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L'esiliato - Capitolo 09
Titolo: L'esiliato - Capitolo 09
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

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Capitolo Nono


La casa di Serovor era anomala secondo il gusto e la tradizione estetica degli elfi. Il suo era un popolo abituato allo sfarzo, alle sontuose decorazioni, ai particolareggiati arredamenti. Invece l’abitazione del Presidente del Consiglio era quasi modesta, intimista, senza fasto né spreco, senza abbellimenti che denotassero una ricerca spasmodica del bello. Era più vicina alle idee di lusso che si potevano riscontrare in città umane come Arcadia e Antelia. Elissa, abituata alla spartanità, si ritrovò più a suo agio in quella dimora di quanto non si sarebbe sentita se avesse visitato le case degli altri membri del Consiglio.
Serovor li introdusse in una stanza dove poterono sedersi comodamente su ampi divani, la sua sala delle udienze personale.
- Volete qualcosa da bere? - chiese l’elfo.
- Grazie, - si affrettò a rispondere Tantris, per prevenire il diniego di Elissa. - Vorrei proprio assaggiare il rinomato tè rosso del vostro popolo.
- Va bene, - disse Serovor e, accostatosi alla moglie, le domandò se poteva preparare una caraffa della bevanda.
- Dunque, - continuò poi, - avete detto che ci sono molte cose che dovete riferirmi. Adesso comunque la memoria mi viene in aiuto. Leanna mi aveva descritto con dovizia di particolari la sua vita ad Arcadia, e mi aveva anche narrato nelle sue lettere degli amici del suo innamorato Kor. Se non erro, le descrizioni che mi ha fatto degli inseparabili Tantris e Sindor sembrano coincidere con voi, - disse, rivolto ai due interessati. All’appello manca solo Monmir per completare il trio. Come mai non è qui con voi?
- I volti dei due umani si adombrarono visibilmente. Sindor fu il primo a rispondere.
- Monmir non è venuto perché è morto, - riferì flebilmente il giovane.
- Morto? - ripeté Serovor, interdetto. - Come può essere morto così giovane. Sicuramente deve essere stato uno sventurato incidente.
- Non è stato un incidente, - disse Sindor, cupo. - È stato un suicidio.
- Un suicidio! - esclamò Serovor, costernato. - Come può essere stato un suicidio? Nessuno si suicida più nella nostra società. È un evento inconcepibile nel nostro mondo. Almeno è così da generazioni. Quali motivi poteva avere per porre fine così violentemente alla sua esistenza? - dicendo questo, guardava interrogativamente i volti di Sindor e Tantris.
Fu però Elissa a rispondere.
- La causa della sua prematura scomparsa è stata la disperazione. Una disperazione totale, distruttiva, annichilente. Ma una disperazione non naturale, poiché è stata certamente indotta da qualcuno che noi conosciamo. E che anche lei conosce.
La velocità con cui erano state proferite queste parole lasciò basito Serovor. La portata di quelle affermazioni era tale che l’elfo non riusciva a capirne l’entità in un così breve lasso di tempo. Rimase ammutolito e scosso, senza sapere cosa dire o come porsi dinanzi alla questione.
La mancanza di diplomazia e discrezione di Elissa stupì i suoi compagni umani, soprattutto Tantris, che vedeva in lei l’esempio di donna risoluta e decisa. Poi però il ragazzo rifletté che quella donna era stata educata da sempre come una guerriera, sempre tesa ad arrivare alla questione, senza molti preamboli e circonluzioni di parole. E questo spirito, si rese conto adesso Tantris, certe volte riaffiorava in lei e non poteva essere messo a tacere. Decise di prendere lui le redini della discussione.
- Quello che la nostra compagna cercava di dire, - disse subito, - è che noi siamo sicuri che il suicidio del nostro amico non sia stata una circostanza casuale. Noi sappiamo per certo che la sofferenza che aveva avvolto Monmir era stata causata da una fonte esterna e molto pericolosa. Abbiamo discusso della questione fra di noi, e in seguito l’arrivo di Tandor e le sue parole ci hanno chiarito i fatti e hanno delineato una situazione molto più pericolosa ed estesa. Il dramma che ha colpito il nostro amico è da ricollegarsi con una ben precisa persona. Una persona, più precisamente un elfo, che ha scelto di abbandonare la strada della magia della Terra per abbracciare la tortuosa e oscura via della magia oscura. Un elfo che ha abbandonato i suoi simili pieno di livore e rabbia e del quale per tre decenni nulla più si è saputo.
