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Agide
Titolo:Agide
Autore:Vittorio Amedeo Alfieri
Anno di pubblicazione:1786
Genere:Tragedia
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-04-02
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ALLA MAESTÀ DI CARLO PRIMO RE D\'INGHILTERRA.

Parmi, che senza viltá né arroganza, ad un re infelice e morto io possa dedicare il mio Agide.
Questo re di Sparta ebbe con voi comune la morte, per giudizio iniquo degli efori; come voi, per quello d\'un ingiusto parlamento. Ma quanto fu simile l\'effetto, altrettanto diversa n\'era la cagione. Agide, col ristabilire l\'uguaglianza e la libertá, volea restituire a Sparta le sue virtú, e il suo splendore; quindi egli pieno di gloria moriva, eterna di se lasciando la fama. Voi, col tentare di rompere ogni limite all\'autoritá vostra,falsamente il privato vostro bene procacciarvi bramaste: nulla quindi rimane di voi; e la sola inutile altrui compassionevi accompagnò nella tomba.
I disegni d\'Agide, generosi e sublimi, furono poi da Cleoménesuo successore, che il tutto trovò preparato, felicemente e con grande sua gloria eseguiti. I vostri, comuni al volgo dei regnanti, da molti altri principi furono e sono tuttavia tentati, ed anche a compimento condotti, ma senza fama pur sempre. Della vostra tragica morte, non essendone sublime la cagione, in nessun modo, a mio avviso, se ne potrebbe fare tragedia: della morte d\'Agide (ancorché tentata io non l\'avessi) crederei pure ancora, attesa la grandezza vera dello spartano re, che tragedia fortissima ricavarsene potrebbe.
Sí l\'uno che l\'altro, ai popoli foste e sarete un memorabileesempio, e un terribile ai re: ma, colla somma differenza tra voi, che de\' simili alla MAESTÁ VOSTRA, molti altri re ne sono stati e saranno; ma de\' simili ad Agide, nessuno giammai.

Martinsborgo, 9 Maggio 1786.

VITTORIO ALFIERI.
PERSONAGGI

AGIDE.
LEONIDA.
AGESISTRATA.
AGIZIADE.
ANFARE.
Efori.
Senatori.
Popolo.
Soldati di Leonida.

Scena, il Foro, poi la prigione, di Sparta.
ATTO PRIMO


SCENA PRIMA

LEONIDA, ANFARE.

ANFAR.
Ecco, or di nuovo sul regal tuo seggio
stai, Leonida, assiso. Intera Sparta,
o d\'essa almen la miglior parte, i veri
maturi savj, e gli amator dell\'almo
pubblico bene, a te rivolti han gli occhi,
per ottener dei lunghi affanni pace.
LEON.
Di Sparta il re non io perciò mi estimo,
finché rimane Agide in vita. Ei vive
non pur, ma ei regna in cor de\' molti. Asilo
gli è questo tempio, il cui vicino foro
empie ogni dí tumultuante ardita
plebe, che re lo vuol pur anco, e in trono
un\'altra volta a me compagno il grida.
ANFAR.
E temi tu d\'esserne or vinto? Io \'l giuro,
e gli altri efori tutti il giuran meco;
Agide mai non fia piú re. Ma, vuolsi
oprar destrezza or, piú che forza...
LEON.
Egli era
da tanto giá, che co\' raggiri suoi,
con le sue nuove mal sognate leggi,
tutto sossopra a forza aperta porre,
e me cacciarne ardia del soglio in bando:
ed io, da\' miei fidi Spartani al soglio
richiamato, or dovrò con vie coperte
la vendetta pigliarne?
ANFAR.
Un velo è forza
porvi: ei genero t\'è. Quel dí, che in crudo
esiglio, solo, abbandonato, e privo
del regio serto, fuor di Sparta andavi,
umano ei t\'era. Ai percussor feroci
che Agesiláo crudel su l\'orme tue
a svenarti inviava, Agide a viva
forza si oppose; e di Tegéa (il rimembri)
salvo al confin ti trasse: in ciò soltanto
non figlio ei d\'Agesístrata, ed avverso
apertamente al rio di lei fratello.
Sol del pubblico bene or puoi far dunque
a tua vendetta velo.
LEON.
Infame dono
ei mi fea della vita, il dí ch\'espulso
m\'ebbe dal seggio; e a vie piú grande oltraggio
recar mel debbo. Ei mi credea nemico
da non piú mai temersi? oggi nel voglio
disingannare appieno. In me raddoppia
l\'esser egli mio genero il dispetto.
Genero a me? deh! quale error fu il mio,
d\'avere a lui donna dissimil tanto
data in consorte? Ammenda omai null\'altra,
che lo spegnerlo, resta. Unica figlia,
Agiziade diletta, a me compagna,
sostegno a me nel duro esiglio l\'ebbi.
Abbandonava ella il suo amato sposo,
perché al padre nemico; ella i legami
di natura tenea piú sacri ancora
che quei d\'amore: e al fianco mio trar vita
misera volle errante, anzi che al fianco
del mio indegno offensore in trono starsi.
ANFAR.
Pur, per quanto sia giusto in te lo sdegno,
premilo in petto, se sbramarlo or vuoi.
Io men di te non odio Agide altero;
e la sua pompa di virtudi antiche,
finta in biasmo di noi. Sparta ridurre
qual giá la fea Licurgo, è al par crudele,
che ambizíosa stolidezza: è tale
pure il disegno suo; quindi ebbe ei quasi
la cittá nostra all\'ultimo ridotta:
e, sconvolta pur anco, in risse e affanni
egra ella sta. Ma, van cangiando i tempi:
quei traditori, efori allor, che schiavi
eran d\'Agesiláo, piú a lui venduti
che ad Agide, con esso ora sbanditi
son tutti, o spenti: e sta in noi soli Sparta.
Ma il popol rio, mendico, e ognor di nuove
cose voglioso, Agide ancora elegge
mezzo a sue mire ingiuste. A schietta forza,
mal frenare il potremmo; ogni novello
governo erra adoprandola. Deluso,
pria che sforzato, il popol sia. Tal cura,
che a cor mi sta non men che a te, mi lascia.
Ecco la madre d\'Agide: gran donna
ogni dí piú degli Spartani in core
si fa costei: temer si debbe anch\'ella.



SCENA SECONDA

AGESISTRATA, LEONIDA, ANFARE.

AGESIS.
Chi ne\' miei passi trovo? oh! mentre io vado
di Sparta al re, cui sacro asil racchiude,
quí intorno io veggo irsi aggirando or l\'altro
re di Sparta novello?
LEON.
E il fero giorno,
ch\'io, re di Sparta, esul di Sparta usciva,
ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo
dal trono io vissi in bando; e reo, ch\'è il peggio,
in apparenza io vissi. Avriami ucciso
il duol, se in un coll\'usurpato seggio
restituita la innocenza mia
non m\'era appieno da un miglior consiglio
di Sparta istessa. Il mio rival cacciato,
quel Cleómbroto iniquo, a chi il mio scettro
signor del tutto allora Agide dava,
giá mie discolpe ei fece. A far le sue,
che tarda Agide piú? Collega ei fummi
sul trono; ancor mi è genero; e nemico
mi sia, se il vuole. - Ma, cagion qual altra,
che il suo fallir, chiuso or nel tempio il tiene?
AGESIS.
A Sparta, e a me, Leonida, sei noto:
quai sieno i tuoi, quai sien d\'Agide i falli,
è brevissimo a dirsi. Agide volle
libera Sparta; i cittadini uguali,
forti, arditi, terribili; Spartani
in somma: e a nullo sovrastare ei volle,
che in ardire e in virtude. In ozio vile,
ricca, serva, divisa, imbelle, quale
appunto ell\'è, Leonida la volle.
Falli son l\'opre d\'Agide, perch\'havvi
copia di rei, piú che di buoni, in Sparta:
di Leonida l\'opre or son virtudi,
perch\'elle son dei tempi. Oggi rimembra
tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi
nemico aperto del regnar tuo solo,
non di te mai; ch\'or non vivresti, pensa,
se cittadino ei piú che re, tua vita
non ti serbava, ed in suo danno forse.
LEON.
Vero è; nel dí, che il tuo crudo fratello
a trucidarmi gli assassin suoi vili
mandava, Agide, forse a tuo dispetto,
per altri suoi satelliti mi fea
vivo e illeso serbar: ma un re sbandito,
cui l\'onor, l\'innocenza, il soglio tolto
vien dal rival, fia ch\'a pietade ascriva
la mal concessa vita?
AGESIS.
Al par che grande
era imprudente il dono: Agide stesso
tale il credea; ma innata è in quel gran core
ogni magnanim\'opra. Agide eccelso
contaminar non volle col tuo sangue
la generosa ed inaudita impresa
di un re, che in piena libertá sua gente
restituir, spontaneo, si accinge.
Dal perdonarti io nol distolsi: e forse
tentato invan lo avrei: d\'Agide madre,
mostrarmi io mai potea di cor minore
a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque
Agesiláo fratello; or di un tal nome
indegno egli è. Con libera eloquenza,
e con finte virtú suoi vizj veri
adombrando, ei deluse Agide, Sparta,
e me con essi...
LEON.
Ma, non me, giammai.
AGESIS.
Noto e simile ei t\'era. - A tor per sempre
dei creditori e debitor, de\' ricchi
e de\' mendici, i non spartani nomi,
Agesiláo, piú ch\'altri, Agide spinse.
Vistosi poi dal nostro esemplo astretto
di accomunar le sue ricchezze, ei vinto
dall\'avarizia brutta, il sacro incarco
contaminando d\'eforo, impediva
la sublime uguaglianza. Il popol quindi,
sconvolto e oppresso piú, dubbio, tremante
fra il servir non estinto e la sturbata
sua libertade rinascente appena,
te richiamava al seggio: e te stromento
degno ei sceglieva al rincalzare i molli
non cangiabili in lui guasti costumi.
Il popol stesso, avvinto in man ti dava
qual Cleómbroto re pur dianzi eletto:
e il popol stesso alla custodia or sola
di un asilo abbandona il giá sí amato
Agide, il riverito idolo suo.
ANFAR.
Piú custodito è dalle leggi assai,
che da questo suo asilo. Ei delle leggi
sovvertitore, annullator, pur debbe
ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi
efori veri, a Sparta tutta innanzi,
ei dará di se conto: ove non reo
vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d\'altri
temer de\' mai.
LEON.
S\'egli in suo cor se stesso
reo non stimasse, a che l\'asilo? al giusto
giudizio aperto popolar me pria
perché non trarre?
AGESIS.
Perché d\'armi e d\'oro
tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda:
perché tu pieno di vendetta riedi,
ed ei neppure la conosce: in somma,
perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi
suonan ben altro, che terror di leggi.
Nulla paventa Agide mio; ma torsi
vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve,
altrui può sempre chi il poter si usurpa.
LEON.
Che fará dunque Agide tuo? piú a lungo
racchiuso starsi omai non può, s\'ei teme
la infamia vera.
ANFAR.
E molto men può Sparta
nelle presenti sue strane vicende
d\'un de\' suoi re star priva. Agide il nome
tuttor ne serba; e il necessario incarco
pur non ne adempie: mal sicura intanto
e dentro e fuori è la cittá; sossopra
gli ordini tutti; e manca...
AGESIS.
Agide manca;
e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno
i nemici di Sparta, in cui novello
fea rinascer terror dell\'armi nostre
Agide solo. Sí, gli Etoli feri,
cui disfar non sapea canuto duce
il grande Aráto co\' suoi prodi Achei,
tremar d\'Agide imberbe; antico tanto
spartano egli era. - A non imprender cosa
or contro a lui, Leonida, ti esorto:
che se pur anco, ingiusto spesso, il fato
palma or ten desse, onta non lieve un giorno
ne trarresti dal tempo, e danno espresso
della patria. Non so, se patria un nome
sacro a te sia: ma primo, e forte tanto
nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse
un leggier dubbio mai, ch\'anco i pensieri,
non che d\'Agide l\'opre, al ben di Sparta
non fosser volti tutti, io madre, io prima,
il rigor pieno delle sante leggi
implorerei contra il mio figlio. - Or dunque
opra a tuo senno tu: tremar non ponno
Agide mai, né chi a lui dié la vita,
che per la patria lor: tu, benché in armi,
ed in prospera sorte, entro al tuo core
conscio di te, sol per te stesso tremi.
LEON.
Donna, sei madre; e d\'uom ch\'ebbe giá scettro,
il sei; quind\'io ti escuso. In voi temenza
non è; di\' tu? meglio per voi: ma Sparta,
gli efori, ed io, vi diam sol uno intero
giorno, a mostrar questa innocenza vostra,
sempre esaltata e non provata mai.
Esca al fin egli, e se difenda; e accusi
me stesso ei pur, se il vuol: tranne l\'asilo,
tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue,
digli, che al nuovo dí né Sparta il tiene
piú per suo re, né per collega io il tengo.



