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Il riverbero sull’acqua
Titolo: Il riverbero sull’acqua
Autore: Christian Michelini
Genere: Racconto, fantascienza,surreale
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-02
:

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Stavo camminando per i corridoi della stazione, diretto al ponte situazioni olografiche.
Ogni tanto incontravo qualche operatore che lavorava ai tracciati neurali del computer della base. Mi salutavano, io rispondevo, poi continuavo la mia strada.
Ero immerso nei miei pensieri, quindi facevo poco caso agli incontri con il personale. Erano le mie ore di svago, e potevo fare ciò che più mi aggradava. Fortunatamente nella stazione era un periodo di stanca, e il lavoro da compiere non era intenso.
Avevo collezionato molto tempo libero, e l’avevo utilizzato per creare una simulazione olografica. Molti giorni trascorse da quando mi balenò l’idea, giorni di incessante consultazione, e tentativi a volte infruttuosi; e tuttavia il risultato mi pareva buono. Peccato solo per quell’infernale programma di authoring olografico che usavo, veramente difficile da adoperare, ostico nell’interfaccia e complesso nell’implementazione.
Avevo dovuto compiere delle ricerche, molte, e alla fine avevo accumulato una discreta mole di dati, che avevo cercato di strutturare in un corpus coerente, devo dire con mia grande difficoltà. Ma qualcosa avevo ottenuto, alla fine.


Non conoscevo bene la Terra. L’unico viaggio che vi avevo fatto risaliva a quando ero fanciullo, e i miei genitori mi avevano portato a esplorare la base di New Africa. L’impressione che ne ricevetti fu molto positiva. Grandi spazi aperti si estendevano al di là della base, foreste, savana, animali liberi pullulavano in un ambiente incontaminato. Gli umani avevano fatto un buon lavoro di ricostruzione bioambientale. Anche se avevano quasi distrutto quel mondo, da circa due secoli lo avevano rigenerato, fatto risorgere dalle sue ceneri in un nuovo, fulgido splendore.
Era una speranza per il futuro.

Avevo ricreato nell’ologramma un’isola al largo delle coste africane. Io non ci ero mai stato, ma lei me ne parlava sempre.
I dati ambientali mi erano stati forniti dal centro di studi biologici di New Africa.
Mi hanno chiesto subito a cosa mi servivano.
Io ho risposto immediatamente che volevo creare una ricostruzione olografica accurata, ma senza addentrarmi in noiosi e inopportuni particolari. Loro non hanno fatto commenti e mi hanno inviato i dati tramite Uninet. Fortunatamente non erano informazioni riservate.


La cosa più difficile è stata programmare i caratteri dei personaggi che facevano parte della simulazione. Non avevo idea di come muovermi in questo campo, pertanto mi sono fatto aiutare da un mio amico esperto di ologenesi psichica.
Anche lui mi ha fatto domande su cosa volevo ricreare. Gli ho dato qualche risposta; ma sono stato evasivo, ho girato attorno al problema, non sono sceso nei dettagli.
E nemmeno nelle motivazioni.
A volte non sopporto quando qualcuno si interessa nelle mie cose.


Ma oramai questo era acqua passata, e il programma era pronto. Avevo fatto dei test preliminari, e avevo mandato in esecuzione continua la simulazione, evidenziando solo qualche errore marginale, che sono riuscito a risolvere.
Questo tuttavia era la prima vera prova sul campo che facevo del programma.
Ma sarebbe stata anche l’ultima.
Poi avrei cancellato l’area di memoria del computer dove era conservata la simulazione.


