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L'esiliato - Capitolo 01
Titolo: L'esiliato - Capitolo 01
Autore: Christian Michelini
Genere: Romanzo, Fantasy
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-03
:

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Prologo


Il ragazzo osservava senza interesse lo strano amuleto.
- Allora tutto è deciso, - disse.
- Sì. Spero che tu non soffrirai per questo. - La ragazza che gli rispose era alta, slanciata, avvolta in un candido abito che le calzava ammirevolmente bene.
Il ragazzo, che continuava a rimirare lo strano oggetto che aveva in mano, emise un profondo respiro.
- Se la morte che agghiaccia il cuore non è una sofferenza, io non soffrirò.
Quelle parole uscirono dalla sua bocca ferme e risolute.
La ragazza lo fissava incerta su cosa dire. Alla fine si decise per congedarsi senza altro aggiungere.
- Allora addio, - diss’ella.
Il ragazzo emise un nuovo opprimente sospiro. Aveva anche lui deciso ed era ormai irremovibile nella sua risoluzione.
- Addio, - rispose lui. - È solo questo che ti posso dire per ora. Ma non ti preoccupare, - la esortò il giovane. - Sarà una lontananza lunga, ma alla fine ci rincontreremo.
Concluse poi il suo breve commiato con una roca risata che echeggiò sardonica e beffarda per tutta la valle.



Parte Prima


La Minaccia Incombe



Capitolo Primo


Kor, avvolto in un’aria sognante, procedeva lungo il cammino che conduceva all’osteria di Laskin che risiedeva ad Est nella città di Arcadia, patria natia degli umani. Aveva lasciato da pochi minuti Leanna, la ragazza elfa che amava, per incontrarsi con i suoi amici. Mentre però si avviava con passo spedito non poteva dimenticare lo sguardo di lei, dolce, con quei suoi intensi occhi azzurri e il viso sottile, e il corpo esile ma forte, caratteristiche ereditate dal padre, Serovor, anch’egli elfo bianco e Presidente del Consiglio di Linnesti.
Ricordava il giorno in cui l’aveva per la prima volta incontrata. Lei era appena arrivata ad Arcadia e non era vista con benevolenza dalla gente proprio per la sua nascita straniera. Lui era stato incaricato da suo padre di scortarla nella visita della città. Si aspettava di trovarsi di fronte ad una ragazza altezzosa dati i suoi nobili natali, invece incontrò una giovane donna spigliata ed affabile. Girarono per molte ore tra le piazze e i mercati mentre tra di loro nasceva una complicità e una spontaneità che Kor non aveva mai provato prima. Dopo pochi giorni erano già intimi amici e Kor non riusciva più a rammentare come potesse esistere una vita senza il rasserenante sorriso di lei. Ben presto l’amicizia si era tramutata in amore, sentimento che era ben visto da suo padre, Capo del Consiglio della città, il quale desiderava che i due si sposassero per ristabilire quella fraterna ma dimenticata alleanza che legava il suo popolo con quello degli elfi bianchi. Kor tuttavia non faceva calcoli politici, vedeva un raggiante avvenire solo in funzione di Leanna, e anche se lei fosse stata un'esiliata lui non avrebbe mai rinnegato il suo amore.
Per il ragazzo si era rivelata un’inaspettata fortuna. Il suo matrimonio conciliava l’amore con la possibilità di una favorevole allenaza, di cui avrebbero beneficiato sia la sua città che la patria natia di lei. Era stata una decisione di Serovor di inviare la figlia Leanna ad Arcadia. Egli, uomo intelligente ed attento ai cambiamenti che avvenivano in quelle terre, aveva deciso di mandarla come ambasciatrice degli elfi Bianchi perché potesse instaurare una collaborazione duratura tra il suo popolo e quello umano. Infatti assai a lungo si era prolungata la rivalità fra le due razze, e tuttavia negli ultimi anni le relazioni si stavano rinsaldando e anche i nani di Kandras avevano disteso i rapporti con le altre genti che abitavano l’Ifrigea.
