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Le sabbie mobili
Titolo:Le sabbie mobili
Autore:Christian Michelini
Genere:Racconto, Contemporaneo
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-03
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Un giorno avevo invitato un mio amico a casa mia. Volevamo guardare un film in DVD.
Stavo per inserire il film nel lettore, quando il mio amico mi disse:
- Io l'ho provata.
- Che cosa? - gli chiesi incuriosito.
- Ho provato la sensazione delle sabbie mobili, - mi rispose.
Il mio sguardo fu incerto, poi lui continuò.
- È accaduto due giorni fa. Mi era già successo anche in passato, ma non con la stessa intensità. Le sabbie mobili a cui mi riferisco non sono quelle che conoscono tutti. Io parlo delle sabbie mobili mentali.
Non compresi; gli chiesi cosa volesse intendere.
- È una stato molto strano, - mi spiegò. - Mi ero seduto sul divano e volevo continuare a leggere un romanzo di Hemingway, “Festa mobile”. Poi iniziò tutto. Leggevo, sì, ma non riuscivo minimamente a comprendere nemmeno il senso delle frasi. Il nesso mi sfuggiva, i caratteri baluginavano nella mia mente in modo sconnesso. Non capivo nulla di quanto era scritto, per quanto possedesse la consueta chiarezza del grande scrittore. Proseguivo per un riflesso automatico, per un bisogno di leggere intrinseco nella mia natura. Ma alla fine non resistetti più. Smisi di leggere. Posai il libro.
Io lo fissai, dubbioso, inducendolo a proseguire.
- Era sera, - continuò, - e il giorno era tramontato da qualche ora. La luce era accesa in camera. Non era una luce forte, tant'è che accendevo una lampada per leggere più comodamente. Ma quelle due luci, che rischiaravano la stanza, di colpo mi parvero mutare intensità. Esse si affievolirono, riducendosi a tenui lucori. Mi sembrò che il buio inghiottisse l'ambiente con voracità. Ero molto triste, più triste di quanto normalmente mi accade di essere. E quella tenebra, quella tenebra che penetrava nel mio spirito, essa veramente era il mio maggior dramma.
Fece una lunga pausa prima di riprendere.
- Ma non vi era solo la tenebra. Disteso sul divano, in quella sera di fine inverno che pur non era fredda, percepii con stordimento un gelo profondo, un freddo inusuale e avvolgente. Ma non era certo il clima, che già lasciava intravedere la vicina primavera. Ero io. Io, che mi sentivo smarrito, sperduto e solo come mai mi ero sentito.
- Non ero solo in casa, ma questo non significava nulla. Giacchè la solitudine che proviamo non è mai mitigata dalla vicinanza dei propri simili, e troppe volte neanche gli affetti più cari possono rasserenarci.
- Non era forse Gorgia il primo filosofo sofista che parlò dell'incomunicabilità? Dopo di lui anche molti altri grandi spiriti rifletterono sulla nostra solitudine. Io penso che abbiano ragione. Forse non siamo sempre soli, ma certamente lo siamo per la maggior parte del tempo che trascorriamo in questo mondo.
Io continuavo a guardarlo, non sapendo cosa dire, non comprendendo l'enfasi della sua sconsolatezza. Lui mi fissò, sembrò comprendere la mia incertezza, e le sue labbra, solo le sue labbra, accennarono a un mesto sorriso.
- Dunque ecco come mi sentivo: immerso nel buio, nel freddo e nella solitudine. Questo trittico di immonde divinità regnava nel mio cuore. Stavo riflettendo su di me, sulla mia sfiducia, quando registrai e compresi la sensazione delle sabbie mobili.
A quel puntò sembrò che il ricordo si facesse più opprimente. Il mio amico emise un profondo respiro.
- I miei pensieri divennero progressivamente sempre più lenti. Le mie idee faticavano a prender corpo, e le sensazioni che provavo erano come di gelatina, una massa gommosa che impregnava il mio cervello, che fiaccava le mie risorse, che avvolgeva i miei pensieri e rallentava il mio ragionare. Erano le sabbie mobili. Una sensazione terribile, quasi di regressione a uno stadio anteriore di intelligenza, alle nostre origini di primati e ancor prima di esseri istintivi e manipolatori. Mi smarrivo sempre più in questo gorgo, senza speranza di emergere e risalire.
- Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto abbandonare la stanza, accendere la televisione, mettermi al computer, ascoltare un po' di musica. Ma non potevo. Non ne avevo la forza. In ultima istanza non volevo.
Il mio volto assunse un'espressione di muta domanda, di inquietante interrogativo.
- Già, - riprese il mio compagno, - ti chiedi perché non volessi uscire da quella sensazione allucinante. Ma io ti domando: quando sei arrabbiato, furente, livido per l'ira, furioso, tu, in quello stato, hai forse l'energia e la forza necessaria a calmarti? Credo di no. Se una persona è arrabbiata non vuole mai calmarsi. E tanto più è esacerbata e carica di collera, tanto meno vuole tranquillizzarsi.
- Lo stesso accadeva a me: più ero triste, sfiduciato, più volevo commiserarmi e perdermi in quella follia di mestizia e sgomento. Mi chiedevo ripetutamente: avrai ma la forza di rialzarti in piedi? Potranno mai reggere i tuoi muscoli ora che tutto il tuo corpo ha provato questa sensazione? E la mia risposta era incerta, sentivo che le forze mi abbandonavano e che la debolezza mi assaliva con tenacia. Per due volte, per due lunghissimi momenti il mio cuore saltò un battito. E quando accadeva, sentivo mancarmi l'aria, l'ossigeno, l'energia, e respiravo a pieni polmoni, e inalavo fino a riempirmi il torace, e purtuttavia non avevo ancora la forza di rialzarmi.
Io lo fissavo interdetto, incredulo.
- Vuoi sapere come andò a finire? È una questione di poco conto. Alla fine, con grande sforzo mi alzai, incespicando, quasi cadendo, fino a levarmi in piedi, in precario equilibrio. Era buio, era freddo, ero solo. Mi diressi alla finestra avvolto ancora da quelle sabbie mobili. Era veramente buio fuori. Ma questo non contava. Mi aggrappavo ad un'unica speranza, che era divenuta più un'illusione che una certezza. Desideravo che, fra alcune ore, non importa quante, il sole potesse sorgere ancora.

Marzo 2000

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