Aiutaci. Grazie.

Inizio > Indice Racconti e poesie > Titolo: L'esiliato - Capitolo 08 - di Christian Michelini

L'esiliato - Capitolo 08
Titolo: L'esiliato - Capitolo 08
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

941 visualizzazioni

Compra l'ebook:

Capitolo Ottavo


Il Sole, alto in cielo e splendente come poteva esserlo soltanto in mare aperto, creava baluginanti scintillii sulle onde irradiate dai suoi caldi raggi. Il mare era una distesa omogenea, sconfinata alla vista, di un vistoso azzurro cupo increspato dalla bianca spuma delle onde.
Una flotta di vistosi velieri solcava quelle acque che si estendevano tra le Terre abbandonate e la penisola dell’Ifrigea. Vascelli imponenti, costruiti in resistente legno, in numero elevato, solcavano i flutti diretti verso le rovine di Samovar, dove avrebbero attraccato e sparso sulla terra ferma orde di gnomi e orchi assetati di rivalsa sui popoli che li avevano sconfitti un secolo prima.
A capo di quelle truppe era l’Elfo Oscuro, in piedi in quel momento sulla prua della sua nave ammiraglia. Il suo sguardo vagava scrutando l’orizzonte, i suoi occhi ferini scintillavano di selvaggia bramosia di vendetta.
Erano trascorsi tre giorni da quando aveva salpato dalla città gnoma di Tamalas. Tre lunghi giorni durante i quali Deindres aveva perfezionato il suo piano malvagio. Ma ancora era distante dall’approdo. Mancava ancora una settimana prima di giungere alla città che aveva dato i natali agli elfi neri. Samovar, le cui rovine l’Elfo Reietto aveva visitato più volte nel suo passato per trovarvi i sentieri più reconditi all’apprendimento della Scienza Arcana. Quella magia oscura che lo aveva reso così potente e pericoloso, e che aveva reso possibile i suoi piani di conquista, permettendo finalmente che la sua sete di atroce vendetta fosse appagata.
Ma in quel momento Deindres non stava assaporando la sua futura vittoria, meditava invece sulle intenzioni di quello sparuto gruppo di oppositori capitanato da Tandor. Quel mago era potente, aveva sconfitto la pattuglia di arpie che gli aveva inviato contro, ma non lo era abbastanza. L’unico pericolo poteva crearlo avvertendo i nani di Kandras e gli elfi di Linnesti del suo imminente arrivo col suo esercito di orchi. Ma nemmeno questo impensieriva veramente Deindres. Chi avrebbe creduto a un mago misterioso e al suo gruppo di sciocchi fanciulli? Non certo i nani, che rifiutavano perfino di allearsi alle altre razze, figuriamoci se potevano credere alla possibilità di una minaccia per loro impalpabile. E sicuramente anche gli elfi non si sarebbero mossi per tempo, troppo intenti a valutare e considerare le alternative a una guerra che per loro sarebbe stata devastante.
Deindres contava soprattutto sui dissapori che vi erano tra quelle due razze, screzi che non avrebbero loro permesso di affrontare uniti il suo attacco.
E poi c’erano gli umani. Ma di loro l’Elfo Oscuro non si preoccupava. Erano troppo lontani per poter inviare aiuti, ed erano ancor più lontani mentalmente da quelle questioni. Semplicemente, dopo che Kandras e Linnesti fossero cadute, Deindres si sarebbe diretto prima ad Antelia e poi ad Arcadia. Lì avrebbe trovato un popolo troppo sconvolto dalla disfatta delle altre due città, non ancora pronto ad affrontare la potenza dei suoi eserciti demoniaci.
Con i suoi poteri e la sua forza armata, l’Elfo Reietto avrebbe schiacciato ogni possibile opposizione al suo dominio.
Ma soprattutto Serovor sarebbe morto dopo atroci sofferenze, annichilito dall’iniquità di Deindres. Quel vecchio pazzo avrebbe rimpianto amaramente quanto era accaduto tre decenni prima. Si sarebbe disperato intensamente per gli errori che aveva commesso in quel passato ancora così vivo per l’Elfo Oscuro.

