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L'esiliato - Capitolo 06
Titolo: L'esiliato - Capitolo 06
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
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Capitolo Sesto


Le giornate si alternavano senza sosta, le mattine sorgevano con un’alba fiammeggiante, l’aria diventava sempre più calda con l’approssimarsi del mezzogiorno, per poi cedere il passo a una lenta e armoniosa frescura che salutava il declinare del Sole e la venuta dell’imbrunire. Il cielo era sempre terso, luminoso; la terra, riscaldata dall’astro scintillante, giaceva riarsa e secca nell’afa opprimente.
I compagni procedevano senza requie nel loro peregrinare, avvolti in un umore incostante, a tratti rinfrancati nel loro cupo meditare, più spesso incerti sul loro avvenire.
Le notti erano pregne di un profondo torpore, indotto dalla lunga traversata che imponeva ritmi frenetici e spossanti agli amici. Erano notti colme di un vago ottenebramento delle facoltà intellettive, quando le infide paure si alternavano alle rincuoranti speranze.
I loro pasti erano semplici, frugali. Attingevano alle loro scorte alimentari e, quando potevano, arricchivano i loro desinare con bacche e vegetali che, con l’aiuto della magia di Leanna, era più facile per loro ottenere.
Tandor esaminava le piste battute alla ricerca di indizi di recenti passaggi. Trovava le orme di cavalli e quelle di umani e rari elfi che viaggiavano fra Antelia e Linnesti. Non sembravano esservi impronte dei rozzi e dinoccolati piedi degli orchi, o quelle minute e sgraziate degli gnomi. Sarebbe stato un grave pericolo dover affrontare anche una piccola truppa di quegli esseri del male inviati da Deindres, giacché, stanchi qual erano, l’esito del combattimento sarebbe stato oltremodo incerto. Inoltre, il mago sperava di non incontrare nessun suddito dell’Elfo Reietto, nella speranza che questi non fosse messo a parte della missione del gruppo e della sua direzione.
Proseguirono quindi per una intera settimana senza pause. Leanna e Tantris erano intorpiditi dalle lunghe cavalcate, ma anche gli altri due giovani sembravano accusare lo sforzo. Solamente Tandor ed Elissa parevano avvezzi a quell’attività.
Una sera, accanto a un fuoco sfavillante di corruschi luccichii, Tandor fece segno agli altri di accostarglisi.
- Sono ormai diversi giorni che siamo in marcia, - iniziò questi. - Vedo in voi i segni di una profonda stanchezza. Tuttavia vi devo esortare a resistere con risolutezza. Siamo a breve distanza dal crocicchio dove divergeranno le nostre strade. Io e Kor ci dirigeremo verso Kandras, e poi più giù, verso la Biblioteca Ancestrale. Il nostro cammino richiederà molto tempo.
- Il vostro, - continuò rivolto a Elissa e Sindor, - sarà invece breve e sarete a Linnesti tra quattro giorni al massimo. - Mentre parlava, il chiarore della fiamma rischiarava i suoi lineamenti affusolati.
- Leanna, porta i miei saluti a tuo padre e digli che se la nostra vecchia amicizia è ancora salda deve credere a quanto gli dirai sinceramente sulle sorti delle nostre terre.
La ragazza annuì col capo. Kor guardava la sua amata con occhi preoccupati. Sarebbe riuscita nella sua missione? Il padre di lei, Serovor, avrebbe convinto il consiglio della città di quelle storie sulle minacce imminenti che parevano così assurde? Kor non ne era sicuro, tuttavia confidava nelle arti persuasive di Leanna.
- Elissa, domani ci separeremo, - disse il mago. Ti affido questi valenti ragazzi affinché tu li conduca incolumi fino alla città elfa. - La bionda amazzone assunse un contegno imperturbabile nell’approvare le parole del suo vecchio amico.
- Tandor, - chiese Kor, - So che dobbiamo recarci il più presto possibile a Kandras per avvertire i nani di preparare un esercito. E purtroppo credo che, se la missione di Leanna sarà ardua, quella che ci aspetta sarà impossibile. Come convincere il generale Vondra che tutto il suo popolo è a rischio della vita? Come persuaderlo che deve agire, e subito, per impedire una tremenda disfatta?
