altro po'. Le luci si spensero.
Il freddo si era ormai intrufolato negli angoli più nascosti della stanza ma non volevo chiudere la finestra. Stavo bene così.
Più tardi, non so quando, chiusi il vetro. Fuori non c'era niente e nessuno. Sempre la solita strada, i soliti marciapiedi, i soliti palazzi. Solo l'uomo non c'era più.
Ritornai nella mia camera tutta verde. Che palle, il bar non chiudeva mai?
Mi buttai sul letto e mi addormentai quasi all'istante o così almeno mi sembrò di ricordare la mattina seguente, davanti alla finestra.

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