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L'esiliato - Capitolo 15
Titolo:L'esiliato - Capitolo 15
Autore:Christian Michelini
Genere:Romanzo, Fantasy
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-27
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Capitolo Quindicesimo


Il mare era mosso da piccole onde che si rifrangevano incessantemente contro la chiglia della nave del capitano Fargo. Tandor e Kor erano a poppa e rimiravano a tratti il vasto orizzonte che si estendeva sperdutamente alla loro destra, a tratti il florido litorale boschivo che circondava la vista alla loro sinistra.
Il sole era caldo e si rifrangeva sui flutti generando intensi e scintillanti bagliori. Il vento spirava da Est con una brezza fresca che acquietava la calura opprimente di quel mese estivo.
Il viaggio verso Linnesti che stavano compiendo non ammetteva soste. Anche la notte un uomo era sempre al timone a governare il veliero mantenendolo vicino alla riva ma ben attento agli aguzzi scogli che potevano mettere in pericolo la nave. In genere al timone stava Fargo. Il consumato uomo di mare sembrava incurante della stanchezza, giorno, notte, era quasi sempre di vedetta o a guidare con la sua maestria il vascello.
Kor e Tandor non avevano molto da fare se non darsi pace e attendere pazientemente. La mattina il mago si levava alle prime luci, come se ancora il cammino percorso dipendesse dal suo impegno. Poi si metteva a leggere alcuni libri che aveva presi alla Biblioteca Ancestrale, fino a mezzogiorno, momento in cui andava a svegliare Kor. Dopo i due andavano a mangiare un pasto stringato, a base di frutta secca e pane rappreso. Il pomeriggio, mentre Tandor studiava, Kor usciva qualche volta dalla sua cabina per andare a vagare sul ponte, a vedere se qualcuno avesse bisogno del suo aiuto. Ma il più delle volte se ne stava nel suo alloggio a meditare e in trepida attesa per quanto lo avrebbe aspettato all’arrivo presso Linnesti.
Molto spesso pensava a quanto gli aveva detto Tandor. Pensava a quanto tempo sarebbe intercorso prima che il male incurabile che stava consumando il mago lo corrodesse completamente lasciando Kor solo con il suo destino. Il ragazzo in molte settimane di stretto contatto con la sua guida, aveva imparato a stimarlo profondamente e a fidarsi totalmente di quanto diceva. Tandor era una persona ricca di saggezza e riflessione, ma anche un uomo dedito ad agire risolutamente e senza indugi, come aveva dimostrato fin dal loro primo incontro. Inoltre possedeva una conoscenza magica della quale Kor non conosceva pari, se non forse, secondo quanto egli aveva riferito, simile a quella fredda e iniqua dell’Elfo Reietto.
Ed ora Tandor sarebbe forse venuto a mancare proprio nel momento in cui le forze che si opponevano al piano malvagio di Deindres necessitavano di maggior aiuto. Se veramente l’Elfo Oscuro era tanto potente quanto diceva il mago, come avrebbero potuto gli elfi di Linnesti opporsi al suo dominio? Se solo i nani avessero creduto alla minaccia non rifiutando l’accorato appello all’unione del loro esercito con quello degli elfi, forse le sorti della battaglia sarebbero potute mutare in meglio.
Poteva non essere comunque tutto perduto. Se Serovor fosse stato abbastanza previdente, avrebbe di certo inviato qualche messaggero a Nion, suo padre, pensava Kor. E il ragazzo sperava ardentemente che il suo genitore avesse risposto positivamente e con celerità tramite l’invio di truppe a Linnesti.
Ma ora Kor non poteva fare nulla. Doveva unicamente aspettare e vedere quanto sarebbe accaduto tra pochi giorni. Il viaggio per mare sarebbe durato ancora poco tempo, in seguito tutti i nodi sarebbero venuti al pettine in un colpo solo.

