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L'esiliato - Capitolo 14
Titolo: L'esiliato - Capitolo 14
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
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Capitolo Quattordicesimo


L’ascesa alla Biblioteca Ancestrale fu lunga. Quell’arcaico luogo di scienza era arroccato sulle pendici del monte che avevano visto appena giunti. Un sentiero scosceso e aspro risaliva la china della montagna e conduceva alla vetta tanto agognata. Ma la salita era faticosa, e più volte Tandor dovette fermarsi per far riprendere fiato al ragazzo. Kor si chiedeva già da molto tempo come potesse la sua guida resistere così tenacemente alle intemperie e alla stanchezza senza accusare apparentemente nulla. Sapeva che Tandor aveva viaggiato a lungo in passato ma non si sarebbe mai aspettato che un mago avesse, oltre alla sua esperienza negli incantesimi, doti così massicce di resistenza fisica.
Dopo qualche ora di cammino raggiunsero infine la cima. Kor vide un’ampia scalinata ad accoglierli che portava a una pesante porta di legno massiccio, scuro e intarsiato.
- Chi siete? - chiese una voce dal nulla.
Il ragazzo fu colto alla sprovvista e, girandosi, vide la figura di un enorme energumeno peloso, col corpo brunito e due possenti ali che gli spuntavano dalla schiena. Impugnava un’ascia bipenne e mostrava denti irregolari e ferini che gli uscivano da una bocca distorta da un ghigno malefico. Kor subito estrasse la spada pronto a difendersi, ma fu fermato da un gesto del mago.
- Tranquillo, - disse Tandor, - è solo una sentinella messa a guardia della Biblioteca per spaventare gli intrusi. Non può farci niente, non è reale.
- Vuoi dire che è stato creato da un incantesimo?
- Sì, - ammise il mago. - I miei predecessori hanno stimato che fosse utile preservare la conoscenza dalla distruzione o dal danneggiamento, e hanno deciso di chiudere le porte della Biblioteca Ancestrale con sigilli di sicurezza e porre una guardia all’entrata per scoraggiare le intromissioni estranee. Dobbiamo perciò farci riconoscere prima di introdurci dentro. - Poi rivolto alla bestia immonda, disse: - Sono Tandor, e questo è un mio compagno che deve entrare con me nella Biblioteca.
Immediatamente, dalla bocca della sentinella proruppe un fascio luminoso rosso, di tenue intensità, che si fissò negli occhi di Tandor e poi in quelli di Kor. Il ragazzo non distolse il volto, anche se sorpreso da quanto stava accadendo. Poi la luce vermiglia si affievolì e si estinse.
- Bene, - disse l’irsuta apparizione, - potete proseguire.
Tandor avanzò seguito dal compagno. Kor, mentre superava la guardia che ancora era immobile nella sua posizione vigile, vincendo la repulsione allungò una mano per toccare quell’essere irreale. Voleva sapere se esisteva veramente o era un’allucinazione della sua mente, come aveva sentito dire potessero fare i maghi più potenti. Con suo grande stupore, la mano trapassò l’essere, mentre i contorni tremolavano e sbiadivano. Appena la ritirò, subito l’immagine ritornò normale e impressionante.
- Non esiste! - proferì a bassa voce il ragazzo.
- Certo che non esiste, - affermò il mago. - È una magia molto potente che lo ha creato carpendo la luce del sole e convogliandola in un solo punto. Vieni, - disse quindi, - dobbiamo entrare.
Salirono la scalinata e giunsero di fronte alla porta di legno. Tandor appoggiò la mano su una piccola apertura di fianco al muro e improvvisamente la porta si spalancò sommessamente.
Dentro la costruzione una forte luce irreale illuminava l’ambiente, giacché sembravano non esserci finestre. Le pareti erano invase da scaffali stipati di libri, di tutte le forme e dimensioni, con lingue conosciute e attuali, oppure arcaiche e completamente ignote a Kor. Alcuni spazi nell’ampia sala in cui erano entrati erano vuoti e disadorni, e sembravano riflettere la luce.
Proseguirono ancora un poco, salendo una scala a chiocciola, mentre il ragazzo fissava ammirato la splendida collezione di volumi e tomi che erano lì contenuti e che sicuramente raccoglievano non solo il sapere della realtà dell’Ifrigea, ma anche tutto lo scibile dei Progenitori. Era totalmente estasiato da quella profusione di conoscenza.
