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L'esiliato - Capitolo 03
Titolo: L'esiliato - Capitolo 03
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-10
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Capitolo Terzo


Elsar e Talim giunsero nei dintorni di Arcadia in un batter di ciglia. La possente magia del loro capo Deindres aveva permesso loro di trasportarsi in quel luogo per svolgere la missione loro assegnata. Era l’ora più scura della notte, quella che precedeva lo spuntare dell’alba.
Le due arpie si guardarono intorno. Non scorgevano nessuno nelle vicinanze.
- Adesso cosa facciamo? - domandò Talin.
- Hai sentito cosa ci ha detto l’Elfo Oscuro, - ritorse l’altro. - Dobbiamo alzarci in volo e cercare un gruppo di giovani umani capeggiati da un mago e accompagnati da un’elfa.
- Già, - concordò Talin. - Allora in volo! - e detto questo spiccò un balzo e si librò nell’aria fredda della notte. Il suo compagno lo seguì qualche attimo più tardi, dopo essersi assicurato più fermamente alla cintola un sacchetto di cuoio.
I due si alzarono fra le nuvole e scrutavano il suolo con la loro vista penetrante che poteva vedere il calore sprigionato dai corpi dei viventi. Erano alla ricerca di Tandor e i suoi amici.
- Ricordati di quello che ci ha detto l’Elfo Oscuro! - ingiunse Elsar all’altro, mentre il vento gli sferzava la folta peluria che ricopriva il suo corpo. - Non dobbiamo in nessun modo attaccare quel gruppo di umani quando li troveremo. Dobbiamo limitarci a spargere la polvere contenuta in questo sacchetto e il nostro compito sarà ultimato.
- D’accordo, - rispose Talin, rammaricandosi di non poter attaccare quelle facili prede come era sua abitudine.
Le due arpie continuavano a volare tra le nubi, assai in alto, come aveva loro ordinato Deindres. Dopo mezz’ora di perlustrazione finalmente videro il fuoco residuo di un accampamento. Accovacciati vicino alle braci erano i corpi di tre giovani umani, e poco scostato quello di una giovane elfa. Dovevano essere le persone che cercavano, si disse Elsar, anche se del mago non vi era traccia.
- Li abbiamo trovati, - disse l’arpia al compagno. - Ora apri il tuo sacchetto e inizia a disperderne il contenuto sopra l’accampamento.
I due slegarono i sacchetti che avevano fissato alla cintura e li aprirono. Contenevano una finissima polvere bianca, con sfumature azzurrine, che le due arpie lasciarono cadere nel vuoto e che iniziò a discendere placidamente verso i dormienti che riposavano accanto al fuoco. Quando le due sacche furono vuote, le due arpie le fissarono nuovamente alla cintura, per non lasciare indizi del loro passaggio.
- Ben fatto, - disse Elsar compiaciuto. - Ora partiamo, ci aspetta un lungo volo per giungere dal nostro padrone.

* * *

Dopo aver camminato per parte della notte, gli Amici si fermarono in uno spiazzo tra gli alberi per concedersi riposo dopo il travaglio di quella giornata di preparativi che li vide iniziare il viaggio immediatamente, senza attendere nemmeno l’alba successiva. Tandor era deciso a proseguire, ma lo fecero desistere le lamentele di Tantris, che manifestavano la stanchezza latente di quei ragazzi non ancora avvezzi a quelle lunghe marce. Dopo aver acceso un fuoco con degli sterpi trovati nelle vicinanze consumarono una pasto frugale a base di frutta secca e bacche raccolte strada facendo. Quindi si assopirono e dormirono di un sonno profondo. Il mago esplorò invece i dintorni in cerca di qualche indizio di un pericolo, poi, messa a tacere la sua preoccupazione, si dileguò tra le ombre e ritornò solamente al risveglio dei giovani.
Prepararono una scarna colazione poi, spente le ceneri che ancora ardevano, si apprestarono a ripartire.
- Perché non abbiamo preso dei cavalli? - chiese Sindor rivolto a Tandor. - Dopo la striscia di bosco a Nord di Arcadia avremmo avuto via libera per raggiungere più velocemente Antelia.
- Noi non seguiremo la strada principale. Appena incroceremo le acque del Dorovar Celeste, ne seguiremo il corso fin dove possibile. Le Pianure Occidentali sono troppo esposte e rischiamo di essere sorpresi da qualche pattuglia di orchi inviata in avanscoperta da Deindres.