* * *

Erano ormai prossimi ad aver percorso un terzo del cammino. Erano all’incirca alla stessa latitudine di Kandras.
Le giornate trascorrevano monotone, una uguale all’altra. Gli uomini dell’equipaggio svolgevano le loro mansioni incuranti dei due passeggeri. D’altronde Tandor e Kor davano ben pochi problemi: il primo trascorreva il tempo leggendo o studiando, l’altro occasionalmente era sul ponte ad osservare il mare, ma più spesso era rinchiuso nella sua cabina.
Solo durante i pranzi e le cene i due si riunivano con Fargo. Ma erano pasti silenziosi; qualche volta il capitano provava ad intraprendere una conversazione, magari accennando a quello che avrebbero fatto a Linnesti, ma le risposte del mago erano sempre elusive, mentre il ragazzo si limitava a tacere.
Un giorno, tuttavia, l’attenzione di Tandor fu richiamata da un evento insolito.
- Fumo sulla costa! - urlò quel pomeriggio la vedetta che stava sull’albero maestro.
- Dove? - gli chiese il capitano.
- Laggiù, a trecento metri da noi, sulla riva, - urlò ancora di rimando il marinaio, per farsi sentire sopra il fruscio del vento sulle vele.
Kor era a prua insieme a Tandor. Stavano guardando nella direzione indicata dalla vedetta.
- Io non vedo molto, - disse il ragazzo.
- Ci sono dei fuochi, - affermò sicuro il mago. - Tre, grandi, vicino alla boscaglia.
Il mago scrutava attentamente il punto lontano dove Kor non distingueva nulla.
Poi il mago esclamò infine:
- Nani!
- Nani? - si chiese il ragazzo. - Come possono esserci dei nani sulla costa? Dovrebbero essere tutti a Kandras.
- Eppure sono lì, - constatò il mago. Poi aggiunse: - E sono molti, almeno un centinaio.
Kor era stupito di quella strana apparizione.
- Cosa saranno venuti a fare là? - chiese il ragazzo.
- Non lo so, - rispose Tandor. - Ma è meglio scoprirlo.
Poi il mago si scostò da Kor e si avvicinò a Fargo, che era anche lui accorso a prua.
- Capitano, - esordì, - ci sono dei nani sulla riva, almeno un centinaio.
- È molto strano, - disse Fargo. - In genere i nani rifiutano le grandi distese d’acqua e se ne tengono ben lontani, arroccati sulle loro montagne. Cosa può averli spinti in massa così vicini al mare?
- Non ne ho idea, - replicò Tandor, - ma ho intenzione di indagare sulla questione.
- Cosa ha intenzione di fare? - gli chiese l’uomo di mare.
- Le chiedo di fermare la sua nave e di farmi sbarcare per andare da loro.
- Cosa? - domandò Fargo incredulo. - Ma non avevi tutta quella fretta di arrivare presto a Linnesti?
- Se è successo qualcosa di strano a Kandras è bene che lo sappia subito, - rispose il mago.
Il capitano rifletté qualche momento. Poi disse:
- Va bene. Mi fermerò.
Tandor assentì, grato per la risposta.
Poi Fargo si voltò e iniziò a dare ordini ai suoi uomini.

