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In cammino nell’alba nascente
Titolo: In cammino nell’alba nascente
Autore: Christian Michelini
Genere: Racconto, fantascienza,surreale
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Racconto vocale: Ascolta
Pubblicato il: 2011-05-08
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Ho camminato, ho camminato a lungo, mentre lo spettro seguiva sempre la mia ombra.
Ho visto tanto, troppo.
Ho visto il savio che parlava al vento, con una platea di ranuncoli e sicomori a sentire il suo accorato eloquio.
Ho visto anche il folle, con lo scettro dell’intolleranza in mano, che arringava platee immense; protervo, arrogante, tronfio millantatore che dirige e azzitisce.
Ho pianto per il primo, mentre i fedeli del sordido generale intonavano un lugubre canto di morte.
Un giorno ho visto la radura nel boschetto di verdi abeti, e al centro della radura c’era una rosa maestosa che richiamava anche l’occhio più distratto; era bianca e pura, scintillante e fresca, immersa nella radiosa giornata di primavera.
Ma io ho volto il mio sguardo altrove, a guardare il tenero candido giglio che stentava a crescere, all’ombra di un’austera quercia che adombrava l’esile bocciolo.
Non l’ho colto.
Certe cose non si dovrebbero mai cogliere.
Per mesi ho salito l’erto pendio mentre la gente mi salutava col viso sorridente, scuotendo la mano giuliva, comodamente trasportata da roboanti automobili di ultima generazione. Il Sole splendeva in cielo e la calura mi opprimeva. Ma ho continuato a camminare, lo sguardo innanzi, perché volevo immergermi nella luce dell’armonioso Astro.
Per molte serate ho guardato le corrusche stelle che punteggiavano la volta celeste, mentre la piana era nebbiosa, e in lontananza si scorgevano le figure di quanti tornavano alle loro tranquille dimore e pregustavano una calda minestra. Era freddo, e le gelide sferzate del vento agghiacciavano il mio corpo. Ma la mia anima era calda e gioiosa, mentre le stelle rischiaravano il globo.
In seguito non mi sono mai pentito di aver rimirato quegli scintillanti squarci nell’Universo.
Continuai le mie peregrinazioni, continuai sempre a osservare.
Ho visto il povero che stende la mano e riceve uno sputo, mentre al ricco basta uno sguardo per avere.
Ho visto il ladro lodato, e il sincero biasimato.
Ho visto persone che avevano un ventre enorme e arti flaccidi, e seppi che si cibavano dell’altrui miseria.
Ho visto molte più persone che avevano solo il ventre enorme, e seppi che la fame aveva divorato l’inerte corpo.
Sono stato in luoghi distanti nello spazio e nel tempo, spesso dimenticati, obliati nel fiume umano che mai s’arresta. Ma anche lì ho osservato lungamente.
Sono stato nelle ridenti magioni inglesi dell'Ottocento, a vedere le famiglie aristocratiche che tiravano avanti la giornata, fra lazzi e celie, giochi e arguzie.
Sono stato anche nei ghetti londinesi, proprio nello stesso periodo, a vagar tra rivoli d’acqua immonda e lezzo di rancido, per vedere la lavandaia che risciacquava il suo logoro abito rappezzato.
Poi, rimembrando quel netto contrasto, la mia speranza fu scossa.
E lo spettro mi seguiva ancor da presso.
Allora sono stato sulla Luna, e da lì ho visto la Terra.
Era azzurra, era verde, era bianca.
Sembrava così bella, da lassù.
Poi sono stato su Marte, il rosso fratello. Era arido, privo di vita, sitibondo. Non mi soffermai, se non per una mesta occhiata a quanto non era più.
Poi ho preso di nuovo la mia astronave, diretto a Centauri. Posai piede sul primo pianeta, ma non un saluto mi accolse. La mia discesa non fu notata da vivente. Vidi ancora il saggio solitario e il folle acclamato a gran voce, mentre la rosa splendeva e il giglio appassiva. Vi erano quanti già conoscevo: il ricco e il povero, il ladro e l’affamato.
