Aiutaci. Grazie.

Inizio > Indice Racconti e poesie > Titolo: L'esiliato - Capitolo 07 - di Christian Michelini

L'esiliato - Capitolo 07
Titolo: L'esiliato - Capitolo 07
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

925 visualizzazioni

Compra l'ebook:

Parte Seconda


Il Fondo del Baratro



Capitolo Settimo


Dopo quei tristi eventi, Tandor decise per una sosta prolungata, una sosta che potesse dissipare la stanchezza accumulata; una sosta in grado di eliminare, tramite il sonno, parte di quella triste afflizione.
Si svegliarono dunque quando il sole era già alto in cielo. Era mezzogiorno e il gruppo consumò un pasto frugale prima di rimettersi in viaggio.
La sventura che aveva colpito quegli amici pesava come un macigno sulla loro sorte futura. Kor era taciturno, non parlava mai, e il suo sguardo guardava lontano, oltre i monti che si potevano scorgere all’orizzonte, perso in una visione che solo lui poteva vedere.
- Ora le nostre strade divergeranno, - esordì Tandor, posando il suo cupo sguardo su Elissa.
Tutti erano silenziosi, e quell’affermazione cadde sul gruppo come un tuono a ciel sereno. Certo, lo sapevano bene, si sarebbero divisi. Questa decisione era già stata presa ed era irrefutabile. E ciononostante era tanto più difficile da accettare ora che un tale funesto episodio si era abbattuto sul loro destino.
La bionda amazzone assentì col capo rivolta al mago, ma non pronunziò verbo. Solo Tantris pose quell’annosa domanda che timidamente era necessario fare.
- Mago, come faremo a convincere il Consiglio di Linnesti a schierarsi contro Deindres, come riusciremo a persuadere il padre di Leanna ora che lei non c’è più e che dobbiamo portargli questa tremenda notizia?
Tandor era pensieroso ma tuttavia ascoltò attentamente quanto gli chiedeva il giovane.
- Abbiamo già fatto le nostre scelte, - disse tranquillamente. - Ora non possiamo più tornare sui nostri passi. La missione è già iniziata e nel bene o nel male sarà portata a compimento. Vi esorto ad essere fiduciosi. Sebbene ora il cammino sia più difficile, dobbiamo continuare e perseverare sulla strada iniziata. Vi dirigerete a Linnesti e cercherete di fare il possibile per convincere la città ad approntare le difese necessarie per sostenere l’attacco di Deindres. L’Elfo Oscuro è mosso da un’animosità forte e deleteria verso il popolo elfo, per cui è molto probabile che i suoi piani comincino con la conquista della loro città. Essa sarà messa a ferro e fuoco, in un assedio che sarà lacerante per i suoi abitanti. Ma se Linnesti cade, cadranno anche le speranze di poter vincere per la causa del Bene; se verrà conquistata, non sarà più possibile fermare l’avanzata temibile dell’Elfo Reietto; perciò, se nemmeno gli elfi avranno creduto alla minaccia incombente sul loro mondo, chi altri saprà far fronte al pericolo? Non temete ora quanto potrà accadere in seguito, vi è ancora un po’ di tempo. Cercate di beneficiarne per un esito positivo dei vostri tentativi, in modo che la nostra speranza non sia vana.
Il mago concluse quel discorso che doveva essere un’esortazione per quei compagni, ma l’effetto sortito non era precisamente quello voluto per tutti. Tantris fu animato da un vivo timore nel pensare al pericolo imminente a cui sarebbero stati sottoposti. Fu l’unico, in effetti, a intendere il discorso del mago solo nei suoi aspetti negativi, come un’annunciazione di imminente catastrofe. Gli altri componenti del gruppo assorbirono le parole del mago con cupa rassegnazione, ma le loro speranze, seppur affievolite, erano ancora deste e vive.
Solo Stoves pensava con tutt’altro interesse alla missione e alla lunga marcia che li attendeva.
- È ancora molto lontana Linnesti? - si limitò a chiedere questi.
Tandor si voltò verso quella voce e scorgendo l’esile e minuta figura che aveva parlato si rasserenò e disse bonariamente:
- Non ti preoccupare, piccolo gnomo. Abbiamo già percorso i tre quarti del cammino. Ormai per voi il traguardo è vicino. Solo io e Kor siamo ben lungi dal luogo che ho stabilito essere la nostra meta.
Stoves si rincuorò a quelle parole per lui assai confortanti e, rallegrato in volto, subito si mise a saltellare intorno per dimostrare la sua felicità, incurante degli altri.
- Tandor, - disse allora Elissa, - sembra quindi giunto il momento in cui dobbiamo separarci. Spero che abbiate possibilità di riuscita superiori a quelle che sembrano essere concesse alla nostra missione. Per ora penso non ci sia niente da aggiungere: che il Destino ci permetta di rivederci al più presto.
- E buona fortuna, - aggiunse Sindor, che stentava ancora a lasciare Kor, il suo amico fraterno, in balia delle sue emozioni e della sua afflizione.
- Buona fortuna anche a voi, - rispose Tandor, accomiatandosi e dirigendosi verso Kor che era meditabondo e prestava poca attenzione al discorso che era stato fatto. Ma il ragazzo, accortosi che lo sguardo di tutti era posato su di lui, si risvegliò dai suoi pensieri e si apprestò a salutare come poteva i suoi amici.
- Buon viaggio, - disse velocemente, - e che il Fato vi assista.
- Arrivederci, Kor, - si congedò Tantris.
- Ciao, - disse stringatamente Sindor, senza convenevoli.
Subito dopo il mago e il ragazzo guardarono gli altri salire sulle loro cavalcature e allontanarsi in una nube di polvere che si levava dalla strada secca e riarsa dal sole pomeridiano. Kor li fissò fino a che una collina non li celò al suo sguardo, poi raggiunse Tandor che lo stava attendendo già sulla sella del suo poderoso cavallo pezzato, in attesa di partire. Senza dire una parola il ragazzo salì sul suo destriero e fece un cenno per dire che era pronto. Il mago non aspettava altro, spronò il cavallo e i due si allontanarono al galoppo nella calura opprimente.

