Ti diamo tanti contenuti. Senza pubblicità. Senza spiarti. Dai una mano. Grazie.

Home > Indice libri > Poesie, di Thomas Moore

Poesie
Titolo: Poesie
Autore: Thomas Moore
Genere: Raccolta di poesie
Lingua: Italiano
Lingua originale: Inglese
Audiolibro: Ascolta
Formati disponibili:
Pubblicato il: 2012-07-30
:

1605 visualizzazioni

Aggiungi ebook alla tua biblioteca

L'ultima rosa dell'estate

Traduzione di Mario Rapisardi (1862)
XIX secolo


Che fai, rosa deserta in su lo stelo,
Mandando effluvi al cielo?
Più il prato non s'infiora
Di tue compagne, che l'està scolora:
Nè fiore alcuno, ovunque il guardo giri,
Giunge a' tuoi le sue tinte e i miei sospiri!

Ti lascerò da tutti abbandonata
Sul gambo relegata?
Oh, no. Pietoso invece io ti disfioro...
Raggiungi gli altri fior, dormi con loro!
Là, dove sparsi il prato
Morti li accoglie, t'è il dormir più grato.

Deh, ma potrò pur io morir repente,
Quando le gioie spente
D'ogni affetto gentil tutte saranno?
Quando dal luminoso
Astro i raggi d'amor s'oscureranno,
Potrò aver come te pronto riposo?

Oh, allor che a' sogni dell'april degli anni
Sieguono i disinganni...
Quando, d'amor ogni legame infranto,
Sol ci rimane il pianto...
Chi vuol, chi può restar deserto in questa
Tomba del nostro cor, landa funesta?




Il profeta velato
(1817)

Traduzione di Giovanni Flechia
(1838)


Canto primo


Nella beata regïon del sole
Cui primiera sorgendo egli saluta
Fra le Perse contrade, ove ridenti
Figli del raggio suo sbocciano i fiori
E s’indorano i frutti in ogni riva,
E leggiadro su tutte altre fiumane
Il Murga la sua chiara onda rivolve
Infra i boschetti e i nobili palagi
Onde bella è Merou, quivi su trono,
A cui lo sollevò cieca credenza
Di popolo infinito, altero siede
Il sovrano profeta, il gran Mokanna.
Sulla sua faccia un velo ampio si stende,
Argenteo velo ond’ei, buono e pietoso,
Alla vista mortal la sua nasconde
Sembianza abbagliatrice, il cui splendore
Nudo non sosterría l’occhio dell’uomo,
Poichè, qual va fra suoi devoti il grido,
Men lucenti d’assai parvero i raggi
Che la fronte di Mossa incoronaro
Mirabilmente il dì, quando dal monte,
Tutto fuoco le tempia, egli scendeva.

D’ambo i lati, di cor pronti e di mano,
Stanno eletti guerrieri vigilando
La persona di lui; giovani arditi
Che a difender la fè, non in parole,
Ma ne la spada la ragione han posta,
E tanto è il loro zel, ch’ivi garzone
Non alza il brando, che non sia parato
A piantarselo in petto a un cenno solo
Del suo sovrano, e con devoto affetto
Non benedica il labbro onde partiva
D’un sì caro morir l’alto comanda.
Candide, in odio del color notturno
Onde s’orna il califfo, hanno le vesti,
E qual neve il cimier candido ondeggia.
Varie son l’armi; qual spedito incede
Alla battaglia e di leggiera canna
Giavellotto costrutto in pugno arreca;
Qual tende un arco di bovino corno
E splendida faretra al fianco adatta
Piena di stecchi, che d’Iran sul margo
Di raccor quei guerrieri han per costume;
Qual de la guerra ne’ più crudi assalti
Mazza enorme palleggia o poderosa
Bellica scure; e mentre essi marciando
Degli elmi eccelsi i candidi pennacchi
Agitan nella luce del mattino,
Ti par quasi veder mobile selva
Di platani ramosi allor che il verso
Di neve imbianca le sorgenti cime.

Fra le colonne di porfiro eccelse
Che sostengon la volta aurea, dipinta
A moresco lavor, sorgon le vaghe
Gallerie dell’Harèmo, ove traverso
Le cortine e le argentee reticelle
Ad or ad or si mira un amoroso
Di pupille brillar sopra la pompa
Che nel tempio s’accoglie, a quella guisa
Che un subitano tremolío di luce
Schiara le nubi dell’autunno e passa.
Or chi sì ardito fia ch’osi maligno
Dir che voi, sante vereconde, entraste
In tal soggiorno da pensier condotte
Che non fosse del ciel? Chi creder puote
Che la potenza di terreno affetto
A stringer valga delle sue catene
Del gran profeta l’anima severa?
Oltraggioso pensiero! A lui dall’alto
Commesso fu di popolar gli ameni
D’Eden boschetti di leggiadre forme,
Leggiadre sì che schiudan poscia in cielo
Gli occhi medesmi e le medesme labbra
Onde fur belle in terra, e là raccolte,
Fra le native vergini sedute,
Allegrino di gioia sempiterna
Gli spirti in cielo a soggiornar sortiti.
Bene adempito avea l’alto comando
Il sovrano profeta; e quante mira
L’occhio del sole di beltà raggianti
Pellegrine mortali avea raccolto
Entro il vago soggiorno. Havvi la bella
Che si prostra sul margo alle bollenti
Fonti di Brama; la leggiera ninfa
Che vispa e vaga le carole intesse
Di Yémeno sui monti; havvi la Persa
Dai grand’occhi di cervo e sfavillanti
D’una luce amorosa; havvi la breve
Fanciulla del Catai che move intorno
Languidette le luci; havvi di tutte
Le giorgiane bellezze il fiore eletto;
V’hanno le forme colorate in bruno
Dell’arabe donzelle, e le ricciute
Onde s’allietan le ridenti e gaie
Isole d’occidente; un tale e tanto
Tesoro di bellezze ivi s’aduna,
Poichè tutte contrade avean mandato
Il lor più bello e giovinetto fiore
Per apprestar sì vaga ajuola al cielo.

Ma perchè nel Divano oggi si spiega
Pompa cotanta, e innumeri guerrieri
Armati e il capo di turbante avvolti
Vi si accolgono e piegansi dinanzi
A quel velato e venerabil volto
Siccome tulipani innanzi al soffio
Del vento occidental? Quale il profeta
Oggi novello indice alto mistero
Per far più santi della fede i riti?
Tutto splende il delubro, e mille e mille
Ardon lampade intorno emule in luce
Delle vivide stelle onde s’adorna
A notte il cielo. Un giovane guerriero
Dalla folla si parte e maestoso
Procede in mezzo al tempio; un lucid’arco
Egli tien nella manca; il fianco ha cinto
D’una fascia trapunta; un foderato
Berretto a pelle gli ricopre il capo
Quale s’usa in Bucaria. In tale arnese
Egli dunque s’avanza e fiero è tanto
Nel portamento suo, che una vagante
Cometa ci sembra per lo cielo estivo
Minacciante sciagura. Esso è venuto
Tutto fede e prodezza, e unirsi anela
Ai guerrieri che pugnano devoti
Allo stendardo di colui che scese
Messaggiero del cielo all’universo.
Quantunque ei fosse dell’età nel fiore,
Pur già del giovinetto Azimo il nome
Suonò nell’occidente; oltre le nevi,
Di che Olimpo s’ammanta, ancor garzone
Egli pugnò; nella battaglia oppresso
E fatto prigioniero in Grecia ei stette
Finchè la pace i suoi legami infranse.
Oh! Chi, pur anco nel servaggio, il piede
Mosse di Grecia sul sacrato suolo,
Nè in cor sentì lo spirito infiammarsi
Di nobil foco? Chi mirò la terra
Un giorno ostel di libertà, nè vide
Di quell’austera Dea le luminose
Vestigia, nè sentì quasi un’arcana
Aura di suo passaggio accusatrice?
Non ei, non ei quel giovine guerriero;
Troppo forte all’ardente anima il suono
Gli favellava dell’antiche etadi,
Ed or ch’ei torna alla natal contrada
Piena ha la mente di que’ sogni aurati
Che inutilmente grandi ahi! son tormento
Di giovin core; - audaci sogni in cui
Il mortale s’esalta al par d’un Dio,
Ma fallaci così come l’aspetto
Dell’orizzonte là dove ne pare
Che questa terra si congiunga al cielo.
Appena ei seppe che divino un braccio
A redimer le genti erasi alzato
E vide sfavillar chiare e raggianti
Sul bianco segno di Mokanna impresse
Queste parole: libertade al mondo!
Subitamente e fede e brando e core
Al profeta sacrò: qualunque spada
Che sotto il suo drappel uomo brandisse
Doppiamente affilata a lui pareva:
Sacra alla causa della terra e sacra
Alla causa del ciel, - nè mai la fede
La sua benigna benda ebbe spiegato
Sopra un ciglio che più volonteroso
Ciecamente credesse alla virtude;
Nè alcuno mai si riposò ripieno
Di fidanza maggior nel compimento
Dei desiderii suoi quanto costui
Che or pallido si prostra e ossequïoso
Alla presenza di quel vel d’argento,
E crede quella forma a cui s’inchina
Essere un puro, immacolato e santo
Angiolo redentor, quaggiù spedito
A francar d’ogni laccio e d’ogni colpa
L’umana stirpe e a ritornar la terra
Ai primi onori di sua gloria antica.

Come il giovin guerriero al suol prostrossi,
Pur quella turba di diverse genti
Inchinò le ginocchia e ad alto suono
«Alla, Alla» sclamò, mentre sublimi
Sul capo del profeta ivano al vento
Mille bandiere dispiegate al lume
Siccome l’ale de’ candidi augelli
Che ventavano il trono ove sedea
Il mago Solimano. - Allor dall’alto
Il gran profeta favellò: «Straniero!
Benchè l’anima tua di giovinetta
Forma si vesta e sia novella in terra,
Pur da secoli molti io già vedea
La sua sembianza ne’ diversi aspetti
Di quell’ente infinito, in cui diffusa
Per un lungo di casi ordine alterno
(Siccome face che di mano in mano
Si trasmetton fra lor giovani in fila)
Rapidamente va di forma in forma
L’inestinguibil alma in fin che giugne
A quella meta che le assegna il fato.
Nè creder tu che solo ai men lucenti
Spiriti in foco tenebroso accesi
E dannati alla terra un tal prescriva
Destino il ciel; divini esseri ancora
Degnan talor di splendere per questa
Umanità. Cotale era l’essenza
Che in Adamo albergava, a cui de’ cieli
Si piegâr tutte le potenze, tranne
D’Eblis l’altero spirto; e tal pur era
L’Intelligenza che rifulse un giorno
Nella forma di Mossa onde partita
Passò nel seno d’infiniti vati
E alfin di Macometto il petto accese,
Finchè via procedendo (al par d’un chiaro
Fiume che dopo il scendere di molte
Succedenti colline e dopo molti
Giri e rigiri alfin ritrova un lieto
Clima ove, d’ogni labirinto uscito,
In un lago di luce il corso acqueta)
Quel santo spirto riposato e franco
D’ogni errar, d’ogni nebbia in me s’accolse.»

Mille voci di nuovo a tai parole
Sonaro intorno e folgoraron tutte
Le spade de’ guerrieri alzate al cielo;
Un’aura subitana amabilmente
Le bandiere agitò, mentre di dietro
A quei persici arazzi istorïati,
Che le bellezze dell’Harèmo invano
Tentavano celar, candide mani
Scoter godean le ricamate ciarpe
Onde cotale una fragranza uscìa
Quale soglion mandar l’Uri vezzose
Quando, incontrato l’immortal guerriero,
Ai boschetti del ciel gli fanno invito.

«Ma queste sono verità sublimi,»
Il profeta seguiva, «e a ben vederle
Si richiede di sensi una più santa
E più diva natura a cui non regge
La vile argilla che gli umani informa.
Questa spada dappria discioglier deve
Il tenebroso carcere che lega
La schiava umana stirpe anzi che vegna
La pace a visitarla e il ver diffonda
In un mondo di colpe il suo splendore.
Solo allora, o guerrieri al ciel devoti,
Solo allora che al suol cadranno infranti
Nanzi alle nostre glorïose insegne
I troni della terra e i sacri templi,
E ai nostri piedi deporrà lo schiavo
Le spezzate catene ed il tiranno
La sua corona, il sacerdote il libro,
Il vincitor gli allori, e dalle labbra
Del ver proromperà, siccome turbo,
Gagliardo un soffio ad animar la pira
Consumatrice dell’umane fole,
Solo allor sulla terra avrà principio
Il regno dello spirto, e l’uom sorgendo,
Come innovato di seconda vita
Incederà per quella luminosa
Primavera del mondo al par d’un nume,
Ed il vostro profeta allora anch’esso
La fronte sua discoprirà del velo
Che or ne asconde la luce, e rallegrata
Quant’è vasta la terra avrà conforto
Da’ rai di questo glorïoso aspetto.
E tu giovin guerrier, ben giungi a queste
Sacre contrade; - ma ti resta ancora
Qualche rito a saper, qualche fralezza
A mettere in obblio, prima che splenda
Sulla tua fronte il candido cimiero
Che mio guerrier ti segna; ove cotale
Tu divenga una volta, essere il devi
Fino alla tomba.» - Terminato è il rito
E le turbe n’andâr; ma forte ancora
Nell’orecchio e nel cor di ciascheduno
Mormora il suono di que’ cupi accenti,
Qual se d’Alla medesmo il santo labbro
Proferiti li avesse. I giovinetti
Di maraviglia ingombri eran rimasti
De’ cimieri alla vista e delle lance
E del trono splendente e più degli occhi
Che brillavan dall’alto; intenti e fisi
Stavano i vecchi sul promesso regno
Di verità, di pace, e le fanciulle
Dardeggiavano occhiate ai sottoposti
Guerrier nel tempio; ma non fuvvi alcuno
Che del velato aspetto i portentosi
Raggi un istante rimirar potesse.

Ma pur fra le donzelle una v’avea
Che dietro le cortine, onde si cigne
L’Harèmo, spesso ad arrossir fu vista;
Una a cui più che morte era funesta
La pompa di quel giorno, - e voi lo dite,
Voi, sue compagne, che vedeste a un tratto
Pietosamente impallidir sue gote,
E ne intendeste il doloroso grido
Allorchè primamente all’infelice
Quel giovane s’offerse ahi! noto troppo,
Ed essa il vide, oh vista! ùmile in atto
Prostrarsi innanzi del profeta al trono.

Sventurata Zelica! eravi un tempo
Quando ogni sguardo suo sopra il tuo core
Un incanto piovea; quando vederlo,
Udire il suono delle sue parole,
Spirar l’aura che a lui moveva intorno,
Era la prece del tuo cor - la prima,
La più fervida prece; e agli occhi tuoi
Tale il cigneva allor magico spirto
Che, se ad opra ei moveva, ogni mortale
Gli sembrava secondo. Oh! dì beati
Quando, se il caro giovinetto un fiore
Od una gemma del tuo sen toccava,
Quella gemma e quel fior da quell’istante
Eran sacri per te; quando tu stessa
Lo studiavi sì che ogni suo moto,
Ogni suo sguardo fatto erasi tuo,
E tanto risonar s’udia simíle
La tua voce alla sua, ch’Eco parea
Quando a sera, su queta ala di vento,
Più soavi rimanda e più pietose
L’aeree note di gentil melode.
Eccolo; ei vien quel giovinetto e splende
Di cotal luce che la luce avanza
Di sua primiera età; bello...., sì bello,
Ma non per te, meschina! ei s’appresenta
Agli occhi tuoi terribile, funesto
Come l’imago di persona estinta
Quasi il colpevol spirto ei ti volesse
Turbar col sogno di beata etade,
Che per sempre sparì, ma pur sorvive
Nella memoria, e ne trafigge il core.
Sogno tristo e fatal! Siccome allora
Che della giovinezza il gajo spirto
Ne appar fra il sonno luminoso e vago
Dell’innocenza che fu nostra un giorno,
E, ahi tristo gioco! ci rimena indietro
Infra i sentieri dell’età novella
Dove i raggi ne addita ad uno ad uno
Che di pace brillanti e di speranze
Lungo il cammin ci abbandonaro infidi.

