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L'esiliato - Capitolo 16
Titolo: L'esiliato - Capitolo 16
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

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Parte Terza


Il Canto del Cigno



Capitolo Sedicesimo


L’Elfo Oscuro cavalcava un possente cavallo pezzato. Era al centro del suo esercito, circondato da tutte le parti da contingenti di orchi e gnomi. Il suo fedele servitore K’rah era al suo seguito, anche lui in sella a un cavallo, pronto a eseguire gli ordini del suo comandante.
Deindres stava fissando l’enorme esercito che era riuscito a radunare in quegli anni, quella stessa forza che gli aveva permesso di conquistare Kandras con estrema facilità. Confidava in quelle truppe fameliche e bellicose che gli avrebbero reso tra breve un servizio inestimabile distruggendo le difese di Linnesti e spazzando via come con un sol colpo di spugna l’intera città elfa che lo aveva tanto danneggiato in passato.
L’Elfo Reietto assaporava con bramosia i giorni che lo attendevano, giorni di gloria per lui, e di devastazione e scempio per gli elfi bianchi. Si chiedeva come avrebbe reagito il suo antico amico Qaletas, ora re Qaletas, all’assedio della sua patria. Quanto poco mi conosceva, si disse Deindres. Qaletas era sempre convinto della mia intrinseca bontà ai tempi della nostra giovinezza, credeva che io non mi sarei mai ribellato al volere dei consiglieri. E si sbagliava. E purtuttavia confidava ancora nella mia integrità morale, pensando che avrei infine abbandonato le mie ricerche nella Scienza Arcana. E si sbagliava ancora. Riteneva che l’esilio avrebbe eliminato le mie aspirazioni perverse e avrebbe cancellato finanche il ricordo dei miei esperimenti. E si sbagliava nuovamente. Adesso è giunto il momento in cui lui e la sua stoltezza si scontreranno con la realtà dei fatti. Ora, finalmente.
Ma più di tutto mi conforta pensare alla tragica fine che subirà Serovor.
Capo del consiglio della città
, rifletté cupamente l’Elfo Oscuro, ironicamente. E proprio un buffo scherzo. Me lo ricordo ancora quando eravamo giovani, la sua stoltezza, la sua vanità. Era un giovane sciocco e stupido come tutti gli altri. In quei tempi non avrebbe mai pensato di poter ricoprire una carica importante. Badava unicamente a divertirsi, ad andare nelle taverne per ubriacarsi con gli amici, a seguire bramoso le gonnelle delle ragazze. E ora si riscopre un uomo diverso. Un uomo maturo, pensò ridendo tra sé Deindres. Proprio maturo al punto giusto. Tanto maturo da non accorgersi del pericolo se non all’ultimo momento. Quando non vi si potrà più con nessun mezzo opporre.
Ora la gloria che con tanta speranza l’Elfo Reietto aveva atteso sarebbe arrivata. Ma soprattutto con essa sarebbe giunta anche la vendetta che con tanto impeto ricercava. Una vendetta che giungeva fredda, dopo lunghi anni passati in esilio, ma che non era privata della sua incommensurabile importanza. Deindres aveva atteso molto, troppo tempo. Ma il momento della rivalsa con sua somma gioia era infine venuto.
E lui non se lo sarebbe lasciato sfuggire.

