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L'esiliato - Capitolo 17
Titolo:L'esiliato - Capitolo 17
Autore:Christian Michelini
Genere:Romanzo, Fantasy
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-27
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Capitolo Diciassettesimo


Poco tempo dopo che Tandor e il suo gruppo furono entrati a Linnesti, arrivarono ad accoglierli Elissa, Tantris e Sindor, accompagnati dallo gnomo Stoves.
Kor abbracciò calorosamente i suoi due vecchi amici, così come il piccolo gnomo, e non lesinò il suo affetto neanche alla bionda amazzone.
- Ben ritrovati, - disse il mago.
- Benvenuto, Tandor, - disse Elissa. - La missione che ci avevi affidata ha avuto esito positivo.
- Vedo, - commentò Tandor. - E ne sono ben felice, anche se spero fermamente che questo possa servire a qualcosa.
- Abbiamo sentito delle grida mentre giungevamo qui, - intervenne Tantris. - Cosa è accaduto?
- Purtroppo Deindres è arrivato, - lo informò Kor scuro in viso.
Dopo qualche tempo infatti anche quelli che avevano lo sguardo meno acuto delle sentinelle di guardia potevano vedere a qualche chilometro di distanza l’armata smisurata dell’Elfo Reietto. Appariva come un magma nero e pericoloso che invadeva la pianura e inglobava al suo passaggio tutto quanto incontrava. Le schiere di Deindres erano formate da orchi che costituivano un muro compatto e impenetrabile. Ai lati del corpo centrale vi era la cavalleria in cui militavano i pochi umani rinnegati che l’Elfo Oscuro era riuscito a reclutare e, più distanziate, le macchine da assedio che erano comandate e custodite dagli gnomi ostili. Alcuni esploratori precedevano quel bubbone che incancreniva la valle con il suo sgradevole odore di bestiame selvaggio. In cielo sopra all’esercito volavano in circolo stormi di mortifere arpie che seguivano il loro padrone ciecamente e che erano una delle unità più importanti per Deindres.
I difensori di Linnesti erano assiepati sulle mura che cingevano gli edifici cittadini e fissavano l’avanzata di quel mare di nemici crudeli con attonito sgomento; guardavano le macchine da guerra imponenti e mortali che gli gnomi malvagi avevano costruito, osservavano guardinghi le arpie pelose e urlanti che volteggiavano come ombre di morte vicino alla loro patria; scrutavano con acre disprezzo gli umani con i loro possenti cavalli che avevano tradito il loro popolo e avevano seguito in quella iniqua missione l’Elfo Reietto.
Elissa guardava quella massa pulsante con fiero dispregio e con un’aggressività latente e una bramosia di gettarsi in battaglia. Anche Sindor provava il desiderio di aggredire quella genia di rinnegati. Tantris invece era costernato dal numero dei nemici e temeva per la sorte della città, ora più che mai da quando aveva conosciuto Erinna, la secondogenita di Serovor.
Kor fissava quelle orde fameliche con fiero cipiglio. Finalmente era giunto il momento della resa dei conti, pensava. Finalmente Deindres si faceva vedere, e non attaccava proditoriamente con i suoi sottoposti come aveva fatto con lui e i suoi amici fin da quando era iniziata la loro missione. Kor provava un livore cupo e dilacerante al sapere che l’Elfo Oscuro, che tanto aveva nuociuto a lui e ai suoi compagni, quell’elfo rinnegato che aveva preso la vita della sua amata, uccidendo Leanna con le sue malefiche arpie, era in mezzo ai suoi uomini, tranquillo e sicuro del suo successo, incurante della disperazione e del dolore che ingenerava negli sconfitti. Questa certezza pervadeva l’animo del giovane, creando in lui un cupo e rutilante astio che avvolgeva il suo spirito spronandolo unicamente alla cieca violenza e alla bramosia di rivalsa e di feroce vendetta. Quanto desiderava poter essere lui il giudice e l’esecutore della sentenza di morte che avrebbe posto fine alle mire malvagie di Deindres! La sua rabbia verso quell’infido essere schiacciava la sua ragione e annichiliva la sua bonomia per lasciargli solo una ottenebrante ira e una inquietante furia che lo lacerava.
Intanto l’esercito era giunto a un chilometro dalla città e la solida schiera di orchi che costituiva l’avanguardia si aprì in due lasciando passare al centro di essa il loro condottiero e i suoi luogotenenti.
