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Il ponte sull’oceano
Titolo:Il ponte sull’oceano
Autore:Christian Michelini
Genere:Racconto, Contemporaneo
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-02
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Infine, era giunta la notte, quando mi misi a leggere.
Ero nell’albergo in cui avevo prenotato una camera la settimana precedente, e che mi avrebbe ospitato nei successivi giorni di quella vacanza a Rimini; quella vacanza così voluta, in cui confidavo come un adolescente spera nelle virtù rigenerative del primo amore. Ed in effetti mi sentivo una novella Chatterley, ad affrontare con ingenua bramosia quel viaggio che sentivo mio, veramente mio, quel soggiorno di requie che, distogliendomi dai miei pensieri, mi avrebbe ridato la pace del riposo, dopo le settimane che avevo trascorso nella frenesia, impegnato nella realizzazione di un nuovo sito per il mio titolare; lavoro invero ingrato, perché, dopo tutti i miei sforzi, dopo che mi sono calato fino in fondo nel mio ruolo creativo, imprecando fra programmi che sembrano impettite primedonne, immagini che non vogliono stare al loro posto, pagine che paiono tutto tranne che coerenti, ecco che arriva l’imperioso giudizio del mio capo, che, sconfortante come può essere solo uno spergiuro, con una sola frase di astioso rammarico, dice: “Vorrei che mi rifacessi la barra di navigazione”.
Così, come se avesse detto la cosa più normale e semplice del mondo (e gli informatici sanno la gravità della frase del mio capo).
Gliela avevo comunque rifatta, tacendo il mio acre e deluso livore per le ore di lavoro perdute; gliela mostro, ancora malcontento per la sua affermazione, e lui, dopo una fugace occhiata che avrebbe indispettito anche un santo, aveva finalmente deciso che poteva forse andare bene (e dice forse con quell’aria di cane stupito di aver sentito un rumore, che abbaia e, prontamente zittito dal padrone, continua i suoi sbuffi di latrato sopito nella gola, lamentando silenziosamente il suo dissenso ingiurioso per quel passante transitato un attimo).
Dovevo degnamente svagarmi, dopo quegli attimi di follia in cui stavo per dire quanto sentivo nell’anima, cosa che mi avrebbe certo messo in cattiva luce ai suoi occhi, e mi avrebbe certamente declassato al rango di informatico folle, che calza a pennello a fin troppe persone, ma nella cui cerchia prestigiosa io avevo sempre cercato di non entrare.
Così, quella notte, dopo essermi sdraiato nel letto dell’albergo, dopo aver trascorso una serata per le strade di Rimini, a guardare le attrazioni folkloristiche e mondane che si concentravano in quel luogo vacanziero, finalmente potevo riprendere in mano il libro che tanto mi stava piacendo, e che fin da troppo tempo mi ero ripromesso di leggere, non trovando però mai l’occasione giusta per affrontarne la lettura. Ora quell’occasione l’avevo, e la pausa nei miei lavori e nei miei pensieri poteva regalarmi qualche ora di incurante svago con “L’ombra dello scorpione”, di Stephen King; un libro assai coinvolgente, così mi parve dalle prime pagine, ma che non era certo un monumento al sapere umano: tuttavia quello era il massimo che potevo permettermi in quei momenti di sereno riposo, non potendomi avventurare con orgoglioso coraggio in una lettura classica, in un romanzo naturalista, realista, esistenzialista, surrealista e tutti quegli ista così pesanti che al solo sentirli nominare i più si spaventano, e si defilano silenziosamente come amanti di donne trovate in fragrante nudità dal marito, e che sperano di non esser visti dall’arcigno quanto infuriato consorte.
Iniziai a leggere perciò le prime righe, e subito, senza che me ne fossi accorto, un tarlo iniziò a cantare nella mia mente.