* * *

La nave del capitano Fargo giunse infine al porto di Veral poco prima che il sole albeggiasse. Il faro, con il suo fascio di luce splendente e abbacinante anche nella più cupa delle notti, indicava la via che il vascello doveva seguire per giungere incolume in porto, evitando i pericolosi scogli che costeggiavano la riva.
La nave attraccò nel silenzio della notte punteggiata da una miriade di stelle. Tandor e Kor erano in piedi a prua, nonostante l’ora così mattiniera.
- Siamo arrivati, finalmente, - avvertì compiaciuto Fargo.
- Bene, - disse il mago pacatamente. - Ma ancora il nostro cammino non è concluso. Dobbiamo ancora giungere a Linnesti.
Kor intanto fissava le luci delle strade che punteggiavano la piccola città marittima di Veral. Pensava che tutti gli abitanti in quelle ore stavano ancora riposando placidamente.
- Possiamo evitare di entrare nel paese? - chiese intanto Tandor al capitano.
- Sì, - affermò sicuro l’altro. - C’è una strada che dal porto, aggirando la città, conduce direttamente alla pianura.
Intanto era giunto a prua anche il generale Vondra e si era messo a guardare cupamente i primi bagliori del giorno.
- Ben levato, - lo salutò Kor.
- Uhm, sì, buongiorno, - borbottò il nano di rimando.
- Direi che il nostro viaggio assieme è concluso, - disse allora Tandor rivolto a Fargo. - Noi dobbiamo proseguire al più presto. Tu sei pronto? - chiese poi rivolto al generale.
- Sì, certo, - riferì egli.
- D’accordo, allora ci salutiamo, - concluse allora Tandor mentre fissava il capitano.
- Credo che l’ora del commiato sia ancora lontana, - affermò tranquillamente Fargo.
- Cosa vuole dire? - gli domandò incerto il mago.
- Intendo semplicemente che vengo con voi.
- Vuoi abbandonare il tuo equipaggio? - gli chiese Tandor.
- Non abbandono la mia ciurma, - replicò placidamente il capitano. - Se la guerra avrà per noi un esito positivo, allora potrò tornare da loro e ricominciare a navigare per le terre di Ifrigea. Ma se tutto dovesse andare male, nulla più avrebbe significato, e il fatto che io fossi stato con i miei uomini piuttosto che con voi non avrebbe cambiato l’esito dello scontro. Meglio allora che sia a combattere nel luogo della battaglia, io e gli uomini che vorranno combattere al mio fianco, per affermare la nostra libertà.
- Se verrai con noi rischierai la vita, - disse cupamente il mago.
- A cosa serve la vita se deve essere chiusa in un giogo di schiavitù? - gli rispose Fargo.
Tandor continuò a fissarlo dubbioso. Forse qualche uomo in più nella guerra non ne avrebbe modificato l’esito, ma sarebbe stato un modo per distendere i rapporti tra le genti dell’Ifrigea. Se infatti il bene avesse trionfato, la presenza degli umani di Fargo e del rappresentate Vondra dei nani avrebbero potuto concorrere per ripristinare la tanto attesa pace fra le razze.
- Va bene, - disse semplicemente il mago. - La tua presenza potrà esserci di aiuto.
- Allora benvenuto nel nostro gruppo, - lo accolse Kor. E tutti si strinsero le mani per suggellare quell’accordo. Poi Fargo convocò il suo equipaggio per dare la notizia.

