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L'esiliato - Capitolo 11
Titolo: L'esiliato - Capitolo 11
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

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Capitolo Undicesimo


Elissa e i suoi compagni il giorno dopo si svegliarono presto per recarsi a casa di Serovor. Quando vi giunsero, il Presidente del Consiglio era già sveglio e li stava attendendo nella sua sala. La moglie li introdusse nella stanza e disparve subito.
- Come va? - chiese l’amazzone appena ebbe veduto il volto grigio dell’elfo.
- Abbastanza bene. Devo essere in forma per la seduta odierna del Consiglio. I miei problemi personali non debbono entrarvi.
- Quando dobbiamo andare? - domandò Tantris.
- Tra mezz’ora dobbiamo essere nella sala delle riunioni. Sarà meglio affrettarci. - Serovor, detto questo, si alzò dalla sua poltrona e chiamò la moglie.
- Laren, - le disse, - oggi la discussione che si terrà al Consiglio sarà probabilmente lunga. Forse rientrerò tardi per il pranzo. Tu ed Erinna non aspettatemi per mangiare.
Laren, sua moglie, assentì col capo. Poi Serovor continuò: - Adesso dobbiamo andare, - riferì.
- Dovrete parlare di Deindres? - gli chiese lei.
- Sì, purtroppo.
La moglie chinò il capo, scura in volto. Sembrava essere turbata da quell’affermazione.
Il marito le si avvicinò e le posò una mano sulla spalla. - Non ti preoccupare, - sussurrò. - Risolveremo la questione.
Laren fissò i suoi occhi verdi su quelli azzurri di Serovor. Uno sguardo di languida intimità e di rassicurazione da parte di lui rasserenò i lineamenti della moglie.
Poi Serovor si riscosse e si rivolse agli altri.
- Bene, andiamo, - disse risoluto.
E uscì dalla stanza per recarsi alla porta, imitato da Elissa e i suoi.

