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L'esiliato - Capitolo 13
Titolo: L'esiliato - Capitolo 13
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

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Capitolo Tredicesimo


- Abbiamo finalmente deliberato. L’assemblea ha deciso, con una maggioranza di quindici voti a favore contro quattro contrari, di preparare l’esercito alla difesa e di prendere tutte le misure necessarie per sostenere vittoriosi un assedio.
Era stato re Qaletas a parlare. Dopo una lunga seduta, il Consiglio aveva finalmente deciso a favore della mozione di Serovor. L’opera di persuasione del presidente presso i maggiori dignitari aveva sortito l’effetto voluto, e si era così pervenuti a quell’epilogo assennato.
- Abbiamo vinto, - disse Serovor ad Elissa, mentre alcune voci di protesta si levavano dai quattro consiglieri che avevano votato contro alla proposta.
- Questa è solo una piccola vittoria, - disse l’amazzone cupamente. - La vera lotta inizia solamente ora.
- Già, - assentì pensieroso l’altro. - Ora dobbiamo riuscire a mettere al sicuro la popolazione e nel contempo approntare l’esercito per una lunga battaglia. Speriamo di avere tempo a sufficienza.
- La seduta è tolta, - disse intanto Qaletas. - Inizieremo i preparativi fin da subito. Potete uscire, se volete.
I quattro sfavorevoli alla proposta se ne andarono sdegnati, ma gli altri rimasero per preparare un piano d’azione.
- Se volete potete tornare ai vostri alloggi, - disse Serovor rivolto a Elissa e agli altri del gruppo. Sindor approvò l’idea col capo. - Stasera, però, siete formalmente invitati a casa mia, per cena. Mia moglie vuole preparare un sontuoso pasto per accogliere degnamente questa positiva delibera del consiglio.
- Accettiamo, - disse prontamente Tantris.
- La ringrazio a nome di tutti, - disse l’amazzone. - A che ora mangiate?
- Potete venire verso le sette. A dopo, - concluse.
Elissa e gli altri se ne uscirono dalla sala. Fuori del palazzo furono accolti da un sole radioso che riscaldava la strada e i passanti.

