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Così parlò Zarathustra
Titolo:Così parlò Zarathustra
Autore:Friedrich Wilhelm Nietzsche
Anno di pubblicazione:1885
Genere:Saggio
Argomento:Filosofia e morale
Lingua:Italiano
Lingua originale:Tedesco
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(Anteprima, 24 kbit)

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Pubblicato il:2012-11-13
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FEDERICO NIETZSCHE

COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

UN LIBRO PER TUTTI E PER NESSUNO

INTRODUZIONE E APPENDICE DI
ELISABETTA FOERSTER-NIETZSCHE

UNICA EDIZIONE ITALIANA AUTORIZZATA

TRADUZIONE DI DOMENICO CIAMPOLI




INDICE

Introduzione
L'origine di Così parlò Zarathustra
Parte prima: Prologo di Zarathustra (1883)
Parte seconda (1883)
Parte terza (1883-84)
Parte quarta ed ultima (1884-85)
Dagli scritti postumi:
Note a chiarimento dell'opera Così parlò Zarathustra (1882-85)
Appendice




INDICE DEI DISCORSI

Delle tre metamorfosi
Delle cattedre della virtù
Di coloro che vivono fuori del mondo
Degli sprezzatori del corpo
Dei piaceri e delle passioni
Del pallido delinquente
Del leggere e dello scrivere
Dell'albero sulla montagna
Dei predicatori della morte
Della guerra e dei guerrieri
Del nuovo idolo
Delle mosche del mercato
Della castità
Dell'amico
Delle mille e una meta
Dell'amore del prossimo
Del cammino del creatore
Di donnicciuole vecchie e giovani
Del morso della vipera
Del matrimonio e dei figli
Della libera morte
Della virtù donatrice
Il bambino con lo specchio
Sulle isole beate
Dei compassionevoli
Dei preti
Dei virtuosi
Della plebaglia
Delle tarantole
Dei saggi illustri
Il canto notturno
La ballata
Il canto funebre
Del superamento di sè stessi
Dei sublimi
Del paese della cultura
Della conoscenza immacolata
Dei dotti
Dei poeti
Di grandi avvenimenti
L'indovino
Della redenzione
Della prudenza degli uomini
L'ora più silenziosa
Il viandante
Della visione e dell'enigma
Della beatitudine involontaria
Prima del levar del sole
Della virtù che rimpicciolisce
Sul monte degli ulivi
Di ciò ch'è passeggero
Degli apostati
Il ritorno
Delle tre meraviglie
Dello spirito della gravità
Delle antiche e delle nuove tavole
Il convalescente
Del gran desiderio
D'altra ballata
I sette suggelli
Il sacrificio del miele
Il grido di soccorso
Colloquio coi re
La sanguisuga
Il mago
Fuor di servizio
L'uomo più brutto
Il mendicante volontario
L'ombra
Mezzogiorno
Il saluto
La cena
Dell'uomo superiore
Il canto della melanconia
Della scienza
Tra le figlie del deserto
Il risveglio
La festa dell'asino
Il canto d'ebrezza
Il segno



