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Sofonisba
Titolo:Sofonisba
Autore:Vittorio Amedeo Alfieri
Anno di pubblicazione:1789
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-04-01
:

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Cosí quest'alta donna a morte venne;
che vedendosi giunta in forza altrui,
morire innanzi, che servir, sostenne.

PETRARCA, Trionfo d'Amore, cap. II.




PERSONAGGI

SOFONISBA.
SIFACE.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.
SCIPIONE.
Soldati Romani.
Soldati Numidi.

Scena, il campo di Scipione in Affrica.




ATTO PRIMO


SCENA PRIMA

SIFACE FRA CENTURIONI ROMANI.

Finché rieda Scipione, almen lasciarmi
con me stesso potreste. - Il piè, la destra,
gravi ha di ferro; al roman campo in mezzo
Siface stassi; ogni fuggir gli è tolto:
gli sia concesso il non vedervi, almeno.



SCENA SECONDA

SIFACE.


Duro a soffrirsi il soldatesco orgoglio!
Se il lor duce in superbia anco gli avanza,
come in vero valor... Ma no; mi è noto
Scipione: in Cirta, entro mia reggia, io l'ebbi
ospite giá: molto era umano, e mite...
Stolto Siface! or, che favelli? Allora
Scipione a te, per mendicare ajuti,
venía; né allor, tuo vincitore egli era. -
Ahi, vinto re! preso in battaglia, e tratto
ferito in ceppi entro al nemico campo,
ancor tu vivi?... Oh Sofonisba! a quali
strette mi traggi? Or, che piú omai non debbo,
né viver voglio, a tal son io, che morte
dar non mi possa?... Ma il fragor di trombe
giá mi annunzia Scipione. Eccolo. Oh vista!



SCENA TERZA

SCIPIONE, SIFACE.

SCIP.
Resti ogni uomo in disparte. All'infelice
re fora insulto ogni corteggio mio. -
Siface, ove pur mai duol si potesse
allevíar di vinto re, mi udresti
parole or muover di pietá: ma nota
m'è del tuo cor l'altezza, a cui novella
piaga sarebbe ogni pietoso detto.
Quind'io non altro omai farò, che trarti
con la mia mano stessa i mal portati
ferri: sgravar questa tua destra, io 'l deggio.
Memore ancor son io, che questa destra,
e d'amistade e d'alleanza in pegno,
tu mi porgevi in Cirta. - Ma, che veggo?
Sdegni il mio ufficio? e torvo immoto il ciglio
nel suolo affiggi? Ah! se in battaglia preso
Scipion ti avesse, ei d'altri lacci avvinto
non ti avria, che de' tuoi, col rimembrarti
la tua giurata fede. Or dunque, cedi
(ten priego) il ferreo pondo di te indegno;
cedilo a me; lo sconsolato viso
innalza; e in un, mira Scipione in volto.
SIFACE
Scipione in volto? io 'l rimirai da presso,
con fermo viso, piú volte in battaglia:
arbitra d'ogni cosa or vuol fortuna,
ch'io piú mirar non l'osi. In questo campo
sol di Siface il morto corpo addursi
dai Romani dovea: ma, non è sempre
dato ai forti il morire; ed io quí prova
trista ne sono; ahi misero! - Dovute
quindi a me son queste catene; e quindi
son nel limo dannati ora i miei sguardi;
ch'io agli occhi mai del vincitor nemico
ergerli non potrei.
SCIP.
Non è dei vinti
Scipion nemico; e benché a lui fortuna
solo finor l'aspetto lieto aprisse,
non per prosperi eventi ei va superbo,
come non mai vil per gli avversi ei fora. -
Cortese forza io far ti vo'. Disciolti
ecco i tuoi ceppi indegni: a solo a solo,
pari con pari, or con Scipion favella.
SIFACE
Umano parli, e il sei. Se l'esser vinto
soffribil fosse a un re, dall'armi tue
esserlo, il fora. Ma, che posso io dirti,
che della prisca mia grandezza, e a un tempo
della presente mia miseria, degno
parer ti possa? E a te, che resta a dirmi,
ch'io giá nol sappia?
SCIP.
Io? ti dirò, che grande,
che magnanimo tanto ancor ti estimo,
ch'io non dubito chiedere a te stesso
del tuo cangiarti la cagion verace.
SIFACE
Fuor che a fedele esperto amico, il cuore
non suolsi aprir; ma o radi molto, o nulli,
dei tali ai re ne tocca. Indegno io forse
di amici veri, abbenché re, non era:
e, in prova, aprirti ora il mio core io voglio.
A te, nemico generoso, io 'l posso,
meglio che a finto amico. Odimi dunque. -
Roma è tua culla, ed Affricano io nasco:
tu cittadin d'alta cittade sei;
di numerosa nazíon possente
io giá fui re. Frapposto mare il tuo
dal mio terren partiva: io mai non posi
in vostra Italia il piede; a mano armata
stai nell'Affrica tu. Cartagin pria,
poscia l'Affrica intera, è in voi lusinga
di soggiogare. A me vicina, e quindi
ora a vicenda amica, ora nemica,
Cartagin era: e benché abborra anch'ella,
al par che Roma, i re; di orgoglio e possa
men soverchiante il popol suo, che il vostro,
men da me pure era abborrito. Offeso
è il cuor d'un re tacitamente sempre
da ogni libero popolo; qual ira
destar gli de' quel ch'è con lui superbo? -
Eccoti piano il tutto: odiarvi a morte,
come insolenti predator stranieri,
era il mio cor: fede, amistá giurarvi,
dopo le ispane alte vittorie vostre,
era il mio senno.
SCIP.
Ma il valor dell'armi
Romane a prova conosciuto avevi;
perché tua fede non serbar tu a Roma?
SIFACE
- E che dirá Scipion, se il ver gli narro?
Scipion, quel grande, il di cui core, albergo
d'amistá, di pietá, d'ogni sublime
umano affetto, al solo amore ognora
impenetrabil fu. - Lusinghe, amore,
irresistibil possa di beltade,
quí m'han condotto; a te il confesso; e in dirlo,
non io nel volto di rossor sfavillo.
Te cittadino, amor di gloria sprona
a superare i cittadin tuoi pari;
quindi all'altro sei sordo: a un re, che in trono
eguali a se non ha, tal sprone manca;
quindi alla gloria sordo il rende ogni altra
sua passíone. A un re infelice il credi;
ch'ei verace esser può. Tu, da quel grande
che sei, piú ch'odio o spregio, pietá tranne;
ch'io da Scipion soltanto non la sdegno.
SCIP.
D'amor le fiamme io non provai, ma immensa
la sua possa rispetto, e temo anch'io.
Spesso il fuggii; che antiveder suoi strali
si den, cui tardo ogni rimedio è poscia.
Di Sofonisba diffidar dovevi,
pria di vederla, tu: di Asdrubal figlia
ell'era in somma, entro a Cartagin nata,
d'odio imbevuta in un col latte, e d'ira,
contro a Roma: e se a noi dall'util tuo
eri allacciato allor, ben chiaro il danno,
che tornar ten dovea nel darne il tergo,
tu preveder potevi.
SIFACE
E nulla conti
quella, che l'uom sí spesso inganna e regge;
la speme? Io l'ebbi, che ad Asdrubal stretto
di tai legami, entro a Cartagin nullo
piú di me vi potria: veduta poscia
di Sofonisba la bellezza, io vinto,
io preso, io servo allor, piú che nol sono
or nel tuo campo, d'uno errar nell'altro
cadendo andai. Per Sofonisba il regno
or perdo io, sí; la fama, e di me stesso
la stima io perdo: e, il crederesti? in vita
pur non mi duol di rimaner brev'ora,
fin ch'io lei sappia in securtá. Non temo
per lei l'infamia; è d'alto core anch'ella;
né viva mai dietro al tuo carro avvinta,
piú che Siface, irne potrebbe: or odi,
non i sensi di un re, di stolto amante
odi or le smanie. Una gelosa rabbia
m'arde e consuma, e la mia morte allunga.
Nella mia reggia, in Cirta, omai giá forse
dalle armi vostre vinta Sofonisba,
in preda ell'è del mio mortal nemico,
di Massinissa. A lui promessa pria
sposa, che a me; forse pur ei ne ardea...
A un tal pensiero, inesplicabil sento
disperato furor, che in me s'indonna.
Morire io brama, e morir deggio; e mille
vie del morire, ancor che inerme, io tengo:
ma, lasso me! morir non so, né posso,
fin ch'io non odo il suo destino. In preda
a Massinissa, deh! (se a te pur cale
il mio pregar) deh! non conceder mai,
ch'ella in preda a lui cada... Oh cielo!... Avvampo
d'ira... - Ma fuor del mio regal decoro,
dove mi tragge il furor mio? - Null'altro
mi resta a dirti. Alla mia tenda intanto
soffri ch'io mi ritragga: il duolo indegno
nasconder vo'. Fuorché Scipion, non debbe
null'uom vedermi entro il romano campo
in men che regio conturbato aspetto.