* * *

Si presentarono puntuali alle sette a bussare alla porta di Serovor. Dopo poco giunse la moglie ad aprire.
- Benvenuti, - diss’ella, questa volta più calorosamente della precedente. Il suo sguardo era dolce, e la sua bellezza era ancora viva nonostante il passare degli anni sul suo viso. - Io sono Laren, moglie di Serovor. Entrate pure.
Furono accolti in un’ampia sala nella quale li attendeva il presidente.
- Buona sera, - li salutò questi.
- Buona sera a te, presidente, - disse cordialmente Elissa. - Grazie per averci invitato.
- Di niente, - replicò l’elfo. - Potete accomodarvi a sedere. Tra poco mia moglie servirà in tavola.
Da una porta laterale entrò una ragazza alta, dai capelli biondo-cenere, con occhi neri e profondi e uno sguardo incuriosito da quei nuovi venuti.
- Vi presento mia figlia Erinna, - disse giovialmente Serovor. - L’avete già veduta quando siete venuti l’altro ieri, anche se di sfuggita.
- Salve a tutti, - disse la giovane elfa.
- Ciao, - dissero gli altri.
Tantris era rimasto colpito da quella ragazza. Era molto avvenente e bella, con un dolce viso grazioso. Non possedeva la maestosità della sorella Leanna, ma a suo modo sprigionava un alone di sicurezza attorno a sé. Tantris rimase come imbalsamato ad osservarla, prima di riscuotersi ed assumere un contegno più consono.
Anche Erinna si accorse di quel momento di sbandamento del giovane umano, ma non vi diede peso.
- È in tavola, - si udì la voce di Laren, dalla cucina.
La moglie di Serovor entrò nella stanza con un vassoio stracolmo di pasta alle spezie. Tutti si sedettero a tavola e, dopo che ella ebbe servito generose porzioni a ciascuno, iniziarono a mangiare. Il piatto tradizionale di Linnesti era molto saporito, e tutti lo degustarono con molto appetito. Stoves, che ben si ricordava dell’indigestione del giorno innanzi, si limitò nelle porzioni ad una sola. Solo Tantris, nonostante apprezzasse quel cibo, sembrava non gustarlo con la giusta voracità, ma si limitava a spizzicare ciò che aveva nel piatto, pensieroso.
Dopo che ebbero finito con quella portata, la moglie uscì dalla sala e poco dopo ritornò con un altro vassoio, questa volta pieno di zucchine fritte con aggiunta di salsa al curry. Anche questa volta tutto fu mangiato fino all’ultimo boccone.
Venne poi distribuito un dolce ripieno di frutta secca e miele e, per chi voleva, dei freschi frutti di stagione.
Quando la cena fu terminata, tutti si congratularono con la cuoca.
- È stato tutto ottimo e prelibato, - disse Sindor educatamente.
- Veramente meraviglioso, - concordò Elissa.
- Grazie, grazie, - disse Laren.
- Mia moglie è veramente una cuoca eccezionale, - riferì Serovor. - Quando la conobbi non era molto esperta in cucina, ma le bastò poco tempo per diventare una cuoca provetta.
- Immagino, - disse Elissa.
- Ora, se volete, - disse il presidente, - possiamo metterci comodi sui divani e sulle poltrone. Qualcuno di voi vuole qualche liquore?
- No, grazie, - risposero l’amazzone e i suoi compagni.
- Ah, peccato. Ho un ottimo liquore di radici che mi ha portato un mio conoscente, un vecchio capitano di navi che commercia anche con Linnesti.
- Scusi la domanda, ma mi potrebbe dire come si chiama? - disse Elissa, incuriosita.
- Il suo nome è Fargo. Non è difficile incontrarlo, oltre che sulla sua nave, anche a gozzovigliare in qualche locale oppure osteria di città.
- Lo conosciamo, - disse Sindor.
- Ah, la sua fama di bevitore è giunta fino ad Arcadia? - chiese Serovor.
- Sì, l’abbiamo incontrato io, Kor e Tantris presso una locanda. Poi l’abbiamo riveduto pochi tempo fa qui a Linnesti.
- Dunque avete conosciuto il burbero capitano, - soggiunse il presidente. - Quante serate ho trascorso con lui e la sua ciurma! E, raccontatemi, cosa vi ha detto?
Elissa e Sindor iniziarono a parlare di Fargo, mentre Serovor ascoltava attento.
Intanto Tantris si era messo in disparte, disinteressato a quei discorsi. Si guardava attorno con noncuranza.
Dopo un po’ di tempo gli si accostò Erinna, anche lei poco incline a sentire il discorso che si prolungava tra suo padre e gli ospiti. Ella fissò il ragazzo con sguardo mite, ricambiata da un sorriso dolce e amichevole del giovane.
- Tu hai conosciuto Leanna, prima che morisse? - gli chiese lei.
- Sì, - rispose Tantris. - Era sempre insieme a Kor, ad Arcadia. L’ho conosciuta lì. Kor non faceva altro che parlare di lei. Poi Leanna è venuta con noi in questa missione, ed è così che ho potuto conoscere meglio aspetti di lei che prima mi erano ignoti, come la sua tenacia e risolutezza, e la sua energia.
- Dimmi, - disse Erinna, - era felice nell'amore che provava per il tuo amico?
- Il loro rapporto era improntato alla fiducia e all’appoggio reciproco. Non ho mai visto una coppia più tranquilla e stabile di quella. Kor l’amava molto. Era per lui il faro che rischiarava la notte. Il suo attaccamento a Leanna andava al di là del classico fidanzamento. Erano l’uno parte dell’altra.
Tantris fissò i begli occhi dolci ma tristi dell’elfa. Poi continuò. - Per Kor è stata una tragedia inestinguibile la morte di Leanna.
- Parlami di loro, - richiese Erinna, con sguardo sognante. - Voglio ricordare di lei la sua felicità, più che la sua sventurata sorte.
E Tantris iniziò a raccontare tutto ciò che sapeva e ricordava, ammaliando la ragazza con i suoi lunghi discorsi, a tratti interrotto nel suo eloquio dalle domande di lei, che chiedeva spiegazioni o descrizioni più precise. Tantris si sentiva bene a parlare in quell’atmosfera intimista, resa possibile dal loro strano rapporto di quasi artificiale parentela, poiché lei conosceva Leanna e quindi il suo migliore amico; mentre lui, compagno fin dalla nascita di Kor, non poteva non apprezzare la ragazza che egli amava e quindi indirettamente la sorella di lei.
Continuarono così a discorrere, sereni e calmi anche se i loro discorsi si riferivano ad un passato che era per entrambi lontano.

