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L'esiliato - Capitolo 02
Titolo: L'esiliato - Capitolo 02
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-10
:

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Capitolo Secondo


Kor rimirava la radura di fronte a lui che si estendeva rischiarata dai caldi raggi solari. Era una giornata magnifica, piena di vita nei boschi ed operosità presso gli uomini di Arcadia. Il ragazzo invece era immerso in una triste apatia, e a soli tre giorni dalla morte dell’amico non riusciva ancora ad accettare quella scomparsa che lui considerava insensata e vana. Le esequie si erano celebrate presso il tempio di Gairon, la divinità che proteggeva gli uomini nella loro permanenza terrena. I sacerdoti avevano tenuto un lungo discorso, poiché erano molti anni che nessuno moriva per propria mano, spiegando che Gairon accoglieva le anime dei suicidi con commiserazione, pietoso nei confronti di chi non aveva trovato ragioni per protrarre naturalmente il suo cammino come mortale. Kor rammentava poco di quella omelia, voleva anzi dimenticare quella tetraggine, desiderava conservare il ricordo di un amico attivo, vivace, gaudente. Perché questo era stato per lui Monmir e nessuno avrebbe sradicato l’idea che era successo qualcosa di sconvolgente a ridurlo in quello stato, giacché era impossibile che l’amico covasse da tempo una simile sofferenza interiore.
Mentre era immerso in questi pensieri, vide approssimarsi la figura di un uomo abbigliata di un lungo vestito nero che avvolgeva con grazia la sua forma longilinea. Il suo passo era sicuro ma tranquillo, pacato, come se non volesse disturbare il giovane nella sua meditazione.
- Salve, Tandor, - salutò Kor.
- Buongiorno ragazzo, - rispose il mago, adagiandosi anche lui a sedere su una pietra.
- Non ti ho più visto dopo l’incidente. Credevo te ne fossi già andato.
- Non potevo andarmene, almeno non senza avere la risposta alla domanda che ti ho fatto. Ci hai riflettuto sopra?
- Questi sono strani giorni, Tandor. Le tue parole, quella sera, non mi convinsero. Parlavi di pericoli per me lontani, di un funesto presagio cui non potevo credere. Ritenevo di essere felice, e lo ero, almeno fino a tre giorni fa. Ma poi, quello che è accaduto ha sradicato molte delle certezze delle quali mi ero circondato. Credevo che la felicità fosse per me la norma, come un prezioso dono fattomi da Gairon in persona. Credevo che le persone a me care fossero anche loro calate in questo vivere gioioso. Purtroppo invece mi sbagliavo. Per essere felici bisogna faticare molto, combattere strenuamente affinché tutto attorno a noi proceda nella giusta direzione. È proprio nei momenti in cui tutto sembra crollare che non bisogna darsi per vinti, ma avanzare e affrontare il male anche se si rischia costantemente di soccombere. Probabilmente sono queste considerazioni ad avermi fatto rivalutare ciò che avevi detto. Sì, forse hai ragione, forse è necessario che io venga con te ad affrontare il reietto Deindres. Chissà, potrei scoprire il motivo della morte di Monmir proprio nelle imprese demoniache di questo tenebroso signore. Ed in questo caso la mia collera avvamperà su di lui.
- Sconfiggere L'Elfo Reietto è molto importante a prescindere dalle vicissitudini personali. È un uomo molto pericoloso per l’Ifrigea, assai potente. Si nutre dell’ira che causa con la sua malvagità. E nonostante che questo rude sentimento potrà esserti utile per affrontare le difficoltà che incontreremo lungo il nostro cammino, devi nondimeno essere attento a non fartene dominare, perché Deindres lo sfrutterà sicuramente a suo vantaggio.
- Ultimamente ho pensato molto a questo Deindres e mi sorgono molte domande su di lui. Soprattutto mi chiedo in quale divinità confidi per la riuscita del suo piano malvagio. Io non credo molto negli dei, sono per me esseri intangibili che non si curano delle vite di noi mortali; tuttavia la maggioranza delle persone ha fiducia in loro e pensa che essi soli possano dirigerci ed evitare che il male possa proliferare. Gli dei sono buoni per antonomasia, non ne conosco di malvagi e anche Toras, il dio della vendetta, è mosso dicono dalla giustizia nel suo operato. Mi sorge quindi una domanda: quale di essi potrebbe mai ispirare la bramosia di morte e conquista del nostro Nemico?