- Non mi volete far credere che lui... - disse Serovor, con un filo di voce.
- Esatto, - confermò Sindor. - Lei sa bene di chi stiamo parlando. Ci riferiamo a Deindres.
L’anziano elfo sembrò accasciarsi sulla sua poltrona. La sua schiena parve ingobbirsi sotto un peso schiacciante. Per un po’ vi fu un solenne silenzio nella stanza. Tutti tacevano attendendo che Serovor si riprendesse da quel duro colpo ricevuto.
- Lo immaginavo, - disse semplicemente Serovor. Prese un profondo respiro prima di continuare. - Immagino che voi sappiate perché Deindres fu allontanato dalla nostra comunità. Fin da piccolo rivelò un perverso interesse per quelle conoscenze oscure che il popolo degli elfi in secoli di storia era riuscito ad allontanare dalla nostra vita. Cercava continuamente libri che parlassero dell’antica Scienza Arcana, ogni riferimento a quel sapere oscuro lo interessava. All’insaputa del Consiglio, allestì un laboratorio segreto in cui portava avanti i suoi iniqui esperimenti. Solo in seguito venimmo a sapere di questo. E precisamente il tutto avvenne quando un suo amico, forse l’unico che gli era rimasto vicino, quasi rimase ucciso in un incidente. Non riuscimmo mai a ricostruire come questo avvenne precisamente, sapevamo soltanto che i tentativi di riesumare la magia oscura avevano condotto Deindres a sperimentare su sé stesso gli effetti delle sue nuove conoscenze. La nostra città rimase sconvolta da quel tragico epilogo, e tempestosa fu la seduta del consiglio in cui si decideva quale misure prendere per impedire a Deindres di nuocere ancora. Non potevamo permettere che i suoi esperimenti andassero avanti, né che lui divenisse un pericolo per il nostro popolo. Dopo molti dibattimenti, decidemmo infine di allontanarlo dalla nostra comunità, in esilio perpetuo, sperando che questa estrema misura potesse salvare noi e redimere lui dalle sue malvagie aspirazioni. Ma ora mi rendo conto che la nostra decisione fu erronea. La paura ci guidò nella nostra scelta, e il timore di allora credo abbia reso ancor più pericoloso quello che era già un potenziale pericolo in passato.
Tutti ascoltarono attentamente questo discorso di Serovor. Ora si delineava più chiaramente agli occhi di Elissa, di Tantris e di Sindor il risentimento verso il suo popolo che aveva potuto animare il desiderio di vendetta dell’Elfo Oscuro. Misure precauzionali inadeguate o peggio errate avevano permesso il proliferare in Deindres di quella iniquità incipiente che era così ben manifesta in lui.
Intervenne Elissa per chiedere maggiori delucidazioni al Presidente del Consiglio.
- Ritengo che Deindres non abbia preso bene l’esilio.
- Infatti, - concordò Serovor. - Era letteralmente infuriato. Minacciava un’atroce vendetta che avrebbe portato avanti nei decenni a venire. Sembrava mosso da una furia satanica verso la nostra città e i suoi abitanti.
La bionda amazzone assentì col capo a queste affermazioni. Serovor tacque a lungo, cercando di svuotare la mente da questi tristi pensieri. Posò il suo sguardo su Stoves, che stava osservando tutti le suppellettili della stanza con intento giocoso e svagato. Lo gnomo sembrava disinteressato a quei funesti discorsi, o almeno essi non erano tanto in grado di incupire lui quanto lo erano di adombrare gli altri. Serovor vedendolo si distrasse dalla sua cupezza e riprese parola per cambiare discorso.
- Avremo molto su cui parlare riguardo a Deindres. Mi sembra di capire che ve ne sia l’impellente necessità. Ma ora vorrei invece avere notizie di mia figlia, - disse, rivolto a Tantris e Sindor. - Quando è stata l’ultima volta che l’avete vista?
Le facce dei due giovani divennero di colpo ceree. Il silenziò della stanza divenne quasi ultraterreno, tanto era profondo e completo. Anche Stoves aveva smesso quanto stava facendo.