* * *

Il giorno seguente Serovor aveva dato appuntamento ad Elissa e i suoi compagni presso l’entrata della città. Il presidente avrebbe supervisionato il passaggio dei contadini e dei coloni che vivevano al di fuori delle mura, e che dovevano necessariamente varcare la soglia di Linnesti se volevano essere protetti contro le orde indemoniate di Deindres.
Molte famiglie, fin dal primo mattino, si erano introdotte alla spicciolata nella città. Il consiglio aveva assegnato a quei forzati esuli delle case dove avrebbero potuto stabilirsi momentaneamente, fino a quando non fosse finito questo periodo di crisi e pericolo. Erano abitazioni piccole, dove tutte quelle famiglie si sarebbero dovute ammassare, ma non vi era altra soluzione, giacché lo spazio all’interno delle mura era poco e doveva essere ragionevolmente suddiviso.
Madri con bambini dal viso spaurito si accostavano alle guardie che compivano un censimento degli esuli. I padri spesso arrivavano solo in seguito, dopo che avevano sistemato le loro fattorie per la lunga assenza, nella speranza che non sarebbero state rase al suolo dal passaggio degli orchi.
Elissa fissava quei volti tristi per aver abbandonato la loro casa, e si chiedeva se tutto questo sarebbe potuto evitarsi. Era stata solo colpa dell’imprevidenza degli elfi e dell’esilio che gli avevano assegnato se Deindres aveva potuto diventare così potente? Come sarebbero andate le cose se avessero rinchiuso l’Elfo Oscuro? Non poteva rispondere a quelle domande con sicurezza: il passato era ormai sepolto, e solo il presente avrebbe stabilito il futuro di queste terre.
Serovor iscriveva intanto i nuovi venuti in un registro e concedeva dei lasciapassare che avrebbero permesso a quelle famiglie di ottenere un alloggio provvisorio, mentre venivano allestite le loro abitazioni.
I volti che si avvicendavano al cospetto del presidente erano diversi l’uno dall’altro, ma tutti esprimevano il senso di disagio e di sofferenza per quella precarietà e insicurezza nel domani in cui erano caduti.
Serovor cercava di essere gentile e rassicurante, dicendo che era una misura precauzionale, e che non vi era nulla di cui preoccuparsi, ma i timori fondati di quella gente non potevano essere dissipati così facilmente.
I rifugiati erano molti, perciò quell’odioso lavoro di cernita e iscrizione nel registro durò tutta la giornata fino a tardi.

