Ti diamo tanti contenuti. Senza pubblicità. Senza spiarti. Dai una mano. Grazie.

Home > Indice Racconti e poesie > Titolo: L'esiliato - Capitolo 05 - di Christian Michelini

L'esiliato - Capitolo 05
Titolo: L'esiliato - Capitolo 05
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-27
:

940 visualizzazioni

Compra l'ebook:

Capitolo Quinto


I cavalli galoppavano incuranti della fatica procedendo lungo i campi coltivati che attorniavano Antelia. Le loro froge si contraevano e rilasciavano in un continuo e spasmodico lavorio per concedere aria ai polmoni affannati dallo sforzo. I loro cavalieri erano chini sulle selle per meglio fendere il vento che spirava contrario spazzando inclemente la pianura soleggiata. I contadini rimiravano attoniti quell’assortito gruppo che transitava per le loro terre diretto chissà dove, indomito e impegnato per una causa che quei coltivatori affaccendati nelle loro mansioni non potevano comprendere.
I compagni avevano lasciato la città allo spuntare dell’alba, quando ancora non si udivano rumori e tutte le persone nelle case giacevano nei letti, avvolte in un profondo e ristoratore sonno. Ma per loro, ormai avvezzi alle sveglie mattiniere, era cessato il periodo di riposo e dovevano levarsi per iniziare un nuovo giorno di fatiche.
Partirono subito spingendo i cavalli al galoppo per guadagnare tempo, nel tentativo, che speravano fruttuoso, di giungere al bivio prima che le truppe di Deindres salpassero. In tal maniera Kor e Tandor avrebbero potuto avvertire per tempo il generale Vondra dei nani dell’arrivo inaspettato dell’Elfo Reietto, preparandoli a battagliare con un certo margine di vantaggio.
Le ore di quella mattinata trascorrevano veloci quanto l’incedere maestoso di quegli stupendi esemplari di cavalli. Il sole compiva in cielo il suo arco ascendente, riscaldando quelle terre riarse e stoppose dalle quali i contadini cercavano di trarre profitto, o almeno una cospicua scorta alimentare per l’inverno.
Avevano percorso un lungo tratto dell’ampia strada, quando l’arrivo del mezzogiorno e il suo carico di afa opprimente fecero decidere Tandor per una sosta al riparo tra gli alberi.
Ad Antelia avevano rimpinguato le loro scorte di viveri, pertanto potevano concedersi un pasto più abbondante del solito. Si misero a mangiare con molto appetito, stanchi e accaldati per la lunga corsa.
Elissa era l’unica a non essere spossata dalla lunga cavalcatura, giacché era sua abitudine trascorrere in sella al suo fido destriero buona parte del tempo a sua disposizione. Stoves, sebbene affaticato, era però entusiasta di quella lunga corsa, lui, che non aveva mai sperimentato la temeraria sicurezza che ispira una galoppata su un forte e possente stallone come quelli che avevano acquistato. Leanna invece era totalmente esausta per il suo scarso allenamento in questo genere di esercizi.
Finito di mangiare si riposarono per qualche tempo all’ombra dei frondosi abeti che costituivano quel boschetto fresco e umido. Allorché si accinsero a ripartire, il gruppo sentì provenire dal fitto del bosco un rumore sommesso di singulti repressi, un pianto nascosto tra l’arborea vegetazione.
- Cosa sarà mai questa volta? - chiese a sé stesso Sindor infastidito.
- Andiamo a vedere, - esortò Kor, apprensivo.
Seguirono la scia di lamenti che giungeva dalla loro destra, superando un’intricata vegetazione arbustiva, scovando un sentiero che li condusse a una piccola radura rinfrescata da un ruscello sassoso. Diversi fiori cangianti rallegravano la vista di quella minuta piana. Alcune ampie e resistenti pietre adornavano l’esiguo torrente ai loro piedi. Una donna umana era assisa su una di questi larghi pietroni, assorta, con il viso coperto da due esili mani, le spalle chine e ingobbite, una chioma di ricci capelli rossi a cingerle il capo. Era voltata verso quelle acque che scorrevano concitate, immersa in quella cacofonia di gorgoglii e risucchi; ma probabilmente la sua attenzione non era diretta a quella natura; la sua non era contemplazione di agresti sponde fiorite, bensì lo sguardo era rivolto a sé, ai suoi problemi, o almeno ciò era quanto pensavano i compagni vedendola sì afflitta in uno scenario ameno e idilliaco.