Mentre stavo ancora camminando con aria spaesata, con la mente distante dalla realtà intorno a me, arrivai alla porta che dava accesso alle sale del ponte situazioni olografiche.
Il computer si accorse della mia presenza immediatamente.
- Benvenuto, professor Benjamin.
- Grazie Lalla.
Il computer veniva chiamato da tutti Lalla. Era un nomignolo affettuoso. Ci ricordava che il computer era sempre lì a disposizione, come una balia che non si stanca mai di accudire i bambini e di realizzari i loro desideri.
Fortunatamente Lalla non era permalosa.
- Lalla, preleva dall’area di accesso dati “/teta/working” la cartella di lavoro “Benjamin memory” e mandala in esecuzione.
- In quale sala devo eseguire la simulazione?
- Nella sala 3.
- Vuole modificare alcuni parametri della simulazione prima di eseguirla?
- No, Lalla. È già configurata.
Stetti un attimo in silenzio, poi aggiunsi: - E spero anche che funzioni bene.
Ma Lalla non si curò del mio commento. Lei non si curava di emozioni, computava solo dati.
- Inizializzazione del programma in corso, - replicò la voce calda e suadente di Lalla.
Mi guardai intorno, ma non ebbi il tempo di distrarmi e riflettere su quanto stavo facendo, perché il computer disse poco dopo:
- Inizializzazione completata. Programma attivo. Professor Benjamin, può ora recarsi nella sala tre per l’interazione con la sua simulazione.
- Perfetto. Grazie, Lalla.
- Al suo servizio, professore.
Una linea retta azzurra comparve in basso, al livello dell’impiantito della base, poco sotto le mie ginocchia: mi indicava la strada dove dovevo andare. Io non ero molto esperto, non essendo stato spesso sul ponte situazioni olografiche; affidai la mia coscienza alle indicazioni del computer.
Mi incamminai senza indugiare oltre. Dopo poco ero dinanzi ad una nuova porta, che scomparve con prontezza quando mi avvicinai.
Ristetti sulla soglia, pensieroso. Mi sorse un dubbio fugace, eppur così potente da scuotermi. Volevo veramente farlo?
Ma la risposta a questa domanda non la possedevo, e per quanto mi fossi scervellato sulle ragioni e sui miei sentimenti e sui pro e sui contro, non avrei ottenuto nulla, se non di farmi fondere il cervello e turbarmi e starci ancora più male.
Decisi di continuare a fare quanto avevo stabilito in una notte insonne di qualche mese prima.

Entrai, e la porta riapparve alle mie spalle.
Ma non ero più sulla stazione dove lavoravo ormai da vari anni.
Ero invece su un’isola, sulla Terra, sperduta e lontana come mai mi era sembrata prima, eppur adesso così reale e palpabile.
Ero intontito e interdetto. Non ero abituato al ponte situazioni olografiche, e per me, quel giorno, il passaggio dalla realtà alla olorealtà era stato troppo veloce, e perlopiù traumatico.


Iniziai a vagare con lo sguardo, posando la vista sulla realtà che mi circondava.
Guardandomi attorno, vidi allora la spiaggia con il sole abbacinante a rischiarar la rena, e anche il riverbero dei raggi che creavano lucenti bagliori sulle onde del mare. La spuma delle onde sciacquava il litorale, tra la vasta immensità dell’intenso azzurro maroso che si propagava fino a congiungersi, lontano, all’orizzonte, con il terso niveo blu del cielo.
Ero scalzo a mirar quel panorama, coi piedi nudi riscaldati dalla sabbia bruciante.
Questa fu la prima, intensa sensazione.
Poi mi accorsi della brezza proveniente dall’Oceano che sferzava il mio nudo corpo e rinfrescava l’aria e la terra e gli esseri viventi.
Guardai poi me stesso, e vidi che avevo abbandonato la divisa della stazione per un costume cangiante che mi cingeva il bacino. Mi sentivo spoglio con solo quel costume indosso, senza protezione: ero da troppo tempo abituato unicamente a rigide divise.
Poi, riflettendo, compresi che, in quel momento, ad esser spoglia e senza protezione era la mia mente.


Mi girai, e vidi dietro di me, poco lontano, un gruppo di gente che stava giocando con una palla, e sentivo risate e grida e ammonimenti scherzosi. Dal gruppo vidi distaccarsi una persona che mi venne incontro. Non potevo distinguere i suoi lineamenti, perché il sole che avevo di fronte offuscava il mio sguardo.
Poi la figura mi si avvicinò, e salutandomi con calore, mi abbracciò.

