Aiutaci. Grazie.

Inizio > Indice libri > Nuove storielle a Ninetta, di Émile Zola

Nuove storielle a Ninetta
Titolo:Nuove storielle a Ninetta
Autore:Émile Zola
Anno di pubblicazione:1874
Genere:Raccolta di racconti
Lingua:Italiano
Lingua originale:Francese
Audiolibro: Ascolta

(Anteprima, 24 kbit)

Formati disponibili:
Pubblicato il:2012-04-07
:

20797 visualizzazioni

Aggiungi ebook alla tua biblioteca

EMILIO ZOLA



NUOVE STORIELLE
A NINETTA


Versione di RAFFAELLO BARBIERA.




MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

Sesto migliaio.

1922

EMILIO ZOLA.

Figlio di un ingegnere italiano, nacque a Parigi nel 1840 e vi morì nel 1902, ucciso nel sonno dalle emanazioni gassose di un calorifero.
Iniziò la sua vita di lavoro presso la libreria Hachette e, datosi ben presto alla letteratura, esordì con due romanzi, che furono poco notati o poco lodati: I misteri di Marsiglia e Il voto di una morta. A 24 anni pubblicò i Racconti a Ninon e a 25 Le confessioni di Claudio, che incominciarono a conciliargli l'attenzione del pubblico. Lo prese allora quella febbre di lavoro che non lo abbandonò più fino alla morte. Nel 1866 comparvero due volumi di critica; nel '67 Teresa Raquin e un terzo volume di critica; nel '68 Maddalena Ferat.
In quello stesso anno cominciò a prender forma nella sua mente l'idea di narrare, in una serie di romanzi, la "storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo impero" - la famiglia dei Rougon-Macquart. Questo suo grande ciclo, che ad opera compiuta risultò di venti romanzi, perfettamente connessi, studia l'uomo fisiologico, soggetto alla legge dell'eredità naturale.
È una vasta e amara epopea, che ha per protagonisti i discendenti di una famiglia, nei quali una prima lesione organica determina, secondo l'ambiente in cui ciascuno si trova a vivere, i sentimenti, i desiderî, le passioni, tutto ciò che muove gli individui nell'arena della vita, fatalmente, inesorabilmente, in virtù di quella causa iniziale, perchè ciascuno porta il suo destino nei suoi nervi e nel suo sangue.
A Parigi o in provincia, all'osteria, nella miniera, in ferrovia, alla borsa, nell'esercito, nel gabinetto da lavoro, nell'alcova, gli eroi del ciclo dei Rougon-Macquart sono persone vive, rappresentate con una evidenza e una potenza di verità insuperate. Questo il segreto dell'immensa diffusione raggiunta dai romanzi di Zola. Nessun romanziere moderno fu letto quanto lui in Francia e all'estero.
I Rougon-Macquart s'iniziarono con La fortuna dei Rougon (1871), dopo la disfatta e l'umiliazione della Francia; ma il piano dell'opera grandiosa era già completo nella mente dell'autore, che nel 1893 ne coronava il fastigio col Dottor Pascal, a cui è annesso l'albero genealogico della famiglia, come lo aveva immaginato prima di mettersi al grande lavoro.
Chi rimprovera a Zola la sua inclinazione a rappresentare i lati orridi della vita e le brutture della società con estrema crudezza di colori, pensi che da tutto quel materialismo, da tutto quel pessimismo, a ben comprendere l'opera sua, è possibile desumere un alto ideale umano, che si leva dal marcio, come dal letame un magnifico fiore. Un alito di poesia, che già spira nelle pagine di Germinal, della Disfatta e del Dottor Pascal, s'accentua e solleva gli animi nella serie delle Tre Città: Lourdes (1894), Roma (1896), Parigi (1898); trasporta in un turbine avvolgente verso le più alte speranze nei Quattro Evangeli: Fecondità (1899), Lavoro (1901), Verità (1902), interrotti dalla morte quando l'autore lavorava a Giustizia.
Per la verità e la giustizia Emilio Zola sostenne battaglie non soltanto artistiche e letterarie. La rivendicazione eroica dell'innocenza del capitano Dreyfus gli costò persecuzioni e amarezze inenarrabili, ma coronò degnamente la sua vita di combattente per l'ideale.
E. F.