Solo dieci anni prima la situazione era differente. La guerra che era scoppiata un secolo fa nelle terre del Nord aveva profondamente incrinato l’amicizia che si era formata tra le razze principali. In quel periodo Fiesolas, un elfo reietto che aveva abbandonato Linnesti per dedicarsi alla magia oscura, aveva formato un esercito di gnomi delle Terre Abbandonate al suo comando e con esso aveva cercato di prendere controllo della stessa Linnesti, mosso da un risentimento profondo verso quella città che, a suo vedere, lo aveva scacciato senza motivo dalla terra natale. Ma in cuor suo Fiesolas era conscio delle cause che avevano portato gli elfi bianchi ad esiliarlo. Era stato il suo avvicinarsi alla magia oscura e con essa la morte del suo assistente a indurre l’ostilità dei suoi simili verso di lui. Ciò nonostante non poteva dimenticare il giorno della sua vergogna, quando gli erano stati tolti gli stemmi della famiglia ed era stato allontanato dalla città nel più cupo disonore. In lui si era insinuato il germe dell’ira, e con essa la bramosia di vendetta, vendetta che, ne era sicuro, poteva venirgli solo dalla conoscenza di quella magia oscura che, tanto osteggiata dai suoi fratelli, era invece stata il frutto di un sapiente impegno degli elfi neri dell’antica Samovar, città ormai distrutta così come i suoi abitanti. Si era quindi dedicato incessantemente per anni ad approfondire la padronanza di quell’arte, recandosi alla Biblioteca Ancestrale e in seguito ritirandosi a fare esperimenti nelle Terre Abbandonate. Poi, giunto ad un’avanzata maestria, aveva creato un personale esercito di bestie immonde, inusitati rettili deformi e schiere di esseri magici al suo servizio. Perorò la sua causa presso il Consiglio di Guerra degli gnomi e questi, mossi dal desiderio di conquista e ricchezza, si erano affiancati al suo esercito e nominarono un loro Alto Comandante, in realtà succube del volere di Fiesolas. Egli si era anche recato più a Nord, presso gli Orchi, ma quel popolo rozzo, iracondo e belligerante era impegnato in una guerra intestina che durava da anni e che non vedeva prevalere alcuna fazione. Tornò allora verso la costa ad approntare il suo malvagio piano.
Nel frattempo gli elfi bianchi, che avevano immaginato le future mosse di quel malvagio consanguineo, non persero tempo e inviarono messaggeri presso i nani di Kandras e verso gli umani che risiedevano ad Arcadia. Questi ultimi decisero di schierarsi dalla loro parte, mentre i nani, resi ciechi dall’avversione per i contatti con altri popoli, decisero di non intromettersi nel conflitto, non vedendo in Fiesolas un reale pericolo.
La storia diede però torto agli abitanti di Kandras. L’elfo oscuro si rivelò una potente minaccia per tutta l’Ifrigea e la battaglia finale, combattuta presso l’antica città di Linnesti, fu estremamente sanguinosa. Gli elfi bianchi, comandati dal re Demosantalas, insieme agli umani guidati da Xenion, si asserragliarono nella loro dimora natia e per giorni resistettero agli attacchi degli gnomi. Poi vi fu un veloce e imprevisto cambiamento. Alcune arpie, celate alla vista da un potente incantesimo dell’Oscuro, riuscirono a penetrare le difese e gettarono il panico fra gli umani, dei quali quasi tutti si diedero alla fuga. Gli elfi resistettero anche quando le arpie riuscirono ad aprire i bastioni agli gnomi assiepati in attesa. Fu una battaglia senza tregua, in cui gli elfi subirono gravi perdite, tra cui il loro intrepido re; però sarebbe stata una disfatta se Xenion, l’audace condottiero umano, in un poderoso attacco che si incuneò nelle difese nemiche, non avesse affrontato direttamente Fiesolas. Questi diede fondo alle sue arti demoniache, ma Xenion, che era anch’egli un potente mago, cosa insolita per un umano, riuscì a sconfiggerlo riparandosi dai lampi di fuoco che dardeggiavano l’aria per ucciderlo.