* * *

Elissa e il suo gruppo proseguirono incessantemente lungo la strada che innumerevoli mercanti e viaggiatori avevano battuto nel corso della loro vita, in intere generazioni. La strada che conduceva da Antelia, città umana e porto di approdo per navi e velieri, a Linnesti, patria natia degli elfi bianchi, centro culturale e commerciale, brulicante di vita e operosità.
Avevano lasciato il mago e Kor già da qualche ora, mentre il sole percorreva il suo perpetuo cammino nella volta celeste. Il tramonto era già trascorso ed erano immersi nell’atmosfera serotina. Il cielo era cupo, grosse nubi celavano la luna e le stelle, quando Elissa decise di fermarsi e approntare un fuoco da campo con alcuni sterpi. Si fermarono vicino alla strada maestra e preparano la cena con alcune radici raccolte il giorno precedente, cotte in uno stufato amaro ma nutriente. Accompagnarono quel piatto caldo con quel poco di pane che avevano portato con loro da Antelia e che si era ancora ben conservato.
Dopo che la loro fame si fu placata, si distesero sulle coperte per riposare le membra stanche.
- Domani sera, - affermò Elissa, - probabilmente saremo in vista della città. Il giorno dopo potremo riposare comodamente su un comodo e morbido letto.
- Finalmente! - disse Tantris. - Non ne potevo più di questi giacigli raffazzonati, esposti continuamente alle intemperie.
- Sei sempre stato così, - iniziò Sindor. - Anche Monmir si rammaricava del tuo comportamento. Diceva che ogni volta che andavate nei boschi, non facevi altro che lamentarti della dura vita all’aperto. Non ti andava mai bene niente, tutto era troppo duro, amaro e sconfortevole. Mai che ti rallegrassi per il contatto con la natura, mai che ti soffermassi a contemplare un limpido soffitto di stelle o la luna che inargenta le fronde degli alberi. Per te non esiste poesia fra i boschi, solo scomodità e sofferenza. Ah, come aveva ragione Monmir sul tuo conto.
Ma pronunciate queste parole subito Sindor si azzittì ripensando all’amico perduto. Anche Tantris notò il suo turbamento, comprendendone subito la causa. E anche lui si inquietò nel ricordo del fratello di vita ormai morto in tristi condizioni.
- Credo sia ora di dormire, - interloquì Elissa, notando prontamente quell’ombra di tristezza piombata sui suoi compagni. - Domani ci aspetta l’ultimo giorno di viaggio e dobbiamo essere freschi e riposati per quando dovremo parlare al consiglio della città.
- Sono d’accordo, - proferì Sindor che, riscossosi dai suoi pensieri, si mise a preparare il suo letto di frasche e foglie secche.
- Allora buonanotte, - disse l’amazzone. - Io farò il primo turno di guardia.
- Buonanotte, Elissa, - disse calorosamente Stoves.
- Dormi bene, - replicò lei, sedendosi per terra e cominciando a scrutare le vicinanze.