Quelle spiegazioni sembrarono bastare e il gruppo si mise in moto. Dopo un paio di ore raggiunsero il fiume che presentava un’ampia ansa sulle cui rive si affacciavano imponenti salici che quasi ne ghermivano le acque. Camminarono fino a mezzogiorno, attraversando ora prati rigogliosi, ora intricati arbusti, a tratti acciottolato pietroso. Dopo un veloce pranzo si rimisero in cammino. Li circondava una rigogliosa vegetazione che si sviluppava attorno a quella preziosa fonte di vita che era rappresentata dal Dorovar Celeste. Videro molte specie animali, maestosi cervi ad abbeverarsi che scomparivano percependo la presenza umana, minuti scoiattoli inerpicati sugli alberi che li fissavano curiosi, ben protetti nei loro elevati rifugi. Si soffermarono ad osservare alcuni Martin Pescatori che si affaccendavano a procacciarsi il pesce che avrebbe nutrito loro e i piccoli in quel limpido e soleggiato giorno.
Leanna faticava non poco per tenere il ritmo degli altri. Educata più come dama di corte che per la vita all’aria aperta, mal si adattava alle fatiche che doveva affrontare. Tuttavia non proferiva parola, mai mostrava un gesto di insofferenza o si lamenta, strenuamente resisteva con fiero cipiglio. Kor si era accorto degli sforzi della sua compagna ma preferiva non commentare o richiedere delle soste, timoroso della reazione di Tandor, che già aveva concesso molto, ma ancor più preoccupato per cosa avrebbe detto Sindor che già aveva malamente accettato che una donna, per giunta elfa, facesse parte del gruppo.
Mentre procedevano parlavano molto poco, presi com’erano dalle difficoltà del sentiero. Solo Tandor non mostrava segno di affaticamento e precedeva agilmente gli altri. Ben presto però calò sugli Amici un’aura di tristezza che cresceva all’approssimarsi del buio e che attanagliava le loro menti già assai provate. Il mago tentò di porre rimedio, ma le sue storie raccontate alla luce di un fuoco da campo non riuscivano a rischiarare gli spiriti dei presenti. Non mangiavano a sufficienza, smagrendo in viso col passare del tempo. Dormivano immersi in oscuri incubi che a volte li costringevano a svegliarsi nel pieno della notte madidi di sudore gelido. Qualche volta, la mattina, riluttanti eseguivano le abluzioni quotidiane, come se fossero demotivati e avessero perso fiducia in loro stessi ancor prima di affrontare le avversità che il destino avrebbe loro riservato, persi nella loro triste apatia.
L’oscurità succedeva alla luce, il buio prendeva il posto del tenue lucore: il normale avvicendamento del giorno e della notte si manifestava anche nei loro animi sconfortati. Trascorrevano le ore, tutte simili, mai intercalate da eventi insoliti che potessero spezzare la monotonia e il tedio di quella settimana.
Una sera, mentre approntavano il fuoco, decisero di variare i loro soliti pasti cercando qualche frutto maturo. Ma quel normale desiderio di cibo fresco e piacevole fece nascere un discussione che coinvolse animatamente i membri del Gruppo.
- Se hai così tanta voglia di frutta fresca, vattela a cercare tu! - esclamò Sindor, stucchevole.
- Amico, - iniziò Kor - ti ho solo chiesto se ti andava di accompagnarmi.
- Non è vero, volevi che mi addossassi io tutto il lavoro!
- Dai ragazzi, - intervenne Tantris, conciliante, - possiamo fare anche a meno di cibo fresco.
- Soprattutto possiamo fare a meno di queste sciocche e reciproche accuse, - si intromise Leanna.
- Tu taci, razza di Lancia-Incantesimi! - la zittì Sindor.
La ragazza, indispettita, si mise da parte, adirata per il commento schernevole del compagno ma desiderosa di far terminare la controversia ai due che l’avevano cominciata.
- Davvero, Sindor, non intendevo infastidirti con la mia richiesta, pensavo ti piacesse andare un po’ in esplorazione nel folto del bosco, - continuò Kor.
Alle parole concilianti dell’amico la rabbia di Sindor iniziò a scemare.
- Bah, forse ho frainteso quelle che mi hai detto.
Tandor, che aveva osservato tutto lo svolgersi della scena, decise di introdurvisi solo in quel momento.