La pace fu ristabilita, ma a Linnesti si diffuse il risentimento verso i nani, rei di non avere impugnato le armi, e anche verso gli uomini, considerati vili codardi. Infatti, sebbene negli elfi fosse vivido il ricordo delle gesta di Xenion, e la sua vittoria solitaria, in loro s'insinuava come una serpe l’idea che se il suo contingente non fosse scappato precipitosamente non avrebbero dovuto ora piangere così tanti morti.
Il prode comandante umano in seguito scomparve in circostanze misteriose, ma il suo ricordo si perpetrava nelle menti degli abitanti di Arcadia. Gli stessi capi attuali del consiglio della città erano figli dei pochi uomini rimasti con il condottiero nel momento del pericolo. Anche Nion, il padre di Kor, rammentava ancora i racconti di quando era bambino sulle imprese di quel mirabile generale. Egli aveva in tutti i modi cercato di tramandare al figlio la conoscenza approfondita dell’impresa compiuta da Xenion. Ed, in effetti, il bambino di allora assaporava bramosamente le storie narrate dal padre, sempre pronto a fissare nella mente nuovi particolari che sovvenivano all’amato e riverito genitore.
Kor, fin da quando era fanciullo, rimaneva sempre affascinato da questi racconti. La sua brama di sempre nuove e differenti storie non trovava mai sazietà. Nion aveva ben presto deciso di regalare al figlio qualche libro che potesse domare la sete di novità e di conoscenza che vedeva nascere e maturare via via in Kor. E sebbene nell’ultimo periodo, coinvolto in quel delicato ma vigoroso amore per Leanna, intontito da emozioni così vivide per lui, aveva parzialmente trascurato la passione per i libri, per lui era sempre stato importante leggere, imparare, comprendere appieno ciò che lo circondava e le cause di quanto gli stava attorno. Questa innata abnegazione verso quanto poteva stimolargli l’intelletto era stata una sua caratteristica fin dalla precoce età. Era molto curioso e tutto per lui doveva avere un significato o motivo di essere. Non si rassegnava di fronte a risposte blande o poco accurate riguardo ai fenomeni della vita, cercava sempre di esplorare le ragioni più profonde degli eventi e non si dava pace sino a ché non raggiungeva una soluzione al problema.
Il suo amore per la cultura era stato sempre una qualità assai apprezzata dagli amici che si confidavano spesso con lui per ricevere consigli e opinioni riguardo alle loro questioni. E proprio a causa della fiducia riposta in lui, Tantris gli chiese alcuni giorni addietro di incontrarsi per discutere di una questione che assai lo opprimeva. Perciò avevano convenuto di incontrarsi quella sera per discutere assieme.
Così, mentre proseguiva animato da differenti pensieri, giunse in vista dell’osteria e poteva già sentire i canti e le grida degli avventori che ogni sera vi si recavano. Il cielo era limpido, la luna quasi piena e splendente come un faro nel buio.
Aprì la porta e subito fu travolto dall’intenso odore d'alcool che, come sempre, scorreva a fiumi in quel luogo di ristoro e di oblio dalle fatiche giornaliere. Il fuoco era acceso nel camino ed avvolgeva l’ambiente con la nebbiolina creata dal fumo che si univa a quello proveniente dai lumi accesi. Distinse ad un tavolino sulla destra i suoi amici che sorseggiavano le loro birre mentre ascoltavano i canti di un gruppo di ubriachi seduti vicino al centro della sala.
- Ben arrivato, - disse Sindor, riprendendo a bere.
- Salve a voi, - fece eco Kor, accomodandosi su una seggiola.