- Cosa ti è accaduto, ragazza? - chiese il mago.
- Lasciatemi in pace, - rispose lei perentoria.
- Suvvia, - cercò di lusingarla Kor, - una donna bella e aggraziata quale sei tu non dovrebbe sciupare il suo viso con odiose lacrime.
- Tu non puoi minimamente comprendere, - ribadì lei, secca, arroccata nel suo cupo dolore.
- Forse se ci spiegherai meglio potremo fare qualcosa per te, - tentò Tandor, condiscendente.
- Potrei discorrere con voi per ore e ore sulle mie afflizioni, e voi mi guardereste di volta in volta con sguardi attoniti di incomprensione. Non posso ricercare la speranza laddove non è presente nemmeno la conoscenza.
I compagni rimasero un poco interdetti da quell’arcigno dolersi, intimoriti da una natura così forte esteriormente eppur interiormente debole. Prima che potessero replicare qualche inutile frase di circostanza, la donna, levandosi dal suolo e assumendo un contegno compassato, si apprestò a continuare il suo discorso.
- Voi mi domandate quale sorta di dolore mi stia macerando, quale guisa di afflizione stia tenendomi avvinta. Ebbene, vi posso rispondere solo in tal maniera, che quello che mi cinge imperioso la mente è la prostrazione dei forti, lo spasimo dei deboli, lo scoramento dei semplici. La mia infanzia fu felice, la pubertà lieta, la giovinezza gaia: questo il giudizio che danno di me i sordi ascoltatori. Ma io posso unicamente dire che se questo corrisponde a verità, allora il mio essere non può esistere, il mio spirito vagherebbe libero e spensierato, si librerebbe sopra i cumuli di sventura e volgerebbe la sua attenzione verso la limpida e gioiosa parte dell’esistenza mortale. Ma così non è. Ingenua straniera nella terra della tristezza più sordida, vago sempre solinga e esausta nel cupo cammino, la mia gioia svanita, la letizia affranta. E a chi mi dicesse: non chinare il capo, volgi lo sguardo attorno, guarda la tristezza che è all’esterno e fattene una forza; io non potrei che rispondere: alzo il capo per fissare il vuoto, mi guardo intorno per scorgere la più bieca mestizia, osservo il dolore altrui e lo comparo al mio, in un circolo mortifero di cupo sgomento.
Detto questo si fermò, soppesando i tratti dei suoi interlocutori.
- Come ti chiami? - chiese Tantris, cupo.
- Il mio nome ha poca importanza. Comunque se vi aggrada vi dirò che la gente si rivolge a me chiamandomi Estrella.
Lo sguardo della donna era concentrato, di una fissità sconcertante. Guatava quelle persone sconosciute con fiera altezzosità.
- Qual è la vera natura della tua sofferenza? - domandò Sindor, per il quale quei discorsi vaghi non avevano consistenza.
- A che pro sondare le cause del male? Il dolore è insito in ogni cosa: in ogni parola sbagliata che diciamo ad un amico, in ogni risposta sgarbata. Siamo tronfi nella nostra ignoranza e di questa ne facciamo un vanto, anziché un deleterio difetto. Educhiamo i nostri figli al pensare pratico, concreto, disdegnando con superbia il sapere morale, civile. E’ in cotal maniera che i malvagi trionferanno, è in tal modo che gli esseri pravi conseguiranno fortunosa vittoria sugli spiriti liberi e inermi.
Tandor fissava la giovane intensamente. Scorgeva in lei la manifestazione dei piani iniqui dell’Elfo Reietto. La cupa agitazione che animava Estrella era mossa a livello inconscio dal potere demoniaco di Deindres. Tuttavia questo non poteva riferirlo alla donna che gli stava davanti, poiché avrebbe arrecato ancor maggior danno e preoccupazione a uno spirito già prostrato. Attinse quindi alle conoscenze che aveva accumulato in decenni di studi per adottare un comportamento adeguato. Ma per quanto si sforzasse, vedeva bene che quanto aveva appreso era poco utile quando si scontrava con un sì nefando dolore.
- Tu non sei una stupida, - disse infine questi. - Vedo da come ti esprimi che hai studiato. Credo inoltre che tu sia una giovane sensibile. E in effetti lo sei con certezza, dato che gli stolidi non sperimentano neanche una minima parte delle tue emozioni. Lessi una volta un libro di un autore per voi sconosciuto, poiché era della razza dei Progenitori. Egli affermava che i tre quarti delle malattie delle persone intelligenti sono date dalla loro intelligenza. E questa mi sembra una massima giusta e veritiera.