* * *

La notte trascorse calma e placida. Alla mattina si risvegliarono quando il sole aveva appena iniziato ad albeggiare.
Si misero subito sui cavalli e ripresero il cammino. La giornata era calda, al pari di quelle che l’avevano preceduta. Sebbene fosse ancora mattina presto, si poteva già sentire un umidore appiccicoso che ristagnava sulla pianura.
Proseguirono per varie ore, sostando solo brevemente per il pranzo. Giunsero in prossimità di Linnesti quando il sole stava tramontando.
Il panorama che si estese dinanzi ai loro occhi era affascinante, soprattutto per quelli che non erano mai stati nella città degli elfi bianchi.
Le mura erano poderose ma dotate di una loro leggiadria, forti ma aggraziate, imponenti ma delicate. Gli elfi avevano usato un particolare minerale per ricoprire i mattoni, cosicché esse erano riflettenti, emettendo bagliori policromi e scintillanti a seconda dell’angolo con cui il sole le colpiva. Si potevano notare riflessi verde smeraldo, rosso carminio, rosa, lutei e ambrati. Una magnificenza multicolore che abbagliava la vista di quanti non erano mai stati in presenza di quello spettacolo.
Ai quattro punti cardinali erano in bella vista torrioni di cinta sui quali le sentinelle scrutavano la piana alla ricerca di intrusi indesiderati. Erano fortificazioni maestose, svettanti, dalle quali si poteva dominare la pianura e che avrebbero difeso egregiamente la città da molti attacchi.
Un grande e ampio portone lasciato aperto in tempo di pace dava accesso all’interno. Delle guardie armate erano all’entrata e controllavano i viandanti che si accingevano a passare. Linnesti era una città abituata alle differenti etnie e in genere gli stranieri erano ben tollerati, soprattutto ora che la pace con i nani e gli umani sembrava imminente. E tuttavia era sempre meglio essere attenti e non fidarsi totalmente degli altri popoli, dicevano gli elfi, perciò le loro difese erano ancora ben organizzate.
Intanto Stoves ammirava eccitato quel mirabile panorama, tutto preso da una gioia grande quanto semplice.
- Che bello, stupendo! - andava gridando a destra e a sinistra.
Sindor lo fissava accigliato e brontolando tra sé.
- Calmati un po’! - disse infine. - Possibile che ti debba agitare in questa maniera? Lo so anch’io, è una bella città, ci sono già stato. Ma ora mi sembra il caso che tu riprenda un atteggiamento normale.
- Ah, scusa, - replicò innocentemente lo gnomo. - Sai, le cose belle mi piacciono tanto!
Sindor mugugnò qualcosa in risposta ma ormai erano in prossimità del portone d’ingresso.
I compagni si avvicinarono baldanzosamente alla soglia della città. Erano di servizio sei guardie che scrutarono i nuovi venuti con sguardo intento e pensieroso, stupiti di vedere entrare un così eterogeneo gruppo di persone.
Una di queste sentinelle, quella che aveva l’aria di essere il loro capo, rivolse loro la parola.
- Chi siete? - domandò.
Costui era una elfo alto, glabro come la maggior parte dei suoi simili, dotato di un viso giovanile anche se probabilmente aveva già compiuto gli ottant’anni, età matura che precede la vecchiaia per un elfo. Aveva una spada corta alla cintura e una arco con delle frecce appese a tracolla. Vestiva una tenuta militare comoda e spartana, anche se per uno straniero le divise da combattimento degli elfi parevano sempre troppo sgargianti, decorate qual erano da pennacchi ed emblemi della casata.
I suoi compagni subito gli si accostarono.
- Siamo venuti qui per conferire con il Consiglio della Città su una questione assai importante, - riferì compostamente Elissa.
- Ah, davvero? - chiese il soldato ironicamente. - Tuttavia penso che dobbiate attendere ancora per un bel po’. Ci sono affari più urgenti di cui il Consiglio deve discutere.
- Con chi possiamo parlare? - reiterò l’amazzone.
- Con me sarà più che sufficiente, - replicò sgarbato l’elfo. - Io sono il comandante Salipas.
- Bene, Salipas, noi dobbiamo parlare al più presto con Serovor, - continuò Elissa.
- Ah, e così voi vorreste parlare con lui? - disse Salipas schernendoli. - E perché non passare anche una serata in compagnia del Consiglio stesso a chiacchierare e a bere?
- Noi vogliamo solo parlare con lui, - si intromise Stoves, non capendo né la battuta né l’ostinazione del soldato.
- Ma non fatemi perdere tempo! - concluse Salipas. - Dovrete attendere momenti migliori. Ma avete la benché minima idea di quanta gente voglia parlare a Serovor anche solo in una settimana? E poi proprio adesso che è in corso un importante trattativa con i mercanti di Antelia voi volete distogliere il nostro Capo dalle sue mansioni? No, grazie, ripassate più tardi, magari fra un mese.