Coppia felice un dì! Chi fu ne’ vaghi
Di Bocara boschetti, e non intese
De’ loro primi giovanili amori
La dolcissima istoria? Entrambo nati
Sul fiume antico che, veloce uscendo
Dall’Oscure Montagne, in suo cammino
I mille accoglie pellegrini rivi
Che splendon di vaghissimi rubini
Delle miniere di Bucaria avanzi,
E nel mar caspïano indi lasciando
La metà de’ suoi flutti, alfin disbocca
Dell’Aquile nel Lago, in quelle rive
In compagnia d’infanzia eran cresciuti,
E i fior che rugiadosi in sul mattino
Si curvano sul fiume oh! di sì vago
Color non mai nè di sì grato olezzo
Quelle sponde allegrâr, come le occhiate,
Come i sospiri di que’ novi amanti.
Ma di lor gioie il fortunato corso
Interruppe la guerra, e il giovinetto
N’andò da quei celesti occhi lontano
Ad aggiugnersi ai Persi in ripa all’Ebro;
Ei trasmutò le riposate sedi
De’ nativi boschetti in rozze tende,
Ed in campi di zuffa; i vaghi lumi
Di Zelica non più, ma le vaganti
Sulle greche pianure atre fiammelle
Gli ferirono il guardo, e i cari nodi,
Onde amor l’ebbe dolcemente avvinto,
Mutârsi in peso di servil catena.

La derelitta vergine frattanto
Si struggea di desiro e sospirava
Pel lontano garzon; la primavera
Avea due volte rallegrato il mondo,
Ma non per lei; chè dolorosi e scuri
Anco i dì più ridenti eranle al core
Perchè d’Azìmo in compagnia goduti
Non splendeano quei dì; triste novelle
Venian talora a funestarle il core
Che il suo caro pingean vicino a morte.
Alfine un suono, un ineffabil suono
La tramortì gridando: Azimo è spento!
Oh! quale angoscia il sofferir pareggia
D’un core allor che primamente ei resta
Solitario, angosciato, e più non trova
Quell’unico perduto ente compagno
Per cui soave si tenea la vita
Ed amaro il morir, come liuto
Che nota più non sospirò dal giorno
In cui spezzossi la maggior sua corda.

Preda così d’un indomato affanno
Quell’infelice vergine rimase,
E in tanta piena di dolor la stessa
Ragione si smarrì. Benchè lo spirto
Vigoroso lottasse incontro al fato
E le guancie di lei rosea salute
Tornasse ad infiorar, pur la catena
De’ suoi pensieri inordinata e guasta
Non più si ricompose; ardente e gaio,
Quale a’ più lieti dì di giovinezza,
Era il suo cor, ma travïato, errante
Siccome navicella a cui dan luce
Tutti gli astri del ciel, tranne quell’uno
Che guidarla dovrìa. Di nuovo, è vero,
Il riso a lei disfavillò sul labbro,
Ma strano era quel riso e senza il lume
Della gioia sincera; e quando il canto
Al flebile lïuto ella sposava,
Il suo cantar simìle era alle note
Che liete scioglie e dolorose a un tempo
Moribondo usignuol, quando dall’arte
Di melifluo cantor vinto alla prova
Egli muor sul lïuto onde partìo
La dolce nota che gli ruppe il core.

In tale si vivea misero stato
La giovine Zelica allor che tutto
Scorrendo il vago orïental paese
Il profeta cogliea quanti per via
Più leggiadri s’offrian risi di donna
Per intesserne poscia un vario e vago
Adornamento al ciel. Rapida, al pari
Di voratrice fiamma infra le foglie
Che l’autunno appassì, questa novella
La già bollente fantasia raccese
De la mesta fanciulla; al cor repente
Le s’apprese quel fato e tutta l’arse
In santo zel. - Del paradiso eletta!
Oh! incantatrice idea! predestinata
Sposa di qualche valoroso in cielo....!
«Di qualche valoroso!» - ah no! del solo,
Del solo onde nel cor profondamente
Sculta ha l’imago; di quel solo a cui
Di nodi indissolubili legato
Sta il suo pensiero; di quel sol che regna,
Con benigno splendor, sulle rovine
Della buia sua mente unico, eterno!

Sventurata Zelica! il tuo soltanto
Spirto nel mesto immaginar deluso
Veder poteva in quell’allegro Harèmo
Vergini sante destinate al cielo;
O sognar che l’iniquo onde tu fosti
Vittima così presto, una lucente
Potenza fosse di lassù discesa
A far pel ciel di pure anime accolta
Somiglianti alla tua, che in terra, ahi lassa!
Desolava quel tristo. - Oh! di ragione
Te non avesse abbandonato il lume
Entro un buio fatal, la santa imago
Che sculta hai tu profondamente in seno
Preservata t’avrìa, come amuleto,
Dal tentatore astuto, e vivo e puro
Serbato avrebbe il verginal candore
Che macchiato una volta ahi più non fia
Sorriso dall’amor! Ma la sua mente
Si perdè, s’infiammò; de la gentile
Sua tempra in vece e del soave aspetto
Tutta l’accese un inquïeto zelo.
Esso medesmo l’impostor nudrìo
Di quell’alma il delirio; il gaio fiore
Di giovinezza, le divine forme,
Onde bella s’offria, parvero all’empio
Malìe potenti a soggiogar gli spirti
Di sue genti devote; ed ei con arte
E con incanti dall’inferno appresi
La credula deluse ora col buio
Di terribili scene, or colla luce
Di gioconde sembianze a tal che, spinta
Nel suo travolto immaginar per torta
E tenebrosa via, la sciagurata
Si diede in braccio a voluttà che solo
La sua tristezza alimentar dovea.

Era il fin d’un banchetto; ivi congiunti
Il canto e il suon le avean mirabilmente
All’orecchio ed al cor pinta la gioia
De le sfere celesti a cui rapita
Un giorno anch’essa, e d’ogni labe astersa
Del dolce Azimo suo sposa perenne
Avrìa lieta e beata ogni desiro
Spento nel riso dell’eterna pace,
Quando da tai pensieri inebbrïata
Il reo profeta per occulte vie
Seco la trasse alla magion dell’ossa.
Van per quelli di morte avvolgimenti
Da poco lume rischiarati, e mentre
Oltre muovono i passi, esterrefatta
L’infelice donzella si ritrova
In sede orrenda; un lungo ordine al guardo
Le si presenta di squallidi corpi
Che, mentr’ella trascorre, al tetro lume
Di meste tede aprir sembran le labbra
E basse note mormorar. S’arretra
La spaventata e vede esti defunti
Libar neuro licor, mandando a torno
Il fatal nappo. In quest’orrido punto
(Ah! quei guardi e quel nappo insanguinato
Le staran sempre nel pensiero impressi)
Fu l’infelice dal profeta astretta
A proferir tremendo, orribil giuro
Nel linguaggio d’ inferno - e fu che sempre,
Finchè di lui la mistica presenza
Rimarrà sulla terra, e l’arco azzurro
Del dì sovr’essi brillerà sospeso,
Sempre, per quello invïolabil giuro,
Nella gioia e nel duolo ella al suo fianco
Si starà... sempre! - Di sè stessa uscita
La meschina giurava e «sempre, sempre»
Quegli spettri gridando eco le fero.

Da quell’ora fatal la sciagurata
Tutta fu del profeta - ed ella, ahi lassa!
Si credeva del ciel. La mente e il core
Infiammati le fur. Quanta alterezza
Le vestìa la persona allor che prima
Sacerdotessa della fè sedeva
Nell’adunato Harèmo! Oh! come il guardo
Le ardeva oimè! non di celeste luce
Quando i rapiti adorator mirava
Prostrati a sè dinanzi. Oh! ben s’avvide
Il reo Mokanna che quel solo aspetto
Col forte incanto della sua beltade
Intiere squadre a conquistar bastava.
Avvenenti, leggiere, agili membra,
A cui dava uno spirto aereo moto
Come a sottile ramuscel l’augello
Che l’abbandona; porporine labbra
Che, se mai nel sorriso apron la rosa,
Rubano l’alma e fanno invito ai baci;
Guancie cui sale a colorar la fiamma
Subita e passeggera al par di lampo
Che solca un cielo oscuro sì, ma bello.
E quegli occhi! - oh! chi mai tanta nel core
Saggezza acchiude che non vinto affisi
Quegli occhi accesi, irrequïeti, erranti
Ove or fra l’ombra di terreni affetti
Ed or fra i raggi d’un’eterea luce
Vedi d’un’alma travïata, è vero,
Ma pur splendida sempre, il lume arcano,
Che degli interni affetti altrui fa fede.
Zelica era cotal; ma pure ahi! quanto
Da lei mutata che felice un tempo
D’Azimo al fianco errava infra i boschetti
Onde ombrato è il Bokara. In tale aspetto
Ella comparve il dì lieto e festivo
Quando fra il riso e la splendente pompa
Del superbo Divano a lei dinanzi
Qual subitana visïone apparve
Il giovinetto che cotanto amava
Ed estinto piangea; quando - lucente
Al suo sguardo così come se corso
Mezzo il cammin che al lieto Eden conduce
Ritornato ei si fosse alle terrene
Stanze raggiante di divino lume -
Il vago Azimo suo le stette innanzi.
Oh! di quali portenti operatore
È spesso un raggio di ragion gettato
Sovra il buio intelletto; esso (siccome
In rocca a cui si fanno adito i mille
Assediatori allor che mano amica
Qualche passo secreto a lor dischiude)
Col memore pensier mille seguaci
Idee risveglia che giacean sepolte.
Ma così non si fu nella tua mente
Infelice donzella! Abbenchè lume
Venisse a te, non tutto esso veniva;
Era un barlume che brillò fugace
Sull’intricate vie del labirinto,
Fra cui ciechi e perduti ivano i sensi,
Ma non mostrò l’uscita; era un barlume
Che fra la procellosa onda rifulse
Di subito splendor, ma il sospirato
Porto di scampo illuminar non volle.
All’apparir del giovine diletto
La memoria sollecita al pensiero
Le recò le beate ore di pace
Che sì ratte passâr; ma ripensando
Che poscia l’alma sua s’era sommersa
Nel lezzo della colpa, e astretta ell’era
Dal giuramento..... oh! allor nova demenza
Le invadeva lo spirto e abbrividendo
Ella tornava nell’orror primiero
Del suo buio mental, quasi felice
Si ritrovasse nel ritor lo sguardo
Ad una luce che spaventi arreca
E le lacera il cor; pure un conforto
Questa memoria di sua prima etade
Misto all’amaro del martir le addusse;
Pianto, dirotto pianto intorno al core
Da lungo tempo raggelato ed ora
Distemprato e disciolto a quella guisa
Che di neve squagliata a primavera
Giù per gli omeri al monte a mille a mille
Si devolvono i rivi e giunti ad imo
Irrigano la valle ove da lungo
Più non scorreva la benefic’onda.
Così mesta e depressa or primamente
Raccapricciò d’orrore, or che s’ intese
Dal profeta invitare al consüeto
Loco della preghiera; un fresco e vago
Giardin locato in ripa alla corrente,
Ove il velato sir solea ritrarsi
Al cader d’ogni sera e alzar suoi preghi.
Iva solo talor; ma più sovente
Compagna ai santi riti era una ninfa
Destinata a partir seco le preci.

Nessuna innanzi a lui trovato avea
Tanta grazia e favor, quanto cotesta
Giovin sacerdotessa, e benchè spesso
(Dopo l’orrenda notte in cui gli spechi
Terribili di morte alto echeggiaro
Di quel giuro fatal che sua la fece)
Le avesse il reo sua trista anima aperto
E proferto bestemmie inique tanto
Che anco uno spirto dissennato e cieco
Inorridito avria; pure lo zelo,
L’ambizïone, il suo voto tremendo,
Il continuo pensier che quel lucente
Volto di gloria, infino ad or nascoso
A tutt’occhio mortal, manifestato
Sariasi a lei tra poco, a lei soltanto,
E la speranza alfin, la sopra tutte
Gioie dell’alma sua cara speranza
Che il suo viver quaggiuso altro non fosse
Che un volar passeggero infra l’impuro
Foco terreno onde affinato e terso,
Più puro ancor di pria, sarebbe asceso
Il suo spirto lassù, come profumo
Che tra globi di fiamma alzasi agli astri,
E che, quando il divino abbracciamento
Circondata l’avria d’Azimo in cielo,
Nè un sol vestigio di terrena impronta
Maculato le avrebbe il casto seno,
Ma splendente, illibata e sua per sempre
S’avria godute le dolcezze eterne....
Queste soavi illusïoni e questi
Sogni del core suo fatti signori
La delusa teneano anima avvinta
Al voler del profeta e dolce ancora
Parer faceano la nequizia istessa.
Ma quella forma che pur or s’offerse
Tremenda all’occhio suo, quella sembianza,
Terribil tanto, se non mente il guardo,
Che d’un subito apparve a lei dinanzi,
Oh come la spaventa! In quella guisa
Che pel nordico mar, quando la notte
Torbida incumbe, vagabonda nave
In isola di ghiaccio urta improvviso
E, destando i meschini a lei commessi,
Li travolve nell’onda - a tal sembianza
L’apparir di costui scosse Zelica,
Ma solo aimè! per traboccar quell’alma
Entro un abisso d’ infiniti affanni.

Pallida, sospirosa, a lento passo
Al sacrato Kïosko incamminossi
Dove, librando i suoi disegni iniqui,
L’attendeva Mokanna; - i lieti sogni,
Onde il core ha giocondo, occupan troppo
Il suo pensier perch’ei noti la doglia
Che la vittima sua porta nel ciglio,
O il lento passo avvisi, or sì mutato
Da quel che un dì movea, quando, siccome
Leggerissimo spirto, appena appena
Coll’aereo suo piede il suol toccava.