INTRODUZIONE
L'ORIGINE DI «COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA»
INTRODUZIONE
«Zarathustra» è l'opera personale di mio fratello, storia delle sue intime esperienze, delle sue amicizie, del suo ideale, dei suoi rapimenti, delle sue delusioni e delle sue sofferenze più amare. Ma sopratutto si delinea qui, splendente, l'imagine della sua più alta speranza, del suo fine più determinato. La figura di Zarathustra apparve fin dai suoi primi anni a mio fratello, il quale mi scrisse una volta d'averla già veduta in sogno quand'era bambino. A questa forma di sogno diede, secondo i tempi, nomi differenti; «ma alla fine – è detto in una annotazione posteriore – io diedi la preferenza a un persiano. I persiani hanno, prima, pensato la storia in modo vasto e completo. Un susseguirsi di evoluzioni, ognuna presieduta da un profeta. Ogni profeta ha il suo Hazar ed il suo regno di mille anni ».
Le concezioni generali di Zarathustra sono, come la figura dell'annunziatore, di origine molto antica. Chi studî attentamente l'opera postuma del 1869-1882 troverà in embrione il ciclo di idee di Zarathustra, come per esempio l'ideale del superuomo che già si rileva in tutti gli scritti dell'autore dall'anno 1873 al 1875. Rimando al primo e secondo volume di questa edizione e cito soltanto i seguenti punti da Noi filologi: «Come si può glorificare e lodare un intero popolo! Sono i solitari, anche presso i greci».
«I greci sono interessanti e importantissimi perchè hanno una moltitudine di grandi solitari. Come fu possibile ciò? Bisogna studiarlo.
«M'interessa unicamente la posizione di un popolo rispetto all'educazione dei singoli; e quella dei greci è certamente molto favorevole allo sviluppo dei singoli, non per la bontà del popolo, ma per la lotta dei cattivi istinti.
«Si può attraverso felici invenzioni educare il grande individuo in modo del tutto differente e più alto di quello nel quale egli fu educato finora attraverso il caso. Vi sono ancora speranze: allevamento dell'uomo importante». (Vol. II, Considerazioni inattuali).
Nel pensiero dell'allevamento del superuomo appare l'idea giovanile di Nietzsche che «lo scopo dell'umanità è nei suoi più alti esemplari» (oppure come egli dice ancor più chiaramente in Schopenhauer come educatore: «l'umanità deve continuamente lavorare per educare grandi, singoli uomini – e questo e non altro è il suo problema»). Ma gli ideali posti là quali i maggiori non sono più, ora, indicati come i tipi più alti dell'umanità. No, su questo futuro ideale di una futura umanità, il superuomo, il poeta ha ancora disteso il velo del divenire. Chi può sapere fino a quale splendore ed a quale altezza si eleverà! Il poeta esclama perciò, con passione in Zarathustra, dopo aver esaminato il nostro maggiore concetto ideale, quello del Redentore, secondo il nuovo valore della misura:
«Mai ancora ci fu un superuomo. Li vidi nudi entrambi, l'uomo più grande e l'uomo più piccolo: – «S'assomigliano ancora troppo l'un l'altro. In verità, anche il più grande lo trovai – troppo umano!»
«Allevamento del superuomo», questa espressione fu più volte fraintesa. La parola «allevamento» significa: trasformazione attraverso nuove e più alte valutazioni, che devono regnare sull'umanità quali condottieri ed educatori del modo d'agire e della concezione della vita. Il pensiero del superuomo è sopratutto da comprendersi giustamente soltanto in connessione con gli altri insegnamenti dell'autore di Zarathustra: l'ordinamento gerarchico, la volontà di potenza, e la trasmutazione di tutti i valori. Egli suppone che, per il risentimento di un cristianesimo debole e falsato, tutto ciò che era bello, forte, superbo, potente – come le virtù provenienti dalla forza – sia stato proscritto e bandito e che perciò siano diminuite di molto le forze che promuovono e innalzano la vita. Ma ora una nuova tavola di valori dev'essere posta sopra l'umanità, cioè il forte, potente, magnifico uomo fino al suo punto più eccelso, il superuomo, che ci è adesso presentato con travolgente passione quale scopo della nostra vita, della nostra volontà e della nostra speranza. E come l'antico modo di valutare, che pregiava sommi soltanto i deboli, i sofferenti, i caratteri moderati e soccombenti, era necessariamente seguito da una umanità debole, sofferente, moderna; così il nuovo opposto modo di valutare (che si compendia nella sentenza: tutto ciò che nasce dalla forza è buono, ciò che nasce dalla debolezza è cattivo) deve presentare un gagliardo tipo sano, vigoroso, contento di vivere, e una apoteosi della vita.
Ma questo tipo non è un'immagine, la speranza di un avvenire nebuloso e indistinto, lontano ancora migliaia d'anni, non è una nuova specie darwinistica intorno alla quale nulla si può sapere e sulla quale pesa quasi una meschina ridicolaggine, ma dev'essere una possibilità raggiungibile dall'umanità presente con tutte le sue forze spirituali e corporali, e raggiunta attraverso le nuove valutazioni.
L'autore di Zarathustra ricorda quel terribile esempio dell'inversione di tutti i valori: attraverso il cristianesimo per il quale l'intero mondo greco divinizzato, l'indirizzo greco del pensiero e la gagliarda romanità furono, in un tempo relativamente breve, quasi distrutti o trasformati. Non si potrebbe ora richiamare questa rinnovata misura greco-romana dei valori, specie di inversione, fatta più fine e profonda da una bimillenaria scuola di idee cristiane, e richiamarla in un tempo per noi misurabile, fino a che sorga quel magnifico tipo umano che dev'essere la nostra nuova fede, la nostra nuova speranza, e che noi siamo chiamati a preparare attraverso Zarathustra?
L'autore adopera nelle sue annotazioni private la parola «superuomo» (per lo più sempre al singolare) come designazione di «un tipo perfetto», in opposizione all'«uomo moderno»; ma indica sopratutto Zarathustra stesso come tipo del superuomo. Nell'Ecce Homo egli s'affatica per darci chiara un'idea del precursore e delle condizioni necessarie a questo tipo che ci sovrasta, mentre nella Gaia scienza dice: «Per comprendere questo tipo si deve anzitutto presentare chiara la sua presupposizione fisiologica: questa è quella che io chiamo grande salute. Io non so illuminare meglio nè più personalmente questo concetto di quanto abbia già fatto in uno dei paragrafi di chiusa (af. 382) del quinto libro di «Gaia Scienza».
«Noi gente nuova, senza nome, mal comprensibili – dice il testo – noi esseri di un avvenire ancora ignorato, bisognamo, per un nuovo scopo, anche di un nuovo mezzo, cioè di una nuova salute, più forte, accorta, tenace, ardita, più balda di quanto siano state le saluti finora. Colui l'anima del quale ha sete di esperimentare l'intero cerchio dei valori e delle meraviglie a noi note e di navigare intorno a tutte le coste di questo ideale «mare interno», colui il quale dalle avventure della propria esperienza vuol sapere qual'è il coraggio di un conquistatore e di uno scopritore dell'ideale, come di un artista, di un santo, di un legislatore, di un savio, di un dotto, di un pio, di un asceta di vecchio stile: questi ha bisogno anzitutto della grande salute – tale che non solo si possiede, ma che pure continuamente si conquista e si deve conquistare, perchè e sempre di nuovo la si dona e la si deve donare! – E ora, dopo che fummo così a lungo in cammino, noi argonauti dell'ideale, più coraggiosi di quanto non sia ragionevole e abbastanza spesso naufragati e in cattive condizioni, pericolosamente sani, sempre di nuovo sani, ci sembra come se, per ricompensa, avessimo un'altra inesplorata terra dinanzi a noi, una terra di cui nessuno vide mai i confini, un al di là di tutti i paesi e i cantucci dell'ideale avuti finora, un mondo, così esuberante di bello, di straniero, di cose misteriose, temibili e divine, che la nostra curiosità, come il nostro desiderio di possesso, sono trasportati fuori di sè, – ah, come oramai nulla più ci sazia!
«Come potremmo noi, dopo tale sguardo, con tale fame ardente nel cervello e nella coscienza, accontentarci ancora dell'uomo attuale? Male abbastanza: ma è inevitabile che noi guardiamo le sue speranze e le sue mete più degne con una serietà difficile a mantenere, anzi, forse neppur le guardiamo. Abbiamo dinanzi un altro ideale, un meraviglioso, tentatore ideale pieno di pericoli, al quale non potremmo persuadere alcuno, perchè non ne diamo ad alcuno così facilmente il diritto: l'ideale di uno spirito che ingenuamente, cioè involontariamente e per esuberanza e forza impetuosa, si trastulli con tutto ciò che si chiamò finora santo, buono, intangibile, divino; per il quale la cosa più alta in che il popolo trova a buon prezzo la misura del proprio valore, cioè pericolo, decadenza, umiliazione, o almeno sollievo, cecità, significassero temporanea dimenticanza di sè; l'ideale di umani e sovrumani benessere e benevolenza, che apparirà spesso non umano; per es., come quando si porrà accanto all'intera serietà terrena che si ebbe finora, accanto alle solennità di atteggiamento, alle parole, al suono, alla morale, al compito come alla loro involontaria e visibile parodia – e con esso, ciò nonostante, forse si erge la gran serietà, è posto infine il proprio segno interrogatore, si evolve il destino di un'anima, la lancetta si muove, la tragedia comincia...».
Sebbene la figura di Zarathustra e una gran parte dei pensieri principali di quest'opera si possano trovare molto prima nei sogni e negli scritti dell'autore, «Così parlò Zarathustra» nacque però a Sils-Maria nel 1881, e ciò che condusse Nietzsche ad esprimere con parole poetiche il nuovo ciclo di idee fu il pensiero dell'eterno ritorno.
Nell'autunno 1888 mio fratello scrive appunto nei suoi schizzi autobiografici detti «Ecce Homo» come esso gli sia apparso alla mente: «La concezione fondamentale dell'opera, del pensiero dell'eterno ritorno, questa più alta formula di affermazione che possa essere raggiunta – appartiene all'agosto dell'anno 1881: è gettata su un foglio con la menzione: «6000 piedi al di là dell'uomo e del tempo. Io andai quel giorno al lago di Silvapiana tra i boschi, e mi fermai presso un poderoso, piramidale tronco. Mi venne allora questo pensiero. Se, da quel giorno, io risalgo un paio di mesi indietro, trovo, come indizio, un'improvvisa e fermissima trasformazione del mio gusto sopratutto nella musica. Si può forse considerare l'intero Zarathustra come opera musicale; fu sicuramente come una rinascita artistica, una premessa. In un piccolo lago alpino presso Vicenza, ove trascorsi la primavera del 1881, scopersi insieme col mio maestro ed amico Peter Gast, anch'esso un «risuscitato», che la fenice musica ci volava dinanzi con piume leggere e splendenti, come mai per il passato».
Tra il principio e la fine agosto 1881 v'è la decisione di lasciar annunziare dalla bocca di Zarathustra, con parole di inno e di ditirambo, la dottrina dell'eterno ritorno. Troviamo infatti, fra le sue carte, un foglio scritto in quei giorni che ci pone chiaramente sotto gli occhi il primo abbozzo di «Così parlò Zarathustra».
«Meriggio ed eternità.»
«Cenno di una nuova vita.»
Sotto sta scritto:
«Zarathustra, nato presso il lago di Urmi, abbandonò verso il trentesimo anno la sua patria, andò nella provincia di Aria e compose nei dieci anni della sua solitudine tra i monti il Zend-Avesta».
«Il sole della conoscenza sta di nuovo al suo meriggio: e intorno v'è il serpente dell'eternità nella sua luce – è l'ora vostra, voi fratelli del meriggio».
Qui ci sono le seguenti note:
«Per il progetto di un nuovo modo di vivere.
Primo libro: Nello stile della prima frase della nona sinfonia. Chaos sive natura: «Del disumanamento della natura». Prometeo viene incatenato sul Caucaso. Scritto con la crudeltà del κρἁτος, «della potenza».
Secondo libro: Fuggitivo - scettico - mefistofelico. «Della incorporazione delle esperienze». Cognizione - errore che diviene organico ed organizzante.
Terzo libro: Il più intimo e il più etereo che fosse mai scritto: «Dell'ultima felicità del solitario» - il quale da appartenente ad altri è divenuto il «padrone di se stesso» nel grado più alto: il perfetto ego: solo questo ego possiede amore; ai primitivi gradini dove non è raggiunta la maggior solitudine e il maggior dominio di sè, v'è qualcosa che differisce dall'amore.
Quarto libro: Gran-ditirambico: «Annulus aeternitatis». Brama di vivere tutto ancora una volta, ed eterne volte. La perenne trasformazione: devi penetrare in un breve spazio di tempo in molti individui. Il mezzo è una continua lotta.
Sils Maria, 26 agosto 1881».
In quell'estate del 1881, mio fratello si sentì nuovamente, dopo molti anni, più debole e peggio di un convalescente, e nella piena sensazione della sua precedente e ottima salute non nacque soltanto la «Gaia scienza», – che per la sua intonazione dev'essere considerata come un annunzio di Zarathustra, bensì la stessa opera di Zarathustra. Un destino crudele volle ora che, appunto al tempo della sua guarigione, gli sopraggiunsero molte dolorose esperienze personali. Egli sofferse profonde disillusioni nell'amicizia che teneva così alta e sacra, e per la prima volta sentì, in tutto il suo orrore, quella solitudine a cui è condannato ogni grande. L'abbandono è qualcosa che differisce interamente da una solitudine volontaria e beatificante. Come anelò allora al perfetto amico che lo comprendeva pienamente, al quale poteva dir tutto, e che credeva aver trovato fin dalla prima giovinezza e nei diversi periodi della sua vita! Ma ora che il suo sentiero diveniva sempre più scoseso e pericoloso, non trovava più alcuno che potesse andar con lui; così egli si creò nella figura ideale del filosofo regale il perfetto amico, e fece annunziare da lui i suoi scopi più alti e più sacri.
Chiedere se, senza le amare esperienze del tempo d'intervallo, egli avrebbe portato a compimento il primo abbozzo di «Così parlò Zarathustra» nell'estate del 1881, e vi avrebbero dominato quelle tonalità di gioia che conosciamo dallo schema, è adesso una domanda oziosa. Ma forse possiamo dire con Meister Eckardt, anche nel rispetto di Zarathustra: «L'animale più svelto che vi conduce alla perfezione è il dolore».
Mio fratello scrive, circa il sorgere della prima parte di Zarathustra: «L'inverno 1882-1883 vissi in quell'ameno quieto golfo di Rapallo, non lungi da Genova, che s'interna tra Chiavari e le alture di Portofino. La mia salute non era ottima; l'inverno era freddo e oltre misura piovoso; l'albergo piccolo dava immediatamente sul mare, così che di notte non si poteva dormire; ed avevo quasi in tutto l'opposto di ciò che sarebbe stato desiderabile. Malgrado questo, e quasi a dimostrazione della mia frase che ogni cosa decisiva accade «non ostante tutto» fu in quell'inverno e in quelle condizioni sfavorevoli che nacque il mio Zarathustra. La mattina salivo verso il sud prendendo la strada magnifica che mena a Zoagli, costeggiata dai pini e che domina il mare lontano; il pomeriggio, appena lo consentiva la mia salute, facevo il giro del golfo da Santa Margherita sino a Portofino. Questa località e questo paesaggio m'è ancor più caro per il grande amore portatogli dall'imperatore Federico III; nell'autunno circa del 1886 io ero di nuovo su quella spiaggia quand'egli visitò per l'ultima volta quel piccolo dimenticato regno di felicità. Mi venne così in mente, per queste ragioni, l'intero primo Zarathustra, sopratutto Zarathustra stesso, quale tipo; o piuttosto egli stesso m'afferrò...».
Questa prima parte di «Zarathustra» fu scritta in appena dieci giorni, dal principio fin verso la metà del febbraio 1883. «La parte di chiusa fu appunto ultimata nell'ora sacra in cui morì a Venezia R. Wagner».
Mio fratello indicò quel tempo, ad eccezione dei dieci giorni nei quali scrisse «Zarathustra», come il più cattivo per la sua salute; ma non intende con ciò le sue precedenti condizioni di salute, bensì una forte influenza che lo colpì a Santa Margherita e lo oppresse ancora per molte settimane a Genova. Ma intendeva sopratutto lo stato dell'anima sua, quell'indescrivibile abbandono per il quale aveva trovato parole di così lacerante dolore in Zarathustra.
Anche l'accoglienza che trovò la prima parte di Zarathustra fra conoscenti ed amici fu molto opprimente, giacchè non si sentì compreso da coloro ai quali la diede. «Per molte cose che avevo detto non trovai alcuno maturo; Zarathustra è una dimostrazione che si può parlare con la maggior chiarezza senza essere intesi da nessuno». Mio fratello fu grandemente scoraggiato da questa incomprensione; e siccome al medesimo tempo si disabituava con gran forza di volontà al sonnifero cloralio, ch'egli aveva usato al tempo dell'influenza, la primavera seguente, (1883), che passò in Roma, fu piuttosto triste. Egli scrive intorno a ciò: «Seguì una triste primavera a Roma, dove conducevo la mia vita, che non era facile. In fondo mi urtava quel luogo indecoroso per il poeta di Zarathustra, che non avevo scelto fra gli altri di mia volontà; volevo andare ad Aquila, l'opposto di Roma, fondata appunto per inimicizia a Roma come io fonderò un giorno un luogo in ricordo di un ateo e nemico comme il faut della chiesa, mio vicino parente, il grande Hohenstaufen – l'imperatore Federico II. Ma fu un destino per tutti: dovetti tornare indietro. Infine mi acquetai in piazza Barberini, dopo d'essermi stancato nell'affannosa ricerca di una contrada anticristiana. Temo d'aver chiesto una volta, per evitare cattivi odori, se ci fosse stata una tranquilla camera per un filosofo nello stesso palazzo del Quirinale. Sopra una loggia, in alto, su questa piazza dalla quale si vede la città e si ode il mormorio della fontana; fu composta quella canzone così solitaria come non era ancor mai stata pensata, del canto notturno; a quel tempo avevo sempre nella fantasia una melodia di tristezza indicibile di cui ritrovavo il ritornello nelle parole: morto d'immortalità».
Quella primavera noi restammo un po' troppo a Roma; e sotto l'influsso del tempo afoso e opprimente ch'era sopraggiunto allora, e dello scoraggiamento cui accennai, mio fratello decise di non scrivere più affatto, e ad ogni modo di non continuar Zarathustra, sebbene io mi fossi offerta di togliergli ogni pena per la stampa e l'editore. Ma quando, il 17 giugno, ritornammo in Isvizzera ed egli visse di nuovo a contatto della familiare salubre aria dei monti, si risvegliò allora tutta la sua gioconda volontà di creazione, ed egli mi scrisse circa un futuro manoscritto in preparazione: «Ho affittato qui per tre mesi: in realtà sono il più gran pazzo se mi lascio scoraggiare a cagione dell'aria italiana. Di quando in quando mi sorge il pensiero: che avviene dopo? Il mio «avvenire» è per me la cosa più oscura del mondo; ma siccome ho ancora molte cose da compiere, dovrei pensare solo ad esse come al mio avvenire e lasciare il resto a te e agli dèi».
La seconda parte di Zarathustra fu scritta tra il 26 giugno e il 6 luglio a Sils-Maria: «Tornato, l'estate, nel sacro luogo dove mi balenò alla mente la prima idea di Zarathustra, io trovai la seconda parte dell'opera. Dieci giorni furono sufficienti; non ne bisognai di più in nessun caso, nè per la prima nè per la terza o per l'ultima parte».
Egli parlò spesso dello stato di rapimento durante il quale scrisse Zarathustra, come fosse propriamente assalito da una folla di pensieri lungo le sue passeggiate girovaghe, e potesse solo prenderne, in fretta, alcuni appunti a lapis, nel suo taccuino; appunti che egli, ritornando, scriveva poi in inchiostro, fino a tarda notte. Egli mi dice in una lettera: «Tu non puoi farti facilmente un giusto concetto della veemenza di queste formazioni»; e descrive con entusiasmo appassionato, nel Ecce Homo (autunno 1883) l'incomparabile stato d'animo in cui fu creato Zarathustra:
«V'è qualcuno, alla fine del secolo XIX, che abbia un concetto chiaro di ciò che i poeti dei vecchi tempi chiamavano ispirazione? In caso contrario voglio descriverlo. Con un briciolo di superstizione si potrebbe infatti appena negare l'idea di essere soltanto incarnazione, strumento, medium di forze prepotenti. Il concetto di rivelazione nel senso che d'improvviso, con indicibile sicurezza e profondità, qualcosa si palesi, si faccia sentire, e agiti, e scuota, nel più profondo, descrive semplicemente la consistenza del fatto. Si sente – non si cerca; si prende, – non si chiede chi dia; un pensiero lampeggia imperioso senza indugio, – io non ho mai avuto possibilità di scelta. Un rapimento la cui tensione si risolve in una crisi di lagrime, e durante il quale il passo ora involontariamente freme, ora diviene lento; una perfetta estrinsecazione con la più distinta coscienza d'infiniti sottili brividi e tremiti fino alla punta dei piedi; una profondità di gioia nella quale ciò che v'è di più doloroso e di più cupo non agisce quale contrasto ma come una tinta, richiesta e necessaria, in una tale esuberanza di luce, un istinto di ritmiche condizioni teso sul grande spazio delle forme (la lunghezza, il bisogno di un ritmo più teso, è quasi la misura per la forza dell'ispirazione, una specie di compenso per la sua pressione e la sua tensione). Tutto accade, nel punto culminante, involontariamente, ma come in un uragano di sentimenti di libertà, di cose incondizionate, di potenza, di divinità. L'involontarietà delle imagini, delle similitudini è il fatto più meraviglioso; non si ha più concetto alcuno di ciò che sia imagine, similitudine, tutto si presenta come l'impressione più vicina, più giusta, più semplice. Sembra, in realtà, per ricordare una parola di Zarathustra, come se le stesse cose potessero essere similitudini: «Qui tutte le cose giungono carezzevoli alla tua parola e ti allettano, perchè vogliono cavalcar sul tuo dorso. Per questa similitudine tu cavalchi a quella verità. Qui ti si rivelano le parole di tutto l'essere e gli scrigni segreti delle parole; ogni esistenza vuol qui divenir parola, ogni divenire vuole imparare da te a parlare». Questa è la mia esperienza dell'ispirazione; io non dubito che si debbano risalire dei secoli per trovare qualcuno che mi possa dire: è pure la mia».
Nell'autunno 1883 mio fratello lasciò l'Engadina e venne per alcune settimane in Germania; l'inverno seguente 1883-1884, dopo alcune gite a Stresa, Genova e Spezia, soggiornò a Nizza, dove egli si sentì così bene a cagione del clima, che scrisse la terza parte di Zarathustra: «Durante l'inverno, sotto l'alcionico cielo di Nizza che contemplavo allora per la prima volta in vita mia, io concepii il terzo Zarathustra – e lo terminai. Soltanto un anno, calcolato per tutto il lavoro. Molti luoghi e molti promontori ignorati di Nizza furono consacrati in me da momenti indimenticabili; quella parte decisiva, che porta il titolo di «Delle tavole vecchie e delle nuove», fu pensata durante la faticosa salita dalla stazione ai meravigliosi nidi rocciosi moreschi di Eza. L'agilità dei muscoli era sempre maggiore in me quando fluiva più ricca la forza creatrice. Il corpo è entusiasta, lasciamo star l'anima... Mi si potè vedere spesso danzare; io potevo allora passeggiare sui monti per sette, otto ore, senza un indizio di stanchezza, dormivo bene, ridevo molto –, godevo di un vigore e di una pazienza perfetti».
Ognuna delle tre parti di Zarathustra nacque così dopo una preparazione più o meno lunga, come sopra accennai, in circa dieci giorni. Soltanto l'ultima parte fu composta con alcune interruzioni. I primi appunti furono scritti durante un comune soggiorno a Zurigo nel Settembre 1884; subito li seguì una prima elaborazione a Mentone nel Novembre 1884 e, dopo una pausa più lunga, il manoscritto fu terminato tra la fine di gennaio e la metà di febbraio del 1885, a Nizza. Mio fratello lo intitolò allora quarta ed ultima parte; ma già prima, della pubblicazione privata, e poco tempo dopo, mi scriveva di voler comporre una quinta ed una sesta parte, sulla qual cosa esistono tuttavia disposizioni. Questa parte quarta (nel cui manoscritto pronto per la stampa è la nota: «Per i miei amici soltanto, non per il pubblico») egli la considerava come alcunchè di interamente personale, e imponeva a quei pochi ai quali ne regalò un esemplare la più stretta segretezza. Egli pensò spesso se fosse il caso di pubblicare pur questa parte, ma credette di non poterlo fare senza mutarne in precedenza alcune parti. Ad ogni modo destinò i quaranta esemplari della quarta parte, stampati, dell'intero manoscritto, quale dono per «coloro che ne fossero, presso di lui, benemeriti». Sotto questo punto di vista egli ebbe occasione di regalare soltanto sette esemplari – tanto era allora solitario e incompreso.
Già al principio dell'origine di questa storia io ho addotto le ragioni che spinsero mio fratello a incorporare in un persiano la figura ideale del suo reale filosofo; ma perchè appunto debba essere Zarathustra quegli nella bocca del quale egli pose le sue nuove dottrine, ce lo dice egli stesso nelle seguenti parole: «Non mi si è chiesto, e si sarebbe dovuto chiedermelo, ciò che, appunto nella mia bocca, nella bocca del primo immoralista, significasse il nome di Zarathustra: giacchè ciò che stabilisce la spaventosa unicità di quel persiano nella storia è appunto il contrario. Zarathustra vide dapprima la vera ruota nel meccanismo delle cose, nella lotta del bene e del male – la traduzione della morale nella metafisica quale forza, causa, scopo in sè, è opera sua. Ma questa domanda sarebbe, in fondo, già la risposta. Zarathustra creò questo fatalissimo errore, la morale. Dev'essere, per conseguenza, anche il primo che lo riconosce. Non solo che abbia qui un'esperienza più lunga e maggiore di quanto ebbe mai un pensatore – l'intera storia è la confutazione sperimentale della frase del così detto «orientamento morale del mondo»: – ma il più importante è l'essere, Zarathustra, più verace di tutti i pensatori. La sua dottrina, ed essa soltanto, ha come più alta virtù la veracità – si oppone cioè alla viltà dell'«idealista», che fugge dinanzi alla realtà; Zarathustra ha più valore in corpo che non tutti i pensatori presi insieme. Dir la verità e tirar bene le frecce: questa è la virtù persiana. Mi si comprende... Il trionfo sulla morale a cagione della verità, il trionfo sul moralista nelle sue antitesi – in me: – questo significa nella mia bocca il nome di Zarathustra».
Archivio Nietzsche
Weimar, Luglio 1920.
Elisabeth Förster-Nietzsche.
PARTE PRIMA
PROLOGO DI ZARATHUSTRA
1.
Allorchè Zarathustra ebbe raggiunto il trentesimo anno, abbandonò il paese nativo ed il nativo lago e andò sulle montagne. Ivi godè del suo spirito e della sua solitudine e non se ne stancò per dieci anni. Ma alla fine il suo cuore si cangiò – e un mattino, levatosi con l'aurora si mise di fronte al sole e gli disse:
O grande astro! Che sarebbe della tua beatitudine, se tu non avessi coloro ai quali risplendi?
Da dieci anni vieni quassù nella mia caverna; ti saresti tediato della tua luce e di questo cammino, se non fosse per me, per l'aquila mia e pel mio serpente.
Ma noi ti attendevamo ogni mattina, prendevamo il tuo superfluo, benedicendoti in cambio.
Guarda, mi è venuta in disgusto la mia sapienza; come l'ape che ha raccolto troppo miele, ho bisogno di mani che si tendano a me.
Vorrei donare e distribuire fin che i savi tra gli uomini fossero ridivenuti lieti della loro follia e i poveri della loro ricchezza.
Perciò debbo discendere nel profondo: come tu fai la sera quando scomparisci dietro il mare e dispensi la luce tua anche al mondo degli inferi, tu astro fulgentissimo!
Al pari di te, io debbo tramontare, come dicono gli uomini, tra i quali voglio discendere.
Benedicimi dunque, occhio tranquillo, che puoi contemplare senza invidia anche una felicità troppo grande!
Benedici il calice che sta per traboccare, affinchè l'acqua ne esca dorata e porti da per tutto il riflesso della tua gioia!
Vedi! Questo calice vuol essere vuotato un'altra volta e Zarathustra vuol ridivenire uomo. Così cominciò la discesa di Zarathustra.
2.
Zarathustra discese solo, dalla montagna, e non si incontrò con alcuno. Ma quando giunse nei boschi subito gli si levò dinanzi un vecchio che aveva abbandonato la sua sacra capanna per cercare radici nella selva. E così parlò il vecchio a Zarathustra:
«Non mi è straniero questo viaggiatore; molti anni or sono egli passò di qui. Si chiamava Zarathustra; ma ora è mutato.
Portavi allora la tua cenere al monte; – vuoi tu oggi portare il fuoco nelle valli? Non temi il castigo degli incendiarî?
Sì, io riconosco Zarathustra. L'occhio suo è puro e sulle labbra non nasconde segno di disgusto. Non s'avanza egli simile a un danzatore?
Zarathustra si è trasformato; è ridivenuto un bambino; Zarathustra è un ridesto; che vuoi tu ora fra i dormienti?
Tu vivevi nella solitudine come in mezzo al mare, e il mare ti cullava. Ahimè, vuoi tu approdare? Ahimè, vuoi novellamente trascinare da te stesso il tuo corpo?».
Zarathustra rispose: «Io amo gli uomini».
«Perchè – disse il santo – mi rifugiai nella selva e nel deserto? Non forse perchè amai troppo gli uomini?
Ora amo Dio e non amo gli uomini. L'uomo è per me una cosa troppa imperfetta. L'amore per gli uomini mi ucciderebbe».
Zarathustra rispose: «Non parlai d'amore! Io reco agli uomini un dono».
«Non dare loro nulla – disse il santo. – Togli loro piuttosto qualche cosa o aiutali a portarla – codesto gioverà loro più di tutto: purchè giovi anche a te! E se vuoi donar loro qualcosa, non dare più di una elemosina e attendi che essi te la chiedino!»
«No, rispose Zarathustra, io non dispenso elemosine. Non sono abbastanza povero per far ciò».
Il santo rise di Zarathustra e parlò così: «Allora, vedi un po' se essi accettano i tuoi tesori! Essi diffidano dei solitari e non credono che noi veniamo per donare.
I nostri passi risuonano troppo solitari traverso le loro strade. E come quando di notte, dai loro letti, odono camminare un uomo, molto prima del levar del sole, si chiedono: dove va codesto ladro?
Non andare tra gli uomini e rimani nella selva! Va piuttosto tra gli animali! Perchè non vuoi tu essere come me – un orso tra gli orsi, un uccello tra gli uccelli?»
«E che cosa fa il santo nella selva?» domandò Zarathustra.
Rispose il santo: «Io compongo canzoni e le canto; e quando le compongo, rido, piango e mormoro: così lodo Iddio.
Col cantare, col piangere, col ridere e col mormorare, io lodo Iddio che è il mio nume. Ma che cosa ci porti tu in dono?».
Quando Zarathustra ebbe udito queste parole, salutò il santo e disse: «Che cosa avrei io da darvi? Ma lasciatemi partir presto, perchè non vi tolga nulla!». E così si separarono, l'un dall'altro, il vecchio e l'uomo, ridendo come ridono due fanciulli.
Ma quando Zarathustra fu solo, parlò così al suo cuore: «Sarebbe dunque possibile! Questo vecchio santo non ha ancora sentito dire, nella sua foresta, che Dio è morto!».
3.
Quando Zarathustra giunse alla vicina città che è presso le foreste, trovò gran popolo raccolto sul mercato: poichè era corsa voce che vi si sarebbe veduto un funambolo. E Zarathustra così parlò al popolo:
«Io insegno a voi il Superuomo. L'uomo è cosa che deve essere superata. Che avete fatto voi per superarlo?
Tutti gli esseri crearono finora qualche cosa oltre sè stessi: e voi volete essere il riflusso di questa grande marea, e tornare piuttosto al bruto anzichè superare l'uomo?
Che cosa è la scimmia per l'uomo? Una derisione o una dolorosa vergogna. E questo appunto dev'essere l'uomo per il Superuomo: una derisione o una dolorosa vergogna.
Voi avete tracciata la via dal verme all'uomo, ma molto c'è ancora in voi del verme. Una volta eravate scimmie, e ancor adesso l'uomo è più scimmia di tutte le scimmie. Ma anche il più saggio, fra di voi, non è che una cosa sconnessa, un essere ibrido tra pianta e fantasma.
E nondimeno vi consiglio io forse di divenir piante o fantasmi?
Ecco, io vi insegno il superuomo!
Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: il superuomo sia il senso della terra!
Vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali. Sono avvelenatori, lo sappiano o no.
Sono spregiatori della vita, moribondi, avvelenatori di sè medesimi; la terra ne è stanca: se ne vadano dunque!
L'oltraggio a Dio era una volta il maggior delitto: ma Dio è morto e morirono con lui anche questi bestemmiatori.
Oltraggiar la terra è quanto vi sia di più terribile, e stimare le viscere dell'imperscrutabile più che il senso della terra è una colpa spaventosa.
Una volta l'anima guardava con disprezzo il corpo: e quel disprezzo era una volta il più alto ideale – lo voleva magro, odioso, affamato. Pensava, in tal modo, di sfuggire a lui e alla terra.
Oh, quest'anima era anch'essa magra, odiosa, affamata: e la crudeltà sua gioia suprema.
Ma voi pure, fratelli miei, ditemi: che cosa vi rivela il vostro corpo intorno all'anima vostra? Essa non è forse miseria e sozzura, e compassionevole contentezza di sè medesima?
In verità l'uomo è fangosa corrente. Bisogna addirittura essere un mare per poter ricevere in sè un torbido fiume senza divenire impuro.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è questo mare, e in esso può inabissarsi il vostro grande disprezzo.
Che di più sublime potete voi sperimentare? Ecco l'ora del maggior disprezzo, l'ora nella quale vi verrà a noia non solo la vostra felicità, ma anche la vostra ragione e la vostra virtù.
L'ora in cui dite: «Che importa la mia felicità? Essa è povertà e sozzura e miserabile contentezza. Ma la mia felicità dovrebbe giustificare la vostra stessa vita!».
L'ora in cui dite: «Che importa della mia ragione? Brama essa la scienza come il leone il nutrimento? Essa è povertà e sozzura e una miserabile contentezza!».
L'ora in cui dite: «Che importa della mia virtù? Non mi ha ancor reso furibondo. Come sono stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò è miseria e sozzura e miserabile contentezza!».
L'ora in cui dite: «Che importa della mia giustizia? Non vedo che io sia fiamma e carbone. Ma il giusto è fiamma e carbone!».
L'ora in cui dite: «Che importa della mia pietà? La pietà non è forse la croce su cui inchiodano colui che ama gli uomini? Ma la mia pietà non è crocifissione».
Avete già parlato così? Avete già gridato così? Ah se vi avessi già udito gridare così!
Non il vostro peccato – la vostra moderazione grida contro il cielo, la vostra avarizia nello stesso peccato!
Dov'è il fulmine che vi lambisca con la lingua? Dov'è la follia con la quale potete esaltarvi?
Ecco, io v'insegno il superuomo: egli è questo fulmine, egli è questa follia!».
Allorchè Zarathustra ebbe parlato così, uno del popolo gridò: «Abbiamo ora udito abbastanza del funambolo; fate che adesso lo vediamo!». E tutto il popolo rise di Zarathustra. Ma il funambolo che credette la parola rivolta a lui, si accinse all'opera sua.
4.
Ma Zarathustra guardava il popolo e si meravigliava. Poi disse:
«L'uomo è una fune tesa tra il bruto e il superuomo – una fune sopra l'abisso.
Pericoloso l'andare alla parte opposta, pericoloso il restare a mezza via, pericoloso il guardare indietro, pericoloso il tremare e l'arrestarsi.
Ciò ch'è grande nell'uomo è l'essere un ponte e non una meta: ciò che si può amare nell'uomo è l'essere una transizione e una distruzione.
Amo quelli che sanno vivere soltanto per sparire, poichè son coloro appunto che vanno oltre.
Io amo i grandi spregiatori perchè sono i grandi adoratori, freccie del desiderio verso l'opposta riva.
Amo coloro che non cercano, oltre le stelle, una ragione per offrirsi in sacrificio o perire; amo coloro che si sacrificano alla terra, perchè la terra appartenga un giorno al superuomo.
Amo colui che vive per conoscere, e che vuol conoscere affinchè, un giorno, viva il superuomo. E in tal modo egli vuol la propria distruzione.
Amo colui che lavora e inventa, per edificare una casa al superuomo e preparare a lui la terra, gli animali e le piante: giacchè vuole così la sua distruzione.
Amo colui che non ritiene per sè una sola goccia del suo spirito, ma che vuol essere interamente lo spirito della sua virtù: così egli varca, quale spirito, il ponte.
Amo colui che della sua virtù fa la propria inclinazione e il proprio destino: così vuole per amore della propria virtù vivere ancora o non più vivere.
Amo colui che della sua virtù fa la propria inclinazione e il proprio destino: così vuole per amore della propria virtù vivere ancora o non più vivere.
Amo colui che non vuole avere troppe virtù. Una virtù vale più di due, perchè essa è un nodo più saldo al quale s'aggrappa il destino.
Amo colui l'anima del quale si prodiga, che non vuole ringraziamento e non restituisce: giacchè egli dona sempre e non vuol conservare nulla di sè.
Amo colui che si vergogna se il dado cade in suo favore e si domanda: sono io dunque un pazzo giocatore? poichè egli vuole perire.
Amo colui che getta parole d'oro dinanzi alle sue azioni e mantiene sempre di più di quanto ha promesso poichè egli vuole la propria distruzione.
Amo colui che giustifica i venturi e redime i passati: poichè egli vuole perire in causa dei presenti.
Amo colui che castiga il suo Dio perchè lo ama: giacchè egli deve perire per la collera del suo Dio.
Amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita, e che può perire per un piccolo avvenimento: così egli passa volentieri sul ponte.
Amo colui l'anima del quale è traboccante, così ch'egli dimentica sè stesso e tutte le cose che sono in lui: così tutte le cose cooperano alla sua distruzione.
Amo colui che è libero spirito e libero cuore: così la sua testa non è che un viscere del suo cuore, ma il cuore lo spinge alla rovina.
Amo tutti coloro che sono come gocce pesanti, cadenti una per una dalla fosca nube sospesa su gli uomini: esse annunziano che viene il fulmine, e periscono quali messaggeri.
Guardate, io sono un nunzio del fulmine e una pesante goccia della nube: ma questo fulmine si chiama superuomo».
5.
Quando Zarathustra ebbe pronunciate queste parole, guardò di nuovo gli uomini e tacque. «Eccoli – disse al suo cuore – essi ridono: essi non mi comprendono, io non sono bocca per queste orecchie.
Bisogna dunque prima spezzar loro le orecchie affinchè essi imparino a intender con gli occhi? Bisogna far dello strepito come cembali e predicatori della penitenza? Oppure essi non credono che a colui che balbetta?
Essi hanno qualcosa della quale vanno superbi. Come chiamano però, ciò che li fa superbi? La chiamano cultura: essa li distingue dai pastori di capre.
Perciò odono malvolentieri per loro la parola «disprezzo». Voglio dunque parlare al loro orgoglio.
Voglio dunque parlar loro di ciò che è più spregevole: cioè dell'ultimo uomo».
E così parlò Zarathustra al popolo:
«È tempo che l'uomo fissi a sè medesimo uno scopo. È tempo che l'uomo pianti il seme della sua più alta speranza.
Il suo terreno è ancora abbastanza ricco per questo. Ma questo terreno diverrà un giorno povero e sterile e nessun altro albero potrà crescervi.
Ahimè! Viene il tempo nel quale l'uomo non getterà più al di sopra degli uomini il dardo del suo desiderio, e la corda del suo arco più non saprà vibrare!
Vi dico: bisogna ancora portare in sè un caos, per poter generare una stella danzante. Vi dico: avete ancora del caos in voi.
Ahimè! Viene il tempo in cui l'uomo non potrà più generare alcuna stella. Ahimè! giunge il tempo del più spregevole tra gli uomini che non sa più disprezzare sè stesso.
Guardate! Io vi mostro l'ultimo uomo.
«Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è nostalgia? Che cosa è astro?» – così chiede l'ultimo uomo ammiccando.
La terra sarà divenuta allora piccina e su di lei saltellerà l'ultimo uomo che impicciolisce ogni cosa.
La sua razza è indistruttibile come quella della pulce; l'ultimo uomo vive più a lungo di tutti.
«Noi abbiamo inventato la felicità» – dicono gli ultimi uomini e ammiccano.
Essi hanno abbandonate le regioni dove duro era vivere: giacchè si ha bisogno di calore. Si ama ancora il vicino e ci si stropiccia a lui: giacchè si ha bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare equivale per essi a peccato: avanziamo guardinghi. Folle chi incespica ancora nei sassi o negli uomini!
Un po' di veleno di qui e di là: ciò produce sogni gradevoli. E molto veleno infine, per una gradevole morte.
Si lavora ancora poichè il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non ecciti troppo.
Non si diviene più poveri e ricchi: entrambe queste cose sono troppo opprimenti. Chi vuole ancora regnare? Chi ancora obbedire? Entrambe queste cose sono troppo opprimenti.
Nessun pastore e un solo gregge. Ognuno vuol la stessa cosa, ognuno è simile: chi sente altrimenti, va volentieri al manicomio.
«Una volta tutto il mondo era pazzo» dicevano i più astuti ammiccando.
Si è prudenti e si sa tutto ciò che accade: così non si hanno limiti nel deridere. Ci si bisticcia ancora, ma subito ci si riconcilia – altrimenti ci si rovina lo stomaco.
Abbiamo i nostri svaghi per il giorno e i nostri svaghi per la notte: ma pregiamo la salute.
«Noi abbiamo inventato la felicità» dicono, ammiccando gli ultimi uomini».
E qui Zarathustra terminò il primo discorso che si chiama anche «l'introduzione»: giacchè in quel punto l'interruppe il clamore e la gioia della folla. «Dacci questo ultimo uomo, o Zarathustra – essi gridavano – rendici simili a quest'ultimo uomo». E tutto il popolo giubilava e faceva schioccare la lingua. Ma Zarathustra divenne triste e disse al suo cuore:
«Essi non mi comprendono: io non sono bocca per queste orecchie.
Troppo a lungo, certo, vissi nella montagna, troppo ascoltai i ruscelli e gli alberi: ora parlo a loro come a pastori di capre.
L'anima mia è serena e luminosa quale montagna al mattino. Ma essi pensano che io sia freddo e un buffone dalle burle atroci.
Ed ecco che mi guardano e ridono: e mentre ridono essi mi odiano ancora. Vi è del ghiaccio nel loro riso».
6.
Ma allora accadde qualcosa, che fece ammutolire ogni bocca, irrigidire ogni sguardo. Nel frattempo il saltimbanco aveva infatti cominciato il suo lavoro: era uscito da una porticina e camminava su la corda tesa fra le due torri, così che rimaneva sospeso sopra il mercato e la folla. Quando fu appunto a metà del suo cammino, la piccola porta si aperse ancora una volta, e saltò fuori un garzone screziato, somigliante a un pagliaccio, che seguì con passi rapidi il primo. «Avanti, zoppo, gridò la sua terribile voce, avanti poltrone, paltoniere, faccia smunta! Bada ch'io non ti carezzi con le mie calcagna! Che fai tu qui fra le torri? Bisognerebbe appunto chiuderti nella torre; tu sbarri la via a uno migliore di te». E ad ogni parola gli si avvicinava sempre più: ma quando egli fu soltanto a un passo da lui, allora avvenne questa cosa terribile che fece ammutolire ogni bocca ed irrigidì ogni sguardo – egli gettò un grido indemoniato e saltò oltre colui che gli impediva il cammino. Ma questi, allorchè vide vincer così il proprio rivale, perdette la testa e la fune; gettò via la pertica e più svelto di questa, come un turbine di braccia e di gambe, precipitò nell'abisso. Il mercato e il popolo somigliavano al mare quando si solleva la tempesta: tutti fuggivano l'un dall'altro e l'uno sopra l'altro, e principalmente in quel punto ove doveva precipitare il corpo.
Zarathustra però non si mosse, e proprio accanto a lui cadde il corpo straziato, sfracellato, ma non morto ancora. Dopo un poco quell'infranto rinvenne e vide Zarathustra inginocchiato presso di lui. «Che fai tu qui?, disse infine; sapevo da gran tempo che il diavolo m'avrebbe giocato di sgambetto. Ora mi trascina all'inferno: vuoi tu impedirglielo?».
«Sul mio onore, o amico, rispose Zarathustra, non esiste affatto quanto tu dici: non vi è nessun diavolo e nessun inferno. L'anima tua morirà prima ancora del tuo corpo. Non temere più nulla».
L'uomo guardò su, diffidente. «Se tu dici la verità, diss'egli poi, allora io non perdo nulla perdendo la vita. Io non sono molto più di una bestia alla quale insegnarono a ballare a furia di busse e di scarso alimento».
«Non è punto così, disse Zarathustra; tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere; in ciò nulla vi è di spregevole. Ora tu perisci pel tuo mestiere: voglio quindi seppellirti con le mie mani».
Quando Zarathustra ebbe detto questo, il moribondo non rispose più, ma scosse la mano, come se cercasse la mano di Zarathustra per ringraziarlo.
7.
Giunse frattanto la sera ed il mercato si avvolse di tenebre: allora il popolo si disperse, poi che anche la curiosità e lo spavento si stancano. Ma Zarathustra sedette presso il morto, sulla terra, e s'immerse nei pensieri: così dimenticava il tempo. E giunse alla fine la notte, e soffiò un vento freddo sul solitario. Allora Zarathustra si alzò e disse al suo cuore:
«Davvero una bella pesca ha fatto oggi Zarathustra! Non trovo alcun uomo, bensì un cadavere.
Inquietante è l'esistenza umana e, di più, sempre priva di senso: un buffone può divenirle fatale.
Io voglio insegnare agli uomini il senso della loro vita: chi è il superuomo, il lampo di quella oscura nube che è l'uomo.
Ma sono ancor lungi da essi e il senso mio non parla ai loro sensi. Per gli uomini io sono ancora un punto centrale tra pazzo e cadavere.
Buia è la notte, buie sono le vie di Zarathustra. Vieni, rigido e freddo compagno. Ti conduco al luogo ove ti seppellirò con le mie mani».
8.
Allorchè Zarathustra ebbe detto questo al suo cuore, si caricò il cadavere sulle spalle e si pose in cammino. E non aveva ancora fatto cento passi, quando un uomo gli si avvicinò e gli sussurrò nell'orecchio – e vedi! Colui che parlava era il buffone della torre.
«Vattene via da questa città, o Zarathustra, diss'egli; qui troppi ti odiano. I buoni e i giusti ti odiano e ti chiamano loro nemico e spregiatore; ti odiano i credenti della vera fede e ti chiamano il pericolo della folla. Fu tua fortuna che si ridesse di te: e veramente tu parlavi a guisa di un buffone. Fu tua fortuna che tu ti accompagnassi al cane morto; abbassandoti così ti sei salvato per oggi. Ma vattene via da questa città; altrimenti domani io salterò sopra di te, un vivente sopra un cadavere». E quando ebbe detto ciò, disparve, l'uomo; ma Zarathustra continuò il cammino attraverso le vie tenebrose. Alle porte della città s'incontrò coi becchini: essi alzarono le fiaccole per vederlo in viso, riconobbero Zarathustra e si burlarono molto di lui. «Zarathustra porta con sè il cane morto: bravo, Zarathustra divenne becchino! Giacchè le nostre mani sono troppo pulite per questa vivanda. Vuol forse Zarathustra rubare la preda al diavolo? Ebbene! Buon appetito pel desinare! Purchè il diavolo non sia miglior ladro di Zarathustra! – Egli ruba entrambi, entrambi divora!». Ed essi ridevano fra di loro e bisbigliavano.
Zarathustra non disse parola e proseguì la sua via. Come ebbe camminato due ore lungo boschi e paludi, l'aver troppo a lungo udito l'urlo dei lupi destò anche in lui la fame. Si fermò quindi a una casa isolata, dove ardeva una luce.
«La fame mi assale come un brigante, disse Zarathustra. La fame mi assale tra i boschi e le paludi, nella notte profonda.
Meravigliosi capricci ha la mia fame. Sovente essa non mi viene che dopo il pasto, ed oggi non mi è venuta in tutto il giorno: dove s'è dunque indugiata?».
E Zarathustra picchiò alla porta della casa. Apparve un vecchio che portava il lume e chiese: «Chi viene a me e al mio cattivo sonno?»
«Un vivente ed un morto, disse Zarathustra. Datemi da mangiare e da bere, me ne dimenticai durante il giorno. Chi dà da mangiare agli affamati ristora la propria anima: così parla la sapienza».
Il vecchio si allontanò, ma tornò tosto indietro ed offerse a Zarathustra pane e vino. «È una cattiva contrada per gli affamati, diss'egli; per questo abito qui. Bestie e uomini vengono a me, solitario. Ma invita anche il tuo compagno a mangiare e a bere, egli è più stanco di te». Zarathustra rispose: «Morto è il mio compagno, e ve lo deciderei difficilmente». «Questo non mi riguarda, disse il vecchio arcigno; chi bussa alla mia porta deve prendere anche ciò che gli offro. Mangiate e state bene!».
Zarathustra camminò poi nuovamente per due ore, affidandosi alla via ed al chiaror delle stelle: giacchè egli era solito andar di notte, e amava guardare in faccia tutto ciò che dorme. Ma quando cominciò a spuntare il giorno, Zarathustra si trovò in un profondo bosco e non vide più alcun sentiero. Allora depose il morto nella cavità di un albero, all'altezza della sua testa – poichè voleva proteggerlo dai lupi – e si sdraiò per terra sul musco. E subito s'addormentò, stanco il corpo, ma con l'anima imperturbata.
9.
A lungo dormì Zarathustra, e non l'aurora soltanto, ma anche il mattino gli passò sul volto. Gli si apersero gli occhi alla fine: meravigliato guardò Zarathustra nella foresta e nel silenzio, meravigliato guardò entro di sè. Poi s'alzò svelto, come il marinaio che vede improvvisamente la terra, e mandò un grido di giubilo poichè egli vedeva una nuova verità.
E così parlò quindi al suo cuore:
«Una luce è sorta in me: ho bisogno di compagni e di compagni viventi – non compagni morti e cadaveri, che porto con me dove voglio.
Ho bisogno di compagni viventi, i quali mi seguano, perchè vogliono seguire sè stessi – e là dove io voglio.
Una luce è sorta in me: Zarathustra non parli al popolo ma ai compagni! Zarathustra non deve essere il pastore e il cane di una mandra!
A distogliere molti dalla mandra – a questo io venni. Il popolo e la mandra devono irritarsi con me: il pastore mi chiamerà ladro.
Io dico pastori, ma essi si dicono i buoni e i giusti. Io dico pastori: ma essi si dicono i credenti della vera fede.
Guarda i buoni e i giusti! Chi odiano essi di più? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il corruttore: – ma questi è colui che crea.
Compagni cerca colui che crea e non cadaveri e neppur mandre e credenti. Creatori come lui cerca il creatore, i quali scrivano nuovi valori su nuove tavole.
Compagni cerca il creatore, e mietitori che mietano con lui: giacchè in lui tutto è maturo per la messe. Ma a lui mancano le cento falci: sì che egli strappa irato le spiche.
Compagni cerca il creatore, e tali che sappiano affilare le proprie falci. Saranno chiamati distruttori e spregiatori del bene e del male. Ma essi sono i mietitori e i festeggiatori.
Zarathustra cerca compagni che con lui creino, mietano e facciano festa: che cos'ha egli di comune con le mandre, i pastori e i cadaveri?
E tu, mio primo compagno, riposa in pace! Ti seppellii bene nella cavità dell'albero, e bene ti nascosi ai lupi.
Ma io mi separo da te. Il tempo passa. Fra aurora e aurora mi giunse una nuova verità.
Non pastore debbo essere, non becchino. Non voglio parlare nuovamente al popolo: per l'ultima volta parlai a un morto.
Voglio accompagnarmi a chi crea, a chi miete, a chi festeggia: voglio mostrar loro l'arcobaleno e tutte le scale del superuomo.
Canterò la mia canzone ai solitari e a quelli che sono due nella solitudine; a chi ha ancora orecchie per l'inaudito, a questi voglio opprimere il cuore con la mia felicità.
Io tendo alla mia mèta, seguo la mia strada; salterò oltre gli esitanti e i lenti. Sia così mio il cammino la loro distruzione!».
10.
Zarathustra aveva detto questo al suo cuore, quando il sole era a mezzogiorno: allora egli guardò in alto interrogando – poichè udiva sopra di sè l'acuto grido di un uccello. Ed ecco! Un'aquila volava a larghi cerchi per l'aria, e da essa pendeva un serpente, non come una preda ma come un amico: giacchè essa lo teneva avvolto intorno al collo.
«Ecco i miei animali!» disse Zarathustra, e si rallegrò di cuore.
«Il più superbo animale sotto il sole, e l'animale più astuto – sono andati ad esplorare.
Essi vogliono accertarsi se Zarathustra viva ancora. In verità vivo io ancora?
Trovai maggiori pericoli fra gli uomini che fra gli animali; per vie pericolose va Zarathustra. Possano guidarmi i miei animali!».
Allorchè Zarathustra ebbe detto ciò, ricordò le parole del santo nel bosco, e sospirando disse al suo cuore:
«Potessi essere più accorto! Potessi essere accorto, nel profondo, come il mio serpente!
Ma io chiedo l'impossibile; pregherò il mio orgoglio di accompagnarsi sempre alla mia saggezza!
E se mi abbandonasse un giorno la mia saggezza – ah, purtroppo essa ama volarsene via! – possa allora il mio orgoglio volarsene insieme con la mia follia!».
Così cominciò la discesa di Zarathustra.
I DISCORSI DI ZARATHUSTRA
DELLE TRE METAMORFOSI
Tre metamorfosi dello spirito io vi narro: come lo spirito divenne cammello, e il cammello leone, e il leone fanciullo.
Molte cose gravi sono per lo spirito, per lo spirito forte e paziente dove impera il rispetto: il suo vigore brama ciò che è pesante, ciò che v'è di più pesante.
Che v'è di pesante? questo chiede lo spirito paziente; e s'inginocchia al pari del cammello, e vuole lo si carichi molto.
Che v'è di più pesante, o eroi? così chiede lo spirito paziente; ditemelo affinchè me lo addossi e mi rallegri della mia forza.
Non è questo: umiliarsi per far soffrire il proprio orgoglio? Mettere in luce la propria follia per deridere la propria sapienza?
O non è questo: disertare la nostra causa quand'essa celebra la sua vittoria? Salir su gli alti monti per tentare il tentatore?
Oppure è questo: nutrirsi delle ghiande e dell'erbe della conoscenza e soffrir la fame dell'anima per amore della verità?
O forse è quest'altro: esser malati e rimandare i consolatori, e stringer amicizie con sordi che mai non odono ciò che tu vuoi?
O questo invece: discender nell'acqua putrida, se è l'acqua della verità, senza cacciar da sè i ranocchi viscidi e i rospi schifosi?
Oppure: amare coloro che ci disprezzano e tender la mano al fantasma quand'esso vuole incuterci spavento?
Lo spirito paziente prende su di sè tutti questi pesanti fardelli: simile al cammello che, caricato, si affretta verso il deserto, egli si affretta verso il proprio deserto.
Ma nel deserto più solitario accade la seconda metamorfosi: lo spirito divien leone che vuol conquistar la libertà ed esser signore nella sua solitudine.
Egli cerca qui il suo ultimo padrone: vuole divenirgli nemico come al suo ultimo Dio; vuole combattere con l'immane drago per la vittoria.
Qual'è questo drago immane che lo spirito non vuole più oltre chiamar suo padrone e suo Dio? Il drago immane si chiama «tu devi». Ma lo spirito del leone dice: «io voglio».
«Tu devi» gli sbarra il cammino scintillante di scaglie d'oro, e gli splende su ogni scaglia «tu devi!».
Valori di millenni risplendono su quelle scaglie e così parla il più potente fra i draghi: «Tutti i valori delle cose – rifulgono su di me».
«Ogni valore fu già creato e io tutti li rappresento. In verità non deve più esistere l'io voglio». Così parlò il drago.
Fratelli miei, che bisogno v'è del leone nello spirito? Non è sufficiente la bestia da soma che si rassegna e si umilia?
Anche il leone non può ancora crear dei valori novelli: ma procurarsi libertà per opere nuove – questo può la forza del leone.
Procurarsi libertà, opporre una negazione divina allo stesso dovere: questo, o fratelli, è il fine pel quale occorre il leone.
Arrogarsi il diritto di crear nuovi valori – è la conquista più terribile per uno spirito paziente e rispettoso. In verità questo è per lui un atto feroce di animale rapace.
Come il suo bene più santo egli amava un tempo il «tu devi»; ora egli è costretto a trovar illusione e menzogna anche nelle cose più sacre, per conquistarsi la libertà a prezzo del suo amore: occorre il leone per tale conquista.
Ma dite, fratelli miei, quale cosa mai può fare il fanciullo che non possa il leone? Perchè il leone deve ancor trasformarsi in fanciullo?
Il fanciullo è innocenza, oblio; un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su se stessa, un primo movimento, una santa affermazione.
Sì, per il gioco della creazione è necessaria una santa affermazione, o fratelli: lo spirito vuole ora la sua volontà, chi ha perduto il mondo vuole conquistare il suo mondo.
Vi nominai tre metamorfosi dello spirito: come lo spirito divenne cammello, e come il cammello leone e, infine, il leone fanciullo. –
Così parlò Zarathustra. E a quel tempo egli dimorava nella città che è detta: la Giovenca Variopinta.
DELLE CATTEDRE DELLA VIRTÙ
Vantavano a Zarathustra un saggio che sapeva parlar bene del sonno e della virtù; egli era perciò colmato d'onori e di ricompense, e la sua cattedra attorniata di giovani. Da lui si recò Zarathustra e sedette fra i giovani di fronte alla cattedra.
E così parlò il savio:
Onore e rispetto al sonno! È la cosa prima. Ed evitate tutti coloro che dormono male o veglian la notte.
Perfino il ladro ha vergogna in presenza del sonno. Scivola piano il suo passo nella notte. Ma impudente è invece il guardiano notturno, che senza pudore usa il suo corno.
Dormire non è arte piccola: bisogna vegliar bene tutto il giorno.
Dieci volte al giorno tu devi vincere te stesso: ciò ti procura una buona stanchezza ed è il narcotico dell'anima.
Dieci volte al giorno devi riconciliarti con te stesso: giacchè il vincersi è amarezza, e dorme male chi non si è riconciliato.
Dieci verità devi trovar lungo il giorno: altrimenti ne cercherai pur di notte e l'anima tua resterà affamata.
Dieci volte devi ridere ed esser lieto lungo il giorno: altrimenti lo stomaco ti disturberà la notte, lo stomaco, padre dell'afflizione.
Pochi lo sanno: ma bisogna posseder tutte le virtù per dormir bene. Testimonierò io il falso? Diverrò adultero? Sentirò desiderio della donna del mio vicino? Tutto ciò mal s'accorda con un buon sonno.
E quand'anche si posseggano tutte le virtù, bisogna conoscere ancora una cosa: mandare a dormire le stesse virtù quand'è tempo.
Affinchè non disputino fra di loro, le care donnine! E sul tuo conto, infelice!
Pace con Dio e col vicino, questo esige il buon sonno. E pace ancora col demonio del vicino! Altrimenti egli ti disturberà la notte.
Rispetto e ubbidienza all'autorità anche se ingiusta! Ciò vuole il buon sonno. Che colpa ho io se piace all'autorità andar con gambe storte?
Il migliore dei pastori sarà sempre, per me, chi saprà condurre il suo gregge sul più verde dei prati: si concilia così il buon sonno.
Non voglio nè molti onori nè grandi ricchezze: ciò infiamma la milza. Ma si dorme male senza un buon nome, e un meschino tesoro.
Mi è più gradita una piccola società anzichè una cattiva: ma essa deve venire ed andarsene a tempo opportuno. Si concilia così il buon sonno.
Mi piacciono molto anche i poveri di spirito: essi promuovono il sonno. Sono beati, specialmente quando si dà loro sempre ragione.
Così passa il giorno dell'uomo virtuoso. Quando giunge la notte, mi guardo bene dall'invocare il sonno. Non vuole esser chiamato, il sonno che è signore di tutte le virtù.
Ma invece io penso che cosa abbia fatto e pensato nel giorno. M'interrogo ruminando, paziente, come una giovenca: quali furono dunque le tue dieci vittorie sopra te stesso?
E quali furono le dieci riconciliazioni e le dieci verità e le dieci risate che fecero lieto il mio cuore?
Meditando in tal modo e cullato da quaranta pensieri, mi sorprende il sonno, improvviso, non chiamato, signore di ogni virtù.
Il sonno picchia su gli occhi: e si fanno pesanti. Il sonno mi preme su la bocca ed essa sta aperta.
In verità, viene a me con piede leggero, il più gradito fra i ladri, e mi ruba i pensieri e io rimango là dritto, inerte, come questa cattedra.
Ma non resto a lungo così: già mi distendo. –
Allorchè Zarathustra udì il savio parlare a quel modo, ne rise in cuor suo poichè in lui s'era fatta una luce. E così disse al suo cuore:
Un folle mi par questo savio con i suoi quaranta pensieri: ma però ritengo che s'intenda del sonno assai bene.
Felice di già chi abita presso codesto saggio! Un tal sonno è contagioso anche attraverso un muro spesso.
C'è una malia nella stessa sua cattedra. E i giovani non sedettero invano dinanzi al predicatore della virtù.
La sua sapienza dice: vegliare per ben dormire. E in verità, se la vita non avesse alcun senso, e si dovesse scegliere un non-senso, questo non-senso mi sembrerebbe il più degno di scelta.
Ora comprendo bene che cosa si richiedeva una volta anzitutto, quando si cercava un maestro della virtù. Si cercava un buon sonno e virtù papaveriche!
Per tutti questi celebrati savi della cattedra, la saggezza era sonno senza sogni: essi non conoscevano un miglior significato della vita.
Anche oggidì vi sono alcuni che somigliano a questo predicatore della virtù e non sempre così onesti: ma il loro tempo è passato. Non rimarranno in piedi più a lungo: presto giaceranno.
Beati questi sonnolenti: si addormenteranno presto. –
Così parlò Zarathustra.
DI COLORO CHE VIVONO
FUORI DEL MONDO
Un giorno anche Zarathustra gettò la propria illusione al di là degli uomini, come tutti gli allucinati. Il mondo mi parve allora l'opera di un Dio sofferente e crucciato.
Il mondo mi parve un sogno – l'invenzione di un Dio; un fumo variopinto agli occhi di una scontentezza divina.
Bene e male e gioia e pena e io e tu – mi sembravano vapori colorati dinanzi agli occhi d'un creatore. Il creatore volle distogliere gli occhi da sè – e allora creò il mondo.
Inebriante gioia è per il sofferente, volgere gli occhi dai propri dolori ed obliarsi. Gioia inebriante ed oblio di sè medesimi, mi parve un giorno il mondo.
Questo mondo eternamente imperfetto, imagine e imagine imperfetta di un'eterna contraddizione – una gioia inebriante per il suo imperfetto creatore: – tale mi parve un giorno il mondo.
Così gettai pur la mia illusione al di là degli uomini, come tutti gli allucinati. Al di là degli uomini veramente?
Ah, fratelli, questo Dio che creai, era opera umana e umana illusione come tutti gli dèi!
Era uomo, e solo un povero frammento di uomo e di «io»: uscì dalla mia cenere e dalla mia fiamma, questo fantasma, e, veramente, egli non giunse dal di là!
Che accadde o fratelli? Io superai me stesso, io il sofferente, portai la mia cenere al monte, inventai per me una fiamma più chiara. Ed ecco! Il fantasma scomparve da me!»
Ora sarebbe per me sofferenza e pel convalescente una pena credere a tali fantasmi: sarebbe strazio per me ed umiliazione. Così parlo io agli allucinati.
Sofferenza e impotenza – questo crearono quelli fuori del mondo; e quel breve e folle istante di felicità esperimentato soltanto da chi soffre.
La fatica che d'un sol balzo, un salto mortale, vorrebbe raggiungere il culmine, la povera stanchezza ignorante che non sa più nemmeno volere: fu essa a creare tutti gli dèi e il soprannaturale.
Credetemi, fratelli! Fu il corpo che disperava di sè – il quale con le dita di uno spirito turbato, tastava le ultime pareti.
Credetemi, fratelli! Fu il corpo che disperava della terra – esso intese parlare il ventre dell'essere.
E allora volle cacciar la testa oltre le ultime pareti, e non solo la testa – per arrivare a «quell'altro mondo».
Ma «quel mondo» è ben celato agli uomini, quel mondo inumano e disumano è un celeste nulla; e il ventre dell'Essere non parla affatto all'uomo, se non come uomo.
In verità è difficile dimostrare l'Essere, e difficile farlo parlare. Ditemi, fratelli, non è più facile dimostrare la più bizzarra fra le cose?
Sì, questo Io, e la contraddizione e la confusione di questo io, afferma ancora lealmente il suo Essere, questo io che crea, che vuole, e che dà la misura e il valore delle cose.
E questo essere più onesto di tutti, l'Io – parla ancora del corpo e vuole ancora il corpo, anche quando sogna e s'esalta e saltella con le ali spezzate.
E l'Io impara a parlar sempre più schiettamente: e quanto più apprende tanto più trova lodi e parole con le quali esaltare il corpo e la terra.
Un nuovo orgoglio m'insegnò il mio Io ed io l'insegno agli uomini: non più nascondere la testa nella sabbia delle celesti cose, ma portarla fieramente, una testa terrena che crea il senso della terra!
Insegno agli uomini una volontà novella: seguire volentieri quella via che seguirono ciecamente gli uomini, e chiamarla buona, nè più evitarla, come gli ammalati e i morenti!
Furono malati e moribondi coloro che spregiarono corpo e terra, e inventarono il cielo e redentrici gocce di sangue: ed è ancora dal corpo e dalla terra ch'essi tolsero questi veleni dolci e tristi!
Essi volevano salvarsi dalla loro miseria, e troppo lontane erano le stelle. Allora sospirarono: «Oh ci fossero vie celesti per poter penetrare in un'altra esistenza e in un'altra felicità!» – e inventarono i loro artifizi e i loro filtri sanguigni!
E credettero, gli ingrati, di essere sfuggiti al potere del proprio corpo e di questa terra! Ma a chi dovevano la voluttà e lo spasimo del loro rapimento? Al loro corpo e a questa terra.
Mite è Zarathustra con gli ammalati. In verità egli non s'irrita nè del loro modo di consolarsi nè della loro ingratitudine. Possano risanare, superare sè stessi e crearsi un corpo più perfetto!
E neppure s'adira Zarathustra contro il convalescente che guarda con tenerezza la perduta illusione, ed erra a mezzanotte intorno alla tomba del suo Dio: ma nelle lacrime sue vede ancora malattia e corpo malato.
Ci furono sempre malati fra coloro che sognano e cercano Dio; e tutti odiavano con furore colui che aspirava alla conoscenza e a quella più recente tra le virtù che ha nome: sincerità.
Guardano sempre indietro verso tempi oscuri: è ben vero che allora fede e illusione erano un'altra cosa; il furore della ragione era similitudine di Dio, e il dubbio peccato.
Conosco troppo bene costoro che si credono simili a Dio: vogliono che si creda loro e che il dubbio sia peccato. Troppo bene, anche, so a quale cosa essi credano di più.
Non, in verità, al soprannaturale e a redentrici gocce di sangue: ma soprattutto, credono al corpo, ed è il loro corpo che essi considerano come la cosa in sè.
Ma esso è per loro cosa malata: e volentieri uscirebbero dalla pelle. Ascoltano perciò i predicatori della morte e predicano essi stessi il soprannaturale.
Ascoltate piuttosto, o fratelli, la voce del corpo guarito; è questa una voce più leale e più pura.
Con maggior onestà e purezza parla il corpo sano, saldo, perfetto: e parla del senso della terra. –
Così parlò Zarathustra.
DEGLI SPREZZATORI DEL CORPO
Voglio dir la mia parola agli sprezzatori del corpo. Essi non devono imparare o insegnar cose differenti da quelle imparate e insegnate fin qui, ma solo dir addio al loro proprio corpo e divenir muti.
«Sono corpo e anima» dice il fanciullo. E perchè non si dovrebbe parlar come i fanciulli?
Ma l'uomo desto e cosciente dice: Io sono corpo e null'altro all'infuori di ciò, e l'anima è solo una parola per qualche cosa inerente al corpo.
Il corpo è un grande sistema di ragione, una cosa molteplice con un senso solo, guerra e pace, gregge e pastore.
Strumento del tuo corpo, fratello mio, è pur la tua piccola ragione, che tu chiami «spirito», piccolo strumento e trastullo della tua grande ragione.
Tu dici «io», e vai superbo di questa parola. Ma più grande ancora – e non vuoi crederlo – è il tuo corpo e la sua ragione: essa non dice: Io, ma son Io.
Ciò che percepisce il senso e che lo spirito intende, non ha mai in sè la sua fine. Ma senso e spirito vorrebbero persuadersi che essi sono fine ad ogni cosa, tanto son vani.
Strumenti e trastulli sono spirito e senso: dietro di essi si trova ancora il sè stesso. Il sè stesso cerca ancora con gli occhi del senso, ascolta ancora con gli orecchi dello spirito.
E sempre ascolta il proprio essere e cerca: confronta, soggioga, conquista, distrugge. Domina ed è anche il dominatore dell'Io.
Dietro i tuoi pensieri ed i tuoi sentimenti, o fratello, vi è un maestro più potente, un saggio sconosciuto – che si chiama sè. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo.
Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza. E chi sa mai perchè il tuo corpo ha proprio bisogno della tua migliore sapienza?
Il tuo essere deride il tuo Io e i suoi salti orgogliosi. «Che cosa significano questi salti e questi voli del pensiero? – si dice. Soltanto un sentiero per giungere al mio scopo. Io sono il filo che lega l'Io e che gli inspira i suoi concetti».
L'essere dice all'Io: «Qui prova dolore!» Ed allora esso soffre e pensa come potrebbe cessar di soffrire – e appunto per questo deve pensare.
L'essere dice all'Io: «Qui prova piacere!» Allora esso si rallegra e pensa al modo di rallegrarsi spesso – e appunto a ciò deve pensare.
Voglio dir una parola agli sprezzatori del corpo. Il loro disprezzo è ciò che fa il loro valutare. Chi creò la stima e il disprezzo, la volontà e il valore?
L'essere creatore creò, per sè stesso, la stima e il disprezzo, la gioia e la pena. Il corpo creatore creò, per sè stesso, lo spirito, come una mano della sua volontà.
Perfino nella vostra follia e nel vostro disprezzo, voi siete servi del vostro essere, o sprezzatori del corpo. Io vi dico: il vostro stesso essere vuol morire e si distacca dalla vita.
Esso non può far più ciò che amerebbe far sempre: creare all'infuori di sè stesso. Ecco il suo desiderio più caro e fervente.
Ma è ormai troppo tardi, per lui: – il vostro essere vuol perire, o sprezzatori del corpo.
Il vostro essere vuole perire, perciò diveniste sprezzatori del corpo! Giacchè non v'è più possibile crear nulla all'infuori di voi.
E per questo voi odiate ora la vita e la terra. C'è un'invidia incosciente nell'occhio torvo del vostro disprezzo.
Non seguo la vostra via, o sprezzatori del corpo! Voi non siete per me i ponti verso il superuomo!
– Così parlò Zarathustra.
DEI PIACERI E DELLE PASSIONI
Fratello, se possiedi una virtù, e questa virtù è tua, tu non l'hai in comune con nessun altro.
Ma tu vuoi chiamarla per nome e vagheggiarla: vuoi prenderla per le orecchie e trastullarti con lei.
Ed ecco!
Ora hai in comune con gli altri il suo nome, e sei divenuto popolo e gregge con la tua virtù!
Faresti meglio a dire: «Ciò che fa il tormento e la dolcezza dell'anima mia è ineffabile, ed è anche ciò che desta la fame dei miei visceri».
Sia la tua virtù troppo elevata per la volgarità dei nomi: e se devi parlarne non ti vergognare che il tuo labbro balbetti.
Parla dunque e balbetta: «questo è il mio bene, che io amo; è così che mi piace appieno; così soltanto io voglio il bene.
Non lo voglio come legge d'un Dio, non lo voglio come legge o necessità umana: non mi sia guida al di là della terra e al paradiso.
È una virtù terrena quella ch'io amo: v'è in essa poca prudenza e ancor meno senso comune.
Ma quest'uccello costruì in me il suo nido: perciò lo amo e l'ho caro – siede ora in me su le sue uova dorate».
Così devi balbettare e lodar la tua virtù.
Una volta avevi passioni e le chiamavi cattive. Ma ora hai soltanto le tue virtù: esse crebbero sulle tue passioni.
Tu collocasti il tuo scopo più alto nell'intimo di quelle passioni: divennero così le tue virtù e le tue gioie.
E quando tu pure fossi della razza degli irosi o dei voluttuosi, o dei maniaci religiosi o dei vendicativi.
Tutte le tue passioni finirebbero per divenire virtù, angeli tutti i demoni.
Avevi un tempo cani selvaggi nei tuoi sotterranei: si mutarono alfine in uccelli e in graziose cantatrici.
Dai tuoi veleni stillasti il tuo balsamo; hai munto la tua vacca – ora tu bevi il dolce latte delle sue poppe.
E nulla di cattivo crescerà più da te, se non il male che nasce dalla lotta delle tue virtù.
Fratello, se hai fortuna, hai una virtù e non altro: così più facilmente passerai sopra il ponte.
È gran dignità posseder molte virtù, ma sorte pesante; e parecchi andaron nel deserto e s'uccisero perchè stanchi d'esser campo di battaglia alle virtù.
Fratello, è un male la guerra e la battaglia? Ma è un male necessario, e necessaria è l'invidia, la diffidenza e la calunnia fra le tue virtù.
Guarda, come ogni tua virtù brama ciò che v'è di più eccelso: essa vuole tutto il tuo spirito, affinchè questo sia il suo araldo, essa vuole l'intera tua forza nella collera, nell'odio e nell'amore.
Ogni virtù è gelosa delle altre e la gelosia è una cosa terribile. Le stesse virtù possono perire per causa della gelosia.
Chi è circondato dalla fiamma della gelosia rivolge infine contro sè stesso, come lo scorpione, l'aculeo avvelenato.
Ah, fratello mio, non vedesti tu mai una virtù calunniare e trafiggere sè stessa?
L'uomo è qualcosa che dev'essere superato: e perciò tu devi amare le tue virtù: – perchè perirai a causa di esse. –
Così parlò Zarathustra.
DEL PALLIDO DELINQUENTE
Voi non volete uccidere, giudici e sacrificatori, prima che la vittima non abbia accennato col capo? Ecco, il pallido delinquente, ha accennato: gli parla negli occhi un grande disprezzo.
«Il mio Io è qualcosa che deve essere superato: il mio Io è il mio grande disprezzo dell'uomo». Così dice il suo sguardo.
Il suo momento supremo fu quello nel quale egli giudicò sè medesimo: non lasciate che il sublime ricada nella bassezza!
Non v'è altra redenzione, per chi soffre tanto a causa di sè, che una sùbita morte.
Il vostro omicidio, o giudici, dev'essere compassione e non vendetta. E mentre uccidete badate a giustificare la vita!
Non basta riconciliarvi con colui che uccidete. La vostra tristezza sia l'amore del superuomo, così vi giustificherete di sopravvivere!
«Nemico» dovete dire, ma non «scellerato». «Malato» dovete dire, ma non «furfante»; «demente» ma non «peccatore».
E tu, rosso giudice, se volessi dire ad alta voce tutto ciò che hai già commesso nei tuoi pensieri: ognun griderebbe «via questa immondizia e questo veleno!».
Ma altra cosa è il pensiero, altra cosa l'atto, ed altra l'imagine dell'atto. La ruota della causalità non gira tra di esse.
Un'imagine rese pallido quell'uomo. Egli era degno della sua azione allorchè la commise: ma non ne sopportò l'imagine allorchè l'ebbe compiuta.
Rivide sempre sè stesso quale autore d'un fatto. Io chiamo questo follia; l'eccezione divenne natura.
Una linea paralizza la gallina: il colpo da lui eseguito paralizzò la sua povera ragione – io chiamo ciò follie dopo l'atto.
Udite, o giudici! Vi è ancora un'altra follia: è quella prima dell'atto. Ah, voi non penetraste a fondo in quell'anima!
Così parlò il rosso giudice: «Perchè questo delinquente ha ucciso? Voleva rubare». Ma io vi dico: la sua anima era assetata di sangue, non di rapine: egli aveva sete della voluttà del coltello.
Ma la sua ragione non comprendeva una tale follia e lo persuase. «Che importa il sangue? disse; non vuoi tu almeno, in questo momento, rubare? O fare vendetta?».
Ed egli ascoltò la sua povera ragione: le sue parole pesavano su di lui come piombo – e allora rubò mentre uccideva. Egli non voleva vergognarsi della sua follia.
E nuovamente pesava ora su di lui il piombo della sua colpa, e una volta ancora la sua povera ragione è così intorpidita, così paralizzata, così pesante.
Potesse egli almeno scuoter la testa, crollerebbe il suo peso: ma chi scuote quel capo?
Che cos'è quest'uomo? Una quantità di malattie che agiscono mediante lo spirito sul mondo esteriore e vogliono farsi un bottino.
Che cos'è quest'uomo? Un groviglio d'irrequieti serpenti che di rado si sopportano insieme – allora vanno, ognuno da sè, a cercare la preda nel mondo.
Guardate questo povero corpo! Ciò ch'egli sofferse e bramò, cercò di comprendere la povera anima, – e comprese la brama assassina e il desiderio della voluttà del coltello.
Chi è oggi ammalato viene colpito dal male che oggi è delitto: egli vuol far soffrire con ciò chi lo fa soffrire. Ma vi furono altri tempi, e un altro bene, e un altro male.
Una volta il dubbio era male e la volontà indipendente. Allora il malato diveniva eretico e strega, soffriva e voleva far soffrire.
Ma questo non giunge ai vostri orecchi: mi dite che ciò nuocerebbe a quelli che son buoni fra voi. E che m'importa dei vostri buoni!
Molte cose nei vostri buoni mi disgustano e, in verità, non il male. Ma io vorrei che essi avessero una follia onde perire, come questo pallido delinquente!
Questo vorrei, che la loro follia si chiamasse verità o fedeltà o giustizia: ma essi hanno le loro virtù per poter vivere a lungo in miserabile contentezza.
Io sono l'argine di un fiume: m'afferri chi può afferrarmi! Ma non sono la vostra gruccia.
Così parlò Zarathustra.
DEL LEGGERE E DELLO SCRIVERE
Di quanto fu scritto amo soltanto ciò che taluno scrisse col proprio sangue. Scrivi col sangue: e imparerai che il sangue è spirito. Non è facile comprendere il sangue degli altri: odio i lettori oziosi. Chi conosce il lettore non farà mai più nulla per lui. Ancora un secolo di lettori – e sarà putredine lo stesso spirito.
Il fatto che tutti sappiano leggere, guasta, con l'andar del tempo, non soltanto lo scrivere, ma anche il pensare.
Una volta lo spirito era Dio, poi si fece uomo, e diverrà adesso plebe.
Chi scrive col sangue e per aforismi non vuole esser letto, ma imparato a memoria.
In montagna il sentiero più breve conduce di vetta in vetta; ma ci vogliono buone gambe per seguirlo. Gli aforismi devono essere culmini: e quelli a cui son detti, uomini alti e robusti.
L'aria rarefatta e pura, il pericolo vicino e lo spirito avvivato da una gioconda malizia: son cose che s'accordano insieme.
Voglio intorno a me dei folletti, perchè io son coraggioso. Il coraggio che scaccia i fantasmi, si crea dei folletti – il coraggio vuol ridere.
Io non sento più come voi: questa nube che vedo ai miei piedi, questa cosa oscura e pesante della quale io rido – è per voi nube di tempesta.
Voi guardate in alto quando bramate esaltarvi. Ed io guardo al basso, perchè sono già esaltato.
Chi di voi sa ad un tempo esaltarsi e ridere?
Chi è salito sui monti più alti, ride di tutte le tragedie della scena e della vita.
Incuranti, beffardi, violenti, così ci vuol la pazienza: essa è donna ed ama sempre soltanto i guerrieri.
Voi mi dite: «la vita è difficile a sopportare». Ma che vi servirebbe allora il vostro orgoglio la mattina, e la vostra rassegnazione la sera? La vita è difficile a sopportare: ma non siate dunque così delicati! Noi tutti siamo asini carichi di pesi.
Che cosa abbiamo noi di comune col bocciolo di rosa, che trema perchè oppresso da una goccia di rugiada? – Amiamo la vita non già perchè assuefatti alla vita, ma perchè avvezzi ad amare.
Vi è sempre un po' di follia nell'amore. Ma c'è sempre anche un po' di ragione nella stessa follia.
Ed anche a me, che amo la vita, le farfalle e le bolle di sapone e tutto ciò che loro rassomiglia tra gli uomini, sembra conoscere nel miglior modo la gioia.
Veder svolazzare codeste animule leggere, svelte, graziose, seduce Zarathustra alle lacrime e al canto.
Crederei solo a un Dio che sapesse danzare.
E quando guardai il mio demonio, lo trovai serio, pesante, profondo, solenne: era lo spirito della gravità – e a cagion sua cade ogni cosa.
Non con la collera, ma col riso si uccide. Uccidiamo allora lo spirito della gravità!
Ho imparato a procedere: da quel tempo mi piace di correre. Ho imparato a volare: da quel tempo non mi piace esser spinto, per trasportarmi da un luogo.
Ora sono leggero, ora volo, ora io mi vedo al di sotto, ora in me danza un Dio.
Così parlò Zarathustra.
DELL'ALBERO SULLA MONTAGNA
Zarathustra s'era accorto che un giovane lo schivava. E quand'egli una sera s'aggirava solingo sui monti che cingono la città chiamata la «Giovenca Variopinta»: ecco, trovò passeggiando quel giovane, che sedeva accanto ad un albero e con occhio stanco guardava giù nella valle. Zarathustra s'appoggiò all'albero, presso il quale sedeva il giovane, e parlò così:
«Se io volessi scuotere quest'albero con le mani, non potrei.
Ma il vento che noi non vediamo lo agita e curva a piacere. Noi siamo scossi e agitati nel peggiore dei modi da mani invisibili».
S'alzò allora sgomento, il giovane, e disse: «Odo Zarathustra e pensavo, ora appunto, a lui». Zarathustra rispose:
«Perchè ti spaventi di questo? Succede all'uomo quello che accade all'albero.
Quanto più si protende verso l'alto e la luce, con tanta maggior forza si afferrano le sue radici alla terra, alle tenebre, all'abisso, – nel male».
«Sì, nel male!» esclamò il giovane. «Com'è possibile che tu legga nell'anima mia?».
Zarathustra sorrise e parlò: «Molte anime non si potran mai scoprire se non saranno prima rivelate a sè stesse».
«Sì, nel male! gridò il giovane ancora una volta.
Dicesti la verità, o Zarathustra. Io non confido più in me dacchè volli elevarmi, nessuno ha più fiducia in me – ciò come avvenne?
Io mi trasformo troppo presto: il mio oggi rifiuta il mio ieri. Io salto sovente i gradini, quando salgo – e nessun gradino di ciò mi perdona.
Quando sono in alto mi trovo sempre solo. Nessuno parla con me, il gelo della solitudine mi fa tremare. Che cerco io dunque lassù?
Il mio disprezzo e il mio desiderio crescono insieme: e più io salgo più disprezzo chi sale. Che voglio io dunque lassù?
Come mi vergogno del mio salire e del mio inciampare! Come rido del mio respiro ansimante! Come odio chi vola! Come son stanco, io, in alto!».
Qui il giovane tacque. E Zarathustra contemplò l'albero presso il quale stavano, e disse:
«Quest'albero è solitario sul monte; esso crebbe alto sopra gli uomini e gli animali.
E se volesse parlare, nessuno lo comprenderebbe: tanto eccelso esso crebbe.
Ed ora esso attende ed attende, – ma che aspetta mai? Esso dimora troppo vicino al regno delle nubi: attende forse la prima folgore?».
Quando Zarathustra ebbe detto questo, il giovane gridò con veemenza: «Sì, Zarathustra, tu dici la verità. Desiderai la mia distruzione quando volli salire, e tu sei il fulmine che io ho atteso! Vedi, che sono io ancora, dopo che mi sei apparso? L'invidia di te mi ha distrutto!». – Così parlò il giovane e pianse amaramente. Ma Zarathustra lo cinse col suo braccio e lo condusse con sè.
E quando ebbero camminato insieme un tratto, Zarathustra riprese a parlare:
– Ciò mi strazia il cuore, l'occhio tuo m'esprime, meglio delle parole, tutto il tuo pericolo.
Tu non sei ancor libero, tu cerchi ancora la libertà, pallido e stanco t'ha reso il tuo cercare.
Vuoi ascendere verso le libere altezze, l'anima tua ha sete di stelle. Ma pur i cattivi istinti sono assetati di libertà.
I tuoi cani selvaggi vogliono libertà; abbaiano di gioia nel loro canile quando il tuo spirito è in procinto di spalancare tutte le carceri.
Per me tu sei ancora un prigioniero che cerca di rendersi libero: ah, l'anima di tali prigionieri si fa accorta, ma pure perfida e falsa.
Deve ancor purificarsi chi ha liberato il suo spirito. C'è ancora in lui molto del carcere e della muffa: deve purificarsi il suo occhio.
Sì, io conosco il tuo pericolo. Ma per il mio amore e la mia speranza io ti scongiuro: non gettar via il tuo amore e la tua speranza!
Tu ti senti ancor nobile, e nobile ti sentono anche gli altri ancora, quelli che ti sono ostili e ti guardano maligni. Sappi che l'uomo nobile è a tutti un inciampo.
Anche ai buoni l'uomo nobile è d'inciampo: ed anche proclamandolo buono vogliono cacciarlo da loro.
L'uomo nobile vuol creare nuove cose ed una nuova virtù. Ma il buono vuole l'antico e che l'antico sia conservato.
Ma il pericolo dell'uomo nobile non è divenir buono bensì schernitore, distruttore, insolente.
Oh, conobbi dei nobili che perdettero le loro più alte speranze. E da quel tempo calunniarono ogni speranza sublime.
Vissero allora sfrontati, tra brevi orgie, ed appena si proposero un fine da un giorno all'altro.
«Lo spirito è pur voluttà» – essi dissero. E allora spezzarono l'ali dello spirito: esso striscia ora intorno e insozza rosicchiando.
Pensavano un giorno di mutarsi in eroi: sono ora viziosi. Spavento e afflizione, è per essi un eroe.
Ma per il mio amore e la mia speranza, ti supplico: non gettar via l'eroe dall'anima tua! Tieni sacra la tua più sublime speranza!
Così parlò Zarathustra.
DEI PREDICATORI DELLA MORTE
Esistono predicatori della morte: e la terra è piena di tali cui è necessario professar l'abbandono della vita.
Piena è la terra di uomini inutili, guasta è la vita da coloro che sono di troppo. Si potesse, con la speranza della vita eterna, allontanarli da questa vita!
«Gialli» sono chiamati i predicatori della morte, oppure «neri». Ma io voglio mostrarveli ancora sotto altri colori.
Ci sono i terribili che portano dentro una bestia feroce, e non hanno altra scelta che o il godimento o la mutilazione di sè stessi. E anche i loro godimenti sono una mutilazione.
Non sono ancor mai divenuti uomini, questi terribili: possano dunque predicar l'abbandono della vita e partirsene!
Ci sono i tisici dell'anima: appena son nati già cominciano a morire e aspirano alle dottrine della fatica e della rassegnazione.
Desidererebbero assai di morire, e noi dovremmo lodare la volontà loro! Guardiamoci bene dal ridestar tali morti e dal toccare queste bare viventi.
Se s'incontrano in un malato, in un vecchio, in un cadavere, subito dicono: «la vita è vinta!».
Ma essi soltanto sono i vinti, e i loro occhi i quali non vedono che un lato dell'esistenza.
Avvolti di tetra malinconia e avidi di piccoli casi che rechino la morte: essi attendono a denti stretti.
Oppure cercano dolciumi e deridono la loro puerilità: si aggrappano al fuscello di paglia della loro vita e si fan beffe di star appesi a un fuscello.
Dice la loro sapienza: «uno stolto è chi si conserva in vita, ma noi siamo tanto stolti! E questo è quanto di più folle v'è nella vita!».
«La vita non è che sofferenza», altri dicono; e non mentono: ma fate allora in modo che voi cessiate d'essere! Fate in modo che cessi una vita che è soltanto dolore!
E così suoni l'insegnamento della vostra virtù: «devi uccider te stesso! Devi sfuggire te stesso!».
«La voluttà è peccato – dicono alcuni di coloro che predicano la morte –, mettiamoci in disparte, e non generiamo figliuoli!» –.
«Il partorire è peccato, – dicono gli altri – a che prò partorire? Non si partoriscono che infelici!». Ed anche essi son predicatori della morte.
«Ci vuol compassione – dicono i terzi. – Prendete quel che possiedo! Prendete ciò che sono! Sarò tanto meno legato alla vita!».
Se fossero pietosi nell'intimo, cercherebbero di amareggiare la vita del prossimo. Essere cattivi – sarebbe la loro vera bontà.
Ma essi vogliono sbarazzarsi della vita: che importa loro se con le loro catene e i lor doni vincolano gli altri più strettamente alla vita!
Ed anche a voi cui la vita è lavoro selvaggio e inquietudine: non siete voi tanto stanchi di vivere? Non siete voi tanto maturi per il sermone della morte?
Voi tutti, cui è caro il lavoro selvaggio e tutto ciò che è rapido, nuovo, straniero – vi sopportate male; la vostra attività è fuga e volontà di dimenticare sè stessi.
Se voi credeste di più nella vita, vi abbandonereste meno all'attimo. Ma non avete un sufficiente calore in voi stessi per attendere – fosse anche in ozio!
Risuona ovunque la voce di coloro che predicano la morte: e la terra è piena di tali cui bisogna predicare la morte.
Oppure «la vita eterna»: ch'è per me cosa uguale, – purchè se ne vadano presto!
Così parlò Zarathustra.
DELLA GUERRA E DEI GUERRIERI
Non vogliamo esser risparmiati dai nostri amici migliori, e neppure da quelli che amiamo nel profondo del cuore. Lasciatemi quindi dire la verità!
O fratelli di guerra! Vi amo profondamente; io sono e fui vostro pari. E sono anche il vostro nemico peggiore. Lasciatemi dunque dirvi la verità!
Conosco l'odio e l'invidia del vostro cuore. Non siete grandi abbastanza per ignorare l'odio e l'invidia. Siate allora abbastanza grandi per non vergognarvene!
E se non potete essere i santi della conoscenza, siatene almeno i guerrieri. Essi sono i compagni e i precursori di una tal santità.
Vedo molti soldati: potessi veder molti guerrieri! «Uniforme» dicesi quella che indossano: non sia uniforme ciò che di sotto nascondono!
Voi dovete per me esser coloro che tendono gli sguardi in cerca del nemico – il vostro nemico. E in alcuni di voi c'è dell'odio a prima vista.
Voi dovete cercare il vostro nemico, e combattere la vostra guerra, per i vostri pensieri! E se il vostro pensiero soccombe gridi, la vostra onestà, il trionfo!
Dovete amare la pace, quale mezzo di nuove guerre. E la pace breve più che lunga.
Non vi consiglio lavoro, ma lotta. Non vi consiglio la pace ma la vittoria. Il vostro lavoro sia lotta, la vostra pace vittoria!
Non si può tacere e restar silenziosi che quando si possiede un arco e la freccia: altrimenti si ciancia e si disputa. Sia la vostra pace vittoria!
Voi dite che la buona causa santifica perfino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa.
La guerra e il coraggio hanno operato cose più grandi che l'amore del prossimo. Non la vostra compassione, bensì il vostro coraggio salvò finora i pericolanti.
«Che cosa è bene?» chiedete. Essere valorosi. Lasciate le donnette sentenziare: «è bene ciò che è buono e commovente insieme».
Vi dicono senza cuore: ma il vostro cuore è genuino ed io amo il pudore della vostra cordialità. Voi vi vergognate del vostro flusso e altri si vergognano del loro riflusso.
Siete brutti? Ebbene, fratelli miei! Avvolgetevi nel sublime, il manto della bruttezza!
E quando la vostra anima diverrà grande, sarà insolente, e nella vostra grandezza vi sarà malizia. Io vi conosco.
Voi dovete avere soltanto nemici che siano da odiare, non nemici da disprezzare. Voi dovete andar fieri del vostro nemico: allora i successi del vostro nemico saran pure i vostri.
Ribellione – ecco la nobiltà dello schiavo. La vostra nobiltà sia l'obbedienza. Il vostro stesso comandare sia obbedire!
A un buon guerriero suona meglio «tu devi», che «io voglio». E tutto ciò che v'è caro dovete permettere che vi si comandi.
Il vostro amor della vita sia l'amore della vostra più alta speranza: e la vostra più alta speranza sia il più alto pensiero della vita!
Ma il vostro più alto pensiero, dovete tollerare che ve lo comandi – e suona: l'uomo è qualcosa che deve venir sorpassato.
Vivete così la vostra vita d'obbedienza e di guerra!
Che importa vivere a lungo? Quale guerriero vuol'essere risparmiato?
Io non vi risparmio, io vi amo profondamente, miei fratelli di guerra!
Così parlò Zarathustra.
DEL NUOVO IDOLO
V'hanno ancora in qualche luogo popoli e greggi, ma non fra noi, o fratelli: qui non sono che Stati.
Stato? Che è ciò? Ebbene, aprite gli orecchi, che vi dica ora la mia parola sulla morte dei popoli.
Stato si chiama il più freddo di tutti i mostri. È freddo pur nel mentire; e questa è la menzogna ch'esce dalla sua bocca: «Io, Stato, sono il popolo».
È una menzogna! Furono creatori quelli che suscitarono i popoli e su di loro posero una fede e un amore: giovarono così alla vita.
Sono invece distruttori questi che tendono trappole a molti, e le chiamano Stato: essi appendono sul loro corpo una spada e cento desideri.
Dove c'è ancora popolo, esso non comprende lo Stato e lo odia come il malocchio e come peccato contro il costume e il diritto.
Vi dò questo segno: ogni popolo ha il suo linguaggio del bene e del male, e non lo comprende il vicino. Esso inventò la sua lingua secondo i suoi usi e diritti.
Ma lo Stato mente in tutte le lingue; sul conto del bene e del male qualunque cosa dica, esso mente – e ciò che possiede ha rubato.
Tutto è falso in lui, esso morde con denti rubati, il mordace.
Sono falsi anche i suoi visceri.
Confusione di lingue del bene e del male: vi dò questo segno come segno dello Stato. In verità questo segno significa la volontà di morire! In verità esso attrae i predicatori della morte!
Troppi uomini nascono: per coloro che sono di troppo fu inventato lo Stato!
Guardate un po' come esso li attira a sè, gli inutili! Come li ingoia e mastica e rimastica!
«Non c'è nulla di più grande sulla terra: io sono il dito ordinatore di Dio» – così rugge il mostro. E non cadono in ginocchio gli orecchiuti e i miopi soltanto.
Ahimè, pure in voi, anime grandi, esso insinua le sue tristi menzogne! Ahimè, indovina i cuori generosi che amano prodigarsi!
Sì, anche voi indovina, vincitori del vecchio Dio! La lotta vi stancò e la vostra stanchezza serve ora al nuovo idolo!
Il nuovo idolo vuole avvincere a sè anche gli onesti e gli eroi! Gli piace riposarsi alla luce solare delle buone coscienze, – il freddo mostro!
Tutto vuol dare a voi se voi l'adorate, l'idolo nuovo: s'acquista in tal modo lo splendore delle vostre virtù e lo sguardo dei vostri occhi superbi.
Esso vuole adescare con voi coloro che sono di troppo! Sì, fu inventato con ciò un artificio infernale, un corsiero della morte tintinnante nei divini ornamenti!
Sì, fu inventato con ciò una morte per molti, morte che si vanta d'esser vita: in verità un gran dono per i predicatori della morte!
Lo Stato è là dove tutti, buoni e cattivi, si ubbriacano di veleno: dove tutti si smarriscono: dove il lento suicidio di tutti si chiama «la vita»!
Guardate un po' questi uomini inutili! Essi si appropriano le opere degli inventori e i tesori dei savi: chiamano educazione il loro furto – e tutto divien loro malattia e miseria!
Guardate un po' questi inutili! Sono sempre malati e vomitano il loro fiele e lo chiamano giornale. Si divorano a vicenda e non possono neppur digerirsi.
Guardate un po' questi superflui! Acquistano ricchezze e con ciò divengon più poveri. Vogliono potenza e anzitutto il grimaldello della potenza, molto denaro, – questi impotenti!
Guardate come si arrampicano, queste agili scimmie! Si arrampicano l'una su l'altra, e vanno così nel fango e nell'abisso.
Voglion tutti accostarsi al trono: è la loro follia – come se la felicità stesse sul trono! Spesso sul trono sta il fango, e spesso anche il trono è sul fango.
Mi sembrano tutti folli costoro, e scimmie rampicanti, ed esaltati.
Il loro idolo pute, il freddo mostro; putono tutti insieme questi adoratori dell'idolo.
Miei fratelli, vorreste forse essere soffocati dall'alito delle loro bocche e delle lor bramosie? Spezzate piuttosto le vetrate e saltate all'aperto.
Evitate l'odore cattivo! Fuggite l'idolatria degli inutili!
Evitate l'odore cattivo! Fuggite i vapori di questi sacrifici umani!
La terra è ancor libera per le anime grandi. Ci sono molti posti ancora per le anime solitarie e le anime gemelle intorno alle quali aleggia il profumo di mari tranquilli.
La vita è ancora aperta per le grandi anime. In verità chi poco possiede è anche meno posseduto: sia lodata la piccola povertà!
Là dove lo Stato cessa d'esistere comincia l'uomo che non è inutile: là comincia la canzone della necessità, intraducibile, unica.
Là dove lo Stato cessa d'esistere, – ma guardate un po' là, miei fratelli! Non vedete voi l'arcobaleno e i ponti del superuomo?
Così parlò Zarathustra.
DELLE MOSCHE DEL MERCATO
Fuggi, amico mio, nella solitudine! Ti veggo stordito dallo strepito degli uomini grandi e punto dall'aculeo dei piccoli.
La foresta e la rupe sapranno degnamente tacere con te. Assomiglia di nuovo all'albero che tu ami, all'albero dai rami diffusi; esso pende sul mare silenzioso, in ascolto.
Dove termina la solitudine comincia il mercato; e dove il mercato comincia, comincia pure lo strepito dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose.
Nel mondo le cose migliori non giovano a nulla, se non v'ha chi le rappresenti: questi sono chiamati dal popolo uomini grandi.
Poco comprende il popolo la grandezza: cioè il creare. Ma ha un senso per tutti i rappresentanti e i commedianti di grandi cose.
Il mondo gira intorno agl'inventori di nuovi valori: gira invisibilmente. Ma intorno ai commedianti s'aggira il popolo e la gloria: così è «il corso del mondo».
Il commediante possiede lo spirito, non la coscienza dello spirito. Sempre egli crede a ciò con cui fa più persuasi gli altri, – a ciò che spinge a credere in lui!
Avrà domani una nuova fede, e un'altra dopo domani. Egli ha lo spirito pronto come il popolo, e variabile al pari del tempo.
Rovesciare – vuol dire per lui: dimostrare. Render folli – è per lui convincere. E il sangue gli sembra l'argomento migliore.
Una verità che s'insinua soltanto in orecchie delicate, egli la chiama menzogna e nulla. In verità egli crede solo agli dèi che fanno gran strepito nel mondo!
Affollato di rumorosi pagliacci è il mercato – e il popolo si gloria dei suoi grandi uomini! Essi sono per lui i padroni dell'ora.
Ma l'ora li incalza: ed essi t'incalzano. Anche da te vogliono un sì o un no. Vuoi metterti incautamente fra un pro' e un contro?
Non esser geloso di questi intransigenti e impazienti, o amico della verità! La verità non s'appese ancor mai al braccio di un assoluto.
A causa di questi avventati ripara nella tua sicurezza: non sul mercato soltanto si è assaliti con il «Sì?» od il «No?».
Ciò che avviene nelle fontane profonde, avvien lentamente: esse dovettero attendere a lungo per sapere cosa cadde nel loro profondo.
Lontano dal mercato e dalla gloria si ritrae tutto ciò che è grande: lontano dal mercato e dalla gloria vissero sempre gli inventori di nuovi valori.
Fuggi, amico, nella tua solitudine: io ti vedo punzecchiato da mosche velenose. Fuggi là ove soffia un vento rude e impetuoso.
Fuggi nella tua solitudine! Vivesti troppo vicino ai piccoli e ai miserabili. Fuggi dinanzi alla loro vendetta invisibile! Contro di te essi non son che vendetta.
Non alzar più il braccio contro di loro! Essi sono innumerevoli, e non è affar tuo essere cacciatore di mosche.
Innumerevoli sono i piccoli e i miserabili; e più d'un superbo edificio fu distrutto da gocce piovane e dalla mala erba.
Tu non sei una pietra e già sei incavato per le molte gocce. Ti fenderebbero e spezzerebbero altre gocce ancora.
Ti veggo affaticato per le molte mosche velenose, punto a sangue in cento parti; e la tua alterezza sdegna la collera.
Vorrebbero il tuo sangue, con tutta innocenza, bramano sangue le loro anime esangui – e perciò punzecchiano fingendosi ingenue.
Ma tu, o profondo, tu soffri troppo crudelmente anche per le piccole ferite; e prima che tu risani, lo stesso verme velenoso ti striscia di nuovo sulla mano.
Tu sei troppo fiero per uccidere questi golosi. Ma bada a non esser poi costretto a portare tutta la loro velenosa ingiustizia!
Essi ti ronzano intorno anche con la loro lode; impudenza è la loro lode. Essi vogliono il contatto con la tua pelle e il tuo sangue.
Essi ti adulano come un Dio o un demonio; essi piagnucolano davanti a te come inanzi a Dio o al demonio. Che importa! Sono adulatori e piagnoni e nient'altro.
E spesso saranno con te amabili. Ma questa fu sempre la prudenza dei vili. Sì, sono accorti, i vigliacchi!
Essi pensano molto a te nella loro anima angusta – tu sei loro sempre sospetto! Tutto ciò che è meditato diviene sospetto.
Essi ti puniscono per tutte le tue virtù. Non ti perdonano, dal profondo del cuore, che i tuoi errori.
Perchè sei mite e giusto, dirai: «sono incolpevoli della loro vita meschina». Ma la loro anima angusta pensa: «È colpa ogni grande esistenza».
Anche se tu sei affabile con loro, essi sentono ancora che tu li disprezzi; e ricambiano i tuoi benefizi con celati misfatti.
La tua muta fierezza li irrita sempre; essi esultano se, una volta, sei abbastanza modesto per esser vanitoso.
Ciò che noi riconosciamo in un uomo noi lo accendiamo anche in lui. Salvati quindi dai piccoli!
Dinanzi a te si sentono piccoli, e la loro bassezza divampa contro di te, per una vendetta invisibile.
Non t'accorgesti mai come spesso tacevano quando li avvicinavi, e come perdevano forze, simili al fumo di un fuoco spegnentesi?
Sì, amico mio, per i tuoi vicini, sei la cattiva coscienza; poi che essi sono indegni di te. Perciò ti odiano e vogliono succhiare il tuo sangue.
I tuoi vicini saranno sempre mosche velenose; ciò ch'è grande in te – anche questo deve renderli più velenosi e sempre più somiglianti alle mosche.
Fuggi, amico, nella tua solitudine, dove spira un vento rude e impetuoso! Non è tuo mestiere esser cacciatore di mosche.
Così parlò Zarathustra.
DELLA CASTITÀ
Amo la foresta. È difficile vivere in città: vi sono troppi lussuriosi.
Non è forse meglio cader nelle mani di un assassino che nei sogni di una donna lasciva?
Guardate questi uomini: il loro occhio lo dice – non san far di meglio sulla terra, che giacer presso una donna.
Nel fondo dell'anima loro v'è fango; e guai se nel loro fango v'è spirito!
Se almeno foste animali perfetti! Ma privilegio dell'animale è l'innocenza.
Vi consiglio io forse la morte dei sensi? Vi consiglio l'innocenza dei sensi.
Vi consiglio la castità? La castità è in alcuni virtù, ma per molti poco meno d'un vizio.
Questi son continenti, è vero; ma la cagna sensualità si manifesta in tutto ciò che fanno.
Perfino nell'altezza delle loro virtù e nel loro spirito freddo li segue irrequieto, quel mostro.
E con qual grazia la cagna sensualità sa mendicare un briciolo di spirito, quando le si ricusa un pezzo di carne!
Voi amate le tragedie e tutto ciò che spezza il cuore. Ma io diffido della vostra cagna.
Voi avete occhi troppo crudeli, e pieni di desiderio mirate quelli che soffrono. La vostra voluttà non ha forse indossata la maschera della compassione?
Ed anche questa sentenza vi dò: non pochi di coloro che volevano cacciare il diavolo, condussero sè stessi fra i porci.
La castità è da sconsigliare a colui al quale è dura: affinchè non divenga la via dell'inferno – cioè fango e lussuria dell'anima.
Parlo io di cose sconce? Ma non mi sembra quello che vi sia di peggio.
Non quando la verità è sudicia, ma quand'è vana, quegli che ha discernimento scende malvolontieri nella sua acqua.
In verità vi sono alcuni che sono casti nel fondo: essi sono miti di cuore e ridono meglio e più sovente di voi.
Ridono pure della castità e chiedono: «che cos'è la castità?»
La castità non è forse follia? Ma questa follia giunse a noi, non noi la cercammo.
Noi abbiamo offerto a quest'ospite un asilo ed il cuore: ora dimora egli in noi – possa restarci fino a che vuole!
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMICO
«C'è sempre uno di troppo intorno a me» – pensa così il solitario.
«Sempre uno via uno – a lungo andare ciò diventa due!».
Io e Me sono sempre in conversazione troppo assidua: come lo si potrebbe sopportare se non ci fosse di mezzo un amico?
Per il solitario l'amico è ognora un terzo: e il terzo è un sughero il quale impedisce che il discorso dei due cada in fondo.
Ahimè, vi son troppe profondità pei solitari. Essi aspirano perciò ad avere un amico che li tragga in alto.
La nostra fede negli altri tradisce ciò che più volentieri crederemmo di noi stessi. Il nostro desiderio di un amico è il traditore.
Ma ben spesso non si vuol con l'amore che passare oltre l'invidia. Sovente ci si attacca e ci si fa dei nemici, sol per celare che noi stessi possiam venire assaliti.
«Sii almeno il mio nemico!» così parla il vero rispetto che non ardisce mendicar l'amicizia.
Se si vuol possedere un amico, si deve pure saper fare la guerra per lui: e per fare la guerra bisogna saper essere nemico.
Bisogna nell'amico onorare il nemico. Puoi tu avvicinarti al tuo amico senza passar al suo campo?
Nel proprio amico si deve possedere il migliore nemico. È quando lotti contro di lui che devi essergli più vicino al cuore.
Vuoi presentarti nudo al tuo amico? Sarebbe egli onorato se, come sei, ti presenti? Ma ti manderebbe al diavolo!
Chi non sa dissimulare, rivolta: è per questo, che la nudità va temuta! Se foste dèi, certamente, dovreste vergognarvi degli abiti!
Per il tuo amico tu non saprai mai adornarti abbastanza: poi che devi esser per lui il desiderio e la freccia del superuomo.
Guardasti mai, mentre dorme, l'amico – per imparare a conoscerne il volto? Qual è dunque il suo volto? È il tuo viso in uno specchio grossolano e imperfetto.
Guardasti mai dormire l'amico? Non ti sgomentasti dell'aspetto che aveva? Oh, mio amico, l'uomo è qualcosa che deve venir superata.
Nell'indovinare e tacere, l'amico dev'esser maestro; non devi voler vedere tutto. Il tuo sogno deve rivelarti ciò che fa il tuo amico da sveglio.
Una divinazione sia la tua pietà: perchè tu subito sappia se il tuo amico vuol compassione. Forse egli ama in te l'occhio fiero e lo sguardo dell'eternità.
La tua compassione per l'amico si celi sotto una ruvida scorza, intorno alla quale devi logorare i tuoi denti. Essa avrà così soavità e dolcezza.
Sei tu l'aria pura, la solitudine, il pane e la medicina, per il tuo amico? Taluno è incapace di spezzare le proprie catene, eppure giunge a redimer l'amico.
Sei tu uno schiavo? Non puoi allora essere amico. Sei tu un tiranno? Non puoi allora aver degli amici.
Troppo a lungo si celarono nella donna lo schiavo e il tiranno. Perciò la donna è ancora incapace d'amicizia: ella conosce soltanto l'amore.
Nell'amor della donna vi è cieca ingiustizia per tutto ciò che non ama. E pur nell'amore cosciente della donna c'è ancora sempre, vicino alla luce, la sorpresa, la notte, la folgore.
Ancora non è capace d'amicizia, la donna: gatte sono tuttora le donne, ed uccelli. O, nel caso migliore, giovenche.
Ancora è incapace d'amicizia la donna. Ma ditemi, o uomini, chi di voi è capace d'amicizia?
Oh, la vostra povertà, uomini, è l'avarizia dell'anima vostra! ciò che voi date all'amico, io lo darei perfino al nemico, nè diverrei più povero.
Esiste familiarità di compagni: potesse esistere pur l'amicizia!
Così parlò Zarathustra.
DELLE MILLE E UNA META
Zarathustra vide molti popoli e molti paesi: scoperse perciò in molti popoli il bene ed il male. Nessuna maggiore potenza trovò Zarathustra che il bene ed il male.
Nessun popolo potrebbe vivere senza sapere, anzitutto, valutare: ma se vuol conservarsi, non deve valutare alla guisa del suo vicino.
Molte cose per un popolo buone, furono per un altro scherno e vergogna: ecco ciò che scopersi. Molte cose trovai, qui dette cattive, e là circondate d'onori regali.
Un vicino non comprese mai l'altro; sempre l'anima sua stupiva della follia e della malvagità del vicino.
Una tavola di beni sta sospesa sopra ogni popolo. Guarda, è la tavola delle sue vittorie; guarda, è la voce della sua volontà di potenza.
È lodevole ciò che gli appare difficile; bene ciò ch'è indispensabile e duro; e ciò che libera dall'estrema miseria, ciò che v'ha di più raro e difficile, – egli lo esalta come santo.
Ciò che lo fa dominare, vincere, splendere, eccitando l'orrore e l'invidia del prossimo: questa è per lui la cosa sublime, la prima, che misura ogni altra e n'è il senso.
In verità, o fratello, quand'avrai conosciuto i bisogni, le terre, il cielo e il vicino d'un popolo: tu ne argomenterai facilmente la legge delle sue vittorie sopra sè stesso, e perchè ascende su quelle scale alla sua speranza.