- Così finalmente il nostro amico si è degnato di venire da noi! - disse Tantris, sfoggiando un amabile sorriso.
- Tantris, sai bene che per voi ci sono sempre, - rispose Kor, indicando alla cameriera di portargli da bere.
- Mi sembra che negli ultimi tempi sia difficile trovarti libero, preso come sei dagli sguardi languidi di quell’elfa bianca, - puntualizzò Sindor.
- Amici, - disse Kor, - credo proprio di avere trovato la donna che amo. Leanna è stupenda, così tenera e dolce. Inoltre è ambasciatrice di Linnesti, e anche mio padre approva il matrimonio tra noi, per rafforzare l’unione che ci lega a quella gente.
- Non c’è nessuna amicizia tra noi e quegli elfi bianchi! - contestò Sindor, punto sul vivo. - Ricordo ancora quando ero un bambino e i miei genitori mi portarono nelle terre del Nord, presso quella città. Ricevemmo solo sguardi astiosi e risposte brusche. Quella gente e la loro magia non hanno niente a che spartire con noi umani!
- Suvvia, Sindor, - replicò Kor, - da allora le cose sono cambiate, ora i nostri popoli sono amici.
- Sarà, - intervenne Tantris - ma nemmeno io mi fiderei di una Lancia-Incantesimi.
- Non parliamo più di queste cose, - disse Kor. - Sono venuto qui per passare una serata tra amici e non per mettermi a discutere di politica. Mi basta già mio padre che sta cercando di inculcarmi a forza le regole della diplomazia.
La conversazione languì per qualche minuto. Sindor e Tantris si contentavano di guardarsi attorno, sentire qualche barzelletta detta da qualche avventore, posare lo sguardo su qualche persona già ebbra che si sbracciava per chissà quale ragione.
Kor invece prese a fissare l’amuleto che aveva al collo. Era una collana di semplice corda che sosteneva una pietra sfaccettata e multicolore, della grandezza di un pollice, oblunga ma carica di una sua propria bellezza che incantava lo sguardo del ragazzo. Non era certamente una pietra preziosa, eppure il ragazzo teneva particolarmente a quel semplice monile. Era stato un regalo del padre, fattogli quando aveva compiuto i tredici anni. Rammentava ancora come il genitore avesse a cuore quella collana. Disse al figlio che suo nonno aveva raccolto quella pietra sul campo di battaglia di Linnesti, poco dopo che Fiesolas era stato sconfitto. Era molto particolare, improbabile che in natura esistessero pietre dai colori così cangianti e dalle fattezze così precise senza l’intervento di una mano esperta. Per cui era diventata di generazione in generazione un ricordo di quelle gesta lontane, e aveva assunto per la loro famiglia un significato commemorativo molto importante.
Kor era disattento, con la mente che vagava. Di questo si accorsero i suoi amici.
- A che cosa stavi pensando? - Sindor guardava il suo coetaneo dubbiosamente.
- Niente, - rispose Kor, cercando di ridarsi un tono.
- Che fine ha fatto Monmir? - chiese Sindor, rivolto a tutti e a nessuno in particolare.
- Non gli avevate detto di venire stasera? - domandò Kor.
- Io l’avevo avvisato, - disse Tantris. - Però sapete, ultimamente è un po’ strano.
- In che senso? - chiese Kor, intuendo che potesse essere quello il problema di cui Tantris aveva urgenza di parlare.
- È sempre ombroso, ed i suoi occhi di colpo si sono fatti cupi e tristi. Ogni tanto fa anche discorsi che non riesco a comprendere.
- Di che tipo? - domandò Sindor.
- BÈ, sai, - continuò Tantris, - noi siamo quasi fratelli. Siamo stati allevati insieme e ritenevo di sapere sempre ciò che pensava. Invece ora se ne esce con frasi senza significato, dice che la vita non ha importanza per lui. Io gli chiedo perché, ma lui si rabbuia e cambia discorso. Non l’ho mai visto così. Ogni settimana andavamo a fare delle lunghe escursioni nei boschi, a rilassarci e a trascorrere una nottata all’aperto. Invece ultimamente non vuole più venirci, dice che è tempo sprecato.
