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La tregua
Titolo:La tregua
Autore:Mancuso Daniele
Genere:Racconto
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-02
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Erano più di due ore che il comandante Hunziker osservava la foto della moglie e sua figlia al centro del tavolo. Da più di tre anni non le vedeva: gli mancavano moltissimo i loro sguardi amorosi, che non potevano essere sostituti da fredde e anonime parole scritte su un telegramma.
“Non temete angeli miei, tornerò presto da voi, e festeggeremo tutti insieme la vittoria” pensava Hunziker, quando tutto a un tratto udì un brusio di voci proveniente dall’esterno del bunker, che mano a mano diventava sempre più intenso: quando riconobbe la lingua russa, capì che il comandante sovietico era arrivato al campo insieme al suo battaglione. Non ebbe nemmeno il tempo di alzarsi dalla sedia che risuonarono due forti colpi alla porta:
- Avanti.
Entrò un soldato.
- Signore, il comandante Pirov e i suoi uomini sono arrivati.
- Fallo entrare pure.
- Va bene.
Dietro al soldato apparve il generale sovietico: come vide Hunziker, sul volto severo gli spuntò un sorriso a trentadue denti.
- Puoi andare adesso, Hunk -esclamò Hunziker rivolto al suo sottoposto, e quello sparì in un batter d’occhio.
- Così lei è il comandante Hunziker, vero? Che piacere incontrarla di persona!- disse Pirov in tono affabile stringendo la mano del generale
- Lei invece è il generale Pirov suppongo. La ringrazio per aver accettato il mio invito, ma soprattutto per non aver fatto fuori Scharwz.
- Ah ah, si figuri. È vero che siamo in guerra, ma sarebbe stata una vigliaccata far uccidere un uomo solo da quaranta soldati. Comunque quando ho letto la sua lettera, non ho avuto alcuna esitazione ad accettare il suo invito: ritengo che non esista modo migliore di onorare questa santa notte con una tregua, e riunirci qui tutti quanti in onore di Cristo nostro Salvatore! La ringrazio per questo, comandante.
- Sono io che devo ringraziare lei per essere venuto. Ma la prego, si accomodi, non stia lì in piedi. Mi perdoni se l’ambiente non è ospitale, ma sa com’è…..
Il bunker era sporco e disordinato, e Hunziker fece sedere il comandante Pirov su una sedia di legno umida.
- Non si preoccupi signore, siamo abituati a molto peggio! Comunque comandante, devo farle i miei complimenti, perché conosce molto bene la lingua russa.
- Ho vissuto a Pietroburgo da giovane. Una bellissima città, davvero, ma soprattutto abitata da gente per bene e molto ospitale.
- Capisco. Mi domando però se i nostri uomini potranno capirsi: nel mio battaglione nessuno conosce il tedesco.
- Oh, stia tranquillo, alcuni miei soldati conoscono bene il russo. E comunque l’importante è stare insieme, no?
- Si, ha proprio ragione!
A quel punto gli occhi di Pirov si posarono sulla foto raffigurante una donna con in braccio una bimba.
- Suppongo che siano sua moglia e sua figlia - disse il generale sovietico sorridendo.
-Esattamente. Mi mancano moltissimo, e non vedo l’ora di riabbracciarle quando sarà tutto finito!
Il volto di Hunziker assunse un’espressione malinconica.
- Lei ha figli invece? - aggiunse poi rivolto a Pirov.
- Oh si, un bambino di sette anni. Dice sempre che da grande diventerà un generale formidabile come me, e che combatterà per la patria. Poi a scuola va benissimo, ha i massimi voti in tutte le materie. È così giovane, ma è già motivo di grande orgoglio per me!
Si udirono due colpi alla porta del bunker, ed entrò un soldato tedesco.
- Comandante, un telegramma per lei.
Una volta congedato il subalterno, Hunziker lesse il telegramma:


Tanti auguri di buon Natale al valoroso generale Fredierich Hunziker. Che la sua perspicacia e astuzia possano portare la Germania alla vittoria finale.

A.H.