Sì, era un tarlo endemico di cui prima non mi ero accorto, quando ero trasportato dai miei pensieri, sperso nei lidi sicuri e solitari della mia fantasia, delle speculazioni frivole di una vacanza spensierata; e quel tarlo non erano né più né meno che delle voci provenienti dalla stanza accanto alla mia; voci di un uomo e una donna che chiacchieravano, che parlavano di un argomento che non riuscivo a capire, perché i suoni mi giungevano attutiti dal muro che ci separava; e tuttavia voci pienamente distinguibili e sommamente fastidiose per chi, come me, sveglio e senza sonno, nel solingo silenzio della notte estiva, quando le persone sono coricate a letto e la pace si fa palpabile nell’atmosfera, vuole leggere un buon libro prima di addormentarsi.
I lettori di vecchia data conoscono benissimo questo problema; se avete poi letto “La cura” di Hesse, capirete lo stucchevole malessere, quasi fisico, che provoca la lunga esposizione all’altrui chiacchiericcio: malessere che non si avverte se si è occupati con attività impegnative, ma che, con assordante fragore, si disvela, magico e irreale, alla mente di chi legge, distogliendolo dal suo compito con subitanea malizia, stornando i suoi pensieri su quella fissazione del rumore che udiamo, e che non vuol scomparire mai; tronfio e protervo come un furbesco millantatore, continua a vociferare nella nostra anima con parole sconosciute, che turbano la concentrazione, e senza tuttavia farci partecipi dell’altrui pensiero, che rimane celato, nel bene e nel male.
È veramente un logorio continuo, incessante, malevolo, quello a cui siamo così sottoposti, un’urlio dell’anima che non cessa mai, mentre ci sforziamo di leggere con strenua intenzione. Siamo catapultati in un samsara di privazioni, per il piacere della lettura che è distolto da quelle punte di suoni, bassi e dissonanti.
Non so se vi è mai capitato di essere, nolenti soggetti, immersi in questo sciacquio continuo della mente: una sensazione veramente sgradevole, che riesce a scuotervi nel profondo, perché è proprio quando volete fare qualcosa, ma non la potete fare per cause esterne, che la vostra ragione non trova pace; e vi accanite, combattete contro l’attenzione, arditamente vi imponete la massima concentrazione, quasi che poteste togliervi le orecchie, come se vi disconnetteste da Internet e lasciaste indietro il grande mare delle voci della Rete.
Ma questo non è possibile, e abbiamo i sensi proprio per inviare stimoli al cervello, stimoli che devono servirci per guidare le nostre azioni, ma che invero molte volte vorremmo mettere a tacere, spingendo un pulsante, un soccorritore dal nostro spirito, dando pace a quei poveri sensi smarriti, e al nostro cervello, dunque.
Purtroppo io non avevo un pulsante di spegnimento vicino alle orecchie, e le voci continuavano.
Pensai a quanto ero stato avventato a non comprare dei nuovi tappi, che forse mi avrebbero protetto da quel turbinio di sensazioni uditive sgradevoli. È risaputo, si tende a piangere sempre sul latte versato, e ci si ricorda di quello che serve solo quando ne abbiamo veramente bisogno. Insomma, ero solo, una volta ancora, contro quel brusio che ottenebra l’attenzione, che avvince momentaneamente la vostra fede nell’innata bontà dell’uomo, regalandovi inestimabili quanto inique sensazioni di viscerale odio.
C’è chi si tormenta e si logora per gravi questioni, e questo mi sembra ragionevole, anche se ingiusto per il proprio benestare; io sono al contrario molto più irragionevole, e arrivo ad una sensazione di furiosa impotenza quando sono tra l’incudine della mia volontà, che mi spinge verso la lettura, in una notte insonne come quella, e il martello dell’impossibilità a perpetuare il proprio volere, causata da un fattore esterno che sfugge alle mie capacità di controllo.