* * *

Kor e Tandor, dopo aver lasciato i compagni, continuarono a marciare incessantemente verso la Biblioteca Ancestrale. Dopo due giorni passati quasi sempre sul dorso dei loro cavalli, giunsero in prossimità della catene di monti del Nord-Est. Ai loro occhi si erano presentate montagne imponenti, grandi e maestose, che spiccavano con un contrasto evidente rispetto alla piatta pianura che fino a lì avevano percorso. Picchi innevati svettavano fino quasi a toccar il cielo, un terreno brullo e spoglio ricopriva i loro pendii.
Kor non si soffermò nemmeno un istante a contemplare quel paesaggio per lui singolare, si limitò a seguire il mago che indicava la strada da seguire, orientandosi tra i vari passi e le valli che permettevano un cammino più agevole.
Il tempo peggiorò vistosamente in quel territorio. Avevano abbandonato il sole caldo e splendente per immergersi in giorni cupi, con un cielo sempre coperto di nubi scure e minacciose, mentre il clima si era fatto più freddo via via che si addentravano in quella zona.
Le loro giornate iniziavano all’alba, quando si alzavano dai giacigli che avevano approntato per la notte e si accingevano a far colazione. Finito quel pasto frugale, si mettevano in marcia. Le ore erano lunghe da trascorrere prima che arrivasse lil momento della sosta per il pranzo, e non erano mai abbreviate da discorsi fra i due, che non sentivano mai il bisogno di parlare. Quando poi si fermavano a mangiare, rimanevano sempre silenziosi e, consumato brevemente il pasto attingendo alle loro scorte, ricominciavano il loro monotono incedere verso la meta. Anche il pomeriggio trascorreva lentamente, fino al giunger della sera, quando era per loro un sollievo poter riposare le membra stanche per le lunghe cavalcate.
Tandor rispettava quietamente il silenzio che si era imposto il giovane. Egli comprendeva le ragioni che imponevano a Kor di rinchiudersi in sé stesso per riflettere. La morte di Leanna aveva inferto al ragazzo un colpo durissimo che aveva piegato la sua volontà e scosso le sue convinzioni. la sua mente chiedeva tempo per pensare, per valutare coscientemente le diverse circostanze che aveva passato.
Kor era sempre immerso in una cupa tenebra che mai gli concedeva un momento di requie. I suoi pensieri turbinavano, il suo cervello stanco si soffermava sempre su speculazioni negative e opprimenti. La morte di Leanna aveva stordito le sue facoltà intellettive, aveva ottenebrato la sua mente gettandolo nel più tetro sconforto. Credeva costantemente che la sua anima fosse sull’orlo della perdizione, che il suo scorato ragionare diventasse la norma in lui, relegandolo ad una vita di mestizia e cupezza.
Una triste nostalgia lo sopraffaceva quando riandava con i ricordi alla pace e alla quiete che regnavano in lui quando ancora era ad Arcadia, quando non si era gettato ancora in quella missione senza speranza, quando ancora era vivo Monmir, e le ali della sventura non si erano dispiegate. Rimembrava la sua felicità, le giornate passate con Leanna, i progetti per il loro futuro, i desideri appagati quando la serenità era la norma di vita. Ora si rendeva pienamente conto di quanto fosse stata importante per la sua vita Leanna, di quanto ella potesse rischiarare le giornate e dare un tocco magico alla sua esistenza.
Ed ora, ora cosa gli rimaneva, dopo che lei era scomparsa? Quale tipo di vita gli si proponeva innanzi?
Esisteva adesso per lui solo il dolore immutabile, la sofferenza perpetua che si avvinghiava al suo spirito e denudava la sua natura indifesa.
Come poteva mai continuare quella missione per la quale Tandor era venuto a chiamarlo? E poi, cosa voleva ancora da lui quel mago? Gli aveva già sacrificato tutto quanto aveva, e ancora non bastava. La sua vita era conclusa, distrutta dalla morte e dalla tragedia, e lui voleva ancora condurlo alla Biblioteca Ancestrale per svolgere un compito di cui Kor non sapeva nulla.
La certezza del giovane vacillava come un albero inerme scosso da un uragano tempestoso. Aveva perso ogni speranza, ogni fine, ogni mezzo. Non gli interessava più la salvezza dell’Ifrigea, giacché per lui salvezza non poteva più essercene.
Solo quel Deindres, quell’essere demoniaco che aveva preso la vita della sua donna, solo quel pensiero ancora muoveva le emozioni del ragazzo. Solo l’ira accecante, la collera infernale poteva ancora dominare le sue meditazioni.
In passato era sempre stato una persona tranquilla, stimava la violenza inutile e quasi sempre deleteria. Era orgoglioso della sua calma, della sua pacatezza. Poteva dire sinceramente di non aver mai arrecato danno a nessuno con la sua condotta. Aveva fiducia in sé stesso, nella sua capacità di dirimere le questioni solo e unicamente parlandone.
Ora tutto questo non esisteva più, la sua stima era annichilita, la sua fiducia annientata. Rimaneva solo quel furore, quell’indomabile rabbia che attizzava il suo spirito. Quel desiderio di vendicarsi sulla persona che aveva causato la morte della sua amata.
Ora comprendeva tutti quelli che nella loro esistenza avevano invocato il nome di Toras, il dio della vendetta. Ora anche lui si ispirava a quella divinità per il suo operato.
Non si curava più di nulla, trascurava ormai sé stesso, perché per Kor niente aveva più importanza.
Niente, tranne la morte di Deindres.
Era questo ora il suo obbiettivo, era questa ora la sua ardente brama, il suo desiderio feroce, il suo anelito e la sua speranza. Solo questa idea accendeva le sue notti insonni, i suoi tristi risvegli, le sue monotone e apatiche giornate. Solo questa passione incendiava il suo animo e gli permetteva di trascinarsi durante i giorni evitandogli di accasciarsi completamente su sé stesso.
L’elfo oscuro sarebbe perito per sua mano, tra atroci sofferenze. Tutti i sogni di conquista di quell’abbietto essere sarebbero scomparsi con lui. E questo sarebbe accaduto perché ora Kor lo desiderava con tutta la sua anima, con tutto il suo spirito e la sua volontà, e poco importa se per adempiere questo compito sarebbe morto lui stesso.