«Sempre devi essere il primo e gli altri avanzare: nessuno deve amare l'anima tua gelosa fuorchè il tuo amico» – questo faceva fremere l'anima d'un greco; e perciò egli camminava sul sentiero della grandezza.
«Dire la verità e saper maneggiare bene l'arco e la freccia» – sembrava insieme difficile e caro al popolo dal quale ebbi il nome – il nome che m'è insieme difficile e caro.
«Onorare il padre e la madre e obbedir loro sin nella radice dell'anima»: questa tavola di vittoria impose a sè stesso un altro popolo e divenne in tal modo potente ed eterno.
«Conservarsi fedele e per fedeltà donare il sangue e l'onore pur nelle cose difficili e tristi»: insegnando così un altro popolo potè dominare sè stesso, e così dominandosi divenne ricco di grandi speranze.
Gli uomini si diedero, in verità, tutto il bene e tutto il male. In verità se l'appropriarono, ma non lo trovarono, non l'accolsero punto come voce del cielo.
Fu l'uomo ad assegnare un valore alle cose, il senso umano! Perciò si chiama egli «uomo», cioè colui che valuta.
Valutare è creare: uditemi, o voi creatori! Il valutare è per sè steso il tesoro e la gioia di tutte le cose valutate.
Mercè la valutazione esiste il valore: e senza la valutazione il nocciolo dell'esistenza sarebbe vuoto. Ascoltate, o creatori!
Mutabilità di valori – è mutabilità di chi crea. Sempre distrugge chi vuole creare.
Creatori furono dapprima i popoli, e solo molto più tardi gl'individui; in verità l'individuo è la creazione più recente.
I popoli sospesero un tempo sopra di sè una tavola di beni. L'amore che vuol dominare e l'amore che vuole obbedire crearono insieme queste tavole.
Più antico è l'amore del gregge che l'amore del proprio Io: e sin tanto che la buona coscienza si chiamerà gregge, soltanto la coscienza cattiva dirà: Io.
In verità l'Io astuto, egoista, che cerca il suo utile nell'utile di molti: questo non è l'origine, ma il tramonto del gregge.
Furono sempre i ferventi e i creatori che crearono il bene ed il male. Il fuoco dell'amore e il fuoco della collera divampa in nome di tutte le virtù.
Molti paesi vide Zarathustra e molti popoli: niuna maggiore potenza trovò sulla terra Zarathustra, che l'opera di coloro che amano: «bene» e «male» n'è il nome.
Mostruosa, in verità è la potenza della lode e del biasimo. Dite, fratelli, chi potrebbe sconfiggerla? Dite, chi getterà un laccio intorno ai mille colli di questa bestia?
Mille mète vi furono sino ad oggi, perchè vi furono mille popoli. Non manca più che il laccio per i mille colli, manca l'unica mèta. L'umanità non ha ancora una mèta.
Ma ditemi dunque, o fratelli: se a l'umanità manca ancora la mèta; non le manca pure sè stessa?
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMORE DEL PROSSIMO
Voi v'affannate intorno al vostro prossimo e ne avete in cambio belle parole. Ma vi dico: il vostro amore del prossimo, è il vostro amore di voi.
Vi attaccate al prossimo per fuggire voi stessi e vorreste far di ciò una virtù: ma io leggo nel vostro «altruismo».
Il Tu è più antico dell'Io; il Tu fu già detto santo, ma l'Io non ancora; perciò l'uomo cerca il suo prossimo.
Vi consiglio io l'amore del prossimo? Vi consiglio piuttosto di fuggire il prossimo e di amare quelli che son da voi più lontani!
Più alto dell'amore del prossimo, sta l'amore dell'uomo lontano che ha da venire; più sublime dell'amore per l'uomo mi par l'amore per cose e fantasmi.
Questo fantasma che ti corre dinanzi, o fratello, è più bello di te; perchè non gli doni la tua carne e le tue ossa? Ma tu lo temi e ripari presso il vicino.
Voi non potete sopportarvi e non v'amate abbastanza: vorreste perciò sedurre il vicino all'amore, e del suo errore indorarvi.
Io vorrei non poteste andar d'accordo col vostro prossimo e coi vicini di lui: dovreste allora cercar da voi stessi un amico dal cuore entusiasta.
Voi invitate un testimonio quando volete dir bene di voi; e quando l'avete indotto a pensar bene di voi, voi stessi pensate bene di voi.
Non mente soltanto chi parla contro la sua coscienza, ma anzi quello che parla contro la sua incoscienza. E così voi parlate nelle vostre relazioni e ingannate con voi il vicino.
Così dice il folle: «il trattare col prossimo guasta il carattere, specialmente quando non s'ha».
L'uno va dal vicino perchè cerca sè stesso, e l'altro perchè vorrebbe obliarsi. Il poco amore che portate a voi stessi fa della vostra solitudine una prigione.
Sono i più lontani che scontano il vostro amore pel prossimo; e quando non siete che cinque insieme, deve sempre un sesto perire.
Io non amo nemmeno le vostre feste: vi trovai troppi commedianti ed anche gli spettatori si comportavano come commedianti.
Non il prossimo v'insegno, ma l'amico. L'amico sia per voi la festa della terra e un presagio del superuomo.
V'insegno l'amico e l'ardente suo cuore. Ma bisogna saper diventare una spugna se si vuole l'affetto di cuori ferventi.
V'insegno l'amico che porta in sè un mondo, una coppa del bene – l'amico creatore che ha sempre un mondo pronto da offrire.
E come per lui andò svolgendosi il mondo, così si riavvolge nuovamente in anelli, quale un procedere del bene dal male, del fine dal caso.
L'avvenire e il lontano siano per te la causa dell'oggi: nel tuo amico devi amare il superuomo, come la ragione di te stesso.
Fratelli miei, non vi consiglio l'amore del prossimo: amate quelli che son da voi più lontani.
Così parlò Zarathustra.
DEL CAMMINO DEL CREATORE
Vuoi tu, mio fratello, andare in solitudine? Vuoi cercar la via di te stesso? Indugia ancora un poco ed ascoltami.
«Chi cerca, facilmente perde sè stesso. Ogni solitudine è colpa» così parla il gregge. E lungo tempo tu appartenesti al gregge.
La voce del gregge risuonerà ancora in te. E quando dirai: «non ho più la vostra coscienza», ci sarà un pianto e un lamento.
Vedi, il tuo dolore stesso, è ancora nato da questa coscienza: e l'ultima luce di questa coscienza arde ancora nella tua tristezza.
Ma tu vuoi seguire la via del tuo dolore che è la via che conduce a te stesso? Mostrami allora il diritto e la forza che hai di far ciò!
Sei tu una nuova forza e un nuovo diritto? Un primo movimento? Una ruota che gira sovra sè stessa? Puoi tu anche costringer le stelle a girarti d'intorno?
Ah, vi è tanta bramosia di salire! Vi è tanto spasimo di ambiziosi! Mostrami che non sei nè ambizioso nè avido!
Ah, ci sono tanti pensieri sublimi che non sono che un mantice: essi gonfian le cose e ne accrescono il vuoto.
Ti proclami libero? – Voglio tu mi dica i tuoi pensieri dominanti, non che sei sfuggito ad un giogo.
Sei tu uno di quelli che avevano il diritto di sfuggire ad un giogo? Vi son parecchi che gettarono via il loro ultimo pregio, abbandonando la schiavitù.
Libero di che cosa? Che importa ciò a Zarathustra? Ma l'occhio tuo deve annunciare sereno: libero per che cosa?
Sei tu capace di distribuire a te stesso il bene ed il male, e di porre la tua volontà su di te come tua legge? Saprai essere il giudice e il vendicatore della tua legge?
È terribile star soli col giudice e il vindice della propria legge. Così vien lanciata la stella nello spazio deserto e nel gelido soffio della solitudine.
Oggi tu che sei solo soffri ancora per causa di molti: oggi hai ancora pienamente il tuo coraggio e le tue speranze.
Ma ti peserà un giorno la tua solitudine, si curverà il tuo orgoglio, e il tuo coraggio digrignerà i denti. E allora griderai: «io sono solo!».
Non vedrai più, un giorno, l'altezza tua, e troppo vicina ti sarà la bassezza; ciò che hai di sublime t'incuterà spavento come un fantasma. E allora griderai: «Tutto, è menzogna».
Vi sono sentimenti che minacciano d'uccidere il solitario; se non riescono a ciò devono essi stessi morire! Ma puoi tu essere un assassino?
Fratello, conosci di già la parola «disprezzo?». E il tormento della tua giustizia nel dover essere giusto con coloro che ti disprezzano?
Tu costringi molti a mutar d'avviso sul tuo conto: e di ciò ti fanno gran carico. Tu ti avvicinasti a loro e passasti oltre: essi non te lo perdoneranno giammai.
Tu li sorpassi: e quanto più vai salendo, tanto più piccolo ti scorge l'occhio dell'invidia. Ma più di tutti è odiato colui che vola.
«E come potreste voi esser giusti con me? – dovresti dire. – Io scelgo per me la vostra ingiustizia come la parte che mi è dovuta».
Ingiustizia e lordura essi gettano sul solitario ma, o fratello, se vuoi essere un astro, non puoi far sì che tu non splenda anche per loro!
E guardati dai buoni e dai giusti! Essi crocifiggono volentieri quelli che s'inventano la loro propria virtù – essi odiano il solitario.
Guardati anche dalla santa semplicità! Tutto ciò che non è semplice è per loro empio: essa gioca pur volentieri col fuoco – dei roghi.
E guardati anche dagli eccessi del tuo amore! Troppo rapidamente il solitario tende la mano a colui che incontra.
A taluni non devi porger la mano, ma solo la zampa: e voglio che la tua zampa abbia anche gli artigli.
Ma il nemico peggiore che tu possa incontrare sarai sempre tu stesso; tu ti attendi in agguato nelle caverne e nei boschi.
O solitario, tu segui il cammino che conduce a te stesso, e oltre te stesso ai tuoi sette demoni!
Apparirai a te stesso un eretico e una strega, e un negromante e un folle e uno scettico, e un sacrilego e un malvagio.
Tu devi volerti bruciare nella tua propria fiamma: come vorresti rinnovarti senza esserti prima ridotto in cenere!
Solitario, tu cammini su la via del creatore: tu vuoi creare a te stesso un Dio dai tuoi sette demoni!
Solitario, tu percorri la via dell'amante: ami te stesso e perciò ti disprezzi come può solo disprezzare chi ama.
L'amante vuol creare, perchè disprezza! Che sa dell'amore quegli che non è stato capace di odiare ciò che amava?
Va nella tua solitudine, o fratello, con il tuo amore e la tua creazione; e più tardi la giustizia ti seguirà zoppicando.
Va nella tua solitudine, con le mie lagrime, o fratello. Amo colui che vuol creare oltre le proprie forze e in tal modo perisce.
Così parlò Zarathustra.
DELLE GIOVANI E DELLE VECCHIE
«Che cosa vai trascinando così paurosamente nel crepuscolo, Zarathustra? E che cosa nascondi con tanta cura sotto il mantello?
«È forse un tesoro che avesti in dono? O un bambino che ti nacque? O forse vai tu stesso, ora, per le vie del ladro, tu amico del male?».
In verità, o mio fratello!, disse Zarathustra, è proprio un tesoro che mi fu regalato: è una piccola verità che io porto con me.
Ma essa è selvaggia come un piccolo bambino, e se non le chiudessi la bocca essa griderebbe forte.
Oggi, nell'andar solitario per la mia strada, nell'ora del tramonto, m'incontrai con una vecchierella che mi parlò all'anima così:
«Molte cose disse Zarathustra anche a noi donne, ma non ci parlò mai della donna».
Ed io risposi: «della donna non si deve parlare che agli uomini».
«Parla anche a me della donna, diss'ella, io sono vecchia abbastanza, per subito dimenticare».
Volli esaudire la vecchierella e le parlai così:
Tutto nella donna è mistero, e tutto nella donna ha una soluzione: la quale si chiama gravidanza.
L'uomo per la donna è un mezzo: il fine è sempre il figlio. Ma che cos'è la donna per l'uomo?
Il vero uomo ricerca due cose: il pericolo e il gioco. Vuole perciò la donna come il più pericoloso trastullo.
L'uomo deve venir educato per la guerra e la donna per il sollievo del guerriero; tutto il resto è follia.
Frutti troppo dolci – non vuole il guerriero. Vuole perciò la donna; amara è anche la donna più soave.
La donna comprende meglio i bambini che l'uomo, ma l'uomo è più infantile che la donna.
Nel vero uomo si cela il bambino: vuole giocare. Su via, o donne, scoprite dunque il bambino nell'uomo!
Un trastullo vi sia la donna, delicato e puro, simile alla pietra preziosa irradiata dalla virtù di un mondo che non esiste ancora.
Il raggio d'una stella splenda sul vostro amore! La vostra speranza si chiami: «possa io far nascere il superuomo!».
Vi sia del coraggio nel vostro amore! Col vostro amore dovete assalire colui che v'incute paura.
Nel vostro amore ci sia l'onor vostro! Poco s'intende la donna d'onore. Ma sia questo il vostro onore: amar sempre più di quanto vi si ama e non essere mai al secondo posto.
L'uomo teme la donna quando essa ama: ella compie allora ogni sacrificio, e ogni altra cosa le par senza pregio.
L'uomo teme la donna quando essa odia: poichè l'uomo è in fondo all'anima soltanto cattivo, ma la donna è vile.
Chi odia la donna più d'ogni altro? Così parla il ferro alla calamita: «io odio te più d'ogni altra cosa, perchè tu attiri, ma non sei abbastanza forte per ritenere!».
La felicità dell'uomo si chiama: io voglio. La felicità della donna si chiama: egli vuole.
«Ecco, solo adesso il mondo divenne perfetto!» – pensa ogni donna che nella pienezza del suo amore obbedisce.
E la donna deve obbedire e trovare una profondità per la sua superficie. Superficie è l'anima della donna, una spuma mobile e tempestosa in un'acqua poco profonda.
Ma l'animo dell'uomo è profondo, il suo fiume scorre per sotterranee caverne: la donna sente la forza, ma non la comprende. –
E a me rispose la vecchierella: «Molte cose gentili disse Zarathustra, e specialmente per quelle che sono ancor giovani.
È strano, Zarathustra conosce poco le donne, eppure disse giusto di loro! Accade ciò forse perchè per la donna, niuna cosa è impossibile?
E ora per ringraziamento prendi una piccola verità. Sono vecchia abbastanza per dirtela!
Avvolgila bene e chiudile la bocca se no grida forte, la piccola verità».
«Dammi, o donna, la tua piccola verità!» io dissi. E allora la vecchierella mi disse:
«Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!».
Così parlò Zarathustra.
DEL MORSO DELLA VIPERA
Un giorno Zarathustra s'era addormentato sotto un fico, poichè faceva assai caldo, e aveva incrociato le braccia sul capo. Gli si appressò una vipera e lo morse sul collo, così che Zarathustra gridò di dolore. Quando ebbe scostato le braccia dal collo, guardò la vipera: allora essa riconobbe gli occhi di Zarathustra e tentò a stento di sfuggirgli. «Ma no, disse Zarathustra, ancora non ti ho ringraziata! Mi svegliasti a tempo, la mia via è ancor lunga». «La tua via è ancor breve», disse la vipera afflitta, «il mio veleno uccide». Zarathustra sorrise. «Quando mai morì un drago per il veleno d'un serpente? disse. Ma riprendi il tuo veleno. Non sei ricca abbastanza per regalarmelo». Allora la vipera gli si gettò intorno al collo e gli lambì la ferita.
Quando Zarathustra raccontò questo ai discepoli, essi gli chiesero: «E qual è, o Zarathustra, la morale del tuo racconto?». Zarathustra rispose allora così:
Distruttore della morale mi chiamano i buoni ed i giusti: il mio racconto è immorale.
Ma se voi avete un nemico, non gli date il bene in cambio del male: giacchè ne avrebbe vergogna. Ma mostrategli invece ch'egli v'ha fatto del male.
O piuttosto irritatevi anzichè umiliarlo! E quando siete maledetti, non benedite, chè ciò non mi piace. Ma piuttosto imprecate un poco anche voi!
E se vi si fece un gran torto, fatene subito cinque leggeri! È orribile a vedersi chi non è oppresso che dall'ingiustizia.
V'era questo già noto? Il torto diviso equivale a mezzo diritto. E il torto deve addossarselo colui che sa portarlo!
Una vendetta leggera è cosa più umana che nessuna vendetta. E se la punizione non dev'essere anche un diritto e un onore per colui che trasgredisce, io non so che farmi delle vostre punizioni.
È più nobile dare torto a sè stesso che non il volere avere ragione, specie quando s'ha ragione. Ma bisogna essere ricco abbastanza per ciò.
Non mi piace la vostra fredda giustizia; negli occhi dei giudici vostri, vedo sempre il carnefice ed il freddo suo ferro.
Ditemi, dove sta la giustizia, che è amore con occhi veggenti? Trovatemi dunque l'amore che non porta soltanto i castighi, ma tutte le colpe! Trovatemi dunque la giustizia che assolve tutti, salvo chi giudica!
Volete sentire ancor questo? In colui che vuol'essere sinceramente giusto anche la menzogna diviene filantropia.
Ma come potrei io essere giusto nell'intimo? Come potrei dare ad ognuno il suo? Questo mi basti: a ognuno dò il mio.
Infine, o fratelli, badate dal far torto ai solitari! Come un solitario potrebbe dimenticare? Come potrebbe contraccambiare?
Il solitario è simile a un pozzo profondo. È facile gettarvi dentro un sasso: ma se precipita fino in fondo, chi potrebbe più trarnelo fuori?
Badate a non offendere il solitario! Ma se ciò vi fosse accaduto, ebbene, uccidetelo pure!
Così parlò Zarathustra.
DEL MATRIMONIO E DEI FIGLI
Ho una domanda per te solo, o fratello: come scandaglio getto questa domanda nell'anima tua, perchè io sappia quanto è profonda.
Tu sei giovane e desideri matrimonio e bambini. Ma io ti chiedo: sei tu un uomo che possa desiderare un bambino?
Sei tu il vittorioso, il vincitore di te stesso, il dominatore dei sensi, il signore delle tue virtù? Questo io ti chiedo.
O parla nel tuo desiderio la bestia e il bisogno? O la solitudine? O il malcontento di te?
Voglio che la tua vittoria e la tua libertà abbiano desiderio d'un figlio. Devi costruire edifici viventi alla tua vittoria e alla tua liberazione.
Sopra te stesso devi costruire. Ma prima di tutto devi aver finito di edificare te stesso, ed essere retto di corpo e di anima.
Non devi soltanto propagare la tua stirpe più lungi, ma più in alto! A ciò ti giovi il giardino del matrimonio!
Tu devi creare un corpo più sublime, un primo impulso, una ruota che giri sovra sè stessa – un creatore devi creare.
Matrimonio: si chiama la volontà di due esseri a creare quell'uno che deve essere superiore a coloro che lo crearono. Io chiamo matrimonio il reciproco rispetto di coloro che vogliono tal volontà.
Sia questo il senso e la verità del tuo matrimonio. Ma ciò che fu detto matrimonio dalla folla dei superflui – come devo chiamarlo?
Ah, la miseria di quelle anime unite! Ah, la lordura di quelle anime appaiate! Ah, la miserabile contentezza in due!
Matrimonio dicono tutto ciò: e dicono i matrimoni siano conclusi in cielo.
Ebbene, non so che farmi di questo cielo degli inutili! No, non voglio saperne, di questi bruti presi alla rete celeste!
È lontano da me quel Dio che si avvicina zoppicando per benedire coloro che non ha congiunto!
Non ridete di questi matrimoni! Qual fanciullo non avrebbe motivo di piangere sui propri genitori?
Degno mi sembrò quest'uomo e maturo per il senso della terra: ma appena vidi la sua donna, mi parve la terra un asilo di mentecatti.
Sì, io vorrei che la terra si agitasse convulsa, quando un santo ed un'oca s'accoppiano.
Un tale mosse come eroe alla conquista della verità, e non s'acquistò alla fine che una piccola graziosa menzogna. La chiama il suo matrimonio.
Un altro era riservato nelle sue relazioni e difficile nella scelta. Ma guastò, ad un tratto, tutta la sua società: chiamò ciò il suo matrimonio.
Tal'altro cercava una ragazza con virtù d'angelo. Ma divenne ad un tratto il servo d'una donna, ed ora avrebbe bisogno egli stesso di divenire un angelo.
Trovai finora compratori cauti ed accorti. Pure anche l'uomo più astuto compra la moglie nel sacco.
Molte brevi follie – per voi hanno il nome d'amore. E il vostro matrimonio mette fine a codeste brevi follie, come un'eterna follia.
Il vostro amore per la donna e l'amore della donna per l'uomo: ahimè, potess'essere pietà per gli Dei sofferenti e nascosti! Ma il più delle volte sono bestie che si intendon fra loro.
Tuttavia il vostro amore migliore non è che una similitudine estatica e un doloroso ardore. Esso è una fiaccola che deve guidarvi a più alti cammini.
Voi dovete amare al disopra di voi! Soltanto così imparate ad amare! E dovete bere perciò il calice amaro del vostro amore.
C'è dell'amarezza anche nella coppa dell'amore migliore: così essa desta il desiderio del superuomo, così desta in te la sete, o creatore.
Sete per il creatore, freccie e desiderio per il superuomo: parla, o fratello, è questa la tua volontà del matrimonio?
Sacra m'è una tal volontà, un tal matrimonio.
Così parlò Zarathustra.
DELLA LIBERA MORTE
Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona strano il precetto: «muori a tempo opportuno!».
Muori a tempo opportuno; così insegna Zarathustra.
In verità chi mai non vive a tempo opportuno, come potrebbe a tempo opportuno morire? Meglio sarebbe non fosse mai nato! – Questo io consiglio agl'inutili.
Ma anche gli inutili si danno importanza con la loro morte; anche la noce vuota vuol esser schiacciata.
Tutti danno importanza alla morte: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non appresero ancora a celebrare le feste più belle.
Io vi mostro la morte che consacra, e diviene per i vivi uno stimolo e un voto.
Chi ha soddisfatto il suo compito muore la sua morte vittorioso, circondato da coloro che promettono e sperano.
Così dovrebbesi imparare a morire; e non ci dovrebbe essere festa nella quale un morente di tal sorta non santificasse i sermenti dei vivi!
Morire così è la cosa migliore; la seconda è: morire in battaglia e prodigare un'anima grande.
Ma al combattente come al vittorioso è odiosa la vostra morte sogghignante, che come un ladro s'avanza strisciando – e però giunge come il padrone.
Io lodo qui la mia morte, la libera morte che mi viene perchè io la voglio.
E quando vorrò? – Chi ha una mèta e un erede, vuol che la morte giunga a tempo opportuno per la mèta e per l'erede.
E per riverenza alla mèta e all'erede, egli non appenderà più corone avvizzite nel santuario della vita.
In verità, non voglio assomigliare ai funai: essi tirano il loro filo, l'allungano e vanno sempre arretrando.
Alcuni divengono troppo vecchi e per le loro verità e per le loro vittorie; una bocca sdentata non ha più il diritto di pronunciare ogni verità.
E ognuno che aspiri alla gloria, deve congedarsi dall'onore per tempo, e imparar l'arte difficile di andarsene a tempo.
Bisogna finire di lasciarsi mangiare, quando gli altri trovano in ciò il gusto maggiore: ciò sanno coloro che vogliono essere amati lungamente.
Ci sono certamente mele immature, cui è destino attendere sino all'ultimo giorno d'autunno: e in una sola volta divengono mature, gialle e aggrinzite.
In alcuni invecchia prima il cuore, in altri lo spirito. E alcuni son vecchi nella lor gioventù: ma chi è giovane tardi, resta giovane a lungo.
Per alcuni la vita è insuccesso: un verme velenoso li rode nel cuore. Provvedano almeno a che riesca loro meglio la morte.
Taluno non diventa mai dolce, è putrido già nell'estate. La viltà sola lo tiene appeso al suo ramo.
Molti sono quelli che vivono e troppo a lungo pendon dai rami. Potesse venir l'uragano a scuoter dall'albero tutto ciò che è putrido e corroso dai vermi!
Potessero venire i predicatori della sollecita morte! Essi sarebbero i veri uragani che scuoterebbero gli alberi della vita! Ma io non sento predicar altro che morte lenta e pazienza con tutto ciò ch'è «terreno».
Ah, voi predicate la pazienza per le cose terrene? Ma queste cose terrene ebbero troppo pazienza con voi, calunniatori!
In verità troppo presto morì quell'ebreo che i predicatori della morte lenta hanno in onore: e fu per molti fatale che egli sì presto morisse.
Non conosceva che le lacrime e la malinconia dei giudei, insieme con l'odio del buono e del giusto – l'ebreo Gesù: e lo sorprese il desiderio della morte.
Fosse rimasto nel deserto e lontano dal buono e dal giusto! Avrebbe forse imparato a vivere e ad amare la terra – e con ciò a ridere!
Credetemi, miei fratelli! Egli morì troppo presto; avrebbe egli stesso rinnegate le proprie dottrine se fosse vissuto fino ai miei tempi! Era nobile abbastanza per rinnegarle!
Ma era ancora immaturo. Immaturo è l'amore e l'odio del giovane per l'uomo e la terra. Legate e pesanti sono ancora in lui le ali dello spirito.
Ma l'uomo adulto ha in sè più del bambino che il giovane, e meno tristezza: comprende meglio la vita e la morte.
Libero per la morte e libero nella morte, un santo negatore quando non è più tempo d'affermare: così si intende di vita e di morte.
Non sia il vostro morire maledizione all'uomo e alla terra, amici miei: questo io chiedo al miele dell'anima vostra.
Nella morte rifulgano ancora il vostro spirito e la vostra virtù come un tramonto di sole: se no vi sarà mal riuscita la morte.
Così voglio io stesso morire, perchè per me amiate di più, amici, la terra; e voglio ritornare alla terra per trovare la mia pace in colei che m'ha generato.
In verità Zarathustra aveva uno scopo. Egli lanciò la sua palla. Ora siete voi, amici miei, gli eredi della mia mèta, ed io lancio a voi l'aurea palla.
Più volentieri che tutto vi guardo, amici, mentre gettate la palla! E per ciò mi trattengo ancora un poco sulla terra: perdonatemelo!
Così parlò Zarathustra.
DELLA VIRTÙ DONATRICE
1.
Quando Zarathustra ebbe preso congedo dalla città che il suo cuore amava e il cui nome era: «la Giovenca Variopinta» – molti di quelli che si dicevano suoi discepoli lo seguirono facendogli scorta. Giunsero così ad un quadrivio: allora Zarathustra disse loro che desiderava proseguir solo, poichè amico del cammino solitario. Ma i suoi discepoli, nel congedarsi da lui, gli offrirono un bastone la cui impugnatura d'oro era un serpente attorciliantesi intorno al sole. Zarathustra si rallegrò del bastone e vi si appoggiò; parlò quindi così ai discepoli:
Ditemi dunque: perchè l'oro divenne il più alto valore? Perchè è raro ed inutile e risplendente e dolce nel suo splendore; e sempre si dona.
Solo quale imagine della più sublime virtù l'oro crebbe in tanto pregio. Simile all'oro risplende lo sguardo di chi dona. Lo splendore dell'oro conclude la pace tra il sole e la luna.
Rara ed inutile è la più alta virtù, essa risplende e con dolce bagliore: una virtù che dona è la virtù sublime.
In verità, vi leggo nell'anima, o discepoli miei; voi aspirate, come me, alla virtù donatrice. Che cosa avreste voi di comune coi gatti e coi lupi?
La vostra sete è questa, divenire voi stessi olocausti e doni: per ciò avete sete di ammucchiare ricchezze nell'anima vostra.
La vostra anima cerca insaziabile tesori e gioielli, perchè la vostra virtù è insaziabile nel voler donare.
Voi costringete tutte le cose a venire a voi ed in voi, affinchè dalla vostra sorgente scaturiscano come doni del vostro amore.
In verità un tale amore che dona deve diventare un ladro di tutti i valori; ma sano e santo io chiamo questo egoismo.
Vi è però un altro egoismo, meschino, affamato, che vuol rubar sempre, l'egoismo dei malati, l'egoismo morboso.
Con gli occhi del ladro esso mira tutto ciò che splende; con l'avidità della fame misura chi ha un lauto pranzo; e sempre si aggira intorno alla mensa del donatore.
Un tal desiderio rivela malattia ed invisibile degenerazione; in questo egoismo la brama di rubare testimonia un corpo malato.
Ditemi, fratelli: che cosa significa per noi cattivo e pessimo? Non è forse questo degenerazione? – E noi sospettiamo la degenerazione dove manca l'anima che dona.
Il nostro cammino conduce in alto, dalla specie ci guida alla superspecie. Ma a noi ripugna il senso degenerato che dice: «Tutto per me».
La nostra aspirazione vola in alto: essa è un'imagine del nostro corpo, un'imagine di elevazione. E imagini tali sono i nomi delle virtù.
Così passa il corpo attraverso la storia, un essere che diviene e che lotta. E lo spirito – che cos'è per il corpo? È l'araldo delle sue lotte e vittorie, eco e compagno. Simboli sono tutti i nomi di bene e di male; essi non esprimono, accennano solo. Folle chi da loro vuol conoscenza.
Attenzione, o fratelli, alle ore in cui il nostro spirito vuole parlare per simboli: questa è l'origine della vostra virtù.
È allora che il corpo vostro si solleva e risorge; nella sua gioia egli sprona lo spirito a farsi creatore e amante e benefattore di tutte le cose.
Quando il vostro cuore fluttua largo e pieno, simile a un fiume, benedizione e minaccia per gli abitatori delle rive: ecco l'origine della vostra virtù.
Quando vi sentite superiori alla lode e al biasimo, e la vostra volontà vuole imporsi a tutte le cose, come la volontà d'un amante: ecco l'origine della vostra virtù.
Quando voi disprezzate le cose piacevoli e il molle letto, e non sapreste coricarvi mai abbastanza lontano dagli effeminati: allora ha origine la vostra virtù.
Quando non siete più che una volontà sola, e questo mutamento di ogni pena si chiama per voi necessità: allora ha origine la vostra virtù.
In verità, essa è nuovo bene e male novello! È un nuovo fluttuare profondo, la voce di una nuova sorgente!
Essa è potenza, questa nuova virtù: un pensiero dominante e attorno ad esso un'anima accorta: un sole d'oro e intorno il serpente della conoscenza.
2.
Qui tacque Zarathustra, per un poco, e con amore guardò i suoi discepoli. Poi riprese a parlare: – e la sua voce suonava mutata.
Restate fedeli alla terra, miei fratelli, con la forza della vostra virtù. Il vostro amore che dona e la vostra conoscenza giovino al senso della terra! Ve ne prego e ve ne scongiuro.
Non permettete ch'essa voli lontano dalle cose terrene e vada a batter con l'ali contro eterne pareti! Ahimè, ci furono sempre tante smarrite virtù!
Come me, riconducete alla terra la smarrita virtù – sì, di nuovo al corpo e alla vita: affinchè dia alla terra il suo senso, un senso umano!
In cento modi si smarrirono e falsaron finora lo spirito e la virtù. Ah, abitano ancora in noi le illusioni e gli errori: sono divenuti corpo e volontà!
In cento tentativi e in cento errori si smarrirono finora lo spirito e la virtù. Sì, l'uomo fu un tentativo. Ah, quanta ignoranza e quanti errori divennero carne nostra!
Non soltanto la ragione dei millenni – anche la loro follia influisce su di noi. È pericoloso essere eredi.
Noi combattiamo ancora, a passo a passo, col gigante Caso, e sopra l'intera umanità dominò finora l'assurdo e il senza senso.
Il nostro spirito e la nostra virtù servano al senso della terra, o fratelli: e sia di nuovo imposto da voi un valore alle cose. Siate perciò combattenti! Siate perciò creatori!
La conoscenza purifica il corpo e l'inalza; esso si eleva cercando con sapienza; per colui che conosce si santificano tutti gli istinti; l'anima di colui che si eleva diviene gioconda.
Medico, cura te stesso: gioverai in tal modo anche al tuo ammalato. Sarà il suo migliore soccorso, vedere coi propri occhi ch'egli sa guarire sè stesso.
Vi sono mille sentieri che non furono ancora calcati, mille porti e mille isole nascoste della vita. Inesausti e inesplorati sono ancora sempre l'uomo e la terra dell'uomo.
Solitari, vegliate e ascoltate! Dall'avvenire giungono venti con misterioso battere d'ali; e per le orecchie delicate giunge la buona novella.
O solitari dell'oggi, o voi che state in disparte, sarete un popolo, un giorno: da voi vi sceglieste, e da voi sorgerà un popolo scelto: e da questo il superuomo.
In verità, la terra deve ancora mutarsi in luogo di salute! E già le spira d'intorno una nuova fragranza, che annuncia salvezza, – e una nuova speranza!
3.
Quando ebbe detto ciò, Zarathustra si tacque, come uno che l'ultima parola non ha ancor pronunciata; a lungo fece tentennare esitando nella mano il bastone.
Alla fine parlò così – e aveva la voce mutata.
Solo, vado adesso, miei discepoli! Anche voi partitevi soli! Io lo voglio.
In verità vi consiglio: andate lontano da me, difendetevi da Zarathustra! Meglio ancora: di lui vergognatevi! Forse egli vi ha ingannato.
L'uomo che sa non deve soltanto amare i propri nemici, ma pure odiare gli amici.
Rimerita male un maestro chi resta suo discepolo, sempre. E perchè non vorreste voi strappare la mia corona?
Mi siete devoti; ma che cosa accadrebbe se crollasse un giorno la vostra venerazione? Badate, a che non v'uccida una statua!
Voi dite d'aver fede in Zarathustra? Ma che importa di Zarathustra? Voi siete i miei fedeli: ma cosa importano tutti i fedeli del mondo!
Voi non v'eravate ancora cercati: allora mi trovaste. Così fanno tutti i credenti: perciò le credenze hanno scarso valore.
Ora vi chiedo di obliarmi e di cercar voi; e soltanto allorchè tutti m'avrete rinnegato, io tornerò fra di voi.
In verità, miei fratelli, con altri occhi cercherò allora quelli che ho smarrito; vi amerò d'altro amore.
E un giorno ancora voi sarete i miei amici e i figli di una sola speranza; allora sarò fra di voi, la terza volta, per celebrare con voi il grande meriggio.
E sarà il grande meriggio, quando l'uomo si troverà a mezza strada tra il bruto e il superuomo, e celebrerà il suo tramonto come la sua più grande speranza: giacchè questa via conduce a un'aurora novella.
Il perituro benedirà allora sè stesso, perchè è uno che sa passar oltre; e il sole della sua conoscenza sarà nel suo meriggio.
«Tutti gli dèi sono morti: noi ora vogliamo che viva il superuomo» – questa sia un giorno, nel grande meriggio, la nostra ultima volontà!
Così parlò Zarathustra.
PARTE SECONDA
«... e soltanto allorchè mi avrete tutti rinnegato, io tornerò fra di voi.
In verità, miei fratelli, con altri occhi cercherò allora quelli che ho smarrito; vi amerò d'altro amore».
Zarathustra.
Della virtù donatrice (I. p. 124).
IL BAMBINO E LO SPECCHIO
Dopo di ciò Zarathustra ritornò sulla montagna e nella solitudine della sua caverna, sottraendosi agli uomini: e vigilò come un seminatore che ha gettato la sua semente. Ma l'anima sua s'empì d'impazienza e del desiderio di quelli che amava: giacchè aveva ancora molte cose da dar loro. Questa è veramente la più difficile cosa: chiudere per amore la mano aperta, e conservare il pudore donando.
Così trascorsero per il solitario i mesi e gli anni; ma crebbe la sua sapienza e lo faceva soffrire per la sua pienezza.
Un mattino egli si destò tuttavia prima dell'aurora; stette a lungo sul suo giaciglio, pensoso e così parlò infine al suo cuore:
– Che cosa m'ha tanto spaventato nel sogno da farmi destare? Non s'avanzò verso di me un bambino che teneva in mano uno specchio?
O Zarathustra, – mi disse il bambino, – guardati nello specchio! –
Ma quando guardai nello specchio, gridai e il mio cuore tremò fortemente: giacchè non vi scorsi me stesso, ma le smorfie e il riso sarcastico di un demonio.
In verità io comprendo troppo bene il significato e l'ammonimento del sogno: la mia dottrina è in pericolo, la mala erba vuol chiamarsi frumento!
I miei nemici sono divenuti potenti ed hanno contraffatto l'imagine della mia dottrina, così che i miei prediletti devono vergognarsi dei doni che feci loro.
I miei amici si sono smarriti, è venuta l'ora di rintracciare i perduti.
Con queste parole si levò Zarathustra, non come un angosciato che ha bisogno d'aria, ma come un veggente e un poeta che è colto dall'ispirazione. Meravigliati lo guardarono l'aquila e il serpente: giacchè simile all'aurora si diffondeva la felicità sul suo volto.
Che dunque m'accade, animali miei? – chiese Zarathustra. – Non sono io cangiato? Non m'ha forse invaso la gioia come un uragano?
Stolta è la mia felicità e parlerà da stolta: troppo giovane è ancora – abbiate pazienza con lei!
Ferito son io dalla mia felicità: tutti i sofferenti siano i medici miei! Posso ridiscendere presso gli amici e i nemici! A Zarathustra è concesso di parlar nuovamente, e donare ai suoi cari ciò che ha di più prezioso.
Il mio amore impaziente trabocca come un torrente impetuoso verso oriente e occidente. Dalla taciturna montagna e dalle tempeste del dolore l'anima mia rumoreggia nelle valli.
Troppo a lungo anelai di desiderio e guardai nella lontananza. Troppo a lungo fui soggetto alla solitudine: così disimparai a tacere.
Son divenuto tutto bocca come lo scrosciar d'un ruscello, che scende da l'alte rupi: voglio che la mia eloquenza precipiti giù nelle valli.
E possa il torrente dell'amor mio precipitar fra le vie impraticabili! Come non dovrebbe un fiume trovare infine le vie del mare?
C'è in me anche un lago, solitario, sufficiente a sè stesso; ma il mio torrente d'amore lo trascina in giù –verso il mare!
Ora vado per nuovo cammino, mi viene un nuovo linguaggio: divenni, come tutti quelli che creano, stanco dell'antica favella. Più non vuole il mio spirito percorrere sentieri battuti.
Troppo lenta mi sembra ogni parola: – salto nel tuo carro, o tempesta! E voglio sferzare te pure con la mia malizia!
Simile a un grido di giubilo voglio passar grandi mari, fin che ritrovi le isole beate ove i miei amici dimorano...
E fra loro i miei stessi nemici! Come amo ormai tutti quelli coi quali m'è dato parlare! Anche i miei nemici contribuiscono a rendermi lieto.
E quando voglio montare sul mio corsiero più selvaggio, m'aiuta la lancia più d'ogni altra cosa: sempre essa è pronta ad assecondare il mio piede...
La lancia che avvento contro i nemici! Quanto ringrazio i nemici, di poterla infine agitare!
Troppo forte era la tensione della mia nube: tra le risate delle folgori gettare un rovescio di grandine ne l'abisso.
Allora il mio petto si solleverà, potente e potente soffierà la sua tempesta sulle montagne: così sarò liberato.
In verità, simili a un uragano mi assalgono la libertà e la gioia! Ma i miei nemici devono credere che il maligno infurî sopra le loro teste.
Sì, anche voi avrete spavento, amici, della mia saggezza selvaggia: e forse le fuggirete dinanzi insieme coi miei nemici.
Ah, se sapessi richiamarvi a me con suon di zampogna! Ah, se la mia leonina saggezza sapesse ruggir teneramente! Abbiamo già imparate tante cose insieme!
La mia saggezza selvaggia divenne feconda sui monti solitari; su la nuda roccia partorì il suo nato, il più giovane.
Ora essa corre, pazza, attraverso il duro deserto e cerca e cerca una zolla erbosa – la mia vecchia saggezza selvaggia!
La tenera zolla dei cuori vostri, o amici! – sul vostro amore essa vorrebbe deporre ciò che ha di più caro!
Così parlò Zarathustra.
SULLE ISOLE FELICI
I fichi cadono dall'albero; essi sono buoni e dolci; e mentre cadono la lor buccia rosea si fende. Io sono un vento del nord per i fichi maturi.
Così, come fichi, a voi giungano le mie dottrine, amici: ora gustatene il succo e la polpa soave! È autunno d'intorno, e puro il cielo, e pomeriggio.
Guardate quanta abbondanza ne circonda! E in mezzo all'abbondanza è bello spingere lo sguardo verso mari lontani.
Si diceva una volta: Dio, guardando i mari lontani; ora v'insegnai a dire: Superuomo.
Dio è una congettura; ma io voglio che la vostra congettura non vada oltre la vostra volontà creatrice.
Potreste voi creare un Dio? E allora non parlate di dèi! Ma potreste invece creare il superuomo.
Forse non voi stessi, fratelli! Ma potreste trasformarvi in padri e in avi del superuomo: e questa sia la vostra miglior creazione!
Dio è un'ipotesi: ma io voglio che la vostra ipotesi non trascenda la vostra facoltà di pensare.
Potreste voi pensare un Dio? – Ma significhi questo per voi, la volontà del vero, perchè tutto sia trasformato in ciò che si può umanamente pensare, vedere, sentire! Dovete cessar d'obbedire alla vostra immaginazione! E ciò che chiamaste mondo, dev'essere solo creato da voi: esso deve divenire la vostra ragione, la vostra immaginazione, la vostra volontà, l'amor vostro! E sia per la vostra felicità, di voi che cercate la conoscenza.
E come vorreste sopportare la vita, senza una tale speranza, voi che cercate la conoscenza? Non dovete permettere che l'incomprensibile e nemmeno l'irragionevole siano innati in voi.
Ma per manifestarvi anch'io intero il mio cuore, amici: se esistessero gli dèi, come potrei io sopportare di non essere un Dio? Dunque gli dèi non esistono.
Bene io trassi la conseguenza; ma essa trae ora me.
Dio è un'ipotesi: ma chi potrebbe soffrire tutta la pena di quest'ipotesi, senza morire? Dev'essere tolta al creatore la sua fede, e all'aquila il suo spaziare nelle inaccessibili altezze?
Dio è un'idea che rende storto tutto quanto è diritto, e fa girare tutto quello che è stabile. Come? Il tempo non esisterebbe più, e tutto il passato sarebbe menzogna?
Un tale pensiero è vertigine e scompiglio delle ossa umane, che nello stomaco desta la nausea: in verità io chiamo quest'ipotesi il ballo epilettico.
Io la chiamo malvagia e odiosa: questa dottrina dell'uno, dell'assoluto, del sufficiente, dell'immutabile e dell'imperituro! L'imperituro non è che un simbolo! Ed i poeti ingannano molto.
Ma le migliori parabole devon parlare del tempo e del divenire: essere una lode e una giustificazione di tutto ciò che perisce!
Creare – ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita. Ma perchè esista il creatore occorrono molte sofferenze e molte trasformazioni.
Sì, molto amaro morire ci deve essere nella vita vostra, o creatori! Sareste così gli assertori e i giustificatori di tutto ciò ch'è caduco.
Perchè lo stesso creatore sia il fanciullo rinato, bisogna ch'egli abbia anche il volere di colei che lo partorisce insieme col dolore del parto.
In verità, feci la mia strada attraverso cento anime e cento culle e cento dolori del parto. Mi son congedato molte volte, e conosco le ultime ore che spezzano il cuore. Ma così impone la mia volontà creatrice, la mia sorte. Oppure, perchè più franco vi parli: appunto questo destino vuole la mia volontà.
Tutti i miei sentimenti soffrono in me e son prigionieri: ma il mio volere giunge sempre liberatore e messaggero di gioia.
Il volere redime: ecco la vera dottrina della volontà e della libertà – è così che Zarathustra v'insegna.
Non voler più, non più valutare e non più creare! Ah, che questa immensa stanchezza mi rimanga sempre lontana! Anche nel conoscere sento solo la gioia della mia volontà che genera e del mio divenire; l'innocenza nella mia conoscenza è perchè essa possiede volontà di generare. Lungi da Dio mi trasse questa volontà; che cosa ci resterebbe da creare se ci fossero gli dèi?
Ma verso l'uomo senza posa mi spinge la mia ardente volontà di creare: così il martello si sente spinto verso il sasso.
Ahimè, o uomini, nel sasso per me dorme un'imagine, l'imagine delle mie imagini! Ah, perchè devo io proprio morire sul più duro, sul più brutto dei sassi?
Ora il mio martello batte crudele contro questa prigione. Dal sasso si staccan le scheggie: che m'importa?
Io voglio finirla: poi che a me venne un'ombra – venne a me di tutte le cose la più leggera e silente!
La bellezza del superuomo giunge a me quale un'ombra. Che m'importa degli dèi?
Così parlò Zarathustra.
DEI COMPASSIONEVOLI
Amici miei, parole di scherno giunsero al vostro amico: «guardate un po' Zarathustra! Non passa egli tra noi come se fossimo bestie?»
Ma è meglio dire così: «il sapiente erra tra gli uomini come si passa in mezzo alle bestie».
Ma l'uomo stesso è per colui che cerca: la bestia dalle guance rosse.
Come accade? Forse perchè dovette assai spesso arrossir di vergogna?
Oh, amici! Colui che cerca parla così: pudore, pudore, pudore – ecco la storia dell'uomo!
Ed ecco perchè l'uomo nobile impone a sè stesso di non umiliare: s'impone il pudore dinanzi a tutto ciò che soffre.
In verità, non mi piacciono i compassionevoli, che si beano nella compassione; manca loro troppo il pudore.
Se devo esser compassionevole, voglio almeno che non lo si dica; e quando lo sono, sia soltanto a distanza.
Volentieri mi velo io il capo e fuggo prima che mi si ravvisi: e così vi dico di fare, amici!
Possa la mia sorte non condurre sul mio cammino che esseri senza dolori, al pari di voi, e tali con cui mi sia concesso d'avere in comune la speranza, il pasto ed il miele!
In verità, feci questo e quello per i sofferenti: ma mi parve sempre migliore, l'imparare a godere di più.
Dacchè esiste, l'uomo ha sempre scarsamente goduto: Questo solo, o fratelli, è il nostro peccato d'origine!
E quando impariamo a meglio godere, tanto meglio disimpariamo a offendere gli altri e a meditare azioni cattive.
Perciò mi lavo la mano che aiutò l'infelice, perciò mi purifico l'anima.
Giacchè vedendo soffrir l'infelice mi vergognai della sua vergogna; e allorchè l'aiutai ferìi duramente il suo orgoglio.
I grandi benefici non ispiran gratitudine, bensì la vendetta; e i piccoli se non vengon dimenticati, si cangian col tempo in vermi roditori.
«Siate difficili nell'accettare! Fate notare che voi accogliete!» – questo consiglio a coloro che non hanno nulla da dare.
Ma io sono uno di quelli che donano: dò volentieri, come amico all'amico. Gli stranieri ed i miseri colgano essi stessi il frutto dell'albero mio: così sentiranno minore vergogna.
Ma i mendicanti dovrebbero esser soppressi! In verità si prova dispetto a dar loro, e dispetto nel nulla donare.
È lo stesso dei peccatori e delle cattive coscienze! Credetemi, amici: i morsi della coscienza insegnano a mordere.
Ma nulla è peggiore del gretto pensiero. In verità è meglio agir male che pensar grettamente!
Veramente mi dite: «il piacere delle piccole malignità ci risparmia molte azioni cattive». Ma qui non si dovrebbe voler risparmiare.
Simile a un'ulcera è l'azione cattiva: essa prude e irrita e lacera, – parla lealmente.
«Vedi, io son malattia» – dice l'azione perversa; questa è la sua nobiltà.
Ma simile al fungo è l'azione dei gretti: si nasconde e in nessun luogo vuole apparire – fin che l'intero corpo non sia fradicio e brulicante di piccoli vermi.
Ma a chi è posseduto dal diavolo, dirò nell'orecchio queste parole: «è meglio che cresca in te il tuo demonio! Così anche per te ci sarà una via alla grandezza!» –
Ah, fratelli! Sul conto di ognuno si sa qualche cosa di troppo! E più d'uno divien trasparente, ma non ancor tanto che possiamo vedere dentro di lui.
È difficile convivere con gli uomini, perchè è così duro il silenzio.
E non contro colui che avversiamo siamo più ingiusti, ma contro colui che ci è indifferente.
Se hai però un amico che soffre, sii per i suoi dolori un asilo, ma un letto duro, un letto da campo: così gli gioverai maggiormente.
E se un amico ti fa del male, tu dirai: «ti perdono ciò che mi facesti; ma che tu l'abbia fatto a te, – come potrei perdonare?»
Così parla ogni grande amore: che vince anche la compassione e il perdono.
Bisogna tener saldo il proprio cuore; perchè se lo si lascia andare, come presto lo segue la testa!
Ahimè, dove si fecero in terra più follie che tra i misericordiosi? E che cosa recò tanto danno al mondo quanto le pazzie dei pietosi?
Guai a coloro che amano e non sanno elevarsi oltre la loro compassione!
Così mi disse un giorno il demonio: «anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini».
E di recente udii soggiungere queste parole: «Dio è morto; la sua compassione per gli uomini lo fece morire». –
Così state in guardia contro la pietà; da quella parte sovrasta agli uomini una nube pesante! In verità, conosco i segni della tempesta!
Ma notate questa sentenza: ogni grande amore è superiore alla propria pietà: giacchè vuole creare quello che ama!
«Offro me stesso al mio amore, e con me anche il prossimo mio» – così devono dire coloro che creano.
Tutti quelli che creano sono crudeli.
Così parlò Zarathustra.
DEI PRETI
Una volta Zarathustra fece un cenno ai suoi discepoli, e così disse loro:
«Qui ci sono dei preti: per quanto siano miei nemici, passate accanto a loro silenziosi e con la spada nel fodero!
Anche fra di essi esistono eroi; molti di loro soffersero molto –: è perciò che vogliono far soffrire gli altri.
Sono nemici cattivi: nulla è più vendicativo della loro umiltà. E facilmente s'insozza colui che li odia.
Ma affine al loro è il mio sangue: e io voglio saper onorato il mio sangue anche nel loro».
E come furono passati oltre, Zarathustra fu preso da dolore; e dopo una lotta non lunga con esso, egli riprese a parlare:
Questi preti mi fanno pietà. Mi sono antipatici; ma ciò poco m'importa dacchè mi ritrovo tra gli uomini.
Ma io soffro e soffersi con loro; per me essi sono dei prigionieri e dei marchiati. Colui che chiamano redentore, li caricò di ceppi...
Di ceppi, di falsi valori, e di folli parole! Ah, se qualcuno potesse redimerli dal loro redentore!
Credettero di approdare ad un'isola quando il mare li travolse; ed era invece un mostro assopito!
False parole e folli valori: ecco i mostri peggiori per i mortali, – a lungo dorme in essi il destino, e li attende.
Ma infine si desta e s'appressa e divora quanto fabbricò su di lui la dimora.
Oh, guardate le dimore che i preti si sono costrutte! Chiese essi chiamano le loro pestifere caverne.
Oh, qual falsa luce, qual'aria pesante! Qui dove l'anima non può in alto levarsi!
Giacchè impone la loro credenza: «salite la scala in ginocchio, o peccatori!»
In verità, più mi piace veder l'impudico che non gli occhi gravi del loro pudore e della lor devozione!
Chi creò a sè tali caverne, e tali scale espiatorie? Non erano forse coloro che volevan nascondersi e si vergognavan del cielo sereno?
E soltanto quando il cielo sereno potrà penetrare attraverso le loro volte cadenti e salutar le erbe e i rossi papaveri, – volgerò di nuovo il mio cuore a questi templi di Dio.
Essi chiamarono Dio ciò che contraddiceva il loro pensiero e cagionava dolore: e in verità c'era molto eroismo nella loro adorazione!
E non seppero amar meglio il loro Dio, che crocifiggendo l'uomo!
Pensarono di vivere come cadaveri, e di nero vestirono il proprio cadavere; anche dai loro discorsi emana il lezzo delle camere mortuarie.
E chi vive accanto a loro vive simile a un nero stagno, nel quale il rospo delle paludi fa sentire il suo canto dolcemente melanconico.
Migliori canzoni dovrebbero cantarmi, per insegnarmi a credere nel loro Salvatore; più redenti mi dovrebbero apparire i discepoli suoi!
Vorrei vederli nudi: giacchè la bellezza soltanto dovrebbe predicar penitenza. Ma chi può mai esser convinto da questa tristezza mascherata?
Invero, i loro salvatori non giunsero dalla libertà, o dal suo settimo cielo! Invero non camminarono sui tappeti della conoscenza!
Di lacune era formato lo spirito di quei redentori; ma in quelle lacune avevano messo la loro follia, il lor riempitivo che chiamarono Dio.
Nella compassione annegò il loro spirito e quando erano gonfi e riboccavano di pietà, alla superficie galleggiava sempre una grande follia.
Con grida stimolarono il gregge lungo il sentiero come se ci fosse soltanto un sentiero che va all'avvenire! In verità quei pastori appartenevano anch'essi alla mandra!
Spiriti angusti e anime grandi, avevano questi pastori: ma, fratelli, che stretti paesi furono sinora anche le anime più spaziose!
Segnavan col sangue il loro passaggio, e la loro follia insegnava che si testimonia il vero col sangue.
Ma il sangue è il peggior testimone del vero; il sangue avvelena anche la più pura dottrina e la muta in follia e in odio dei cuori.
E se alcuno si getta nel fuoco per la sua dottrina, – che prova ciò? Invero è assai meglio, che dal proprio incendio sorga la propria dottrina!
Cuore caldo e fredda testa: dove si urtano, ivi irrompe la folgore, il «Redentore».
Ci furono uomini più grandi di coloro che il popolo chiama redentori, uragani che tutto travolgono!
E voi dovete esser redenti da uomini più grandi di coloro che furono i salvatori, o fratelli, se volete trovar la via della libertà!
Non ancor mai ci fu il superuomo. Vidi nudi l'uomo più grande e il più piccolo: –
Troppo ancora si rassomigliano. Invero anche il grande lo trovai troppo umano!
Così parlò Zarathustra.
DEI VIRTUOSI
A colpi di tuono e con fuochi celesti bisogna parlare ai sensi torpidi e fiacchi.
Ma la voce della bellezza parla sommesso; s'insinua soltanto nelle anime sveglie.
Oggi vibrò leggermente e sorrise il mio scudo; questo è il riso sacro e il fremito della bellezza.
Di voi, o virtuosi, rise oggi la mia bellezza. E così giunse a me la sua voce: «essi vogliono ancora – venire pagati!»
Volete ancora esser pagati, o virtuosi! Chiedete il premio per la virtù, il cielo per la terra, per l'oggi l'eternità?
E v'adirate con me, perchè insegno che non v'ha chi rimunera e paga? In verità non ho mai insegnato che la virtù sia premio a sè stessa.
Ah, questo è il mio affanno: con astuzia si mise la ricompensa e il castigo in fondo alle cose – e anche nel fondo delle anime vostre, o virtuosi! Ma simili alle zanne del cinghiale, le mie parole strazieranno le anime vostre: voglio che mi chiamiate il vostro vomere.
Tutti i misteri dell'intimo vostro debbono venire alla luce; e quando giacerete al sole spogliati e infranti, sarà la vostra menzogna separata dalla verità.
Giacchè è questa la verità vostra: voi siete troppo puri per la sozzura delle parole: vendetta, castigo, mercede, compenso.
Vai amate la vostra virtù, come la madre il bambino; ma quando mai s'è sentito che una madre voglia esser pagata del suo amore?
È per voi la cosa più cara, la vostra virtù. La brama dell'anello è in voi: è per raggiunger sè stesso che ogni anello si torce e si gira.
E simile a un astro spegnentesi è ogni opera della vostra virtù; la sua luce è ancora sempre in cammino e cammina – quando mai non sarà più per la strada?
Così la luce della vostra virtù ancora risplende, anche quando è compiuta già l'opera. Questa può essere morta o dimenticata: il suo raggio di luce sussiste ancora e cammina.
Sia la vostra virtù la vostra intima essenza e non qualche cosa d'estraneo, una scorza, una veste: ecco la verità sul fondo dell'anima vostra, o virtuosi!
Ma ci sono taluni per i quali la virtù si chiama uno spasimo sotto la frusta: e voi ne avete troppo ascoltato le grida!
E ci son altri che dicon la virtù pigrizia dei vizî; e quando il loro odio e la loro invidia diedero l'ultimo respiro, la loro «giustizia» si sveglia e si frega gli occhi assonnati.
E ci son altri che vengon spinti all'ingiù: i loro demoni li attirano a sè. Ma più sprofondano, più lampeggia ardente il loro occhio e la brama del loro Dio.
Oh, pur le grida di costoro giunsero alle vostre orecchie, o virtuosi: «ciò che io non sono, questo è per me Dio e virtù!»
E ve ne son altri che giungono gravi e stridenti come carri che trasportino sassi alla valle: essi parlano molto di dignità e di virtù – e chiamano il loro freno virtù!
Ed altri assomigliano ad orologi da caricarsi ogni giorno: fanno il loro tic-tac e vogliono che il loro tic-tac si chiami virtù.
In verità costoro mi piacciono: dove troverò tali orologi, li caricherò col mio scherno; e bisognerà bene che camminino!
Ed altri vanno superbi della loro manciata di giustizia e commettono per essa delitti contro tutte le cose: così che il mondo perisce annegato nella loro ingiustizia.
Oh, quanto male suona su le labbra di costoro la parola «virtù»! E quando dicono: «sono giusto» ciò suona sempre: «son vendicato!».
Con la loro virtù vogliono cavar gli occhi ai loro avversari; e solo si esaltano per umiliare.
Ve ne sono altri ancora i quali seduti nella loro palude, così parlano attraverso i giuncheti: «Virtù – è il seder silenziosi nella palude.
Noi non mordiamo nessuno ed evitiamo coloro che vogliono mordere: e in tutte le cose abbiamo l'opinione che ci fu data».
Ve ne sono di tali che amano gli atteggiamenti, e che pensano essere la virtù una specie di atteggiamento.
Le loro ginocchia pregano sempre, e le loro mani si giungono per lodar la virtù; ma il loro cuore non sa nulla di questo.
E ci sono ancor altri che credono sia virtuoso il dire: «la virtù è necessaria»; ma in fondo essi credono solo alla necessità della polizia.
E qualcuno che non sa vedere ciò che v'ha di più grande nell'uomo, chiama virtù il veder troppo da vicino ciò ch'egli ha di più basso: e virtù chiama il suo malocchio.
E alcuni vogliono essere edificati e sollevati e chiamano questo virtù; e altri vogliono venir rovesciati – e chiamano anche questo virtù.
E così quasi tutti credono di avere la loro parte di virtù; o almeno ciascuno pretende di conoscere il «bene» ed il «male».
Ma Zarathustra non venne per dire a questi menzogneri e insensati: «che sapete voi della virtù? Che cosa potreste sapere voi della virtù?» –
Ma venne perchè voi, miei amici, vi stanchiate delle vecchie parole che avete imparato dai mentitori e dai folli.
Vi stanchino le parole «mercede», «ricompensa», «castigo», «vendetta nella giustizia» –
Siate stanchi di dire: «ch'è buona un'azione perchè senza interesse».
Oh, miei amici! Nell'azione il vostro io si riveli come la madre nel figlio: sia questa la vostra parola di virtù!
In verità io vi tolsi almeno cento parole e i più cari trastulli della vostra virtù; ed ora con me v'adirate, come i bambini s'adirano.
Giuocavano presso il mare – giunse l'onda e travolse nel grembo profondo i loro trastulli; ed ora essi piangono.
Ma la medesima onda porterà loro nuovi giocattoli e getterà loro dinanzi nuove screziate conchiglie!
Così saran confortati; e anche voi, miei amici, avrete i vostri conforti – e nuove screziate conchiglie!
Così parlò Zarathustra.
DELLA PLEBAGLIA
La vita è una sorgente di gioia; ma le fonti ove attinge anche la plebe divengono attossicate.
Io amo tutto ciò ch'è nitido; non so tollerare le bocche ghignanti e la sete degli impuri.
Essi gettarono lo sguardo nella profondità del pozzo; il loro sorriso ripugnante si rispecchia ora a me dal fondo del pozzo.
Hanno avvelenata l'acqua pura con la loro concupiscenza: e quando diedero il nome di gioia ai loro luridi sogni, attossicarono anche le parole.
La fiamma si ritrae indignata quando pongono sul fuoco il loro viscido cuore; lo stesso spirito gorgoglia e fuma quando la plebe s'appressa al fuoco.
Dolciastro e appassito diventa il frutto nelle loro mani: malfermo e disseccato diventa l'albero quando lo guardano.
E parecchi non s'allontanarono dalla virtù che per allontanarsi dalla plebaglia: non volevano divider con essa le fonti, il frutto e la fiamma.
E parecchi se n'andarono nel deserto e soffersero la sete insieme con le belve, per non sedere intorno alla cisterna coi sudici conduttori di cammelli.
E più d'uno che giungeva come sterminatore, e come la grandine per i campi ubertosi, voleva soltanto porre il suo piede sulla bocca della plebe e soffocarne così la voce.
E non è punto questo il boccone che mi fu più duro ingoiare, sapere che la virtù ha bisogno di inimicizia, di morte, di tormentose croci...
Mai io chiesi a me stesso un giorno, e quasi soffocai per la mia domanda: come? anche la vita ha bisogno della plebe?
Son necessarie le fonti avvelenate, i fuochi puzzolenti, i lividi sogni, e i vermi nel pane della vita?
Non il mio odio, ma la mia nausea divorano la mia vita! Ahimè, fui spesso stanco dell'ingegno, quando trovai spiritosa anche la plebe!
E volsi le spalle ai dominatori quando vidi cosa chiamano oggi dominare: patteggiare e mercanteggiar il potere con la plebe!
Dimorai tra popoli di altro linguaggio, con orecchie chiuse: affinchè mi rimanesse estraneo il linguaggio con cui patteggiavano e mercanteggiavano per il potere.
E turandomi il naso riandai indispettito il passato e il presente: in verità, l'uno e l'altro odorano di plebe che scrive!
Simile ad uno storpio che sia cieco e sordo e muto così vissi a lungo per non dover viver con la plebe che domina, che scrive, che gode.
Faticosamente e guardingo il mio spirito salì i gradini; l'elemosina del godimento era il suo ristoro; nell'appoggiarsi al bastone trascorre la vita del cieco.
Che mi successe? In qual modo mi liberai dalla nausea? Come ringiovanii il mio sguardo? Come raggiunsi a volo l'altezza, là dove al fonte più non siede la plebe?
Forse la mia stessa nausea m'ha creato le ali e le forze presaghe di nuove sorgenti? In verità nella zona più alta dovetti volare per ritrovar la sorgente della gioia!
Oh, l'ho trovata, fratelli! Qui nell'altezza maggiore, scorre per me il fonte della gioia! Ed esiste una vita nella quale la plebe non beve alla fonte!
Quasi troppo presto per me tu scorri, fonte di gioia! E ben spesso tu vuoti la coppa di nuovo, mentre vuoi riempirla!
E ancora devo imparare ad appressarmi a te con nuovo riserbo: con troppo impeto il mio cuore ti corre incontro...
Il mio cuore sul quale arde la mia estate breve, calda, melanconica e più che beata: come anela il mio cuore estivo alla tua frescura!
Scomparsa è la trepida mestizia della mia primavera! Scomparsa la cattiveria dei miei fiocchi di neve nel giugno! Divenni tutto estate e meriggio d'estate!
Un'estate sull'altezza più eccelsa, con fonti silenziose, fresche, beate: oh, venite, amici miei, perchè ancor più beato divenga il silenzio!
Giacchè questa è l'altezza nostra e la nostra patria: inaccessibili siamo noi qui agl'impuri e alla sete loro.
Gettate i vostri sguardi puri nella fonte della mia gioia, amici! Come potrebbe intorbidarsene? Vi deve sorridere con la sua purezza.
Sull'albero dell'avvenire edifichiamo il nostro nido; le aquile devono portare a noi solitari il cibo nel loro becco!
In verità non un cibo che possano mangiar anche gli impuri! Crederebbero di mangiar fuoco e si brucerebbero anche la bocca!
In verità non abbiam qui dimore destinate agl'impuri! Ma, caverna di ghiaccio, sembrerebbe ai loro corpi e ai loro spiriti la nostra felicità!
E noi vogliam vivere su di essi come venti gagliardi, vicini alle aquile, vicini alla neve, al sole vicino: così vivono i venti gagliardi.
E come il vento voglio un giorno soffiare tra loro, e col mio spirito troncar loro il respiro: questo vuole il mio avvenire.
In verità è Zarathustra un vento impetuoso per tutto ciò ch'è nel basso; e questo è il consiglio ch'egli dà ai suoi amici e a tutto ciò che vomita e sputa: «badate a non sputar contro vento!»
Così parlò Zarathustra.
DELLE TARANTOLE
Guarda, è questa la caverna della tarantola! Vuoi proprio vederla? Qui pende la sua rete: toccala perchè vibri.
Essa viene volenterosa; benvenuta, tarantola! Nero porti sul dorso il tuo segno triangolare; e io so pure che cosa sta nell'anima tua.
V'è della vendetta nell'anima tua: ove tu mordi si forma una cancrena nera; con la vendetta lo spirito tuo fa girar l'anima!
Così parlo, per similitudine, di voi che fate girar le anime, di voi predicatori dell'uguaglianza! Siete per me tarantole avide di segreta vendetta!
Ma io voglio scoprire i vostri nascondigli: perciò vi getto in volto il mio riso che vien dall'alto.
Lacero dunque la vostra rete, affinchè il vostro furore v'attiri fuori della vostra caverna di menzogne, e balzi la vendetta vostra, dietro la parola «giustizia».
Poichè sia l'uomo redento dalla vendetta: ecco il ponte che conduce per me alle più alte speranze, un arcobaleno dopo lunghi uragani.
Ma le tarantole vogliono altrimenti. «Questo appunto è per noi giustizia, che il mondo si riempie delle tempeste della nostra vendetta» – così esse dicono insieme.
«Vendetta noi vogliamo e obbrobio per tutti coloro che non sono eguali a noi» – così giuran le tarantole in cuor loro.
E la «volontà dell'uguaglianza» – questo dev'essere d'ora innanzi, sinonimo di virtù, e contro tutto ciò ch'è potente noi vogliamo levare il nostro grido
O voi predicatori dell'uguaglianza, la tirannica follia dell'impotenza reclama in voi «uguaglianza»; le vostre più occulte brame tiranniche si mascherano di parole virtuose!
Presunzione arcigna, invidia rattenuta, forse la presunzione e l'invidia dei nostri padri: in voi scoppiano come una fiamma, come una follia di vendetta.
Ciò che tacque il padre s'esprime nella parola del figlio; e spesso trovai il figlio quale rivelato segreto del padre.
Essi somigliano agli entusiasti: ma non è già il cuore che li entusiasma – bensì la vendetta. E quando divengono acuti e freddi, non è lo spirito, ma l'invidia, che li rende freddi e sottili.
La loro gelosia li conduce pure sul cammino dei pensatori; e questo è l'indizio della loro gelosia – che sempre vanno troppo lontano: così che la loro stanchezza finisce d'addormentarsi sulla neve.
Da tutti i loro lamenti traspare la vendetta, da ogni loro lode il desiderio di recar dolore; ed essere giudici sembra loro una felicità.
Ma questo vi consiglio, amici miei: diffidate di tutti coloro nei quali è potente l'istinto del punire!
È gente d'indole e stirpe cattiva: porta sul viso i tratti del carnefice e del segugio.
Diffidate di tutti coloro che parlano molto della loro giustizia! In verità alle anime loro non manca soltanto il miele.
E quando chiaman sè stessi «i buoni e i giusti» non dimenticate, che per diventar farisei non manca loro che il potere.
Amici, io non voglio esser scambiato e confuso con costoro.
Vi sono alcuni che predicano la mia dottrina della vita: e sono al tempo stesso predicatori dell'eguaglianza e delle tarantole.
Se essi vi parlano in favor della vita, sebbene siano rintanati nella loro caverna, questi ragni velenosi, e appartati dalla vita; è perchè vogliono con ciò recar dolore. Essi vogliono recar dolore a quelli che sono ora potenti: giacchè per costoro il sermone della morte è ancora il più familiare.
Fosse altrimenti, le tarantole insegnerebbero altra cosa: esse appunto furono un tempo i migliori calunniatori della vita, e i bruciatori d'eretici.
Con questi, predicatori dell'eguaglianza, io non voglio essere confuso e scambiato. Poichè così parla in me la giustizia: «gli uomini non sono eguali».
E nemmeno debbono divenir tali! che cosa sarebbe allora del mio amore per il superuomo, se parlassi diversamente?
Su mille ponti e su mille sentieri devono lanciarsi verso l'avvenire, e sempre più ci deve essere fra di loro guerra ed ineguaglianza: così mi fa parlare il mio grande amore!
Inventori d'imagini e di spettri, essi devono diventare nelle loro inimicizie, e con le loro imagini e i loro spettri debbono ancora combattere tra di loro la più grande battaglia!
Bene e male, ricco e povero, alto e basso, e tutti i nomi dei valori: devono essere armi e segnacoli sfolgoranti per indicar che la vita deve sempre novellamente superare sè stessa!
In alto la vita vuol comporsi un edificio con pilastri e gradini: essa vuole scrutare i lontani orizzonti e guardar al di là di bellezze felici – per ciò vuol salire!
E perchè ha bisogno d'altezza, le son necessari i gradini, e il contrasto tra i gradini e coloro che li salgono! La vita vuol salire e salendo superare sè stessa.
E guardate un po', amici miei! Qui dov'è la caverna della tarantola, s'ergono le rovine d'un antico tempio. Guardate dunque con sguardo illuminato!
In verità, colui che riunì qui i suoi pensieri in un edificio di pietra alzato verso l'alto, conosceva il segreto della vita come l'uomo più saggio!
Che nella stessa bellezza sia lotta, e ineguaglianza, e lotta per la potenza e per la superiorità: questo egli c'insegna con la più chiara similitudine.
Come le volte e gli archi s'incurvano divinamente nella lotta a corpo a corpo: come combattono fra di loro con luce e tenebre, i divini lottatori!...
Così, sicuri e belli, fate che noi pure siamo nemici, o amici! Divinamente noi vogliamo lottare l'un contro l'altro!... Ma ecco che mi morse la tarantola, la mia antica nemica! Con sicurezza e bellezza divina mi morse nel dito!
«Il castigo e la giustizia devono essere – essa pensa: non invano egli può inneggiare qui all'inimicizia!»
Sì, essa s'è vendicata! Ed ora, nella sua vendetta, farà turbinare anche l'anima mia!
Ma affinchè in noi turbini, amici, legatemi forte a questa colonna! Preferisco diventare uno stilita, anzi che un vortice di bramosia di vendetta!
In verità Zarathustra non è un vento che gira vorticosamente; e sebben danzatore, mai ballerà la tarantella!
Così parlò Zarathustra.
DEI SAGGI ILLUSTRI
Avete servito il popolo e le superstizioni del popolo – o voi tutti illustri saggi! – e non la verità! E per questo appunto foste onorati.
E per questo fu tollerata la vostra miscredenza, giacche era un'arguzia e un giro di strada che conduceva al popolo. Così il padrone lascia i suoi schiavi sbizzarrirsi, e ancor si diverte delle loro insolenze.
Ma ciò che più è in odio al popolo, come il lupo ai cani, è lo spirito libero, il nemico d'ogni pastoia, colui che non adora e si rifugia nei boschi.
Cacciarlo dal suo nascondiglio – ecco ciò che il popolo chiama sempre «il senso del retto»: e sempre aizza contro di lui i cani suoi più selvaggi!
«Giacchè la verità è là: ov'è il popolo! Guai, guai a colui che cerca!» così fu detto in tutti i tempi.
Voi volevate dar ragione al vostro popolo nella sua venerazione: ciò chiamaste «volontà del vero», o illustri saggi!
E sempre diceva il cuor vostro: «venni dal popolo: di là mi giunse anche la voce di Dio».
Ostinati e prudenti come l'asino, foste voi sempre nel patrocinare la causa del popolo.
E più d'un potente che voleva mantenersi in buon accordo col popolo, attaccò davanti ai suoi cavalli un asinello, un saggio illustre.
Ed ora io vorrei, o savi famosi, che gettaste infine lungi da voi la pelle del leone!
La pelle screziata della fiera e le zampe dell'investigatore, del cercatore, del conquistatore!
Ah, per indurmi a credere alla vostra «sincerità», dovreste anzitutto infranger dinanzi a me la vostra volontà di venerare.
Sincero chiamo colui che va per deserti senza Dio, ed ha spezzato il suo cuore adorante.
Su la sabbia gialla e bruciato dal sole, egli getterà sguardi furtivi verso le oasi ricche di fonti, ove riposa la vita sotto gli alberi folti.
Ma la sua sete non lo persuade a farsi simile a quei soddisfatti: giacchè dove sono oasi sono anche idoli.
Affamato, violento, solitario, ateo: così vuolsi la volontà leonina.
Libero dalla contentezza dello schiavo, redento dagli dèi e dall'adorazione, impavido e terribile, grande e solitario: così vuol essere l'uomo sincero.
Nel deserto abitarono sempre i sinceri, gli spiriti liberi, signori del deserto; ma nelle città dimorano i savi ben pasciuti e famosi – le bestie da tiro.
Tirano sempre, infatti, come asini, il carro del popolo!
Non ch'io li abbia in fastidio per questo: ma sono per me servitori, esseri attaccati al carro, anche se rifulgono di splendidi ornamenti.
E spesso furono buoni servi degni di lode. Giacchè la virtù parla così: «se devi servire, cerca colui al quale giovi di più il tuo servizio!».
«Lo spirito e la virtù del tuo padrone devono accrescersi, perchè tu sei al suo servizio: così crescerai tu pure insieme col suo spirito e con la sua virtù!».
E invero, o voi savi illustri, servitori del popolo! Crescete voi stessi con lo spirito e la virtù del popolo! – e per voi cresce il popolo! Dico ciò a vostra lode!
Ma restate per me popolo, pur con le vostre virtù, popolo dagli occhi deboli – popolo che non sa ciò che sia lo spirito!
Lo spirito è la vita che incide essa stessa la vita: con i suoi tormenti accresce la propria scienza, – lo sapevate già?
E la felicità dello spirito è questa: d'essere unto e consacrato con lacrime per olocausto – lo sapevate già?
E anche la tenebra del cieco, e il suo brancolare incerto devono testimoniare la potenza del sole nel quale egli guardò – lo sapevate già?
E coi monti deve saper edificare, colui che cerca! È cosa da poco per lo spirito muovere i monti – lo sapevate già?
Voi non conoscete che le scintille dello spirito: non vedete quale incudine esso sia, e quanta la crudeltà del suo martello!
In verità non conoscete l'orgoglio dello spirito! Ma ancor meno sapreste sopportare la modestia dello spirito, se volesse una volta parlare!
E mai finora provaste bisogno di gettar in una fossa di neve il vostro spirito: non siete abbastanza ardenti per far ciò! E per questo non conoscete l'estasi della sua freschezza.
Ma in tutto voi mi sembrate aver troppa confidenza con lo spirito; della vostra sapienza faceste spesso un asilo e un ospizio per i cattivi poeti.
Voi non siete aquile: per ciò non imparaste ancora la felicità nel terrore dello spirito. E chi non è uccello non deve librarsi sopra i precipizi.
Voi mi sembrate tiepidi: ma ogni conoscenza profonda trascorre fredda. Gelate sono le più intime fonti dello spirito: ristoro alle mani ardenti e a chi agisce.
Onorabili mi apparite e rigidi, dritta la schiena, o saggi illustri – non vi sospinge alcun vento gagliardo, o alcuna forte volontà.
Non vedeste mai una vela scorrer sul mare gonfia e tremante dinanzi alla violenza del vento?
Simile alla vela tremante, dinanzi alla violenza dello spirito, scorre la mia sapienza sul mare – la mia sapienza selvaggia!
Ma voi, servi del popolo, voi saggi famosi – come potreste venire con me?
Così parlò Zarathustra.
IL CANTO NOTTURNO
È notte: ora parlano più forte tutte le fonti zampillanti. E anche l'anima mia è zampillante fontana.
È notte: ora soltanto si destano tutte le canzoni degli innamorati. E anche l'anima mia è canzone d'innamorato.
Vi è in me qualcosa d'inappagato, d'inappagabile: e vuol farsi sentire. Una brama d'amore v'è in me, che parla essa stessa un linguaggio d'amore.
Io sono luce: ah, fossi notte! Ma la mia solitudine è l'esser circonfuso di luce.
Ah, fossi oscuro e notturno! Come vorrei succhiare alle mammelle della luce!
E vorrei benedire anche voi, piccole stelle scintillanti, lucciole sublimi; – e sentirmi beato del vostro dono di luce.
Ma io vivo nella mia propria luce, assorbo in me le fiamme che da me erompono.
Non conosco la felicità di colui che riceve; e sovente sognai che rubare fosse gioia maggiore che ricevere.
Questa è la mia povertà, che mai la mia mano cessa di donare; quest'è il mio struggimento, veder occhi che attendono e notti illuminate dal desiderio.
Oh, infelicità di tutti quelli che donano! Oscuramento del mio sole! Oh, cupidigia del desiderio! Oh, fame divorante nella sazietà!
Essi prendono da me: tocco io con ciò l'anima loro? C'è un abisso tra il dare e il ricevere; e il più piccolo abisso è il più difficile a varcare.
Una fame nasce dalla mia bellezza: vorrei fare del male a coloro che illumino, vorrei spogliare quelli a cui dono – tanta è in me la fame della malvagità.
Ritirare la mano, quando già ad essa un'altra mano si tende; incerta come una cascata che esita pur nel precipitare: è questa la mia sete di perversità.
Tale vendetta medita la mia opulenza: tali malizie nascono dalla mia solitudine.
La mia felicità di donare s'estinse coi doni, la mia virtù si stancò di sè stessa per sua sovrabbondanza!
Chi dona sempre è in pericolo di perdere il suo pudore; chi distribuisce sempre ha la mano ed il cuore callosi per il troppo distribuire.
Il mio occhio non ha più lacrime per la vergogna dei supplicanti; la mia mano s'è troppo indurita per sentire il tremito di mani colme.
Donde venne all'occhio mio la lacrima, e il callo al mio cuore? Oh, solitudine di tutti coloro che donano! Oh, silenzio di tutti coloro che risplendono!
Molti soli rotano negli spazi deserti: a tutto ciò ch'è oscuro essi parlano con la luce loro – con me tacciono.
Oh, questa è l'inimicizia della luce contro ciò che risplende: senza pietà essa prosegue il cammino.
Ingiusto nel profondo del cuore contro ciò che risplende, freddo verso i soli – così procede ogni sole.
Simile all'uragano fuggono i soli su la via loro, che è il loro cammino.
Seguono la loro volontà inesorabile che è la loro freddezza.
Oh, voi soltanto, esseri oscuri e notturni, create calore alla luce! Voi soltanto succhiate latte e ristoro dalle mammelle della luce!
Ahimè, il ghiaccio mi circonda, la mia mano brucia al contatto del ghiaccio! Ah, v'è in me sete della vostra sete!
È notte: ah perchè debbo esser luce! E sete di tenebre! E solitudine!
È notte: il mio desiderio si sprigiona ora, da me, quale sorgente – e vuole parlare.
È notte: ora parlano forte le zampillanti fonti. E anche l'anima mia è fonte zampillante.
È notte: ora si destano tutte le canzoni degli innamorati. E anche l'anima mia è canzone d'innamorato.
Così parlò Zarathustra.
LA BALLATA
Una sera Zarathustra passeggiava nel bosco con i suoi discepoli; ed ecco che, cercando una fontana, giunse ad una verde prateria circondata d'alberi e di silenziosi cespugli: ivi danzavano fra di loro alcune giovinette. Appena ebbero scorto Zarathustra le fanciulle sospesero il ballo; ma Zarathustra s'appressò loro con gesto amichevole e disse queste parole:
«Non smettete la danza, o graziose giovinette! Non venne tra voi alcun guastafeste dall'occhio torvo, alcun nemico delle fanciulle.
Io sono l'avvocato di Dio davanti al demonio: questi è lo spirito della gravità. Come potrei io, agili fanciulle, essere il nemico della danza divina, o dei piccoli piedi dalle caviglie leggiadre?
Io sono, è vero, una selva e una notte d'alberi oscuri: ma chi non teme la mia oscurità, troverà anche rosai sotto i miei cipressi.
Ed anche il piccolo Dio, ch'è il più caro alle giovinette: egli giace presso la fontana, silenzioso, con gli occhi chiusi.
Di pieno giorno, in verità, s'addormentò quel monello! S'affaticò troppo, forse, nell'inseguir farfalle?
Non vi sdegnate con me, belle danzatrici, se castigherò un poco il piccolo Dio! Griderà e piangerà – ma egli muove il riso pur quando piange!
E con le lacrime agli occhi vi pregherà di un ballo; e voglio io stesso accompagnar la sua danza col canto.
Una canzone di scherno contro lo spirito della gravità, il mio altissimo e potentissimo demonio, che essi dicono sia il padrone del mondo».
Ed ecco la canzone che cantò Zarathustra mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme:
Ti fissai negli occhi, un giorno, o vita! E mi parve di sprofondare nell'impenetrabile.
Ma tu mi traesti fuori con amo dorato; e ridesti beffarda, quando ti chiamai impenetrabile.
«Parlare così conviene ai pesci, dicesti; ciò che non possono scandagliare è per essi non scandagliabile.
Ma io sono mutevole e selvaggia, e in tutto femmina, e non virtuosa...
Sebbene da voi, uomini, io sia chiamata «la profonda» oppure «la fedele», «l'eterna», «la misteriosa».
Ma voi, uomini, ci fate dono delle vostre virtù – o virtuosi!»
Così essa rise, l'infida; ma io non credo mai a lei nè al suo riso, quando parla male di sè stessa.
E poi ch'ebbi parlato a tu per tu con la mia saggezza selvaggia, essa mi disse adirata: «Tu vuoi, tu desideri, tu ami, per quanto soltanto tu esalti la vita!»
Quasi avrei dato una cattiva risposta e detto la verità a la collerica; e non si risponde mai più duramente che quando «si dice la verità» alla propria saggezza.
Così sta la cosa fra noi tre. In fondo io non amo che la vita – e, in verità, non l'amo mai tanto quando la detesto!
Se amo tuttavia pur la saggezza e spesso anche troppo, ciò avviene, poichè essa mi ricorda troppo la vita!
Ne ha l'occhio, il riso e perfino l'amo dorato: che posso io se si assomigliano tanto?
E quando la vita mi chiese: Chi è dunque la saggezza? – in fretta risposti: «Ah, sì, la saggezza!
Si è assetati di lei e non se n'è mai sazi, la si guarda sotto un velame e si cerca d'afferrarla, con le reti.
È bella? Che ne so io! Ma i carpi più vecchi si lasciano adescare da lei.
Essa è mutabile e caparbia; sovente la vidi mordersi le labbra ed arruffarsi col pettine i capelli.
Forse è malvagia e falsa, e in tutto una donna; ma quando parla male di sè stessa, è appunto allora che più mi seduce».
Quand'ebbi detto questo alla vita, essa rise maligna e socchiuse gli occhi. «Di chi parli dunque? chiese, forse di me?
E quand'anche tu avessi ragione – mi si dice questo sul viso? Ma ora parlami un po' della tua saggezza!»
Ah, e ora tu riapri gli occhi, o vita adorata! E mi parve di sprofondare un'altra volta nell'impenetrabile. –
Così cantò Zarathustra. Ma quando la danza ebbe fine e le fanciulle partirono, egli divenne mesto.
«Il sole è tramontato da lungo – diss'egli infine; il prato è umido e soffia un'aria fosca dal bosco.
Qualcosa d'ignoto m'aleggia intorno, pensoso. Come! Tu vivi ancora, Zarathustra?
Perchè? A quale scopo? Di che? Per dove? Come? Non è follia vivere ancora?
Ah, miei amici, è la sera che mi chiede così. Perdonate la mia tristezza!
È giunta la sera, perdonatemi che sia scesa la sera!»
Così parlò Zarathustra.
CANTO FUNEBRE
«Laggiù è l'isola dei sepolcri, la silente; laggiù è pure il sepolcro della mia giovinezza. Là voglio portare una corona di semprevivi della vita».
Così risolvendo nel cuore, attraversai il mare.
Oh, visioni e imagini della mia giovinezza! Oh, voi tutti sguardi dell'amore, istanti divini! Come presto vi dileguaste! Io ripenso a voi, oggi, come ai miei morti.
Da voi, o morti diletti, mi giunge un dolce profumo, che mi scioglie il cuore e m'induce al pianto. In verità esso scuote e commuove il cuore del solitario navigante.
Ma ancora io sono, tra i ricchi, il più ricco, e il più degno di invidia, io, il più solitario! Poichè io ebbi voi e voi m'aveste ancora: ditemi, per chi, come per me, caddero dall'albero tante melagrane?
Io sono ancor sempre l'erede e il terreno fecondo del vostro amore, fiorente, in vostra memoria di virtù selvaggiamente rigoliose, o amatissimi!
Ah, noi eravamo creati per rimaner vicini l'uno all'altro, o deliziose e strane meraviglie; e voi non veniste incontro a me ed ai miei desideri timidi come timidi uccelli – ma pieni di fede in chi aveva fede!
Sì, creati per la fede e per l'eternità degli affetti, al pari di me: così devo chiamarvi anche dopo la vostra infedeltà, o sguardi e momenti divini: non imparai ancora altro nome.
In verità troppo presto moriste per me, o fuggitivi. Eppure voi non fuggiste da me, nè io fuggii da voi: entrambi siamo colpevoli d'infedeltà.
Per uccidere me strozzarono voi, uccelli canori delle mie speranze! Sì, contro di voi, o dilettissimi, fu sempre rivolta la freccia della malvagità – per colpire il mio cuore!
Ed essa colpì! Poichè voi foste sempre ciò ch'io ebbi di più caro, ciò che possedevo e da cui ero posseduto per ciò doveste morir giovani e immaturi!
Si puntò la freccia contro quello che in me era più vulnerabile: eravate voi dalle piume morbide e delicate, simili ad un sorriso che un semplice sguardo può far morire!
Ma queste parole dirò ai miei nemici: che cos'è un omicidio, in confronto a ciò che mi faceste!
Cosa assai più rea, faceste a me, che non omicidio; voi mi toglieste ciò che non può ritornare: – così vi dico, o miei nemici!
Uccideste le visioni e i più cari prodigi della mia giovinezza! Mi toglieste i compagni di gioco, gli spiriti benedetti! In memoria di loro io depongo questa ghirlanda, e per vostra maledizione.
Questa sia la maledizione contro di voi, o nemici! Non faceste voi forse fuggevole ciò che in me era eterno, come un suono che si spezzi in una gelida notte? A me ciò non parve durar più d'un divino battere d'occhi, –un istante!
Così disse in un'ora buona la mia purezza: «tutti gli esseri sono per me divini».
Allora m'assaliste con luridi fantasmi; ahimè dove fuggì quell'ora felice!
«Tutt'i giorni debbono essermi sacri» – così disse un giorno la saggezza della mia gioventù: in verità un parlare di saggezza gioconda!
Ma voi, nemici, mi rubaste allora le mie notti e le condannaste alla tormentosa insonnia: ah, dove fuggì mai quella gioconda saggezza?
Desiderai un tempo auspici lieti: voi poneste sul cammino un mostruoso gufo. Ah, dove fuggirono allora i miei teneri desideri?
Giurai un dì di sottrarmi ad ogni fastidio: e voi piagaste di ulceri putride tutti coloro che m'eran vicino. Ah, dove fuggì allora il mio giuramento più nobile?
Come un cieco andai un giorno per strade felici: ma voi gettaste immondizie su la via del cieco: ed ora gli ripugna seguire quel vecchio cammino.
E quando ebbi compiuto ciò che v'è di più faticoso e festeggiai la vittoria d'aver superato me stesso: faceste che coloro che m'amavano gridassero che io recava loro il dolore più grande.
In verità, operaste sempre così: mesceste il vostro fiele nel miele delle mie api più assidue.
Inviaste a la mia compassione i più insolenti mendicanti; circondaste la mia pietà degli esseri più incurabilmente senza vergogna. Feriste così nella loro fede le mie virtù.
E quand'anche avessi offerto in sacrificio la cosa a me più cara: la vostra «pietà» si presentava con doni più grassi: sicchè nel vapore del vostro grasso soffocava ciò che avevo di più sacro.
E volli una volta danzare come mai non avevo danzato: danzare al di là di tutti i cieli. E allora voi corrompeste il mio cantore più diletto.
Ed egli intonò una melodia orribile e tetra: ah, essa risuonava alle mie orecchie come lugubre corno!
Oh, cantore assassino, strumento di malvagità, il più innocente di tutti! Già ero pronto alla danza migliore: tu uccidesti coi tuoi suoni il mio rapimento!
Soltanto nella danza mi sento atto a parlare in similitudini delle cose più eccelse: – ma la più leggiadra delle mie similitudini mi rimase soffocata in gola!
Inespressa e insoddisfatta rimase la mia più alta speranza! E morirono per me tutte le visioni e tutti i conforti della mia gioventù!
Come potei sopportare tal cosa? Come dimenticai e vinsi tali ferite? Come risorse l'anima mia da un tale sepolcro?
Sì, v'è in me qualche cosa che non si può ferire o colpire e spezza anche le rocce: è la mia volontà. Taciturna e immutabile essa incede attraverso gli anni.
Vuol camminar coi miei piedi, la mia vecchia volontà; il suo senso è duro e invulnerabile.
Io non sono invulnerabile che nel tallone. Ancora sempre tu vivi e sei rimasta eguale a te stessa, o pazientissima! Ancor sempre passasti fra tutti i sepolcri!
In te vive ancora ciò che non seppe redimersi nella mia giovinezza; e come vita e giovinezza tu sedesti sperando sui tumuli ingialliti.
Sì, tu sei ancor per me colei che infrange tutti i sepolcri: Salve o mia volontà! E solo dove sono i sepolcri è possibile la resurrezione.
Così parlò Zarathustra.
DEL SUPERAMENTO DI SÈ STESSI
«Volontà di conoscere il vero» voi chiamaste, o saggi tra i saggi, quella che v'ispira e vi fa ardenti? Volontà di percepire tutto ciò che esiste: così chiamo io la vostra volontà!
Volete rendere imaginabile tutto ciò che esiste giacchè voi dubitate, con giusta diffidenza, che tutto sia imaginabile.
Ma ciò che esiste deve sottomettersi e piegarsi a voi! Così impone la vostra volontà. Esso deve divenir liscio e sottomesso allo spirito, quasi uno specchio che ne rifletta l'imagine.
Questa è tutta la vostra volontà di potenza; e pur quando parlate del bene e del male e degli apprezzamenti dei valori.
Volete creare un mondo dinanzi al quale piegar le ginocchia: ecco l'ultima vostra speranza, l'ultima ebbrezza vostra.
L'ignorante e il popolo – sono simili al fiume sul quale s'avanza una barca: e sulla barca seggono solenni e incappucciati gli apprezzamenti dei valori.
La vostra volontà e i vostri valori, li posate sul fiume del divenire; un'antica volontà di dominio mi rivela ciò che dal popolo è creduto qual bene e qual male.
Foste voi, o saggi, ad accogliere tali ospiti nella barca, a dar loro splendori e nomi superbi, – voi e la vostra volontà dominatrice!
Ora il fiume trasporta la vostra barca: deve trasportarla. Poco importa se l'onda infranta assalga irosa la chiglia!
Non è il fiume il vostro pericolo e la fine del vostro bene e del vostro male, o voi più sapienti: ma quella stessa volontà, la volontà di potenza, – la volontà inesausta e creatrice della vita.
Ma affinchè voi comprendiate le mie parole intorno al bene e al male: voglio dirvi ancora una parola sul conto della vita e della specie di ogni cosa vivente.
Seguii ciò che vive per strade piccole e grandi, a fin di conoscerne il costume.
Quando la sua bocca era chiusa raccolsi il suo sguardo con uno specchio a cento facce: perchè mi parlasse il suo occhio. E l'occhio suo mi parlò.
Ma dovunque trovai viventi, sentii parlar d'obbedienza. Tutto ciò che vive obbedisce.
Ed ecco il secondo punto: si comanda a colui che non sa obbedire a sè stesso. Tale è il costume di ogni cosa vivente.
E questo è la terza cosa che udii: che il comandare è più difficile che l'obbedire. E non soltanto che chi comanda porta la responsabilità di tutti quelli che obbediscono, e che tale responsabilità facilmente lo schiaccia....
Ma pure un rischio e un pericolo m'apparve ogni comando; e sempre quando ciò che è vivente comanda, arrischia la vita.
E ancora, quando comanda a sè stesso, deve sopportarne la pena. Egli dev'essere giudice e vindice e vittima della sua legge.
Come può ciò avvenire? chiesi a me stesso. Che cosa può indurre il vivente ad obbedire, a comandare, e ad obbedire pur comandando?
Udite ora la mia parola, o saggi tra i saggi! Esaminate se io son giunto a penetrare nel cuore della vita, e fin nelle radici di questo cuore!
Dove trovai la vita, ivi trovai la volontà di potenza; ed anche nella volontà del servo trovai la volontà d'esser padrone.
Ciò che persuade il più debole a star soggetto al più forte, è la sua volontà che vuol dominare su ciò ch'è ancor più debole di lui; è l'unica gioia a cui non può rinunziare.
E come il piccolo si dona al grande per potere a sua volta dominare e godere ciò ch'è di lui più piccolo: così anche il più grande si concede per amore della dominazione – sacrifica la stessa vita.
È questo l'abbandono del più grande: – esso è rischio e pericolo e un giocar di dadi per la morte.
E dove sono sacrificio, e servitù e sguardi amorosi: ivi è anche la volontà d'esser padrone. Per vie recondite il più debole s'insinua nel castello e nel cuore del potente – e là ruba la potenza.
E questo segreto confidò a me la stessa vita: «Vedi, mi disse, io son quella cosa che sempre deve superare sè stessa.
«Certamente voi la chiamate volontà della generazione, o istinto del fine, del sublime, del lontano, del molteplice: ma tutto ciò non è che una sola cosa e un mistero.
«Vorrei piuttosto perire che rinunziare a quest'unica cosa; e in verità dove c'è un perire, un cadere di foglie, ecco la vita sacrifica sè stessa – per la potenza!
«Che io debba essere una lotta e un divenire, e un fine e un contrasto di fini; ah, chi indovina la mia volontà, indovina anche per quali oblique vie sia costretta ad avanzare!
«Di tutte le cose che creo e per quanto io le ami, – devo esserne in breve l'avversario, e l'avversario del mio amore: così vuole la mia volontà.
«E anche tu che vuoi conoscere, sei soltanto un sentiero e un'orma della mia volontà: in verità la mia volontà di potenza cammina coi piedi della tua volontà del vero!
«Non incontrò certamente la verità colui che proclamò «la volontà della vita»: questa volontà – non esiste!
«Giacchè: ciò che non esiste non può volere; ma come potrebbe ciò ch'è nell'esistenza volere esistere?
«Soltanto dov'è vita è pur volontà: ma non volontà di vivere, bensì – ciò che insegno – la volontà della potenza!
«Molte cose han per i viventi più valore che la stessa vita; ma di questo valore parla ancora – la volontà di potenza!»
Così m'insegnò un giorno la vita; e con ciò, o saggi tra i saggi, io sciolgo l'enigma del vostro cuore.
In verità vi dico: un bene e un male imperituri – non esistono! Fuori di sè devono sempre superar sè stessi.
Coi vostri valori e con le vostre parole di bene e di male voi esercitate un potere, o apprezzatori di valori; ed è questo il vostro amore nascosto e lo splendore e il tremare e il traboccare dell'anima vostra.
Ma una forza maggiore sorge dai vostri valori e una nuova vittoria: e contro quella si spezza l'uovo e il suo guscio.
E chi deve essere un creatore nel bene e nel male: in verità deve essere prima di tutto un distruttore di valori.
Così è necessario il male supremo alla suprema bontà: la bontà creatrice.
Parliamone pure, o saggi tra i saggi, anche se è cosa dura il parlarne. È più triste il tacerne; tutte le verità taciute divengono velenose.
E possa infrangersi ciò che può frangersi nelle nostre volontà! C'è ancora molto da costruire!
Così parlò Zarathustra.
GLI UOMINI SUBLIMI
Silenzioso è il fondo del mio mare: chi indovinerebbe che vi si nascondono bizzarri mostri?
Inalterabile è la mia profondità: ma essa risplende di enigmi e di risa a fior d'onda.
Un sublime, vidi oggi, un solenne, un penitente dello spirito: oh, quanto rise l'anima mia della sua bruttezza!
Col petto gonfio, simile a colui che aspira: così se ne stava quel sublime, e silenzioso...
Ornato d'orribili verità, il suo bottino di caccia; e ricco di abiti cenciosi; anche molte spine pendevan da lui – ma non vidi una rosa.
Egli non ha ancora imparato il riso e la bellezza. Cupo, era tornato questo cacciatore dalla foresta della conoscenza.
Ritornò dalla lotta contro bestie selvaggie: ma la sua serietà rivelava ancora una bestia selvaggia – non domata!
Egli stava là come tigre che vuol spiccare un salto; ma a me non piacciono coteste anime tese, non mi vanno tali esseri chiusi in sè stessi.
E voi mi dite, amici, che non bisogna disputare intorno ai gusti? Ma se tutta la vita è una lotta per i gusti!
Il gusto: è insieme il peso e la bilancia di colui che pesa; guai a chi vive se volesse vivere senza disputare sul peso e la bilancia di coloro che pesano!
Se questo sublime si stancasse della sua eccellenza: allora soltanto si rivelerebbe la sua bellezza, – allora soltanto io vorrei gustarlo e gli troverei sapore.
Solo quando si sarà allontanato da sè stesso egli potrà saltare oltre la propria ombra! – dentro il suo sole.
Troppo a lungo sedette egli ne l'ombra; le guance impallidirono al penitente dello spirito; quasi morì affamato nella sua attesa.
Disprezzo c'è ancora nell'occhio suo; e le labbra s'atteggiano ancora al fastidio. Egli riposa, è vero, ma il suo riposo non s'è ancor disteso al sole.
Egli si dovrebbe far simile al toro; e la sua felicità dovrebbe aver l'odore della terra e non del disprezzo della terra.
Vorrei vederlo come il toro bianco che precede sbuffante e muggente l'aratro: e il suo muggito dovrebbe esaltare tutto ciò ch'è terreno!
È ancor tenebroso il suo volto; l'ombra della sua mano l'oscura ancora. È ancor offuscato il senso dell'occhio suo. La sua stessa azione l'avvolge come in un'ombra: la mano oscura l'attore. Egli non ha ancora superato il suo atto. Mi piace in lui il collo di toro: ma voglio vedere in lui anche lo sguardo d'angelo.
Egli deve dimenticare anche la sua volontà di eroe: voglio che sia un uomo elevato e non soltanto un uomo sublime: – l'etere stesso dovrebbe sollevare colui che ha perduto la volontà!
Egli vinse le fiere, egli sciolse gli enigmi: ma dovrebbe redimere ancora i mostri e i misteri che ha in sè, e trasfigurarli in divini fanciulli.
La sua conoscenza non imparò ancora a sorridere e ad essere senza gelosia; la sua fluttuante passione non s'è ancora calmata nella bellezza.
In vero, non nella sazietà ma nella bellezza devono tacere e sommergersi i suoi desideri! La grazia appartiene a coloro che hanno il pensiero elevato.
Col braccio sopra la testa: così dovrebbe riposare l'eroe e vincere così il suo stesso riposo.
Ma appunto all'eroe il bello appare come la più difficile delle cose. Irraggiungibile è il bello per ogni volontà troppo impetuosa.
Un po' più, un po' meno: ciò appunto è qui molto, è qui tutto.
Starsene coi muscoli inattivi e la volontà disarmata: ecco ciò che riesce più difficile d'ogni altra cosa, o sublimi! Quando la potenza s'è fatta clemente e discende nel visibile: chiamo bellezza una tale discesa.
E a nessuno chiedo come a te, o potente, la bellezza: la tua bontà sia l'ultima tua vittoria su te stesso.
Io ti stimo capace di tutto ciò che è perverso: perciò ti domando il bene.
In verità, io risi assai spesso dei deboli, che si credevano buoni perchè avevan rattrappite le zampe!
Imita la virtù della colonna: essa diviene sempre più bella e delicata ma internamente più dura e atta a sostenere il peso quanto maggiormente s'eleva.
Sì, o sublime, un giorno tu sarai anche bello, e porgerai lo specchio alla tua propria bellezza.
Allora l'anima tua proverà il brivido dei desideri divini; e vi sarà adorazione nella tua vanità!
Giacchè è questo il mistero dell'anima: solo quando l'eroe l'ha abbandonata, le si appressa, nel sogno – il super-eroe. –
Così parlò Zarathustra.
DEL PAESE DELLA CULTURA
Volai troppo nell'avvenire: m'assalì un brivido di orrore. E quando mi guardai intorno, ecco, il tempo era il mio solo contemporaneo.
Allora tornai indietro, verso la patria – e sempre più in fretta: e così vengo a voi, o esseri del presente, nel paese della cultura.
Per la prima volta vi ho guardati con occhio attento e buoni desideri: in verità, venni con nostalgia nel cuore. Ma che mi accadde? Con tutta la mia paura... dovetti ridere! Mai vide l'occhio mio cosa tanto variopinta e bizzarra!
Io ridevo e ridevo, mentre ancora tremava il mio piede, e con esso il mio cuore: «questa è la patria di tutte le pentole colorate!» – dissi.
Il viso e le membra dipinte di cinquanta colori: così appariste al mio stupore, o uomini del presente!
E con cinquanta specchi intorno a voi che adulavano e imitavano il vostro gioco di colori!
In verità, non potreste imaginare, o presenti, una maschera migliore che il vostro stesso volto! Chi potrebbe – riconoscervi?
Tutti impiastricciati coi segni del passato su cui impresse nuovi segni il pennello: così sfuggite bene a tutti gli interpreti di geroglifici!
E se pure alcuno fosse investigatore di reni: come potrebbe credere ancora che abbiate reni! Voi sembrate impastati di colori e di cartelle appiccicate l'una sull'altra.
Tutti i tempi e tutti i popoli si rispecchiano nei vostri veli; tutti i costumi e tutte le credenze nei vostri gesti.
Chi strappasse da voi veli e mantelli, e colori e atteggiamenti: non avrebbe più dinanzi a sè che uno spaventapasseri.
In verità, io stesso sono l'uccello impaurito che vi scorse una volta nudi e senza colori; ed io volai lontano quando la vostra carcassa mi fe' cenni d'amore.
Vorrei piuttosto essere operaio nell'inferno e nell'ombra del passato! – Gli abitanti degl'inferni hanno più consistenza di voi!
Sì, questa è l'amarezza delle mie viscere, non potervi sopportare nè nudi, nè vestiti, o uomini d'oggi!
Tutto ciò che più inquieta nell'avvenire, e ciò che fin qui ha incusso terrore agli uccelli smarriti, ispira in verità più fiducia e più calma de la vostra «realtà».
Giacchè voi parlate così: «noi siamo interamente fatti di realtà senza fede e superstizione»: – ecco di che vi gloriate!
Infatti, come potreste credere, o multicolori, d'essere un'imagine dipinta di tutto ciò che fu creduto?
Voi siete confutazioni viventi della stessa fede, e distruggitori di tutti i pensieri. Indegni di fede io vi chiamo, o esseri reali!
Tutti i tempi cozzano insieme nel vostro spirito; e i sogni e le chiacchiere di tutti i tempi furono cose più reali che la vostra desta ragione!
Sterili siete: perciò vi fa difetto la fede. Ma chi dovette creare ebbe sempre i sogni profetici e i pronostici degli astri – e tenne fede alla fede!
Voi siete porte semiaperte alle quali attendono i becchini. E questa è la vostra realtà: «Tutto è degno di perire».
Ah, come m'apparite, o sterili, scheletri viventi! E più d'uno tra voi potè constatarlo da sè.
E disse: «Forse mi tolse qualcosa nascostamente, un Dio, mentre dormivo. In verità quanto basta per fare una femminetta! Meravigliosa è la povertà delle mie costole!». Così disse più d'uno degli uomini di oggi.
Sì, mi fate ridere, uomini attuali! E specialmente, quando stupite di voi stessi.
Guai a me, se non potessi ridere del vostro stupore, e fossi costretto a bere tutto ciò che d'amaro è nei vostri calici!
Ma così voglio scherzare con voi, giacchè ho un grave fardello da portare; che mi importa se si posano su quel mio fardello scarafaggi e cavallette!
In verità non diverrà per ciò più pesante! E non per voi, esseri del presente, m'assalirà la grande stanchezza. Dove debbo ancora salire con il mio desiderio! Da tutti i monti io cerco con l'occhio i paesi paterni e materni.
Ma in nessun luogo trovai la patria; giro inquieto per ogni città, e son pronto a partire vicino a ogni porta.
Stranieri sono per me e argomento di scherno gli uomini del presente, verso i quali m'aveva spinto poco anzi il mio cuore; e io sono un bandito in tutti i paesi paterni e materni.
Così non posso amare che il paese dei miei figli, il paese sconosciuto nel più lontano dei mari: verso di esso drizzo le mie vele a cercare, a cercare.
Voglio redimer nei miei figli la colpa d'esser stato figlio dei miei padri: e nell'avvenire – questo presente!
Così parlò Zarathustra.
DELLA CONOSCENZA IMMACOLATA
Quando s'alzò ieri la luna imaginai che volesse partorire un sole: tanto appariva larga e gravida su l'orizzonte.
Ma la sua gravidanza era menzogna; e crederei piuttosto ancora all'uomo nella luna, che alla donna.
Certamente, non ha nulla di maschio questo timido astro nottambulo. In verità essa erra sui tetti con malsicura coscienza.
Giacchè è lascivo e geloso l'anacoreta della luna, avido delle voluttà della terra e dell'amore.
No, non mi piace, questo gatto dei tetti! Mi urtano tutti coloro che spiano le finestre semichiuse!
Pio e taciturno esso cammina sui tappeti di stelle – ma io non amo gli uomini dal passo leggero, che non fanno risuonare il loro sperone.
Parla ogni passo sincero; ma il gatto striscia tacito sul suolo. Vedi, falsa s'avanza la luna, come un gatto.
Questa parabola vi dico, o sentimentali ipocriti, voi che volete la «conoscenza pura». Io vi chiamo lascivi!
Anche voi amate la terra e ciò che è terreno: vi lessi nell'anima! – ma nel vostro amore è vergogna e cattiva coscienza – rassomigliate alla luna!
Il disprezzo delle cose terrene persuase il vostro spirito, ma non i visceri vostri: questi sono la vostra parte più forte!
Ed ora vi vergognate del vostro spirito perchè è soggetto ai vostri visceri, e perchè vergognoso, esso va per vie recondite e false.
«Sarebbe per me cosa eccelsa – così dice a sè stesso il vostro spirito mendace – guardare la vita senza desideri e non, come il cane, con la lingua penzoloni:
«Esser felice nel contemplare, con volontà annientata, senza rapacità o invidia egoistica – freddo e grigio come cenere in tutto il corpo, ma con occhi ebbri di luna!
«Sarebbe per me la cosa più cara – così seduce sè stesso chi già fu sedotto – amare la terra come l'ama la luna, e non toccar che con lo sguardo la sua bellezza.
«E io chiamo immacolata questa percezione di tutte le cose, non domandare altro alle cose: che distendersi davanti ad esse come uno specchio con cento occhi».
Oh, voi, ipocriti sensibili e lascivi! Vi manca l'innocenza del desiderio: ed è perciò che calunniate ogni brama!
In verità, non amate la terra come creatori, generatori, desiderosi dell'avvenire!
Dov'è l'innocenza? Là ove è la volontà di procreare. E colui che vuol creare oltre sè stesso, possiede, per me, la volontà più pura.
Dov'è la bellezza? Là ove con tutta la volontà debbo volere; dove voglio amare e perire, affinchè un'imagine non resti soltanto un'imagine.
Amare e perire: cose che s'accordano dall'eternità. Volontà d'amare: significa volontà di morire. Così parlo a voi, o vigliacchi!
Ma il vostro ammiccare, vorreste chiamarlo, ora, «contemplazione!». E ciò che può essere guardato con occhi vili, deve esser battezzato «bello!». O voi, insozzatori dei nomi più nobili!
Ma questa dev'essere la vostra maledizione, immacolati cercanti la percezione pura, che non possiate mai generare: sebbene presso l'orizzonte gravidi e gonfi!
In verità, voi avete la bocca piena di nobili frasi: e noi dovremmo credere che il vostro cuore trabocchi, o artefici di menzogna?
Ma le mie parole sono deboli, disprezzate, contraffatte: volentieri io raccolgo ciò che nei vostri pasti cade sotto la mensa.
Questo mi basta ancora sempre – per dire la verità agli ipocriti! Sì, le scaglie, i gusci d'ostrica, le foglie spinose – vi faranno solletico al naso, o ipocriti!
Sempre, c'è un'aria putrida intorno a le vostre mense: vi sono in quell'aria i vostri pensieri lascivi, le vostre menzogne e le vostre dissimulazioni!
Abbiate dunque una volta l'ardire di credere – in voi stessi e nei visceri vostri! Chi non ha fede in sè stesso, mente sempre.
Vi poneste dinanzi la maschera d'un Dio, o uomini «puri»: in una larva divina si ravvolse il vostro orribile verme.
In verità voi ingannaste, col vostro aspetto, o «contemplativi!». Anche Zarathustra fu un dì il folle della vostra larva divina; egli non indovinò di quale groviglio di serpi fosse composta.
Credetti un giorno che si rispecchiasse nei vostri giochi l'anima di un Dio, o voi che cercate la percezione pura! Non conoscevo arte migliore dei vostri artifizi!
La distanza mi nascose il putridume e il lezzo dei vostri serpenti, e l'astuzia della lucertola che vi girava intorno lasciva.
Ma mi accostai: e mi venne la luce – e ora viene anche per voi, – finirono gli amori della luna!
Guardate là dunque! Sorpresa e pallida è là – dinanzi a l'aurora!
Che di già viene, ardente, – il suo amore per la terra s'appressa! L'amore del sole è innocenza e volontà di creare!
Guardate dunque, come l'aurora passa impaziente sul mare! Non sentite voi la sete e l'alito caldo del suo amore?
Essa vuole aspirare il mare e trarlo in alto dalle sue profondità: e il desiderio s'inalza con mille seni.
Vuol esser baciato e bevuto dalla sete del sole; vuol mutarsi in aria e in altezza e in sentiero di luce, e in luce!
In verità, alla guisa del sole, io amo la vita e i mari profondi.
E questa è per me percezione: tutto ciò ch'è profondo deve salire alla mia altezza!
Così parlò Zarathustra.
DEI DOTTI
Mentre giacevo nel sonno, una pecora brucò la corona d'edera della mia testa – brucò e disse: «Zarathustra non è più un saggio».
Disse, e se ne andò grave e superba. Me lo raccontò poi un bambino.
Mi piace giacere dove giocano i bambini, vicino al muro diroccato, sotto i cardi e i rossi papaveri.
Sono ancora un dotto per i bambini, ed anche per i cardi e i fiori di papavero. Essi sono innocenti nella loro stessa malizia.
Ma non lo son più per le pecore: così vuol la mia sorte – sia benedetta!
Giacchè questa è la verità: ho abbandonato la casa dei dotti, e ne ho chiusa la porta dietro di me.
Troppo a lungo l'anima mia sedette affamata al loro desco; non sono alla loro maniera addestrato alla conoscenza come a romper le noci.
Io amo la libertà e la brezza che soffia sulla terra fresca; più ancora mi piace dormir su le pelli dei bovi, che su i loro onori e le loro dignità.
Io son troppo ardente e troppo consunto dai miei propri pensieri: e spesso mi manca il respiro: allora ho bisogno d'andare all'aperto, e fuggo le stanze piene di polvere.
Ma essi seggono freschi all'ombra fresca: vogliono essere, in tutto, solo spettatori; e si guardan bene dal sedere sui gradini fatti roventi dal sole.
Simili a coloro che se ne stanno sulla via e guardano oziosi la gente che passa: così s'indugiano anche essi in attesa di pensieri pensati da altri.
Se una mano appena li tocchi, fanno involontariamente polvere intorno a sè come sacchi di farina; ma chi potrebbe pensare che questa lor polvere venga dal grano, e dalla delizia dorata dei campi estivi?
Se si atteggiano a sapienti, mi sento agghiacciato dalle loro piccole sentenze e dalle loro verità: la loro sapienza esala spesso un odor di palude: e in verità vi udii gracidare le rane!