- Forse anche lui ha una bella fanciulla che gli occupa la mente, - disse maliziosamente Sindor.
- Non credo, - replicò Tantris. - È sempre solo, passa intere giornate disteso sul prato a guardarsi intorno, borbottando qualcosa di tanto in tanto. Io mi avvicino e lui mi guarda con occhi pieni di terrore, neanche fossi uno spirito!
Nel frattempo i cori degli ubriachi erano cessati, e i più ascoltavano attenti i discorsi di un uomo alto, tarchiato, con un viso profondamente segnato dall’esposizione al sole, che portava un abito lungo e nero, con al petto disegnato un strano e buffo stemma che rappresentava una lontra su sfondo blu.
- Vi giuro che è successo! - disse l'uomo. - Non potevo credere ai mie occhi, ma ho visto il faro di Veral spegnersi come un lume che finisse l’olio! La mia ciurma era terrorizzata. Eravamo soli, in mezzo alla tempesta senza nemmeno sapere dove fosse la costa. Cercammo di tenerci lontani da quei dannati scogli ma, per gli dei!, senza il faro non sapevamo se morire nella tempesta o schiantarci contro le rocce. Alla fine uno di queste ci sfondò in pieno la chiglia. Per Rantol! Fu una rincorsa alle scialuppe. Gente pestata, spinta in mare: non c’era più disciplina, gli uomini erano impazziti. Non avevo mai visto un orrore più grande. Fu una strage. Quelli che non morirono calpestati scomparvero tra i flutti. Solo io e altri due riuscimmo a raggiungere la riva e a portarci in salvo da quell’inferno.
- Non dire sciocchezze! - disse un tizio ad un altro tavolo. - Lo sanno tutti che il faro di Veral è sempre acceso da più di trecento anni.
- Allora non mi credi? - rispose il capitano Fargo. - Guardami! Vedi le mie cicatrici? Se ci fossero qui gli altri due superstiti ti confermerebbero anche loro come sono andate le cose. Ma purtroppo non possono farlo. Non almeno da dove sono ora. Povere anime, riposino in pace.
- Ma come, - s’intromise una terza persona, - non avevi detto che si erano salvati?
- Sì, sopravvissero a quell’episodio, ma non tornarono mai gli stessi. Si ammalarono quasi subito, ma di una strano malanno. Io cercai di stare con loro, ma li vedevo deperire sotto i miei occhi. All’inizio non avevano febbre, ma la paura, il terrore che ancora vedevo in quelle pupille non potrò mai dimenticarlo. Si rifiutavano di mangiare. Poco dopo furono preda di deliri febbrili. Dicevano cose senza significato. Dicevano che oramai non c’era più speranza, che le loro vite, che tutte le vite, non valevano più niente. Alternavano momenti di lucidità a torpore profondo. Ma anche quando erano lucidi parlavano di pericoli lontani, dicevano che il momento era giunto e che nessuno si sarebbe salvato.
Il trio di amici ascoltava pacatamente le parole del capitano Fargo. Gli sguardi di Kor e Sindor erano scettici, consci in cuor loro che quanto era stato detto non poteva corrispondere a realtà. Sebbene conoscessero di fama quell’anziano navigatore, non potevano esimersi dal considerare spesso le sue storie come frutto di una fervida immaginazione.
- Secondo me il vecchio capitano è un po’ alticcio - disse Kor, lo sguardo attratto dal fuoco che avvampava nel camino.
- Può essere, - replicò Tantris. - Ma dopo quello che ho visto accadere a Monmir, forse non ne sono del tutto sicuro.
- Ma dai, Tantris, - rincarò Kor, - sono solo storie di ubriachi!
- Giovane Kor, a volte un boccale di birra fa dire ad un uomo le verità che non avrebbe mai rivelato altrimenti.