SCENA QUARTA

SCIPIONE.


Misero re! Pari a pietá mi desta
maraviglia il suo dir. - Ma, forte duolmi
ciò, ch'ei mi accenna. A Massinissa in Cirta,
espugnata oramai, per certo occorsa
Sofonisba sará: s'ei pur ne' lacci
d'amor cadesse? e se in sua fe per Roma
ei vacillasse?... O guerrier prode, e caro
a me, non men che necessario a Roma,
io per te tremo. - Oh quali cure acerbe
ti sovrastan, Scipione! Oh! quanto costa
a umano cor l'usar la forza ai vinti
nemici stessi! E s'io mai deggio un giorno
contro l'amico usarla?... Ah! questo, in vero,
è il sol dover di capitan, ch'io abborra.




ATTO SECONDO


SCENA PRIMA

SOFONISBA, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA, SOLDATI NUMIDI.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Donna, deh! quí t'arresta: ecco del duce
il padiglione: udito, o visto appena
Scipione avrai, che dal tuo cor disgombro
ogni sospetto fia.
SOFON.
Né ancor sei pago,
o Massinissa? alta, terribil prova
d'amor ti do, figlia d'Asdrubal io,
nel venir teco entro al romano campo:
ma, ch'io sostenga l'abborrito aspetto
del roman duce?... ah! troppo vuoi...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ma questo
campo ove stiamo, il puoi Numida al pari
che Romano appellare. Un forte stuolo
de' miei v'ha stanza, ed io di guerra stovvi
non inutile arnese. Omai tu figlia
piú d'Asdrubal non sei, né di Siface
vedova piú, da che promessa sposa
di Massinissa sei.
SOFON.
Deh! non ti acciechi
l'amistá troppa, che a Scipion ti stringe.
Qual ch'egli sia costui, Romano è sempre;
quindi ei pospone a Roma tutto; e a nullo
dei nemici di Roma esser può mite.
Non la sua rabbia contro a me fia paga
di aver vinto ed ucciso e vilipeso
Siface, no: Cirta predata ed arsa,
e i Masséssuli tutti al duro giogo
tratti, no, sazia in lui non han la sete
ambizíosa e cruda. Or, nel vedersi
quasi in sue mani Sofonisba, a dritto
da lui tenuta, qual io son, nemica
implacabil di Roma; or, nel superbo
suo cuor, non vuoi che l'oltraggiosa speme
nutra ei di trarmi al carro avvinta in Roma?
Pur, ciò non temo; ancor che donna...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Oh cielo!
Che pensi tu? fin che di sangue stilla
mi riman nelle vene, esser ciò puote?
Ah! no; nol credo; or l'odio tuo t'inganna;
tu Scipion non conosci.
SOFON.
Odio, ed amore,
or mi acciecan del pari. Io quí venirne
mai non dovea: ma pur, securo loco
nel mondo omai non rimaneami nullo.
Piacque al mio cor di seguitarti, e al solo
mio cor credei; ma il mio dover, mio senno,
mia fama, in Cirta mi volean sepolta
fra le rovine sue.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ti duol d'avermi
seguito? Oimè! dunque il mio viver duolti.
SOFON.
Sol mi dorrebbe ora il morir non tua:
e a ciò mi esponi. O Massinissa, il sai,
ch'io fra le fiamme di mia reggia in Cirta,
infra le stragi del mio popol vinto,
udir da te parole osai d'amore...
Ahi lassa me!... giá da gran tempo, al grido
di tua virtú ch'Affrica tutta empiva,
io di te presa; io, dai piú teneri anni
a te dal padre destinata; a un tempo
sposa ed amante a te crescea. Nemico
aspro di Roma eri tu allor, com'io:
piacque poscia a Cartagine, ed al padre,
ch'io di Siface fossi; e a te pur piacque
farti ai Romani amico: allor disgiunti
c'ebbe il destino...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ah! riuniti, il giuro,
siamo or per sempre. O avrai tu meco regno,
o morte io teco. - L'aver io dappresso
vista e provata la virtú sovrana
del gran Scipione, e il non aver mai vista
la tua beltá, fur le cagioni allora,
ch'io per Roma pugnassi. Ognor nemico
stato m'era Siface; ei del mio trono
m'avea spogliato: io di fortuna avversa
agli estremi ridotto, amico niuno,
fuor che Scipione, al mondo non trovava;
e a lui mi strinse indissolubil nodo
di gratitudin sacra. Io largamente
compri ho di Roma i beneficj poscia,
col mio sangue, pugnando in sua difesa:
ma i beneficj di Scipion, sua pura
alta amistá, coll'amistá soltanto,
e coll'omaggio a sue virtú, si ponno
pagar da me. Piú di Scipion, te sola
amo; te sola or piú di lui; ch'io t'amo
piú di me stesso assai.
SOFON.
Giurami dunque,
per darmen prova che di noi sia degna,
giurami or tu, che mai d'Affrica trarre
non lascerai me viva.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Inutil fia.
Pur, poiché il vuoi, per questo brando io il giuro.
T'avrei condotta io quí, se quí in periglio
io ti credessi? Infra i Numídi miei
potea secura entro il mio regno trarti:
ma quí mi chiaman l'armi; io dal tuo fianco
me disveller non posso: Affrica e Roma
saper pur denno, che tu sei mia sposa:
quind'io, nemico d'ogni velo ed arte,
tale or mostrarti voglio.
SOFON.
Omai secura
nel tuo giurare, e nel proposto mio,
mi acqueto... Ma, vien gente: infra i Numídi,
alle tue tende io mi ritraggo intanto.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Poiché a te piace, il fa. Scipion si avanza;
parlargli io vo'. Raggiungerotti in breve.