Sono destri ed hanno abili dita: che vuole la mia semplicità presso la loro complessità? Le loro dita sono esperte nell'annodare e nel tessere: così essi fanno la calza dello spirito!
Sono utili congegni d'orologio: soltanto bisogna saperli caricar bene! Allora segnano l'ora senza sbagliare e con un modesto rumore.
Lavorano come macine e cilindri da mulino: purchè si getti loro il frumento da macinare! – sanno l'arte di triturare il grano e di ridurlo in polvere.
Sanno vigilarsi le dita a vicenda e con diffidenza. Astuti in piccole malizie spiano coloro la cui scienza cammina con piede zoppo – e li attendono simili ai ragni.
Li vidi sempre preparare con diligenza il veleno; e per ciò essi coprono sempre le dita loro con guanti di vetro.
Sanno pure giocare con dadi falsi, e li sorpresi a giocare con grande ardore che n'eran sudati.
Noi siamo stranieri a vicenda, e le loro virtù sono anche più contrarie al mio gusto che le loro menzogne e i loro dadi falsi.
E quando dimorai presso di loro, dimorai sopra di loro. Perciò mi tennero il broncio.
Non possono tollerare che alcuno cammini più in alto; e per ciò essi posero legna e terra e immondizie fra me e le loro teste.
Ammorzarono così il rumore dei miei passi e furono i più sapienti che finora m'intesero peggio.
Tutti gli errori e le debolezze umane essi posero tra me e loro: – «soffitto falso» chiamano ciò nelle loro case.
Ma ciò nonostante cammino con i miei pensieri sopra il loro capo; ed anche se volessi camminare sui miei propri errori sarei sempre più in alto di loro e della loro testa.
Poichè gli uomini non sono eguali: così parla la giustizia. E ciò che io voglio, essi non lo potrebbero volere.
Così parlò Zarathustra.
DEI POETI
«Dacchè giunsi a conoscere meglio il corpo, – disse Zarathustra ad uno dei suoi discepoli – lo spirito non è più per me che spirito per similitudine; ed anche tutto l'«imperituro» non è che una metafora».
«Già una volta ti sentii dire così – rispose il discepolo – e allora soggiungevi: «ma i poeti dicono troppe bugie». Perchè dunque dicesti che i poeti mentono troppo?
«Perchè? disse Zarathustra. Tu chiedi perchè? Già da lungo tempo trovai il motivo delle mie opinioni.
Non dovrei essere una botte di memoria se volessi portar sempre con me le mie ragioni?
Mi pesa già troppo portar con me le mie opinioni; e più d'un uccello se ne vola via.
E m'accade di trovare anche una bestia fuggita nel mio colombaio, che mi è straniera, e che trema se stendo la mano.
Ma che cosa ti disse un dì Zarathustra? Che i poeti mentono troppo? – Ma anche Zarathustra è un poeta.
Credi tu dunque ch'egli abbia detto la verità? Perchè credi ciò?».
Il discepolo rispose: «Io credo in Zarathustra». Ma Zarathustra scosse il capo sorridendo.
La fede non mi fa beato, diss'egli, e tanto meno la fede in me stesso.
Ma dato che qualcuno avesse detto, con tutta serietà, che i poeti sono menzogneri: avrebbe avuto ragione, – noi mentiamo troppo.
Noi sappiamo anche troppo poco ed impariamo male: così siamo costretti a mentire.
E chi di noi poeti non falsificò il proprio vino? Più di una miscela venefica si preparò nelle nostre cantine; vi si fece l'indescrivibile.
E perchè poco sappiamo, amiamo i poveri di spirito, soprattutto quando son giovani donne.
Noi siamo avidi pur delle cose che si raccontan la sera le donnicciuole. Chiamiamo ciò l'eterno femminino.
E come ci fosse una segreta via che conduce alla scienza, che è chiusa a coloro che imparano qualche cosa: così crediamo nel popolo e nella sua «saggezza».
Ma credono tutto i poeti: che colui il quale giace su l'erba o sui solitari pendii tendendo l'orecchio, impari qualcosa di ciò che sta fra il cielo e la terra.
E se giungono loro tenere commozioni, i poeti pensano sempre che la stessa natura sia innamorata di loro.
E che essa s'accosti segretamente al loro orecchio, per narrar cose misteriose e carezzanti parole: di che si vantano e si esaltano dinanzi a gli altri mortali!
Ah, ci sono tante cose fra cielo e terra, che soltanto i poeti seppero sognare!
E in specie sopra il cielo: giacchè tutti gli dèi sono imagini e similitudini di poeti!
In verità, sempre siamo attratti verso l'alto – cioè verso il regno delle nubi: affidiamo a queste le variopinte creature della nostra fantasia, e le chiamiamo dèi e superuomini...
Sono abbastanza leggeri per questi seggi, tutti questi dèi e superuomini.
Oh!, come sono stanco di tutto ciò che è insufficiente e vuol essere avvenimento! Ah, quanto son stanco dei poeti!
Quando Zarathustra ebbe detto così, si irritò con lui il suo discepolo, ma tacque. Ed anche Zarathustra tacque; e l'occhio suo guardò nell'intimo dell'anima, come se guardasse lontano. Sospirò infine e respirò.
Io sono d'oggi e del passato – disse poi; ma v'è in me qualcosa che appartiene al domani, e al dopo domani, e al futuro.
Fui stanco dei poeti, dei vecchi e dei nuovi: son per me tutti superficiali e mari senz'acqua.
Essi non pensarono abbastanza profondamente: per ciò non cadde, il loro sentimento, fin negli abissi.
Un po' di voluttà e un po' di tedio: è ciò che di meglio vi sia ancora nelle loro meditazioni.
Il loro arpeggio mi sembra un aleggiare o un guizzar di spettri; che seppero essi fin qui dell'intimo ardore dei suoni?
Essi non mi sembrano neppure troppo puliti: intorbidano l'acqua, perchè appaia profonda.
E molto volentieri si spacciano per riconciliatori; ma per me sono mezzani e mestatori, mezzi uomini e impuri!
Ahimè, gettai le mie reti nei loro mari per prendere buoni pesci; ma sempre ne trassi fuori la testa di un vecchio Dio!
Così il mare diede all'affamato un sasso. E forse provengono essi stessi dal mare.
Certamente si trovano perle fra di loro e per questo assomigliano anche maggiormente a duri crostacei. E invece dell'anima trovai spesso in loro del limo salso.
Impararono anche dal mare la sua vanità: non è forse il mare il pavone più vano? Perfino dinanzi al più brutto dei bufali esso dimena la sua coda, e mai non si sazia dello scintillio del suo ventaglio d'argento e di seta.
Lo guarda il bufalo in atto di sfida, simile alla sabbia dell'anima, più simile ancora al folto bosco, e sopra tutto alla palude.
Che gli importa della bellezza del mare e degli ornamenti del pavone? – Questa similitudine io dico ai poeti.
In verità, il loro stesso spirito è il più vano dei pavoni e un mare di futilità!
Spettatori vuol lo spirito del poeta: siano pure dei bufali!
Ma di questo spirito io sono sazio e veggo giungere un tempo nel quale sarà egli pure sazio di sè medesimo.
Vidi giungere i penitenti dello spirito: sono i loro figli spirituali.
Così parlò Zarathustra.
DI GRANDI AVVENIMENTI
V'è un'isola nel mare – non lontana dalle isole beate di Zarathustra – ove sorge un vulcano che sempre fuma; il popolo e soprattutto le vecchie donnicciuole dicono di quest'isola ch'essa è posta come una roccia dinanzi alla porta dell'inferno: ma la via stretta che discende a questa porta attraversa essa stessa un vulcano.
A quell'epoca dunque, quando Zarathustra soggiornò ne le isole beate, accadde che un bastimento gettasse l'àncora presso l'isola ove si trova la montagna fumante, e che il suo equipaggio discendesse a terra per dar la caccia ai conigli. Verso l'ora del meriggio, mentre il capitano e l'equipaggio si trovavan riuniti, videro improvvisamente un uomo fendere l'aria e venir alla lor volta, e una voce dir chiaramente: «È l'ora, è il momento supremo!». E quando quella figura fu più accanto a loro – essa volava rapida come un'ombra nella direzione del vulcano – essi riconobbero costernati che era Zarathustra; poichè l'avevan già tutti veduto, tranne il capitano, e l'amavano come il popolo ama: e cioè mescolando, in parte eguale, amore e rispetto.
«Guardate dunque! – disse il vecchio timoniere – Zarathustra che scende a l'inferno!» –
Al medesimo tempo in cui i marinai approdavano a l'isola del fuoco, corse voce che Zarathustra fosse scomparso; e interrogati i suoi amici, essi narrarono com'egli si fosse imbarcato, la notte, senza dir dove andava.
Così nacque una certa inquietudine; ma dopo tre giorni ad essa s'aggiunse il racconto dei marinai – e allora il popolo disse unanime, che il diavolo aveva portato con sè Zarathustra. I suoi discepoli ridevano, veramente, di tali ciarle; e uno di loro disse perfino: «Crederei invece che Zarathustra avesse portato con sè il diavolo». Ma in fondo all'anima erano tutti pieni d'inquietudine e d'ansia: così fu grande la loro gioia quando, il quinto giorno, riapparve fra di loro Zarathustra.
Ed ecco il racconto della conversazione di Zarathustra con il cane infernale:
La terra, disse egli, ha una pelle; e questa pelle ha malattie. Una di queste malattie si chiama «uomo».
E un'altra di queste malattie si chiama «cane del fuoco»: sul conto del quale gli uomini si sono detti e lasciati dire molte menzogne.
Per scoprire questo mistero io trovai il mare: e vidi la verità nuda, davvero! nuda dai piedi al collo.
So adesso che ne sia del cane di fuoco, e di tutti i demoni ribelli dell'inferno, dei quali non temono soltanto le vecchie donnicciuole.
«Esci dal tuo baratro, cane infernale! gridai, e confessa com'è profonda la tua profondità! Donde viene ciò che tu vai eruttando fin quassù?
Tu bevi abbondantemente nel mare: ciò tradisce la tua eloquenza salata! In verità per un cane dell'abisso, prendi il nutrimento troppo a la superficie!
Sei per me tutt'al più un ventriloquio della terra: e sempre quando ho inteso parlare i demoni ribelli, li trovai come te; salati, menzogneri, superficiali.
Voi sapete urlare e offuscar l'aria con la cenere! Voi siete i più gonfi millantatori e conoscete abbastanza l'arte di far bollire il fango.
Dove siete voi, sempre ci devono essere fango e molte cose torbide, cavernose, compresse, che vogliono farsi libere.
«Libertà» è il vostro urlo più caro: ma io ho perduto la fede nei «grandi avvenimenti» quando sono accompagnati dal ruggito e dal fumo.
E credimi pure, amico del chiasso infernale! I grandi avvenimenti – non sono le nostre ore più rumorose, bensì le più quiete.
Non è intorno a chi inventa strepito nuovo: ma intorno a chi inventa nuovi valori, che silenziosamente gira il mondo.
E confessalo pure! Poco resta quando s'estingue il tuo chiasso e il tuo fumo. Che importa che una città sia divenuta una mummia, e una statua giaccia ora nel fango.
E dico ancor questo ai distruttori di statue. È ben la peggiore pazzia gettar sale nel mare e statue nel fango.
Nel fango del vostro disprezzo giaceva la statua ma è appunto sua legge, che dal disprezzo essa generi nuova vita e vivificante bellezza!
Essa risorge con aspetto divino, e con più seducente dolore; e, in verità! essa vi ringrazierà ancora d'averla abbattuta, o distruttori!
Ma questo io consiglio ai re e alle chiese ed a tutto ciò che s'indebolì per tempo o virtù – lasciatevi abbattere! Affinchè torniate alla vita e torni a voi la virtù!
Così parlai dinanzi al cane di fuoco: m'interruppe allora ringhiando e mi disse: «Chiesa? Che è questo?».
«Chiesa? risposi, è una specie di Stato, e la specie più menzognera. Ma taci, o cane ipocrita! Tu conosci la tua specie meglio di tutti!
Lo Stato è un cane ipocrita al pari di te; come te egli parla volentieri con urli e con fumo – per far credere, come te, che le sue parole vengon dal fondo delle cose. Giacchè «assolutamente egli vuol essere la bestia più importante sulla terra; e gli si crede». –
Quand'ebbi parlato così il cane infernale si contorse, come folle d'invidia: «Come? gridò, la bestia più importante sulla terra? E gli si crede?» E tanto fumo, tante orribili voci gli uscirono dalla strozza che pensai dovesse rimaner soffocato dal dispetto e dall'ira.
Ma silenzioso divenne infine, e più calmo; e appena tacque io gli dissi ridendo:
«Tu ti adiri, o cane infernale: allora ho ragione contro di te!
E perchè resti a me la ragione, lascia ti dica d'un altro cane infernale: che parla proprio dal cuor della terra. Il suo respiro è oro e pioggia dorata: così vuole il suo cuore. Che sono ancora per lui la cenere e il fumo e il fango bollente?
Il riso gli aleggia d'intorno come nube variopinta; egli è avverso al tuo gorgogliare, al tuo sputo, alle contrazioni delle tue viscere!
Ma l'oro e il riso – egli li toglie dal cuor della terra: giacchè devi sapere – che d'oro è il cuor della terra».
Quand'ebbe inteso ciò, il cane infernale, non volle più oltre ascoltarmi. Vergognosamente ritirò la sua coda, guaì un timido bau! bau! e fuggì nella sua tana. –
Così narrò Zarathustra. Ma appena lo ascoltavano i discepoli suoi: tanto erano impazienti di parlargli dei marinai, dei conigli, e dell'uomo volante.
«Che ne devo pensare, – disse Zarathustra – sono io forse uno spettro?
Ma sarà stata la mia ombra. Voi udiste bene una volta parlare del viandante e della sua ombra?
Ma questo è sicuro: bisogna che la tenga più in freno, – altrimenti essa mi guasterà la reputazione.»
E di nuovo Zarathustra scosse il capo, sorpreso. «Che devo pensare!» ripetè ancora.
«Perchè aveva dunque gridato il fantasma: È l'ora, è il momento supremo?»
Perchè mai... il momento supremo?
Così parlò Zarathustra.
L'INDOVINO
«... e io vidi una grande tristezza discender su gli uomini. I migliori si sentirono stanchi dell'opera loro.
Una dottrina fu proclamata, e con essa una nuova credenza: «Tutto è vano, tutto è simile, tutto fu!».
E da tutte le colline si è risposto: «Tutto è vano, tutto è simile, tutto fu!»
Abbiamo, è vero, raccolto: ma perchè i nostri frutti marcirono e divennero lividi? Che cosa cadde giù dalla luna malvagia nell'ultima notte?
Vano fu tutto il lavoro, in veleno si mutò il nostro vino, il malocchio arse i nostri campi e i nostri cuori.
Noi tutti inaridimmo; e se il fuoco cade su noi, ci mutiamo in cenere: sì, noi stancammo perfino il fuoco.
Tutte le fonti per noi s'asciugarono, si ritirò anche il mare. Ovunque il suolo vuol fendersi, ma l'abisso non vuole ingoiarci!
«Ah, dov'è ancora un mare nel quale si possa annegare!»: così suona il nostro lamento – sopra le piatte paludi.
In verità ci stancammo già troppo per morire; ora continuiamo a vivere desti – in camere mortuarie!».
In tal modo Zarathustra udì parlare l'indovino; e la sua predizione gli toccò il cuore e lo trasformò. Andò attorno mesto e stanco e fu simile a coloro di cui aveva parlato l'indovino.
In verità – diss'egli ai suoi discepoli – scenderà fra non molto un lungo crepuscolo. Ah, come potrò io portare al di là la mia luce!
Purchè non s'estingua in questa tristezza! Giacchè deve esser luce a mondi più lontani, e a più remote notti!
Afflitto in tal modo nel cuore, errava Zarathustra; e per tre giorni non prese nè bevande nè cibo; non riposò e perdette la parola. Ma i suoi discepoli gli sedettero intorno nelle lunghe veglie notturne, e attesero ansiosi il suo risveglio, per sentirlo di nuovo parlare e vederlo sanato dalla tristezza.
E questo è il discorso che fece Zarathustra quando fu ridestato; e la sua voce giungeva ai discepoli come da una gran lontananza:
«Udite il sogno che sognai, o amici, e aiutatemi a divinarne il senso!
Un mistero è ancor per me questo sogno; il suo significato è ancora nascosto prigioniero, e non vola intorno con libere ali.
Sognai d'aver rinunziato a tutta la vita. Ero divenuto guardiano notturno dei morti, lassù nella solitaria rocca dei morti, fra i monti.
Lassù vigilavo i sarcofaghi e le cupe volte erano piene di trofei. Mi guardava dai vitrei sepolcri, sopraffatta, la vita.
Respiravo l'odore d'un'eternità fatta polvere: pesante e polverosa era l'anima mia. E chi avrebbe potuto dar aria in tal luogo alla propria anima?
Mi circondava una luce di mezzanotte e presso di lei accoccolata, la solitudine; e, terza e peggiore delle mie amiche, una rantolante quiete di morte.
Portavo con me delle chiavi, le chiavi più arrugginite; e sapevo, con quelle, aprire la porta più stridente.
Come un orribile gemito il suono si propagava per i lunghi corridoi, quando la porta girava sui cardini: era un grido cattivo d'uccello, che non voleva esser destato.
Ma ancor più terribilmente mi si stringeva il cuore, quando regnava di nuovo intorno silenzio e pace, ed io sedevo in quel perfido silenzio.
Così passò, lentamente, il tempo, se pur esisteva ancora il tempo: che ne so io? Ma accadde infine ciò che mi destò.
Tre volte fu battuto alla porta, e i colpi parevano tuoni, tre volte ne rimbombarono cupe le volte: allora andai alla porta.
Alpa! gridai, chi porta la sua cenere al monte? Alpa! Alpa! Chi porta la sua cenere al monte?
Ed io girai la chiave e m'affaticai per aprire la porta. Ma non s'apriva neanche d'un dito...
La spalancò allora tutta un vento impetuoso: fischiando, stridendo, urlando esso mi gettò contro una bara nera...
E nel fischiare e stridere e urlare del vento, la bara si ruppe; e ne uscirono cento scrosci di risa.
E da mille grottesche forme di bambini, d'angeli, di gufi, di buffoni e di farfalle grosse come bambini, soffiò il riso e lo scherno contro di me.
Mi spaventai orribilmente, fui gettato a terra. E gridai per l'orrore, come mai ancora non avevo gridato.
Ma le mie stesse grida mi risvegliarono: – e tornai in me. –»
Così narrò Zarathustra il suo sogno, e poi tacque: giacchè non sapeva ancora il senso del sogno. Ma il discepolo suo prediletto, si levò ratto in piedi, afferrò la mano di Zarathustra e parlò:
«La tua stessa vita significa questo sogno, o Zarathustra!
Non sei forse tu il vento dal fischio acuto che strappa le porte al castello della morte?
Non sei tu stesso il sepolcro pieno di cattiverie dai vari colori, e di angeliche caricature della vita?
In verità, simile a mille risate infantili, viene Zarathustra in tutte le camere mortuarie, ridendo di questi vigilatori della notte e della morte, e di chiunque agita lugubri chiavi.
Li spaventerai e li rovescerai col tuo riso; la sincope e il risveglio proveranno la tua potenza sopra di loro. E pur quando verrà il lungo crepuscolo e la stanchezza mortale, tu non tramonterai sul nostro orizzonte, tu assertore della vita!
Tu ci mostrasti nuove stelle e nuovi splendori notturni: in verità tu stendesti su di noi la vita stessa come una tenda variopinta.
Zampillerà ora da tutti i feretri un riso infantile: verrà adesso un vento gagliardo che trionferà sempre d'ogni stanchezza mortale: di questo ci sei tu stesso mallevadore e profeta!
In verità, hai sognato loro stessi, i tuoi nemici: fu il tuo più terribile sogno!
Ma come te ne ridestasti, e ritornasti in te stesso, così devon pur essi destarsi – e venire a te!» –
Così disse il discepolo; e tutti s'accalcarono intorno a Zarathustra e gli afferraron le mani e volevan convincerlo ad abbandonare il letto e la sua tristezza, e a ritornar fra di loro.
Ma Zarathustra s'alzò a sedere sul giaciglio, con lo sguardo smarrito. Come uno che ritorni da lungo esilio, egli guardava i discepoli e ne considerava le faccie; e non li ravvisava ancora. Ma quand'essi l'ebbero levato in piedi, si mutò d'improvviso il suo occhio; egli comprese tutto ciò che era avvenuto, si accarezzò la barba e disse con voce sonora:
«Ebbene! Questo ebbe il suo tempo; or fate in modo, o discepoli, che sia pronto un buon pranzo! Così penso far penitenza dei miei sogni cattivi!
E l'indovino deve mangiare e bere al mio fianco: in verità saprò mostrargli ancora un mare nel quale potrà annegarsi!»
Così parlò Zarathustra. Ma poi guardò a lungo, nel volto, il discepolo che aveva spiegato il suo sogno e scosse la testa.
DELLA REDENZIONE
Un giorno quando Zarathustra passò sul gran ponte, gli storpi e i mendicanti lo circondarono, e un gobbo gli parlò così:
«Guarda, Zarathustra! Anche il popolo impara da te e presta fede alla tua dottrina: ma affinchè possa crederti interamente è ancor necessario una cosa – tu devi anzitutto convincere gli infermi! Ne hai qui grande scelta e, in verità, un'occasione che devi afferrare... Tu devi rendere la vista ai ciechi e far correre gli zoppi; e togliere un poco a colui che ha troppa roba sul dorso: – ecco, io penso, il vero modo per far sì che gl'infermi credano in Zarathustra!»
Ma Zarathustra rispose a colui che gli aveva parlato: «Se si toglie al gobbo la gobba, gli si toglie pure lo spirito – così insegna il popolo. E se si rende la vista al cieco, egli vedrà troppe cose brutte sulla terra: così che dovrà maledire chi lo guarì. E colui che fa correr lo zoppo, gli fa il danno peggiore: giacchè appena potrà correre, i suoi vizi lo trascineranno con loro – così insegna il popolo a proposito degli infermi. E perchè Zarathustra non dovrebbe imparare dal popolo, quando il popolo impara da Zarathustra?
Ma, dacchè mi trovo fra gli uomini, è per me la cosa più insignificante che io veda... A questo manca un occhio, a quello un'orecchia, a un terzo la gamba, e vi sono altri che han perduto la lingua o il naso o la testa.
Vedo e ho veduto cose peggiori, e parecchie così orribili; non vorrei parlare di ciascuna e non posso tacere di alcune; uomini che non sono altro che un grande occhio, o una gran bocca, o un grande ventre, o qualche altra cosa di grande, – io li chiamo storpi a rovescio.
Quando uscii dalla mia solitudine, e passai per la prima volta sopra questo ponte: non credetti ai miei occhi e guardai e guardai e dissi alfine: «Questa è una orecchia! Un'orecchia grande come un uomo!» Io guardai meglio: e, in verità, sotto l'orecchia si agitava ancora qualche cosa che era piccola da far pietà, e povera e debole. E, veramente, l'orecchia enorme, era posta sopra un tenue e piccolo stelo, – ma lo stelo era un uomo! E chi avesse guardato attraverso una lente avrebbe anche potuto scorgere un grazioso visino; e anche una piccola anima flaccida pendente dallo stelo. Tuttavia il popolo mi disse che la grande orecchia non era soltanto un uomo, bensì un grand'uomo, un genio. Ma io non credetti mai al popolo quando parlò di grandi uomini – e tenni la mia credenza che quegli fosse uno storpio a rovescio, il quale aveva troppo poco di tutto, e d'una sola cosa troppo».
Quando Zarathustra ebbe parlato così al gobbo, ed a coloro dei quali il gobbo era interprete e mandatario, si volse con profonda scontentezza ai discepoli e disse:
«In verità, amici, io m'aggiro tra gli uomini come in mezzo a un ammasso di frammenti e di membra umane! Questo per i miei occhi è cosa terribile, veder gli uomini frantumati e lacerati come su un campo di battaglia o di carneficina.
E se il mio sguardo fugge dal presente al passato: trova sempre la stessa cosa: frammenti, membra, casi orrendi – ma non un uomo!
Il presente e il passato sulla terra – o miei amici! – ecco quel che mi è più insopportabile; e non saprei vivere, se non fossi un veggente di ciò che deve accadere.
Un veggente, un volente, un creatore, un avvenire stesso, e un ponte sull'avvenire – e, ahimè! ancora, in certo modo, uno storpio su quel ponte: tutto ciò è Zarathustra.
E voi pure vi chiedete sovente: «chi è per noi Zarathustra? Come ci deve chiamare?». E, come me, voi rispondete con nuove domande alle vostre domande.
È egli uno che promette? Uno che adempie? Un conquistatore? Oppure un erede? Un autunno? Oppure un aratro? Un medico? Oppure un convalescente?
È egli un poeta? uno che dice la verità? Un liberatore? Un domatore? Un buono? Oppure un cattivo?
Io m'aggiro fra gli uomini, frammento dell'avvenire: quell'avvenire che vedo.
E a questo tende ogni mio pensiero, ogni desiderio; comporre in unità ciò che è ora frammento e mistero, e lugubre caso.
E come potrei sopportar d'essere uomo, se l'uomo non fosse anche poeta, profeta e redentore del caso?
Riscattare i passati e trasformare tutto «ciò che fu» in «così volli!» – questo soltanto chiamo riscatto!
Volontà – si chiama così il liberatore e il dispensatore di gioie: questo v'insegnai, o amici! Ma ora imparate anche questo: la volontà stessa è tuttavia prigioniera. Il volere redime: ma come si chiama ciò che incatena gli stessi liberatori?
«Così fu»: ecco ciò che fa digrignare i denti alla volontà, e la sua più solitaria afflizione. Impotente contro ciò che fu fatto – è una spettatrice malevola per tutto ciò ch'è trascorso.
La volontà non può agir sul passato; non poter infrangere il tempo e le brame del tempo – è la sua più solitaria afflizione.
La volontà riscatta: che cosa potrà trovare per liberarsi dalla sua afflizione e beffarsi delle sue catene?
Ah, ogni prigioniero diventa un pazzo! La volontà prigioniera, essa pure, si libera come follia.
Che il tempo non possa tornare indietro, è la sua collera. «Ciò che fu» – così si chiama la pietra che la volontà non può rovesciare.
E così essa rovescia, per ira e dispetto, le pietre, e si vendica di colui che non prova, al pari di lei, rabbia e dispetto.
Così la volontà liberatrice, divenne cagione di duolo: e su tutto ciò che può soffrire, si vendica di non poter tornare indietro.
Questa, questa soltanto, è la vera vendetta: la ripugnanza della volontà per il tempo e per il «così fu».
Davvero una grande follia dimora nella nostra volontà; e fu sventura per ogni cosa umana che tal follia imparasse ad aver dello spirito!
Lo spirito della vendetta: miei amici, ecco ciò che fu sin adesso la miglior riflessione degli uomini; e dov'era il dolore, si suppose ci fosse un castigo.
«Castigo», così la vendetta chiama sè stessa; con una parola menzognera si procura una buona coscienza.
E siccome in colui che vuole, v'è sempre il dolore di non poter volere sul passato – la volontà, essa stessa, e tutta la vita, dovrebbero – esser punizione!
E così nube su nube si addensò su lo spirito: fino a che predicò la follia: «Tutto passa, tutto è degno perciò di passare!»
«E questa è proprio giustizia, la legge che impone al tempo di divorare i propri nati»: così predicò la follia. «Moralmente ordinate son le cose, secondo il diritto e il castigo. Oh, dove trovar redenzione dal flusso delle cose e dal castigo chiamato esistenza? – Così predicò la follia.
«Può darsi redenzione quando esiste un eterno diritto? Ah, non si può sollevare la pietra «esso fu»: eterno dunque dev'essere anche il castigo!» Così predicò la follia.
«Nessun'azione può esser distrutta: come potrebbe venir soppressa dal castigo? Questo, questo è ciò che d'eterno v'è nel castigo dell'«esistenza»: che l'esistenza sia in eterno colpa ed azione!
«A meno che la volontà non finisca per liberarsi essa stessa e che il volere divenga rinunzia al volere» – ma voi la conoscete, o miei fratelli, questa canzone della follia! Vi condussi lungi da tali canzoni quando v'insegnai: «la volontà è creatrice».
Tutto ciò «che fu» è frammento ed enigma, e spaventevole caso, finchè non dica la volontà creatrice: «Ma così io volli!».
Fin che non dica la volontà creatrice: «Ma così io voglio! Così io vorrò!».
Ma ha essa di già parlato in tal modo? E quand'è che questo successe? È già liberata la volontà dalla sua propria follia?
Divenne essa la redentrice di sè medesima, e messaggera di gioe? Disimparò lo spirito della vendetta e il digrignare dei denti?
E chi le insegnò a riconciliarsi col tempo, e qualcosa ch'è superiore a tutte le riconciliazioni?
Bisogna che la volontà, che è volontà di potenza, voglia qualcosa di più alto che la riconciliazione: ma come? Chi le insegnò a voler dominare anche sul passato?»
Ma a questo punto del suo discorso accadde che Zarathustra s'interruppe, d'improvviso, simile a qualcuno che si spaventa estremamente. Con occhio atterrito egli guardò i suoi discepoli; l'occhio suo penetrava come una freccia i loro pensieri più ascosi. Ma, dopo un momento, di nuovo egli rise e disse benigno:
«È difficile viver tra uomini, perchè il silenzio è tanto difficile. Specialmente per un chiacchierone....»
Così parlò Zarathustra. Ma il gobbo aveva ascoltato il discorso celandosi il volto; e quando udì rider Zarathustra, lo guardò incuriosito e disse lento:
«Ma perchè Zarathustra parla con noi altrimenti che coi suoi discepoli?».
Zarathustra rispose: «Perchè mai dovreste stupirne! Coi gobbi bisogna parlare gobbescamente!
«Va bene, disse il gobbo; e con gli scolari si può parlare come usa alla scuola... Ma perchè Zarathustra parla altrimenti ai discepoli suoi – che a sè stesso?»
DELLA SAGGEZZA UMANA
Non l'altezza: ma la china è terribile!
La china ove lo sguardo precipita nel vuoto, e la mano s'aggrappa all'alto. Allora il cuore prova la vertigine della sua duplice volontà.
Ahimè, amici miei, indovinate voi bene la duplice volontà del mio cuore?
Questa, questa è la mia china e il mio pericolo, che il mio sguardo si volga alla sommità mentre la mia mano vorrebbe sostenersi – nell'abisso!
La mia volontà s'aggrappa all'uomo, con catena m'allaccio all'uomo, perchè sono attirato verso l'alto, verso il superuomo: giacchè è là che tende l'altra mia volontà.
E per questo io vivo quale cieco tra gli uomini, come se non li conoscessi: affinchè la mia mano non perda interamente la sua fede in ciò ch'è saldo.
Io non vi conosco, o uomini; questa tenebra e questo conforto si distendono spesso sopra di me.
Seggo sotto il portico alla mercè d'ogni ribaldo e chiedo: chi vuol ingannarmi?
Questa è la mia prima prudenza umana, lasciarmi ingannare per non dover stare in guardia contro gl'ingannatori.
Ah, se mi mettessi in guardia contro gli uomini, come potrebbe esser l'uomo un'ancora per il mio pallone? Troppo facilmente esso mi trascinerebbe in alto e lontano!
Questa provvidenza vigila contro il mio fato, che io debba essere senza cautele.
Chi non vuol morire di sete tra gli uomini deve imparare a bere in tutti i bicchieri: e chi desidera rimaner puro tra gli uomini, deve imparare a lavar sè stesso anche con l'acqua sporca.
E così parlai sovente a me stesso per confortarmi: «Ebbene! Su! Mio vecchio cuore! Ti fallì una sventura: godi di ciò come della tua – fortuna!».
Ma questa è la mia seconda prudenza umana: io risparmio i vanitosi più degli orgogliosi.
Non è forse la vanità ferita madre d'ogni tragedia? Ma dall'orgoglio ferito, nasce sempre qualcosa ch'è migliore dello stesso orgoglio.
Affinchè la vita sia buona a contemplarsi, dev'essere rappresentata bene: ma si richiedono a ciò buoni attori.
Buoni attori trovai tutti i vanitosi: essi recitano e vogliono che li si ammiri, – tutto il loro spirito è in questa volontà.
Essi rappresentano sè stessi, inventano sè stessi; vicino a loro mi piace guardare la vita, – ciò guarisce la malinconia.
Per questo io risparmio i vanitosi, perchè essi sono i medici della mia malinconia, e mi tengono avvinto all'uomo come ad uno spettacolo.
E poi: chi può misurare al vanitoso tutta la profondità della sua modestia? Io provo per lui benevolenza e compassione a causa della modestia.
Da voi egli vuole la fede in sè stesso; egli si nutre dei vostri sguardi, mangia la lode dalle vostre mani.
Egli crede pure alle vostre bugie, purchè sappiate mentir bene: giacchè nell'intimo del suo cuore egli sospira: «che sono io?».
E la vera virtù è quella che ignora sè stessa; ebbene il vanitoso ignora la propria modestia!
Ma questa è la mia terza prudenza umana, non permettere che la vista dei cattivi mi sia fatta sgradevole dalla vostra paura.
Io sono beato nel vedere i prodigi che fa schiudere il sole ardente: tigri e palme e serpenti a sonagli.
Anche tra gli uomini v'ha una bella razza covata dall'ardore del sole e molte cose mirabili nei malvagi.
Ma come i vostri più savi non mi sembrano poi tanto savi: così trovai anche l'umana perversità minore della sua fama.
E spesso mi chiesi scuotendo il capo: Perchè far tintinnare ancora il vostro sonaglio, o serpenti?
In verità, anche per il malvagio v'è un avvenire! E la più ardente plaga meridionale non fu ancora scoperta dall'uomo.
Quante cose sembrano ora il colmo della perversità, che però non misurano più di dodici piedi e di tre mesi! Ma appariranno un giorno, nel mondo, draghi assai più grandi.
Perchè al superuomo non manchi il suo drago, il super-drago degno di lui: bisogna che molto ardente sole riscaldi ancora l'umida foresta vergine!
È necessario che prima i vostri gatti selvaggi siano divenuti tigri, e i vostri velenosi rospi coccodrilli: affinchè il buon cacciatore abbia una buona caccia!
E in verità, o buoni e giusti! Molte cose in voi sono degne di riso, e soprattutto il vostro timore di ciò che finora si chiamò il «demonio!».
Siete così stranieri a quanto è grande, con l'anima vostra, che il superuomo v'apparirebbe terribile nella sua bontà!
E voi, savi e dotti, voi fuggireste dall'ardente sole della sapienza, dove il superuomo bagna giocondo la sua nudità!
O voi sommi uomini, che incontrò il mio sguardo! Ecco il mio dubbio e il mio segreto riso sopra di voi: io indovino che il mio superuomo – lo chiamereste demonio!
Ah, divenni stanco di questi sommi, di questi ottimi: la loro «altezza» m'ispira il desiderio di salire più in alto, fuori, lontano, verso il superuomo!
M'assalì un terrore, quando vidi quegli ottimi, nudi: e mi crebbero allora le ali per volare lontano nei remoti futuri.
Nei remoti futuri, in meriggi più ardenti di quelli sognati dagli artisti: laggiù dove gli dèi si vergognano delle loro vesti!
Ma voglio vedervi travestiti, o miei vicini e compagni: e ben adornati, e vani e dignitosi come «i buoni ed i giusti».
E verrò pur io a sedere travestito in mezzo a voi – per potermi ingannare sul conto mio e sul vostro: giacchè questa è l'ultima mia prudenza umana.
Così parlò Zarathustra.
L'ORA SILENZIOSA
Che m'accadde, amici? Voi mi vedete turbato, ansioso di partire, obbediente contro la mia volontà, pronto ad andarmene – ahimè, andarmene lontano da voi!
Sì, ancora una volta Zarathustra deve tornare alla sua solitudine: ma a malincuore ritorna, questa volta, l'orso nella sua tana!
Che m'accadde? Chi impone ciò? Ahimè, così vuole la mia adirata signora! – vi ho già detto il suo nome?
Ieri sull'imbrunire, mi parlò l'ora mia più silente: questo è il nome della mia terribile signora.
E così avvenne – giacchè a voi debbo dir tutto, affinchè non s'indurisca il cuor vostro contro colui che deve improvvisamente partire!
Conoscete voi lo sgomento di colui che sta per addormentarsi?
Egli si spaventa fino alle dita dei piedi dal sentire mancare la terra ed incominciare il sogno.
Questo vi narro quale parabola. Ieri nell'ora più silenziosa mi mancò la terra: cominciò il sogno.
La sfera si mosse, l'orologio della mia vita prese fiato, mai ebbi intorno più profonda quiete: così n'ebbe paura il mio cuore.
Poi sentii parlarmi senza voce: «Lo sai tu, Zarathustra?».
Ed io gridai di spavento a quel sussurro, e impallidii: ma tacqui.
E di nuovo sentii parlarmi senza voce: «Tu lo sai Zarathustra, ma non lo dici!».
E risposi infine con arroganza: «Sì, lo so, ma non voglio dirlo!»
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Tu non vuoi, Zarathustra? È proprio vero? Non nasconderti dietro il tuo dispetto!».
E io piansi e tremai come un bambino, e dissi: «Ah, lo vorrei, ma come lo posso? Non obbligarmi a ciò! È superiore alla mia forza!».
E di nuovo si parlò senza voce: «Che m'importa di te, Zarathustra? Dì la tua parola e spezzati!».
Ed io risposi: «Ma è proprio la mia parola? Chi son io? Io attendo uno più degno di me; io non son degno d'essere infranto da quella parola».
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Che importa di te? Tu non sei ancora abbastanza umile. L'umiltà ha pelle più dura».
E io risposi: «Che cosa non ha già sopportato la pelle della mia umiltà? Dimoro ai piedi della mia altezza: quanto sono alte le mie sommità? Nessuno me lo disse ancora. Ma io conosco bene le mie valli».
Allora fu detto ancora a me, senza voce: «Oh, Zarathustra, colui che ha da muovere le montagne, muove anche le pianure e le valli».
E io risposi: «Non trasportò ancora, la mia parola, alcun monte, e ciò che dissi, ancor non raggiunse gli uomini. Io andai, è vero, tra gli uomini, ma non li toccai».
Un'altra volta mi si parlò senza voce: «Che ne sai tu di ciò? La rugiada cade sull'erba quando la notte è più silenziosa».
E risposi: «Essi mi schernirono quando trovai la mia strada e la percorsi, e in verità tremavano allora i miei piedi.
E così mi dissero: – Tu hai smarrito la via, ora non saprai più neppur camminare!».
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Che importa del loro scherno! Tu sei uno che disimparò ad obbedire: devi ora comandare!
Non sai tu, chi è più necessario di tutti? Colui che comanda grandi cose.
Operare egregie cose è difficile: ma è più difficile il comandarle.
Questo è il tuo più imperdonabile fallo: tu hai la potenza e non vuoi dominare».
E risposi: «Mi manca la voce del leone per comandare».
E di nuovo come un bisbiglio fu detto: «Le più tranquille parole sono quelle che portan tempesta. I pensieri che giungono su ali di colombe governano il mondo.
O Zarathustra, tu devi camminare come l'ombra di ciò che deve giungere: così tu comanderai, e procederai comandando».
Risposi: «Io mi vergogno».
Allora di nuovo mi si parlò senza voce: «Tu devi tornare bambino e senza pudore.
L'orgoglio della gioventù è ancora in te: tardi ti venne la giovinezza: ma chi vuol ridivenire bambino, deve saper superare anche la sua giovinezza».
E io meditai a lungo e tremai. Ripetei finalmente ciò che avevo detto prima: «Non voglio».
Allora mi circondarono scrosci di risa. Ahimè, quanto mi dilaniaron le viscere quelle risa, e come mi squarciarono il cuore!
E per l'ultima volta mi si parlò senza voce: «Oh, Zarathustra, i tuoi frutti sono maturi, ma tu non sei per essi maturo!
Devi perciò ritornare alla tua solitudine: giacchè devi ancora divenire maturo».
E di nuovo ci fu come un riso e una fuga: poi mi si fece intorno silenzio, quasi un doppio silenzio. Ma io giacevo al suolo, e il sudore mi bagnava le membra.
– Voi udiste ora tutto, e perchè debba fare ritorno alla mia solitudine. Nulla io tacqui, amici miei.
Ma questo pure imparaste da me, che ancora, sempre, sono il più discreto fra gli uomini – e voglio essere tale!
Oh, miei amici! Avrei a dirvi ancora qualcosa, qualcosa a donarvi! Perchè non ve la dò? Son forse avaro?...
Quando Zarathustra ebbe pronunciate queste parole, lo assalì un violento dolore per la prossima partenza dagli amici; così che pianse dirottamente; e nessuno riuscì a confortarlo. E durante la notte egli se ne andò, solo, abbandonando gli amici.
PARTE TERZA
«Voi guardate in alto quando desiderate esaltarvi. Ed io guardo in giù, perchè sono esaltato.
Chi di voi sa ad un tempo ridere e sentirsi esaltato?
Chi sale sui più alti monti ride di tutte le tragedie del teatro e della vita».
Zarathustra,
Del leggere e dello scrivere.
(I. p. 73).
IL VIANDANTE
Era mezzanotte quando Zarathustra si pose in cammino sopra la cresta dell'isola, per raggiungere di buon mattino la spiaggia opposta: poichè di là voleva imbarcarsi. V'era in quel luogo una buona rada, dove si ancoravano spesso e volentieri navi straniere, per prendere a bordo coloro che volevano, dalle isole beate, recarsi oltremare. Mentre Zarathustra saliva dunque il monte, ripensò, strada facendo, il suo lungo errar solitario dalla giovinezza in poi, e quante montagne e creste e cime avesse già asceso.
Io sono un viandante, un valicatore di monti, disse in cuor suo; non amo le pianure e sembra che non possa starmene a lungo quieto.
Qualunque cosa mi riservi il fato e l'esperienza, sarà certo vagare o ascendere i monti: poi che alla fine non si vive più di quanto è in noi.
È passato il tempo in cui potevano accadermi disgrazie; e che cosa potrebbe ora succedermi che non m'appartenesse già?
Esso ritorna, esso rimpatria infine – il mio proprio io, e ciò che di lui fu a lungo lontano e sparso tra le cose e le apparenze.
E so ancora una cosa: mi trovo dinanzi alla mia ultima sommità e dinanzi a ciò che per ultimo mi fu serbato. Ahimè, il mio più aspro sentiero debbo ascendere! Ahimè, intrapresi il mio più solitario pellegrinaggio!
Ma chi m'assomiglia non sfugge quest'ora: l'ora che gli dice «Adesso soltanto tu cammini su la via della tua grandezza! Sommità ed abisso – si racchiudono adesso in uno!
Tu segui la via della tua grandezza: ora divenne l'ultimo tuo rifugio, ciò che fu sinora il tuo estremo pericolo!
Tu segui la via della tua grandezza: sia ora il tuo miglior coraggio il non aver altra via dietro di te!
Tu segui la via della tua grandezza: qui nessuno ti striscierà dietro nascosto! Il tuo piede stesso ha cancellato dietro a te il sentiero e sopra di esso sta scritto Impossibilità.
E se ti mancano d'ora innanzi tutte le scale, devi imparare ad arrampicarti sulla tua testa; come vorresti salire altrimenti?
Sul tuo capo e, al di là, sopra il tuo cuore! Ora ciò che in te è più mite deve diventare durissimo.
Chi sempre risparmiò troppo sè stesso, s'ammalò infine per soverchi riguardi. Sia lodato ciò che rende duro! Io non esalto il paese dove scorrono il latte ed il miele!
Per veder molto è necessario dimenticare sè stesso: tale durezza si richiede ad ognuno che voglia ascendere i monti.
Ma colui che vuol conoscere con occhio indiscreto, come potrebbe vedere le ragioni più profonde delle cose!
Ma tu, Zarathustra, volevi penetrare nelle ragioni intime e nascoste: perciò sei costretto a salir su te stesso – in alto, più in alto, fin tanto che avrai le tue stelle sotto di te!
Sì, guardare dall'alto me stesso e ancor le mie stelle: questo solo io chiamo la mia sommità, questa è per me l'ultima cima da ascendere! –
Così parlò Zarathustra salendo e confortando il cuor suo con dure massime: giacchè era ferito il suo cuore come mai per l'innanzi. E quando giunse su la vetta del monte, si vide davanti la distesa del mare: e si fermò silenzioso, e tacque a lungo. Ma la notte era fredda a quell'altezza, e chiara e stellata.
Io conosco la mia sorte, diss'egli infine con tristezza.
Ebbene! Son pronto. Comincia appunto la mia solitudine estrema.
Ah, quel mare cupo e triste sotto di me! Ah, questa uniforme malinconia notturna! Ah, destino e mare! Ora sono costretto a discendere, verso di voi!
Sto dinanzi alla mia più alta montagna e dinanzi al mio viaggio più lungo: debbo discendere più profondamente di quanto sia mai salito:
– più in fondo al dolore di quanto sia mai disceso, fino ai suoi flutti più neri! Così vuol la mia sorte: ebbene! Son pronto.
Donde sorsero i più alti monti? Mi chiesi una volta.
E seppi poi che sorsero dal mare.
Ciò testimoniano le loro rocce e le pareti delle loro vette. È dal più profondo che il più alto deve raggiungere la sua sommità. –
Così parlò Zarathustra su la vetta del monte, ove faceva freddo; ma quando giunse presso il mare e si trovò solo in mezzo agli scogli, fu stanco del cammino, e più che mai assalito dal desiderio.
Ora tutto dorme ancora, disse; dorme anche il mare. Pieno di sonno e straniero mi guarda, il suo occhio.
Ma il suo respiro è caldo, lo sento. E sento anche che sogna. E s'agita sognando sui duri cuscini.
Ascolta! Ascolta! Come è agitato da cattivi ricordi! O da cattivi presentimenti?
Ah, io son triste con te, o cupo mostro, e con me stesso per causa di te!
Ah, perchè la mia mano non è forte abbastanza! Volentieri, in verità, ti libererei dai sogni cattivi!
E parlando così Zarathustra rideva, con amara tristezza, di sè. Come! Zarathustra! disse, vorresti ancora confortare il mare col tuo canto?
Ah, Zarathustra, folle ricco d'amore, ebro di fiducia! Ma così fosti sempre: avvicinasti sempre fidente ciò ch'era terribile.
Volesti accarrezzare ogni mostro. Un soffio di respiro caldo, un po' di soffice pelo alla zampa: e subito eri pronto ad accarezzare e ad amare.
L'amore è il pericolo del solitario; l'amore per chiunque sia, purchè cosa vivente! È davvero degna di riso la mia follìa e la mia modestia nell'amore! –
Così parlò Zarathustra, e rise un'altra volta: ma ricordò allora gli amici che aveva lasciati – e come se coi suoi pensieri li avesse offesi, s'adirò contro i propri pensieri. E tosto avvenne che si mutasse in pianto il suo riso: – di collera e di nostalgia pianse amaramente, Zarathustra.
DELLA VISIONE E DELL'ENIGMA
1.
Quando tra l'equipaggio della nave si sparse la voce che Zarathustra si trovava a bordo – giacchè insieme con lui s'era imbarcato un uomo che veniva dalle isole beate – ne nacque grande curiosità, e grande aspettazione. Ma Zarathustra tacque per due giorni, ed era freddo e sordo per la tristezza, così che non rispondeva nè agli sguardi nè alle domande. – Ma quando si fu verso la sera del secondo giorno, riaperse le orecchie di nuovo, sebbene fosse ancora taciturno: giacchè si potevano udire molte cose strane e pericolose su quella nave, che veniva da lontano e andava ancor più lontano. Ma Zarathustra era amico di tutti coloro che amano i lunghi viaggi e i pericoli. Ed ecco: mentre ascoltava, si snodò la sua lingua, e si sciolse il ghiaccio del suo cuore: ed allora cominciò a parlare così:
A voi, cercatori arditi ed avventurosi, e a tutti coloro che s'imbarcano per terribili mari con vele sagaci, –
a voi, ebbri di misteri, felici del crepuscolo, la cui anima si sente attratta verso gl'ingannevoli abissi dal suono di un flauto: – giacchè non volete seguire con mano vile un filo conduttore; e dove potete indovinare sdegnate di comprendere –
a voi tutti, narro il mistero che vidi, – la visione del più solitario. –
Crucciato camminavo di recente, nel funebre crepuscolo, – tetro e duro, con le labbra serrate. Più di un sole era tramontato per me.
Un sentiero che saliva, audace, in mezzo ai dirupi, cattivo, solitario, senz'erba ed arbusti: un sentiero di montagna che si sgretolava sotto lo sdegno del mio piede.
Calpestando, muto, il beffardo tintinnare dei ciottoli, schiacciando la pietra che lo faceva sdrucciolare: il mio passo proseguiva verso l'alto.
Verso l'alto: – a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l'abisso, dello spirito di gravità, mio demonio e mortale nemico.
Verso l'alto: – sebbene mi stesse addosso, quello spirito, metà nano, metà talpa; storpio, storpiante; facendo gocciolare piombo nelle mie orecchie, e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello.
«O Zarathustra, sussurrava in suon di scherno, sillaba per sillaba; tu pietra della saggezza! Ti lanciasti in alto, ma ogni pietra gettata deve ricadere!
O Zarathustra, pietra della saggezza! tu pietra da fionda, tu distruggitore di stelle! Lanciasti te stesso così in alto, – ma ogni pietra lanciata deve ricadere!
Condannato da te stesso alla tua propria lapidazione: oh Zarathustra, gettasti il sasso lontano, – ma esso ricadrà su di te!»
Poi tacque il nano; ed a lungo. Ma m'opprimeva quel suo silenzio, e nel trovarsi a due in tal modo si è più solitari che mai!
Io salivo, salivo, sognavo, pensavo. Ma tutto mi opprimeva.
Assomigliavo a un malato affranto da lunga tortura, e che un sogno ancora più straziante risveglia dal sonno.
Ma qualcosa v'è in me che io chiamo coraggio: esso cacciò finora da me la tristezza. Questo coraggio m'impose alfine di soffermarmi e di dire: «Nano! Tu! Oppure io!».
Il coraggio è di certo il migliore assassino – il coraggio che assale: giacchè in ogni assalto c'è una sonante fanfara.
L'uomo è, ciò non ostante, la bestia più coraggiosa; vince perciò tutte le altre. Con fanfara di guerra superò qualunque dolore; ma il dolore umano è il più profondo dolore.
Il coraggio uccide pure la vertigine che sovrasta agli abissi: e dove mai non sta l'uomo vicino agli abissi! Non è già per sè stesso il vedere – vedere gli abissi!
Il coraggio è il migliore assassino: il coraggio uccide la stessa pietà. Ma la pietà è l'abisso maggiore; quanto più profondamente l'uomo vede nella vita, tanto più penetra pur nel dolore.
Ma il coraggio è il migliore assassino, il coraggio che assale: esso uccide anche la morte, giacchè dice: «Era questa la vita? Ebbene! Un'altra volta!».
In questa sentenza vibra molta sonante musica. Chi ha orecchie ascolti. –
2.
«Fermati! Nano! – dissi. Io, oppure tu! Ma io sono di entrambi il più forte –: tu non conosci l'abisso del mio pensiero! Non lo potresti, tu, sopportare!». –
Allora avvenne ciò che mi rese più lieve: giacchè il nano mi saltò giù dalle spalle, il curioso! E s'accoccolò dinanzi a me, sopra un sasso. Ma eravamo giunti allora ad un porticato.
«Vedi questo portico! Nano! io soggiunsi: esso ha due faccie. S'incontrano qui due strade: nessuno ancora ne raggiunse la fine.
Questo lungo sentiero che va indietro: dura un'eternità. E quel lungo sentiero che avanza – è un'altra eternità.
Si contraddicono a vicenda questi sentieri; cozzano l'un contro l'altro: – e qui presso il portico essi si incontrano. Il nome del portico è scritto qui sopra «Attimo».
Ma se qualcuno seguisse uno di questi sentieri – e avanti e sempre più avanti: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddirebbero sempre?» –
«Tutto ciò che è diritto mente», mormorò il nano sprezzante. «Ogni verità è contraffatta; il tempo stesso è un circolo».
«O spirito della gravità – dissi con ira. – Non prender con leggerezza la cosa! Se no ti abbandono sul tuo sasso, o sciancato – e pure ti portai ben in alto!
Guarda, continuai, questo attimo! Da questo portico un sentiero eterno corre a ritroso: dietro a noi c'è un'eternità.
Non devono forse tutte le cose che possono correre, aver percorso una volta questo sentiero? Tutto ciò che può arrivare, non deve esser già arrivato, compiuto, passato?
E se tutto fu già: che pensi tu, nano di questo momento?
Non deve pur questo portico – essere stato di già?
E non sono collegate fra di esse, le cose, in tal modo che questo momento tragga dietro a sè tutte le cose venture? E per conseguenza anche sè stesso?
Giacchè tutto ciò che delle cose può correre, anche fuori di questo lungo sentiero – deve correre ancora una volta!
E quel ragno lento che striscia al chiaro della luna, e lo stesso chiaror della luna, ed io e te che qui sotto il portico bisbigliamo insieme di cose eterne, – non dobbiamo tutti essere già stati una volta?
– e ritornare, per correre ne l'altro sentiero, fuori, dinanzi a noi, la lunga, lugubre via – non dobbiamo noi forse eternamente tornare? –»
Così parlai, e sempre più piano: giacchè avevo paura dei miei propri pensieri e dei nascosti pensieri. D'improvviso, udìi ululare un cane da presso.
Udii mai ululare un cane così? Ritornò indietro il pensiero. Sì! Quando ero bambino, nella più remota infanzia:
– allora avevo udito un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo ritto, la testa protesa, tremante, nella mezzanotte più silenziosa, quando pure i cani credono agli spettri:
così che mi fece pietà. Appunto allora la luna piena, in un silenzio di morte, passava sopra la casa, e si arrestò, disco ardente – sul tetto piano come sopra un bene altrui: –
di ciò provò un'altra volta terrore il cane: giacchè i cani credono ai ladri e agli spetti. E quando lo sentii di nuovo ululare, la pietà m'assalì un'altra volta.
Dov'era adesso il nano? E il porticato? E il ragno? E tutti i sussurri? Sognavo dunque? Ero desto? Mi trovai d'un tratto tra selvaggi dirupi, solo, abbandonato nel più solitario chiarore di luna.
Ma giaceva là un uomo! Ed ecco! Il cane saltellante, col pelo irto, gemente – mi vide venire – si mise di nuovo ad ululare e guaire... Udii mai un cane chiamare soccorso in tal modo?
E, in verità, non vidi mai nulla di simile a quello che vidi. Un giovane pastore, io vidi, che si contorceva soffocato, convulso, il volto contratto; e un grosso serpente nero gli pendeva dalla bocca.
Ho mai veduto tanto disgusto e tanto pallido orrore su di un volto?
Forse aveva dormito? Ed il serpente gli si era cacciato in gola – attaccandovisi coi denti.
La mia mano si mise a tirare il serpente; – ma invano! Essa non riusciva a strappar dalla gola il serpente. Allora si sprigionò da me un grido: «Mordi! Mordi! Stacca la testa! Mordi!» così era il mio grido; il mio spavento, la collera, l'odio, il disgusto, la pietà, tutto il mio bene e tutto il mio male s'unirono in me in unico grido. –
Voi arditi, attorniatemi, voi cercatori, tentatori, e voi tutti che vi imbarcate con vele sagaci per mari inesplorati! O voi che amate gli enigmi!
Sciogliete dunque l'enigma che allora mirai, interpretatemi la visione del più solitario!
Poichè fu visione e previsione: che vidi io allora in parabola? E chi è colui che deve un giorno venire?
Chi è il pastore nella gola del quale entrò il serpente? chi è l'uomo nella gola del quale entrerà tutto ciò che è più pesante e più nero?
Ma il pastore morse come l'aveva consigliato il mio grido; egli morse con ottimo morso! Sputò lungi da sè la testa del serpente: e sorse in piedi.
Non più un pastore, non più un uomo – ma un rinnovato, un illuminato che rideva. Non mai ancora sulla terra un uomo rise al pari di lui!
O miei fratelli, udii un riso che non fu riso umano, – ed ora mi consuma una sete, un desiderio che mai non s'appaga.
Il desiderio di quel riso mi divora; oh, come posso sopportare ancora di vivere! E come potrei adattarmi ora a morire!
Così parlò Zarathustra.
DELLA BEATITUDINE INVOLONTARIA
Con quegli enigmi e quell'amarezza nel cuore, passò Zarathustra sul mare. Ma quando fu lungi quattro giorni dalle isole beate e dai suoi amici egli aveva superato tutto il suo dolore: vittorioso, e col piede fermo stava di nuovo davanti al proprio destino. E così parlò allora Zarathustra alla sua coscienza esultante:
Son di nuovo solo e voglio esserlo, solo col cielo puro e il libero mare: e di nuovo è intorno a me pomeriggio. Nel pomeriggio trovai, la prima volta, gli amici; nel pomeriggio, anche la seconda volta; – nell'ora in cui ogni luce diviene più lieve.
Giacchè ciò che della felicità è ancora in cammino fra il cielo e la terra, si cerca per asilo un'anima serena: dinanzi a la felicità ogni luce s'è fatta più tenue.
Oh, pomeriggio della mia vita! Una volta discese anche la mia felicità nella valle, per trovarsi un asilo trovò allora queste anime aperte ed ospitali.
Oh, pomeriggio della mia vita! Quanto non gettai via, per ottenere una sola cosa: questa piantagione vivente dei miei pensieri e quest'aurora delle mie maggiori speranze!
Compagni cercò un giorno il creatore, e i fanciulli della sua speranza: ed ecco accadde ch'egli non potesse trovarli se non creandoli prima egli stesso.
Così io sono nel mezzo dell'opera mia, andando ai miei figli e partendo da loro: per amor dei suoi figli deve, Zarathustra, dar compimento a sè stesso.
Giacchè, in fondo, noi non amiamo che la nostra creatura e l'opera nostra; e là dov'è grande l'amore per noi stessi, v'è indugio di fecondità: così io trovai.
I miei figli sono ancora nella loro primavera nascente, son tutti insieme, vicini, e tutti insieme scossi dal vento, alberi del mio giardino e del mio terreno migliore. E invero! Dove stanno tali alberi insieme, ivi sono le isole beate!
Ma vorrò un giorno sradicarli e piantarli ciascuno da sè: perchè ognuno di essi impari la solitudine, la fierezza, la prudenza.
Nodoso e attorto e con durezza inflessibile ognuno deve ergersi presso il mare, come faro vivente d'indistruttibile vita.
Là ove precipitano le tempeste nel mare, s'abbeverano le fauci del monte, ognuno deve avere le sue veglie diurne e notturne per il suo esame di coscienza.
Egli deve venir riconosciuto e provato, perchè si sappia se è della mia stirpe e origine – se padrone di volontà tenace, taciturno pur quando parla, e docile a tal segno da prendere mentre dona: –
– affinchè un giorno divenga il mio compagno e uno che crei e s'allieti insieme con Zarathustra: – uno che scrive la mia volontà sulle mie tavole: per la maggior perfezione di tutte le cose.
E per cagion sua e dei suoi pari devo dar compimento a me stesso: perciò fuggo ora la felicità e mi offro ad ogni ventura – per la mia ultima prova ed esperienza.
E invero era tempo ch'io me ne andassi; e l'ombra del viandante e il più lungo momento e l'ora più quieta – tutti dicevano a me: «è tempo!».
Il vento soffiava nella toppa e diceva: «Vieni!». La porta astutamente s'apriva e diceva: «Va!»
Ma io ero avvinto dall'amore ai miei figli: il desiderio mi tendeva quel laccio, il desiderio d'amore, perchè io divenissi la preda dei miei figli, e mi perdessi per loro. Desiderare – è per me già aver perduto me stesso. Io ho voi, miei fanciulli! In questo possesso tutto deve essere certezza, non desiderio.
Ma ardeva sopra di me il mio sole d'amore, nel proprio grasso cuoceva Zarathustra – ombre e dubbi m'assalirono allora.
Già bramavo il gelo e l'inverno: «oh che il freddo e l'inverno di nuovo mi facciano tremare e battere i denti!» sospiravo: allora gelide nebbie s'alzarono in me.
Il mio passato spezzò le sue tombe, parecchi dolori, sepolti viventi, risorsero: avevan soltanto dormito celati in funebri lenzuoli.
Così che tutto mi diceva con segni: «è tempo!». Mai io – non udivo: sin che alla fine il mio abisso si agitò e il mio pensiero mi morse.
Oh pensiero d'abisso, che sei il mio pensiero! Quando avrò la forza di sentirti scavare e di non tremar più?
Mi palpita il cuore sino alla gola quand'odo che scavi! Il tuo stesso silenzio mi vuol soffocare, oh, tu, muto come un abisso!
Non ho ancora ardito chiamarti quassù: e già era sufficiente portarti con me! Non ero ancor forte abbastanza per l'ultima audacia e l'ultima temerarietà del leone. Orrida troppo mi fu sempre la tua pesantezza: ma ritroverò un giorno la forza e la voce leonina che ti chiamerà fino a me!
E quando avrò superato questo, voglio superare anche cose maggiori: e una vittoria sarà il suggello della mia perfezione! –
Navigo intanto su mari incerti: mi lusinga il pericolo con carezzevole voce; avanti e indietro mi guardo – e non veggo ancora la fine.
Ancora non giunse per me l'ora dell'estrema battaglia; oppure sta per giungermi adesso? In verità, con bellezza insidiosa il mare e la vita mi guardano intorno!
Oh, pomeriggio della mia vita! Oh, felicità che precede la sera! Oh, porto in alto mare! Oh, pace dell'incertezza! Quanto diffido di tutti voi!
In verità io diffido della vostra insidiosa bellezza! Io somiglio all'amante che diffida dei sorrisi troppo carezzevoli. Come egli respinge da sè la diletta, tenero, ancora nella sua rigidezza, il geloso, – così io respingo da me quest'ora beata.
Lontano da me, ora beata! Mi giunge con te una felicità non voluta! Io sono qui preparato al mio più profondo dolore: tu venisti a me fuori di tempo!
Lontano da me, ora beata! Scegli piuttosto dimora laggiù – tra i miei figli! Affrettati! e benedicili ancora prima di sera con la mia felicità!
Già s'avvicina la sera il sole tramonta. È passata la mia felicità! –
Così parlò Zarathustra. Ed attese tutta la notte la sua sventura: ma invano egli attese. La notte rimase chiara e silente, e la felicità gli si avvicinò sempre più. Ma verso il mattino, Zarathustra rise in cuor suo e disse beffardo: «La felicità mi rincorre. È perchè io non corro dietro alle donne. La felicità è una donna».
PRIMA DEL LEVAR DEL SOLE
Oh, cielo sopra di me, tu puro! Profondo! Abisso di luce! Nel contemplarti fremo di desideri divini.
Slanciarmi nelle tue altezze – ecco la mia profondità! Nascondermi nella tua purezza – ecco la mia innocenza!
Il Dio si vela della sua bellezza: così tu nascondi le tue stelle. Tu non parli: così tu mi dimostri la tua saggezza.
Muto sopra il mare in tumulto m'apparisti oggi; il tuo amore e il tuo pudore sono rivelazione per l'anima mia tumultuante.
Venisti a me velato nella tua bellezza; tu mi parli senza parole, rivelandoti con la tua saggezza:
Oh, come non indovinai tutto il pudore dell'anima tua! Tu venisti a me prima del sole, o solitario.
Noi siamo amici dall'eternità; noi abbiamo comuni la tristezza, lo spavento, l'orrore; abbiamo comune anche il sole.
Noi non parliam fra di noi, perchè troppe cose sappiamo –: noi stiamo in silenzio e ci comunichiamo con un sorriso la nostra sapienza.
Non sei tu forse la luce del mio fuoco? Non hai tu forse un'anima sorella per la mia intima conoscenza?
Imparammo insieme ogni cosa, insieme imparammo ad ascendere oltre noi stessi, ed a ridere senza nubi:
– senza nubi, sorridendo con occhi sereni e da immense distanze, mentre sotto di noi vaporano come pioggia, la costrizione, l'avidità, la colpa.
E quando vagai solitario: di che cosa era affamata l'anima mia, nelle notti e nel sentiero dell'errore? E quando m'arrampicai su pei monti, chi vi cercai se non te?
E tutto il mio errare e il mio ascendere: era soltanto un bisogno e un espediente dell'impotenza: – Volare è l'unica cosa cui aspira la mia volontà, volare in te!
E cosa odiai di più delle nubi che passano e tutto ciò che ti offusca? E odiai lo stesso odio mio, perchè ti macchiava!
Ho in fastidio le nubi che passano, questi furtivi gatti di rapina: essi prendono a te ed a me ciò che abbiamo in comune, – l'immenso, infinito; dire Sì e Amen.
Noi detestiamo queste mezzane e queste intruse, le nubi che passano; queste ambigue creature, che non sanno benedire e non maledire dal fondo del cuore.
Voglio piuttosto chiudermi dentro una botte e non scorgere il cielo, e seder ne l'abisso, anzi che veder te, cielo e luce macchiato dalle nubi che vanno!
E sovente provai il desiderio d'inchiodarle coi fili d'oro, frastagliati, del fulmine, e di battere il timpano sul loro ventre gonfio, come uno scoppio di tuono:
– suonatore di timpano, irato, perchè esse rubano a me il tuo Sì e il tuo Amen! oh, cielo sulla mia testa, tu puro, splendente: Tu abisso di luce! – e rubano a te il mio Sì e il mio Amen!
Preferisco lo strepito e il tuono, e gli oltraggi del tempo cattivo, a questo riposo di gatto circospetto, esitante; e anche tra gli uomini odio soprattutto quelli che camminano lieve, mezze creature, dubbiose, esitanti come le nubi.
E «chi non sa benedire, deve imparare a maledire!» – questa chiara dottrina mi cadde dal cielo sereno, stella che sta nel mio cielo anche nelle notti più buie.
Ma io sono uno che benedice, uno che dice di Sì, perchè tu mi attorni, tu puro! Fulgente! Tu abisso di luce! – in tutti gli abissi porterò allora il mio Sì, che benedice.
Io divenni uno che benedice e che afferma: e lottai a lungo perciò, e fui lottatore a fin d'aver libere un giorno le mani per benedire.
Ma è questa la mia benedizione: essere al di sopra d'ogni cosa come il suo cielo, come il suo sferico tetto; la sua cupola azzurra, la sua eterna certezza: e beato è colui che benedice in tal modo.
Poichè tutte le cose furono battezzate al fonte dell'eternità, oltre i confini del bene e del male; bene e male non sono che ombre fuggenti e cupe tristezze, e nubi che passano!
In verità, io benedico e non bestemmio se insegno: «sopra tutte le cose regna il cielo del caso, il cielo innocenza il cielo imprevisto, il cielo capriccio».
«Per caso» – ecco la più antica nobiltà del mondo che io ho resa a tutte le cose, liberandole dalla servitù di uno scopo. Questa libertà e serenità celeste, io misi, come un'azzurra campana sopra tutte le cose, quando insegnai che sopra di esse, e per esse, nessuna «eterna volontà» vuole.
Questo capriccio e questa follìa io posi in vece di quella volontà, quando insegnai: «in tutto è solo una cosa impossibile – la ragionevolezza!».
Un po' di ragione, è vero, un germe di saggezza disperso da stella a stella, – ecco il lievito frammisto a tutte le cose; per amor della follìa la saggezza è mischiata in tutte le cose.
È possibile un po' di sapienza, ma questa beata sicurezza trovai in tutte le cose: che esse preferiscon danzare sui piedi del caso.
Oh, cielo sopra di me, tu puro! Alto! Questa è ora per me la tua purezza, che non v'è alcun ragno o eterna tela di ragno della ragione: –
– che tu sei per me un luogo di danza per i divini capricci del caso, una mensa divina per dadi e giuocatori divini! –
Ma tu arrossisci? Dissi cose indicibili? Bestemmiai volendo benedirti?
O forse il pudore di essere in due ti fa arrossire? M'imponi che vada e che taccia perchè viene il giorno?
Il mondo è profondo: e più profondo di quanto il giorno credesse. Non tutto può dirsi in presenza del giorno. Ma il giorno s'appressa: separiamoci, dunque!
Oh, cielo sopra di me, tu verecondo! Ardente! Oh gioia mia, prima che il sole si levi! Viene il giorno: separiamoci, dunque!
Così parlò Zarathustra.
DELLA VIRTÙ CHE IMPICCIOLISCE
1.
Quando Zarathustra fu di nuovo sulla terra ferma, non andò più direttamente verso la sua montagna e la sua caverna, ma fece molte strade e molte domande, informandosi di questo e di quello, così che diceva egli stesso, scherzando, di sè: «Ecco un fiume che con mille aggiramenti ritorna alla propria sorgente!». Poichè egli desiderava sapere che fosse stato dell'uomo in quel tempo: se era divenuto più grande o più piccolo! E scorgendo una volta una fila di case ne stupì e disse:
«Che significano codeste case? In verità nessuna anima grande le edificò quali proprie imagini!»
Le prese forse uno sciocco bambino dalla sua scatola di giocattoli? Oh, se un altro bambino le rimettesse nella sua scatola!
E queste camere e stanze, possono uomini uscirne ed entrarvi? Mi sembrano fatte per bambole di seta; o per gattine golose che volentieri si lascerebbero mangiare».
Zarathustra si fermò meditando. Disse alla fine, rattristato: «Tutto è divenuto più piccolo!
Da per tutto vedo porte più basse: chi è della mia specie riesce a passarvi, ma – deve curvarsi!
Oh, quando sarò di nuovo nella mia patria, dove non sono più costretto a curvarmi – a curvarmi dinanzi ai piccoli!» – Zarathustra sospirò e guardò lontano.
Ma quello stesso giorno egli pronunciò il suo discorso sulla virtù che rimpicciolisce le cose.
2.
Io passo attraverso questo popolo e tengo gli occhi aperti: gli uomini non mi perdonano di non essere invidioso delle loro virtù.
Essi m'abbaiano dietro, perchè dico loro: a gente piccola occorrono piccole virtù – e perchè non arrivo a comprendere che gente piccola sia necessaria!
Io somiglio al gallo nel cortile di una fattoria straniera, ch'è detestato dalle stesse galline; ma per questo io non serbo rancore alle galline.
Io sono cortese con esse come con tutte le piccole seccature; essere selvatico con ciò ch'è piccolo, mi sembra una saggezza da istrici.
Parlano tutti di me, quando seggono la sera intorno al fuoco – parlano di me, ma nessuno pensa a me!
Questo è il nuovo silenzio che imparai: il rumore che mi fanno intorno distende un mantello sui miei pensieri.
Essi mormorano fra di loro: «che ci riserba questa tetra nube? stiamo in guardia, chè non ci rechi un'epidemia!».
E poc'anzi una donna trasse a sè un bambino che mi muoveva incontro: «allontanate i fanciulli! – gridò – occhi tali bruciano le anime dei bambini».
Essi tossiscono, quando io parlo: pensano che la tosse sia un'obiezione contro la violenza del vento, – non comprendono nulla dell'impeto della mia felicità!
«Noi non abbiamo ancor tempo per Zarathustra» – essi obiettano; ma che vale un tempo, che «non ha tempo» per Zarathustra?
E quando mi lodano poi: come potrei addormentarmi su la loro fama? Una cintura di spine mi pare la lode loro: mi punge ancora quando me la tolgo.
E anche questo imparai fra di loro: che chi loda finge di restituire qualche cosa, ma vuole, in verità, ricevere molto di più!
Chiedete al mio piede se gli piace il loro modo di lodare e di sedurre! In verità, al suono di quella musica esso non vuol ballare nè star fermo.
Essi vorrebbero sedurmi e persuadermi alla piccola virtù; vorrebbero persuadere il mio cuore al tic-tac della piccola felicità.
Io passo attraverso questo popolo e tengo aperti gli occhi: costoro son divenuti e divengono sempre più piccoli: – n'è cagione la loro dottrina della felicità e della virtù.
Essi sono modesti anche nella loro virtù – perchè vogliono la loro comodità. Con la comodità può andar d'accordo solo una modesta virtù.
Imparano bensì a camminare e a trascinarsi avanti, a modo loro: e io chiamo ciò il loro zoppicare. Ma con questo essi riescono d'inciampo a chiunque abbia fretta.
E più d'uno tra loro procede innanzi e guarda indietro col collo stecchito: mi piace dar di cozzo in costoro.
Il piede e l'occhio non devon mentire nè contraddirsi l'un l'altro. Ma vi è molta menzogna tra piccola gente. Vogliono, alcuni di loro; ma i più sono dominati. Alcuni sono sinceri, ma i più sono commedianti cattivi.
V'han tra loro attori incoscienti e attori involontari; i sinceri sono sempre rari, specialmente gli attori.
Poco v'è qui di virile: si mascolinizzano perciò le donne loro. Giacchè soltanto chi è uomo abbastanza, può salvare nella donna, la donna.
E questa è l'ipocrisia peggiore che trovai fra di loro: che anche quelli che comandano simulano le virtù di quelli che servono.
Io servo, tu servi, noi serviamo – così prega qui anche l'ipocrisia di chi domina, – e guai se il primo dei padroni è soltanto il primo dei servi!
Oh, pur nelle loro ipocrisie penetrò la curiosità del mio sguardo; e indovinai bene la loro gioia di mosche, e il loro ronzare sulle vetrate illuminate dal sole.
Quanta bontà, altrettanta debolezza io vidi. Tanta giustizia e compassione, quanta debolezza.
Franchi, onesti e benevoli essi sono gli uni con gli altri, come i granelli di sabbia son franchi, onesti, benevoli verso i granelli di sabbia.
Chiamano «rassegnazione» accettare modestamente una piccola gioia! ma nel medesimo tempo essi sogguardano intorno una nuova, piccola felicità.
Essi desiderano, in fondo, semplicemente una cosa; che nessuno faccia loro del male. Così precorrono i desideri degli altri e fanno agli altri del bene.
Ma questa è viltà: se pur si chiami «virtù».
E quando questa piccola gente parla rude: non odo nella voce sua che raucedine, – che s'aggrava a ogni soffio di vento.
Essi sono prudenti: le loro virtù hanno abili dita. Ma mancan del pugno; le loro dita non sanno chiudersi a pugno.
Virtù è per essi tal cosa che fa mansueti e modesti: mutan con ciò il lupo nel cane, e l'uomo stesso nel più domestico tra gli animali.
«Noi ponemmo la seggiola nostra nel mezzo – questo mi dite ghignando – e a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati».
Ma questa è mediocrità: sebben la diciate moderazione.
3.
Io passo attraverso questo popolo e vi lascio cadere più d'una parola: ma esso non sa nè prendere nè ritenere. Essi stupiscono ch'io non sia venuto a insultare ai loro piaceri e ai lor vizi; ma in verità io non venni per metterli in guardia contro i borsaioli.
Si meravigliano che io non sia pronto ad aguzzare e affinare la loro prudenza: come se non fossero già troppi, fra loro, i sottili, la cui voce è per me una matita che stride su d'una lavagna!
E allorchè grido: «Maledetti tutti i vostri vili demoni, i quali amano piangere, unire le mani e adorare», essi gridano: «Zarathustra è un empio».
E specialmente gridan così i loro maestri di rassegnazione; ma appunto a loro mi piace gridare: Sì! Io sono Zarathustra l'empio!
Questi maestri di rassegnazione! Dovunque c'è qualcosa di piccolo, di malato, di scabbioso, essi strisciano come pidocchi, e il mio disgusto soltanto m'impedisce di schiacciarli.
Ebbene! È questo il sermone che faccio alle orecchie loro: io son Zarathustra, l'empio, il quale vi dice: «chi è più empio di me, perchè possa allietarmi col suo insegnamento?».
Io son Zarathustra, l'empio; dove posso trovare un mio eguale?
Miei eguali sono tutti coloro che impongono a sè stessi la loro volontà, e respingono la rassegnazione.
Io son Zarathustra, l'empio: faccio cuocer nella mia pentola ogni mio caso. E solo quando è cotto bene gli dò il benvenuto quale mio cibo.
In verità più di un fatto mi giunse imperioso: ma più imperioso parlò ad esso la mia volontà – sì che io lo vidi inginocchiarmisi inanzi –
– supplicando di dargli un asilo e un cuore, e parlandomi lusinghiero: «vedi un po', Zarathustra, come soltanto l'amico corre a l'amico!».
Ma perchè parlo io, se nessuno ha le mie orecchie! E voglio gridar così a ogni vento:
Voi v'impicciolite sempre di più, gente piccina! Vi sbriciolate, o amici del comodo vostro! Voi finirete per perdervi, per la moltitudine delle vostre meschine virtù, delle molte piccole vostre omissioni, delle vostre molte piccole rassegnazioni!
Troppo molle, troppo cedevole, è il vostro terreno! Perchè un albero possa crescere alto, esso deve attorcigliarsi con solide radici attorno a solide rocce!
Anche le vostre omissioni tesson la trama dell'avvenire umano; anche il vostro nulla è una tela di ragno, è un ragno che vive nella tela dell'avvenire.
E quando prendete è come se rubaste, o piccoli virtuosi; ma pur tra i furfanti dice l'onore: «si deve rubare soltanto quando non si può toglier con forza».
«Si dà» – è anche questa una dottrina della rassegnazione. Ma io vi dico o amanti del comodo: si toglie e sempre più vi si toglierà!
Oh, se voi voleste disfarvi di tutto ciò ch'è un mezzo volere e foste decisi, sia nella pigrizia, sia nell'azione!
Oh, se voi comprendeste la mia parola «fate sempre ciò che volete, ma siate, prima di tutto, capaci di volere!».
«Amate sempre il prossimo vostro come voi stessi – ma siate prima di tutto di quelli che aman sè stessi –
– che aman con grande amore con grande disprezzo!» Così parlò Zarathustra, l'empio...
Ma che vi dico, poichè nessuno possiede le mie orecchie! È ancora troppo presto d'un'ora, per me.
Tra questo popolo io sono il precursore di me stesso, il mio grido di gallo attraversa le oscure contrade.
Ma la loro ora giunge! E giunge anche la mia! Di tempo in tempo essi divengono più piccoli, più poveri, più sterili, – povera erba! povero suolo!
E presto essi mi staranno dinanzi come l'aria secca e come una steppa e, in verità, stanchi di loro stessi – e assetati, più che d'acqua, di fuoco!
Oh, benedetta ora della folgore! Mistero che precede il meriggio! – farò un giorno di voi fuochi divampanti, e apostoli con lingue di fuoco: essi dovranno un giorno annunziare con lingue di fuoco: – Egli viene, è vicino, il grande meriggio! –
Così parlò Zarathustra.
SUL MONTE DEGLI OLIVI
L'inverno, ospite tristo, siede nella mia casa; livide son le mie mani per la sua stretta amichevole.
Io lo rispetto quest'ospite tristo, ma volentieri lo lascio solo. Volentieri gli sfuggo; e se si corre bene si può sfuggirgli!
Con piedi caldi e caldi pensieri io corro ove il vento tace, verso l'angolo solatio del mio monte degli olivi.
Là, io rido del mio ospite rigido, ma però gli son grato di distruggermi in casa le mosche, e ammorzarmi molti piccoli rumori.
Egli non tollera infatti il ronzio d'una mosca, o di due; egli fa solitaria anche la via, così che il chiaro di luna teme la notte.
È un ospite duro – ma io lo rispetto e non prego, come i delicati, il panciuto idolo del fuoco.
Meglio piuttosto un lieve batter di denti, che adorazione degli idoli – così è l'indole mia. E sono avverso soprattutto agl'idoli aridi e fumosi del fuoco.
Colui che amo, io l'amo più d'inverno che d'estate; e derido meglio e più coraggiosamente i nemici, da che l'inverno m'entra nella casa.
Più coraggiosamente, è vero, anche quando mi rannicchio nel letto: ride allora e si scapriccia la mia felicità nascosta; ride il mio sogno di menzogne.
Io – un essere strisciante? Mai non ho strisciato dinanzi ai potenti, e se mentii, mentii per amore. Son quindi lieto anche nel mio letto invernale.
Un umile letto mi riscalda più d'un sontuoso, giacchè son geloso della mia povertà. E nell'inverno essa m'è più fedele che mai.
Con una cattiveria io incomincio il giorno, mi beffo dell'inverno con un bagno freddo: e brontola per ciò il mio austero amico di casa.
Mi piace anche fargli il solletico con una candeletta di cera: affinchè permetta al cielo di uscire fuori della grigia alba.
Io sono infatti specialmente maligno, il mattino all'ora prima quando il secchio stride nel pozzo, e i cavalli nistriscono per le strade grigie.
Attendo allora impaziente, che il cielo illumini infine, il cielo invernale dalla candida barba, il vecchio dalla testa bianca, – il cielo invernale, il taciturno, che sovente lascia nel silenzio anche il sole!
Imparai forse da lui il lungo, luminoso silenzio? o l'imparò egli da me? Oppure ognuno di noi da sè lo inventò?
L'origine di tutte le cose buone è centuplice – tutte le buone cose capricciose balzano, per la gioia, nella vita: come potrebbero far ciò sempre soltanto una volta?
Cosa buona e insolente è pure il lungo silenzio; e simile al cielo invernale guardare, calmo il volto, limpido l'occhio – come lui nascondere il proprio sole e la propria inflessibile volontà di sole; in verità imparai bene quest'arte e questa malizia dell'inverno!
È la mia malizia e l'arte mia più sacra, che il mio silenzio abbia imparato a non tradirsi durante il silenzio.
Con tintinnìo di parole e di dadi io vinco in astuzia coloro che attendono solenni; a tutti questi vigilatori severi devono essere ignoti la mia volontà e il mio intento.
Affinchè nessuno possa vedere nel mio intimo e nella ultima mia volontà – io inventai il lungo radioso silenzio.
Trovai più di un accorto: che velava il suo viso e intorbidava la sua acqua, perchè nessuno potesse vedervi attraverso ed in fondo.
Ma proprio a lui giunsero i diffidenti più scaltri, e gli schiacciatori di noci; e gli pescarono il pesce suo più celato!
I limpidi, i bravi, i trasparenti – sono per me i taciturni più accorti: giacchè sono così trasparenti, che neppure l'acqua più limpida li tradisce.
Tu silenzioso cielo invernale dalla barba di neve, testa canuta dagli occhi rotondi, sopra di me! Oh, tu, celeste immagine dell'anima mia e delle sue follie!
Non devo io forse nascondermi, come uno che abbia ingoiato dell'oro, affinchè non mi squarcino l'anima?
Non devo io forse camminar su le grucce affinchè non s'avvedano delle mie lunghe gambe – tutti questi invidiosi e maligni che mi circondano?
Tutte queste anime affumicate, riscaldate alla stufa, logore, arcigne, coperte d'erbaccia – come potrebbe l'invidia loro sopportare la mia felicità?
Così non mostro loro che il ghiaccio e l'inverno delle mie cime – e non ch'è circondato, il mio monte, da cinture di sole!
Essi sentono fischiare soltanto le mie tempeste invernali: e non che io navigo anche sui caldi mari, simile ai venti bramosi, pesanti, ardenti del mezzogiorno.
Essi hanno talora pietà dei miei casi; – ma suona, il mio motto: «Lasciate venir a me il caso: egli è innocente come un bambino!».
Come potrebbero sopportare la mia felicità se non le ponessi intorno accidenti e miserie invernali, berretti di pelle d'orso bianco, e mantelli di cielo nevoso
– se non avessi pietà della loro compassione: compassione invidiosa e maligna?
– se dinanzi a loro non sospirassi e non tremassi dal freddo, lasciandomi avvolgere, paziente, nel manto della loro pietà?
Questo è il savio capriccio, la volontà buona dell'anima mia; non nascondere il suo inverno e le sue tempeste di gelo; essa non cela neppure i propri geloni.
Per l'uno la solitudine è fuga dell'ammalato; per l'altro la fuga davanti ai malati.
Possono pur sentirmi battere i denti e sospirare per il freddo inverno, questi poveri sciocchi che mi circondano! Con tale tremito e tale sospiro, io fuggo le loro stanze ben riscaldate.
Mi compiangano pure per i miei geloni: «Nel ghiaccio della percezione egli finirà per gelare». – Così essi lamentano.
Frattanto io corro con i piedi caldi di qua e di là sul mio monte degli ulivi: nell'angolo soleggiato del mio oliveto, io canto e irrido ad ogni pietà.
Così parlò Zarathustra.
DI CIÒ CH'È PASSEGGERO
In tal guisa, attraversando lentamente molte città e molti popoli, Zarathustra giunse per la via meno diretta al suo monte e alla sua caverna. Ed ecco senza accorgersene arrivò anche alle porte della grande città: ma qui un pazzo, colla bava alla bocca, gli corse incontro con le braccia aperte e gli attraversò il cammino. Era quello stesso che il popolo chiamava «la scimmia di Zarathustra»: giacchè si era appropriato alcunchè del suo stile e della sua inflessione di voce, e toglieva anche volentieri molte cose a prestito dalla sua sapienza. E il pazzo parlò così a Zarathustra:
«O Zarathustra, questa è la grande città: qui non hai nulla da cercare, e tutto da perdere.
Perchè vorresti guazzare in questo fango? Abbi almeno compassione dei tuoi piedi! Sputa piuttosto sulla porta della città e torna indietro!
Qui è l'inferno per i pensieri del solitario; qui i grandi pensieri son fatti bollir vivi, e fatti a pezzi.
Qui imputridiscono tutti i grandi sentimenti: qui non possono far strepito che i piccoli sentimenti estenuati! Non senti già l'odore dei macelli, delle rosticcerie dello spirito? Non è forse pregna questa città dei vapori dello spirito macellato?
Non vedi tu le anime pendere come inconsistenti, luridi cenci? E con tali cenci essi fabbricano ancora giornali!
Non senti tu che lo spirito divien qui un gioco di parole? Esso vomita una ripugnante loquacità! – E con codesta lisciva essi fabbricano i giornali.
S'aizzan l'un l'altro e non sanno contro che cosa. Si riscaldano a vicenda e non sanno perchè. Essi fan tintinnare il loro stagno, fan tintinnare il loro oro.
Essi son freddi e cercan calore nell'acquavite; son riscaldati e cercan frescura presso gli spiriti gelidi; essi son tutti febbricitanti e gelosi della pubblica opinione.
Tutti i piaceri e i vizi abitano qui; ma vi sono anche i virtuosi, vi sono molte virtù industriose e occupate.
Molte industriose virtù dalle servizievoli dita, capaci di star sedute ad attendere con piccole stelle appiccicate al petto e con figlie magre e imbottite.
E v'è qui pure molta pietà e molta credula adulazione, una fabbrica di adulazione dinanzi al Dio degli eserciti.
«Dall'alto» gocciola l'astro e la saliva benigna; verso l'alto aspira ogni petto privo di stelle.
La luna ha la sua corte e la corte i suoi satelliti; ma il mendicante popolo adora tutto ciò che vien dalla corte, e tutte le virtù che astutamente san mendicare.
«Io servo, tu servi, noi serviamo», così prega ogni virtù industriosa il suo principe, perchè la stella meritata si attacchi infine all'esile petto.
Ma la luna gira intorno a tutto ciò ch'è terrestre: così pure il principe si volge a tutto ch'è più terreno: – all'oro, cioè, dei mercanti.
Il Dio degli eserciti non è il Dio delle verghe d'oro; il principe propone, ma il mercante dispone!
Per tutto ciò che in te è chiaro e forte e buono, o Zarathustra, sputa su questa città di mercanti, e vanne lontano.
Qui il sangue scorre putrido e tepido e bavoso in tutte le vene: sputa, Zarathustra, su la grande città che è il grande deposito ove s'accumula tutta la schiuma!
Sputa su la città delle anime depresse e dei petti angusti, degli occhi aguzzi, delle dita vischiose –
– sulla città degli intrusi, degli sfacciati, degli scribi e degli strilloni, degli esasperati ambiziosi: –
– dove tutto ciò ch'è corrotto, putrido, libidinoso, polveroso, vizzo, ulcerato, congiuratore, brulica insieme: – sputa sulla grande città, e ritorna sui tuoi passi!»
Ma in questo punto Zarathustra interruppe il pazzo furioso e gli chiuse la bocca:
«Smettila, dunque – esclamò. – Da un pezzo mi ripugna il tuo discorso e il tuo contegno!
Perchè dimorasti così a lungo nella palude da divenire tu stesso un ranocchio ed un rospo?
Non scorre fors'anche nelle tue vene un sangue fangoso, putrido, bavoso che t'insegnò a gracidare e a bestemmiare in tal modo?
Perchè non andasti nel bosco? O non arasti la terra? Non è pieno il mare di verdi isolette?
Io disprezzo il tuo disprezzare; e se tu ammonisci me, – perchè non ammonisci te stesso?
Dall'amore soltanto deve uscire il mio disprezzo e il mio uccello augurale; ma non dalla palude! –
Ti si chiama la mia scimmia, o pazzo furioso: ma io ti chiamo il mio maiale grugnente, – col grugnire mi guasti il mio elogio della pazzia.
Che cosa ti fece da principio grugnire? Nessuno ti adulava abbastanza: – sedesti allora presso queste lordure, per aver un pretesto a grugnire, –
– per avere un pretesto a molta vendetta! la vendetta è infatti tutta la tua schiuma, o pazzo vanitoso; io t'indovinai bene!
Ma il tuo folle discorso mi urta anche quando hai ragione! E se la parola di Zarathustra avesse pur mille ragioni, tu, con la mia parola, commetteresti sempre un torto!»
Così parlò Zarathustra; poi guardò la grande città, sospirò, ed a lungo si tacque. Alla fine disse così:
Mi disgusta anche questa grande città, non questo pazzo soltanto. Tanto qui come là non v'è nulla da rendere peggiore.
Guai a questa grande città! – Vorrei già veder la colonna di fuoco che deve incendiarla!
Giacchè tali colonne devono precedere il grande meriggio. Ma ciò ha il suo tempo e anche il suo fato.
Ma ti dò questo insegnamento, quale congedo, o pazzo: quando più non si può amare, bisogna andare oltre!
Così parlò Zarathustra, ed abbandonò la grande città ed il pazzo.
DEGLI APOSTATI
1.
Dunque tutto è già vizzo e grigio ciò ch'era un giorno su questo prato verde e variopinto? E quanto miele della speranza non portai da qui nei miei alveari.
Questi giovani cuori son dunque tutti invecchiati, e non sono ancor vecchi! ma son stanchi, fiacchi, volgari: – spiegano ciò dicendo «siamo ridivenuti pii».
Non è molto io li vidi correre di buon mattino, su agili gambe: ma le gambe della loro percezione divennero stanche, ed ora essi calunniano anche la baldanza del loro mattino!
In verità, parecchi di loro alzavano a quel tempo le gambe simili a danzatori, giacchè li attirava il riso della mia sapienza: – poi si misero a riflettere. Ora appunto li vedo, curvati, strisciare verso la croce.
Intorno alla luce e alla libertà, aleggiavano essi una volta, come le mosche e i giovani poeti. Ma più si è vecchi, più scema il calore: e già aman l'oscuro, il cicaleccio e la stufa.
Forse venne loro meno il coraggio, perchè la solitudine m'aveva ingoiato come una balena? Spiò forse invano l'orecchio loro, ansiosamente, il mio ritorno, e i miei squilli di tromba e le mie grida d'araldo?
– Ahimè, sempre son pochi quelli il cui cuore possiede un lungo, impetuoso coraggio; ed è in quelli ch'è sapiente lo spirito. Tutto il resto è viltà.
Il resto: come sempre i più numerosi, i volgari, i superflui, coloro che sono di troppo – questi tutti sono codardi! –
Chi è della mia specie, incontrerà sul cammino esperienze come le mie: così che i suoi primi compagni dovranno esser cadaveri e saltimbanchi.
Ma i suoi secondi compagni – i suoi fedeli, verranno chiamati: uno sciame vivente, molto amore, molta follìa, molta adorazione infantile.
Chi fra gli uomini è della mia specie, non deve legare a costoro il suo cuore; non deve credere a queste primavere, a questi prati variopinti chi conosce l'umanità codarda e fuggitiva.
Potessero far altrimenti, vorrebbero anche altrimenti. Le mezze creature guastano tutto quello ch'è intero. Le foglie ingialliscono – perchè lamentarsi?
Lasciale andare e cadere, o Zarathustra, e non lamentarti! O piuttosto aiuta i venti a soffiare, –
– soffia tra queste foglie, o Zarathustra, affinchè tutto ciò che è appassito fugga, più celere ancora, da te.
2.
«Noi siamo ridivenuti pii» – così confessarono questi apostati, e molti di loro non lo confessan neppure, tanto son vili.
Ma a costoro io guardo negli occhi – a costoro dico sulla faccia, sul rossor delle guancie: voi siete di quelli che pregan di nuovo!
Ma è una vergogna pregare! Non per tutti, ma per te, per me, e per tutti quelli che han la loro coscienza nella testa. Per te è una vergogna il pregare!
Tu sai bene: il vile demonio ch'è in te ama congiungere le mani e incrociarle per stare più comodo; questo vile demonio che ti dice: «v'è un Dio». Ma tu appartieni con ciò a coloro che temon la luce, cui la luce non lascia riposo; ora devi, di giorno in giorno, immergere più profondamente la testa nella notte e nelle tenebre!
E, in verità, sceglieste bene il momento: che adesso appunto, volano di nuovo gli uccelli notturni.
È giunta l'ora per tutto quel popolo nemico della luce, l'ora del vespro durante la quale esso non «riposa». Io odo e sento: venne per loro l'istante della caccia e della processione; non, veramente, una caccia selvaggia, ma subdola e vile, che fruga negli angoli, sommessa come il murmure di una preghiera –
per una caccia ai codardi sentimentali: tutte le trappole del cuore sono tese un'altra volta! E se io sollevo una tenda ne balza fuori una piccola falena.
Vi stava forse rincantucciata insieme con un'altra farfallina notturna? Giacchè da per tutto sento l'odore di piccole confraternite nascoste e in ogni stanzuccia trovo nuovi bigotti, e odor di bigotti.
Essi seggono insieme tutte le sere e dicono: «Fate che ridiventiamo bambini e mormoriamo: buon Dio!» – guasti la bocca e lo stomaco da pii confettieri.
Oppure guardano per lunghe sere qualche astuto ragno croce-segnato che predica l'accortezza agli altri ragni insegnando: «tra le croci è buono tesser la tela!»
O stanno seduti il giorno intero presso i paduli, con la lenza, e si credono perciò profondi; ma chi pesca nei luoghi dove non sono pesci, io non lo chiamo neppur superficiale!
Oppure imparano con pia letizia a suonar l'arpa da qualche compositore d'inni, il quale vorrebbe insinuarsi, arpeggiando, nel cuore di giovani donne: – poichè delle vecchie e delle lodi loro, è già stanco.
Oppure imparano i brividi da qualche vecchio pazzo erudito, che attende nelle camere buie l'apparizione degli spiriti – e frattanto lo spirito svapora del tutto!
Oppure ascoltano un vecchio misantropo vagabondo che imparò i lugubri accenti dalla tristezza del vento; ora egli fischia dietro il vento, e predica la tristezza con meste parole.
E alcuni di loro divennero perfino guardiani notturni; e sanno adesso soffiare nei corni, e vagare la notte, e svegliare le vecchie cose addormentate da tempo.
Cinque parole a proposito di cose vecchie, udii ieri notte presso il muro del giardino; esse venivano da quei vecchi tristi e gracili guardiani notturni.
«Per un padre egli non veglia ancora abbastanza sui figli: i padri umani fanno meglio di lui!»
«Egli è troppo vecchio! Egli non ha più cura dei suoi figli» – così rispose l'altro guardiano notturno.
«Ma ha poi figli? Nessuno può dimostrarlo se non lo dimostra egli stesso! Io desidero da molto tempo che lo dimostri davvero».
«Dimostrare? Come se colui avesse mai dimostrato alcunchè! Le prove gli sono difficili, egli ci tiene molto che si creda in lui».
«Sì! Sì! La fede lo rende beato, la fede in lui. È l'abitudine di tutta la gente! È pure la nostra!»
Parlavano così i due vecchi guardiani notturni, nemici della luce; poi soffiarono mestamente nei corni; questo avvenne la notte passata presso il muro del giardino. Ma si torceva a me il cuore dal ridere, come volesse spezzarsi; e dove mai? e cadde nel diaframma.
In verità, finirò di morire soffocato dal riso, se vedrò gli asini ubriachi e i guardiani notturni dubitare in tal modo di Dio.
Non è già da lungo passato il tempo anche per simili dubbi? Chi può ancora destare dal sonno queste vecchie cose che temon la luce?
Coi vecchi dèi l'abbiamo smessa da un pezzo: – e in verità ebbero, gli dèi, fine buona e gioconda!
La morte loro non fu un lento crepuscolo, – dir questo è menzogna. Ma invece: si uccisero da sè a furia – di ridere!
Ciò avvenne quando la più empia parola fu da un Dio pronunciata – la parola: «V'è un unico Dio! – Non avrai altro Dio fuori di me!» –
– un vecchio nume barbuto, geloso e collerico, potè obliarsi così!...
E tutti gli dèi risero allora e barcollaron sui troni gridando: «Non è questo appunto la divinità, che esistan gli dèi ma non esista alcun Dio?»
Ascolti chi ha orecchie per udire.
Così parlò Zarathustra nella città ch'egli amava e che ha nome «la Vacca Variopinta». Di qui egli non aveva più che due giorni di cammino per giungere nella sua caverna ed ai suoi animali; e l'anima sua era infinitamente lieta per l'immediato ritorno.
IL RITORNO
Oh, solitudine! Tu, patria mia, solitudine! Troppo a lungo vissi selvaggio in paese selvaggio, per ritornare a te senza lagrime!
Minacciami pure col dito come fanno le madri, sorridimi come le madri sorridono, e dimmi: «E chi era colui che fuggì un giorno, come un uragano lungi da me?
«– e che separandosi esclamò: troppo a lungo mi indugiai nella solitudine, e perciò disimparai a tacere! Ciò – l'hai tu ora imparato?
«Oh, Zarathustra, io so tutto e so che, nella moltitudine, tu fosti più abbandonato, più solo, che quando m'eri vicino!
«Altra cosa è l'abbandono, altra cosa è la solitudine: codesto hai or ora appreso! Ed hai pure imparato che sarai sempre tra gli uomini un selvaggio e uno straniero: – selvaggio e straniero pur quando ti amano: giacchè essi vogliono anzitutto indulgenza per sè stessi!
«Ma qui tu sei nella tua dimora e in casa tua; qui puoi dire tutto quello che pensi e tutte le tue ragioni; qui nessuno ha vergogna dei sentimenti nascosti e tenaci.
«Qui tutte le cose vengono lusingando la tua parola e ti tentano: giacchè vogliono cavalcare sul tuo dorso. Sopra ogni simbolo tu cavalchi qui verso la verità.
«Con rettitudine e franchezza puoi parlare, qui, a tutte le cose: e in verità, suona lode alle orecchie loro il fatto che qualcuno possa parlare a tutte le cose – con rettitudine.
«Altro è però l'abbandono. Poichè sai tu ancora, o Zarathustra? Quando una volta gridò l'uccello tuo sopra di te, allor che stavi nel bosco, indeciso ove andare, senza sapere, presso un cadavere: –
«– Allor che dicevi: mi conducano i miei animali! Trovai maggiori pericoli tra gli uomini che tra gli animali – Quello era abbandono!
«E sai tu ancora, o Zarathustra? Quando sedevi nella tua isola, un pozzo di vino tra secchi vuoti, donando a profusione, generosamente, agli assetati:
«– fin che rimanesti tu solo assetato tra gli assetati e ti lamentasti di notte «non fa più felici il prendere che il dare? E ancor più felici il rubare che il prendere?» – Questo era abbandono!
«E ricordi, Zarathustra? L'ora tua più silenziosa quando, tentando cacciarti lontano da te stesso, ti sussurrò maligna: «Parla e infrangiti!» –
«– allorchè ti fece soffrire della tua attesa e del tuo silenzio, e scoraggiò l'animo tuo scoraggiato: Quello era abbandono!».
Oh, solitudine! Tu, patria mia, solitudine! Come beatamente e teneramente parla a me la tua voce!
Noi non ci domandiamo nulla, non ci lamentiamo a vicenda; noi andiamo insieme palesemente tra porte aperte.
Giacchè tutto è in te aperto e chiaro; e le stesse ore scorrono qui con piede più lieve. Il tempo passa infatti men rapido nell'oscurità che nella luce.
Qui mi si rivela l'essenza e l'espressione di tutto: tutto ciò ch'esiste vuol esprimersi, qui, a parole, e tutto ciò che diviene vuol imparare da me a parlare.
Ma laggiù – è vana qualunque favella! Laggiù dimenticare e passare oltre è la migliore sapienza. Questo – ho imparato!
Chi volesse comprendere tutto ciò che è umano, dovrebbe tutto maneggiare. Ma per far questo ho mani troppo pulite.
Non posso neppur tollerare l'alito loro, no, perchè vissi tanto tra lo strepito loro e il loro alito putrido!
Oh, felice solitudine intorno a me! Oh, soavi effluvi! Oh, come fa respirar l'aria pura a pieni polmoni, questo silenzio! Oh, come ascolta, questo silenzio beato!
Ma laggiù – tutto parla e nulla s'intende. Si può annunziar la propria sapienza a suon di campane: i merciai della fiera ne vinceranno il fragore col tintinnio delle monete!
Tutto parla tra loro, ma nessuno più sa comprendere. Tutto cade nell'acqua, nulla più nei pozzi profondi.
Tutto parla tra loro, ma nulla riesce e si compie. Tutto schiamazza, ma chi vuole ancora seder silenzioso nel nido e covar le uova?
Tutto parla tra loro, e male di tutto. Ciò che un giorno era ancor troppo acerbo per il tempo e i suoi denti: pende ora rosicchiato e tarlato dalla bocca degli uomini d'oggi.
Tutto parla tra loro, tutto vien divulgato. E ciò che un giorno era chiamato mistero e segreto di anime profonde, appartiene oggi ai trombettieri e ai banditori della pubblica via.
Oh, specie umana, cosa mirabile! Tu strepiti per vie tenebrose! Ora sei di nuovo dietro a me – è dietro a me il mio più grande pericolo!
Nella compassione e nell'indulgenza fu sempre il maggiore pericolo; ed ogni essere umano vuole ricevere indulgenza e pietà.
Con verità nascoste, con mani di folle e cuore ricolmo di piccole menzogne della pietà: – io vissi sempre tra gli uomini.
Travestito sedevo tra loro, pronto a rinnegare me stesso, per sopportarli, e volentieri dicendomi: «folle, tu non conosci gli uomini!».
Ma quando si vive tra gli uomini si disimpara a conoscere gli uomini: troppo v'è in essi di superficiale, – a che giovano dunque gli occhi che vedon lontano e cercano ciò ch'è profondo?
E quando m'ebbero disconosciuto: io, pazzo, usai verso di loro maggior indulgenza che verso me stesso: avvezzo come ero alla durezza verso me stesso, e vendicandomi spesso con me di questa indulgenza.
Punzecchiato da mosche velenose, e corroso come una pietra dalle numerose goccie della malvagità, così che sedevo fra di loro e ancor dicevo a me stesso: «tutto ciò ch'è piccolo è innocente della sua piccolezza!».
Sopratutto coloro che si chiamano «i buoni» trovai esser le mosche più velenose: essi pungono con tutta innocenza, essi mentono con tutta innocenza; come potevano esser giusti – verso di me?
La pietà insegna a mentire a chi vive tra i buoni. La pietà fa l'aria pesante a tutte le anime libere. Giacchè la sciocchezza dei buoni non si può calcolare.
Nasconder me stesso e la mia ricchezza – questo imparai laggiù: giacchè trovai tutti poveri di spirito. Quella fu la menzogna della mia compassione, di sapere sul conto di ognuno la verità,
– di vedere e di sentire, d'ognuno, ciò ch'era per lui spirito sufficiente, e ciò ch'era soverchio spirito!
I loro rigidi saggi: io li chiamai sapienti, non rigidi, – così imparai a inghiottire le parole. I loro becchini, io li chiamai investigatori e sperimentatori – così imparai a scambiar le parole.
I becchini si ammalano scavando fosse. Sotto le antiche macerie si accumulano i miasmi. Non bisogna sconvolger le paludi. Bisogna viver sulle montagne.
Con soddisfatte narici respiro di nuovo la libertà dei monti! Il mio naso è liberato infine dall'odore di tutti gli esseri umani!
Solleticata dall'aria frizzante come da un vino che spumeggia, l'anima mia starnuta – starnuta e si augura felicità!
Così parlò Zarathustra.
DELLE TRE COSE MALVAGIE
1.
In sogno, nell'ultimo sogno dell'alba, io stavo oggi su di un promontorio – fuori del mondo, tenevo una bilancia, e pesavo il mondo.
Oh, perchè giunse così presto l'aurora: e mi destò col suo calore, la gelosa! Essa è sempre gelosa dell'ardore dei miei sogni mattutini.
Misurabile per chi ha tempo, ponderabile per un buon pesatore, raggiungibile a volo per ali poderose, spiegabile per i divini schiacciatori di noci: così il mio sogno trovò il mondo...
Il mio sogno, veleggiatore ardito, mezzo nave e mezzo sposa dei venti, taciturno come le farfalle, impaziente come i falchi reali: come trovò oggi il tempo e la pazienza di pesare il mondo?
La mia saggezza gli avrebbe forse parlato in segreto, la mia ridente e desta sapienza giornaliera, la quale si fa beffe di tutti i «mondi infiniti»? Giacchè essa dice: «dov'è la forza ivi pure il numero diviene padrone: esso ha più forza».
Con qual sicurezza contemplava il mio sogno questo mondo finito, non curioso, non indiscreto, non pauroso, non pregante: –
– come un bel pomo offerto alla mia mano, un aureo pomo maturo, dalla buccia fresca e vellutata così mi si offriva il mondo: –
– come se un albero mi si porgesse incontro, un albero dagli ampi rami diffusi, di robusta volontà, incurvantesi per servir d'appoggio e di seggio allo stanco viatore: così stava il mondo sul mio promontorio: –
– come se mani delicate mi portassero incontro un cofano, – un cofano aperto all'estasi di pudichi occhi adoranti: così mi si offerse oggi il mondo: –
– non abbastanza misterioso da impaurire l'amore umano, non abbastanza intelligibile da addormentare la sapienza umana; – ma cosa umanamente benigna, mi apparve oggi il mondo del quale dicono tanto male!
Quanto ringrazio il mio sogno mattutino che mi diede modo di pesare il mondo! Come una cosa umanamente benigna egli mi venne incontro, questo sogno, consolatore dei cuori!
Ed affinchè io possa imitarlo di giorno e imparare da lui ciò che in esso è più prezioso: voglio porre adesso sulla bilancia le tre cose più malvagie, e pesarle umanamente bene.
Chi imparò a benedire imparò anche a maledire: quali sono, nel mondo, le tre cose più maledette? Queste io voglio metter sulla bilancia.
Voluttà, ambizione, egoismo: queste tre furono finora le più maledette, quelle che ebbero peggior fama e maggiori calunnie, – queste tre voglio pesare umanamente bene.
Ed ecco! Qui è il mio promontorio, e là il mio mare, esso mi balza intorno lusinghiero e velloso, il fido e antico cane dalle cento teste, che io amo.
Ebbene! Qui terrò io la bilancia sopra il mare fluttuante: anche un testimonio mi eleggo che guardi te, o albero solitario che io amo, col tuo profumo selvaggio e coi tuoi vasti archi di rami!
Su quale ponte il presente passa nell'avvenire? Per quale forza ciò che è alto si congiunge a ciò che è basso? E che cosa impone a ciò ch'è alto di crescere ancora più alto? Ora la bilancia è in bilico: tre ardue questioni vi gettai; tre gravi risposte porta l'altro piatto della bilancia.
2.
Voluttà: per tutti i penitenti in cilicio che disprezzano il corpo essa è pungolo e supplizio, e maledetta qual «mondo» da tutti coloro che vivono fuori del mondo: giacchè essa schernisce e s'assoggetta tutti quelli che insegnano inganni e follia.
Voluttà: per la plebe il fuoco lento su cui si consuma; per il legno tarlato, per i luridi cenci la fornace ognor pronta ove ardono e gorgogliano.
Voluttà: per i cuori liberi innocente e libera, il giardino beato della terra, l'esuberante gratitudine dell'avvenire per il presente.
Voluttà: per il fiacco soltanto, dolce veleno, ma per quelli che hanno volontà leonina è il più grande ristoratore, vino dei vini, gelosamente conservato.
Voluttà: il grande esempio di una felicità superiore e di una suprema speranza. Molte cose infatti han diritto alle nozze e più che alle nozze, – molte cose estranee l'una all'altra più che l'uomo alla donna: – e chi comprese appieno come son stranieri fra loro l'uomo e la donna?
Voluttà: – ma io voglio alzar siepi intorno ai miei pensieri, ed anche intorno alle mie parole: affinchè non irrompano nei miei giardini i porci e gli esaltati!
Ambizione: il flagello ardente di chi ha più saldo il cuore; l'orrida tortura riservata ai più crudeli, la cupa fiamma dei roghi viventi.
Ambizione: il freno maligno che s'impone ai popoli più vani, la schernitrice d'ogni incerta virtù; quella che doma ogni cavallo e ogni orgoglio.
Ambizione: il terremoto che abbatte e discopre tutto ciò ch'è tarlato e corroso, colei che spezza feroce, impetuosa, vendicativa tutti i sepolcri imbiancati; il lampeggiante punto interrogativo accanto alle risposte intempestive.
Ambizione: dinanzi al cui sguardo l'uomo striscia, si curva, s'asservisce e si abbassa più del maiale e della serpe: – sino a che il grande disprezzo rompa da lui in un grido, –
Ambizione: terribile maestra del grande disprezzo che predica alle città ed agli imperi «levati da me!» – sin che prorompe da essi medesimi il grido: «che io mi levi di mezzo!»
Ambizione: la quale seduce anche i puri e i solitari alle altezze paghe di sè stesse, ardente come un amore che dipinge attraenti, purpuree gioie nel cielo.
Ambizione: ma chi la chiamarebbe passione se ciò ch'è alto brama scendere in basso per dominare? In verità non v'è nulla di febbricitante in tali desideri, in tali discese!
Affinchè la remota altezza non sia eternamente sola e contenta di sè, che la montagna discenda alla valle, e i venti dell'altitudine verso le pianure...
Oh, chi dunque troverebbe il vero nome per battezzare ed onorare tale aspirazione? «Virtù che dona» – così chiamò una volta Zarathustra questa innominabile.
E allora accade pure – e, in verità, per la prima volta! – che la sua parola lodò l'egoismo, il santo e buon egoismo che scaturisce dall'anima potente: –
dall'anima potente alla quale appartiene il corpo elevato, bello, vittorioso, ristoratore, intorno a cui diviene specchio ogni cosa:
il corpo flessibile e seducente, il danzatore il cui simbolo ed espressione è l'anima gioiosa di sè stessa. La gioia egoista di tali corpi e di tali anime si chiama da sè medesima: «virtù».
Con le sue parole di buono e di cattivo questa gioia egoista si protegge da sè, come se attorniata da un sacro bosco; coi nomi della sua felicità essa bandisce da sè tutto ciò che è disprezzabile.
Bandisce da sè tutto ciò ch'è vile; essa dice: male – ciò è vile! Disprezzabile le sembra tutto ciò che soffre, sospira e si lamenta sempre e raccoglie anche i minori vantaggi.
Essa disprezza anche ogni lamentevole saggezza giacchè, in verità, v'è pure una saggezza che fiorisce nell'oscurità, una saggezza d'ombra notturna che sempre sospira: «Tutto è vano!».
Essa non stima la diffidenza paurosa, e coloro che vogliono sermenti al posto di sguardi e di mani: e neppure la saggezza troppo diffidente, – giacchè è questo il contegno delle anime vili.
L'ossequioso gli pare ancora più basso, il cane che si distende subito sulla propria schiena, l'umile; e v'è pure della saggezza ch'è utile, strisciante, pietosa, servile. Ma essa odia fino al disgusto chi non vuol mai difendersi, chi ingoia velenosi sputi e sguardi cattivi, il troppo paziente che tutto sopporta e d'ogni cosa si contenta: questa è infatti usanza dei servi.
Che alcuno sia servile dinanzi agli dèi e ai calci divini, o dinanzi a gli uomini e a stupide opinioni d'uomini: ad ogni servitù sputa in viso questo felice egoismo!
Cattivo: così chiama tutto ciò che è basso e curvo e servile, gli occhi che ammiccano timorosi, i cuori oppressi, e quel contegno falso e codardo che bacia con labbra larghe e codarde.
E falsa saggezza: così chiama tutto ciò che i servi, i vecchi e gli spossati stillano dal loro spirito; e soprattutto l'assurda pedante follia dei preti!
Ma i falsi saggi, tutti i preti, gli stanchi del mondo, e coloro i quali han l'anima simile alle donne ed ai servi, – oh quanto male fecero sempre i loro intrighi all'egoismo!
E questo appunto doveva essere virtù e chiamarsi virtù, elevarsi contro l'egoismo! E desiderano essere «disinteressati» – e con buone ragioni, tutti questi vili stanchi della vita e questi ragni croce-segnati!
Ma è per loro tutti che viene ora il giorno, il mutamento, la spada del giudizio, il grande meriggio; allora molte cose diverranno manifeste!
E colui che glorifica l'Io e santifica l'egoismo, in verità, dice ciò che sa, come indovino: «Ecco, viene, s'appressa il grande meriggio!».
Così parlò Zarathustra.
DELLO SPIRITO DI GRAVITÀ