* * *

Nei giorni seguenti l’operosità a Linnesti aveva raggiunto il culmine. Tutti erano indaffarati ad approntare difese solide contro l’Elfo Reietto. Le case venivano fortificate contro la minaccia delle catapulte che spesso avevano da sole raso al suolo molte città nelle guerre del passato.
Tutti cercavano di stipare le loro case di viveri e cibarie di varia natura che potessero prevenire la fame che sempre si manifestava con irruenza durante gli assedi prolungati. Dalle campagne erano trasportati in città grossi quantitativi di verdure che venivano inscatolate per preservarle intatte anche nelle settimane a venire. Il latte proveniente dal bestiame veniva utilizzato per sfornare grosse forme di formaggi. Le uova erano stipate nei magazzini e venivano distribuite con parsimonia alla popolazione.
Nelle piazze venivano addestrati sommariamente le nuove reclute che avrebbero dovuto difendere la città. Persone di ogni classe e occupazione avevano abbandonato il loro lavoro per apprendere in poco tempo le regole della guerra. Fin dalle prime luci dell’alba questa schiera di persone iniziavano i loro esercizi con balestre, archi e frecce, spade e lance, guidati dagli ufficiali e dai veterani dell’esercito. Quella popolazione vasta e diversificata era tutta dedita a quelle esercitazioni faticose ma produttive.
Ora il numero delle sentinelle che controllavano i dintorni della città dalle fortificazioni era stato aumentato. Nelle vicinanze di Linnesti erano costantemente in perlustrazione gruppi di esploratori che tenevano sotto stretto controllo le strade e i boschi alla ricerca di qualche indizio che annunciasse l'approssimarsi dell’esercito tanto temuto.
I generali studiavano la sistemazione dei soldati, le scorte di cibo, la possibile durata dell’assedio e il rifornimento di acqua. Erano indaffaratissimi nel loro lavoro.
Re Qaletas aveva tenuto un discorso agli abitanti rassicurandoli sulla forza dell’esercito elfo.
Intanto erano stati inviati da Serovor dei messaggeri con richieste di aiuto presso i nani di Kandras e gli uomini che vivevano ad Antelia e ad Arcadia. Soprattutto il presidente confidava nell’invio di rinforzi da parte di Nion, il padre di Kor. La loro amicizia si era consolidata negli anni e ora Serovor era fiducioso nell’aiuto del Capo del Consiglio di Arcadia.
Una mattina, Serovor, accompagnato da Elissa, Sindor e Stoves si recò in visita ai fabbri della città che stavano provvedendo ad armare i combattenti.
Ad ogni ora del giorno si sentivano i colpi inferti da quegli armaioli al grezzo acciaio per modellarlo in strumenti e armi.
- Vedo che sta facendo un buonissimo lavoro, - disse affabilmente il presidente a uno di quei fabbri.
- Sto solo compiendo il mio dovere, - disse l’elfo, che stava oliando alcune armi.
Poi Serovor si rivolse ad Elissa.
- Cosa te ne sembra? - le chiese.
- Ogni freccia in più che avremo da scagliare contro gli orchi sarà estremamente utile, - commentò lei.
Stoves intanto stava giocando con alcuni coltelli che aveva trovato in una cesta. Era incuriosito dalla foggia di quelle lame.
- Sta attento, - gli disse il fabbro, - potresti farti male.
Ma lo gnomo continuò imperterrito a curiosare, fino a quando Sindor, spazientito, gli si avvicinò e lo trasse a forza lontano dalla cesta.
- Stai qui e non disturbare il fabbro! - gli ordinò.
- Ma io senza fare niente mi annoio. Tantris aveva promesso che oggi mi avrebbe portato sulla torre di vedetta, ma stamattina si è svegliato presto e se ne è scappato subito. Sai dove è andato?
- È stato invitato da Erinna a visitare i giardini di re Qaletas. Lo rivedrai stasera. Per ora devi stare con noi.
- Va bene, - disse lo gnomo, imbronciato.
Ma dopo poco, mentre Sindor stava parlando con Serovor, sicuro di non essere visto, ritornò a curiosare nella cesta dei coltelli.