- Ragazzi, questa diatriba è scaturita per un evento di importanza minima. I vostri animi sono attanagliati da un cupo sentore di nequizia ed è bastato una quisquilia a scatenare il disagio.
- Ti ci metti anche tu, mago? - mormorò Kor.
- Forse lui ha ragione, - azzardò Tantris.
Dopo quell’interruzione, quando il silenzio era tornato e l’attenzione di tutti era nuovamente rivolta a lui, Tandor riprese a parlare.
- In questi giorni ho potuto vedere una tristezza crescente sostituire nelle vostre menti il precedente desiderio che vi muoveva, quello stesso desiderio di giustizia che animava i vostri cuori in questa missione. E devo rivelarvi con mio rammarico che anche questo è un subdolo strumento che Deindres ha adottato per scoraggiarvi e farvi desistere. Voi avete già dolorosamente appreso sulla vostra pelle, con la morte del vostro amico Monmir, cosa quell’elfo possa fare con le sue arti magiche. Io vi chiedo solamente di avere fiducia nei vostri mezzi e combattere questo inaridimento delle speranze, sfuggendo in tal maniera al gioco perverso che vi impone quel malvagio e astuto elfo.
Le parole del mago riuscirono parzialmente a confortarli. Forse era vero, iniziarono a pensare. In quei giorni la loro socievolezza e affabilità era stata dimenticata, rimpiazzata da oscuri pensieri di morte e disperazione. Deindres poteva veramente essere così potente da gettare sconforto su un intero gruppo di persone? Evidentemente aveva questa capacità e se ne serviva in modo immondo.
Tandor, vedendo quei volti turbati, riprese parola.
- Non è necessario faticare molto per aggiudicarsi una saporita cena. Purtroppo la mia magia contempla poteri molto diversi da questo. Tuttavia Leanna, tu sei un’elfa e sicuramente avrai imparato fin da bambina la magia della Terra che il tuo popolo conosce e padroneggia sapientemente. Per te non dovrebbe essere complesso procurarci una lauta cena.
La ragazza, chiamata in causa, era dubbiosa su cosa il mago le avrebbe chiesto.
- Che cosa hai in mente, Tandor? - gli domandò.
- I tuoi antenati, - rispose l’uomo, - si tramandano da generazioni un sapere arcano che appartiene solo alla vostra razza. Devi anche tu aver sperimentato fin da bambina alcuni giochi che implicavano l’uso della magia della Terra.
- Stai parlando della magia Zaatory?
- Precisamente. L’hai appresa dai tuoi genitori?
- Mio padre mi diceva sempre che una ragazza di corte deve essere in grado di padroneggiarla al meglio se vuole essere una dama riverita e onorata. Fin da quando compii dieci anni iniziò a insegnarmi come usarla e come controllarla. Purtroppo però quello che so fare è solo qualche esercizio giovanile. Per essere veramente esperta in questa magia bisogna studiarla per lunghi anni, e il mio addestramento non prevedeva che una infarinatura di base di quelle conoscenze.
- Cosa hai appreso? - chiese il mago.
- Sono in grado di percepire i rumori del bosco meglio di un uomo o un nano. Inoltre, se mi concentro, so riconoscere una pianta che sta vicino a me, nell’arco di dieci metri, senza usare la vista.
Tandor la guardò compiaciuto.
- Quest’ultima tua dote, - disse, - ci potrà essere assai utile in questa circostanza.
- Sono però trascorsi già alcuni mesi da quando svolgevo gli esercizi che dovevo effettuare per tenermi in allenamento.
- Le nozioni che hai imparato sono oramai tuo patrimonio, per rispolverarle sarà necessario poco tempo.
Detto questo il mago cercò uno spiazzo libero dalla vegetazione e vi si diresse. Il gruppo lo seguì a breve distanza.
Kor era incuriosito. Non conosceva queste misteriose capacità che possedeva la ragazza che amava. Sindor invece era infastidito da quello che lui considerava un giochetto che non avrebbe apportato nulla di utile. Tantris, felice che la controversia fra i suoi due amici fosse conclusa, confidava nella possibilità di ottenere un pasto fresco e piacevole.
Tandor si fermò al centro della piana. Indicò a Leanna di avvicinarsi a lui.
- Inginocchiati nella posizione del Saseen e chiudi gli occhi, - disse il mago. - Devi svuotare la mente dalle contingenze esterne, da tutto quanto ti può distogliere dal tuo compito. Crea il vuoto tra i tuoi pensieri, dimenticati di tutto.