- Benvenuto, Benjamin! Da tanto tempo ti aspettavo!
- Alla fine sono riuscito ad arrivare, - dissi con affetto.
- Sai, ho organizzato una sfida con i miei amici. Ti va di giocare?
Io guardai l’accolita di persone, poi dissi, misurando le parole: - In questo momento sono fuori forma. Magari un’altra volta.
Lei mi guardò, e il suo sguardo rimase fermo e radioso.
- Come vuoi, - rispose noncurante.
- Ti stai divertendo? - le chiesi, apprensivo.
- Moltissimo! Non mi sono mai divertita tanto!
- Sono contento, - dissi.
- Tu invece come te la passi? - mi domandò.
- Bene. Ma mi mancavi. Ero venuto a salutarti.
- Ah, grazie. Non pensavo ti saresti ricordato di passare.
- Mi parlavi sempre di quest’isola. Mi dicevi spesso quanto era bella. Per questo ho deciso di venire. Mi avevi invitato, ricordi?
- E vero. Quante volte ti invitato senza speranza che tu giungessi! - disse ridendo.
- Già. Ma fino ad ora non avevo mai trovato il tempo per venire. E di questo me ne rammarico. - Il mio sguardo era languido, melancolico. E lei se ne accorse.
- Suvvia, non essere triste! - disse. - Guarda il sole come splende in cielo! Non si può essere tristi quando il sole illumina le giornate.
Io guardai lontano, l’orizzonte lontano.
- Sì, - dissi. - Non si può essere tristi con giornate così belle.
- Bene, vedo che ti sei convinto!
- Tu sei felice qui, - constatai senza che l’emozione turbasse la mia voce.
- Moltissimo. Era da tanto tempo che non ero felice così!
- Mi fa molto piacere. Ti sei meritata questa felicità.
- Tutti si meritano la felicità.
- Sì, tutti. Ma nel tuo caso sono ancora più contento.
- Grazie!
Guardai il cielo ancora terso, con il sole che stava scendendo all’orizzonte. Tra qualche ora sarebbe venuto il tramonto.
Avrei voluto che il sole non tramontasse mai.
- Sei proprio sicuro di non voler giocare?
- No grazie. Sono un giocatore maldestro.
Lei rise, e i denti chiari le si illuminarono nel volto raggiante.
- Peccato, - rispose. - Avrei voluto fare una partita con te.
- Anch’io. Ma non è il momento giusto.
- Vero. C’è un tempo per ogni cosa. A volte, basta non carpire l’attimo, e tutto quanto c’è di bello scompare.
- Sì, basta veramente poco, - confermai.
Lei mi fissava, incerta, dubbiosa.
- Pensi di tornare a trovarmi? - mi domandò.
Rimasi silenzioso per qualche secondo, mentre guardavo le persone giocare e il mare odoroso che bagnava la costa.
- Non lo so. Tu vorresti che io tornassi?
- Sì, certo! Ora che sono così felice...
- Se tu lo vuoi, allora tornerò.
Lei ristette, titubante. Poi disse:
- Torna solo se lo desideri. Io sono felice qui. Cerca anche tu la felicità, nel posto dove vivi.
- La cercherò, - affermai con una sicurezza che non possedevo.
Lei mi sorrise, il suo sorriso radioso che avevo visto così poco.
- Io torno con i miei amici, - mi disse. - Torno a giocare.
- Vai pure, - le risposi. - E divertiti.

Lei mi strinse la mano e poi mi salutò. Mi volse la schiena, e iniziò a camminare.
Io la guardavo camminare su quella calda sabbia, e il vento sferzava ancora il mio corpo spoglio; e io mi sentivo più solo, più vuoto, ma la ferita infetta forse si stava rimarginando, anche se ci sarebbero voluti anni, forse tutta la vita, perché si cicatrizzasse.
Il sole, l’aria, la terra, il mare: io la guardavo allontanarsi e stavo immobile e non capivo ancora, ma dissi, senza accorgermene, involontariamente: - Mi dispiace.
Lei continuava a camminare, era quasi arrivata dai suoi amici, poi si voltò, e mi salutò ancora con la mano e parlò. E il vento che gelava il mio animo mi portò le sue parole sulle ali della brezza del giorno che finiva.
- Divertiti! - mi stava dicendo da lontano, nello spazio incolmabile che ci separava.
“Divertiti” mi risuonava l’eco nella mente e vedevo lei che giocava ed ero meno triste.
Volsi le spalle e mi sembrò di perdere qualcosa. Una parte di me era sempre lì, sulla spiaggia, mentre il resto vagava lontano e inquieto perduto in pensieri incessanti.
Ma non volevo più pensare. Avrei voluto poter stare sempre su quella spiaggia e vedere il sole e vedere lei che giocava e il mare che rinfrescava l’aria e anche il tramonto che non arrivava mai.
Ma non potevo, con tutte le mie forze non potevo.


- Computer, fine programma, - dissi laconico.
La terra scomparve, e anche il mare, l’acqua, la sabbia e soprattutto il vento che sferzava e mi portava le sue parole.
Ora avevo la mia divisa, ero di nuovo sulla stazione, ero a casa, ero protetto.
E tuttavia, il mio animo si sentiva ancora nudo e spoglio come su quella spiaggia.
Ma ora non v’era più il sole.

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