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Aaron progetta la sua distruzione
Titolo:Aaron progetta la sua distruzione
Autore:Anna
Genere:Racconto
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Pubblicato il:2011-07-02
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Era come partorire un bambino caldo e gioioso, come salvare un gatto miagolante su un ramo troppo alto, come comporre una nuova melodia al pianoforte, una di quelle musiche che potrebbero fare da sottofondo a tutte le storie d’amore tra uomini e animali e personaggi delle fiabe, come aprire una diga, far fluire la violenza dell’acqua. Era un po’ come rinascere e morire ogni volta che quel gesto si compiva.
La serata non sembrava propizia, la strada era piena di uomini e donne, donne soprattutto, donne di mezza età, rintanate nei loro cappotti grossi e dai colori opachi, con i loro capelli corti e cotonati, un po’ di rossetto scuro sulle labbra, un espressione appagata. Non c’era un angolo nascosto dove rintanarsi ed aspettare.
Non voglio rimanere qui dentro ancora a lungo, sto soffocando, sto morendo, non ho aria, voglio luce, correre, urlare, combattere. Aspetta ancora un po’.
L’aria era d’acqua, viscida, avvolgente. Lui si lasciava accarezzare e spingere e allontanare e ritornava sui suoi passi più di una volta, scivolava all’indietro, per terra, si rialzava, era come una piuma al vento. Nessuno pareva notarlo, perché era come l’acqua, non cambiava niente, si muoveva con lei, era lei. Come due corpi fusi nell’atto d’amore più dolce.
La sera cominciava a calare fredda e l’unica cosa che è possibile fare quando c’è solo freddo, è rimanere attaccati al freddo. Lasciarlo agire dolcemente.
Al sette non c’era nulla. Niente eppure al nove. Stessa situazione al tredici, quindici, diciassette.
Non posso attendere ancora. Lo so, lo so, ma ti cullerò io fino a domani.
Aaron interruppe il contatto con l’aria-acqua e si avviò verso casa. Ora sembrava molto più deciso, una ragazza lo guardò intensamente, mentre scompariva dietro una casa dalle finestre spalancate. Anche una donna di mezza età coi capelli corti cotonati lo stava osservando.
Quando arrivò a casa, alzò veloce il piede sul primo gradino. Ne salì altri due. Poi si fermò di scatto. Tornò indietro, una gamba a mezz’aria. Davanti al portone vicino, era lì. Di un argento opaco, scrostato, ormai inesistente. Stava lì immobile. Le si avvicinò piano, come ci si avvicina ad una ragazza seduta in un angolo, piangente e meravigliosa allo stesso tempo, così delicata e semplicemente viva. Le si fermò davanti, titubante e in estasi. Si sedette vicino a lei, non sapendo cosa dire. La sfiorò con il pollice della mano destra, quello con l’anello grosso d’argento. Era fredda, pungente, liscia. La accarezzò piano.
Mi piace, l’adoro, lasciami qui. Aspetta, fammela conoscere meglio.
Aaron cominciò a parlarle, con una voce profonda, cavernosa, non adatta a quel suo corpo così snello. Le chiese da dove venisse, che storia avesse alle spalle. Non ottenne risposta, ma fu pienamente soddisfatto. Lo prese dalla tasca, lui urlante dalla felicità, e lo pose sopra di lei.
La mattina dopo Aaron era ancora alla finestra ad osservare una lavatrice scrostata e un vecchio soldatino fare l’amore davanti alla porta della casa accanto.
Un ragazzo molto giovane, avrà avuto si e no vent’anni anni, fermò un furgoncino giallo davanti alla casa e scese. Prese lui, senza nemmeno pensarci, lo appoggiò sul pianerottolo della casa. Poi abbracciò lei, e se la portò via, per sempre. Lui la guardava, e Aaron sapeva che stava piangendo. Scese veloce, lo prese tra le mani, e gli disse: “Andrà meglio la prossima volta”.
Non rimettermi lì ti prego. Non posso fare altrimenti, andrà meglio la prossima volta.
Aaron era cresciuto a Venezia, da cui non era mai uscito. Conosceva solo quell’aria d’acqua, quell’odore di marcio. Tutto era sempre stato liquido per lui. Quand’era bambino Aaron sognava di poter vivere su di un prato caldo, solido, di avere metri e metri per correre e sfiancarsi, con il cielo e il verde davanti, senza acqua, senza vie strette e prigioni di pioggia. L’unico suo vero compagno di giochi era un soldatino rosso, senza viso. Lo posava ovunque e lo stava ad osservare. Gli parlava come si parla ad un amico, mentendogli spesso, ma senza mai abbandonarlo.
Quel giorno non aveva saputo dirgli altro che “Andrà meglio la prossima volta”. Si sentiva profondamente in colpa per non esser riuscito a trattenere l’amata.
Perdonami, ma so che ci sarà un’altra possibilità. Lo sento, l’ho promesso. Non potrebbe finire altrimenti.