La ragazza corrugò la fronte. Quella operazione le risultava essere più complessa del previsto.
- Ogni volta che cerco di non pensare a nulla, - disse, - subito si affaccia alla mia coscienza un nuovo pensiero, un’inezia che mi storna dalla mia occupazione.
- È una reazione normale del nostro cervello che cerca continuamente di impegnarsi in nuove speculazioni. Tu fai in modo, ogni volta, di ricacciare il pensiero indietro, tenta di rifuggire qualsiasi idea che ti si affaccia alla mente.
La fronte di Leanna si imperlò di sudore per lo sforzo. Rimase assolutamente immobile per quasi cinque minuti, senza proferire parola, estremamente concentrata, mentre i suoi lineamenti progressivamente si distendevano. Passato che fu quel lasso di tempo si rivolse nuovamente al mago.
- Ora riesco a percepire la natura che mi sta intorno. Riesco a sentire gli alberi, gli arbusti.
- Bene, - disse Tandor, - ora soffermati su ogni pianta che è attorno a noi. Riesce a percepirne la vita?
- Sì.
- Sei in grado di sapere se vi sono degli alberi da frutto poco distanti da noi?
- Sì, - rispose lei. - Ne vedo alcuni a meno di trecento metri da qui, dirigendosi a Nord-Est.
- Perfetto, allora possiamo andare, - disse Tantris, che fino al quel momento era rimasto in trepidante attesa.
Sindor guardava il proprio compagno un po’ contrariato dall’enfasi e dalla fiducia che dimostrava nelle capacità dell’elfa.
- D’accordo, - disse Tandor, - rechiamoci là.
Leanna aprì nuovamente gli occhi. Ora i tratti del suo viso si erano rilassati. Guardò i suoi amici e con un cenno d’assenso si diresse con loro oltre lo spiazzo che avevano occupato fino ad un momento prima.
Camminarono per qualche minuto attraverso l’intrico della vegetazione, giungendo poi ad una piccola radura dove notarono una zona popolata da alberi carichi di invitanti frutti carmini. Si avvicinarono e ne colsero alcune manciate. Tandor disse che li conosceva e che non sussisteva pericolo di intossicarsi. Perciò ne presero tutti a piene mani e iniziarono a mangiarli voracemente per placare la fame. Dopo averne trangugiati a sazietà, si riposarono per qualche tempo, poi approntarono il riparo per la notte.
Dormirono profondamente tutti, a parte Tandor che, come sua abitudine, si allontanò dal gruppo e trascorse buona parte del tempo a cercare erbe e piante con le quali ricavare medicinali. L’alba colse gli amici quando ancora erano assopiti, e fu il mago a svegliare tutti per annunciare la marcia del nuovo giorno.
Tandor precedeva i compagni lungo il difficoltoso cammino, nelle retrovie era posizionato Sindor.
Ormai, dopo più di una settimana di viaggio, erano in procinto di lasciarsi alle spalle la vasta distesa della Pianure Occidentali. Il panorama stava variando visibilmente, alla vasta spianata che si erano lasciati alle spalle seguiva ora un profilo ondulato da colline di variegate altezze che si succedevano costantemente con monotona ripetitività.
Proseguirono fino a quando il Sole era ben alto in cielo, poi decisero di sostare per il pranzo. Finirono di consumare i frutti che avevano raccolto il giorno innanzi accompagnandolo con alcuni pezzetti di pane che rimanevano dalla scorta di cibarie preparata prima di partire da Arcadia.
Dopo un breve riposo ripresero a marciare.
- Adesso il cammino diverrà più faticoso, - disse Tandor. - Dovremo valicare qualche piccolo passo prima di essere in vista di Antelia.
I compagni, che erano ormai spossati da quel viaggio, annuirono rassegnati. Stavano ancora combattendo la loro triste apatia che mai li abbandonava, e con la quale erano ormai in triste convivenza.
Quando le ore più calde della giornata erano ormai trascorse, Tandor fece fermare il gruppo.
- Vedete laggiù? - disse il mago.
- Io non vedo nulla, - rispose sconsolato Tantris.
- E tu? - chiese ancora il mago, rivolto a Leanna, che aveva una vista più acuta.
- Mi sembra che vicino alla collina che dista da noi circa due chilometri, quella verso Est, ci sia una leggera foschia.