Lì dunque la vita era simile alla nostra?
Forse, mi dissi.
Forse a volte basta una mela marcia per rovinare le altre.
Non attesi oltre. Sono ripartito con la mia astronave. Da Centauri mi sono diretto ancor più lontano. Poi, d’un tratto, vidi lo spazio alterarsi e non vidi più le stelle e poi tutto fu oscurità. E vidi qualcosa di fronte a me, mentre vampe di novella luce avvampavano tutt’intorno. Poi un’astronave immensa apparve, e mi trovai d’un balzo in essa, mentre un popolo di antichi viaggiatori mi accoglieva. Chiesi donde provenissero, ed essi mi parlarono della loro patria lontana nello spazio e così vicina nel tempo, tanto da poterla raggiungere in un attimo.
Allora partimmo, io con loro e loro con me, e in un secondo abbiamo percorso migliaia di anni-luce, e mi son trovato al centro della Galassia, e c’erano così tanti Soli, e ancor più pianeti, e tanti satelliti. La vita pullulava e fioriva in tutto lo spazio a perdita d'occhio.
C’è speranza, ho pensato.
E vissi con quel popolo che mi accettò come amico, conoscendo lontane culture e lontane morali.
Poi ho letto e ho scritto, ho vissuto e giocato e inventato. Tutti mi rispettavano. Ero felice, e le giornate scorrevano liete, come non accadeva da lungo tempo.
Ma laggiù, così distante dalla mia terra natia, ho ricordato spesso la patria lontana.
La nostalgia mi colmava il cuore.
Per questo motivo, solo per questo, ho deciso di tornare.
Ho lasciato i miei nuovi amici, e loro mi hanno promesso di venire presto sul mio mondo, e conoscere la mia razza, e aiutare la mia gente.
Così sono ripartito. Ho percorso nuovamente mille e mille anni-luce, mentre lo spazio si deformava al mio passaggio. Sono arrivato a Plutone, e la Terra era ancora invisibile, e passai veloce tra gli anelli di Saturno, e sfuggii all’immensa attrazione di Giove.
La Terra era adesso un puntolino all’orizzonte.
Allora accelerai, usai gran parte dell’energia che mi avevano fornito i Viaggiatori, e transitai tra gli asteroidi a folle velocità, e la Terra si ingrandiva, e vidi Marte ancor più grande, ma lo superai d’un balzo, mentre la Luna s’approssimava. Poi fissai quest’ultima, e mi parve così arida, mentre sotto il mio pianeta era azzurro, era verde, era bianco.
Infine atterrai, atterrai nella mia patria, nella mia terra, sulla Terra.
Ma non vidi nessuno.
Girai, girai in cerca di qualcuno, perché ero stato già fin troppo solo in quel diuturno viaggio.
Niente, solo il desolante vuoto nel silenzio spettrale.
Una cittadina, una cittadina si stagliava all'orizzonte, e mi parve così tranquilla e calma, così familiare mentre era immersa nell’atmosfera serotina.
Entrai, e vidi strade sgombere, incroci vuoti, marciapiedi desolati.
Suonai a qualche porta, ma non mi fu aperto.
Andai in chiesa, e vidi che era vuota.
Andai al municipio, ed era vuoto.
Andai nelle scuole, ed erano vuote.
Vidi un cinema, ed era muto e silente.
Poi sentii qualcosa, e mi parve che venisse da sotto di me, e aguzzai l’orecchio, e quel suono mi parve ancor più reale.
Ero in un parco, e solo allora mi accorsi che la terra era smossa, e che l’erba stentava a ricrescere, e che non vi erano alberi, non vi erano uccelli, non vi erano farfalle né fiori.
Ma si udivano quelle voci.
E io le seguii.
Vidi un’entrata. Andai a quell’entrata e mi feci sentire, e chiamai a gran voce, e bussai forte a quella che mi sembrò una porta.
Ma nessuno mi aprì.