Deindres cavalcava con un incedere lento e orgoglioso, con una sicurezza disprezzabile e una maestosità perversa. Aveva indosso una armatura elfa di pregiata fattura che proteggeva il busto e adornava la persona. Sul capo aveva un imponente elmo con due corna che sporgevano dalle orecchie e uno che sporgendo dalla fronte era ricurvo verso il basso e divideva il suo volto e i suoi due occhi fiammeggianti di cupidigia.
Serovor controllava le mosse del suo spietato nemico dall’alto delle mura. Era attorniato da Tandor e dai suoi compagni e, più distanziati, gli arcieri, assiepati dietro alle feritoie, erano pronti a scoccare le loro mortali frecce contro l’esercito invasore.
Quando Deindres si fu avvicinato alla porta della città, non abbastanza però perché potesse essere colpito dalle pericolose frecce dei suoi antichi fratelli, si fermò e guardò con disprezzo il suo vecchio rivale.
- Serovor! - gridò, per farsi udire da tutti. - Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ci siamo visti!
- Non abbastanza per farti abbandonare la tua malvagità, - urlò cupamente il presidente in risposta.
- Sempre i soliti discorsi! - disse l’Elfo oscuro con sarcasmo. - Non sapete far altro che cercare di convertire alla vostra causa quelle che considerate le pecore nere del vostro gruppo.
Poi scoppiò in una fragorosa risata che si diffuse con cupa ironia per tutta la pianura e che si smorzò echeggiando lontana.
- Ma adesso non è più tempo per le belle parole, - continuò arcigno Deindres. - Ora conteranno solamente i fatti.
- Deindres, non hai ancora imparato a rispettare quelli più saggi di te, - disse Serovor.
- Taci, cane rognoso! - lo insultò l’amico di gioventù. - Imparerai presto cosa vuol dire offendermi e sarai punito aspramente per gli errori che hai commesso. Tu, la tua lurida famiglia e tutto il tuo popolo.
Serovor non replicò a quegli acri insulti. Si limitò a fissare Deindres con il più totale e ripugnante disprezzo.
- Vi concedo due ore, - annunciò poi l’elfo oscuro. - Due ore per decidere se arrendervi e avere la vita salva, oppure combattere e morire per il vostro stolto orgoglio. Riferiscilo al tuo viscido re.
Poi, senza attendere neanche una risposta, si voltò con il suo destriero e si diresse nuovamente tra le fila dei suoi guerrieri.
- Pazzo, è completamente pazzo, - diceva intanto Serovor sulle mura. - È roso dall’odio e incapace di ragionare.
- E solo uno dei tanti esseri ambiziosi e abietti che per raggiungere il potere sono disposti a tutto, - sentenziò cupo Tandor.
- E solo un cumulo di immondizia e depravazione, - commentò Kor iracondo e con i nervi tesi per la vista del suo nemico.
- Voi non sapete, - disse il presidente rivolto ai suoi amici. - Voi non potete sapere. Ho commesso un errore tanto tempo fa, e Deindres non me lo ha mai perdonato.
Tandor lo fissò pensieroso, mentre Sindor borbottò qualcosa contro quell’essere spregevole.
- Ma ora non c’è più tempo, - ammise Serovor. - Devo andare da re Qaletas e riferirgli quanto ha detto Deindres, anche se so già bene la sua risposta.
E detto questo si avviò giù per le scale per dirigersi da sua maestà.
Intanto Elissa continuava a fissare l’imponente esercito schierato a battaglia.
- Ce la faremo? - chiese rivolta a Tandor.
- Non lo so, piccola, non lo so, - rispose il mago e scese anche lui dalle mura con passo svelto.

* * *

Le due ore che aveva concesso Deindres al popolo degli elfi erano passate come un fulmine. L’Elfo Oscuro si fece largo nuovamente tra i suoi uomini e si avvicinò maestoso alle mura della città per sapere l’esito della consultazione di Serovor con il suo re.
Il presidente era ricomparso sui bastioni, così come Tandor che si era assentato anche lui per andare da re Qaletas a organizzare gli ultimi preparativi per il piano di difesa.
- Cosa avete deciso? - tuono forte e stentorea la voce cupa dell’Elfo Reietto.
- Abbiamo deciso che ingoierai il tuo ferale orgoglio insieme al tuo vile tradimento! - esclamò fiero e sicuro Serovor.
Udite quelle parole, Deindres scoppiò in una funesta e raggelante risata.