Il velato Mokanna era seduto
Sopra il tappeto suo, mentre all’intorno
Le lampe ardean, non quali ardon sull’ara
Del santo Komo sotto i tenebrosi
Portici della Mecca illanguidite
E di scarso chiaror, ma sfolgoranti
E di luce cotal che sull’aspetto
Delle vergini spanda un più gentile
Vezzo d’amore e più leggiadra e cara
La sembianza ne renda. A lui daccanto,
In vece di rosario e santi libri,
Che gli stolti credean meditar sempre
Segregato colà, stavano vasi
Pregni d’aureo licor che a lui mandava
Di Kismi il tralcio e il pampinoso colle
Della florida Sira; e spesso il labbro
Ei v’appressava con gelosa cura
Quasi ogni goccia che sorbìa bramoso
Portentosa si fosse al par del fonte
Del sacrato Zemzemo, a cui la fama
Dona il poter di trasmutare in fiori
Le virtudi del cor. Seduto adunque
Ei beveva e gustava, e in cotal opra
Sì forte intenti e fissi eran suoi sensi
Che appressarsi la vergine non vide.
Riscosso alfin, con infernali risa,
Quai già s’udîr dal maledetto spirto
Quando l’uomo peccò, tale parlava:

«Vile schiatta mortal! nata a trastullo
Degli spirti d’abisso, abbietta troppo
Per questa terra, e nondimen vantante
Origine dal ciel! Voi degli dei
Imagin, voi?... Sì, degli dei, ma quali
Han culto in India - scimïoni informi.
Creature d’un soffio, effigïate
Forme d’argilla a cui bene a diritto,
Come narran le nonne, un dì niegava
Lucifero prostrarsi ossequïoso,
Benchè l’esiglio dall’eterno regno
Gli dovesse costare un tal rifiuto.
Tempo verrà, nè fia lontano, io spero,
Che questo piede vi porrò sul collo
Ed il freno allentando all’ira mia
Sfogherò l’odio che vi posi eterno.
Sì, condottier di mille a me devoti,
Prodi e ciechi guerrier come falconi
Incapellati, scorrerò la terra
Desolando le genti; il mio stromento
Fia l’uom vil, la mia preda il maledetto. -»

«Ahi me perduta!» inorridita esclama
L’infelice donzella a cui l’orecchio
Ferito avean quegli esecrati accenti.
Si riscosse Mokanna; isbigottito
Non già, chè a lui straniero era il timore,
Ma il suon di quelle flebili parole
Sì pieno era d’angoscia e simil tanto
A quella voce che tremenda piomba
De’ dannati sul cor quando per sempre
Li accoglie in grembo la città dolente,
Che anco quell’alma snaturata e fera
Tocca ne fu. - «Vien quà, bella ministra
De’ riti miei,» le si volgea dicendo
Con raddolcita voce il frodolento
«Tu che ridendo schiudi infra le rose
De’ tuoi labbri divini una dolcezza
Cara così che le speranze eccede
Per cui son lieti del profeta i sogni,
E il zelo unisci della fè sì stretto
A quello dell’amor che inebbrïato
L’uom non conosce la sua gioia e ignora
Se nell’estasi sua sospiri il cure
Al paradiso che lassù n’additi,
O a quel che schiudi tu medesma in terra,
Oh! senza te che fora il poter mio?
La vittoria che fora? Ancorchè retta
Dall’angeliche man la mia bandiera
Perderia la sua luce ove non fosse
Dal tuo santo sorriso irradïata.
Perchè mesta così? quelle pupille
Che amorose splendean nella trascorsa
Notte - e che? - la lor luce hanno perduta?
Vieni, oh vieni! stamane ha scolorito
La fatica il tuo volto, e i vaghi lumi
S’oscurâro, o mia figlia; ora degg’io
Tornar loro la luce; i soli istessi
Eclissati sarien se le vicine
Lor comete, com’io sopra il tuo volto,
Non recassero a lor dall’inesausta
Fonte di luce rivi di splendore.
Vedi tu questa coppa? entro il suo grembo
Non terrestre licore accolto stassi,
Ma bensì l’onda immacolata e pura
Di quell’ultima sfera i cui torrenti
Su letto di rubini hanno lor corso
E fluendo si tingono nel vago
Color di gemma. I genii a me ministri
Vengon di notte e queste urne mi colmano.
Or via ne bevi; in ogni goccia è posta
Un’essenza di vita onde raccesi
Saran foco il tuo cor, luce gli sguardi.
Vieni, oh vieni! stanotte è a me mestieri
Di tutto il riso della tua sembianza.
Un garzone giugnea - tu lo vedesti;
Bello forse ei non è? di’; non vorresti
Che simili a costui ne’ fortunati
Boschi del ciel ti fossero gli amanti?
Bench’ei, tem’io, mi sembri austeri troppo
Nudrir pensieri dell’amor nemici,
E quella fredda deitade onori
Che Virtù chiama il mondo, oh! noi dobbiamo
Tuttavia soggiogarlo al poter nostro.
Non mostrarti ritrosa; a me tu devi
Obbedir sempre, nè indagar giammai
I misteri del ciel. L’acciaro, il sai,
Dee pel foco passar prima che fatto
Valido brando forte man l’impugni.
Questa notte medesma assalir voglio
Quel giovinetto cor colle potenti
Armi della beltà. Quanto raccoglie
L’Harèmo mio di vago e di scaltrito
Fia contr’esso adoprato; i cilestrini
Occhi di Mirza che languenti intorno
Si movono a rapir l’anime amanti;
Di Zuleica gentil le colorate
Guance ed i labbri che baciando han possa
Secreta come il magico sigillo
Di Salomone; le soavi note
Che sul lïuto suo Zeba ridesta,
Ed il piè velocissimo di Lilla
Che, movendosi a danza, in mille guise
Si libra e rota quale augel marino
Alïante sull’onda; ogni donzella
Di sua bellezza adoprerà gl’incanti
Per rapir di costui l’austero spirto
Nella soave voluttà d’amore.
Ma tu, gentil sacerdotessa, ascolta
Quanto dirti vogl’io; ciascuna, è vero,
Di queste, ch’io nomava, una possiede
Arte sua propria di rubare i cori;
O muovendo lo sguardo, od atteggiando
Leggiadramente la persona e il piede,
Poste innanzi a lo speglio hanno un incanto
Per sè stesse dapprima, indi per quello
Che le rimira; ma fra tutte oh! manca,
Manca pur sempre a far certa la palma
Una guerriera che non move occhiata
Senza ferir; che di bellezza i raggi
Sopra sè tutti concentrati aduna;
Una il cui labbro persüade il core
Senza far motto, e, quando apresi ai detti,
Adorate così son le parole
Che pur vôte di senso occupan l’alma
Come il suon che dal vano esce d’un tempio
Da nullo inteso e tuttavia divino
Creduto dalla fè. Questa, sì questa
È la ninfa che, in luce alma d’amore
Tutta raggiante, coronar l’impresa
Questa notte dovrà; questa la scaltra
Incantatrice che dovrà far suo
Il cor di quel guerriero - e tu sei dessa!»

Con le man giunte e con le labbra aperte
E pallida ed immota ella si stava
Mirando il vel da cui quelle parole
Venìan come l’austral vento che move
Da venefici fiori e morte arreca,
E sì audaci del tristo eran gli accenti
Come se di Zelica estinti al tutto
Fossero i sensi di virtude ed egli
Sentisse che di lei l’animo immerso
Una volta nel lezzo della colpa
Eternamente vi saria rimasto.

Benchè muta ascoltasse, ella dapprima
Quasi sogno credea l’empie parole
E del fiacco intelletto il poco lume
Il disegno di lui non comprendea.
Ma quando finalmente egli proferse
«E tu sei dessa!» per le membra un foco
Improvviso le corse e un grido alzando
«Ah no pel cielo!» ella sclamò - «gran Dio!
A cui pura già tempo io mi prostrai,
Questo è dunque il mio fato? Ogni mio sogno,
Ogni mia speme al ciel, la verginale
Purità di quest’alma, orgoglio mio,
Dovean questo aspettarsi orrido fine?
Viver trastullo alle procaci brame
D’un ente maledetto? Esser lasciva
Seduttrice d’altrui, servendo, ahi lassa!
Alle tue colpe? inabissata io stessa
Quanto in giù la fiumana atra discende
Dell’empio averno, rovinar pur anco
Meco altri spirti nella ria vorago?
Altri! Che dico? quel garzon medesmo
Che oggi quivi giugnea? - non fia, non fia!
Non lui che adoro io perderò! - Deh! dimmi,
Dimmi ch’ei non è desso, anzi mel giura,
Ed io sommessa, o spirito d’inferno,
Vuo’ far quanto m’imponi - anche adorarti!»

«Bada, finchè n’hai tempo, o sconsigliata,
A non cadermi in ira, a non dir motto
Che insoffribil mi suona, ancorchè uscito
Dalle tue labbra. - Or va; tempra il lïuto
E sciogli il canto; quel guerrier n’intenda
La magica melode e ne rimanga
Commosso e vinto: rimirar m’è caro,
Sia qual vuolsi la causa, il foco antico
Rinfiammar le pupille alla leggiadra
Sacerdotessa mia; lascia che tutto
All’estinto amor tuo si rassomigli
Quel giovinetto che farai beato
Del fulgor de’ tuoi lumi; e tu cotanto
Più felice sarai, quanto più caro
È un acceso amator vivo e fiorente
Di mille e mille che si giaccian freddi
Entro il sepolcro. Oh! non ombrar la fronte
Di quel piglio indignato, anima cara!
Quel tuo sguardo soave accender dêssi
Per l’ira no, ma per l’amor - t’arrendi.»
«Ahi me deserta! io dunque ho meritato
Questi oltraggi? - oh pur troppo! - e la vendetta
Troppo grave non può sopra il mio capo
Scagliare il ciel!... ma il valoroso e fido
E leggiadro garzon deve pur esso
Cader meco nel fondo, e bello e santo
Qual è, siccome rinnegato, andarne
Dall’amore e dal ciel per sempre in bando,
Com’io n’andai?... Com’io! stolta! che dissi!
No; non com’io; chè immacolato e puro
Si rimarrà pur sempre il giovinetto.
O demoni, colmate infino all’orlo
Vostra coppa infernal; vostre malìe
Non fien potenti a conquistar quel core.
Vadan pur di beltà tutte raggianti
Vostre impudiche seduttrici a lui...
Egli ama, egli ama e il lor poter disfida.
Travïata qual son, tuttora io regno
Sovra il suo core invïolata e santa
Siccome allor che primamente entrambi
C’incontrammo quaggiù. Benchè perduta,
Benchè macchiata io sia, siccome incanto
Che la memoria d’un estinto imprime
Sculta sull’alma egli ha l’imagin mia
Che da colpe il preserva. Oh! sempre ascoso
Rimanga a lui di quale obbrobrïosa
Nota segnato è il fronte a cui nell’ora
Del mesto dipartir baci offeriva.
Deh! che nessun gli dica in qual di colpe
Cupo abisso cadea la verginella
Ch’egli un giorno dilesse - un giorno! - ah! sempre,
Pur sempre ei l’ama con immenso affetto.
Uomo infernal, tu ridi? e che? tu forse
Vuoi la mia colpa a lui far manifesta?
Oh! invano, invan; non otterrai credenza;
Ei mi finge costante; ei nel suo core
Crede che nulla sulla terra ha forza
Di mutar la mia fede - ah! tale io pure
Pensava un dì; ma questo ora disparve
Fortunato pensier! - quantunque il fato,
Che m’incolse, di morte, anzi d’inferno
Più straziante mi prema, oh! nondimeno
Mi fia lieve il soffrirlo ove per sempre
Egli l’ignori; io me n’andrò lontana,
In qualche terra ignota a cui dinieghi
Suoi raggi il sole infin che polve io giaccia
Nell’oscuro sepolcro; in una terra
Ove chieda nessuno alla deserta
Di qual parte ella venne e dove io possa
Senza nome i miei dì chiudere in pace.
E tu, - qual ch’io ti deggia o maledetto
Uomo nomarti o spirito d’inferno,
Che trovasti in mio cor questa di foco
Piaga dilaniatrice e con quell’arti,
Che t’insegnaro i demoni fratelli,
L’hai così presto lacerata e sparsa
Per l’alma e per le membra infin ch’io tutta
Peste e fiamma divenni, orribil mostro -
Deh! quando andata io sia -»

«Taci, demente!
Taci, ne m’irritar. - Vedi baldanza!
Tanto audace non è quell’augelletto
Che ronzando s’attenta insinuarsi
Del cocodrillo nell’aperta bocca.
Vuoi tu dunque fuggirti? - e non t’ incresce
Lasciar la gloria del tuo casto impero
Sopra tutto l’Harèmo ove tu regni
Ora d’Allà ministra, ora d’Amore,
Ora adorata come santa ed ora
Amata come bella e stai sospesa
Fra cielo e inferno come il venerato
Sepolcro di Medina? - E vuoi fuggirti? -
Fuggirai, sì; ma come fugge il vile
Rettile dal serpente allor che cinto
Il tiene ei già coll’amorose spire.
Il tuo destino è immoto; - o fero o mite
Che si volva il tuo fato, insino a morte
Tu mia sarai, mia sposa insino a morte!
Dimmi: obbliasti il giuramento?» -

A queste
Terribili parole ella, che forte
Da quell’amaro motteggiar trafitta
D’un indomito sdegno erasi accesa,
Smarrita si restò come se il fiato,
Che quel detto recolle, una si fosse
Aura letale, e pallida ed immota
Stettesi - imago di persona estinta.

«Sì mia sposa tu sei; tal ti giurasti.
Altri cerchin giardini - a noi fu templo
Pe’ nuzïali riti il tenebroso
De’ scheltri albergo; balsami e fragranze
Non ci allegrâr, ma biancheggiante ossame
Ci surgeva all’intorno; una lugubre
Pallida teda illuminò la sala
Del nuzïal banchetto, e lunga fila
Di cadaveri ritti, ospiti grati,
Ne feo corona; - il giuramento a cui
Molti udisti echeggiar pallidi labbri,
La coppa (oh! non tremar; dimmi; soave
Non era forse?) quella coppa, ond’ambo
Libando noi d’alterna fede in pegno
Degli estinti bevemmo il vino eletto,
Mia ti sacrâr.... sì mia perennemente,
E di tal nodo mia che la medesma
Possa d’Averno nol potria disciorre.
Or parti, o donna, e vanne infra la turba
Dell’Harèmo e colà mostrati allegra,
Mostrati austera - qual più vuoi ti mostra,
Fuorchè dolente; - oh! resta: - anco un istante.
Quanto stanotte è occorso, a te palese
Mi fece in parte - alfine ora del tutto
Il profeta conosci. A me, tu stolta,
Davi piena credenza e in tuo pensiero
Tu mi fingevi degli umani amico;
Amico, io? - sì; ma quale ama i guizzanti
Pesci dintorno a sè cane marino,
O del Nilo l’augello ama le dolci
Uova dell’angue ond’ei si pasce e vive.

E or che dell’alma mia tutta tu vedi
L’angelica natura, anco del viso
Le fattezze svelate a te dinanzi
Folgoreggino alfin. Questa sembianza
Nel cui lume divino a te soltanto
Dato è bear l’estatica pupilla,
Questo ciglio abbagliante innanzi a cui
L’uomo immortale si prostrò tremando,
Oh! fulmini del ciel fossero al mondo.
Ma ti volgi e rimira - indi, se il vuoi,
Di’ che la terra, dove nato io fui
Mostrüoso cotanto, io non dovea
Maledir vendicando i torti miei
Sull’uom che vil, qual è, pure rassembra
Creatura del cielo a me vicino.
Or mira e dimmi se potria l’inferno
De’ suoi profondi e abbominati orrori
Al mio sordido ceffo aggiugner dramma.»

Ei tolse il vel - la vergine si volse
Lentamente e mirò - mise uno strido
E cadde come corpo morto cade!



Canto secondo


Azimo, ti prepara! - in campo aperto
Hai disfidato d’Ellade i guerrieri,
Prestanti battaglier, quantunque schiavi;
Là nella Grecia ad incontrar corresti
Quell’armate falangi incoronate
Dell’antica lor gloria; alle frequenti
Macedoniche picche e ai tortüosi
Globi di fiamma presentasti il petto,
Ma invitto sempre e con ardita fronte
Quei perigli affrontasti: ora t’aspetta
Più fera prova e più tremendo assalto;
Di splendid’occhi femminili un’oste
D’ogni terra raccolta, in cui la donna
Il suo riso dischiuda e il suo sospiro;
Oste diversa di color, siccome
In loro luce d’innalzar bandiera
Nera od azzurra si diletta Amore,
E in ogni modo d’assalir soave
Preparata ed instrutta, o balenando
Percoter si convegna all’improvviso,
O sotto le palpebre astutamente
Semichiusa celarsi a quella guisa
Che mezzo il brando la guaina asconde;
Tale un’oste, o garzone, ora s’appresta
Ad assalirti luminosa e vaga.
Glorïoso il guerrier vantisi pure
Di vinte pugne e di raccolti allori;
Ma il giovinetto che virtude oppone
Ai vezzi di beltà; che in cor ne sente
Tutto l’incanto ed il poter ne sfida,
Di vittoria miglior, di maggior forza
Meritamente glorïar si puote.