Poi vidi una specie di pannello, e sopra una telecamera, e uno schermo, e allora decisi di schiacciare i tasti, freneticamente, animato da un’inquietudine profonda, da un disagio affossante.
Nessuno rispose.
Stavo per andarmene, e ripartire, e il mio cuore era triste e lo spirito affranto.
Poi udii una voce. Nitida, irreale, stridente.
Mi girai, e sullo schermo vidi una faccia umana, quale non vedevo da lungo tempo, mentre la telecamera inquadrava il mio viso trasognato.
E poi parlai.
Parlai, parlai a quell'effige tecnologica, mentre il mio cuore palpitava, e gli chiesi perché nessuno fosse nella case, e nessuno fosse in chiesa, e nessuno al municipio, e niente, nulla, neppure nelle scuole né al cinema.
E lui mi rispose, col viso scarno, gli occhi incavati, la paura che deformava i suoi lineamenti.
Mi disse che la gente viveva nel terrore e che ci sarebbe stato un attacco; disse che un paese aveva sfidato il mondo e che si erano sperimentate nuove armi. La distruzione era imminente, affermava spaurito. E la gente si riparava, si nascondeva in quel bunker sotterraneo: niente più azzurri cieli e verdi boschi e bianche nubi. E tutto per scampare all'eccidio, per sfuggire all'olocausto, per sopravvivere al perverso supplizio.
Allora io chiesi come fosse possibile, come si fosse giunti a tanto.
E lui non rispose.
Non sapeva cosa rispondermi.
Infine io, disperato, chiesi di entrare, perché lì avevo lasciato amici e conoscenti, e volevo rivederli, volevo stringere le loro mani, abbracciare i fratelli, baciare le madri.
Ma quell’uomo, quell’uomo che mi mostrava il suo volto macilento e svilito, quell’uomo che mi parlava sì distante, lontano, mentre al riparo toccava la console di comando, egli mi rispose che non c’era posto, e che gli dispiaceva, e che dovevo fuggire, e che non v’era speranza.
Io lo fissai, ricercando il suo sguardo sfuggente. E sul mio viso era la plumbea tristezza e l’accorata implorazione; v’era il biasimevole saluto, il desolante commiato, l’orgoglioso addio.
Poi mi voltai, e solo allora vidi lo spettro che ancora mi seguiva.
Iniziai a camminare.
Camminavo tranquillamente, in quel paesaggio di incubo, in quella solitudine pregnante e inquieta.
Poi sentii, sentii delle sirene lancinanti, ed erano le sirene che avvertivano del pericolo.
E guardai in cielo, e vidi un puntolino all'orizzonte.
E poi questo punto divenne più grande, e nascondeva le stelle al suo passaggio.
Solo dopo lo riconobbi.
Era lo strumento di morte. Era il loro strumento di morte.
Il mio spettro per la prima volta sorrise, mentre con ghigno deforme guatava il cielo.
Io ero in mezzo al parco. Tutto era silenzio, silenzio e silenzio.
Era notte da lungo tempo, ormai, e tuttavia l’alba mi appariva una lontana illusione. Io ero in piedi e lo strumento di morte oscurava la volta stellata.
Ed era buio. Era troppo buio.
Io rimasi in piedi, fisso e immobile, come stordito. Poi allargai le braccia, sconsolato.
E iniziai ad attendere.
Per lungo tempo non accadde nulla. Ero avvolto nel silenzio, nella solitudine, nella tenebra. Rimembravo i miei amici lontani, i Viaggiatori, mentre il cuore era gelido e la mente afflitta. Ricordavo ancora la loro promessa di venire sul mio mondo. Il mio spirito s’illuminava al pensiero di rivederli.
Ma in quel momento sentivo la presenza dello spettro, e il mio sguardo si rifiutava di posarsi sull’immonda sagoma.
Non vedevo più lo strumento di morte.
Non vedevo più nulla.
Era ancora notte. Era ancora buio.
Ma l’alba è vicina, pensai.
Poi iniziai a vedere la luce.

Settembre 2000

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