SCENA TERZA

AGESISTRATA, ANFARE.

ANFAR.
Dal fresco esiglio inacerbito ei parla:
ma, non ha Sparta l\'ira sua. - Dovresti,
tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio
piegare ai tempi alquanto, e indurlo...
AGESIS.
A farsi
vile, non io, né voi, né Sparta indurlo
mai non potremmo. Che del re lo sdegno
non sia sdegno di Sparta, assai mel dice
l\'immenso stuolo di Spartani in folla
presso all\'asilo d\'Agide ogni giorno
adunati, che il chiamano con fere
libere grida ad alta voce padre,
cittadin re, liberator secondo,
nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera
esser de\' in lui la sua virtú, poich\'osa
laudarla ancor con suo periglio Sparta;
poiché, piú del terror dell\'armi vostre,
può in Sparta ancor la maraviglia d\'essa.
ANFAR.
Si affolla e grida il popolo; ma nulla
opra ei perciò: né i ribellanti modi
altro faran, che inacerbir piú sempre
contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi,
d\'Agide madre, entro a spartani petti,
e sovr\'Agide piú: quelli (a me il credi)
al cessar dai tumulti, e questo or traggi,
per poco almeno, all\'adattarsi ai tempi.
Se il ben di tutti e il ben del figlio brami,
fra víolenze e rabide contese,
mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi
caldamente adoprarti, e Sparta, ed io,
e Leonida, a dritto allor nemici
crederem voi di Sparta; allor parranno,
a certa prova, i vostri ampj tesori
malignamente accomunati in prezzo,
non di uguaglianza, di comun servaggio.
Dell\'alte imprese, ottima o trista, pende
dall\'evento la fama. All\'opre vostre
generose, magnanime (se il sono)
macchia non rechi il rio sospetto altrui,
che giustamente voi pentiti accusa
del tanto dono; e del volerne infame
traffico far, vi accusa. Io tutto appieno,
qual cittadin, qual eforo, ti espongo;
non qual nemico: a voi l\'oprar poi spetta.



SCENA QUARTA

AGESISTRATA.


- Tempo acquistar voglion costoro; e tempo
dar lor non vuolsi. Ah! di costui la finta
dolcezza, e di Leonida la rabbia
repressa a stento, indizj a me (pur troppo!)
son del destino e d\'Agide, e di Sparta.
Tutto si tenti or per salvarli; e s\'anco
irati i Numi della patria vonno
sol placarsi col sangue, Agide, ed io,
per la patria morremo; a lei siam nati. -
Pur che risorga dal mio sangue Sparta.
ATTO SECONDO



SCENA PRIMA

AGIDE.

Pietosi Numi, a cui finora piacque
dal furor di Leonida sottrarre
l\'innocenza mia nota, omai non posso
piú rimaner nel vostro tempio. Asilo
volli appo voi, perché la patria inferma
piú víolenze, e piú tumulti, e stragi
a soffrir non avesse: or v\'ha chi ardisce
a\' miei delitti ascriverlo, al terrore
di giusta pena? ecco, l\'asilo io lascio. -
Oh Sparta, oh Sparta!... esser fatal dei sempre
ai veri tuoi liberatori? Ah! data
fosse a me pur la sorte, che al tuo primo
padre eccelso toccò! piú che il perenne
bando, a se stesso da Licurgo imposto,
morte non degna anco scerrei, se al mio
cader vedessi almen rinascer teco
il vigor prisco di tue sacre leggi!...
Ma, chi sí ratto a questa volta?... Oh cielo!
Chi mai veggio? Agiziade? La figlia
di Leonida? oimè!... la mia giá dolce
moglie, che pur mi abbandonò pel padre?



SCENA SECONDA

AGIDE, AGIZIADE.

AGIZ.
Che veggo! Agide mio, fuor dell\'asilo
tu stai? ratta a trovarviti veniva...
AGIDE
Qual che ver me tu fossi, amata sempre
consorte mia, perché i tuoi passi or volgi
verso un misero sposo?...
AGIZ.
Agide;... appena...
parlare io posso;... io riedo a te con l\'aspra
mutata sorte: il tuo stato infelice
staccarmi sol potea dal padre. Il core
io strappar mi sentia, nel dí che i nostri
figli, e te, sposo, abbandonar dovea,
per non lasciar nel misero suo esiglio
irne solo il mio padre: né piú vista
tu mai mi avresti in Sparta, or tel confesso,
se ai crudi strali di fortuna avversa
ei rimanea pur segno. In alto ei torna,
tu nel periglio stai: chi, chi potrebbe
tormi or da te? teco ritorno io tutta:
e te scongiuro, per l\'amor mio vero;
(pel tuo, non so s\'io l\'abbia ancor) pe\' figli
che tanto amavi, e per la patria tua,
(amor che tu tanto altamente intendi)
io ti scongiuro, almen per ora, a porre
tue nuove leggi in tregua. Amor di pace,
dei beni il primo, a ciò t\'induca: il freno
ripigliar con Leonida ti piaccia
della cittá, qual per l\'addietro ell\'era...
AGIDE
Donna, d\'amare il padre tuo, chi puote
biasmarten mai? conoscerlo, nol puoi;
l\'arte tua non è questa: ottima ognora,
e costumata, e pia, tu raro esemplo
fra\' guasti tempi di verace antico
e filíale e conjugale amore,
altro non sai, magnanima, che farti
fida compagna a chi piú avverso ha il fato.
Se mai cara mi fosti, oggi il vederti
a me tornar, quando me lascian tutti.
certo piú assai mi ti fa cara. Io meno
dal tuo gran cor non mi aspettai; null\'altro
temea, fuorch\'ebro di sua lieta sorte
Leonida, non forse or ti vietasse
il ritornarne a me.
AGIZ.
Tu ben temesti.
Tre giorni or son, ch\'ei vincitore in Sparta
riposto ha il piè; tre giorni or son, ch\'io seco
pugno per te. Né, per negar ch\'ei fesse
a me l\'assenso, era io perciò men ferma
di ritrovarti ad ogni costo. Ei stesso,
cangiato al fine, or dianzi a te mi volle
messo inviar di pace: ei, per mia bocca,
piena or te l\'offre; e supplica, e scongiura,
che tu, lasciato omai l\'asilo, in opra
vogli con lui porre ogni mezzo, ond\'abbia
Sparta una volta e intera pace e salda.
AGIDE
Ei mi t\'invia? sperare a me non lascia
nulla di lieto il suo cangiar sí ratto.
Ma, che dich\'io? sperar, se in se non spera,
Agide può? ch\'altro a temer mi resta,
quando è piú sempre la mia patria serva?
quando è piú sempre dal poter suo prisco,
dalle giá tante sue virtú lontana? -
Io spontaneo (tu il vedi) avea l\'asilo
abbandonato giá: ragion tutt\'altra
le astute brame or prevenir mi fea
di Leonida... Ah! sí: fia questo un giorno
grande a Sparta, ed a me; funesto forse
per te, se m\'ami... O fida mia consorte,
dubitar non ne posso... Ma, se fede
presti al mio schietto dir, tu d\'altro padre
degna, deh! invan non lo irritar; ten prego.
Serbati ai figli nostri; ad essi scudo
contro alla rabbia sii del padre fero:
gli alti pensieri, ond\'io ti posi a parte,
e che sí ben sentivi, aggiunti agli alti
innati tuoi, che dell\'amor di figlia
son la essenza sublime, in lor trasfondi
sí, ch\'ei crescano a Sparta e al padre a un tempo.
Non assetato di vendetta io moro,
ma di virtú Spartana; ancor che tarda,
purch\'ella un dí dai figli miei rinasca,
ne sará paga l\'ombra mia...
AGIZ.
Mi squarci
il core... Oimè!... perché di morte...?
AGIDE
O donna;
Spartana sei, d\'Agide moglie; il pianto
raffrena. Il sangue mio giovar può a Sparta;
non il mio pianto a te. Rasciuga il ciglio;
non mi sforzare a lagrimar...
AGIZ.
So tutte
del tuo sublime, umano, ottimo core
l\'atre tempeste; i generosi tuoi
retti disegni entro alla mente io porto
forte scolpiti; e se, a compirgli appieno,
del mio padre la intera alta rovina
d\'uopo non era, ad eseguirli presta
me prima avevi, e del mio sangue a costo...
Oh quante volte il padre, sí diverso
da te, m\'increbbe! oh quante volte io piansi
d\'essergli figlia! ed io pur l\'era; e il sono,
ahi lassa!... e fra voi due stommi infelice:
e fra voi debbo esser di pace io \'l mezzo,
o perir deggio.
AGIDE
Esser di Sparta figlia,
e di Spartani madre esser dovresti,
se in altri tempi e d\'altro sangue nata
tu fossi in Sparta. Il non spartano padre
non io però voglio a delitto apporti.
L\'indole tua ben nata, ottima, ed alta,
ma non diretta, udia di padre e sposo
sol ricordar, non della patria, i nomi:
qual fia stupor, se tu piú figlia e sposa,
che cittadina, sei? Ma, qual sei, t\'amo;
né al tuo pensar niente spartano io volli
forza usar niuna, che il mio esemplo, mai.
Pel nostro amor quindi ti prego, e, s\'uopo
fia, tel comando; oggi a mostrar ti appresta,
che madre sei piú ancor che sposa o figlia. -
Ma, qual si appressa orribile tumulto?
Qual folla è questa? oh! quali grida? Oh cielo!
La madre? e in armi immenso stuol di plebe
segue i suoi passi?