* * *

La scialuppa portò in breve tempo Tandor e Kor a riva. Il mago aveva remato con solerzia per giungere presto da quei nani accampati sul litorale.
Appena toccarono la spiaggia e tirarono la barca in secca, scesero e si diressero verso l’affollamento di gente.
Davanti a loro i nani erano seduti in circolo attorno ai fuochi. La maggior parte di loro era abbattuta, col capo reclinato, a fissare le fiamme frementi. I loro abiti erano logori e strappati, le loro scarpe rotte e bucate, i loro occhi spenti e smorti. Sembravano reduci da giorni e giorni di faticoso cammino esposti a tutte le intemperie possibili. Erano sporchi, infangati e impolverati, tanto che non si riusciva a scorgere il colore originario delle loro vesti. Alcuni portavano con sé delle armi, perlopiù coltelli e qualche ascia, segnate dai colpi e alcune insanguinate.
Molti erano i feriti: gente che aveva le braccia lacerate da fendenti di spada, i fianchi segnati dove il filo delle lame aveva infierito, il volto escoriato dalla sterpaglia o contuso. Vi erano alcuni che si lamentavano per il dolore, soprattutto i casi più gravi. Alcuni nani, che sembravano dei medici, si dedicavano a questi sfollati cercando di portare le loro cure.
Le poche donne presenti aiutavano i dottori a medicare e a preparare impacchi di erbe e fasciature. Erano anche loro stanche, spossate da un travaglio ben evidente nei loro volti.
Quando Kor e Tandor si accostarono a quel gruppo sconsolato, li accolse un nano sui cinquant’anni, con una folta barba brizzolata. Il suo viso era segnato da cicatrici.
- Buongiorno, mago, - disse Vondra.
- Salve, - lo salutò Tandor.
- Sai qual è l’ironia in tutto ciò? - chiese il generale.
- Dimmela tu, - replicò il mago.
- Ebbene, l’ironia in quello che è accaduto è semplicemente che tu eri venuto ad avvertirci, - sentenziò il nano desolato. - E ancor più ironico il fatto che noi ci siamo tappati le orecchie e non abbiamo ascoltato il tuo messaggio.
- Allora Deindres è arrivato prima da voi, - constatò Tandor.
Vondra assentì gravemente col capo.
- Sono arrivati subito dopo pranzo, quando la maggior parte di noi stava dormendo. È stato un attacco lampo. Le truppe di orchi di Deindres ci hanno attaccato a tradimento, mentre riposavamo. Hanno abbattuto le porte di accesso all’interno della montagna. E pensare che noi le consideravamo così resistenti e invalicabili. L’elfo oscuro le ha liquefatte come fossero state di ghiaccio. Una pozza di pietra e ferro melmoso rimaneva al posto delle nostre porte fortificate, dopo il suo passaggio.
- Dopo, fu facile per gli orchi prenderci di sorpresa. Le sentinelle furono uccise prima che potessero dare l’allarme, e quando ci accorgemmo infine che il nemico era penetrato, era già giunto fin nella piazza della città.
- Per noi non c’era speranza: molti nani erano già morti nel sonno, e quelli che si erano svegliati avevano cercato di creare un fronte comune contro gli invasori. Ma fu tutto inutile. I miei nani, ancora sorpresi e attoniti, cadevano mietuti dalle tremende asce bipenne di quei demoni pelosi. Fu una strage senza possibilità di replica. E mentre i miei compagni venivano falcidiati, diedi ordini di abbandonare la città e battere in ritirata all’esterno. Raccogliemmo il maggior numero di uomini possibile, cercando di recuperare i feriti meno gravi, e scappammo a gambe levate dalla nostra dimora.
- Alcuni orchi ci inseguirono, ma fortunatamente erano pochi, perché la maggior parte stava saccheggiando quanto rimaneva nelle nostre abitazioni. Riuscimmo a sconfiggere quei pochi che ci furono dietro.
- Abbiamo quindi marciato per giorni e giorni, dimentichi di tutto, senza meta e senza obbiettivo, giungendo infine qui in riva al mare.
- Perché non vi siete diretti a Linnesti? - chiese Tandor. - Lì vi avrebbero accolti e vi avrebbero curati.
- Dopo l’attacco, siamo corsi via senza riflettere su dove andare o cosa fare. Siamo stati allo sbando per giorni e giorni. La nostra ritirata è stata una fuga sconnessa e senza speranza.
- Cosa farete adesso? - chiese Tandor.
- Come posso saperlo? - disse Vondra. - Ormai la nostra casa non esiste più, è in mano ad esseri assetati di sangue e noi non siamo certo in grado di opporci con le nostre esili forze alla loro arroganza. Abbiamo riparato su questa spiaggia per riorganizzare le idee.
- Ora non potete più volgere verso Linnesti, - commentò il mago. Tra breve la città elfa sarà messa sotto assedio. Senza contare che per voi sarebbe difficile giungere lì prima che vi arrivino le truppe di Deindres.
Kor aveva ascoltato quel dialogo senza intervenire. Ma a quel punto decise di prender parola.
- Potreste dirigervi verso Arcadia, - consigliò. - Il cammino sarà lungo, anche perché dovrete passare attraverso i boschi di Eldor. Probabilmente sarà una via anche pericolosa. Ma sicuramente lo sarà meno che affrontare quanto accadrà a Linnesti. Quando giungerete ad Arcadia sicuramente mio padre vi concederà asilo a tempo indeterminato.
- Tu credi? - domandò il generale, ironico. - Il nostro popolo non è molto amico di quello umano.
- Siamo in una grave situazione di crisi, - affermò il ragazzo. - I vecchi dissapori e screzi saranno accantonati. Mio padre è un uomo accomodante, non credo vi rifiuterà il soccorso. E riuscirà a convincere il Consiglio di Arcadia a darvi un alloggio e cibo per sfamarvi.
Vondra era pensieroso; il suo sguardo era assorto.
- Credo che non ci rimangano molte altre alternative, - disse infine. - Penso che seguiremo il tuo consiglio. - Poi cambio discorso. - Voi invece dove state andando?
- Siamo diretti a Linnesti, - disse laconicamente Tandor.
- Ma se hai appena detto che sarà messa sotto assedio!
- Appunto, - riferì il mago. - Andiamo lì per combattere.
- Ah, - sibilò stupito il generale. - Pensate di arrivare laggiù prima dell’esercito di Deindres?
- Navigando giorno e notte abbiamo qualche speranza di farcela.
- Chi comanda la nave?
- Il capitano Fargo.
- Uhm, ne ho sentito parlare. Dicono sia un vecchio visionario e ubriacone.
- Si sentono tante voci in giro, - replicò piccato Kor. - Ma io so solo che senza il suo intervento noi saremmo morti alla Biblioteca Ancestrale.
Ci fu qualche momento di silenzio in cui nessuno dei tre parlava. Poi Vondra disse:
- Voglio venire con voi.
- Cosa? - chiese sbalordito Kor.
- Hai sentito bene: voglio essere dei vostri.
- Devi sapere, - disse Tandor, - che la battaglia che si combatterà a Linnesti sarà molto dura, e con un esito probabilmente sfavorevole. Abbiamo poche speranze che gli elfi possano opporsi con vittoria all’esercito di Deindres. Probabilmente sarà una guerra senza speranza.
- Voglio venire ugualmente, - reiterò il generale, risoluto. - Ho visto cadere la nostra città sotto l’aggressione dell’Elfo Reietto. Ora desidero avere la mia occasione di rivincita. Voglio unirmi a voi per portare tutto l’aiuto che mi sarà possibile.
- Potresti morire, - disse Tandor.
- Ho sbagliato una volta, non voglio sbagliare ancora. A causa del pregiudizio sono stato cieco di fronte alla verità, ora voglio combattere per la nostra terra.
Kor lo fissò sorpreso. Il generale che gli stava di fronte ora era molto diverso da quello che li aveva accolti a Kandras con presunzione e preconcetto. Erano stati necessari una sconfitta cocente e molte morti perché avvenisse quella trasmutazione.
- Va bene, - disse Tandor. - Verrai con noi. Avvertirò il capitano che avrà un nuovo passeggero a bordo.
- Io intanto devo dare gli ordini per i miei uomini.
- Tra un’ora ti manderemo una scialuppa.
- D’accordo. Vado a parlare con i miei.
Tandor e Kor ritornarono sulla loro barca, lasciandosi alle spalle quel panorama di feriti e desolazione. Non si voltarono indietro.