- L'Elfo Oscuro non invoca alcuna divinità per i suoi progetti di distruzione. Egli confida unicamente nella dissolutezza per riuscire nei suoi intenti. Come ti ho detto si nutre dell’ira che causa in chi gli si oppone. Ma non è solo questo. La sua forza ha origine in un sentimento forse ancor più potente. Egli incute timore. Chi lo vede si sente immobilizzato dal suo sguardo, raggelato dal cupo alone di sofferenza di cui si ammanta. Ho visto in passato nani avvezzi a qualsiasi tormento annichiliti dalla sua presenza. Lui riesce a infondere disperazione negli altri, mentre chiunque venga sfiorato dal suo tocco smarrisce ogni speranza, perde fiducia in sé stesso e nel proprio futuro. Un’ombra plumbea si affaccia sul suo essere e la forza di volontà, così essenziale per i progetti di vita, viene annientata da terrore e sconforto, spenta come una fiammella spazzata via da un forte vento di sconfitta. Questo è il suo potere, più degli esseri infernali che riesce a evocare e più degli eserciti al suo comando.
- È difficile credere a tormenti di natura così intangibile. La mia esperienza si basa su quanto mi circonda, che è vivo e reale, nella sua concretezza. Ora tu mi parli di questi supplizi morali in grado di incatenare lo spirito di una persona in una spirale di afflizione senza fine. Io credevo di sapere cosa fosse la sofferenza, ma la consideravo una sensazione passeggera, dovuta a ferite fisiche, o tutt’al più a qualche rapporto con una persona che si incrina. È qualcosa che viene, ma dopo qualche tempo non ne rimane che il ricordo. Invece quanto mi dici, insieme a quello che ho appreso sugli ultimi mesi di Monmir, sembrano confutare quanto ho affermato. Ma come è riuscito Deindres ad apprendere un’arte così iniqua ed arcana?
- La conoscenza non è sempre stata giusta e rivolta al miglioramento della nostra vita. In passato vi erano branche della Scienza Arcana che si ribellavano a questo concetto di rettitudine per percorrere una via densa di incombenti pericoli e minacce all’umanità. Conosci la storia della Pestilenza?
- Tutto quello che so è che prima della nostra era solo l’uomo viveva sul nostro mondo. Si narra che abbia raggiunto vette di sapere e di floridezza insperate ma che sia dovuto soggiacere all’inevitabile declino. La Pestilenza non è stato che il suggello che ha decretato la fine del precedente splendore, sterminando completamente il nostro popolo e gettandolo in un cupo periodo di instabilità insieme alle nascenti stirpi di elfi, nani e tutti le altre razze attuali. Quanto rimane della Scienza Arcana è custodito nei volumi conservati alla Biblioteca Ancestrale. Il resto di quanto ho udito mi è parso solo un’insieme di affascinanti leggende.
- È vero ciò che hai detto, - replicò Tandor. - Ma la verità che si cela dietro a queste storie è terribile. Io ho molto viaggiato, sono stato alla Biblioteca Ancestrale e ho potuto leggere e apprendere i retroscena che causarono la Pestilenza. Non fu una calamità naturale che si abbatté sull’uomo. Ne fu egli stesso la causa. Le Scienze Oscure stava proliferando nel mondo e sempre più adepti si dedicavano a quelle nefande conoscenze, mentre le relazioni tra le città e paesi si incrinavano progressivamente. I più conobbero il desiderio di conquista, di potere, mentre i rapporti fra le persone si andavano dissolvendo o riducendosi a tentativi per perseguire propri interessi. L’incomprensione iniziò a cavalcare l’onda della massa, le guerre nascevano come funghi in un oceano vasto di bieche mire personali. Fu in questo contesto che le vecchie esiziali armi furono riesumate dalla loro mortifera tomba. Una di queste armi si basava sullo studio di esseri piccolissimi ma capaci, nella loro semplice esistenza, di sterminare la vita intelligente. Un uomo, forse più stolto, forse più disilluso degli altri, perfezionò quegli esseri e li diffuse sul pianeta. Si aspettava un nuovo mondo tutto per lui e la sua razza, scatenò invece un processo inarrestabile che causò la scomparsa quasi totale della vita. Solo pochi sopravvissero a quella catastrofe, e fu da quella progenie eletta che si creò il mondo come lo conosciamo.