- Leanna..., - iniziò a dire Tantris, - Leanna è..., - ma non poté continuare a parlare.
- Cosa vuoi dirmi? - chiese l’anziano elfo, in preda all’agitazione.
- Purtroppo abbiamo una notizia terribile da riferirti, - intervenne Sindor, contrito. - Leanna è morta.
Serovor dapprima sbiancò completamente, il sangue defluì dal suo viso che divenne di un pallore mortale. Poi il suo volto si fece grigio, in preda alla più profonda costernazione.
- State scherzando, - proferì, con un fil di voce. - Non posso credere a quello che mi state dicendo. Mi state ingannando.
- È la verità, purtroppo, - affermò laconicamente Elissa.
Gli occhi dell’anziano elfo si inumidirono subito, ma Serovor non arrivò a piangere, trattenuto qual era dalla presenza di estranei. Decise di ritenere la sua disperazione nel profondo del suo cuore, mantenendo una parvenza esteriore di controllo.
- Come, quando? - sibilò.
Tantris decise di spiegare a Serovor precisamente quanto era accaduto.
- Quando Tandor venne a noi e indusse Kor a seguirlo nella missione che ci aveva illustrato, io e Sindor decidemmo di partire con loro per aiutare il nostro amico fraterno. Ma all’ultimo momento vedemmo arrivare anche Leanna, ferma e risoluta nella sua decisione di seguire il suo fidanzato. Kor tentò di dissuaderla, si oppose ai suoi propositi, ma tua figlia fu irremovibile.
Serovor ascoltava con la massima attenzione quanto gli stava raccontando il giovane. Il suo viso era ancora tremendamente pallido, e gli occhi luccicava per il pianto represso.
- Alla fine la portammo con noi, - continuò Tantris, - ma non prima che Kor le strappasse la promessa di non esporsi mai e in nessun caso ai pericoli che potevamo incontrare. Questi infatti non si fecero attendere: dopo la prima settimana di viaggio, superato il corso del Dorovar Celeste, ci imbattemmo in una pattuglia di orchi che non esitò ad attaccarci. Fortunatamente in quell’occasione riuscimmo a vincere quella banda di assalitori riportando poche ferite.
L’anziano padre pendeva ormai dalle labbra del giovane umano. Il suo cuore batteva frenetico e all’impazzata, il suo sangue bolliva per la certezza della tragica conclusione di quel resoconto.
- Malauguratamente, il fato volle che la sventura ci colpisse in seguito. Dopo essere stati ad Antelia, e non avendovi trovato ciò che Tandor cercava, egli decise di proseguire il cammino che avrebbe portato noi qui a Linnesti, e lui e Kor alla Biblioteca Ancestrale. Ma, una notte, prima di separarci, fummo attaccati da uno stormi di tremende arpie inviateci contro da Deindres. Combattemmo tutti per salvarci, e il mago cercò di difenderci valorosamente; ma quegli infidi esseri lanciarono un incantesimo che ci fece piombare in una foschia densa e impenetrabile, nella quale loro tuttavia riuscivano a vedere i nostri inermi corpi e ad infierire con i loro mortiferi artigli. Quasi tutti fummo feriti, ma quelle bestie immonde si accanirono su Leanna fino a causarne la morte per le tremende ferite riportate. Kor e tutti noi le fummo sempre vicini in quegli ultimi istanti di vita.
Tantris concluse in tal modo il suo discorso, non sapendo come dimostrare la sua contrizione per l’accaduto. Sapeva che nessuno di loro aveva colpa per quanto era successo, e pur tuttavia il timore di non aver fatto il possibile per salvarla ancora turbava ferocemente il suo animo.