SCENA TERZA

AGIDE, AGESISTRATA, AGIZIADE, POPOLO.

AGESIS.
Figlio, e che? giá fuori
stai dell\'asilo? in chi t\'affidi? in questa
rea figlia di Leonida? Ben io
piú certo asilo, ecco, ti adduco; ognora
costor fien presti...
AGIDE
O madre, Agide meglio
tu conoscer dovresti: o in me mi affido,
o in nulla omai. Questa, che figlia appelli
di Leonida, è moglie, è amante, è parte
del figliuol tuo. - Spartani, ove pur tali
vi siate voi, che minacciosi in armi
tumultuar quí di mia fama a danno
veggio; Spartani, or parla Agide a voi. -
Io, contro a Sparta, in mio favor, non voglio
armi nessune; asil nessuno io cerco;
null\'uomo io temo. A dimostrar la mia
piena innocenza, io basto: a vincitrice
farla davver della malizia altrui,
coll\'arme no, ma con piú fermi sensi,
potuto avreste un di voi stessi darmi
giusto un soccorso: ma fia tardo, e vano,
e reo (ch\'è il peggio) ogni presente ajuto.
AGESIS.
E inerme esporti alla maligna rabbia
d\'un Leonida vuoi? d\'efori compri
agl\'iniqui raggiri? Ah! no, nol soffro;
né il soffriran questi Spartani veri,
che quí son presti a dar la vita or tutti
pel loro re.
POPOLO
Per Agide, noi tutti
presti a morir veniamo.
AGIDE
Agide e Sparta
fur giá sola una cosa; or ben distinti
gli ha in due la sorte; or, che a far salva Sparta,
forse è mestier ch\'Agide pera. Il sangue
sparger non vuolsi mai; vie men, qualora
rigenerar virtú non puote il sangue.
Per me morir, voi nol potreste omai,
senza uccider molti altri: e in un le vostre
e le altrui vite in Sparta, al par son tutte
della patria, non vostre. Havvi, nol niego,
de\' traviati cittadini molti:
ma, per ritrargli al dritto, alto un esemplo
memorabile appresto. A lor far forza
potrò con esso; e vie piú sempre voi
farò con esso di fortezza amanti.
AGIZ.
Misera me! tremar mi fai. Che dunque
disegni?...
AGESIS.
Donna; or per chi tremi? parla;
pel marito, o pel padre?
AGIDE
Ah! tu non sai,
madre, qual rechi a me dolor, l\'udirti
trafigger la mia sposa! Ella, piú cara
che mai nol fosse, appunto a me si è fatta,
per la sua vera filíal pietade.
Madre, consorte, popolo, mi udite. -
Ho fermo in core di convincer oggi
anco i maligni, e gli invidi, e i piú rei,
ch\'io della patria sono amator vero.
Ai cittadini, io cittadino e padre,
io cittadino e re, null\'altro apparvi;
se non m\'inganno io pur: ma in altri forse
da pria destai, con víolenze, io stesso,
dubbio alcuno di me: fu quindi ascritto,
non a saviezza, a coscienza rea,
e a vil timor di meritata pena,
questo mio scelto asilo. Agide n\'ebbe
di volgar re la insopportabil taccia?
Qual sia \'l mio core, oggi il vedranno. Oh dolce
periglio a me, quel che affrontar m\'è d\'uopo,
per ischiarir qual bene io far tentassi,
e l\'empia invidia di chi il ben non brama!
Per la pubblica causa io re mostrarmi
seppi, ed osai; per la privata mia,
oso anch\'esser privato: e, non ch\'io creda
convincer ora i tanti iniqui; in core
essi giá il son pur troppo; ma coprirli,
di Sparta tutta alla presenza, io deggio
di vergogna e d\'infamia. Essi vorranno
accusar me, lo spero: io piú coll\'opre,
che non co\' detti, a discolparmi imprendo:
soltanto a Sparta i miei disegni esporre
vo\' schiettamente pria, soggiacer poscia...
POPOLO
Tu soggiacer? no, mai non fia. Noi tutti
farem prestarti da quei vili orecchio...
AGIDE
Non voi, deh! no: sol per mia bocca il vero
fará prestarmi orecchio. E, se a voi cale
punto il mio onor; se presso a voi mai nulla
io meritai; se nulla in me, se nulla
nella memoria almen dell\'opre mie
sperate poi, pregovi, esorto, impongo
di depor l\'armi, e meco sottoporvi,
quai che sien essi, agli efori. Il tiranno
di Persia, allor che apertamente insorti
entro il suo regno a se nemici ei trova,
col dispotico brando a lor favella:
ma il re di Sparta, a lor di se dá conto;
e alla calunnia egli da pria ragioni
oppon; se invano, imperturbabil alma
vi oppon di re. - Duolmi, e dorrammi ognora,
che lo stesso Leonida che assale
or me cosí, dalla cittade vostra
espulso andava, e inascoltato. Ei forse
mal di se dato avria ragion; né il volle
pure tentar; ma glien doveva io \'l mezzo
ampio prestare. Agesiláo la forza
volle adoprarvi; io mi v\'opposi indarno:
non tutti il sanno: Agesiláo vien quindi
meco indistinto. Io da quel dí, ma tardi,
vedea, ch\'egli era uno Spartan mentito:
ma mi stringeano il tempo, e l\'alta brama
d\'oprare il bene, a cui l\'ostacol tolto
di Leonida fero, il campo apriva.
Quindi l\'esiglio suo, giusto, ma inflitto
in modo ingiusto, a pro di Sparta usai.
POPOLO
E chi non sa, che a lui la vita hai salva?...
AGIZ.
Sí, per lui sol l\'aure di vita ancora
spira il mio padre. Io nel crudel periglio,
io stessa, il vidi; agli inumani messi
d\'Agesiláo giá in mano ei stava quasi,
quando opportuni d\'Agide gli amici
gli ebber fugati, e noi ritratti illesi
in securtá.
AGESIS.
Quindi pagar nel vuole
Leonida oggi, a lui togliendo, iniquo,
non che la vita, anca la fama...
AGIDE
E questa
mai non sta nel tiranno: in me, nel mio
solo operar, sta la mia fama.
AGESIS.
E nasce
sol dal tuo oprar l\'altrui livore, e il fermo
empio pensier di opprimerti. Ma, viene
Anfare a noi? degno consiglio e amico
di Leonida...
AGIDE
Udiamlo.

AGIZ.
Oh cielo! io tremo...



SCENA QUARTA

AGIDE, AGESISTRATA, AGIZIADE, ANFARE, POPOLO.