- Il generale Vondra è una persona testarda e cocciuta, eppure non è uno stolto, - confidò il mago. - In passato ha saputo salvare i nani da altri cataclismi che minacciarono di abbattersi sulla città. Sicuramente ci concederà udienza, e allora starà a noi e alle nostre arti oratorie riuscire a convincerlo. Inoltre, egli già mi conosce; è esistito un tempo in cui accettava, sebbene riluttante, i consigli che gli davo. Spero che il ricordo di quel passato rapporto gli sia ancora fresco e che possa fidarsi di quanto gli riferisco.
Kor, mentre ascoltava, guardava il cielo che appariva nuvoloso. Forse, dopo giornate di caldo torrido, quella notte sarebbe venuto un temporale a rinfrescare le pianure. Avrebbero dovuto cercare un riparo per non infradiciarsi fino al midollo nei loro giacigli di sterpi.
- Questa è l’ultima notte che trascorriamo insieme, - concluse Tandor. - spero che possiate essere rilassati e pronti ad affrontare l’ultimo tratto di strada che ci rimane. Che Gairon possa proteggervi come ha fatto fino ad ora.
Detto questo si voltò e lasciò il gruppo ad approntare il riparo per la notte.
Egli invece non aveva tempo per dormire. Si allontanò dall’accampamento con passo spedito, addentrandosi in un bosco buio e tenebroso. Sarebbe stato rischioso per un uomo entrare in quella selva in piena notte, ma per il mago in quei luoghi non potevano annidarsi pericoli che non potesse fronteggiare. Almeno non ancora, poiché Deindres e le sue truppe si trovavano al di là del Mare del Tormento.
Si sedette su una pietra liscia e levigata che spuntava dal terreno. Estrasse da una tasca della sua veste uno strano oggetto che posizionò cautamente ai suoi piedi. Era uno strumento particolare, che il mago utilizzava per tenersi in contatto con i suoi informatori. Aveva la forma di un globo sfaccettato che emetteva scintillanti riflessi alla flebile luce della luna, mentre le dimensioni erano quelle di un pugno di un uomo adulto.
- Sei in ascolto? - chiese Tandor.
Dopo qualche istante, una immagine sfocata si materializzò al suo cospetto. Sembrava un pallido fantasma, un’ombra della notte venuta a impaurire le menti ignare, ma era solo l’evocazione del suo adepto che si aggirava per le coste delle Terre Abbandonate.
- Ti sento Maestro, - rispose Ageiron.
- Non riesci a vedermi?
- No, Maestro, - rispose l’altro. - L’energia che hai infuso a questo congegno magico sta riducendosi sempre più. Ritengo che tra breve tempo non potremo più metterci in contatto.
Tandor sorvolò su questa amara considerazione. - Puoi darmi ragguagli sulle mosse di Deindres?
- L’Elfo Reietto è pronto a partire. Le sue truppe si sono ammassate sui vascelli e stanno per salpare alla volta di Samovar.
Il mago si rabbuiò in volto. - I tuoi informatori sanno se Deindres ha inviato ulteriori emissari a cercare me e i miei compagni?
Ageiron si passò una mano sulla fronte per rassettarsi i capelli. - Purtroppo non so niente. Comunque, se vi siete dovuti scontrare con i suoi orchi già una volta, penso che sia possibile che questo accada ancora.
Il mago fissò cupo l’immagine del suo discepolo. - Ritengo anche io che vi siano concrete possibilità di scontrarci nuovamente. Dovrò vegliare costantemente sui miei compagni. Elissa è molto forte, come tu sai, ma gli altri sono troppo deboli per poter fronteggiare qualcosa di più tenace di qualche stupido orco. E’ necessario che tu mi aggiorni costantemente sulle mosse dell’Elfo Reietto. Se puoi, scopri quanto più possibile sui suoi piani. Ora è bene che ti lasci, devo tornare all’accampamento.
L’eterea figura di Ageiron scomparve misteriosamente come era apparsa.
