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POESIE Seguite dalle versioni ritmiche da EDGAR POE
Titolo:POESIE Seguite dalle versioni ritmiche da EDGAR POE
Autore:Ernesto Ragazzoni
Anno di pubblicazione:1927
Genere:Raccolta di poesie
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2012-04-11
:

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POESIE

di Ernesto Ragazzoni


ALDO MARTELLO EDITORE
MILANO
INDICE

PARTE PRIMA

I bevitori di stelle
Ascensione
L'isola del silenzio
Rose sfogliate
I viali irrigiditi
Ad Orta
Rifugio verde
Dreamland
Il viaggio d'Isotta
Nuvole
Purchè sia fuori del mondo
Ad una vecchia bottiglia defunta molti anni fa
Mistici amici
Afa
Siesta
Nostalgia
La ballata della brutta zucca
Ballata
Parole contro le parole
Insalata di San Martino

PARTE SECONDA

De Africa
Laude dei pacifici lapponi
Il teorema di Pitagora
Poesia nostalgica delle locomotive
Le nostalgie del becco a gas
Le malinconie ed il lamento del povero biliardo
Piccola consolazione offerta alle uova
Poesia della rottura delle scatole
Brivido invernale
Per funghi
I dolori del giovane Werther

PARTE TERZA

Elegia del verme solitario
Le ballatelle italo-abissine
Omaggio al 606
Scherzi e frammenti
L'Apoteosi dei culi d'Orta
Il mio funerale

PARTE QUARTA
Versioni da Edgar Poe

Il corvo
Le campane
Le campane (canzone)
Ulalume
Ad Elena
Annabel Lee
A Frances Sargent Osgood
A F...
Eldorado
La città nel mare
Ad una in Paradiso
Il castello incantato
Il verme conquistatore
Il paese dei sogni

PARTE QUINTA

La Veglia di Cherasco
I. I Vinti
II. I Vincitori
PARTE PRIMA
I BEVITORI DI STELLE
a Leonardo Bistolfi

Le notti che non c'è la luna,
le lucide notti d'estate
che il cielo la terra importuna
col lampo d'innumeri occhiate,

- occhiate di stelle! - e le cose
(che troppo si sentono addosso
le tante pupille curiose)
mal dormono un sonno commosso,

è allora che vengono fuori,
e, a un fiume che sanno, in pianelle,
s'avviano giù i bevitori
di stelle per bere le stelle,

le stelle piovute in riflessi
nell'acqua. Bocconi, alla scabra
si gittano, sponda, e sott'essi
han liquido un cielo alle labbra.

E bevono, bevono e dalla
profonda quïete del fiume
si vedon fiorire essi a galla
- offerto al lor giubilo - il lume

dei mondi lontani, e le ghiotte
sorsate s'affannano a bere,
nell'acqua ove nuota, la notte,
il fosforo e l'or delle sfere.

Le turbe beate son esse
di quelli che vivon di sogni,
d'azzurro, di terre promesse,
di limbi siderei, d'ogni

castel che si dondola in aria,
di quei che le fate morgane
richiaman con nuvola varia,
e le principesse lontane.

Ma non - a purpuree treccie
d'audaci comete afferrati -
si lanciano a schiudere breccie
nel ciel, verso cieli ignorati,

non essi, con tese le scotte,
frugando lontano per l'onde
vedranno balzar dalla notte,
nell'alba le nuove Golconde;

non mai, con lo scettro nel pugno,
(re magi orditori d'incanti),
trarranno le rose di giugno
dal grembo dei verni tremanti.

Se cercan di là dalla vita,
di là dalla meta altre mète,
se l'anima dolce han smarrita
a caccia di nubi, ed han sete

d'azzurro, di terre promesse:
di limbi siderei, d'ogni
miraggio che in aria si tesse;
è sol per gonfiarsene i sogni.

Flemmatici Ulissi, argonauti
che insegne d'ostiere han per bussola,
e donchisciottini ben cauti
impantofolati di mùssola,

così piano piano, uno ad uno,
levatisi tardi da pranzo,
sen vanno - nel grado opportuno -
a beversi un po' di romanzo.

Tra i nembi a ghermirsi il suo mondo,
per gioghi intentati altri salga;
più giova cercarselo al fondo
d'un flutto, tra qualche fil d'alga;

e quelli - a portata d'un sorso -
d'ebbrezze ne han mille milioni,
(quanti Aldebarani in lor corso
mulinano i cieli, ed Orioni!)

E bevono, bevono, e i diacci
sommersi fantasmi degli astri,
per loro han più fascini e lacci
degli astri viventi, i grand'astri.

Borbottano l'acque. Dai margini
s'allungan le lingue volubili,
e l'ugole, libere d'argini,
esultan di liquidi giubili.

Gorgogli, glu-glu (giù pei vicoli
dell'epa) di gocciole garrule,
arpeggi qua e là - dai ventricoli -
di blandule bolle bizzarrule.

Aneliti come d'armenti
raccolti ad abbeveratoi,
sospiri, sussulti repenti,
d'alcun che tropp'avido ingoi.

Null'altro nell'ombra s'intende;
null'altro, se non questa sola
orchestra di fauci in faccende,
stromenti ineffabili a gola.

E quelli tracannano, e dalla
profonda quïete del fiume,
fiorisce lor tremulo a galla
il ciel col suo fervido lume.

Ma vedi, miseria! La stella
che in gocciola al labbro s'approccia,
al labbro si nega e ribella,
tal bacio che s'offre, e non sboccia.

Eppure - mirabile caso! -
allora che levano in suso
il mento i beventi, ed il naso,
un cielo in lor credono chiuso,

e (quasi s'avessero i mondi
davvero vibranti e commossi
nell'acqua de' lor ventri tondi,
com'entro un boccal, pesci rossi),

si rizzano in piè, trïonfali,
ed empiono l'ombra di ciancia,
strillando i sublimi ideali,
di cui hanno gonfia la pancia.

Ognun sembra in estasi, ognuno
par preso da dolce delirio:
- Mi sono bevuto Nettuno!
- Mi scende nell'ugola Sirio!

- Me Venere inzuppa! - Portento,
traspiro Mercurio! - Ed io Marte!
- Io l'Algol del Pérseo sento
filtrarmi nel cor da ogni parte!

Io Giove! - Altair! - Vega! - Arturo!
È quasi una gara. Un signore
strillando proclama: - Vi giuro,
che in corpo ci ho l'Orsa Maggiore!

- Che buona, Alcïone! - che aroma
fermenta la Vendemmiatrice! -
- È come un sciroppo, la chioma
sidërea di Berenice!

- Per me, questo infuso di sfere
virtù diuretiche ha rare...
- Sui piedi - volete vedere? -
vi sprizzo la Stella Polare... -

Le voci s'incalzano, e un dotto,
il labbro leccandosi tumido,
proclama che non c'è decotto
che valga un Empireo in umido...

Le Jadi, le Pleiadi, l'Orse
e le nebulose; i zodiaci,
là in alto non tremano forse
quant'ora, in quest'otri elegiaci?

Così, cotti a punto, i compari,
(fradici di poësia)
esaltano in lieti parlari
il ciel divenuto osteria...

Poi tutti (li vidi una volta)
si danno a una danza simbolica,
coll'arte e la grazia raccolta
d'idropici ch'abbian la colica;

idillici grilli un po' brilli
fra i timi squillando - per loro! -
un trito concerto di trilli,
sottile zampillo canoro.

Li vidi una volta... E «Ben giunto»
- l'un d'essi mi disse - «fra noi...
L'inter firmamento abbiam munto...
Ma ancor stelle restano. - Vuoi?

«Vuoi tu con noi scendere? Mentre
sei qui, puoi levartene l'uzzolo.
Mi senti un tintinno nel ventre?
Son stelle sonanti. Ne ho un gruzzolo.

«Ve n'hanno di bianche, di gialle,
di rosse; infinite ne sgorgan,
assai più che dòllari dalle
scarselle di Carnegie e di Morgan.

«Ti basta piegare la schiena
e mettere fuori la lingua;
così vai agli astri, e d'avena
celeste così ci s'impingua...».

Parlava, ed or quella ed or questa
di stelle m'offerse: una ad una...
Ma dissi di no. - Nella testa,
ci ho già, che mi gira, la luna...
ASCENSIONE
rayo tu hermano soy!
Belmonte Muller

IL RAGGIO

Io son la luce, l'anima
del cielo e della terra,
l'alfa e l'omega, il magico
sguardo che tutto afferra:
caddero l'ali agli angioli
e ai diavoli le corna,
l'ora che vibra è un attimo
che fugge e non ritorna,
io sol non muto e fulgido
son come il primo dì;
o nuvola, dileguati,
l'aurora comparì.

LA NUVOLA

Io sono un'ombra, un morbido
fiocco di bruma e d'aria,
un'ala, una fantasima
che ad ogni soffio varia;
libera e viva, l'alito
che più mi piace inseguo,
corro pianure e vertici,
mi ascondo e mi dileguo,
e se talor nell'anfora
del mare scendo a ber,
tremano i flutti: oceano
t'umilia al mio poter.

L'OCEANO

Fecondo, inesorabile
come il dolore umano,
io cullo nei miei vortici,
la perla e l'uragano.
L'orbe mi teme, io palpito,
mi gonfio, m'apro in atri
gorghi, accarezzo il libero
volo degli alabatri,
e in un eterno turbine
mordo la spiaggia e vo':
o rivi, io son l'oceano
chi pareggiar mi può?

IL RUSCELLO

Onore a me! io scivolo
lieve tra ville e messi,
allungo l'erbe e gli alberi
in tremuli riflessi:
limpido sempre, mormoro
tra i ponti e lungo il margo,
trabalzo contro i ciottoli,
m'insinuo e m'allargo;
fuggo e la fragil dondolo
barca del pescator:
o fonte, io passo, soffoca
nell'ombra il tuo romor.

LA SORGENTE

Tra i fior, dove una vergine
ninfa mi culla e accoglie,
non mi conturba altr'alito
che uno stormir di foglie;
rotta fra i sassi, un placido
sussurro effondo intorno,
l'aura mi canta; il passero
m'ama e mi dà il buon giorno;
calma, felice, libera
niun m'agita e rattien:
rugiada, umile gocciola,
sparisci nel mio sen.

LA RUGIADA

Io son l'aurora, l'iride
racchiuso in una stilla,
la gemma che nell'intime
pieghe del fior scintilla;
figlia del ciel, benefica
scendo agli abissi e all'umo,
dono agli steli e agli alberi
un'anima e un profumo,
splendo come una lagrima
ma non conosco il duol:
o raggio, io non t'invidio:
chi mi ha creata è il sol.
L'ISOLA DEL SILENZIO

C'era una volta un'isola
arcana, fra le rosse
acque d'un triste oceano
sperduta. Non so più
sotto a che latitudine
od in che mar si fosse,
ma credo dovesse essere
al sud... certo laggiù...

perché vi si attorceano,
come serpenti, i nodi
delle lïane. E l'agili
palme salienti al ciel,
tessendo ombre lunghissime
pei clivi e sugli approdi,
spargean attorno un balsamo
di resina e di miel.

Tra i cacti e le magnolie
dormiano gli oleandri,
l'agavi protendevano
le braccia agli aloè.
Ma, fra le nozze splendide
dei rami, in quei meandri,
giammai non si vedevano
orme d'umano piè.

Miriadi di mammole,
come occhi di fanciulle,
spiavano tra gli alberi
indarno un passegger.
Perché quell'era l'Isola
del Silenzio e mai sulle
mute sue rive l'áncora
calarono i nocchier.

L'aura appassita, al vespero
cadendo sulle cose
(Oh, che purpureo incendio
di rose era laggiù!)
non risvegliava un murmure;
nell'afa, accidïose,
illanguidivan l'anime
degli echi, e le virtù

dei suoni. Il suolo torrido,
(su cui parea premesse
l'incubo inesorabile
d'una maledizion)
non racchiudea che l'alito
dei fiori, e le promesse
dei fiori, e non un cantico
non una voce, non

un trillo... un grido, un fremito
di vita. Nel metallo
del mar, cadea l'immobile
vampa di strani fior.
E i fiori erano rigidi
petali di corallo,
e il sol parea, tra gli alberi,
come una lama d'or.

Così dormono i fulgidi
sogni nel mio pensiero:
Isola del Silenzio,
niuno vi penetrò.
E i balsami vi muoiono
come in quel cimitero
di fior, lungi dagli uomini,
che il mar dimenticò.
ROSE SFOGLIATE

Dal parco mi sento
venire a folate
un balsamo lento
di rose sfogliate,

un balsamo lento
perché già l'estate
declina, ed il vento
le rose ha sfogliate.

Ed ecco, a sembianza
d'un fiato di rose
sfogliate in distanza
mi giunge da ascose

memorie, fragranza
d'assai vecchie cose
siccome di rose
sfogliate in distanza.
I VIALI IRRIGIDITI...

I viali irrigiditi
nell'argento delle brine,
s'allungavan senza fine
come zuccheri canditi.

Giù dai rami scheletriti
era un vol di farfalline,
eran petali e perline
bianche, fiori seleniti.

Come dolce era l'andare
sotto il bianco incantamento
presso presso, e stretti al braccio...

Le parole usate e care
s'involavan pure al vento,
... ma non erano di ghiaccio.
AD ORTA

Ad Orta, in una camera quïeta
che s'apre sopra un verde pergolato,
e dove, a tratti, il vento come un fiato
porta un fruscìo sottil, come di seta,

c'è un pianoforte, cara, che ti aspetta
un pianoforte ove mi suonerai
la musica che ami, e che vorrai:
qualche pagina nostra benedetta.

La nostra grande pagina ove abbiamo
prima sognato tante cose, tante...
E ci risponderanno fuor le piante,
ed un coro d'augelli su ogni ramo.

La casa, intenta all'opere tranquille
risuonerà come una cattedrale,
ed io verrò a leggere il messale,
o mia diletta, nelle tue pupille.
RIFUGIO VERDE

Una profondità tremula e verde
ove lo sguardo non iscorge rostro
di pruno, e il piè tra i cespi alti si perde,

(e, nel più folto, un rudere di chiostro
con un nido di rondini al verone,
e dentro, un altro dolce nido, il nostro),

qualcosa come l'abitazïone
d'una Bella nel Bosco, od il rifugio
di qualche antico frate un po' stregone.

Vuoi che sia qui? A bere olezzi, indugio
qui non vi fan che l'aure, e il sole a pena
qua e là, tra fronda e fronda, apre un pertugio

Ed è come un albor di luna piena
per le colonne d'una cattedrale;
una luce in sordina, ove sua lena

perde ogni tinta, e par quasi d'opale.
La foresta del «Sogno d'una notte
d'estate» mai spirò fascino uguale.

Soli, al rezzo degli alberi, con frotte
d'augelli amici ai nostri piè, i signori
noi sarem qui dei fonti e delle grotte;

i compagni degli Elfi sognatori
rannicchiati nei fràssini, e dei gnomi
che sanno tutte le virtù dei fiori,

e gli arcani dell'erbe e i loro nomi,
e sbucano qua e là - di sotto ai tronchi -
per fare capitomboli e còr pomi.

Oberon sarà presso, ed i carbonchi
che l'aura stessa muterà in isciami
di lucciole, la sera, lungo i ronchi.

Puck e Titania, d'esili ricami
fatti d'aure e di luna, orneran l'ombra
e Sigfrid l'empirà dei suoi richiami.

Così che poi, dalla sua strada ingombra
di tenebre, il solingo vïatore
(che trasale ad ogni albero e s'adombra

udendo intorno insolito clamore
e vedendo brillare tra le foglie
lungi, la nostra lampada d'amore)

crederà di trovarsi sulla soglia
di qualche Eden ignoto, almo ritiro.
E come chi ad un fascino si toglie

non si dilungherà senza un sospiro.
DREAMLAND

Vuoi che sia qui? O se, piuttosto - ascolta -
fosse in qualche remoto antro marino,
qualche spelonca celebre una volta

per la lotta d'un drago e un paladino?
Una reggia nettunia abbandonata
tra cielo e mare, in un vapor turchino?

Forse il placido asilo d'una fata
l'acropoli di qualche boreale
Atlantide, sommersa ed obliata?

Un tempio nel basalto, eccoti, quale
se 'l sarebbe scavato il mare stesso
per farsene una tomba trïonfale.

E qui sepolto il mare e sottomesso
è come un lago al fondo d'un cratère.
Il sole non v'esilia che un riflesso.

Ma l'onde - quasi occulto in lor potere
si tenessero un oro luminoso -
hanno caldi bagliori di braciere.

È il bel regno degli echi e del riposo;
alla sottil fosforescenza tutto
s'imporpora d'un lume favoloso.

Rifugio labirinteo costrutto
per gli amor d'un'Ondina e di un Tritone,
orecchio, forse, donde origlia il flutto.

Rocca del mar! Ben s'ha l'illusïone
d'esser qui come gli ospiti d'un Dio,
presi in una soäve incantagione.

Stilla, stilla, in tranquillo gocciolìo,
le stallattiti frangiano lo speco
in fughe d'archi pensili, e il brusio

delle nostre parole, volte in eco
d'arco in arco ci vien, come la voce
del nume ascoso che ci chiama seco.
IL VIAGGIO D'ISOTTA

Sul mare muor l'ora dell'oro, e l'ire
aspre dell'onda, su ali lunghe, culla
la cantilena - eco d'Irlanda - nulla
più che un leggero armonizzar di lire.

Isotta sogna! Larghe sete in spire
purpuree si pïegan come sulla
cimba d'una Nereide: «Guai, fanciulla!»
la voce, in alto, par voglia ammonire.

Ma Isotta sogna. E mentre un arco opale
emerge lungi, da un naufragio strano
di nuvole in un solco lilïale,

esausta ella ne liba il raggio arcano,
ed i suoi occhi fondi, come fiale
stillano il filtro che berrà Tristano.
NUVOLE

Queste che, come gigli - sull'acqua la brezza trascina,
laggiù, di china in china, - quasi a remoti esigli
nubi, non forse un poco - son terra dell'anima tua,
che il sole colla sua - rapì, malìa di fuoco?