Serovor non aveva perso una parola di quanto il giovane gli aveva detto. Quando quest’ultimo tacque, il vecchio elfo si lasciò scappare un profondo e ansioso sospiro. Il colpo che aveva ricevuto era stato tremendo, di una possanza inaudita, tale da annientarlo completamente. Ma egli nella sua lunga esistenza aveva superato tutte le tragedie che gli si erano presentate, tutte le difficoltà che gli si erano poste innanzi, tutti i problemi che minacciavano di annichilirlo. Tale era stata questa energia che gli aveva permesso di ricoprire la carica attuale. Ma, ciononostante, sentiva che le sue membra erano ormai stanche, la sua schiena estenuata dai pesanti fardelli che portava su di sé. Il suo spirito era stato logorato da mille battaglie, la sua anima bramava una tranquillità che da lungi attendeva. Ed ora, quando più pensava che le problematiche si stessero appianando, ecco giungere due sventure, l’una tremenda per i suoi risvolti futuri, l’altra catastrofica per la propria famiglia. Come avrebbe infatti potuto rivelare la verità di quanto era successo a sua moglie? Come avrebbe potuto spiegare alla sorella il dramma della morte di Leanna?
Serovor rimase accasciato sulla sua poltrona a ponderare codesti pensieri. Gli altri attendevano che egli dicesse qualcosa, ma lui perdurava nel suo tragico silenzio.
Ad un tratto si sentì aprire la porta, e nella stanza entrò una ragazza alta e slanciata, molto graziosa nella sua giovinezza. Appena comparsa nella sala, ella subito si accorse dell’atmosfera plumbea che permeava l’ambiente. Non poteva tuttavia saperne la ragione, perciò decise di rivolgersi a Serovor.
- Papà, cosa è accaduto? - chiese, turbata.
E l’anziano elfo, che prima era stato completamente immerso in quelle tristi speculazioni, subito si riscosse dagli afflitti ricordi per posare la sua attenzione sulla figlia di fronte a sé.
- Erinna, - esordì, - è successa una tragica sventura. Per ora non posso dirti di più, ma fra poco questi signori se ne andranno e allora potrò parlare a te e alla mamma. - I suoi occhi erano sempre lucidi di un umidore causato dalla sofferenza.
Erinna ascoltò il padre e istantaneamente il suo turbamento si accrebbe, un non ben preciso timore si concretizzò nella sua mente, una paura cui non voleva dar voce ma la quale invocava la sua attenzione. Decise tuttavia di accondiscendere a quanto aveva detto il genitore e pertanto di defilarsi dalla stanza.
Serovor, trascorso un momento nel quale pensò a cosa fare, subito rivolse il suo sguardo ai suoi ospiti.
- Avete portato con voi notizie drammatiche, - disse l’elfo. - Se per mia figlia non sussiste più nessuna speranza, spero almeno che ai malvagi propositi di Deindres si possa porre un limite. Adesso sono stanco, - ammise, - ma spero che domani vi presentiate al Consiglio della Città, al quale esporrete minuziosamente tutti i particolari dei piani diabolici dell’Elfo Reietto. La seduta aprirà subito dopo pranzo, vi esorto ad esservi puntuali. Ma ora vi prego di lasciarmi solo con la mia famiglia, - concluse.
Non furono necessarie ulteriori parole: Elissa e gli altri si alzarono prontamente e, rivolto un cenno di commiato all’anziano padre, abbandonarono la sala e si diressero all’uscita. La moglie li accompagnò, ma subito dopo fu richiamata dalla voce del marito.

* * *

- Bene, adesso cosa facciamo? - chiese Tantris.
- Come ci ha detto Serovor, - disse Elissa, - dobbiamo attendere domani per poter parlare di fronte al Consiglio. Per ora non abbiamo compiti ulteriori da svolgere. Qualcuno di voi ha qualcosa in particolare che vorrebbe fare?
- Potremmo fare un giro della città, - propose Sindor.
- Io sono ancora stanco per il viaggio sostenuto nei giorni precedenti, - ammise Tantris. - E poi, dove possiamo andare? Io non conosco Linnesti e voi?
- Io ci sono stato una volta, - riferì Sindor, - ma ero troppo piccolo e ricordo ben poco. E tu Elissa?
- Sono stata già altre volte qui, ma mai per una visita turistica.
- Dunque, - espose Tantris, - se non abbiamo nessuno a farci da guida, io proporrei di tornare alla locanda, consumare un lauto pranzo, e poi riposarci fino a domani.
I tre si guardarono per un poco valutando la proposta.
- D’accordo, - concordò l’amazzone.
- Accetto volentieri, - disse Sindor.
- Bene, - disse Tantris, - allora andiamo a mangiare.
- Dov’è Stoves? - domandò ad un tratto Elissa.
- Pensavo fosse dietro a Sindor, - disse Tantris.