- Sciocchi! Siete dei poveri illusi! Pensate veramente di poter sconfiggere il mio esercito? Siete solo degli stolti.
- Mai quanto te! - replicò furente Serovor.
- Ebbene, se è questo che avete deliberato, sarà la guerra. Marcerò sui vostri cadaveri puzzolenti con le mie armate sanguinarie!
Poi, riferiti quegli atroci insulti, si voltò e tornò dai suoi soldati.
- Presto, schierate gli arcieri! - disse intanto il presidente rivolto ai comandanti che lo attorniavano. - Preparate l’olio bollente e i macigni da scagliare sugli invasori.
Un silenzio surreale era sceso nella pianura. Deindres stava spiegando il suo piano di attacco ai suoi luogotenenti. Serovor attendeva incerto le mosse del nemico.
Poi, all’improvviso, un urlo agghiacciante di centinaia e centinaia di orchi infuriati gelò la fiducia dei difensori della città. Quelle belve infuriate si misero a correre invasate e bramose di distruzione verso le mura.
Quando furono a portata di tiro, gli arcieri di re Qaletas iniziarono a scagliare le loro mortali e precise frecce. Alcune si conficcavano negli scudi di quei guerrieri iracondi, altre rimbalzavano sugli elmi metallici che cingevano il capo di alcune di quelle bestie furenti. Ma la maggior parte giungeva a bersaglio e colpiva il busto di quegli orchi, che era protetto solo da una corazza di cuoio lavorato, oppure le frecce acuminate raggiungevano le gambe di quell’orda assassina mietendo vittime e feriti che si riversavano al suolo gridando di dolore.
Ma l’impeto di quell’assalto non si esaurì scontrandosi con le armi dei difensori. Gli orchi continuavano ad avanzare correndo e agitando le loro asce e le loro lunghe spade sbeffeggiando i soldati che stavano protetti sulle mura e insultandoli con le loro terribili voci gutturali e stridenti.
I soldati di re Qaletas non risposero a quelle offese, continuarono invece a mirare con precisione e accortezza cercando di disperdere il gruppo degli assalitori. Anche Elissa utilizzava con estrema perizia il suo aggraziato arco, mietendo vittime fra le fila degli orchi. Sindor, Tantris e Kor al contrario non avevano esperienza con quel tipo di arma e preferirono aiutare i loro compagni accumulando sassi e olio bollente che sarebbe servito quando l’orda di quelle bestie inferocite fosse giunta ad attaccare direttamente le mura della città.
Tandor fissava incerto quella schiera di orchi. Si chiedeva perché mai Deindres avesse mandato all’attacco unicamente quelle unità, senza utilizzare le macchine d’assedio degli gnomi. Evidentemente l’Elfo Oscuro aveva un piano ben studiato e pericoloso che stava cercando di mettere in pratica.
Gli orchi giunsero infine ai piedi delle mura e vicino alla porta, che era stata chiusa con un immenso tronco che ne bloccava i battenti. Alcuni orchi si misero a spingere con veemenza sull’entrata per cercare di aprire la porta e dilagare all’interno, mentre gli altri cercarono di risalire i muri di pietra per raggiungere gli arcieri che erano assiepati in alto. Ormai le loro frecce infatti non erano più utili, e quindi si passò a mezzi di difesa meno convenzionali. I soldati cominciarono a scagliare pietre e oggetti taglienti contro quelle bestie sanguinarie, che però non recedevano dai loro intenti. Poi i comandanti elfi diedero l’ordine di iniziare a rovesciare l’olio incandescente contenuto in enormi pentoloni che a fatica erano stati portati sopra alle mura da volenterosi e possenti soldati.
L’olio iniziò a colare dall’alto e a infliggere ingenti danni alle truppe avversarie. Molti orchi che erano riusciti a salire fin quasi a metà dell’altezza caddero inesorabilmente ustionati in profondità da quel fluido mortifero. Quelli che non erano toccati dall’olio bollente erano invece colpiti a morte da massi grossi e pesanti che la fanteria di Serovor lasciava cadere sui corpi massicci, pelosi e sporchi di quelle bestie immonde.