Diffusa Ella per mille - torrenti nei gorghi del mare,
dentro le conche chiare - dei laghi, e nelle stille
delle rugiade, o arcana - sopita negli antri, languìa
Ella di nostalgia - come un'anima umana.

Per i profondi cieli, - gli ignoti orizzonti, gli elisi -
tutto quanto ha sorrisi - e tutto quanto ha veli...
E si lasciò rapire - da un raggio, s'appese ad un lembo
di brezza errante, e in grembo - le si disciolse in spire.
PURCHÉ SIA FUORI DEL MONDO
(Imitazione)

Vuoi tu, a dispetto della gente saggia
che chiama stolti i sognatori e i pazzi,
cerchiam nel sogno una più dolce spiaggia?

Vuoi tu? Noi passerem tra i canti e i lazzi
del mondo senza pur volger la testa,
e andremo lungi, come due ragazzi.

Vuoi? Come rose su un cammin di festa
io sfoglierò i miei canti ai piedi tuoi,
e ci parrà la via florida e presta

se ci terremo per la mano! Vuoi?
AD UNA VECCHIA BOTTIGLIA
DEFUNTA MOLTI ANNI FA

Sorgi, spirito! Prorompi.
Sprizza, rompi
finalmente il tuo letargo,
uno scricchiolìo, uno strappo:
scatta il tappo,
largo, largo, largo, largo.

Ben venuto! Quante fole,
quanto sole
pel mio calice ripieno.
Par che dentro vi si svolga
(e si sciolga)
tutto un gaio arcobaleno.

Ben venuto! Che mi rechi
da' tuoi spechi?
Quanti giorni, quante notti
meditasti le tue ciance
nelle pance
venerande delle botti?

Quali nuovi, quali strambi
ditirambi
mi prometti? Qual passato
mi ritorni? Vecchio amico,
quale antico
mi ridai mondo fatato?

Tu mi tenti, e poi ch'io scordi
teco i sordi
mulinar delle calende;
vieni, e in gola mi s'affonda
come un'onda
che fa gorgo, e non offende.

Il calor de le mie vene
ti conviene
più che il gel delle cantine.
Giù! E scatenami nel grembo
tutto un nembo
di canzoni peregrine.

Vecchio amico! Che m'importa
se alla porta
l'incostante primo vento
dell'autunno, sferza e spoglia
foglia a foglia
il vitigno sonnolento?

Che m'importa se la bruma
mi consuma
qualche po' di paësaggio?
Tu m'affascini, sì ch'io,
teco oblio
il novembre per il maggio.

Già il cervel mi si raddoppia
e mi scoppia
come un'Etna od uno Stromboli
in faville; già i pensieri
più severi,
mi fan pazzi capitomboli.

E un gran palpito d'amore
m'arde il cuore
come il fuoco una boscaglia.
Per i mari e per la terra,
chi t'afferra
sommo spirto, e chi t'agguaglia?

Ci son spiriti potenti
che sui venti
guidan aquile e procelle;
che alimentan fuochi strani
nei vulcani,
e che accendono le stelle.

Ci son genî malïardi
che agli sguardi
danno un raggio ed un inganno,
ed un abito da sposa
alla rosa
che fiorisce un giorno all'anno.

Ci son spiriti sui monti,
nelle fonti,
tra le brace del camino,
sotto i fior; ma niun assorbe
tutto l'orbe
come te, spirto del vino.

O nell'agape tu splenda,
e tu scenda
come un liquido metallo
nel bicchiere, e con un guizzo
metta un pizzo
sovra gli orli del cristallo.

O nel tino bolla, o esulti
negli inculti
ampi fiaschi del villano;
o tu tenga compagnia
per la via
a chi va solo e lontano;

sempre, ovunque, io mi t'inchino
cittadino
d'ogni tempo e d'ogni clima;
primo ed unico rimedio
d'ogni tedio,
primo soffio d'ogni rima.

Dopo un sorso, un altro! Esausto
cada Fausto
nella polve dei suoi studi;
l'inquïeto e magro avaro
s'abbia caro
il suo rotolo di scudi;

sogni i folli sogni audaci
e fra i baci
s'addormenti il libertino!
A me un calice! Ed il mondo
quanto è tondo,
s'aggomitoli in un tino.
MISTICI AMICI

A voi, gatti! O siate i pigri
mici cari a Cenerentola,
o i mammoni, come tigri
stesi a guardia della pentola,
(torno a cui, satiri e becchi
e befane fanno il diavolo)
o sui tetti o sotto il tavolo
siate assorti e tutti orecchi,
o d'Angora o di Soria
voi veniate d'oltremar
o raminghi per la via,
o sdraiati al focolar;

A voi tutti, o Gatti, o figli
della Ténebra, o miei mistici
fieri amici, a voi, si sbrigli
tutto un inno! e strofe e distici
spieghin l'ale! Edgardo Poe
canta il Corvo, Giusti snocciola
strofe e strofe ad una Chiocciola,
più d'un bardo (poi ch'eroe
non trovò frammezzo gli uomini)
laudò il bove, il cigno, il fior...
Sarà dunque ch'io vi nomini
Gatti, indegni d'un allor?

No. Voi siete i confidenti
dei poeti e dei nottambuli,
dei filosofi indolenti,
di chiunque vegli od ambuli
solitario, di chiunque
soffra il mal dei sogni o spasimi
dietro ai numeri, ai fantasimi
d'una cabala qualunque!
Non avete voi negli occhi
forse, un po' d'ogni mister?
d'ogni sogno, e come i tòcchi
inquïeti d'un pensier?

Quale Faust nell'Hartz, qual Druido
fra i men'hir, qual strega a Ecbàtana
v'iniziò prima? Qual fluido
v'iniettò nel guardo Satana?
Quelle vostre due pupille
non par forse che vi lascino
sempre, dietro, come un fàscino
delle tenebre e scintille?
E pei fianchi di velluto
non vi sfolgora anche un po'
di quel fosforo onde Pluto
alimenta i suoi falò?

Certe sere di tristezza
se pel vostro peplo morbido
lascio errar la mia carezza,
sento in me sfarsi ogni torbido;
e mi pare - accanto al fuoco
dove un tizzo se'n va in cenere, -
(come un sogno, un cirro, e in genere
tuttociò che brilla un poco)
d'aver presso qualche amico,
qualche genio tutelar,
e il mio cuore, ognor mendìco,
bussa a voi, stanco d'errar.

Giova assai aver le vele
sempre aperte ai venti e tèssere
tante vane ragnatele
sovra l'essere e il non essere,
come Amleti in edizïone
economico-tascabile!
Meglio - oh meglio - incontestabile! -
il mio vecchio seggiolone,
il chiarore circonscritto
d'una lampada, un buon thè
e qualcuno di voi ritto
s'una spalla, o steso ai piè!

Meglio, meglio, anche per voi.
Mici, il mondo è triste: i vicoli,
e le gronde e i corridoi
non son pur senza pericoli!
Poi, beghine e pedagoghi
ce n'han sempre di pettegole
perché amate ir per le tegole
riluttanti a tutti i gioghi,
e non v'arse giammai dentro
quel desir di schiavitù
che per essi è il perno, il centro
d'ogni sorta di virtù.

Vi gabellan quinci e quindi
per anarchici e per vandali;
le Rosaure ed i Florindi
danno in smanie, in urli, in scandali...
Si corbella? Nel pattume
dove il mondo se'n va a rotoli
il non esser oche o botoli
è un'offesa al buon costume!
Sognar quando ognuno dorme!
Non portar livrea! non
perseguir mai altr'orme
che le proprie! E l'Opinion?

Oh, chiudiamoci qui, lunge
dal clamor vano dei popoli;
qui, dov'eco mai non giunge,
è una dolce, intima Acropoli!
Solo il pèndolo che lascia
cader gocciola su gocciola
come un filtro, il Tempo, e snocciola
l'ore e l'ore, ha un po' d'ambascia...
Posa il resto... E poi, che d'uopo
di riposo ho anch'io... pel Ciel!
Chi di voi mi piglia il topo
che mi rosica il cervel?
AFA

Sogna.
Fa tanto caldo,
che l'alma non agogna
più che sorbetti, e rive di smeraldo,
e nenie di zampogna.
Fa tanto caldo!
Sogna.

Credi
tu alla Siberia,
e ai ghiacci e ai Samoiedi,
e a quell'altra leggenda poco seria
degli orsi alti sei piedi?
Tu, alla Siberia,
Credi?

Fole!
Il polo stesso,
in quest'ora di sole
dev'essere sudato, e cotto allesso
come l'umana prole.
Il polo stesso!
Fole.

Pure,
dietro il ventaglio
le pupille sicure
ponno sognare, lungi dal barbaglio.
Dietro il ventaglio,
pure!

E l'alma
anche si placa,
e si abbandona calma
a sé come un'almea, entro un'amaca,
all'ombra di una palma.
Anco si placa,
l'alma.

Nulla
(o, nulla invero!)
è più dolce, fanciulla
di questa sonnolenza di pensiero
che il tuo ventaglio culla.
Oh, nulla invero.
Nulla.
SIESTA

Oh il verde, il santo asil lungi dall'uomo!
La selva è come un duomo
di foglie. Un gnomo - certo qui vicin -
suona il flauto al veron di qualche chiosco,
e nulla, - nulla - è fosco.
La Bella al Bosco dorme, e Puccettin
fuggito all'Orco, e sceso al rivo a bere
canta le sue preghiere.

Il cielo è dolce, l'aura è sì radiosa
che l'ombre sono rosa,
ed ogni cosa - intorno intorno, par
dormir come in un fondo d'acque chiare,
in un albor lunare;
poi scolorare un poco, e naufragar
come in un sogno, lunge, dentro un'onda
di foglie, più profonda.

E l'alma pure naufraga, e il pensiero
si cerca, in quel mistero,
un cimitero - ove posare alfin,
uno speco qualunque, un romitaggio
ove sia sempre maggio,
e dove un raggio - canti ogni mattin
il suo requie al defunto, e lo consoli
in chiave d'usignuoli.
NOSTALGIA

Oh, come sono lunghi
i giorni senza te!
Mi par che dentro a me
nascano i funghi!

I funghi, come quando
piove, d'autunno e si
muore dovunque di
noia, e noiando.

E non ci son che ombrelli
su e giù per la città.
Sembrano, in verità,
funghi, anche quelli...

Funghi, cocciuta muffa
viva, che vien da sé...
Vedi, ove senza te
l'uggia mi tuffa!
LA BALLATA DELLA BRUTTA ZUCCA

Mi hai chiamato: «brutta zucca».
E sta ben! Ma la mia pecca
fu davvero tanto secca
o Chérie, per tal parrucca?

Sei tu stucca od arcistucca
di me, forse? Ernesto azzecca?
Mi hai chiamato: «brutta zucca».
Non è assai, per la mia pècca?

Il rimorso mi pilucca
come un dente una bistecca!
Me ne andrò fino alla Mecca
tra la gente Mammalucca.
Mi hai chiamato: «brutta zucca»!!
BALLATA

Se ne vedono pel mondo
che son osti... cavadenti
boja, eccetera... (o, secondo
le fortune, grand'Orienti).
C'è chi taglia e cuce brache,
chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io... fo buchi nella sabbia.

I poeti, anime elette,
riman laudi e piagnistei
per l'amore di Giuliette
di cui mai sono i Romei!
I fedeli questurini
metton argini alla rabbia
dei colpevoli assassini...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io... fo buchi nella sabbia.

Sento intorno sussurrarmi
che ci sono altri mestieri...
Bravi... A voi! Scolpite marmi,
combattete il beri-beri,
allevate ostriche a Chioggia,
filugelli in Cadenabbia
fabbricate parapioggia
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io... fo buchi nella sabbia.

O cogliete la cicoria...
e gli allori. A voi! Dio v'abbia
tutti e quanti, in pace, in gloria!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io ... fo buchi nella sabbia.
PAROLE CONTRO LE PAROLE

Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d'aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?

Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
più felice sarebbe, e più fecondo!

Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s'annuncia, e vo' pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!

Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l'asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.

E così fa la mammola, e fa l'erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?
INSALATA DI SAN MARTINO

I

È una tepida estate
di San Martino, tanto
dolce che le giornate
d'April non hanno incanto

maggior. Le stesse foglie
secche, per i vïali
più che l'aria di spoglie,
hanno un aspetto d'ali

mutevoli, lunghesso
i fossi e dentro i carri,
che se le tiran presso
in turbini bizzarri.

Io vo' pei campi; avanzo
oltre i sentieri, e fumo,
contandomi un romanzo
per mio uso e consumo;

dove, com'è disegno
nelle oleografie,
ci son isbe di legno
sotto la neve, vie

tra pioppi ermi al tramonto,
cacciatori in cucina
attorno a un pasto pronto;
un'Ada, un'Ermelina

che guardan pei cancelli
se giunge Adolfo, Arturo;
rovine di castelli
chiuse in un cielo oscuro,

sassi di muriccioli
coll'edera, e un mendìco...
mulini... boscaiuoli...
un pozzo sotto un fico,

bimbi affacciati ai vetri
che guardan, chi sa dove;
passan forme di spetri
(son tanti dì che piove);

nubi, e una spiaggia incolta.
Insomma, l'arsenale
completo d'una volta,
romantico - autunnale.

II

Io vo' pei campi, fiuto
per l'aria odor di tordi
arrosto, in un velluto
- cari! - di lardo a fior di

fiamma sovra uno spiedo;
e il buon odor mi viene
da un luogo che non vedo,
ma certo assai dabbene.

O pace! Che mai l'oste
mi servirà stasera?
Forse le caldarroste
- o pace! - e del barbera?

O le pere in giulebbe...
(che giorni ha San Martino!)
Né mi dispiacerebbe
prima uno stufatino.

Che pace! È come un lento
lasciarsi andare a caso
s'un fiume sonnolento,
incontro a un bell'occaso...

L'acque, in un loro velo
viola e d'or, pare ardano;
e sono l'acque e il cielo
silenzi che si guardano.

Io vo' pei campi. Lungi
bruciano forse stipa,
c'è un fumo, e ve ne aggiunge
pur uno la mia pipa.

Oh, il fumo? Chi la sente
la nostalgia che ha
il fumo - che, silente -,
d'autunno se ne va,

(esule e senza casa)
d'autunno, e verso sera...
sulla campagna rasa...
ombra che si fa nera!

Con che, detta la mia,
(come la mulinavo!)
brava corbelleria,
fo' punto, e vi son schiavo.
PARTE SECONDA
DE AFRICA

Vi dirò dunque dell'Affrica,
la qual Affrica è il paese
dove sta il senegalese,
l'ottentotto ed il niam-niam;
ed ha un clima così torrido
che, pel sole e i gran calori,
tutti i neri sono mori
ed in più, figli di Càm.

Gli abitanti - detti indigeni -
così in uggia han panni e gonne
che, sì uomini che donne,
vanno nudi, o giù di lì;
ed han gusti così semplici
che, talor, se è necessario,
mangian anche il missionario
che li accolse e convertì.

Pur ve n'ebbero, di celebri
affricani, e di cartello:
Amonasro, il moro Otello,
la regina Taïtù,
e fra tutti memorabile
quel Scipione l'Affricano
così detto, perché un sano,
vero e buon romano fu.

Fattispecie di triangolo
con la punta volta in basso,
mezzo arena e mezzo sasso
e padul l'altra metà
(tre metà?), caos di polvere
con dentro iridi di fiori,
tale è l'Affrica, o signori,
nella sua complessità.

L'Ibi, il tropico del Canchero
l'equatore, l'Amba rasa
sono là come di casa,
con il ghibli, il Congo, Assab;
col cammello, con il dattero
e la tanto celebrata
adamonia digitata,
che sarebbe il baobab.

Sono là. E là - tartufolo
minerale - c'è il diamante,
c'è la pulce penetrante,
e la ria mosca tsè-tsè.
Ed è là che a volte càpita
di veder, tra arbusto e arbusto,
quel pulcino d'alto fusto
che lo struzzo è detto... ed è.

Ma la cosa che c'è in Affrica
e più merita attenzione
è il terribile leone,
ruggibondo e divorier.
Non è ver che di proposito
sia malevolo e cattivo,
ha un carattere un po' vivo,
e va in bestia volentier.

Ed allora, Dio ne liberi
incontrarlo per la strada!
Se per lì non ci si bada
si finisce entro il leon.
Affamato, quei vi stritola
vi trangugia a larghe falde
poi, tra ciuffi d'erbe calde,
digerito vi depon.

Sono cose che succedono.
Ma l'ardito cacciatore
col fucil vendicatore
spaccia il mostro - e come no!
Urli, spari, capitomboli!
Crolla il re della foresta.
Alla sera... Allah! gran festa
di tam-tam e di falò.

Viva l'Affrica ed il semplice
suo figliolo, l'affricano.
Non ancora buon cristiano
veramente come va;
un po' lesto di mandibola,
un po' lento nel lavarsi,
coi capelli crespi ed arsi,
... ma... speriamo... si farà.

Già, pel bianco nostro merito
ei, selvaggio ebano ignavo
si piegò, percosso e schiavo,
nella pelle del zio Tom,
ed - onore per lui inclito -
importato or ora in Francia
s'ebbe a far bucar la pancia
sulla Marna e sulla Sòm.

Benvenuto dal tuo Senegal,
fratel nero, e dal Sahara;
dalla tua contrada avara
benvenuto a crepar qui.
Vien! L'Europa qui ti prodiga
(giù la barbara zagaglia!)
la civile sua mitraglia
che già tanto suol nutrì!

Ti vogliamo eroe... Rallegrati.
Pur, se mai, ti si dà il caso
che tu porti fuori il naso
da quest'orgia, o almeno un piè,
quando torni ai tuoi, ricòrdati:
(quando là sarai tranquillo)
- Tante cose al coccodrillo,
per mio conto, e al cimpanzè!
LAUDE DEI PACIFICI LAPPONI
E DELL'OLIO DI MERLUZZO

Ben tappati dentro i poveri,
ma fidati lor ricoveri,
mentre, lento, sui tizzoni
cuoce il lor desinaruzzo,
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Fuori il vento piglia a schiaffi
quattro o cinque abeti squallidi:
gli orsi bianchi sono pallidi
pel gran freddo, e si dan graffi
l'un con l'altro per distrarsi...

