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L'esiliato - Capitolo 10
Titolo: L'esiliato - Capitolo 10
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
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Capitolo Decimo


- Siamo arrivati, - disse Tandor.
- Cosa? - chiese stupito Kor.
Erano di fronte a una parete di roccia, sul crinale di un monte. Non si scorgeva nessuna abitazione vicina. Non c’erano pascoli, né animali; il panorama era brullo e spoglio. Niente di niente che avesse l’apparenza di esser stato creato dalla mente di qualche razza intelligente.
- Dicevo che siamo arrivati a Kandras, - reiterò il mago.
- Io non vedo nemmeno lontanamente come qui possa essere la città dei nani.
- In effetti non siamo proprio nella città, - si schermì Tandor, - siamo giunti solo a una delle possibili entrate.
Kor si guardò intorno con circospezione. Poi, credendo a un cattivo scherzo del compagno, rispose: - Io non vedo nessuna porta.
Allora il mago premette una protuberanza che sporgeva dalla parete abbastanza liscia e levigata, e subito la roccia si levò, scricchiolando, gemendo, lasciando intravedere una minuta entrata nella montagna.
Il ragazzo rimase sbalordito da quell’evenienza che non aveva nemmeno contemplato. Non avrebbe mai pensato che la magia di Tandor arrivasse a smuovere le montagne. - Non credevo che fossi così potente, - gli disse.
- Questa non è magia, - affermò il mago. - È solamente un esempio dei meccanismi creati dai Progenitori. - Poi continuò. - In effetti ben pochi oltre a me e il generale Vondra dei nani conoscono questo pertugio che permette di entrare a Kandras. E, pensandoci bene, è meglio che sia così.
Kor lo seguì dentro il cuore della montagna. Era molto buio dentro quegli umidi corridoi, ma il mago accese una fiaccola che emetteva bagliori azzurri e che permise loro di procedere speditamente.
- I nani vivono ormai da generazioni all’interno di queste montagne, - stava dicendo Tandor. - Non riesco ancora a capire come si possano essere abituati a vivere costantemente nell’ombra delle loro cavità.
- Non escono mai? - chiese Kor.
- Anche i nani si muovono spesso, alcuni di loro sono viaggiatori. Ma il vero nano preferisce rintanarsi nei cunicoli, sotto metri e metri di rocce e terra.
- Come fanno per mangiare?
- Coltivano la terra, come tutti. In effetti esiste una classe sociale che si dedica unicamente a questo compito. Vengono chiamati nani della luce, perché vivono sempre sotto i chiari raggi del sole. Ma gli altri nani lo considerano un lavoro avvilente, o peggio miserabile, anche se poi non si tirano indietro quando devono mangiare i frutti della terra. Comunque una parte delle colture viene effettuata direttamente dentro alle montagne.
- Al buio? - chiese Kor stupito.
- No, - spiegò il mago. - I Progenitori crearono dei monumentali impianti di illuminazione prima della loro dipartita dal mondo. Proprio sotto queste montagne vi era anticamente una grande costruzione che illuminava ampie sale, nelle quali i Progenitori portavano avanti le loro conoscenze oscure. È quindi solo in queste alture che i nani possono vivere, se desiderano veramente annidarsi nel cuore della terra.
Il ragazzo era interessato a quelle informazioni. Tutto ciò che riguardava i Progenitori lo affascinava, e purtroppo di loro si sapeva così poco.
- Ora che siamo giunti a Kandras, cosa dobbiamo fare? - cambiò discorso Kor.
- Siamo venuti qui per parlare con il generale Vondra, - riferì Tandor. - Presumo sia a capeggiare il Consiglio, come gli accade sempre in tempo di pace.
Mentre camminavano, giunsero ad una sala assai ampia, imponente. Una luce molto intensa proveniva dal soffitto, quasi solare, una luce che non poteva esser stata creata da nessun fuoco conosciuto. Era probabilmente quella luce artificiale di cui parlava Tandor. Kor rimase abbagliato da quell’intenso chiarore dopo la semioscurità in cui erano stati immersi, perciò si coprì il volto con le mani. Quando poi i suoi occhi si furono abituati, guardandosi intorno vide che c’erano molte case, strane abitazioni dai profili regolari e tutte simili fra loro. Ma non si scorgevano nani per le strade.
- Come mai non si vede nessuno? - chiese Kor.