* * *

L’edificio che fungeva da sede per le udienze del Consiglio degli elfi era imponente. Guglie acuminate ne cingevano la sommità, mentre sculture riecheggianti tempi lontani ne adornavano l’entrata. Una serie di bandiere multicolori riportavano gli stemmi di tutte le casate di Linnesti rappresentate nel Consiglio cittadino. Su tutte le effigi spiccava per ampiezza e qualità, la bandiera di re Qaletas, con il suo disegno di drago dorato con lo scettro della sovranità fra le fauci dispiegate.
Molti soldati, vestiti in alta uniforme, con pennacchi e decorazioni che contornavano la figura austera, erano di guardia all’entrata. Il loro sguardo era indeciso quando videro approssimarsi Elissa e i suoi compagni umani, ma soprattutto erano stupiti di vedere uno gnomo da quelle parti. Ma la vista di Serovor fra quella compagnia rasserenò un poco gli animi di quelle sentinelle.
- Chi desidera entrare? - domandò una delle guardie, proferendo così la domanda di rito che veniva posta a tutte le persone, anche conosciute ed eminenti come Serovor.
- Sono Serovor, - disse lui formalmente, - della casata degli Estrudes, Presidente del Consiglio di Linnesti, e Primo Consigliere di re Qaletas.
Poi continuò, in maniera meno formale: - E questi sono i miei amici: Elissa, amazzone al servizio del mago Tandor, Tantris e Sindor, amici del fidanzato di mia figlia Leanna, e Stoves, lo gnomo rinnegato dal suo popolo.
- Bene, - disse la guardia compita, - potete entrare.
Il gruppo varcò così la porta di legno massiccio che separava la strada dalle discussioni importanti e vitali che si tenevano in quell’edificio.
Percorsero vari corridoi, guidati da Serovor che ormai conosceva perfettamente tutta la struttura come se fosse casa sua. Infine varcarono una porta e si ritrovarono nella sala delle udienze.
Quando entrarono, videro che tutti i rappresentanti delle maggiori famiglie della città erano già presenti e seduti ai loro posti. Appena Serovor varcò la soglia, seguito da Elissa, il silenzio scese tra quegli anziani consiglieri.
- Benvenuto, - lo accolse Aleanos, Vice Presidente del Consiglio e suo amico. - Il re non è ancora giunto.
Serovor assentì e si diresse a capo dell’ampia tavola su cui erano posate brocche d’acqua e alcuni dolci che probabilmente erano serviti per la colazione di molti dei presenti. Poi si sedette a presiedere la riunione, mentre venivano aggiunte delle sedie per permettere a Elissa, Tantris, Sindor e Stoves di mettersi vicino alla loro guida.
Il parlottio, che era cessato alla vista dei nuovi entrati, ora riprese più forte e concitato, mentre Serovor attendeva pazientemente che arrivasse re Qaletas per poter iniziare il dibattimento.
Quasi tutti i consiglieri nella sala erano già stati informati su chi fossero le persone che avevano accompagnato il loro presidente, e i pochi che ancora non erano a parte del segreto lo divennero dopo quella entrata in scena.
Elissa era silente e fissava i volti severi di molti fra quegli elfi importanti nella scala gerarchica di quella terra. Tantris era un po’ impaurito per quanto avrebbero dovuto dire a quel popolo fiero e orgoglioso, temeva che, anche se appoggiati dal loro presidente, quei consiglieri, e soprattutto re Qaletas, non avrebbero compreso a pieno l’entità della minaccia che incombeva sulla loro città. Sindor invece era contrariato, poco propenso a credere nell’ampiezza di vedute di quel popolo. Stoves giocherellava con una penna che aveva trovato sul tavolo, e si era tutto sporcato di inchiostro, tanto che Serovor dovette mandare il suo vice Aleanos a prendere una spugna per pulirlo.
Dopo che fu trascorso qualche minuto, giunse nella sala, annunciato da un lacché in uniforme, re Qaletas. Costui era un elfo non più giovane, poco più vecchio di Serovor. Era alto, slanciato, e il suo viso, nonostante mostrasse i segni indelebili dell’età, era ancora affascinante, severo ma dal sorriso dolce che rilassava i lineamenti, maestoso e amichevole al tempo stesso. Era vestito con l’uniforme delle manifestazioni ufficiali, con un ampio mantello che gli scendeva dalle spalle, con scarpe di elevata foggia, bianche come il mantello. Il suo petto era invaso dalle mostrine e dalle decorazioni, con spille e disegni intessuti. Le spalline erano foderate e di velluto.