La donna aveva distolto lo sguardo da quell’uomo che pareva più saggio della maggioranza dei suoi simili. Kor ascoltava con molta attenzione le parole di quello che considerava il suo mentore. Leanna era accanto a lui, una mano sulla sua spalla, a sentire quel dialogo insolito. Stoves non si vedeva, era andato in cerca di fiori nell’intorno.
Una lieve brezza si avvertiva in quella piccola radura. Le parole del mago erano risuonate forti e stentoree. Estrella era ancora cupa in viso, e il suo sguardo volgeva malinconico altrove.
Il mago riprese a parlare.
- Fidati di quel che ti dico. Verrà un giorno che questo cupo e ramingo cammino non sarà più tale. Si aprirà un’era di conoscenza e consapevolezza che rischiarerà le tenebre e concederà essenza ove prima era il nulla e l’oblio. Non provare più disdegno per l’ignoranza degli umili, poiché quelli che ora sono persone semplici un domani potranno sperimentare anch’essi cosa è l’afflizione, e allora impareranno a comprendere. Non posso rallegrare il tuo morale più di questo, posso unicamente elargire con dovizia un messaggio di speranza.
La giovane appariva parzialmente rincuorata da quel discorso. Sebbene il suo cuore fosse ancora dilacerato da opposte pulsioni, la sua mente ponderava razionalmente e cercava di prevaricare il dolore. Accomiatandosi con uno sguardo mesto ma ardimentoso, salutò gli sconosciuti per riprendere le mansioni che aveva abbandonato.
Kor la guardò allontanarsi. Provava un disagio profondo. Poteva rivedere in Estrella il cupo e angosciante dolore che aveva provato alla morte del suo amico Monmir. Ora era in grado di comprendere quello che sentiva la donna, riteneva di essere in grado di valicare il brumoso guscio di afflizione in cui si era trincerata quella giovane. Esperienze diverse, diversi accadimenti. E ciò nonostante la sofferenza esisteva comunque in una forma orribile e opprimente che annichiliva la persona.
- Presto, dobbiamo ripartire. - A distoglierlo dalle sue meditazioni era stata la voce baritonale di Tandor. Il mago giudicò che fosse passato troppo tempo in quel luogo, e che fosse oramai ora di muoversi nuovamente.
Kor però aveva una domanda da rivolgere al mago, una domanda che voleva porre subito, prima di rimettersi in viaggio.
- Perché non hai detto ad Estrella dei piani di Deindres? - disse questi. - Forse sapere che la sua sventura è opera dell’Elfo Reietto, l’avrebbe rincuorata. Sarebbe stato utile per lei apprendere che per colpa del malvagio, molte persone hanno un destino a lei consimile.
- Non potevo menzionare quanto sappiamo, - rispose il mago, cupo. - Ritieni veramente che il sapere di aver un fato simile nella degradazione possa render più quieto un animo nobile? E poi, anche se ciò fosse vero, non sarebbe comunque un grosso fardello da portarsi appresso quello di sapere che esiste qualcuno che sta tramando per assoggettare l’intera nostra terra, un essere immondo che vuole ammorbare con i suoi falsi principi interi popoli?
Questa risposta fece riflettere il ragazzo. Non viveva forse in pace quando non sapeva nulla di Deindres e del suo progetto di conquista? Certamente, ma doveva ancora sorbire l’amaro e venefico calice della morte del suo amico. Adesso che conosceva il male, poteva ancora sperare in un avvenire radioso per lui e Leanna?
Spes ultima dea. Gli sovvenne questa frase trascritta in una remota e dimenticata lingua, che indicava che la speranza non muore mai. Forse era vero. Una delle ragione che aveva reso possibile la vita per le razze dell’Ifrigea era la fiducia nel futuro. Anche nei periodi bui, come durante la guerra contro Fiesolas, si era sempre confidato nel domani, gli uomini e gli elfi e i nani non avevano mai chinato il capo sotto quel giogo avvilente, sempre si erano proclamati liberi e fautori del loro destino. Ed ora giungeva un nuovo periodo di paura e terrore. Solo che ancora i popoli non erano pronti. Non credevano all’imminente pericolo. Si arroccavano nei loro sordidi pregiudizi. Era dunque necessario porre rimedio. Qualcuno si doveva impegnare a fondo per fare rinsavire quei capi e generali che rappresentavano le forze dell’Ifrigea. E se non erano presenti eroi e persone fidate e acclamate dalle genti, anche un gruppo mal assortito e eterogeneo come il loro avrebbe dovuto dare il meglio per raggiungere questo obiettivo.