* * *

Più si addentravano tra le montagne, più il tempo peggiorava. Nubi minacciose si scorgevano all’orizzonte, il vento sferzava cavalli e cavalieri senza pausa.
Stavano risalendo la china di un monte mentre il cielo si era fatto improvvisamente assai cupo. Non vi erano altre strade, per cui erano stati costretti a prendere quella via pericolosa.
I cavalli avevano difficoltà ad avanzare su quel terreno sassoso e impervio, rischiando ad ogni passo di rompersi un zampa e rotolare a valle, cosa che avrebbe in seguito reso ancor più difficile il cammino dei due uomini.
- Il cielo non promette bene, - disse Tandor. - Tra poco ci sarà una bufera di neve.
Kor assentì col capo, con fare assente. Il mago scrutò il volto del giovane per cercarvi un segno che indicasse che lui aveva compreso ciò che gli era stato detto. Ma non ne trovò alcuno.
- Seguimi, - disse poi, - dobbiamo cercare un riparo. Qui vicino ci devono essere delle grotte.
E il ragazzo gli andò dietro indolentemente, quasi fosse un automa.
Si inerpicarono su per una salita, tirandosi dietro i cavalli che recedevano da quel cammino difficoltoso. Kor fissò per la prima volta il cielo e si accorse di quelle nubi minacciose.
- Pensi che verrà un tempesta? - chiese.
Tandor si adombrò. Comprese che il ragazzo prima non lo era stato a sentire, come purtroppo accadeva spesso negli ultimi giorni.
- Sì, - affermò. - Adesso andiamo a ripararci in una grotta.
Continuarono così a salire. L’ascesa diveniva vieppiù perigliosa; i cavalli faticavano sempre più a seguirli. Il vento li sferzava con forza, impedendo loro di vedere dove posavano il piede. Aveva iniziato a nevicare, fiocchi grandi, che divenivano via via più fitti e ammantavano il terreno di una algida patina biancastra. Era freddo, più freddo di quanto Kor avesse mai sperimentato in vita sua. E tuttavia proseguivano, senza posa, diretti al riparo tanto agognato.
Tutto accadde in un attimo: il cavallo di testa incespicò su un sasso appuntito, perse la stabilità e, per un momento assai breve ma che parve a Tandor lunghissimo, stette in bilico su tre zampe. Poi quel precario equilibrio venne meno: e il cavallo rotolò indietro, colpendo il compagno che era qualche metro più in basso. I corpi dei due animali si confusero in un impeto di zampe freneticamente mosse alla ricerca di un appiglio. Furono attimi terribili prima che i due destrieri, persa ormai ogni speranza di avvinghiarsi al terreno, rotolarono uno sull’altro e discesero la china del pendio strepitando e nitrendo pazzamente per la paura.
Kor, in preda alla costernazione, emise un funesto grido e si gettò nel vano inseguimento dei cavalli che già erano lontani.
- Torna qui! - gridò il mago, che temeva per il giovane la stessa fine che avevano fatto i loro destrieri. - Ormai non puoi fare più niente per loro.
Ma Kor sembrava incurante dei richiami della sua guida, continuò a correre, incespicando, cadendo, finché, resosi finalmente conto dell’inutilità dei suoi tentativi, giacque al suolo, in mezzo al fango, piangendo e disperandosi.
- Anche loro, - proferì, costernato.
- Cosa? - chiese il mago, che era subito accorso vicino al suo compagno. - Cosa vuoi dire?
I singulti del giovane continuarono ancora, non accennando a placarsi. Tandor attendeva pazientemente che cessassero, fissando il ragazzo, cercando di penetrare con la sua comprensione la cupa agitazione che animava Kor. Infine, quest’ultimo, ponendo fine ai suoi accorati lamenti, si levò dal suolo, faticosamente, come se un fardello massiccio e affossante lo relegasse ineluttabilmente al terreno. I suoi occhi si alzarono per scrutare quelli del suo interlocutore, con uno sguardo di piena sofferenza, di muto dolore.