L’aveva sempre tenuto per sé, il suo soldatino, non l’aveva mostrato a nessuno, nemmeno a sua moglie.
Un giorno di maggio, in un anno lontano, passeggiava per vie scure, senza odore. Pensava al motivo per cui non aveva mai dato un nome al soldatino, e non trovava risposta, lui era il soldatino e basta. Un ragazzo con un furgoncino giallo accostò di fronte a una casa e si avvicinò ad una vecchia credenza dai vetri rotti. Era bellissima, proprio per il fatto che l’avevano abbandonata, che aveva perso il suo scopo, che non aveva più ragione d’essere. Era lì che attendeva di essere portata lontano, di essere bruciata, di trasformarsi in altro. Tirò fuori il soldatino dalla tasca. Aveva trovato ciò che lo avrebbe finalmente reso vivo.

Ciò che ti serve è qualcosa che abbia la volontà di distruggersi con te.
La tristezza di quel mobile era così pura, propria solo di coloro che stanno per morire.
Non troverai mai nulla in me che possa accostarsi a questa consapevolezza. Voglio comporre la mia felicità, attraverso le vostre due tristezze.
Dopo la credenza, l’unica cosa che l’avesse realmente convinto, l’unica compagna adatta al soldatino, era stata quella lavatrice. Era davvero splendida. Ma è proprio quando qualcosa è così splendido, che in un modo o nell’altro la possibilità di contatto viene meno. C’è solo il tempo di sfiorarsi, di fare l’amore una volta soltanto e di vedersi partire piangendo, con le mani amputate.
Il suo silenzio era stato così armonioso. Altre case, altri mobili ad attendere, ma il loro silenzio stonava.

Non c’è più molto tempo. Ti ho visto vivere, io muto spettatore degli atti d’amore, degli odi, delle ansie, delle piccole cose. La mia vita come un opaco riflesso, nessuna azione, solo contemplazione del tempo che scorre.
Aaron era sdraiato sul suo divano, in preda a un sonno dolce, ma senza perdita reale di coscienza. Una molla ormai saltata lo stava facendo penare, gli si era conficcata nella schiena e non gli permetteva di addormentarsi profondamente. Sua moglie era morta da anni, le mancava terribilmente, lei era il prato su cui non aveva mai corso, era l’aria secca e calda che non aveva mai respirato.
Aaron si mise seduto, e capì.
Ecco la tua fine più dolce.
Prese il soldatino dalla tasca dei pantaloni, lo posò sul divano, custode di sogni e speranze e pianti e paure e lotte e amore. E vide che erano solo urla di gioia.
Il giorno dopo una signora dai capelli corti cotonati guardava Aaron e Aaron guardava dalla sua finestra un divano e un soldatino che facevano l’amore sul bordo della strada e che guardavano un furgoncino giallo giungere senza fretta e un uomo che li guardava, e pensava di aver già visto il soldatino, e il soldatino senza viso sorrideva e non poteva lasciarlo lì ancora una volta, e insieme sul furgone, il divano e il soldatino, e insieme nella distruzione, loro due e l’uomo alla finestra, quel giorno.

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