Tutto l’esercito dei difensori era impegnato a rintuzzare gli attacchi degli orchi di Deindres. Ma il piano dell’Elfo Oscuro era astuto e periglioso. Aveva infatti preventivato di usare le sue truppe d’assalto solo come mezzo per distrarre e sviare le forze dei suoi nemici. Mentre infatti i soldati elfi erano impegnati a difendere le loro mura, nessuno si accorse che le malvagie arpie che svolazzavano in cerchio sopra a Deindres e alla sua cavalleria si erano lanciate con impeto distruttivo verso la città cercando di cogliere impreparati i difensori. Ed in effetti riuscirono nel loro piano perché nemmeno Tandor che era stato incerto sulle mosse dell’avversario si immaginava un attacco dall’alto. Quando infine il mago si accorse del pericolo, chiamò subito Serovor per avvisarlo di dirottare una parte dei suoi uomini a difendere i cieli da quello stormo omicida.
Mentre le arpie erano ormai quasi sopra la città, gli arcieri cominciarono a puntarle con i loro archi dalle punte avvelenate. Quei rapaci ora lanciavano alte grida di scherno e sfida e si apprestavano a lanciare pietre sui soldati che difendevano i bastioni. Ma una parte di quelle fiere immonde portava con sé anche delle torce accese che avrebbero lasciato cadere sulle abitazioni degli inermi cittadini per gettare nel panico la popolazione. Alcune furono ferite dai dardi venefici degli arcieri, ma molte proseguirono il loro cammino di morte e distruzione.
Intanto anche Tandor si era mobilitato e aveva richiamato a raccolta la sua arcana magia. Attorno alle sue mani si addensavano concentrazioni di luce multicolore che venivano addensate in fulmini e raggi infuocati che raggiungevano quegli uccelli demoniaci uccidendoli in un fuoco policromo che avvolgeva i loro corpi ustionati.
Ma anche questo non fu sufficiente a fermare l’orda famelica e già venivano quelle pietre che colpivano i soldati elfi mietendo molte vittime. Alcune arpie erano giunte sopra al centro della città e spargevano devastazione lasciando precipitare le torce infuocate che appiccavano incendi ai tetti di legno delle case. Per le strade c’era un via vai di gente che cercava acqua e sabbia per spegnere quei pericolosi fuochi che minacciavano di bruciare le loro dimore e di incendiare tutta la loro città. I capitani dell’esercito aveva organizzato catene umane per trasportare secchi d’acqua e di sabbia da spargere sui fuochi.
Un tramestio frenetico e concitato permeava Linnesti in quella prima ora di assedio.
Nel frattempo Tantris era andato nella casa di Serovor per sincerarsi delle condizioni di Erinna. La ragazza stava bene, fortunatamente la sua casa non era stata colpita dagli incendi che imperversavano attorno.
- Mi raccomando, stai al riparo, - le disse Tantris. - Questo è solo l’inizio e più andremo avanti più saremo in pericolo.
- Come sta mio padre? - gli chiese lei.
- Sta bene. È sui bastioni a dare ordini ai suoi elfi. - Poi il ragazzo vide negli occhi di Erinna la preoccupazione per suo padre. - Non stare in apprensione, - le disse poi abbracciandola. - Tuo padre è intelligente e non si esporrà invano al pericolo.
Mentre i due giovani stavano parlando al di fuori infuriava la battaglia. Anche Kor e Sindor erano ormai impegnati a combattere. Molte arpie infatti, abbandonati i loro fardelli mortiferi, si erano lanciate in picchiata sui soldati e cercavano di scaraventarli giù dalle mura. Ma gli elfi combatterono valorosamente: pochi di loro morirono sotto gli artigli di quelle fiere esiziali.
Sindor era stato ferito ad un braccio ma continuava a difendersi senza dar segni di cedimento.
Stoves era invece uscito dalla casa di Serovor per controllare la situazione. Era fortemente impaurito da come procedeva lo scontro, ma la sua curiosità ebbe la meglio sul timore e si avventurò fuori dalle sue stanze. Ma lo spettacolo che si prospettava all’esterno era tremendo, e il piccolo gnomo non sopportò a lungo la pazzia e la ferocia dilaganti che imperversavano nelle strade. Perciò, sgomento e costernato, si ritirò in casa poco dopo che Tantris era giunto a parlare ad Erinna.
Molti orchi erano morti nel tentativo di scalare le mura o abbattere la porta della città. Alcuni di loro tentavano ancora di raggiungere il loro obbiettivo, ma i più si erano ritirati e stavano ritornando verso il loro signore, incerti e feriti.