Tandor si levò in piedi. Guardò il cielo, che era colmo di nubi scure e minacciose. La luna era celata alla vista così come le brillanti stelle del firmamento. Era buio, la tenebra sembrava infittirsi sempre più. Era una notte pericolosa. Qualcuno avrebbe potuto vedere la fioca luce del fuoco da campo, mentre i compagni dormivano. E allora sarebbe potuto accadere l’imprevedibile.

* * *

Tutti dormivano all’accampamento. Leanna, Kor e Tantris si erano assopiti accanto al fuoco per ripararsi dal freddo vento della notte che spirava da Ovest. Sindor era più discosto, infagottato in una coperta di lana che lo proteggeva dalla fresca brezza. Stoves stava sognando, i suoi lineamenti si contraevano e si rilassavano a seconda dei pensieri che fugacemente si alternavano nella sua mente stanca. Elissa era seduta, ma anche lei appisolata col capo reclinato per le lunghe fatiche della giornata. Aveva cercato di combattere il sonno, che tuttavia infine l’aveva ammantata nel suo dolce torpore.
Tandor era nella selva tenebrosa che si estendeva alla loro destra, intento a parlare con il suo discepolo per mezzo delle sue potenti arti magiche.
Una quiete e un silenzio anormale permeavano quella pianura. Gli uccelli predatori che cacciavano in quel periodo di oscurità non si udivano, così come gli altri esseri notturni, che si affaccendavano nella ricerca del cibo, sembravano stranamente silenti e tranquilli. Perfino il lontano ruscello, presso il quale spesso gli animali si abbeveravano, emetteva unicamente sommessi gorgoglii il cui suono a stento giungeva alle orecchie del gruppo addormentato.
Kor si rigirò nel suo giaciglio. Forse qualche vivido incubo stava funestando le sue visioni di sogno. Sudava abbondantemente nonostante il freddo.
Sindor russava sonoramente, intervallando il respiro con cupi sospiri prolungati, quasi si lamentasse di esser importunato da qualche ignoto disturbatore.
Le nubi in cielo si dissiparono per un momento e lasciarono trapelare i flebili raggi lunari a rischiarare quella piana sonnolenta e assorta.
Un acuto stridio fendette l’aere ed echeggiò cupo ed acre per la terra assopita. Oscure ombre nella notte solcavano l’aria emettendo grida e strepiti che turbavano i sonni della fauna timorosa.
Elissa si destò immediatamente, cercando con solerzia di rischiarare la mente annebbiata. Anche Kor si stava risvegliando, le palpebre ancora pesanti e oppresse.
- Hai sentito quelle grida? - chiese l’amazzone.
Kor, ancora ottenebrato, rispose: - Sì, mi è parso di udire qualcosa, anche se da principio credevo fosse un sogno.
- Non riesco a vedere nulla con questa tenebra, - ammise Elissa.
- Forse è meglio che svegliamo gli altri. Dov’è Tandor? - disse il ragazzo.
- Non lo so. Tu chiama Leanna, forse la sua vista da elfa ci potrà aiutare.
Ma Kor non fece in tempo a levarsi dal suolo che già le urla si facevano più vicine, trionfanti, acute e stridenti nel loro inumano timbro.
A quel punto tutti si svegliarono, il rumore era ormai troppo forte e assordante per permettere il sonno. Alcuni esseri alati erano in alto nel cielo sopra l’accampamento. Erano ormai assai vicini, oscure figure dalla possenti ali, dotate di artigli uncinati pronti a ghermire, con peli spessi e folti che ricoprivano il busto, occhi rossi e famelici incastonati in una testa di donna.
Elissa fissò quelle bestie immonde costernata.
- Arpie! - sibilò fra i denti.
Lo stormo sgraziato si gettò in picchiata sul gruppo ormai completamente desto. Tutti corsero affannosamente a prendere le armi che avevano posato accanto ai giacigli. Ma già le arpie erano sopra di loro a ingaggiar battaglia contro quei nemici umani.
Uno di quegli oscuri esseri si abbatté fragorosamente su Kor, il quale stava cercando di prendere alcuni legni infiammati dal fuoco. Il ragazzo cadde colpendo il suolo e rotolando distante per l’impatto inatteso.
Elissa aveva una lunga spada, impugnata con entrambe le mani, con la quale menava fendenti e stoccate sopra di lei cercando di tenere a distanza il demoniaco stormo.
