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L'esiliato - Capitolo 04
Titolo: L'esiliato - Capitolo 04
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-10
:

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Capitolo Quarto


Le marce continuarono ancora per qualche giorno. Le ore tuttavia trascorsero più allegramente che nella settimana precedente. L’arrivo nel gruppo dello gnomo rese più gaie le ore. Egli poneva sempre domande su dove erano diretti, quando sarebbero arrivati, cosa avevano intenzione di fare, e altre consimili che non finivano più di importunare i compagni. Sindor borbottava impettito e spesso rimbrottava Stoves dicendogli di smetterla con quelle insulse questioni. Kor e Leanna erano divertiti quando osservavano che lo gnomo esitava, si azzittiva per qualche minuto poi ricominciava con la sua monotona litania. Tantris la sera, nel periodo del riposo, si soffermava spesso a parlare con Stoves, discorrendo per qualche tempo, chiedendogli informazioni sul suo paese, le sue abitudini, la sua famiglia.
Tandor era contento che la venuta del nuovo arrivato si rivelasse un piacevole diversivo per distogliere gli animi del gruppo dai problemi più tediosi e per rendere così le persone meno afflitte. Infatti ora le serate non erano più avvolte in quel cupo presentimento di morte, ora le giornate erano più luminose, rischiarate, se non da una speranza più sicura, almeno da un lieto scorrere del tempo fra amenità e discorsi i più vari.
Procedendo in tal maniera, giunsero infine in prossimità di Antelia.
Il panorama che si manifestava al gruppo era quello di una città operosa e in pieno lavoro. Videro gente che ritornava dai campi di coltivazione per recarsi al mercato a vendere le merci appena colte. Si udivano echeggiare i martelli dei fabbri che forgiavano a fuoco rovente le spade e le asce che sarebbero servite per i guerrieri che erano posti a guardia della città. Sentinelle erano appollaiate sui quattro torrioni che sovrastavano le abitazioni e che erano posti nei punti cardinali per controllare la zona circostante.
Varcarono le porte e subito furono immersi in una vivace cacofonia di suoni, prodotta dalle massaie che si recavano ad acquistare viveri e suppellettili e dai bambini che erano impegnati in frenetici giochi e che correvano avanti e indietro incuranti degli adulti. Era una città attiva, nella quale risuonava il gioioso fluire della vita. Non si avvertiva il tenebroso sentore di sventura e disgrazia che invece era stato per il gruppo così tenace e palpabile al di fuori delle mura, nelle aperte pianure e nelle colline impervie.
Furono fermati per un controllo da alcune guardie che li lasciarono poi proseguire senza problemi.
Kor e Leanna si guardavano attorno beandosi di quell’incessante e alacre lavorio e affaccendarsi delle persone che mai si placava.
Tandor procedeva sicuro e deciso conducendo il gruppo attraverso strade e vicoli, case e abitazioni, come se fosse stato innumerevoli volte in quelle zone e le conoscesse perfettamente.
- Dove ci stai portando? - chiese Sindor.
- Dobbiamo incontrarci con una persona, - rispose perentorio il mago.
- Dovremo camminare ancora a lungo? - domandò Tantris, al quale già dolevano i piedi.
- No, tra poco saremo arrivati.
Arrivarono ad un palazzo fatiscente e lì Tandor ingiunse di fermarsi. I muri di quell’abitazione erano sgretolati dalle intemperie, segno che lo stabile era stato costruito molto tempo prima. Le architetture inoltre erano di fattura arcaica e sfoggiavano una ricercatezza e un gusto estetico che era lontano dalla moda di quel periodo, una fisionomia che purtroppo oramai appariva consunta e decadente.
Un ampio portone ad arco costituiva l’entrata, con un battente a forma di anello, decorato con disegni e incisioni. Tandor si avvicinò bussando pacatamente.