Oh! bisogna ricordarsi
che ormai nevica da mesi;
fiumi e rivi presi al laccio
dell'inverno, son di ghiaccio
(e che ghiaccio! perché il ghiaccio
è assai freddo in quei paesi).

Ma che importa lor? Ghiottoni
dallo stomaco di struzzo,
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.
E son là, raccolti e stretti,
padre, madre, zii, bambini
(battezziamoli lappini,
i lapponi pargoletti?)
e poi c'è la nonna, il nonno,
qualche amico dei vicini;

ciascun preso già dal sonno
perché ha l'epa troppo piena
già di grasso di balena;
pure, a nuove imbandigioni
ogni dente torna aguzzo,
e i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Beätissimi! Fra poco,
tutti e quanti russeranno
in catasta attorno al fuoco.
Poi, doman, si leveranno,
mangeranno e riberranno
il buon olio di cui sopra,
e così, per tutto l'anno
sempre... fin che moriranno.

Così svolgesi la loro
vita, piana e senza scosse,
senza mai quell'ansia insana
che ci muta in pellirosse;
senza il fiel, senza la bile
necessari all'uom civile.

Ho da dirvelo? Una smania
prepotente mi dilania,
ed invan da più stagioni
in me dentro la rintuzzo...
Vo' in Lapponia, tra i lapponi,
a ber l'olio di merluzzo.
IL TEOREMA DI PITAGORA

I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre più rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dì lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?

Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser - ahimè! - cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. - O dunque, dai roveti
ardenti più non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...
Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
POESIA NOSTALGICA
DELLE LOCOMOTIVE CHE VOGLIONO ANDARE AL PASCOLO
(ovverosia: delle oscure cause di tanti disastri ferroviari)

Dal muro in fondo al prato, in mezzo al fieno
una forma si muove e si distacca,
ed è una vacca
che avanza il muso per guardare il treno,
il diretto che passa all'11 ore;
perché (sappia il lettore
di questa commovente poësia),
in fondo al prato c'è la ferrovia.

La vacca guarda: uno dei gran diletti
dei bravi ruminanti,
(e possono osservarlo tutti quanti),
è di fermarsi in estasi davanti
ai treni in corsa, specie se diretti.
Ma un po' per uno: se ci sono vacche
che fan l'occhietto alle locomotive,
(anime sensitive,
e non automi o rapide baracche)
ci sono pur delle locomotive,
che guardano le vacche.

Le guardano coi grandi occhi di vetro
dei loro due fanali,
ed è con infinita nostalgia
ch'esse si lascian dietro
oltre i fuggenti pali
del telegrafo, a vol, la prateria,
i campi, dove ci si può sdraiare
tanto tranquillamente, e contemplare
- lungi obliando le stazioni fosche -
il vol delle farfalle e delle mosche!
«Oh! - sospiran le macchine (e nel mentre,
con il fuoco nel ventre,
tirano via rotando e strepitando)
quando - ripeton - quando
potremo essere libere anche noi;
goderci la cuccagna
di vivere in campagna,
tra le famiglie placide de' buoi?
Oh, potere campar senza gran stento
di un po' di fieno e un po' di sentimento
come certi poeti!
Poter far nulla, all'ombra dei querceti!
Non più mangiar carbone e sputar fumo,
per l'uso ed il consumo
di gnomi irrequïeti
sorti dall'umo, e spinti verso l'umo.
Oh gioia, starsi con le ruote all'aria
in grembo all'erbe tenere,
vicino a qualche fonte solitaria
che piglia il fresco sotto il capelvenere!
«Ma quando s'è locomotive occorre
- fatalità! - essere sempre altrove,
sempre lasciarsi imporre
la volontà tiranna degli orari
ferroviarii,
compreso quando piove
e fanno i peggio tempi de' lunarii!
Bisogna sempre aver la testa a segno,
anzi ai segnali,
e prendersi l'impegno
d'essere puntüali,
perché c'è sempre, in questo od in quel posto,
da non mancare una coïncidenza.
Se non si può... pazienza!
Ma intanto, avanti, avanti ad ogni costo!».

E le locomotive vanno, vanno
senza riposo; eppure,
nelle latebre oscure
de' lor cilindri a triplice espansione,
conservan sempre una speranza, ed hanno
sempre un'illusïone.
Che proprio mai debba spuntare il sole
del giorno avventurato
che potran rotolarsi in un bel prato,
vigilate da buoni contadini,
a fare capriole
insieme ad una lor giovine prole
di saltellanti locomotivini?

NOTA DELL'AUTORE:

Così, fantasticando
questi lor sogni tàngheri
avvien che, a quando a quando,
qualche macchina sia
presa da acuti accessi di follia
ed è allora che va fuori dei gangheri,
e, quello che è peggio, dei binarii,
causando così de' gravissimi e spiacevolissimi
accidenti ferroviarii.
LE NOSTALGIE DEL BECCO A GAS

Oh, il faro elettrico,
re della sera,
quello ha fortuna!
Non egli immagine
- sia pur leggera -
è della luna?

La via, nel nitido
suo vel di perle,
sembra una sala
da ballo. - Diafane
garze, e vederle
come bengala!

Quanto a me, un umile
fanale io sono,
tremulo, a gas;
un paria, un'anima
nell'abbandono,
molto Ruy Blas.

Scialbo m'accoccolo
tra sonnolente,
livide mura;
e solo illumino
un qualche agente
della Questura!

Talora un ebete
che fa all'amore
sotto i balconi;
oppure un Lazzaro,
raccattatore
di mozziconi,

l'ebbro che dubita
della sua porta
- stolto! - e gli scaltri
che invece trovano,
con mano accorta,
quella degli altri.

Bacivendugliole
che, sul selciato,
stancano il tacco
e senton l'alcool
mal tracannato,
ed il tabacco.

Ed anche i triboli
delle stagioni,
tutti conosco!
La pioggia, il nugolo
degli aquiloni
l'inverno fosco;

e fino i pargoli
(da Roma a Jeddo,
e viceversa)
sanno che l'esile
mio lume ha freddo
se il gel l'avversa!

Persino gli uomini
(la gente ch'io
guido la notte)
per loro collera,
per spasso rio,
mi dan le botte.

A me i suoi ciottoli,
ogni momento,
lancia il monello;
e a dire i popoli
lor malcontento,
fan come quello!

E s'essi, - torbidi
per qualche abbaglio -
la piazza attira,
l'indispensabile
son io bersaglio
della lor ira.

Oh quanti i popoli,
per i supremi
loro ideali,
sassi scagliarono
ed anatemi
su noi, fanali!

E nuovi turbini
pel mondo sento
minacciar tetri,
ed ho un tristissimo
presentimento,
per i miei vetri.

Già sento infliggermi,
da mani dure,
tutto un selciato.
Ebbene, brontolo:
- Ma faccian pure,
son sì noiato! -

M'annoio. Dicono
che in certa tale
rossa stagione,
un tempo avevasi
pel buon fanale,
qualche attenzione.

Sovente, ad opera
di giustiziere
ero invocato,
e il mio riverbero
s'ebbe il piacere
d'un impiccato.

«Ça ira», vociavasi:
«Alla lanterna!»
O tempi! O quadri!
Vedessi io pendermi
- giustizia eterna! -
giù, certi ladri.

Cert'epe sudicie
di bottegai,
figure grame
che s'impinguarono
(porci, usurai),
sopra la fame!

Ma no, m'accoccolo
fra sonnolente
livide mura...
e solo... eccetera
(già v'è presente
la mia sventura).

Le birbe corrono,
(e senza allarmi)
libere, il mondo,
e invano io medito
di consolarmi
col loro pondo.

Ah, ben m'è il barbaro
destin, cocciuto!
Ma più mi secco
che un qualsiasi
primo venuto,
mi chiami «becco».
LE MALINCONIE
ED IL LAMENTO
DEL POVERO BILIARDO CHE NON VUOL PIÙ ESSER VERDE

- Verde come il tuo sguardo, o bella infida,
verde siccome l'erbe! -
(Triste, il biliardo grida
queste parole acerbe).

- Son stufo d'esser verde... Non ne posso
più d'aver sempre questo verde addosso!
Vorrei essere rosso,
rosso a modo dei gamberi! O se proprio
non si potesse rosso,
penso che starei bene
anche color dell'eliotropio,
oppur screzïato come le verbene.

Né mi dispiacerebbe esser celeste,
rosa, viola... non importa come,
d'una qualunque tinta senza nome,
pure di mutar veste
la domenica almeno, e l'altre feste.
Lasciatemi ch'io goda
un po' la gioia di seguir la moda.

E poi, se accada
un giorno o l'altro ch'io esca in strada,
la gente c'è pericolo
che si burli di me! Così vestito,
di questo verde trito,
ho il senso, - che so io - d'esser ridicolo.

Il bel sesso, lo so, nulla ci perde
ed è bello lo stesso
anche se qualche volta indossa il verde.
Ma il bel sesso è il bel sesso,
ed io non son che un povero biliardo
che non ha nulla in sé di malïardo.
Poi, le signore mutan veste spesso:
passano a lor capriccio
da colore a colore,
ed hanno il solo impiccio,
(le povere signore)
di scegliersi i più belli ed i più gai.
Io non mi svesto mai.

I boschi, i rivi, i prati, le convalli
(lo so da uno studente
in scienze naturali competente,
di cui ero il più fido confidente)
verdi in april, d'ottobre si fan gialli;
ma estate, autunno, primavera, inverno
- quanto è lungo l'anno -
io non muto panno,
e resto verde, verde in sempiterno.

Verde come il tuo sguardo, o bella infida,
verde siccome l'erbe. -
Triste il biliardo grida
queste parole acerbe.
Però, siccome niuno mai l'ascolta
ei ripete il suo lagno un'altra volta:

- Son stufo d'esser verde! Non ne posso
più di sentirmi questo verde addosso,
vorrei essere rosso,
rosso a modo dei gamberi! O se proprio
non si potesse rosso,
penso che starei bene
anche color dell'eliotropio,
oppur screziato come le verbene... -
PICCOLA CONSOLAZIONE
OFFERTA ALLE UOVA
MORTIFICATE PERCHÉ CALANO DI PREZZO

Fragili volti, lisci, bianchi bianchi,
senz'occhi, senza naso e senza bocca,
e senza collo sotto e senza fianchi,
che andate in pezzi appena uno vi tocca;
teste che avete dentro il sottil osso
un rotondo cervel tra giallo e rosso

ma nudo il cranio (ché non vi si trova,
ed è vano cercarla, ombra di pelo)
e vi chiamate - a dirlo chiaro - uova;
teste spiccate come fior di stelo,
è vero il fatto, e bene fo' a raccorlo,
che vi covate un malumor nel tuorlo?

Oh, intendo, intendo, ce l'avete a male
- e con voi il mercante, poveretto -
perché più non costate in modo tale
da far, di ciascun uovo, un tesoretto.
Ah, quando si valeva un franco l'uno
in faccia non guardavasi a nessuno!

Quando da voi la timida massaia
si dipartiva quasi con terrore,
e giù nelle cantine a staia a staia
vi s'occultava a crescer di valore
con tanto amor, che forse è senza esempi,
oh, quelli sì, per voi, erano tempi!

Voi, già modesta ed umile pietanza,
risorsa delle mense ch'hanno fretta
foste un manicaretto d'importanza.
La frittata divenne cosa eletta
e quasi quasi c'era a segnar l'uscio
dietro cui si mangiava un ovo al guscio.

Intendo, intendo! Il scender dall'altezza
di venti soldi a sei, è cosa dura,
e avete in mente che vi si disprezza
anche perché v'han tolte alla clausura.
Voi pensate che siete in fallimento,
e il vostro cervel tuorlo n'ha sgomento.

Intendo, intendo! Ma da buon cristiano
vi dico: - Uova, statevi contente,
meglio vi s'ama, uova più alla mano,
più famigliari, a prezzo meno ingente.
Care eravate. Eppure, oso affermare,
costate meno, e siete a noi più care.

Almeno vi si può dare del tu,
Uova, ed in segno di gran simpatia,
vi prendo - due! - e, senza dir di più,
sode vi porto alla mensa mia.
E siccome ho assai fame, stamattina,
ghiotte vi mangio, coll'insalatina.
POESIA
DELLA ROTTURA DELLE SCATOLE

È un gran romper di scatole
per tutto quanto il mondo!
Se tu vuoi pieno il tondo,
se appena vuoi mangiar,
in quest'èra di tessere
e di bistecche magre,
di salse lunghe ed agre
di pesce scarso e car,

sforza, se l'hai, la provvida
scatola alimentare
e al desco non pensare
quello che ti costò.
Dentro, del commestibile
ci trovi, e vi si arrangia,
fin quel che non si mangia!
Si fa quel che si può.

Ahi, quanti gatti ed asini
fuor di circolazione
li trovi a colazione
in forma di beefsteak!
E pipistrelli anonimi,
sotto i tuoi denti ingordi,
si fan passar per tordi,
e del plus ultra il nec,

solo perché si annidano
dentro la scatoletta
munita d'etichetta
con nomi in forestier,
e il grasso pizzicagnolo
bastò già a farti pago
dicendoti: - Chicago,
Ottima, un pranzo inter!

O scrigni gastronomici,
scatole dove in sonno
serbansi il bove, il tonno
(chiamiamoli così!)
ed il salmone roseo,
la lingua di vitello,
la trifola, il pisello,
l'allodola in salmì,
voi, dove si concentrano
ciò che la terra e il mare
offrono da mangiare
all'appetito uman;
che adescate (garrule
di tinte, fregi ed ori)
la fame che sta fuori,
e a voi tende la man;

Oh, dite, spiace agli ospiti
vostri, che lor si rompa
con voi, lor sonno, e a pompa
si succhii l'intestin?!
O scatole! A noi uomini
quante si rompon pure!
Rompiscatolature
oh, immense e senza fin!
BRIVIDO INVERNALE
OVVEROSIA: METTETE I PIEDI IN BOCCA...

Quando il verno sugli uomini dirocca
le sue valanghe, e tira vento e fiocca
e l'ombre calan giù l'orbe a conquidere,
io, se troppo serrato il gel mi tocca,
mi scaravento i piedi nella bocca.
Vi mettete a ridere?

Ma la cosa non è per nulla sciocca,
Anzi, se la stagion aspra v'accocca
la miseria de' suoi brividi, dubito
che nulla valga meglio a chi l'imbrocca
che sprofondarsi i piedi nella bocca
per scaldarli d'un subito.
Vi mettete a ridere?

Ve', la tormenta tappa in casa e blocca.
E fuori l'acqua gela nella brocca,
e trema il pesce, l'albero, il mammifero.
Candido, il piano par cristal di rocca.
Ed io m'allungo i piedi nella bocca...
Oh, del calorifero!
PER FUNGHI

Se quest'acqua si prolunghi
qualche poco ancora, credo
che domani mi ti vedo
tutto il bosco pien di funghi.

La stagione è appunto quella
che convïene al boleto
e al propizio castagneto.
Uscirò colla cestella.

Quell'andare cauto e lento
a frugar tra muschi, al fresco,
se mai trovo, pel mio desco,
il buon cibo succulento;

quel rimuovere le foglie
dietro al filo d'un profumo,
a scoprir questa, nell'umo,
selvaggina che si coglie,

m'è grandissimo diletto
assai più che s'io m'adoperi
sui giornali, a legger scioperi
o l'eterna «Caporetto».

Fungo mio, m'han detto, fungo,
che tu germini per spore,
ma in che modo, Iddio Signore,
a comprenderlo non giungo.

Come avvenga propriamente
non lo so, ma piove, ed ecco
diventato umido il secco;
vien su il fungo, e par dal niente.

E ne sprizzan forme e torme
lungo il pian, per le pendici
tra le felci e le radici
sotto l'erbe, in mille forme.

Oh, carini! Certi, han l'aria
d'ova, d'alghe, di testuggini;
certi, al suolo paion ruggini
certi sono... Oh, specie varia,

Son minuscole pagode,
cappellucci, orci, tentacoli,
certi rustici abitacoli
dove un silfo se la gode.

Certi, tavoli uso nani;
certi, incudini per gnomi;
certi, ombrelli; certi, dômi,
dômi assai lillipuziani.

E v'han funghi barbassori
funghi, agli altri, donni e domini
funghi, molto superuomini...
Ma non passan tra i migliori.

Ci hanno indosso e gemme e porpora
son chi son, ma se li squarci
questi, ahimè, li trovi marci
e un veleno in lor s'incorpora.

Ed è, stolido, un merlotto,
chi ci crede: ci si perde!
Sono i funghi in grigio verde
quelli prodi, in camiciotto,

quei color delle cortecce,
color terra, umili eroi.
Tutto è infin, come da noi
tra le genti fungherecce.

E con unica bilancia
funghi ed uomini io tratto,
e so dirvi in modo esatto
quale o no dà il mal di pancia.

Così, amico, oppure amica
che ti leggi questi versi,
tieni a mente che i perversi
(funghi, è inutile ch'io dica)

son gli sciocchi, i farisei
quei che più danno nell'occhio...
che fan l'augure, il santocchio
(funghi, intendo, amici miei).

Vero è pur che il meno scaltro
con un nulla li dirocca,
e son tosto, a chi li tocca,
quel che son, muffa e nient'altro.

Però qui mi par s'allunghi
troppo, e troppo sia morale,
questa storia... Molto male.
Via le ciance!... - Andiam per funghi.
I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER
(Da W. M. Thackeray)

Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.

Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.

Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.

Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.
PARTE TERZA
ELEGIA DEL VERME SOLITARIO

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe lune del lunario,
perch'io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Solitario sulla vetta
della torre antica è il passero
solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero,
solitario è il soldo, o duolo,
del tapin ch'à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme
e ben noto Belisario,
ma il più sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Tutte l'altre creature
hanno moglie od hanno figli:
i canguri han le cangure
i conigli han le coniglie,
l'api accoppiansi nell'aria
e persin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme
ha il fedele dromedario.
Il più sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Una vaga fantasia
alle volte pur mi coglie,
la mia mente vola via
e m'immagino aver moglie,
mi par d'essere, o cuccagna,
un bel nastro, una lasagna...
non più fitto in membra inferme
nel mio vil penitenziario
e non più essere un verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Nastro a volte mi figuro
di annodarmi intorno a un collo
di fanciulla esile e puro.
In intingoli di pollo
altre volte invece parmi
da lasagna intingolarmi.
Il mio cor si tuffa in terme
di speranza... ed al contrario
resto sempre il verme, il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Pure il giorno verrà, il giorno
che uscirò fuori a vedere
come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere,
finirò la vita trista
nel boccal di un farmacista
pieno d'alcool ed erme-
ticamente funerario,
perché io non son che il verme
lungo...
cupo...
cieco...
bieco...
triste verme
SOLITARIO.
LE BALLATELLE ITALO-ABISSINE

I

In cravatta bianca, in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon dei Degiàc
e dei Ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.