Una delle cose più tormentose di quei lunghi minuti di incessante lotta, sono i momenti di relativa calma, che precede sempre una nuova tempesta. Infatti, dovete sapere che la voce, così bella e confortante quando una persona vi parla, e altresì il male oscuro più svilente per il lettore; ad essa è preferibile un lamentoso rumore, continuo e lacerante, come può essere quello di una sirena, oppure di un treno che passa, o ancora di una falciatrice che pota l’erba del vostro giardino; la voce, purtroppo, ha una spettrale caratteristica, in queste circostanze spiacevoli: essa non è un suono continuo, normalizzato, come direbbero gli esperti audio: è invece una forma d’onda più complessa, fatta di alti e bassi, che si avvicendano senza sosta, modulati sul tono delle frasi e sugli intenti degli interlocutori.
Insomma, per chi legge, la voce diventa un rumore dissonante, una pena per contrapasso che è l’antitesi dei propri desideri di valente lettore.
E quella pena, io la stavo sperimentando fin nei minimi particolari.
Ma cosa avranno avuto poi da dirsi, quei due?
Questo mi chiedevo mentre ero afflitto da quella brezza uditiva, mentre la mia mente divagava nelle lande desolate dell’insofferenza; e mi figuravo i loro discorsi, quando, attraverso il muro che mi separava da loro, potevo distinguere un suono a me familiare, un sì che conciliava, oppure un no, detto con una tale energia che sembrava concretizzare maggiormente i miei timori sulla continuazione di quell’odissea.
Mi lanciavo già in pensieri funesti, turpi vaniloqui provenienti dal mio sistema limbico, quella parte del cervello che mi suggeriva eccessi aggressivi, e che non si peritava di istigarmi a una risoluzione brusca quanto efficace del problema. Già mi vedevo alzarmi dal mio letto e uscire dalla mia camera per andare a quella vicina, per bussare a quella maledetta porta che non riusciva a contenere e a separare quel lancinante brusio dal mio mondo; già mi vedevo sulla soglia, spazientito come un bambino a cui abbiano preso i giochi, alterato da un’incipiente malumore che non poteva essere acquietato; e poi la porta si sarebbe aperta, e, fosse comparso lui tanto quanto lei, avrei iniziato a sbraitare, a esternare con la forza della disperazione di povero lettore smarrito la mia furia; non avrei sentito ragioni – ci avessero anzi provato, a calmarmi, quei due! - ma sarei stato fermo e inamovibile sulle loro condizioni della resa, per una futura pacifica convivenza: l’agognata quiete notturna.
Quei due dovevano veramente finirla, santi numi!
Ora mi era passata la voglia di leggere, ma ormai la questione diventava di principio, un punto all’onore della pace serotina. E poi, anche se non volevo più leggere, avrei forse potuto dormire, sempre che il vociferare diabolico finisse. Ma per ora non ci riuscivo, e mi logoravo sempre più in turbini di pensieri; tutto questo perché io non sono un uomo di azione, e per prendere una decisione irrevocabile quanto definitiva, come quella che fantasticavo, avrei dovuto forzare il mio carattere accondiscendente e prendere il coraggio a due mani. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e io non ero certo Mosè che poteva aprirsi un varco in quell’oceano di frustrazione.
Ma la sofferenza continuava, e io ero sempre più solo a combattere tra pulsioni abnormi e contingente calma (sempre a seconda dei toni, bassi o lesivamente alti che giungevano al mio orecchio).
Mi esacerbavo sempre più. Avevo letto Leopardi, nel passato, e ora capivo quando diceva che l’indecisione è uno dei problemi maggiori, per alcune persone; e diceva poi, che, per terminare lo stillicidio del ping-pong mentale in cui l’anima si getta quando non sa decidersi, è necessaria una risoluzione ferma e motivata dall’esterno, da qualcuno che, per costituzione o esperienza, fosse più irrevocabile e meno propenso all’eterna incertezza.
Peccato, che non ci fosse nessuno a poter decidere per me!
Così continuavo, sempre più abruttito da tutta quella situazione. Avevo spento la luce per cercare di dormire, ma le cose erano peggiorate, perché nell’oscurità che permeava la stanza, mi sembrava che quelle voci fossero lancinanti ferite nel vuoto dell’aria, incurabili squarci nell’ordito tranquillo e rasserenante cui anelavo.