- Questa storia deve essere decisamente sepolta nei manoscritti della Biblioteca Ancestrale, giacché non ne ho mai sentito parlare da nessuno che io conosca. Ho sempre saputo che presso quell’arcano luogo era custodito il sapere dei nostri avi, ma le voci narrano anche dei pericoli cui si espone chi vuole raggiungerlo. Si dice che sia avvolta sempre nell’oscurità, piena di trappole studiate per tenere lontani i curiosi fin dagli albori della nostra storia. Non ho mai conosciuto qualcuno che vi si sia recato per far poi ritorno alla propria dimora sano e salvo. Tu come sei riuscito a raggiungerla?
- Sono stato in quel posto in giovinezza, quando cavalcavo impavido per queste terre mosso dal desiderio di sperimentare e apprendere nuove usanze e costumi, pellegrino presso molte città e paesi. Ora quel periodo è passato da tempo. Sono maturo, ormai, e quell’instancabile fervore si è attutito con gli anni.
- Se decidessi di seguirti, dove dovremmo dirigerci? - chiese Kor.
- Esiste un antico strumento, custodito presso Antelia, chiamato Arco delle Furie. Esso conserva un potere molto vasto, risalente alle epoche passate, quando l’uomo cercava di debellare il dolore e i pericoli dell’esistenza. È un artefatto magico ed i Progenitori lo ritenevano immune da incantesimi malvagi. Un arma così potente nelle nostre mani potrebbe consegnarci la vittoria. Per questo dobbiamo impadronircene prima che Deindres possa nasconderla in qualche luogo dimenticato. Ad ogni modo non possiamo confidare solo in essa, così dobbiamo informare di questa grande minaccia il re Qaletas degli elfi e il generale Vondra dei nani. Tuttavia quest’ultimo è sempre stato scettico, non crede nemmeno ora al nostro popolo e tantomeno a quello di Qaletas, pervaso com’è degli antichi rancori verso le nostre razze. Dubito che ascolterà con interesse quanto abbiamo da dirgli.
- Perché sei venuto qui a cercare proprio me?
- Non sempre le domande dirette hanno risposte veloci, precise ed esaurienti. Spesso esse sono troppo difficili da spiegare, oppure la verità si annida nel profondo e assai complesso diventa rivelarla.
In quel momento Kor vide approssimarsi le figure dei suoi due amici Tantris e Sindor, esausti e logori a causa delle notti insonni trascorse dalla morte di Monmir. Nei loro occhi si poteva scorgere ancora il profondo sconforto che attanagliava i loro cuori dal giorno del doloroso incidente.
- Immaginavamo che fossi qui, - disse Sindor, rivolto a Kor. - Invece mi stupisce trovarti insieme a questo saccente. Perché non lo lasci solo e non ti porti via i tuoi funesti presagi? - tuonò egli, fissando Tandor.
- Sindor, - replicò il mago, - ti ho già spiegato che ho una missione da compiere. Stavo appunto parlando a Kor di cosa potrebbe riservarci il fato nel prossimo futuro. Sempre che decida di seguirmi in questa ardua impresa.
- Sarebbe meglio se te ne andassi e ci lasciassi in pace! - continuò Sindor.
- Aspetta un momento, amico mio, - intervenne Kor, accomodante. - Tandor ha conoscenze molto vaste da quanto ho potuto appurare, e non ritengo che egli menta quando descrive il pericolo che rappresenta Deindres per la nostra terra. Come ho già detto a lui, molte cose sono cambiate in me in questi tre giorni. Adesso quella felicità che avevo raggiunto si è parzialmente dissolta e se l’Elfo Reietto detiene veramente un potere sulle menti così vasto, potrebbe tramutare la vita di tutti in un tormento inestinguibile. Ormai sono giunto alla mia decisione. La mia risposta è affermativa, Tandor. Ti seguirò in questa missione.
- La tua è una risoluzione saggia, ragazzo, - concordò il mago, volgendo lo sguardo ai due nuovi venuti.

* * *

La luna era oscurata da dense imponenti nubi che mantenevano nelle tenebre la città di Arcadia. Era una triste notte, inquieta come lo erano i cuori della compagnia che si era riunita al limitare del bosco, pronta a iniziare il cammino che avrebbe condotto il gruppo fino ad Antelia, città affacciata sul mare e situata oltre le Pianure Occidentali che si estendevano a quattro giorni di viaggio da dove gli Amici erano adesso.