- Anche loro sono ormai morti, - disse infine. - Mi hanno abbandonato. Come Leanna. Come accadrà a tutti quelli che si sono imbarcati in questa missione suicida. - Le sue parole accompagnavano lo sgomento che si poteva notare in tutta la sua persona.
- Kor, - iniziò il mago, - ti stai lasciando sopraffare dallo sconforto...
- Sì, è vero, e allora? - esclamò il giovane abbattuto ma con uno sguardo di sfida.
Tandor espresse un lieve disappunto.
- Ti volevo solo fare comprendere come tutta la tua disperazione sia solo un momento transitorio della tua esistenza.
- Transitorio? - domandò il ragazzo, sprezzante. - La morte di Monmir ti pare transitoria? La morte di Leanna è forse transitoria?
Il mago si abbandonò a un cupo diniego.
- Non intendevo questo, - disse mestamente.
- Infatti, - affermò Kor. - Perché tu non puoi assolutamente capire il mio dolore, non puoi neanche lontanamente capire la disperazione che mi assale le notti, quando sono esausto dalla stanchezza, quando il torpore mi ottenebra i pensieri, eppur sono costretto a meditare sulla mia sventura, su quella che ha colpito le persone che amavo, sul triste destino dell’intera Ifrigea!
Il ragazzo fissò intensamente il volto del compagno. Era sdegnato, disgustato da una vita che gli aveva riservato un amaro calice di fiele da inghiottire.
- A questo ci dovevano quindi portarci la mia stoltezza e la tua perizia nelle arti magiche? Ora mi rendo conto di aver appreso un’unica lezione importante nella vita. Due sole cose belle ci sono al mondo: amore e morte! - Il ragazzo urlò sgomento quelle parole. - L’amore, che ci riempie il cuore, che ci riscalda l’animo e allieta le nostre futili giornate; e la morte, vera unica soluzione che ci rimane quando tutto il nostro amore è dipartito, quando le persone a noi care scompaiono e ci lasciano sole con la nostra desolazione.
Il mago reclinò il capo. Cosa avrebbe potuto dire? Nulla. Non poteva affrontare a parole un tale e tumultuoso straripamento di emozioni. Kor era immerso nella sua tragedia, vi navigava quale veliero senza meta, vi annegava come un essere indifeso incapace di nuotare. Il suo dolore ottenebrava completamente la sua ragione, il suo smarrimento era totale. In quella situazione non sarebbe mai stato in grado di combattere il suo affannoso delirio. E questo Tandor lo sapeva. Egli comprendeva che non poteva opporsi a viso aperto, con le sole parole, a quella manifestazione di annientante mestizia. Una persona che soffre non comprende nulla tranne la sua sofferenza. A cosa sarebbe servito ribadirgli una missione che non lo interessava più, a che pro illustrargli le possibili gioie future quando affogava nella melma? Una persona adirata non vuole per nulla al mondo calmarsi. E identica cosa accadeva a Kor. Vi era ormai nel ragazzo una bramosia deleteria per la sofferenza, un desiderio autodistruttivo di ricercar il massimo dolore possibile. Perché il dolore chiamava il dolore, in un perpetuo circolo vizioso che difficilmente poteva essere spezzato.
Doveva usare una circospezione particolare nell’aiutare quell’anima in pena interiore. Non vi era modo di affrontare di petto quel dramma, giacché i risultati che ne sarebbero conseguiti sarebbero stati peggiori della causa. Decise perciò di tentare una strada di basso profilo.
- Comprendo il giogo di disperazione che avvince il tuo cuore, - disse Tandor.
- E come puoi tu comprendermi? - ribadì Kor.
- Anch’io in un remoto passato attraversai ciò che tu hai recentemente sperimentato.
- Davvero? - chiese il ragazzo.
- Sì, - continuò Tandor. - Tutto accadde quando persi mio padre. Ero molto legato a lui. Mi aveva trasmesso tutta la sua conoscenza, e ciò che ora sono lo devo al suo impegno e alla sua costanza. Ma un giorno perì per mano di un altro uomo che come Deindres non aveva compreso la giusta strada da percorrere nella vita.
- Ah, - commentò Kor, che ora era più attento a quanto gli veniva detto.