II

Pur noi in barba agli Abbacùc,
che impinguati di beefsteaks,
dietro un fumo di giubèk,
profetizzano il zurùch,
da quei negri del cibùc,
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc
impinguati di beefsteaks;
e col comodo di Cook,
o di Chiari, e d'uno chèque,
ce n'andremo fin là in break
a sonarci Grieg o Gluk,
sempre in barba agli Abbacùc.
OMAGGIO AL 606

Un moderno talentone
Fece or ora un'invenzione
Presso a che incredibile:
Ha inventato questo tale
Un antidoto ideale
Contro la sifilide.

Lode al cielo! le puttane
Ridiventan tutte sane
E a un dipresso vergini;
Gli ospedali sono in crisi,
Già scompaion certi avvisi
Dalle quarte pagine;
E siringhe e irrigatori,
Messe all'asta dai dottori,
Servon da giocattoli.

È così scomparso il male,
Che persin la capitale
Del reame Ungarico
D'ora innanzi nuda e cruda
Si dirà soltanto Buda,
Perché il Pest si liquida.
SCHERZI E FRAMMENTI

O Signore, io ti ringrazio
d'aver dato al Mondo il vizio,
l'alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio...,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d'aver dato al Mondo il vizio.

* * *

È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s'affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

* * *

... e lieve lieve
cade la neve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
piú che non deve
si fa piú greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non piú la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

* * *

Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d'altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
- Lettor, se non ti piace, torna indietro.

* * *

Vergini muse dell'Olimpo antico,
Andate tutte a farvi benedire
Perché se udiste mai quello che dico
Obbligate sareste ad arrossire.
Fuggite, o pur tappatevi le orecchie
Voi siete troppo caste e troppo vecchie.
L'APOTEOSI DEI CULI D'ORTA

Culi d'Orta, esultate! O culi avvezzi,
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all'ombra dei deserti muriccioli;

Culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell'audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle brache;

Culi randagi, che un desio ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle;
culi d'Orta, levate alta la fronte!
finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio.

O che cuccagna, culi miei, che bazza!
Non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell'avvenire.

Per amor vostro mani premurose,
che d'ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buco vostro, con islancio,
ne hanno fatto uno pure nel bilancio!

Lodate dunque, culi d'Orta, i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.

E ognun colla sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno, in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.

E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza... merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all'orifizio.
IL MIO FUNERALE

Quando, uditemi amici, quando avvenga
che questa che mi rosica cirrosi
il fegato e dintorni m'abbia rosi,
come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura,
ordinerà «portatelo pur via!»,
io voglio, per andar a casa mia
sottoterra, una magna sepoltura.

Ravvivatemi a tocchi di carmino
sapientemente la figura smunta;
questo fate, e indoratemi la punta
del naso e spruzzolatemi di vino

odoroso, che non m'abbia più l'aspetto
di un comune cadavere, e i capelli
fatemi tutti di vïola belli
e un non mai visto m'abbia cataletto.

Trascinino la mia spoglia mortale
sei porcellini tinti in verde e giallo
e Francesco Pastonchi, alto, a cavallo,
proclami «Che stupendo funerale!»

Cento musici in abito d'arconte
annunzino la mia corsa a Plutone
soffiando ampi venti di polmone
in cave corna di rinoceronte.

E cento bande strepitino poi
di strumenti impensati, impreveduti:
clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti,
trombicefali ed arpe-innaffiatoi.

Accorrano le turbe al pio passaggio
e a strilli, ad urla, a voci mozze e mezze,
si narrino le mie scelleratezze
e mi paia d'udire il lor linguaggio:

«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi,
«Dei Bramini ridea, come di paria
«Era padrone di un castello in aria
«E si beveva il cielo in quattro sorsi

«Viveva nei più luridi angiporti...
«non aveva la testa troppo salda...
«Mangiava il cardo con la bagna calda
«di notte in compagnia di beccamorti.»

Infine sempre mi si tolga al sole
in una cripta, a un labirinto in fondo;
e tutti quanti i fior che sono al mondo,
tralci di rose, cespi di vïole,

effondano la loro primavera
fin giù nel buio delle mie caverne.
Ma siccome son io ch'ho da goderne,
i miei fiori piantateli in maniera

che le radici siano volte in alto
e le corolle sboccino sotterra...
Di sopra al sasso poi che mi rinserra
questa epigrafe scrivasi in ismalto:

«Qui giace ERNESTO RAGAZZONI D'ORTA
«nacque l'otto gennaio mille ed otto-
centosettanta» e sotto, questo motto:
«D'essere stato vivo non gl'importa».


PARTE QUARTA


(Versioni da EDGAR POË)

IL CORVO

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta - non reggevami piú su,
fui destato all'improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa - dissi - alla mia porta,
solo questo e nulla più!»

Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l'aurora - chiesto e invano una virtù
a' miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
e qui nome or non ha più!

E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta - quell'angoscia, m'alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
questo, e nulla, nulla più!».

Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor - dissi - o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta - m'era l'anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch'io non sono ancor ben certo d'esser desto». Aprii la porta:
un gran buio, e nulla più!

Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un'ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno - il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s'udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l'eco: «Lenora!»
Solo questo e nulla più!

E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero - qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l'anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
Sarà il vento e nulla più!

Qui dischiusi i vetri e torvo, - con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo - dell'età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta - non fe' cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
scese, stette e nulla più.

Quell'augel d'ebano, allora, così tronfio e pettoruto
tentò fino ad un sorriso il mio spirito abbattuto:
e, «Sebben spiumato e torvo, - dissi, - un vile non sei tu
certo, o vecchio spettral corvo della tenebra di Pluto?
Quale nome a te gli araldi dànno a corte di Re Pluto?»
Disse il corvo allor: «Mai più!».

Mi stupii che quell'infausto disgraziato augello avesse
la parola, e benché quelle fosser sillabe sconnesse,
trasalii, ché, in niuna sorta - di paese fin qui fu
dato ad uom di contemplare un augel sovra una porta,
un augello od una bestia aggrappata ad una porta
con un nome tal: «Mai più!».

Ma severo e grave il corvo più non disse e stette come
s'egli avesse messo tutta quanta l'anima in quel nome:
sovra il busto, appollaiato - non parlò, non mosse più
finché triste ebbi ripreso: «Altri amici m'han lasciato!
il mattin non sarà giunto ch'egli pur m'avrà lasciato!».
Disse allor: «Mai più! mai più!».

Scosso al motto ch'or sì bene s'era apposto al mio pensiere,
«Certo, - dissi, - queste sillabe sono tutto il suo sapere!
e chi a tale ritornello - l'addestrò, forse quaggiù
sarà stato sì infelice ch'ogni canto suo più bello
come un requiem, non aveva ogni canto suo più bello
a finir che in un mai più!»

Ma un pensier folle ancor voltomi a un sorriso il labbro torvo:
scivolai su un seggiolone fino in faccia al busto e al corvo,
e qui, steso nel velluto - presi intento a studiar su
cosa mai volesse dire quel ferale augel di Pluto,
quel feral, sinistro, magro, triste, infausto augel di Pluto
col suo lugubre: «Mai più!».

Così assorto in fantasie stetti a lungo, e sempre intento
all'augello i di cui sguardi mi riempivan di spavento,
non osai più aprire labbro - sprofondato sempre giù
fra i cuscini accarezzati dal chiaror di un candelabro
fra i cuscini rossi ov'ella, al chiaror di un candelabro,
non verrà a posar mai più!

Allor parvemi che a un tratto si svolgesse in aria, denso
e arcan, come dal turibolo d'un angelo, un incenso.
«O infelice, dissi, è l'ora! - e infin ecco la virtù
e il nepente che imploravi per scordar la tua Lenora!
Bevi, bevi il filtro e scorda! scorda alfin questa Lenora!»
Mormorò l'augel: «Mai più!».

«O profeta - urlai - profeta, spettro o augel, profeta ognora!
o l'Averno t'abbia inviato - o una raffica di bora
t'abbia, naufrago, sbalzato - a cercar asil quaggiù,
in quest'antro di sventure, di' al meschino che t'implora,
se qui c'è un incenso, un balsamo divino! egli t'implora!»
Mormorò l'augel: «Mai più!».

«O profeta - urlai - profeta, spettro o augel, profeta ognora!
per il ciel sovra noi teso, per l'Iddio che noi s'adora
di' a quest'anima se ancora - nel lontano Eden, lassù,
potrà unirsi a un'ombra cara che chiamavasi Lenora!
a una vergine che gli angeli ora chiamano Lenora!»
Mormorò l'augel: «Mai più!».

«Questo detto sia l'estremo, spettro o augello - urlai sperduto.
Ti precipita nel nembo! torna ai baratri di Pluto!
non lasciar piuma di sorta - qui a svelar chi fosti tu!
lascia puro il mio dolore, lascia il busto e la mia porta!
strappa il becco dal mio cuore! t'alza alfin da quella porta!»
Disse il corvo: «Mai, mai più!»

E la bestia ognor proterva - tetra ognora, è sempre assorta
sulla pallida Minerva - proprio sopra alla mia porta!
Il suo sguardo sembra il guardo - d'un dimon che sogni, e giù
sui tappeti il suo riflesso tesse un circolo maliardo,
e il mio spirto, stretto all'ombra di quel circolo maliardo
non potrà surger mai più!

NOTA

Quando il Corvo uscì la prima volta, nel 1845, in un numero di febbraio della American Review, era firmato «Quarles». Il poema richiamò immediatamente l'attenzione del pubblico, ma per qualche tempo l'autore rimase sconosciuto.
Poë allora era ricevuto nella più scelta società letteraria di Nuova York, fra gli artisti e gli uomini di lettere che settimanalmente miss Anna C. Linch, celebre autrice, raccoglieva intorno a sé nel suo suntuoso appartamento di Waverley Place, e la parola calda, immaginosa, le eleganti maniere, l'aspetto distinto del nostro autore, affascinavano ognuno e gli cattivavano la simpatia e la benevolenza generale.
In una di queste riunioni, Poë, richiesto dai suoi ospiti, recitò il Corvo, ed in tal modo egli disse quelle strofe della febbre, dell'allucinazione, della disperazione che l'uditorio, elettrizzato, sentì che egli doveva esserne l'autore.
La paternità del poema fu svelata e la fama del poeta surse piú alta che mai.
Un critico americano, il prof. Henry Shepherd di Baltimora, dopo aver assegnato a Poë un posto fra i classici, ed aver collocato il suo nome fra quelli di Milton, di Ben Jonson, di Herrick, di Shelley, di Keats, analizzando il Corvo, così si esprime:
«Nessuna composizione poetica nella nostra lingua raccoglie, come questa, una più ricca, una più armoniosa combinazione di metri e di rime. Ogni singola vocale, ogni singola consonante, ricercata con cura, collocata secondo il suo valore, dà al verso una sonorità magnifica, solenne, prolungantesi al di là delle parole, e la penetrazione, la fluidità delle liquide, non è solo caratteristica nella trovata del ritornello: «Nevermore» (mai più), ma in tutto il poema; la loro scorrevole dolcezza, sottolineata da molli cadenze, rivela quale conoscenza avesse il poeta delle intime armonie che sono la base dell'umano linguaggio e quale abilità egli avesse nel trattarle ed adattarle al pensiero».
La continuità del ritmo, per cui l'idea, che si svolge severa di verso in verso, non incontra intoppi; l'imponenza della rima triplicata; la purezza, l'evidenza dello stile; l'allitterazione propria agli scaldi scandinavi e ai bardi sassoni, rinnovata; l'interesse sempre sostenuto in progressione drammatica dal principio alla fine; la stessa grafica delineazione, fanno del Corvo una composizione perfetta e degna di essere posta in alto fra le più nobili creazioni dell'intelletto umano di tutti i tempi, di tutte le lingue.
E. R.
LE CAMPANE

I

Oh! senti le slitte coi loro sonagli!
Sonagli d'argento!
Che pura allegria
effonde la loro festosa armonia
nel buio e nel vento!
E come essi squillano, tintinnan, tentennano
per l'aere sperso
intanto che gli astri dal cielo ne accennano
e pare che brillino d'un raggio più terso!
E ascolta! in cadenza, su un metro, su un unico
ugual ritmo runico
gli allegri tintinni
non quetansi mai!
mai! mai!
ma in inni, ma in inni
continüi e gai
si levano, e un soffio par quasi sparpagli
per tutto, e sonagli, sonagli, sonagli
per tutto un tintinno, un tinnir di sonagli!

II

Oh! senti le campane nuziali,
Campane d'oro!
Che allegra sinfonia di madrigali
lanciano in coro
sul mondo!
E senti come alzandosi e abbassandosi
strepitando s'intendono e rispondono!
e come, a quando a quando, inebbriandosi
di suoni, in un giocondo
crescendo si confondono e si fondono!
e dànno! dànno! dànno l'alma al suono!
Oh! quell'onda di note d'oro fuso
e tutte in tono,
senti come in confuso
cogli olezzi si culla all'aria bruna,
sotto la luna!
Ed ogn'eco a sua volta in rime strane
ripete la gazzarra
delle campane
e narra
contento
al vento
l'incantamento
che stringe in questa raffica bizzarra
e campane, e campane, ognor campane
tanti osanna, tant'inni di campane!

III

Campane a martello! campane a martello!
Campane di rame!
che orrende
leggende
di stragi e di fame
nel rombo insistente del lor ritornello!
Com'atre, all'orecchio glacial della notte,
ruinando dirotte
a botte su botte,
raccontan la storia del loro spavento!
Ma troppo comprese d'orror per parlare
le tristi, intontite, non sanno che urlare
che urlare!
che urlar fuor di tono!
e in un gareggiare feral col frastuono
del fuoco e del vento,
l'un l'altre s'incitano,
e come a un assalto
s'addoppian; s'invitano
più in alto! più in alto!
più in alto!
a spinte, su spinte,
quasi ebbre, nel folle terror d'esser vinte!
di non poter mai,
mai, mai,
trovar pur un eco - pur uno - a quei lai!
E ascolta! Campane! Campane! Campane!
Campane a martello!
Il loro terror narra certo un immane
flagello!
Oh! come esse squillano, rimbomban, martellano!
e appellano e appellano!
e appellano aiuto!
E al lor suono roco,
al lor suono acuto
l'orecchio distingue
il flusso e il riflusso lontano del fuoco!
Se avvampa o s'estingue!
Se crolla o se s'alza,
nel flusso e riflusso del nembo che incalza
così le campane!
nell'ira che tanto martella, tempesta
le strane
campane!
che grandina e pesta
campane e campane! campane e campane!
che stringe in un vortice orrendo ed immane
così tanto e tanto tonar di campane.

IV

Oh! il rintocco freddo e lento
della squilla funerale!
Che agonia!
che sottil malinconia
in quel ritmo sempre uguale!
Come piene di spavento,
nel silenzio della notte,
le campane così rotte
ci singhiozzano il memento!
E ogni voce che s'invola
dal metallo che hanno in gola
è un lamento!
E i lontani, ohimè, i lontani
campanari,
che, appiattati a lume spento
sugli arcani
campanili solitari,
dànno al vento
simil voce,
provan certo qualche atroce
compiacenza a premer, tetri,
sovra il cuor di tanti oppressi
su quel metro lutulento!
Ma gli ossessi - quegli ossessi! -
non son donne! non son uomini!
Niun li cerchi! niun li nomini!
Sono spetri!
Ed è il re, il re lor, che volle,
volle - il folle! -
intonare in così strane
rime il suon delle campane!
e cantarsi per dïana
(accentando il métro - l'unico
métro - sovra un ritmo runico)
quel peana!
quel peana di campane!
È il re loro che vaneggia,
che si dondola, folleggia
fra le corde, che dà al vento
quel lamento!
quel lamento di campane!
Ed ei strilla! ghigna! e in festa
(mantenendo il métro - l'unico
métro - sovra un ritmo runico)
danza, ridda e mai s'arresta!
mai! mai! mai!
tutto in giubilo a quei lai!
a quei lai delle campane!
Oh! il suo cuor si gonfia certo
a quel requiem, a quel concerto
di campane!
Ed ei scande il métro - l'unico
métro - sovra un ritmo runico!
scande! scande!
scande!
scande! e batte la misura
sempre, in tempo, su quell'unico
ostinato ritmo runico!
E a cercar le fibre umane
via pel ciel s'allarga e spande
come un soffio di paura
quel singhiozzo di campane!
quelle arcane
vibrazioni di campane!
quel lamento
ferreo, lento,
di campane! di campane!
di campane! di campane!

NOTA

Poë passò la primavera del 1849 a Lowel, e fu qui, in casa di un amico, che egli compose il suo famoso poema Le campane, poema che una volta di più dimostra la versatilità del suo ingegno ed il suo talento di verseggiatore.
Le campane hanno nell'originale un valore fonetico che nella versione non può essere interamente serbato, ed infatti le fantasticherie mirabili dell'autore sono qui così abilmente ricamate fra le combinazioni dei ritmi e dei suoni, così finemente intrecciate, che il lettore, a un certo punto, non sa più se lasciarsi guidare dalla magia della concezione o cullare dal fascino dell'armonia, finché abbarbagliato davanti a quel miracolo di equilibrio poetico è costretto ad esclamare con Byron:

«One shade the more, one shade the less
Would half impair the nameless grate».

(Un'ombra di più, un raggio di meno avrebbero guastata quella grazia senza nome).

