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Se dici il mio nome non ci sono più
Titolo: Se dici il mio nome non ci sono più
Autore: Anna
Genere: Racconto, Contemporaneo
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-03
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Non aveva mai avuto paura del silenzio. L’aveva sempre utilizzato come un’arma rubata in uno sporco locale di una sporca periferia di una ancor più sporca città. Adesso lo sentiva estraneo, come un nemico che lo inseguiva ovunque, che lo pedinava giorno e notte, senza tregua, senza possibilità di fuga. Prima o poi l’avrebbe sicuramente catturato, torturato e ucciso. Lui lo sentiva, lo sentiva di non avere scampo. Erano gli ultimi pensieri che si era concesso fare prima della fine. Era arrivato il giorno. Rimase seduto su quella sedia di ferro arrugginita, senza muoversi, in modo che il silenzio potesse essere aiutato nel suo mortale intento da un’amica fedele, l’immobilità. Era come se volesse accelerare la sua morte. Troppo era il tedio che derivava dal suo stesso pensiero, e così preferiva “farla finita subito”. Pensò che, forse, avrebbe avuto anche il tempo di lasciare qualche riga ai conoscenti, una specie di cosciente congedo dal mondo. Ma poi gli venne in mente che era stato proprio quel mondo a cui voleva scrivere che l’aveva consegnato a quel silenzio. Un traditore. Giuda Il Mondo.
Fuori non si vedeva nulla talmente forte era la luce del sole. Le lamiere riflettevano quel chiarore abbagliante proprio sulla sua finestra. Il vetro era diventato un muro di luce impenetrabile.
Si sentiva parte di uno di quei quadri che raffigurano la Trasfigurazione. Come un Cristo si sentiva, un Cristo sanguinante e solo, un Cristo tradito e sbeffeggiato dai suoi simili, che ora giaceva nel silenzio e nell’immobilità proprio come lui. L’unica differenza è che per lui non ci sarebbe stata redenzione, non sarebbe salito a nessun cielo alto e terso, avrebbe seduto semplicemente accanto ai cadaveri del cimitero del paese in cui viveva, si sarebbe sì trasfigurato, ma in un corpo putrefatto e inanime. Non ci sarebbe stata gloria per lui.
Questa riflessione lo convinse ancor di più della necessarietà della sua morte. Quasi quasi non ne aveva più il timore. Quasi.
Mandò al diavolo il suo proposito di rimanere immobile e si preparò un tè allo zenzero. L’aveva trovato per caso in un negozietto di periferia, un po’ squallido, che puzzava di zolfo. Ma poco importava, il tè era buono, anzi, ottimo. Lo bevve osservando la sua camera da letto, fermo in piedi sulla porta. C’erano due cravatte sulla sedia vicino al calorifero, una completamente nera e l’altra sull’arancione. Tinta unita in ogni caso. Non le aveva mai indossate. Una maglietta verde scuro era distesa sul letto, dalla parte sinistra. Ovviamente il letto era sfatto. Le coperte erano avvolte nel lenzuolo. C’era odore di lotta, ma era una lotta che aveva visto protagonisti solo lui e i suoi sogni. Nessun intruso, nessun esterno. La scrivania era spoglia. C’era solo una rubrica del telefono che annoverava mamma, zio Gino e Renata tra i suoi contatti. Solo loro. Si trastullò con il pensiero che i numeri segnati fossero così pochi solo perché tutti gli altri li conosceva a memoria, ma lo sapeva che non era così. Anzi, quella falsità nei confronti della sua stessa realtà, lo innalzò a Vittima Prima del silenzio. Era lui stesso che desiderava sdraiarsi sul suo altare e vedere colorarsi la pietra con il suo sangue. Era una vittima sì, ma una vittima che, rendendosi conto della fine a cui era costretta ad andare incontro, si lasciava andare al suo assassino come un’amante furiosa. Si, un amante furiosa come non l’aveva mai avuta. Sarebbe stata lui. Si eccitò a tal punto da non poter più trattenersi. La sua mano agiva in concomitanza con i suoi pensieri. La lama era vicino alla sua gola, ne sentiva l’odore freddo.
Gemette di piacere.
Il cuore si fermò di colpo, spalancò la bocca in un imprecazione. Aveva rotto il silenzio.
Pianse forte e poi si avviò verso la porta.
Continuò a bestemmiare fino all’entrata dell’officina, dove il rumore si prese cura di lui tutto il giorno.

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