- I nani sono un popolo strano: passano tutto il giorno a scavare nuove gallerie e nuove sale, oppure a costruire complicati meccanismi di leve e ruote dentate per migliorare la loro produttività. Ma, vivendo al buio, ormai non dormono più un lungo sonno notturno come le altre razze. Si sono abituati a spezzare il sonno giornaliero in due tronconi, per cui subito dopo pranzo si assopiscono per più di quattro ore, mentre la notte per loro dura solo tre ore. Ora hanno finito di pranzare da qualche tempo, e sono tutti a letto. - Il mago rifletté un attimo. - Quasi tutti, in effetti. Perché il Consiglio a quest’ora si riunisce per deliberare sulle varie questioni della città. Probabilmente non vogliono sprecare neanche un ora di fruttuoso lavoro nelle gallerie, e hanno deciso di discutere i loro problemi quando gli altri sognano.
Intanto si stavano approssimando ad un ampio edificio che svettava sugli altri per imponenza. Le sue pareti erano di muratura grezza, come le altre case, del resto, ma era riccamente decorato con effigi e stemmi, mentre alcune sculture di orsi facevano da sentinella all’entrata. Una grande bandiera pendeva conficcata nel muro di fronte, e su di essa era disegnata l’immagine che rappresentava la razza dei nani, una montagna innevata rischiarata da un lampo.
Due guardie erano immobili all’entrata dello stabile; vigilavano attentamente anche se non c’era nessuno per le strade che potesse entrare.
Kor e Tandor, che erano nascosti da alcuni casamenti, emersero improvvisamente dalla strada e furono subito visti dalle due sentinelle. Il viso dei due soldati cangiò subitaneamente espressione e passò dal serio impegno alla sbalordita costernazione.
Due uomini a Kandras!
Le guardie attesero sconcertate che Tandor e Kor si avvicinassero. Tandor camminava risoluto, quasi baldanzoso verso i due nani.
- Chi siete? - li ammonì uno dei due.
- Io sono Tandor, mago istruito presso la Biblioteca Ancestrale. E questo è il mio compagno. Desidero parlare con il generale Vondra.
Le sue parole erano state ferme e recise. Ma le due guardie scoppiarono in una fragorosa risata.
- E tu allora vorresti parlare con il generale? Non sappiamo chi siate e avete la presunzione di sottoporci questa richiesta. Assurdo, - concluse il soldato che sembrava essere più alto in grado. - Qui non tira aria per voi, il Consiglio sta deliberando, e non ha tempo per due umani come voi. Potreste anche essere delle spie. Dvroc, - disse rivolto all’altro, - ammanettali. - Vi porteremo in cella e poi, col tempo chiederemo a qualcuno cosa dobbiamo farne di voi.
Uno dei due nani si accostò a Kor.
- I nani sono sempre stati scontrosi e burberi, - confidò Tandor, rivolto all’amico. - Speravo che dall’ultima volta in cui li avevo visti fossero un po’ migliorati.
Kor non aveva nessuna intenzione di essere portato in un cella, per cui si apprestò a combattere. Ma la situazione fu risolta in un attimo con un gesto noncurante del mago.
Tandor gettò una piccola sfera di un coloro grigio opaco verso il suolo, vicino alle due guardie. Appena questa toccò terra, immediatamente una nube fosca e densa scaturì ad avvolgere i due nani che subito iniziarono a tossire violentemente. I loro accessi quasi li soffocavano mentre erano alla ricerca spasmodica di aria pura.
- Seguimi, - disse concitatamente Tandor a Kor, il quale era rimasto stupefatto da quella scena. Il mago, notando il suo sbalordimento, sibilò sardonicamente: - magia!
Il ragazzo si riprese e seguì l’altro dentro il palazzo, mentre i nani continuavano a tossire immersi nella nube che si andava diradando.
- Ne avranno ancora per un’ora, ma dopo rimarrà solo un po’ di nausea, - disse Tandor.
I due camminarono attraverso alcuni corridoi, immersi nel silenzio e rischiarati unicamente da alcune lampade ad olio appese alle pareti. Infine iniziarono ad avvertire delle voci che sembravano parlare animatamente alla loro sinistra.
- Siamo quasi arrivati, - disse Tandor. - I nani purtroppo hanno una predilezione per gli edifici labirintici.
Sorpassarono una porta in legno massiccio che fortunatamente non era chiusa. Le voci si facevano sempre più distinte.
- Ti dico che dobbiamo ancora proseguire a scavare a Nord, - si udiva in lontananza.
- Le tue sono stupidaggini, - gli rispose un altro. - Se vogliamo che le due gallerie si incontrino, i miei calcoli dicono che dobbiamo andare a Nord-Est.