Al piano superiore non c’erano scaffali né libri, ma solo corridoi che permettevano di entrare in camere anguste dove probabilmente avevano dormito i fruitori antichi di quella biblioteca. Tandor si fermò di fronte a una stanza un po’ più grande delle altre, con un letto ampio e spazioso e una scrivania con delle seggiole. Vi era anche un tavolo al centro, ma niente libri.
- Puoi dormire qui, - disse il mago rivolto a Kor. - Io sarò nella camera accanto alla tua. Se tu avessi bisogno di qualcosa, puoi sempre bussare alla parete di sinistra e io verrò subito.
- Grazie, - fece Kor, sorpreso, - ma io pensavo che avessimo qualcosa da fare prima di poter andare a riposarci…
- Non preoccuparti, - rispose Tandor, - quello che dobbiamo fare può aspettare fino a domani mattina. Oggi è stata una giornata molto faticosa e frustrante, è meglio che adesso ti riposi e poi domani potremo svolgere il nostro compito.
Kor assentì col capo e lo salutò. Il mago uscì dalla stanza ed entrò nella sua camera.
Tandor ha ragione, pensò Kor, oggi è stata veramente una giornata spossante per non dire di più. Però io speravo che lui mi illustrasse qualcosa di quanto ci attornia in questo luogo di sapere, speravo che potesse spiegarmi un po’ e magari farmi prendere dei libri da portare con me. Pazienza, si disse. Aspetterò fino a domani mattina.
Si sdraiò sul letto a pensare a quelle giornata ricca di avvenimenti. Poi, con suo vivo dolore, si rammentò che gli eventi che erano accaduti erano stati così intensi da fargli dimenticare il recente passato, e le sue sofferenze interiori. Un’ombra di cupo sgomento gli passò per la mente. Ma, prima ancora che l’afflizione potesse appropriarsi della sua mente, la stanchezza vinse le sue membra, dal torpore passò ad un sonno pensante senza sogni.

* * *

La mattina Kor fu svegliato da un sommesso bussare alla porta della sua stanza.
- Kor, svegliati, - disse Tandor.
Il ragazzo aprì faticosamente gli occhi per guardarsi attorno. Fu sorpreso della stanza perché non si ricordava ancora dov’era e gli ci volle qualche attimo prima di ricordare.
- Sto arrivando, - rispose.
Si mise seduto, poi si levò dal letto e andò ad aprire la porta.
- Eccomi, - disse di fronte al mago.
- Bene. Seguimi, per favore.
Scesero nuovamente tramite la scala a chiocciola al piano terra. Percorsero alcuni corridoi che Kor non si ricordava di aver visto il giorno innanzi, e giunsero di fronte a una porta di uno strano colore grigio, fatta con un materiale che il ragazzo non riusciva a riconoscere.
Tandor si fermò. Indicò con la mano una piccola apertura nel muro di fianco alla porta, molto simile a quella che avevano trovato prima di entrare nella Biblioteca.
- Per favore, inserisci la mano in quella zona, - disse il mago a Kor.
Il ragazzo era stupito da quella richiesta: perché non l’aveva messa Tandor come aveva fatto prima di entrare in quel luogo la sera prima?
Comunque eseguì quanto il mago gli aveva detto. Dopo che un fascio di luce verde avvolse la sua mano, subito la porta che era sembrata all’inizio ermeticamente chiusa e impenetrabile si aprì, ma non come si aspettava Kor: infatti semplicemente la porta entrò nella parete per lasciarli passare.
Sbigottito, il ragazzo non si accorse che il mago era già entrato.
- Quella porta… - iniziò a dire.
- Ah, - disse Tandor, senza voltarsi. - Non ti preoccupare, è una reliquia dei Progenitori.
Nell’ampia stanza erano ammassati decine, forse centinaia di cassetti tutti uguali l’uno all’altro e che recavano su ognuno scritte per Kor indecifrabili e con caratteri sconosciuti. Tandor sembrava invece sicuro di quanto stava facendo, e stava spulciando quell’archivio con tutta tranquillità, controllando ogni scritta.