Attesero qualche momento ma non sentirono alcun rumore provenire dall’interno. Il mago allora impugnò saldamente il battaglio e percosse la porta con una serie di colpi brevi e lunghi, che sembravano riprodurre una sorta di messaggio per chi fosse stato all’interno.
Poco dopo udirono analoghi suoni provenire da dentro, suoni a cui rispose il mago con la stessa tecnica. Infine, dopo qualche secondo ancora, l’uscio si scostò lasciando scorgere una forte luce provenire dall’interno.
Apparve una figura snella, alta, longilinea. Era una donna quella che comparve al loro cospetto. Era abbigliata con una veste sgargiante, graziosa, che permetteva ampi ed agili movimenti. Portava a tracolla una faretra piena di frecce con multicolori pennacchi di piuma. Aveva con se anche un lungo slanciato arco in legno flessibile ma resistente. Alla cintura erano in bella vista due coltelli dai manici torniti. Per portamento e fierezza nel volto, oltre che per l’armamentario che portava con sé, era sicuramente da considerarsi una guerriera, una amazzone bella ma micidiale. La sua folta chioma era di un biondo acceso, mentre i suoi occhi grigi possedevano una fermezza di intenti che ben raramente si poteva trovare in una ragazza tanto giovane.
- Ben ritrovata, Elissa, - salutò Tandor.
- Pace a te, - accolse la giovane donna.
- Questi sono i miei compagni Kor, Leanna, Sindor e Tantris, - disse il mago, indicando ciascuno con un gesto.
- Salute a voi.
- E questo invece e il piccolo Stoves, - concluse il mago, riferendosi allo gnomo.
Elissa guardò in modo torvo il piccolo essere.
- Come mai avete con voi uno gnomo? - chiese stupita la donna.
Intervenne Kor:
- Lungo il cammino abbiamo avuto una disavventura con un gruppo di orchi. Poco dopo averli messi in fuga abbiamo trovato Stoves che si lamentava nascosto sotto le radici di un albero; così abbiamo deciso di portarlo con noi.
- Potrebbe essere stata una mossa avventata, ragazzo, - replicò Elissa. - E se fosse una spia di Deindres?
Kor si rabbuiò in volto. Pensò Tandor a rispondere all’amazzone.
- Dubito che sia una spia. Lo considerò più che altro un disertore forzato. - Mentre parlava si mise a guardare lo gnomo che se ne stava in disparte emettendo borbottii di sfida e di protesta, indispettito per essere stato accolto a suo parere così malamente.
Elissa rivolse una profonda e minuziosa occhiata ad ogni componente del gruppo, tranne Tandor. Si soffermò su Kor, e i suoi occhi si posarono sulla collana che cingeva il collo del ragazzo.
- Che strano gioiello possiedi, - disse l’elfa. - È stato fabbricato da qualche orafo della tua città?
Il ragazzo prese fra le mani la strana pietra incastonata su un supporto metallico. - Non è opera di nessun gioielliere che conosca, - rispose questi. - È un regalo di mio padre. È un oggetto che è stato ritrovato nella piana dove un secolo fa è stata combattuta l’ultima battaglia contro l’elfo rinnegato Fiesolas. La guerra che vide vincitori l’indomito Xenion a capo degli umani e degli elfi. Oramai è diventato per la mia famiglia un amuleto portafortuna, un monile che ci tramandiamo di padre in figlio.
- È bello, a suo modo, - giudicò Elissa. - Rappresenta qualcosa?
- Non ne ho assolutamente idea, - replicò il ragazzo laconicamente.
Anche il mago scrutava l’insolita gemma. Il suo sguardo era pensieroso ma imperscrutabile.
- Hai eseguito quanto ti avevo ordinato? - chiese Tandor rivolto ad Elissa, distogliendo lo sguardo dalla pietra preziosa.
- Si, ho fatto come hai detto tu. Ho posto due uomini di guardia all’entrata della stanza dove è custodito l’Arco delle Furie. Ho intimato loro di non entrarvi per nessuna ragione. Per quanto ne so, nessuno ha mai posto piede lì dentro da secoli.