Sindor e Tantris erano rimasti interdetti dalla decisione presa da Kor. Non riuscivano a comprendere le motivazioni che avevano spinto il loro compagno a intraprendere una così pericolosa avventura. Tutto per loro era successo troppo velocemente, e anche l’apparizione di quello strano mago, che diceva di chiamarsi Tandor, era stata improvvisa, quasi una fatale coincidenza. Non riuscivano a fidarsi di quell’uomo, troppo enigmatico per i loro gusti, custode forse di conoscenze profonde e variegate che, in maniera forse troppo accorta, centellinava nell’elargire agli altri. Tuttavia avevano stabilito che avrebbero fatto parte del gruppo, non potendo lasciare andare Kor da solo, forse per timore di qualche voltafaccia di Tandor, perlopiù consci dei rischi in cui sarebbe incorso il loro amico strada facendo.
Si trovarono così quella notte, su richiesta del mago, che dichiarava la necessità di affrettarsi a partire. Avevano raccontato ai loro genitori mezze verità, non acconsentendo a rivelare i minimi particolari, spiegando solamente che era richiesto il loro aiuto altrove e che avrebbero seguito l’amico. Kor, al contrario, parlò ampiamente della questione a suo padre, che si ostinò nel negare la sua approvazione, ma che non poté far nulla per impedire al ragazzo di partire.
Nel pomeriggio approntarono il necessario per la lunga assenza da casa: comode vesti di ricambio, resistenti stivali di cuoio, le essenziali cibarie per molti giorni di marcia solitaria, coltelli, spade, archi e frecce per difendersi; in generale le vettovaglie più importanti erano state prese in considerazione. Kor portò con sé qualche libro, più per affezione che per la possibilità, remota, che potesse leggerli. Sindor si dotò di una lunga spada, arma che prediligeva e che era in grado di maneggiare con abilità e perizia. Tantris aveva preparato il minimo indispensabile, preferendo uno zaino leggero agli effetti personali.
- Bene, ci siamo tutti - annunciò Kor.
- Perfetto, direi che siamo pronti per partire - disse Tantris, rivolgendo uno sguardo indagatore verso Tandor.
- Eccomi, sto arrivando.
La voce che avevano udita non proveniva dai componenti del gruppo. Era infatti femminile, dolce ma al tempo stesso perentoria, quasi che non ammettesse repliche.
- Leanna! - esclamò stupefatto Kor, che non si attendeva minimamente di vederla comparire.
- Ho preso tutto, sono pronta anch’io, - continuò lei senza dare molto peso allo sguardo attonito del suo compagno. Era una graziosa ragazza dai capelli castani e gli occhi di un intensa tonalità dell’azzurro. Il suo portamento era fiero, segno delle sue nobili origini, ma il suo sguardo era dolce e condiscendente, anche se in quell’istante manifestava una sommessa aria di sfida all’autorità.
- Tu non dovresti essere qui, - mormorò Kor dopo aver riacquistato la voce, ancora un po’ scosso.
- Oggi mi hai parlato di questa missione che devi compiere, e ho deciso di seguirti. Credo sia importante che tu abbia al tuo fianco le persone a te care in questo momento.
- Ma tu non puoi venire. È troppo pericoloso. Non sappiamo nemmeno cosa ci aspetta, né le sventure che possono accadere. Tu devi rimanere qui. Cercherò di ritornare presto, te lo prometto!
- Non se ne parla neanche. Io sarò con te, nel bene o nel male, - rispose la ragazza.
Kor era stupito da quella presa di posizione di Leanna e non sapeva come ribattere. Intanto Sindor guardava la ragazza con un misto di pietà, severità e quasi malevolenza verso quell’essere a suo giudizio così debole che si arrischiava a venire con loro. Ma il silenzio che si protrasse per qualche secondo fu interrotto da Tandor che prese subito controllo della nuova situazione.
- Kor, tutti noi sappiamo dei problemi che potremo incontrare. Ma è anche vero che Leanna è un’elfa libera di compiere le sue scelte. Ritengo che abbia valutato a fondo la questione. In ogni caso potrebbe esserci utile se dovessimo recarci a Linnesti; in qualità di figlia del Presidente del Consiglio sarebbe in grado di convincere definitivamente la città a far fronte al pericolo incombente.
- Penso che Tandor abbia ragione, - continuò Tantris. - In fondo non può che esserci utile.
Kor era stato messo in minoranza. Si voltò speranzoso verso Sindor che però aveva un volto imperscrutabile. Si rassegnò progressivamente, e dopo qualche borbottio, acconsentì infine alla sua partecipazione.