- Non è foschia, - riprese Tandor, - è fumo.
- Fumo? - domandò Kor, incerto. - E di chi potrebbe essere il fuoco?
- Non lo so, - continuò il mago.
- Credi che sia meglio aggirare la collina spingendoci ancora più a Est? - Tantris risultava in certe situazioni essere il più apprensivo del gruppo.
- Se ci spostassimo ancora perderemmo del tempo prezioso nell’intrico del bosco. Noi dobbiamo invece recarci ad Antelia il più presto possibile. Continueremo per la nostra strada. Tuttavia siate cauti e attenti.
Si rimisero in cammino. Dopo poco tempo giunsero nel luogo da cui saliva al cielo il denso fumo nero di un fuoco da campo. I tizzoni bruciavano ancora intensamente, segno evidente che da poco qualcuno aveva abbandonato l’accampamento.
- Chi poteva esserci qui? - chiese Sindor preoccupato.
Ma non fece quasi in tempo a porre la domanda che subito giunse loro un terribile urlo proveniente dalla boscaglia, seguito da un frenetico trepestio di piedi in affannosa corsa.
- Presto, al riparo, - disse Tantris affannato.
Ma era ormai troppo tardi. Dalla selva spuntarono una dozzina di orchi, armati di mazze e spade corte. Il loro capo, imponente, bestiale e mostruoso come si confaceva agli esponenti della sua razza, reggeva una maestosa e mortifera ascia bipenne. Ringhiavano pericolosamente, sbuffando e sbraitando insulti nel loro complesso e gutturale idioma, facendo intuire che gli amici non dovevano muoversi pena la loro precoce morte.
- Chi siete? - chiese Tandor, parlando nel loro linguaggio.
- Non sono cose che ti riguardano, - replicò impudentemente il capo della pattuglia. - Tu, piuttosto, devi essere Tandor. E questi devono essere gli infanti che ti trascini dietro. Abbiamo ricevuto ordini di trovarvi ed uccidervi. Non penso che questi quattro neonati male armati e un mago incapace possano fare molto per difendersi, - disse l’orco, emettendo uno sguaiato riso sarcastico.
Subito gli orchi caricarono il gruppo di Tandor, che si aprì a ventaglio per schivare l’assalto.
- Leanna, stai dietro di me! - disse concitatamente Kor.
Ma i due erano già stati separati da due esseri imponenti e nerboruti, avvolti nella loro cotta di maglia brunita. Kor, che aveva già da tempo sguainato la spada, li stava affrontando impavido per raggiunge il più velocemente possibile l’elfa. Menava fendenti a destra e a manca, furibondo, facendosi largo come poteva per raggiungere l’amata. I due orchi era rimasti sorpresi da quella enfasi sovrumana e stavano ingaggiando un combattimento serrato.
Sindor, nel frattempo, aveva colto un avversario alle spalle e l’aveva steso con un fendente al corpo. Ma già era stato circondato da tre bestioni che non gli lasciavano vie di fuga e costringendolo ad una disperata e strenua difesa.
Tantris era con le spalle rivolte ad un irto pendio che difficilmente sarebbe riuscito a scalare, perché già tre orchi si erano fatti sotto e lo stavano incalzando. Era già stato ferito ad una spalla e il sangue scorreva pulsando dal taglio.
Kor aveva ucciso un avversario e stava fronteggiando furioso quello che gli rimaneva quando improvvisamente due nuovi contendenti gli si pararono di fronte. Stava sanguinando per un colpo di mazza che gli aveva contuso e lacerato una gamba ma, incurante del dolore, continuava a combattere con un coraggio ai limiti dell’incoscienza.
Tantris invece, ormai in preda a profondo terrore, evitava come poteva agli attacchi che gli sferravano quelle immonde bestie assetate di sangue.
Il capo di quella pattuglia si era diretto verso Leanna che stava tenendo a bada un orco con i coltelli di cui era provvista. Si avvicinò a lei che, presa dal combattimento, non se ne avvide. Con un ghigno satanico l’orrido guerriero fece svettare la possente ascia sopra la testa per sferrare un poderoso colpo che sicuramente avrebbe sventrato l’ignara ragazza.
- Attenta Leanna! - urlò Kor in un impeto di rabbia, mentre uccideva un orco che gli si parava innanzi. Cercò valorosamente di farsi largo tra i due nemici ma non sarebbe mai riuscito a liberarsene prima che la mortifera ascia bipenne fosse calata sulla ragazza.