I ROMANZI DEL CICLO DEI ROUGON-MACQUART.(1)

*La fortuna dei Rougon (1871); *La cuccagna (1874); *Il ventre di Parigi (1874); *La conquista di Plassans (1875); *Il fallo dell'abate Mouret (1875); *Sua Eccellenza Eugenio Rougon (1876); *L'assommoir (1877); *Una pagina d'amore (1879); Nanà (1880); *Quel che bolle in pentola (1882); Il Paradiso delle signore (1883); La gioia di vivere (1884); *Germinal (1885); *Vita d'artista (1886); *La terra (1888); *Il sogno (1888); La bestia umana (1890); *Il denaro (1891); *La guerra (1892); *Il dottor Pascal (1893).

zo
PREFAZIONE DEL TRADUTTORE.

In giorni lieti della mia gioventù, volli tradurre queste deliziose pagine d'un grande scrittore, che, allora, riempiva il mondo della sua fama e delle discussioni tempestose suscitate con la nuda arte coraggiosa. Le tradussi per una gentile giovanetta semplice, e sognatrice, come la Ninetta di queste storielle. Ella conosceva il francese; lo parlava abbastanza bene quando non era presa da soggezione; ma non arrivava a gustare e forse a comprendere certe forme di stile, certe parole di Emilio Zola, così padrone d'una lingua varia, ricca, sopra tutto espressiva, eloquente. Inorridito di certe traduzionaccie di romanzi, che correvano a rompicollo nelle appendici di giornali quotidiani, mi posi a tradurre con cura, anche per rispetto di Emilio Zola, attentissimo nella scelta dei vocaboli, e, in questi contes, spesso delicatissimo.
Non si riconoscerebbe certo l'autore de L'Assommoir, di Germinal, de La Terre.... nelle pagine squisitamente romantiche dei Nouveaux Contes à Ninon, apparsi dopo i primi Contes à Ninon, che fecero notare Emilio Zola nel 1864 a Parigi, allorch'egli combatteva con la povertà e con le umiliazioni!... Eppure, in queste storielle (non saprei tradurre meglio la parola contes) si scorgono i germi delle future opere del possente romanziere realista. Aspiriamo il profumo del romanzo Le rêve, ma troviamo pure addentellati dei futuri romanzi sociali, accesi di zolfo e liberi. E nella poetica dedica "a Ninetta" leggiamo il modo d'intendere l'arte interpretando il vero, proprio di Emilio Zola, e cenni autobiografici di lui, che hanno l'accento della sincerità, come le descrizioni campestri delle Storielle.
Milano, 1881-1922.
Raffaello Barbiera.


NUOVE STORIELLE A NINETTA


A Ninetta.