La mia bocca – è quella del popolo: troppo rudemente e aperto parlo per coloro che veston di seta. Ma la mia parola suona ancora più strana a tutti gli imbratta-carta e ai guasta-penne.
La mia mano – è una mano di folle: guai a tutte le tavole e alle pareti, e a ciò dov'è posto per ornamenti, e agli scarabocchi del pazzo!
Il mio piede – è un piede di cavallo; con esso io trotto e galoppo sopra ogni inciampo, di qui e di là, e provo un diabolico piacere nel correre presto.
Il mio stomaco – è forse uno stomaco d'aquila? Giacchè preferisce ad ogni altra la carne d'agnello. Ma è senza dubbio stomaco d'uccello.
Nutrita di cose innocenti e frugali, pronta, impaziente di volare, di volar via – questa è l'indole mia: come non sarei dunque un poco simile all'uccello!
Ed è soprattutto perchè nemico allo spirito di gravità, che sono come l'uccello: e in verità nemico mortale, nemico acerrimo, nemico nato! Oh, fin dove non volò già, non si smarrì, la mia inimicizia!
Qui sopra potrei già intonare un canto... e lo voglio intonare: sebbene sia solo, in una casa vuota, e debba cantare alle mie proprie orecchie.
Vi son bensì altri cantori che, quando è piena la casa, hanno soffice la gola, la mano eloquente, l'occhio espressivo e desto il cuore: – non rassomiglio a coloro.
Chi insegnerà agli uomini a volare avrà infranto ogni limite; i limiti stessi gli voleranno dinanzi per l'aria; egli battezzerà nuovamente la terra chiamandola «leggera».
Lo struzzo corre più rapidamente del più agile corsiero; ma esso pure nasconde pesantemente la testa nella sabbia pesante: così l'uomo che non sa ancora volare.
Pesanti gli sembran la terra e la vita: ed è questo che vuol lo spirito di gravità! Ma chi vuol divenire leggero come un uccello, deve amare sè stesso – così io insegno. Deve amarsi non con l'amore dei malati e dei febbricitanti: giacchè a costoro pute persin l'amor proprio!
Si deve imparare ad amare noi stessi d'un amore sano e prosperoso – così io insegno: affin di sopportarci e di non vagabondare.
Un tal vagabondaggio è chiamato «amore del prossimo»: è con questo nome d'amore che finora si mentì e si dissimulò meglio, e specie da coloro che sono a tutti di peso. In verità, imparare ad amarsi non è un comando per oggi, nè per domani. È, al contrario, l'arte più fine di tutte, la più accorta; l'ultima e la più paziente.
Per ogni possessore ogni cosa è infatti ben celata; e di tutti i tesori quello che più vi appartiene si scopre più tardi, – così vuol lo spirito della gravità.
Siamo appena nella culla che già ci danno parole e valori gravi: «bene» o «male» – così si chiama questo patrimonio. E a causa di ciò ci si perdona di vivere.
E lascian venire a sè i fanciulli per impedire loro a tempo di amare sè stessi: ecco lo spirito della gravità.
E noi – noi trasciniamo quanto ci fu dato, fedeli, sopra forti spalle e su per ripidi monti! E vedendoci grondar sudore ci dicono: «Sì, la vita è difficile a portare!»
Ma è soltanto l'uomo che è pesante a portarsi! Poi che trascina troppe cose straniere sulle spalle. Simile al cammello egli s'inginocchia e si lascia caricar bene.
Soprattutto l'uomo vigoroso e paziente, pieno di venerazione: egli carica, sulle sue spalle, troppe parole e troppi valori stranieri e pesanti, – e la vita gli sembra allora un deserto!
E, in verità! pur molte cose che vi son proprie sono pesanti a portarsi! e l'interno dell'uomo assomiglia molto all'ostrica; è infatti disgustoso e viscido e difficile a prendersi, in modo che una bella scorza con nobili ornamenti deve allettarci. Ma quest'arte pure bisogna imparare: aver scorza, bella apparenza e sapiente cecità.
Nell'uomo si è ancora ingannati su parecchie altre cose, giacchè vi sono molte scorze meschine e tristi, e troppo scorze. Vi sono molte forze e molte bontà nascoste che non s'indovinano mai; i cibi più delicati non trovano amatori.
Le donne lo sanno, le più preziose: un po' più grasse, un po' più magre – ah quanto destino v'è in così poco.
L'uomo è difficile a scoprire, e più difficile che egli si riveli a sè stesso. Spesso lo spirito mente a riguardo dell'animo. Ecco l'opera dello spirito della gravità.
Ma s'è scoperto chi dice: questo è il mio bene e questo è il mio male: con codeste parole egli ha fatto tacere la talpa e il nano che dicono: «Per tutti è bene, per tutti è male».
In verità non mi piacciono neppure coloro per i quali tutte le cose son buone, e che chiamano questo mondo il migliore dei mondi. Costoro io chiamo i soddisfatti di tutto.
La contentezza che sa gustar ogni cosa, non è il gusto migliore! Io rispetto le lingue e gli stomachi ribelli e di difficile contentatura, che hanno imparato a dire: «Io» e «sì» e «no».
Ma masticar e digerire ogni cosa – è fare come il maiale! – Dir sempre «Sì», questo imparò soltanto l'asino e quelli che son della sua razza.
È il giallo profondo e il rosso intenso che desidera il mio gusto – esso mescola sangue a tutti i colori. Ma colui che dipinge la sua casa di bianco rivela con ciò che egli ha un'anima imbiancata.
Innamorati gli uni di mummie, gli altri di fantasmi; e tutti egualmente nemici della carne e del sangue – come son tutti in contradizione col mio gusto! Giacchè io amo il sangue!
E non voglio abitare ove tutti sputano: questo è ora il mio gusto – preferirei molto, vivere fra i ladri e gli spergiuri. Nessuno porta oro in bocca.
Ma gli adulatori mi ripugnano ancora di più: e la bestia più ripugnante che abbia trovato fra gli uomini la chiamo parassita; essa non voleva amare, ma vivere di amore.
Chiamo infelici tutti coloro che hanno soltanto una scelta: divenire bestie feroci, o feroci domatori di bestie; presso di loro non vorrei drizzar la mia tenda.
Chiamo ancora infelici coloro che devono sempre attendere – essi non sono di mio gusto, tutti questi doganieri, questi mercanti, questi re, questi altri custodi di paesi e di botteghe.
In verità imparai io pure ad attendere a lungo, ma ad attendere me. Ed imparai soprattutto a stare in piedi, a camminare, a correre, a saltare, ad arrampicarmi e a danzare. Questa è la mia dottrina: chi vuole imparare a volare un giorno, deve imparare dapprima a stare in piedi, camminare, correre, a saltare, ad arrampicarsi e a danzare: non s'impara d'un tratto a volare!
Con scale di corda imparai a scalare più d'una finestra, con gambe agili m'arrampicai sugli alti alberi della conoscenza! Stare sugli alti alberi della nave come piccole fiamme: piccola luce soltanto, ma grande consolazione per i naviganti fuori di rotta e i naufraghi!
Sono giunto alla mia verità per molti cammini e in molti modi: non salii per un'unica scala all'altezza donde l'occhio mio guarda lontano.
E malvolentieri chiesi agli altri che m'insegnassero la mia via, – ciò mi fu sempre avverso! Sempre ho preferito interrogare e tentare da me stesso le vie.
Interrogare e tentare, fu questo il mio procedere: e, in verità, bisogna pure imparare a rispondere a tali domande! Ma questo – è di mio gusto...
È un gusto nè buono nè cattivo, ma è il mio gusto, del quale non ho a vergognarmi, per il quale non devo nascondermi.
«Questa – è ora la mia via, – dov'è la vostra?» Ecco ciò che risposi a coloro che mi chiedevano «la via». Giacchè la via – non esiste!
Così parlò Zarathustra.
DELLE ANTICHE E
DELLE NUOVE TAVOLE
l.
Io seggo ed attendo, attorniato da vecchie tavole infrante, e da nuove tavole scritte a metà. Quando verrà l'ora mia?
– l'ora della mia discesa, del mio tramonto: giacchè voglio ritornare una volta ancora tra gli uomini.
È ciò che attendo adesso: poichè bisogna che mi vengano prima i segni annunziantimi che l'ora mia è giunta, – il leone ridente con lo sciame delle colombe.
Nell'attesa io parlo come qualcuno che ha tempo, parlo a me stesso. Nessuno mi racconta cose nuove: io mi racconto dunque a me stesso.
2.
Quando venni tra gli uomini, li trovai seduti sotto una vecchia presunzione. Essi presumevano saper tutto già da tempo – ciò che è bene e male per l'uomo.
Ogni discussione sulla virtù sembrava loro cosa vecchia e stanca, e colui che voleva dormire bene parlava ancora del «bene» e del «male» prima di andare a coricarsi.
Io scossi il torpore di tal sonno quando insegnai: Nessuno sa ancora ciò che è bene e male, se non il creatore! Ma è quegli che crea la mèta degli uomini e che dà il suo senso e il suo avvenire alla terra: è lui soltanto che crea il bene ed il male di tutte le cose.
Ed io insegnai loro di rovesciare le vecchie cattedre, e, ovunque si trovava quella vecchia presunzione, ordinai loro di ridere dei loro grandi maestri di virtù, dei loro santi, dei loro poeti, dei loro salvatori del mondo. Ordinai di ridere dei loro saggi austeri, e li misi in guardia contro i neri spauracchi seduti sull'albero della vita.
Sedetti su la loro grande via dei sepolcri; presso le carogne e gli avvoltoi – e risi di tutto il loro passato e dello splendore putrido di questo passato che declina.
In verità, simile ai predicatori di penitenza e ai folli, invocai lo sterminio su tutte le cose loro piccole e grandi – la piccolezza di ciò che hanno di meglio! la piccolezza di ciò che hanno di peggio! – ecco ciò di cui risi.
Il mio saggio desiderio zampillava da me con grida e con risa; simile a una saggezza selvaggia, in verità, nata sui monti! – il mio grande desiderio dall'ali rumoreggianti.
E spesso mi portò ben lungi, al di là dei monti, verso le altezze, mentre ridevo: mi accadde allora di volare fremendo come una freccia, attraverso estasi ebbre di sole: – Di là nel lontano avvenire, che non ha visto alcun sogno, nel mezzogiorno più caldo che non imaginò mai un artista: laggiù ove gli dèi danzanti si vergognano d'ogni veste:
– affinchè io parli con parabole, zoppichi e balbetti come i poeti: e, in verità, ho vergogna d'esser ancora poeta!
Ove tutto il divenire mi sembrava danza e malizia divina, ove il mondo scatenato e sfrenato si rifugiava in sè stesso: –
– come un'eterna fuga di sè e un'eterna ricerca di sè presso dèi numerosi, come una felice contraddizione di sè, una ripetizione e un ritorno verso sè stessi di molti dèi: –
Ove tutto il tempo mi sembrava un felice scherno di istanti, ove la necessità era la stessa libertà, che giocava beata con il pungiglione della libertà: –
Ove trovai pure il mio vecchio demonio e il mio nemico acerrimo, lo spirito di gravità, e tutto ciò che ha creato: la costrizione, la legge della necessità, lo scopo, la volontà, il bene ed il male: –
Poichè non deve esistere qualcosa sulla quale si possa danzare e passare? Non devono esistere per coloro che sono leggeri, i più leggeri – talpe e nani pesanti?
3.
Fu pure là che raccolsi lungo la strada la parola «superuomo» e questa dottrina: l'uomo è qualcosa che dev'essere superata,
– l'uomo è un ponte e non uno scopo: dicendosi felice del suo meriggio e della sua sera, una via verso novelle aurore:
– la parola di Zarathustra sul grande meriggio e tutto ciò che sospesi al disopra degli uomini, simile a un secondo crepuscolo purpureo.
In verità feci loro vedere anche nuove stelle e nuove notti; e sulle nubi, il giorno e la notte, io distesi ancora il riso come una tenda variopinta.
Insegnai loro tutti i miei pensieri e tutte le mie aspirazioni: a riunire e ad unire tutto ciò che nell'uomo non è che frammento ed enigma e lugubre caso, –
– come poeta, indovino di enigmi, redentore del caso, insegnai loro ad essere creatori dell'avvenire ed a salvare, creando, tutto ciò che fu.
Salvare il passato nell'uomo e trasformare tutto «ciò che era» fin che dica la volontà: «Ma è così che io volevo che fosse! È così che vorrò» –
– è questo che io ho chiamato redenzione per essi, è questo solo che insegnai loro a chiamar redenzione.
Ora attendo la mia redenzione – per ritornare un'ultima volta presso di loro.
Giacchè ancora una volta voglio ritornare presso gli uomini: è tra di loro che voglio scomparire e, morendo, voglio offrir loro il mio dono più ricco!
È dal sole che imparai questo, quando si corica, dal sole fulgentissimo: egli versa allora nel mare l'oro della sua inesauribile dovizia, –
– di modo che anche i pescatori più poveri remano allora con remi dorati! Questo io vidi una volta, e nel guardare non mi saziavo di piangere.
Simile al sole, Zarathustra vuole anch'egli tramontare: egli siede ora qui e attende, circondato da antiche tavole infrante e da tavole nuove – scritte a metà.
4.
Guarda, ecco una nuova tavola: ma dove sono i miei fratelli che la porteranno con me nella valle, e nel cuore degli uomini? –
Così vuole il grande amor mio per i più lontani: non risparmiare il tuo prossimo! L'uomo è qualcosa che dev'essere superata.
Vi sono molti modi e molte vie per superarsi: è affar tuo! Ma solo il buffone pensa: «Si può anche saltar oltre l'uomo».
Supera te stesso anche nel prossimo tuo: non devi lasciarti dare un diritto che tu puoi conquistare!
Ciò che tu fai, nessuno può fartelo di nuovo. Vedi, non v'e ricompensa.
Colui che non può comandare a sè stesso deve obbedire. E taluni sanno comandarsi, ma ci vuol ancor molto perchè sappiano obbedirsi!
5.
Così sono le anime nobili: non vogliono aver niente per niente, e tanto meno la vita.
Colui che appartiene al volgo vuol vivere per niente; ma noi a cui fu donata la vita, – noi riflettiamo a ciò che potremmo dare di meglio in cambio!
E, in verità, è nobile parola quella che dice: «Ciò che ci promise la vita, vogliamo mantenere alla vita!».
Non si deve voler godere quando non si dona a godere. E non si deve voler godere!
Poi il godimento e l'innocenza son le due cose più vereconde: nessuna delle due vuol esser cercata. Bisogna possederle – ma è ancor meglio cercar la colpa e il dolore!
6.
O miei fratelli, il precursore è sempre sacrificato. Ora noi siamo precursori.
Noi tutti sanguiniamo al segreto altare dei sacrifici, noi bruciamo ed arrostiamo tutti in onore dei vecchi idoli. Ciò che di meglio vi è in noi è ancor giovane: è ciò che irrita i vecchi palati. La nostra carne è tenera, la nostra pelle non è che pelle d'agnello: come non tenteremmo noi i vecchi preti idolatri?
Abita ancora in noi stessi il vecchio sacerdote degli idoli, che si accinge a fare un banchetto di quanto di meglio v'è in noi. Ahimè, fratelli miei, come non sarebbero sacrificati i precursori?
Ma vuol così la nostra razza; ed amo coloro che vogliono conservarsi. Coloro che tramontano amo di tutto cuore: giacchè essi vanno di là.
7.
Esser veritieri – pochi lo sanno! E chi lo sa non vuol esserlo! Meno che tutti, però, lo sanno i buoni.
Oh, questi buoni! – Gli uomini buoni non dicono mai la verità; essere buoni d'una tal maniera è una malattia per lo spirito.
Essi cedono, questi buoni, si arrendono; il cuore loro ripete e la loro ragione obbedisce: ma colui che obbedisce non ode sè stesso.
Tutto ciò che i buoni chiamano male deve ricongiungersi per far nascere una verità: oh, fratelli, siete abbastanza cattivi per questa verità?
L'audacia temeraria, la lunga diffidenza, il crudele no, il disgusto, l'incidere nella vita, – come raramente tutto questo si riunisce! È da tali germi però – che nasce la verità.
Presso la cattiva coscienza, nacque finora ogni scienza! Spezzate, spezzatemi le tavole antiche, voi che cercate la conoscenza!
8.
Quando vi son delle travi sull'acqua, quando ponti e parapetti varcano il fiume: allora non si crederà a chi dice: «Tutto è nel fiume».
Gli stolti anzi, essi stessi contraddiranno. «Come? essi dicono, tutto è nel fiume? Le travi e le balaustrate sono però al di sopra del fiume!».
«Al disopra del fiume tutto è solido, i valori delle cose, i ponti, le nozioni, ciò ch'è «bene» e «male»; tutto questo è solido!» –
E quando giunge l'inverno, che è il domatore dei fiumi, i più maliziosi imparano a diffidare; e, in verità, non sono gli stolti soltanto che dicono allora: «Non dovrebbe ogni cosa – essere immobile?»
«Nel fondo tutto è immobile» – ecco un giusto insegnamento dell'inverno, una buona cosa per i tempi sterili, una buona consolazione per il sonno invernale ed i sedentari.
«Nel fondo tutto è immobile», – ma ecco, a dirci il contrario, il vento che disgela.
Il vento del disgelo, un toro che non ara – un toro furioso e distruttore che sferza il ghiaccio con le corna, adirato! Ma il ghiaccio – rompe i ponticelli!
O fratelli! Non è tutto ora nel fiume? Tutte le balaustrate e tutti i ponticelli non sono forse caduti nell'acqua? Chi s'atterrebbe ancora al bene e al male? «Guai a voi! Gloria a noi! Il vento del disgelo s'è alzato!». Predicate così, o fratelli, per tutte le vie!
9.
Esiste una vecchia follia che si chiama bene e male. La strada di questa follia ha girato finora intorno agli indovini e agli astrologhi.
Si credeva un tempo agli indovini e agli astrologhi; ed è perciò che si credeva: «Tutto è destino: tu devi, perchè bisogna!».
Si diffidò poi di tutti gli indovini e di tutti gli astrologhi, ed ecco perchè si cedette: «Tutto è libertà: tu puoi, perchè vuoi!».
O fratelli! sulle stelle e sull'avvenire non si fecero sinora che supposizioni, senza sapere: ed ecco perchè sul bene e sul male non si fecero che supposizioni senza mai sapere!
10.
«Non devi rubare! Non devi uccidere!» – tali parole si chiamavano sante una volta; – si chinavan dinanzi ad esse le ginocchia e la testa, e si levavan le scarpe. Ma io vi chiedo: dove ci furono mai al mondo briganti peggiori ed assassini di tali sante parole?
Non è forse nella stessa vita – rubare ed uccidere? E santificando tali parole non s'assassinò la stessa verità?
Oppure era un sermone della morte che santificava tutto ciò che contraddiceva e sconsigliava la vita? – Oh miei fratelli, spezzate, spezzatemi le vecchie tavole!
11.
Questa è la mia compassione verso tutto il passato che io veggo: esso è abbandonato, –
– alla grazia, allo spirito, alla follia di tutte le generazioni dell'avvenire, che trasformeranno ciò che fu, in un ponte: per esse medesime!
Un gran despota potrebbe venire, un demonio maligno, che forzerebbe tutto il passato con la sua grazia e la sua disgrazia: fin che il passato non divenisse per lui un ponte, un segnale, un araldo, e un canto di gallo.
Ma questo è l'altro pericolo e l'altra mia pietà: il pensiero di colui che appartiene al volgo non risale che dall'avo, – ma, coll'avo, cessa per lui il tempo.
Così tutto il passato è abbandonato: giacchè potrebbe venire un giorno in cui il volgo divenisse signore e travolgesse nell'acqua torbida il tempo intero.
Ecco perchè, miei fratelli, ci vuole nobiltà nuova, avversaria di tutto ciò ch'è volgo e despotismo, una nobiltà che su nuove tavole scriva «nobile».
Ci vogliono infatti molti nobili perchè ci sia nobiltà. Oppure come dissi in parabola: «Questa è precisamente la divinità, che ci siano molti dèi, ma nessun Dio».
12.
Fratelli, vi consacro ad una nuova nobiltà che vi rivelo: voi dovete essere per me creatori ed educatori – seminatori dell'avvenire, –
– invero, non d'una nobiltà che possiate acquistare come dei mercanti e con la loro moneta: giacchè ciò che ha il suo prezzo ha poco valore.
Non è l'origine vostra che sarà, d'ora innanzi, il vostro onore, ma è il vostro scopo! La vostra volontà e il vostro passo che vuol sorpassare voi stessi, – sia questo il vostro nuovo onore!
In verità, l'onor vostro non è l'aver servito un principe – che importano ancora i principi! – oppure l'esser divenuti puntelli di ciò ch'era saldo, perchè fosse ancora più saldo!
Non che la razza vostra sia divenuta cortigiana alla corte e che voi abbiate imparato ad essere variopinti come l'airone che sta in piedi lunghe ore presso l'acqua stagnante:
– giacchè saper tenersi in piedi è un merito per i cortigiani, e tutti i cortigiani credono che il permesso di star seduti sia una delle felicità di cui godranno dopo la morte! E neppur che uno spirito ch'essi chiamano santo abbia condotto gli antenati in terre promesse che io non lodo; poichè nel paese ove cresce il peggiore degli alberi, la croce, – non v'è nulla da lodare! –
– e in verità, dovunque quello «spirito santo» ha condotto i suoi cavalieri – eran sempre preceduti da capre, da oche o da pazzi!
Oh miei fratelli, non è indietro che deve guardare la vostra nobiltà, ma avanti! Voi dovete essere espulsi da tutte le patrie e da tutti i paesi dei vostri antenati!
Voi dovete amare il paese dei vostri figli: questo amore sia la vostra nuova nobiltà, il paese inesplorato dei mari lontani! Ordino alle vostre vele di cercarlo senza riposo!
Voi dovete far ammenda nei vostri figli d'essere i figli dei vostri padri: è così che riscatterete tutto il passato! Io pongo sopra di voi questa tavola nuova!
13.
«A che prò vivere! Tutto è vano! Vivere – è trebbiare la paglia; vivere – è bruciarsi e non arrivare a scaldarsi.» –
Queste vecchie chiacchiere sono ancor oggi considerate «saggezza»; sono vecchie, senton di chiuso, e perciò si onoran di più. Anche la muffa nobilita.
I fanciulli possono parlare così: essi temono il fuoco, poichè esso brucia. Vi sono molte puerilità nei vecchi libri della saggezza.
E colui che sempre trebbia la paglia come dovrebbe dir male del trebbiare? Bisognerebbe turare la bocca a simili pazzi.
Alcuni si seggono a tavola e non portano niente, neppure un buon appetito: – e bestemmiano che «tutto è vano!».
Ma bere e mangiar bene, o miei fratelli, non è, in verità, arte vana! Spezzate, spezzatemi le tavole degli eterni scontenti!
14.
«Per il puro tutto è puro» – dice il popolo. Ma io vi dico: per i maiali tutto diviene impuro!
Per questo gli esaltati e gli umili che inchinano il cuore, predicano così: «il mondo stesso è un mostro fangoso».
Giacchè tutti costoro hanno lo spirito impuro; soprattutto quelli che non han tregua o riposo finchè non vedono il mondo dal rovescio – gli allucinati!
È ad essi che io dico sul viso, sebbene ciò non sia cortese: in questo il mondo somiglia all'uomo, esso ha il suo didietro – ciò è vero!
V'è molto fango nel mondo: questo è vero! Ma non è a causa di ciò che il mondo è un mostro immondo!
La saggezza vuole che vi siano nel mondo molte cose che puzzano: lo stesso disgusto crea forza ed ali che presagiscono le pure fonti.
I migliori hanno qualche cosa che ripugna, e lo stesso migliore è qualcosa che dev'essere superata!
Oh, fratelli, v'è molta saggezza nel fatto che vi sia tanto fango nel mondo! –
15.
Ho inteso pii che vivono fuori del mondo, dire alla loro coscienza parole simili a queste, e, in verità senza malizia ed astuzia, – sebbene non vi sia nulla di più falso sulla terra, nè nulla di peggio.
«Lasciate dunque che il mondo sia il mondo! Non movetigli contro neppure un dito!».
«Lasciate chi vuole strangolare la gente, ammazzarla, scorticarla, tosarla: neppure un dito alzategli contro. Impareranno così la rinunzia del mondo».
«E la tua stessa ragione – dovresti prenderla per la gola e strozzarla, giacchè questa ragione è del mondo; – così imparerai tu stesso a rinunziare al mondo».
Spezzate, spezzatemi, o fratelli, queste vecchie tavole della gente pia! Frantumatemi le parole dei calunniatori del mondo!
16.
«Chi molto impara, disimpara ogni desiderio violento» – è ciò che si mormora oggi in tutti i vicoli oscuri. «La saggezza affatica, nulla ha pregio, non bramar cosa alcuna» – questa nuova tavola trovai appesa anche nella pubblica via.
Spezzate, o fratelli, spezzatemi questa tavola nuova! La sospese la gente affaticata del mondo; i preti della morte e i carcerieri; poichè, vedete, è pure un sermone in favore della schiavitù.
Essi impararono male e non le cose migliori; e tutto troppo presto e troppo rapidamente: mangiarono male e perciò si guastaron lo stomaco, –
– giacchè il loro spirito è uno stomaco guasto: esso consiglia la morte! Poichè, in verità, fratelli, lo spirito è uno stomaco!
La vita è una fonte di gioia: ma per colui che lascia parlare il suo stomaco guasto, padre della tristezza, tutte le fonti sono avvelenate.
Conoscere: è gioia per colui che ha la volontà del leone. Ma chi è stanco è tollerato, questi diviene il giuoco di tutte le onde.
E così fanno tutti gli uomini deboli: si perdono sui loro cammini. E la loro stanchezza finisce per chiedersi: «Perchè abbiamo seguito questa via? Tutto è uguale!».
Ad essi è piacevole sentir predicare: «Niente ha valore! Voi non dovete volere!» Questo è però un sermone alla servilità.
O fratelli! Zarathustra arriva come una folata fresca di vento per tutti coloro che sono stanchi del loro cammino; starnuteranno molti nasi a causa di lui.
Il respiro mio libero soffia anche attraverso i muri, nelle prigioni e negli spiriti incarcerati –
– la volontà libera: giacchè la volontà è creatrice; è questo che insegno. E non è che per creare che dovete imparare!
E da me soltanto dovete imparare, imparare a bene imparare! – Ascolti chi ha orecchie!
17.
Pronta è la barca – essa va laggiù, forse nel gran nulla, – ma chi vuole imbarcarsi verso questo «forse?».
Nessuno di voi vuol imbarcarsi su la barca della morte. Perchè volete allora essere stanchi del mondo?
Stanchi del mondo! E non foste ancora rapiti alla terra! Sempre vi trovai desiderosi della terra, innamorati della vostra stessa stanchezza!
Non invano avete il labbro che pende: c'è ancora su di esso un piccolo desiderio terreno! E non fluttua nell'occhio vostro una piccola nube di gioia terrestre che ancor non avete obliata?
Vi son sulla terra molte buone invenzioni, utili alcune, le altre piacevoli; ecco perchè si deve amare la terra. E alcune invenzioni son tanto buone che assomigliano al seno di donna: utili e insieme piacevoli.
Ma voi stanchi del mondo! Voi pigri! Ci vuole per voi la carezza delle verghe! A colpi di verghe bisogna ridarvi agilità alle gambe.
Poi che se non siete malati, omiciattoli di cui è stanca la terra, voi siete più scaltri, oppure golose gatte rincantucciate. E se non volete ricominciare a correr giulivi, voi dovete sparire!
Non bisogna voler essere medico degli incurabili: insegna così Zarathustra – dovete quindi sparire!
Ma ci vuol più coraggio per fare una fine, che un verso nuovo: è ciò che tutti i medici sanno e tutti i poeti.
18.
Fratelli miei, ci sono tavole create dalla fatica e tavole create dalla pigrizia, la putrida: ed anche se dicon la medesima cosa bisogna ascoltarle diversamente.
Vedete quest'essere languido! Non è più lontano d'un piccolo palmo dalla sua mèta; ma per la fatica s'accasciò nella sabbia: il valoroso!
Egli sbadiglia di fatica, alla via, alla terra, alla mèta, a sè stesso: non vuole avanzare d'un passo, il valoroso! Ora il sole dardeggia i suoi raggi su lui, e i cani vorrebbero leccargli il sudore; ma egli giace nella sua caparbia e preferisce languire: –
– languire a un palmo dalla sua mèta! E, in vero, bisognerà che lo tiriate pei capelli verso il suo cielo, – l'eroe!... Ma val meglio che là lo lasciate dove s'è messo a giacere, perchè lo raggiunga il sonno consolatore, con uno scroscio di pioggia rinfrescante;
– lasciate che giaccia fin che si risvegli da sè – fin che respinga da sè la fatica e tutto ciò che la fatica gl'insegna!
Ma cacciate lungi da lui, o fratelli, quei cani, i pigri sornioni, e tutto quel formicolio brulicante: –
– tutto il formicolio brulicante dei «colti», che si nutre del sudore degli eroi!
19.
Traccio circoli intorno a me e santi confini; sempre più pochi salgon con me sulle montagne sempre più alte: io alzo una catena di monti sempre più santi.
Ma ovunque vogliate ascender con me, o fratelli vegliate perchè non salgan con voi parassiti!
Parassita: è un verme che striscia e s'insinua, e vuole ingrassarsi a spese delle vostre piaghe segrete.
E questa è l'arte sua, d'indovinare ove sono stanche le anime che salgono: è nella vostra afflizione e nella vostra scontentezza, nel fragile vostro pudore, ch'esso costruisce il nido suo ripugnante.
Là ov'è debole il forte, là ove il nobile è troppo indulgente, – è là ch'esso edifica il ripugnante suo nido: il parassita abita ove il grande ha piaghe segrete.
Qual'è la specie più alta nell'essere e la specie più bassa? Il parassita è la specie più bassa, ma colui ch'è della specie più alta nutre più parassiti.
Giacchè l'anima che ha la scala più lunga e può discender più basso: come non porterebbe sovra di sè più gran numero di parassiti? –
– l'anima più vasta, capace di correre in mezzo a sè stessa e di smarrirsi e d'errare più a lungo; quella ch'è più necessaria e si precipita per la gioia, nel caso:
– l'anima che esiste e s'immerge nel divenire; l'anima che possiede, che vuole entrar nel volere e nel desiderio –
– l'anima che fugge sè stessa e che sè stessa raggiunge nel cerchio più vasto; l'anima più saggia che la follia invita con maggior dolcezza: –
– l'anima che s'ama di più, ove hanno tutte le cose la loro salita e la loro discesa, il loro flusso e il loro riflusso: – o come non dovrebbe l'anima più alta non albergare i peggior parassiti?
20.
O fratelli, sono dunque crudele? Ma vi dico: a ciò che cade bisogna dare anche un urto!
Tutto quello ch'è d'oggi – cade e si decompone: chi dunque vorrebbe tenerlo? Ma io – io voglio urtarlo!
Conoscete voi la voluttà che precipita le rocce negli abissi profondi? – Questi uomini d'oggi: guardate un po' come rotolano nella mia profondità.
Io sono un preludio d'arte migliore, o fratelli! Un esempio! Fate secondo il mio esempio!
E se v'è qualcosa a cui non insegnate a volare, insegnatele almeno a cadere più presto!
21.
Amo i valorosi: ma non basta essere un buon schermitore, – bisogna anche sapere chi si colpisce!
E sovente v'è maggiore bravura ad astenersi e a passare: per riservarsi ad un nemico più degno!
Voi non dovete avere che nemici che meritano odio, ma non nemici che meritano sdegno: dovete esser fieri dei vostri nemici: è ciò che già un tempo insegnai.
Dovete riservarvi a nemico più degno, amici: ecco perchè molti ve ne sono dinanzi ai quali bisogna passare, – soprattutto dinanzi a molta plebe che vi fa rumore alle orecchie parlandovi di nazioni e di popoli.
Non si lasci l'occhio vostro offuscare dal loro «pro» e dal loro «contro!». V'è là molta giustizia e ingiustizia: chi è spettatore s'adira.
Esser spettatori e picchiare – è l'opera di un istante; ecco perchè andate nei boschi e lasciate riposar le spade! Seguite il vostro cammino e lasciate che nazioni e popoli seguano il loro! – Oscuri cammini, in verità, dove più non brilla alcuna speranza!
Può regnare il mercante, là ove ciò che brilla – non è che vile moneta! Non è più il tempo dei re: ciò che si chiama oggi popolo non merita re.
Guardate dunque come queste nazioni imitano adesso i mercanti; esse raccolgono i più minuti vantaggi anche nelle immondizie!
Si spiano, s'imitano, – è ciò che chiamano «buona vicinanza». Oh, tempo felice, tempo lontano quando un popolo diceva: «sopra altri popoli io voglio – esser signore!».
Giacchè, o fratelli, ciò che di meglio esiste deve regnare, ciò che v'è di meglio vuole regnare. E dove impera un'altra dottrina, manca il meglio.
22.
Se questi – avessero il pane gratuito, guai! A chi griderebbero? Il loro sostentamento – è il loro vero trattenimento; e bisogna che dura sia la loro vita!
Sono animali selvaggi: nel loro «lavoro» – c'è ancora del furto; nel loro «merito» c'è l'astuta sopraffazione. Bisogna perciò render loro dura la vita!
Devon perciò divenire le migliori bestie da preda, più fini ed astute, bestie più simili all'uomo: giacchè l'uomo è il migliore animale da preda.
L'uomo già conquistò la virtù d'ogni bestia, ed ecco perchè di tutte le bestie l'uomo ebbe la vita più dura.
Soltanto gli uccelli sono ancora al di sopra di lui. E se l'uomo imparasse anche a volare, guai a lui! a quale altezza – volerebbe la sua bramosia di rapina!
23.
Così voglio l'uomo e la donna: adatto l'uomo a la guerra, l'altra a partorire, ma atti entrambi a danzare con la testa e le gambe.
E ogni giorno in cui non danziamo almeno una volta, sia perduto per noi! E falsa ci sembri ogni verità che non desti il riso almeno una volta!
24.
Il vostro conchiuder matrimoni: badate che non sia una conclusione cattiva! Voi concludete troppo presto: ne segue dunque – una rottura!
Ed è meglio rompere il matrimonio che curvarsi e mentire. – Ecco ciò che mi disse una donna: «ruppi, è vero, i legami del matrimonio, ma il matrimonio m'aveva prima spezzata!».
Sempre trovai che i male accoppiati erano i vendicativi peggiori: si vendicavano con tutto il mondo, perchè non potevano più camminar separati.
Voglio perciò che dican gli onesti: «Noi ci amiamo: lasciateci pensare al modo di serbarci l'amore! O pure sarebbe, la nostra promessa, una scommessa?».
– «Dateci un termine, un breve matrimonio perchè possiamo convincerci d'esser capaci d'una lunga unione! È una gran cosa essere sempre in due!».
Questo io consiglio a tutti gli onesti; e che sarebbe dunque l'amor mio per il superuomo e per tutto ciò che deve venire, se consigliassi o parlassi altrimenti?
Non soltanto dovete espandervi, ma elevarvi – a ciò, o miei fratelli, v'aiuti il giardino del matrimonio!
25.
Colui che divenne sapiente circa le origini antiche, finirà per cercare le fonti dell'avvenire e delle origini nuove.
O miei fratelli, non passerà molto tempo fino a che sorgano popoli nuovi, fino a che nuove sorgenti gorgoglino nel loro profondo.
Il terremoto, infatti, estingue molte sorgenti e crea molta sete: ma porta anche alla luce forze interiori e misteri. Il terremoto rivela nuove sorgenti. Nel cataclisma dei popoli antichi, irrompono nuove sorgenti.
E colui che grida: «Guardate dunque, ecco una fonte per molti assetati, un cuore per molti languidi, una volontà per molti strumenti»: – attorno a lui si raccoglie un popolo, cioè: molti che cercano.
Chi può comandare, chi deve obbedire – ecco ciò che ivi si prova! Ah, con quante lunghe ricerche, divinazioni, consigli, esperienze e nuovi tentativi!
La società umana è un tentativo, ecco quello che insegno, una lunga ricerca; ma essa cerca colui che comanda! Un tentativo, fratelli e non un «contratto». Spezzate, spezzatemi questa parola dei teneri di cuore!
26.
Oh, fratelli! ov'è il più grande pericolo di tutto l'umano avvenire? Non è presso i buoni ed i giusti?
– presso quelli che parlano e che sentono nel cuore: «noi già sappiamo ciò ch'è buono ed è giusto, noi l'abbiamo; guai a coloro che vogliono ancora cercarlo!»
E qualunque sia il male che possono fare i cattivi: il male dei buoni è il più nocivo di tutti!
E qualunque sia il male che possono fare i calunniatori del mondo, il male dei buoni è il più nocivo di tutti! Fratelli, un giorno qualcuno guardò nel cuore dei buoni e dei giusti e disse: «son farisei». Ma non fu compreso.
I buoni ed i giusti essi stessi non dovevan comprenderlo: il loro spirito è prigioniero nella loro buona coscienza. La stoltezza dei buoni è un'accortezza impenetrabile.
Ma questa è la verità: bisogna che i buoni siano farisei, – non hanno scelta!
Bisogna che i buoni crocifiggano colui che s'inventa la sua propria virtù! Questa è la verità.
E il secondo che scoperse il loro paese, – il paese, il cuore, il terreno dei buoni e dei giusti: fu quegli che chiese: «Chi odiano essi di più?». Il Creatore, odiano essi di più: colui che frange le tavole ed i vecchi valori, il frangitore, – è lui che chiamano il delinquente.
Giacchè i buoni – non possono creare: essi sono sempre il principio della fine: –
– essi crocifiggono colui che scrive nuovi valori su tavole nuove, sacrificano l'avvenire per sè medesimi,
– crocifiggono tutto l'avvenire degli uomini!
I buoni – furono sempre il principio della fine.
27.
O fratelli, avete compresa voi pure questa parola? e quello che dissi un giorno dell'«ultimo uomo?».
Presso chi v'è maggiore pericolo per l'avvenire degli uomini? Non forse presso i buoni ed i giusti?
Spezzate, spezzatemi i buoni ed i giusti! – Oh, fratelli, avete compreso voi pure questa parola?
Voi fuggite da me? Siete spaventati? Tremate dinanzi a questa parola?
O fratelli, soltanto quando vi dissi di spezzare i buoni e le tavole dei buoni, imbarcai l'uomo su l'alto mare. Ed è ora soltanto che gli viene grande terrore, il profondo sguardo che investiga, la gran malattia, il gran male di mare.
I buoni vi mostrarono infide coste, false sicurezze; voi nasceste fra le menzogne dei buoni e vi rimaneste nascosti. I buoni han falsato e contraffatto fin in fondo ogni cosa. Ma colui che scoperse il paese «uomo» scoperse al tempo medesimo «l'avvenire degli uomini». Voi dovete essere adesso per me marinai bravi e pazienti! Camminate diritti e presto, o fratelli; imparate a camminar diritto! Il mare è agitato: molti hanno bisogno di voi per drizzarsi di nuovo.
Il mare è agitato: tutto è nel mare. Ebbene! Su via! vecchi cuori di marinai!
Che importa la patria! Noi vogliam veleggiare laggiù verso il paese dei nostri figli! Laggiù, più tempestoso del mare, s'agita il nostro gran desiderio.
29.
«Perchè così duro? chiese un giorno al diamante il carbone da cucina; non siam forse parenti vicini?»
Perchè così teneri? O fratelli, vi chiedo: non siete voi dunque – i miei fratelli?
Perchè così teneri, deboli, arrendevoli? Perchè v'è tanta rinunzia, tanto sacrificio nei vostri cuori? così poco destino nel vostro sguardo?
E se non volete esser inesorabili come il fato: come potreste un giorno vincer con me?
E se non vuol brillare la vostra durezza, e dividere e incidere: come potrete voi creare, un giorno, con me?
Giacchè i creatori sono duri. E deve sembrarvi beatitudine imprimere la mano vostra nei secoli come su cera, – beatitudine scriver sulla volontà dei millenni, come su bronzo – più duro del bronzo, più nobile del bronzo. Il più duro soltanto è il più nobile.
O fratelli, pongo sopra di voi questa nuova tavola: divenite duri!
30.
O mia volontà! Tu che allontani tutti i bisogni, tu, mia necessità! Salvami da tutte le tue piccole vittorie.
O missione dell'anima mia che chiamo destino! Tu che sei in me e al di sopra di me! Salvami e riservami per un grande destino!
E la tua grandezza suprema, o mia volontà, conservala per la fine – perchè tu sia implacabile nella tua vittoria! Ahimè, chi non soccombe alla sua vittoria?
Ahimè, qual occhio non s'oscurò in questo crepuscolo? Ahimè, qual piede non vacillò incapace di reggersi in piedi – nella vittoria! –
– Affinchè un giorno io sia pronto e maturo per il grande meriggio: pronto e maturo come il bronzo ardente, come nube gravida di folgore e mammella gonfia di latte: –
– pronto a me stesso e alla mia volontà più nascosta: un arco desideroso della sua freccia, una freccia desiderosa della sua stella: –
– una stella pronta e matura nel suo meriggio, ardente, trafitta, felice delle freccie del sole che la distruggono: –
– sole essa stessa, e implacabile volontà di sole, pronta a distruggere nella vittoria!
O volontà, tu che allontani ogni miseria, tu mia necessità! Riservami per una grande vittoria!
Così parlò Zarathustra.
IL CONVALESCENTE
Un mattino, poco tempo dopo il suo ritorno nella caverna, Zarathustra balzò dal suo giaciglio come un folle, gridò con formidabile voce, gesticolando quasi fosse sul suo giaciglio un altro che non volesse alzarsi; e la voce di Zarathustra risuonava in modo così terribile che i suoi animali, spaventati, gli si accostarono, e da tutte le grotte e da tutti i nascondigli vicini alla caverna di Zarathustra, gli animali fuggirono – volando, saltellando, strisciando, saltando, secondo la natura dei loro piedi e delle loro ali. Zarathustra allora disse:
– Alzati, pensiero vertiginoso, sorgi dal mio profondo! Io sono il tuo canto del gallo e l'alba tua mattutina, verme addormentato: alzati! La voce mia deve ben svegliarti!
Spezza i lacci delle tue orecchie: ascolta! Giacchè io voglio che tu parli! Alzati! V'è qui abbastanza tuono perchè imparino ad ascoltare anche i sepolcri!
Sfrega gli occhi tuoi a fin di scacciare il sonno, la miopia, l'accecamento. Ascolta me pure con gli occhi tuoi: la voce mia è un rimedio anche per i ciechi nati.
E quando ti sarai destato una volta, rimarrai desto per sempre. Non è mia abitudine, destare dal sonno avi antichi per dir loro di riaddormentarsi!...
Ti muovi, ti distendi e russi? Su, su! non russare ma parla! Zarathustra ti chiama, Zarathustra l'empio!
Io, Zarathustra, l'affermatore della vita, l'affermatore della pena, l'affermatore dell'eterno ritorno, è te che chiamo, il più profondo dei miei pensieri!
O gioia! Tu vieni, – io ti sento! Il mio abisso parla, l'ultima mia profondità è costretta a far ritorno alla luce! O gioia! Vieni qui! Dammi la mano... Ah! Lascia! Ah, ah... disgusto, disgusto, disgusto!... guai a me!
Ma Zarathustra aveva appena dette queste parole che precipitò al suolo come un morto. Quando tornò in se, era pallido e tremante; rimase coricato a lungo, e non volle mangiare nè bere. Per sette giorni restò in quello stato; ma i suoi animali non l'abbandonarono nè il giorno nè la notte, e soltanto l'aquila volava qualche volta per cercar cibo. E deponeva presso il giaciglio di Zarathustra ciò che rapiva: di modo che Zarathustra finì per esser sepolto sotto le bacche gialle e rosse, e i grappoli, e le mele rosate, le erbe odoranti e le pigne. E giacevano ai suoi piedi due agnelli che l'aquila aveva, con gran fatica, rubato ai pastori.
Infine, dopo sette giorni, Zarathustra si drizzò sul giaciglio, prese una mela rosata fra le mani, l'odorò e gioì della grata fragranza. Allora gli animali credettero giunta l'ora di parlargli:
«O Zarathustra – dissero, – sono sette giorni che tu giaci con occhi pesanti: non vuoi rimetterti in piedi?
Esci dalla tua caverna: il mondo ti attende come un giardino. Il vento si transtulla coi profumi carichi che vogliono venire a te; e tutti i ruscelli vorrebbero correrti incontro.
Tutte le cose ti sospirano, ora che da sette giorni sei solo, – esci dalla tua caverna! Tutte le cose vogliono medicarti.
Venne a te una conoscenza novella, pesante e carica? Ti sei coricato là come una pasta che fermenta, l'anima tua si gonfiava e traboccava oltre gli orli».
«O miei animali, rispose Zarathustra, continuate a ciarlare così e lasciate che ascolti! Mi confortano le vostre chiacchiere: ove si ciarla il mondo mi sembra disteso dinanzi a me come un giardino.
Quale dolcezza v'è nelle parole e nei suoni! Non sono le parole ed i suoni arcobaleni e ponti illusori fra esseri separati per sempre?
A ogni anima appartiene un altro mondo, per ogni anima ogni altra anima è un mondo dell'al di là.
È fra le cose più somiglianti che ingannano i miraggi più belli; giacchè gli abissi più stretti sono i più difficili a varcarsi.
Per me – come vi sarebbe qualcosa fuori di me? Non v'è nulla di estraneo a me! Ma tutti i suoni me lo fanno dimenticare; come è dolce poterlo dimenticare!
Non furono dati alle cose nomi e suoni perchè l'uomo ne riceva conforto? – È dolce follia il linguaggio: parlando l'uomo danza su tutte le cose.
Come è dolce ogni parola, come sono dolci tutte le menzogne dei suoni! I suoni fanno danzare il nostro amore sopra variopinti arcobaleni».
«O Zarathustra – dissero allora gli animali – per quelli che pensano come noi, sono le stesse cose che danzano: tutto viene e si tende la mano, e ride e fugge – e ritorna.
Tutto va, tutto ritorna; la via dell'esistenza gira eternamente. Tutto muore, tutto fiorisce di nuovo, il ciclo dell'esistenza si persegue eternamente.
Tutto si spezza, tutto si ricongiunge, eternamente si costruisce l'edifizio dell'esistenza. Tutto si separa, tutto si saluta di nuovo; l'anello dell'esistenza resta eternamente fedele a sè stesso.
A ogni momento l'esistenza comincia; attorno a ogni «qui» si svolge la palla «là». Ovunque è il centro. Tortuoso è il sentiero dell'eternità».
«O buffoni e organetti! – rispose Zarathustra, sorridendo di nuovo – come bene sapete ciò che in sette giorni doveva compirsi: – e come quel mostro mi scese in gola per soffocarmi! Ma coi denti io gli morsi la testa e lungi da me la sputai.
E voi – voi già ne avete fatta una canzone! Ma ora sono qui giacente, stanco d'aver morso e sputato, malato ancora della mia redenzione.
E voi guardate tutto ciò? O miei animali, siete dunque crudeli anche voi? Avete voluto guardare il grande dolore come fanno gli uomini? Giacchè l'uomo è il più crudele di tutti gli animali.
È nell'assistere a tragedie, a lotte di tori, a crocifissioni, che finora fu più lieto qui in terra; e quando inventò l'inferno, fu, in verità, il suo paradiso quaggiù.
Quando grida l'uomo grande: – subito gli corre vicino il piccolo; e l'invidia gli fa penzolare fuor dalla bocca la lingua. Ma egli chiama ciò «compassione».
Vedete il piccolo uomo, soprattutto il poeta – con quanto ardore accusano le sue parole la vita! Ascoltatele, ma non vi sfugga il piacere ch'egli prova nell'accusare! Questi accusatori della vita, la vita li soggioga con uno sguardo. «Tu mi ami? – dice la sfrontata – attendi un poco, non ho ancora tempo per te».
L'uomo è contro sè stesso il più crudele animale; – e verso tutti quelli che si chiamano «peccatori» e «portatori di croce» e «penitenti», non vi sfugga la voluttà che è tra i loro lamenti e le accuse!
Ed io stesso – voglio esser con ciò l'accusatore dell'uomo? Ah, miei animali, è necessario il male più grande per il maggiore bene dell'uomo; è l'unica cosa che finora imparai, –
– il male più grande è la parte migliore della forza dell'uomo, la pietra più dura per il supremo creatore; bisogna che l'uomo si faccia migliore e più cattivo...
Non sono stato confitto in croce perchè so che l'uomo è cattivo – ma gridai come nessuno ancora gridò:
«Ahimè! perchè la sua cattiveria peggiore è tanto piccola! Ah, perchè è tanto piccola la sua migliore bontà!».
Il grande disgusto dell'uomo – esso mi ha soffocato entrandomi in gola, e anche ciò che disse il profeta: «Tutto è inutile, nulla vale, il sapere soffoca!».
Un lungo crepuscolo mi si strascicava davanti, una tristezza stanca ed ebbra fino alla morte, che diceva con voce interrotta dallo sbadiglio:
«Egli sempre ritorna, l'uomo di cui tu sei stanco, il piccolo uomo» – così diceva la mia tristezza, e zoppicava senza poter addormentarsi.
La terra degli uomini, si trasformava per me in caverna, si fendeva il suo seno, tutto ciò ch'è vivente diveniva per me umana putredine, e passato in rovina.
I miei sospiri si chinavano su tutti gli umani sepolcri e non potevan risorgere; i miei sospiri e le mie domande si rodevano, soffocavano, si lamentavano di giorno e di notte:
«Ahimè! sempre l'uomo ritorna! Torna sempre il piccolo uomo!».
Li vidi nudi una volta, l'uomo più piccolo e quello più grande: troppo simili l'uno all'altro – troppo umani, anche il più grande! Troppo piccolo il più grande! – Fu quella la mia stanchezza d'ogni esistenza!
E l'eterno ritorno anche di quello più piccolo! Fu questa la mia stanchezza d'ogni esistenza!
Ahimè, disgusto! disgusto! disgusto!... – Così parlò Zarathustra, sospirando e tremando, giacchè ricordava la sua malattia. Ma allora non lo lasciarono parlar oltre i suoi animali.
«Non continuare, convalescente! – così gli risposero i suoi animali. – Ma esci di qui, va dove il mondo t'attende, come un giardino. Va presso i rosai, le api e gli sciami di colombe! Va soprattutto presso gli uccelli cantori: perchè t'insegnino il canto!
Poichè il canto s'addice ai convalescenti; quegli che è sano può parlare. E se colui che è sano vuole canzoni, vuole altre canzoni che non quelle del convalescente».
«O buffoni e organetti, tacete! – rispose Zarathustra ridendo degli animali. – Come ben conoscete il conforto che a me stesso inventai in sette giorni!
Che di nuovo io debba cantare – inventai per me il conforto e questa convalescenza. Volete anche di ciò fare una canzone?».
«Cessa di parlare, – da capo gli risposero gli animali, – tu che sei convalescente, preparati piuttosto una lyra, una nuova lyra! Giacchè, vedi, o Zarathustra, per i nuovi tuoi canti t'abbisogna una nuova lyra.
Canta, Zarathustra, e i canti tuoi risuonino come tempeste; guarisci l'anima tua con canti novelli, affinchè tu possa portare il tuo grande destino, che non fu ancora il destino di alcuno!
Poi che i tuoi animali sanno bene chi sei, Zarathustra, e chi tu devi diventare: ecco, tu sei il profeta dell'eterno ritorno, – questo è ora il tuo destino!
Tu devi per primo insegnare questa dottrina, – come questo grande destino non sarebbe esso pure il tuo più grande pericolo e la più grande tua malattia?
Vedi, noi sappiamo ciò che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano, che noi stessi ritorniamo con esse, che noi fummo già innumeri volte, e tutte le cose con noi.
Tu insegni che c'è un grande anno del divenire, un mostro fuor d'ogni limite grande: bisogna che, come clessidra, esso si capovolga sempre per vuotarsi di nuovo: – di modo che – tutti questi anni si assomiglino, nelle cose più grandi e in quelle più piccole, – di modo che siamo noi stessi simili a noi, in questo grande anno, nelle maggiori e nelle minime cose.
E se tu volessi ora morire, Zarathustra: ecco noi sappiamo anche come tu parleresti a te stesso: – ma ti supplicano i tuoi animali di non morire ancora!
Tu parlasti senza tremare ed emettesti piuttosto un sospiro di letizia giacchè un grande peso ed una grande angoscia si leverebbe da te, da te il più paziente. «Ora muoio e sparisco, diresti, e non sarò più nulla fra un istante. Le anime sono mortali al pari del corpo. Ma l'intreccio delle cause in cui sono avvolto tornerà un giorno – e di nuovo mi creerà! Faccio parte io stesso delle cause d'un eterno ritorno.
Con questo sole tornerò, con questa terra, con quest'aprile e questo serpente – non per una vita nuova, nè per una vita migliore o somigliante
– ritornerò sempre per questa medesima vita; la stessa, nelle grandi e nelle piccole cose, per insegnare di nuovo l'eterno ritorno.
– per proclamare di nuovo la parola del grande meriggio della terra e degli uomini, per annunziare di nuovo, agli uomini, il superuomo.
Dissi la mia parola, la mia parola mi spezza: così vuole il mio eterno destino, – tramonto come un annunziatore!
L'ora adesso è venuta, nella quale chi sparisce benedice sè stesso. Così finisce il tramonto di Zarathustra».
Quando gli animali ebbero pronunciato queste parole, tacquero e attesero che Zarathustra dicesse qualcosa; ma Zarathustra non udiva ch'essi tacevano. Egli giaceva tranquillo, con gli occhi chiusi, come un dormiente, sebben non dormisse, giacchè s'intratteneva con l'anima sua. Ma il serpente e l'aquila, trovandolo così silenzioso, rispettarono il gran silenzio che l'attorniava, e cautamente si allontanarono.
IL GRAN DESIDERIO
O anima mia, io t'insegnai a dire «oggi» come «una volta» e «allora», e a danzare la tua ridda sopra tutto ciò che è qui, e là, e laggiù.
O anima mia, ti liberai da ogni angolo, allontanai da te la polvere, i ragni e la penombra.
O anima mia, tolsi da te il meschino pudore e la virtù degli angoli e ti persuasi a star nuda dinanzi a gli occhi del sole.
Con la tempesta che si chiama «spirito» soffiai sul tuo mare agitato, ne respinsi ogni nube e soffocai perfino quello strangolatore che si chiama «peccato».
O anima mia, io t'ho dato il diritto di dire «no» come la tempesta e di dir «sì» come dice «sì» il cielo aperto: tu sei ora calma come la luce e passi attraverso le tempeste negatrici.
O anima mia, io ti resi la libertà su ciò che è creato e su ciò ch'è increato: e chi, quanto te, conosce la voluttà dell'avvenire?
O anima mia, io t'insegnai il disprezzo che non viene come un tarlo, ma il grande disprezzo, che ama di più ove disprezza.
O anima mia, t'insegnai a persuadere in tal modo che le cause stesse ti s'arrendono: simile al sole che persuade anche il mare a salir alla sua altezza.
O anima mia, levai da te ogni obbedienza, ogni genuflessione, ogni servilità; ti donai io stesso il nome di «affrancata dalla miseria» e di «destino».
O anima mia, ti diedi nuovi nomi e variopinti trastulli e ti chiamai «destino», e «circonferenza delle circonferenze», e «cordone ombelicale del tempo», e «campana azzurra».
O anima mia, donai a bere al tuo dominio terrestre tutta la mia saggezza, tutti i vini nuovi ed anche i vini forti, antichissimi, della saggezza.
O anima mia, versai su di te ogni chiarezza, ogni oscurità, ogni silenzio, ogni desiderio – e allora tu sei cresciuta per me come un ceppo di vite.
O anima mia, tu ora sei pesante e traboccante di ricchezze, un ceppo di vite dalle gonfie mammelle, carico di grappoli d'uva d'un bruno dorato: –
– carica e schiacciata dalla tua felicità, nell'attesa e nell'abbondanza, vergognosa, ancora nell'attesa.
O anima mia, non v'è ora un'anima che ami più della tua, più pronta all'abbraccio e più vasta! Ove dunque avvenire e passato sarebbero più vicini l'un l'altro, se non presso di te?
O anima mia, tutto ti diedi, e le mie mani per te si vuotarono: – e ora! Ora mi dici sorridendo, piena di malinconia: «Chi di noi due deve dir grazie? –
– non è forse il donatore che deve ringraziare chi accettò d'aver preso? Non è un bisogno donare? Non è pietà prendere?».
O anima mia, comprendo il sorriso della tua malinconia: l'abbondanza tua tende ora ella stessa le mani, piena di desìo!
La tua pienezza getta i suoi sguardi sui mari muggenti, e cerca ed attende; il desiderio infinito della pienezza getta uno sguardo attraverso il cielo sorridente degli occhi tuoi!
E, in verità, o anima mia! Chi vedrebbe il tuo sorriso senza lacrime? Piangono gli angeli stessi a causa della troppo grande bontà del tuo sorriso.
È la tua bontà, la tua grande bontà, che non vuol nè lamentarsi nè piangere: e però, anima mia, il tuo sorriso desidera lacrime e la tremante bocca singhiozzi.
«Non è ogni lacrima un lamento? Ed ogni lamento un'accusa?» Così tu parli a te stessa, perchè preferisci sorridere, o anima mia, anzi che diffondere la tua pena,
– diffondere in fiotti di lacrime la pena che ti causa la tua abbondanza, e tutta l'ansietà della vigna per il vendemmiatore e il suo coltello.
Ma se non vuoi piangere, non piangere fino a sazietà la tua purpurea mestizia, bisognerà che tu canti, anima mia! – Vedi, sorrido io stesso, io che te lo predissi:
– cantare con voce potente fino a che diventi silenzioso ogni mare, per il grande tuo desiderio, –
– fino a che sui mari silenziosi e ardenti, scivoli la barca, la meravigliosa barca dorata, nell'oro della quale saltellano tutte le cose buone, maligne, singolari: –
– e molti animali, piccoli e grandi, e tutto ciò che ha gambe strane e leggere, atte a correre su sentieri di viole, –
– verso il mare dorato, verso la libera barca ed il suo signore: ma egli è il vendemmiatore che attende con un coltello di diamante in mano, –
– il grande tuo liberatore, o anima, l'ineffabile – per il quale soltanto troveranno un nome i canti dell'avvenire. E, in verità, già il tuo respiro ha il profumo dei canti dell'avvenire, –
– già tu ardi e tu sogni, già bevi assetata ai risuonanti pozzi consolatori, già riposa la tua mestizia nella beatitudine dei canti a venire! –
O anima mia, tutto ti diedi – anche quello che era il mio ultimo bene; e tutte le mie mani per te si vuotarono:
– averti detto di cantare: ecco fu questo il mio ultimo dono!
Dell'averti detto di cantare, parla, dunque, parla: chi di noi deve ora dir grazie? – Meglio ancora: canta per me, canta, anima mia! E lasciami ringraziare!
Così parlò Zarathustra.
L'ALTRA BALLATA
Ho guardato ora negli occhi tuoi, o Vita; vidi oro scintillare nei tuoi occhi notturni, – questa voluttà fece cessare i battiti del mio cuore: vidi una barca d'oro scintillare sopra acque notturne, una barca d'oro che affondava, si cullava e di nuovo sorgeva!
Tu gettavi uno sguardo verso il mio piede folle di danza, uno sguardo ridente, interrogante, voluttuoso.
Due volte soltanto con le tue piccole mani agitasti i sonagli – e già vibrava il mio piede ebbro di danza.
I miei talloni si tendevano, le dita del mio piede ascoltavano per comprenderti: non porta il danzatore le sue orecchie – nelle dita del piede?
Verso di te io saltai: indietreggiasti allora dinanzi al mio slancio: e mi lambì la lingua dei tuoi lunghi capelli fuggenti e svolazzanti!
Balzai lungi da te e dai tuoi serpenti: tu ti drizzavi di già, colta a mezzo, l'occhio colmo di desiderio.
Con obliqui sguardi – m'insegni obliqui sentieri; su oblique vie impara la malizia il mio piede!
Ti temo vicina, ti amo lontana; la tua fuga m'attira, le tue ricerche mi arrestano: – io soffro, ma che cosa non soffrirei per te volentieri!
Per te, la cui freddezza accende, il cui odio seduce, la cui fuga avvince, il cui scherno commuove?
– chi non t'odierebbe, grande ammaliatrice, sconvolgitrice, seduttrice, cercatrice, trovatrice? Chi non ti amerebbe, ingenua, impaziente, affrettata, peccatrice dagli occhi infantili?
Ove mi conduci ora esempio della virtù e dei vizi? Ed ecco che di nuovo mi fuggi, stordita ed ingrata!
Ti seguo danzando, anche su incerto sentiero. Dove sei? Dammi la mano! Oppure un dito soltanto!
Vi sono caverne e macchie: noi ci smarriremo! – Fermati! Arrestati! Non vedi tu svolazzare intorno pipistrelli e gufi?
Tu gufo! Tu pipistrello! Tu vuoi beffarti di me? Ove siamo? È dai cani che imparasti a urlare e a latrare.
Mi mostrasti graziosa i tuoi denti piccoli e bianchi, i tuoi occhi cattivi mi feriscono a traverso la tua piccola chioma ricciuta!
Questa è una danza per monti e per valli! Io sono il cacciatore: vuoi essere il mio cane, il mio camoscio?
Appressati a me! E più rapida, danzatrice maligna! Ora, in alto! E dall'altra parte! – Guai a te! Saltando caddi io stesso!
Ah, guardami giacere, o petulante! e come imploro la grazia! Mi piacerebbe seguire con te – più grati sentieri! I sentieri dell'amore attraverso i variopinti cespugli! Oppure, laggiù, quelli che costeggiano il lago: vi nuotano e danzano pesci dorati!
Adesso sei stanca? Vi sono laggiù pecore e aurore: non è bello dormire quando i pastori suonano il flauto?
Tu sei tanto stanca? là io ti conduco, lascia soltanto penzolar le tue braccia! Forse tu hai sete? – avrei ben qualche cosa, ma non la vuol ber la tua bocca!
Oh, questo maledetto serpente, agile, svelto, e questa strega! Ove sei? Ma sento sul viso i segni della tua mano, due macchie rosse!
Sono stanco davvero d'essere sempre il tuo pastor pecorone! Per te, strega, ho cantato finora; per me devi tu adesso – gridare!
Devi danzare e gridare al ritmo del mio scudiscio! No! Non dimenticai lo scudiscio!
Mi rispose la Vita, turandosi le orecchie graziose:
«O Zarathustra! Non picchiar così terribilmente con la tua frusta! Lo sai, il rumore uccide i pensieri – ed ecco che mi vengono pensieri sì teneri.
Noi siamo entrambi gente che non fa nè bene nè male. Al di là del bene e del male trovammo l'isola nostra e la verde nostra prateria – soli le trovammo, noi due! Ecco perchè dobbiamo amarci a vicenda!
Ed anche se non ci amiamo dal fondo del cuore, – dobbiamo forse avversarci se così non ci amiamo?
E tu sai che io t'amo, che t'amo troppo, sovente; e la ragione è, perchè sono gelosa della tua saggezza! Ah, questa vecchia, folle saggezza!
Se la tua saggezza fuggisse una volta da te, ah, pur l'amor mio fuggirebbe da te».
Detto ciò guardò pensosa dietro di sè ed intorno, e disse con voce sommessa: «Zarathustra, tu non mi sei abbastanza fedele! Molto ci vuole perchè tu ami quanto tu dici; io so che tu vuoi presto lasciarmi.
C'è una vecchia e molto pesante campana: suona la notte fino alla tua caverna:
– quando senti quella campana sonare a mezzanotte le ore, tu pensi di lasciarmi fra il primo e l'ultimo rintocco – tu ci pensi, Zarathustra, e so che presto tu vuoi abbandonarmi! –
Sì, risposi, esitando; ma lo sai... E qualcosa le dissi all'orecchio, tra le rosse anella intrecciate...
«Tu sai ciò, Zarathustra? Nessuno lo sa. –
E noi ci guardammo, e guardammo il verde prato ove passava il fresco della sera, e insieme piangemmo. Ma allora la vita m'era più cara della saggezza.
Così parlò Zarathustra.
***
Una!
O uomo! bada!
Due!
Che dice la profonda mezzanotte?
Tre!
«Dormo, dormo, –
Quattro!
«Da un sogno profondo mi sono destato: –
Cinque!
«Il mondo è profondo,
Sei!
«È più profondo di quanto pensò il giorno.
Sette!
«Profondo è il mio dolore, –
Otto!
«La gioia – più profonda del cordoglio:
Nove!
«Dice il dolore: va via!
Dieci!
«Ma ogni gioia vuole eternità –,
Undici!
«– vuole profonda, profonda eternità! –
Dodici!
Don!
I SETTE SUGGELLI
(oppure: la canzone del Sì e dell'Amen).
1.
Se sono un indovino e pieno di quello spirito divinatore che cammina sulle alte giogaie, tra due mari, –
tra passato e avvenire, come grave nube – nemico alle afose bassure, e a tutto ciò ch'è stanco e non può morire nè vivere;
pronto alla folgore che scoppia nelle tenebre, pronto al redentore raggio di luce, grave di folgori che dicon Sì! ridono Sì! ai divinanti bagliori:
– ma felice chi è grave in simile modo! Bisogna in verità che stia a lungo sospeso sui monti come grande uragano, colui che deve accendere un giorno la luce dell'avvenire!
E come non bramerei l'eternità, e il migliore anello nuziale, – l'anello del ritorno?
Non ancora trovai io la donna dalla quale vorrei dei figliuoli, se non quella donna che amo: giacchè ti amo, o eternità!
Giacchè io t'amo, o Eternità!
2.
Se mai la mia collera spezzò i sepolcri, rimosse le pietre del confine e gettò vecchie tavole rotte dentro gli abissi:
se mai il mio scherno sparse nel nulla parole decrepite, se sono venuto come una scopa per i ragni, e come vento purificatore per il lezzo delle vecchie stanze sepolcrali:
se mai mi sono assiso, dove giaccion sepolti i vecchi dèi, amando e benedicendo il mondo presso i monumenti dei vecchi calunniatori del mondo: –
– giacchè io amo anche le chiese e i sepolcri degli dèi, quando il cielo splende sereno a traverso le loro volte diroccate; volentieri seggo come l'erba e il rosso papavero presso i ruderi delle chiese –
– come non avrei bramosia dell'eternità, del migliore anello nuziale – l'anello del ritorno?
Mai ancora trovai io la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quella donna che amo: giacchè t'amo, o eternità
Giacchè t'amo, o Eternità!
3.
Se mai giunse a me un alito del soffio creatore di quella divina necessità, che costringe anche il caso a danzare la danza delle stelle: se mai io risi del riso del lampo creatore, cui ruggendo obbediente segue il tuono lungo dell'azione:
– se mai giuocai alla mensa divina della terra, con i dadi degli dèi, così che la terra tremò e si ruppe, lanciando nell'aria flutti di fiamme: –
– giacchè mensa divina è la terra, tremante di nuove parole creatrici e d'un divino getto di dadi: –
– come non avrei desiderio dell'eternità, del miglior anello nuziale – l'anello del ritorno?
Mai ancora trovai la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quell'unica donna che amo; giacchè t'amo, o eternità!
Giacchè t'amo, o Eternità!
4.
Se mai bevvi lungamente alla spumeggiante coppa di misture e di aromi, in cui son ben mescolate tutte le cose:
se mai la mia mano versò in ciò ch'è prossimo quel ch'è remoto, il fuoco nello spirito, la gioia nella pena, e le cose peggiori nelle migliori:
se sono io stesso un granello di quel sale redentore il quale fa sì che tutte le cose si mescolino bene nella coppa delle misture: –
– giacchè esiste un sale che lega il bene col male; e il male più grande è degno di servir come aroma e di far traboccare dalla coppa la schiuma: –
– come non avrei desiderio dell'eternità, del migliore anello nuziale – l'anello del ritorno?
Mai ancora trovai la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quella donna che amo; giacchè t'amo, o eternità!
Giacchè t'amo, o Eternità!
5.
Se mi piace il mare e tutto ciò che gli appartiene, e ancora di più quando mi risponde adirato;
se porto in me questa gioia del cercatore, questa gioia che spinge la vela verso l'ignoto, se v'è nella mia gioia la gioia del navigatore:
se mai echeggiò il mio grido giulivo: «sparirono le coste – cadde ora l'ultima catena –
– l'immensità senza limiti mi rumoreggia intorno, scintillano lungi da me il tempo e lo spazio, orsù, orsù, vecchio mio cuore!» –
– come non avrei desiderio dell'eternità, del miglior anello nuziale – l'anello del ritorno?
Mai ancora trovai la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quella donna che amo: giacchè t'amo, o eternità!
Giacchè t'amo, o Eternità!
6.
Se la mia virtù è virtù di danzatore, se saltai spesso con ambo i piedi nell'estasi d'oro e smeraldo:
se la mia cattiveria è una cattiveria ridente, cui piacciono i declivi di rose e le siepi di giglio:
– giacchè nel riso tutto ciò che è cattivo si trova insieme, ma fatto santo e beato dalla propria gioia: –
e se questo è il mio alfa e il mio omega, che tutto ciò ch'è pesante diventi leggero e ogni corpo un danzatore e ogni spirito un uccello: e in verità è il mio alfa e il mio omega;
– come non avrei desiderio dell'eternità, del miglior anello nuziale – l'anello del ritorno?
Mai ancora trovai la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quella donna che amo: giacchè t'amo, o eternità!
Giacchè t'amo, o Eternità!
7.
Se mai distesi sopra di me i cieli tranquilli, volando con le mie ali nel proprio mio cielo:
se mai giocando navigai in profonde lontananze di luce, e la mia libertà acquistò saggezza d'uccello: –
– giacchè parla così la saggezza d'uccello: «Ecco, non v'è alto, non v'è basso! Gettati di qui e di là, avanti e indietro, tu che sei leggero! Canta! Non parlar più!
– «non son tutte le parole fatte per i pesanti? Non son menzogne tutte le parole a colui che è leggero? Canta! Non parlar più!» –
– come non avrei desiderio dell'eternità, del miglior anello nuziale – l'anello dell'eterno ritorno?
Mai ancora trovai la donna dalla quale vorrei aver figli, se non quella donna che amo: giacchè t'amo, o eternità!
Giacchè t'amo, o Eternità!
PARTE QUARTA ED ULTIMA
Ahimè, dove si fecero sulla terra maggiori follie che tra i misericordiosi? E che cosa recò tanto danno al mondo quanto la follia dei misericordiosi?
Guai a tutti coloro che amano e non sanno elevarsi al di sopra della loro compassione!
Così mi disse un giorno il demonio: «Anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini».
E di recente l'intesi dire queste parole: «Dio è morto; per la sua compassione degli uomini, Dio è morto».
Così parlò Zarathustra, II, p. 136.
IL SACRIFICIO DEL MIELE
E di nuovo passarono i mesi e gli anni sull'animo di Zarathustra ed egli non vi badò, ma i suoi capelli divennero bianchi. Un giorno in cui sedeva su di una pietra dinanzi alla sua caverna, guardando lungi in silenzio – giacchè da quel luogo si vedeva il mare, molto lontano, sopra tortuosi abissi – i suoi animali gli girarono intorno pensierosi e finirono per mettersi di fronte a lui.
«O Zarathustra, dissero, cerchi tu con lo sguardo la tua felicità?» – «Che importa la felicità! egli rispose, è lungo tempo che non aspiro più alla felicità, bensì all'opera mia».
«O Zarathustra, risposero gli animali, tu dici così come uno che è stanco del bene. Non ti sei tu coricato in un azzurro lago di gioia?» – «O buffoni, rispose Zarathustra sorridendo, come sceglieste bene la similitudine! Ma voi sapete anche che la mia felicità è pesante e non come mobile onda: essa mi opprime e non vuol lasciarmi, ed è come pece liquefatta».
Allora gli animali gli girarono intorno pensierosi e di nuovo gli si posero dinanzi. «O Zarathustra, dissero, è dunque a causa di ciò che tu diventi sempre più giallo e cupo, sebbene i tuoi capelli vogliano sembrare bianchi e simili a canapa? Vedi, dunque, tu siedi nella tua pece!» – «Che dite, o miei animali?, rispose Zarathustra ridendo, in verità bestemmiai quando parlai di pece. Ciò che mi accade, accade a tutti i frutti che maturano. È il miele delle mie vene che rende il sangue mio più denso e anche l'anima mia più silenziosa» – «Dev'essere così, o Zarathustra, risposero gli animali appressandosi a lui, ma non vuoi tu oggi salire sopra un'alta montagna? L'aria è pura oggi, e si può veder più vasta parte di mondo che mai per l'innanzi.» – «Sì, animali miei – rispose Zarathustra – voi consigliate benissimo e secondo il mio cuore. Voglio salir oggi su un'alta montagna! Ma fate che trovi, lassù, del miele a portata di mano; miele di favo, aureo e bianco, buono e fresco come il ghiaccio. Giacchè sappiate che lassù voglio fare il sacrificio del miele».
Ma quando Zarathustra fu giunto alla sommità, egli congedò gli animali che l'avevano accompagnato, e s'accorse di esser rimasto solo: rise allora di tutto cuore, si guardò intorno e parlò così:
– Parlai d'offerte e d'offerte di miele; ma non era che un'astuzia del mio discorso e, in verità, un'utile follia! Quassù posso parlar più liberamente che non dinanzi alle caverne degli eremiti, e agli animali domestici degli eremiti.
Che sacrificio! Io prodigo ciò che mi fu donato, io, prodigo dalle mille mani: come oserei ancora chiamar ciò sacrificio?
E quando chiesi del miele, io desideravo soltanto esca e dolce visco verso cui tendono avidamente la lingua anche i burberi orsi, e gli uccelli uggiosi e cattivi:
– la miglior esca di cui hanno bisogno i cacciatori e i pescatori. Giacchè se il mondo è come una tenebrosa foresta popolata di bestie, giardino di delizia per tutti i cacciatori selvaggi, mi sembra assomigliare di più e ancor meglio a un ricco mare senza fondo,
– un mare pieno di pesci variopinti, e di crostacei del quale sarebbero allettati anche gli dèi, di modo che, a causa del mare, essi diverrebbero pescatori e getterebbero le reti: tanto è ricco il mondo di meraviglie grandi e piccine!
Sopratutto il mondo degli uomini, il mare degli uomini – è verso di lui che getto il mio amo dorato e dico: apriti, abisso umano!
Apriti e gettami i tuoi pesci e i tuoi scintillanti crostacei! Con la mia esca migliore adesco oggi per me i più prodigiosi pesci umani.
È la mia felicità che getto lontano, in tutte le direzioni, fra l'oriente, il mezzogiorno, l'occidente, per veder se molti pesci umani non impareranno ad abboccare e a dibattersi nella mia felicità,
– finchè, abboccando al mio amo sottile e nascosto, i variopinti abitatori degli abissi dovranno salire alla mia altezza, ed al più maligno di tutti i pescatori d'uomini.
Giacchè io sono tale dall'origine, e fino in fondo al cuore, tirando, attirando, sollevando ed elevando, un educatore, un maestro di disciplina, che non disse invano una volta: «Diventa chi sei!»
Dunque salgano adesso gli uomini presso di me; giacchè attendo ancora i segni annunziantimi che giunse il tempo della mia discesa, non discendo ancora io stesso, come devo, tra gli uomini.
Ecco perchè attendo qui, scaltro e beffardo, su questi alti monti, nè impaziente nè paziente, ma piuttosto come uno che abbia disimparato la pazienza, – giacchè più non patisce.
Il mio destino, mi concede infatti del tempo: m'avrebbe forse dimenticato? Oppure siede dietro un masso, all'ombra, e acchiappa le mosche?
E, in verità, son riconoscente al mio eterno destino di non incalzarmi e di concedermi tempo per pazzie e malizie, di modo che oggi ascesi questa alta montagna per pescare.
Pescò mai alcun uomo su l'alto dei monti? E quand'anche ciò che voglio quassù sia follia: val meglio questo che divenire solenne per l'attesa, laggiù, e verde e giallo –
– impazzito di collera per l'attendere, come una santa tempesta che giunge urlando dai monti, come un impaziente che grida alle valli: «Ascoltate, oppure vi batto con le verghe di Dio!»
Non che io sia avverso a tali uomini irritati: li stimo abbastanza per rider di loro. Comprendo che siano impazienti, questi grandi rumorosi tamburi che se non hanno la parola oggi non l'avranno mai più!
Ma io e il mio destino – noi non parliamo all'oggi, non parliamo al mai: noi abbiamo pazienza per parlare, e tempo, molto tempo. Giacchè bisognerà pur che venga un giorno e non potrà passare.
Chi deve venire un giorno e non potrà passare? Il nostro grande Hazar, cioè il nostro grande e remoto regno umano, il millenario regno di Zarathustra...
Quanto può esser lontano quel «lontano»? e che m'importa! Non è meno sicuro per me, ed io sto con tutt'e due i piedi su questa base,
– su un'eterna base, su dure, primitive rocce, su questa antica montagna, – la più alta e granitica, alla quale convergono tutti i venti chiedendo: dove? e donde? e per dove?
Ridi, su, ridi, mia luminosa e sana malizia! Getta dagli alti monti il tuo brillante riso di scherno! Adescami con il tuo scintillio il più bel pesce umano!
E tutto ciò che, in ogni mare, mi appartiene, il mio Io in tutte le cose, ciò pescami fuori, ciò trai in alto fino a me: ecco quello che attendo io, il più maligno di tutti i pescatori.
Fuori, fuori, mio amo! Dentro, dentro, esca della mia felicità! Lascia gocciolare il più dolce tuo succo, o miele del mio cuore! Mordi, amo mio, nel seno d'ogni cupa tristezza!
Fuori, fuori, occhio mio! O quanti mari intorno a te, quanto umano avvenire tramontante! E sopra me – qual rosea calma! Qual silenzio senza nubi!
IL GRIDO DI SOCCORSO
Il giorno seguente Zarathustra sedeva di nuovo sulla pietra dinanzi alla sua caverna, mentre gli animali erravano pel mondo a portar nuovo cibo – ed anche nuovo miele; giacchè Zarathustra aveva prodigato e dissipato fino all'ultimo granello il vecchio miele.
Ma mentre se ne stava là seduto, con un bastone in mano, seguendo la traccia che l'ombra del suo corpo disegnava per terra, meditando, in verità, nè su lui nè sulla sua ombra – trasalì a un tratto e fu assalito dalla paura: poichè aveva veduto un'altra ombra accanto alla sua. E girandosi sovra sè stesso e alzandosi rapido, vide presso di sè l'indovino, quello stesso cui aveva un giorno dato da mangiare e da bere alla tavola sua, il proclamatore della grande stanchezza, colui che insegnava: «Tutto è simile, nulla vale, il mondo è privo di senso, la scienza soffoca». Ma il volto suo s'era frattanto mutato; e quando lo guardò Zarathustra, di nuovo il cuore suo fu sgomento: tanti annunzi funesti e tanti scuri lampi passavano sopra quel volto.
L'indovino aveva compreso ciò che avveniva nell'anima di Zarathustra; passò la sua mano sul volto come per cancellare qualcosa; altrettanto fece Zarathustra. Quando ebbero entrambi riacquistato la calma e si furono così rinfrancati, si diedero la mano come segno che volevano riconoscersi.
«Sii il benvenuto, disse Zarathustra, o indovino della grande stanchezza; non sia detto che invano tu fosti il mio commensale e il mio ospite. Mangia e bevi anche oggi nella mia casa e perdona che un vecchio giocondo segga a tavola con te!» – «Un vecchio giocondo? rispose l'indovino scuotendo la testa: chiunque tu sia o voglia essere, o Zarathustra, tu non lo sarai più a lungo quassù, – la tua barca non sarà più, tra breve, all'asciutto!» – «Seggo io dunque all'asciutto?» – chiese ridendo Zarathustra. – Le onde intorno alla tua montagna, rispose l'indovino, salgono e salgono; le onde dell'immensa miseria e dell'afflizione: esse presto solleveranno la stessa tua barca, e ti travolgeranno con essa... – Zarathustra tacque sorpreso. – «Non senti ancora nulla? proseguì l'indovino: non è forse un fragore e un ruggito che vien dall'abisso?» – Zarathustra tacque di nuovo e rimase in ascolto: udì allora un lunghissimo grido che i burroni ripercossero e propagarono, giacchè nessun d'essi voleva serbarlo: tanto aveva un suono funesto. «Messaggero funesto, disse infine Zarathustra, questo è un grido che invoca soccorso, è il richiamo d'un uomo che esce forse da un nero mare. Ma che m'importano i pericoli umani! l'ultima colpa che mi fu riservata, sai tu come si chiama?»
– «Pietà! – rispose l'indovino con il cuore in tumulto, e sollevando le mani. – O Zarathustra, io vengo a farti commettere la tua ultima colpa!» –
Ed erano appena state pronunciate queste parole, che il grido di nuovo echeggiò, più lungo ed ansioso di prima, e assai più vicino. «Senti, Zarathustra?, esclamò l'indovino, è a te ch'è rivolto il grido; è te che esso chiama, vieni, vieni, vieni, è tempo, è il tempo» –
Tacque Zarathustra, turbato e scosso: e chiese infine come uno esitante in sè stesso: «E chi è mai che mi chiama laggiù?».
«Tu lo sai, rispose l'indovino in fretta; perchè ti nascondi? È l'uomo superiore che ti chiede soccorso!»
«L'uomo superiore? esclamò Zarathustra assalito da orrore: che vuole egli? Che vuole mai? L'uomo superiore! Che vuole egli qui?» e si coperse di sudore.
Ma l'indovino non rispose all'angoscia di Zarathustra; egli ascoltava, ascoltava proteso verso l'abisso. E siccome si prolungava il silenzio, volse indietro lo sguardo e vide Zarathustra in piedi tremante.
«O Zarathustra, cominciò con voce attristata, tu non hai l'aspetto di chi è avvolto dalla sua gioia; dovrai danzare per non cadere!
E se tu volessi anche danzarmi dinanzi e saltare le tue capriole, nessuno potrebbe dirmi: «Guarda, ecco la danza dell'ultimo uomo giocondo!»
Se alcuno che qui cerca tal uomo salisse a questa altezza, salirebbe invano: troverebbe grotte e caverne, nascondigli per chi si nasconde, ma non pozzi di felicità, non tesori, non nuovi filoni di gioia.
Gioia – come si potrebbe trovare la gioia presso tali sepolti, presso tali eremiti! devo ancora cercare l'ultima gioia sulle isole beate e lontane, tra i mari obliati?
Ma tutto è simile, nulla vale, è inutile ogni ricerca, più non vi sono isole beate!» –
Così sospirò l'indovino; ma all'ultimo suo respiro, Zarathustra riacquistò la propria serenità e la propria sicurezza come qualcuno che torna alla luce, uscendo da un antro profondo. «No! No! tre volte no! gridò con voce sonora e accarezzò la sua barba. So questo ben meglio di te! vi sono ancora isole beate! non parlar di ciò, piagnone impenitente!
Cessa di guazzare, tu nube di pioggia mattutina! non sono io già bagnato dalla tua tristezza e fracido come un cane?
Ma ora mi scuoto per asciugarmi: non stupirne! Non ti sembro forse cortese? Ma è qui la mia corte!
Per ciò che riguarda il tuo uomo superiore: ebbene vado subito a cercarlo nelle foreste: è di là che giunse il suo grido. Forse lo mette in pericolo una bestia selvaggia. Egli è nel mio dominio: non voglio che qui gli accada sventura! E, in verità, vi sono da me molte bestie selvagge».
Con tali parole si preparò Zarathustra a partire; ma l'indovino gli disse: «O Zarathustra, tu sei uno scaltro! – Io lo so: tu vuoi sbarazzarti di me! preferisci salvarti nelle foreste per inseguire gli animali feroci!
Ma che ti giova ciò? Mi ritroverai di nuovo alla sera; io sarò assiso nella tua propria caverna, paziente e pesante come un ceppo – e ti attenderò»!
«Sia così, gridò Zarathustra di nuovo incamminandosi, e ciò ch'è mio nella mia caverna appartiene a te pure, a te ospite mio!
Ma se tu vi trovassi pure del miele, ebbene! Leccalo, orso brontolone, e addolcisci l'anima tua! Questa sera saremo infatti buoni compagni, – buoni compagni e lieti che questo giorno sia passato! E tu stesso devi accompagnare i miei canti con le tue danze, come tu fossi il mio orso che balla.
Tu non lo credi? Tu scuoti la testa? Ebbene! vecchio orso! Anch'io, sai, sono indovino!».
Così parlò Zarathustra.
COLLOQUIO COI RE
1.
Non era ancora passata un'ora dacchè Zarathustra s'era messo in cammino tra le sue montagne e i suoi boschi quando vide, ad un tratto, un singolare corteo. Proprio sulla via che voleva prendere s'avanzano due re, ornati di corone e di cinture di porpora, variopinti come aironi: spingevano innanzi a loro un asino carico. «Che vogliono questi re nel mio regno?» disse in cuor suo Zarathustra, e in fretta egli si nascose dietro un cespuglio. Ma quando i re gli furono vicino egli disse a mezza voce, come qualcuno che parli a sè: «Cosa singolare, singolare! Come s'accorda ciò? Vedo due re – e soltanto un asino!».
Allora i due re si fermarono, sorrisero e guardaron dalla parte dove veniva la voce, poi si guardarono in faccia. «Si pensano tali cose anche da noi, disse il re che stava a destra, ma non si esprimono».
Il re di sinistra alzò tuttavia le spalle e rispose: «Deve essere un custode di capre, oppur un eremita che visse troppo tra le roccie e gli alberi, giacchè la solitudine guasta essa pure i buoni costumi».
«I buoni costumi? riprese l'altro re con un tono offeso ed amaro: – a chi dunque vogliamo sfuggire se non ai «buoni costumi», alla nostra «buona società?»
Preferirei, in verità, vivere tra gli eremiti e i custodi di capre anzichè con la nostra plebe dorata e falsa – sebbene si chiami la «buona società»,
– sebbene si chiami, «nobile». Ma là tutto è falso e putrido; anzitutto il sangue, grazie a vecchie e cattive malattie ed a più cattivi medici.
Colui che preferisco ed è oggi il migliore, è il contadino sano; egli è rozzo, scaltro, ostinato, e resistente: questa è oggi la specie più nobile.
Il contadino è oggi il migliore: e la razza dei contadini dovrebbe dominare! ma ora è il regno della plebe – non mi lascio ingannare intorno a ciò. Plebe significa mescolanza.
Mescolanza di plebe: tutto alla rinfusa, il santo e il furfante, il cavaliere e l'ebreo e tutti gli animali dell'arca di Noè.
I buoni costumi! Ogni cosa è da noi putrida e falsa. Nessuno sa più venerare; è precisamente a questo che noi vogliamo sfuggire. Sono cani importuni che indorano le foglie di palma.
Il disgusto mi soffoca, perchè noi, re, divenimmo noi stessi falsi, mascherati con l'antico e sbiadito fasto degli avi; medaglie da mostra per i più stolti, i più astuti, e per tutti coloro che fan oggi commercio della potenza!
Noi siamo i primi e bisogna che lo sembriamo: siamo stanchi e disgustati infine di questo inganno.
È dalla plebe che siamo fuggiti, da tutti questi strilloni e mosche livide per lo scrivere, dal lezzo dei mercanti, dagli spasimi e dall'ambizione, dal cattivo alito – uh, vivere tra la plebe,
– uh, rappresentare i primi della plebe! Ah, schifo! Schifo! Schifo! Che importa ancora di noi, i re?»
«La tua vecchia malattia t'assale, disse allora il re di sinistra, ti assale il disgusto, mio povero fratello. Ma tu sai bene che qualcuno ci ascolta».
Subito, Zarathustra che aveva spalancati gli occhi e tese le orecchie a quei discorsi si levò dal suo giaciglio, si diresse verso i re e cominciò:
«Chi vi ascolta, chi si compiace d'ascoltarvi, voi, i re, quegli si chiama Zarathustra.
Io son Zarathustra che disse un giorno: che m'importa ormai dei re? Perdonatemi se mi rallegrai quando vi diceste l'un l'altro: «Che importa ancora dei re?»
Ma voi siete qui nel mio regno e sotto il mio dominio: che potete cercare nel mio regno? Ma forse lungo la via voi avete trovato ciò che io cerco: io cerco l'uomo superiore».
Quando i re intesero ciò si batterono il petto e dissero concordi: «Noi siamo riconosciuti!»
Con il brando di queste parole tu squarciasti le tenebre dei nostri cuori. Scopristi la nostra miseria, poichè, vedi?, noi siamo in cammino per trovare l'uomo superiore: l'uomo che ci è superiore sebbene noi siamo re. È a lui che conduciamo quest'asino. Giacchè l'uomo più alto deve essere anche sulla terra il più alto signore.
Non v'è peggior calamità, in tutti gli umani destini, che quando i più potenti della terra non sono al medesimo tempo i primi uomini. È allora che tutto diventa falso e mostruoso.
E quando poi sono gli ultimi e piuttosto bruti che uomini allora la plebe acquista pregio e la virtù plebea esclama infine: «Ecco, io sola sono virtù!» –
Che udii?, rispose Zarathustra; quanta saggezza presso i re! Io sono rapito e, in verità, già desidero far versi su questo argomento: –
– i miei versi non saranno forse adatti per tutte le orecchie. Da molto tempo disimparai ogni riserbo per le orecchie lunghe. Ma facciamoci animo! Su, via!
(Ma qui accadde che anche l'asino volle dir la sua: e pronunciò chiaramente ma con malizia I–A).
Una volta – io credo nell'anno uno –
Parlò la Sibilla, ebbra ma non di vino:
«Ahimè, ora questo va male!
«Rovina! Rovina! Il mondo non cadde mai così basso!
«Roma divenne meretrice e un postribolo.
«Il Cesare di Roma divenne bestia, Dio stesso divenne ebreo!»
2.
I re si compiacquero molto di questi versi di Zarathustra; ma il re di destra disse: «Oh, Zarathustra, come abbiam fatto bene a metterci in cammino per vederti! Giacchè i tuoi nemici ci mostrarono l'immagine tua nello specchio: tu apparivi in quello con la maschera del demonio dal riso sarcastico: di modo che avemmo paura di te.
Ma che importa! I tuoi insegnamenti ci pungevano sempre le orecchie ed il cuore. Allora finimmo per dire: che importa il suo volto!
Bisogna che lo ascoltiamo, quegli che insegna': «Voi dovete amare la pace come un mezzo di nuova guerra, e la pace breve più che la lunga!»
Nessuno ancora disse mai così ardite parole: «Che cosa è bene? Essere valorosi è bene. È la buona guerra che santifica ogni cosa».
Oh, Zarathustra, a tali parole il sangue dei nostri padri si rimescolò: era come un sermone della primavera rivolto a vecchie botti di vino.
Quando s'incrociavano i brandi, simili a serpenti chiazzati di sangue, allora i nostri padri si sentivano avvinti alla vita; il sole della pace sembrava loro torpido e scialbo, e la lunga tregua li faceva vergognosi.
Come sospiravano i nostri padri quando vedevano ai muri brandi lucenti ed asciutti! Come quelli, essi avevan sete di guerra. Una spada vuole infatti ber sangue e scintilla dal desiderio». –
Mentre i re parlavano così, animati della felicità dei padri loro, Zarathustra ebbe il desiderio di beffarsi del loro ardore: giacchè erano certamente re molto pacifici, quelli che aveva dinanzi, dai volti fini e vecchi. Ma si dominò. «Ebbene! In cammino! diss'egli; eccovi sulla via, lassù è la caverna di Zarathustra; e questo giorno deve avere una lunga sera! Ma adesso un grido di aiuto mi chiama lungi da voi.
La mia caverna sarà onorata se vi prendono posto dei re per attendere: ma dovrete, in verità, attendere a lungo!... Ma che importa? Dove si impara meglio ad attendere, oggi, che nelle corti? E di tutte le virtù dei re, la sola che sia rimasta non si chiama oggi: saper attendere?»
Così, parlò Zarathustra.
LA SANGUISUGA
E Zarathustra continuò pensoso il suo cammino, internandosi sempre più nel bosco, traversando foreste e passando accanto alle paludi; ma come accade a tutti coloro che riflettono su cose gravi, egli calpestò senza accorgersene un essere umano. Ed ecco, ad un tratto sentì sul volto, un grido di dolore, e due bestemmie e venti imprecazioni: così che nel suo spavento egli alzò il bastone e lo lasciò ricadere sull'uomo da lui calpestato. Ma al medesimo istante si riebbe dallo spavento ed il suo cuore rise della follia che aveva commesso.
«Perdonami, disse all'uomo che aveva calpestato e che si era alzato con collera, e subito di nuovo seduto, perdonami ed ascolta anzitutto una parabola.
«Come un viandante che sogna cose lontane, su via solitaria, s'urta per distrazione in un cane che sonnecchia, in un cane disteso al sole: e l'uno e l'altro sobbalzano e s'affrontano come fieri nemici, colti entrambi da mortale spavento; così fu di noi.
Eppure! Eppure! – quanto poco mancò che s'accarezzassero, quel cane e quel solitario. Forse non son tutt'e due solitari?»
«Chiunque tu sia, rispose sempre adirato colui che Zarathustra aveva urtato, tu ti avvicini a me ancora troppo; non solo col piede ma pur con la tua parabola! Guardami, sono io un cane?» – e dicendo così quegli ch'era seduto s'alzò e ritirò il braccio nudo dalla palude. Giacchè fino allora era rimasto disteso al suolo; nascosto e irriconoscibile, come qualcuno che spia, in agguato, la selvaggina palustre.
«Ma che fai dunque? – esclamò Zarathustra impaurito, vedendo colar molto sangue dal braccio ignudo. – «Che ti è avvenuto? Ti morse una bestia malvagia, o infelice?»
Quegli che sanguinava rise, sempre ancora adirato. «Ciò in che ti riguarda? gridò, e voleva continuare la sua strada... Sono qui a casa mia e nel mio dominio. Chi vuole m'interroghi, ma non risponderò ad uno sciocco».
«T'inganni, disse Zarathustra pietoso, trattenendolo, t'inganni: tu non sei qui nel tuo regno, ma nel mio, e qui non deve accadere sciagura ad alcuno.
Chiamami sempre come vorrai – io sono colui che debbo essere. Io stesso mi chiamo Zarathustra.
Ebbene! Lassù è il sentiero che conduce alla caverna di Zarathustra: non è molto lontana – non vuoi tu venire da me per curare le tue ferite?
Le cose ti furono avverse in questa vita, infelice: prima ti morse la bestia, poi ti calpestò l'uomo!»
Ma quando l'altro udì il nome di Zarathustra, si trasformò. «Che m'accade? gridò, quale altra preoccupazione ho ancor nella vita se non quella di quest'unico uomo che è Zarathustra, e d'un animale che vive di sangue, la sanguisuga?
A causa della sanguisuga giacevo presso la palude, simile a un pescatore, e il mio braccio disteso era già stato morso dieci volte, quando una sanguisuga più bella volle gustare il mio sangue, Zarathustra medesimo!
O felicità! O miracolo! Sia benedetto il giorno che mi attirò in questa palude. Sia benedetta la miglior ventosa vivente, la gran sanguisuga della coscienza, Zarathustra!».
Così parlava quegli che fu urtato da Zarathustra; e Zarathustra si rallegrò delle sue parole e del modo delicato e riverente nel quale venivano pronunziate. «Chi sei? chiese porgendogli la mano; molte cose rimangono fra noi da chiarire e da rasserenare: ma mi sembra che già sorga il giorno, luminoso e puro».
«Io sono il coscienzioso dello spirito, rispose l'interrogato, e nelle cose dello spirito è difficile che vi sia uno più severo, più scrupoloso, più duro di me, se non colui dal quale imparai, Zarathustra medesimo.
Meglio non sapere che saper molte cose a metà. Meglio essere un folle per conto proprio, che un saggio nell'opinione altrui! Io – vado al fondo: – che importa che sia piccolo o grande? Che si chiami palude oppure cielo? Mi basta un pezzo di terra largo come la mano; purchè sia davvero terra solida!
Un pezzo di terra largo come la mano: per starci su in piedi. Nella vera scienza della coscienza non v'è nulla di grande e nulla di piccolo».
«Allora sei forse quegli che cerca la sanguisuga? domandò Zarathustra; tu la insegui sin nel fondo più remoto, tu coscienzioso?».
«O Zarathustra, l'altro rispose, sarebbe una mostruosità; come oserei fare una simile cosa?
Ma quel di cui son maestro e conoscitore, è il cervello della sanguisuga: – ecco il mio mondo.
Ed è pure un mondo! Ma perdona se qui si manifesta il mio orgoglio, giacchè su questo campo, non ho il mio simile. Ecco perchè dissi «quì è il mio dominio».
Da quanto tempo io insegno quest'unica cosa, il cervello della sanguisuga, perchè più non mi sfugga la lubrica verità! Qui è il mio regno!
Ecco perchè gettai via tutto il resto, perchè tutto mi divenne indifferente; e molto vicino alla mia scienza giace la mia nera ignoranza.
La mia coscienza dello spirito esige da me che io sappia una cosa e che ignori tutto il resto; io son disgustato di tutti i mediocri dello spirito, i vaporosi, i sentimentali, i perplessi.
Là dove cessa la mia probità, sono cieco e voglio esser cieco. Ma dove voglio sapere, voglio anche esser probo, cioè duro, severo, stretto, crudele, implacabile.
Ciò che tu dicesti un giorno, Zarathustra: «Lo spirito è la vita che incide esso stesso la vita» è ciò che mi condusse e sedusse alla tua dottrina. E in verità, col mio proprio sangue ho aumentato la propria mia scienza».
«Si vede», interruppe Zarathustra, poichè il sangue continuava a colare dal braccio nudo del coscienzioso. Vi si erano infatti appese dieci sanguisughe.
«O strano compagno, quanti insegnamenti contiene tale evidenza, cioè te stesso! Ed io non oserei forse versarli tutti nelle tue orecchie severe.
Ebbene! Separiamoci qui! Ma molto bramerei ritrovarti. Lassù è il cammino che conduce alla mia caverna. Tu devi, stanotte, essere il benvenuto tra gli ospiti miei.
Vorrei pure fare un'ammenda verso il tuo corpo per l'oltraggio che ti fece Zarathustra col piede; è ciò a cui rifletto. Ma ora un grido urgente d'aiuto mi chiama lungi da te».
Così parlò Zarathustra.
IL MAGO
1.
Ma costeggiando una roccia, Zarathustra vide, non lontano, al di sotto di lui, sullo stesso cammino, un uomo che si dibatteva come un ossesso e poi cadde prono, a terra. «Ferma! – disse allora Zarathustra al suo cuore – quegli dev'essere l'uomo superiore, è da lui che proviene quel sinistro grido d'aiuto, – voglio vedere se posso soccorrerlo». Ma quando egli accorse al luogo ove l'uomo giaceva per terra, trovò un vecchio tremante, dagli occhi fissi; e la fatica di Zarathustra per rialzarlo e rimetterlo in piedi, fu vana... L'infelice sembrò non avvedersi neppure che presso di lui v'era qualcuno; non cessava al contrario di guardare di qui e di là, con gesti commoventi, come un abbandonato dal mondo e isolato. Ma infine, dopo molto tremare ed ansare e dibattersi, egli cominciò a lamentarsi così:
Chi mi riscalda, chi m'ama ancora?
Date calde mani!
Date cuori brucianti!
Disteso, pieno di brividi,
Come un moribondo al quale si riscaldano i piedi –
Scosso, ahimè! da febbri ignote.
Tremante dinanzi ad acuti ghiaccioli di brina,
Cacciato da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Pauroso!
Cacciatore dietro le nubi!
Da te fulminato,
Occhio pieno di scherno che nell'oscurità mi contempli
Così giaccio,
Mi curvo, mi torco, m'angoscio,
Da tutti gli eterni martirii,
Colpito
Da te, cacciatore più crudele di tutti,
Tu, ignoto dio!
Colpisci più forte!
Colpisci ancora una volta!
Trafiggi, spezza il mio cuore!
Perchè tormentarmi
Con frecce acuminate?
Che miri di nuovo,
Non stanco dell'umano soffrire,
Con malizioso lampo divino negli occhi?
Tu non vuoi uccidere;
Martirizzare soltanto, martirizzare?
Perchè – martirizzarmi,
Tu sconosciuto Dio maligno? –
Ah! Ah! tu t'accosti, strisciante,
In questa mezzanotte?
Che vuoi tu? Parla!
Tu mi stringi, mi opprimi –
Ah! sei già troppo vicino!
Via! Via!
Respirare mi senti,
E spii il mio cuore
Tu, geloso –
Ma di che dunque geloso?
Vattene! Vattene! Perchè la scala?
Vuoi tu dentro
Nel cuore,
Introdurti, e nei miei più segreti
Pensieri?
Impudente! Ignoto! – Ladro!
Che vuoi rapire?
Che vuoi ascoltare?
Che vuoi estorcere,
Tu che torturi!
Tu – Dio carnefice!
Oppure devo, simile al cane,
Rotolarmi dinanzi a te?
Abbandonandomi ebro, fuori di me,
Scodinzolarti il mio amore?
Invano! Picchia ancora,
O più crudele tra i pungiglioni! No,
Non il cane – la tua selvaggina soltanto son io,
O più crudele tra i cacciatori!
Il più fiero tuo prigioniero,
Tu brigante dietro le nubi...
Parla infine!
Che vuoi tu, che spii il cammino, da me?
Tu che ti celi nei lampi! Ignoto! Parla,
Che vuoi tu, ignoto dio?
Come? Un riscatto?
Che vuoi tu come riscatto?
Chiedi molto – te lo consiglia il mio orgoglio!
E parla breve – te lo consiglia l'altro mio orgoglio!
Ah! Ah!
Me – tu vuoi? Me?
Me – tutto?...
Ah! Ah!
E tu mi tormenti, folle che sei,
Torturi la mia fierezza?
Donami amore – chi ancora mi scalda?
Chi mi ama ancora? – Da' mani calde,
Da' cuori brucianti,
Da' a me, il più solitario,
Che il ghiaccio, ah! sette volte, il ghiaccio
Presso gli stessi nemici.
Fa illanguidire,
Torna, sì abbandonati
Nemico più atroce,
Te – a me!...
Scomparve!
Fuggì egli stesso,
Il mio ultimo solo compagno,
Il mio grande nemico,
Il mio ignoto,
Il mio dio carnefice!
– No! Torna indietro
Con ogni tuo supplizio!
All'ultimo di tutti i romiti,
Ritorna!
Tutti i miei torrenti di lagrime corrono
A te, il fiume!
E la mia ultima fiamma del cuore
Divampa per te!
Oh, torna indietro,
Mio Dio sconosciuto! Mio dolore! Mia ultima gioia!
2.
Ma Zarathustra non potè, allora, più trattenersi, prese il suo bastone e picchiò con tutte le sue forze su colui che si lamentava. «Fermati! gli gridò con viso adirato: taci, o commediante! Falsario di monete! Mentitore spudorato! Ti riconosco bene!
Io ti riscalderò le gambe, malvagio negromante, so abbastanza, come si fa a riscaldare i tuoi pari!».
«Smetti, disse il vecchio balzando in piedi, non picchiarmi più, o Zarathustra! Il mio fu uno scherzo!
Tali cose fan parte del mio mestiere; volevo metterti alla prova dandoti questo saggio! E, in verità, penetrasti bene nell'intimo mio!
Ma tu pure – non mi desti piccola prova di te stesso. Tu sei duro, saggio Zarathustra. Duramente colpisci con le tue «verità», il tuo nodoso bastone mi costringe a dirti – questa verità!»
– Non adularmi – rispose Zarathustra, sempre irritato e cupo in volto, – o grande istrione! Tu sei falso: perchè mi parli di verità?
Tu pavone tra i pavoni, mare di vanità, qual parte hai rappresentata dinanzi a me, o negromante maligno?
Chi dovevo credere quando ti lamentavi così?».
«Il penitente dello spirito, disse il vecchio; ecco quello ch'io rappresentavo: tu stesso inventasti una volta tal nome –
– il poeta, il mago, che rivolge infine contro sè stesso il suo spirito, colui ch'è trasformato, e rabbrividisce per la propria scienza cattiva e cattiva coscienza.
E confessalo francamente: ci volle assai tempo, Zarathustra, prima che tu scopristi i miei artifici e la mia menzogna. Tu credevi alla mia miseria, quando tenevi la mia testa fra le tue mani, –
– e ti udii lamentare: «lo si amò troppo poco, troppo poco!».
Dell'averti ingannato fino a tal segno si rallegrava la mia malignità».
«Tu devi averne ingannati di quelli più astuti di me, duramente Zarathustra rispose. Io non mi guardo dagli ingannatori, devo essere senza prudenza; così vuole il mio destino.
Ma tu – devi ingannare; abbastanza ti conosco per saperlo! Bisogna che le tue parole abbiano sempre un senso da interpretarsi in due, tre, quattro modi. Anche ciò che tu confessasti non era nè vero abbastanza nè abbastanza falso per me!
Cattivo coniatore di false monete, come potresti fare altrimenti? Imbelletteresti perfino la tua malattia, se ti mostrassi nudo al tuo medico.
E così imbellettasti dinanzi a me la tua menzogna, quando dicesti: «l'ho fatto soltanto per ischerzo!» Vi era anche del serio là dentro; tu sei qualcosa come un penitente dello spirito!
Io indovino: tu divenisti il mago del mondo, ma verso te stesso più non ti rimane nè menzogna nè astuzia – per te stesso tu sei sfatato!
Tu mietesti il disgusto come tua unica verità. Nessuna parola è più genuina per te, bensì la tua bocca: lo schifo, cioè, che v'è su di essa».
«Chi sei tu dunque?, gridò allora il vecchio negromante, in tono di sfida. Chi ha il diritto di parlare così, a me, il più grande vivente del giorno?» – e un livido sguardo lanciò l'occhio suo, a Zarathustra. Ma subito si trasformò e disse con tristezza:
«O Zarathustra, sono stanco di ciò; l'arte mia mi disgusta, io non sono grande, e finger che vale? Ma tu lo sai pure – cercai la grandezza!
Volli rappresentare un grand'uomo, e molti ne convinsi; ma questa menzogna superò la mia forza. Per essa mi spezzo.
O Zarathustra; tutto in me è menzogna: ma che mi spezzo – questo mio spezzarmi è vero!».
«Ti onora, disse Zarathustra, l'aria cupa, e rivolto al suolo lo sguardo; ti onora aver cercato la grandezza, ma ciò ti tradisce insieme. Tu non sei grande.
Vecchio negromante maligno, ciò che tu hai di migliore e di più onesto, ciò che in te onoro, è che da te stesso ti sei stancato e hai detto: «Io non sono grande».
È in questo che io ti onoro qual penitente dello spirito: perchè l'esser sincero, sia pure per un attimo, è degno di lode.
Ma dimmi, chi cerchi tu nelle mie foreste e tra le mie rupi? E se per me ti ponesti lungo il mio cammino, quale prova volevi da me? in che cosa volevi tentarmi?»
Così parlò Zarathustra; e gli brillavano gli occhi. Il vecchio mago fece una pausa e poi disse: «Ti tentai? No, io cerco soltanto.
Oh, Zarathustra, io cerco qualcuno sincero, probo, semplice, che abbia un solo significato, l'uomo della rettitudine, vaso di saggezza, santo della conoscenza, un uomo grande!
Non lo sai tu dunque o Zarathustra? Io cerco Zarathustra».
Ci fu allora un lungo silenzio tra i due; ma Zarathustra s'immerse in sè stesso e chiuse gli occhi. Poi tornando al suo interlocutore, prese la mano del mago e disse pieno di gentilezza e d'astuzia:
«Ebbene! Ecco lassù la via che conduce alla caverna di Zarathustra, là puoi trovare colui che cercasti.
E chiedi consiglio ai miei animali, all'aquila mia ed al mio serpente: ti aiuteranno a cercare. Ma la mia caverna è vasta.
È vero che io stesso – non vidi ancora un uomo grande. Per ciò ch'è grande, l'occhio del più sottile è oggi ancora troppo grossolano. È il regno della plebe.
Molti già ne trovai, e si gonfiavano e s'innalzavano mentre il popolo gridava: «Vedete dunque, un grande uomo!» Ma a che giovano tutti i mantici! il vento ne esce infine.
Scoppia infine la rana che s'era troppo gonfiata: e n'esce il vento. Bucare chi s'è gonfiato è ciò che chiamo un divertimento piacevole. Sappiatelo, ragazzi!
L'oggi appartiene alla plebe: chi sa ancora, ciò ch'è grande od è piccolo? Chi cercò mai con successo la grandezza? I pazzi soltanto: i pazzi hanno fortuna.
Tu cerchi uomini grandi, mirabile folle? Chi ti insegnò questo? È oggi il momento opportuno? O maligno cercatore, perchè – mi tenti?» –
Così parlò Zarathustra, riconfortato nel cuore; e ridendo proseguì la sua via.
FUOR DI SERVIZIO
Ma Zarathustra aveva da poco tempo lasciato il negromante, quando vide nuovamente qualcuno sedere lungo la via che percorreva, un uomo lungo e nero con il volto pallido e scarno, che lo turbò profondamente. «Guai a me! – diss'egli nel suo cuore – vedo afflizione mascherata, ciò mi sembra appartenere ai preti: che vogliono essi nel mio regno?
Come! Mi sono appena incontrato in quel mago ed ecco un altro negromante passa sul mio cammino, –
– uno stregone qualsiasi che impone le mani, un oscuro taumaturgo per la grazia di Dio, qualche muto calunniatore del mondo, se lo porti via il diavolo!
Ma il diavolo non è mai al suo posto quando si avrebbe bisogno di lui; sempre giunge troppo tardi, questo maledetto nano; questo maledetto piede storto!».
Così imprecava Zarathustra, impaziente in cuor suo, e pensava come avrebbe potuto passare dinanzi all'uomo nero con la faccia rivolta altrove: ma ecco, avvenne altrimenti; giacchè allo stesso momento, colui che sedeva lo scorse, e simile a chi riceve improvvisamente una grazia, balzò in piedi e si diresse verso Zarathustra.
«Chiunque tu sia, viandante errante, diss'egli, aiuta uno smarrito, un vecchio cui potrebbe qui venir male. Questo mondo mi è straniero e lontano; sentii anche urlare bestie feroci, e colui che avrebbe potuto ricoverarmi, è sparito egli medesimo.
Cercai l'ultimo uomo pio, un santo, un eremita, che, solo nella sua foresta, non aveva ancor sentito dire ciò che oggi sa tutto il mondo».
«Che cosa sa oggi tutto il mondo?» chiese Zarathustra. «Questo, forse, che non vive più il vecchio Dio nel quale credette un giorno la gente?».
«L'hai detto, rispose tristamente il vecchio. Ed ho servito quest'antico Dio fino alla sua ultima ora.
Ma adesso sono fuori di servizio, sono senza padrone e, ciò non ostante, non libero; e inoltre non sono mai lieto se non nei miei ricordi.
Ecco perchè ascesi queste montagne, per celebrar nuovamente una festa come s'addice a un vecchio pontefice, ad un vecchio padre della chiesa; giacchè devi sapere che sono l'ultimo papa! Una festa di pio ricordo e di culto divino.
Ma ora morì egli stesso, l'uomo più pio, quel santo della foresta che ringraziava Dio senza posa con sussurri e con canti. Non lo trovai quando scopersi la sua capanna – scorsi invece due lupi che urlavano a cagione della sua morte – giacchè tutti gli animali lo amavano; allora fuggii. Venni dunque invano in queste foreste e montagne? Ma il mio cuore si decise a cercarne un'altro, il più pio di quelli che non credono in Dio – a cercar Zarathustra!».
Così parlava il vecchio, e guardava con occhio penetrante quegli che gli stava in piedi, dinanzi; ma Zarathustra afferrò la mano del vecchio papa e la contemplò a lungo, con ammirazione.
«Vedi dunque venerabile», disse poi, «che bella mano affilata. Questa è la mano di qualcuno che sempre benedisse. Ma ora essa stringe quella di colui che tu cerchi: di Zarathustra.
Io sono Zarathustra, l'empio, che dice: chi è più empio di me, affinchè io mi rallegri del suo insegnamento?» –
Così parlò Zarathustra penetrando con lo sguardo i pensieri più intimi del vecchio pontefice. Infine questi comincio:
«Colui che l'amava e lo possedeva di più è quello stesso che di più lo perdette: –
– guarda, tra noi due non sono io forse, adesso, il più ateo? Ma chi potrebbe rallegrarsene?» –
«Tu lo servisti fino alla fine? – chiese pensieroso Zarathustra dopo un lungo e profondo silenzio – e tu sai come è morto? È vero quanto si dice, che l'abbia strangolato la sua compassione,
– la pietà di veder l'uomo sospeso alla croce senza poter sopportare che l'amore per gli uomini divenisse il suo inferno ed infine la sua morte?»...
Ma il vecchio pontefice non rispose; distolse paurosamente lo sguardo con un'espressione dolorosa e cupa.
«Non ci pensar più, rispose dopo una lunga riflessione Zarathustra, guardando sempre il vecchio negli occhi.
Non ci pensar più; egli è perduto. E sebbene ti torni ad onore non dir che bene di tal morto, tu sai però quanto me, chi egli era, e ch'egli seguiva vie singolari.
«Detto a tre occhi» disse rasserenato il vecchio papa (giacchè egli era cieco da un occhio) «circa le cose di Dio, io son più dotto di Zarathustra – e ne ho il diritto.
Il mio amore servì Dio per lunghi anni, la mia volontà seguì sempre la sua. Ma un buon servitore sa tutto, ed anche certe cose che il padrone nasconde a sè stesso. Era un Dio nascosto, pieno di miti. In verità non ebbe un figlio che per vie storte. Sulla soglia della sua fede sta l'adulterio.
Chi lo esalta quale un Dio d'amore non possiede un'idea abbastanza elevata dell'amore stesso. Questo Dio, non voleva forse esser anche giudice? Ma colui che ama, ama al di là del castigo e della ricompensa.
Quand'era giovane, questo Dio dell'Oriente, era duro e vendicativo, ed edificò un inferno per il piacere dei suoi prediletti.
Ma divenne infine vecchio, tenero, molle e pietoso, più somigliante a un avo che a un padre, somigliando anzi meglio ad una vecchia nonna barcollante.
E sedeva così, avvizzito, nel suo cantuccio, presso la stufa; dolendosi delle gambe indebolite, stanco del mondo, stanco della volontà; e soffocò un giorno per la troppo grande pietà di sè stesso».
«Vecchio pontefice» disse allora Zarathustra, «hai veduto ciò coi tuoi occhi? Può ben darsi che sia avvenuto così: così, e anche altrimenti. Quando muoion gli dèi, muoiono sempre molte specie di morti.
Ebbene! In un modo o nell'altro – egli non è più. Egli ripugnava ai miei occhi ed alle mie orecchie, non potrei rimproverargli nulla di peggio.
Amo tutto ciò che ha chiaro lo sguardo e parla con franchezza. Ma lui – lo sai bene, vecchio prete, aveva qualcosa della tua specie, della specie sacerdotale, era equivoco. Anche oscuro era. Quanto non s'adirò contro di noi, perchè non sapevamo comprenderlo! Ma perchè non parlava più chiaramente?