Sembrava che al consiglio stessero litigando sonoramente. Tandor giunse di fronte a una porta intarsiata e, senza farsi tanti scrupoli, la spalancò di colpo e irruppe nella sala, tra la costernazione dei presenti.
- Generale Vondra, - disse il mago, - non abbiamo tanto tempo. Ci sono cose più impellenti di cui dovete discutere!
Un cupo silenzio accolse quella esclamazione. Poi finalmente si udì una voce che replicava.
- Tandor, quanto tempo è che non ci vediamo?

* * *

La persona che aveva parlato era Vondra. Il nano aveva ormai superato la soglia dei cinquant’anni, età che presso quel popolo denotava le persone riconosciute mature. Il suo volto sembrava già vecchio, grinzoso, ma agli occhi più attenti il suo sguardo era invece vigile, attento, scaltro e intelligente. Il suo corpo manifestava la stanchezza di mille battaglie, sebbene fosse ancora forte e agile. Una folta barba brizzolata gli incorniciava il volto e dava un tono rude e austero a una fisionomia già abbastanza severa.
Alcune guardie che presidiavano la sala prontamente si mossero verso gli intrusi con fare minaccioso. Ma bastò un cenno del generale perché ritornassero al loro posto.
Gli altri nani della sala, rappresentanti delle diverse fazioni della città di Kandras, si erano subito alzati in piedi quando all’improvviso Tandor aveva parlato. Molti non si erano ancora seduti e fissavano allibiti il mago e il suo compagno.
Un giovane nano, di nome Monroc, prese parola e si rivolse al generale.
- Sembri conoscerli, Vondra. Chi sono?
- Ho già visto altre volte Tandor, mago della Biblioteca Ancestrale, - gli rispose, - ma nemmeno io conosco la persona che è venuta insieme a lui.
- Io sono Kor, - disse fieramente il ragazzo, - figlio di Nion, Capo del Consiglio della città di Arcadia.
- Bene, abbiamo fra noi il rampollo degli umani, - disse acidamente un nano.
Molti dei presenti si abbandonarono ad una ironica risata.
- Bene, - disse Vondra, riprendendo parola. - Un mago e un fanciullo. E dimmi, Tandor, cosa sei venuto a fare qui a Kandras?
Il mago si eresse in tutta la sua dignità.
- Sono venuto ad avvisarvi, - rispose.
- Avvisarci di cosa? - si udì una voce derisoria.
- La vostra città è in pericolo, - soggiunse Tandor. - Probabilmente già tra pochi giorni sarà attaccata.
Si udì un coro di risate denigratorie. Solo con difficoltà Vondra riuscì a quietare gli animi per permettere a Tandor di continuare.
- Sentiamo, allora, quale sarebbe questo pericolo, - disse una voce sogghignante.
- Avete mai sentito parlare dell’Elfo Reietto? - domandò il mago.
- Me ne ha riferito il re Qaletas degli elfi, - replicò Vondra, - ma penso che le altre persone in questa sala non ne sappiano nulla.
- Fin da quando Samovar fu distrutta, - iniziò Tandor, - nessuno osò riportare alla luce la magia oscura degli elfi neri. Nessuno tranne Fiesolas, il malvagio elfo che tentò di conquistare l’Ifrigea un secolo fa. Ma credo che questo voi lo sappiate bene.
I volti di molti presenti si scurirono: tutti conoscevano la storia di Fiesolas e i morti che aveva causato al popolo dei nani.
- Dunque, - continuò, - in secoli di storia solo una persona è contravvenuta alle leggi che bandiscono la magia oscura. Ma purtroppo ora ve ne è un’altra.
Si alzò un vociare concitato tra le file di quegli alti ufficiali fra i nani.
- E chi sarebbe? - si udì da più parti.
- Deindres, - affermò il mago. - Un elfo che tre decadi fa è stato allontanato da Linnesti per il suo perverso interesse verso la Scienza Arcana.
Altro vociferare affrettato.
- Non se ne è mai saputo nulla, - disse Monroc, il giovane nano che per primo si era rivolto a Vondra.
- È naturale, - disse il mago. - Gli elfi non sono orgogliosi di quanto è successo. Già una volta con la loro imprevidenza hanno rischiato che Fiesolas conquistasse le nostre terre. E ora il pericolo tanto temuto si sta nuovamente concretizzando.
- Come mai gli elfi in questi trent’anni non ci hanno detto niente? - chiese un vecchio colonnello.