Si sedette placidamente all’altro capo della tavola, opposto a Serovor, in un seggio che spiccava sugli altri per altezza. Tutti i presenti erano stati in piedi fin da quando Qaletas era comparso nella sala, e si sedettero solo quando anche il re fu assiso.
- Apro ufficialmente la seduta nel giorno Trentacinquesimo dall’inizio dell’Estate, come richiestomi dal Presidente Serovor per parlare di una questione che riguarda e Linnesti, e l’Ifrigea intera, per la generazione attuale e per quelle che verranno.
Con un iniziò così altisonante, tutti erano stati in profondo silenzio, un silenzio quasi palpabile.
Poi continuò con un tono più ufficioso.
- A te la parola, amico Serovor.
Il presidente si alzò in piedi e si mise a camminare per la sala, pensieroso, poi iniziò a parlare.
- Signori, colleghi, vi prego di udirmi senza interrompermi prima di porre i vostri quesiti. Cercherò di essere conciso e di andare subito al dunque. Due giorni fa, la qui presente Elissa, una guerriera umana che combatte al servizio di quel mago Tandor che forse qualcuno di voi conoscerà, venne a casa mia. La accompagnavano Tantris e Sindor, i due giovani uomini che vedete adesso al suo fianco, e lo gnomo Stoves. Recavano con loro cattive notizie per la mia famiglia, ma soprattutto erano venuti ad annunciarmi un pericolo che incombe sulla nostra terra, e quando dico così non mi riferisco solamente a Linnesti, ma a tutta l’Ifrigea, come vi ha riferito il nostro re.
Si udirono alcuni borbotti di stupore nella sala.
- Alcuni di voi sono troppo giovani per saperlo, ma poco più di trent’anni fa, un elfo, di nome Deindres, fu sorpreso mentre compiva alcuni incantesimi proibiti. Aveva appreso da antichi libri la Scienza Arcana che aveva distrutto i nostri fratelli elfi neri di Samovar. Lo diffidammo formalmente dall’intraprendere nuovi esperimenti, e gli proibimmo di approfondire la magia oscura.
Serovor fece una pausa ad effetto, concentrando l’attenzione dei presenti, poi riprese a parlare.
- Ma quel giovane ancora inesperto e ribelle continuò nei suoi studi disinteressandosi dei nostri accorati richiami alla ragione. La sua perizia crebbe a dismisura, e con essa la sua pericolosità. Quando venimmo a sapere che non aveva ottemperato ai nostri ordini, giungemmo a casa sua senza preavviso e lo cogliemmo sul fatto, mentre stava rintanato in cantina a portare avanti i suoi esperimenti.
- La nostra decisione fu tanto irrevocabile quanto difficile da concordare fra tutti. Dopo una seduta del consiglio turbolenta, nella quale i pareri contrari e le idee opposte cozzavano l’una con l’altra inconciliabilmente, stabilimmo infine con larga maggioranza che Deindres sarebbe stato allontanato dalla nostra città, in perpetuo esilio dalle terre in cui era nato.
Serovor fissò il suo sguardo negli occhi di re Qaletas prima di proseguire.
- Come voi tutti ben sapete, questa decisione ha un solo precedente. Quella riguardante l’elfo rinnegato Fiesolas.
- Ognuno di noi sa come andò a finire con quel nostro nemico mortale, e tutti sanno che la vittoria che abbiamo ottenuto contro le sue armate è stata possibile solo grazie alla congiunzione di forze tra elfi, uomini e nani.
- Ebbene, - disse fra lo stupore generale, - ora un nuovo pericolo, rappresentato dalla persona di Deindres, viene a turbare la nostra quiete. Deindres, il nuovo Elfo Reietto, ha continuato lontano da noi i suoi esperimenti con la magia oscura ed è divenuto un potente mago votato al male. Da vari anni sta elaborando un piano per ottenere vendetta sulla nostra città, e sta da lungo tempo organizzando truppe di orchi e gnomi malvagi per rendere possibile il suo intento.
- Vuole distruggere Linnesti, - affermò Serovor, fra la costernazione generale dei consiglieri.