- Molto bene, - annuì il mago. - Per il resto, hai visto qualche straniero di dubbia origine aggirarsi per la città?
- Di notte non sembra essere entrato nessuno stando a quanto riferiscono le sentinelle. Di giorno è più difficile controllare chi entra, dato il tramenio continuo che anima le porte di ingresso. Ho inviato i miei uomini a controllare le osterie e le locande, ma non sono stati riportati fatti insoliti, tutto sembra procedere nella norma.
Il mago fissava l’amica con un’aria meditativa. Approvava quanto lei stava dicendo con cenni del capo, ma il suo sguardo non pareva né sereno né rilassato, al contrario presentava la fronte corrucciata e una rigidità di lineamenti che non lasciavano presentire nulla di buono.
- Adesso che finalmente sono arrivato, possiamo arrischiarci a prelevare l’Arco delle Furie.
Elissa fece un cenno d’assenso. Il resto del gruppo aveva ascoltato quel dialogo con impassibile silenziosità. Kor si arrischiò ora a parlare.
- Adesso puoi spiegarci perché è stato necessario che ti seguissimo in questa missione?
- Ancora non è il momento, - disse Tandor. - Dobbiamo impossessarci dell’Arco il più presto possibile. E non crediate che sia così semplice. Ho dato ordini di non entrare in quella stanza perché è piena di trabocchetti e di pericoli. I progenitori progettarono quella camera per custodire l’Arco dai nemici che potevano farne un uso iniquo. Vi sono una serie di protezioni da superare prima di poter mettere le mani su quell’arma, ed è necessario conoscere i trucchi per non far scattare le trappole.
Mentre parlava entrò nel vestibolo, seguito dal resto dei compagni, con Elissa subito dietro.
L’abitazione che ad un esame esterno appariva così fatiscente, rivelava al suo interno un inaspettato ordine. Era linda e pulita e si potevano notare in alto delle luci provenire dal soffitto. Non erano candele né lampade ad olio; forse, pensò Kor, anch’esse erano state costruite dai progenitori. Per il ragazzo l’avventura si stava rivelando assai interessante. Il suo amore per il sapere gli faceva stimare il mago, custode di una conoscenza che pareva tanto profonda e di segreti che forse nessun altro uomo avrebbe mai appreso. E non poteva che restare affascinato di fronte alle leggende sulla sapienza e sull’esperienza dei Progenitori. Desiderava imparare qualche nozione in più su quel lontano popolo, e seguire Tandor sembrava l’unica maniera per soddisfare questa brama.
Poco dopo essere entrati, discesero una scala che li portò sotto terra. Era la prima volta che i tre amici e Leanna vedevano un sotterraneo. Ad Arcadia, loro patria natia, era ben raro avventurarsi nel sottosuolo giacche grotte e montagne erano scarse. Ma ciò che in quel caso li colpì, fu il fatto che questi cunicoli erano stati creato da una mano umana esperta nell’arte di creare architetture sotterranee.
- Stiamo scendendo nelle fondamenta della casa? - chiese stupito Tantris.
- Sì, - rispose asciutta Elissa.
- In effetti voi non siete abituati a strutture e costruzioni di questo genere, - affermò il mago. - Dovete sapere che i Progenitori avevano fatto una scienza dell’arte di costruire. Una scienza molto più approfondita e complessa anche rispetto alle conoscenze sull’argomento che possiedono i nani di Kandras. Questi ultimi si sono limitati a creare alcuni cunicoli sotterranei di raccordo tra le loro abitazioni dentro montagne, mentre i Progenitori aveva al loro tempo costruito delle intere e immense città nel sottosuolo, con corridoi ampi e strade che permettevano di muoversi tra l'una e l'altra agilmente e con comodità.
- E come facevano a viverci? - chiese Sindor, scettico. - Come si rifornivano di acqua e di cibo? E la luce? Non mi vorrai far credere che vivevano immersi nella tenue luce offerta dalle candele.