Le belle dell’Harèmo intente or sono
Della tôletta ai riti; agili ancelle
Vanno di stanza in stanza affaccendate:
Qual s’adopra a intrecciar leggiadramente
Alla fronte il turbante o il vel sospende
Leve leve cadente in sull’acceso
Volto di giovinetta, a cui, se un occhio
Fra l’ondeggiar del velo arde e sfavilla,
Quell’occhio solo conquistar potrìa,
Come di Saba la regina, i cori;
Qual d’Henna colle foglie ugne e colora
Delle dita la punta in rosea tinta
Lucente sì che nello speglio han forma
Di coralli splendenti in grembo all’onda;
Qual tempra il nero di Kohòl colore
Che di dolce languor l’occhio abbellisce,
Di quel languor che sì leggiadre e care
Fa le veglie Circasse all’Ottomano.

L’opera ferve; e anelli e perle e piume
Splendon per tutto: - della luna al raggio
Le più giovani intanto entro il giardino
Tesson fresche ghirlande alle lor chiome.
Donzellette gentili! è dolce al core,
Benchè mesto, il mirar come ciascuna
Il serto intreccia di quel fior che reca
Al suo pensiero i puri anni infantili,
I dolci campi, ed i lontani amici.
L’indiana fanciulla, in sen tenendo
Novellamente le dorate foglie
Del suo campàco, si rallegra e pensa
Ai dì felici che lunghesso il Gange
Colle dolci compagne il crin fioriva
Di quelle foglie rugiadose ancora;
Mentre la verginella araba, avvolta
Dall’olezzo de’ suoi montani fiori -
La grata acaja e quell’arbor cortese
Che s’inchina sul capo a chi l’appressa -
Vede, quasi per forte opra d’incanto,
Il pozzo di sua terra e intorno a quello
Vede i camelli e le paterne tende
E in quella cara illusïon sospira
Alla quiete del natìo soggiorno.

Frattanto lungo le splendenti sale,
Di cui gli alti silenzi altro non turba
Che il cader d’odorata onda sorgente
Dallo sculto diaspro in mille sprazzi,
Azimo ingombro di stupor s’aggira,
E di tanta quiete e delle molte
Lampade ardenti la cagione ignora.
Tinto a varii colori è il pavimento
O d’egizii tapeti ricoperto,
E lunghesso gli androni una soave
Si diffonde fragranza alimentata
Da ramuscelli d’odorose piante
Che si bruciano in vaghe urne d’argento,
E mill’altri profumi intorno sparsi
Allegran l’aere di cotal dolcezza
Quale la verga d’una Peri effunde
Quando a spirito eletto addita il calle
Che guida al riso dell’eterna pace.
Ed ecco a lui, che senza legge errava,
Spazïosa e lucente al par del sole
D’improvviso una sala appresentarsi,
Ove nel mezzo, riflettendo i raggi
A somiglianza d’iridi spezzate,
Una fresca fontana alto zampilla
E ripercossa dall’arcata volta
Il pavimento screzïato irrora
Che riluce così come conchiglia
Raggiante in ripa all’eritrea maremma.

E quivi pur l’albergo egli ritrova
Dell’amor della donna in quelle vaghe
Della terra e dell’onda abitatrici
Picciole creature il cui destino
Pari è a quel della donna, essendo anch’esse
Per la loro bellezza imprigionate;
Chè in un de’ lati, splendidi siccome
Il cristallino vaso onde son chiusi,
Guizzan piccioli pesci ali-dorati
E dorati le squamme e pajon verghe
Corte e sottili di miniera uscite;
Mentre nell’altro in lavorate gabbie
D’odorifero legno incarcerati
Vi son tutti gli augei che varie e vaghe
A lucente color dispiegan l’ale.
V’ha il calderino luminoso e gaio
Quale alïar si vede infra i vermigli
Fior di corallo germinanti intorno
All’apriche dell’India isole amene.
V’ha della Mecca la colomba azzurra,
Ed il tordo v’ha pur dell’Indostano
Che gode alzar melodïosi a sera
Dall’eccelsa pagòda i suoi concenti;
V’hanno i dorati augei che cadon morti
Al tempo degli aromi entro i giardini,
Inebbrïati da quel dolce cibo
Che li sedusse colla sua fragranza.
V’ha quel che sotto il mite arabo sole
Di mirra e cinnamomo il suo compone
Sublime nido, e v’han quanti pennuti
Trattan rari e leggiadri i campi azzurri,
Tutti quivi raccolti a riposata
Sede di luce, come i verdi augelli
Che svolazzano a stormi entro i beati
Campi dell’Eden d’asfodillo allegri.

Così fra scene che pensier non finse,
Nè mente immaginò - più somiglianti
Al fasto immenso di quel rege iniquo
Cui l’oscuro di morte angiol percosse
Di voluttade sulla soglia istessa
Che al santo albergo d’un profeta a cui
Di redimer le genti il ciel commise -
Azimo errava e si guatava intorno
Ferocemente e il suono aspro de’ ferri
Che de’ passi al mutar metteano i piedi,
E il suo schietto vestir male alla calma,
Male alla pompa s’addicean del loco.

«Ed è questa,» pensò, «questa la via
Che dell’uomo francar deve lo spirto
Da mortale torpor? - questa la scôla
Che gl’insegna vivendo ad altro fonte
Non libar gioia che virtù non schiuda,
E morendo lasciar splendida fama
Di sue bell’opre monumento eterno?
Ah! non era già tal l’alta dottrina
De’ saggi antichi tuoi, terra nudrice
Di pensier forti e di sublimi imprese,
Nè in grembo di boschetti al piacer sacri
I suoi fochi divini alimentava
La prisca libertà; nè i sacri mirti,
Ond’ella avvolse il vincitor suo brando,
Crebbero ai raggi d’una luce infausta
Che in vece d’avvivar dona la morte,
Ma si nudriro de’ robusti fiati
Dell’eterea virtù, che sola induce
Vita e splendor di libertà ne’ serti
Oh! chi - se mira a questa stretta ajuola
Che noi calchiamo, alla brevissim’ora
Che nel corso del tempo il viver segna,
All’istmo angusto che li duo divide
Da nessun lido circoscritti mari,
Il passato e il futuro, entrambo eterni -
Chi vorrebbe macchiar la luminosa
Stanza terrena o sterile lasciarla
Quand’ei puote innalzarvi un tempio altero
Ed un nome legar che lungamente
Tutto d’intorno ne consacri il loco
E sia d’ogni più pura alma il sospiro?
No; possibil non è che un uom mandato
Da Dio quaggiuso a sterminar menzogna,
Un profeta del ver, che trae dal cielo
Per compir la sant’opra ogni diritto,
Voglia sua causa profanar con pompe
Di cui si serve in sua stoltezza il mondo;
No; possibil non è; ben io penétro
L’ascoso suo pensier; fiacco ei mi crede,
Quindi un tanto di vezzi abbagliamento
Apprestava a tentar la giovinetta
Anima mia; ma s’opri ogni lusinga
Per provar questo core; invitto io resto!»

Così fra sè discorre il giovinetto;
Ma pur mentre in segreto egli disfida
Questa magica scena, ogni suo senso
Cede all’incanto e ne rimane avvinto.
Il profumo che a lui volgesi intorno -
Il basso mormorar delle cadenti
Acque, che ai sensi persüade un dolce
Invincibil sopor, come il ronzìo
Delle pecchie indïane allor che dense
Si raccolgono a sera intorno al fiore
Dell’odorosa nilica e nel cavo
Del suo calice azzurro abbandonate
Si posano a dormir, - la melodìa,
La cara melodìa che tutto occûpa
Sopra ogni altro poter l’anima amante,
Or da lontano udita e incantatrice
Come l’arcana melodìa d’un sogno, -
Tutto oh! tutto sovr’esso una sovrana
Esercita potenza e lo rapisce.
Incantato così sopra un sedile
Cader si lascia e l’anima abbandona
A pensieri d’amor, dolci pensieri
Succedenti siccome onda sopr’onda
Quando il amar posa e caggion l’ire ai venti.
A Zelica egli pensa, alla diletta
Vergine del suo core e ai dì beati
Quando entrambi d’amor l’anima ardenti
S’assideano vicini, e muti e paghi
Si fissavan ne’ rai, quasi la terra
Null’altro offrisse più sembiante al cielo.

«Oh! di quest’alma amor, vergine amata
Che pur di sì lontan la tua ben nota
Magica forza sul mio cor tramandi!
Tu, di cui la divina aura pur sempre
Mi circonda e mi segue ovunque io mova,
Deh! mira in qual per l’amor tuo mi spinsi
Periglioso cammin; dietro la fama
Per te sola, o mio ben, corro affannoso;
Per veder la tua gota imporporarsi
Nel fuoco della gioia onde t’avrai
Pieno il core in udir mie belle imprese:
Per leggerti negli occhi una mia lode
E tener compensata ogni fatica
Se m’avrò da tue labbra un sol sorriso,
Un tuo sorriso che del cielo è degno.
Oh! quando mai saluterò quell’ora
In cui, vinto ogni rischio, a me fia reso
Quel core ov’io pur sempre unico impero!
Quando sugli occhi tuoi con baci e baci
Del largo pianto asciugherò le stille,
Di quel pianto che fia fervido e puro
Qual fu del vale ne’ supremi istanti!
Oh! quando, vita mia, quando tenerti
Potrò di nuovo ne’ miei caldi amplessi!»

Mentre ei pensa così, sull’ale ai venti
Più vicina si fa quell’armonia
Che con ogni sua nota un novo aggiugne
Legame alla gentile aurea catena
Di che avvinto ha lo spirto; ei si rivolge
Alla parte onde il suono a lui procede,
E lontano lontan fra un infinito
Risplendere di faci egli rimira
Movere a lui d’incontro allegro e gaio
Di vaghe forme femminili un gruppo:
D’esse alcune danzar vedonsi avvinte
Leggiadramente da gentil catena
Fra le verdi del bosco ombre intrecciate
Quasi fosser captive al re de’ fiori;
Altre l’agile piè movono a ruota
Liberamente, e paiono il servaggio
De le avvinte schernir mentre veloci
Loro danzano intorno a somiglianza
Di leggiere farfalle intorno al lume;
Altre intanto da lire, arpe e liuti
Traggon grata melode, anima al canto
Cui tenere fanciulle alzan temprando
La docil voce della danza al moto;
E tutte innanzi a lui vengon ridendo
Queste leggiadre giovinette forme
Cui natura creò quasi volesse
Il pennello emular di fantasia
E infonder vita in cose anco più belle
De le più belle fra le sue pitture.
Fattesi a lui vicine esse si danno
In vago cerchio a carolar congiunte
Con tutta leggiadria, quindi si spezzano
Come rosate nuvolette a sera
Erranti intorno al padiglion del sole,
Finchè, tacitamente ad una ad una
Disperdendosi, a lui tutte s’involano
E sen vanno a’ giardini ove vaganti
Al raggio della luna alzano un riso
Che sui vanni dell’aure a lui pur viene.

Ogni forma disparve; una, sol una
Coll’altre non partìa; tutta tremante
Dietro le sue compagne era rimasa
E loro invano di tornar fea cenno,
Ch’esse parendo la lasciâr soletta
Fra tanta luce; non un vel coprìa
Quel bellissimo volto, ancor più bello
Nel suo pudico giovenil rossore;
Solo una catenella aurea le avvolge
Vagamente i capei, quale di Sira
Le fanciulle di porsi han per costume,
E da questa pendea doppio amuleto,
Ove, incisi nell’arabo idïoma,
Del lor santo profeta oppur d’un bardo,
Venerato del par, leggonsi i versi.
Trepidando ella stette, e la sua manca
Un liuto reggea dove un istante
Ella destò con agitato moto
Qualche nota dolente, indi di nuovo
Le sue ritrasse tremebonde dita.
Ma quando alfin gettò timida un guardo
Del garzone sul volto e mesto il vide
Starsi in atto e tacer, quella presenza
Le quetò de lo spirto ogni paura;
Qual gazzella ammansata, al giovinetto,
Benchè tremante ancor, fessi vicina,
Indi mesta s’assise, e fatta audace
Preluse alquanto ne’ pietosi modi
D’Isfaàno e così disciolse il canto:

Un roseto solo solo
Sorge in ripa al Bendemir;
Lamentoso un usignuolo
Gli racconta il suo martir.
Visitar que’ vaghi fiori,
Ascoltar quel mesto augel,
Di mia vita ai primi albori
Era il sogno mio più bel.

Io rimembro ad ogni istante
Quelle rose e quel cantor,
E se vedo april festante
Dico in voce di dolor:
Sorge ancora il mio roseto
Presso il queto - Bendemir?
Narra ancora l’usignuolo
Il suo duolo - il suo martir?

No; cadero oimè! le rose
Che pendean sul fiumicel;
Ma pur, quando ancor nascose
Stavan dentro il bottoncel,
Io ne colsi in su lo stelo
E ne trassi un dolce umor
Che resiste al caldo e al gelo
Nè mai perde il primo odor.

Così pure, in pria che mora
L’ora lieta del piacer,
La memoria di quell’ora
Coglie il provvido pensier;
E così ridente e gaio
Con perenne sovvenir
Io vagheggio il mio rosaio
Presso il queto Bendemir.

«Infelice fanciulla!» egli pensava:
«Se col dolce liuto e coll’ incanto
De’ tuoi vezzi a destar fosti mandata
Desiderii non santi in questo core,
O a tentarne la fè, male a quest’arte
Atta ne vieni, chè, quantunque il labbro
Tu dischiudessi a consigliar la colpa,
Pur quegli occhi pudichi e quel sembiante
Il contrario dirian di tue parole.
Ma d’una tale purità ricinta
Mi comparisti ed il gentil tuo canto
Con un tale d’amor senso ritorna
Ai puri giorni dell’infanzia e guida
Della prima innocenza al sentier santo
L’anima tua - se pure ella n’usciva -
Che piuttosto in suo volo io ratterrei
La libera colomba allor che riede
Tutta accesa d’amore ai dolci nati
E avvolgerei le sue candide penne
Di spietati legami in pria ch’ io voglia
Stornar dalla virtude un tuo desio.»

Mentre in questo pensiero Azimo errava,
Ecco alzarsi le cerule cortine
Che chiudean le finestre e d’improvviso
Mill’occhi sfavillar vividi a guisa
D’astri nel cielo e riguardar ridendo
Quasi a irridere i duo ch’ivi composti
Stavansi in atto di dolor profondo;
Ed ecco quindi in nuvola ravvolte
Di gesmini che loro eran gittati
Per ischerzo da fuori, ecco repente
Leggiere entrar due giovinette forme
Che radendo de’ piedi il suolo appena
S’inseguiano veloci in varïata
Danza, che tutte dell’amor vicende
Finger sapeva in sì mirabil guisa,
Che veder t’avvisavi ora le gioie
E il languor degli amanti, ora l’infinte
Ritrose voglie ed i consensi alterni.
La desolata vergine frattanto
Che in modi sì gentili avea cantato
Suoi domestici sogni in sul lïuto,
Come vïola che ne’ raggi ardenti
D’estivo sol languisce e si scolora,
Timidetta e smarrita indi traeva
In altra parte, ma con sè portava
D’Azimo il mesto e fervido sospiro,
Quel sospiro che il cor manda talora
Se fugace veggiamo a noi dappresso
Una forma passar, leggiadra ahi! troppo
Per rimaner quaggiuso; angiol di luce
Che noi mai più non rivedremo in terra!