SCENA SECONDA

SCIPIONE, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Scipione, io mai piú lieto non ti abbraccio,
che quando io riedo vincitor: piú degno
mi pare allor d'esser di te.
SCIP.
Gran parte
dell'armi nostre, o Massinissa, omai
fatto sei tu; di gloria fabro a un tempo
a me tu sei: quindi sa il ciel, s'io t'amo;
e tu lo sai. - Ma, dimmi: (al roman duce
or non favelli; al tuo Scipion favelli)
riedi tu, dimmi, vincitor davvero?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Cirta espugnata, e per mia man distrutta;
rotto e disperso ogni guerriero avanzo
del morto re...
SCIP.
Che parli? e ignori ancora,
che respira Siface?...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Oh ciel! che ascolto?..
SCIP.
Spento in battaglia, è ver, la fama il volle.
Ei nella pugna ferito cadea,
ma non grave era il colpo; e preso quindi
da Lelio, entro al mio campo ei prigioniero...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Vivo è Siface? in questo campo?...
SCIP.
Il frutto
migliore egli è della vittoria nostra. -
Ma, che fia? Tu ten duoli?...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Oh!... che mai... sento!...
Dal mio stupor... Ma... tu, perché mi accogli
in sí freddo contegno?... Entro il tuo petto
che mai rinserri?
SCIP.
Ah Massinissa! in petto
tu bensí chiudi, e al tuo fedele amico
tu, sí, nascondi un grande arcano. In volto,
piú che stupor, duolo e furore a prova
ti si pingono: or, donde in te potrebbe
ciò nascer mai, se ostacolo a tue mire
il risorto Siface omai non fosse?
Ah Massinissa! - Io tutto so; mel dice
il tacer tuo: per te null'altro al mondo
io temea. La tua gloria, e in un la mia,
oscurata esser può da colei sola,
ch'ora in campo traesti. In Cirta al fianco
io non ti stava: all'amistá lontana
quindi anteposto hai tu d'amar le fiamme.
Ma pur, di te non io mi dolgo; ah! prova
larga ben or mi dai d'amistá vera,
trar non volendo la tua preda altrove,
che nel mio campo; e nel voler deporre
in cor soltanto al tuo Scipion le fere
tempeste del tuo core.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- Inaspettato
mi giunge il viver di Siface. - Io sposa
Sofonisba sperai: promessa fummi,
pria che data a Siface: ei mal la seppe
difender contro all'armi nostre; e nulla
a un vinto re, preso in battaglia, resta.
Pur, benché vinto, è d'alto cor Siface;
a lungo omai, son certo, all'onta sua
ei non vuol sopravvivere. - Ma, sia
di lui che vuole, odi, o Scipion, miei sensi. -
Caldo e verace amico a lunga prova
tu conosciuto hai Massinissa: or sappi,
che al par verace e ancor piú ardente amante,
nullo ostacolo ei cura. In cor numida
non entra mai tiepida fiamma: o sposo
io sarò dell'amata Sofonisba,
o con lei spento. Entro al tuo campo io stesso
mi affrettai di condurla: era quí solo
pago appieno il mio cor; quí ad alta voce
gloria, onore, amistá, virtú mi appella;
senza tradire l'amor mio, quí spero
tutti adempir gl'incarchi miei. Dal duce,
e in un dal fido amico, udir vogl'io,
come Cartagin debellare affatto
si debba omai; come possanza e lustro
debba accrescersi a Roma, e gloria a noi;
e come, in fin, me far felice io possa.
SCIP.
Piú che d'unico figlio, a me (tel giuro)
duol del tuo cieco giovenile errore,
che travíar ti fa. La gloria nostra,
la possanza di Roma, la imminente
total rovina di Cartago, e l'alta
felicitá tua vera, in noi ciò tutto
stava finora; anzi che vinto in Cirta
tu soggiacessi a femminile assalto:
ma, tutto a te tolto hai tu stesso, e a noi,
coll'amar tuo fatale. - Ma no; sordo
esser non puoi di tua virtude al grido;
esser non puoi contra Siface istesso,
ingiusto tu; né mai crudel né ingrato
al sol tuo amico esser tu puoi. La vita
di Siface or condanna, e rompe, e annulla
questo amar tuo: né mai...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Né mai?... Quest'oggi
sará mia sposa Sofonisba; io 'l giuro.
E se protrar col viver suo Siface
vuol la sua infamia, e il dolor mio, me debbe
ei stesso quí, di propria man, col suo
brando svenarmi; o per mia man svenato
ei cader oggi.
SCIP.
È prigioniero, è inerme
fra noi Siface; e a Massinissa in core
vil pensiero non cape. - Or, tu vaneggi;
ma certo io son, che se al tuo sguardo occorre
quell'infelice re, tu, generoso,
dall'insultarlo lungi, ah! sí, tu primo
ne sentirai pietá. - Ma, posto ancora
che in modo alcun, sia qual si voglia, spento
Siface cada, e possessor tranquillo
quindi sii tu di Sofonisba; a quale
partito allor pensi appigliarti?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- A Roma,
e al mio Scipione eternamente avvinto,
nulla mi può...
SCIP.
Ma, piú di Roma, or dimmi,
Sofonisba non ami?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- Io?... Ciò non voglio
saper, per ora.
SCIP.
Oh sfortunato amico!
Io giá 'l so, pria di te. So, che posposto
l'util tuo vero, e la ragione, e i sacri
di gratitudin, d'amistá, di fede
severi nomi, a rio destino in preda
precipitar ti vuoi. Non puossi a lungo
al fianco aver d'Asdrubale la figlia,
e rimaner di Roma amico, e farsi
distruttor di Cartagine. Compiango
caldamente tua sorte. Ai re nemici
di Roma, il sai, qual fera sorte avvenga,
o tosto, o tardi. I detti miei non sono
minacce, no; deh! tu nol creder: tolga,
tolga il cielo, che mai del giusto sdegno
di Roma in te, ministro farmi io voglia!
Questo mio brando, che a riporti in seggio
valse, ah! no mai, col non minor tuo brando,
ch'or tante aggiunge alte vittorie a Roma,
al paragon, no, non verrá: la punta
pria volgeronne al petto mio: ma, dimmi:
son Roma io forse? un cittadin privato
io son di Roma, il sai; né manca ad essa
consiglio, ed armi, e capitani. A queste
spiagge altro duce, con ugual fortuna,
con maggior senno, e con minor pietade,
verrá in mia vece; e rammentar faratti
la mal serbata tua fede giurata.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Or, vuoi tu ch'uom, ch'è di Scipion l'amico,
al terror di futuro e incerto danno
doni ciò, ch'egli all'amistá pur niega?
Mal mi conosci. - Io ti domando, in somma,
se di Cirta espugnata col mio ferro,
co' miei Numidi, e col lor sangue e il mio;
se di Cirta appartiene oggi la preda
a Roma, o a me: se sposa mia promessa,
da me sol Sofonisba or quí, condotta,
s'ella è regina quí, s'ella m'è sposa,
o s'ella è pur schiava di Roma.
SCIP.
- Ell'era,
e ancor (pur troppo!) di Siface è moglie.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
T'intendo. Oh rabbia!... E speri tu?...
SCIP.
La scelta,
Massinissa, a te lascio: inerme io sempre
mi aggiro quí; da' tuoi Numídi farmi
svenar tu puoi; piantarmi in cor tuo brando,
tu stesso il puoi; ma, se tu me non sveni,
ir non ti lascio a tua rovina. Ov'abbi
cor di voler tu la rovina mia,
io vi corro per te. Serba tua preda:
Roma, il senato, accusator mi udranno
di me stesso; dirò, che alla privata
amistá nostra e il ben di Roma, e il tuo,
sagrificar mi piacque: e in premio avronne
dell'amistá ch'ebbi per te non vera,
la vera infamia mia.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Scipion; m'è cruda
piú mille volte or l'amistá tua troppa,
che non lo foran le minacce, e l'armi...
Misero me!... mi squarci il cuor. - Ma, trarne
nulla può il dardo radicato e saldo,
che amor v'infisse. Alla insanabil piaga
dittamo e tosco il tuo parlare a un tempo
mi porge: ahi! questo è martír nuovo... - O ingrato
fammi del tutto, e qual nemico intero
trattami; o meco, qual pietoso amico,
servi al mio mal... Pianger mi vedi; e il pianto
rattener puoi? - Che dico? ahi vil! che ardisco
dire al cospetto io di Scipione? - Insano
finor mi hai visto, or non piú, no. - Fra breve
saprá Scipion, di Roma il duce, a quale
immutabil partito al fin si appiglia
il re numida Massinissa.
SCIP.
Ah! m'odi...