Kor si guardò attorno. Lui e Tandor avrebbero pensato a convincere il generale Vondra dei nani a costituire un esercito da schierare in campo. Leanna doveva persuadere suo padre a prendere coscienza di Deindres e del male che esso rappresentava. Forse Stoves avrebbe potuto aiutarla in quel compito, essendo lui un esiliato dal suo popolo, poteva fornire chiarificazioni sulla natura del pericolo imminente.
Lo gnomo spuntò fuori proprio in quel momento da dietro un albero portando in mano un sacchetto che sembrava custodire gelosamente.
Tandor fece cenno di ripartire. Si rimisero in sella e procedettero per l’afosa pianura. I cavalli sbuffavano per il caldo soffocante ma sembravano sostenere con costanza l’andatura concitata a cui erano sottoposti.
Il cielo era terso, solo qualche lembo di nube in lontananza spezzava quel monotono scenario. Campi coltivati si succedevano l’un con l’altro incessantemente mostrando i loro colori ora di un giallo dorato, ora di un verde intenso. Abbinamenti cromatici che tranquillizzavano la vista si mostravano a quegli estranei e fugaci visitatori.
Tantris e Leanna erano i due che maggiormente pativano quel concitato ritmo che il mago imponeva loro. Mal si adeguavano a stare in groppa ad un destriero per ore ed ore senza intercalare quelle lunghe cavalcate con qualche pausa ristoratrice. E tuttavia, mentre Tantris esprimeva palesemente la sua insofferenza, Leanna taceva impassibile, tenendosi dentro le lamentele e dimostrandosi all’esterno forte e fiera.
Il sole iniziava ormai a eclissarsi in lontananza dietro distanti e sparute montagne. Erano molte ore che procedevano senza sosta. L’imbrunire stava apportando una piacevole frescura che aggradava gli affannati compagni.
Tandor levò un braccio in alto per dare segno a quelli che lo seguivano di fermarsi per la notte.
Consumarono una cena fredda attingendo alle provvigioni che aveva portato con loro. In questa maniera evitarono inoltre di accendere un fuoco che si sarebbe potuto vedere in lontananza e che avrebbe potuto avvertire della loro presenza.
Stoves ogni tanto apriva il sacchetto che si portava a tracolla e ne rimirava compiaciuto quanto vi era dentro. Alle occhiate incerte e dubbiose di Kor e Tantris, subito nascondeva il contenuto del misterioso fardello e lo riponeva accanto a sé. Sindor era totalmente disinteressato da quanto faceva lo gnomo mentre stava approntando un giaciglio per la notte.
Elissa discuteva sommessamente con Tandor sui piani per i giorni che sarebbero venuti. Poi la bionda amazzone fece cenno al mago che era stanca e pronta a mettersi a dormire, al che questi si alzò e congedandosi le augurò buona notte. Salutò anche gli altri compagni e si diresse nel vicino boschetto.
Leanna e Tantris dormivano già profondamente tanto erano esausti dalla lunga galoppata. Kor contemplava il cielo che era parzialmente oscurato da qualche nube, anche lui stanco, e tuttavia pensieroso e incerto su quanto li avrebbe attesi nel prossimo futuro.
Sindor aveva comodamente sistemato dell’erba e delle sterpaglie su cui aveva disposto un ampio telo. Vi si sedette e, stiracchiandosi, si distese sul letto approntato con pochi mezzi.
Si stava già assopendo quando una vocina stridula lo stava richiamando alla veglia.
- Guarda, hai visto, questo è mio, - disse Stoves orgoglioso.
Sindor, che non riusciva ancora a connettere bene e che si era distaccato anzitempo da un torpore dolce e appagante, fissò lo gnomo interdetto e prossimo alla collera.
Stoves, per tutta risposta, aprì il sacchetto che aveva gelosamente custodito tutto il pomeriggio e ne mostrò il contenuto all’incredulo giovane.
Sindor vide un pezzo di legno marcito e fradicio che emanava un potente fetore e sul quale erano nati muschi e funghi dal pestilenziale olezzo.
- Devono essere buoni da mangiare, - continuò lo gnomo, felice di poter contribuire a sfamare il gruppo con il suo dono.
- Kor, - chiese Sindor, sconsolato, gli occhi che fiammeggiavano, - dobbiamo ancora portaci appresso per molto tempo uno gnomo stupido e deficiente?