La storia di questo poema è curiosa. Nella sua forma e disposizione attuale non venne pubblicato che dopo la morte di Poë: quando la prima volta fu dato alle stampe nel Sartain's Magazine esso non constava che di 18 versi:

LE CAMPANE
(Canzone)

Oh le campane! senti le campane,
le allegre campane nuziali!
e le campane piccole d'argento!
Che melodia magica s'eleva
da ogni pulsazione argentina
delle campane, delle campane, delle campane,
delle campane!
Le campane! Ah! le campane!
le pesanti campane di ferro!
Senti il rintocco funebre delle campane
senti il rintocco!
Che tetra canzone squilla
dalla loro gola
dalla loro gola profonda!
Come rabbrividisce l'anima alle note
che escon dalla gola malinconica
delle campane, delle campane, delle campane
delle campane, delle campane!(1)

È interessante studiare il progressivo sviluppo di una idea nella mente di un uomo di genio.
Poë, lavoratore instancabile, paziente cesellatore di parole come il Flaubert, mai contento dell'opera propria, trovò che il suo lavoro, così com'era, non rispondeva pienamente alle esigenze del suo intelletto d'artista. Vi tornò sopra. Sei mesi dopo, inviava all'editore del Sartain's Magazine una nuova edizione del poema, più ampliamente svolto, più finemente ritoccato; ma, non ancora soddisfatto, tre mesi più tardi inviava un'altra versione.
Fu l'ultima.
Era la vigilia della sua morte e colle Campane Poë aveva detto la sua ultima parola.
E. R.
ULALUME

I cieli eran foschi e cinerei
le foglie calpeste e appassite,
le foglie cadute e appassite!
Ed era una notte di un livido ottobre
lontano, in un anno di duolo e mister,
ed era giù in riva del gran lago d'Hobre
nel triste e nebbioso paese di Wer!
giù, lungo il silente, letal stagno d'Hobre
nei boschi stregati e profondi di Wer.

E là tra i cipressi di un viale titanico
erravo coll'anima mia,
con Psiche, coll'anima mia:
e il cuore, in quei giorni, il mio cuore vulcanico,
siccome la lava bollìa,
le lave e gli zolfi bollìa,
che scorrono eterni sui fianchi del Yaniko
tra i picchi e le rupi dei fiord,
che gemono e sprizzano sui fianchi del Yaniko
negli ultimi climi del Nord!

E i nostri discorsi eran stati solenni e severi,
ma i nostri pensieri ripieni d'affanno
e i nostri ricordi un inganno,
perché ci eravamo scordati
che quello era il mese d'ottobre,
né più rammentato la notte dell'anno.
(Ah! notte fra tutte le notti dell'anno!).
Non più ravvisammo le rive deserte dell'Hobre,
ben ch'ivi altra volta ci fossimo aperto un sentier,
non piú ravvisammo il fatal lago d'Hobre,
né i boschi stregati e profondi di Wer.

E poi che nel cielo in oriente
le stelle annunciavano l'alba,
le stelle indicavano l'alba,
dal fine del nostro sentiero un nascente
ci giunse nebbioso baglior;
la stella di Venere allora saliente
ci avvinse in un raggio d'amor,
la stella di Venere allor dolcemente
ci strinse in un raggio d'amor.

«Oh! - dissi - Ella certo più fida che Diana
si leva frammezzo alla bruma,
ci appare frammezzo alla bruma!
Certo Ella ha saputo che l'anima umana
nel duol si consuma!
che eterni nei nostri cervelli d'infermi
si annidano i vermi,
e in alto, fra gli astri maligni è comparsa
amica, squarciando ogni vel,
fra gli astri maligni nell'alto è comparsa
mostrandoci amica la strada del ciel!»

Ma Psiche, levando la candida mano,
mi disse: «Io diffido dell'astro di Venere,
diffido del triste, bell'astro di Venere.
Oh! non arrestiamoci, fuggiamo lontano,
lasciam questi luoghi d'orrore e di duol!».
Così mi parlava piangendo, e man mano
le grandi sue ali piegavansi al suol.
Così mi parlava, lasciando man mano
che l'ali battute volgessero al suol,
volgessero chiuse e tristissime al suol.

Ed io le risposi: «Quest'è solo un sogno,
seguiamo, seguiamo la tremula luce,
bagniamoci in questa benefica luce!
Il suo tremolante bagliore s'accende
stanotte di gioia e di speme.
Non vedi? esso surge, s'avvia, si distende,
vien dunque, ed al raggio volgiamoci insieme.
Ei solo guidarci può a porto fedel;
poich'esso s'accende di gioia e di speme
traverso le vie profonde del ciel».

Così calmai Psiche, la strinsi al mio core
e vinsi i suoi dubbi con baci tremanti
e meco la trassi in un sogno d'amore.
Ed ecco, all'estremo del viale, rizzarcisi innanti
la porta glacial d'una tomba,
la porta istoriata e glacial di una tomba!
«Oh - dissi - sorella, che è scritto sui freddi e pesanti
battenti di quella tristissima tomba?».
Ed Ella rispose: «Ulalume! Ulalume!
In questo sepolcro perduto fra boschi e brume
riposa la morta, tua bella Ulalume!».

Allora il mio cuore si strinse funereo
siccome le foglie contorte e appassite,
siccome le foglie calpeste e ingiallite!
«E certo, - urlai pazzo - cert'era l'ottobre
in questa medesima notte dell'anno,
che sono disceso per questo sentier!
In quella terribile notte d'affanno.
Oh! quale demonio mi fe' qui cader?
Or sì riconosco le brume e le rive dell'Hobre
e il triste e deserto paese di Wer!
Conosco ora il cupo, fatal stagno d'Hobre
e i boschi stregati e profondi di Wer!».

NOTA

Poë, poeta, è il cantore della morte; i suoi versi non vibrano che in quest'unica corda.
Egli non invoca il Nulla, la Quiete Suprema, come il Leopardi o lo Shelley; non crede nel renaître ailleurs, come Victor Hugo; non si compiace di scheletri e di terrore come il Burger. L'autore del Corvo, davanti alla tomba, subisce unicamente il fascino, la vertigine del dolore. Egli non piange, non prega, non impreca, non filosofeggia. Di fronte al rovinare della sua fede, del suo amore, egli resta immoto, vinto dal destino, e mormora con monotona litania, ed annovera, ed analizza, con triste insistenza, i dolori suoi, le ferite che gli sanguinano nel cuore.
La sventura lo stupisce, la fatalità lo accascia. Egli è come il prigioniero del pozzo, nella sua celebre novella, che al parossismo della disperazione quasi sorride, seguendo, coll'occhio, l'oscillare, l'abbassarsi lento ed implacabile della lama d'acciaio che deve passargli sul petto.
Mai un barlume di speranza: nel completo abbandono di tutto egli ben sa che il passato non può piú tornare, che la morte è per sempre, che la Desolazione sarà eterna.
E così in questa misteriosa e selvaggia Ulalume, la stella dell'alba, della gioia, dell'amore, non conduce - fatalmente - che ad un sepolcro, ed il raggio di Venere, che un istante aveva diradato la tenebra, non serve ad altro che a svelare il nome di una morta adorata, e ad evocare un passato irrimediabile.
Ulalume, scrive il Whitman, rassomiglia a certi paesaggi di Turner: «al primo sguardo non presentano che tenebre, sembrano informi».
Il triste scenario del tempo e del luogo è abbozzato dal Poë, sin dal principio, con straordinaria potenza suggestiva.
Le ripetizioni che s'inseguono, che si succedono con pazza ostinazione, quasi confessione dell'impotenza di un maniaco sublime che non sa e non vuole e non può strapparsi dall'idea fissa che lo seduce, danno subito al lettore un'impressione vaga d'angoscia, e poi, a poco a poco, nella solennità di quella notte di ottobre, nel mistero di quel paese druidico e spettrale di Wer, sulle rive tenebrose di quella sconosciuta palude d'Hobre, rinnovandosi, crescendo, moltiplicandosi come rintocchi funebri, sopraffanno l'anima e l'avvincono in un incubo, in un fascino a cui non le è più possibile sfuggire.
Il poeta, quasi trascinato da un ricordo, indolente si lascia vincere dalla propria parola e dal proprio pensiero e passa, come senza avvedersene, da una semplice descrizione, da impressione ad impressione, fino a svelare tutto l'intimo spasimo dell'anima sua.
Edgard Poë compose Ulalume nella solitudine di Fordam, nel 1847. Gli era morta la moglie pochi mesi prima.
E. R.
AD ELENA

T'ho veduta una volta, una, una sola,
anni son, non rammento ben più quanti,
ma non molti, e quell'ore, quegl'istanti
non mi sono al pensier più che una fola.

Fu una notte di luglio, e dalla luna
piena, che, come l'animo tuo anelo,
si cercava una via traverso il cielo,
cadea, nel sogno e nel mister, com'una

fascia di seta diafana, d'argento,
sui volti aperti e attoniti di mille
e mille rose, in linea, tranquille
in un giardino magico, ove il vento

non osava passar che sulle punte
de' piè: cadea sul volto delle rose
che esalavan le loro alme odorose,
in cambio di que' rai, quasi consunte

in una morte estatica; cadea
sul volto delle rose che spiegate
aulivano e languivano ammaliate
dal tuo sguardo, dal tuo sguardo di dea.

Là ti vid'io seduta, tutta in bianco,
mentre cadea la luna sulle cose
tutte e sul volto assorto delle rose
e sovra il tuo, composto in atto stanco!

Oh! a que' viali, laggiù, in su quella mezza
notte di luglio non fu già un destino
arcano che mi trasse al tuo giardino
a respirare l'intima dolcezza

di quelle rose addormentate? Oh aiuole!
niun suon! tutto era immerso nel sopore,
tutto, salvo me e te (ciel, come il cuore
mi trema ancora a queste due parole:

«salvo me e te»). Ristetti, ti guardai
e ogni cosa disparve in quel momento
(certo, qualche divino incantamento
mi traeva a quel parco), ti guardai,

e i fior, l'acque, le piante gaudïose
più non furono, e l'erba si fe' bruna,
e la luce perlacea della luna
si spense... l'odor stesso delle rose

morì in grembo all'aüre tranquille!
Tutto, tutto svanì, salvo te, salvo
il tuo sguardo, il tuo spirito nell'alvo
misterïoso delle tue pupille!

Più non vidi che quelle, quelle tue
pupille, altro non vidi fino a quando
non tramontò la luna! quale blando
sogno! quanto incantesimo in quei due

astri e quanti pensier! qualche dolore
ignoto parea farli anche più buoni,
quante carezze, quante visïoni
e quale - oh quale! - oceano d'amore!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Come la luna si tuffò tra i crocchi
delle nuvole, lungi, in occidente,
come una fata tu, soavemente
dileguasti tra i fiori, ma i tuoi occhi

rimasero! Rimasero! e pur ora
io li vedo (oh! prodigio senza nome!)
io li vedo! ogni dove e sempre come
due veneri in fulgor, pria dell'aurora.

NOTA

Questi delicatissimi, patetici versi «Ad Elena» vennero dedicati da Poë a Mrs. Withman, alla quale fu per un momento fidanzato, e la cui amicizia fu una delle poche consolazioni, dei pochi conforti dei suoi desolati ultimi anni.
Le circostanze accennate nel poema sono reali e tutta la fantasmagoria del plenilunio, delle rose, del parco addormentato dipinta dal vero.
Nel 1845 Poë, una notte, in cammino per Boston, ove era aspettato per una lettura, vide per la cancellata di un giardino una bellissima signora passeggiare solitaria, al chiaro di luna. L'ora, il scenario, i particolari tutti lasciarono in lui un'indelebile impressione e quando il caso l'avvicinò a quella donna, un anno, circa, più tardi, egli che aveva già tanto fantasticato su quell'incontro, le indirizzò questa elegia che il Bourget non esita a chiamare una delle più ammirabili che siano mai state scritte.
E. R.
ANNABEL LEE

Molti e molti anni or sono, in un paese
vicino al mare,
viveva una fanciulla che chiamare
solo oserò col nome d'ANNABELLA
ed in sua vita, quella
non ebbe altro in pensiero, altro nel cuore,
che il suo amore per me, ed il mio amore.

Ed ella era una bimba e un bimbo ero io
allora, in quel paese presso al mare.
Ma il nostro amore, d'ANNABELLA e il mio,
fu più che amore,
tanto che gli stessi angioli di Dio
ne invidïar l'ardore.

E questo fu il perché, tanti e tanti anni
or sono, in quel paese
vicino al mare
prese ad imperversare
un vento da una nuvola, e sorprese
ed aggelò la dolce mia ANNABELLA
così che i suoi maggiori
se la vennero, un giorno, a portar via,
per rinchiuderla dentro una novella
tomba scavata ai margini del mare.

Gli angeli in cielo men di noi beati
ci avevano spiati,
e questo fu il perché (tutti lo sanno
ancora in quel paese
vicino al mare)
un vento di malanno
una notte da un nuvolo discese
e abbrividì, e uccise la mia bella
e povera ANNABELLA.

Ma l'amor nostro fu più forte assai
dell'amor d'altri, savi più di noi,
più vissuti di noi;
e dall'alto del ciel gli angeli mai,
o i demoni dai baratri del mare,
potranno separare
l'anima mia da quella
della mia dolce e tenera ANNABELLA.

Perché non splende mai raggio di luna
che non mi rechi un sogno d'ANNABELLA
e non appare stella
ch'io non scorga brillar nell'aria bruna
gli sguardi d' ANNABELLA.

E ogni notte così, vengo a sognare
presso la mia diletta, la mia vita,
la mia sposa assopita,
in quel sepolcro al margine del mare
nella sua tomba sul sonante mare.
A FRANCES SARGENT OSGOOD

Fra le persone pietose che la vita sventurata di Edgardo Poë confortarono di devozione e di amicizia, è degna di essere ricordata, fra tutte, la signora Frances Sargent Osgood, una poetessa gentile, una donna di cuore sovra ogni cosa, e che ha lasciato qualche memoria interessante sul nostro poeta.
Poë la conobbe nel 1845; poche settimane dopo la pubblicazione del Corvo, quando il poeta faceva il suo giro trionfale negli Stati Uniti, e imitatori e commentatori pullulavano da ogni parte e l'ammirazione e la curiosità generale si arrestavano per un momento innanzi a lui.
Da quell'epoca fino alla sua morte, essi furono amici, e la signora Osgood ebbe a scrivere: «Egli mi ha dato sempre prova di fedeltà e di devozione, prima che la sua ragione fosse rovesciata dal suo trono sovrano, e so pure che nelle sue ultime parole ho avuto la mia parte di ricordo».
Oltre ai versi che qui riportiamo tradotti, Edgardo Poë dedicò a Frances Sargent Osgood anche un lungo articolo e la poesia A Valentine.
E. R.

Vuoi essere amata? Non volgere allora
il piè dal sentiero che segui. Nel mondo
se c'è qualche cosa che affascina ancora
è un guardo siccome il tuo sguardo profondo;
se ancora qualcosa gli spiriti culla
è ciò che il tuo ingenuo cuore sa già;
l'arcana tua via prosegui, fanciulla,
e omaggio dovuto l'amor ti sarà.
A F...

O amata, in fra la tenebra de' guai
che il mio sentiero avvolge insidïosa
(triste sentiero - ohimè! - dove non mai
crebbe una rosa, una solinga rosa)
l'anima mia si culla e si riposa
sognandoti, e nel sogno trova almeno
un Eden carezzevole e sereno.

Così la tua memoria è per me come
un'isola incantata: chiusa in grembo
ad un mar senza spiaggia e senza nome,
l'onda la morde, la flagella il nembo
e il nocchiero la fugge, e pure un lembo
di cielo, azzurro, su lei sola, in giro
le tesse una corona di zaffiro.
ELDORADO

Forte in sella e bene armato,
un garbato
cavaliere, al sole e all'ombra
lungo tempo errò, cantando;
ricercando
il paese d'Eldorado.

Ma invecchiò lo stanco e fiero
cavaliero,
e nel cuor gli scese un'ombra
perché mai, non trovò al mondo,
il giocondo
suol che chiamasi Eldorado.

E seguiva dolorando
rotto, quando
finalmente scorse un'ombra
errabonda ed «Ombra - chiese -
il paese,
dunque ov'è dell'Eldorado?»

«Oltre i monti della luna
nella bruna
valle, baratro dell'ombra!
- l'Ombra disse - E, ardito in groppa
pur galoppa
se tu cerchi l'Eldorado!».
(1849)
LA CITTÀ NEL MARE

Ecco, la morte s'è rizzato un trono
lungi in una città strana e silente
in fondo al remotissimo occidente,
ove il povero, il ricco, il tristo, il buono,
dormono il loro sonno eternamente.

Ivi palagi ed are e torri e mura
(mura che il tempo ha rose, ma non spezza)
sono di mai veduta architettura
e intorno, oblïate dalla brezza,
sotto il ciel, rassegnate a la tristezza,
l'acque stagnano in livida pianura.

Raggio di sole mai scende su quella
città che eterna nella notte langue.
Ma un bagliore dal mar, rosso di sangue,
sale tacito ad ogni torricella,
splende sui dômi aerei, lontani,
sugli obelischi serra le spirali,
delle moli sugli archi trionfali
serra le reggie sugli spalti immani,
serra i pergoli d'edere scolpite
e di marmorei fiori, i penetrali
da gran tempo oblïati, serra l'are
ove sono conteste in foggie rare
la viola, la mammola e la vite.
Sotto il ciel rassegnato stagna il mare
le malinconiche acque intorpidite,
e sì bene si fonde questa varia
compagine di torri al suo riflesso,
che il paësaggio par sospeso in aria.
E intanto, gigantesca, dall'accesso
ultimo della terra giù gagliarda
veglia la Morte, e intensamente guarda.

Templi aperti a fior d'acqua e schiusi avelli
si discoprono sotto al poco lume
che vien dal mare, ma non i gioiëlli
che scintillan negli occhi d'ogni nume
ne' templi, o i morti rifulgenti d'oro
entro le tombe in bei paludamenti,
tentan l'acque ad uscir dagli alvi loro.
Ohimè! Non i più lievi increspamenti
su quella solitudine di vetro;
non ondata ricorda che una brezza
forse spira su mare meno tetro;
non un murmure narra che carezza
d'aure sia corsa mai su oceano meno
terribilmente immobile e sereno.