E se era colpa delle nostre orecchie, perchè ci diede orecchie che l'intendevano male? Se c'era del limo nelle nostre orecchie, ebbene! chi ve lo mise?
Troppe cose non riuscirono a lui, il vasaio che non aveva finito d'imparare la sua arte. Ma ch'egli si sia vendicato sui suoi vasi e sulle sue creature perchè gli erano mal riuscite – questo fu un peccato contro il buon gusto.
Vi è pure un buon gusto nella pietà; questo buon gusto disse alla fine: «Via con un simile Dio! Meglio non aver Dio, meglio che ciascuno si fabbrichi col suo pugno la sorte, meglio essere folli, meglio esser Dio noi stessi!».
«Che sento?» disse allora il vecchio pontefice tendendo le orecchie: «O Zarathustra, tu sei più pio di quanto credi, con la incredulità! Ti convertì un Dio all'empietà.
Non è forse la tua stessa pietà che t'impedisce di credere in Dio? E la tua grande rettitudine finirà per condurti di là del bene e del male!
Vedi un po' ciò che ti fu riservato! Tu hai occhi, una mano e una bocca predestinati a benedire dall'eternità. Non si benedisce con la mano soltanto.
Presso di te, sebben tu voglia essere l'empio maggiore, sento un segreto profumo d'incenso, una fragranza di lunghe benedizioni: mi sento bene e male ad un tempo. Lascia che sia ospite tuo, o Zarathustra, per una notte soltanto. In nessun luogo sulla terra mi sentirei meglio che presso di te!».
«Amen! Sia così! – gridò Zarathustra con gran meraviglia, – lassù è il sentiero che porta alla caverna di Zarathustra.
E in verità, vorrei condurti ivi io stesso, venerabile, poi che amo tutti gli uomini pii. Ma mi chiama adesso, urgente, un grido di aiuto, lungi da te.
Nel mio dominio non deve accadere sciagura a nessuno: in buon porto è la mia caverna. E più di tutto vorrei ricondurre sulla terra ferma gli afflitti e rimetterli salvi sulle loro gambe.
Ma chi ti toglierebbe dalle spalle la tua melanconia? Io sono, per far ciò, troppo debole. In verità dovremmo attendere a lungo perchè qualcuno risvegliasse il tuo Dio.
Il vecchio Dio, infatti, non vive più: e egli è morto davvero». –
Così parlò Zarathustra.
L'UOMO PIÙ BRUTTO
E di nuovo Zarathustra errò per le foreste e i monti; e gli occhi suoi cercavano senza posa, ma da nessuna parte poteva vedersi colui che egli voleva vedere, il grande sofferente che invocava soccorso. Ma lungo tutto il cammino, egli si rallegrava in cuor suo ed era riconoscente. «Quante buone cose mi diede questa giornata, si diceva, per compensarmi di averla incominciata male. Quali bizzarri interlocutori trovai!
Voglio tritare a lungo le loro parole come dolci granelli; il mio dente li macinerà e li ridurrà in polvere, finchè non mi coleranno come latte nell'anima!».
Ma allo sbocco di un sentiero che s'avvolgeva intorno a uno scoglio, subito mutò il paesaggio, e Zarathustra entrò nel regno della morte. Si ergevano là, punte nere e rosse: e non v'era erba nè volo di uccello. Giacchè tutti gli animali fuggivano quella valle, anche le bestie feroci; soltanto una specie di grossi serpenti verdi, orribili, venivano a morirvi quando erano vecchi. I pastori chiamavano la valle: Tomba dei Serpenti.
Ma Zarathustra s'immerse in tetri ricordi, poichè gli sembrava di essersi trovato già in quella valle. E gli si fece pesante lo spirito: cosicchè egli si mise a camminar lentamente, sempre più lentamente, e s'arrestò infine. Ma allora guardando bene egli vide qualche cosa d'informe lungo la strada, quasi umana figura, e però con poco d'umano, qualcosa d'innominabile. E d'un tratto Zarathustra fu assalito da una grande vergogna per aver veduto con gli occhi tal cosa; arrossendo fino alla cima dei suoi bianchi capelli, egli distolse lo sguardo, ed alzò il piede per lasciare quel luogo nefasto. Ma subito un suono echeggiò nel deserto: venne dal suolo quasi un mormorio e un ribollimento, come quando l'acqua gorgoglia e singhiozza nei tubi chiusi, di notte; e finì per essere voce umana e umana parola: che diceva così:
«Zarathustra, Zarathustra! indovina il mio enigma! parla! parla! qual'è la vendetta contro il testimonio?
Io t'attiro indietro dove liscio è il ghiaccio! Bada, bada, che il tuo orgoglio qui non si rompa le gambe!
Tu ti credi saggio, o fiero Zarathustra! indovina dunque l'enigma, tu che spezzi le noci più dure, – l'enigma che sono io! Parla; chi sono io!»
Ma quando Zarathustra ebbe udito queste parole, – che pensate passasse nell'anima sua? fu assalito da compassione; e d'un tratto cadde a terra come una quercia, che dopo aver resistito ai colpi di molti boscaioli cade pesantemente con spavento di quelli che volevano abbatterla. Ma in breve risorse, e il suo volto si fece duro.
«Io ti riconosco bene – diss'egli con voce sonora – tu sei l'assassino di Dio! lasciami andare.
Tu non sopportasti colui che ti vedeva – che ti vedeva sempre dovunque, tu, il più brutto degli uomini. Tu ti vendicasti del tuo testimonio!».
Così parlò Zarathustra e già si disponeva ad andarsene: ma l'innominabile afferrò un lembo della sua veste e cominciò a gorgogliare di nuovo, ed a cercare parole «Rimani! diss'egli infine –
– rimani! Non andar oltre! Io indovinai quale scure ti ha percosso: salve, o Zarathustra, che sei di nuovo in piedi!
Tu hai indovinato, lo so, ciò che passa nell'anima di colui che uccise Dio – l'assassino di Dio. Rimani! Siedi dunque presso di me, e non sarà invano.
Verso di chi andrei se non verso di te? Rimani, siediti. Ma non guardarmi! Onora così la mia bruttezza...
Essi mi perseguitano: tu sei ora il mio supremo rifugio.
Non con il loro odio mi perseguitano, non coi loro aguzzini: oh!, io mi riderei di una tale persecuzione, ne andrei fiero e giocondo!
Il successo non arrise forse fin qui a quelli che furono più perseguitati? E colui che bene perseguita impara a seguire facilmente: – ed è infatti già dietro!... Ma è la loro compassione che mi perseguita,
– è la loro compassione che fuggo ed è contro di essa che cerco rifugio presso di te. O Zarathustra, proteggimi, tu mio rifugio supremo, tu il solo che mi indovinò:
– tu indovinasti che passa nell'anima di quegli che uccise Dio. Resta! e se vuoi andartene, viaggiatore impaziente, non prendere il cammino dal quale io son venuto. Quel cammino è funesto.
Ti adiri con me, perchè da lungo ti parlo così? Perchè già ti consiglio... Ma sappilo, son io il più brutto tra gli uomini –
– colui che ha pure i piedi più grandi e pesanti. Ovunque io passai, il cammino è cattivo. Io sconcio e guasto tutte le strade.
Ma vidi che tu volevi passare silenzioso presso di me, e m'accorsi del tuo rossore; ti riconobbi perciò, Zarathustra.
Un altro qualsiasi m'avrebbe gettato la sua elemosina, la sua pietà con lo sguardo e con la parola. Ma non son mendicante abbastanza, tu indovinasti –
– son troppo ricco, ricco di cose grandi – terribili, di bruttezza, d'inesprimibilità! La tua vergogna, o Zarathustra, mi fece onore!
Con fatica sfuggii dalla ressa dei compassionevoli, per trovare chi, solo tra tutti, insegna oggi che «la compassione è importuna» – e sei tu, Zarathustra!
Sia pietà di un Dio o di uomini: la compassione è contro il pudore. E il non voler soccorrere può essere cosa più nobile che non la virtù pronta sempre all'aiuto.
Ma questa è oggi chiamata dalla piccola gente la virtù per eccellenza, la compassione; essi non hanno rispetto per la grande sventura, la grande bruttezza, la grande difformità.
Il mio sguardo passa al di sopra di tutti costoro, come un cane guarda oltre il dorso delle pecore belanti. Sono esseri piccoli, grigi, lanosi, pieni di buona volontà.
Come un airone che guarda sdegnoso, col capo eretto oltre alla palude; così io guardo oltre il brulichio delle piccole onde grigie, delle volontà delle anime piccole. Troppo a lungo si diede ragione a questa piccola gente: fu così che si diede loro, infine, la stessa potenza – ora essi insegnano: «è buono soltanto ciò che dice buono la gente piccina».
E si chiama oggi «verità» ciò che disse il predicatore sorto in mezzo a loro, quello strano santo e avvocato della gente piccina che testimoniò di sè stesso «io – sono la verità».
Quel presuntuoso fece gonfiar da troppo tempo la cresta alla gente piccina – egli che proclamando «io sono la verità» insegnava un grande errore.
Si diede mai più cortese risposta a tal presuntuoso? Eppure, Zarathustra, tu gli passasti dinanzi, dicendo «No! no! Tre volte no!».
Tu ponesti gli uomini in guardia contro il suo errore, tu fosti il primo a mettere in guardia contro la pietà, – non tutti, non nessuno, ma te ed i tuoi.
Tu ti vergogni della vergogna dei grandi dolori, e, in verità, quando dici: «Dalla compassione una gran nube s'eleva, attenzione, voi uomini!».
– Quando tu insegni: «Tutti i creatori sono duri, ogni grande amore è al di sopra della sua compassione»: o Zarathustra come mi sembri conoscere bene i segni del tempo!
Ma tu stesso – bada alla tua stessa pietà. Giacchè molti vi sono che camminano verso di te, molti di quelli che soffrono, dubitano, disperano, s'annegano e gelano.
Ti metto in guardia anche contro di te. Tu indovinasti il mio enigma peggiore e migliore, me stesso e quello che feci. Io conosco la scure che ti minaccia. Ma egli – doveva morire; vedeva con occhi che tutto vedevano, vedeva le profondità e gli abissi dell'uomo, tutte le sue vergogne, le sue brutture nascoste.
Non conosceva pudore la sua pietà; egli s'insinuava nei luoghi più immondi dell'essere mio. Doveva morire, quel curioso fra tutti, quell'indiscreto, quel misericordioso all'eccesso.
Mi vedeva senza riposo; dovetti vendicarmi di un tal testimonio – oppure non vivere più.
Il Dio che tutto vedeva, anche l'uomo: questo Dio doveva morire! L'uomo non sopporta che viva un tal testimonio».
Così parlò il più brutto tra gli uomini. Ma Zarathustra s'alzò, e s'accinse a partire, poichè si sentiva gelare fin nelle viscere.
«Essere innominabile», disse, «tu m'hai messo in guardia, contro la tua strada. Per ringraziartene ti cedo la mia; guarda, lassù c'è la caverna di Zarathustra.
La mia caverna è grande e profonda e ha molti angoli; anche il più misterioso trova là il suo nascondiglio.
E vi sono anche fessure e crepacci per gli animali che strisciano, volano e saltano.
Ma tu, bandito che t'esulasti, non vuoi vivere tra gli uomini e tra l'umana pietà? Ebbene, fa come me! Così imparerai anche da me! impara soltanto quegli che agisce.
Comincia a parlare con i miei animali! L'animale più fiero, e l'animale più accorto – siano per noi due i veri consiglieri!».
Così parlò Zarathustra e proseguì il suo cammino, più pensieroso di prima e più lentamente; giacchè chiedeva a sè molte cose, e non trovava facilmente risposta.
«Quanto è povero l'uomo!», pensava in cuor suo, «quanto è brutto, gonfio di fiele e pieno di nascosta vergogna!
Mi si dice che l'uomo ama sè stesso! Ahimè, come grande dev'essere questo amore di sè! Quanto disprezzo ha da vincere!
Anche costui s'amava sprezzandosi – egli è per me un grande amatore, e un gran sprezzatore.
Mai m'incontrai in alcuno che si sprezzasse di più: questa pure è altezza. Ahimè! Era forse costui l'uomo superiore del quale avevo udito il grido?
Amo i grandi spregiatori. Ma l'uomo è qualcosa che deve essere superata».
IL MENDICANTE VOLONTARIO
Quando Zarathustra ebbe lasciato il più brutto fra gli uomini si sentì rabbrividire nella solitudine, giacchè molti pensieri freddi e solitari passarono in lui, di modo che le sue stesse membra ebbero l'impressione del freddo. Ma, procedendo sempre, in salita e in discesa, passando accanto a verdi prati, o ad aride pianure che erano forse state in altri tempi letto di impetuosi torrenti, il suo cuore ne ricevette conforto e calore.
«Che m'accadde? – egli si chiese, – qualcosa di caldo e di vivido mi ristora e dev'essere vicino a me.
Già sono meno solo: compagni sconosciuti e fratelli mi s'aggirano intorno, il loro caldo respiro commuove l'anima mia».
Ma guardandosi intorno per cercare i consolatori della sua solitudine: ecco, vide delle vacche riunite presso un'altura; il loro calore e la loro vicinanza l'avevan riscaldato. Quelle vacche sembravano seguir però con attenzione un discorso, e non badavano a colui che si avanzava.
Ma quando Zarathustra fu giunto presso di loro, egli udì chiaramente levarsi una voce umana; ed esse avevano visibilmente la testa volta al loro interlocutore.
Allora Zarathustra salì in fretta quell'altura e sbandò gli animali, giacchè temeva fosse avvenuta là qualche sciagura che la compassione delle vacche avrebbe difficilmente saputo soccorrere. Aveva però sbagliato; poichè, ecco, un uomo sedeva per terra e sembrava voler convincer le bestie di non temer di lui, uomo pacifico, dolce predicatore delle montagne, dagli occhi del quale traspariva la stessa bontà. «Che cerchi tu qui?», gridò con stupore Zarathustra.
«Che cerco? rispose. – La stessa cosa che cerchi tu, turbatore della pace! cioè la felicità sulla terra.
Ecco perchè vorrei che le vacche m'insegnassero la loro saggezza! giacchè, sappilo, è tutta la mattina che parlo ad esse, e stavano per rispondermi: perchè le disturbi?
Se noi non torniamo indietro e non diventiamo come le vacche non possiamo entrare nel regno dei cieli. Giacchè v'è una cosa che dovremmo imparar da loro il ruminare.
E, in verità, se l'uomo conquistasse anche l'intero mondo e non imparasse quell'unica cosa, il ruminare: a che gli gioverebbe? Giacchè non si libererebbe dalla sua afflizione,
– dalla sua grande afflizione che si chiama oggi disgusto: e chi dunque non ha oggi il cuore pien di disgusto, pieni gli occhi e la bocca? Anche tu! anche tu! Ma guarda invece le vacche!».
Così parlò il predicatore della montagna, volgendo lo sguardo a Zarathustra – giacchè fin allora gli occhi suoi eran rimasti fissi, con amore, alle vacche: – ma subito il suo volto si trasformò. «Chi è colui al quale io parlo? gridò spaventato alzandosi ratto da terra.
«Questo è l'uomo senza disgusto, Zarathustra, lui stesso, quegli che superò il gran disgusto; è l'occhio, è la bocca, è il cuore di Zarathustra medesimo».
E parlando così egli baciava la mano di colui al quale si rivolgeva, e traboccavano i suoi occhi di lagrime, e tutto si comportava come se un dono o un prezioso tesoro gli fosse d'un tratto caduto dal cielo. Ma le vacche guardavan stupite quanto accadeva.
«Non parlare di me, uomo strano ed amabile!» Zarathustra rispose sottraendosi alle sue tenerezze; «parlami prima di te! Non sei tu il mendicante volontario, che gettò una volta lungi da sè una grande ricchezza, –
– che si vergognò della sua ricchezza e dei ricchi, e fuggì tra i poveri, per donar loro la sua abbondanza e il suo cuore? Ma essi non l'accolsero...».
«Essi non mi accolsero, disse il mendicante volontario, tu lo sai pure. Ecco perchè andai infine presso le bestie e presso le vacche».
«Questo imparasti, – interruppe Zarathustra, – quanto è più difficile donar bene che ricevere bene; e che donar bene è un'arte, e la suprema e più ingegnosa arte della bontà».
«Oggi in modo speciale, rispose il mendicante volontario, oggi in cui tutto ciò che è basso si è ribellato, sollevato, e fatto presuntuoso a suo modo: proprio come la plebe.
Giacchè, lo sai, giunse l'ora per la grande insurrezione della plebe e degli schiavi, l'insurrezione funesta, lunga, lenta: essa cresce sempre di più.
Oggi si ribellano i piccoli contro tutto ciò che è beneficio oppure elemosina; che i ricchi stiano in guardia!
Guai a colui che, simile ad una bottiglia panciuta, gocciola da un collo troppo stretto: – a tali bottiglie oggi s’ama rompere il collo.
L'avida cupidigia, l'invidia biliosa, l'iraconda sete di vendetta, la superbia della plebe: tutto ciò mi spruzzò il volto. Non è più vero che i poveri siano felici. E il regno dei cieli è presso le vacche».
«E perchè non è presso i ricchi? – domandò Zarathustra, per tentarlo mentre allontanava le vacche che andavan fiutando familiarmente quell'apostolo della pace.
«Perchè mi tenti? – rispose costui – tu lo sai meglio di me. Che cosa dunque mi spinse verso i più poveri, o Zarathustra? Non era forse il disgusto per i nostri ricchi?
– di quei galeotti della ricchezza, che con l'occhio freddo e con loschi pensieri, sanno trar vantaggio dalle peggiori immondizie, galeotti che appestano il cielo –
– di quel volgo dorato e falso, gli avi del quale furon borsaioli, avvoltoi, raccoglitori di cenci, e le cui madri erano procaci, voluttuose, volubili: – giacchè non differivano dalle meretrici –
– plebe in alto, plebe in basso. Che importano oggi i «poveri» e i «ricchi!» Disimparai questa distinzione, e fuggii lontano, ognor più lontano, fino a che giunsi presso a queste vacche».
Così parlò quel pacifico, e sudava, e ansava per le proprie parole: di modo che nuovamente stupiron le vacche. Ma Zarathustra, mentre costui parlava così duramente, lo guardava sempre in volto, con un sorriso e scuoteva silenziosamente la testa.
«Tu ti fai violenza, o predicatore della montagna, adoperando così aspre parole. La tua bocca e i tuoi occhi non son nati per tali durezze.
E neppure il tuo stomaco, a quanto mi sembra; giacchè non è fatto per ciò che è collera ed odio e furore. Il tuo stomaco ha bisogno di alimenti più dolci: tu non sei un macellaio.
Mi sembri piuttosto un erbivoro e un vegetariano. Forse tu macini il grano. Ma di certo tu sei avverso ai piaceri carnali e tu ami il miele.
«M'indovinasti davvero – rispose il mendicante volontario, con il cuore sollevato; amo il miele e macino il grano giacchè cercai ciò che richiede al palato e rende l'alito puro – anche ciò che richiede molto tempo, un lavoro che occupi per tutta la giornata i pigri e gli oziosi.
Ma queste vacche avanzarono tutti gli altri: esse inventarono il ruminare e lo stendersi al sole. Si astengono pure da tutti i grandi pensieri che opprimono il cuore».
«Ebbene! disse Zarathustra – dovresti anche vedere i miei animali, l'aquila mia ed il mio serpente, – non v'è il loro pari sopra la terra.
Guarda, ecco il cammino che conduce alla mia caverna: sii ospite mio questa notte. E parla con i miei animali della felicità degli animali, – fino a che rientri io stesso. Giacchè ora un grido d'aiuto mi chiama in fretta lungi da te. Troverai pure nella mia dimora miele nuovo, miele freschissimo ed aureo: mangiane!
Ma ora prendi rapidamente congedo dalle tue vacche, uomo bizzarro e grazioso! Sebbene ciò ti rincresca. Giacchè esse ti sono le tue più sincere amiche e maestre!».
«Ad eccezione di uno che amo anche di più» rispose il mendicante volontario: «Tu stesso sei buono, o Zarathustra, e miglior d'ogni vacca!».
«Su, vattene via, adulatore ostinato!» gridò Zarathustra, con cattiveria, «perchè mi vuoi corrompere con la tua lode e con il miele della tua adulazione?».
«Via, vattene lungi da me!» gridò ancora una volta alzando il bastone sul mendicante volontario: ma questi fuggì via di corsa.
L'OMBRA
Ma era appena scomparso il mendicante volontario, quando Zarathustra, solo di nuovo con sè medesimo, udì un'altra voce che lo chiamava gridando: «Fermati, Zarathustra! attendimi dunque! Sono io, Zarathustra, io, la tua ombra!» Ma Zarathustra non attese, giacchè l'assalì un improvviso dispetto per la gran folla che v'era presso i suoi monti: «Ove andò la mia solitudine?» egli si disse.
Ne ho già troppi: questa montagna pullula d'esseri umani; il mio regno non è più di questo mondo, ho bisogno di nuove montagne.
La mia ombra mi chiama! Che importa la mia ombra! M'insegua! – io – le sfuggirò».
Così parlò Zarathustra al suo cuore, fuggendo. Ma quegli ch'era dietro di lui lo seguiva: così ch'erano in tre a correre l'un dietro l'altro; prima il mendicante volontario, poi Zarathustra, e terzo ed ultimo l'ombra di lui. Ma non corsero a lungo così, che già Zarathustra rifletteva alla propria follia, e d'un colpo scuoteva, lungi da sè, il suo dispetto e il suo disgusto.
«Come! diss'egli; le cose più strane non accaddero forse sempre, tra noi, santi e vecchi eremiti?
In verità, la mia follia è cresciuta sulle montagne! Ora sento sei gambe di vecchi pazzi trottare dietro di me!
Ma ha il diritto, Zarathustra, d'aver paura di una ombra? E, infin dei conti, mi sembra ch'essa ha gambe più lunghe delle mie».
Così parlò Zarathustra, ridendo con gli occhi e con tutti i suoi visceri. S'arrestò, e ratto si volse – ed ecco, quasi rovesciava l'ombra che l'inseguiva: poichè gli era tanto vicina ed era così debole. E quando l'esaminò con lo sguardo si spaventò come dinanzi a un improvviso fantasma: tanto gli parve adusta, logora e vecchia quella sua persecutrice.
«Chi sei? – domandò improvvisamente Zarathustra; Che fai tu qui? E perchè ti chiami l'ombra mia? Tu non mi piaci».
«Perdonami – l'ombra rispose – che sia io; e se non ti piaccio, ebbene, o Zarathusta! lodo te ed il tuo buon gusto.
Sono un viandante che da lungo cammina alle tue calcagna: sempre in moto, ma senza mèta ed anche senza dimora: così che poco mi manca per essere l'ebreo errante, senonchè io non sono nè ebreo nè eterno.
Come? debbo sempre essere in moto? ognor senza tregua, sospinto dal gorgo del vento? O terra, tu divieni per me troppo rotonda!
Già mi posi su ogni superficie; come la polvere stanca, m'addormentai sugli specchi e sulle vetrate. Tutto mi toglie alcunchè, nulla mi dona, ed io divengo sottile – e per poco non rassomiglio ad un'ombra.
Ma sei tu, Zarathustra, che da maggior tempo ho seguito ed inseguito; e sebbene mi sia nascosta fui ancor sempre l'ombra tua migliore: ovunque sedesti, anch'io sedetti.
Errai con te nei mondi più remoti e più freddi, simile a spettro che è lieto di correre su tetti invernali e sopra la neve.
Con te aspirai a tutto ciò ch'è vietato, più cattivo e lontano: e se in me v'è qualche virtù, questa è certamente il disprezzo d'ogni proibizione.
Con te infransi tutto ciò che il mio cuore ha adorato, rovesciai tutti i limiti e tutte le imagini, inseguendo i desiderii più pericolosi – e in verità passai una volta sovra tutti i delitti.
Con te disimparai a credere nelle parole, e nei valori e nei grandi nomi! Quando il diavolo muta la pelle non cambia forse insieme anche il nome? Giacchè è pelle anche il nome. Il diavolo stesso, forse è pelle.
«Nulla è vero, tutto è permesso»: così dicevo per stimolarmi.
Mi gettai, testa e cuore, nelle più gelide acque. Ahimè! Quante volte ne uscii rossa al pari di un gambero! Ahimè, dove andò la mia bontà, il mio pudore, la mia fede nei buoni? Ah, dov'è quella leggiadra innocenza che un dì io possedeva, l'innocenza dei buoni, e delle nobili loro menzogne?
Troppo spesso, in vero seguii da presso, servile, la verità: allora mi metteva il piede sul collo. Credevo alcuna volta mentire, ed ecco! era allora soltanto che toccavo – la verità.
Troppe cose mi si rivelarono: non me ne importa ora più nulla. Nulla più vive di quello che amo – come potrei amare ancora me stesso?
«Vivere secondo il mio desiderio, o non viver del tutto»: ecco quello che voglio; vuol così anche il più santo. Ma, ahimè, come posso ancora provar piacere?
C'è ancora per me, una mèta – uno scopo? Un porto verso il quale tende la mia vela?
Un buon vento? Ahimè, soltanto quegli che sa ove è diretto, sa pure qual'è il buon vento, e il vento che a lui è propizio.
Che mi rimase? Un cuore stanco e impudente; una volontà incostante, ali mal sicure, una spina dorsale spezzata.
Questa ricerca della mia dimora: o Zarathustra, tu lo sai, questa ricerca fu la mia prova crudele; e mi divora.
Ov'è la mia dimora? Ne chiedo, la cerco e la cercai, ma non l'ho trovata. O eterno dovunque, o eterno in nessun luogo, o eterno invano!».
Così parlò l'ombra e s'allungava alle sue parole il viso di Zarathustra. «Tu sei l'ombra mia! – diss'egli infine, con tristezza.
Non è piccolo il tuo pericolo, spirito libero e viaggiante! Avesti una cattiva giornata: bada che non la segua sera anche peggiore!
I vagabondi come te, si senton felici alla fine, anche in una prigione. Vedesti mai come dormono i delinquenti in prigione? Dormono in pace, gioiscono della nuova loro sicurezza.
Bada che non ti faccia prigioniero infine una fede angusta, un'illusione dura e severa! Giacchè d'ora innanzi, tu sei sedotto e tentato da tutto ciò che è solido e stretto.
Tu hai smarrito la mèta: ah, come potrai desolarti o consolarti d'una simile perdita? Non smarristi – anche il tuo cammino?
Povera, errante, visionaria, stanca farfalla! Vuoi aver tu questa sera un riposo e un asilo? Sali allora alla mia caverna!
Ecco il cammino che conduce alla mia caverna. Ed ora devo prestamente fuggire da te. Già si distende come un'ombra sovra di me.
Voglio correre solo, perchè di nuovo mi sia chiaro d'intorno.
Ecco perchè debbo ancora star desto ed allegro. Ma questa sera, da me – si danzerà!».
Così parlò Zarathustra.
MEZZOGIORNO
– Zarathustra corse e corse, ma non trovò più nessuno, e fu solo e ritrovò sempre soltanto sè stesso. Allora gioì della sua solitudine e l'assaporò e pensò a cose buone – lungamente. Ma a mezzodì, quando il sole si trovava proprio sopra la testa di Zarathustra, egli passò dinanzi ad un vecchio albero curvo e nodoso, strettamente abbracciato dal ricco amore di un ceppo di vite, di modo che non si scorgeva il tronco: pendevan da l'albero, offrendosi copiosi al viandante, grappoli dorati. Allora Zarathustra provò desiderio di estinguere la sua sete e di staccare un grappolo: ma, mentre stava per distendere il braccio ad afferrarlo l'assalì un altro desiderio ancora più forte: il desiderio di coricarsi ai piedi dell'albero, all'ora del pieno meriggio, per dormire. Questo fece Zarathustra, e appena fu disteso al suolo, nel silenzio e nel segreto dell'erba multicolore, la leggera sua sete si estinse ed egli si addormentò... Giacchè, come dice il proverbio di Zarathustra: «una cosa è più necessaria dell'altra». Ma i suoi occhi restavano aperti – essi non si saziavano infatti di guardare e di lodar l'albero e l'amore del ceppo di vite. E addormentandosi, Zarathustra disse così al suo cuore:
«Silenzio! Silenzio! Non divenne forse perfetto il mondo in questo momento? Che dunque m'accadde?
Simile a un vento grazioso che danza invisibile su liscie superfici marine, leggero, leggero come una piuma: così – danza il sonno sovra di me.
Non mi chiude gli occhi, lascia desta l'anima mia. È leggero in verità, leggero come una piuma.
Esso mi persuade, non so come... mi blandisce nell'intimo con carezzevole mano, e mi costringe. Sì, mi costringe a distendere l'anima mia: –
– come diventa lunga e stanca l'anima mia singolare! La sera del settimo giorno giunse per lei in pieno meriggio? Errò essa a lungo, felice, tra le cose buone e mature?
Essa s'allunga, s'allunga – sempre di più. Essa giace tranquilla, la mia anima strana. Essa gustò troppe cose buone; questa tristezza dell'ora la opprime, essa torce la bocca.
– Come una nave che entrò nel porto suo più tranquillo: – s'addossa ora alla terra, stanca del viaggio lungo e del mare incerto. Non è più fedele la terra?
Quando questa nave si stringe amorosamente alla terra: – basta allora che un ragno mandi a lei dalla terra i suoi fili, e non occorre corda più solida.
Come una stanca nave nel più tranquillo suo porto; così mi riposo io adesso vicino alla terra, fedele e fidente, in attesa di venir avvinto a lei con invisibili fili. Oh, felicità! felicità! Vuoi forse cantare, anima mia? Tu giaci nell'erba. Ma ecco l'ora segreta e solenne, in cui nessun pastore suona il flauto.
Attenzione! il calore di mezzogiorno batte sui campi. Non cantare! Silenzio! Il mondo è perfetto.
Non cantare, uccello dei campi, o anima mia! Non bisbigliare! Guarda dunque... Silenzio! Dorme il vecchio meriggio e muove la bocca: non beve forse in questo momento una goccia di felicità –
– una vecchia goccia densa d'aurea felicità, di vino dorato? Scivola sopra di lui la sua felicità sorridente. Così – ride un Dio. Silenzio! –
– «Quanto poco basta per la felicità!» così dissi un giorno, credendomi saggio. Ma era una bestemmia: l'imparai dopo. I pazzi accorti parlano meglio.
Appunto di ciò ch'è più lieve, silenzioso, leggero, d'un fruscio d'una lucertola, d'un sospiro, d'un momento, d'un batter d'occhi – di poca cosa è formata la miglior felicità. Silenzio.
Che mi successe? Ascolta! Fuggì dunque il tempo? Non cado io? non caddi – ascolta! nel pozzo dell'eternità?
Che mi succede! silenzio!, sento pungermi – ahi, – nel cuore? nel cuore! O spezzati, spezzati cuore, dopo tale felicità, dopo simile trafittura!
Come? non divenne forse perfetto il mondo, in questo momento? Rotondo e maturo? Oh, l'anello aureo e rotondo, dove fuggì? Io l'inseguo!
Silenzio... –» (e qui Zarathustra distese le membra e sentì che dormiva).
«Su! disse a sè stesso, o dormiglione! Pigro! Su, su, vecchie gambe! È tempo, è il tempo. Vi resta ancora buona parte di cammino da fare.
Cedeste al sonno, ma per quanto tempo? Una mezza eternità! Su, su mio vecchio cuore! Quanto tempo ti sarà necessario dopo un tal sonno per risvegliarti?».
(Ma di nuovo s'addormentava, e l'anima sua resisteva e si difendeva; e si pose contro di lui): – «Lasciami dunque! Silenzio! Non è adesso il mondo perfetto? Oh, la palla aurea e rotonda».
«Levati su –, disse Zarathustra, – piccola ladra, piccola oziosa! Come? Sempre stirarsi, sbadigliare sospirare, cadere al fondo del pozzo profondo?
Chi sei dunque, o anima mia!» (e si spaventò in quell'istante, giacchè un raggio di sole cadeva dal cielo sopra il suo viso).
«O cielo al di sopra di me – diss'egli con un sospiro, e si pose a sedere, – tu mi guardi? Tu ascolti l'anima mia singolare?
Quando berrai tu questa goccia di rugiada che cadde su tutte le cose del mondo, – quando berrai tu quest'anima singolare –
– quando, pozzo dell'eternità! Tu meriggio sereno e terribile del mezzogiorno! Quando berrai tu di nuovo l'anima mia?»
Così parlò Zarathustra, e si levò dal giaciglio ai piedi dell'albero, quasi uscisse da un'ebbrezza strana; ed ecco il sole stava ancora sopra il suo capo. Ma da ciò qualcuno potrebbe inferir con ragione che Zarathustra non avesse dormito a lungo.
IL SALUTO
Fu solo nel tardo pomeriggio che Zarathustra, dopo lunghe e vane ricerche, dopo aver molto vagato, fece ritorno alla sua caverna. Ma quando si trovò di fronte ad essa, e distante solo una ventina di passi, accadde ciò che adesso egli meno attendeva; udì nuovamente l'acuto grido di soccorso. E, cosa strana! esso proveniva questa volta, dalla sua caverna. Ma era un grido lungo, singolare e molteplice, e Zarathustra notò distintamente che si componeva di molte voci: sebbene paresse, a distanza, il grido di un'unica bocca.
Zarathustra si slanciò allora verso la sua caverna ed ecco! quale spettacolo l'attendeva dopo tale concerto! Giacchè sedevano tutti gli uni presso gli altri coloro nei quali s'era incontrato lungo il giorno: il re di destra e il re di sinistra, il vecchio mago, il papa, il mendicante volontario, l'ombra, il coscienzioso dello spirito, il triste indovino e l'asino; ma il più brutto tra gli uomini s'era messo in capo una corona e s'era cinto di due sciarpe di porpora, – poichè, come tutti i deformi, gli piaceva mascherarsi e nascondere la propria bruttezza. Ma in mezzo a quella accolta di afflitti stava l'aquila di Zarathustra, inquieta, irte le penne, poichè doveva rispondere a troppe cose per le quali non aveva risposte la sua superbia: e gli si era attorto al collo l'accorto serpente.
Con grande stupore mirò tutto ciò Zarathustra; poi considerò ad uno ad uno i suoi ospiti; con benigna curiosità, leggendo nell'anima loro, e stupì nuovamente. Frattanto i convenuti s'erano levati da sedere; e con rispetto attendevano che Zarathustra parlasse. E così parlò Zarathustra:
«Voi disperati! Voi singolari! Fu dunque il vostro grido di aiuto che udii? Ora so pure dove si può cercare colui che invano oggi cercai: l'uomo superiore: –
– egli siede nella mia caverna, l'uomo superiore! Ma perchè mi stupisco! Non fui io stesso ad attirarlo verso di me con offerte di miele e con gli astuti richiami della mia felicità?
Mi sembra che voi mal v'intendiate, con cuore arcigno, voi che chiamate soccorso mentre sedete qui insieme. È necessario che prima venga qualcuno, –
– qualcuno che vi faccia ridere di nuovo, un buon compagno allegro, un danzatore, uno scapestrato, oppure un pazzo: – che ve ne pare?
Perdonatemi dunque, o voi disperati, che vi parli così volgari parole, indegne, in verità, di simili ospiti! Ma voi non indovinate ciò che fa petulante il mio cuore: –
– Siete voi stessi e lo spettacolo di voi, perdonatemi! Giacchè guardando chi dispera, ognuno riprende coraggio, ognuno si crede forte abbastanza – per consolare un disperato.
A me stessi voi donaste tal forza, – un dono prezioso, o miei ospiti illustri! Un dono degno d'ospiti onesti! Ebbene, non v'adirate se v'offro pure del mio.
Questo è il mio regno e il mio dominio: ma ve l'offro per questa sera e per questa notte. Vi servano i miei animali: la mia caverna sia il vostro luogo di riposo! Albergati da me, non disperi alcuno di voi; io proteggo ciascuno nella mia contrada, dalle bestie feroci. Sicurezza! Ecco la prima cosa che v'offro.
E la seconda è il mio mignolo. E quando lo avrete prendetevi pure tutta la mano, ecco! Ed anche il cuore! Benvenuti qui, benvenuti, ospiti miei!».
Così parlò Zarathustra, e rise di cattiveria e d'amore. Dopo questo saluto s'inchinarono gli ospiti ancora una volta, in silenzio, e riverenti; ma gli rispose, a nome di tutti, il re di destra.
«Al modo col quale ci presentasti la tua mano e il tuo saluto, Zarathustra, noi riconosciamo che tu sei Zarathustra. Tu, innanzi a noi, t'umiliasti; per poco non feristi il nostro rispetto –
– ma chi dunque saprebbe, al pari di te, umiliarsi con tanta fierezza? Questo ci conforta, è un ristoro per i nostri occhi e i nostri cuori.
Solo per esserne spettatori noi ascenderemmo volontieri montagne più alte di queste. Giacchè siamo avidi di spettacolo, e vogliamo vedere ciò che rende sereni gli occhi turbati.
Ed ecco, già cessarono i nostri gridi d'aiuto. Già la nostra mente e il cuore nostro s'aprono pieni di gioia. Poco manca che il nostro coraggio non divenga insolenza.
Nulla su la terra, o Zarathustra, vince la gioia di una volontà alta e forte: questa è la pianta migliore quaggiù. Un intero paesaggio acquista bellezza da un albero tale.
Io lo assomiglio a un pino, o Zarathustra, quegli che cresce come te: slanciato, silenzioso, duro, solitario, del migliore e più flessibile legno, superbo –
– che diffonde i suoi rami vigorosi e verdi per afferrare il suo dominio, rivolgendo robuste domande ai venti e alle tempeste, e a tutto ciò che è familiare alle altezze, –
– rispondendo ancora più forte, come uno che comanda, un vittorioso: ah! chi non ascenderebbe alti monti per contemplare simili piante?
Da questo albero tuo, Zarathustra, ha conforto anche chi è cupo e deforme; nel guardarti anche l'incostante acquista sicurezza e salute.
E in verità molti sguardi si dirigono oggi verso il tuo monte e l'albero tuo: un desiderio ardente s'è levato verso di te, e molti impararono a chiedere: chi è Zarathustra?
E tutti coloro ai quali stillasti nell'orecchie il tuo miele e la tua canzone; tutti coloro che sono nascosti solitari o a due, dissero improvvisamente nel cuore:
«Vive ancora Zarathustra? Più non vale la pena di vivere. Tutto è simile, tutto è vano: a meno che – non viviamo con Zarathustra!».
«Perchè non viene colui che s'annunziò da tempo sì lungo? – così molta gente si chiede; – lo divorò forse la solitudine? Oppure dobbiamo andare da Zarathustra?».
Ora accade che la solitudine stessa divenga fracida e si spezzi, simile a tomba che s'apre e più non può contenere i suoi morti. Dappertutto si vedono risuscitati.
Ora salgono e s'accavallan le onde attorno al tuo monte, o Zarathustra. E lontano nell'eccelsa altitudine, molti debbono ascendere verso di te; la tua nave non deve rimanere più lungo tempo all'asciutto.
E che noi siam venuti verso la tua caverna, noi che disperammo e che ora più non disperiamo: è un segno e un presagio che s'avviò alla tua volta taluno migliore di noi, –
giacchè s'avviò a te l'ultimo avanzo di Dio tra gli uomini; cioè tutti gli uomini che hanno gran disgusto, gran sazietà, –
– tutti coloro che non vogliono vivere senza poter di nuovo sperare – o imparare da te, Zarathustra, la grande speranza!».
Così parlò il re di destra, afferrando la mano di Zarathustra, per baciarla; ma Zarathustra si schermì e si ritrasse spaventato, silenzioso; poi tacque, quasi volesse fuggire lontano. Ma dopo un po' era già nuovamente presso i suoi ospiti, e guardandoli con occhi chiari e indagatori, egli disse:
«Ospiti miei, uomini superiori, voglio parlarvi tedesco e con molta franchezza. Non siete voi che io attendevo su questa montagna».
(«Tedesco e con franchezza? lo preservi Iddio! disse allora il re di sinistra; si vede ch'egli non conosce i buoni tedeschi, questo savio d'Oriente! Ma egli vuol dire «tedesco e rudemente» – ebbene, non è questo, oggi, il gusto peggiore!»).
«Può darsi che voi siate tutti, gli uni e gli altri, uomini superiori, continuò Zarathustra, ma, per me, voi non siete nè grandi nè forti abbastanza.
Per me, voglio dire: per la volontà inesorabile che in me tace, che tace, ma che sempre non tacerà. E se voi siete miei, non siete però il mio braccio destro.
Giacchè colui che, come voi, cammina su gambe malate e deboli, vuole anzitutto, lo dica o no, venir risparmiato. Ma io non risparmio le mie braccia e le mie gambe, io non risparmio i miei guerrieri: come potreste voi servire alla mia guerra?
Con voi guasterei le mie vittorie, e più di uno fra voi cadrebbe al solo rullo dei miei tamburi.
Anche non siete belli e bennati abbastanza per me. Ho bisogno di specchi puri e lisci per quello che insegno; riflessa sulla vostra superficie la mia imagine sarebbe deformata.
Pesano sulle vostre spalle molti fardelli, molti ricordi; molti nani maligni s'annidano nei vostri angoli. Anche in voi v'è plebe nascosta.
E se pur siete alti e di buona razza, molte cose in voi sono curve e deformi, e non v'è fabbro al mondo che possa raddrizzarvi come vorrei.
Voi, non siete che ponti: possano, i migliori di voi, passare dall'altra parte! Voi rappresentate gradini: non v'irritate dunque contro colui che vi sale per giungere alla sua altezza!
Può, dalla vostra semente, nascere un giorno per me, un vero figlio, un erede perfetto: ma quel tempo è lontano. Voi non siete affatto coloro ai quali appartiene il mio nome e la mia eredità.
Non voi io attesi su questa montagna; non con voi discenderò un'ultima volta tra gli uomini. Voi non siete che precursori, venuti a me per annunziarmi che altri, più grandi, camminano verso di me, – non già gli uomini che hanno il grande desiderio, il grande disgusto, la gran sazietà, nè ciò che voi chiamate quanto resta di divino tra gli uomini,
– no! no, tre volte no! Altri attendo qui sulla montagna, e non voglio, senza di essi, volgere i miei passi lungi da qui,
– altri che saranno più grandi, più forti, più vittoriosi, uomini più giocondi, che sono dritti di corpo e d'anima: debbono venire, leoni ridenti!
O singolari ospiti miei – non udiste ancora parlare dei miei figli? non sentiste dire che vengono verso di me?
Parlatemi dunque dei miei giardini, delle mie isole beate, della mia nuova e bella stirpe – perchè non mi parlate di ciò?
Imploro l'amor vostro di ricompensare la mia ospitalità parlandomi dei miei figli. Per essi mi feci ricco, per essi mi feci povero; che cosa non ho dato,
– che non darei per avere quest'unica cosa, questi figli, questa vivente vegetazione, questi alberi vitali della mia volontà e della mia più alta speranza!».
Così parlò Zarathustra e s'arrestò d'improvviso nel suo discorso; giacchè fu assalito dal suo desiderio e chiuse gli occhi e la bocca per la commozione del cuore. E tacquero anche tutti i suoi ospiti, immobili e costernati: soltanto il vecchio indovino faceva cenni con le mani e gesticolava.
LA CENA
In quel punto l'indovino interruppe infatti i saluti di Zarathustra e degli ospiti suoi: si fece innanzi come qualcuno che non ha tempo da perdere, afferrò la mano di Zarathustra e gridò: «Ma Zarathustra!
Una cosa è più necessaria dell'altra, tu parli così: ebbene! V'è adesso una cosa che m'abbisogna più di tutte le altre.
Una parola al momento opportuno: non m'invitasti tu alla tua cena? E vi sono qui molti che fecero lungo cammino. Tu non ci vorrai forse nutrire di sole parole?
Poi troppo spesso accennaste al gelare, all'annegare, al soffocare e ad altre miserie del corpo, ma nessuno pensò alla mia miseria; cioè il morir di fame».
(Così parlò l'indovino; ma quando gli animali di Zarathustra intesero tali parole, fuggirono spaventati. Giacchè s'accorsero che tutto ciò che avevan portato a casa quel giorno, non bastava a sfamare il solo indovino).
«Consapevole del pericolo di morir di sete – proseguì l'indovino – e sebbene io senta qui il gorgogliare dell'acqua, continuo e copioso come la parola della sapienza: io – voglio del vino!
Tutti non sono come Zarathustra, bevitori d'acqua. L'acqua non conviene a chi è stanco e avvizzito; per noi ci vuol vino – che solo può far guarire e ridare il vigore!».
E allora accadde che mentre costui chiedeva il vino, il re di sinistra, il silenzioso, prendesse egli pur la parola. «Noi ci occupammo del vino, disse, me e mio fratello il re di destra; noi abbiamo vino abbastanza – ne caricammo un somaro. Sicchè non ci manca che il pane».
«Pane? replicò Zarathustra ridendo. È appunto del pane che mancano i solitari. Ma l'uomo non vive di solo pane, bensì anche di carne di buoni agnelli, ed io ne ho due:
– bisogna scannarli subito e prepararli con droghe e con salvia, perchè così piacciono a me. E noi non manchiamo neppure di radici e di frutta che bastano ai ghiotti; non di noci od altri enigmi da rompere.
Faremo dunque in breve un'ottima cena. Ma chi vuole mangiare con noi deve por mano ad apparecchiare, ed anche i re. In casa di Zarathustra anche un re può infatti essere cuoco».
La proposta fu di buon grado accettata da tutti gli ospiti; solo il mendicante volontario fece qualche obiezione per la carne, il vino e le droghe.
«Sentite questo ghiottone di Zarathustra! – disse scherzoso; – si va nelle caverne e sulle alte montagne per fare una simile cena?
Ora, in verità, comprendo ciò che c'insegnò un giorno: «Sia benedetta la piccola povertà!» e perchè egli vuol sopprimere i mendicanti.
«Sta allegro, gli rispose Zarathustra, come io lo sono. Conserva le tue abitudini, uomo eccellente, macina il tuo grano, bevi la tua acqua, loda la tua cucina, purchè essa ti conservi di buon umore!
Io sono legge soltanto per i miei, non sono legge per tutti. Ma colui che è dei miei deve possedere ossatura robusta e piede leggero, –
– essere allegro nella guerra e nei conviti: non già un accigliato, o un sognatore, pronto a le più difficili cose come a una festa, robusto e sano.
Il meglio appartiene ai miei ed a me, e se a noi non ci è dato, noi lo prendiamo: – il nutrimento migliore, il cielo più puro, i pensieri più forti, le donne più belle!».
Così parlò Zarathustra; ma il re di destra rispose: «Strano! S'udirono mai tanto ingegnose parole uscir dalla bocca d'un saggio?
E, in verità, questa è per un saggio la cosa più singolare, d'essere con tutto ciò intelligente e non asino».
Così parlò il re di destra, stupito; l'asino gli fece però malignamente eco col suo raglio.
Ma questo fu il principio di quel lungo pasto che è chiamato «la santa cena» nei libri di storia. Durante quel pasto non si parlò d'altro che dell'uomo superiore.
DELL'UOMO SUPERIORE
1.
Quando venni la prima volta tra gli uomini, feci la follia del solitario, la grande follia: mi posi sulla pubblica piazza.
E discorrendo con tutti non parlavo ad alcuno. Ma la sera m'eran compagni saltimbanchi e cadaveri, ed ero io stesso quasi un cadavere.
Ma con l'aurora novella, venne a me una verità nuova: allora imparai a dire: «che m'importa del mercato e della plebe, del frastuono della plebe e delle lunghe orecchie della plebe?»
Uomini superiori, imparate questo da me: sulla pubblica piazza non crede nessuno all'uomo superiore. E se voi volete parlarne, ebbene! La plebe ammicca come per dirvi: «Noi siamo tutti eguali».
«Uomini superiori?! – così ammicca la plebe; – non esiste l'uomo superiore, noi siamo tutti eguali, l'uomo è buono, dinanzi a Dio – Siamo tutti eguali!»
Dinanzi a Dio! – Ma ora questo Dio è morto. E dinanzi alla plebe, noi non vogliamo essere eguali. Uomini superiori, allontanatevi dalla pubblica piazza!
2.
Dinanzi a Dio! – Ma Dio è morto!... Uomini superiori, questo Dio fu il vostro grande pericolo. Voi non risuscitaste che da quando egli giacque nella sua tomba. È ora soltanto che ritorna il grande meriggio; ora soltanto l'uomo superore diventa padrone!
Comprendete voi queste parole, o miei fratelli? Voi siete atterriti: vi colse forse la vertigine? S'apre qui l'abisso per voi? Vi abbaia contro il cane dell'inferno?
Ebbene! Suvvia! Uomini superiori! Ora soltanto la montagna dell'umano avvenire s'agita nelle doglie del parto. Dio morì; noi vogliamo ora, – che viva il superuomo.
3.
I più perplessi chiedono oggi: «come si conserverà l'uomo?» Ma Zarathustra domanda, il primo e il solo:
«Come sarà superato l'uomo?».
Il superuomo mi sta a cuore, egli è per me l'unica cosa, – e non l'uomo: non il prossimo, non il più povero, non il più afflitto, non il migliore.
O fratelli, ciò che posso amare nell'uomo è ch'egli è transizione e tramonto. Ed anche in voi sono molte cose che mi fanno amare e sperare.
Voi disprezzaste, uomini superiori, e ciò è quanto mi fa sperare. Giacchè i grandi sprezzatori sono pure i grandi veneratori.
Voi disperaste e ciò pure è degno di lode. Giacchè voi non imparaste il modo d'arrendervi, non imparaste le anguste prudenze.
Oggi divennero padroni i piccoli uomini; essi predicavano tutti la rassegnazione, la modestia, la diligenza, i riguardi e tutta la sequela delle piccole virtù.
Ciò che assomiglia alla donna e al valletto, ciò che proviene da una stirpe di schiavi e sopratutto il fango plebeo: questo vuole oggi divenire padrone dell'umano destino – o disgusto! Disgusto!
Questa gente sempre domanda e senza stancarsene: «Come si conserva meglio l'uomo, e più a lungo e più piacevolmente?» È così – che essi sono i padroni d'oggi.
Questi signori d'oggi, superateli, o fratelli, – questa piccole gente: sono essi il più grande pericolo del superuomo!
Superate, uomini superiori, le piccole virtù, le meschine prudenze, i riguardi pel granello di sabbia, il brulicare delle formiche, la miserabile contentezza di sè, la «felicità dei più».
E disperate anzi che arrendervi. E, in verità, io v'amo, perchè non sapete vivere oggi, o uomini superiori! Così, infatti – vivete meglio!
4.
Avete coraggio, fratelli? Siete decisi? Non già coraggio dinanzi a testimoni, ma coraggio di solitari, coraggio d'aquile che non è veduto da alcun Dio?
Le anime fredde, i muli, i ciechi, gli ubbriachi, non sono per me coraggiosi. Ha coraggio colui che conosce la paura, ma sa vincerla, colui che vede l'abisso, ma con fierezza.
Colui che vede l'abisso, ma con occhi d'aquila, – colui che s'aggrappa a l'abisso con l'artiglio d'aquila: questi ha coraggio.
5.
«L'uomo è cattivo» – così, per mia consolazione, dice ogni saggio. Ah, se fosse vero ancor oggi! Giacchè il male è la forza migliore dell'uomo.
«L'uomo deve divenire migliore e più cattivo» – ecco quello che insegno, io. Il più gran male è necessario per il maggior bene del superuomo.
Ciò poteva esser caro a quel predicatore della piccola gente, soffrire e portare i peccati degli uomini. Ma io mi rallegro del grande peccato come della grande mia consolazione.
Ma queste parole non son dedicate alle orecchie lunghe; giacchè ogni parola non conviene a ogni bocca. Sono cose delicate e lontane: le unghie delle pecore non possano afferrarle!
6.
Voi, uomini egregi, credete che io sia qui per rimediare il male che faceste?
Oppure che voglia d'ora innanzi preparare un più molle giaciglio ai sofferenti? O additar nuovi sentieri agli irrequieti, agli smarriti, agli straziati?
No! No! Tre volte no! Bisogna che uomini della vostra specie periscano sempre in maggior numero, ed anche i migliori giacchè bisogna che il vostro destino sia sempre più malvagio e più duro. Soltanto così –
– soltanto così l'uomo cresce verso l'altezza, là ove lo colpisce e brucia la folgore: alto abbastanza per la folgore!
Il mio spirito ed il mio desiderio sono attratti verso il poco, il lungo, il lontano: che m'importa della vostra miseria, piccina, molteplice, breve?
Per me voi non soffrite abbastanza. Giacchè voi soffriste in quanto individui, non in quanto umanità. Mentireste dicendo il contrario! Voi tutti non soffrite di ciò che ho sofferto.
7.
Non mi basta che non arrechi più danno la folgore. Non voglio farla deviare; essa deve imparare per me a lavorare.
La mia saggezza s'addensa da lungo tempo come una nube, e sempre divien più tranquilla e più cupa. Così fa ogni saggezza che vuole un dì generare la folgore.
Per questi uomini d'oggi non voglio essere luce, nè tale venir chiamato. Costoro – voglio abbagliarli. Fulmine della mia saggezza, accecali!
8.
Non vogliate nulla che trascenda il vostro potere; c'è una invidia maligna in coloro che voglion più delle loro forze.
Soprattutto quando vogliono grandi cose! Giacchè destano la diffidenza verso le grandi cose, questi sottili falsificatori di monete, questi scaltri giocolieri e commedianti: fino a che divengon falsi davanti a sè stessi, occhi loschi, legno tarlato e riverniciato, ammantati di parole sonore, di virtù d'occasione attraverso risplendenti opere false.
Siate cauti con loro, o uomini egregi. Nulla vi è oggi più caro e prezioso che la franchezza.
Non appartiene l'oggi alla plebe? Ma la plebe non sa ciò che è grande, ciò che è piccolo, ciò ch'è diritto e onesto: con innocenza essa è sempre storpia e menzognera.
9.
Abbiate oggi molta diffidenza, uomini superiori, uomini coraggiosi! Voi che siete franchi! E nascondete le vostre ragioni. Giacchè l'oggi appartiene alla plebe.
Ciò che la plebe imparò a credere senza ragione, chi potrebbe abbatterlo senza ragioni?
Sul mercato si persuade coi gesti; ma delle ragioni la plebe diffida.
E se la verità ebbe talvolta vittoria, chiedete allora con diffidenza: «Quale errore stava in favore di essa?».
Guardatevi pure dai dotti! Essi vi odiano perchè sono infecondi! Hanno occhi gelidi e secchi; dinanzi a loro ogni uccello è spennato.
Alcuni si vantano di non mentire: ma l'incapacità di mentire non è ancora amore della verità. Fate attenzione!
La mancanza di febbre non è ancora saggezza! Negli spiriti freddi io non ho fede. Colui che non sa mentire, non sa che sia la verità.
10.
Se volete ascendere, servitevi delle vostre gambe! Non fatevi trasportare in alto, non vi sedete sul dosso o sulla testa di estranei!
Ma tu monti a cavallo? Tu galoppi adesso rapidamente verso la mèta? Ebbene, amico. Il tuo piede zoppo è esso pure a cavallo!
Quando sarai giunto alla mèta, quando balzerai dalla sella: quando proprio sarai al tuo culmine, o uomo superiore – tu inciamperai!
11.
Voi che create, uomini superiori! Non si è gravidi che del proprio figlio.
Non lasciatevi indurre in errore! Chi dunque è il vostro prossimo? E se anche agite «per il prossimo», – non create tuttavia per lui!
Disimparate dunque questo «per», voi creatori: la stessa vostra virtù non vuol che voi operiate per un fine o per una ragione. Voi dovete turarvi le orecchie contro queste false, meschine parole.
Il «per il prossimo» non è che virtù di gente piccina: essa insegna che «tutti sono eguali», che «una mano lava l'altra». – Ma la gente piccina non ha nè il diritto nè la forza del vostro egoismo!
Nel vostro egoismo, o creatori, v'è la previdenza e la provvidenza del parto! Ciò che nessuno ha veduto con gli occhi, il frutto: è nutrito, protetto, difeso da tutto il vostro amore.
Ov'è tutto il vostro amore, presso la vostra creatura, là v'è pure tutta la vostra virtù! L'opera vostra, la vostra volontà, ecco il «prossimo» vostro: non vi lasciate ingannare da falsi valori!
12.
Voi che create, uomini superiori! Chi deve partorire è malato, ma chi ha partorito è impuro.
Chiedetelo alle donne: non si partorisce perchè faccia piacere. Il dolore fa gridare le galline e i poeti.
O creatori, vi sono in voi molte impurità. Giacchè doveste esser madri.
Un nuovo figlio: ah, quanta nuova sozzura con lui venne al mondo! Scostatevene! Chi ha partorito deve purificare l'anima sua!
13.
Non siate virtuosi più delle vostre forze. E non esigete nulla da voi che sia inverosimile.
Seguite le orme delle paterne virtù! Come potreste ascendere se la volontà dei vostri padri non salisse con voi?
Ma colui che vuol essere il primo, faccia bene attenzione a non essere l'ultimo! E là ove sono i vizi dei padri vostri, voi volete sembrare santi!
Chi è nato da padre ch'era incline alle donne, ai vini generosi e ai cinghiali, come mai potrebbe pretendere d'essere casto?
Sarebbe follia! È già molto per costui, mi sembra, se s'accontenta d'esser marito d'una o di due o di tre donne.
E quand'anche fondasse monasteri e sulle porte scrivesse: «la via alla santità», – io gli griderei: ma perchè! è una nuova follia!
Egli fondò per sè stesso una casa di correzione e di rifugio. Buon pro gli faccia! Ma non gli credo.
Nella solitudine si rinforza ogni cosa, anche la bestia interiore. Bisogna perciò dissuadere molti dalla solitudine.
La terra ebbe finora qualcosa di più sudicio di un santo del deserto? Attorno ad esseri simili si scapricciava non soltanto il demonio – ma pure il maiale.
14.
Paurosi, vergognosi, inetti, simili alla tigre cui fallì il salto: è così, o uomini superiori, che spesso vi vidi strisciare da una parte. Vi fallì il giuoco.
Ma che v'importa di ciò, o giuocatori di dado? Voi non imparaste a giuocare e a schernire come si deve! Non sediam forse sempre ad una grande tavola di scherzo e di giuoco?
E se le grandi cose vi fallirono, dovete forse voi stessi avere – fallito? E quand'anche voi stessi aveste fallito, deve forse con ciò esser fallito anche l'uomo? Ma fosse pure mal riuscito anche l'uomo: ebbene, su, via!
15.
Quanto più è elevata la specie, è più difficile che la cosa riesca. Voi, uomini superiori, che siete qui, non foste tutti – riusciti male?
Ma che importa? Su, coraggio! Quante cose sono ancora possibili! Imparate a ridere di voi stessi come bisogna!
Che v'è di strano che voi non siate riesciti, che voi siate riusciti a metà, voi che siete semi-spezzati! Non s'agita forse in voi e non si dibatte – l'avvenire dell'uomo?
Ciò che l'uomo ha di più lontano, di più profondo, la sua altitudine eccelsa, l'immensa sua forza, non ribolle forse tutto ciò nella vostra pentola?
Gran meraviglia che si rompa più d'una pentola! Imparate a rider di voi come bisogna! Oh, uomini superiori, quante cose sono ancora possibili!
E in verità quante cose già riuscirono! Come è ricca questa terra di piccole cose buone, perfette, ben riuscite!
Circondatevi di piccole cose buone e perfette, o uomini superiori. Coi loro anelli d'oro esse vi guariranno il cuore. La perfezione insegna a sperare.
16.
Quale fu sinora in terra il maggiore peccato? Non forse la parola di quegli che disse: «Guai a coloro che ridon quaggiù!».
Non trovava egli argomenti di riso sulla terra? Se fu così, egli cercò male. Perfino un bambino ne trova.
Costui – non amava abbastanza: altrimenti avrebbe amato anche noi che ridiamo! Ma ci odiava e ci dileggiava, riserbandoci grida di dolore, e stridore di denti.
Bisogna dunque subito maledire, quando non si ama? Questo – mi par di cattivo gusto. Ma così fece l'intollerante. Egli era sobillato dalla plebe.
Ed egli stesso non amava abbastanza: altrimenti si sarebbe irritato di meno che non l'amassero. Ogni grande amore non vuole amore – vuole di più.
Scostatevi dal cammino di tutti codesti intolleranti! È una stirpe di ammalati, quasi una plebe: che guarda torva questa vita, e getta uno sguardo maligno su questa terra.
Scostatevi dal cammino di codesti intolleranti! Essi hanno piede e cuore pesante: non sanno danzare. Come potrebbe, per gente simile, essere leggera la terra?
17.
Tutte le cose buone giungono alla loro mèta per tortuoso cammino. Come i gatti si aggomitolano facendo le fusa all'idea d'una prossima felicità, tutte le cose buone ridono.
Dallo stesso incedere si scorge se alcuno cammina già sulla propria via. Guardatemi dunque camminare. Ma chi s'accosta alla sua mèta – quegli danza.
E, in verità, non divenni una statua, e non me ne sto rigido e freddo e duro come una colonna; amo la rapida corsa.
E sebbene vi siano sulla terra paludi e gran tristezza: colui che ha il piede leggero, corre e danza anche sul fango, come su lucido ghiaccio.
Inalzate i vostri cuori, o miei fratelli, in alto, sempre più in alto! E non dimenticate le vostre gambe! Inalzate anche le gambe, bravi danzatori; o meglio ancora: provate a reggervi sulla testa!
18.
Questa corona di risa, questa corona di rose: me la posi io stesso; io stesso proclamai sacro il mio riso. Non trovai oggi alcuno che fosse per ciò forte abbastanza.
Zarathustra il danzatore; Zarathustra il leggero, quegli che agita l'ali, pronto al volo, e accenna a tutti gli uccelli, presto e agile, divinamente leggero: –
Zarathustra l'indovino, Zarathustra che ride il vero, non impaziente, non intollerante, ma uno che ama i salti e le capriole; io stesso mi posi questa corona!
19.
Inalzate i cuori, o miei fratelli! E non dimenticate le gambe! Alzate anche le gambe, buoni danzatori; o meglio: reggetevi sul vostro capo!
Vi sono pure nella felicità animali pesanti, dai piedi rozzi fin dalla nascita! Essi si sforzano singolarmente, come un elefante; che vuol reggersi sulla testa.
Val meglio esser folli di gioia che folli di sventura, val meglio danzar pesantemente che camminare come uno zoppo. Imparate dunque da me la saggezza; anche la cosa peggiore ha due buoni rovesci, –
– anche la cosa peggiore ha buone gambe atte alla danza; imparate dunque da me, uomini superiori, a reggervi dritti sulle gambe!
Disimparate a suonar la tromba della melanconia e di tutte le tristezze della plebe! O quanto tristi mi sembrano oggi i pagliacci della plebe! Ma l'oggi appartiene al volgo.
20.
Fate come il vento quando si lancia dalle caverne della montagna: vuole danzare a suo modo. I mari tremano e balzano sotto il colpo del suo piede.
Quegli che dà ali all'asino e munge le leonesse, sia lodato quel valido, quell'indomabile spirito che giunge quale uragano per tutto ciò che è oggi e per tutta la plebe, –
– lode a quel libero, feroce, invincibile spirito d'uragano, che odia e abbatte le teste dei cardi, le foglie vizze e tutte le erbe cattive; che intreccia danze sulle paludi e su le tristezze come fossero prati!
Colui che odia i cani tisici della plebe e la trista razza dei contraffatti; benedetto sia questo spirito di tutti i liberi spiriti, tempesta ridente che soffia la polvere negli occhi di tutti coloro che vedono nero, che vedono male!
O uomini superiori, ciò che di peggio è in voi – è che non imparaste a danzare come bisogna danzare – a danzare al di là di voi stessi! Che importa non siate riesciti?
Quante cose sono ancora possibili! Imparate dunque a ridere di voi. Inalzate i cuori, o danzatori leggeri, in alto, sempre più in alto! E non dimenticate il buon ridere!
Questa corona di risa, questa corona di rose, a voi, o miei fratelli, getto questa corona! Santificai il riso; voi, uomini superiori, imparate dunque a ridere!
IL CANTO DELLA MALINCONIA
1.
Quando Zarathustra pronunciò quel discorso si trovava quasi sulla soglia della sua caverna; ma con le ultime parole lasciò i suoi ospiti e uscì per un poco all'aperto.
«O puri effluvi che mi circondate», gridò, «o beato silenzio intorno a me! Ma dove sono i miei animali? Venite, venite, aquila mia e mio serpente!
Ditemi dunque, miei animali: tutti quegli uomini superiori – forse odorano male? O puri effluvi intorno a me. Ora soltanto so e sento quanto vi ami, o miei animali».
E Zarathustra disse ancora una volta: «Vi amo, o miei animali!» Ma l'aquila e il serpente gli si strinsero vicino mentre pronunciava queste parole, ed alzarono gli sguardi verso di lui. E così tutt'e tre se ne stavan silenziosi insieme, assaporando l'aria balsamica. Giacchè l'aria era migliore, qui, all'aperto, che tra gli uomini superiori.
2.
Ma Zarathustra aveva appena lasciato la sua caverna quando il vecchio mago s'alzò e guardandosi intorno maliziosamente disse: «Egli è uscito!
E già, uomini superiori – permettetemi di adularvi con questo epiteto lusingatore – già il mio spirito maligno e ingannatore, il mio spirito di mago, s'impossessa di me, il mio demone della malinconia,
– che è avversario acerrimo di Zarathustra: perdonategli! Ora vuol fare incantesimi dinanzi a voi, ed è appunto questa la sua ora; invano io lotto con lo spirito mio maligno.
A voi tutti, quali si siano gli onori che vi attribuite con le parole, sia che vi chiamate «spiriti liberi» oppure i «veridici» o «i penitenti dello spirito», o i «ribelli» o «i grandi nostalgici»,
– a voi tutti che soffrite al pari di me del grande disgusto, per i quali morì l'antico Dio senza che nessun nuovo Dio s'agiti ancora nella culla tra le fasce – a voi tutti è amico il mio spirito maligno, il mio demonio incantatore.
Io conosco voi, o uomini superiori, io conosco lui, – io conosco anche quel maliardo che amo pur contro la mia volontà, Zarathustra; egli mi pare talvolta simile a una bella maschera di santo,
– simile a un nuovo singolare travestimento in cui compiace il mio spirito maligno, il mio demone della malinconia – spesso mi sembra di amar Zarathustra a cagione del mio spirito maligno.
Ma già s'impossessa di me e mi vince, questo spirito della pesantezza, questo demonio crepuscolare; e, in verità, uomini superiori, esso vuole ardentemente –
– aprite gli occhi! – vuole ardentemente giungere nudo, come uomo, come donna, non lo so ancora; ma esso viene, ahimè, tendete i vostri sensi!
Il giorno dilegua, viene ora per ogni cosa la sera, anche per ciò ch'è migliore; ascoltate dunque e vedete, o uomini superiori, qual demone, se maschio o femmina, sia questo spirito della melanconia vespertina!».
Così parlò il vecchio mago; guardò intorno malizioso ed afferrò poi la sua arpa.
3.
Nell'aria illuminata,
Quando già il conforto della rugiada
Sulla terra discende,
Invisibile, inudibile
Poi che porta calzature fini,
La consolatrice rugiada, come tutti i dolci consolatori: –Ricordi allora, ricordi o cuore ardente,
Com'eri assetato una volta,
Di lagrime divine, di gocce di rugiada,
Assetato, stanco, arso
Poi che sui gialli sentieri d'erba
Maligni raggi del sole che tramonta
Ti correvano intorno tra gli alberi scuri,
Raggi di sole avvampanti, accecanti, maligni?
L'amante della verità? Tu? – così ti schernivano –
No! Soltanto un poeta!
Una bestia astuta, rapace, strisciante
Che deve mentire, cosciente, volente,
E brama la preda
Colorata di larve,
Larva essa stessa,
Essa stessa una preda –
Questi – l'amante della verità?
No! Folle soltanto! Soltanto poeta!
Parlando soltanto a colori,
Gridando sotto variopinta lana di folle,
Errando sovra un ingannatore ponte di parole,
Su menzogneri arcobaleni,
Tra falsi cieli,
Tra false terre,
Errando, vagando, –
Folle soltanto! Soltanto poeta!
Questi l'amante della verità?
Non silenzioso, rigido, liscio, freddo,
Trasformato in immagine,
In statua divina,
Non posto dinanzi ai templi
A guardia di soglia divina:
No! Nemico a questi monumenti della virtù,
Più familiare al deserto che alla soglia del tempio,
Pieno d'audacie feline;
Saltando da ogni finestra
Giù in ogni caso,
Fiutando in ogni foresta vergine,
Fiutando con desiderio e passione.
Come corri nelle foreste vergini,
Tra le belve screziate,
Sano e colorito e bello come il peccato,
Con labbra desiderose,
Divinamente beffardo, divinamente infernale,
Divinamente bramoso del sangue,
Come corri rapace, menzognero, strisciante.
Oppure simile all'aquila che a lungo,
A lungo mira l'abisso,
Il suo abisso: –
Oh, come in basso
Più giù, dentro,
Sempre in profondità più profonde essa vola!
Poi,
D'improvviso, d'un colpo,
Riunite le ali,
Su gli agnelli precipita,
Con volo leggero, affamata,
Desiderosa d'agnelli,
Ostile a tutte le anime che sono agnello,
Detestante tutto ciò guarda
Come la pecora, e ne ha l'occhio e la lana,
E la mansuetudine dell'agnello!
Così
Come l'aquila, come la pantera,
Sono i desideri del poeta,
Sono i tuoi desideri, tra mille maschere,
Tu folle! tu poeta!
Tu che vedesti l'uomo
Ora Dio ed ora agnello!
Lacerare Dio nell'uomo
Come nell'uomo l'agnello
E lacerando ridere,
Questa, questa è la tua felicità!
Felicità d'aquila e di pantera,
Felicità di poeta e di folle!
Nell'aria illuminata,
Quando già la falce della luna,
Verde, tra il rosso purpureo,
S'insinua invidiosa
– nemica al giorno,
Scivolando ad ogni passo, furtiva
Presso i cespugli di rose,
Finchè esse cadono
Pallide, già nella notte!
Così caddi io stesso una volta
Per la follia del mio vero,
Per i quotidiani miei desideri,
Stanco del giorno, malato di luce,
– caddi giù verso l'ombra e la sera;
Per una verità
Assetato ed arso
– ricordi ancora, ricordi ancora o ardente mio cuore, Com'eri dunque assetato?
Che io sia esiliato
Da ogni verità!
Soltanto pazzo!
Soltanto poeta!
DELLA SCIENZA
Così cantò il mago; e tutti coloro che stavano riuniti si lasciarono attrarre come uccelli, nella rete della sua astuta voluttà. Soltanto il coscienzioso dello spirito non s'era lasciato prendere; egli afferrò rapidamente l'arpa al mago, e gridò: «Aria! Fate entrare aria pura! Lasciate entrar Zarathustra! Tu rendi pesante e avvelenata l'aria di questa caverna, mago vecchio e malvagio!
Tu, falso e astuto, ci conduci con la tua sedizione a deserti e a desideri sconosciuti. E guai, quando i tuoi pari si mettono a ciarlare della verità e le danno importanza!
Guai a tutti gli spiriti liberi che non stanno in guardia contro tali maghi. La loro libertà è perduta: tu li persuadi e li attiri a rientrare in prigione, –
– tu, vecchio demonio malinconico; i tuoi lamenti suonano come un richiamo di zufolo; tu assomigli a coloro che esaltano la castità per lusingare gli altri, segretamente, al piacere!».
Così parlò il coscienzioso; ma il vecchio mago si guardò intorno e gioì della propria vittoria, scacciando così il dispetto che gli faceva il coscienzioso. «Taci», disse a bassa voce, «le buone canzoni vogliono una buona eco; dopo le buone canzoni bisogna rimanere a lungo silenziosi. Così fan gli uomini superiori. Ma tu non hai compreso che ben poco del mio canto. In te fa difetto lo spirito incantatore».
«Tu mi lodi, rispose il coscienzioso, separandomi da te; ebbene! Ma voi altri, che vedo? Voi sedete ancora tutti quanti con sguardi di desiderio: –
O anime libere, ove andò dunque la vostra libertà? Mi sembra che assomigliate a quelli che guardarono a lungo le danze di nude perverse fanciulle: le vostre stesse anime danzano!
Dev'esserci in voi, o uomini superiori, molto più di ciò che il mago chiama il suo cattivo spirito incantatore e ingannatore: – dobbiamo necessariamente essere differenti.
E in verità, noi parlammo e pensammo insieme abbastanza, prima che Zarathustra facesse ritorno alla sua caverna, perchè io sappia che noi siamo differenti.
Noi cerchiamo cose differenti, anche quassù, voi e me. Io infatti cerco maggiore sicurezza, e perciò venni da Zarathustra. Giacchè è lui la torre e la volontà più solida –
– oggi che tutto vacilla e la terra trema. Ma voi, quando vedo gli occhi che fate, crederei quasi che voi cercaste maggiore incertezza,
– più brivido, più pericolo, più terremoto. Mi sembra quasi che abbiate maggior desiderio, perdonate la mia presunzione, o uomini superiori –
– maggior desiderio della vita più inquieta e pericolosa, che a me desta più timore, la vita d'animali selvaggi, il desiderio di foreste, caverne, monti scoscesi e labirinti.
E non sono coloro i quali vi conducono fuori del pericolo che più vi piacciono, bensì coloro che vi fanno deviare il cammino e vi allontanano da ogni strada, i seduttori. Ma se tali desideri in voi sono veri, essi mi sembrano tuttavia impossibili.
Giacchè la paura è il sentimento innato e primo dell'uomo; giacchè la paura spiega ogni cosa, il peccato originale e l'originale virtù. La mia virtù nacque anch'essa dalla paura; e si chiama: scienza.
Giacchè la paura degli animali selvaggi – è questa paura che l'uomo conobbe da tempo più lungo, insieme con quella dell'animale ch'egli cela e teme in sè stesso – Zarathustra la chiama «la bestia inferiore».
Questa lunga antica paura diventa ormai più fine e spirituale – si chiama oggi, mi pare, scienza».
Così parlò il coscienzioso; ma Zarathustra che rientrava allora appunto nella caverna, e che aveva udito e indovinato l'ultima parte del discorso, gettò una manciata di rose al coscienzioso, ridendo delle sue «verità». «Come! – gridò – che cosa udii? Invero mi sembra che sei folle tu oppure che lo sono io: e m'affretto a capovolgere la tua verità.
Giacchè la paura – è la nostra eccezione. Ma il coraggio, lo spirito avventuroso e la gioia dell'incertezza e di ciò che ancor non fu tentato – il coraggio, mi pare tutta la storia primitiva dell'uomo.
Egli ebbe invidia delle virtù delle bestie più coraggiose e selvagge, e gliele rubò: così soltanto divenne egli – uomo.
Questo coraggio affinatosi e spiritualizzatosi, questo umano coraggio, con l'ali dell'aquila e l'astuzia del serpente: esso mi pare che oggi si chiami....».
«Zarathustra!» gridarono unanimi tutti coloro che eran riuniti, e scoppiando in una grande risata; ma s'alzò da loro come una pesante nube. Anche il mago rise e parlò sagace: «Ebbene, scomparve il maligno mio spirito!
E non vi posi io stesso in guardia contro di lui, quando dicevo ch'egli era impostore, spirito di menzogna e d'inganno?
Soprattutto quando si mostra nudo. Ma che posso fare contro le sue malizie? Son io forse che lo creai e creai il mondo?
Ebbene! Dimentichiamo ogni cosa! E sebbene Zarathustra abbia cupo lo sguardo – guardate dunque! egli è sdegnato con me: –
– prima che giunga la notte egli imparerà nuovamente ad amarmi ed a lodarmi, egli non può vivere a lungo senza fare tali follie.
Egli, – ama i nemici suoi: è lui che conosce quest'arte meglio di tutti coloro che incontrai. Ma egli se ne vendica – sopra gli amici!».
Così parlò il vecchio mago, e gli uomini superiori l'acclamarono: di modo che Zarathustra fece il giro della caverna e con malizia ed amore strinse la mano agli amici, – come chi abbia da chiedere a tutti scusa e perdono. Ma quando giunse alla porta della caverna, ecco di nuovo desiderò l'aria pura e libera, e i suoi animali – e volle uscire all'aperto...
TRA LE FIGLIE DEL DESERTO
«Non andartene! – disse allora il viandante, che si chiamava l'ombra di Zarathustra – rimani tra noi, se no la vecchia afflizione potrebbe di nuovo assalirci.
Già il vecchio mago ci diede quanto aveva di più cattivo, e guarda dunque, il pio vecchio pontefice ha le lacrime agli occhi, e già veleggia sul mare della malinconia.
Mi sembra però che i re facciano bella figura dinanzi a noi; giacchè fra noi tutti, sono essi che imparano a tenere oggi contegno migliore. Se non avessero testimoni, credo però che ricomincerebbero il vecchio gioco –
– il vecchio gioco delle nubi che passano, dell'umida malinconia, del cielo velato, dei sibilanti venti autunnali,
– il cattivo gioco dei nostri urli e dei nostri gridi che invocan soccorso: resta tra di noi, Zarathustra! Vi sono qui molte miserie nascoste che vorrebbero parlare, molta oscurità, molte nubi, molt'aria pesante!
Tu ci nutristi di gagliardo cibo virile e di concettose sentenze: non permettere che alle frutta ci assalgano ancora un'altra volta i molli spiriti femminili!
Tu solo sai rendere forte e pura l'aria intorno a te! trovai io mai sulla terra un'aria così pura come presso di te nella tua caverna?
Eppure vidi tanti paesi, e il mio naso imparò ad esaminare e a scegliere molte specie d'aria; ma è presso di te che le mie narici provano maggior piacere!
Se non forse, – se non forse – oh perdonami un vecchio ricordo! Perdonami una vecchia canzone per il levar della mensa che composi una volta tra le figlie del deserto: –
– giacchè anche presso di loro spirava una buona e limpida aria orientale; è laggiù che fui più lontano dalla vecchia Europa nuvolosa, umida e malinconica.
Amavo allora quelle fanciulle d'Oriente ed altri azzurri regni celesti sovra i quali non passava nube o pensiero.
Voi non credereste quanto eran graziose allorchè non danzavano, sedute, con aspetto profondo, ma senza pensieri, come piccoli enigmi ornati di nastri, piccoli segreti – variopinte e strane davvero! ma senza nubi, quali enigmi che si lasciano indovinare: fu per amore di quelle fanciulle che composi il salmo del levar delle mense».
Così parlò il viandante che si chiamava l'ombra di Zarathustra; e prima che alcuno gli rispondesse egli aveva già afferrato l'arpa del vecchio mago e si guardava intorno, calmo e saggio, incrociando le gambe: – ma le sue narici aspiravano lentamente l'aria, quasi come chi, in nuovo paese, gusti aria nuova. Poi, con una specie di ruggito, incominciò il suo canto:
Cresce il deserto: guai a colui che nasconde deserti!
– Ah! Solenne!
Davvero solenne!
Un degno principio!
Solennità africana!
Degno d'un leone
Oppure d'un urlo morale –
– ma nulla per voi,
Voi più dilette amiche,
Ai piedi delle quali,
Per la prima volta
A un europeo sotto le palme
È concesso sedere. Sela.
Singolare in verità!
Seggo qui ora
Vicino al deserto e però
Così lontano già dal deserto,
E non ancor desolato:
Inghiottito
Dalla più piccola oasi
– essa aperse infatti tra lo sbadiglio
La sua amabile di tutte le bocche:
E io vi caddi
In fondo, attraversandola – tra voi,
Voi più dilette amiche! Sela.
Salve, salve a quella balena
Se essa vegliò al benessere
Dell'ospite suo! – comprendete voi
La mia sapiente allusione?
Gloria al suo ventre
Se fu così
Un amabile ventre d'oasi
Come questo: ma io ne dubito
– perchè vengo dall'Europa
Ch'è la più incredula
Di tutte le spose attempate.
Possa Dio migliorarla!
Amen!
Eccomi dunque seduto,
In questa più piccola oasi,
Simile a un dattero
Bruno, dolciastro, dorato, che brama
Una bocca rotonda di fanciulla,
Più ancora però d'una fanciulla
I freddi, bianchissimi, taglienti
Denti canini: essi infatti
Sospira il cuore di tutti i datteri ardenti. Sela.
A questi frutti del Sud
Simile, troppo simile,
Io giaccio qui; e piccoli
Insetti alati
Mi volano intorno;
Come, ancora più piccoli,
Più folli e cattivi,
Idee e desideri,
Da voi assediati;
Voi mute e piene di presentimenti
Fanciulle – gatte
Dudu e Suleika
– sfingiche –; (se in una parola
Metto parecchi sentimenti,
Mi perdoni Iddio
Questo errore di lingua)
– seggo qui, respirando l'aria migliore:
Aria di paradiso, in verità,
Aria chiara, leggera, raggiante d'oro,
Così buona come mai
Non cadde dalla luna –
Sia caso,
Oppur ciò accadde per arroganza
Come narrano i vecchi poeti?
Ma io, scettico, lo metto
In dubbio, perchè io vengo
Dall'Europa
Ch'è la più incredula di tutte
le spose attempate.
Possa Dio migliorarla!
Amen.
Bevendo quest'aria più bella
Con narici gonfiate come bicchieri,
Senza avvenire, senza ricordi,
Così seggo qua,
Dilettissime amiche,
E guardo la palma,
Che, come una danzatrice,
Si curva, si piega, si culla sull'anca,
– la si imita mirandola a lungo!
Simile a una danzatrice che, mi pare
Troppo a lungo, pericolosamente a lungo,
Sempre, sempre soltanto sopra una gamba rimase?
– essa dimenticò quindi, come mi sembra,
L'altra gamba?
Invano, almeno,
Io cercai il mancante
Tesoro gemello
– cioè l'altra gamba –
Nella santa vicinanza
Delle loro amabili, graziosissime,
Leggere, ondeggianti vesti a lamine.
Sì, se voi mie belle amiche
Volete credermi del tutto
Essa l'ha perduta!
Non c'è più!
Mai più!
L'altra gamba!
Oh, che peccato per l'altra amabile gamba!
Ove può indugiarsi e abbandonata dolersi?
La gamba sola?
Paurosa forse di
Un feroce, fulva la chioma,
Mostro leone?
Rosicchiata, sbriciolata...
Compassionevole, ahimè! Ahimè! Sela.
O non piangete,
Teneri cuori!
Non piangete,
Cuori di datteri! Semi di latte!
Cuori di liquorizia!
Non pianger più
Pallida Dudu!
Sii un uomo Suleika! Coraggio! Coraggio!
– Oppure bisognerebbe forse
Che ci fosse qui
Qualcosa di fortificante, fortificante per il cuore?
Una massima profumata,
Una massima solenne? –
Ah! Su, dignità!
Dignità della virtù! Europea dignità!
Soffia, soffia nuovamente
Soffietto di virtù!
Ah!
Urlare ancora una volta,
Urlare moralmente!
Come leone morale
Urlare dinanzi a le figlie del deserto!
– Giacchè gli urli della virtù,
Dilettissime fanciulle,
Son più di tutto
L'ardor dell'europeo, la fame vorace dell'europeo!
Ed ecco io sono già
Quale europeo,
Non posso far altrimenti, mi salvi Iddio!
Amen!
Cresce il deserto: guai a colui che nasconde deserti!
IL RISVEGLIO
Dopo il canto del Viandante e Ombra, la caverna si riempì improvvisamente di risa e di strepito; e siccome tutti gli ospiti riuniti parlavano contemporaneamente e anche l'asino, in seguito a tale incoraggiamento, non poteva star più quieto, Zarathustra ebbe un moto di fastidio e di scherno per i suoi visitatori: sebbene fosse lieto della loro gioia. Giacchè essa gli pareva un segno di guarigione. Scivolò dunque fuori, all'aperto, e parlò ai suoi animali.
«Ove fuggì ormai la loro tristezza? – disse, e già sentiva scomparire il suo piccolo disgusto, – mi sembra che disimpararono presso di me il loro grido di aiuto!
– sebbene non abbiano ancora, sventuratamente, disimparato a gridare». E Zarathustra si turò le orecchie, poi che in quel momento l'I-A dell'asino si mescolava in modo strano allo strepito della gioia di quegli uomini superiori.
«Essi sono allegri – riprese egli a dire – e, chi sa, forse a spese dell'ospite loro; se impararono a ridere di me, non è però il mio riso ch'essi impararono.
Ma che importa! Son vecchia gente: essi guariscono a modo loro, ridono a modo loro; le mie orecchie sopportarono cose peggiori senza infastidirsene.
Questa giornata è una vittoria: e già dilegua, già fugge lo spirito di gravità, il mio vecchio nemico mortale! Come finirà bene questo giorno che cominciò tanto male!
E vuol finire. Già viene la sera: cavalca sul mare, il buon cavaliere! Come si culla beata nel ritorno verso casa, su la sua sella di porpora!
Il cielo guarda sereno, il mondo si distende nella sua profondità, e voi tutti, uomini singolari che veniste presso di me, val la pena di vivere con me!».
Così parlò Zarathustra. E allora risuonarono nuovamente nella caverna le risate e le acclamazioni degli uomini superiori: e di nuovo parlò Zarathustra.
«Essi abboccano; la mia esca giova, anche tra di loro il nemico fugge, lo spirito di gravità. Già essi imparano a ridere di sè stessi.
Il mio nutrimento virile fece effetto, e così le mie forti e gustose sentenze; e, in verità, non li nutrii di legumi che gonfiano. Ma di cibi che si convengono ai guerrieri e ai conquistatori: destai nuovi desiderii.
Vi sono speranze novelle nelle loro braccia e nelle loro gambe, e i loro cuori si allargano. Essi trovano parole nuove, e presto il loro spirito diverrà temerario.
Un tal cibo non è certamente adatto ai bambini nè alle donne languenti, vecchie o giovani. Occorrono altre cose per le viscere di costoro; io non sono nè il loro medico nè il loro maestro.
Il disgusto abbandona questi uomini superiori: ebbene! questa è la mia vittoria. Nel mio regno essi si espandono.
Aprono il cuore, mentre tornano ad essi le ore beate; e ruminano e divengono riconoscenti.
Questo io considero come segno migliore: essi divengono riconoscenti. Non passerà molto tempo, e inventeranno nuove feste e alzeranno monumenti commemorativi alle loro antiche gioie. Sono convalescenti!».
Così parlò Zarathustra, giocando in cuor suo, e guardando la sua gioia ed il suo silenzio.
Ma d'improvviso le orecchie di Zarathustra si spaventarono: la caverna che aveva finora infatti risuonato di strepiti e di risa fu subitamente pervasa da un silenzio mortale: – il naso di Zarathustra sentì però un profumo gradito d'incenso, come se bruciassero delle pigne.
«Che accade? che fanno?» si chiese accostandosi all'entrata per scorgere gli ospiti suoi senza esserne veduto. Ma, grande prodigio! Che vide allora coi propri occhi?
«Sono tutti ridivenuti pii; essi pregano, sono folli!» esclamò, stupito oltre ogni misura. E in verità, tutti quegli uomini superiori, due re, il papa fuori di servizio, il mago perverso, il mendicante volontario, il viandante e l'ombra, il vecchio indovino, il coscienzioso dello spirito, e l'uomo più brutto: erano tutti inginocchiati come bambini o vecchie devote, e pregavano l'asino. E già cominciava, l'uomo più brutto, a gorgogliare e a sbuffare come se alcunchè d'inesprimibile volesse uscire da lui; ma quando parlò veramente, ecco, salmodiava una strana, pia omelia in onore dell'asino adorato e incensato. E questa era la litania:
«Amen! E gloria, e onore, e saggezza, e riconoscenza, e lode, e forza siano al nostro Dio, in eterno!
– E l'asino ragliò I-A.
Egli porta i nostri carichi, si fece servo, è paziente di cuore e non dice mai di no; e quegli che ama il suo Dio deve castigarlo.
– E l'asino ragliò I-A.
Egli non parla se non per dir sempre sì al mondo ch'egli creò: così egli loda il suo mondo. È la sua astuzia che non lo fa parlare: così di rado ha torto.
– E l'asino ragliò I-A.
Senza pompa egli passa nel mondo. Il colore del suo corpo con il quale avvolge la sua virtù è grigio. Se egli ha spirito lo nasconde; ma tutti credono alle sue lunghe orecchie.
– E l'asino ragliò I-A.
Quale nascosta saggezza è questa, ch'egli abbia lunghe orecchie e dica sempre di sì e mai di no! Non creò forse il mondo secondo l'immagine sua, cioè tanto sciocco quant'è possibile?
– E l'asino ragliò I-A.
Tu segui vie diritte e tortuose; ciò che gli uomini dicono dritto o tortuoso poco t'importa. Il tuo regno è al di là del bene e del male. La tua innocenza è appunto non sapere ciò ch'è l'innocenza.
– E l'asino ragliò I-A.
Vedi un pò come non respingi alcuno, nè il mendicante nè il re. Lasci venire a te i piccoli fanciulli, e se i ragazzacci ti stuzzicano tu rispondi col tuo semplice ja.
– E l'asino ragliò I-A.
Tu ami le asine e i fichi freschi, nè in quanto al cibo sei schizzinoso. Un cardo ti fa palpitare il cuore quando hai appetito. V'è in ciò la saggezza di un Dio.
– E l'asino ragliò I-A.
LA FESTA DELL'ASINO
A questo punto della litania Zarathustra non potè più frenarsi e gridò anch'egli I-A, e ancora più forte dell'asino; e saltò fra i suoi ospiti impazziti. «Ma che fate dunque là, figli degli uomini? – egli esclamò rialzando da terra coloro che pregavano. Guai a voi, se altri che Zarathustra v'avesse scorto.
Ognuno direbbe che siete divenuti, colla vostra nuova fede, i peggiori bestemmiatori di Dio, ovvero più stolti delle vecchie donnicciuole! – E tu, vecchio papa, come può essere che tu adori un asino quale tuo Dio?»
«O Zarathustra, rispose il papa, perdonami, ma nelle cose di Dio io sono ancora più illuminato di te. Ed è giusto. – Meglio adorar Dio sotto questa forma che non adorarlo del tutto! Rifletti a questa parola, mio eccelso amico: tu indovinerai subito che questa parola racchiude grande saggezza.
Colui che disse: «Dio è puro spirito», fece sinora sulla terra il più gran passo e il più gran salto verso l'incredulità: non sono queste parole facili a riparare oggidì.
Il mio vecchio cuore sobbalza per la gioia di poter adorare ancora qualcosa sulla terra. Perdona, o Zarathustra, a un vecchio e pio cuore di pontefice!».
– «E tu, disse Zarathustra al viandante e ombra, «tu ti chiami spirito libero e ti reputi uno spirito libero? E ti dài qui a simile idolatria?
In verità tu fai qui cose peggiori che non presso le maliziose fanciulle brune, o cattivo nuovo fedele!».
«Sì, è triste», rispose il viandante e ombra, «hai ragione – ma che posso farci! Il vecchio Dio rivive, o Zarathustra; tu puoi dire quello che vuoi.
L'uomo più brutto è il colpevole di ogni cosa: fu lui a risuscitarlo. E dice che già l'uccise una volta; presso gli dèi la morte non è che un pregiudizio».
«E tu» riprese Zarathustra «vecchio mago cattivo, che facesti? Chi dunque crederà in te, in questi tempi di libertà, se tu credi in simili asinerie divine?
Facesti una sciocchezza; come potesti, tu accorto, fare una tale sciocchezza?».
«O Zarathustra, rispose il mago astuto, – hai ragione, fu una sciocchezza, e già mi pesa abbastanza».
«E anche tu», disse Zarathustra al coscienzioso dello spirito, «rifletti dunque e mettiti il dito al naso! Non si turba la tua coscienza? Il tuo spirito non è troppo puro per questo pregare, per questo puzzo di bigotti?».
«C'è qualcosa in questo spettacolo», rispose il coscienzioso, e pose il dito al naso, «v'è qualcosa in questo spettacolo che fa del bene alla mia coscienza.
Forse non ho il diritto di credere in Dio: ma è senza dubbio sotto questa forma che Dio mi sembra più degno di fede.
Dio dev'essere eterno, secondo la testimonianza dei più devoti: chi può disporre di tanto tempo può fare il comodo suo. Lento e sciocco quanto è possibile; può così andare molto lontano.
E colui che ha troppo spirito sarebbe felice d'innamorarsi della stoltezza e della follia. Rifletti su te medesimo, o Zarathustra! Tu stesso, in verità, potresti anche tu per eccesso di saggezza divenire un asino.
Un saggio perfetto non segue forse volentieri il più tortuoso cammino? L'apparenza lo prova, o Zarathustra, la tua apparenza».
«E tu stesso infine», disse Zarathustra rivolgendosi all'uomo più brutto che giaceva ancora al suolo, il braccio teso verso l'asino (giacchè gli dava a bere del vino). «Parla, ineffabile, che hai fatto costì?
Tu mi sembri trasformato; l'occhio tuo arde, il mantello del sublime copre la tua bruttezza: che facesti?
È dunque vero ciò che dicono quelli, che tu l'hai risuscitato? E perchè? Non era stato ucciso e soppresso a ragione?
Tu stesso mi sembri desto; che facesti, che rovesciasti? Perchè ti convertisti? Parla, o ineffabile!».
«O Zarathustra – rispose l'uomo più brutto – tu sei uno scaltro!
Che Colui viva ancora, o riviva, o sia morto davvero, chi di noi due lo sa meglio? Io chiedo a te.
Ma io so una cosa – e l'imparai da te un giorno, o Zarathustra: colui che vuole uccidere del tutto, ride.
Non con la collera ma con il riso si uccide – così tu dicesti una volta. O Zarathustra, tu misterioso, tu distruttore, tu santo pericoloso, – tu sei uno scaltro!».
Ma accadde allora che Zarathustra, stupito di quelle risposte maligne, si slanciasse di nuovo alla porta della sua caverna, e rivolgendosi a tutti i suoi ospiti, con voce sonora gridasse:
«O voi pagliacci e buffoni tutti quanti! Perchè dissimulare e nascondervi dinanzi a me?
Come trasaliva però di gioia e di cattiveria il cuor di ciascuno di voi, per essere divenuti pii come bambini, – per avere infine agito di nuovo come i bambini, per aver pregato, giunto le mani e detto «buon Dio»!
Ma ora lasciate questa camera di bambini, la mia caverna, ove oggi convennero tutte le puerilità. Rinfrescate all'aperto la vostra impetuosità infantile, e il battito del vostro cuore!
Certo, se non ridivenite simili ai fanciulli non entrerete in quel regno dei cieli. (E Zarathustra accennò verso l'alto).
Ma noi non vogliamo affatto entrare nel regno dei cieli: noi siamo uomini – vogliamo perciò il regno de la terra».
E di nuovo Zarathustra cominciò a parlare. «O miei nuovi amici» diss'egli «uomini singolari, voi che siete gli uomini superiori, come mi piacete adesso, –
– da che ridiveniste giocondi! Voi siete, in verità, tutti sbocciati; mi sembra che per fiori simili a voi ci vogliano nuove feste,
– una piccola valorosa follìa, un culto o una festa dell'asino, un vecchio pazzo e un allegro Zarathustra, un turbine che, col suo soffio, vi rischiari l'anima.
Non dimenticate questa notte e questa festa dell'asino, o uomini superiori. Ecco ciò che inventaste presso di me, e lo prendo come buon segno – solo i convalescenti inventano cose simili!
E se festeggiaste un'altra volta questa festa dell'asino, fatelo per amor vostro ed anche per amor mio. E in mia memoria!».
Così parlò Zarathustra.
IL CANTO D'EBBREZZA
1.
Ma frattanto erano tutti usciti, l'un dietro all'altro, all'aperto, nella notte fresca e pensosa; e Zarathustra stesso conduceva per mano l'uomo più brutto, per mostrargli il suo mondo notturno, la gran luna rotonda e le cascate argentee presso la sua caverna. Si arrestarono infine, l'un dopo l'altro, tutti quegli uomini vecchi, ma allegri, col cuore consolato e gagliardo, meravigliati di sentirsi tanto bene sulla terra; la quiete della notte però s'appressava sempre più ai loro cuori. E di nuovo Zarathustra pensò tra sè: «Quanto mi piacciono adesso questi uomini superiori!» – ma non lo disse, poi che rispettava la loro felicità e il loro silenzio.
Ma allora accadde ciò che in quel lungo giorno di meraviglia fu più stupefacente: l'uomo più brutto cominciò di nuovo, per l'ultima volta, a gorgogliare e a soffiare, e quando potè parlare, uscì dalla sua bocca una domanda, precisa e buona e profonda, la quale commosse il cuore di tutti coloro che l'ascoltavano.
«Amici miei qui riuniti – disse l'uomo più brutto – che vi sembra? In grazia di questa giornata – è la prima della mia vita che io sono contento di vivere.
E non mi basta avere testimoniato questo! Vale la pena di vivere sulla terra: un giorno, una festa insieme con Zarathustra, m'insegnò ad amare la terra.
«È questo – la vita?» dirò alla morte. «Ebbene! ancora una volta».
Amici miei, che vi pare? Non volete voi come me dire alla morte: «È questo la vita? ebbene, per amore di Zarathustra, ancora una volta!...».
Così parlò l'uomo più brutto, ma non era lungi la mezzanotte. E che pensate che allora accadesse? Tosto che gli uomini superiori udirono la sua domanda ebbero d'un tratto coscienza del loro cangiamento e della loro guarigione e compresero chi fosse colui che l'aveva loro procurata: si slanciarono allora verso Zarathustra, pieni di riconoscenza, di rispetto, d'amore, baciandogli la mano secondo l'indole propria: di modo che ridevano alcuni, ed altri piangevano. Ma il vecchio mago danzava per la gioia; e se, come credono alcuni, era allora ebbro di vino dolce, era certamente ancora più ebbro di dolce vita, ed aveva certamente dimenticata la sua stanchezza.
Ve ne sono pure alcuni i quali raccontano che l'asino allora si mettesse a danzare; giacchè non invano l'uomo più brutto gli aveva dato da bere del vino. Comunque sia ed anche ammesso che l'asino non avesse, quella sera, danzato, avvennero però prodigi anche più grandi e più strani di quel che non sia la danza dell'asino. In breve, come suona il detto di Zarathustra: «Che importa?».
2.
Ma Zarathustra, quando avvenne ciò con l'uomo più brutto, era come ebbro, si spegneva il suo sguardo, balbettava la sua lingua, e i suoi piedi oscillavano. E chi potrebbe dire quali fossero allora i pensieri che s'agitavano nell'anima di Zarathustra? Ma visibilmente arretrava, il suo spirito, e poi volava innanzi verso lontananze remote e si trovava su «un alto giogo (come sta scritto) tra due mari,
– tra passato e avvenire come gravida nube». Ma a poco a poco, mentre lo tenevan tra le braccia gli uomini superiori, ritornava in sè e protendeva le mani per moderare l'impeto dei suoi ammiratori e calmare i preoccupati; non parlava. Ma ad un tratto egli volse la testa giacchè gli sembrava d'aver udito qualcosa, – si pose allora il dito sulla bocca e disse: «Venite!».
E d'un subito si fece silenzio e mistero intorno; ma dal basso giunse lentamente il suono d'una campana. Zarathustra tese l'orecchio, come gli uomini superiori, poi una seconda volta si pose il dito su la bocca e disse di nuovo: «Venite! Venite! È quasi la mezzanotte!» – e la sua voce s'era cangiata. Ma non si muoveva dal posto: vi fu allora ancora più grande mistero; e tutto ascoltava, anche l'asino, gli animali di Zarathustra, l'aquila e il serpente, e la stessa caverna di Zarathustra e la gran luna fredda, e la notte stessa. Ma Zarathustra si pose per la terza volta il dito su la bocca e disse:
Venite! Venite! Venite! Mettiamoci adesso in cammino! È l'ora: andiamo nella notte!
3.
O uomini superiori, già viene la mezzanotte: voglio dunque dirvi qualcosa all'orecchio, come a me dice quella vecchia campana, –
– così misteriosa, terribile, profonda, come la dice a me quella vecchia campana di mezzanotte, che ha vissuto più a lungo di un uomo:
– che contò già i dolorosi battiti del cuore paterno – ah! ah! come sospira! come ride nel sogno! la vecchia mezzanotte, profonda, profonda!
Silenzio! Silenzio! Molte cose si sentono che di giorno non si fanno sentire; ma adesso che l'aria è pura, e tacque anche il fremito dei vostri cuori,
– ora essa parla, si fa udire, s'insinua nelle anime notturne deste troppo a lungo! Ah! ah! come sospira! Come ride nel sogno!
– non senti tu come segretamente ti parla, con terrore e cordiale, la vecchia mezzanotte, profonda, profonda? O uomo, ascolta!
4.
Ahimè! Ove fuggì il tempo? Non caddi nel pozzo profondo? Dorme il mondo.
Ah! Ah! Il cane urla, risplende la luna. Preferisco morire, morire anzi che dirvi ciò che ora pensa il mio cuore di mezzanotte.
Sono già morto. Tutto è finito. Ragno, perchè vai tessendo intorno a me la tua rete? Vuoi del sangue? Ah! Ah! La rugiada cade, l'ora giunge –
– l'ora in cui mi sento gelare, l'ora che domanda e domanda e domanda: «chi ha per far ciò cuore abbastanza? – chi vuol essere il signor della terra? Chi vuol dire: così dovete scorrere correnti grandi e piccine?»
– l'ora s'appressa: o uomo, uomo superiore, ascolta! Questo discorso è per le orecchie sottili, per le tue orecchie – che cosa dice la mezzanotte profonda?
5.
Mi sento portato laggiù, danza l'anima mia. Opera giornaliera! Opera giornaliera! Chi deve essere il signore della terra?
La luna è fresca, tace il vento. Ah! Ah! Volaste già alto abbastanza? Danzaste: ma non è un'ala la gamba.
Buoni danzatori, ora passò tutta la gioia. Il vino si cangiò in lievito, tutti i calici divennero teneri e le tombe sussurrarono.
Voi non volaste alto abbastanza: ora le tombe sussurrano: «salvate dunque i morti! Perchè è così lunga la notte? Non ci rende forse ebbri la luna?».
O uomini superiori, salvate dunque le tombe, destate i cadaveri! Ahimè, perchè il verme rode ancora? L'ora s'appressa, l'ora s'appressa, –
– la campana brontola, il cuore freme ancora, rode ancora il tarlo, il tarlo del cuore. Ah! Ah! Il mondo è profondo.
6.
Dolce lyra! Dolce lyra! Amo il suono delle tue corde, l'ebbro tuo suono di rospo! da quali tempi remoti, e come da lungi, mi viene il tuo suono, lontano, dagli stagni dell'amore!
Vecchia campana! Dolce lyra! Ogni angoscia ti lacerò il cuore, l'angoscia del padre, degli avi, dei primi parenti; la tua parola divenne matura, –
– matura come l'autunno dorato e il meriggio, come il tuo cuore di solitario – ora tu parli: il mondo stesso divenne maturo, l'uva abbronzata.
– ora vuole morire, morire di gioia. Uomini superiori, non sentite? Misterioso si sprigiona un odore,
– un profumo e un odore d'eternità, un odore di vino dorato, bronzeo, un odore soave di rose, di antica felicità, – di ebbra felicità di morire a mezzanotte, felicità che canta: il mondo è profondo e più profondo di quanto il giorno pensasse!
7.
Lasciami! lasciami! son troppo puro per te. Non toccarmi! Il mio mondo non divenne forse perfetto?
La mia pelle è troppo pura per le tue mani. Lasciami, giorno cupo, stupido, afoso! Non è la mezzanotte più chiara?
I più puri debbono essere i signori del mondo, i men conosciuti, le anime della mezzanotte che son più profonde del giorno.
O giorno, tu brancoli presso di me? Tu brancoli presso la mia felicità? Io son ricco per te, e solitario, una sorgente di ricchezza, un tesoro?
O mondo, mi vuoi? Son io mondano per te? Son spirituale, divino per te? Ma, giorno e mondo, voi siete troppo massicci, –
– abbiate le mani più abili, afferrate una felicità più profonda, una più profonda sventura, afferrate un qualsiasi Iddio, ma non afferrate me:
– la mia sventura, la mia felicità è profonda, o strano giorno, eppure io non sono un Dio, nè l'inferno di un Dio: profondo è il suo dolore.
8.
Il dolore di Dio è più profondo, o mondo strano! Afferra il dolore di Dio, ma non afferrarmi! che cosa son io? una lyra soave, piena d'ebbrezza, –
– una lyra della mezzanotte, una campana di rospo che nessuno capisce ma che deve parlare dinanzi ai sordi, uomini superiori. Giacchè voi non mi comprendete!
È finito! È finito! O giovinezza! O meriggio! O pomeriggio! Ora giunge la sera, e la notte, e la mezzanotte – urla il cane e il vento:
– il vento non è forse un cane? Esso guaisce, latra, urla. Ah! Ah! come sospira, come ride, come rantola ed ansa la mezzanotte!
Come parla sobria, l'ebbra poetessa! Superò forse la propria ebbrezza? Prolungò la sua veglia? Di nuovo medita? – rimedita in sogno il proprio dolore, la mezzanotte vecchia e profonda, e ancora di più la sua gioia. Giacchè la gioia, quando già è profondo il dolore, la gioia è ancor più profonda del dolore.
9.
O ceppo di vite! Perchè m'esalti? Non t'ho forse reciso? Io sono crudele, tu sanguini – che vale la lode della mia crudeltà?
«Tutto ciò che divenne perfetto, tutto ciò che maturò – vuole morire!» Tu parli così. Sia benedetto, sia benedetto il coltello del vendemmiatore! Ma tutto ciò che non è maturo vuol vivere: ahimè!
Dice il dolore: «Passa oltre! fuggi, o dolente!» Ma tutto ciò che soffre vuol vivere per maturare, per divenire giocondo e pieno di desideri, –
– pieno di desideri di ciò ch'è più lontano, più alto, più chiaro. «Io voglio eredi, – così parla tutto ciò che soffre – voglio figli, non voglio me».
Ma la gioia non vuol nè figli, nè eredi, – la gioia vuole sè stessa, vuole l'eternità, il ritorno, vuole che tutto sia eternamente eguale a sè stessa.
Dice il dolore: «Spezzati, sanguina, cuore! Cammina gamba, ala vola! Lontano, in alto, dolore!» Ebbene! Suvvia! O vecchio cuor mio; dice il dolore: «passa oltre».
10.
Voi, uomini superiori, che vi pare? Son io un indovino? Un sognatore? Un ebbro? Un interprete di sogni? Una campana di mezzanotte?
Una goccia di rugiada? Un vapore e un profumo d'eternità? Non lo udite? Non l'odorate? Or ora il mio mondo divenne perfetto, la mezzanotte è anche il meriggio, –
il dolore è anche una gioia, la maledizione è anche una benedizione, la notte è anche sole – allontanatevi se no imparerete: che un savio è pure folle.
Consentiste mai alla gioia? Oh, amici, consentiste allora a tutte le pene. Tutte le cose sono concatenate insieme, congiunte dall'amore, –
– voleste mai che una volta venisse due volte, diceste mai «tu mi piaci, gioia! momento, istante!» voleste allora che tutto tornasse!
Tutto di nuovo, tutto eternamente, tutto concatenato, annodato insieme, congiunto d'amore, così voi amaste il mondo, –
– voi eterni, e l'amate in eterno e per sempre: e voi dite pure al dolore: passa, ma torna di nuovo: giacchè ogni gioia vuole l'Eternità!
11.
Ogni gioia vuol l'eternità di tutte le cose, vuole miele, lievito, ebbra mezzanotte; vuole tombe, consolazione di lagrime versate sopra le tombe, vuole tramonti dorati, – che cosa non vuole la gioia! Essa è più assetata, sincera, avida, terribile e segreta d'ogni dolore; essa vuole sè stessa, morde sè stessa; lotta in essa la volontà dell'anello, –
– essa vuole amore, essa vuole odio; è più che ricca, e dona e getta lontano, e mendica perchè qualcuno la voglia prendere, e ringrazia colui che la prende, e le piacerebbe d'essere odiata, –
è tanto ricca, la gioia, che ha sete di dolore, d'inferno, d'odio, di vergogna, di ciò che è storto, del mondo, – giacchè questo mondo, voi lo conoscete!
Voi, uomini superiori, è di voi ch'essa ha sete; la gioia sfrenata, felice – e del vostro dolore, o voi che falliste! Ogni gioia eterna langue presso ciò che non riescì.
Giacchè ogni gioia vuole sè stessa, e perciò vuole pure la pena! O felicità! O dolore! O cuore spezzato! Uomini superiori, imparatelo dunque, la gioia vuole l'eternità,
– la gioia vuole l'eternità, d'ogni cosa, vuole profonda, profonda eternità!
12.
Imparaste ora la mia canzone? Indovinaste ciò che vuol dire? Ebbene! – Su, via! Voi, uomini superiori, cantate ora il mio rondò!
Cantatemi voi stessi il canto che s'intitola «Ancora una volta» e il cui senso è «per tutta l'eternità» – cantate, o uomini superiori, il rondò di Zarathustra:
O uomo! Bada!
Che dice la profonda mezzanotte?
«Dormii, dormii, –
«Da sonno profondo mi sono destato –
«Il mondo è profondo,
«E più profondo di quanto il dì pensasse.
«Profondo è il suo dolore, –
«La gioia – più profonda ancora del cordoglio:
«Dice il dolore: va' via!
«Ma ogni gioia vuole eternità, –
«– Vuole profonda, profonda Eternità!».
IL SEGNO
Il mattino che seguì quella notte, Zarathustra balzò dal suo giaciglio, si cinse le reni e uscì dalla caverna, ardente e forte come il sole mattutino che sorge dai monti oscuri.
«O grande astro – diss'egli, come aveva parlato un'altra volta – o profondo occhio di beatitudine, a che ti gioverebbe tutta la tua letizia se tu non avessi coloro ai quali risplendere!
E se questi rimanessero nelle loro caverne mentre tu sei già desto e vieni a donare e a prodigare: come se ne sdegnerebbe il tuo fiero pudore!
Ebbene! Essi dormono ancora, questi uomini superiori, mentre io mi sono svegliato: essi non sono i miei veri compagni! Non essi io attendo qui su la mia montagna.
Voglio accingermi al lavoro e cominciare la mia giornata: ma essi non comprendono quali siano i segni del mio mattino; il rumore del mio passo non è per loro il grido del risveglio.
Essi dormono ancora nella mia caverna, il loro sogno beve ancora le mie ebbre canzoni. Ma l'orecchio che m'ascolta – l'orecchio obbediente manca alle loro membra».
Zarathustra aveva detto questo al suo cuore mentre il sole s'alzava; gettò allora uno sguardo alle altezze, giacchè udiva sopra di sè l'acuto richiamo dell'aquila sua: Bene! – gridò. – Ciò mi piace e s'addice a me. I miei animali son desti, perchè io son desto.
L'aquila mia è desta e come me, onora il sole. Con artigli d'aquila essa afferra la nuova luce. Voi siete i miei veri animali; io v'amo.
Ma ancora mi mancano i miei veri uomini!
Così parlò Zarathustra; ma accadde ch'egli si sentì improvvisamente circondato, come da innumerevoli uccelli che gli volassero intorno – e il fruscio di tante ali e la ressa intorno al suo capo eran sì intensi ch'egli chiuse gli occhi.
E, in verità, egli sentiva cader sopra di sè come un nembo, un nembo di frecce lanciate contro un nuovo nemico. Ma, ecco, questa era invece una nube d'amore, e sopra un nuovo amico si riversava.
«Che m'accade?» pensò Zarathustra nel suo cuore, stupito; e sedette lentamente su la grossa pietra ch'è all'entrata della caverna.
Ma agitando le mani attorno a sè, al disopra e al disotto di sè per difendersi da la tenerezza degli uccelli, gli accadde qualcosa di ancora più strano: giacchè le sue mani si immersero inavvedutamente in una folta e calda massa di peli; gli risuonò vicino, al tempo stesso, un ruggito – un dolce, lungo ruggito di leone.
Ecco il segno – disse Zarathustra – e si cangiò il suo cuore. E in verità allorchè vide chiaro innanzi a sè, un'enorme bestia fulva giaceva ai suoi piedi, con la testa reclinata sulle sue ginocchia, e non voleva scostarsi da lui, per amore, simile al cane che ha ritrovato il suo antico signore. Le colombe non mostravano meno fervido amore del leone, e ogni volta che una di esse sfiorava nel volo il naso del leone, il leone scuoteva la testa, meravigliato, e rideva.
Innanzi a tutto ciò Zarathustra non disse che una parola: «I miei figli sono vicini, i miei figli» –, poi tacque del tutto. Ma il suo cuore era sollevato, e dai suoi occhi sgorgavano lacrime che gli scendevano sulle mani. Ed egli non badava più a nulla, e stava assiso là, immobile, senza più difendersi dagli animali. Allora le colombe gli volarono intorno posandoglisi sulle spalle, accarezzandogli i bianchi capelli; nè si saziavano di mostrargli la loro tenerezza e la loro gioia. E il vigoroso leone lambiva sempre le lacrime che cadevano sulle mani di Zarathustra, e poi timidamente ruggiva. Così facevano quegli animali.
Questo durò lungo tempo o breve; giacchè in verità non v'è tempo sulla terra per simili cose. – Ma, nel frattempo, gli uomini superiori s'erano svegliati nella caverna di Zarathustra, e si ordinavano in fila per muovere incontro a Zarathustra e dargli così il saluto mattutino: giacchè avevan notato, risvegliandosi, ch'egli non era più tra di loro. Ma quando essi giunsero alla porta della caverna, preceduti dal rumore dei loro passi, il leone diè un balzo, si scostò improvvisamente da Zarathustra e, ruggendo selvaggiamente, si slanciò verso la caverna; gli uomini superiori sentendolo urlare gridarono tutti come una sola bocca e fuggirono indietro e disparvero in un baleno.
Ma Zarathustra stesso, stordito e distratto, s'alzò da sedere, si guardò intorno meravigliato, e interrogò il proprio cuore; riflettè e rimase solo. «Che dunque udii?» disse, infine, lentamente; «che mi accadde in questo momento?».
E già gli tornava il ricordo; ed egli comprese subitamente tutto ciò che era passato tra l'oggi e l'ieri.
«Ecco la pietra», disse carezzandosi la barba, «è là che sedevo ieri mattina: è là che mi s'avvicinò l'indovino, è là che per la prima volta udii il grido che ho udito or ora, quel grande grido di aiuto.
O uomini superiori, è il vostro affanno che mi prediceva ieri mattina il vecchio indovino, –
– è verso il vostro affanno ch'egli voleva condurmi per tentarmi: «O Zarathustra – m'ha detto – io vengo per sedurti all'ultimo tuo peccato».
All'ultimo mio peccato? gridò Zarathustra ridendo con ira della sua propria parola; che mi fu riservato quale mio ultimo peccato?»
E ancora una volta Zarathustra si ripiegò su sè stesso, e sedette nuovamente sulla grossa pietra e meditò. Poi, d'improvviso, sorse in piedi.
«Pietà! Pietà dell'uomo superiore! gridò, ed il suo volto si fece di bronzo. Ebbene, per questo c'è tempo!
Il mio dolore e la mia compassione – che importa di ciò! Cerco io forse la felicità? Io cerco l'opera mia!
Ebbene! Il leone giunse, i miei figli sono vicini, Zarathustra divenne maturo, giunta è l'ora mia...
Questo è il mio mattino, il mio giorno si leva, sorgi, dunque, sorgi, o grande meriggio!»
Così parlò Zarathustra; e lasciò la sua caverna forte e radioso come il sole mattutino che compare dai monti ancora avvolti di tenebre.