I tre si voltarono nella direzione da cui proveniva la voce. Un uomo alto, longilineo, con una fitta capigliatura nera striata di grigio era seduto ad un tavolo in disparte. Quello che più colpiva erano i suoi occhi, freddi, quasi glaciali, di un insolito castano chiarissimo.
- E tu chi saresti, per elargire sentenze a chi non ti conosce? - domandò Sindor.
- Voi potete chiamarmi Tandor, - rispose pacatamente l’uomo.
- Immagino che non ci dobbiamo presentare, visto che sembri già sapere il mio nome - disse Kor.
- Io vi conosco da tempo, - affermò laconicamente l’uomo.
- Già, ma noi non sappiamo nulla di te - constatò Sindor. - Cosa fai qui ad Arcadia?
- Alcune persone nella loro vita sono votate a svolgere missioni importanti. Io non sono esente da questo destino.
- Parli sempre per enigmi? - chiese Sindor con acredine.
- Forse anche lui è ubriaco, - sentenziò Tantris.
- Giovani compagni, in vita mia non ho mai toccato una sola goccia di birra. D’altronde io ho un lavoro da svolgere, e non mi è permesso traviare lo spirito con i dolci effluvi dell’alcool.
- E quale sarebbe la tua missione, se è lecito saperlo? - domandò Kor incuriosito.
- Ragazzo, tuo padre ti ha lungamente parlato dei cambiamenti che stanno avvenendo nell’Ifrigea. Dopo decenni di incomprensioni, sembra che i popoli che vi abitano abbiano deciso di vivere in armonia, lasciandosi alle spalle i vecchi rancori. Tu stesso sei parte di questo disegno e il tuo imminente matrimonio con la ragazza elfa rientra in questo scopo. Tuttavia la realtà a volte è più negativa di quanto possa trasparire.
- Questi discorsi sono assurdi! - esclamò Kor.
- Amico mio, guardati attorno, - evidenziò Tandor, posando gli occhi su Sindor. - Questa amicizia tra popoli non è ben vista da tutti. Ma il peggio è che c’è chi fomenta questa rivalità con ogni mezzo.
- Non mi sembra, - replicò Kor. - Il re di Linnesti è fautore di questa intesa. Il Generale Vondra dei nani è l’unico ad essere ancora titubante. Ma, lo sappiamo tutti, i nani sono una razza orgogliosa, ed è difficile per loro sorpassare alcuni vecchi pregiudizi.
- Non mi riferisco a queste persone, - rispose prontamente Tandor. - Essi sono solamente pedine che saranno schiacciate da una nuova forza proveniente dalle Terre Abbandonate.
- Ma in quei luoghi abitano solo gli orchi che tutti sanno essere impegnati in guerre intestine. E forse qualche gnomo sopravvissuto alla battaglia di Linnesti - contestò Tantris.
- Quei luoghi, - riprese Tandor, - sono ora il dominio di una nuova malvagità che si sta affacciando sull’Ifrigea.
- Di cosa stai parlando? - domandò preoccupato Tantris.
- L’elfo oscuro un secolo fa ha dimostrato quanto l’odio sia fonte di potere. Con la sua perfidia ha messo in pericolo l’Ifrigea intera e solo grazie all’intelligenza del re elfo Demosantalas e all’apporto fondamentale delle sue truppe si è riusciti a evitare lunghi anni di vessazioni e angherie. Tuttavia Fiesolas ha riportate alla luce la Scienza Arcana e l’interesse che essa tuttora esercita su certi esseri è più forte dei pericoli ai quali si espongono apprendendola. Due decenni fa, poco dopo che voi nasceste, un uomo di nome Deindres abbandonò il suo popolo affascinato da quella tetra conoscenza e anche lui, come l’elfo oscuro, trascorse anni di studio presso la Biblioteca Ancestrale. Viaggiò poi attraverso molte terre, sperimentando incantesimi demoniaci e lasciandosi dietro una malvagia scia di esseri deformi e mostruosi. Era esperto nel celarsi sotto mentite spoglie e quei pochi che sapevano di lui e tentavano di catturarlo erano tramutati in esseri infernali a lui asserviti. Anno dopo anno i suoi poteri crescevano a dismisura divorandolo internamente ed eliminando l’umanità che ancora gli rimaneva.