Stoves era scappato a rintanarsi nel boschetto, sperava di non essere seguito da qualche d’una di quelle creature.
Sindor era circondato da tre arpie che lo ferivano con i loro mortiferi artigli. Era già sanguinante al busto e allo stomaco, ma impugnava coraggiosamente la sua corta spada che difficilmente riusciva a colpire gli irsuti corpi dei suoi nemici.
Tantris era spalla a spalla con Leanna. Cercavano di difendersi reciprocamente dagli assalti mortali, ma erano in netta inferiorità e non riuscivano a sostenere l’attacco.
Kor nel frattempo si era rialzato dolorante. Stava fronteggiando quattro mostri che si erano fatti sotto. Quegli esseri si lanciavano in penetranti picchiate verso il loro contendente. Il ragazzo era costretto a schivare all’ultimo momento quei poderosi assalti e a poco gli serviva la spada se non per ostacolare i possenti artigli di quelle fiere. Era attorniato e stava soccombendo.
Nel frattempo Elissa era riuscita a colpire uno di quei possenti rapaci che si era schiantato al suolo, gemendo e stridendo per la profonda ferita che gli attraversava un’ala. Ma subito gli attacchi delle altre tre immonde bestie si fecero più concitati, e la bionda amazzone, anche se impavida e strenua nella sua difesa, era costretta a retrocedere.
Dal boschetto giunse un frenetico trepestio di piedi in folle corsa. Era Tandor che, udito il clamore della battaglia, con enfasi cercava di raggiungere l’accampamento. Sbucò fuori dai fitti arbusti con un balzo di sovrumana potenza e si ritrovò a fissare basito la scena che gli si profilava davanti. Non avrebbe mai pensato che Deindres potesse mandare delle arpie a combattere per lui. Erano esseri troppo infidi, perseguivano unicamente i loro fini, erano difficili da addestrare e spesso non eseguivano gli ordini. Ma Deindres, con le sue arti demoniache, era riuscito nell’intento di asservirle e, questo era certo, la loro follia omicida avrebbe giovato al piano malvagio dell’oscuro signore.
Il mago non perse tempo e, invocando un litania ferma e risoluta, si accinse a battagliare. Scintillanti fulmini uscivano dalla sue mani di stregone, lampi gialli e verdi e rossi si avvicendavano e colpivano inclementi i bersagli che Tandor si prefiggeva. Un terribile odore di carne ustionata e peli bruciati si spandeva fetido e nauseabondo per tutta la piana. L’olezzo dei loro compagni morti sembrava esacerbare la furia di sangue che animava quelle ripugnanti creature, che non avevano smesso per un istante di attaccare, furiose e omicide nel loro istinto.
Ad un tratto, una delle arpie si levò in volo sopra il luogo del combattimento. Era il loro capo, si poteva notarlo per le striature rossastre che screziavano il suo manto grigiastro di peli. Si fermò a mezz’aria, e le sue ali battevano incessantemente l’aria per mantenere quella posizione sospesa. Emise un continuo e lacerante verso, un canto di morte, una mortifera melodia che evocava magie arcane e terribili. La sua voce echeggiava, stordendo i compagni di Tandor.
Poco a poco, una lenta, grigiastra foschia parve salire costante dal suolo. Una bruma densa e fumosa, che divenne nebbia spessa e avvolgente e che impediva di vedere ad un palmo dal naso. Nessuno degli amici poteva penetrare quello spesso muro di tenebra. Nemmeno lo sguardo acuto di Leanna poteva sondare neanche a pochi metri di distanza. Le arpie, al contrario, potevano vedere in quella pregnante nube. Vedevano i corpi di quegli umani, vedevano le scie delle loro energie vitali, il pulsare del loro cuore mortale. Perciò, tenaci e frementi di collera, attaccarono impietosamente gli uccisori delle loro sorelle.