Alla fine si fermò ad un cassetto che a Kor sembrava né più né meno come gli altri, ma che per Tandor doveva avere un interesse particolare. Lo aprì e vide che dentro non c’era niente. Dopo un attimo di attesa lo richiuse e tornò sui suoi passi senza proferire parola.
Kor lo aveva fissato per tutto il cammino e si chiese che cosa cercasse in quei cassetti.
- Hai trovato quello che cercavi? - chiese.
- No, - rispose il mago. - Purtroppo ciò che mi serviva non c’è.
- Ah, - proferì Kor. - Spero che non fosse così importante. - Poi continuò. - Comunque, adesso che siamo giunti finalmente alla Biblioteca Ancestrale e sono ben riposato, gradirei che tu mi dicessi cosa siamo venuti a farci e qual è la nostra missione qui.
- Non abbiamo più nulla da fare qui, - si limitò a dire Tandor. - La mia ricerca è stata infruttuosa e la nostra missione è fallita.
Kor lo fissò basito. Come poteva essere. Avevano fatto quel lungo viaggio per poi non ottenere nulla. Era così semplice ciò che dovevano fare in quel luogo? Cercare un oggetto? Tutto quanto avevano passato solo per questo? Kor non poteva ancora crederci.
Ma soprattutto ciò che lo stupì e lo lasciò costernato era l’indifferenza e la noncuranza con cui Tandor aveva spiegato il tutto. Il mago sembrava incurante del fallimento, e quasi disinteressato al tutto, o almeno così pareva a guardargli il volto. Non una minima espressione di turbamento gli attraversava il viso.
- È tutto qui? - domandò Kor, stupefatto. - Abbiamo tanto sofferto e penato per arrivare e ora non è servito a nulla?
- Non potevo sapere che la mia ricerca sarebbe stata improduttiva, - disse Tandor.
- E ora come faremo? - chiese il ragazzo.
- Andremo avanti lo stesso. O meglio, andrete.
- Cosa? - chiese ancora più stupito Kor.
- Vedi, - spiegò il mago, - sono dovuto venire qui per me stesso. Io sono un mago potente e sono in grado di sconfiggere Deindres. La mia presenza nel combattimento finale contro di lui è molto importante per l’esito della battaglia. Ma anch’io sono un mortale. E sono… malato, - disse, incerto. - Sono venuto qui per cercare il rimedio al mio male, e pensavo che in questo luogo avrei trovato la medicina che mi avrebbe curato.
Kor lo fissava incerto.
- Ma così non è stato, - proseguì Tandor. - Qui non ho trovato la cura al mio stato. Purtroppo mi rimangono pochi giorni da vivere, e non credo di poter resiste fino alla fine contro Deindres, - concluse.
- E non possiamo far nulla per te? - chiese Kor, affranto.
- Nessuno di voi ha la conoscenza per curarmi.
Kor chinò il capo, sconfitto. Si accasciò vicino a una parete libera, e reclinò il volto tra le mani. Tutto, tutto era stato vano. La morte di Monmir, quella di Leanna, le sventure e le sofferenze che avevano dovuto sorpassare per giungere fin lì. Tutto era stato inutile. Ora anche Tandor era prossimo alla morte, e le tenui speranze di successo che ancora rimanevano si sarebbero dissipate con la sua dipartita. Kandras aveva rifiutato aiuto, chiusa e arcigna nel suo pregiudizio. Rimaneva solo Linnesti, confidando nel fatto che Elissa e i suoi amici fossero riusciti a convincere gli elfi del pericolo. Ora l’unica speranza era nella forza contro la forza. Due eserciti, uno contro l’altro, e l’esito in mano alle armi. Morti, uccisioni, stupri avrebbero annientato la pace dell’Ifrigea e anche se il bene fosse trionfato, si sarebbe lasciato dietro una scia di dolore e di disperazione per gli anni a venire. Non c’era già stato abbastanza dolore? Per quanto tempo ancora le razze sarebbero state in conflitto per l’ottusità e la nequizia di pochi, per quanto tempo ancora persone più malvagie e stolte degli altri creeranno un futuro desolato per le generazioni future?
Kor era avvinto dalla sofferenza, dal cupo sgomento di tutta quella situazione tenebrosa. Il suo animo non si dava pace, il suo spirito soggiaceva al timore e allo sconforto.