- Perché pensate sempre che quello stupido gnomo sia sempre con me? - rispose il giovane, stizzito.
Elissa si guardò intorno. Vi era ormai poca gente per le strade, poiché ormai molti erano andati a pranzare. Ma non c’era nessuna traccia di Stoves.
- Qui in giro non c’è, - concluse la donna.
- Quello gnomo idiota, - iniziò Sindor, - se per colpa sua dobbiamo perdere il pasto alla locanda...
- Calmati, - disse l’amazzone. - Vedrai che tra poco lo troveremo.
- Ma lasciamolo andare dove gli pare, - continuò il giovane. - Tanto sa dove siamo alloggiati. E poi, anche se lo perdessimo, sarebbe solamente un peso in meno che ci portiamo dietro!
- Non mi fido a lasciarlo solo, - ammise Elissa. - Stoves è come un bambino, basta poco perché si metta nei guai. Andiamo a cercarlo.
Tantris assentì col capo, mentre Sindor borbottava indispettito qualcosa in risposta.
Ritornarono alla strada principale della città, dove pensavano che Stoves si fosse diretto, perché nei mercati c’era ancora molta gente e probabilmente lo gnomo era stato attirato dalla calca.
Giunsero ad alcune bancarelle di verdura. Erano esposte casse piene di pomodori, insalata, peperoni, sedani, melanzane, zucchine e tutti i frutti che la generosa terra coltivata attorno a Linnesti concedeva agli elfi. Molteplici odori si spandevano per l’aria in quei negozi: afrori forti, distinti, oppure delicati profumi invitanti.
I frutti dai colori vivaci erano esposti sui banconi e attiravano molte massaie che non avevano ancora deciso cosa mangiare quella sera. Si poteva trovare la frutta più tradizionale al pari di quella più esotica e lontana. Si partiva dalle mele, le pere, l’uva, per arrivare a banane, kiwi, e papaie, in un misto di colori spumeggianti e nitidi, slavati e scuri.
Ma nessuna traccia di Stoves.
Continuarono a girare. Ora erano giunti vicino a dei negozi che vendevano raffinati monili, che esponevano in ricche vetrine lo sfarzo di quel popolo. Vi erano suppellettili di legno intarsiato a raffigurare eroiche azioni di passate glorie, oppure piatti di graziosa porcellana uniti a posate d’argento. Poi le collane di pietre preziose o di nobili metalli, le spille con opali o zaffiri, gli anelli brillanti dai complessi disegni, gli orecchini minuti e minimalisti accanto a quelli grandi e fastosi.
Mille colori baluginavano in quelle vetrine stipate di preziosi. Il sogno di ogni donna elfa poteva concretizzarsi in quegli oggetti di raro valore che affascinavano le massaie al pari delle cortigiane. Luccichii mirabili balenavano su quegli assali da esposizione e confondevano la vista di chi, come Elissa, non era abituata a tanto splendore. Fu tuttavia questione di un attimo, perché la guerriera pensò a cosa stavano cercando e continuò a guardarsi attorno.
Ma ancora nessuna traccia di Stoves.
Infine giunsero ad alcune bancarelle di dolciumi. Vi erano immense scorte di caramelle, di tutte le tonalità, gialle, rosse, verdi come un bosco in primavera, nere come la pece, blu come un’onda del mare, screziate di diversi colori, a pallini. Ed erano anche di tutte le forme: tonde, quadrate, romboidali, oblunghe, e la maggior parte rappresentavano oggetti di uso comune, animali, fiori, alberi, case, persone. Un’estasi del caramelloso, un paradiso dello zucchero. Accanto a queste venivano poi i dolci di qualsiasi dimensione, composizione, gusto. Torte grandi per venti persone, piccoli tortini per il piacere personale. La cioccolata la faceva da padrone, bianca con il latte, oppure nera e dura quando fondente. Alle volte erano mousse di cacao, altre rettangoloni ripieni di noci e nocciole. Un goloso sarebbe andato in sollucchero per tutte quelle cibarie, la sua coscienza si sarebbe smarrita in quei meandri dolci e mielosi. La tentazione di assaggiare tutto avrebbe invaso anche il più austero degli asceti, nulla resisteva a quell’assalto al palato e all’olfatto.