Solo Tandor sembrava immune alla loro malefica vista. La sua magia lo stava proteggendo. Mentre i suoi compagni erano gettati nella più cupa disperazione, lui si adoperava per rischiarare il terreno da quel nefando incantesimo che rendeva ciechi e impotenti i suoi amici. Ma mentre lui stava evocando una magia che potesse dissipare le nebbie, gli esseri infernali colpivano a più riprese gli indifesi compagni, che erano costretti a difendersi all’ultimo istante da quegli attacchi ciechi e mortali.
Sindor era stato ferito alle gambe e, inginocchiato, tentava di allontanare con la spada gli artigli che lo ghermivano. Elissa, resa pazza dalla rabbia di quell’incantesimo proditorio, combatteva senza tregua le minime ombre che le si accostavano, menava fendenti a destra e a sinistra, emetteva alti urli di guerra cercando di attirare l’attenzione su di sé e proteggere quindi i suoi compagni meno esperti. Ma ciò non serviva. Le fiere immonde attaccavano impunemente chiunque, i loro artigli spessi e uncinati calavano impietosi su Kor, su Leanna e Tantris che era ancora spalla a spalla nella strenua difesa, sul prode Sindor che, sebbene ferito anche agli arti, continuava a pugnare valorosamente.
Il combattimento divenne serrato e senza tregua. L’istinto guidava le difese del gruppo di amici, giacché la cecità impediva di vedere chi o cosa si colpisse. Altre arpie erano morte, uccise dalla furia omicida di Elissa che con valoroso impeto scacciava quelle funeste presenze. Ma i suoi compagni non erano così forti ed esperti qual era la bionda amazzone. Essi erano impreparati ad un assalto di quella portata, erano pervasi dal panico, solo Sindor e Kor sembravano sostenere strenuamente l’enfasi della battaglia.
Tandor intanto aveva quasi completato il suo incantesimo. La nebbia si stava dissipando e le grida delle arpie erano stridule e lamentose per l’insuccesso parziale del loro piano. Il mago continuava a emettere lampi colorati diretti contro quello stormo di esseri, e sembrava l’unico in grado di vedere nonostante quella foschia artificiale.
Infine quella nube di impenetrabile grigiore scomparve completamente. Le arpie emettevano orripilanti grida di scherno rivolte a quel gruppo di mortali che aveva pur decimato le loro fila. Tandor continuava a bersagliare con luci di enrgia multicolore lo stormo ormai in fuga.
Il mago si approssimò ai suoi amici. Si guardava attorno attonito e sgomento. Poteva vedere Sindor steso per terra, tramortito dall’impeto del combattimento, riverso al suolo e copiosamente sanguinante. Tantris era a terra, svenuto, alcune ferite gli laceravano il petto, ma si sarebbe ripreso senza problemi. Elissa era stata colpita al braccio sinistro, ma sembrava incurante del dolore, permeata da un senso di odio e di vendetta verso le bestie che l’aveva attaccata.
Ma la scena peggiore era poco distante.
Kor era chinato su Leanna. Quello che era stato un corpo esile e aggraziato di una giovane elfa, ora era stato martoriato dagli artigli immondi di quelle fiere furenti. Tagli e lacerazioni coprivano buona parte degli arti e del busto. Era stesa, tremante e agghiacciata, su un letto di sangue gocciolante. Ne aveva perso molto, troppo. Il suo viso aveva assunto un pallore mortale, i suoi occhi erano vitrei, un flebile rantolo angosciante proveniva dal suo petto affannato.
Tandor si accostò lentamente ai due fidanzati. La disperazione di Kor era profonda, affossante. Pesanti lacrime scendevano dai suoi occhi affranti e cadevano incessantemente su Leanna. La voce della ragazza si poteva sentire a stento. Il ragazzo era chinato sul suo viso, cercava di rincuorarla, diceva che non era niente, che si sarebbe ripresa, che sarebbero tornati ad Arcadia e si sarebbero sposati, avrebbero dimenticato tutto il dolore che avevano dovuto superare in quelle settimane.