* * *

Tantris ed Erinna stavano passeggiando nel giardino di re Qaletas. Era quello un giardino rigoglioso, dove si potevano osservare molte specie di fiori esotici, dove un laghetto artificiale permetteva di vedere alcuni pesci di variegate colorazioni che si accostavano alla riva non appena notavano avvicinarsi dei visitatori che potessero dar loro del cibo.
Lo sguardo di Erinna era triste, ammirava sconsolata quella natura fresca e graziosa che la attorniava, mentre illustrava a Tantris le varie specie vegetali che sua maestà in persona aveva voluto per quell’angolo di ristoro e contemplazione.
Tantris era affascinato dalla conoscenza dell’elfa, sapeva che fin da bambini gli elfi erano edotti sulla conoscenza della natura, ma non si aspettava che tale conoscenza fosse così approfondita. Erinna era in grado di elencare le caratteristiche di ogni pianta, e spiegando al contempo al ragazzo il luogo d’origine e il clima preferito. Tantris ascoltava attento quelle descrizioni, cullato dolcemente dalla voce musicale della ragazza.
Poi però lei smise di parlare e fissò perplessa e turbata il laghetto al centro del giardino.
Tantris notò subito quel turbamento.
- Cos’hai? - le chiese.
- Niente, - diss’ella. - Sto solamente pensando a Leanna.
Tantris si fece pensieroso. Poi disse:
- Tua sorella era una ragazza molto forte. Ha scelto lei di venire in missione con noi, ben cosciente dei pericoli ai quali si esponeva. Voleva combattere perché credeva fermamente in ciò che faceva. Ed io penso che se lei fosse qui ci esorterebbe a combattere, a non rassegnarci, a difendere strenuamente la felicità che ci siamo costruiti in anni di fatica.
- Conosco bene il carattere di mia sorella, - rispose Erinna. - So che era molto forte, giudiziosa ma ferma nelle sue risoluzioni. E mi manca tantissimo la sua saggezza e il suo buon consiglio. E stata molto dura per me superare questa perdita. Ma ancor di più lo è stato per mio padre. Anche se esteriormente sembra incurante della sventura capitatagli, intimamente il suo cuore palpita di afflizione per la sua cara figlia. La serenità della nostra famiglia è stata scossa nelle fondamenta. Adesso mio padre ripone solo in me tutte le sue speranze per il futuro della nostra casata. Ed io non so se sarò in grado di mantenere le premesse.
Tantris la fissò comprensivo.
- Ma più dei miei problemi personali, - continuò lei, - mi affligge vedere l’ondata di sofferenza che sta colpendo la mia gente. E soprattutto sapere che questa sofferenza aumenterà per colpa di un elfo nostro fratello. Quante famiglie si troveranno nella mia stessa situazione, nella necessità di compiangere la perdita dei loro cari? Quanto dolore sopporterà ancora Linnesti prima di poter riemergere dal baratro della guerra?
Tantris le prese la mano stringendola tra le sue.
- Purtroppo l’ignoranza di pochi porta sventura ai più, - disse il giovane. - Deindres ha tanto studiato, ha tanto appreso, ma rimane sempre un essere senza coscienza, senza vera cultura. Egli antepone la sua bramosia di potere e il suo desiderio di vendetta alla pace e alla serenità di un’intera terra. Ignora le sofferenze che genererà nelle persone da lui colpite, oppure le conosce ma non vi riflette. Ma noi non possiamo sondare i meandri della contorta mente dell’Elfo Reietto. Sappiamo che egli è una minaccia per la nostra vita, e perciò dobbiamo combatterlo.
Erinna lo fissò dubbiosa e afflitta.
- Ma riusciremo a vincerlo? - chiese incerta.
- Penso che ci impegneremo con la massima energia per ottenere la vittoria. Inoltre ho fiducia in Tandor e Kor. Sono andati alla Biblioteca Ancestrale per compiere una missione e io confido che ci siano riusciti. Tandor è un mago molto potente, e indipendentemente da quanto possa aver trovato alla Biblioteca, so che la sua presenza può da sola decidere l’esito della guerra. Il suo potere magico è molto forte, tanto quanto la sua conoscenza. Se esiste un modo per battere l’Elfo Reietto, Tandor lo troverà.
- Hai fiducia in lui, - constatò Erinna.
- Ho imparato a conoscerlo. Ma soprattutto so che Kor si fida di lui. E io mi fido molto del giudizio di Kor.
- Sei molto attaccato a lui?
- È uno dei mie due più grandi amici. Lui e Sindor sono stati praticamente la mia famiglia. Avevo anche un amico che era come un fratello per me, ma è morto.
- Perché è morto? - chiese la ragazza.
- Per colpa di Deindres. E per questo io combatto contro di lui.
Erinna strinse la mano di Tantris. Avevano qualcosa che li accomunava. Avevano perso tutti e due una persona a loro molto cara.
Passeggiarono ancora un po’ nel giardino, poi si lasciarono, dandosi appuntamento per il giorno seguente. Tantris doveva vedere ancora molto di Linnesti.

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