- Quegli esseri deformi sono solo leggende, - sentenziò Kor. - Solo storie che ci si racconta di fronte ad un bicchiere di vino in una serata tempestosa. Non ne ho mai visto nessuno neanche quando andai con mio padre a Kandras, passando per i boschi di Eldor.
- Queste mostruosità si tengono nascoste, ma in realtà tramano per servire la causa del loro signore, spargendo dubbi e inquietudine fra le genti dell’Ifrigea. Con il loro aiuto Deindres sta ristabilendo le antiche discordie tra i nani e gli elfi, e ora sta inviando i suoi messaggeri anche verso Arcadia a gettare il seme della sfiducia fra il nostro popolo e gli stessi elfi bianchi. Il nuovo Elfo Reietto è riuscito a sedare con il sangue le guerre tra gli orchi e si è posto a capo delle loro stirpi. Con essi ha marciato contro gli gnomi schiacciando la loro flebile opposizione e rendendoli schiavi. Ora ha dalla sua parte migliaia di guerrieri, oltre agli esseri da lui creati, e con questi si prepara a oltrepassare il Mare del Tormento per approdare alle rovine di Samovar e da lì marciare verso Kandras.
- Ammettendo che questa storia sia vera, noi cosa possiamo fare? - disse Tantris, profondamente scettico.
- Dovete venire insieme a me ad Antelia, dove è custodito l’Arco delle Furie, una potente arma magica. Con essa forse vi è qualche possibilità di sconfiggere il Signore dell’Ombra.
- Mi sembrano delle sciocchezze, - esordì Kor. - Come è possibile che nessuno sappia qualcosa di questo piano malvagio? E poi perché proprio noi saremmo in grado di aiutarti in questa impresa?
In quel mentre la porta sbatte forte contro i cardini e un uomo entrò tutto trafelato nell’osteria.
- Monmir! - gridò Tantris.
Ma Monmir subito non si accorse dell’amico fraterno, si diresse invece verso il centro della stanza, con fare agitato e frenetico. Il suo intenso avvilito sguardo vagò su tutti gli astanti per poi ingobbirsi su sé stesso. Poi riprese forza e si fece pieno di acrimonia verso i presenti.
- Eccovi qui, a cantare ubriachi e discutere di questioni insulse! Sai, in paese è arrivato un nano di Kandras. Chissà cosa sta cercando. La figlia dei vicini si sta per sposare, fa bene perché è una ragazza bella e buona. Domani devo andare a rifare il tetto, che noia! Solo discorsi insignificanti sapete fare! Tra due ore si torna a casa, domani bisogna svegliarsi per andare al mercato, nel pomeriggio magari esco a cacciare. Ecco solo questo! E così trascorrono le settimane, si alternano le stagioni, gli anni passano e uno diventa vecchio che neanche se ne accorge! E poi: sai, è morto il padre di quel tale, poveretto, ha sofferto tanto e i figli sono così distrutti. Vi rendete conto, ci si ricorda di uno solo perché è morto. Tutti insieme al funerale. Ma no, che scocciatura, ma ci dobbiamo proprio andare? Poi però ecco che succede, e non ci puoi fare niente, ecco che il fato ti colpisce vicino e tu: Ehi, che fortuna, sono ancora vivo. Ma ti giri e t’accorgi che il fato in fondo è assai più malvagio, ha pensato bene di risparmiarti, per te c’è tempo. Prima miete le sue vittime attorno a te, fa terra bruciata in modo che ti possa disperare sempre più, e quando infine venga il tuo turno, quasi volentieri ti getti fra le braccia del carnefice, felice che la sofferenza non possa più nuocerti!