Il mago si concesse un amabile sorriso comprensivo.
- Avevano i loro sistemi per avere costanti approvvigionamenti idrici. Una parte degli alimenti proveniva dalle coltivazioni alla luce del sole, il resto era prodotto in loco con mezzi che sfuggirebbero alla vostra comprensione.
Kor drizzò lo sguardo a fissare il mago. Prese un appunto mentale di richiedere in privato al mago maggiori delucidazioni su quell’argomento. Forse Tandor gli avrebbe spiegato qualcosa in più, e lui di certo almeno avrebbe cercato di saperne maggiori dettagli.
- Per quanto riguarda la luce, - continuò l’uomo, - usavano apparecchiature simili a quelle che avete visto all’entrata di questo stabile.
Sindor sembrava soddisfatto di quella breve spiegazione. L’unico a non essersi interessato minimamente era Stoves, che continuando a fissare gli angoli oscuri ove la luce non penetrava, borbottava tra sé e sé sui possibili pericoli che quella discesa presentava. Anche Tantris tuttavia era inquieto e si doleva ancora un poco della spalla che era stata ferita nell’agguato sulle colline.
Camminarono per alcuni minuti addentrandosi sempre più nei cunicoli e nei grigi corridoi, scendendo attraverso scale e percorrendo piattaforme. Proseguendo nella loro avanzata, percepivano un odore sempre più acre e pungente di chiuso, segno che in quel luogo da lungo tempo quasi nessuno si era avventurato. Un esalazione di stantio proveniva dalle pareti circostanti che erano umide e marcite dall’immemore abbandono.
- Quanto dobbiamo ancora andare avanti? - domandò Sindor.
- Ancora per poco, - lo tranquillizzò Tandor.
Infine giunsero in una ampia sala malamente illuminata. Ombre insidiose si concentravano negli angoli, mentre un flebile lucore intermittente rischiarava le fattezze di una porta che era situata alla loro sinistra, vicino al muro che si parava dirimpetto.
- Non dovrebbero esserci delle guardie? - chiese Tandor rivolto ad Elissa.
- Certamente. Mi stupisco assai di non vederle, - si preoccupò la bionda amazzone.
- C’è qualcosa laggiù, per terra, - disse Leanna che possedeva una vista molto acuta anche per un elfo.
Immediatamente Elissa si diresse con solerzia e velocità verso la zona indicata dalla ragazza. Appena giuntavi si abbandonò ad un profondo gemito di sconforto. Lì giacevano, riversi con il viso contro il pavimento, due corpi sanguinanti. La vita aveva da tempo abbandonato quelle membra che assumevano già la rigida compostezza della morte. Si avvicinò anche Tandor, che fissò i cadaveri con un’aria grave e afflitta.
- Queste sono le due sentinelle, immagino, - constatò questi.
- Sì, - ammise la giovane guerriera, abbattuta.
- Purtroppo per loro non posso fare più nulla, - dichiarò il mago con un’espressione di rammarico. - Vediamo almeno se riesco ad aprire questa porta.
Si mise quindi ad armeggiare con un pannello che emetteva bagliori lampeggianti. Vi erano incisi simboli e caratteri che evidentemente solo Tandor fra tutti loro poteva capire. Dopo innumerevoli tentativi, il mago si ritrasse con una sommessa imprecazione.
- Non riesco più ad accedere ai comandi.
- Per quale motivo? - domandò Kor.
- Qualcosa è stato cambiato ed ora non posso fare più nulla. Evidentemente chi ha ucciso le due guardie ha pensato bene di impedirci di arrivare all’Arco delle Furie. Deindres ha inviato qualche suo potente ed esperto emissario a compiere questo incarico.
- Secondo te hanno rubato l’arma? - chiese Tantris avvilito.
- Sicuramente non è più qui. - Lo sguardo di Tandor era scoraggiato.
- Proviamo a forzare la porta, - disse Sindor con un gesto di stizza.