Il generale Hunziker fu molto compiaciuto dell’augurio, soprattutto perché il Führer non faceva gli auguri alla feste se non ai più stretti conoscenti: evidentemente lui faceva parte del piccolo cerchio di fiducia del Cancelliere.
I comandanti passarono il resto della serata in grande allegria, tra un bicchiere di vino e l’altro, parlando di divertenti aneddoti giovanili, amori passati e episodi risalenti alla Grande Guerra. Ma il suono improvviso dell’orologio a pendolo interruppe le chiacchiere.
- Accidenti, è scoccata la mezzanotte - disse Pirov alzandosi - È meglio che io e miei uomini torniamo al campo, altrimenti moriremo congelati.
- Oh, ha ragione. Sa, quando si sta bene insieme e ci si diverte, il tempo passa molto in fretta- esclamò Hunziker.
- Già, soprattutto poi quando queste liete occasioni vengono trascorse con gente piacevole come lei. I soldati tedeschi devono essere molto fieri di avere combattere al fianco di un uomo come lei.
Hunziker sorrise agli elogi del sovietico. All’improvviso però Pirov si avvicinò al comandante, parlando a bassa voce:
- Senta generale, c’è una cosa che devo dirle. Sa, è Natale, e per questo mi sembra giusto dirglielo.
- Mi dica signore.
- Beh, so che mirate a conquistare Mosca e Stalingrado. Volevo avvertirvi di non prendere la strada situata a est, perché c’è un campo disseminato di mine antiuomo. Era la via più agevole per arrivare alle città, per questo abbiamo preso provvedimenti. Mi raccomando quindi- disse Pirov strizzando l’occhio a Hunziker.
- Che Dio vi benedica per questa vostra rivelazione, Pirov! A questo punto, anch’io devo confessarvi qualcosa: quando tornate al campo, non avvicinatevi per nessun motivo vicino al fiume, perché dentro gli edifici situati lì intorno ho fatto appostare dei cecchini. Hanno l’ordine di uccidere a vista ogni soldato russo, e non sanno nulla di questo nostro incontro. Fate attenzione quindi.
- Oh, generale, le sono molto grato! Avevo proprio intenzione di intraprendere quel percorso al ritorno - esclamò Pirov quasi commosso per quella rivelazione.
I comandanti si abbracciarono calorosamente, e uscirono dal bunker. Fuori c’erano soldati russi e tedeschi che brindavano, cantavano e gioivano, tutti insieme come fratelli. Due di loro si erano addormentati vicino a un muretto appoggiati l’uno sull’altro, completamente ubriachi. Pirov cominciò a radunare i suoi uomini, ma nessuno di loro si congedò senza aver prima salutato tutti i tedeschi, o perlomeno i compagni con cui avevano trascorso quella santa notte. Il freddo stava diventando ancora più pungente, e per questo alla fine i russi fuggirono via sulle camionette.
Nel mattino seguente i raggi del sole, dopo essere stati respinti per giorni interi dalla muraglia di nuvole grigie che avevano spadroneggiato in cielo, oltrepassarono le punte innevate dei pini, fino a illuminare il volto addormentato di un soldato. Il debolissimo calore dei raggi solari fu sufficiente a far risvegliare l’uomo, ma non a farlo rialzare: si sentiva come se al posto del corpo avesse un ghiacciolo, e le gambe erano troppo intirizzite per muoversi. Aveva pure un gran mal di testa, come se gli fosse esplosa una granata dentro il cervello.
“Dannazione, ieri sera ho esagerato” pensò il soldato mentre tentava di alzarsi. Ma un peso sul suo stomaco gli impedì di compiere il minimo movimento: la testa di un compagno giaceva sulla pancia del soldato. Russava da matti, e dal viso rosso si vedeva che aveva bevuto.
- Accidenti, vuoi toglierti dalle palle? Non riesco a muovermi! Sveglia! - urlò il soldato, e il compagno alzò la testa di scatto In quel momento gli occhi del tedesco si posarono sull’uniforme dell’altro.
“Che strano, ha un colore diverso dalle altre divise” pensò il soldato, mentre l’altro si guardava intorno spaesato. Ma il viso di quel tizio non gli era familiare. Anzi, non ricordava di averlo mai visto prima d’ora.
- Ma chi sei tu? - domandò il tedesco
L’altro lo fissava con uno sguardo perso nel vuoto: pareva non aver udito o non capito la domanda.
- Insomma, si può sapere chi sei? Rispondimi!
Ma prima che quello potesse aprire bocca, il rumore di uno sparo echeggiò nell’aria: un foro comparve improvvisamente sulla fronte dell’uomo, e la sua testa cadde a peso morto sul pavimento. Il sangue dietro la nuca si estendeva a macchia d’olio.
- Hans, idiota, non hai visto che quello era un nemico?
Hans si girò, e vide di fronte a lui il comandante Hunziker.
- Ti voglio subito a rapporto - esclamò il generale- Ti aspetto nel bunker.
Il soldato Hans tentò di alzarsi, ma fu inutile: le gambe non volevano muoversi.
- Signore, signore, ho bisogno di cure! Sto per morire congelato, non posso muovermi
Hunziker squadrò Hans: gli occhi gelidi del generale si fissarono sul quel corpo in fin di vita
- Ormai non servi più alla causa. Non c’è posto per i deboli qua.
Il comandante puntò la pistola alla fronte del soldato. Un colpo secco, e la testa di Hans cadde sopra i piedi del cadavere russo.
Hunziker stava per dirigersi al bunker, quando improvvisamente si udì in lontananza il rumore di un motore, che pareva avvicinarsi sempre di più. Una camionetta sbucò dall’angolo innevato ed entrò nel campo tedesco. Scese uno spilungone con l’aria preoccupata.
- Signore.
- Capitano Scholl.
- Ho cattive notizie, signore.
- Che è successo?
- Siamo stati appostati per due giorni dove ci ha aveva detto lei, ma non si è visto nessuno. Ho mandato alcuni cecchini a piazzarsi da un'altra parte, ma sono finiti in un campo minato. Jack è morto, Karl ha perso una gamba.
- Li hai per caso mandati verso est? - domandò Hunziker
- No signore, a ovest. Perché?
- Non andate per nessuna ragione a est. Vai a radunare tutti quanti, dobbiamo incamminarci verso Stalingrado. Subito dopo forma una nuova squadra di cecchini.
- Subito signore!
Hunziker estrasse dalla tasca un sigaro. Cominciò a fumare fissando dritto davanti a se i corpi dei soldati morti, mentre intorno si udivano le urla di Scholl per svegliare gli altri.
- Ci vediamo presto, generale Pirov. - disse infine Hunziker, gettando il sigaro vicino ai cadaveri.

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