ANFAR.
Fuor del tuo sacro asilo, Agide, in mezzo
d\'una tal turba io non credea trovarti.
Ma pur, piú grati testimon di questi
io bramar non potea. Vengo ad esporti
di Sparta i sensi.
AGIDE
E son?...
ANFAR.
Di pace.
AGIDE
E quale?
ANFAR.
Vera: ove pace alle tue mire avversa
non sia pur troppo; ove in tumulti e risse
securtá tu non cerchi e in un grandezza.
AGIDE
Io discolparmi or presso a te non deggio:
forse il farò presso a chi il deggio. Udiamo,
di Leonida udiam la pace intanto.
ANFAR.
Son io messo del re? Di Sparta io sono
eforo; e a te parlo di Sparta in nome.
Ove piegarti ai cittadin tu vogli,
(ai veri e saggi) e la cittá tranquilla
rifar, dannando ogni tua nuova legge
tu stesso; il seggio, onde scaduto sei
col tuo fuggirne, Sparta oggi ti rende.
AGESIS.
Agide...
AGIDE
Madre, a te son figlio; or posa
secura in me. - Tu, che di Sparta in nome,
pur ch\'io indegno men renda, il trono m\'offri;
pregoti, al re Leonida in risposta
reca, ch\'io seco favellar vorrei,
pria che in giudicio a Sparta innanzi io parli.
AGIZ.
Io pur ten prego, Anfare, vanne al padre,
e a ciò lo induci: a lui ritorna in mente,
che senz\'Agide in vita ei non sarebbe;
ch\'ei la diletta unica figlia sua
diede ad Agide in moglie...
AGIDE
A lui null\'altro
non rammentar, fuorché di Sparta entrambi
siam cittadini; e che il comun vantaggio
vuol, ch\'ei mi ascolti.
ANFAR.
È dubbio assai, s\'ei possa,
o venir voglia ad abboccarsi teco,
fin ch\'ei non sa, se tu i proposti patti
nieghi, od accetti.
AGIDE
In guisa niuna ei puote
negar d\'udirmi, e nol vorrá. L\'asilo
io per sempre abbandono; a me dintorno
corteggio nullo io vo\'. - Spartani, ad alta
voce vel grido; io rimaner quí voglio,
solo, ed inerme, ed innocente(1). - Il vedi,
Anfare, il vedi; il tempo, il loco, il modo,
opportuno or fia tutto. Io fra brev\'ora
tornerò in questo foro; e quí non sdegni
venirne il re. Solo sarovvi; egli abbia
al fianco i suoi satelliti: veduti
sarem da quanti cittadini ha Sparta,
ma non sarem da nessun d\'essi uditi.
ANFAR.
Poiché tu il vuoi, tosto a recarne avviso
a Leonida volo.



SCENA QUINTA

AGIDE, AGESISTRATA, AGIZIADE.

AGIDE
Io ben sapea
con qual esca allettarlo. - Or, donne, intanto
io con voi riedo alla magione, e ai figli.
Godrò fra voi brevi momenti estremi
d\'alcun privato dolce, infin ch\'io torni
al fatal parlamento.
AGIZ.
Oh cielo!...
AGESIS.
O figlio,
che speri tu dall\'empio re?
AGIDE
La sorte
di Sparta ei tiene; e tu mi chiedi, o madre,
quel che da lui sperare Agide possa?
ATTO TERZO


SCENA PRIMA

AGIDE.


Non giunge ancor Leonida: l\'invito
sdegna fors\'ei? non l\'ardiria: quí \'l debbe
trar, se non altro, or la vergogna. Udiva
il popol dianzi il generoso prego,
ch\'io gl\'inviai per Anfare: riguardi
possenti, e molti, ancor lo stringon; molto
timor si annida entro il suo cor, bench\'egli
vincitor sia. Potessi, ah! pur potessi
dal suo temer l\'util di Sparta io trarre!...
Ma al fin vien egli: oh! di regal corteggio
si adorna? e ben gli sta. S\'incontri.



SCENA SECONDA

AGIDE, LEONIDA, SOLDATI.

AGIDE
A udirmi
ne vieni, o re, pria che ad altr\'opre?...
LEON.
A udirti
or vengo io, sí...
AGIDE
Dunque, a te solo io chieggo
di favellar...
LEON.
Traetevi in disparte. -
Eccomi solo: io t\'odo.
AGIDE
A te non parlo,
quale a suocero genero; ancor ch\'io
oltre ogni dire una consorte adori,
ch\'è delle figlie esemplo.
LEON.
Alto legame
ell\'era, è ver, fra noi, pria che di Sparta
tu mi cacciassi in bando.
AGIDE
Il so; né debbo
parlarten ora, poiché allor tel tacqui.
Non ch\'io allor l\'obliassi, e il sai; ma in core
Sparta allor favellavami, al cui grido
ogni altro affetto in me taceasi, e tace. -
Di Sparta il re, di me il nemico sei:
ma, se nol sei di Sparta, oggi dai Numi
giá protettori della patria chieggio,
e impetrar spero, un sí verace e forte
alto parlar, che da me stesso or vogli
apprender tu pronto e sicuro il modo,
onde ottenere oltre tue brame forse...
LEON.
Oltre mie brame? E ciò ch\'io brama, il sai?
AGIDE
Di me vendetta, a tutte cose innanzi,
brami, e l\'avrai; dartela piena io voglio.
Durevol possa, è il tuo desir secondo;
e additar ten vogl\'io la vera base.
Né basta; io t\'offro alto infallibil mezzo,
onde acquistar cosa ben altra, a cui
forse il pensier mai non volgesti; e tale,
che pur (dov\'ella ad acquistar sia lieve)
tu sprezzarla non puoi. Perenne, immensa
procacciartela ancora...
LEON.
E fia?...
AGIDE
La fama.
LEON.
- Meglio sai torla, che insegnarla altrui -
Meco il trono occupasti; al ben di Sparta
meco tu allor, per comun gloria nostra,
concorrer mai non assentivi: al tuo
privato ben tu sol pensavi, e a farti
su la rovina del mio nome un nome.
Quindi all\'esiglio me, Sparta al suo rogo,
spingevi tu. Non io perciò disegno
far mie vendette; io ben di Sparta afflitta
farle or dovrei; ma il vieta a me di vera
pace l\'amor: pace, cui presti ancora
sono a sturbare (abbenché invano) i tuoi
pessimi tanti. Amor di pace, in somma,
di Sparta a nome ora ad offrirti trammi
perdono intero...
AGIDE
Intero? è troppo. - Or via,
nessun quí c\'ode; il simular, che giova?
Ch\'io non ti legga in cor, tu giá nol credi;
che tu il cangiassi, creder nol mi fai.
Cred\'io bensi, che il tormi e scettro e possa,
per or non basti a far sul trono appieno
securo te. Ben sai, che infin ch\'io vivo,
un altro re collega tuo crearti
ligio non puoi: ma, né pur osi a un tempo
uccider me, perché dei molti in core
sai che tuttora io regno. Ecco i veraci
tuoi piú ascosi pensieri: odi ora i miei. -
Io, mal mio grado, entro all\'asil mi chiusi;
spontaneo n\'esco; e oppor poss\'io, se il voglio,
alla forza la forza: all\'arte opporre
l\'arte, né il so, né il voglio. Omai convinto
esser tu dei, che in mio favor né stilla
versare io vo\' di cittadino sangue.
Solo or mi vedi; in tuo poter mi pongo;
supplice me per la mia patria miri:
non che la vita, io son per essa presto
a darti la mia fama.
LEON.
E intatta l\'hai,
questa tua fama che offerirmi ardisci?
AGIDE
Intatta, sí, del tutto; e non indegna
d\'Agide; e troppa, agl\'invidi tuoi sguardi. -
Me tu abborrisci; adoro io Sparta: or odi
come al mio amor, e all\'odio tuo, potresti
servire a un tempo. Io libertá, grandezza,
virtude impresi a ricondurre in Sparta,
col pareggiarne i cittadin fra loro.
Tu, coi piú rei, di opporviti, ma indarno,
mai non cessasti; e non, che vero e immenso
tu non vedessi in ciò il comun vantaggio;
non, che virtú co\' suoi divini raggi
via non s\'aprisse entro il tuo chiuso petto,
senza pure infiammarlo: ma in tuo petto
l\'amor dell\'oro, e di soverchia ingiusta
possa, vincea d\'assai l\'util di Sparta,
di veritade il grido, e il folgorante
scintillar di virtú. Pubblica, e vera
Spartana voce dal tuo seggio allora
te rimovea, chiamandoti nemico
di Sparta: e tu la insopportabil taccia
né smentir pur tentavi. In bando poscia,
proscritto, errante (il sai) vilmente ucciso
stato saresti; io nol soffria: né il dico
per rinfacciartel ora; ma per darti
prova non dubbia, ch\'io base posava
ai disegni alti miei l\'alte spartane
opre bensí, non la rovina tua.
LEON.
E in ciò pur, mal accorto, error non lieve
tu salvandomi festi.
AGIDE
E chiara ammenda
tu ne farai, me trucidando. I mezzi
sol ne impara da me. - Sparta piú inclina
a libertá, che a tirannia: per certo
tienlo, ancorché per ora imposto il freno
aspro di re tu le abbi. Un breve sdegno
dei piú contro all\'infame Agesiláo,
or ti ha riposto in trono, e lui cacciato
d\'eforo: or me de\' suoi delitti a parte
havvi chi pone, e non a torto affatto,
finch\'io pur taccio. A disgombrar del tutto
su me tal dubbio, or tu non trarmi; è lieve
troppo il mostrar, che Agesiláo tradiva
Agide e Sparta a un tratto; ove ciò chiaro
a tutti io faccia, allor tu forza usarmi
non puoi, senza a te nuocere.
LEON.
Tu il credi?
AGIDE
Tu il sai. Ma, non temere. Io di Spartani
Spartano re volli essere; te lascio
re di costoro. A far me reo non basta
niuna tua forza: in faccia a Sparta, io voglio,
io, colpevole farmi; io darti intera
palma di me; pur che tu stesso farti
grande ti attenti, e di grandezza vera,
contra tua voglia.
LEON.
Invan mi oltraggi...
AGIDE
Adempi
tu stesso, or sí, quant\'io giá audace impresi
a pro di Sparta e di sua gloria. In seggio
riponi or tu, non le mie, no, ma l\'alte,
libere, maschie, sacrosante leggi
del gran Licurgo; povertá sbandisci
in un coll\'oro; ella dell\'oro è figlia:
del tuo ti spoglia: i cittadin pareggia:
te fa Spartano, e in un, Spartani crea:...
Ciò far voll\'io; tu il compi, e a me ne involi
la gloria eterna. - Ove ciò far mi giuri,
a Sparta innanzi or mi puoi trar qual reo;
e dir, ch\'io velo a mie private mire
fea del pubblico bene; e dir, che iniquo
era il mio fin, non le mie leggi. A questo
aggiungerai, che rinnovar tu stesso
vuoi con mente migliore e cor piú schietto.
di tua cittá la gloria. Intera Sparta
udrammi allor di meritata morte
accusar reo me stesso; e dir, che mie
eran le ingiurie e víolenze usate
da Agesiláo; dirò, ch\'io in lui creava
un precursor di tirannia; che un saggio
voll\'io per lui della viltá Spartana.
Ciò basterá, cred\'io. Morte, che darmi
or tu non puoi, che a tradimento, (il vedi)
l\'avrò cosí dai cittadini miei,
e parrá lor giustissima. La fama,
che in me ti offende, e che a me tor non puoi,
io me la tolgo, e a te la dono. Io moro,
tu regni; ambo contenti: a te non toglie
fama il regnare; a me l\'infamia in tomba
portar pur lascia l\'unica mia speme,
che a nuova vita abbia a risorger Sparta.
LEON.
- Vil m\'estimi cosí?
AGIDE
Grande t\'estimo;
poich\'atto a compier la mia grande impresa
te credo...
LEON.
A\' tuoi disegni empj, dannosi,
io por mano?...
AGIDE
Me spento, appien tu scarco
d\'invidia resti: e gli alti miei disegni,
con tuo vantaggio, e in un, con quel di Sparta,
puoi compier tu. Di mia grandezza ardisci
grande apparir tu stesso: invido fosti;
or, col mio sangue la viltá tua prisca
tu ammanti appieno. A non sperata altezza
l\'animo estolli, e al trono tuo ti agguaglia.
LEON.
Maggior di te, dei cittadini il grido
giá abbastanza mi fea; ma il perdonarti,
se a me il concede Sparta, assai darammi
piena palma di te. Ch\'io a Sparta intanto
ti appresenti, m\'è d\'uopo. - Altro hai che dirmi?
AGIDE
A dirti ho sol, ch\'esser non sai tu iniquo,
né sai fingerti buono.
LEON.
Or, che i tuoi sensi
tutti esponesti, anzi che a Sparta involi
te di bel nuovo il tempio, in carcer stimo
doverti io trarre. - Olà, soldati...
AGIDE
Io vado
securo in carcere, qual non sei tu in trono.
Sparta entrambi ci udrá; né meco a fronte
star potrai tu. - Se in carcere mi uccidi,
te stesso perdi; e il sai. Pensa, e ripensa;
a te salvare, a uccider me, niun mezzo,
che quel ch\'io dianzi t\'additai, ti resta.