* * *

I vascelli erano ancorati e in attesa, mentre le truppe stavano progressivamente salendo sulle scialuppe. La nave maestra spiccava con la sua effigie dorata disegnata sul tessuto delle vele.
Alcune nubi si affacciavano all’orizzonte, ma la giornata era nel complessa bella e radiosa.
Deindres rimirava il suo esercito che si ammassava per entrare in quei maestosi velieri, stipato in ogni angolo, in ogni cantuccio accessibile. Era a cavalcioni sul suo fido destriero, un cavallo nero come la notte, possente, maestoso e risoluto nell’incedere. Tra breve anche l’Elfo Reietto sarebbe salito a bordo per imbarcarsi in quella missione gloriosa. Grandi onori avrebbe raccolto lungo il cammino. Sarebbe stato d’ora in poi riverito come un nobile condottiero, come un esperto generale che afferma la sua grandezza sul campo di battaglia. Erano finiti per lui i tempi bui, quelli in cui si era nascosto presso la Biblioteca Ancestrale, solo e timoroso, in continua ricerca di quella sapienza arcana posseduta prima di lui solo dalla stirpe di elfi neri di Samovar, e naturalmente dai Progenitori. Lui aveva fatto rinascere quell’oscura conoscenza, lui era il mirabile paladino della magia nera che avrebbe risollevato dai loro putridi giacigli orde di bestie fameliche. Queste truppe demoniache sarebbero state al suo servizio, schiavi timorosi del suo sterminato potere, immondi esseri bramosi di sangue per placare la loro avida sete. E Deindres li avrebbe dominati, li avrebbe avvinti al suo giogo, e con essi avrebbe trionfato su quelle stupide razze che vivevano ingenuamente nel mondo d’Ifrigea. Ma soprattutto avrebbe ottenuto la vendetta che tanto aveva atteso. Quegli stupidi elfi bianchi, che avevano osato esiliarlo dalla sua patria natia, avrebbero sperimentato ora il suo aspro dominio. Linnesti, pensava Deindres, sarà messa a ferro e fuoco. Non uno dei miei antichi avversari dovrà rimanere in vita.
Questo meditava l’Elfo Reietto mentre ammirava estatico le schiere di orchi e gnomi che si erano schierati con lui e partecipavano a questo immane conflitto.
Vide approssimarsi K’rah, il capo delle sue guardie personali.
- Hai fatto quanto ho richiesto? - domandò impassibile Deindres.
- Si, mio signore. Le arpie sono partite già da tre giorni. Quell’insulso mago di nome Tandor avrà una bella sorpresa per lui e i suoi compagni.
- Molto bene. Hai comunicato loro che desidero Tandor vivo?
- Si, eccellenza. I loro artigli non nuoceranno più di tanto a quel degenerato stregone.
- Ottimo, puoi andare, - concluse l’Elfo Reietto.
K’rah si allontanò velocemente.
L’alba era trascorsa ormai da qualche ora. Il mare era piatto e liscio, buon auspicio per una flotta che si mette in mare.
Tandor, pensò compiaciuto Deindres, vedremo se la tua magia è veramente potente quanto tu stesso professi.

Compra l'ebook del romanzo fantasy "L'esiliato"

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No