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Doveva andare così quel giorno.
Titolo: Doveva andare così quel giorno.
Autore: Anna
Genere: Racconto
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Pubblicato il: 2011-07-02
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Doveva andare così quel giorno. Non si era chiesta il perché, ma sapeva esattamente come si sarebbero svolti i fatti. Sapeva che il suo timore era fondato, ma non riusciva ad allontanarsi dall’assillante voglia di compiere quel gesto.
Non fu necessario niente di particolare perché lo capisse. Semplicemente sedette davanti al fuoco, e il calore entrò strisciando nei suoi pori, arrivò al sangue e dà li ad ogni parte del suo corpo, incapace a reagire. Come il suo male.
Non credo possa esserci una soddisfazione veritiera e completa in questo scorrere. È solo l’andamento discontinuo di una stretta inevitabile.
Non cercò nessun appiglio al di fuori del calore del fuoco. Non disse nulla a nessuno, non cercò conforto né aiuto. Fremeva.
Quando arrivò il momento tanto atteso, ella prese il pacchetto di sigarette dalla tasca del giubbotto, aprì la finestra che dava sul giardino, si sedette sulla poltrona più vicina al fuoco e si mise ad ascoltare.
Non riusciva ad afferrare a pieno ogni parola, perché la pioggia copriva in gran parte i suoni. Ridevano, quei piccoli bastardi. La voce di lui sovrastava il tutto, il suo ghigno soddisfatto rincorreva gli altri suoni per donar loro l’immeritata fine. La stava chiamando, lei lo sapeva, non occorreva sentire il suo nome per appurarlo. Sarebbe finita come le altre volte? Sapeva che in qualunque caso sarebbe finita in scintille e scoppi.
Lui aveva un bel capello, e la giacca di lei era chiusa con una spilla a forma di farfalla. Non c’era niente che potesse apparire malsano in loro.
Camminavano per strada, vicini.
Asciugava loro il cuore, il sole.
Il vuoto esiste solo per dare un senso al pieno.
Lei aveva gli occhi fissi su uno scalino scavato in fondo a un fosso. Su di esso un piccione. Scarnificato, inerme, giaceva pigro. L’immagine la impressionò, ma non glielo disse. Era come se vedesse in quell’animale una parte del mondo a lei non accessibile. Non voleva e non poteva fermarsi alla semplice apparenza, a quel senso naturale e ingenuo di pena che si addentrava nella sua mente. Desiderava sapere la storia del suo volo.
Sul treno scelsero uno scompartimento già occupato da una madre con un bambino di 7, 8 anni al massimo. Il piccolo era seduto in grembo alla giovane donna e teneva nella mano sinistra un piccolo soldatino completamente colorato di rosso. Lo stringeva come se fosse l’ultima cosa che gli fosse rimasta al mondo. La donna guardava oltre la sua testina bionda, oltre lui e lei, oltre il sedile. Uno sguardo vacuo e immobile. Quando il treno partì ella, con calma e dolcezza, spiegò al bambino l’itinerario che avrebbero seguito, alzando di tanto in tanto gli occhi e abbozzando un sorriso a lei.
Sensazioni di protezione – caldo - morbido. Lui faceva finta di guardar fuori dal finestrino, gli occhi immersi nei suoi capelli.
Lo sapevano entrambi: non si sarebbero svegliati.

Sul fazzoletto di lei:
Nulla di ristretto
può pretendere il giusto apprezzamento.
Solo il completo sfratto
Il misurato disequilibrio,
sfiorare la nota più alta.
Vibrare.


Si voltò verso di lui e lesse la prima frase scritta sul taccuino che aveva in mano: “Vorrei poter riunire il tutto in un'unica grande bibbia sacra, per poter ritrovare la mia fede, il mio credo al di sopra del semplice sentire.”
La guardò e sorrise tra sé.
Erano arrivati. Erano più o meno le dieci di sera. Si strinsero sotto i cappotti, impauriti dal freddo, e si incamminarono lungo la via principale della città. Le insegne sembravano accendersi al loro passaggio, mentre intorno tutto si faceva distante. Il portone era rimasto aperto e la luce del bagno accesa. Lo guardò con aria di disapprovazione. Entrarono nell’appartamento, lui subito in cucina, lei già seduta su quella poltrona, il fuoco ormai spento, la finestra aperta. Un foglio spiegazzato e strappato perfettamente a metà stava per cadere dal tavolino. Scrivere a te è come scrivere a me stesso. Lo sento, lo sento. Ma, Tu.
Strinse il bracciolo con dolcezza, lo accarezzò. Il suo odore filtrava dalla porta della cucina. Lo trovò seduto su una sedia, tazza di caffè alla mano, occhi alla finestra.
- Pensi che dovremmo parlarne? - Rimase sulla porta in attesa di una risposta.
- No, non è necessario. -
Sorrise, lei, ripensando al piccione visto quel giorno. Ora conosceva la storia del suo volo: non poteva essere la sua.
Si spogliò lentamente, ogni movimento naturale e fluido, gli occhi di lui come morbidi spigoli. Li lasciò riversarsi su di lei per alcuni minuti. Poi si girò di scatto, andò in sala, seguita subito da lui. Il freddo che entrava dalla finestra la fece rabbrividire, ma non se ne curò. Stette davanti a quella corrente per diversi istanti, come se volesse dare un ultimo saluto al vento. Poi, con una lentezza curata e rispettosa, chiuse i due vetri. Lui era dietro di lei, le sue braccia la avvolsero, il suo odore la scaldò.
Doveva andare così quel giorno. E così sarebbe andata, chissà fino a quando.

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