SCENA TERZA

LEONIDA.


Io \'l tengo al fine. Inciampi molti, è vero,
e gran perigli incontro: eppur, vogl\'io
quest\'orgoglioso insultator modesto,
spegnere il voglio, anco in mio danno espresso.
Ma il trucidarlo è nulla, ove la fama
non gli si tolga pria: ciò sol può darmi
securo regno. - Ah! che pur troppo io \'l sento!
Né so dir come; anche al mio core un raggio
vero divino al suo parlar traluce,
e mel conquide quasi... Ah! no: mi squarcia,
mi sbrana il cuor, quella insoffribil pompa
di abborrita virtú. Pera ei: si uccida;...
s\'anco è mestier, per spegner lui, ch\'io pera.



SCENA QUARTA

AGIZIADE, LEONIDA, AGESISTRATA.

AGIZ.
Padre, e fia vero?... a tradimento... Oh cielo!
Infra soldati il mio consorte?..
AGESIS.
È questa
la tua fede, o Leonida?
LEON.
Qual fede?
Che promisi? Giurato a Sparta ho fede,
non ad Agide mai.
AGIZ.
Deh! padre amato,
alla tua figlia,... oimè!...
AGESIS.
Spontaneo forse
non uscia dell\'asilo? e solo, e inerme,
e di sua voglia, ei non venia di pace
a parlamento or teco? E tu, dagli empj
tuoi sgherri il fai nel carcer trarre? e contra
il decoro di re, contra il volere
di Sparta stessa?... Iniquo...
LEON.
E pianti, e oltraggi,
vani del par sono a piegarmi, o donne.
Il primo io son de\' magistrati in Sparta,
non di Sparta il tiranno. Agide reo,
gli efori e Sparta giudicarne or denno;
innocente, tornarlo al seggio prisco
gli efori e Sparta il ponno. Ov\'ei si fesse
del tempio asilo, o della plebe scudo,
né innocente né reo possibil fora
chiarirlo mai. Tempo è, ben parmi, tempo,
che Sparta esca dall\'orrido travaglio
del non saper s\'ella ha due re, qual debbe,
o s\'un glien manca.
AGIZ.
Ah padre!... Agide in vita
ti serba, e tu in catene Agide traggi?
Gli dai tua figlia, e torgli vuoi sua fama?
Anco reo, (ch\'ei non l\'è) tu ne dovresti
pigliar, tu primo, or le difese. Io diedi
non dubbia a te dell\'amor mio la prova,
nell\'avversa tua sorte; or, nell\'avversa
d\'Agide, a lui nulla può tormi: o in ceppi
col tuo genero porre anco tua figlia,
o trarne lui, ti è forza: abbandonarlo,
per preghi mai, né per minacce io mai
non vo\'. Di lui non piglierai vendetta,
che sopra me del par non caggia: il sangue
versar tu dei di quella figlia istessa,
che abbandonava, per seguirti in bando,
la patria, e il trono, ed il marito, e i figli.
AGESIS.
Oh vera figlia mia, non di costui!...
Spartana figlia e moglie, a non spartano
padre indarno tu parli. - Invidia vile,
vil desio di vendetta il cor gli chiude,
e il labro a un tempo. - E che diresti?... In core
tu giurasti, o Leonida, l\'intero
scempio d\'Agide, il so; tutti conosco
gli empj raggiri tuoi. Ma, se pur darci
morte potrai, (che la mia vita e quella
del mio figlio son una) invan tu speri
torre a noi nostra fama. A te la tua...
Ma, che dich\'io? l\'hai tu? - Scopo non altro
fu in te giammai, che di serbar col regno
le tue ricchezze, e accrescerle. Dell\'oro
l\'arte imparasti di Seleuco in corte,
e l\'arte in un di sparger sangue. In Sparta
persian tu regni; e la uguaglianza quindi
dei cittadin paventi, onde ben tosto
ne sorgeria virtute; onde dal trono
di nuovo espulso appien per sempre andresti:
né il tuo cor osa a piú che al trono alzarsi.
LEON.
Né le tue ingiurie l\'animo innasprirmi,
né le tue giuste lagrime ammollirlo
possono omai. Sparta, non io, si duole
d\'Agide, e a darle di se conto il chiama.
Forza non altra usar gli vo\', (né s\'anco
il volessi, il potrei) fuorché di torgli
ogni via di sottrarsi al meritato
giusto gastigo...
AGESIS.
Giusto? - Oserai, dimmi,
quí appresentarlo, in questo foro, a Sparta
tutta adunata, e libera dal fiero
terror dell\'armi tue?
LEON.
Noto finora
non m\'è il voler degli efori; ma...
AGESIS.
Noto
mi è dunque il tuo, pur troppo! Agide innanzi,
non agli efori compri, a Sparta intera
tratto esser debbe; o verrá Sparta a lui.
Ciò ti prometto, ancor che inerme donna;
se pria del figlio me svenar non fai.



SCENA QUINTA

LEONIDA, AGIZIADE.

AGIZ.
Io dal tuo fianco non mi stacco, o padre;
non cesso io, no, di atterrarmi a\' tuoi piedi,
non tue ginocchia d\'abbracciar, se pria
lo sposo a me non rendi; o se con esso
me di tua man tu non uccidi.
LEON.
O figlia
diletta mia; deh! sorgi; a me dal fianco
non ti partir, null\'altro io bramo. Hai meco
generosa diviso i tanti oltraggi
di rea fortuna, è ben dover, che a parte
della prospera sii: niun piú possente
sará di te sovra il mio cor: te voglio,
sotto il mio nome, arbitra far di Sparta:
né cosa mai...
AGIZ.
Che parli? Agide chieggo;
null\'altro io voglio. A me tu il desti; e torre,
no, non mel puoi, se vita a me non togli;
né torlo a Sparta, senza orribil taccia
d\'ingiusto re, d\'uom snaturato e atroce.
LEON.
Come acciecarti or tanto puoi? Non vedi,
ch\'Agide è reo? ma fosse anche innocente;
non vedi, ch\'egli in mio poter non stassi?
Gli efori udirlo, giudicare il denno
gli efori: nulla io per me sol non posso,
né a pro, né a danno suo.
AGIZ.
Sei padre; m\'ami;
a fera prova il filíal mio amore
hai conosciuto; e simular vuoi pure
con la tua figlia? - A tradimento, or dianzi,
il potevi tu solo al carcer trarre,
e innocente salvarlo or non potresti?
Deh! non sforzarmi a crederti...
LEON.
Che vale?
Nulla in ciò posso: anzi, è mestier ch\'io tosto
d\'Agide conto, e del mio oprare a un tempo,
renda agli efori.
AGIZ.
Ah, no! piú non ti lascio:
né crudo ordin puoi dar, che in parte anch\'egli
su la tua figlia non ricada...
LEON.
Or cessa;
torna alla reggia mia...
AGIZ.
Teco men vengo.
Tutto farai, tutto dei fare, o padre,
pel tuo innocente genero, che salva
t\'ebbe la vita... Ah! no, svenar nol puoi,
se la tua propria figlia non uccidi.
ATTO QUARTO


SCENA PRIMA

Limitare del carcere di Sparta.

LEONIDA, ANFARE, POPOLO che si va introducendo.

