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Spiriti
Titolo: Spiriti
Autore: Christian Michelini
Genere: Racconto, Surreale
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-03
:

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Joshua era seduto sulla panchina. La notte era limpida, le stelle rilucevano di corruschi splendori nella volta celeste, nera eppur scintillante. L’aria era tersa, algida, una brezza gelida spirava dalla costa. Egli era lì, solo, assiso sul modesto trono rappresentato da quei quattro legni marciti e fradici. Era piegato su sé stesso, ingobbito dalla mestizia che gli ottenebrava i pensieri.
Era tardi, eppur non era stanco, né indolenzito; la sua mente era lucida, accorta, circospetta nell’analizzare il suo stato.
Infatti sapeva di soffrire. E questo era digià un conforto. Sì, d’altronde, meditava lui, è ben più grave chi è malato e non sa quanto, chi soffre e non conosce le cause, chi si strugge e tuttavia non ne sa il motivo.
Joshua invece lo sapeva. O, per meglio dire, ne aveva un vago sentore allorquando gli si manifestava una cupa oppressione, un tetro scoramento montante. Ponderava le cause prime, ma, oramai neppure rammentava i perché. Troppo, troppo tempo era trascorso da quando aveva iniziato a sentirsi male; troppi erano i momenti di plumbea tristezza nei quali giaceva mogio e spaurito.
A quell’ora tarda, i terrori immanenti presenti in lui si concretizzavano in incubi ad occhi aperti, lucidi deliri che prendevano le fogge più inusitate, le forme ossessionanti di accadimenti giornalieri tramutati in assordanti fobie.
La ragione chinava il capo, rincantucciata e aggobbita da quella sferzata surreale e nondimeno sì vivida. Ella posava, solinga ed evitata, ad attender il lento incedere della situazione, in sgomenta attesa, bramosa di quella lieta calma che seguiva la tempesta interiore.
Joshua era avvinto, prostrato come spesso gli accadeva. Volgeva gli occhi lacrimanti attorno a sé, fissando lo sguardo e non vedeva nulla. Mirava infatti ai suoi drammi, unicamente quella era la realtà più vera per lui.
Ma tra in vaneggiamenti folli e i fumi inebrianti della disistima, ecco apparire una figura, ammantata in un cappotto scuro quanto la notte, un’immagine di serietà, quasi di morigeratezza, altera ma comprensiva nel suo camminare solenne.
Joshua, che era ben giovane, non avendo ancora raggiunto quella soglia dei diciotto anni creduta da taluni il traguardo della maturità, scorgeva in quella veneranda persona una saggezza matura e ponderata. Doveva infatti esser tale, canuta, bonaria, ispirava fiducia come solo un savio nonno può generare. Egli avanzava, incurante, con passo fermo e deciso. Joshua fu così distratto dal suo tetro rimuginare, trovandosi parato di fronte a lui il vecchio misterioso.
– Notte felice a te, ragazzo, – esordì questi.
– Nelle ore più profonde della tenebra non può esservi felicità alcuna per me, – sentenziò Joshua.
– Quale è la natura del dolore che ti rende sì scoraggiato?
– È il dolore nella sua più infida e oscura natura, il dramma del tutto e del niente, l’oblio del giusto e dell’onesto.
– È dunque un problema esistenziale quello che ti affligge? – chiese il vegliardo.
– Sì, se si può chiamare problema esistenziale il timore del domani, se con lo stesso nome designiamo la paura dell’oggi, se diamo nomea non dissimile al vago e opprimente sentore della altrui nequizia.
– Invero sembrano questioni facenti parte della naturale indole umana, paiono enigmi connaturati allo spirito e all’essenza della persona.
– Mi dica, lei, se è saggio quanto il suo canuto aspetto farebbe pensare, perché mi pongo domande senza avere risposta alcuna, qual è la cagione di ponderare dubbi che io, così immaturo, non ho speme di dissipare?
– Per quanto possa apparire filosofo al solo guardarmi, per quanto possa esser savio e equo nel meditare, tutto ciò che posso proporti è la mia versione della realtà, il mio costrutto artefatto della verità che ci circonda e ci ammanta.
– Dimmi, è bene che io sappia questa tua congettura?
– Ciò che io penso è che ognuno debba crearsi una sua visione personale, un suo mondo di idee e di speculazioni, e che, in seguito, questi significati e significanti laboriosamente assimilati, vadano confrontati, comparati, contemperati con quelli altrui. Per te c’è ancora tempo, lungo è la tua via per giungere, lenta e lastricata di ispide e aguzze sporgenze. Ma, ne sono convinto, per pervenire alla maturità che tu cerchi, è necessario che tu cammini, senza tema alcuna, nell’ottenebrante e ingiurioso baratro dell’infelicità e dell’ingiustizia, pria che tu possa ottenere la requie che già devotamente brami.
Joshua udì quelle parole come se provenissero dai più intimi recessi della sua anima. Invero aveva già assai spesso concluso che solo l’esperienza e il dolore avrebbero potuto concedergli la maturità e la sapienza che incessantemente cercava. Volse lo sguardo altrove, a contemplare la tetra notte che pure ora gli pareva meno assillante, meno sordida e abietta. Ora che aveva il conforto del comune destino dei grandi, accettava con rassegnata fierezza il suo stato lamentevole.
Si guardò attorno, cercando il vecchio signore. Ma egli non era più, disparso nelle nebbie cupe della notte.
Così Joshua decise, avrebbe sopportato stoicamente, avrebbe sostenuto il greve carico con indomita e ardimentosa costanza.
E nell’alba nascente, nel chiarore soffuso che anticipava e annunciava il levarsi maestoso dell’astro solare, il ragazzo disparve, avvolto in una bruma fumosa, per raggiungere il vecchio nel luogo che gli competeva.

Aprile 1999

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