* * *

Il generale un’ora dopo fu a bordo. La nave di Fargo si rimise in moto senza por tempo in mezzo.
Vondra era a poppa: guardava con sguardo triste i fuochi sulla spiaggia, contemplando da lontano i corruschi scintillii di quelle fiamme e pensando alla sua gente che stava probabilmente preparando la cena.
Gli si avvicinò Kor, cogliendolo di sorpresa nelle sue riflessioni.
- Cosa faranno ora? - gli chiese il ragazzo, volgendo il viso nella stessa direzione di Vondra.
- Andranno a Arcadia. Spero sinceramente che tu abbia ragione, ragazzo. Spero che tuo padre Nion li accolga senza preconcetti, concedendo loro almeno asilo, se non una nuova casa.
- Mio padre comprenderà. Non li abbandonerà sulla strada. Nion ha da sempre combattuto affinché i pregiudizi siano cancellati presso tutte le razze. Lui e re Qaletas degli elfi hanno sempre cercato con tutte le loro energie di creare una nuova era di pace e tolleranza per le nostre terre. E c’erano quasi riusciti, prima che l’Elfo Oscuro stendesse le sue ali tenebrose per dominare con la forza e il sopruso la nostra patria.
- Se solo avessi compreso in tempo, - si rammaricò Vondra. - Se avessi seguito il vostro consiglio con solerzia il mio popolo non sarebbe senza dimora e allo sbando come è adesso.
Kor fissò comprensivo il volto del nano.
- Non ti crucciare più per quanto è accaduto, - disse. - Non si può tornare indietro e cambiare il passato. Il passato deve essere un monito per quelli che verranno. Ma noi dobbiamo invece impegnarci per migliorare il nostro futuro.
In quel mentre si accostò Tandor ai due. Vide lo sguardo aggrondato di Vondra, e comprese subito il motivo della sua preoccupazione.
- Non essere triste, - gli disse il mago. - Quando l’Elfo Reietto sarà sconfitto potrete iniziare nuovamente tutto da capo. Quando la pace nell’Ifrigea sarà ristabilita, tutti noi potremo riniziare tutto da capo.
Vondra stava guardando ancora verso la spiaggia. Sì è vero, pensava. Le basi sui quali era stata posta la pace erano state precarie e labili, per colpa di dissidi, screzi e pregiudizi. Ora tutto era stato messo a rischio per l’imprevidenza di pochi. Ma almeno io, si disse, non commetterò più gli stessi errori.