Tandor fissava il ragazzo e non sapeva come rincuorarlo. La perdita della speranza sarebbe stata per lui più pericolosa del male stesso. Doveva reagire, confrontarsi con il dolore per sconfiggerlo. Ma il dolore, stimava Tandor, era più forte e potente di qualunque sentimento.
- Kor, rialzati, - gli disse il mago. - Non ti affliggere così.
- Che speranze, dimmi, che speranze posso ora avere? Cosa può ancora spingermi innanzi nel cammino?
Tandor conosceva quella sofferenza. Era la sofferenza di chi non ha più mete, di chi non ha più strade da percorrere, di chi è avvinto dal plumbeo disagio interiore. Avrebbe voluto esortare il ragazzo a farsi forza, a reagire, ma quali semplici parole potevano riuscire a scuotere un animo in pena? Quali considerazioni potevano scuotere chi ormai camminava sgomento nel baratro cupo e insidioso?
- Kor, non devi disperarti. Non ora, non in questo modo.
Il ragazzo lo fissava con sdegno. Poi il suo animo si acquietò, lasciando spazio solo al cupo tedio.
- Non posso, - disse, - non ci riesco. Mi hai già detto tutto questo, ma io non sono in grado di far fronte a questa situazione. La sofferenza chiama la sofferenza. Più mi sforzo di non pensare al mio dolore, più questo si riaffaccia al mio cospetto con più viva intensità. E sai, sai qual è la cosa peggiore di tutto ciò? - chiese, con un moto di disprezzo e repulsione verso sé stesso.
Tandor lo fissava intensamente. Sapeva cosa stava per dire.
- Ciò che più odio di tutto questo è che la sofferenza in cui sono è ciò che mi fa sentir vivo. È quasi una sensazione piacevole. Provo il desiderio di soffrire, di bearmi nella mia nostalgia del passato felice e della mia spensierata adolescenza. Tutto questo mi rincuora, e quando confronto come ero a come sono ora non posso che provare dispregio per quanto ho perduto e per quello che sono diventato. Dolore, solo dolore: questo è rimasto di me, questa sola la sensazione che stolidamente sopporto e che infin mi aggrada. La mia volontà è svanita, spazzata via dalla sfiducia e dalla disistima per ciò che posso fare. Come posso fare qualcosa io che non mi sono accorto della disperazione di uno dei miei più cari amici, come posso combattere per la giusta causa se non so neanche difendere la persona che più amavo dai pericoli del cammino?
Kor se possibile si rattrappì ancor più nella sua ingobbita posizione, sconvolto dal cupo patimento, aggrondato. I singulti repressi riaffiorarono e si abbandonò alla disperazione.
- Kor, - disse Tandor, - una cosa ho compreso bene nella mia lunga vita: la sofferenza è necessaria.
Il ragazzo lo fissò stupito da quella affermazione.
- Unicamente chi ha camminato a lungo sul fondo del baratro, - disse Tandor, - può riemergerne ed essere un uomo migliore di quanto non lo era prima. Ogni dolore ci accresce, ogni sofferenza ci innalza, ogni pena ci forgia: tale è il cammino per raggiungere la conoscenza. Come possiamo aiutare gli altri se non comprendiamo prima noi la cagione del loro soffrire? Ho conosciuto persone che in gioventù sono sempre state felici e spensierate, ma la maggior parte di loro ad un occhio più attento o rivelano afflizioni segrete oppure sono sì felici, ma vuote e insipienti. E poi io penso anche un’altra cosa: se è vero che i nostri antenati, per sfuggire ai pericoli quotidiani, animali feroci, calamità naturali, razzie di altri popoli, pervennero ad una maggiore consapevolezza e conoscenza, che permise di eludere i problemi elaborando, secondo esperienza, molteplici oggetti e artifizi atti a superare le difficoltà, allora, se ciò corrisponde a verità, sono il dolore e la sofferenza le fonti e le cause prime del nostro sapere, della nostra continua ricerca. Questo io credo.
- Ma perché, - chiese allora Kor, - dobbiamo tanto soffrire per accrescerci?