La sala si azzittì, confusa dalle parole del nuovo venuto e ancor più dal suo modo di fare delirante.
- Monmir, che cosa ti passa per la mente? - chiese preoccupato Kor. - Sono discorsi senza senso, stai parlando della vita di tutti i giorni come se fosse un’afflizione!
- E lo è! Ci curiamo solo di quello che ci sta intorno, non riuscendo a vedere a una spanna dal nostro naso, senza neanche scorgere la tragedia che si consuma poco distante dal nostro stolto sguardo!
- Non mi sembra che intorno ci sia tanta sofferenza, - si ostinò Kor. - Hai amici che ti sono vicini, una famiglia che ti ama.
- Non sto parlando di questo! - s’infuriò Monmir. - Il mondo sta andando a rotoli, non si riescono neppure a sanare le vecchie discordie!
- Non starai parlando dei nostri rapporti con le altre razze? - intervenne Tantris.
- Anche di quello. Di tutti i rapporti! Ci si fa una sottile guerra senza morti e, quando arriva veramente il pericolo, noi ancora ci scontriamo per stabilire chi abbia ragione o torto!
- Ma non c’è nessun pericolo imminente! - disse Kor.
- Non c’è per la maggioranza che è cieca di fronte all’evidenza! Ma qualcuno riesce a scalfire la coltre di ignoranza, ed ecco che viene additato come folle.
- Nessuno sta dicendo che tu sia pazzo, - s’intromise incautamente Sindor. - Forse sei solo stanco, dovresti riposarti. Una notte di sonno riuscirà a calmarti.
- Non posso calmarmi! Non voglio dormire soffocato dalla paura e risvegliarmi con la disperazione nel cuore. Non riuscirei a resistere. Nessuno ce la farebbe! Tutto questo deve finire, non sopporto più di vivere nel terrore.
E dicendo questo Monmir prese un coltello dal fodero legato alla cintola. Un silenzio carico di premonizione scese nella sala.
- Monmir, cosa hai intenzione di fare? - chiese Tantris, esangue.
- Non voglio che i miei occhi possano ancora vedere la degradazione dentro di me. Non voglio conoscere la sofferenza in cui vivranno i bambini un domani. Se la mia vita deve essere come una scritta sulla sabbia che venga cancellata dalla prima onda del mare, almeno desidero essere io a decidere quando è giunto il momento di trarsi fuori dalle vicende di questa inutile esistenza.
Detto questo si avvicinò la punta del coltello al cuore, e senza esitare un momento, con forza si trafisse mortalmente.
- Monmir, no! - gridò disperato Kor.
Ma era già troppo tardi. Tutti si alzarono in piedi, costernati e perplessi. I tre amici si precipitarono verso il morente.
- Perché l’hai fatto? - piagnucolò Tantris.
- Mai più, mai più, - biascicò Monmir esalando l’ultimo respiro.
Sindor urlava di chiamare un guaritore e continuò follemente anche vedendo che la vita usciva dal corpo dell’amico.
Kor invece era sconcertato. Non poteva credere che la stessa persona che l’aveva salvato un anno prima da morte certa vicino al fiume, la stessa che era sempre sorridente ed era la prima a farsi avanti nelle gare, fosse morta. Poi la realtà si fece strada nel suo animo con tetra sicurezza. Pianse lacrime amare rivedendo in pochi secondi cosa era stato per lui Monmir. Poi i singulti terminarono, sostituiti da una tristezza senza fine.
- Kor, - sussurrò Tandor, - il male è sempre più vicino, purtroppo. La mia missione è molto importante. Verrai con me ad Antelia?
Kor sentì quella voce. Ma non poteva vedere l’uomo da cui essa scaturiva. I suoi occhi erano vacui, senza possibilità di scorgere ciò che più gli era prossimo. Osservavano solamente un mondo di oscurità che si affacciava al suo cospetto.

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