Sono proprio dieci anni, mia cara anima, ch'io t'ho raccontato le mie prime storielle. Che begl'innamorati eravamo noi allora! Io venivo da codesta terra di Provenza, dove sono cresciuto così libero, così fidente, così pieno di tutte le illusioni della vita. Io ero tuo, ero di te sola, delle tue tenerezze, del tuo sogno.
Te ne ricordi, Ninetta? Il ricordo è oggi l'unica gioia, nella quale il mio cuore si riposa. Fino a vent'anni, noi abbiamo fatta insieme la stessa strada. Io sento i tuoi piedini sul duro terreno; io scorgo il lembo della tua bianca gonnella sul raso delle erbe avveniticcie; io sento il tuo alito fra gli odori della salvia che mi giungono da lontano come soffi di giovinezza. E le ore beate mi si fanno distinte. Era una mattina, in barchetto, sulla riva dell'acqua rinnovatasi appena, tutta pura, tutta rosea delle prime porpore del cielo; - era un mezzodì, sotto gli alberi, in un bugigattolo di foglie, colla campagna oppressa dal caldo, dormente intorno a noi, senza un brivido; - era una sera, in mezzo a un prato, lentamente inondato dal ceruleo del crepuscolo, che pioveva dalle colline; - era una notte, camminando lungo una via interminabile, andanti tutti e due all'ignoto, noncuranti delle stelle, col solo gaudio di lasciare la città, di smarrirci lontani, assai lontani, nel fondo dell'ombra discreta.... Te ne ricordi, Ninetta?
Qual vita felice! Noi ci eravamo lanciati nell'amore, nell'arte, nel sogno. Non v'ha cespuglio che non abbia celato i nostri baci, e soffocato il nostro ciarlìo. Io ti conducevo via, io ti conducevo a spasso, come la vivente poesia della mia infanzia. Noi due, avevamo il cielo, la terra, e gli alberi, e le acque, persin le nude roccie che chiudevano l'orizzonte. Mi pareva in quell'età, che, aprendo le braccia, io potessi prendere tutta la campagna sul mio petto, per darle un bacio di pace. In me sentivo gagliardie, desideri, bontà di gigante. Le nostre corse da monelli scapati, i nostri amori da uccelli liberi, mi avevano ispirato un profondo disprezzo del mondo, una calma fede alle sole energie della vita. Sì; fu tra le continue tenerezze, o amica mia, ch'io ho fatto un giorno questa provvista di coraggio, di cui i miei compagni, più tardi, si sono così spesso stupiti. Le illusioni dei nostri cuori erano le armature di fino acciaio che mi proteggono ancora.
Io ti lasciai, lasciai codesta Provenza della quale tu eri l'anima, e fosti tu, tu quella, che, nella vigilia della lotta, io invocavo come una buona santa. Tu fosti il mio primo libro. Esso era tutto pieno della tua esistenza, tutto olezzante del profumo de' tuoi capelli. Tu mi avevi inviato alla battaglia, con un bacio sulla fronte, da intrepida amante che vuole la vittoria del soldato che ama. E io, io non ricordavo di continuo che quel bacio, io non pensavo che a te, non potevo parlare che di te.
Dieci anni sono trascorsi. Ah! mia cara anima, quante tempeste rumoreggiarono, quanta acqua nera, quanti frantumi son passati da quel tempo sotto i ponti crollanti de' miei sogni! Dieci anni di lavori forzati, dieci anni d'amarezze, di colpi dati e ricevuti, di perpetua battaglia! Io ho il cuore e il cervello tutto sfregiato di ferite. Se tu vedessi il tuo innamorato d'un tempo, quel disinvolto fanciullone che sognava di spostare le montagne con un buffetto, se tu lo vedessi passare nel pallido chiaror di Parigi, con la faccia terrea, sbalordito per stanchezza, tu tremeresti a verga a verga, mia povera Ninetta, rimpiangendo i chiari soli e gli ardenti meriggi spenti per sempre. Certe sere, sono così affranto, che ho una voglia codarda di sedermi sull'orlo della strada, disposto ad addormentarmi per sempre nel fosso. E sai tu, Ninetta, ciò che senza posa mi spinge avanti, ciò che mi rende animoso in qualunque debolezza? È la tua voce, o mia adorata, la tua voce lontana, il tuo filo di voce pura che mi ripete i miei giuramenti.
Certo, io ti so fanciulla coraggiosa. S'io ti mostro le mie piaghe, tu non potrai che armarmi di più. Lamentarmi con te mi darà sollievo, mi consolerà. Io non ho lasciato la penna un sol giorno, o amica mia; io mi sono, battuto come il soldato che deve guadagnarsi il pane; e, se la gloria verrà, essa m'impedirà di mangiare pane stantìo. Quali còmpiti ingrati, la nausea dei quali mi monta ancora alla gola! Per dieci anni, io ho alimentato, come tanti altri, col meglio di me stesso, la fornace del giornalismo. Di sì immane fatica, non resta nulla, tranne un poco di cenere! Foglie gettate al vento, fiori caduti nel fango, accozzaglia del meglio e del peggio, impastati nel truogolo comune. Ho trattato tutto; mi sono sporcate le mani in questo torrente di torbida mediocrità che trabocca. Il mio amore di assoluta indipendenza sanguinava in mezzo a tali scimunitaggini, così gravide d'importanza alla mattina e così dimenticate alla sera. Mentre io sognavo qualche colpo di pollice eterno dato nel granito, qualche opera vitale piantata, ritta per sempre, soffiavo delle bolle di sapone ch'eran disciolte dall'ala delle mosche ronzanti al sole. Io sarei sdrucciolato nell'inebetimento del mestiere, se, nel mio amore per la forza, io non avessi avuto un conforto: quello che codesta produzione incessante mi rompeva a tutte le fatiche.
Poi, amica mia, io m'ero armato per la guerra! Tu non potresti credere quali ondate di collera in me sollevava l'imbecillità! Io aveva la passione delle mie idee: io avrei voluto cacciare i miei convincimenti nella gola altrui. Un libro mi ammalava, un quadro mi faceva disperare come una pubblica catastrofe; io viveva in una battaglia continua d'ammirazione e di disprezzo. E all'infuori della letteratura, all'infuori dell'arte, il mondo per me non esisteva. E quali colpi di penna, quali cozzi furiosi per far piazza netta! Oggi, mi stringo nelle spalle. Sono un vecchio indurito nel male: ma ho serbata la mia fede. Mi credo tuttavia più intrattabile di prima; ma io mi contento di chiudermi in me stesso e di lavorare. È questa l'unica maniera per discutere sanamente; poichè le opere non sono che argomenti nell'eterna discussione del bello.