- Non possiamo attendere tanto! - disse Sindor tenacemente.
- Ma dovrete farlo se volete veramente parlare con lui. Per ora non ho più niente da dirvi: se volete entrare, liberi di farlo; altrimenti andatevene per la vostra strada.
Sindor fissò il comandante con uno sguardo carico di astio e odio. Tantris si era avvicinato all’amico per cercare di placare il suo spirito indomabile. Ma Elissa si intromise a pacificare la situazione creatasi.
- D’accordo, entriamo, - disse calma.
- Bene, allora avanti.
Varcarono così la soglia della città.
Subito furono immersi in un’atmosfera chiassosa. Per la gente erano le ultime occupazioni della giornata prima di andare a cena. Si udivano i colpi rimbombanti dei fabbri che forgiavano armi e utensili per la coltivazione con alacre impegno. Si udiva un vociferio frenetico giungere dal mercato delle verdure poco distante. Molte donne erano intente a ottenere il miglior prezzo per gli ortaggi che volevano cucinare quella sera. Si udiva anche rumore di stoviglie provenire dalla locande che stavano preparando il pasto serale dei viaggiatori che cercavano ivi ristoro. Molta gente camminava affaccendata per le vie, mentre i bambini giocavano ancora per qualche tempo prima di ritirarsi nelle loro case. Le madri sorvegliavano i figli con sguardo attento, temendo che i loro giochi concitati potessero degenerare in liti infantili che prontamente avrebbero sventato.
Elissa e i suoi amici continuavano a camminare osservandosi attorno.
- Dove andiamo? - chiese Sindor.
- Forse è il caso di andare a cercare un posto per dormire e dove poter saziarsi, - disse Tantris.
- È giusto, - rispose Elissa. - Cerchiamo una locanda.
Non dovettero vagare per molto. Videro un’insegna elegante appesa al muro di una costruzione di colore verde scuro. Era un ostello per viandanti che Elissa già conosceva per esservi stata nei suoi passati viaggi.
- Questo posto lo conosco, - diss’ella. - Si mangia bene e le camere sono abbastanza comode. Abbiamo trovato il riparo per la notte, - concluse.
Gli altri assentirono col capo e tutti insieme entrarono.
Si sentiva provenire dalla cucina del locale un odore assai stuzzicante che mise l’acquolina in bocca a Tantris, già discretamente affamato. Quella che sembrava la proprietaria del posto si fece avanti.
- Cosa desiderate? - domandò sollecita la signora.
- Vorremmo due stanze per la notte e qualcosa da mangiare per stasera.
- D’accordo, - rispose l’anziana donna, che stava fissando incuriosita lo gnomo. - Anche quello dormirà con voi? - chiese, indicando Stoves.
- Sì, anche lui, - replicò incurante Elissa.
- Se a voi va bene così... - disse la proprietaria con un gesto di scusa.
Elissa sapeva che gli elfi guardavano con sospetto i pochi gnomi che passavano per le loro terre. Era ancora forte in loro il ricordo della tremenda battaglia di un secolo prima che aveva provocato molti morti tra la loro gente. E gli elfi si rammentavano bene della parte recitata in quella tragedia dagli gnomi, e di come loro avessero ucciso e straziato molte persone. Per questi motivi uno gnomo era considerato buono solo quando era morto, e tutti gli esponenti di quella razza erano malvisti a Linnesti.
- La cena sarà pronta tra un’ora, - continuò l’anziana signora. - Se intanto volete seguirmi nei vostri alloggi...
Salirono così due rampe di scale, sempre dietro alla donna. Entrati nella stanza si guardarono intorno e videro che l’arredamento era proprio essenziale: due letti, un tavolo con alcune sedie e un armadio per riporre i loro indumenti. Una lampada ad olio posata sulla tavola illuminava le pareti creando giochi di ombre e chiaroscuri.
Per Elissa quelle stanze erano confortevoli, ma Sindor e Tantris, abituati all’ampiezza e alla sontuosità delle loro abitazioni ad Arcadia, rimasero un po’ delusi.
- Vanno bene? - domandò l’ostessa.
- Perfetto, - rispose Elissa prevenendo i commenti dei suoi due compagni.
La proprietaria si voltò e si diresse alle scale dicendo: - ricordatevi che si cena tra un’ora, non un minuto di più.
Stoves era già entrato in una delle due stanze e si era messo a saltellare tutto felice sul letto.
- Bene Elissa, - disse Sindor, - come ci organizziamo per le stanze?
- Io dormirò con Tantris, tu con Stoves, - rispose l’amazzone.
- Perché io devo riposare in una camera con quello sgorbio. Non puoi starci tu?
- Avrai modo così di conoscerlo meglio, - replicò Elissa con un risolino trattenuto e si voltò per entrare nel suo alloggio.
Dietro di lei Sindor brontolò qualcosa nei confronti delle guerriere dalla testa vuota che però Elissa non poté udire. Il giovane si rassegnò a convivere per qualche ora a stretto contatto con quell’ometto verdastro.