Ma un brivido per l'aria ecco trascorre
ed un'onda s'increspa finalmente
come se, profondandosi, ogni torre
di poco dentro l'aure sonnolente
le avesse intorno ridestate e mosse,
ed ogni lor pinnacolo si fosse
ritratto dentro il ciel, lasciando un vano.
L'onde, come giammai, brillano rosse,
l'ore han suono più fievole e lontano,
ed allor che tra un pianto non più umano
e fra non più terrene implorazïoni
sarà tutta affondata la città,
l'inferno, in piedi, da' suoi mille troni,
con un inchino la riverirà.
(1845)
AD UNA IN PARADISO

Tu fosti per me tutto, tutto, amore,
onde l'anima mia sofferse tanto.
Un'isola d'incanto
o amore, tutta verde in mezzo al mare,
una pura sorgente ed un altare
inghirlandato d'ogni dolce frutto,
e d'ogni fiore:
e d'ogni fior, di tutto,
ero il Signore.

O sogno troppo bello e sorridente
per essere durevole! O Speranza
fulgida ch'apparisti dolcemente
per lasciarmi di te la rimembranza.
Un grido dal futuro grida: «Avanza,
avanza e sorgi!» Ma, sovra il passato,
(abisso desolato)
l'anima mia si giace,
ammutolita, vinta, senza pace.

Sparita! Ahimè, sparita
ora è per me la luce della vita.
«Mai più! Mai più» (così l'onda selvaggia
del mar dice alla sabbia della spiaggia)
«Mai più, mai più la rovere percossa
dal fulmine e stecchita,
darà virgulti, e l'aquila ferita
si librerà colla sua prima possa».

Un'ombra i giorni miei funebre inghiotte,
e tutti i sogni miei, tutti, ogni notte,
mi conducono là, dove scintilla
la bruna tua pupilla,
e dove i passi tuoi su eteree aiuole
e presso una divina acqua tranquilla
si lascian dietro a danza orme di sole.
(1834)
IL CASTELLO INCANTATO

Nella nostra più verde vallata,
dagli spiriti buoni abitata,
una volta sorgeva un castel:
là viveva il «Monarca Pensiero»
e giammai su castello più nero
spiegò il vol cherubino del ciel.

Alla torre un'insegna giuliva
dipingeasi - e questo avveniva
nelle antiche, antichissime età -
e allorquando soffiavano i venti
nelle ardite muraglie fiorenti,
vaghi olezzi spiravan di là.

E dall'ampie finestre i viandanti
travedevano spirti festanti
i concenti d'un liuto seguir,
e all'armonico e magico suono
mover tutti d'intorno ad un trono
dove stava uno splendido sir.

E allorquando la porta s'apriva,
di quel vasto palazzo, s'udiva
come un suono di cetere d'or:
torme d'echi per l'aëre blando
transvolavano sempre, inneggiando
alla gloria del loro signor.

Ma lugùbri fantasmi di morte
là piombarono, e infrante le porte
quel monarca cacciaron di là,
e il castello, sì ricco di gloria,
non fu più che un ricordo, una storia
delle antiche, antichissime età.

Il viandante ora scorge dai vetri,
fosche e strane figure di spetri
passeggiar per le scale su e giù.
Il castello ha una tinta sanguigna,
e la torma di larve sogghigna
non potendo sorridere più!
(1839)
IL VERME CONQUISTATORE

È una sera di gala, ecco, fra tanto
squallor di questi nostri anni di duolo;
ed uno stuolo d'angeli, uno stuolo
alato, inghirlandato, immerso in pianto,
siede raccolto in un teatro e mira
(mentre un'orchestra ad ora ad or sospira)
la musica lontana delle sfere.

Mimi fatti ad immagine di Dio,
vocian fra loro o mormorano chiocci,
ed errano qua e là, meri fantocci,
in faticoso eterno tramestio
al vedere degli esseri spettrali
che muovon gli scenari ed i teloni,
e lasciano cader dalle grand'ali
le tenebrose maledizïoni.

Oh, il tristissimo dramma! Per assai
tempo ci sarà davvero ricordato,
col suo fantasma ognor perseguitato
da un'orda che nol può cogliere mai
in un giro che volge sempre uguale
e sempre al punto stesso si richiama;
e coll'error, colle follie, col male
che ne formano l'anima e la trama.

Ma tra il gruppo dei mimi, ecco, repente,
insinuarsi con spire orride d'angue
una viscida forma color sangue,
che s'annoda e si snoda orridamente.
Sovra la scena, i mimi sua conquista
divengono e sua preda a mano a mano,
e singhiozzano gli angeli alla vista
del mostro che maciulla sangue umano.

Tutto s'abbuia. Tutto e nulla resta,
e, sovra la catastrofe, il sipario
come un lùgubre drappo mortuario
precipita con rombo di tempesta.
Ed ecco, surto in piè, lo stuolo alato
- pallido in volto di glacial pallore -
proclamare che il dramma è intitolato:
«Uomo» e l'eroe: «Il verme vincitore».
(1843)
IL PAESE DEI SOGNI

Per vie buie, dove a frotte
erran gli angeli del male,
e un Dimon che ha nome Notte
spia da un trono funerale,
sono giunto or ora a un'Ultima
Thule arcana, a un regno alter
fuor del Tempo e dello Spazio,
nel paese del mister.

Valli chiuse ed acque fonde,
ecco il sito! forre, spechi
dove il sol non entra, e donde
non uscirono mai echi;
boschi, dedali ove gli uomini
non si spinsero finor,
e rugiade eterne stillano
strani olezzi e strani fior;

ecco il sito! Monti in rùine
ed immensi oceani tristi,
orizzonti senza fine
e paesi non mai visti;
poi paludi, stese pallide
d'acqua morta, - un luccicar
d'acqua morta, - morta e gelida,
nel candor dei nenufar!

E pei monti e lungo i piani
d'acqua morta, - morta e diaccia,
diaccia e ugual, - tra i fiori strani
che vi tuffano la faccia;
sotto agli alberi, ed ai margini
silenziosi dei padul,
dove appiattansi le vipere,
e i ramarri, e stanno i Ghul;
nel recesso più romito,
sul sentier più desolato,
il viator scorge atterrito
vagar l'Ombre del passato;
larve, pallide fantasime,
alme, amici che svanir;
che sussultano, sorridono,
e ancor mandano un sospir.

Per i cuori su cui l'ombra
del dolore, grado a grado,
s'è distesa e tutto ingombra,
questo, - oh questo, è un Eldorado!
una santa, una magnifica
invidiabile region!
Ma i viator che vi si perdono
e la corrono a tenton,
non la ponno contemplare
che a pupille chiuse, poi
ch'è vietato penetrare
desti in fondo agl'antri suoi!
Così vuol l'Inesorabile
che la vigila dal ciel:
e le forme, e l'ombre appaiono
solamente dietro un vel.

Per vie buie, dove a frotte
erran gli angeli del male,
e un Dimon che ha nome Notte,
spia da un trono funerale,
sono giunto or ora a un'Ultima
Thule arcana, da un imper
fuor del Tempo e dello Spazio,
nel paese del mister.
(1844)

NOTA

Siamo nel regno dei simboli: la regione dei ricordi, il paradiso artificiale, che il sonno crea ai mortali.
Ecco il paese dei sogni, l'ultima Thule fuor del tempo e dello spazio, l'Eden, cui non si giunge che attraverso i misteri della notte ed in cui il passato, morto per sempre allo sguardo aperto, rivive ancora una volta sotto alle chiuse pupille in un paese meraviglioso e senza limiti.
La stranezza del paesaggio singolare, vario, mutabile come una serie di quadri dissolventi, ha la giusta incoerenza del sogno, e tutti i caratteri di una visione di fumatore d'oppio.
E. R.
PARTE QUINTA
LA VEGLIA DI CHERASCO
SCENE E FIGURE
DELLA PRIMA CONQUISTA NAPOLEONICA(2)

I

I VINTI

Dinanzi al palazzo Salmatoris a Cherasco, il 27 aprile 1796 (8 floreale anno IV della Repubblica francese) dove il generale Bonaparte, comandante supremo dell'esercito repubblicano in Italia, ha stabilito il suo quartier generale. Sotto un cielo grigio, freddo, basso, gonfio di pioggia la giornata volge al tramonto. Cittadini d'ogni classe si aggruppano curiosando, attendendo, interrogando e nella piccola folla si trova ripercosso il pauroso stupore che in tutto il Piemonte ha diffuso la fulminea conquista. In quindici giorni, i trentacinquemila sanculotti laceri, scalzi, affamati che il «giovane côrso» ha messo in campagna, senz'altri fondi che i due mila luigi da lui portati da Parigi nella sua vettura, hanno ridotta a nulla la forza dei sessantamila austro-sardi disciplinati ed ordinati di Beaulieu e di Colli. Il fulmine ha percosso a Montenotte, a Dego, a Millesimo, a Ceva, alla Cosseria, a Mondovì; Alba, in un impeto di esaltazione si è proclamata a repubblica; il generale Colli si è ripiegato a Fossano e Bonaparte, occupato Cherasco, ha inviato di qui un suo imperioso «ultimatum» alla Corte di Torino la quale, sgomentatissima, presa tra il flagello dell'invasione e quello della rivoluzione interna, senza più alcun appoggio nell'infida alleanza austriaca che rende vano il valore piemontese, si trova ridotta a sottostare ai durissimi patti. Tutta la giornata è stata una giornata di dubbi, di ansie, di timori. Ingrandite dalla paura corrono le più strane dicerie.

- Se non viene subito una risposta da Torino bombarderanno la città... - la bruceranno! - Hanno portato via le campane per fonderle e farne dei cannoni! - Dicono che fucileranno i prigionieri! - Oh! oh!... ma non sono poi mica diavoli questi francesi! - Ma sono giacobini! - Hanno fatto la festa al loro re, figurarsi se avranno riguardi per noi! - Chiedete a quei di Mondovì che cos'hanno fatto! - Eppure, ieri ho visto io un accidente di caporale che l'avreste detto un brigante al primo aspetto, che si teneva sulle ginocchia uno dei nostri bambini e lo imboccava di pappa con una pazienza da nonno. (Ognuno ha il suo caso terribile o curioso da raccontare. Di lontano, frattanto, giungono di tanto in tanto rulli di tamburi. Pattuglie di soldati rivestiti di lunghi abiti azzurri rappezzati, col petto traversato da larghi budrieri bianchi, con immensi cappelli a mezzaluna in capo, - l'uno dei corni basso sulla fronte, l'altro sulla nuca, - passano tra un tintinnare ed uno sballottare di sciabole, di giberne, di corregge di fucili. Alcuni carriaggi, vuoti e mezzo sfondati, sobbalzano sul selciato seguiti da frotte di monelli chiassosi, felici di «vedere la guerra». All'ingresso del palazzo, vigilato da alte sentinelle colla baionetta in canna, è un continuo andirivieni di staffette. Una giunge a cavallo a spron battuto, e scompare nell'androne tempestando intorno pillacchere e fango).
Nella folla, per varie voci, si diffondono le impressioni: Eccone uno ben conciato! Avete visto? Tra lui e il cavallo sembrano essersi tirati dietro un pantano! - Ci si deve affogare nelle strade con queste pioggie! (Qualche naso si volta in su a strologare il tempo) - To', e adesso ricomincia! - Par d'essere in novembre! - (Qualche mano si stende a tastare le gocciole) - E nevica, anche! - (In certi gruppi più gravi l'arrivo della nuova staffetta desta riflessioni piene d'ansie e di preoccupazioni) - Certo viene da Torino. Chissà che cosa si macchina laggiù! - C'è poco da macchinare, c'è da fare quello che vogliono questi qui, i giacobini: cedere! - Il re forse lo vorrebbe; ma il principe Carlo Emanuele, ma il duca d'Aosta suo fratello che amano i repubblicani come il fumo negli occhi? - E allora vedremo i francesi marciare su Torino! - ... E la rivoluzione scoppiare in tutto il Piemonte... Avete visto che cosa è successo già ad Alba? - Pazzie da forca! - (Foglietti di proclami circolano di mano in mano. - Si sente una voce leggere forte:) «Ridestatevi dunque e contribuite ciascuno nella misura delle vostre forze e dei vostri mezzi a compiere una rivoluzione che farà la vostra felicità e quella delle generazioni future. Salute, coraggio e libertà!» (Clamori, discussioni) - E di chi è la predica? - Di quei d'Alba! - È il proclama di Ranza, Bonafous, Rossignoli, Trombetta... - Tutti matti che guariranno con un giro di corda intorno al collo! - Hanno proclamata la «caduta del tiranno Vittorio Amedeo e la sovranità del popolo»! - Hanno piantato l'albero della libertà! - Vi penzoleranno appiccati! - E l'arcivescovo ha cantato in duomo un Magnificat solenne! - Già, il famoso Ranza ha trovato che il solito Te Deum è stato troppe volte profanato dai realisti! - Vorrei vedere che cosa faranno quei d'Alba colla loro repubblica! - Il gioco dei francesi, si capisce. - Largo, largo! - (Curvi sotto fasci di paglia, quindici, venti soldati passano correndo - Un sergente colle spalline color piombo, una gran sciabola a fodero di cuoio che gli batte bassa sui polpacci, e un cappello a piume rosse in testa, fa il galante in un crocchio di ragazze che si tirano l'una dietro l'altra scontrose e ridono - Tre cavalli attaccati ad un pilastro scalpitano. È l'ora in cui accanto ai picchetti d'armi, nei bivacchi lungo i bastioni e nelle piazze si cominciano ad accendere i fuochi sotto le magre marmitte che fumano. Dinanzi al quartier generale i curiosi levano ora alti stupori al passaggio di due suore che tenendo ciascuna per mano i capi di un grosso paniere si avanzano verso il palazzo Salmatoris, parlamentano colle sentinelle, ed entrano) - Capperi, che buon odore di pasticcini! - Eh, eh! le suore fanno la corte ai generali giacobini. Ecco che li regalano delle loro cialde... - La specialità del convento! - Si trattano bene al quartier generale! - La cantina di casa Salmatoris ha dell'Asti squisito. - In ogni caso, non si può dire che i capi ingrassino! - Avete visto quello giovane? - Il generalissimo? - È magro che fa spavento! - E come è giallo! - E come è brutto! - Ma ha due occhi... due occhi che vi mangiano quando vi guardano!... - Ha un nome italiano. - Credete che valga più di Beaulieu? - Poiché lo ha battuto! - Ma perché Beaulieu ci si è messo di mala voglia, perché Beaulieu ed i suoi austriaci, bisogna dire la parola, ci hanno traditi! - Vedremo che cosa saprà fare... - Se campa, perché con quella faccia non mi ha l'aria di poter tirare innanzi un pezzo! (In un gruppo, l'odore di pasticcini freschi che ha solcato l'aria dietro le due suore, richiama nella mente mille preoccupazioni)... Ed intanto non rimarrà più a Cherasco un sol sacco di farina! - Né un boccone di pane! - Hanno già tirato il collo a tutti i polli! - E tutta questa gente che ha fame bisognerà pure che mangi! - E noi? - Succederanno diavolerie come a Mondovì (Nell'ombra crepuscolare che scende, corsa da brividi di raffiche, rigata di pioggia sottile le «voci» che si diradano, si appartano, se ne vanno, parlano di saccheggi, di orrori, di massacri, di case incendiate, di forni assaltati, di soldati predoni sorpresi e fucilati sull'attimo; narrano della sciagurata caccia agli ebrei fatta dai piemontesi sbandati a Fossano; dicono di chiese devastate, di cascinali rovinati, di parroci malmenati, spogliati, ridotti a tal punto - come il parroco di Dego presso cui aveva preso alloggio l'aiutante generale Monnier - da non aver più un solo tozzo di pane... Poi, un tumulto scoppia all'angolo della strada sull'uscio di una bottega. Corre voce che uno, colto a rubare, sia stato afferrato e condotto via per essere immediatamente passato per le armi. Un comandante ingiuria a grandi grida un oste che non vuole accettare in pagamento degli «assegnati»). Di un po', tu (è il comandante che urla) forse che vuoi essere anche tu fucilato? Non ci costa che la fatica di metterti contro il muro! Non sai che la carta della Repubblica val meglio dell'oro dei tiranni? Basta, per questa volta chiudiamo un occhio!... La tua ignoranza ti salva!... Ma ti colga io un'altra volta a nascondere i viveri ed a rifiutare gli assegnati e m'incarico io di farti fucilare in mezzo alla piazza per servire di regola e di esempio agli altri! (Come per incanto tutto si è fatto deserto. Da un campanile scoccano lenti nell'oscurità otto rintocchi. Dinanzi al palazzo Salmatoris un sott'ufficiale di cavalleria, giovanissimo, rimasto di fazione si imbatte in un suo connazionale, un piacevole individuo un po' artista che segue l'esercito per suo diletto facendo schizzi, studi, caricature. I due si riconoscono, si salutano, si scambiano brevi parole).
L'ufficiale - Siete voi, Gros?...
L'artista - Siete voi, Beyle?
L'ufficiale - Aspettatevi per domattina grandi novità... È giunta stasera una staffetta da Torino... Questa notte saranno sicuramente qui i plenipotenziarii del re di Sardegna... Certo ci sarà una interessante veglia al quartier generale!...
L'artista - E credete voi che il «generaletto» oserà trattare contrariamente ad ogni parer del Direttorio? Il suo posto è il campo di battaglia e non il tavolo verde della diplomazia... È un colpo di testa...
L'ufficiale - Oh!... io lo credo capace di ben altri colpi!... Questo non sarà che il primo! E invero, si può essere audaci quando si ha per sé la vittoria!... Vedrete!...
(Senza più profferire parola, i due passeggiavano in su e in giù l'uno a fianco dell'altro come assorti in una profonda meditazione. Ad un tratto, ad una delle finestre del palazzo, che si illumina, si disegna una sottile figura nera, un'ombra caratteristica che i due meditabondi passeggiatori subito riconoscono. E i loro sguardi, fissi sovra quell'ombra, rimangono a lungo, immobili, come affascinati).