- Non servirebbe a nulla, - gli rispose il mago. - L’intera stanza è stato costruita con metalli dei quali voi non conoscete la solidità. La porta è sigillata, a nulla servirebbero i vostri tentativi; nemmeno con la mia magia potrei sperare di aprirmi un varco.
- Ma allora dobbiamo desistere, così, senza tentar nulla? - La voce di Kor era sconsolata.
- Purtroppo non abbiamo più nulla da ottenere qui, - concluse mestamente Tandor.
- Andiamocene, - disse Elissa che si era risollevata dalle spoglie mortali delle sue due guardie. Aveva pronunciato una silente invocazione al suo dio, affinché le loro anime potessero attraversare incolumi il tragitto per giungere al riposo eviterno. Ma per lo più aveva richiesto a Toras con una enfatica preghiera che gli fosse concesso l’onore di uccidere i vili assassini dei suoi due amici che giacevano nella fredda e slavata pietra dell’impiantito.
- Dobbiamo lasciare qui questi due morti? - chiese Leanna stupita.
- Non preoccuparti, ragazza, - replicò la bionda amazzone. - Quando saremo risaliti chiederò ai miei uomini di venire a riprenderli per concedere loro degna sepoltura.
Ritornarono quindi sui loro passi. La lunga ascesa era cupa e triste, carica di opprimenti pensieri. Kor era turbato da quell’infausta piega che stavano prendendo gli eventi. Sindor si era arroccato in un silenzioso incedere che nulla lasciava trapelare delle emozioni interne. Su tutti gravava un’atmosfera densa di nubi all’orizzonte, su tutti tranne che su Stoves, che, forte della sua ingenua natura, pareva essere immune da quelle funeste premonizioni di calamità future.
Il cammino sembrò più lungo e fu sicuramente più penoso che non all’andata. I piedi procedevano autonomamente mentre i loro pensieri volgevano verso afflizioni o paure a seconda delle nature e degli spiriti dei compagni.
Finalmente ritornarono al vestibolo da cui erano provenuti. La forte illuminazione di quella stanza diede parziale conforto alle loro anime. Superarono la porta e, usciti fuori al caldo e splendente sole, le loro menti si rischiararono, i cupi presagi ebbero un momento di requie; la calda e scintillante giornata rincuorò quei giovani.
- Cosa faremo ora? - chiese incerto Kor.
- La nostra missione deve continuare, - disse il mago, - e il tempo che ci rimane si riduce sempre più. Dobbiamo fare in fretta; vedo che i piani del Malvagio si intensificano di ora in ora. Tu, Kor, mi seguirai. Ci recheremo alla Biblioteca Ancestrale, lì dovrai apprendere alcune conoscenze sia su Deindres che sulla natura di quanto stiamo cercando di impedire.
- E noi? - domandò Sindor.
- Tu, insieme a Leanna, Tantris e lo gnomo avete un incarico da svolgere presso Linnesti.
- Di che genere?
- Leanna, - disse fissando la ragazza, - dovrai avvertire tuo padre Serovor che la battaglia è imminente. Ieri notte, prima della nostra entrata in città, mi sono messo in contatto tramite la magia con un mio fedele seguace che si aggira sulla costa delle Terre Abbandonate. Egli mi ha riferito che le truppe di Deindres si stanno ammassando presso il porto di Tamalas. Ha detto che fra meno di una settimana saranno pronte a salpare con il loro capo. Miriadi di orchi e gnomi malvagi approderanno in breve tempo a Samovar, e solo un nostro pronto intervento potrà evitare che giungano fino a Linnesti. Io e Kor ci fermeremo a Kandras e cercheremo di convincere il generale Vondra ad approntare un esercito e farlo marciare per sorprendere le truppe nemiche.
Il sole stava incominciando a calare già da qualche tempo. Presto sarebbe giunto il tramonto a portare un po’ di pace in quella città sempre immersa in un continuo e incessante lavorio di merci scaricate e di mercati affollati.