Leanna si voltò colta da un presentimento, poiché non aveva udito le parole di Kor che erano state smorzate dagli echi della battaglia. Vide la lama di acciaio fendere l’aria diretta al suo volto e, stordita e sgomenta, chiuse gli occhi e alzò le mani in un estremo quanto inutile tentativo di difesa.
Ma improvvisamente scaturirono dall’aere fulmini bluastri che si abbatterono sul capo degli orchi, incenerendo il suo corpo e riducendolo ad un mucchio caotico di ceneri. Leanna riaprì gli occhi e vide Tandor che estendeva le mani dinanzi a sé, mani dalle quali scaturivano luci accecanti che calavano impietose sugli inermi orchi, bestie ormai spaventate e non pronte a fronteggiare un attacco magico di quella potenza. Quegli esseri immediatamente abbandonarono i loro propositi e, abbacinati da quelle luminescenze surreali si diedero immantinente alla fuga.
Tandor vedendo che il suo obbiettivo era stato raggiunto, cessò di usare le sue arcane arti e raggiunse i suoi compagni che si erano ormai radunati. Tantris aveva una ferita superficiale che sarebbe presto guarita, mentre Kor si doleva per un colpo ricevuto ad una coscia. Tutto sommato non vi era nulla di preoccupante.
- Perché non sei intervenuto prima! - chiese Sindor, irato.
- Ho avuto bisogno del tempo necessario per raccogliere le forze ed evocare l’incantesimo giusto, - rispose atono il mago.
- Non ti lamentare, - disse Kor, - se non ci fosse stato lui Leanna sarebbe morta, e noi con lei poco dopo.
Sindor borbottando ancora qualcosa si quietò.
Leanna stava medicando Tantris che era in preda ad un forte shock emotivo. Il mago aperse la sua borsa a tracolla e ne prese fuori un unguento giallognolo che iniziò ad applicare sulle zone colpite di Kor. Il ragazzo non si lamentò, anche se adesso che la tensione era scemata avvertiva acutamente il dolore per la percossa ricevuta.
Tandor, finito di spalmare il medicamento, si diresse verso Tantris e anche per lui adoperò identico trattamento.
Sindor si era ritirato in un cantuccio e fissava pensieroso le colline che si estendevano lontane. Non doveva mancare molta strada prima di giungere ad Antelia. Probabilmente questi orchi che avevano incontrato provenivano invece dalle Catene del Nord-Est e avevano battuto quelle strade unicamente per cercare il mago.
Il gruppo indugiò ancora nella vallata per riprendere le forze prima di iniziare nuovamente a muoversi. Non avrebbero avuto più nulla da temere dagli orchi rimasti in vita, poiché con tutta probabilità erano ormai già lontani, impauriti e terrorizzati dalla potenza di Tandor. Non si sarebbero fatti più vedere.
Erano già in grado di riprendere il cammino quando Leanna sentì alcuni rumori provenire dalla boscaglia.
- Che genere di suoni hai sentito? - chiese Sindor, pronto nuovamente all’azione.
- È un suono strano, - rispose Leanna, - sembra un gemito soffocato e piagnucoloso.
- L’ho sentito anch’io, - intervenne Tandor. - Andiamo a vedere chi si lamenta.
Entrarono nel fitto del bosco, nel luogo da cui prima erano usciti gli orchi. La voce era più forte e stridula mano a mano che avvicinavano.
Quando furono arrivati vicino ad un grosso albero marcito e cadente, sentirono i singulti placarsi, come se chi li aveva emessi cercasse di reprimere il suo pianto.
Si approssimarono alle radici dell’imponente pianta morta e videro qualcosa muoversi in mezzo ad esse.
- Chi sei? - urlò Sindor.
- Aiuto, andate via! - piagnucolò la voce.
- Facevi parte del gruppo di orchi? - chiese Kor calmo.
- No, cioè sì! - rispose la voce.
Per quel poco che riuscivano a vedere, l’interlocutore nascosto sotto le radici sembrava uno gnomo giovane e di piccola statura. Ma non poterono sincerarsene al meglio perché costui continuava a dibattersi e agitarsi come in preda ad una smania.
- Vieni fuori di lì! - disse Sindor arrabbiato.
- No, lasciatemi qui, andatevene! - si lamentò lo gnomo.