* * *

Una vasta sala al primo piano del palazzo Salmatoris. Un gran fuoco arde nel camino altissimo che come un monumento occupa tutta la parete di fronte. I riflessi delle vampe e la luce dei doppieri che ardono su un ampio tavolo in mezzo, non riescono a scoprire tutta la profondità degli angoli lontani, e la camera a mezzo immersa nell'ombra ha qualcosa di anche più grave e di più solenne. In uniforme di generale comandante, stivali e speroni, ma senza sciabola, senza cappello e senza sciarpa, uno smunto pallido giovane di ventisette anni è seduto al tavolo con dinanzi una carta militare tutta irta di spilli. È il generale Bonaparte. I suoi capelli castani e lisci scendono bassi sulla fronte ed ai lati del volto. I suoi occhi sono rossi, affaticati, ma paiono lanciare continue scintille. Al suo fianco, un generale superiore, piccolo, tarchiato, dalla testa grossa, tenace, scorre e legge un fascio di rapporti, operazione che non gli impedisce di rosicchiarsi le unghie quasi ad ogni tratto. È Berthier. A quando a quando degli ufficiali d'ordinanza entrano, recano un messaggio o ricevono un ordine rapido ed escono.
Bonaparte (come astratto nel suo pensiero, seguendo collo sguardo intento le linee topografiche della carta)... Strappare ora l'armistizio al Piemonte, liberare la Lombardia, traversare il Tirolo, raggiungere in Baviera l'armata del Reno, marciare su Vienna... Benissimo!... Il mio piano è completo... e la vittoria non è che questione di rapidità (una sferzata di pioggia sui vetri che tremano sotto la raffica lo ridesta dalla sua meditazione)... Continuate Berthier!... Pulcino!... Credete forse che io non sappia guardare una carta ed ascoltare un rapporto... Voi dicevate, dunque, il caporale Urgel del 32° fanteria...
Berthier (continuando la lettura dei suoi rapporti) - Il caporale Urgel del 32° fanteria, fucilato per aver rubato effetti di vestiario ad un contadino; il soldato Lefort del 51°, fucilato per aver scassinate le porte di una cappella e portati via degli arredi sacri; il caporale Rigolle del 29° cavalleggieri, fucilato per aver aggredito un abitante; il luogotenente Ripart, accantonato presso un orefice ed arrestato perché trovato in possesso d'una spilla e d'una catenella, di cui non seppe spiegare la provenienza...
Bonaparte (scattando, fuori di sé) - ... Sia degradato e fucilato!... Un luogotenente!... Vergogna!... Bisogna essere inesorabili!... Bisogna che gli esempi siano terribili!... Nessuna misericordia pei predoni!... Il predone è il cattivo soldato, il vagabondo, il vigliacco che si nasconde durante la battaglia e non ricompare che dopo la vittoria! (sempre più eccitandosi) E sento anche che nella divisione di La Harpe si sono commessi degli orrori!... Voglio la verità...
Berthier - La divisione di La Harpe è ieri assolutamente mancata di pane e gli abitanti, poverissimi essi stessi, non hanno potuto soddisfare alle requisizioni.
Bonaparte - È inconcepibile come con Mondovì dietro di noi si manchi di pane. Il municipio di Mondovì deve a quest'ora avere inviate le requisizioni a Serrurier!
Berthier (consultando le sue carte) - Come era stato richiesto: 8000 razioni di pane, 3000 di biscotto, 8000 di carne, 4000 bottiglie di vino... Inoltre, 30.000 razioni di biscotto sono state inviate a Lesegno e 1000 alla Bicocca alle truppe del generale Joubert...
Bonaparte - C'è un errore!... Le razioni per Joubert debbono essere state 1500!
Berthier - Infatti, 1500.
Bonaparte (nervosissimo, prende a lanciare violenti colpi di temperino nei bracciali del seggiolone dove è seduto) - Caro Berthier, pensano già troppo quelle canaglie del servizio d'approvvigionamento ad imbrogliare i conti! (Trascinato dalla collera, violentissimo) Sanguisughe!... Briganti!... Ed ecco i personaggi di fiducia di quei signori del Direttorio. Gli impresari si arricchiscono sulla fame dei soldati! Smascheriamo senz'altro i dilapidatori. Bisogna che l'esercito li conosca! Il capobanda di tutti quanti, quello svizzero... quell'Haller non ha egli detto che bisogna far fortuna in sei mesi? (Levandosi in piedi) Berthier, fate eseguire questi miei ordini all'istante... Massena invii a Lesegno un ufficiale fermo ed attivo per impedire il saccheggio!... Il commissario di guerra Descamps parta per Ceva, dove veglierà alle distribuzioni dei viveri... Il commissario Mazade si incarichi di Mondovì...
(Gli ordini echeggiano sull'attimo dalla sala traverso i corridoi, gli atrii, i cortili del palazzo, dove staffette, corrieri, ufficiali d'ordinanza attendono in permanenza. Bonaparte tende l'orecchio. Già i cavalli giù in basso raspano impazienti di partire; per le scale tintinnano speroni affrettati, si sentono porte aprirsi e chiudersi sbattendo e risuonare brevi appelli di comando. Si obbedisce. Il generale si ripiega nuovamente sulla sua carta, ma nella sala, - coperto di fango da capo a piedi, come smontato in quel punto da cavallo dopo una lunga corsa, - è in quella entrato un ufficiale apportatore di un messaggio. Bonaparte, impazientissimo, lo strappa quasi di mano al messaggiero, lo schiude, e lo scorre cogli occhi balenanti, ma senza dare a vedere la menoma emozione).
Bonaparte (dopo aver letto, ed aver ripiegato il dispaccio colla massima calma) - Credete voi, Berthier, che si possa improvvisare questa notte un po' di cena? Avremo degli ospiti, sul tardi... Bisognerà provvedere!... (Dopo aver riflettuto, ridendo) Le cialde delle suore sono proprio venute in buon punto!... Se non avremo altro da offrire offriremo quelle... Volete sapere chi aspettiamo?... Leggete!...
Berthier (a cui Bonaparte ha dato il dispaccio ricevuto, legge queste parole) - «Il generale De la Tour ed il colonnello marchese Costa di Beauregard, delegati del re di Sardegna presso il generale Bonaparte, sono in viaggio per Cherasco, dove giungeranno verso le undici... Sono scortati dal capitano di cavalleria Seyssel, dal luogotenente Morozzo della Rocca e da un picchetto di dragoni».
Bonaparte - Si avvertano Massena, Angerau, Serrurier... Tutti gli ufficiali dello stato maggiore si trovino a disposizione. (Gaiamente) Sapete, Berthier, che ci troviamo in male acque?
Berthier - In male acque quando il nemico che abbiamo vinto viene a rimettersi ai nostri patti?
Bonaparte - Ciò non toglie che le nostre condizioni e le nostre posizioni siano pessime... Il nostro esercito? Ma non ha per così dire né artiglieria né cavalleria... e la fanteria manca di calzature. Le nostre posizioni? Precariissime. Se il re, ricordandosi di quello che ha fatto il suo avolo Vittorio Amedeo II nel 1706 pensasse di tener fermo a Torino, richiamando dalle Alpi una parte delle truppe del principe di Carignano a sorreggere Alessandria e Valenza; se la coalizione avesse l'idea di inviare dal Reno rinforzi nel Piemonte, noi potremmo benissimo essere cacciati dall'Italia con altrettanta rapidità quanto quella con cui ci siamo venuti. Che cosa potremmo fare noi contro piazze come Torino ed Alessandria, per esempio, sprovvisti affatto, come siamo, di cannoni d'assedio? Poi gli assedii non convengono affatto allo spirito del soldato francese, fatto per le azioni rapide e decisive... La rivoluzione su cui la Corte crede noi appoggiamo e contiamo?... Ma in Piemonte non esiste rivoluzione! Il terreno non ne è maturo. La repubblica d'Alba è una creatura nata morta! Questi repubblicani che declamano, che banchettano, che imbrattano proclami non sono gente pericolosa! Tutto quello che possiamo farne è servirci di loro come spauracchi!...
Berthier (sconcertato) - E allora?
Bonaparte - Allora non ci rimane che di usare del solo vero vantaggio che le nostre vittorie ci hanno dato sul nemico: del vantaggio morale. Bisogna che esso non abbia il tempo di riflettere, di pensare, di fare i propri calcoli, comprendere che effettivamente è il più forte... Bisogna che noi profittiamo del suo stordimento, del suo sgomento e della sua demoralizzazione... Quanti prigionieri fuggiti ieri?
Berthier - Otto... Si sono lasciati scappare, come avete ordinato...
Bonaparte - Benissimo! Essi non avranno mancato di diffondere la voce che noi abbiamo l'intenzione di marciare su Torino ed aiutato ad aumentare il panico. Ci contavo! Come se prendere Torino sia tal quale bere una tazza di latte! ... Ma bisogna che lo credano, bisogna che le immaginazioni ne siano impressionate, sgomente... (Dopo essere rimasto un momento soprapensiero) Berthier, volete una verità sacrosantissima!... È coll'immaginazione che si governa il mondo!...
Berthier (fra sé) - E Beaulieu che si era messo in mente che «era tanto facile dare una buona lezione a questo giovinastro»!
Bonaparte - Voi disporrete tutto, Berthier. Fate chiamare il segretario Arnoult... Ma non si abbia l'aria di aspettare nessuno!... (Chiamando un valletto) Grizzi, il mio bagno!... Per un paio d'ore diamo un giro di chiave ai pensieri. (Il valletto lo precede con un candelabro). Mi lascerete riposare fino alle dieci e mezzo!... In genere, entrerete nella mia camera il meno possibile... Non mi svegliate mai quando avete da annunziarmi una buona notizia!... Una buona notizia può attendere... Se si tratta però di una notizia cattiva, tiratemi dal letto anche colla forza, perché in questo caso non c'è un istante da perdere... Arrivederci alle undici, Berthier!...
(Bonaparte esce. Sembra che il messaggio ricevuto gli tolga dal cuore un gran peso. Per un'abitudine d'infanzia, un'abitudine côrsa in lui persistente e che si rinnova ogni qualvolta un pericolo è superato, si fa sul petto col pollice un rapido segno di croce. Poi, il palazzo pare immergersi nel sonno. All'esterno, nessuna luce, non un'anima viva. All'ingresso, negli atrii, nel cortile, né cavalli, né furgoni, né muli d'equipaggio, né domestici. Le sentinelle sonnecchiano - L'intera città riposa nella calma e nel silenzio).

II

I VINCITORI

La mezzanotte è scoccata e siamo ai primi minuti del 28 aprile 1796. Nella grande sala del palazzo Salmatoris da oltre un'ora si dibattono intorno al tavolo le sorti del Piemonte. La luce dei doppieri rischiara cinque figure pensose ed inquiete: quella pallidissima accigliata di Bonaparte; la fisonomia secca ed ostinata del generale La Tour; il nobile, leale aspetto di Costa di Beauregard; la tozza persona di Berthier, e quella aitante di Murat, tutta sfolgorante di baldanza militare e di audacia. Due aggiunti aiutanti del quartiere generale francese, Ballet e Vedel, ritirati nel vano di una finestra, stanno in attesa di ordini. Il segretario particolare del generale Bonaparte, Arnoult, è occupato, ad un tavolo a parte, a copiare alcuni documenti. Il fuoco divampa nell'alto camino. Fuori, la notte è buia, tempestosa, freddissima. I vetri tremano sotto gli scrosci impetuosi della pioggia. Il vento sibila lungo le grondaie... E intorno al tavolo romba, nelle parole, un'altra tempesta.
Nelle camere attigue, dove dalle porte chiuse non giunge eco alcuna del dramma politico che si svolge tra il generale Bonaparte ed i due delegati del re di Sardegna, - La Tour e Costa di Beauregard, - bivaccano una ventina di generali di divisione, di comandanti di corpo, di ufficiali superiori dello stato maggiore; Massena, secco, magro, vigoroso, le labbra sottili, l'occhio investigatore, il sorriso sarcastico; Serrurier, lento, massiccio, compassato, una guancia solcata dal largo sberleffo di una sciabolata; Angereau, alto, marziale, irrequieto, presuntuoso, fisonomia d'uccello da preda, modi da monello e da spadaccino; Le Harpe, figura severa di gentiluomo montanaro, fronte pensosa e risoluta; Killmaine, gigantesco, biondo, gli occhi cavi, il volto emaciato; - poi: Chasseloup, comandante del genio; Maubert, comandante dell'artiglieria; Beaumont, comandante della seconda divisione di cavalleria; Lannes, da pochi giorni comandante dei battaglioni di granatieri; - poi, ancora: i comandanti Garnier, Maquard, Marmont; gli addetti al quartier generale Dufresne e Franceschi, ecc. Tutti sono in divisa, in tenuta di campagna. Il solo personaggio in abito borghese è Francesco Cacault, agente della Repubblica francese, inviato dal Direttorio e giunto la notte istessa. Mentre gli altri, divisi in varii gruppi, fumano, bevono, discutono, Cacault si intrattiene famigliarmente in disparte col generale Angereau, il quale lascia sprizzare nelle sue parole tutta la sua indiavolata vivacità di ragazzaccio parigino.

Angereau - ... Cento quindici ore!
Cacault - Rettifico: cento dodici solamente.
Angereau - Mettiamo anche cento dodici! Cento dodici ore d'un fiato da Parigi a Cherasco è una bella tirata. E per qual bel proposito? Per venirci a spiare in nome di quei ciarloni del Direttorio! Tante grazie! Intanto sappiate, caro Cacault, che abbiamo pensato già noi ad inviare al Direttorio nostre notizie. L'altro ieri, Junot e Giuseppe Bonaparte sono partiti per Parigi con ventun bandiere tolte al nemico... E poi, il sipario sta per calare sul primo atto... Di là (fa un cenno verso la sala dove si tiene la conferenza) Bonaparte sta terminando il suo giuoco di bussolotti. Signori e signore, vedete voi queste tre fortezze? Si chiamano Ceva, Cuneo, Tortona... Marcia, passa, sparisci!... Le fortezze che erano in tasca del re di Sardegna si trovano in quelle della Repubblica una ed indivisibile, con tutta l'artiglieria e i magazzini... In compenso di questo nostro giochetto, brava gente del re di Sardegna, ci accontenteremo di poco... Ci permetterete di girare come più ci piacerà sulle vostre strade militari, in modo che la madre patria comunichi con noi senza passare per vie fuori di mano e noi colla madre patria senza seccature di nessuna maniera; ci rimetterete Valenza, così possiamo correre dietro a Beaulieu al di là del Po senza aver la noia di guardarci dietro alle spalle, ed infine manderete a casa od in villeggiatura i vostri soldati, il tutto spolverato con qualche milioncino di contribuzioni!... I signori del Direttorio arricceranno probabilmente il naso che noi facciamo un po' di politica senza il loro permesso e non ci accontentiamo di essere semplicemente e puramente soldati... ma i vincitori siamo noi e bisogna pure che ci si conceda qualche spasso... Ad ogni modo, se la vedano con quella canaglia di Bonaparte...
Cacault - ... Canaglia?
Angereau - ... E famosa!
Cacault - ... Pare però che nell'arte di condurre una battaglia questa vostra canaglia famosa abbia già mostrato qualche esperienza...
Angereau - ... Ma sopratutto l'abilità di far valere la vittoria... che spesso gli altri gli hanno procurato a rischio della loro pelle come è accaduto a quel povero diavolo di Stengel che si è fatto bestialmente massacrare sotto Mondovì e che agonizza da sette giorni a Carassona se pure a quest'ora non è già morto. Sapete che cosa ha detto Stengel quando lo hanno portato via dal campo di battaglia? «Quel miserabile piccolo côrso ha voluto farmi ammazzare e c'è riuscito». Ora, a voi giudicare!... Bonaparte!... Oh!... è uno di quelli che la coperta se la vuole tutta per sé, e se gli altri crepano di freddo, tanto peggio! Avete mai avuto a che fare con lui?
Cacault - ... Mai.
Angereau - Bene, me ne direte poi le vostre impressioni...
Cacault (ridendo) - Incute dunque tanto timore?...
Angereau - Ma no!
Cacault - ... Sa imporre tanto rispetto?
Angereau - ... Che so io?... Io non sono certo un'educanda, non è vero? Ma alle volte, quando sono con lui, sotto quei suoi due occhi che pare tirino pistolettate quando guardano, sento...
Cacault - Che diavolo, Angereau! (stupefatto). Mi dareste voi la strabiliante notizia che siete diventato timido? Meno che mai lamento le mie cento dodici ore di viaggio da Parigi a qui!
Angereau - ... Burlatevi di me fin che vi piace!...
Cacault - ... E sentite dunque?...
Angereau - ... Né timore, né rispetto, né soggezione..., solo un senso d'inquietudine strana..., il bisogno di andarmene..., di essere liberato al più presto possibile della sua presenza.
Cacault - Così, il generale Bonaparte non sa farsi amare...
Angereau - Sa farsi obbedire.
Cacault - E i soldati?
Angereau - Ne sono infatuati, i soldati! Egli li ubbriaca di chiacchiere e di paroloni, promette loro il paradiso terrestre in questa vita ed i campi elisi degli eroi nell'altra, li chiama i suoi amici, li proclama i figli prediletti e benemeriti della Repubblica, li strega di occhiate... ed essi se ne vanno allegramente a farsi accoppare...
Cacault - ... E gli altri generali? ... Berthier?
Angereau - Si rosicchia le unghie...
Cacault (ridendo) - Ed oltre... questa occupazione?
Angereau - Sta a cavallo tutto il giorno, ed al tavolo da lavoro tutta la notte... È il primo factotum di Bonaparte...; e Bonaparte ne usa ed abusa senza alcuna misericordia. Del resto, è quello che fa con tutti noi!... Da ieri sera, per esempio, egli ci ha voluti in piedi, a sua disposizione, pronti agli ordini... Quanto a sé, non si è negato un buon sonnellino ristoratore di qualche ora... E non ha mancato di farsi apprestare il suo bagno! Insomma quando i delegati del re di Sardegna giunsero qui poco dopo le dieci e poco prima di voi dovettero aspettare quasi fin verso le undici che egli avesse finito di svegliarsi e di fare i suoi comodi... Sembrava fossero entrati nel palazzo della Bella dormente.
(A questo punto, una delle porte che mettono nella sala ove i rappresentanti francesi e piemontesi tengono consiglio, si apre. Sulla soglia appare l'aiutante Vedel. Tutti gli sguardi si rivolgono verso di lui pieni di interrogazioni).