Tu immagini già ch'io non possa essere uscito dalla battaglia intatto. Ho cicatrici un po' dappertutto, te l'ho detto; nel cervello e nel cuore. Io non rispondo più; aspetto che gli altri si avvezzino alla mia natura. Forse così potrò tornare a te intero. Egli è, amica mia, che ho lasciato i nostri galanti sentieri d'innamorati, dove i fiori spuntano, dove si colgono solo sorrisi. Io ho ormai pigliato la strada maestra, grigia di polvere, dai magri alberi; io stesso mi sono, lo confesso, fermato curioso davanti ai cani crepati, nel canto della via: ho parlato di verità, ho preteso che si potesse scrivere tutto, ho voluto provare che l'arte è nella vita e non altrove. Naturalmente, mi hanno cacciato nel ruscello; me, o Ninetta, me che ho spesa la mia giovinezza a racimolare pel tuo corsetto le margheritine e i fiordalisi!
Tu mi perdonerai le mie infedeltà d'amante. Gli uomini non possono restar sempre attaccati alle gonnelle delle ragazze. Viene un'ora che i vostri fiori son troppo soavi. Tu ti ricorderai la mesta sera d'autunno, la sera dei nostri addii? Egli fu nell'uscire dalle tue debili braccia che la verità mi ha trascinato nelle sue dure mani. Divenni pazzo d'analisi esatta! Dopo i lavori della giornata, io spendevo le notti a scrivere pagina per pagina libri che mi famigliarizzavano ad essa. S'io ho un orgoglio è quello della volontà, il cui sforzo mi ha lentamente tirato fuori dal mestiere obbligato. Ho mangiato, senza vendere punto le mie convinzioni.
Io ti dovevo queste confidenze, a te che hai il diritto di sapere qual uomo è divenuto il fanciullo del quale tu hai protetto le prime prove.
Oggi, il mio unico patimento è d'esser solo. Il mondo finisce ai cancelli del mio giardino. Io mi sono chiuso in me stesso, per non far altro che lavorare; mi sono rinchiuso sì bene che nessuno vien più. Ecco perchè, cara anima mia, io ho evocato la tua memoria in mezzo alla lotta. Ero troppo solo; erano dieci anni di separazione! Io volevo rivederti, baciarti i capelli, dirti ch'io t'amo sempre, e ciò mi conforta. Vieni, e non aver paura; io non sono sì nero come mi dipingono. Te lo assicuro, io t'amo sempre, e sogno d'aver ancora delle rose per metterne un mazzolino nel tuo seno, sai? Ho voglia di lattemiele! Se non temessi di far ridere, io ti condurrei sotto qualche spalliera di carpini, con un montone bianco, per dirci tutti e tre delle cose tenere.
E sai tu ciò ch'io ho fatto, Ninetta, per trattenerti presso di me questa notte? Te la do a indovinare in mille. Ho sfogliato il passato, ho cercato nelle centinaia di pagine scritte un po' dappertutto se trovavo niente di delicato per le tue orecchie. Tra le mie rozzezze, m'è piaciuto mettervi questa dolcezza. Sì; ho voluto far questo regalo a noi due. Noi ritorniamo bambini, noi merendiamo sull'erba. Sono storielle, nient'altro che storielle; sono confetti nel piattino del monello. Ciò non è grazioso? Tre grappolini d'uva spina, due grani d'uva secca bastano alla nostra fame; ci ubriacheremo con quattro gocce di vino nell'acqua pura. Ascolta, o mia curiosa! Prima di tutto, ho da raccontarti alcune novelle discretamente decenti: poi, certe altre che hanno un principio e hanno una fine; altre ancora, è vero, vanno a piedi nudi, dopo averla fatta finita con tutte le convenienze e con tutti. Ma io debbo avvertirti che più avanti, noi entreremo nelle fantasie che battono assolutamente la campagna. Capperi! ho spigolato tanto; bisogna pur bene che ti trattenga la notte intiera! Orsù, io canto la canzone del «te ne ricordi». È la ingenua sfilata de' nostri ricordi, bimba mia; tutto ciò che v'ha di più dolce per noi, il meglio dei nostri amori. Se ciò annoia gli altri tanto peggio! Essi non hanno bisogno di venir a cacciare il naso nei nostri affari. Poi, per trattenerti ancora, comincerò una lunga storia, l'ultima che ci condurrà, spero, fino al mattino. Essa fu messa apposta in coda alle altre, per addormentarti fra le mie braccia. Lasceremo cascare il libro, e ci abbraccieremo.
Ah! Ninetta, quale orgia di colori bianco e rosa! Non prometto mica, sai, che, non ostante le mie cure nel togliere le spine, non resti qualche goccia di sangue nel mio mazzo di fiori. Non ho più le mani così delicate da legare un mazzolino senza guai. Ma tu, non inquietarti: se tu ti pungi, bacierò le tue dita e berrò il tuo sangue. Non sarà senza gusto.
Domani, io sarò ringiovanito di dieci anni. Mi parrà di venire dalla vigilia, dal fondo della giovinezza col mele de' tuoi baci sulle labbra. Sarà il ricominciamento del mio còmpito. Ah! Ninetta, io non ho ancora fatto niente. Io ploro su questa montagna di carta annerita; io mi desolo a pensare ch'io non ho potuto spegnere la mia sete del vero e che la grande natura sfugge alle mie braccia troppo corte. È desìo selvaggio prender la terra, possederla in una stretta, veder tutto, saper tutto, dir tutto. Io vorrei collocare sopra una pagina bianca l'umanità, tutti gli esseri, tutte le cose; la mia opera sarebbe l'arca immensa.
E, adesso, fatto ciò che mi toccava, non m'indugio di più all'appuntamento che ti ho dato, in Provenza. Ho troppo da fare. Io voglio il romanzo, voglio il dramma, voglio la verità dappertutto. La notte sola, ormai, mi reca il tuo caro ricordo; mi ci viene su un raggio di luna che piove fra le mie cortine, nell'ora nella quale io potrò piangere con te senz'essere veduto. Ho bisogno di tutta la mia virilità. Più tardi, oh! più tardi, sarò io che verrò a ritrovarti nelle campagne tiepide ancora delle nostre tenerezze. Noi saremo già vecchi, ma noi ci ameremo sempre. Tu mi condurrai in pellegrinaggio nel barchetto, lungo la riva dell'acqua rinnovatasi appena; nei bugigattoli di foglie, con la campagna infiammata, dormente intorno a noi; in mezzo ai prati, a poco a poco inondati dal ceruleo del crepuscolo; lunghesso la strada interminabile, noncuranti delle stelle, col solo contento di perderci nell'ombra. E gli alberi, gli steli dell'erba, persino i ciottoli ci riconosceranno da lungi ai nostri baci e ci daranno il benvenuto.
Senti: perchè non ci cerchiamo, ti vo' dire a quale siepe verrò a prenderti. Tu conosci il passaggio dove il fiume fa gomito, dopo il ponte, più giù del lavatoio, proprio di facciata al riparo dei pioppi? Pensaci bene; noi là ci siamo baciati le mani in una mattina di maggio. Ebbene, a sinistra, c'è una siepe di biancospino, il muro di verzura, ai piedi del quale noi ci siamo coricati per non vedere che l'azzurro del cielo. È dietro alla siepe di biancospino, mia cara anima, che io ti do appuntamento, fra alcuni anni, in un giorno di pallido sole, quando il tuo cuore mi sentirà vicino.
Parigi, 1.° ottobre 1874.
Emilio Zola.
Un bagno.