* * *

Trascorsa che fu un’ora, dopo aver sistemato le loro cose, discesero al piano di sotto per cenare.
La stanza della mensa era illuminata da molte lampade fissate alle pareti, lampade che emettevano un fumo giallognolo che appesantiva l’aria.
I quattro si sedettero ad un tavolo già apparecchiato e si guardarono intorno. C’erano molti umani, probabilmente commercianti venuti lì a vendere le loro mercanzie. Si potevano notare però anche un paio di nani, arcigni e rigidi sulle loro sedie. Era ben strano vedere nani in una città elfa. Tuttavia, pensò Elissa, forse la nuova ondata di pace che stava coinvolgendo l’Ifrigea intera era in procinto di cambiare le cose. Forse questi nani itineranti erano le prime avvisaglie del fenomeno. Ma ora non aveva tempo di pensare ai possibili risvolti futuri della questione, doveva pensare invece a cosa dire a Serovor, e, soprattutto, a come dirglielo.
Sarebbe stato bello se Tandor fosse stato con loro. Il mago era una persona carismatica, sempre con le idee pronte, un uomo di cui ci si poteva fidare in qualsiasi situazione. E lo aveva dimostrato anche in quest’ultima missione. Elissa lo stimava, era orgogliosa di conoscere una persona tanto istruita e capace. Un uomo che non aveva esitato ad aiutarla fin dal primo momento in cui si erano conosciuti, una persona che aveva condotto Elissa a compiere il suo lento e difficile cammino per diventare una guerriera.
Mentre era immersa in queste speculazioni non si accorse che era arrivata la minestra. I suoi commensali avevano già iniziato a mangiare, incuranti del fatto che lei indugiava. Il rumoreggiare dei piatti colmi trasportati alle tavole la destò tuttavia dai suoi pensieri e, vistosi anche lei il piatto davanti, afferrò un cucchiaio e si mise a sorseggiare il brodo vegetale.
- Hai visto chi è seduto laggiù in disparte? - chiese Tantris, rivolto a Sindor, il quale voltò lo sguardo nella direzione indicata dall’amico.
- Quella faccia l’ho già vista.
- Certo che l’hai già vista, - continuò Tantris. - È quella del capitano Fargo. Ti ricordi quell’uomo che abbiamo incontrato all’osteria di Laskin prima di partire per il nostro viaggio, quell’uomo che parlava di quegli strani episodi accaduti alla sua nave e al suo equipaggio? È proprio lui.
- Già, adesso mi ricordo. Quando ne parlava quelle storie mi parevano assurde, ma adesso non ne sono più tanto convinto. Chissà cosa ci fa qui.
- Proviamo a parlare con lui dopo cena.
- D’accordo, - concluse Sindor.
Continuarono a mangiare. Dopo il brodo venne servita una portata di insalata accompagnata dal buon pane di sesamo tipico della mensa degli elfi.
Dopo che ebbero finito di desinare, il gruppo si alzò. Elissa seguì Sindor e Tantris che erano diretti verso la tavola presso cui era seduto il capitano Fargo.
- Buona sera, - esordì Tantris.
L’attempato uomo lì fissò non riuscendo a riconoscerli. Poi disse: - Buona sera a voi. Posso sapere con chi ho l’onore di parlare?
Sindor gli rispose per primo.
- Vi abbiamo visto parlare all’osteria di Laskin circa tre settimane fa.
- Ah, mi ricordo di voi. A quel tempo stavo reclutando un nuovo equipaggio per la mia nave. Ma rammento che con voi era anche un altro ragazzo. Dove è finito.
- È andato alla Biblioteca Ancestrale, - scappò detto a Tantris.
- Davvero? - replicò il capitano, subito interessato. - E cosa ci va a fare un ragazzo giovane come lui in un posto tanto pericoloso?
Ormai avevano detto più del dovuto. Tantris rivolse uno sguardo a Elissa per chiederle quanto ancora potevano rivelare a quell’anziano personaggio. La donna fece un cenno d’assenso col capo.
- È andato laggiù per compiere una missione, - tagliò corto Sindor.
- Da solo? - chiese il capitano.
- In compagnia di un potente mago, - rispose vagamente Tantris. - Ti ricordi di quelle storie che narravi sul tuo equipaggio e le loro vicissitudini?
- Me ne ricordo bene, e spero che voi crediate a quanto ho detto perché è tutto vero.
- All’inizio eravamo un po’ scettici, - continuò Tantris. - Ma ora siamo certi che quello che tu hai riferito sia vero.
- E cosa ve lo fa supporre?
- Stanno avvenendo dei cambiamenti molto profondi nell’Ifrigea, - disse Elissa. - I vecchi terrori stanno riaffiorando. Il pericolo per le nostre terre è assai grave. E anche questa volta si è concretizzato nella figura maligna di un elfo nero.
- Un elfo nero? - chiese incredulo Fargo. - Credevo non ne esistessero più.