* * *

Lasciarono la costa che era giorno fatto e si misero in marcia alla volta di Linnesti. Poche persone della ciurma di Fargo poterono seguire il loro capitano, perché le altre dovevano badare alla nave perché fosse sistemata e pronta al loro ritorno. Alla fine solo sei persone si unirono al gruppo, oltre naturalmente a Fargo.
Avevano raccolto delle provviste per il viaggio nei pochi negozi già aperti a quell’ora presso Veral.
Camminarono incessantemente fino all’ora del pranzo. La città era già lontana mentre si accingevano a pasteggiare. Il Sole di mezzogiorno era alto in cielo ed emanava una calura soffocante che appiccicava gli abiti alla pelle a causa del sudore.
Si fermarono a lato della strada che portava alla città elfa, e non trovarono nemmeno un albero che potesse concedere loro un po’ di fresca e ristorante ombra.
Mangiarono brevemente e si rimisero in cammino.
Nel primo pomeriggio il caldo era insopportabile. Tutti sbuffavano e soffocavano in quell’aria infuocata; Tandor era l’unico che sembrava non curarsi del calore asfissiante di quella giornata d’estate.
Riuscirono comunque a giungere a sera percorrendo un buon tratto di strada. Consumarono un pasto frugale con le provviste accumulate a Veral, poi prepararono i giacigli per la notte. Erano tutti molto stanchi e ben presto si addormentarono. Kor rimase per un poco sveglio a pensare ai suoi amici che lo attendevano a Linnesti, e alla felicità che avrebbe provato nel rivederli, ma anche lui ben presto dovette cedere al torpore che lo intontiva, finendo per addormentarsi. Solo Tandor rimase di vedetta a controllare che nessuno li disturbasse.
Passò così il primo giorno di viaggio.
L’alba successiva tutti si svegliarono riposati e pronti a una nuova giornata di fatica. Nelle prime ore della mattina il Sole concedeva una tregua e i suoi raggi non erano caldi e opprimenti come nel primo pomeriggio. Pertanto, immerso in una dolce frescura mattutina, il gruppo si rimise con solerzia in moto, dopo una piccola colazione a base di biscotti al miele acquistati a Veral.
- Quanto manca per Linnesti? - chiese il generale Vondra, che incominciava già a sentire l’avvampare dell’astro solare.
- Saranno ancora due giorni di viaggio, oltre a questo, - gli rispose Fargo, che conosceva molto bene quel cammino per averlo compiuto molto spesso.
A parte questo breve scambio di parole quei due giorni erano stati silenziosi. Nessuno aveva voglia di parlare anche perché con ogni probabilità i discorsi sarebbero andati a Linnesti e alla guerra imminente, argomento che non poteva certo rallegrare il loro umore, e che anzi avrebbe rattristato i loro animi per la precarietà del loro viaggio. Infatti, sebbene Tandor avesse calcolato che sarebbero giunti in città prima dell’Elfo Oscuro, gli uomini di Fargo erano scettici e temevano di arrivare troppo tardi per entrare fra le mura, rimandendo così alla mercé dell’Elfo Reietto e del suo esercito.
Nessuno perciò si lamentò, nonostante la fatica, delle marce a tappe forzate che il mago aveva imposto. Preferivano tutti giungere a Linnesti molto affaticati piuttosto che arrivare ad assedio già iniziato.
Giunsero a mezzogiorno vicino a un boschetto dove poterono pranzare all’ombra degli alberi. Ben presto però proseguirono a camminare. Le ore passavano lentamente, immerse nell’afa attanagliante e nei pensieri tetri che avvolgevano il gruppo. Nessuno scambiò nemmeno una parola.
Kor era meno triste che nelle ultime settimane. Riteneva che rivedere i suoi vecchi compagni fosse uno stimolo positivo per la sua mente. Ma forse, pensava, stare a stretto contatto con la disperazione aveva indurito il suo spirito. Probabilmente ora era più resistente alla tristezza.
Tandor sembrava invece essere immune da qualunque sventura o calamità: non era neppure infastidito dal caldo estivo e il suo volto dagli occhi di un insolito castano chiarissimo non esprimevano disappunto né tristezza. Era solo pensieroso e meditabondo.
Arrivò il tramonto. Il gruppo si fermò per cenare. Anche in quella parte della giornata tutti erano silenziosi.
In quel mutismo ostinato si udì unicamente la voce del mago:
- Abbiamo superato la metà del tragitto. Manca solo un giorno di cammino, - affermò risolutamente.
Passò così il secondo giorno di viaggio.
Furono risvegliati dai cinguettii degli uccelli mattinieri che intonavano acute e stridenti melodie al giorno nascente. Una cacofonia di voci e suoni che pervadeva il boschetto nel quale il gruppo aveva trovato riparo per la notte.
Riscaldarono la zuppa di fagioli secchi avanzata dalla sera precedente per fare colazione. Poco dopo si rimisero in viaggio.