SCENA TERZA

SCIPIONE.


Ei mi s'invola! Il seguirò: lasciarlo
a se stesso non vuolsi; a mal suo grado
salvar si debbe: è d'alto core; il merta.




ATTO TERZO


SCENA PRIMA

SOFONISBA.


Misera me! che mai sará? qual chiude
feroce arcano or Massinissa in petto?
Che mai gli disse il reo Scipione? Ah! sempre,
sempre il previdi, che fatale a entrambi
questo campo sarebbe. - Oh Massinissa!...
Or, di pianto pietoso pregni gli occhi,
me stai mirando, e favellar non m'osi...
Or, con tremanti ed interrotti accenti,
tua pur mi chiami: or, disperati e biechi
ferocemente asciutti gli occhi torci
da me sdegnoso; e su la ignuda terra
ti prostendi anelante; e sole invochi
con grida orrende le furie infernali...
Ah! nel mio petto le tue furie istesse
trasfuse hai giá. - Presagio in cor di quanto
minaccia a noi questo Scipione, io l'ebbi:
tutto antivedo; e in un, di nulla io temo.
Or ch'ei, qual debbe, aperto emmi nemico,
or io Scipion vo' udire, e far ch'egli oda
di Sofonisba i sensi... Ma, chi veggo
venir ver me? Fors'io vaneggio?... Oh cielo!
Vivo Siface?... in questo campo?... Oh vista!


SCENA SECONDA

SIFACE, SOFONISBA.

SIFACE
Alto stupor pinto hai nel volto, o donna,
nel rivedermi? - Esser doveva io spento:
benigna in ciò la fama ebbi, ma avversa
la fortuna, pur troppo!
SOFON.
Oh inaspettata
terribil vista! Or mi è palese appieno
l'orrendo arcano...
SIFACE
Infra te stessa parli?
A me favella. Or, mirami; son quello,
quel tuo consorte io son, che, a te posposto
e regno e onor, privo d'entrambi, avvinto
infra romani lacci, ancor su l'orlo
della bramata tomba il piè rattengo,
per saper di tua sorte.
SOFON.
Oh detti!... Ahi! dove,
dove mi ascondo?...
SIFACE
Ah! di vergogna, e a un tratto
di morte l'orme (oh cielo) impresse io veggio
sul tuo smarrito volto? Assai mi parla
il tuo silenzio atro profondo: io leggo
dentro al tuo cor la orribile battaglia
di affetti mille. Ma, da me rampogna
niuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi,
e da tutti deserto, ancor pur sento
di te piú assai, che non di me, pietade.
Conosci or, donna, s'io t'amai. - Mi è noto,
che il comando del padre, e l'odio acerbo
che per Roma hai nel petto, eran tue scorte
al mio talamo sole; amor, no mai,
tu per me non avevi. Io stesso adduco
le tue discolpe, il vedi. Io so, che d'altra
non bassa fiamma ardevi tu, giá pria
d'essermi sposa. Amor per prova intendo:
sua irresistibil forza, il furor suo,
tutto conosco: e, mal mio grado, io quindi
amai te sempre. A riamarmi astretta
tu dalle umane e sacre leggi, amarmi
non ti fu pur possibil mai. - Gelosa
rabbia mi squarcia a brani a brani il core:
vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme,
dell'abborrito mio rival pur farla
quí ancor potrei... Ma, tu trionfi, o donna:
piú che geloso ancora, amante io vero,
col mio morir salva lasciarti or voglio. -
Perdonarti, fremendo; a orribil vita
esser rimasto, odiandola, e soltanto
per rivederti; ardentemente a un tempo
lieta con altri desiarti, e spenta;
or, come sola de' miei mali infausta
fonte, esecrarti; or, come il ben ch'io avessi
unico al mondo, piangendo adorarti...
Ecco, fra quali agitatrici Erinni,
per te strascino gli ultimi momenti
del viver lungo e obbrobríoso mio.
SOFON.
...Ardirò pur, ma con tremante voce,
l'alma mia disvelarti. - A dir, non molto
mi avanza: in mio favor, troppo dicesti
tu, generoso: a morir sol mi avanza,
degnamente, qual moglie di Siface,
qual d'Asdrubale figlia. - Al suon, che sparse
del tuo morir la fama, è ver, ch'io ardiva
la mia destra promettere; ma data
non l'ho: tu vivi, e di Siface io sono.
Le tue vendette, e in un le mie, null'uomo
contra Roma eseguir meglio potea,
che Massinissa. Di tal speme io cieca,
e presa in un (nol niegherò) del suo
chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo
di Cartagine scudo ebb'io disegno.
Ma, Siface respira? al suo destino,
qual ch'ei lo elegga, inseparabil io
compagna riedo, e non del tutto indegna.
SIFACE
L'alto proposto tuo, grande è sollievo
a re infelice, e a non amato sposo;
ma ad un amante oltre ogni dire ardente,
qual io ti sono, ei fia supplizio estremo.
Giá da gran tempo entro al mio core ho fermo
il mio destin, cui mai divider meco,
no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta,
donna, or dunque da me... Ma Scipio a noi
veggio venirne: a lui soltanto al mondo
bramo indrizzar gli ultimi accenti miei.



SCENA TERZA

SCIPIONE, SOFONISBA, SIFACE.