- Non possiedo la risposta a questa domanda. Probabilmente è insita in ognuno di noi e ciascuno deve elaborarla autonomamente. Ma so bene che quando uno sta male, vorrebbe che quel male finisse, e si arrovella e studia affinché quel patimento termini.
Kor lo fissava, dubbioso.
- Ma vi è un’altra questione correlata e molto importate, - disse il mago. - Questa sofferenza che noi subiamo non deve passare il segno. Soffrire va bene; soffrire troppo è inutile e deleterio. Troppo forte è la tentazione, come sta accadendo a te, di farsi soggiogare dal dolore, di ricusare ogni via di uscita, di soggiacere al male senza opporsi e senza tentare soluzioni. Ma in queste situazioni, dove l’amor proprio cede il passo allo scoramento, l’uomo stesso collassa su di sé e rifiuta assistenza. Ma questo è un difetto. Vi sono momenti in cui una parola può sostenere più di mille mani.
- Perciò ti esorto caldamente a non abbatterti: perché se sorpasserai questo periodo molto negativo, diverrai un uomo molto più saggio e giusto di quanto molti tuoi coetanei possano mai aspirare in tutta un’esistenza. E, soprattutto, cerca di non chiuderti in te stesso, ma cerca la confidenza con le persone che stimi più intelligenti, perché l’aiuto di un amico è prezioso più di una gemma rara. E se io non sarò con te in futuro, cerca di parlare con Elissa, che, nonostante il suo aspetto tenace, è molto sensibile a questi problemi. Ma non abbatterti mai come ha fatto il tuo amico Monmir, e quando senti che la presa della disperazione si fa più pressante, cerca di distrarre la tua mente e trova lo svago che esiste attorno a te e in esso immergiti per contrastare gli eccessi del dolore.
Kor era ancora seduto a terra, meditabondo. Tandor era una persona molto preziosa, un valido aiuto nei momenti di crisi, pensava il ragazzo. Se la conoscenza e il sapere potevano rendere un uomo saggio quanto la sua guida, allora, decise, anche lui avrebbe intrapreso quel cammino arduo ma fruttifero.
Si levò da terra e si accostò all’amico. Tandor gli posò una mano sulla spalla: una mano forte ma un po’ fredda.
- Vieni, - disse il mago. - E tempo di andare. I nostri compagni ci aspettano a Linnesti. Lì si compirà il nostro fato e quello di tutta l’Ifrigea. Ora torniamo dal capitano Fargo.
Tandor uscì dalla stanza, seguito da Kor.

* * *

Giunsero sul litorale quando era da poco passato mezzogiorno. Si erano fermati a mangiare qualcosa, brevemente, poi avevano continuato a camminare nella boscaglia.
Sulla spiaggia una scialuppa era ormeggiata in secca, come aveva detto il capitano, mentre due uomini stavano finendo il loro pasto.
- Avete fatto quel che dovevate? - domandò uno dei due.
- Sì, - rispose Tandor. - Siamo pronti.
- Bene, allora prendiamo la barca e torniamo alla nave.
Con l’aiuto di Tandor misero la scialuppa in mare e si diressero alla nave di Fargo che era a qualche centinaio di metri più avanti. Il breve viaggio fu silenzioso: i due uomini erano impegnati a remare, Kor fissava l’orizzonte con sguardo vago, Tandor era seduto a prua e non parlava.
Quando salirono sulla nave ad attenderli c’era Fargo.
- È andato tutto bene? - chiese questi.
- Purtroppo no, - si limitò a dire Tandor. - Non abbiamo trovato ciò che cercavamo.
- Spero che non sia grave.
- Potrebbe esserlo, - riferì laconicamente il mago.
- Allora dove andiamo? - domandò il capitano.
- A Linnesti, il più presto possibile, - disse Kor.
- D’accordo.
Poi Fargo urlò ai suo uomini:
- Mollare gli ormeggi! avete capito? Si parte. Si va a Linnesti. Costeggiamo il litorale. Forza, branco di pelandroni!
Le ancore furono ritirate, la nave si apprestò a salpare mentre Fargo si dirigeva alla cabina di comando, per prendere le redini del timone.
Tandor si sedette sulla prua, a fissare l’orizzonte.


Anche Kor continuava a fissare l’orizzonte, ma non lo vedeva. Stava pensando a Leanna.

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