Ma quelle parole erano prive di fondamento, se ne rendeva conto lui stesso. Non poteva invertire la catena degli eventi che li aveva portati a quella terribile conclusione. Non poteva combattere il fato che si era accanito contro di lui. Ma avrebbe d’ora in avanti rifiutato quel destino inumano. Ora non aveva più motivo di combattere contro quell’oscuro Deindres che minacciava di defraudare lui e Leanna di una vita felice. Ora quella vita felice non poteva più esistere. Non esisteva più futuro, il passato era un eco lontano in cui avrebbe potuto trovare riposo solo tramite il ricordo. E tuttavia forse esisteva una ragione più che valida per perseguire il suo scopo precedente. Avrebbe combattuto Deindres e lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani. E per un motivo semplice. La vendetta. La dolce, acre e repellente vendetta che avrebbe assaporato nel vedere soffrire quel demone reietto. E sebbene nulla avrebbe potuto arrecare tanta afflizione a Deindres quanto la morte di Leanna per Kor, lui si sarebbe prodigato con tutte le sue forze per distruggere l’Elfo Oscuro e per farlo morire nel più cupo e annichilente dolore. Solo allora sarebbe stato in pace, solo allora avrebbe dato un senso alla vita che gli rimaneva.
Tantris e Leanna erano i due che maggiormente pativano quel concitato ritmo che il mago imponeva loro. Mal si adeguavano a stare in groppa ad un destriero per ore ed ore senza intercalare quelle lunghe cavalcate con qualche pausa ristoratrice. E tuttavia, mentre Tantris esprimeva palesemente la sua insofferenza, Leanna taceva impassibile, tenendosi dentro le lamentele e dimostrandosi all’esterno forte e fiera.
Il sole iniziava ormai a eclissarsi in lontananza dietro distanti e sparute montagne. Erano molte ore che procedevano senza sosta. L’imbrunire stava apportando una piacevole frescura che aggradava gli affannati compagni.
Tandor levò un braccio in alto per dare segno a quelli che lo seguivano di fermarsi per la notte.
Consumarono una cena fredda attingendo alle provvigioni che aveva portato con loro. In questa maniera evitarono inoltre di accendere un fuoco che si sarebbe potuto vedere in lontananza e che avrebbe potuto avvertire della loro presenza.
Stoves ogni tanto apriva il sacchetto che si portava a tracolla e ne rimirava compiaciuto quanto vi era dentro. Alle occhiate incerte e dubbiose di Kor e Tantris, subito nascondeva il contenuto del misterioso fardello e lo riponeva accanto a sé. Sindor era totalmente disinteressato da quanto faceva lo gnomo mentre stava approntando un giaciglio per la notte.
Elissa discuteva sommessamente con Tandor sui piani per i giorni che sarebbero venuti. Poi la bionda amazzone fece cenno al mago che era stanca e pronta a mettersi a dormire, al che questi si alzò e congedandosi le augurò buona notte. Salutò anche gli altri compagni e si diresse nel vicino boschetto.
Leanna e Tantris dormivano già profondamente tanto erano esausti dalla lunga galoppata. Kor contemplava il cielo che era parzialmente oscurato da qualche nube, anche lui stanco, e tuttavia pensieroso e incerto su quanto li avrebbe attesi nel prossimo futuro.
Sindor aveva comodamente sistemato dell’erba e delle sterpaglie su cui aveva disposto un ampio telo. Vi si sedette e, stiracchiandosi, si distese sul letto approntato con pochi mezzi.
Si stava già assopendo quando una vocina stridula lo stava richiamando alla veglia.
- Guarda, hai visto, questo è mio, - disse Stoves orgoglioso.
Sindor, che non riusciva ancora a connettere bene e che si era distaccato anzitempo da un torpore dolce e appagante, fissò lo gnomo interdetto e prossimo alla collera.
Stoves, per tutta risposta, aprì il sacchetto che aveva gelosamente custodito tutto il pomeriggio e ne mostrò il contenuto all’incredulo giovane.
Sindor vide un pezzo di legno marcito e fradicio che emanava un potente fetore e sul quale erano nati muschi e funghi dal pestilenziale olezzo.
- Devono essere buoni da mangiare, - continuò lo gnomo, felice di poter contribuire a sfamare il gruppo con il suo dono.
- Kor, - chiese Sindor, sconsolato, gli occhi che fiammeggiavano, - dobbiamo ancora portaci appresso per molto tempo uno gnomo stupido e deficiente?

* * *

Leanna era tra le braccia di Kor. Le sue spoglie era strette spasmodicamente dal ragazzo. Ma l’anima di lei era già lontana.