FRAMMENTI DI NOTE POSTUME
A CHIARIMENTO DELL'OPERA
«COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA»


1.
Tutti gli scopi sono distrutti: i valori s'invertono:
chiamasi buono colui che segue il proprio cuore, ma anche colui che obbedisce soltanto al suo dovere;
chiamasi buono l'uomo dolce, conciliante, ma pure il valoroso, l'inflessibile, il severo;
chiamasi buono quegli che non fa violenza a sè stesso, ma anche l'eroe della vittoria sopra di sè;
chiamasi buono l'amico assoluto del vero, ma anche l'uomo della pietà che trasfigura le cose;
chiamasi buono colui che obbedisce a sè stesso, ma anche l'uomo pio;
chiamasi buono l'uomo distinto e nobile, ma anche colui che non disprezza e non guarda dall'alto;
chiamasi buono l'uomo caritatevole che evita la lotta, ma anche colui che è avido di combattimento e di vittoria;
chiamasi buono quegli che vuol sempre essere il primo, ma anche colui che non vuol vincere nulla a detrimento di alcuno.
2.
Noi abbiamo in noi stessi una forza enorme di sentimenti morali, ma non abbiamo scopo alcuno per tutti. Questi sentimenti ci contraddicono: essi provengono da differenti tavole di beni.
V'è una prodigiosa forza morale, ma non v'è più scopo alcuno nel quale possano venir utilizzate tutte le forze.
3.
Tutti gli scopi sono distrutti. Gli uomini debbono prendersene uno. Fu errore credere che ne possedessero uno: essi li donarono tutti. Ma le condizioni prime per tutti gli scopi d'una volta sono oggi distrutte.
La scienza mostra il corso, ma non il fine: essa dà tuttavia le condizioni prime alle quali deve corrispondere il fine.
4.
La profonda sterilità del secolo XIX. Non m'incontrai in alcun uomo che avesse realmente portato un nuovo ideale.
Fu il carattere della musica tedesca, che più lungamente m'indusse a sperare. Un tipo più forte nel quale le nostre energie siano legate sinteticamente – ecco la mia credenza.
Tutto è decadenza, all'aspetto. Bisogna dirigere in modo tale la distruzione, ch'essa renda possibile ai più forti una nuova forma d'esistenza.
5.
La risoluzione della morale conduce, nelle sue conseguenze pratiche, all'individuo anatomico ed anche alla divisione dell'individuo in molteplicità – flusso assoluto. È perciò necessario, oggi più che mai, un amore, un nuovo amore.
6.
«Finchè la vostra morale mi dominò, io respiravo come chi soffoca. Strangolai perciò quel serpente; io volevo vivere, esso doveva quindi morire».
7.
Finchè si dovrà ancora agire e perciò comandare, non si avrà sintesi (la soppressione dell'uomo morale). Non poter fare altrimenti: gli istinti e la ragione che comanda, al di là dello scopo: gioir di sè stessi nell'azione.
8.
– Non tutti vogliono portar il carico di ciò che non è comandato; ma fanno ciò che è più difficile, se tu lo comandi loro.
9.
Superare in noi stessi il passato: combinare di nuovo gli istinti e indirizzarli tutti insieme a un unico scopo: – molto difficile! Non soltanto i cattivi istinti bisogna vincere – ma pur superare quelli che si chiamano i buoni istinti e consacrarli di nuovo!
10.
Nella virtù nessun salto! Ma per ognuno una via differente! Ma non ognuno al punto più eccelso. Può bensì ognuno essere punto e insegnamento per gli altri.
11.
Per la buona volontà di aiutare, di compatire, di sottomettersi, di rinunciare agli assalti personali, anche gli uomini insignificanti e superficiali diverranno forse qualcosa di sopportabile all'occhio: non bisogna toglier loro, a nessun costo, l'idea che questa volontà sia «la virtù».
12.
L'uomo rende preziosa un'azione: ma come potrebbe un'azione render prezioso l'uomo?
13.
La morale è affare di quelli che non possono liberarsene: per costoro essa fa parte delle «condizioni dell'esistenza». Non si possono rifiutare condizioni d'esistenza: si può unicamente – non averle.
14.
Se fosse vero che la vita non merita d'essere affermata, l'uomo morale abuserebbe del suo prossimo, precisamente per il suo oblio di sè e la sua prontezza di aiuto – a beneficio personale.
15.
«Ama il tuo prossimo» – ciò vuol dire anzitutto: «non occuparti del tuo prossimo!» – Ed è precisamente questo l'atto della virtù che è più difficile!
16.
L'uomo cattivo quale parassita. Non dobbiamo essere soltanto roditori dell'esistenza; non è nobile.
17.
È il sentimento nobile che ci proibisce di essere roditori della vita – esso si rivolta contro l'edonismo: noi vogliamo dar qualcosa in cambio! – Ma la credenza fondamentale delle moltitudini è che bisogna vivere per niente – questa è la sua volgarità.
18.
Per gli uomini bassi valgono i valori invertiti: ne deriva quindi il piantar in essi le virtù. Bisogna strapparli alla vita con comandi assoluti, paurosi tiranni.
19.
Rivendicazione: la nuova legge deve poter essere adempiuta – e dal suo compimento deve sorgere l'annientamento e la legge superiore. Zarathustra si pone di fronte alla legge, sopprimendo la «legge delle leggi», la morale.
Le leggi quali spine dorsali. Lavorare ad esse e crearne eseguendole. Finora l'istinto della schiavitù dinanzi alla legge!
20.
La vittoria sopra sè stesso di Zarathustra, quale esempio di vittoria dell'umanità – in favore del superuomo. È perciò necessario superare la morale.
21.
Tipo del legislatore, sua evoluzione e sue sofferenze. Che senso ha, in generale, dar delle leggi? Zarathustra è l'araldo, che chiama molti legislatori.
22.
Strumenti singolari.
1. Quelli che comandano, i potenti – che non amano, se non l'immagine, secondo la quale creano. Gli esseri completi, molteplici, assoluti che superano ciò che esiste.
2. Quelli che obbediscono, i «liberati» – amore e venerazione è la loro felicità, senza di ciò che è superiore (soppressione di ciò che hanno d'imperfetto per mezzo della contemplazione!).
3. Gli schiavi, «razza di servi» –; bisogna crear loro benessere, la compassione tra di loro.
23.
Quegli che dona, quegli che crea, quegli che insegna – ecco i precursori di colui che domina.
24.
Ogni virtù ed ogni vittoria sopra sè stesso non ha senso che come preparazione a colui che domina.
25.
Ogni sacrificio che prepara il dominatore, sarà calcolato il centuplo.
26.
Si deve onorare altamente – il sacrificio del capitano, del principe, di colui che è responsabile di fronte a sè stesso!
27.
Il prodigioso compito del dominatore che educa sè stesso; – la specie d'uomo e di popolo ch'egli vuol dominare deve trovar in lui, la propria immagine: è là che egli deve essere divenuto signore.
28.
Il grande educatore simile alla natura: deve accumulare ostacoli perchè essi vengano superati.
29.
I nuovi maestri come primi gradini del supremo figuratore (essi imprimono il loro tipo).
30.
Le istituzioni quale effetti dei grandi individui e mezzi di incastrare e di radicare i grandi individui – sinchè nascono i frutti.
31.
In fatti, gli uomini tentano sempre di poter far senza dei grandi individui, per mezzo di corporazioni, ecc. Ma essi dipendono interamente da quei modelli.
32.
L'ideale eudemonistico e sociale riporta l'uomo indietro – esso crea forse una specie operaia molto utile, – inventa lo schiavo ideale dell'avvenire, la casta inferiore che è indispensabile.
33.
Diritto eguale per tutti – è la più sfrenata ingiustizia; poichè soltanto ne scapitano gli uomini superiori.
34.
Non si tratta affatto di un diritto del più forte, giacchè i più forti e i più deboli son tutti uguali in questo: essi allargano la loro potenza quanto più possono.
35.
Nuova valutazione dell'uomo: e prima di tutto la domanda:
quanta forza v'è in lui?
quanta molteplicità d'istinti?
quante attitudini a comunicare e a ricevere?
Il dominatore quale tipo superiore.
36.
Zarathustra è felice, che la lotta delle caste sia terminata e venga infine il tempo della gerarchia degli individui. L'odio del sistema del livellamento democratico è soltanto al primo stadio, bisogna esser lieti che sia tanto lontano. Ora può sciogliere il suo compito.
I suoi insegnamenti non furono diretti finora che alla casta dominante dell'avvenire. Questi signori della terra devono adesso sostituir Dio e crearsi la confidenza profonda e assoluta di coloro che sono dominati. In primo luogo la loro nuova santità, la loro rinunzia alla felicità e al benessere. Essi offrono agli inferiori l'aspettativa della felicità, non a sè. Essi redimono quelli che fallirono per la dottrina della «rapida morte»; essi offrono religioni e sistemi secondo la gerarchia.
37.
Il conflitto del dominatore è l'amore del più lontano in lotta con l'amore del prossimo.
Essere creatore ed essere buono non è antinomia, bensì una sola e stessa cosa, ma con prospettive lontane o vicine.
38.
Il sentimento della potenza. Rivalità di tutti gli io per trovar l'idea che sta sopra l'umanità come una stella. L'io un «primum mobile».
39.
Lotta per utilizzare la potenza che è rappresentata dall'umanità! Zarathustra invoca questa lotta.
40.
Raggiungere il nostro ideale: lottare per la potenza secondo esige l'ideale.
41.
La dottrina del ritorno è il punto verticale della storia.
42.
L'improvviso, lo spaventevole dominio della verità. V'è una incosciente protezione di sè, una precauzione, una dissimulazione, una difesa contro la più difficile conoscenza: è così che vissi finora. Mi tacqui qualcosa. Ma il continuo sforzo per togliere pietre ha dato tutta la potenza al mio istinto. Levo adesso l'ultima pietra: mi sta dinanzi la verità più terribile.
Scongiuro della verità dalla tomba: – noi creammo la verità, noi la destammo: suprema manifestazione del coraggio e della potenza. Sdegno di tutto il pessimismo fino ad oggi!
Noi lottiamo insieme con la verità – noi scopriamo che il solo mezzo di sopportarla è precisamente il creare un essere che la sopporti. A meno che noi non preferiamo di abbracciarci volontariamente e di diventar ciechi dinanzi ad essa. Ma, questo, noi non possiamo più!
Noi creammo il pensiero più difficile – vogliamo ora creare l'essere che lo trovi leggero e ne sia beato!
Per poter creare occorre che noi diamo a noi stessi una maggior libertà, una libertà più grande di quella che ci fu sempre accordata; per ciò, liberazione della morale e sollevamento a mezzo di feste. (Presentimenti dell'avvenire! Celebrare l'avvenire! Vivere nella speranza!) Momenti felici! E poi lasciar di nuovo cadere la tenda e dirigere i pensieri verso scopi determinati e vicini!
43.
L'umanità deve porre il suo scopo al di là di sè stessa – non in un mondo d'errore, ma nella propria continuazione di sè.
44.
Il punto centrale, ogni volta, quando sorge la volontà dell'avvenire: allora sta dinanzi il grande avvenimento!
45.
Nostra natura è creare un essere più alto di noi stessi. Creare al disopra di noi! è questo l'istinto della procreazione, l'istinto della creazione dell'opera. – Come ogni volontà suppone uno scopo, così l'uomo suppone un essere che non è presente, ma che presente lo scopo dell'esistenza. Questa è la volontà di ogni libertà. Nello scopo risiede l'amore, la venerazione, la visione di ciò che è perfetto, il desiderio.
46.
La mia rivendicazione: creare degli esseri che siano al di sopra di tutta la specie «uomo»: bisogna sacrificare, a questo scopo, sè stessi e il «prossimo».
La morale che imperò fino ad oggi aveva i suoi limiti nella specie: tutte le morali furono utili nel senso che, da principio, diedero alla specie una stabilità assoluta: quando questa viene raggiunta lo scopo può essere posto più in alto.
L'uno dei movimenti è incondizionato: il livellamento dell'umanità, il grande formicolaio, ecc.
L'altro movimento è, al contrario, l'accentuazione di tutti i contrasti e di tutti gli abissi, la soppressione dell'eguaglianza, la creazione di esseri ultra-potenti.
Quello genera l'ultimo uomo; il mio movimento genera il superuomo. Non è affatto lo scopo, il considerare l'ultima specie quasi dovesse essere la più importante e la prima: anzi le due specie devono coesistere – separate quanto è possibile; l'una non preoccupandosi dell'altra all'esempio degli dei epicurei.
47.
L'antipodo del superuomo è l'ultimo uomo: io li creai al medesimo tempo.
48.
Quanto più l'individuo è libero e determinato, più l'amore suo è esigente: egli aspira infine al superuomo, perchè tutto il resto non soddisfa il suo amore.
49.
A metà della strada nasce il superuomo.
50.
Io temevo tra gli uomini: avevo il desiderio di viver tra loro e nulla mi poteva soddisfare. Mi recai allora nella solitudine e creai il superuomo. E quando l'ebbi creato, gli posi intorno il grande velo del divenire, e lasciai brillare su di lui il meriggio.
51.
«Noi vogliamo creare un essere», noi tutti vogliamo prender parte a ciò, vogliamo amarlo, procrearlo – e, per lui, onorarci e stimarci.
Dobbiamo avere uno scopo per il quale amarci tutti gli uni e gli altri! Tutti gli altri scopi sono degni di venir distrutti!
52.
I più forti di corpo e d'anima sono i migliori – principio di Zarathustra –; da loro la morale superiore, quella dei creatori. – Zarathustra vuol rifare l'uomo a sua imagine; questa è la sua lealtà.
53.
Zarathustra appare al genio come l'incarnazione del suo pensiero.
54.
La solitudine è necessaria, per un tempo, perchè l'essere divenga completo e s'impregni – guarisca e indurisca.
Nuova forma di comunità: affermarsi in un modo guerriero. Altrimenti lo spirito s'indebolisce. Nessun «giardino» e la «fuga dinanzi alle masse». La guerra (ma senza polvere) tra idee differenti! e gli eserciti di queste idee!
Nobiltà nuova attraverso la selezione. Le cerimonie per l'istituzione della famiglia.
Dividere in modo nuovo il giorno; l'esercizio fisico per tutte le età della vita. La lotta quale principio.
L'amore della stirpe considerato come la lotta del principio che è nel divenire, in ciò che viene. – «Dominare» è insegnato ed esercitato, la durezza quanto la dolcezza. Appena si è raggiunta la padronanza in una condizione, si deve aspirare ad una nuova condizione.
Lasciarsi istruire dagli ignoranti e dare anche ad essi occasione di lotta. Utilizzare i degenerati. – La giustizia della punizione deve consistere in questo, che il malfattore può essere utilizzato come soggetto d'esperienza (per una nuova nutrizione): questo santifica la punizione che si può dare ad alcuno per il maggior bene di colui che deve venire.
Noi usiam riguardo alla nostra nuova comunità, perchè essa è il ponte al nostro ideale dell'avvenire. È per essa che noi lavoriamo e facciamo lavorare gli altri.
55.
Trovar la misura e il mezzo d'aspirare oltre l'umanità: bisogna trovar la specie d'uomo più alta e vigorosa. Rappresentare sempre la tendenza superiore nelle piccole cose: – perfezione, maturità, fiorente salute, dolce irraggiar della forza.
Lavorare come un artista all'opera quotidiana, portare ogni opera a perfezione. Confessarsi la probità nel motivo, come s'addice al potente.
56.
Non impazienza! Il superuomo è il nostro prossimo gradino! Onde, per questa limitazione, vuolsi misura e virilità!
Inalzare l'uomo al disopra di lui stesso, come i greci – non fantasmi incorporei. Bisogna sopprimere lo spirito superiore legato a un carattere debole e nervoso. Scopo: sviluppo superiore di tutto il corpo e non soltanto del cervello.
57.
«L'uomo è qualcosa che deve venir superato»: –
– guardare all'andatura: i greci ammirabili: senza fretta.
– Miei precursori: Eraclito, Empedocle, Spinoza, Goethe.
58.
1. Scontentezza di noi stessi: antidoto contro il pentimento. La trasformazione dei temperamenti (p. e. attraverso gli anorganici). La buona volontà in questa scontentezza. Aspettar la propria sete, e lasciarla diventar completa per scoprire la sua sorgente.
2. Trasformare la morte quale mezzo di vittoria e di trionfo.
3. La malattia: il comportarsi verso di essa. Libertà alla morte.
4. L'amor della stirpe quale mezzo all'ideale (l'aspirazione di perire nel contrario). Amore della divinità sofferente.
5. La riproduzione come atto più sacro. Gravidanza; creazione dell'uomo e della donna che, nel figlio, vogliono gioire della loro unità ed inalzare alla loro unione un monumento.
6. Compassione quale pericolo. Creare le occasioni perchè ognuno possa aiutare sè stesso e sia libero d'accettare di venir aiutato.
7. L'educazione verso il male per suscitare il proprio «demonio».
8. La guerra interiore quale «evoluzione».
9. La «conservazione della specie» e il pensiero dell'eterno ritorno.
59.
Insegnamento capitale: giungere a ogni gradino, alla perfezione e al sentimento del benessere; non saltare!
Prima di tutto la legislazione. Dopo la promessa del superuomo, la dottrina dell'eterno ritorno è spaventosa: ora è sopportabile!
60.
La vita stessa creò questo pensiero, il più difficile per la vita; esso vuol sorpassare il suo più alto ostacolo. Bisogna volersi annientare per poter risorgere – da un giorno all'altro. Trasformazione a traverso mille anime – sia questa la tua vita, sia questo il tuo destino! E, infine: volere ancora una volta questa serie completa.
61.
Poter sopportare la nostra immortalità – questa sarebbe la cosa suprema.
62.
L'istante in cui concepii l'eterno ritorno è immortale. E per quell'istante io sopporto l'eterno ritorno.
63.
La dottrina dell'eterno ritorno è schiacciante a prima vista per i più nobili; essa è, in apparenza, il mezzo di sterminarli, – le nature mediocri e insensibili rimangono! «Bisogna sopprimer questa dottrina e uccider Zarathustra».
64.
Esitare dei discepoli. «Noi sopportiamo già questa dottrina, ma distruggeremo con essa i più»!
Zarathustra rise: «Voi dovete essere il martello, io vi diedi in mano il martello».
65.
Non parlo a voi come parlerei al popolo. Per essi la prima cosa è disprezzarsi e distruggersi; la seconda disprezzarsi e distruggersi a vicenda.
66.
La mia volontà di fare il bene mi costrinse a tacere del tutto. Ma la mia volontà del superuomo mi ordina di parlare e di sacrificare anche gli amici.
«Voglio formare e trasformare me e voi; altrimenti come lo sopporterei?».
67.
Storia dell'uomo superiore. L'educazione dell'uomo migliore è infinitamente più dolorosa. Dimostrare l'ideale dei sacrifici necessari presso Zarathustra. L'abbandono del paese natale, della famiglia, della patria. Vivere sotto il disprezzo della moralità dominante. Tormento delle esperienze e degli errori. Abbandono di tutte le gioie che offriva l'antico ideale (si trova loro sulla lingua in parte un sapore ostile, in parte un sapore straniero).
68.
Che prestava alle cose un senso, un valore, un significato? Il cuore creatore, che desiderava e che, nel suo desiderio, creò il piacere e la pena. Volle pure saziarsi della pena. Bisogna che prendiamo su di noi ogni sofferenza che fu sofferta dagli uomini e dagli animali; bisogna che diamo a questa sofferenza un carattere affermatore ed abbiamo uno scopo che lo giustifichi.
69.
Insegnamento capitale. Noi abbiamo il potere di interpretare la sofferenza come benedizione, il veleno come nutrimento. Volontà di soffrire.
70.
Per la grandezza eroica come sola condizione di colui che prepara. (Aspirare a una distinzione assoluta quale mezzo di sopportare).
Noi non dobbiamo volere una condizione unica, ma dobbiamo voler divenire esseri periodici – simili all'esistenza.
Indifferenza assoluta di fronte all'opinione degli altri (giacchè noi conosciamo la loro misura e i loro pesi), ma se la consideriamo come opinione in sè stessa, sia oggetto di pietà.
71.
I discepoli debbono riunire tre qualità: essere veridici, volere e potere comunicarsi, possedere eguale conoscenza.
72.
Tutte le specie di uomini superiori, la loro angoscia e le loro amarezze (differenti esempi, come Dühring distrutto dall'isolamento) – nel complesso il destino degli uomini superiori all'epoca nostra, il modo in cui sembrano condannati a estinguersi: come un grande grido di soccorso esso giunge all'orecchio di Zarathustra. Tutte le forme della folle degenerazione delle nature superiori (per esempio il nichilismo) gli si avvicinano.
73.
Uomini superiori che nella loro disperazione
s'accostano a Zarathustra.
Tentativo di ritirarsi anzi tempo – suscitato dalla compassione.
1. L'inquieto, il vagabondo, il viandante: – che disimparò ad amare il suo popolo perchè ama tanti popoli, – il buon europeo.
2. Il cupo ed ambizioso figlio del popolo, ombroso e solitario, pronto a tutto, che sceglie la solitudine per non essere distruttore – s'offre quale strumento.
3. L'uomo più brutto che è costretto a mascherarsi (senso storico) e che cerca senza posa una nuova veste: egli vuol rendere tollerabile il proprio aspetto e va infine nella solitudine per non esser veduto, – egli si vergogna.
4. L'adoratore dei fatti (il «cervello di sanguisuga») la coscienza individuale più ostile, pieno oltre misura di cattiva coscienza, – vuol essere libero di sè.
5. Il poeta aspirante nell'intimo a una selvaggia libertà; sceglie la solitudine e la severità della coscienza.
6. L'inventore dei nuovi rimedi inebbrianti, il musico, il mago che finisce per gettarsi ai piedi di un cuore pieno d'amore e gli dice: «Non venire a me! Ma ti voglio condurre a quello là».
Gli uomini troppo sobri i quali desiderano una ebbrezza che non possono soddisfare. Quelli più che sobrii.
7. Il genio (considerato quale accesso di follia), gelido per mancanza d'amore. «Non sono nè un genio nè un Dio». Grande tenerezza: «Bisogna amarlo di più».
8. Il ricco che donò tutto e che a tutti domanda: «Hai tu del superfluo? Dammene!» – quale mendicante.
9. I re che rinunziano a regnare: «Noi cerchiamo colui che è più degno di regnare!» – Contro l'ineguaglianza»: manca l'uomo grande e perciò la venerazione.
10. Il commediante della felicità.
11. L'indovino pessimista, il quale presente ovunque la stanchezza.
12. Il folle della grande città.
13. Il giovane della montagna.
14. La donna (cerca l'uomo).
15. L'operaio e adulatore, magro e invidioso.
16. I buoni
e la loro follia «per Dio», cioè «per me».
17. I pii