Tantris, che per primo aveva espresso il desiderio di andare a mangiare, rimase abbacinato da tanta profusione di delicate opere cibarie. La sua salivazione era aumentata a mille in quell’oceano di leccornie e canditi. Sindor, che era ancora imbronciato per colpa di Stoves, riprese tono e umore alla vista di quel ben di dio esposto ai passanti. Elissa era l’unica a resistere a quei vortici cremosi di lussuria alimentare, l’unica che ancora si ricordava chi stavano cercando.
E infatti lei lo vide.
Lo gnomo era poco più avanti di loro, di fronte a una bancarella che vendeva dolcetti al miele. Si poteva vedere sulla sua faccia una espressione estasiata, vogliosa, mentre assaporava con profondo piacere quelle delizie ripiene. Il suo sorriso si era fatto quasi ebete, tanto era innocente e puro. Quell’esserino semplice era capace di slanci di massima felicità solo al percepire quei sapori gustosi.
Elissa rimase stupita da Stoves. Le razze dell’Ifrigea consideravano malvagi e perversi gli gnomi che abitavano nelle Terre Abbandonate. Li consideravano solo degli esseri impuri, scarti maligni rimasti dalla creazione delle tre razzi principali. Ma fissando il volto dello gnomo loro amico Elissa non poteva non vedere il candore che ammantava quei lineamenti puerili, la limpidezza di quelle emozioni spontanee. Anch’ella, abituata alla rudezza della disciplina guerriera, non si era mai soffermata a pensare veramente a quelli contro cui combatteva. Stoves non poteva essere l’unica eccezione della sua gente. Non poteva lei credere adesso che tutti gli gnomi fossero malvagi. Probabilmente era invece vero che molti esseri di quella razza erano persone semplici e nell’intimo buone come lo era Stoves. Forse solo la loro spontanea innocenza aveva permesso che la parte maligna e cancerosa del loro popolo prendesse il sopravvento e assoggettasse ai propri iniqui voleri tutti gli altri. C’era molto di buono negli gnomi, pensava ora Elissa.
Intanto Stoves continuava a rimpinzarsi di quelle delizie al miele, incurante dell’arrivo dei suoi compagni. Aveva la bocca piena, tanto che faticava ad ingoiare e chiedeva risolutamente un po’ d’acqua.
- Così sei qui, stupido, - esordì Sindor spazientito.
Lo gnomo si girò verso la voce con un atteggiamento spiccatamente colpevole, come un bambino colto con le mani dentro al vasetto di marmellata. Deglutì sonoramente per svuotarsi la bocca e potere difendersi contro quel processo sommario.
- Avevo fame, - affermò eroicamente lo gnomo.
- Tu piccolo imbecille... - iniziò Sindor, ma venne placato da Elissa.
- Siamo stati in pena per te, - disse l’amazzone. - Non sapevano dove ti fossi cacciato e temevamo ti fossi smarrito.
- Oh, no, - disse convinto Stoves. - Non mi sarei mai potuto perdere! Avevo memorizzato benissimo la strada percorsa e sarei potuto tornare alla locanda un batter di ciglia. Ma voi eravate allora preoccupati per me? - domandò quasi incredulo.
- Ora non pensare di essere così importante per noi, - intimò Sindor. - Pensavamo solamente che avresti potuto combinare dei guai qui in una città sconosciuta.
- Ah, - rispose lo gnomo, deluso.
- Vedo che ti sei riempito lo stomaco proprio per bene, - constatò Tantris.
- Sì. In effetti ho mangiato qualcosa.
- Va bene, - disse Elissa. - Ma noi ancora non abbiamo mangiato per causa tua. Vieni, andiamo alla locanda.
Stoves si accinse a seguirli mentre tornavano indietro quando si sentì una voce.
- Ehi, - disse il proprietario della bancarella, - e io? Chi mi paga ora?
Elissa si voltò a guardare l’elfo che era un po’ stizzito. Poi si rivolse a Sindor: - Per favore, paga tu, - gli disse. - Io non ho monete accettate in questa città.
La faccia del giovane divenne purpurea della rabbia. Anche questo gli toccava adesso, pagare per la fame di qualcun altro. Guardò torvamente Stoves, che si nascose dietro a Tantris, poi si rivolse al proprietario.
- Quanto le devo? - chiese afflitto.

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