- Perché nemmeno loro sospettavano qualcosa di così grave, - gli rispose Tandor.
Sui visi dei presenti era impressa l’incredulità, e quasi tutti non si fidavano ancora di quanto diceva l’umano.
- E cosa sta facendo ora Linnesti? - chiese Vondra, dubbioso.
- Ho inviato dei miei messaggeri presso gli elfi per avvertirli. A quest’ora dovrebbero già approntare le loro difese.
- Come mai nessuno sa nulla di questa minaccia che tu dici essere così grave? - chiese Monroc.
- Perché Deindres è stato molto più attento a non farsi scoprire nei suoi piani. A differenza di Fiesolas le sue bande di orchi non hanno fatto scorrerie e saccheggi. Inoltre, gli elfi hanno cercato di stroncare sul nascere in Deindres la passione per la Scienza Arcana, ma non pensavano che potesse esserci un nuovo Fiesolas.
- Storie, storie e ancora storie, - disse Monroc. - La tua minaccia si basa sull’aria fritta!
- Non è assolutamente vero! - esclamò Kor. - Anch’io all’inizio non credevo a ciò che Tandor diceva. Ma ora sono stato convinto da quanto mi è accaduto. Siamo stati attaccati due volte dalle pattuglie di Deindres prima di poter giungere qui. Riporto ancora le ferite di quegli attacchi.
- Tu menti! - gridò un nano.
- No, è la verità. E se voi non vi preparate subito, sarà troppo tardi.
Subito la sala fu invasa da esclamazioni e parlottii, un brusio continuo che animava i nani presenti. Mille voci si udivano confabulare tra loro. Vondra cercò di richiamare il Consiglio al silenzio.
- Miei cari compagni, - disse, - Tandor ci ha spiegato quello che pensa. Ma dicci ancora una cosa, mago, che prove hai a sostegno delle tue idee?
La sala tacque istantaneamente. Certo, si chiedevano sdegnati quegli alti ufficiali, vediamo come risponderai.
Tandor abbracciò con un solo sguardo tutto l’uditorio, poi si rivolse a Vondra.
- Solo la mia parola, - disse.
Urla e schiamazzi accolsero quella risposta.
- La tua parola! - si udì da più parti, e quelle voci sputavano per terra mentre lo dicevano.
Il generale Vondra si concesse invece un risolino pacato.
- La tua parola, mago. Io ti conosco da lungo tempo, e so che in genere non menti. Ma so anche che un nano non si fiderà mai completamente di un uomo. Gli umani e gli elfi sono vicini a un accordo su larga scala, si vocifera che presto diverranno alleati d’armi. Quello che tu adesso vieni a dirci, sembra più un piano per sviare la nostra attenzione e permettere ai nostri nemici di attaccarci con la sicurezza della vittoria.
- Io non vi ho chiesto di dismettere il vostro esercito, - replicò Tandor, - vi sto anzi esortando a prepararlo a combattere.
- Tu, sporco umano, - sbottò irosamente Monroc, - vieni qui, eludi la nostra sorveglianza e pretendi di dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare?
- Il mio è solo un consiglio, - disse tristemente il mago. - Sono venuto da voi nella speranza che poteste ascoltarmi e convincervi del pericolo.
Molti risero sbeffeggiando quell'irreale minaccia.
- Stimi troppo la tua eloquenza, mago, - schernì Monroc.
- Comunque non preoccuparti, - interloquì Vondra, - ci stiamo già preparando militarmente. Il nostro esercito è già più che pronto ad affrontare gli attacchi che quegli stupidi elfi hanno già in mente di sferrare.
Un urlio di sfida da parte dei veterani accolse questa affermazione.
- Dunque, vedo che tutti sembrano d’accordo a non accettare i tuoi assurdi consigli, - disse Vondra. Penso non sia necessario mettere alle votazioni.
Un’acclamazione di consenso accolse questa decisione.
- Cosa ne facciamo di quei due? - chiese Monroc.
- Lasciamoli andare, - disse Vondra. - Non possono farci niente. Che raggiungano i loro fratelli e subiscano la sconfitta sul campo.
Le grida salirono alte nella sala. Un coro unanime di sfida si diffuse in quell’uditorio. Tandor e Kor non potevano opporsi alla cecità dei nani.
- Vieni, andiamocene, - concluse il mago rivolto al ragazzo. - Non possiamo fare più niente qui.
I due uscirono risolutamente dalla porta, tra la derisione generale.

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