Te lo do ad indovinare in mille, Ninetta. Cerca, inventa, immagina. Una vera fiaba, qualche cosa di terribile e d'inverosimile.... Sai? la piccola baronessa, quella cara Adelina di C.... che aveva giurato.... Ma non indovineresti. No; è meglio che ti dica tutto.
Ebbene; Adelina si rimarita. Sul serio! Tu ne dubiti, non è vero? Bisogna che io stesso mi trovi al Mesnil-Rouge, a sessantasette leghe da Parigi, per credere ad una storiella simile! Ridi pure; tanto e tanto il matrimonio si farà lo stesso. Codesta povera Adelina, vedova a ventidue anni, cui l'odio e il disprezzo per gli uomini rendeva tanto graziosa!... Mah! In due mesi di vita comune, il defunto, - un degno uomo, senza dubbio, che si conservava abbastanza bene, che sarebbe stato perfetto senza le infermità che lo uccisero, - le aveva insegnato tutta la scuola del matrimonio. Ella aveva giurato che l'esperienza le bastava. E si rimarita! Mah!... Cosa siamo!
È vero che Adelina è stata sfortunata. Certe avventure non si prevedono. E se ti dicessi poi chi sposa!... Tu conosci il conte Ottavio di R*** quel giovanotto lungo, ch'ella detestava tanto? Non potevano incontrarsi senza scambiarsi sorrisi pungenti, senza sgozzarsi dolcemente con frasi amabili. Ah, poveri diavoli! Se sapessi dove si incontrarono un'ultima volta.... Già, bisogna che te la racconti, lo vedo bene. È tutto un romanzo. Stamane piove, ed io metto la cosa in capitoli.