* * *

Molti rappresentanti balzarono in piedi con un vociare frettoloso.
- Non è possibile! - gridarono i più.
- Assurdo! - disse qualcuno.
Re Qaletas si alzò in piedi.
- Signori! - si impose con la sua voce stentorea. - Riacquistiamo la calma e la compostezza, per favore.
Lo strepito che si era creato nella sala si quietò. Tutti rivolsero il loro sguardo al loro sire.
- Quanto dice Serovor è né più né meno la verità, - affermò questi. - A quel tempo ero ancora giovane, ma ricordo come se fosse oggi la burrascosa seduta del consiglio in cui venne presa la funesta decisione. Per me fu un colpo durissimo. Conoscevo bene Deindres. Vi fu un tempo in cui eravamo amici. Vederlo così decaduto ai miei occhi, conoscere le sue mire malvagie, mi spezzò il cuore molto più dell’esilio che gli imponemmo. E tuttavia tutti concordarono alla fine che era una misura necessaria.
- Perché Deindres non fu internato nelle prigioni? - chiese un giovane rampollo di un’antica casata.
Rispose Serovor.
- Quale crimine potevamo ascrivergli? - domandò retoricamente. - Non aveva ucciso nessuno. E voi ben sapete che le segrete contengono unicamente i criminali più incalliti. Non c’era posto dove Deindres potesse esser messo. Commettemmo lo stesso errore che permise a Fiesolas di armare un suo esercito e di sfidare il nostro orgoglio e la nostra pace. Fummo ciechi in quella occasione tanto quanto lo fummo nel caso di Deindres.
- Perché in questi lunghi anni non si è mai sentito parlare delle sue imprese? - domandò Aleanos, il vice presidente del Consiglio.
Elissa rispose a questa domanda anticipando Serovor.
- Il nuovo Elfo Reietto è stato sempre attento a non farsi scoprire. Ha complottato contro di noi tenendosi ben nascosto. Alcune storie sono giunte fin qui, ma la maggior parte della gente non vi ha fatto caso.
- A cosa ti riferisci in particolare? - chiese un membro anziano.
- Ai racconti sugli esseri deformi che vivono nei pressi dei boschi di Eldor.
- Andiamo, tu credi a quelle storielle?
- Ci credo perché sono vere, - controbatté Elissa. - E poi, non vi siete accorti del costante abbassamento dell’umore della vostra popolazione? Non vi siete accorti che sono comparsi nuovamente i suicidi fra la gente?
- Come possiamo mettere in correlazione questi fatti con il pericolo che vai paventando? - domandò un altro consigliere, più giovane.
- La potenza magica di Deindres, - rispose l’amazzone, - è arrivata a un tal punto di maestria che egli può incutere il timore e il dolore anche a distanza, unicamente con il suo potere mentale. I miei amici Sindor e Tantris ve lo potranno confermare, parlandovi del cammino che hanno compiuto per venire fino a voi. E se non bastasse la loro parola, anche Stoves potrebbe dirvi che Deindres ha ammassato un esercito di orchi e gnomi a Tamalas. È sicuramente già salpato, forse anzi le sue truppe stanno già sbarcando a Samovar.
- E noi dovremmo credere alla parola di uno gnomo? - disse un altro membro anziano, sarcasticamente. - Credi che in noi non sia più vivo il ricordo di quanto gli gnomi hanno fatto un secolo fa?
- È proprio perché in voi questo ricordo è così intenso che dovete correre ai ripari e approntare un esercito che difenda la città. E sarà anche necessario inviare messaggeri ad Antelia e ad Arcadia per chiedere agli umani di inviare guarnigioni che combattano al vostro fianco per difendere le nostre terre.
- È improbabile, - disse un canuto consigliere. – Noi non chiederemo aiuto agli uomini. Non abbiamo ancora stipulato un’alleanza con voi, - argomentò, rivolgendo il suo sguardo dispregiativo verso Elissa.
- Non solo dovete chiedere aiuto agli umani, - continuò lei, incurante, - ma anche ai nani.
Un coro di proteste si levò nella sala.
- Impossibile! Semplicemente impossibile!
- Assurdo!
- Sei per caso pazza?
- Non sono pazza, - disse Elissa, rivolta a tutti, - vi sto solo dicendo la verità. Avrete bisogno di qualsiasi aiuto, di qualsiasi forza disponibile per poter contrastare Deindres.
Alcune risate si alzarono dai membri anziani.
- I nani, giusto loro ci mancavano!
- Che idiozia! - disse qualcuno.
- Signori, - si levò nuovamente la voce di re Qaletas, - vi prego di mantenere un contegno appropriato.
Intervenne poi Serovor.
- Riveriti compagni, io credo alle parole della guerriera. Ho già perduto mia figlia per colpa dell’Elfo Reietto, non voglio perdere ciò che mi rimane.
Qualche borbottio accolse questa affermazione.
- E il momento di chiudere la seduta, - disse Qaletas recisamente. - Abbiamo bisogno di tempo per poter deliberare saggiamente. Aggiorniamoci a domani mattina per prendere una decisione definitiva e irrevocabile sul nostro futuro.
Tutti si alzarono in piedi, mentre il re usciva dalla sala. Poi i rappresentanti si raccolsero in piccoli gruppi per continuare a discutere, uscendo alla spicciolata.
Rimasero solo Serovor ed Elissa con con il suo gruppo.
- Si convinceranno? - chiese l’amazzone.
- Non lo so, - rispose il presidente. - Spero sinceramente che la loro testardaggine e il loro pregiudizio si possa superare. Comunque questa sarà una giornata molto lunga: dovrò recarmi presso i rappresentanti di tutte le maggiori casate di Linnesti. Devo fare opera di proselitismo.
Detto questo, Serovor lasciò la stanza, mentre Elissa stava ancora soppesando quelle parole.