* * *

Stavano ormai navigando da qualche giorno. Il mare era sempre calmo, solo poche nuvole si scorgevano in cielo. L’orizzonte era terso e azzurro.
La routine a bordo della nave era sempre uguale. Gli uomini dell’equipaggio attendevano alle loro mansioni; Fargo supervisionava il lavoro e era spesso al timone per condurre personalmente la nave; Tandor leggeva nella sua cabina o a prua; Kor si riposava o chiacchierava con il generale Vondra.
All’ora dei pasti il capitano invitava i suoi ospiti a pranzare o cenare con lui. Erano tutti cordiali a tavola, ma la tensione che pervadeva l’animo dei presenti era quasi palpabile. Tra breve sarebbero giunti al porto di Veral, poco a Nord di Linnesti, e non ci sarebbe più stato tempo per il riposo e la calma.
Una mattina, quando mancava solo un giorno prima di giungere alla meta, Tandor incontrò Kor sul ponte. Il ragazzo era pensieroso, volgeva il suo sguardo all’orizzonte lontano. Il mago gli si fece vicino.
- Come va? - gli chiese.
Il ragazzo si girò di scatto. Non si aspettava che qualcuno fosse con lui. Si rilassò subito quando vide che era la sua guida.
- Bene, - rispose laconicamente.
- Sei preoccupato?
- Mi chiedo, - disse Kor, - come se la stanno passando Elissa e i miei amici. Chissà se sono riusciti nella loro missione, e se gli elfi saranno pronti a combattere per le loro terre e la loro vita.
- Questo purtroppo lo sapremo solo quando saremo a Linnesti.
- Pensi che sia già sotto assedio?
- No, - disse Tandor. - Deindres ha avuto bisogno di qualche giorno per riorganizzare il suo esercito dopo la vittoria a Kandras. Ritengo che giungeremo a Linnesti prima di lui e le sue truppe.
- Almeno un vantaggio lo abbiamo, - affermò cupo il ragazzo.
- Già, - assentì Tandor.
Poi il mago diresse il suo sguardo al medaglione che Kor portava al collo. Notò che era di semplice fattura, ma lo colpì in particolare la pietra che era incastonata. Era una pietra piccola e colorata, dalle mille sfaccettature. Non sembrava un gioiello, bensì più un amuleto portafortuna. Poi Tandor la fissò meglio con il suo sguardo penetrante. E un ricordo funesto colpì la sua mente.
- Chi ti ha dato quel monile? - chiese.
- Oh, questo? È un regalo di mio padre. È un amuleto che mio nonno trovò sul campo di battaglia dove si erano scontrati l’esercito di Fiesolas e quello degli umani e degli elfi. È ormai divenuto per la nostra famiglia un ricordo di quella vittoria. Mio nonno lo diede a mio padre, il quale qualche anno fa lo donò a me. Non penso abbia valore, perché non è una pietra preziosa. Però per la nostra famiglia ha un significato affettivo molto importante.
- Questo amuleto, - disse Tandor fissandolo intensamente, - non ha un valore come monile, ma possiede un potere intrinseco che tu non puoi conoscere. È una fonte di energia che potrà decidere le sorti della battaglia contro Deindres.
- Come fai a esserne così sicuro? - domandò Kor, stupito.
- Quella pietra ha una storia che risale al tempo dei Progenitori. Fu infatti da loro creata e da loro fu inserita una potente magia che racchiude energia e forza concessa a chi ne fa uso.
- È così antica? - esclamò Kor, sbalordito. - Potrà veramente servirci?
- Sì, - gli rispose il mago. - Forse verrà un momento, durante l’assedio di Linnesti, nel quale io ne avrò bisogno.
- Come farò a saperlo?
- Te ne accorgerai subito. Se io te lo chiederò, mi darai quell’amuleto?
- Certamente! - affermò Kor sicuro. - Se questo può far variare le sorti della battaglia, mi priverò volentieri di questo medaglione, nonostante sia così importante per la mia famiglia.
- Grazie, - disse Tandor sincero. - Tuttavia spero non si debba arrivare a questo.
- Lo spero tanto anch’io, - ribadì il ragazzo, pensieroso.
Poi volse il suo sguardo al mare che era liscio e piatto, pensando alle tempeste che si sarebbero scatenate a Linnesti.

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