De le vaghe danzanti intorno al collo
S’avvolgeano monili aurei di gemme
Orïentali che la fiamma e il lampo
Vincean della lucente onda che giace
Colà nel Caspio mar sotto l’eccelsa
Montagna di cristal; mentre sonagli
Dai capelli nerissimi pendendo
Armoniosi, come quei che scote
Dalle piante d’Eliso aura perenne,
Ricevean dalla danza e moto e suono
E ad ogni scossa tintinnian giocondi
Quasi de’ loro piè fosser la voce.
Si rimossero alfin le danzatrici
Dalle carole e stettero legate
D’alterno amplesso; subitana intanto
Procedea dall’aperta aura degli orti
Mista al sospir de’ fiori una melode
Che risonando armonïosa e chiara
Emergere parea dalle tranquille
Onde d’un lago; e quando era vicino
Al chiuder delle note il bel concento,
D’infra quel vario tintinnìo di corde
E quel di voci giovinette e grate
Gentil cantare uscian queste parole
Di tutto il fuoco dell’amore impresse:

Havvi uno spirto che del suo divino
Sospiro e terra e ciel scalda ed accende;
Quando la guancia splende
Nel suo rossor, lo spirito è vicino;
Quando incontransi i labbri in bacio ardente
Allora.... oh! allor lo spirito è presente!
Il suo soffio è odoroso al par del fiato
Di questi fiori, e la gentil pupilla
Azzurra disfavilla,
E sembra il loto allor che aura seconda
A lui dintorno tremolar fa l’onda.
Salve! noi t’invochiam, spirto possente!
Spirto di voluttà, spirto d’amore!
Quando nel suo splendore
Regna la luna, il tuo poter si sente.
Vieni! non mai quell’argentata stella
Fulse, com’or, sì luminosa e bella,

Pel rossor che accende il viso
Alla bella ed al guerrier
Quando a entrambi è il cor conquiso
D’un insolito piacer!
Per la lagrima cocente
Che dall’occhio esprime amor,
Quando il fremito fervente
Dell’affetto inonda il cor!
Per quel primo allegro giorno
Che compensa il sofferir,
Per le gioie del ritorno
Per le angosce del partir!
E per quante all’uom tu appresti
Non mortai felicità
Cui per essere celesti
Manca solo eternità!

Noi t’invochiam! deh vien, spirto possente!
Spirto di voluttà, spirto d’amore!
Quando nel suo splendore
Regna la luna, il tuo poter si sente.
Vieni! non mai quell’argentata stella
Fulse, com’or, sì luminosa e bella.


Schivo omai di tal scena, ove da tante
Vaghezze allettatrici eragli il core
Pur suo malgrado affascinato e vinto,
E ove tra fiori e riso e melodìa
(Le più forti lusinghe a cui s’adeschi
Un giovin core) la vittoria è fuga,
Azimo disdegnando allontanossi
Da quelle ninfe e da quei canti impuri,
E si volse a mirar quelle che intorno
Dalle mura pendean vaghe pitture.
Ma quì pure novella opra d’incanto
I suoi sensi rapìa; chè quante avviva
Del pennello la muta onnipotenza
Imagini d’amore e di bellezza,
Quivi tutte splendean, non manifeste
Soverchiamente, ma velate alquanto
Qual pinger suol quella finissim’arte
Che sa della beltade ivi più forti
Essere i vezzi dove meno è aperta,
Siccome il vivo orïental pianeta,
Che conforta ad amar, fulge più bello
Allor che mezzo nuvoletta il vela.

Con piè veloce il giovine trascorre
Dinanzi a questi istorïati amori
E s’affaccia al verone ove tranquillo
L’argentato piovea raggio di luna;
Di là vestiti i campi egli rimira
D’una limpida luce e queto intorno
Ode il tutto tacer, quasi di vita
Nè uno spirto animasse i venti e l’onda.
Quivi ei respira; lontanando intanto
La melodìa sul core una favella
Gli piove impressa di più santo suono
Come se la distanza e quella pura
Luce di cielo, fra cui passa il canto,
Le avesser tolta ogni terrena impronta.
Oh! com’egli potea tendere a questo
Suono l’orecchio, contemplar quel cielo
Di sì leggiadri fochi incoronato
E di lei non sognar che il core amava?
Mentre tu ancora il puoi, sogna, sì sogna
Giovane ignaro; estrema gioia è questa.
Di lei la cara idolatrata imago
Contempla nel tuo cor prima che tutta
L’abbandoni la luce onde sì vaga
L’adora il tuo pensier; pensa al sorriso
Per cui l’ultima volta a te comparve
Tutta raggiante di beltà celeste;
Rimembra il pianto che versò nell’ora
Funesta dell’addìo, puro, verace
Quale il pianto sarìa d’angiolo in cielo
Se piangesse un celeste; in cor ti fingi
Che ancor fra l’ombre del natìo boschetto
Ella t’attende, innamorata ancora
E ancor bella qual pria; ch’ivi ricinta
Dalla sua solitudine perenne
Vive pur sempre tua, sola, raggiante
Come una stella che ti stia sul capo.
Oimè! quel sogno sì beato e caro
Dovrà svanire in sì terribil guisa?

Si tacque il canto; le leggiadre e vispe
Danzatrici n’andaro, e il giovinetto
Felicità sognando ivi s’aggira
Dolente e solo; - ahi non è sol! quel grave
Sospir, quel rotto singhiozzar d’un core,
Che trafitto è dal duolo, a lui venuto
Da vicina persona - oh! di chi fia?
Puote oimè! la sventura anco aver stanza
In questo suol di voluttade ostello?
Si rivolge a quel suono, e un femminile
Sembiante ei mira, una dolente forma
Che, il volto ombrata di sottil zendado,
Da marmorea colonna è sostenuta,
Quasi a un tempo da lei fosser partiti
La forza e il core; - non di gemme adorna,
Nè di floridi serti incoronata,
Qual eran le compagne, ella appariva;
Ma in quel mesto racchiusa abito azzurro
Che vestir di Bokara hanno in costume
Le verginelle allor che onorar vonno
Di caro estinto o di lontano amico
La soave memoria; e tal Zelica
Avev’abito il dì che Azimo, ahi duolo!
Da lei tolse congedo, - ora fatale
In ch’ei pel troppo di suo cor dolore
Non potè motto proferir, ma solo
Con un bacio infocato a lei sul volto
La suprema asciugò lagrima amara.

Da strani affetti esagitato il core
Ei si sente a tal vista; apre le braccia
Quasi per moto involontario ed ella
S’alza e raccolte le sue forze estreme
All’incontro gli corre.... ah! ma svenuta
In quel subito corso e in quella piena
D’indomabili affetti al suol ricade
Pria che d’Azimo al seno ella si stringa.
Le cade il vel - le fievoli sue braccia
Lentamente s’avvinghiano tremando
D’Azimo alle ginocchia. - È dessa, è dessa!
È Zelica, è Zelica! O ciel! ma quanto,
Quanto pallida ell’è, quanto mutata!
Ah! nessuno potria, tranne un amante,
In quel volto sparuto e senza tinte
Ravvisar di beltà le traccie antiche,
D’una beltà sì vagheggiata a lungo.
Pure ei si stette taciturno alquanto
E non ben certo ancor ch’ella si fosse
Sulla fronte di lei le inanellate
Chiome divise e fisse immoto il guardo
Entro a quelle pupille onde sì vago
Splendore un tempo tremolando uscìo;
Alfin la riconobbe; alfn ben vide
Che quell’era la sua vergin diletta
Quella gentil cui tanto ha vagheggiato
Nella gioia e nel pianto, e bella sempre;
Quella che, quando il duolo era più forte,
Quand’ei, pur suo malgrado, a lei diceva
L’estremo vale a guerreggiar partendo,
In quell’ora amarissima si stette
Tutta nell’ombra del dolor racchiusa,
Come il notturno fior quando lo cinge
Oscuritate e gli diffonde intorno,
Quasi incenso benigno, i suoi sospiri.

«Alza il guardo, o Zelica; un sol momento
A me que’ tuoi leggiadri occhi solleva
Ond’io possa mirar che la tua vita,
La tua bellezza non è tutta estinta,
Ma che almen ne’ tuoi lumi ancor rifulge
Come rifulse ognor! Deh! ti riscuoti;
Azimo tuo rimira; un guardo solo,
Un sol di quegli sguardi onde beato
Mi festi un tempo, e a qual si sia ventura,
Che quì t’ebbe condotta, io benedico.
Quì - su queste palpèbre - esse si movono;
Il mio bacio l’ha scossa al par del primo
Soffio di vita che le corse al core,
E mia la tengo fra perenni amplessi,
Novellamente mia! - Gioia suprema!
Io, pur dianzi, se mio stato si fosse
Quanto il mondo di ricco in sè raccoglie,
Te per mia gemma eletto avrei, te sola
Fra le ricchezze del creato intero.
Ed ora - oh! gioia che ogni gioia avanza! -
Ora quì ti ritrovo; ora mi beo
Di gaudio inaspettato in rimirarti,
O santo amor dell’alma mia, Zelica!»

E veramente dell’amate labbra
Il tocco onnipotente avea rimosso
Dagli occhi di Zelica il passeggero
Velo dell’ombre; e quale al molle fiato
D’un’auretta d’aprile a poco a poco
Si dissolve la neve e i fior disvela
Germoglianti di sotto, a tal sembianza
Le palpebre s’apriro ed i lucenti
Occhi fur visti s’affisar sovr’esso
Non più, siccome pria, con guardo errante
Ed inquïeto, ma sereno e sparso
Di mestizia gentil, quasi un istante,
Benchè scorso in deliquio, a lui vicino
Dato avesse al suo spirto alcun conforto;
E quasi il ridestarsi infra gli amplessi
E le carezze dell’amato oggetto
Le avesse il cor purificato in parte:
Ma quando udì che santa era chiamata
Dal diletto amor suo, più non sostenne
Tanta vergogna, ma si svolse a un tratto
Dagli amplessi di lui, quindi celando
Fra le sue mani la colpevol faccia
Disse con voce che spezzato avrìa
D’angoscia e di pietade il cor più duro:
«Santa, santa mi chiami! oh cielo! oh cielo!»

Il suono della voce, i tramutati
Guardi del volto, le funeste traccie
Cui lasciano profonde, ovunque han sede,
La colpa e la sventura, il disperato
Volgersi di quegl’occhi ove già tempo,
L’avess’egli incontrata all’improvviso
Visto avria fortunato il suo sembiante
Reflesso in mille modi e sempre in gioia;
E il loco alfin, quel maledetto loco
Ove sotto ogni forma, onde s’adesca
Con magico poter la mente e il core,
Stassi il vizio nascoso a quella guisa
Che fra l’olezzo de’ fioretti asconde
Le sue lubriche spire un rio serpente;
Tutto, tutto il suo cuore ebbe percosso
D’un improvviso e gelido spavento
Come di morte; ogni parola è troppa;
Tutto è palese a lui quanto lo possa
Il medesmo rossor far manifesto
Con sue note di fiamma; e sia qual vuolsi
Quella mano che a lui strappa ed al cielo
Quella lucente creatura - è fisso -
Al cielo, a lui per sempre essa è perduta!
Per lui fu quello un ineffabil punto;
Interminati secoli di pianto,
E di lento, perenne, orrido crucio,
Non fien bastanti a pareggiar l’angoscia
Di quel punto fatal; quanto d’amaro
In sue mille vicende il dolor chiude
In quell’ora d’ambascia a lui sul core
Piobbe raccolto e in tanta onda d’affanni
Ogni speranza di quaggiù sommerse.

«Non maledirmi» ella gridò, mentr’esso
Disperato la mano al cielo alzava;
«Benchè perduta eternamente io sia
Deh! non pensar che da procaci affetti
O da nove vaghezze affascinata
In tanto orror cadessi; ah! mi travolse
Dolor la mente e forsennata errai.
Oh! non dubbiar della mia fè; quantunque
Abbi a me l’amor tuo tutto ritolto
Pur deh! almen credi che smarrita e spenta
Tutta luce si fu della ragione
Entro il mio spirto in pria ch’io travïassi
Ciecamente da te! Barbare voci
M’avean recato di tua morte il grido;
Ah! perchè non perimmo, Azimo, entrambi
Nell’ora dell’addio? - Deh! manifesta
Fosse a te la profonda, inconsolata,
Che il core mi struggea, tristezza interna
Quand’io piangendo sulla tua partita
Te, sempre te nel mio pensier volgea,
Finchè il pensiero si converse in pena,
E la memoria mia, gocciola quasi
Che per lungo cader marmi distrugge,
Spietatamente mi consunse il core!
Oh! veduta m’avessi al suol nativo
Quand’io, dipinta di pallor, sedeva
Sempre l’occhio volgendo a quel cammino
Che tornar ti dovea! quando passava
Fra la speme divisa ed il timore
La lunga notte, e trepida l’orecchio
A ogni suono tendea quasi recasse
De’ tuoi passi il rumore e di tua voce!
Vista oh! m’avessi allor, nè meraviglia
Sarebbe in te, che, finalmente estinta
Del vederti tornato ogni speranza,
Quando ferimmi il grido: Azimo è spento!
Fossi tolta di senno e andassi errando,
Come naufraga in mare, alla ventura
Senza un barlume che dal ciel venisse.
Allora io mi perdei! questo medesmo
Indomabile affetto, ond’io t’amava,
Fiamma infausta mandò, che mi fu guida
Al sentier della colpa. Ah! sì tu stesso
Mi compiangi e m’escusi; oh! invan l’ascondi,
Tu mi compiangi; - creatura, il credi,
Non ha la terra più di me deserta.
Quel demone che in questa orrida sede
Me credula traea, - fatti più presso,
Ch’ei non oda i miei detti, o sei perduto -
Quel demone un parlar tale mi tenne,
Con tal’arte d’inferno, onde deluso
Stato pur ne sarebbe il cor più santo;
Di te mi favellava, e di quell’alta
Sfera raggiante di perpetua luce
Dove beata alfin, quando servito
Lui quaggiuso avess’io, perennemente
Sarei vissuta nella tua presenza
Dal tuo ciglio bevendo un lume eterno.
Pensa or tu se demente esser dovea
Quand’io sperai che ricondurmi al cielo
Infra gli amplessi tuoi potea la colpa
Ma tu piangi per me - tu piangi? - oh gioia!
Lascia deh! che d’un bacio io ti rasciughi
Quella stilla dall’occhio - ah! maledette
Son le mie labbra, nè toccar ti denno.
Una sola carezza, un sol momento
Di fortunato obblio, ch’io mi godessi
Fra le tue braccia, mi saria tesoro
Che la memoria serberia gelosa
Nell’anima sepolto insino a morte.
Ma tu devi partirti - eternamente
Di quì partirti; questo loco è tale
Che a te si disconviene; ah! no; restarti
Tu quì non devi; se palese in parte
Io ti fessi l’orrore - oh! la tua niente
Strazïata saria quale dapprima
La mia si fu quando quì venni, ed io
Sarei di nuovo a vaneggiar condotta.
Basti il saper che quì regna la colpa,
Che cuori, un giorno puri, ora macchiati,
Ammortiti, spezzati a lei son pasto,
Che noi siamo divisi, e che fatale
Scorre fra l’alme nostre una fiumana
Per cui resto da te remota tanto
Quant’è dal ciel l’inferno, eternamente!»