* * *

- Cosa facciamo adesso? - chiese Tantris, rivolto agli altri del gruppo.
- Penso sia ora del pranzo, - affermò Sindor.
- Sì, sì, andiamo a mangiare, - ingiunse Stoves. - Ho una tale fame!
Tutti fissarono Elissa che si affrettò a rispondere.
- Va bene. Non abbiamo più nulla da fare qui. Adesso ci penserà Serovor a convincere i rappresentanti delle maggiori famiglie della città. Dunque possiamo andare a pranzare. Poi magari rientreremo nelle nostre stanze a riposarci qualche ora prima di rincontrare Serovor questa sera.
Così si diressero nuovamente alla locanda dove abitavano momentaneamente. Quando giunsero sulla soglia già si percepivano gli effluvi provenienti dalla cucina. Un profumo stuzzicante, che invitava a rinfocillarsi con voracità di quelle cibarie.
Si sedettero al loro solito tavolo e attesero che le portate fossero servite.
Fu portato una zuppa di cereali con farro e miglio. Elissa si limitava a sorseggiare pensosamente quel piatto caldo, mentre Sindor e Tantris mangiavano di buon gusto. Stoves era quello più affamato: divorava letteralmente quello che aveva davanti e, dopo la seconda porzione, ne arrivò ad ordinare addirittura una terza.
- Non credi di esagerare? - gli chiese Tantris preoccupato.
- Ho fame, - rispose lo gnomo. - Molta fame.
Furono poi servite delle patate fritte e delle polpette di tofu. Stoves mangiò almeno una ventina di quelle polpettine, mentre prendeva a piene mani dal vassoio delle croccanti patatine. Elissa non si curava di quanto inghiottiva: spizzicava tutto senza proferir motto. Tantris si era già riempito di quelle gustose cibarie e si limitò a veder gli altri mangiare. Gli unici due a continuare erano Sindor e Stoves. Ma mentre il primo era di costituzione robusta e aveva necessità di saziare il suo buon appetito, il secondo era assai piccino fisicamente e sembrava impossibile che uno stomaco minuto come il suo potesse trangugiare tutte quella roba.
- Stoves, - disse Tantris, - forse è meglio che ti fermi. Non vorrei che dopo stessi male.
- Non starò male, - affermò sicuro lo gnomo, - solo ho molta fame.
- Sarà bene per te di non star male, - gli disse Sindor. - Visto che deve convivere in una stanza assieme a te non voglio poi sorbirmi i tuoi lamenti.
- Nessun lamento, - disse risoluto Stoves.
Anche Sindor cedette il passo e smise di mangiare. Si era riempito a sufficienza anche lui.
Ma lo gnomo continuava imperterrito: arrivò anche una macedonia di frutta che Stoves agguantò subito e della quale si ingozzò senza sosta. La sua pancia si era ingigantita con tutti quei rifornimenti speziati e ora spuntava da sotto la giacca.
Finalmente anche lui si fermò a contemplare i resti del suo attacco. Portate su portate erano state spazzate via dalla sua famelica ingordigia. Poco rimaneva di ancora commestibile su quella tavola.
- Sono un po’ stanco, - disse Tantris. - Mi ritiro in camera per dormire un poco.
- È meglio che tutti noi ci riposiamo un poco, - affermò Elissa. - Dobbiamo essere in forze per questa sera quando andremo da Serovor che ci farà il resoconto di quanto ha saputo. Buon riposo.
L’amazzone insieme al giovane se ne andarono insieme nella loro stanza. Sindor trascorso qualche minuto, iniziò anche lui a salire le scale, seguito a breve distanza da Stoves.
- Sai, - disse Stoves, - mi fa un po’ male la pancia.
- Stai zitto! - sibilò il giovane. - Ti sei rimpinzato come un orso delle montagne e ora mi vieni a dire che stai male! Ti avevamo avvertito.
- Sì, ma ora io sto male.
Sindor spazientito accelerò il passo, ma lo gnomo gli tenne dietro. Entrarono nella loro stanza e ognuno si sdraiò nel suo letto.
Sindor era stanco. Entrò ben presto in uno stato di torpore che precedeva il sonno. Ma, prima che la stanchezza velasse finalmente i suoi occhi, fu risvegliato da degli urletti agitati.
- Ohi, ohi, ohi, - si lamentò Stoves. - La mia povera pancia.
- Taci, stupido gnomo, - disse Sindor, intontito dalla stanchezza. - Voglio dormire.
- Ahi, Ahi, - replicò quello. - Non posso star zitto. Mi fa tanto male!
- Sei proprio un imbecille, - proferì Sindor stizzito. - Tu e la tua fame da idiota.
- Ahi, ahi, ohi, - replicò lo gnomo.
E Sindor, che ormai si era completamente svegliato, prese un altro cuscino e se lo mise sopra la testa, a mo’ di panino, cercando di attutire il rumore del suo compagno. Ma anche quel rimedio non risultò molto efficace. Perciò il giovane si rassegnò a malincuore a sopportare quei lamenti odiosi.
Riuscì a prender sonno solo molto tempo dopo.

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