18. Gli egoisti e i Santi

74.
«Io vi diedi il pensiero più difficile: esso farà perire, forse, l'umanità; o forse, questa si solleverà per il fatto che gli elementi superati, ostili alla vita, sono eliminati». «Non adirarsi con la vita, ma con voi!» – Determinazione dell'uomo superiore come creatore. Organizzazione degli uomini superiori, educazione di quelli che regneranno nell'avvenire. «La vostra preponderanza deve rallegrarsi di sè dominando e formando». – «Non soltanto l'uomo, ma pure il superuomo, ritorna eternamente.
75.
La sofferenza tipica del riformatore ed anche le sue consolazioni. – Le sette solitudini.
Egli vive come sopra il tempo: la sua altezza gli procura scambio di relazioni con i solitari e i misconosciuti d'ogni tempo.
Egli si difende soltanto con la sua debolezza.
Egli posa la sua mano sul prossimo millennio.
Il suo amore cresce nell'impossibilità di fare del bene per mezzo di questo amore.
76.
Lo stato spirituale di Zarathustra non è la folle impazienza del superuomo. Egli è quieto e può attendere. Ogni azione ha assunto un senso, essendo il cammino e il mezzo per giungervi – dev'essere fatta bene e perfettamente.
Tranquillità del gran fiume! Santificazione delle cose più piccole. Tutte le inquietudini, tutti i desideri violenti, tutti i disgusti debbono venire, nella terza parte, esposti e superati!
La soavità, la dolcezza, ecc., della prima e seconda parte – tutti indizi della forza non ancor sicura di sè!
Con la guarigione di Zarathustra, Cesare si alza implacabile, benigno: – tra l'essere creatori, la bontà e la saggezza, l'abisso è distrutto.
Luminosità, calma, nessun eccessivo desiderio, felicità nel momento ben impiegato e fatto eterno!
77.
Zarathustra dice: «Io stesso sono felice». – Quando ha lasciato gli uomini egli ritorna a sè come una nube. Il tipo di vita del superuomo: quella di un Dio epicureo.
Una sofferenza divina è il contenuto della Terza parte di Zarathustra.
La condizione umana del legislatore non è portata che come esempio.
Il suo amore impetuoso per gli amici gli appare quale malattia – egli è di nuovo tranquillo.
Quando vengono gli inviti, egli si sottrae dolcemente.
78.
Nella Quarta parte è necessario dire esattamente perchè viene adesso il tempo del grande meriggio. Si tratta di fare una descrizione dell'epoca, condizionata dalle visite, ma interpretata da Zarathustra.
Nella Quarta parte è necessario dir con precisione perchè il –«popolo eletto» doveva prima esser creato: – sono le nature superiori ben riuscite in contrasto delle mal riuscite (caratterizzate dalle visite): a quelle soltanto Zarathustra può comunicare gli ultimi problemi; esse soltanto può invitare alla attività in favore delle proprie teorie (esse sono forti abbastanza e abbastanza sane e resistenti e sopratutto abbastanza nobili!) per dar loro in mano il martello che governa la terra.
79.
L'unità del creatore, dell'amante, del conoscitore della potenza.
80.
«Soltanto l'amore deve giudicare» (l'amore che crea, ed oblia sè stesso nell'opera sua).
81.
Zarathustra può rendere felice soltanto quando la gerarchia è stabilita. Questa viene insegnata anzitutto.
La gerarchia applicata in un sistema di governo della terra: i signori della terra, infine, una nuova casta dominante. Da questa casta nascono, di qui e di là, un Dio del tutto epicureo, il superuomo, il trasfiguratore dell'esistenza.
Cesare con l'anima di Cristo.
La coscienza sovrumana del mondo: Dioniso.
Ritornare con amore da questi grandi allontanamenti, a ciò che è più piccolo ed umile, – Zarathustra benedicente tutte le sue esperienze e morendo come colui che benedice.
82.
Da uomini che pregano dobbiamo divenire uomini che benediscono!

APPENDICE

La prima parte di Zarathustra fu scritta al principio del febbraio 1883 a Rapallo e stampata verso la fine d'aprile, da B. G. Teubner a Lipsia. Appare nel maggio 1883 presso E. Schmeitzner a Chemnitz sotto il titolo di «Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno».
La seconda parte scritta a Sils Maria, tra la fine di giugno e il principio di luglio del 1883, stampata da C. G. Naumann tra la fine di luglio e quella d'agosto 1883, apparve egualmente presso Schmeitzner a Chemnitz nel settembre 1883.
La terza parte fu scritta a Nizza, la fine del gennaio 1884, e stampata nel marzo, dal Naumann. La seconda e la terza parte, portano, sotto il titolo, i numeri 2 e 3. Anche la terza parte apparve ancora presso Schmeitzner a Chemnitz nella primavera del 1884.
Le prime tre parti furono composte e scritte, come ripetè spesso l'autore, in circa dieci giorni, prima dei quali, naturalmente, ve n'erano stati molti altri di intima preparazione. Soltanto l'ultima parte fu composta e scritta con alcune interruzioni: a Zurigo e a Mentone nell'ottobre 1884, e poi terminata tra la fine di gennaio e il principio di febbraio 1885, a Nizza. La quarta parte fu stampata tra il marzo e l'aprile, dal Naumann, a spese dell'autore che non trovò più, o non volle più trovare, alcun editore. Egli tenne segreta questa ultima parte e rimpianse di non aver fatto stampare anche le tre precedenti soltanto per sè.
La quarta parte venne a contatto del pubblico soltanto nell'autunno 1892 – tre anni dopo che mio fratello s'ammalò, e sette dopo la stampa dell'edizione privata – quando il medico ebbe esclusa ogni possibilità di guarigione.
Sebbene abbia chiamato questa quarta parte dell'opera, ultima, mio fratello affermò tuttavia, più d'una volta, che voleva scrivere ancora una quinta e una sesta parte, e di ciò rimangono disposizioni. Troviamo infatti, l'anno 1884, quando non era ancor scritta la quarta parte, abbozzi per una continuazione di Zarathustra in tre parti; ed anche più tardi non mancano cenni di questa sua intenzione di proseguir l'opera: come apprendiamo dagli scritti postumi di Nietzsche, e dal volume biografico che chiude questa raccolta (Ecce Homo, ecc.).
A questa edizione di «Così parlò Zarathustra» ho ancora aggiunto molte annotazioni desunte dagli scritti sopra accennati, le quali potranno giovare a chiarimento del pensiero principale di quest'opera ed alla sua miglior comprensione. Pare che l'autore abbia avuto, qua e là, l'idea incerta di scrivere una specie di glossario a Zarathustra; molti tra i pensieri annessi furono, può darsi, scritti a questo fine. Ma nel complesso sono annotazioni mediante le quali egli stesso cerca precisarsi il contenuto delle differenti parti di Zarathustra, e veramente alcunchè prima di averle scritte in modo definitivo, onde molte cose furono, poi, ancora mutate durante l'esecuzione del lavoro.

Weimar, Archivio Nietzsche.
Giugno 1919.

Elisabeth Förster-Nietzsche.

Audiolibri di:Friedrich Wilhelm Nietzsche
Così parlò Zarathustra
Saggio
Audiolibro del celebre saggio "Così parlò Zarathustra" del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche.
Il crepuscolo degli idoli
Audiolibro de "Il crepuscolo degli idoli" di Friedrich Nietzsche.
L'anticristo
Saggio
Audiolibro de "L'Anticristo" di Friedrich Nietzsche.
Citazioni di Friedrich Wilhelm Nietzsche:
Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi...
Bisogna avere il caos in sé per partorir...
Nessuno mente tanto quanto colui che si...
Io sono il primo immoralista; perché io...
Nella solitudine cresce la bestia interi...
Oh! Buona notte! Oh! Libro! Calamaio! Or...
Tra voi io sono come olio sull’acqua: se...
Il mare digrigna i denti contro di te....
La solitudine non pianta il germe: essa...
Tutto lo spirito che gli uomini applican...
I libri catalogati di Friedrich Wilhelm Nietzsche:
Al di là del bene e del male (Jenseits von Gut und Böse) (1886)
Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra) (1885)
Genealogia della morale. Uno scritto polemico (Zur Genealogie der Moral. Eine Streitschrift) (1887)
Il crepuscolo degli idoli (Götzen-Dämmerung) (1889)
L'anticristo (Der Antichrist) (1895)
La Nascita della Tragedia (Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik) (1872)

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