SIFACE
Odimi, o Scipio. - Innanzi a te, sparisce
il simulare; innanzi a te, di niuna
mia debolezza il vergognarmi è dato:
tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi,
grande qual sei, tutte in altrui le intendi,
e umanamente le compiangi. - È questa,
(mirala or ben) la cagion prima è questa
d'ogni mio danno; e in lei pur sola io posi
ogni mio affetto. Non mi hai visto ancora
tremar per me; per altri or scendo ai preghi;
a forza io 'l fo...
SOFON.
Non per la figlia al certo
di Asdrúbal preghi. Al par di te, secura
fors'io non sto? - Che puoi Scipion, tu farmi?
Nata in Cartagin io, nemica a Roma,
e prigioniera entro il romano campo,
io pur secura sto...
SCIP.
Noi tutti, o donna,
pone in duri frangenti or la fatale
bizzarra possa della sorte. Io lieto
certo non son dei danni vostri: e indarno
meco fai pompa tu dell'odio innato
tuo contra Roma. Ancor che Annibal crudo
da tutta Italia ogni pietá sbandisca,
non io perciò contro ai nemici atroce
odio racchiudo. Ove con lor mi è forza
a battaglia venirne, io, vincitori,
gl'invidio e ammiro ognor; vinti, gli ajuto,
e li compiango.
SIFACE
Ed a te solo io quindi,
ciò che a null'uom non avrei detto io mai,
dir mi affido...
SOFON.
Che dir? Tu, per te nulla
certo non chiedi al vincitore; io niego
nulla da lui ricever mai; né pure
la sua pietá: ch'altro havvi a dire? Innanzi
al gran Scipion, chi vile osa mostrarsi?
Ma, s'anca vile io fossi, il sol vedermi
davanti agli occhi il distruttor de' miei,
l'apportator d'ultimi danni all'alta
patria mia, ciò sol farmi arder potrebbe
or di magnanim'ira. Al par nemica
e di Scipione, ancor che umano ei sia,
mi professo, e di Roma: a farmen degna,
deggio in Scipion piú maraviglia or dunque,
che non pietá, destare.
SCIP.
Ogni alma eccelsa,
ch'abbia avversa la sorte, a me fa quasi
abborrir la mia prospera.
SOFON.
Funesta
gioja, ma gioja pure, in sen mi brilla,
or che mi è dato al fine aprir miei sensi
al primier dei Romani. Intender tutti
i misti affetti, a cui mio core è in preda,
tu solo il puoi, che cittadino ed uomo
del par sei sommo. - A chi in Cartagin culla
ebbe, non men che a chi sul Tebro nacque,
la patria sta, sovra ogni cosa al mondo,
fitta nell'alma. In me, bench'io pur donna,
femminili pensier non ebber loco,
se non secondo. Amai chi meglio odiava
voi, superbi Romani. Un dí nemico
era a voi Massinissa; e al suono allora
di sue guerriere giovanili imprese
io m'accendea. Siface, allor di Roma
era, non so se ligio, o amico. - Or questi
son gli ultimi miei detti: a Scipio parlo,
e a te Siface: il simular non giova;
che il cor dell'uom voi conoscete entrambi. -
Dei primi nostri affetti assai profonde
in noi rimangon l'orme: udendo io quindi,
che l'ucciso Siface intera palma
dava ai Romani; e Massinissa a un tempo
occorrendomi agli occhi; in mio pensiero
disegno io fei (forse il dettava il core)
di distorlo da Roma, e di lui scudo
a Cartagine fare, e a me. Nemica
quí fra l'aquile vostre io dunque or venni:
e l'alta speme, che in mio cor s'è fitta
di ribellarvi Massinissa, in bando
fatto m'ha porre assai riguardi; io 'l sento;
e colpevol men taccio; e ad alta ammenda
son presta io giá. Forse, con possa ignota,
mi strascinava ver voi la mia sorte
a dar di me non basso un saggio: ed ecco,
campo or mi s'apre a dimostrare a Roma,
qual alma ha in sen donna in Cartagin nata.
SIFACE
L'inaspettato viver mio, ben veggo,
ad ogni mira tua solo e fatale
inciampo egli è: ma un'ombra vana, e breve,
fia il viver mio. Cessò mia vera vita,
dal punto in cui mia libertá cessava:
a che restassi, il sai. Sublimi sforzi,
da te gli apprendo. Ancor che orrenda piaga
sien tuoi detti al mio core, a me soltanto
dovevi aprirti; a vendicarmi degna
io ti lasciava; e lascio...
SOFON.
A vendicarci,
non dubitarne, altri rimane. Ogni uomo
il suo dover quí compia; il mio si cangia,
al rivivere tuo. - Svelato appieno
t'ho del mio core i piú nascosi affetti:
mi udia Scipion; cui vil nemica io fora,
se in altra guisa io favellato avessi.
SCIP.
Franco e sublime il tuo parlar, mi è prova,
che me nemico non volgare estimi.
Deh, pur potessi!...
SOFON.
Assai diss'io. - Siface,
or ritrarci dobbiamo...
SIFACE
In breve, io seguo
i passi tuoi...
SOFON.
No: dal tuo fianco omai
non mi scompagno.
SIFACE
E abbandonarmi pure
dovrai...
SOFON.
Nol voglio; e alla presenza io 'l giuro
del gran Scipione. - Or via; deh! meco vieni:
alle orribili tante atre tempeste
che ci squarciano il core, un breve sfogo
vuolsi conceder pure. Il pianto a forza
finor rattenni, io donna: al tuo cospetto
no, non si piange, o Scipio: ma natura
vuol suo tributo al fine. Egli è da forte
il sopportar le avversitá; ma fora
vil stupidezza il non sentirne il carco.
SIFACE
Misero me! deh! perché vissi io tanto?..



SCENA QUARTA

SCIPIONE.


Sublime donna ella è costei: Romana
degna sarebbe. - Io 'l pianto a stento affreno.




ATTO QUARTO


SCENA PRIMA

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA, SOLDATI NUMIDI.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Tutti a' miei cenni, all'annottar, sien presti,
co' lor destrieri; e taciti si appiattino
dov'io ti dissi, o Bocar. - Tu, mio fido
Guludda, intanto ad ogni evento in pronto
tieni il fatal mio nappo. È il solo usbergo
d'ogni re, che nemico o amico fassi
della esecrabil Roma. - Itene; e nulla
di ciò traspiri.



SCENA SECONDA

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.


O Massinissa, all'arte
scender tu dei, per sostener tuo dritto?...
Mai per me nol farei; ma in salvo porre
io deggio pur chi nel periglio ho posto,
o perir seco. - In questo luogo, e a stento,
breve udíenza ottengo?... Oh ciel! cangiata
ella è dunque del tutto?... Eccola... Io tremo.



SCENA TERZA

SOFONISBA, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.

SOFON.
Io non credei piú rivederti; e in vero
piú nol dovea: ma il volle (il crederesti?)
Siface istesso...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
E fu pietade, o scherno?
SOFON.
Grandezza ell'era; e, a ridestare in noi
ogni alto senso, è troppa. Ei stesso teco
vuolsi abboccar: ma ch'io il preceda impone;
e che...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Tal vista io sostener?...
SOFON.
Men grande
sei tu di lui? Teme ei la tua?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Né posso
dirti pria...?
SOFON.
Che dirai, che udire io 'l possa?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Nuovo martire invan mi dai: va' dirti,
ch'io quí ti trassi, e che sottrarten voglio,
ad ogni costo, io stesso.
SOFON.
A te mi diedi
io stessa, il sai; da te mi tolgo io stessa.
Funesto a me il comanda alto dovere:
ma, da ogni mal sottrarmi, in me son certa,
seguitando Siface. Ad esser forte,
dunque apprendi or da me. Di Roma è il campo
questo: Scipion vi sta; tu, re, vi stai:
ed io vi sto, d'Asdrúbal figlia: or dimmi;
vuoi forse tu che amar volgar sia il nostro?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ah! di ben altra fiamma arde il mio core,
che non il tuo... Grandezza e gloria e fama,
tutto in te sola io pongo... Esser dei mia;
pera il mio regno; intero pera il mondo;...
tu mia sarai. Perigli omai, né danni,
non conosco, né temo. A tutto io presto,
fuor che a perderti, sono; e pria...
SOFON.
Ti basti
d'aver tu sol tutto il mio core... Indegno
non ten mostrar... Ma, che dich'io? la vista,
la sola vista di Siface inerme,
vinto, e cattivo, eppur sereno e forte,
fia bastante a tornarti ora in te stesso.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Misero me!... Se almen potessi io solo!...
Ma, di voi non son io men generoso;
ben altro amante io sono: e nobil prova
darne mi appresto...
SOFON.
Ecco Siface.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- Udirmi
anch'ei potrá; né di spregiarmi ardire
avrete voi.