- Credo di non potermi più opporre. Bene, se così vogliono i miei amici, e soprattutto tale è la tua scelta, così sarà. Desidero solo un promessa da te: che non rischierai mai se non vi sarai costretta. Sei d’accordo?
- Concordo, - rispose lei laconicamente.
Il gruppo si dedicò quindi a riassestare l’equipaggiamento, poi Tandor fece un cenno agli altri e questi si avvicinarono.
- La notte è ancora lunga, - esordì egli. - È il momento giusto per partire. Con il buio, quantunque non possiamo muoverci velocemente, almeno sarà più difficile essere individuati dalle spie di Deindres. Sarebbe giusto augurarci buona fortuna, - concluse velocemente il mago.
- Ne avremo molto bisogno, - fece Sindor.
Detto questo il gruppo si apprestò a iniziare il cammino.
- Sai, - disse Tantris, rivolto a Kor, - questa è una nottata molto fredda. Veramente non ne ricordo nessuna di più gelida.

* * *

Il soffitto era sempre immobile, immutato, una certezza imprescindibile. Era ormai un’ora che Deindres lo fissava senza concedere attenzione ad altro, così preso da quel punto fermo a pochi metri sopra di lui. E tuttavia era pur sempre una forzatura della propria volontà. Amava concedersi quel poco tempo rapito agli immondi compiti che lo attendevano per manifestare un controllo perverso su di sé, forzandosi a eseguire un gioco di nessuna utilità, e lui lo sapeva bene, ma che gli permetteva di toccare con mano sensazioni di disagio acuto, sempre ben conscio che il suo intervento era richiesto altrove per dirimere le questioni di primaria importanza in quelle settimane di preparativi. Invece di occuparsene, temporeggiava sul suo letto, quasi sconsolato ma contento di quel piccolo fastidioso gioco.
Il suo diuturno silenzio fu interrotto maldestramente dal capo delle sue guardie personali, K’rah, un orco enorme con una pelle bruna e fitti peli che lo avvolgevano su tutto il corpo, vestito di corazza e armatura come si confaceva a un militare nel suo ruolo. Appena entrato si trovò di fronte all’Elfo Reietto che già si era levato in piedi ad accoglierlo, ammantato nella sua lunga veste blu notte, con il cappuccio che scendeva sul suo capo a coprirgli il viso. Gli piaceva presentarsi in maniera impeccabile ai suoi subordinati, per indurli col suo esempio alla disciplina e alla cura dei propri strumenti. Esempio che, se non fosse stato sufficiente, si sarebbe tramutato in pene severe per chi trasgrediva le regole.
- Mio signore, - iniziò K’rah, - il suo piano sta procedendo bene. La maggior parte delle rivolte delle tribù di orchi ostili sono state sedate. Gli gnomi stanno costruendo strani macchinari che dicono importantissimi per la vittoria. Tuttavia...
- Sì, - disse Deindres, invitando l’altro a parlare con uno sguardo inquisitore.
- Tuttavia Gershom, la spia che aveva mandato ad Arcadia, riferisce che è giunto in città uno strano uomo, che sembra essere un mago, e di cui nessuno nei dintorni sapeva nulla. Pare abbia confabulato con alcuni ragazzi, fra cui il rampollo del Capo del Consiglio cittadino, e che questa notte partano per recarsi ad Antelia, in una non ben precisata missione.
- Grazie K’rah, ciò che hai detto mi basta. Mandami qui al più presto Elsar e Talim, - ordinò Deindres, congedando l’orco con uno sguardo.
Quando la guardia se ne fu andata, l’Elfo Reietto si diresse alla piccola finestra della torre in cui si trovava, nel castello che sovrastava la città gnoma di Tamalas.
E così Tandor ha iniziato a muoversi, meditò egli. Quel misero essere sta assoldando un gruppo di fanciulli per contrastarmi. Antelia, città marittima, se non sbaglio le leggende narrano che negli anditi della città sia nascosto l’Arco delle Furie. Certamente Tandor vorrà impossessarsene credendo in chissà quali poteri arcani. Che stupido! Nemmeno con quell’arma riuscirebbe a sconfiggermi: in ogni caso prenderò provvedimenti anche contro quella sua fatua speranza. Rimpiangerà di essersi intromesso nei miei piani. Se ne pentirà immediatamente. Ho già in mente l’incantesimo adeguato: vedremo come se la caveranno immersi in quella plumbea atmosfera che farò nascere apposta per loro!

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