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Quiete
Titolo: Quiete
Autore: Christian Michelini
Genere: Racconto, Introspettivo
Lingua: Italiano
Lingua originale: Italiano
Racconto vocale: Ascolta
Pubblicato il: 2011-05-08
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Il Sole ardeva e profondeva i sui raggi per riscaldare un’ampia radura in mezzo al bosco di Eldor. Il cielo era limpido, luminoso, solo poche nuvolaglie lontane turbavano quell’orizzonte terso.
Un silenzio permeava quel piccolo spiazzo, un silenzio che a tratti era interrotto da qualche cinguettio di uccello, forse qualche pettirosso che emetteva il suo languido richiamo, impegnato a trarre a sé una femmina fugace e discinta che svolazzava d’intorno. La pace era palpabile e nitida in quella valletta raggiante di vita, dove la flora e la fauna collaboravano a creare un paesaggio d’incanto agreste.
Lì un giovanetto sedeva sopra una piccola pietra liscia e levigata, consunta e smussata da un mare che milioni di anni prima aveva invaso quel luogo e aveva steso le sue acque a colmare l’intera pianura.
Il ragazzo fissava la realtà che lo circondava, appagato da quella quiete irreale. Sempre gli capitava di perdere il senso del tempo che passa, assorto e meditabondo qual era in quella radura arboricola che concedeva requie e sollievo al suo spirito. Si beava di quella pace gaudente, lui, che era sitibondo di una calma che difficilmente riusciva a ottenere nel quotidiano vivere.
Per questo motivo, allorquando egli si concedeva qualche ora di meritato riposo, subito si dirigeva in quella tana protettiva per gustarsi quel po’ di spensieratezza di cui aveva forte necessità. Un’aria aggradevole lo accoglieva quando infine il suo cammino lo portava ai margini del boschetto, una luce scintillante lo attendeva all’uscita dall’intrico complesso e serrato della vegetazione. Ed era arrivato, finalmente. Si sedeva sempre sullo stesso masso, e si metteva in ascolto di ciò che la sua coscienza rappacificata gli suggeriva.
I suoi pensieri vagavano, cullati dalla calura materna di quel Sole rincuorante. La sua mente si rilassava, dopo una lunga giornata di scossoni emotivi; il suo spirito raggiungeva quel nirvana contingente che tanto desiderava e che tanto lo compiaceva. La sua vera natura, ascetica, contemplativa, poteva rigenerarsi in quel paradiso dei sensi acquietati, in quella Tebaide dei comuni mortali. Grandemente egli si rallegrava di quello stato di beatitudine che gli proveniva da quel bucolico contesto, e grande era la forza che gliene veniva.
Anche quel giorno si era ripetuta quella dolce, rasserenante abitudine. Anche quel pomeriggio assolato poteva assistere alla melodiosa stasi dei suoi sensi tumultuosi.
Erano ormai ore che, con gli occhi chiusi, se ne stava pago e gioioso a contemplare sé stesso e la natura che lo circondava.
Poiché il tempo in quelle circostanze per lui non aveva significato, non si era accorto che il sole già era sceso per buona parte del suo tragitto discendente nella volta celeste. Quando infine riaprì gli occhi, forse si attendeva che le ombre si fossero allungate di molto, invece con un certo disappunto constatò che l’astro splendente era stato oscurato da cupe nubi. Alzò il suo sguardo e poté vedere quelle nuvole, dense, tenebrose, forse foriere di pioggia.
Quel panorama stravolto e mutato nei suoi toni e colori turbò l’animo del giovane. Dove si aspettava lo splendore della stella solare, vi era solo una torbida e opaca nube, carica di sferraglianti e fredde gocce d’acqua; dove vi doveva essere la luminosità diffusa su tutta la radura, vi era solo un pallido lucore che permeava ogni cosa.
Il giovane allora si levò in piedi. La sua sosta si era protratta lungamente, il suo ritorno alle mondane occupazioni era d’obbligo.
Diede un ultimo sguardo fugace agli alberi che circondavano la valletta, e immantinente si mise in cammino. La sua quiete era finita, i suoi impegni gravosi lo chiamavano.
Con passo spedito entrò nel bosco, buio e tetro per l’imminente temporale, mentre un tuono echeggiò stentoreo poco lontano.

Luglio 1999

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