Quel giorno il cielo non era sereno e terso come precedentemente: era invece coperto da uno strato di nubi grigie che velavano il Sole. Era una giornata meno calda e afosa e Fargo e i suoi uomini erano felici di sottrarsi in tal modo alla calura.
Procedettero senza soste fino a mezzogiorno, quando si fermarono a mangiare. Nel primo pomeriggio le nuvole in cielo si dissiparono e ritorno l’opprimente caldo dell’estate. Gli abiti ritornarono ad inzupparsi di sudore e il cammino si fece più faticoso.
- Come fai a non avere caldo? - chiese Fargo a Tandor mentre avanzavano.
- Sono nato in una terra in cui è sempre estate, - rispose semplicemente il mago.
Intanto proseguivano senza interruzioni. La vicinanza della meta aveva un po’ ravvivato la parlantina di quelle persone affaticate. Vondra era curioso di rivedere Linnesti dopo molti anni di assenza. Fargo e i suoi uomini volevano rivedere la città per ritrovare i vecchi amici.
Kor invece era silenzioso, avvolto nei suoi pensieri.
- Quanto manca a Linnesti? - chiese il ragazzo ad un certo punto.
- Domani dovremmo arrivare, - gli rispose Tandor.
Intanto il sole stava calando a ponente e la canicola lasciava il passo ad una temperatura più mite. Poco prima dell’imbrunire Tandor, con la sua vista acuta, scorse i lontananza le mura di Linnesti.
- Eccola, - disse brevemente.
- Cosa? - domandò Vondra.
- La città. Linnesti, - concluse il mago.
- Finalmente, - commentò il nano fra sé.
Quando si fermarono erano a una ventina di chilometri dalle porte della città. Consumarono ancora le provviste che si erano portati dietro da Veral, poi, stanchi per quella lunga e faticosa giornata, si sdraiarono per dormire.
Tutti si assopirono immediatamente. Tandor era sveglio e fissava l’orizzonte nebuloso.
Passò così il terzo giorno di viaggio.
La mattina del quarto giorno il gruppo si risvegliò presto come al solito per poter raggiungere prima di mezzogiorno le porte della città.
Il generale Vondra scrutava Linnesti con sguardo perplesso, come se valutasse fin da subito le capacità difensive delle mura e delle torri, e la resistenza all’assedio che poteva contrapporre la città.
Kor invece era più felice e meno cupo del solito, già pregustava l’incontro con i suoi vecchi amici.
Tandor li condusse alla loro meta, camminando per quella bassa pianura nella quale una tenue bruma mattutina offuscava la luce del sole.
Gli uomini di Fargo erano lieti che finalmente il loro viaggio si fosse concluso senza imprevisti e possibili incontri sgraditi.
Camminando la città divenne sempre più distinta, fino ad imporsi soverchiamente allo sguardo con le sue alte mura, i suoi torrioni fortificati dove le sentinelle stavano attente e sicuramente già stavano osservando quello sparuto gruppo di persone che si stava approssimando alla loro città.
Dopo poco le possenti porte chiuse dell’entrata furono davanti a loro. Non c’era certo bisogno di bussare, erano già stati avvistati.
- Chi va là? - intimò la voce grave di una sentinella arroccata sui bastioni.
- Sono il mago Tandor, - disse egli, - e questi sono i miei amici Kor, figlio di Nion, capo della città di Arcadia; il capitano Fargo con sei uomini del suo equipaggio e il generale Vondra del consiglio di Guerra dei nani. Chiediamo di poter entrare.
- Perché un nano è con voi? - chiese la vedetta che temeva le spie di Deindres.
- È un reduce dalla battaglia che si è combattuta presso la città di Kandras, nella quale i nani sono stati sconfitti dall’impeto delle forze dell’Elfo Oscuro.
- Perché dovrei credere alle tue parole, umano?
- Perché sono amico della vostra gente, - rispose pacato Tandor. - E perché sono amico del Presidente Serovor e di Re Qaletas.
- Ah, - fece la guardia con un tono ironico, in quanto non credeva a quelle parole.
- Se non credi a quanto dico, - rispose il mago, - puoi domandarlo direttamente a Serovor.
- Siamo anche amici di Elissa e del gruppo che era con lei, - intervenne Kor. - Il gruppo di umani proveniente da Arcadia e lo gnomo sono miei amici.
- Come fate a sapere di Elissa e gli altri? - chiese scettico la guardia, attorno alla quale si erano raccolte altre sentinelle.
- Perché eravamo con loro prima che giungessero presso di voi, - affermò fiducioso Kor.
- Mhm, - meditò la guardia che aveva condotto il discorso e che doveva essere il più alto in grado fra quanti erano sulle mura. - Per ora non potete entrare. Avvertirò il presidente Serovor del vostro arrivo, - disse con tono incerto. - Ma non vi posso assicurare che vi risponda subito, poiché i preparativi per l’assedio lo stanno impegnando continuamente.
E detto questo, inviò un suo sottoposto a riferire le notizie a Serovor.
Intanto Tandor si era seduto accanto alla porta di entrata.
- Ora cosa facciamo? - chiese il generale Vondra.
- Aspettiamo, - rispose semplicemente il mago e fece un cenno agli altri di mettersi comodi.