«O Zelica, Zelica!» Azimo esclama,
Renduto quasi dal dolore insano:
«Pel ciel da cui, se forza han le preghiere,
Perdonata sarai, come tu il sei
Quì - dentro a questo strazïato cuore
Colpevole quantunque e travïata!
Per la memoria dell’antico affetto,
Che come face sepolcral risplende
Sulla tomba di nostre alme perdute
E sorvivrà pur sempre alla tua colpa
E al mio profondo e disperato affanno,
Fuggi, oh! fuggi di quì, te ne scongiuro!
Se nel cor ti rimane anco un avanzo
Della prima innocenza, oh! meco fuggi
Da questo loco.» -




«Fuggir teco! oh gioia!
Un secolo di pianto or mi compensa
Questa parola. Io fuggir teco? Io, lassa!
Teco fuggir, quasi innocente ancora,
E al tuo fianco vagar come ne’ giorni
Del nostro amor quando beati entrambi
E sì puri eravam! - sogno celeste!
Ah! se pel mio dilanïato cuore
V’è quaggiuso un conforto, è questo, è questo!
Correr teco la terra, udir la voce,
La voce tua che d’angiolo somiglia,
Veder quegl’occhi sopra me rivolti
E nella loro luce essere astersa
Tacitamente come macchia al sole!
E tu per me discioglierai preghiera;
Oh! sì tu pregherai; - quando solenne
Verrà l’ora di sera, allor che forte
Da’ pensieri di colpa è oppresso il core,
Tu lagrimose innalzerai le luci
Alle sfere stellate ed il perdono
Mi pregherai dal cielo infin ch’io pure
Fissar v’ardisca il mio colpevol guardo;
E gli angioli pietosi, in rimirando
Me star sempre al tuo fianco afflitta e smorta,
Diran che, alfin redenta ogni mia colpa
Teco tu tragga la tua schiava al cielo!

Appena ella tacea, quando repente
Una voce terribile, profonda,
Possente quasi a suscitar gli estinti
Risonò: Ti rammenta il giuramento!
Gel di morte a tal suon corse per l’ossa
Della donzella; «È desso!» ella proferse
Con fioca voce, ed il terror frattanto
Le agitava le membra, e il guardo a terra
Spaventato cadea, quantunque il cielo
Solo a lei s’offerisse e la campagna
Tutta, qual pria, ne’ raggi incolorata
Della tacita luna. «È desso! è desso!
E sua, per sempre sua, misera, io sono!
È finito il mio sogno! Ah! vanne; fuggi,
O sei tu pur perduto; ei mi ricorda
Il giuramento; oh ciel! vero è pur troppo,
Siccome è ver che strazïato ho il core!
Sposa io son di Mokanna; a lui mi diedi;
Azimo, a lui mi diedi; eran presenti,
Quando il voto profersi, ombre d’estinti,
E il lor livido labbro eco faceva
Alle nostre parole; i loro sguardi
Eran fissi su me, quando impugnai
Quella tazza che piena era di sangue;
Ahi! quel sangue per l’alma ancor mi serpe!
E lo sposo velato! - oh ciel! che vidi,
Che vidi io mai quella terribil notte!
Un sì brutto sembiante, un sì deforme
Ed orribile mostro! - oh! che non mai
Possa tu rimirar quanto d’orrendo
Sotto a quel vel s’asconde a tutte genti
Tranne all’inferno e a me! Ma quinci io deggio
Dipartirmi e lasciarti; io tua non sono,
Nè del ciel, nè d’amor, nè d’altra cosa
Se havvi divina mai, - non rattenermi -
Credi ora tu che i demoni, da cui
Sono i cori divisi, anco le mani
Non possan separar? - Stolto! - vedrai -
Or dunque addio - perennemente addio!»

Con quella forza, che talor ministra
Anco ai più fiacchi un disperato affanno,
Dalla destra di lui la sua disciolse,
Ed un grido mandando (il di cui suono
Benchè ancor rimanesse Azimo in terra
Tant’anni, quanti non contò nel pianto
Uom dannato al soffrir, s’udrìa pur sempre
Profondamente risuonar d’intorno)
Precipite fuggì fra quell’immenso
Risplendere di lampe a par di scuro
Malaugurato augel traverso il sole,
E ratta al di lui guardo ella disparve!



Canto terzo


Oh! di chi son quelle dorate tende
Che ingombrano la via dove pur ieri
Taciturni e deserti erano i campi?
Chi fabbricò questa città di guerra
Che sopra il piano all’improvviso è surta
Quasi colui che, in men che non sfavilla
Tremolando una stella, erge l’eccelse
Sale di Chilminar, levato avesse
Con magica virtù queste infinite
Cupole e tende e il lucido apparecchio
Che, quant’occhio comprende, in vago aspetto
D’armi e d’armati la contrada ingombra?
Vedi regali padiglioni a cui
Fanno schermo dal sol vaghe cortine
In porpora tessute e vagamente
Di palle d’oro il culmine risplende;
Vedi superbi e nitidi cavalli
Che le loro coverte han ricamate
A fil d’argento e splendide pettiere
E borchie e freni luminosi e vaghi.
Vedi camelli a cui pendon vezzosi
D’ogni parte fiocchetti e cordicelle
E conchiglie leggiadre e ad ogni scossa
N’esce per l’aure un’armonia gioconda.

Quando in mare scendea l’ultimo sole
Questa vasta pianura era sì muta
Che suono non s’udia, tranne il lontano
Mormorar del torrente ed il ronzio
Dell’augello che penne ha di locusta.
Or odi! un alto ed indistinto al vento
Si diffonde schiamazzo e d’ogni lato
Sorgon gridi e cachinni; odi i nitriti
Di frementi corsieri; odi il tintinno
De’ sonagli che scotono incedendo
Lentamente i camei, mentre cantando
Li sospingono avanti i condottieri;
E un suon d’armi percosse, un agitarsi
Di mille e mille banderuole al vento;
Un’armonia guerresca, un cupo e grave
Di tamburi frastuono e di timballi;
O, se questi son muti, un più pacato
Suonar di corno e di liuto a cui
Lontan lontan dell’abissine squille
L’aquilino risponde aspro concento.

Chi questa poderosa oste conduce? -
Chiedete «chi?» nè ravvisate erette
Sulla tenda regal quelle bandiere
D’un oscuro color, la Notte e l’Ombra?
Queste son le temute e glorïose
Insegne del califfo; - egli sedeva
Nel suo palagio, allor che subitano
Lo riscosse il rumor delle vicine
Armi e dell’oste che sfidando Islamo
Traea contr’esso il menzogner profeta.
Benchè la guerra, che co’ Greci egli ebbe,
Stanchi avesse i suoi prodi, e riposata
Vita in regno di pace or si godesse
All’ombra di sua reggia il gran Califfo,
Pur non ei sofferì che di cotanta
Nota fosse macchiato il puro occaso
Del suo regnar, nè invendicato andasse
Un tanto oltraggio; ma sull’Urna Santa,
Giusta il rito de’ suoi, proferto il giuro
Di vincere o morir, novellamente
I suoi neri vessilli all’aura sciolse
E con prodi guerrieri al vincer usi
Viene or coll’armi ad atterrar l’orgoglio
Di cotestì ribelli onde si copre
La sua beata regïon del sole.

Tale non mai di Mahadì le truppe
Ricca pompa d’arnesi han dispiegata,
Neppur quand’esse mossero a migliaia
Al tempio della Mecca, e a pascer tanti
Pellegrini restaro impoverite
Per vastissimo tratto le contrade;
Nè mai tant’armi da’ reami usciro
Dagli antichi califfi, quante or quivi
Ne raguna costui. - Primo ne viene
E compone le file antesignane
Il popol della Rupe, cavalcando
I suoi leggieri corridor montani;
Seguono di Damasco i battaglieri
Che lavorate in oro hanno le spade;
Poscia vengono quei che abbandonaro
La terra dove impetüoso irrompe
Nell’Oceàno il Volga, e son pur seco
Di mezzogiorno i colorati arcieri;
Dalle lontane regïon di Sinda
E dalle sacre rive dell’Attocko
Venne pur l’indïano lanciatore
Che ha di bianco turbante il capo avvolto;
Dalla terra di Mirra ultima viene
L’abbronzata falange e molti ha seco
Mori di mazze poderose armati.

Non minore di copia, abbenchè rozza
Nel mestiero di guerra, era l’armata
Che, in zelo accesa o dalla forza oppressa,
S’accoglieva d’intorno ai bianchi segni
Di quel falso profeta. Oltre a’ suoi mille
Ciechi credenti, numerosa e densa
Una folla il seguìa che de’ feroci
Islamiti provata avea la spada
O temea di provar. Vi sono i prodi
Della razza d’Usbecco, a cui sul capo
Bianca una piuma d’aïrone ondeggia.
V’han Turcomanni, in numero simili
Alle pecore lor quando del norte
Sono guidate ai dilettosi paschi.
Sonvi gli aspri guerrieri abitatori
Dell’Azzurre Colline e quei che stanza
Hanno oltre il ghiaccio e le perpetue nevi
Dell’Indoo-Kosk, indomiti soldati
Che in procellosa libertà cresciuti
Han per rocca le rupi, e campo il letto
D’asciutto fiume. Ma fra quante in guerra
Venner devote al condottier velato
Schiere d’arditi battaglier, nessuna
Mosse di più tenace odio ripiena
E con più audace man che la proscritta
Stirpe d’Iran, del foco adoratrice;
Un desio di vendetta immoderato
Contro l’inviso Saraceno infiamma
L’adorator del foco; egli vorrìa
La cara alfine vendicar contrada
Conculcata ed oppressa, il trono infranto,
E gli splendidi altari al suol gittati;
Da Yedz, là dove sì nutrica eterno
Nella montagna il foco, e dalle ardenti
Fonti di Nafta che di fiamma azzurra
Colorate si spingono nel mare,
D’ira caldi costoro eran venuti,
E, purchè ne’ tiranni insanguinati
Possan pascere il guardo e in parte almeno
La vendetta s’adempia, a lor non cale
Per chi s’ impugni o per qual causa il brando.

Tale una fiera e di diverse genti
Oste raccolta all’aure iva spiegando
Suoi vessilli dipinti a color mille
Sparsa intorno al profeta, ed ogni sguardo
A quel velo splendente, ovunque ei mova,
Stassi rivolto, e lo contempla e guata
Siccome faro tra la notte oscura
Della battaglia, o come iride accesa
Sopra il lor campo, la cui pioggia è sangue.

Era due volte in mar caduto il sole
Dacchè fra loro accesa era la zuffa,
E in fiera mischia tuttavia pugnanti
Li trovò quando surse; un caldo e grave
Si solleva frattanto atro vapore
Da quei fiumi di sangue e par l’ardente
Nebuloso coperchio onde si vela
Là nel rosso deserto il cielo irato
Quando il turbo s’infuria e di spavento
Stringe agli incauti vïandanti il core.
«Battaglieri di Dio!» grida il califfo:
«Siate valenti! - Per chi vive, il trono!
Ma per chi cade combattendo, il cielo!»
«Valorosi guerrier!» Mokanna esclama:
«Vendicate il passato ora col sangue
E d’Eblisse sia preda il vil che fugge!»
Or la zuffa è più fera; or si decide
La sorte della pugna; - impeto ei fanno -
Si scontrano le spade - odesi il cozzo
De’ ferri fulminanti - Ah! del califfo
Danno addietro le schiere isgominate!
Mokanna istesso a lor strappa di mano
La nera insegna e già dell’orïente
L’imperïal diadema era vicino
Sul suo capo a passar - quando improvviso
S’intende un grido ed una mano amica
I fuggenti rattiene - ei voltan fronte -
Ricompongon le file - ed un guerriero
Condottier li precede impetüoso
E audace, quasi spargere dovesse
Mille vite dal seno, egli s’avventa
In mezzo all’irrüente oste nemica.
Piegâr dinanzi a lui quell’infinite
Squadre d’armati, e tuttavia più fero
Ei le incalza e le sperde, e ridestando
La speranza e il valor ne’ suoi seguaci,
Apre, ovunque si volge, ampio sentiero
Colla sua spada, e la vittoria il segue.
Mokanna invan tra le fuggenti torme
Si solleva e s’oppone a par del disco
Di luna rubiconda allor che immota
Sta fra le nubi che fugaci e preste
Trascorrendo pel cielo in notte estiva
Le si fendono innanzi e via trasvolano.
Invano ei bestemmiando ed imprecando
Mena a cerchio la spada e mette a morte
Quanti vengongli a mano, o sian nemici
Che gli piombino sopra, o sian seguaci
Che fuggitivi ei colga; e in tanta strage
Di nemici e d’amici egli rassembra
Di tutte genti l’avversario antico.
Ogni guerriero appena ebbe veduto
Quel giovinetto che parea ricinto
Di splendore e di gloria approssimarsi
Qual ne’ sogni talor forma ne appare,
«Miracolo!» gridossi e tostamente
Quel grido si diffuse infra le schiere,
Ed ogni spada lo seguì, siccome
Segue l’astro d’Arturo indica pietra.
Difilato a Mokanna egli si schiude
Quinci e quindi il sentiero e corre e vola
Senza colpo menar, quasi l’orrendo
Fulmin dell’ira, che dal cielo ei reca,
Disdegnasse cader su meno forti
Capi e su meno maledetti spirti
Per proromper intero indi su quello
Che fra tutti è il più forte e maledetto.
Ma fu vana la foga; - abbenchè tutti
In quell’ora di sangue i serafini
Avessero le spade ignee rivolte
Contro Mokanna, intrepido e parato
Di tal morte a perir, tutti li avrìa
Disfidati Mokanna in quell’istante;
Ma pur la calca de’ fuggenti, a cui
Mal resister potrebbe umana forza,
Seco l’avvolge nella sua rapina
Pur suo malgrado; invano egli contende
Ed opporsi vorrebbe alla corrente
Di mille fuggitivi - è strascinato
Dalla crescente calca inondatrice.
È strascinato - e in questa fuga, a cui
Pur suo malgrado è astretto, egli ritrova
Un conforto a sua rabbia - uccide o fere
Quanti aggiugner ne può colla sua spada.
Fera tigre così, cui di torrente
L’impetüoso corso abbia travolto
Ne’ suoi vortici ondosi a notte oscura,
Anche nell’affogarsi il suo non perde
Crudel talento, ma spietata affigge
I denti suoi nell’infelice armento
Tratto con lei dal furïar dell’acque,
E finchè le rimane aura di vita
Fa strage in suo cammino ed in vermiglio
Tinge quell’onda che frenar non puote.

«Allà» si grida; «Allà!» suonan le vie
Mentre in Merou vincente entra il califfo.
Festa, gran festa sia degli Islamiti
Nella contrada; di festoni adorne
E di roridi fiori incoronate
Risplendano le vie; faci accendete
Ne’ vostri templi e il lieto inno si canti
Della vittoria; Islamo ha trionfato,
Il califfo seduto è sul suo trono
E il velato guerrier prese la fuga.
Or chi mai non vorrebbe esser quel prode
Giovinetto campione a cui s’inchina
Il signore d’Islamo ossequïoso,
E grazie rende pel serbato impero?
E chi non fia di meraviglia ingombro
Quando, fra mille che l’acclaman forte
Disposando il suo nome a quella santa
Armonìa della fama i cui concenti
Volvonsi alle gentili anime intorno
Come d’intorno al rotëar d’un astro,
Quel guerrier si rimira immoto starsi
Al suon di tanti plausi e in muto aspetto
Ritrarre altrove il piè, quasi sul core
Una tal gli si aggravi ombra d’affanno
Che non la puote dissipar trionfo,
O tal dentro il consumi aspro tormento
Per cui di gloria tutta luce è scura.
Infelice garzon! tale pur troppo
È il tuo dolor che la speranza istessa
Allevïar nol puote, od il terrore
Di quante ha il mondo disperate angosce
Accrescerlo pur dramma; è sul tuo core
Un’atra, grave, gelida quïete
Cui nulla move o colorisce o scalda
A quella guisa che del sirio lago
Sulla faccia brillar puote il mattino,
Puote l’estate spargere il suo riso,
Ma tutto invano, chè quell’onda è morta.
Cori vi furo, è ver, su cui de’ mali
Tutto il peso versossi; oh! ma que’ cori
Temprati furo a sopportar gli affanni
Da lunga prova, e non restaro oppressi.
Ma sul tuo core subitano e forte
Venne il dolore e venne in tal momento
Quando tutto parea riso di cielo
A te d’intorno e la speranza allegra
Vedea solversi in luce il tenebroso
Passato, e alfine tremolar gioconda
La tanto ahi lasso! sospirata aurora.
Fu allora oimè! che di sventura il soffio
Spietatamente le tue gioie uccise
Fiorite appena, e de’ tuoi caldi affetti
La sorgente fu chiusa al par d’un fonte
A cui la linfa nell’uscir s’aggela,
E simili alla linfa oimè! restaro
Dentro al tuo cor que’ desolati avanzi
Ond’or si nutre un disperato affanno.