Quanta tragedia, e per così poco! mi dicevo.
Ma chi ha sperimentato l’esperienza del rumore, chi magari, lavorando nella ristorazione, è abituato a servire gai avventori in un pub, oppure ciarliere famiglie in un ristorante, o anche, ed è molto peggio, fa il barman in una fumosa discoteca, ecco, tutte queste persone comprendono bene cosa voglia dire l’aspirazione personale al silenzio, alla pace, alla quiete dell’udito che è impagabile ristoro per la mente.
Ristoro, da cui io ero tanto lontano quanto solo nei miei peggiori incubi potevo essere.
Poi mi venne un’idea, che si conciliava con la mia bonomia e che avrebbe forse raggiunto l’intento desiderato. Forse potevo bussare nel muro, e, forse, comprendendo quel gesto, i miei due inquieti compagni avrebbero moderato il tono delle loro voci.
Era una possibilità, da mettere in atto senza remore.
Mi alzai dal mio giaciglio d’insofferenza, e mi avvicinai al muro, quel muro bianco, di una sfumatura lattea, che separava con il suo candore me da loro.
Bussai tre volte, con l’impazienza di un assetato che vuole finalmente bere ma non trova ancora l’acqua tanto bramata. Poi, mi misi in ascolto per un minuto buono, cercando di percepire, con il mio udito fin troppo sollecitato, quale sarebbe stata la reazione al mio gesto.
Reazione? Nessuna. Purtroppo nessuna, con mio sommo dispiacere.
Le voci infatti continuavano, incuranti del mio battere sul muro che avevo ripetuto nuovamente più e più volte, esasperato. Evidentemente quei due pensavano a chissà che cosa, forse ritenevano che il bussare non si riferisse a loro, e che quindi potevano continuare ad agire contro di me con la più placida noncuranza; oppure, e questo mi colpì come un sordo brontolio al mio stumaco, poteva essere che fossero così talmente impegnati nella loro conversazione da non accorgersi di nulla, quale che fosse l’entità del mio bussare. E questo mi fece letteralmente imbestialire: se era tale il loro rispetto per gli altri, evidentemente erano persone come minimo poco a modo, più probabilmente troppo arroganti per curarsi delle esigenze altrui; un atteggiamento che io biasimavo normalmente, e tuttavia sul quale sarei sorvolato (almeno in condizioni normali), ma che in quel momento non poteva far altro che esacerbare il mio stato e portarmi ai limiti della sopportazione umana. Avrei voluto avere un megafono dove poter urlare tutto il mio livore, tutta la mia tendenziosa rabbia che ribolliva nel mio stomaco.
Ma non avevo neanche il megafono (forse, in quella situazione, mi dissi, non avevo troppe delle cose che mi servivano; e prima di tutto una sovrannaturale pazienza).
L’esasperazione conduce le persone a fare atti che, in condizioni di calma psichica, non farebbero mai, e che anzi ripudierebbero come contrari alla loro natura. Ebbene, io ero arrivato allo stremo delle forze, ai limiti, valicati i quali, diventiamo, da esseri ragionevoli dotati di logica e scienza, delle accozzaglie di pulsioni incoercibili e svilenti, preda di emozioni di rabbia e odio incontenibili, che sminuiscono, a guardarle con l’occhio della ragione, la nostra persona di fronte a noi stessi, più ancora che di fronte agli altri.
Così mi decisi a fare quanto avevo solo fantasticato, e con ferma convinzione, e la speranza del successo, uscii dalla mia camera e andai con risolutezza verso la porta dei miei vociferanti vicini.
Bussai, come avevo bussato contro il muro poco prima. Questa volta, al contrario della precedente, sortii un certo effetto, perché le voci si acquietarono, mentre un silenzio irreale scendeva nella stanza ancora chiusa; probabilmente i due si stavano chiedendo chi fosse a bussare a quell’ora tarda, e perché. Io non desideravo certo inquietarli, anche se forse questo sarebbe stato il primo risultato, ma volevo con tutte le mie forze por fine a quell’inutile quanto dannosa pena.