SCENA QUARTA

SIFACE, SOFONISBA, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Siface, al tuo cospetto
or si appresenta il tuo mortal nemico;
ma in tale stato il vedi, ch'ei non merta
nullo tuo sdegno omai.
SIFACE
D'un re fra ceppi
stolto fora ogni sdegno. A me davanti
se appresentato il mio rival si fosse
mentr'io brando cingeva, allor mostrargli
potuto avrei furor non vano: or altro
a me non lascia la crudel mia sorte,
che fermo volto e imperturbabil core.
Quindi or pacato mi udrai favellarti.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Il disperato mio dolore immenso
a te ristoro esser pur dee non lieve:
odi or dunque, qual sia. - Mirami: in ceppi,
piú inerme assai di te, piú vinto e ignudo
di senno io sono, e assai men re. Giá tolto
mi avevi il regno tu, ma allor per tanto
tu vincitor di me non eri: ardente,
instancabil nemico io risorgeva
piú fero ognor dalle sconfitte mie;
fin che a vicenda io vincitor tornato,
il mio riebbi, e a te il tuo regno io tolsi.
Ma godi tu, trionfa; intera palma
di me ti dá questa sublime donna,
ch'or ben due volte a Massinissa hai tolta.
SOFON.
E vuoi, ch'io pur del debil tuo coraggio
arrossisca...?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Non diedi a voi per anco
del mio coraggio prova: ei pur fia pari
al dolor mio. - Voi state (io ben lo veggo)
securi in voi, per la prefissa morte.
Degno è d'ambo il proposto; ed io l'intendo
quant'altri; e a voi, ciascun per se, conviensi.
Tu, prigioniero re, non vuoi, né il dei,
viver piú omai: tu, di Siface moglie,
e di Asdrubale figlia, in faccia a Roma
pompa vuoi far d'intrepid'alma ed alta;
né affetto ascolti, altro che l'odio e l'ira.
Ma Siface, che t'ama; ei, che all'intera
rovina sua per te, per te soltanto,
s'è tratto; ei ch'alto e nobil cor, non meno
che infiammato, rinserra; oh ciel! deh!... come,
come può udir, che l'amata sua donna
abbia a perire?...
SOFON.
E potrebb'egli or tormi
dal mio dover, s'anco il volesse?
SIFACE
E donde
noto esser puovvi il pensier mio?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Guidato
io da furie ben altre, omai tacerti
il mio non posso; né cangiare io 'l voglio,
se pria spento non cado. Ad ogni costo
salvare io voglio or Sofonisba; e salva
ella (il comprendo) esser non vuol, né il puote,
se non è salvo anco Siface. - In sella
giá i miei Numidi stanno: al sorger primo
della vicina notte, ove tu vogli,
Siface, un d'essi fingerti, a te giuro
d'esserti scorta io stesso, e illeso trarti
con Sofonisba tua, fino alle porte
di Cartagine vostra. Ivi tu gente,
armi, e cavalli adunerai: né vinto
egli è un re mai, cui libertá pur resta.
Abbandonar queste abborrite insegne
di Roma io voglio; e per Cartagin io,
e per l'Affrica nostra, e per te forse,
d'ora in poi pugnerò. Qualor tu poscia
regno e possanza ricovrato avrai,
sí che venirne al paragon del brando
re potrem noi con re, col brando allora
ti chiederò questa adorata donna;
ch'or non per altro a te pur rendo io stesso,
che per sottrarla a misera immatura
orribil morte.
SOFON.
Ineseguibil cosa
proponi, e invano...
SIFACE
Ei d'alto cor fa fede;
me non offende: anzi, a propor mi sprona
ben altro un mezzo, assai piú certo; e fia
piú lieve a lui, men di Siface indegno;
e in un...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Voi, domi dalla sorte avversa,
ineseguibil ciò che a me fia lieve,
stimate or forse; ma, se onor vi sprona,
meco ardite e tentate. Ultimo, e sempre
certo partito egli è il morir; né tolto
ai forti è mai: ma a tutti noi, per ora,
necessario ei non è. Scipion deluso,
sol coll'alba sorgente il fuggir nostro
saprá; fors'egli umano e giusto in core,
rispetterá miei dritti: ad ogni guisa,
mercé i ratti corsier, sarem coll'alba
lontani assai. Ma, se inseguirci pure
si attenta alcun, giuro che il brando io pria
a Scipio istesso immergerò nel petto,
che a lui rendervi mai. Questa mia spada,
che me salvò gia tante volte; questa,
onde il mio regno e in un l'altrui riebbi,
non fia bastante a porvi entro a Cartago
in salvo entrambi? Or, deh! per poco cedi;
cedi, o Siface, alla fortuna: in sommo
puoi ritornare ancor; né cosa al mondo
tu mi dovrai. Nemici fummo; e in breve,
di bel nuovo il saremo; il sol periglio
di cosa amata al par da noi, fa muto
l'odio e lo sdegno in noi. Supplice m'odi
parlarti; in te la tua salvezza è posta.
Ma se pur crudo il tuo nemico abborri
piú che non ami la tua donna, intera
abbine almen pria di morir vendetta.
Ecco ignudo il mio brando; in me il ritorci. -
O me uccidi, o me segui.
SIFACE
Oh Massinissa!...
Infra il bollor della feroce immensa
tua passíon, raggio di speme ancora
traluce a te; vinto non sei, né inerme,
né prigioniero: or tu d'altr'occhio quindi
le umane cose miri. Ma, si asconde
sotto serena imperturbatil fronte,
entro il mio cor, piú strazíato assai
del tuo, si asconde tal funesta fiamma,
tal dolor, tal furor, cui vengon manco
i detti appieno... A riamato amante
ignoti sono i miei martirj... Ah! crude
tanto or son piú le mie gelose serpi,
quanto piú veggio Sofonisba intenta
a smentire magnanima gli affetti
del piagato suo core. A duro sforzo
il suo coraggio indomito mi tragge;
ma degno sforzo. - Ambizíon, vendetta,
gelosa rabbia, ogni furor mio ceda
al solo amore. - Or, piú che a mezzo il nodo
è sciolto giá. Donna, mi ascolta. Io t'amo,
per te soltanto, e non per me: ti voglio
quindi pria sposa ad altri dare io stesso,
pria che per me vederti estinta invano.
SOFON.
Che ascolto? Oimè!... Ch'osi tu dirmi?...
SIFACE
I preghi,
spero, udrai tu del tuo consorte: e dove
non bastin preghi, gli ultimi comandi
n'eseguirai. - Di Massinissa sposa
tu quí venisti:... a Massinissa sposa
io quí ti rendo.
SOFON.
Ah! no...
SIFACE
Tu, che salvarla
non tua potevi, or che l'ho fatta io tua,
meglio il potrai. - Per sempre, addio. Seguirmi
nullo ardisca di voi.