ANFAR.
Tardo assai giungi; e il tempo stringe.
LEON.
Al padre
l\'indugio dona: mi fu forza or dianzi
fin nella reggia accompagnar la figlia.
Io dal fianco spiccarmela a gran pena
potea, sí forte ella in pianto stempravasi
per lo suo sposo. Assai gran doglia in core
il suo pianto mi lascia.
ANFAR.
E che? turbato,
commosso sei? Piú della figlia forse
ti cal, che non di tua vendetta?
LEON.
Abborro
Agide piú, che non m\'è caro il trono:
ma pure, i detti della figlia, e i pianti,
duri a me sono. - Eccomi all\'opra: il tutto
disposto hai tu?
ANFAR.
Nol vedi? In questo vasto
limitar delle carceri mi parve
fosser da porsi i seggi nostri; il loco,
men capace che il foro, assai men feccia
ragunerá di plebe: ma pur tanta
introdur quí sen può, quanta n\'è d\'uopo
a nostre mire. Havvi all\'entrar chi veglia,
e in copia ammette i nostri fidi. - Or mira;
giá piú che mezzo è riempiuto il loco;
né alcun v\'ha quasi degli avversi a noi.
Per anco il grido non s\'è sparso appieno
del gran giudizio: e spero, anzi che giunga
a intorbidarlo con sua fera scorta
l\'ardita madre, avrem compito il tutto.
LEON.
Ma, sei tu certo, che tornarne a danno
or non possa tal fretta?
ANFAR.
Oltre la nostra
dignitá, stan per noi forze non poche.
Grande accortezza, or nell\'espor le accuse,
vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi
dobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro,
caldi amatori. Alcun tumulto forse
insorger può; previsto è giá. Ma basta
per noi, che piú non esca Agide vivo
di queste mura. Al primo impeto audace
della plebe far fronte i tuoi soldati,
e i cittadini nostri appien potranno,
e degli efori il nome, e l\'ardir tuo.
Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempo
piena poi la vittoria...
LEON.
Ecco il senato;
ecco gli efori tutti: il popol molto
li segue, e par non torbido in aspetto;
lieto anzi par di assistere all\'accusa
di un re sovvertitore. Ardire, ardire.
Mentr\'io gli animi lor, con opportune
lusinghe adesco, al carcer entra, e in breve
Agide a noi ben custodito traggi.



SCENA SECONDA

LEONIDA, POPOLO, EFORI, SENATORI, ciascuno collocato ordinatamente.

LEON.
- Lode agli Dei! quí radunarsi veggio
i cittadini veri; e non frammisti
con la torbida, audace, e sozza plebe,
che col numero suo voi ne strascina
negli error suoi, mal grado vostro. - A Sparta
inaudito spettacolo si appresta;
il maggior, che ad uom libero mai possa
appresentarsi: un vostro re, dai vostri
efori tratto, ed accusato, innanzi
a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe,
e il giudizio, di cui voi stessi parte
sarete, spero. Io, benché re, con gioja
pur ve l\'annunzio. Ah! non ebb\'io tal sorte
in quel funesto a me, non fausto a Sparta,
orribil giorno, in cui dal trono in bando
cacciato, in forse della vita io stetti.
Non accusato, e non udito, a ria
forza soggiacqui allora; eppur, piú doglia
che l\'ingiusto mio esiglio, erami al core
il sovvertito ordin di leggi, e il fero
periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti
voi stessi al fin dai vostri danni appieno,
me richiamaste, e in un le leggi, in trono:
Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidi
efori, a Sparta traditori, in bando
cacciaste. Agide resta: havvi chi reo
nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto,
io preso il volli, e ad altro fin nol tengo,
che per chiarirlo in faccia a voi. S\'ei fosse
reo convinto pur mai, primier mi udreste
implorar pel mio genero perdono:
che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza
nol rende affatto or di pietade indegno. -
Efori, senatori, cittadini,
la vera vostra maestá non sorse
a dritto mai piú nobile di questo:
conoscer oggi, e perdonare i falli
dei vostri re: che sottopongo io pure
oggi a voi l\'opre mie. Prova non lieve
del cor mio puro, e del regnar mio giusto,
parmi, fia questa; ed io di darla anelo.
A tremar delle leggi Agide insegni
a Leonida re. - Ma, giá si appressa
Agide al vostro tribunale: ed ecco
ch\'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo
dai cittadin dell\'alta lite il fine.
Ben sostener d\'ogni mia forza io giuro,
qual ch\'esser possa, la immutabil santa
libera vostra unanime sentenza.



SCENA TERZA

ANFARE, AGIDE FRA GUARDIE, LEONIDA, POPOLO, EFORI, SENATORI.

ANFAR.
Spartani, efori, re, costui ch\'io traggo
davanti al vero tribunal di Sparta,
Agide egli è d\'Eudámida. Giá il regno
con Leonida ei tenne; il cacciò poscia
dal trono, a cui nuovo collega assunse
Cleómbroto. A voi piacque, indi a non molto,
ridomandar Leonida, che il seggio
ritoglieva a Cleómbroto. Nel sacro
asilo allor quest\'Agide fuggiva:
perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch\'egli
lá ricovrava, ei re non era; il trono
abbandonato avea: ma non privato
era ei perciò; che non avea deposta
sua dignitá, né stata eragli tolta:
non innocente, poiché asil sceglieva;
non reo, poiché niun l\'accusava. In vostra
possanza il diero oggi di Sparta i Numi,
senza che víolato il santo asilo
fosse da alcun di noi. Lo accuso io quindi
ora, a voi tutti, di mutate, infrante,
tradite leggi; di tiranniche armi
in Leonida e gli efori adoprate;
di tiranniche mire, a cui fea base
la ribellante compra infima plebe:
e, per stringere in fin tutti i suoi tanti
delitti in un, di aver tradita e lesa
la maestá di Sparta, a voi lo accuso.
AGIDE
- Solenne in vero, e dignitosa pompa
questa fia: ma, perché di affar tant\'alto
Sparta non è quí testimonio intera?
Perché, qual suolsi ogni accusato, al foro
non son io tratto? - È ver, gli efori veggio,
e un re quí stassi, e del senato un\'ombra:
ma pur per quanto l\'occhio intorno io giri,
non vegg\'io cittadini, altri che pochi,
potenti, e misti infra gli armati sgherri.
La maestá del popolo di Sparta
fia questa or forse? Io, non che Sparta tutta,
Grecia vorrei quí tutta a udire intenta
e le tue accuse, e le discolpe mie.
Or, poiché tanta è in voi de\' miei delitti
l\'ampia certezza, or dite: a che pur tormi,
con sí gran parte d\'ascoltanti, a un tempo
della vergogna mia cosí gran parte?
LEON.
Per quanto il soffra il loco, assai gran folla
di cittadini or vedi, Agide, accolta.
Trarti dal limitar del carcer tuo,
tu il sai, che fora un cimentar pur troppo
la dignitá degli efori, e la stessa
tua innocenza, ove l\'abbi. Udiati Sparta,
del tuo asilo in discolpa, addur finora,
che tor cosí tu stesso alla tua plebe
de\' tumulti volevi ogni pretesto,
e ogni mezzo di sangue: infra sue grida,
come or vorresti al suo cospetto andarne,
e un giudicio ottener libero e queto?
AGIDE
Questo giudicio, e il men dannoso a voi,
stato sarebbe il percussor mandarmi
tosto al carcer: ma questo, assai men queto
fia di quel che sperate. In me non parla
il timor, no; del mio destin giá certo,
securo quí, del par che al foro, io vengo.
Giá la sentenza mia so senza udirla:
ma, non ne avrò pur danno altro giammai,
che quel ch\'io da gran tempo ho fermo in core
di aver da voi. - Giudici; e, quai che siate,
voi spettatori; io vi prevengo or tutti,
ch\'io, condannato in queste mura e ucciso,
non perciò pace col morir vi rendo,
com\'io il vorrei: né voi, col trarmi a morte,
in sicurtá vi rimanete. - Or sia
ciò ch\'esser vuole. Udiam le accuse.
ANFAR.
In nome
io ti parlo degli efori; me ascolta.
- Agide, hai tu, senza né udirlo, astretto
all\'esiglio Leonida?
AGIDE
Chiamato
ei fu in giudicio; e sen fuggia.
LEON.
Chiamato
io fui, nol niego, ma davanti a fera
tumultuante plebe. Esser potea
giudicio, quello?...
AGIDE
Al par di questo, almeno.
Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque
non eri tu. Mezzi a me pur di fuga
non mancavan finora; e al carcer venni,
ed in giudicio stommi: e, qual ch\'ei fia,
no, nol pavento. Io \'l desiava, e godo
di udire al fin; di farmi udire io godo.
ANFAR.
Infrante hai tu le patrie leggi?
AGIDE
Intere
restituir le sacre leggi io volli
del gran Licurgo: elle non fur mai tolte,
ma inosservate, or da gran tempo. Opporsi
volle a sí giusta e generosa impresa
Leonida: pria l\'arte, indi la forza
oprava in ciò; ma entrambe invano: allora
vinto ei piú dalla propria sua vergogna,
che dalla forza altrui, per minor pena
ei s\'imponea l\'esiglio. Ei stesso il dica,
se danno io poscia, o securtade e vita
a lui recassi. Al suo fuggir, sol uno,
di Sparta un grido, ogni oprar suo biasmava,
ogni mio benediva. Allora spenti
eran gl\'iniqui crediti; comuni
feansi allor le ricchezze; allora in bando
uscian di Sparta il lusso, e i vizj insieme,
e il torpid\'ozio: e risorgeano, in somma,
virtude allora, e libertade. Avreste
voi di negarlo ardire? - Ecco i delitti
del mio breve regnar, dopo la fuga
di Leonida vostro.
ANFAR.
Osi tu forse
negare ancor, che di tai beni all\'esca
colti e delusi i cittadini, in breve
non fosser tratti a fero strazio? I campi
promessi ognora, e non divisi mai;
fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi;
negherai tu, che a trasgredite leggi,
quai tu nomi le nostre, allor la cruda
tirannia di te sol non sottentrasse?
E tirannide, in ciò piú ria di tanto,
che a se di leggi fea mendace velo.
AGIDE
Mentr\'io per voi di Sparta in campo usciva,
mentre agli Etoli in armi io pur mostrava,
con danno lor, nuovi Spartani in armi;
d\'eforo fatto Agesiláo tiranno,
ei commettea molt\'opre in Sparta inique.
Volete voi del suo fallir me reo?
Io la pena ne accetto; ove pur colga
d\'alcune mie virtudi il frutto Sparta:
virtú, che voi, di mal talento pieni,
pur negar non mi ardite. - Offeso v\'hanno,
non di Licurgo le tornate leggi,
(tant\'io feci, e non piú) ma i crudi modi
d\'Agesiláo? che fare altro vi resta,
che me svenare, e proseguir mie imprese?
ANFAR.
E a disfar Sparta Agesiláo ti mosse?
AGIDE
A rifar Sparta, io da me sol mi mossi,
perché Spartan son io.
ANFAR.
Di\'; riconosci
per vero re Leonida?
AGIDE
Conosco
un spartano Leonida, che cadde
in Termopile morto, con trecento
Spartani, a pro di Sparta.
ANFAR.
In cotal guisa
rispondi tu? La maestá sí poco
del senato e degli efori rispetti?
AGIDE
La maestá di Sparta osservo, e adoro,
nel risponder cosí.
ANFAR.
Colpevol dunque
tu ti confessi?
AGIDE
E me colpevol tieni
tu, che mi accusi? - Omai si ponga, omai
fine si ponga al simulato gioco.
Discolpe io do pari all\'accuse. Io venni
quí, per mostrare anco ai nemici miei,
ch\'io cittadino re, per quanto il possa
soffrir l\'altezza d\'animo innocente,
spontaneo me sottomettea pur anco
delle leggi all\'abuso. - Or, quai che siate,
udite, o voi, le mie parole estreme.
ANFAR.
A udir, che resta?
AGIDE
Assai, ma in brevi detti.
ANFAR.
Nulla dei dire...
AGIDE
Eforo tu, le leggi
non rimembri, o non sai? Parlano a Sparta
gli accusati, se il vonno. Odimi dunque
tu stesso, e taci. - E voi, Spartani, udite.
- In errar sete or da piú cose indotti:
d\'Agesiláo l\'oprar, d\'Anfare i gridi,
di Leonida l\'arte, il tacer mio,
tutto a gara ingannovvi. A tal siam giunti
noi tutti omai, che a trar d\'errar ciascuno,
egli è mestier ch\'Agide pera. Io stesso
giá potea di mia mano a me dar morte
libera e degna; ma, il fuggir di vita,
reo presso voi fatto mi avria. Ben certo
era, e sono, in mio cor, che infamia nulla,
bench\'io soggiaccia a giudici qualunque,
mai non fia per tornarmene. Lasciarmi
trar vivo io quindi a\' miei nemici innanzi
sceglieva, e stovvi. Che il morir non temo,
vedretel voi: ch\'io vendervi ancor cara
potrei mia vita ove il volessi, noto
faravvel tosto di adirata plebe
il terribile grido: in fin, ch\'io tengo
piú in pregio assai, che non me stesso, Sparta,
ven fará certi il morir mio. - Vi esorto,
e vi scongiuro, a trarre dal mio sangue
l\'util di Sparta, e il vostro. I campi, e l\'oro,
che la mente or vi acciecano, e di pochi
in man ridotti, ai possessori al pari
fan danno, e a chi n\'è privo; i campi, e l\'oro,
per non voler dividerli coi vostri
concittadini, a voi fian tolti, e in breve,
dai nemici. La plebe, a voi sí vile
perché mendica; la spartana plebe,
che abborre voi ricchi possenti e forti
piú delle leggi, è molta; aspra la stringe
necessitá feroce. Ove a voi giovi
rimembrar, che di Sparta e di Licurgo
figli son essi al par di voi, ben ponno
splendor di Sparta esser costoro ancora,
e in un, di voi salvezza. In altra guisa,
Sparta e se stessi annulleranno, e voi.
Maturo è omai, credete a me, maturo
è il cangiamento: il ciel non vuol ch\'io \'l vegga;
ma vuol ch\'ei segua: ad affrettarlo è d\'uopo
d\'Agide il sangue, e il sangue Agide dona.
Di voi pietá, non di me, sento: e queste,
parole son d\'uom che morir sol brama,
e che non reca altro desire in tomba,
che di salvar la patria sua. Giá posto
d\'Agide in salvo il nome: a far me grande,
ch\'altri ad effetto i miei disegni adduca
non fia mestier; anzi, gran parte invola
a me di gloria il riuscir d\'altrui,
dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogo
di vostra rabbia, il mio morir sia dunque;
di vostra invidia spenta il frutto primo
sia la virtú ripatríata, e l\'alte
divine leggi di Licurgo in forza
tornate, e la spartana eccelsa gara
di patrio amor, di libertade, e d\'armi.
POPOLO
Grande è l\'animo d\'Agide: ingannati
forse noi fummo...
ANFAR.
Il sete, ora, da questi
sediziosi detti...
AGIDE
Efori, or quanto
vi avanza a dir, m\'è noto. - Appien compito
ho di un re cittadin l\'ufficio estremo.
Io riedo al carcer mio, dalle cui mura
nulla uscirá d\'Agide omai, che il nome.