- La vecchia razza non esiste certo più da molto tempo, ma anche un elfo bianco che abbandoni la sua gente per perseguire fini malvagi è da considerarsi un nuovo e pericoloso elfo nero. Lo scontro è ormai prossimo, anche se le città sembrano tranquille e la gente in pace. Ma è proprio su questo che conta Deindres, l’Elfo Reietto, per conseguire una facile e pronta vittoria. Approfittando di questo spirito quiescente che ha pervaso i popoli, vuole sferrare il suo terribile attacco laddove la vigile sorveglianza avrebbe invece potuto essere di ostacolo ai suoi piani.
- I vostri discorsi mi sembrano insensati. Che cosa può fare un elfo da solo?
- Non è solo, - continuò Elissa. - Ha già dalla sua parte un forte esercito di orchi e gnomi e lo sta ammassando al di là del Mare del Tormento.
- Gnomi come quello? - disse acremente il capitano, fissando Stoves.
- Sì, come lui, - disse Elissa. - Anche se Stoves non sarebbe in grado di nuocere a una zanzara, figuriamoci far parte di un esercito.
Ma Fargo era ancora dubbioso.
- Un secolo fa il rinnegato Fiesolas, nonostante fosse anche un mago molto esperto, non riuscì a sconfiggere la resistenza di Linnesti. Perché dovrebbe riuscirci questo Deindres?
- Anche Deindres è un mago molto potente. Conosce sortilegi di cui Fiesolas non aveva neanche idea. Riesce a dominare le menti, infondendo paura e sgomento, tristezza e disperazione. È un male oscuro che riesce a infliggere ai suoi nemici. Io e i miei amici abbiamo sperimentato sulla nostra pelle le angosce che l’Elfo Reietto riesce a evocare. E ti assicuro che sono lugubri e nefande. I tuoi compagni che sono morti nel naufragio presso Veral sono stati dominati da quei funesti pensieri inferti dall’arcana magia di Deindres.
Fargo fissava i compagni cogitabondo. Stava pensando a quanto gli era accaduto, e se quando era successo poteva avvalorare le storie raccontate dalla donna.
- Non credo di riuscire a credervi, - spiegò infine. - Anche se ammetto che qualcosa di vero passa esserci in quanto dite, non posso ritenere che la situazione sia così catastrofica come voi dite. Non avete dati concreti per accreditare le vostre teorie. Come mai nessuno ne sa niente? Perché non si sono viste delle navi viaggiare dalle Terre Abbandonate all’Ifrigea?
- Il suo esercito non ha ancora salpato. Per il resto, la sua maggior cautela è quella di lavorare in sordina. Ha elaborato il suo piano nei minimi particolari, lungo un arco di tempo molto lungo, di svariati anni, e ha capito che se avesse agito in modo che nessuno si accorgesse di lui, il suo risultato sarebbe stato vincente. Hai mai sentito parlare di esseri deformi, o di incomprensibili ondate di depressione presso la gente?
- Sulle seconde ti posso dare ragione, sono assai strane. Ma quelle degli esseri deformi e malvagi sono solo storielle.
- Non sono storielle, - reiterò Elissa. - Sono stati esseri creati dalla magia di Deindres e ora schierati al suo servizio. La minaccia è imminente, e chi non ci crederà approntando le necessarie difese verrà spazzato via.
Il capitano scrutò con sguardo penetrante Elissa. Poi fissò gli altri.
- No, mi dispiace, non posso credervi. Quelle che raccontate sono tutte fandonie. Non so chi vi abbia convinto di quello che dite, ma chi vi ha riferito queste cose vi ha ingannato e si è preso gioco di voi. Io non ho tempo per queste sciocchezze, devo tornare in viaggio per mare. Avevo deciso di partire subito dopo cena, ma stando a parlare con voi mi sono attardato.
Tantris guardò sbalordito il vecchio capitano. Come, proprio lui che aveva passato quelle esperienze così devastanti non poteva credere al piano malvagio di Deindres. Proprio lui che aveva toccato con mano la sordida disperazione che l’Elfo Reietto generava nelle persone, lui stesso ora si tirava indietro e decideva di non ascoltare più quanto avevano da dirgli. Se sussisteva veramente questa beata incredulità tra la gente, allora esistevano ben poche speranze di convincere il Consiglio della Città a preparare l’esercito per combattere.
- Arrivederci, - disse Fargo. - Se volete rivedermi, ma badate bene di non parlarmi più di queste sciocchezze, potete chiedere del Capitano Fargo oppure cercare tra i battelli all’ancora lo stemma della lontra su sfondo blu, proprio come questo che ho sul vestito.
Elissa posò lo sguardo sull’immagine che rappresentava una lontra su sfondo blu, probabilmente lo stemma di riconoscimento di Fargo e i suoi uomini, cucito sull’ampio abito del capitano, ma la sua mente era già lontana. Se non era riuscita a convincere un uomo di mare che lungo la sua vita ne aveva viste di tutti i colori, come avrebbe potuto persuadere della verità Serovor?