- La prima emozione che provai dopo quanto era successo fu un tremendo, lacerante e irrefutabile odio. Odiavo quella persona che aveva osato troncare la vita di mio padre, odiavo tutto quello che rappresentava, la sua essenza, la sua nequizia.
- E poi? - domandò il ragazzo.
- Poi, dopo quell’impeto di lancinante collera, passarono lunghi giorni di cupa disperazione. Proprio come sta accadendo a te. Ero costernato, avvinto dal dolore. Rifiutavo strenuamente tutto quanto mi circondava, ero nauseato dalla vita, disinteressato al mondo.
- Capisco, - annuì Kor.
- Passai un periodo tremendo, in cui analizzavo me stesso alla ricerca di qualcosa che mi motivasse ad andare avanti.
- E trovasti quel qualcosa?
- Sì. Ma ho anche scoperto che tutte le esperienze di questo genere sono molto personali. Il qualcosa che mi ha permesso di andare avanti, che ha reso possibile la mia rinascita dall’oblio, è una idea mia, e solo mia. Per un’altra persona potrebbe essere di nessun interesse, priva di significato. Perciò, come nessuno, non possiedo il rimedio alla tua situazione, non ho la panacea che cura tutti i mali, né le risposte alle tue domande. Il cammino che dovrai percorrere per superare la tua rabbia e i tuoi timori appartiene solamente a te, e purtroppo è un cammino che dovrai percorrere per la maggior parte in solitudine. Io ti sarò sempre vicino, beninteso, e se vorrai chiedermi qualcosa potrai sempre farlo, ma per risolvere la tua situazione dovrai contare anche e soprattutto sulle tue forze.
Kor era assorto mentre ascoltava il discorso di Tandor. Rifletteva su quanto gli veniva spiegato, cercando di trovarne una motivazione.
- Inoltre, - soggiunse il mago, - sappi che ci saranno ancora dei momenti cupi e uggiosi come questo. Se ora soffri terribilmente, può darsi, anche se tu non lo ammetti, che già domani il tuo spirito sia meno tediato. Crederai che quello che è esistito oggi in te sia stato quasi un sogno, una realtà onirica di disperazione che è lontana dal tuo essere. Ma ricordati che le difese che domani ti preserveranno dalla tristezza e ti salveranno dal dolore, ebbene quelle difese dovranno essere sempre pronte ad affrontare un nuovo attacco, un nuova recrudescenza del male. Solo con la cautela e l’attenzione potrai sventare la minaccia che tenta di sconvolgerti ad ogni passo.
Il ragazzo era silenzioso, attento. Le parole di Tandor baluginavano nella sua mente a comporre un mosaico che non comprendeva ancora. Poi, si accostò al mago.
- Deve essere tutto così difficile? - domandò amaramente.
- Per alcuni il cammino è più breve e semplice. Per altri, come te, è invece irto di pericoli e minacce.
Kor chinò lievemente il capo, quasi allontanando da sé quella funesta informazione.
- Comunque, - continuò Tandor, - io ritengo che chi compie la strada più impervia ne tragga degli evidenti benefici. La sua conoscenza sarà frutto dell’esperienza, la sua comprensione sarà dunque più elevata di quelli che certi problemi non li hanno dovuti superare. Se non ti lascerai sconfiggere dal tuo male, trionfando infine su di esso, la tua forza ne trarrà beneficio, e la tua sicurezza e la tua stima si amplificheranno.
Kor fissava il cielo, pensieroso. Ora l’ondata di piena causata dal suo sconforto era cessata. Il suo animo era più calmo, la sua ragione era ritornata per donargli un po’ di tranquillità.
Le nubi minacciose incombevano ancora su di loro. Il vento continuava a sferzarli con refoli gelidi.
- Poveri cavalli, - disse infine Kor.
Il mago assentì col capo. Poi disse:
- Vieni, dobbiamo cercarci un riparo prima che la tempesta giunga al culmine.
E i due si avviarono insieme, continuando a risalire il pendio scosceso.

Compra l'ebook del romanzo fantasy "L'esiliato"

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No