SCENA QUARTA

LEONIDA, ANFARE, POPOLO, EFORI, SENATORI.

POPOLO
Ei qual reo non favella: è forza averne
maraviglia, e pietade.
LEON.
È ver, Spartani:
sedotto ei fu da Agesiláo; par degno
di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso
da voi, per lo mio genero; per quello,
che la vita salvommi...
ANFAR.
Or stai davanti
al senato ed agli efori: con essi
parlar tu dei, Leonida. Le tue
ragion private ai pubblici delitti
non tolgon pena; né il perdon precede
mai la condanna.
LEON.
Io, non che darla, udirla
né pur vo\' dunque. Agide a morte porre
non volli io, no, benché morire ei merti.
Trarlo fuor dell\'asilo, udirlo, e innanzi
ai giudici convincerlo; ciò solo
importava, ed io \'l feci: altro non resta
a far contr\'esso. - Ah! se del popol voce,
se del re preghi vagliono al cospetto
del senato e degli efori, da loro
vedrassi (io spero) di clemenza, in breve,
nobile al par che memorando esemplo.



SCENA QUINTA

ANFARE, POPOLO, EFORI, SENATORI.

ANFAR.
Generoso nemico, ottimo padre,
buon cittadin, Leonida; compiute
egli ha sue parti tutte: a noi le nostre
di compier resta. - Agide è reo convinto
di maestade lesa: a lui, qual pena
giusta si aspetti, efori, il dite.
EFORI
Morte.
POPOLO
Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti,
purch\'ei lo stato omai non turbi...
ANFAR.
Udite?...
Lo udite voi, questo fragor tremendo,
che a noi si appressa? In suo favor di nuovo
giá tumultua la plebe. Agide vivo,
e queta Sparta? ella è lusinga stolta.
EFORI
A morte, a morte il traditor ribelle;
Agide muoja...
ANFAR.
Ei morto fia, vel giuro.
- Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro
sfuggite intanto, o cittadini. E noi,
efori, noi la maestá di Sparta
con giusto ardir mostriamo. - Olá, schiudete,
soldati, il passo. Andiam; né vil, né altero
sia il nostro aspetto. Il non temer la plebe,
tosto in se stessa a rientrar la sforza.
ATTO QUINTO


SCENA PRIMA

Interno del carcere di Sparta.

AGIDE.


Fere urla io sento, e un immenso frastuono
intorno al carcer mio. - Numi di Sparta,
deh! salvatela voi. - Duolmi, che un ferro
io non serbava, onde troncare a un tempo
con la mia vita ogni tumulto. A lungo
pur tardar non dovrian quei che a svenarmi
mandati avrá Leonida. - Consorte,...
diletti figli,... amata madre,... addio.
Piú non vedrovvi!... A voi, memoria cara
lascio di me... Ma, per la madre io tremo:
sta in poter di Leonida... Che ascolto?
Chi vien? Si schiude il carcere!... Che miro?...
O mia sposa...



SCENA SECONDA

AGIDE, AGIZIADE.

