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Una vita che trascorre
Titolo: Una vita che trascorre
Autore: Christian Michelini
Genere: Racconto, Contemporaneo
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-03
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Era un mattino come tutti gli altri, ma nella sua mente qualcosa cedette di schianto, e lui si ritrovò immerso in una vita completamente diversa, venendo meno tutte le certezze di cui si era ammantato.
In quel periodo, David cercava di far trascorrere le noiose giornate invernali con qualunque distrazione gli riuscisse di escogitare. Ma alla fine, poiché il tempo era inclemente, le alternative si riducevano ad accendere il vieto computer per trastullarsi con qualche gioco, leggere qualche libro, oppure fissare apatico la televisione nella spesso futile ricerca di qualcosa che lo potesse interessare. E fu in quest'ultimo caso che, saltando di canale in canale, la sua attenzione fu catturata da un programma che lo fece a lungo riflettere. Esso constava di innumerevoli servizi scientifici, ma il ragazzo fu colpito in particolare da uno che trattava delle antiche civiltà, della loro storia, della grandezza e miseria che in esse regnava. Ne rimase profondamente turbato, non riusciva a immaginare come intere popolazioni fossero scomparse e di loro rimanesse unicamente un blando ricordo. Lo sconfortò apprendere che tanti uomini, molti dei quali non dissimili da lui, fossero caduti nell'oblio, superati da una storia che sempre procede inarrestabile. Così la paura di dimenticare, di essere dimenticato, si infiltrò in David e ciò lo lasciò amareggiato, frustrato e colmo di angoscia. Non si rendeva conto di quanto questi suoi pensieri fossero precoci, e che non sarebbe stato in grado di affrontarli con le sue sole conoscenze ed esperienze, giacché esulavano dalle sue facoltà. Fu perciò profondamente scosso da quella che per lui era stata una rivelazione assai dolente.
I giorni acquistarono un diverso valore, assai scipito rispetto a prima. La sua mente fu turbata da altri aduggiati pensieri che lo mortificarono vieppiù. Ricominciò la scuola, ma l'abitudine che essa avrebbe dovuto costituire per il ragazzo venne meno e, più lui si rattristava, meno riusciva a rendere nello studio.
Divenne tutto un'odissea senza soluzione, una tragedia personale e un travaglio immane. I risultati, le mete che avrebbe dovuto raggiungere, vuoi per acquietare la sua coscienza, vuoi per compiacere chi credeva in lui, erano divenuti ai suoi occhi traguardi lontani e impossibili a ottenersi. La sfiducia nei propri mezzi divenne una realtà inalienabile, una sofferenza costante.
Permeato da opprimenti e disperate speculazioni, la vita procedette, le settimane furono seguite dai mesi e, quasi senza accorgersene, passarono anni sempre immerso in un'abissale afflizione. La sua mente vagava alla ricerca di qualche idea che lo potesse confortare, qualche baluardo di resistenza prima di soccombere, ma, benché in momenti illuminati poteva quasi scorgere la luce che si profilava avanti a lui, mai riusciva ad afferrarla o ad esserne pienamente partecipe, sempre si rattristava e vani diventavano i progressi, seppur modesti, che era aveva ottenuto.
Diceva a sé stesso che la vita di una persona oscilla sempre tra gaiezza e sconforto, e che, per quanta infelicità ci sia in un essere, questa è spesso gonfiata ed esagerata dalla sua percezione interiore. Ma neppure tali pensieri potevano rincuorarlo, si convinceva di portare seco un pesante macigno e, poiché nessuno poteva comprenderlo, inutile era il tentativo di spiegarsi.
Un giorno tuttavia, passati che furono sei anni, dopo molto meditare, una speranza nuova si fece largo in lui. Da principio pensò di esser di fronte a uno dei suoi momenti illuminati, ma, col procedere dei giorni, credette di aver finalmente raggiunto un importante obbiettivo. Si persuase che quella situazione non poteva perdurare in eterno, ragionò che il suo dolore dovesse avere un termine. Iniziò a credere nei migliori precetti che si era edificato, sentendoli come propri e non frutto di mirabolanti, ancorché futili, elucubrazioni.
E pur tuttavia il dolore non cessò di esser presente, l'ansia non lo abbandonò, la requie tanto attesa non si rivelò come David se la immaginava. Ma nella sua faretra ora il ragazzo possedeva acuminate frecce di logica dotate di fini punte cariche di esperienza vissuta.
Così continuò a vivere, alternando mistica gioia a tetro abbattimento, nell'attesa che il triste fardello calasse dalle sue affaticate spalle. Ma quell'ansiosa aspettativa di cambiamento venne impunemente tradita. La sua giovinezza sfiorì senza che soggiungesse un'alterazione nel suo stato mentale. La maturità non apportò nessun beneficio, e lo lasciò carico delle stesse delusioni che lo annichilivano nel passato.
Giunse in tal modo alle soglie della senilità, pregna di malanni e infortuni. E in quella triste apatia che ancora lo affliggeva, riguardava al passato, che ora considerava quasi gioioso. Infatti sapeva che quei momenti non sarebbe ritornati, che quell'età era tristemente sfumata. Rammentava i suoi pensieri di giovane, il suo tramenio intellettuale, ma ora si rendeva conto di quanto errata fosse la sua convinzione di dover attendere, quanto sbagliato fosse sostenere che prima o poi la sua redenzione personale sarebbe giunta. Si biasimava di non aver apprezzato quanto lo circondava e di non aver profittato della forza che gli veniva dall'esterno. Forse il capire di non esser soli e abbandonati, il sapere di non esser l'essere più abbietto né il più sventurato, sarebbero stati il quid che gli avrebbe permesso di emergere. Immerso tra queste funeree speculazioni, gli sovvenne una frase rimasta nella sua offuscata memoria, di un ignoto autore, e, mentre l'oscurità calava sul suo animo, ne assimilò l'essenza.

Perciò mi sembra che si debba coltivare l'arte del regalare anche alle cose belle che ci sono vicine e abituali, l'amore e la venerazione che riserviamo a quelle lontane e remote.


Settembre 1998

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