Le arpie continuavano a infliggere perdite agli elfi, ma anche loro erano state decimate dalle frecce e dalle spade dei difensori. Le scaramucce continuarono ancora per qualche tempo, poi anche loro si ritirarono verso il grosso dell’esercito di Deindres.
Il volto del loro signore appariva corrucciato. Il suo piano non aveva avuto buon esito e ora l’Elfo Oscuro stava vagliando nuove idee per sferrare un nuovo assalto. Ma per quel giorno non ve ne sarebbero stati altri.
Sui bastioni della città la gente era euforica.
- Abbiamo vinto! - si sentiva da più parti.
- Sono stati sbaragliati! - rincarava qualcuno.
Sindor era felice di quel successo e si esponeva al di sopra delle feritoie con gesti di sfida rivolti agli assalitori sconfitti.
Kor era dominato da un sentimento di gioia, anche se stimava che quel primo attacco fosse soltanto un’avvisaglia della forza del loro nemico. D’altronde Deindres non aveva schierato le sue mortali macchine d’assedio. Probabilmente l’Elfo Reietto aveva solamente sondato il terreno con questo primo scontro.
Serovor sudava copiosamente. La tensione della battaglia poteva essere letta sul suo viso scarno e ansioso.
- Per oggi non attaccheranno più, - gli disse Tandor.
- Lo credo anch’io, - affermò il presidente rincuorato. - Ma il prossimo attacco sarà molto più pericoloso.
Il mago annuì col capo, poi si diresse verso Elissa.
- Hai combattuto bene, - le disse.
- Grazie, - soggiunse lei mentre ripuliva la spada dal sangue dei nemici.
Si avvicinarono anche Kor e Sindor, mentre Serovor si era allontanato per conferire con i suoi comandanti.
- Dov’è andato Tantris? - chiese Kor.
- È andato da Erinna, - gli riferì Sindor, poi vide che il suo amico non conosceva quel nome. - BÈ, vedo che non sai la storia. In effetti come potevi saperla, sei stato lontano per molto tempo. Erinna è la figlia secondogenita di Serovor.
- Ricordo, me ne ha parlato Leanna, - disse Kor, che però, udendosi mentre proferiva il nome della sua amata ormai morta, si oscurò immediatamente in volto.
- Devi sapere che c’è del tenero fra quei due, - riferì Sindor, cercando di distrarre Kor dai suoi funesti ricordi. - Sono proprio una bella coppietta! - disse ridendo di quell’affermazione.
Ma il suo amico non aveva più voglia di ridere. Ripensava a Leanna, a Deindres, il suo assassino, e immediatamente gli si riattizzò il furore.
- Venite, dobbiamo riposarci, - intervenne Serovor che era ritornato. - Oggi abbiamo vinto una battaglia, ma la guerra continua ancora.
Tutti seguirono il presidente che discese dalle mura e si avviò verso casa.

* * *

Quella notte le sentinelle di Linnesti osservavano attentamente le mosse dell’esercito di Deindres.
Per tutta la giornata gli invasori avevano lavorato per costruire un accampamento che potesse dar alloggio a tutto l’esercito. Tutti gli orchi, gli gnomi e i pochi umani traditori erano immersi in un’attività febbrile per costruire tende di diverse dimensioni per accogliere i soldati. Molti fuochi erano stati accesi e rischiaravano tutta la pianura diffondendo l’odore del fumo di legna arsa e di carne arrosto che giunse fino in città. Un fetido odore di morte misto a fuliggine che turbò le sensibili narici delle guardie appostate sui bastioni difensivi.
Dopo che tutto l’esercito di Deindres si fu rifocillato, si udirono i canti di guerra di quelle truppe ferali, per la maggior parte striduli gorgoglii o acute urla infuriate, sostenute da forti dosi di vino o birra dei nani che erano stati sconfitti a Kandras.
Ma una parte degli uomini di Deindres, sotto la supervisione del loro stesso signore, si stava dedicando alla costruzione di una immensa tenda, che svettava su tutte quelle che componevano il campo di guerra. Metri e metri di resistente stoffa era stata stesa per formare quella tenda, retta su interi tronchi d’albero più che su esili strutture metalliche.
Era una cupola imponente che dominava tutto l’accampamento e che assumeva un’aria misteriosa e ostile.
- Cosa sarà? - chiese una delle sentinelle elfe al suo compagno.
- Non lo so, - ammise l’amico. La prima guardia lo fissò al debole chiarore di una torcia.
- Ma è spaventosa, - soggiunse livido in volto.

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