- Questa notte riposeremo in una locanda, - disse il mago. - Dobbiamo riposarci tutti prima di affrontare le lunghe cavalcate che ci aspettano. Elissa, ti prego di andare ad acquistare i cavalli che servono per il nostro viaggio. Comprane uno anche per te: ti chiedo di accompagnare Sindor e i suoi compagni verso Linnesti.
- D’accordo, Tandor, - fu la breve risposta dalla guerriera.
- Ora dirigiamoci nel posto più vicino dove possiamo alloggiare per la notte.
Elissa si allontanò velocemente, mentre il mago guidava il resto del gruppo diretto ad una vicina locanda.
Giunsero presso un modesto stabile che recava nelle sue insegne il nome “Da Smiro e le sue zuppe di sovash”.
Il sovash era un alimento ottenuto dalla corteccia di certi alberi che si trovavano attorno alle Catene del Nord-Est. Era considerato un cibo prelibato e sicuramente costoso. Molti si recavano nell’osteria per saggiare quella amena specialità culinaria.
Entrarono e subito Tandor si mise a trattare con il padrone del locale per ottenere alcune stanze dove avrebbero potuto riposare. Il corpulento proprietario di quell’ostello mercanteggiò un po’ sul prezzo, ma alla fine si accordarono senza ulteriori discussioni.
- Ho chiesto tre stanze, - riferì il mago. - In una alloggerai tu, Kor, insieme a Tantris. Nell’altra sarà Leanna da sola. Nella terza dormiranno insieme Sindor e Stoves.
- Perché devo dormire io con quello stupido gnomo? - si lamentò Sindor.
- Ho bisogno che qualcuno lo sorvegli la notte, - affermò Tandor. - Tu sei il più adatto.
Il giovane era poco convinto ma accettò per forza di cose, anche se malvolentieri.
Si incominciavano ad accendere le luci nell’ampia sala della locanda. L’imbrunire all’esterno ammantava la città di riflessi vermigli; le ombre si allungavano tra i palazzi.
- Bene, - concluse il mago. - Direi che potete andare nelle stanze a voi assegnate.
- Tu cosa farai? - domandò Kor.
- Io ho ancora qualche compito da svolgere qui. Devo parlare con qualcuno prima di lasciare la città.
- Allora buona notte, - disse Leanna.
- Buona notte a tutti voi, - si congedò Tandor.
Il mago uscì dal vestibolo. Fuori dalla locanda incontrò Elissa che aveva appena svolto l’incarico che il mago le aveva assegnato.
- Ho comprato dei cavalli robusti e resistenti, che si dovrebbero rivelare l’ideale per la lunga traversata che inizieremo domani mattina, - disse la donna.
- Perfetto, - concordò il mago. - Puoi richiedere una camera anche tu presso questo ostello. Io questa notte non dormirò, ma tu riposati e raccogli le forze per il viaggio.
Lei lo fissò pensierosa. I suoi lineamenti erano tesi e i suoi occhi assorti.
- Tandor, - disse fissando il suo penetrante sguardo in quello del mago, - i ragazzi che hai reclutato sono molto giovani e inesperti. Credi che riusciranno a sopportare le fatiche del percorso e le sventure che si potrebbero abbattere sulla nostra spedizione.
- A prima vista sembrano deboli, ma hanno superato incolumi le traversie della venuta in questa città per loro sconosciuta. Credo che potranno farcela. È importante che Leanna avverta suo padre e tutta Linnesti. Devo confidare in loro, non ho altra possibilità.
- Come desideri, mago. - Elissa fece cenno di accomiatarsi, ma fu fermata da Tandor.
- Un’ultima cosa, - disse questi, - abbi cura di loro e proteggili.
Gli occhi di Elissa scintillarono di un bagliore rossastro. Il mago comprese quel segno. Elissa aveva promesso, e niente, neppure la morte, l’avrebbe distolta dal suo compito.

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