Il promesso sposo che la dolce elfa aveva lasciato in vita pianse e continuò a piangere. Le lacrime non potevano più uscire da quegli occhi angustiati, ma egli continuò, inginocchiato, straziato dal dolore, avvinto dalla sofferenza.
Anche Elissa si erano accostata a quella scena di tremenda e folle disperazione. Era vicina al ragazzo, una mano posata sulla sua spalla, e assisteva impotente a quella manifestazione di cupa e tragica mestizia.
I minuti trascorsero, uno dopo l’altro. Regnava un tetro silenzio rotto unicamente dai dilaceranti singulti di Kor.
Ogni volta che al ragazzo sembrava di aver toccato il fondo, e che non potesse esserci una sofferenza ancora più profonda, ecco che questa gli si parava davanti, tenebrosa, ripudiata dal suo cuore, eppur presente. E perciò si lasciava nuovamente andare al dolore, allo sconforto più ampio e distruttore che il suo animo mai avesse sopportato.
Il mago era al suo fianco. Era taciturno, ponderoso. Fissava la scena senza proferire parola. Il suo sguardo si posava meditabondo sul ragazzo ai suoi piedi, comprendendo la sofferenza che gli si poteva leggere sul viso stravolto. Pensava al futuro di quella missione. Kor sarebbe stato in grado di superare un trauma sì forte e tragico? Avrebbe continuato l’incerto cammino per contrastare Deindres e i suoi alleati, oppure il suo spirito si sarebbe prostrato e abbattuto, incapace di far fronte a una così dura sentenza? Questi pensieri lo preoccupavano, giacché la sconfitta dell’Elfo Reietto era un obbiettivo che non poteva venire procrastinato, era anzi ancor più vicino il periglio che quel demone incarnato rappresentava.
Ma un altro pensiero turbava Tandor: come avrebbe preso il padre di Leanna la sua morte? E chi lo avrebbe convinto a preparare un esercito per combattere contro Deindres, ora che la figlia era morta? Le speranze parevano affievolirsi sempre più, e su questo Tandor rifletteva crucciato.
Ora i gemiti di disperazione di Kor si erano acquietati, il ragazzo sembrava aver accettato la triste sventura che si era abbattuta sul suo cammino.
Il mago si azzardò a rivolgergli la parola, una frase breve e semplice.
- Come stai? - gli chiese.
Il ragazzo alzò il suo sguardo per fissarlo in quello di Tandor. I suoi occhi più delle parole potevano esprimere la sua tragedia personale. E tuttavia rispose a quella domanda scarna e laconica, sebbene con un’altra domanda.
- Quante volte un uomo può cadere e rialzarsi? - chiese amaramente.
Il mago comprese. Già la morte del suo caro amico Monmir aveva raggelato la calda corrente di vita spensierata nella quale era immerso Kor. Già quella imprevista sventura aveva ottenebrato il giovane e gli aveva estorto le speranze di cui si circondava. E in aggiunta a questo, dopo essersene andato da casa per affrontare un male che ancora non conosceva e che non era forse in grado di combattere, ora si trovava a dover piangere la morte di Leanna, l’unica persona che poteva veramente dissipare i timori che si assommavano nel cuore di Kor, l’unica ragazza che avesse mai veramente contato nella sua vita, l’unica strenua difesa che con il suo amore poteva preservarlo dal dubitare di chiunque e dal non riporre più fiducia nella sorte del mondo.
Kor si era seduto su un masso, con le spalle curve, ingobbito dal pesante fardello che da allora in poi si sarebbe trascinato dietro.
Tandor lo fissava intensamente. In quegli occhi vedeva ancora la tragedia, la cupa disperazione, ma scorgendovi anche una intensa luce di fierezza e sdegno, si rassicurò. Il ragazzo sarebbe riuscito a superare anche questa eminente fatalità che lo aveva privato troppo presto del suo amore giovanile e delle sue illusioni. Il mago poteva confidare nella forza di Kor, il quale avrebbe superato quella devastante sentenza, e avrebbe continuato il cammino intrapreso, di cui ora non temeva nessun pericolo.

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