- Ho detto che devi venire fuori e ci verrai! - reiterò Sindor. E così dicendo annaspò fra le marce radici cercando di afferrare il piccolo essere. Questi però si divincolava agilmente, sfuggendo continuamente ai tentativi di presa del giovane.
- Maledizione, vieni fuori! - sbraitò Sindor, furente.
- Calmati, - disse Tantris preoccupato.
- Tu non ti intromettere! - si imporporò Sindor. - Quel piccolo demonio prima o poi dovrà venire fuori di lì. - E mentre parlava faceva ancora inutili tentativi per prelevare quella peste da sotto il tronco, non ottenendo nulla, solo piccoli morsi che lo facevano ancor più imbestialire.
- Stai tranquillo, - si intromise Kor, - se ci calmiamo tutti vedrai che lui uscirà.
- Non mi calmo, quel maledetto deve uscire e dirci chi è! Tandor, fa qualcosa, - lo pregò Sindor.
Subito videro il mago prendere una lunga rincorsa. Tutti si allontanarono, non comprendendo cosa questi aveva intenzione di fare. Tandor si mise a correre e si gettò contro la corteccia con un poderoso assalto che scosse il tronco fradicio d’acqua putrida e che lo ribaltò lontano.
Gli amici guardarono basiti il mago, attoniti per quel gesto così assurdo ma anche risolutivo. Lo gnomo rimase sbalordito e pietrificato da quell’atto inconsulto e si lasciò mollemente afferrare da Sindor.
- Piccolo impudente, - disse quest’ultimo, - finalmente ti ho preso!
- Non mi farete del male, vero? - chiese lo gnomo.
- No, - disse Kor. - Come ti chiami?
- Il mio nome è Stovesor Natinoel Erasmudsen Foserol III.
- E noi dovremmo chiamarti così? - domandò Sindor, ancora iroso.
- Bé, - fece lo gnomo, - tutti mi chiamano Stoves.
- Bene, Stoves, - continuò Kor, - cosa ci facevi con gli orchi?
- La mia famiglia mi ha arruolato presso le compagnie di orchi perché dice che a trent’anni compiuti devo crescere. Però a me non piacevano i loro modi, e non mi interessa la guerra.
- Questo è sensato, - affermò Kor condiscendente. - Hai qualche posto dove puoi tornare?
- No, - rispose Stoves, - La mia famiglia è lontana, non penso di essere in grado di ritornare alle Terre Abbandonate da solo. Voi non mi farete del male, vero?
- Non te ne faremo, - disse Kor, guardando Sindor che appariva immensamente contrariato. - Tandor, che ne pensi?
- Ritengo che dovremo portarcelo dietro, non possiamo abbandonarlo a se stesso e magari farlo riprendere dagli orchi.
- Concordo, - annuì Kor. - Piccolo com’è, sarà facile da sfamare. Mentre lo diceva fissava l'esile e debole figura dello gnomo, la sua minuta testolina ricoperta di una fitta capigliatura corvina, il suo naso prominente, i suoi lucenti occhi spigolosi e gialli.
- Io mi oppongo! - disse Sindor accalorandosi. - Un piccolo e gracile esserino come questo ci potrà dare solo grattacapi.
- Cosa suggerisci? - chiese Tantris.
- Lasciamolo dov’è, - disse Sindor, impassibile.
- Questo non possiamo farlo, - rispose Tandor, - è contrario alla causa che seguiamo. Se ci comportassimo come Deindres, che differenza ci sarebbe tra noi e lui?
Sindor si azzittì, non ritenendo il caso di frapporre altre questioni. Così decisero seduta stante di accogliere nel loro gruppo quel maldestro e snaturato gnomo.
Mentre parlavano era scesa l’oscurità, perciò decisero di accamparsi lì per la notte. Approntarono un fuoco su cui misero a cuocere una zuppa di radici. Un pasto caldo riuscì a ritemprare parzialmente quegli spiriti stanchi e spossati. Le palpebre divennero pesanti, e tutti si misero a dormire.
Poco dopo che si erano assopiti, Sindor con gli occhi chiusi senti una vocina stridente che lo chiamava. Riaprì gli occhi e vide l’ossuto visino dello gnomo.
- Tu non mi farai del male, vero? - chiese questi.
- No! - urlò selvaggiamente Sindor.
Ma già si pentiva di quanto detto.

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