Un desiro, un affetto ancor rimane
Che nelle vene sue viva tuttora
Mantien la febbre della vita - è questo
Il desìo di vendetta! - alta vendetta
Sopra il malvagio che gettò sovr’esso,
E su quella che amò, tanta rovina.
Per questo - allor che negli amari passi
Di lontano esular, dopo l’orrenda
Notte d’inferno, ragunarsi intese
Armi all’assalto del velato capo -
Per questo ei ritornò rapido come
Avoltoio che vola ove disciolte
Vede insegne di guerra, e appunto ei venne
Quando tutto parea vinto e perduto;
E gittatosi cieco entro il conflitto
Aiutò le sorti e fu salute ai vinti.
Per questo ei vive ancor, spregiando i serti
Che gli getta la gloria in sul cammino,
Per questo esiste ei sol, come baleno
Per scatenare un fulmine rovente,
Fulmine di vendetta, indi morire.

Ma pur, qual prima, a salvamento addotto
Quell’iniquo vivea; pochi il seguiro
Disperati fuggenti, unico avanzo
Di quell’oste che stette ardimentosa
Sfidando il ciel pur dianzi; e con que’ pochi,
In Merou ripassando e bestemmiando
Sul perduto suo trono, alla corrente
Di Gione si trasse ove, raccolti
Quanti ancora vedean ciechi e delusi
Nel caduto lor duce un salvatore,
Sollevò di Neksebo entro le porte
La bianca insegna e non domato ancora
Stette aspettando il vincitor nemico.

Fra tutte le bellezze, onde leggiadro
Era l’Harèmo suo, seco traeva
Una soltanto al suo fuggir compagna -
Non per amor - nè per beltà tampoco,
Chè Zelica appassita era siccome
Il fior che dal materno arbore a terra
Cade smarrito e muor, mentre in suo loco
Tostamente germoglia un fior novello.
Non per amor - chè dell’eterno riso
Il raggio splenderìa sopra i dannati
Pria che un demone tal sentasi in core
Del santo amor scintilla - ahi di quel mostro
Vittima è dessa! - in lei tutti si stanno
Dell’iniquo gl’incanti, i tristi incanti
Che mai vani non fieno infin che move
Suoi pensieri l’inferno e un sol pur resta
Vestigio in lei dal paradiso impresso.
Torre un angiolo al ciel, della virtude
Il più candido foglio annerir tutto
Colle sue dita e un ruolo indi comporne
Di dannevoli colpe e suggellarlo
Col fuoco oimè! d’un’anima infiammata
Questo è il trionfo suo, questa la gioia
Maledetta che il pone infra le torme
Degli esecrati spiriti consorte.
Questo - mentre a’ suoi piè giace prostrata
Quella vittima lassa - a lui colora
Di gloria tal le orribili pupille
Che la fiamma rassembra onde d’inferno
Il fuoco accende un condannato spirto.

Ma or altr’opra l’aspetta - opra a cui vuolsi
Intender tutta la feroce possa
E di mente e di mano onde lo fêro
Ricco i demoni in copia: - ecco; rimira!
Vedi quelle pianure a cui la notte
Le sue tenebre addusse? Ivi contempla
Quei mille fochi numerosi al pari
Delle lucciole vaghe onde s’ingemmano
Dell’India i campi nelle notti ombrose;
Or ben; colà per tratto ampio e lontano,
Quanto que’ fochi invian la formidata
Loro luce all’intorno, ingombra è tutta
La campagna di tende e lunga fila
Corre di padiglioni oltre i confini
Dell’oscuro orizzonte infin che splende
Tra le fonti e i boschetti a cui sovrasta
Dall’eccelsa collina in maestosa
Pompa di guerra la regal cittade.
Pure Mokanna impavido dal sommo
Di sue rocche eminenti il guardo inclina
Su quel campo infinito - anzi sorride
In pensar che, quantunque assedïato
Ed esausto di forze, una cotanta
Oste incontro gli mova; e senz’amici,
Senza trono, qual è, pure in suo core
Ben ei si crede a sostener bastante
L’urtar di quelle numerose schiere.
«Oh! pel poter dell’ala onde l’oscuro
Angiolo di rovina in un momento
Spazzò le schiere dell’assirio rege
Nelle gole d’abisso interminate!
Ch’io possa in questa notte empier d’averno
I neri alberghi con quell’oste immensa
Sia qual vuolsi il destino; e in suo mal punto
Il califfo o il profeta il trono ascenda,
Pur sempre l’uomo gemerà - sì, sempre!
Che il califfo lo strazii od il profeta,
Quest’aborrito mondo udrà pur sempre
Delle vittime i gridi e degli schiavi,
E a me quei gridi suoneran sì cari
Che mi fien di conforto entro la tomba.»
Così parla a sè stesso; indi rivolto
Ai pochi, onde si cinge, apre le labbra
Ad un parlare di tenor diverso:
«Gloriosi guerrier! voi difensori
Della sacra corona a me dal cielo
Posta in sul capo, la cui luce indarno
Tenterebbe appannar macchia di sangue
Od ombra di quaggiuso, alle cui gemme
Lo smarrito fulgor de’ dïademi
Di questa terra, la regal corona
Di Gerasidde, il luminoso trono
Di Kosro, e il fiocco d’aïron splendente
Sulla fronte d’Alì cedono a guisa
Di stelle allor che i cieli apre il mattino;
Esultate o guerrieri! alfin risplende
Vicino il porto a cui volgemmo il corso
L’oscuro mare del destin varcando.
Vittoria è nostra! - nel volume aperto
Solo allo sguardo de’ celesti è scritto
Che lo scettro d’Islamo andrà spezzato
Sotto la possa del suo gran nemico
Allorchè della luna il maestoso
Disco dal Santo Pozzo di Neksebo
Sorgerà per divina opra - mirate!»

Ei si volsero a un tratto, e, mentre ancora
Favellava il profeta, un subitano
Splendor si sparse, e si mirò lucente
Quasi un disco di luna ampio levarsi
Dal santo pozzo e saettar lontana
La sua luce d’intorno alla cittade,
E sopra la pianura, un tal mandando
Torrente di splendor sulle dorate
Torricelle frequenti, e sul leggiadro
Culmin de’ minareti, qual d’autunno
Soglion gittar le nuvolette a sera.
Subitamente allor d’infra la turba
De’ riguardanti un grido alto levossi,
E tutti salutâr la portentosa
Opra del cielo. Il Ghebra ossequïante
Inchinossi, e credè che la divina
Sua stella, ridestata innanzi tempo,
Di mezzanotte impazïente avesse
Urtata la barriera, e sorta fosse
Per infiammarlo ad attaccar battaglia.
Mentre quei che di Mossa eran devoti
In que’ raggi vedean la glorïosa
Luce, che a’ dì più lieti era comparsa
Sopra l’arca de’ padri, ed or splendea
Promettitrice di novella etate.

Tutti or gridan vittoria, e non assonna
A quel grido il profeta; apronsi a un cenno
Le late porte, e impetüosi erompono
Di Mokanna i seguaci, e feri avventansi
Sui nemici guerrier con quella furia
Che dall’erta montagna si precipita
Gonfia e torba fiumana in grembo al pelago.
Le sentinelle, che dintorno al campo
Camminavan vegliando, appena vista
Quella luce improvvisa, eransi fermi
Per lo stupore, ed obblïato il rombo
Avean del tamburino onde contati
Erano i passi che la notte segna;
Côlte in tale stupor dall’inattese
Armi nemiche, caddero trafitte,
E in ululi di morte il loro estremo
Segnal mandaro. - «Il brando ora volgete
A quelle lampe, o prodi; ivi risorge
Il padiglion del re; la vostra spada
D’esti imbelli nel sangue oh! non macchiate.
Ma volgetevi là dove riposa
Il califfo dormendo; - avanti! avanti!
Deh! possa or qualche avventurosa spada
Recar salute all’universo intero!»

Disperata è la zuffa e qual s’appicca
Quando l’evento della pugna è tale
Che l’intiero destin libra e governa
De’ combattenti. Ma la sorte ha vôlto
Al profeta le terga; in breve istante
Mille spade nudârsi ad incontrarli
Fra quell’ombra lucente, e mentre orrendo
Tuona il cozzo dell’armi, ecco novelle
Legïoni sorgiugnere affollate,
Come soglion le pecchie a sciami a sciami
Fra i boschetti volar di Kanserone,
Finchè tutto l’esercito s’accolse
In sua fiera possanza, e il suol coprendo
Di nemici trafitti alla rinfusa,
Di Neksebo alle porte ebbe sospinto
L’avventurier squadrone; e mentre in fuga
Si ritraean dal campo, infra l’estreme
File si rimirava ad ora ad ora
L’argenteo velo folgorar siccome
Sopra nave agitata in mar fremente
Candida vela, che de’ lampi attrae
La subitana luce e lo spavento.

E questa rotta non depresse ancora
Quell’anima superba, e fren non pose
A quello spirto tracotante e fiero?
No. - Quantunque si giaccia estinta in campo
Quasi tutta l’armata, a cui pur dianzi
Vantando impromettea vittoria e troni,
Nondimeno il mattino ancor l’intende
Con indomita fronte ir millantando
Vittoria e troni, e confortar que’ pochi
Che gli avanzano ancora - e fede intera
Pur gli danno que’ stolti! - Oh! l’amatore
Può ben del guardo che gli ruba il core
Riconoscer l’inganno; il fantolino
Non più creder ben può che la celeste
Iride il piede a’ suoi trastulli assenta,
Ma la fede, oh! la fè cieca, che forte
Una cara menzogna abbia sposata,
Abbracciata la tiene eternamente.

E bene all’empio fingitor palesi
Erano tutte le lusinghe ed arti
Che ad avvincere i cori unqua insegnato
Satàno avesse, nè fra questi estremi
Di sua trama istromenti incontro all’alme
Di Zelica obblïossi il nequitoso.
Sventurata Zelica! Oh in te sopita
Stata non fossa la ragion fra tanto
Orror di colpe e di spaventi, mai
Mai non l’avrebbe sostenuto il core!
Chè in tuo scampo sarìa morte venuta
E seco a un tempo il tuo spirito lasso
Rapito avrebbe; ma nol volle il fato.
Da quell’orrida notte, in cui lasciaro
E di pace e di ciel tutte speranze
Della misera il petto, un rio torpore,
Una morte de’ sensi, un languor grave
L’occupò, la ricinse; e abbenchè un breve
Raggio talor le colorasse il viso
D’un vivido pensier, come vediamo
Infra i globi di fumo, onde .s’avvolve
Cupo vulcano, scintillar fiammelle
Che attestano i volumi agglomerati
Del foco ribollente in grembo al suolo,
Pur quasi ognor sepolta era fra il buio
Dell’intenso suo duol la sventurata.
Non come Azìmo, che, nel seri premendo
Il suo fiero martir, calma e pacata
La sembianza offerìa, quale si mostra
D’un estinto l’aspetto allor che interni
Già gli rodono il cor lubrici vermi,
Ma in profondo torpor tutta sommersa,
Sgombra d’affanni e di pensieri, e chiusa
Da sì forte apatìa che alito appena
Le sommoveva lievemente il seno.

Quale in Merou soleva, ecco il profeta
Di leggiadri, raggianti adornamenti,
Come de’ riti suoi sacerdotessa,
Nuovamente la cinge, e in tanta pompa
La conduce dinanzi a’ suoi guerrieri,
Quasi vittima all’ara, a quella guisa
Che pallida, tremante un dì veniva
Al sacrifizio la devota sposa
Del fiero Nilo allor che tutta avvolta
Di risplendenti nuzïali ornati
Dovea nella corrente esser sommersa;
Tal veniva Zelica, e mentre il capo
Inclinato sul seno ella teneva,
Com’uom che fosse di sotterra uscito
Quel demone si stava infra la turba
Meravigliante, e ai creduli diceva
Che da magica possa o incantamento
Ell’era posseduta, e che dal guardo
Estatico di lei sorger dovea
Indi a non lungo andar la sospirata
Alba di loro libertà foriera;
E se talvolta dal rimorso acuto
Di sue colpe trafitta ella agitava
Per tremor la persona, e strani accenti
Proferìa delirando, esso l’audace
Bestemmiatore nelle sue parole
Gli oracoli del fato interpretava;
Dicea spirto del cielo il vivo foco
Che negli occhi le ardeva, ed i suoi gridi
De’ celesti linguaggio egli chiamava.

Ma quell’arti nefande alfine usciro
Inefficaci, e squallida e tremenda
La disperazïon videsi accolta
Intorno intorno. La rabbiosa fame
Colse quanto lasciato avea non tocco
De’ combattenti la vorace spada.
A mane, a sera invano egli protende
Il guardo impazïente alla pianura
Donde spera che l’armi a lui promesse
Delle torme selvaggie, e degli alpestri
Tartari all’uopo suo rechino aita;
Ma non venner quell’orde: - intanto i fieri
Nemici suoi saettano novelle
Armi di morte, sconosciute in pria:
Giavellotti, che, mentre alto per l’aura
Trascorron fiammeggiando, una vorace
Pioggia di foco gittano sull’oste
Quale di Nafta la fontana erutta;
E paiono, volando infra la fosca
Ombra notturna, que’ selvaggi augelli
Che spesso i maghi nell’allegre sere
Delle feste del foco han per costume
Ridar liberi al cielo, alle larg’ale
Recanti avvinte luminose faci.
Tutta notte s’udir gemiti ed urli
De’ sciagurati che periro ancisi
Da quei dardi letali, e veramente
Da quella fiera piova alcun non v’era
Schermo o riparo, chè per tutto il foco
Piovea dirotto in dilatate falde.
I delubri e le guglie, i solitari
Padiglioni con loro auree cortine,
I lavacri di marmi ove or zampilla
Misto il sangue coll’onda, i minareti
Che pur dianzi si stero illuminati
Dal sol cadente, nè da loro uscìo
La sacra voce che le preci impone,
Tutto, tutto dell’atre si ricopre
Ignee quadrella, e in ogni via cammina
Fieramente esultando incendio e morte.

Vede or Mokanna alfin ch’ei della terra
Ha perduto l’impero e, pria che scenda
Dal suo trono, vorrebbe anco una prova
Porger di sua possanza. - «E che! temete?»
Così l’inverecondo ai pochi parla
Che pur l’odono ancora infra gli schiavi,
Che languenti di fame a lui d’intorno
E dalle fiamme voratrici attinti
Giaccion vicini a morte: - «E che! temete?
Temete, e vi scorate or che premiamo
Il limitar della vittoria istessa?
Or che, divelti dalle nostre file
I rozzi stecchi che tenean lontana
L’alma luce d’Allà, noi pochi eletti
Di suo splendor vestiti e di sua forza
Rinfrancati le membra alfin restiamo
Per camminar sugli abbattuti troni
Vincitori del inondo? E che! si spense,
Mormoratori, in voi tutta la fede
Riposta in me, che vi fui guida e luce?
Evvi uscito di mente il luminoso
Folgorar di quest’occhio ond’io, togliendo
L’ampio velo che il copre, abbatter posso
Sbalorditi a migliaia i combattenti
Che il califfo conduce? A lungo, o prodi,
Troppo a lungo il baleno ho ricoperto
Di quest’occhio - la terra ora lo senta.
Questa notte, o guerrier’, questa medesma
Notte a festa solenne io vi convito,
E là tra il fumo di celesti dapi
De’ cori allegratrici, e fra le coppe
Di quel vin puro che si mesce in cielo
Dall’Uridi vezzose a’ lieti spirti,
Colà giuro io medesmo a voi dinanzi
Svelar la luce della mia sembianza,
Indi, da voi seguito, all’improvviso
Irrompendo, n’andrò con un baleno
Di questo ciglio a dissipar que’ mille,
Che abbagliati e percossi a tanto lume
Si spargeran per l’universo urlando.»