* * *

Poco dopo Sindor e gli altri si ritirarono nelle loro stanze per cercare di dormire. Per quanto quegli alloggi fossero spartani, erano ad ogni modo infinitamente più comodi che starsene su un pagliericcio all’aria aperta, esposti alle intemperie e al freddo. Elissa e Tantris erano molto stanchi, perciò si addormentarono presto. Sindor invece dovette passare qualche momento a parlare con Stoves, il quale era molto affascinato da Linnesti.
- Hai visto che splendide abitazioni hanno questi elfi? - chiese lo gnomo trepidante di emozione.
- Sì, le ho viste, - si limitò a rispondere Sindor.
- E hai visto anche quanta gente c’è? Quanta animazione nei mercati, quante botteghe aperte a vendere le loro mercanzie?
- Ho visto anche quelle! - bofonchiò spazientito il giovane. - Ma senti, ora mi sembra il caso di metterci a dormire.
- Sai, nel posto da cui vengo io non esistono luoghi di questo genere. Tutto e grigio, scialbo. I colori dominanti sono il marrone e il verde scuro. Non c’è lo splendore che si può vedere qui. Ma soprattutto non è presente lo spirito gaio e felice che si può notare in questa città.
- Immagino che le Terre Abbandonate siano un luogo molto tetro, - affermò ora più bonariamente Sindor. - Me le sono sempre figurate in guerra, luoghi dove i soprusi siano all’ordine del giorno e la pace sia una chimera lontana. Non deve essere stata facile la tua infanzia.
- BÈ, adesso sono grande e nessuno mi vieterà di scegliermi il posto dove vivere.
- Già, - annuì Sindor.
- Va bene, mettiamoci a dormire, - disse Stoves.
- D’accordo, - fece il giovane, ora pensieroso.
I due si sdraiarono nei loro rispettivi letti. Lo gnomo si coprì con un leggero lenzuolo e poco dopo era già addormentato.
Sindor invece rimase in posizione supina a fissare il soffitto. Stava pensando a Stoves e al suo carattere. Forse la sua aria giocosa e spensierata era una maschera che lo gnomo adottava per difendersi dalla realtà. D’altronde, con la vita triste e difficile che doveva aver vissuto fin da piccolo, forse quei suoi comportamenti quasi infantili dovevano essere una reazione alle disperazioni che lo circondavano. Probabilmente quella stupidità che Sindor gli attribuiva era una finzione, un’immagine fittizia che adottava per sviare chiunque dalla sua vera natura.
Certo, meditò Sindor, Stoves era un mistero più complesso di quanto sembrasse a prima vista.