SCENA QUINTA

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA, SOFONISBA.

SOFON.
No, non v'ha forza,
che me rattenga or dal seguirti. - Addio,...
Massinissa...



SCENA SESTA

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.


Oh dolor!... Ma, breve è il tempo;
antivenir voglionsi entrambi... Oh cielo!
Io temo sol d'esser di lor men ratto.




ATTO QUINTO


SCENA PRIMA

SCIPIONE, CENTURIONI.

SCIP.
Giá tutto io so. Nella imminente notte,
ciascun di voi delle romane tende
a guardia vegli: ma comando espresso
vi do, che ostacol nullo, insulto nullo
non si faccia ai Numídi. Itene; e queta
passi ogni cosa.



SCENA SECONDA

SCIPIONE.


O Massinissa ingrato,
il tuo furor contro al mio solo petto
sfogar dovrassi; o in me, qual onda a scoglio,
infranger si dovrá. - Ma il passo incerto,
ecco, ei ver me turbato porta: ei forse
sa il destin di Siface... Oh qual mi prende
pietá di lui! - Deh! vieni a me; deh! vieni....



SCENA TERZA

SCIPIONE, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA, SOLDATO NUMIDA IN DISPARTE.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Quí mi attendi, o Guludda. - A questo incontro
non era io presto.
SCIP.
E che? sfuggir mi vuoi?
Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno
cerchi or te stesso altrove; io sol ti posso
rendere a te.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Fuor di me stesso io m'era,
certo, in quel dí, che di mia vita e onore
traffico infame, onde acquistar catene,
io fea con voi. Ma, la dovuta ammenda
faronne io forse; e fia sublime. Allora
vedrai, che appien tornato in me son io.
SCIP.
Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa,
anco tu puoi: ma, fin ch'io spiro, è forza
che tu mi ascolti.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
A ciò mi manca or tempo...
SCIP.
Breve or tempo hai da ciò. - Ma omai, che speri?
Ogni tua trama è a me palese: stanno
furtivamente in armi entro lor tende
i tuoi Numídi; impreso hai di sottrarre
Siface, e in un...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Se tanto sai; se l'arti
d'indagator tiranno a tanto hai spinte,
ch'anco fra' miei chi mi tradisca hai compro;
a compier l'opra anche la forza aggiungi,
poiché piú armati hai tu. Presto me vedi
a morir, sempre; a mi cangiar, non mai.
SCIP.
Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! teco
spada adoprar null'altra io vo', che il vero;
e col ver vincerotti. La tua stessa
Sofonisba, che t'ama, (il crederesti?)
ella stessa svelare a me tue trame
appieno or dianzi fea...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Che ascolto? oh cielo!...
SCIP.
Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi,
per espresso comando di Siface,
fu dal suo padiglione ella respinta;
quindi e rabbia e dolore a tal l'han tratta,
ch'ogni disegno tuo scoprir mi fea. -
Ma invano io 'l seppi: in tuo poter tuttora
sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati pure
suo difensor Cartagine; nol vieto:
avronne io 'l danno; io, che l'amico e insieme
la fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia,
che a te maggior poscia non tocchi il danno!
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
E Sofonisba istessa,... a favor tuo...
vuol contra me?.. Creder nol posso. Or donde?..
SCIP.
Ella, maggior del suo destino assai,
prova d'amor darti or ben altra intende.
Necessitá fa forza anco ai piú prodi:
al suo gran cor sprone si aggiunge il forte
ultimo esempio di Siface.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Or quali
ambigui detti?.. Di qual prova parli?
Qual di Siface esemplo?...
SCIP.
E che? nol sai?
Giunto è Siface entro sua tenda appena,
qual folgor ratto ecco ei si avventa al brando
del centurion, che a guardia stavvi; in terra
l'elsa ei ne pianta, ed a furor sovr'esso
si precipita tutto...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Oh, mille volte
felice lui! dalla esecrabil Roma
cosí sottratto...
SCIP.
Spirando, egli impone,
ch'ivi l'ingresso a Sofonisba a forza
vietato venga.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ed ella?... Ahi! ch'io ben veggo
del di lei stato appien l'orror... Ma troppo
dal destin di Siface è lunge il mio.
Vinto ei da te, di propria man si svena:
io, non vinto per anco, esser vo' spento
da un roman brando, ma col brando in pugno.
SCIP.
Ah! no; perir tu al par di lor non dei.
Piú che il morire, assai di te piú degno,
sublime sforzo ora il tuo viver fia.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Viver senz'essa?... Ah! non son io da tanto...
Ma, ch'io salvarla in nessun modo?... Io voglio
vederla ancor, sola una volta.
SCIP.
Ah! certo,
gli alti tuoi sensi a ridestarti in petto,
piú ch'io non vaglio, il suo parlar varratti. -
Eccola; starsi alla mia tenda appresso
vuol ella omai; d'Affrica intera agli occhi,
di Roma agli occhi, ogni dover suo crudo
ella compier disegna. Odila; seco
Scipion ti lascia: in ambo voi si affida
il tuo Scipion; ch'esser di lei men grande,
tu nol potresti.



SCENA QUARTA

SOFONISBA, SCIPIONE, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.

SOFON.
Ah! ferma il piede. Io vengo
a te, Scipione; e tu da me ti togli?
SCIP.
Sacro dover vuol che pomposo rogo
al morto re si appresti...
SOFON.
Almen, quí tosto
riedi; ten prego. Mia perpetua stanza
fia questa omai: quí d'aspettarti io giuro.



SCENA QUINTA

SOFONISBA, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA.

MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Perfida! ed anco all'inumano orgoglio
il tradimento aggiungi?
SOFON.
Il tradimento?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Il tradimento, sí: mentr'io mi appresto
a voi salvare, a morir io per voi,
a Scipio sveli il mio pensier tu stessa?
SOFON.
- Siface seco non mi volle estinta.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Meco salva ei ti volle.
SOFON.
Ei giá riebbe
sua libertá; quella ch'io cerco, e avrommi. -
Teco sottrarmi dal romano campo,
nol poss'io, se non perdo appien mia fama.
Di vero amor troppo mi amasti e m'ami,
per salvarmi a tal costo: io, degna troppo.
son del tuo amor, per consentirtel mai.
Null'altro io dunque, in rivelar tue mire,
ho tolto a te, che la funesta possa
di tradir la mia fama e l'onor tuo.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Nulla mi hai tolto; assai t'inganni: ancora
tutto imprender poss'io: rivi di sangue
scorrer farò: versare il mio vo' tutto,
pria che schiava lasciarti...
SOFON.
E son io schiava?
Tal mi reputi or tu?
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Di Roma in mano
ti stai...
SOFON.
Di Roma? Io di me stessa in mano
per anco stommi: o in mano tua, se in core
regal pietá per me tu ancor rinserri.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Inorridir mi fai... Sovra il tuo aspetto,
di risoluta morte alta foriera
veggo, una orribil securtá... Ma, trarti...
SOFON.
Tutto fia vano: al mio voler, che figlio
è del dovere in me, forza non havvi
che a resistere vaglia. È la mia morte
necessaria, immutabile, vicina;
e fia libera, spero; ancor che inerme
io sia del tutto; ancor ch'io, stolta, in Cirta
l'amico sol dei vinti re lasciassi,
il mio fido veleno; ancor che un sacro
solenne giuro di sottrarmi a Roma
dal labro udissi del mio stesso amante;...
giuro, cui sparso ha tosto all'aure il vento.
Fra quest'aquile altere ancor regina,
figlia ancora d'Asdrubale, secura
in me medesma io quí non meno stommi,
che se in Cartago, o se in mia reggia io stessi. -
Ma, tu non parli?... disperati sguardi
pregni di pianto affiggi al suolo?... Ah! credi,
che il mio dolor si agguaglia al tuo...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Diverso
n'è assai l'effetto: io, di coraggio privo,
men che donna rimango; e tu...
SOFON.
Diverso
lo stato nostro è assai: ma, non l'è il core...
Credilo a me: bench'io non pianga, io sento
strapparmi il cor: donna son io; né pompa
d'alma viril fo teco: ma non resta
partito a me nessuno, altro che morte.
S'io men ti amassi, entro a Cartagin forse
ti avria seguíto, e di mia fama a costo
avrei coll'armi tue vendetta breve
di Roma avuta: ma per me non volli
porti a inutile rischio. È omai maturo
il cader di Cartagine: discorde
citta corrotta, ah! mal resister puote
a Roma intera ed una. Avrei pur troppi
giorni vissuto, se la patria mia
strugger vedessi; e te con essa andarne,
per mia cagione, in precipizio. A Roma
fido serbarti, e al gran Scipion (qual dei)
amico grato; in gran possanza alzarti;
a tua vera virtú dar largo il campo;
ciò tutto or puote, e sol mia morte il puote.
Piú che il mio ben, mi sforza il tuo...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Mi credi
dunque sí vil, ch'io a te sorviver osi?
SOFON.
Maggior di me ti voglio: esserlo quindi
tu dei, col sopravvivermi: ed in nome
della tua fama, a te il comando io prima.
Vergogna or fora a te il morir; che solo
vi ti trarrebbe amore: a me vergogna
il viver fora, a cui potria sforzarme
il solo amore. È necessario, il sai,
il mio morire: a me il giurasti; e ancora
sariami grato di tua man tal dono:
ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi.
In questo luogo, al campo in faccia, in muto
immobil atto, ancor tre giorni interi
ch'io aggiunga a questo, in cui né d'acqua un sorso
libai, vittoria a me daran di Roma.
Vedi s'è in te pietá, cosí lasciarmi
a morte lunga, allor che breve e degna
giurasti procacciarmela... Ahi me stolta!
che in te solo affidandomi, quí venni...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Tu dunque hai fermo il morir nostro...
SOFON.
Il mio.
Se insano tu, contro a mia voglia espressa,
l'arme in te volgi; odi or minaccia fera,
e l'affronta, se ardisci; io viva in Roma
trarre mi lascio, e di mia infamia a parte
il tuo nome porrò... Deh! pria che rieda
a noi Scipione, in libertade appieno
tornami or tu; se non sei tu spergiuro.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Che chiedi?... oh ciel!... Del brando mio non posso
armar tua mano... Incerto il colpo...
SOFON.
Il brando
vuol mano, è ver, usa a trattarlo. Un nappo
di velen ratto al femminil mio ardire
meglio confassi. Il tuo fedel Guludda
vegg'io non lungi; ei per te stesso il reca
sempre con se: chiamalo; il voglio.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- Oh giorno! -
Guludda, a me quel nappo. - Or va, mi aspetta
alle mie tende. - È questo dunque, è questo
il don primier, l'ultimo pegno a un tempo
dell'immenso mio amor, che a viva forza
tu vuoi da me?.. Pur troppo (io 'l veggo) in vita
tu non rimani, a nessun patto; e a lunga
morte stentata lasciarti non posso. -
Non piangerò,... poiché non piangi: a ciglio
asciutto, a te la feral tazza io stesso,
ecco, appresento... A patto sol, che in fondo
mia parte io n'abbia...
SOFON.
E tu l'avrai, qual merti.
Or dell'alto amor mio sei degno al fine.
Donami dunque il nappo.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Oh ciel! mi trema
la mano, il core...
SOFON.
A che indugiare? è forza,
pria che giunga Scipione...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Eccoti il nappo.
Ahi! che feci? me misero!...
SOFON.
Consunto
ho il licor tutto: e giá Scipion quí riede.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Cosí m'inganni? Un brando ancor mi avanza;
e seguirotti(1).



SCENA SESTA

SCIPIONE, MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINISSA, SOFONISBA.

SCIP.
Ah! no; fin ch'io respiro...
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ahi traditor! dentro al tuo petto io dunque
della uccisa mia donna avrò vendetta.
SCIP.
Eccoti inerme il petto mio: la destra
sprigionerotti, affin che me tu sveni;
ad altro, invan lo speri.
SOFON.
O Massinissa,
ti abborrisco se omai...
SCIP.
Me sol, me solo
uccider puoi; ma fin ch'io vivo, il ferro
non torcerai nel petto tuo.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
- Rientro
al fine in me. - Scipion, tutto mi hai tolto;
perfin l'altezza de' miei sensi.
SOFON.
Ingrato!...
Puoi tu offender Scipione? Ei mi concede,
come a Siface giá, libera morte;
mentre forse ei vietarcela potea:
a viva forza ei ti sottragge all'onta
di morte imbelle obbrobriosa: e ardisci,
ingrato ahi! tu, Scipio insultar? Deh! cedi,
cedi a Scipion; fratello, amico, padre
egli è per te.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Lasciami omai: tu invano
il furor mio rattieni. Morte,... morte...
io pur...
SOFON.
Deh! Scipio... ah! nol lasciare: altrove
fuor della vista mia traggilo a forza.
Ei nato è grande, e il tuo sublime esemplo
il tornerá pur grande: a Roma, al mondo
sua debolezza ascondi... Io... giá... mi sento
gelar le vene, intorpidir la lingua. -
A lui non do,... per non strappargli il core,...
l'estremo addio. - Deh! va: fuor lo strascina...
ten prego;... e me... lascia or morir,... qual debbe
d'Asdrubal figlia, entro al... romano campo.
MAS2230" title="Leggi informazioni sul libro">SIN.
Ah!... Dalla rabbia, dal dolor... mi è tolta...
ogni mia possa... Io... respirare... appena,...
non che... ferir...
SCIP.
Vieni: amichevol forza
usarti vo'(2): non vo' lasciarti io mai...
né mai di vita il tuo dolor trarratti,
se il tuo Scipione teco ei non uccide.


NOTE:

(1) Sta per trafiggersi; Scipione robustamente afferrandogli il braccio, lo tien costretto.
(2) Strascinandolo a forza verso le tende.

Audiolibri di:Vittorio Amedeo Alfieri
La virtù sconosciuta
Dialogo (in metrica)
Audiolibro del Dialogo (in metrica) "La virtù sconosciuta" di Vittorio Amedeo Alfieri.
Citazioni di Vittorio Amedeo Alfieri:
Mi trovan duro? Anch’io lo so: pensar li...
I libri catalogati di Vittorio Amedeo Alfieri:
Agide (1786)
Bruto primo (1786-1787)
Bruto Secondo (1789)
Del Principe e delle lettere (1778-1786)
Della Tirannide (1777)
Filippo (1775)
La virtù sconosciuta (1789)
Mirra (1784-1786)
Oreste (1783)
Ottavia (1783)
Saul (1782)
Sofonisba (1789)
Vita scritta da esso (1804)

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