AGIZ.
Son teco, Agide amato...
Dalla reggia del padre or mi sottraggo,
ove a custodia ei mi tenea. La plebe,
del tuo carcer la strada hammi disgombra;
e di vietarmen l\'adito i soldati
non ebber core. - Al fin son teco. - Io vengo,
sposo, a salvarti, ove salvarti io possa;
o a morir teco io vengo.
AGIDE
Oh dolce sposa!...
Il cor mi squarci... Oh quanto il rivederti
mi è gioja,... e pena!... A conservar mia vita,
(ch\'io \'l potrei, se il volessi, con la morte
di cittadini assai) l\'amor tuo vero
trarmi or solo potria. Ma, il sai, che amarti
piú che la patria mia, donna, nol deggio,
e tu stessa nol vuoi. Me dunque lascia
morire; e tu, serbati in vita; i cari
pegni tu salva, i figli nostri...
AGIZ.
Invano
di Leonida al fero odio sottrargli
io tenterei: barbaro padre; appieno
nella prospera sorte ora il conosco;
nell\'avversa ingannommi. A me null\'arme
riman, che il pianto; egli nol cura: i nostri
figli salvar dalla sua rabbia, o il puote
Sparta con l\'armi, o nulla il può. - Ma padre
dovresti almen mostrarti; e, pe\' tuoi figli,
serbar tua vita...
AGIDE
Oh ciel! qual mai mi porti
terribil guerra in questo punto estremo?
Amo i figli, e tu il sai: ma, non ben certo
è il morir loro; e certo fia, che a rivi
dei cittadini scorrerebbe il sangue,
s\'io di forza mi armassi. E questi, e quelli,
son figli miei; ma i cittadini sono
di un giusto re figli primieri. - O donna,
meglio di me, se sopravviver m\'osi,
tu puoi salvarli. Quel sublime, a un tempo
tenero ardir, con cui seguivi il padre;
quello, con cui del mio destin ti eleggi
farti or compagna; quell\'ardir sia scorta
a te, per porre i figli nostri in salvo.
Per quanto reo Leonida e crudele
esser possa, ei t\'è padre: ove i tuoi figli
fra tue braccia tu stringa; ove il tuo petto
agli innocenti miseri sia scudo;
cuor non avrá di trucidarli. Ah! corri,
vola al lor fianco, in lor difesa veglia;
per essi vivi, o sol con essi muori;
che al viver piú, nulla ti sforza allora.
AGIZ.
Lassa me!... che farò?... S\'io te lasciassi,...
serbarmi a forza il duro padre in vita
vorria;... qual vita! orba di te... Ma, s\'anco
vivi ei pur lascia i figli nostri, il trono
a lor fia tolto... Ah! morir teco io voglio...
AGIDE
Donna, deh! m\'odi, e acquetati... Saresti
madre or men forte, che giá figlia t\'eri?
L\'ira mia non temevi, il dí che il padre
seguivi; e i figli, e il tuo consorte amato
per lui lasciavi; or, di quel padre istesso
tremerai tu, quando pe\' figli il lasci?
Fuggir tu puoi con essi: assai grand\'arme
hai contra lui; la tua virtude: hai mille
mezzi a tentar, pria di morire. Ah sposa!
te ne scongiuro, tentali; ripiglia
l\'alto tuo core, e non mi torre il mio,
coi non maschi lamenti. Or, deh! vorresti
ch\'io morissi piangendo? ah! no. - Se degna
d\'Agide sei, non mi sforzare a cosa
che sia d\'Agide indegna.
AGIZ.
E di qual padre
fu indegno mai l\'amar suoi figli, il porgli
a se medesmo innanzi?
AGIDE
Ai figli innanzi
la patria va. Sacro il mio sangue ad essa
ho da gran tempo; ai nostri figli amati
tu dei, s\'è d\'uopo, il tuo donar: ma prova
d\'amor ben altro ad essi e a me tu dai,
se a lor ti serbi in vita. Ancor può molto,
piú che nol pensi, il pianger tuo: la plebe,
se Leonida no, pietade avranne;
e senza spander sangue, a lei fia lieve
porre in salvo i miei figli. In somma, pensa,
che, te viva, non muore Agide intero.
In volgar donna ammirerei, qual prova
d\'amore immenso e di valor sublime,
il non voler sorvivere al consorte;
ma da te spero, e da te chieggio, e il dei
d\'Agide moglie, ad infelice vita
tu dei serbarti, intrepida, pe\' figli...
Piangendo io \'l chieggo; e ti rimanga in core
questo mio pianto... Ah! per te sola al fine,
e pe\' fanciulli nostri, Agide hai visto
lagrimar oggi.
AGIZ.
Irrevocabil dunque
fia il tuo morir?..
AGIDE
La mia innocenza è certa. -
Prendi l\'ultimo amplesso; e ai cari pegni
recalo, in nome mio. Di\' lor, ch\'io moro
per la patria; di\' lor, ch\'ove al mio seggio
pervenissero adulti, altra vendetta
non faccian mai della morte del padre,
che rinnovar su l\'orme sue le leggi
del gran Licurgo: e se in ciò pur, com\'io,
hanno avverso il destin, com\'io da forti,
nell\'alta impresa perdano la vita.
AGIZ.
Parlar non posso... Io... di lasciarti...
AGIDE
Un fido
consiglio avrai, nella mia degna madre;...
s\'ella pur resta! - Or via; lasciami; vanne.
Moglie, regina, madre, cittadina,
Spartana sei; tuoi dover tutti adempi.
AGIZ.
Per sempre?... oh ciel!...
AGIDE
Deh! cessa.
AGIZ.
Il piè tremante
mal mi regge...
AGIDE
Deh! vieni: uscita appena,
troverai scorta, e appoggio.
AGIZ.
Oimè!... Si schiude
la ferrea porta...
AGIDE
Guardie, a voi la figlia
del vostro re consegno.
AGIZ.
Agide... Ah crudi!...
Lasciar nol voglio... Agide!... addio...



SCENA TERZA

AGIDE.


- Me lasso!...
Misero me!... quante mai morti in una
aver degg\'io?... Dolor qual mai si agguaglia
al duol di padre, e di marito? - O Sparta,
quanto mi costi!... Eppur, Leonid\'anco
è padre: in cor grato un presagio accolgo,
che alla sua figlia ei donerá i miei figli.
- Or basta il pianto. - Al mio morir mi appresso:
da re innocente, e da Spartano, io deggio
morire... Oh come vien lenta la morte!
- Ma un\'altra volta, ecco, ch\'io strider sento
del mio carcer la porta?... e raddoppiarsi
odo anca gli urli a queste mura intorno?...
Che mai sará?... Chi veggio?



SCENA QUARTA

AGESISTRATA, AGIDE.

AGIDE
O madre... Oh cielo!...
AGESIS.
Figlio, mancarti all\'ultim\'uopo mai
non ti potea la madre. Io quí ti arreco
libertá, di noi degna. - In altra guisa
dartela volli; ma quand\'era il tempo,
ogni mezzo tu stesso a me n\'hai tolto.
AGIDE
E che? vuoi tu con le spartane grida?...
AGESIS.
Sparta invan grida. Il traditor tiranno
sí ben munito ha di soldati il loco,
che nulla or ponno i fidi nostri: indarno
tentan sforzarli; perditor respinti
sono, ed inerti, ed avviliti. Innanzi
io mi spingeva a\' rei soldati in mezzo;
fere voci suonavanmi da tergo,
per me gridando: \"Empj, alla madre ardite
tor l\'accesso?\". Mi vide Anfare allora;
loco fe darmi, e quí son tratta.
AGIDE
Iniquo!
Te pur fra lacci ei volle. Ahi madre! a quale
rischio inutil per me?...
AGESIS.
Rischio? che parli?
Appo il mio figlio, a certa morte io vengo.
Vedine, in prova, il don ch\'io reco.
AGIDE
Un ferro?
- Oh madre vera! - Altro desio, che un ferro,
per salvar Sparta, e me sottrarre al colpo
d\'infame man, non accogliea nel petto:
e tu mel rechi? oh gioja! - Or dammi...
AGESIS.
Scegli:
due ferri son; quel che tu lasci, è il mio.
AGIDE
Oh cielo!... E vuoi?...
AGESIS.
Donna mi estimi, o madre
d\'Agide, tu? Pochi mi avanzan gli anni
di vita: Sparta, che invan salva speri,
serva è giá: la tua madre, ov\'ella resti,
di Leonida è serva. Or parla; io t\'odo:
osi tu dirmi, che a tai patti io viva?
AGIDE
Che posso io dir? son figlio. - O madre, almeno
soffri che primo io pera: ancor che serva,
Sparta estinta non è; quindi ancor salva,
altri può farla. In libertá il mio sangue
potrá ridurla forse: ma s\'io, vile,
per non versare il mio, lasciato avessi
sparger per me dei cittadini il sangue,
giá piú Sparta or non fora.
AGESIS.
In te (pur troppo!)
Sparta or si estingue. - Ed alla patria, al figlio
sopravviver vorrá spartana madre?
- Figlio, abbracciami.
AGIDE
Oh madre!... Anco m\'avanzi
nell\'altezza dei sensi. - Or dammi, e prendi
l\'ultimo amplesso. Io lagrimar non oso
nell\'abbracciarti; che il tuo pianto io veggo
da viril forza raffrenato starsi
sopra il tuo ciglio.
AGESIS.
Agide mio,... sei degno
di Sparta in vero;... ed io di te son degna. -
Ch\'io ancor ti abbracci... Oh! qual fragore?...



SCENA QUINTA

LEONIDA, ANFARE, SOLDATI col brando ignudo, AGIDE, AGESISTRATA.

LEON.
Al fine
vinto abbiam noi.
AGESIS.
Che fia?
AGIDE
Deh! non scostarti
da me.
ANFAR.
Soldati, ucciso Agide sia,
pria della madre(2).
AGIDE
Il tuo pugnal nascondi,
com\'io, per poco; ed aspettiamgli; e taci(3).
ANFAR.
Or, chi v\'arresta? a che indugiate? A forza
disgiungeteli tosto.
AGIDE
In noi por mano
qual di voi, qual, si attenterebbe? - Il vedi,
re Leonida, il vedi? anco i tuoi stessi
compri soldati, instupiditi stanno
d\'Agide a fronte immobili. - Ma, voglio
trarti tosto d\'angoscia. A te sol\'una
cosa richieggo.
LEON.
E fia?
AGIDE
Che intento vegli
su la tua figlia, affin che me non segua.
LEON.
T\'ama ella tanto?
AGIDE
Piú che non mi abborri. -
Ma te pur ama, e ten dié prova; e in somma,
tu sei pur padre: i detti ultimi miei
fur questi(4). - Io moro. - Pur... che... a Sparta giovi.
ANFAR.
Un ferro egli ha?
AGESIS.
Due ne recai(5). - Ti seguo,...
o figlio;... e morta... sul tuo... corpo... io cado.
LEON.
Di maraviglia, e di terror son pieno...
Che dirá Sparta?...
ANFAR.
I corpi lor si denno
alla plebe sottrarre...
LEON.
Ah! mai sottrarli,
mai non potrem, dagli occhi nostri, noi.

(1) Il popolo si va allontanando, e disperdesi.
(2) I soldati si muovono contr\'Agide.
(3) I soldati vedendo Agide immobile che gli aspetta, a un tratto tutti si arrestano.
(4) Brandisce in alto il ferro, e si uccide.
(5) Palesa anch\'ella il suo ferro, e si uccide.

Audiolibri di:Vittorio Amedeo Alfieri
La virtù sconosciuta
Dialogo (in metrica)
Audiolibro del Dialogo (in metrica) "La virtù sconosciuta" di Vittorio Amedeo Alfieri.
Citazioni di Vittorio Amedeo Alfieri:
Mi trovan duro? Anch’io lo so: pensar li...
I libri catalogati di Vittorio Amedeo Alfieri:
Agide (1786)
Bruto primo (1786-1787)
Bruto Secondo (1789)
Del Principe e delle lettere (1778-1786)
Della Tirannide (1777)
Filippo (1775)
La virtù sconosciuta (1789)
Mirra (1784-1786)
Oreste (1783)
Ottavia (1783)
Saul (1782)
Sofonisba (1789)
Vita scritta da esso (1804)

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