Ora che tacevano, la pace della notte si faceva palpabile, in una grande, immensa quiete, che spesso precede i momenti di torpore, in cui guardiamo alla realtà del quotidiano con occhi trasognati, immaginando arcane quanto surreali soluzioni ai nostri pensieri, quando ci circondiamo di baluginanti riflessioni che si avvicendano nella mente con il loro carico di sensuale e onirica soddisfazione.
Quella pace fu interrotta solo quando sentii un clic della chiave che apriva la porta, che si scostava con un’infinita lentezza dal battente. Poi vidi un volto di donna, che si affacciava in quella stretta fessura che apriva un contatto tra il mio mondo e il loro; mondi che erano stati così separati, nella solitudine notturna, e che erano venuti in contatto solo per quello spiacevole evento.
C’era una luce soffusa nel corridoi, e io potevo scorgere i lineamenti di quella donna: lineamenti dolci, che mi ricordavano una figura di materna bontà; una dolcezza che ispirava fiducia e al contempo distacco.
Ma vidi gli occhi, che erano venati di pagliuzze carminie, e riflettevano la luce delle lampade in modo acquoso, con le dense pupille che si stavano socchiudendo per la differenza di illuminazione tra la sua stanza e il corridoio. Erano occhi arrossati, con un grosso fardello che li abbassava e li rendeva lucidi, specchio del cuore più di qualsiasi altro organo. Mi guardava smarrita, non riconoscendomi, e pensando forse che fossi un malintenzionato, e che volessi chissà che cosa. I nostri sguardi si incrociarono per lunghi momenti, e finalmente avevo dato un viso a uno degli interlocutori che inquietavano il mio animo. Ma era un viso molto diverso da quello che mi sarei aspettato, e che la mia iracondia aveva dipinto.
- Chi sei? - chiese con una voce ora fin troppo flebile, che si perdeva nell’infinito spazio che ci separava come esseri; ora, in quel momento di contatto così irreale.
Ero in uno stato di profondo disagio, e avevo perso la mia sordida rabbia, come quando un’improvvisa emozione muta repentinamente il nostro stato, e ci getta con incurante potenza nella più turpe disperazione, o nella più gioiosa letizia.
Impiegai ancora alcuni istanti, prima di raccogliere le idee, prima di parlare, prima di costruire un ponte dai fragili basamenti fra me e lei, un ponte che avrebbe per un attimo avvicinato, anche se solo nella parola, due vite.
- Mi scusi, ho sbagliato porta, - dissi, e vedevo i suoi occhi dalle pagliuzze rossastre stringersi come se volesse mettermi a fuoco nella mente.
Lei non disse nulla, non fece nulla, e io, che continuavo a guardarla come tramortito da un evento che non potevo padroneggiare, che sfuggiva alla mia portata, mi scostai, dolorosamente, lentamente, mentre lei richiudeva con pari lentezza la porta, forse anche lei perplessa, come me, per quel momento impagabile in cui esci da te stesso, per affrontare il nuovo; un altro mondo, un’altro luogo, un’altra esistenza.
Tornai indietro, percorrendo una strada che mi avrebbe portato di nuovo con me stesso. Ma ora il rumore non mi preoccupava, anche se non ci eravamo scambiati che poche parole, e nessuna che riguardasse il mio problema.
Il mio problema esisteva. Anche il suo esisteva. E anche quello del suo compagno. Non sapevo niente di lei, niente di lui, e di me loro non conoscevano nulla. Ma per un attimo i due mondi si erano uniti, le due diverse motivazioni si erano toccate.
Le esigenze umane. Ci servono, ma a volte ci rendono ciechi.
Io ero solo nella mia stanza, ora, ma ricordavo il ponte, e anche l’oceano, laggiù, in fondo, sopra il quale il ponte si ergeva.

Giugno 2001

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