* * *

Voci - Ebbene?... L'armistizio è concluso? - Si ricomincia? - Ci sono ordini d'attacco per stamattina? - Si va a Torino?
Vedel (facendo colla mano un gesto di silenzio) - Il generale Bonaparte chiede che si mandi a cercare del caffè immediatamente...
Angereau (scherzando) - Fate dunque veglia di famiglia, là dentro... Vi ci vuole del caffè?
Vedel - Giù in basso ci sono dei soldati d'ordinanza... Provvedano del caffè... Se non ne trovano più qui, corrano in città, sveglino qualche droghiere...
Massena - Ed è Bonaparte che è stato preso da questa furia di caffè?
Vedel - Bonaparte..., ma in seguito ad un desiderio manifestato dal generale La Tour...
Angereau (a Cacault) - ... La Tour è il più anziano dei due delegati piemontesi... Se Bonaparte viene alle cortesie è segno che La Tour è preso nel suo gioco... o sul punto di lasciarsi prendere.
Vedel - ... La Tour, che sembra molto affaticato, ha detto che avrebbe molto volentieri bevuta una tazza di caffè... Bonaparte si è subito alzato, è andato al divano dove aveva gettata la sua spada, la sua sciarpa, il suo cappello, e ha tratto da uno stipo da viaggio che si trovava anche scaraventato là, due chicchere...
Una voce - Ma poi, non c'era il caffè!
Vedel - Non c'era il caffè... e Bonaparte ha ordinato di mettere anche a soqquadro tutta Cherasco pur di trovarne...
(Nei corridoi, lungo le scale, per gli atrii, per tutto il palazzo da capo a fondo già si ripete che il generale Bonaparte ha dato gli ordini che si provveda del caffè e si va e si corre come se si obbedisse ad un ordine di battaglia. In tutto il palazzo non c'è più un chicco. Una pattuglia si sbanda per le strade. Un quarto d'ora dopo il caffè è trovato. Nella sala dei generali, frattanto, si assedia l'aiutante Vedel perché dica qualcosa sulle vicende delle trattative).
Vedel - Se si va avanti così, e se Bonaparte non trova il mezzo di tagliar corto alle discussioni si verrà a domattina che non si sarà concluso nulla.
Killmaine (steso su una poltrona cogli stivali allungati verso il camino acceso) - E noi per nulla avremo passato tutta la notte ad abbrustolirci malamente le zampe al fuoco con una corrente gelata nella schiena.
Massena - Meglio essere in marcia, almeno si fa qualche cosa... Ci può sempre essere la distrazione o di ricevere qualche botta.
La Harpe - Ma dunque i plenipotenziari sardi non hanno ricevuto l'ordine di trattare a qualsiasi costo? Si era detto...
Vedel - Che so io? ... La Tour ha cominciato a prender le cose dall'alto... Sembrava quasi che stesse a lui il dettare patti. Egli si è messo a parlare in un lungo preambolo delle «condizioni a cui il re suo signore sarebbe stato disposto ad accettare una tregua»...
Serrurier - E Bonaparte?
Vedel - Ha ascoltato in silenzio... da principio, poi quando ha capito che il preambolo non sarebbe finito tanto presto ha interrotto secco secco il generale La Tour e gli ha chiesto con quella voce chiara e tagliente che è la sua quando comanda: «Avete lette le mie condizioni? Il re le accetta? Voi non mi dovete, signori, che un sì od un no». Ed aggiunse: «Quanto alle mie proposte, sappiate subito che non vi apporterò la menoma modificazione. Dal giorno che le ho offerte ho preso Cherasco, ho preso Fossano, ho preso Alba. Non rincrudisco sulle mie prime domande e dovreste trovarmi moderato».
Serrurier - E i delegati sardi?
Vedel - Si dibattono... persistono nell'intercedere su taluni punti... La Tour manifestava poco fa il timore «che il re potesse essere costretto, verso i suoi alleati d'Austria a qualche misura contraria alla lealtà ed alla delicatezza dei suoi principii...». Aveste sentito Bonaparte!
Qualche voce - Che cosa ha risposto?
Vedel - «Piaccia a Dio ch'io non esiga da voi nulla di contrario alle leggi dell'onore!».
Angereau (a Cacault) - Che commediante!
Vedel - E con che solennità ha pronunciato quelle parole!...
Voci (dal di fuori) - Il caffè pel generale Bonaparte!
(Qualcuno passa recando del caffè. Vedel si ritira. I generali riuniti ora in un sol crocchio stanno per entrare in una discussione animatissima, ma Angereau conduce verso di loro Cacault, e i discorsi battono altra strada).
Angereau (presentando) - Compagni, eccovi il cittadino Cacault, che viene qui appositamente per ficcare il naso nei fatti nostri. È un regalo del Direttorio... In mancanza di quattrini ci si mandano le notizie di Parigi... Volete sapere se al Club di Clichy si cospira sempre, se al Palais-Royal si balla, se la Tallien passeggia ancora vestita da... Venere, se madama Bonaparte è fedele...
(Vedel ricompare. Angereau resta a mezzo della sua chiacchierata. L'attenzione si concentra nuovamente verso il giovane aiutante) .
Una voce - Venite ora a cercare lo zucchero?
Vedel - No, mancano i cucchiaini.
Angereau - E Bonaparte vuole che noi li fabbrichiamo?
Vedel - Bonaparte manda a cercare quelli dei soldati...
Angereau - I grossi cucchiai di ottone giallo che servono ai soldati per la zuppa... quando c'è?
Vedel - Precisamente, i grossi cucchiai di ottone giallo... Serviranno quelli!
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* * *

Il tocco di notte. Le tazze di caffè sono state vuotate, ed il giallo sfacciato dei grossi cucchiai d'ottone fa sul tavolo, accanto alle chicchere bianche, una macchia di stranissimo effetto. Al lume dei doppieri, le cinque figure adunate, affaticate dalla veglia e dalle discussioni, appaiono ora ceree. Bonaparte è irremovibile; La Tour, fosco; Costa di Beauregard tenta disperato l'ultima resistenza.

Bonaparte - No, signori, più nessuna resistenza vi è possibile e quello solo che ora il re di Sardegna può è risparmiare una inevitabile effusione di sangue, contraria del resto anche alla ragione. Beaulieu vi ha abbandonato...
Costa di Beauregard - Ma il generale Colli si trova ancora su una linea strategica abbastanza buona per proteggere Torino...
Bonaparte - Sì, ma una linea lunga una quarantina di chilometri e con soli 10.000... uomini... se io sono ben informato. Ne occorrerebbero a Colli almeno 30.000 per tentare un'azione decisiva... Poi, perché il re di Sardegna si presterebbe più a lungo al giuoco dell'Austria? Perché rischierebbe, - in un ultimo supremo tentativo che certo sarebbe vano, - e il suo trono, e le vite dei soldati, e le proprietà private unicamente a profitto di alleati egoisti e traditori i quali, non arrischiando nulla pel loro proprio conto, possono leggermente esporre gli altri al pericolo pel servizio dei loro interessi? Inoltre, il vostro paese è minato dalla rivoluzione e tutto sarebbe con noi quando noi insediassimo a Torino la repubblica...
Costa di Beauregard - Vi illudete, generale. Io conosco il mio paese. La rivoluzione non può aver presa sul Piemonte. Le nostre popolazioni sono troppo ligie alle vecchie istituzioni ed alle vecchie abitudini, troppo affezionate alle tradizioni che sempre hanno fatto il loro orgoglio e la loro indipendenza! ... Se anche qualche spirito esaltato dovesse traviarle, come ad Alba...
Bonaparte (interrompendo, e parlando con tanta maggior foga quanto minore sa la sua ragione, essendo egli stesso convinto che l'agitazione repubblicana in Piemonte non può essere usata che «come uno spauracchio») - Spiriti esaltati? Ma quelli che voi chiamate «spiriti esaltati» non sono solo ad Alba, ma dappertutto in casa vostra! ... Non è da ieri che le popolazioni vengono incontro agli eserciti della Repubblica come a liberatori... Ovunque si cospira... Sapete voi che cosa si prepara a Genova? No? Lo so io! Si preparano fondi per aiutare qui il movimento rivoluzionario. Si sono già raccolti settecentomila franchi. E quello che avviene a Torino non spetta a me di apprendervelo! A Torino, tutto è pronto per una sollevazione. Vedete se io sono bene informato!... La famiglia reale, quella del principe Carignano non hanno già i loro bagagli carichi sulle vetture e non sono pronte a partire alla prima cannonata? Se la Corte non sentisse sotto di sé il suolo minato non avrebbe prese le precauzioni... che voi sapete benissimo! Le Guardie del Corpo del re, che fin qui non erano state che truppe di lusso, hanno lasciato le loro armi da parata, e provvedute di sciabole di cavalleria - vere armi, questa volta - accampano nei prati di Vanchiglia! Un reggimento è stato chiamato da Susa. Il reggimento di Moriana accampato tra il Po e Porta Nuova. Il castello del Valentino, il Collegio delle Provincie sono mutati in caserme... Ma se tutto ciò può bastare per domare una sommossa è troppo poco per arrestare una rivoluzione. Lasciate che le nostre truppe avanzino verso Torino al canto della Marsigliese!... Vorrete voi, pel rifiuto di modestissime concessioni, perdere tutto?...
(Costa di Beauregard rimane come accasciato, incapace di pronunciare parola, La Tour sembra studiare ancora un'estrema obbiezione. Bonaparte, levatosi in piedi, prende a canticchiare un'aria incomprensibile fra i denti, segno in lui di malumore e di impazienza).
La Tour - ... Pure, il generale Bonaparte potrebbe ritornare sovra qualche sua esigenza... Ce ne sono alcune che non presentano affatto utilità... Il passaggio del Po, per esempio, che egli si riserva a Valenza...
Bonaparte (brusco) - ... La mia Repubblica affidandomi il comando di un esercito mi ha creduto provvisto di sufficiente discernimento per giudicare di ciò che convenga ai suoi interessi, senza che io abbia a ricorrere ai consigli del mio nemico!
(La Tour vuol ribattere, ma Bonaparte non glie ne lascia il tempo).
Bonaparte - Signori (guardando il suo orologio) sono le una e mezza... Vi prevengo che l'attacco generale è ordinato per le due. Se io non ho la certezza che Cuneo sarà rimessa nelle mie mani prima della fine della giornata e se le altre clausole del trattato non saranno accettate, l'attacco non sarà differito un istante. (Si allontana di qualche passo dal tavolo, poi vi ritorna e con voce stridente aggiunge alla minaccia): Mi potrà accadere di perdere delle battaglie, ma non mi si vedrà mai perdere un minuto per incertezza o per indolenza!
Al tavolo, la discussione è continuata dagli altri delegati. Bonaparte dopo aver percorso due o tre volte irrequieto pel lungo la sala, pare calmarsi. Si avvicina allo scrittoio dove sta lavorando il segretario Arnoult, e si siede al suo posto. Rimane alquanto colla testa volta in alto, come sognando, poi prende un foglio di carta e rapidamente si mette a scrivere:
«Mia adorata Giuseppina, non so quale sorte mi attende, ma se essa mi allontanerà più a lungo da te, mi sarà insopportabile. Il mio coraggio non va fino a quel punto. Ci fu un tempo in cui mi inorgoglivo del mio coraggio, e talvolta, gittando gli occhi sul male che potrebbero farmi gli uomini, sulla sorte che il destino potrebbe riservarmi, fissavo le sventure più inaudite senza battere palpebra... Ma oggi, la funesta idea che la mia Giuseppina può essere malata, lo spaventoso pensiero che può amarmi con minore ardore, mi sconvolge l'anima, mi aggela il sangue, mi rende triste abbattuto, non mi lascia nemmeno il coraggio del furore o della disperazione!...».
(Bonaparte, isolato nell'unico pensiero della sua Giuseppina che adora, continua a scrivere; e frattanto il dramma politico di cui egli è l'anima, ad un passo da lui sta per avere il suo epilogo. I vinti sono sul punto di ritirarsi dalla lotta).
Costa di Beauregard (con grande tristezza e senza tentare affatto di nascondere la commozione che gli vela la voce di pianto) - ... Perché tenterei io nascondere il mio dolore? Ci sono momenti in cui si sentono per la propria patria tenerezze sconosciute... e sono i momenti della sua sventura! La forza e la fatalità sono contro di noi... Pure mi sembra oggi chinando il capo al destino, mettendo il mio nome sotto questi patti, mi sembra che io tradisca, che i nostri morti caduti sui nostri campi debbano chiedermi conto del loro sangue... E fra questi morti è il mio stesso figliuolo!
Berthier - Marchese di Beauregard, i vostri avversari pei primi rendono omaggio all'onore ed al valore del Piemonte, che la mala sorte non fa che rendere più puri e più luminosi...
Costa di Beauregard - Sì, è di una macchia non di una ferita che l'onore del Piemonte potrebbe soffrire... e grazie a Dio, macchie il Piemonte non ha!
(Al suo tavolino, Bonaparte continua l'appassionato monologo con Giuseppina lontana. Seguitando a scrivere). «Junot porta a Parigi ventun bandiere. Tu devi ritornare con lui, intendi?... Sventura senza rimedio, dolore senza consolazione, continue pene se lo vedessi tornare solo, mia adorata amica... Ma tu verrai, non è vero? Tu sarai fra poco qui, accanto a me, sul mio cuore, nelle mie braccia! Prendi le ali, vieni! vieni!... Ma viaggia tranquilla. La strada è lunga, cattiva, faticosa. Se la vettura ti si dovesse ribaltare, se tu dovessi sentirti male, se la fatica...».

* * *

(Alla stess'ora in cui Bonaparte scrive queste linee, - poco manca allo scoccar delle due - nella sala attigua, tra l'accolta dello Stato Maggiore qualcuno commenta e ripete in un crocchio le notizie portate da Cacault da Parigi. Una, sopra tutte, sembra interessare e divertire, ma la si susurra a bassa voce e con circospezione): A quanto sembra, dunque, sono corna! - Altro che sembra... è!... Tutta Parigi ne parla! - Ecco che cosa vuol dire cercarsi la moglie nell'alcova di Barras! - Ma la moglie gli ha portato per così dire in dote il comando supremo dell'esercito d'Italia? - Zitto! - Credete voi che il generale sia geloso? - Diavolo, un côrso, e con quel caratterino che ha lui! - E come si chiama... l'altro? - ... Un certo Ippolito Charles!...

* * *

(Un lembo dell'accampamento francese da cui si scorge un'ala del palazzo Salmatoris. L'alba emerge livida dalla notte ancora stillante di pioggia. Rulli di tamburi; echeggia la diana; qualche fumo violetto sale al cielo. Un giovane comandante dei granatieri - è Lannes - passa in compagnia di un individuo strano, un po' artista, che segue la campagna da dilettante, facendo schizzi, disegni, caricature, e che la sera avanti era stato a lungo fisso sull'ombra di Bonaparte, apparsa da una delle finestre del palazzo).
Lannes (continuando un racconto) - ... Alle due precise, come Bonaparte l'aveva voluto, l'armistizio era firmato... Poi si fece un po' di cena... Magra cena! Non c'era di mangiabile che le cialde regalate dalle suore...
L'artista - E il generale?
Lannes (additandogli una finestra del palazzo) - Eccolo! È in compagnia di Costa di Beauregard, che si è trascinato con sé in un vano di finestra, per vedere il levare del sole.
L'artista (meditabondo: forse gli traversano la mente visioni d'avvenire, grandi tele di battaglie e di gloria) - ... E anche noi, Lannes (facendo un cenno verso la finestra) non vi pare che assistiamo ad un levare di sole?
Lannes - Forse, Gros! (Ed entrambi continuano la loro strada silenziosi... I loro pensieri sono pieni di fantasmi, di grandezze e di vittorie... Immagina, Lannes, che egli sarà un giorno il duca di Montebello? Travede, Gros, nel futuro, i suoi quadri: «Il Ponte di Arcole», la «Visita agli appestati di Jaffa», la «Battaglia di Aboukir», il «Campo di battaglia di Eylan»? Certo, essi già si sentono presi nella raffica sovrumana che trascina «l'Uomo fatale». Un quarto d'ora più tardi risuona in tutti i bivacchi il proclama del Vincitore, che Lannes appunto aveva avuto l'incarico di distribuire):

«Soldati, voi avete in quindici giorni riportato sei vittorie, preso ventun bandiere, cinquantacinque pezzi d'artiglieria, parecchie piazzeforti, conquistata la più ricca parte del Piemonte, voi avete fatto quindicimila prigionieri, ucciso o ferito più di diecimila uomini».
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«Grazie vi siano rese, soldati! La patria riconoscente vi dovrà la sua prosperità; e se, vincitori di Tolone, voi presagiste l'immortale campagna del 1794, le vostre vittorie attuali ne presagiscono altre anche più».

NOTE:
(1) The bells! hear the bells!
the merry wedding bells!
the little silver bells!
How fairy-like a monody there swells
from the silver tinkling cells
of the bells, bells, bells
of the bells.
The bells! ah! the bells
the heavy iron bells!
Hear the tolling of the bells!
Hear the knells!
How horrible a monody there floats
from their throats -
from their deep-toned throats!
How I shudder at the notes
from the melancholy throats
of the bells, bells, bells!
bells!
(2) Le scene e le figure qui rapidamente abbozzate e che tentano evocare oltre che un momento drammaticissimo della storia piemontese, anche quello in cui Buonaparte si delinea per la prima volta in tutta la potenza del suo genio che è sul punto di imporre all'Europa e alla storia, non escono affatto dalla fantasia, ma dai volumi di memorie dell'epoca e dagli incarti degli archivi.
Vedere: Costa di Beauregard, Jomini, Bourrienne, Stendhal, Barras, Massena, Pontecoulant; i documenti manoscritti degli archivi storici del Ministero della Guerra a Parigi; i rapporti degli archivi degli affari esteri, le corrispondenze di Napoleone; e, tra i recentissimi, Masson, Delisse, Bouvier, Giuseppe Roberti, ecc.

I libri catalogati di Ernesto Ragazzoni:
POESIE Seguite dalle versioni ritmiche da EDGAR POE (1927)

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