Stanno attenti gl’illusi - e nuova intanto
Vita infonde in lor core ogni parola,
Ma vita tal che rassomiglia a quella
Che riceve il morente allor che bagna
Di gelid’onda il suo palato e spira.
Ei colla punta delle lance i raggi
Del sol cadente accennano gridando:
«Stanotte!» - «Sì, stanotte!» a lor Mokanna
Risponde in voce d’infernal deriso
Che l’abisso rallegra. - Oh sciagurati!
Non mai vide la terra una sì trista
Scena che il lutto di lor gioie eguagli.
Quì gl’infelici, che gridâr trionfo
Come ride il demente, ora s’aggrappano
Con braccia fiacche e moribonde ai pochi
La cui tempra di ferro ha resistito
Della guerra al flagello e della fame;
Là delle fiamme tormentose al lampo
Fra salme esangui e battaglier morenti
Altri vanno danzando a somiglianza
Di spettri intorno alla funerea pira,
Mentre strappasi alcun dalla ferita
L’infocato quadrello, e colla mano
Sollevandolo in alto a correr dassi
Siccome larva che la notte infesta.

A mezzo il corso e più stava la notte;
Un silenzio tremendo erasi sparso
Ne’ giardini regali ove Mokanna
Tra festivo clamore ed urli insani
Tenne pur or la maledetta festa;
Quando Zelica - oimè! dannata sempre
Ad esser parte in ogni orrida scena -
Al banchetto feral venne chiamata
Per uno schiavo che, non anco avendo
Sposto intero il comando, annerì tutto
Come se l’ombra sepolcral l’avesse
D’un subito accerchiato, e in pria che pieno
Proferisse il messaggio, egli sì cadde
Esanimato di Zelica a’ piedi.
Ella uscì trepidando; un’affannosa
Ansia del core, un rio presentimento
Del vicino suo fato in lei riscosse
Le potenze dell’alma, e un’altra volta
Rifulse in lei della ragione il lume;
Ma per più strazio di quell’ultim’ora!

Tutto intorno era queto - o almen parea -
E lo stesso nemico avea cessato
Di foco saettar, quasi foss’egli
Conscio di quel satanico banchetto.
Ode un rumor Zelica - ella s’arretra -
Porge intenta l’orecchio - ahi suono orrendo! -
Ode del suo tormentator le risa,
Quindi un gemere intende - un angoscioso
Gemer di morte; oh cielo! esser può questa,
La sede della gioia! Entravi e vede...
Oh santo Allà che vede! - Al dubbio lume
Della pallida aurora, a cui si mesce
Il moribondo fiammeggiar de’ tizzi
Che dispersi giaceano ahi! dalla mano
Degli spiranti portator caduti,
Una mensa s’offerse alla meschina
Splendidamente apparecchiata a scherno
De’ convitati; - d’odorosi incensi
Olezzavano l’aure - ivano intorno
Intrecciate ghirlande - e l’urne e i nappi,
Ove i labbri pur or s’eran tuffati,
Splendean d’auro e di gemme; - ah! ma in lor seno
Chi mi sa dir qual s’accogliea bevanda?
Ahi! chi non l’indovina in rimirando
Di que’ meschini il livido sembiante,
Mentre il capo gravato essi reclinano
Languidi sopra il seno, o innalzan smorti
Lo sguardo in su con gelida pupilla,
Quasi cerchin nel cielo alle lor colpe
E non trovin mercede; e quasi in petto,
Mentre il velen le viscere consuma,
Dar del veleno più cocente ancora
Il rimorso li crucii. Altri frattanto,
Che valorosi e intrepidi nel campo
Sotto quel falso duce incontro a morte
Sarìeno iti esultando, ora, infelici!
Quì si muoion traditi, e in sul morire
Spiran dall’orbe de’ fiammanti sguardi
Orribile vendetta, e il traditore
Segnano indarno con mancante mano.

Terribili a mirarsi eran gli sguardi
Che feroci, rabbiosi e disperati
Talun fra queste vittime fingeva
Su quel demone orrendo, il di cui velo
Or levato svelava alla pupilla
Di que’ morenti in agonìa d’inferno
Non la da lungo tempo a lor promessa
Luminosa sembianza onde redento
Esser doveva l’universo intero,
Ma tale un ceffo che l’averno istesso
E ribrezzo ed orror ne avrìa sentito.
Non del deserto il demone, non quello
Che i sepolcri governa, alla gioconda
Luce del sole apparsi, unqua mostraro
All’occhio umano un sì deforme aspetto
Quale or costui, che digrignando i denti
Con orribil dileggio altrui schernisce.
«Ecco, o devoti miei, la venerata
Maestà del mio volto! ecco la luce,
Ecco la stella che toglieste a guida!
Insensati! voleste esser lo scherno
E le vittime altrui? - bene - lo foste.
Siete paghi? o degg’io, mentre vi resta
Pur nel seno di vita una favilla,
Pigliarvi ancora a gabbo? Or via; giurate
Che la morte vorace, onde consunte
Son le viscere vostre, è appena un lieve
Saggio del gaudio che v’appresta il cielo;
Che questo sozzo ceffo, abbenchè sozzo
Quant’altro mai si sia veduto in terra,
E pur d’Allà la più gentil fattura,
E che - ma ve’! - quest’anime villane,
Pria d’udir tutto il mio saluto, han preso
Il loro volo. - Addio, spirti soavi!
Se diletti ad Eblisse ora giugnete
Quali a me foste, non morite invano.
Oh! tu quì, sposa mia! - bene! t’assidi;
Non tremar - t’avvicina. - E che? paura
Ti fan gli estinti? Non ricordi, o cara,
Ch’ei furo al rito nuzïal presenti
Quando mia ti giurasti? Essi stanotte
Convitati al mio desco hanno colmato
Con tal valore dell’addio le coppe
Che una tu pure tracannar ne devi.
Ma che? vuote son tutte? Arse davvero
Eran le labbra che sì ben vôtaro
Questi nappi; - ma taci - ecco: nel fondo
Di questa tazza vi rimane ancora
Prezïosa una stilla, e fia che basti
Per accendere il sen d’una gentile
Sacerdotessa qual tu sei, Zelica.
Bevi or dunque - ed il tuo fido amatore
A stringerti s’affretti in pria che tutto
Abbian perso l’incanto i labbri tuoi;
E di questo veleno un cotal poco
Tu nel baciarlo lo cospargi, ed io
Del mio rival la gioia a te perdono.

«E morirò pur io, - ma non già quale
Morîr coteste a imputridir dannate
Abbiette creature; - io di villani
Il trionfo adornar colla mia testa
Dopo orrendi martìri - esser gittato
Nella polve a marcir, mentre superbi
Schiavi con voce di dileggio e d’ira
Diran: di lui la deïtà quì giace! -
No; - maledetta stirpe! - io dall’istante
Che gli occhi apersi primamente al sole,
Coll’arti mie vi presi e v’ingannai,
Ed ingannar vi voglio anco morendo.
Vedi quella cisterna? Essa è ripiena
Di tal mistura che temprato io stesso
Ho per quest’ora estrema; ivi gittarmi
Vogl’io nel grembo del cocente umore,
Atto lavacro a tergere le membra
Di morente profeta, e là consunto
Tutto mi rimarrò, prima che cessi
De’ tuoi polsi il tremar, nè fia che resti
Un sol vestigio ad attestar mia morte
All’universo; e ovunque errin frattanto
I miei devoti, proclamar s’udranno
Che al ciel sua patria ritornato è il santo;
Ch’io sol per poco di quaggiù disparvi,
Ch’indi ritornerò, ma più lucente,
E coronato d’immortal sorriso.
Ma tuonar forte la tempesta io sento
Dell’armi oppugnatrici incontro ai muri -
Or ben; s’apran la breccia - io li disfido.
Ouand’ei saran nella cittade entrati
Orma di me non fiavi, e tu serbarmi
Ben vorrai, spero, la tua fè - chè spenta
Sarai pria di vederli. Ora rimira
Come un mio pari con un salto ardito
Chiude i suoi giorni, e si trasmuta in nume.»

Come questi proferse ultimi detti
Balzò nella vorago, e la bollente
Onda veloce sovra lui si chiuse.
Zelica intanto si trovò deserta
Infra quell’ampie mura, unico oggetto
Che la vita attestasse in mezzo a tanto
Di morte aspetto; e somigliava ad uno
Di quegli spettri che, siccome è grido,
Nelle cittadi del silenzio han sede,
E invisibili a tutti ivi si stanno
Ciascun vegliando sul suo corpo esangue.

Ma risorge il mattino, e tutto il campo
De’ federati s’agita e si volve
In tumulto guerresco. Estinti or sono
Gli atri globi di foco, orribil arme
Che Grecia al Turco vincitore apprese;
Ma l’eccelse baliste onde lanciati
Sono i rudi macigni, e il clipëato
Stuolo de’ prodi, che sospinge il grave
Oppugnator montone, assai fan chiaro
Che impazïente l’Islamita anela
Provare alfin se le turrite mura
E l’ardua rocca incontro alle percosse
Men gagliarde si sieno e men ritrose
De’ battaglier che la città racchiude.
Primo fra tutti si travaglia e tenta
Fra le mura percosse adito aprirsi
Azimo impazïente. - Oh! potess’egli
Stretto fra le sue mani un sol momento
Il profeta tener - non di lione
Le fortissime zampe, e non le spire
Di rio serpente pareggiar l’amplesso
Potrìa della vendetta in quell’istante,
O la dell’odio intensità feroce.

Odi! al crebro cozzar del ponderoso
Monton rimbomba l’agitato muro,
E or si scoton gli spaldi, or si dissolve
La compatta muraglia - oh! ma nessuna
Breccia finor s’aperse. - «Anco una volta
Anco un colpo gagliardo uniti tutti
Avventate, o guerrieri!» Oh vedi! il muro
In quel lato si sfascia - urlan di gioia
A tal vista le schiere: «Una percossa,
Una sola percossa a quella parte
E nostra è la città.» Vinta è la prova,
E la lata muraglia in duo partita
Da quel colpo fatal scindesi a guisa
D’un antico che s’apra ampio cratere,
E si scopron le vie della cittade
Desolate e di fumo orrido ingombre.
Ma qual portento! non di vita un segno;
Non un oggetto che si mova intorno
O di sopra o di sotto! - Or; che s’acchiude
In cotesto silenzio? - A tale aspetto
Ogni sguardo, ogni cor resta sospeso
Per breve istante. «Entriamo!» Azimo esclama;
Ma lo scaltro califfo, a cui nel core
Quell’oscura quiete ha suscitato
Timor d’insidia, le falangi affrena.
Ed ecco in quella uscir d’infra gli sparsi
Rottami una figura e lenta lenta
Brancolando avanzarsi; e mentre il sole
D’un raggio la percote, ogni pupilla
Vede steso sovr’essa il noto ahi! troppo
Argenteo velo. «È desso! è desso!» esclama
La turba circonfusa; «Ecco Mokanna!»
A cotal vista esulta Azimo, e ratto,
Non sceso no, gittatosi di sella,
E rivolto al califfo: «A me s’aspetta»
Terribilmente ei grida; «a me s’aspetta
Ferir quell’empio; la mercede è questa
Che da te voglio.» E impetüoso ei move
Quel nemico a scontrar, che fra l’ingombro
De’ sparsi muri tuttavia cammina
Con piè lento e mal fermo infin che giunto
L’uno dell’altro a fronte, egli s’avventa
Precipitoso d’Azimo sul brando,
E nel cader, dal viso il vel rimosso,
Appare - oh! il sangue di Zelica è questo.

«Deh! mi perdona o caro,» ella gli disse
Con soave parlar, mentre faceva
Sostegno al capo colla man tremante,
E fisandolo in volto ivi mirava
Angoscia tal che ogni ferita eccede
Ond’esser possa lacerato un core.
«Deh! mi perdona o caro; io non volea
Darti questo tormento, ancorchè morte
Ricevuta così dalla tua mano
Gioia tanta mi sia che tu medesmo
A me non la torresti ove palese
Ti fosse quanto supplicato ho Dio
Di morire così; ma del veleno,
Che il demone mi diede, oh! lenta troppo
È la fatal virtù - quindi pensai
Che se quel velo - oh! non mirarlo - avesse
Delle tue schiere folgorato al guardo,
Denso un nembo di strali immantinente
M’avria coperta; ma più dolce, il credi,
Sì, più dolce è il morir della tua mano.
Da questo core dileguarsi io sento
L’orrore onde pur dianzi era ricinto;
Da’ tuoi guardi una luce in me discende,
Che, come l’alba del perdon celeste,
Mi rallegra lo spirto, e se pietoso
Dicessi a me che perdonata io sono,
Ridirìa quegli accenti in paradiso
Tutto festante de’ celesti il coro.
Ma tu deh! soffri e vivi, Azimo mio;
Vivi se unqua m’amasti, e se pur brami
Tornare un giorno colla tua Zelica
Vivi e prega per lei; vivi ed inchina
Supplicante i ginocchi a mane, a sera
Nanzi a quel Dio che mai pregato invano
Non fu da core immacolato e puro
Siccome è il tuo; da lui deh! tu m’implora
E pietade e perdono ond’ei m’accolga
Nella tua santa compagnia beata.
Vanne a’ campi felici, ove congiunti
I nostri furo giovinetti cori;
Ivi in ogni aura, che ti mova intorno
Dall’olezzo de’ fiori imbalsamata,
Novellamente sentirai l’ebbrezza
Di quell’ore innocenti, e, qual solevi
In que’ tempi beati, un’altra volta
Sarai commosso per la tua Zelica.
Cosi le preci tue, come rugiada
Che su rai del mattino ergesi al cielo,
S’innalzeranno al nume avvalorate
Di tutto il foco d’un primiero amore,
E perdonata - oimè! sento mancarmi;
O cielo! anco un istante - e perdonata
Sarò pel tuo pregar; quindi, se l’alme
Rivelar puonno dall’eterna sede
Lor gaudio ai cari che pur sono in terra,
Verrò spirto beato in lieto sogno
Per dirti - oh cielo! io moro, io moro! - addio!»

Anni ed anni eran corsi, e pochi in vita
Erano ancora di color che visto
Avean quel giorno luttüoso il fato
Della fanciulla, e del garzon le angosce,
Quando, in ripa all’Amôo, presso un sepolcro,
Un vegliardo che avvezzo era da lungo
A sera, a mane accanto a quella tomba
A prostrarsi e pregar, l’ultima volta
Le ginocchia piegava, e benchè l’ombra
Della morte il cerchiasse, una gentile
Luce di gioia tuttavia splendeva
Nel guardo e nelle gote, e la medesma
Morte di tale chiarità la fronte
Gli adornava, qual suol pingere a sera
I confini del cielo allor che notte
Già l’altre parti del creato adombra.
Pur dianzi in lieto sogno eragli apparsa
Una celeste visïon: la bella
Creatura, per cui sì lungamente
Pregato avea quell’infelice e pianto,
S’era mostrata a lui tutta vestita
D’angelico sorriso, e gli dicea
Che fortunata ell’era. Il buon vegliardo
Grazie al cielo ne rese, indi morìo.
Or sulla riva dell’amato fiume
Presso la sua Zelica ei si riposa!

FINE

Audiolibri di: Thomas Moore
Poesie
Raccolta di poesie
Audiolibro che raccoglie poesie del poeta e commediografo irlandese Thomas Moore.
I libri catalogati di Thomas Moore:
Canti e melodie
Il profeta velato
Poesie

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No