* * *

Dopo un po’ di tempo giunse infine Serovor. La sua smunta figura comparve sul muro di cinta della città e si sincerò di quanto gli aveva detto l’attendente sulla presenza dei nuovi venuti. Riconobbe immediatamente Tandor, il cui aspetto non era mutato nonostante gli anni in cui si erano persi di vista, ma poi si accigliò nel notare la presenza del Generale Vondra: lui e il nano non erano mai stati amici, e le divisioni fra i loro popoli, che si erano esacerbate negli ultimi tempi, avevano accresciuto la lontananza fra i loro due rappresentanti.
- Salve, presidente, - lo salutò il mago.
- Buongiorno a te, Tandor, - lo accolse l’elfo. Poi disse alle sue guardie: - Potete aprire, sono nostri amici.
Poco dopo la porta maestosa aprì i suoi battenti ai nuovi arrivati con sommo cigolio dei cardini imponenti che regolavano il meccanismo. Le due ante, che si erano di poco scostate, lasciarono intravedere il movimento che avveniva all’interno della città.
Sulla soglia il presidente li attendeva attorniato da una schiera di sentinelle e guardie armate di archi e lunghe spade fregiate. Immediatamente si accorse della presenza del capitano Fargo, che era suo amico e che non vedeva da qualche tempo.
- Come stai, capitano? - gli chiese.
- Io bene. Per adesso, - rispose lugubremente Fargo.
- Serovor, - annunziò Tandor, - ti presento il giovane Kor, figlio di Nion.
- Ah! - esclamò Serovor. - Così questo è il piccolo Kor, - disse gioviale.
- Buongiorno, signore.
- Benvenuto, - lo salutò il presidente. - Conosco bene tuo padre. È un uomo di parola. Gli ho inviato un messaggero qualche tempo fa. Confido in lui e nella sua energia perché le nostre forze possano trionfare contro Deindres.
- Mio padre è un uomo onorevole, - affermò Kor risoluto. - Non vi abbandonerà nel momento del bisogno.
- Lo spero tanto anch’io, - disse Serovor. Poi si rivolse a Vondra. - Perché sei qui?
- Perché non ho dato ascolto ai tuoi amici quando ne ho avuto l’occasione, - disse cupo e accigliato il nano.
- Cioè, - reiterò Serovor, che voleva saperne di più.
- Siamo stati attaccati, - spiegò il nano tristemente. – Kandras è caduta sotto il giogo dell’Elfo Oscuro. Io sono uno dei pochi sopravvissuti che sono riusciti a scappare.
- E i tuoi compagni dove sono? - chiese il presidente.
- Si sono diretti ad Arcadia. Spero che Nion sia veramente una persona onorevole e giusta e li accolga nelle sue terre.
- Su questo non ho dubbi, - rispose Serovor più conciliante.
- Avete preparato la città per l’assedio? - intervenne Tandor.
- Sono settimane che stiamo accogliendo i rifugiati delle nostre campagne per dar loro riparo dall’esercito di Deindres.
- Quanti viveri avete accumulato? - gli chiese il mago.
- Dovrebbero essere sufficienti per almeno un mese, - affermò il presidente. - Forse un mese e mezzo, se tiriamo la cinghia.
- Spero sinceramente che basti, - disse cupo Tandor.
Serovor si volse nuovamente verso il nano.
- Visto che sei qui, - gli disse, - ho molte domande da farti sull’entità delle forze di Deindres. Le tue indicazioni potranno esserci molto utili per combattere al meglio.
Ma prima che il generale potesse anche solo aprir bocca per rispondere, si sentì un terribile grido provenive dall’alto delle mura su cui le vedette erano di sentinella.
- Arrivano! Arrivano! - si sentì urlare da più parti.
- Chi arriva? - gridò il presidente cercando di superare con la sua flebile voce la cacofonia di grida circostanti.
Poi la sentinella che aveva accolto Tandor e il suo gruppo gli rispose sconnessamente.
- Arrivano! Sono loro. È lui. Un’orda incredibile. Centinaia e centinai di orchi. Un esercito sterminato.
Si fermò, poi aggiunse:
- Deindres è arrivato!
Immediatamente Serovor sbiancò e il suo viso assunse il colorito di un cencio lavato e consunto. L’esercito era infine giunto. Ma Serovor temeva maggiormente Deindres piuttosto che le sue truppe.
Poi con una fievole voce, si rivolse alle sue guardie. - Sbarrate l’entrata, - intimò.
I cardini incominciarono a scricchiolare, Tandor e i suoi amici entrarono, e in breve tempo la porta si chiuse.
L’assedio era iniziato.

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