* * *

La mattina successiva si svegliarono di buon ora perché avevano deciso di presentarsi direttamente a casa di Serovor per cercare di parlare con lui a quattr’occhi.
Furono i primi a presentarsi in sala mensa e consumarono una colazione abbondante a base di crostini integrali, miele e marmellate varie. Dopo che si furono saziati a sufficienza, uscirono dal locale.
In strada la giornata sembrava magnifica; il sole splendeva alto in un cielo terso e sgombro da nubi; l’aria era fresca e mite.
- Dove andiamo se non sappiamo neanche dove abita? - chiese Sindor.
- Chiederemo a qualche passante, - considerò Elissa. - Serovor è molto popolare e sicuramente qualcuno saprà indicarci la via dove risiede.
Qualche massaia camminava per strada diretta al mercato dove poteva acquistare le primizie della giornata. Il gruppo si avvicinò a una signora abbigliata con vestiti sgargianti, come imponeva la moda locale.
- Scusi... - fece Elissa.
La donna si voltò immediatamente, ma quando scorse lo gnomo subito si adombrò e affrettò il passo. - Non ho tempo, - riferì e continuò per la sua strada.
Elissa non diede peso a quel comportamento e scrutò attorno alla ricerca di qualche interlocutore più disponibile. Si accostò poi a un elfo alto e slanciato, giovane, che camminava posatamente, con tranquillità, soffermandosi ogni qualche passo a osservare i movimenti della gente.
- Scusi signore... - iniziò a dire l’amazzone.
Il giovane si voltò e si mise a scrutare minuziosamente le persone che gli erano di fronte. Il suo sguardo si posò in particolar modo su Stoves, poi disse: - Uno gnomo! Che strano che è, non ne avevo mai veduto uno prima.
Stoves assunse un’aria impettita e si ritirò dietro ad Elissa.
- Cosa posso fare per voi? - chiese poi il giovane, ripresosi dalla sorpresa.
- Ci potrebbe indicare dove abita il Capo del Consiglio, il signor Serovor? - domandò Elissa.
L’elfo rimase un attimo stupito da quella domanda. Non credeva che un gruppo di persone così assortito potesse avere a che fare qualcosa con Serovor. Comunque decise di rispondere compitamente alla richiesta.
- Il Capo del Consiglio abita qui vicino; esattamente dovete proseguire dritti per questa strada e poi imboccare la terza trasversale a sinistra. La sua casa è la quarta sulla destra e potrete riconoscerla dal suo stemma disegnato sul muro di fronte.
- Qual è il suo stemma? - chiese Tantris.
Possibile? si domandò l’elfo. Questi stranieri non sanno proprio niente.
- L’effigie della famiglia di Serovor raffigura un giglio alla base di un pioppo. Chiunque ve lo potrebbe dire qui a Linnesti.
- Molte grazie, - disse Elissa.
- Di niente, - rispose il giovane. - Arrivederci. - E, accomiatandosi, riprese il suo cammino senza meta.
Gli amici si rimisero in marcia. Seguirono le indicazioni date loro dall’elfo e ben presto scorsero una casa che aveva tutte le caratteristiche per essere abitata da una persona importante. Guardarono lo stemma inciso sul muro e compresero che lì abitava Serovor.
Elissa si accostò alla porta e scosse il battente. Si mise in ascolto attendendo una risposta.
Dapprima non udì nulla, poi alcuni passi che percorrevano probabilmente una scala e infine la porta venne scostata quel tanto che bastava a far comparire un viso di donna già attempato, con due occhi verdi che l’età non aveva ancora scalfito nel loro fascino.
- Chi siete? - domandò la sua voce, lieve ma sospettosa.
- Siamo venuti per parlare con Serovor, - disse Elissa, - abbiamo un’importante ambasciata da riferirgli.
- Mio marito sta ancora dormendo. Non può ricevere nessuno. Inoltre oggi è una giornata densa di impegni per lui, non credo abbia il tempo di ascoltarvi. - La signora soppesò con lo sguardo quell’eterogeneo gruppo di persone che sembravano avere tanta urgenza di parlare con Serovor, intimorita dai loro aspetti trasandati e soprattutto dall’aria inquietante dello gnomo.
- Ma noi dobbiamo assolutamente parlargli! - reiterò la bionda amazzone.
- Non so che dirvi, oggi lui è troppo occupato, - replicò la donna.
- Possiamo attenderlo qui fuori, - disse Sindor piano, rivolto a Elissa.
- Direi che è l’unica soluzione, - confermò la guerriera. Poi, a beneficio della moglie: - Lo aspetteremo qui fuori, se per lei non è un problema.
- Per me fate pure, - disse la signora e, dopo un’ultima occhiata, chiuse la porta, non accennando minimamente a farli entrare in casa nella sala d’attesa per gli ospiti.
Tantris si appoggiò al muro della casa e si sedette, imitato dagli altri. Poi disse: - Finalmente. Dopo tutta la strada che abbiamo percorso e i pericoli ai quali ci siamo esposti, forse almeno siamo vicini a raggiungere il nostro obbiettivo, avere udienza presso Serovor. - Ma poi il ragazzo pensò alle brutte notizie che avrebbero recato all’anziano padre, e subito si rabbuiò.
Anche gli altri meditarono gli stessi pensieri del ragazzo, decidendo ciascuno di tacere e limitarsi ad aspettare.
L’attesa comunque non si protrasse a lungo: passata che fu una mezz’ora, udirono la porta scostarsi e un viso gioviale, ben in carne, si affacciò, seguito poi dal corpo massiccio e pingue del Capo del Consiglio.
Costui dall’aspetto sembrava una persona affabile, gentile, non arrogante come poteva far presumere l’alta carica ricoperta. Una calvizie incipiente si notava sul capo. Portava una barba e dei baffi brizzolati che gli davano una certa impressione bonaria e paterna.
- Buongiorno, - salutò Serovor. - Mia moglie mi ha riferito che voi desideravate parlare con me. Posso sapere con chi ho l’onore di parlare?
- Io sono Elissa, e questi sono i miei compagni Sindor, Tantris e Stoves, - disse l’amazzone, indicandoli.
- Uno gnomo, - replicò Serovor, pensieroso. - E molto tempo che non ne vedo qui a Linnesti.
- Tu non ci conosci, - continuò Elissa, - ma conosci bene chi ci ha inviato presso di te. Il suo nome è Tandor.
- Ah, il mio buon amico Tandor! - esclamò l’elfo, riscossosi dalle sue meditazioni sugli gnomi. - Quanti anni sono passati da quando l’ho visto l’ultima volta. E ditemi, come sta?
- È perfettamente in salute, - rispose Tantris.
- Certo che se vi manda lui deve essere successo qualcosa di importate, - rifletté Serovor.
- In effetti di avvenimenti ne sono accaduti molti, alcuni imprevedibili, - disse laconicamente Elissa.
- Ma prego, seguitemi in casa, dove potremo parlare più comodamente. - E l’elfo fece il cenno di introdurli nella sua dimora.
- D’accordo, - disse l’amazzone. - In effetti ci sono molte cose che dobbiamo dirti...

Compra l'ebook del romanzo fantasy "L'esiliato"

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No