I.

Il Castello è a sei leghe da Tours, Da Mesnil-Rouge, ne vedo i tetti d'ardesia, immersi nella verzura del parco. Lo chiamano il Castello della Belle-au-Bois-dormant, perchè lo abitò una volta un signore che fu sul punto di sposare una delle sue castellane. La bella fanciulla visse colà in clausura e, credo, vi si vede la sua ombra. Non vi fu mai pietra che abbia avuto tal profumo d'amore. La bella che vi dorme oggi è la vecchia contessa di M*** una zia d'Adelina e son trent'anni che deve venire a Parigi a passar l'inverno.
I suoi nipoti, maschi e femmine, le consacravano ciascuno una quindicina di giorni nella buona stagione. Adelina è puntualissima. D'altronde, ella ama il Castello, una rovina leggendaria, sgretolata dalle pioggie e dai venti, in mezzo a una foresta vergine.
La vecchia contessa ha formalmente raccomandato di non toccare i soffitti che si screpolano, nè i rami avventizi che sbarrano i viali. Quel muro di foglie, che ad ogni primavera si fa più denso, la fa beata e dice, d'ordinario, che la casa è ancora più solida di lei. Ma la verità è che tutta un'ala è già caduta. Quegli amabili gabinetti, costruiti sotto Luigi XV, servirono di colazione al sole. Le pietre si fendettero, i pavimenti cedettero; il musco poi invase persino le alcove. Tutta l'umidità del parco vi portò una freschezza, in cui si sente ancora l'odor di muschio delle tenerezze d'altri tempi.
Il parco minaccia di entrare in casa. Alcuni alberi son cresciuti a' piedi delle scalinate, nelle fessure dei gradini. Non v'ha che il gran viale che sia carrozzabile; bisogna però che il cocchiere conduca a mano le bestie. A destra, a sinistra, i boschetti restano vergini, solcati da rari sentieri, neri d'ombre, dove si cammina colle mani tese per dividere le erbe. E i tronchi abbattuti trasformano in angiporti quei sentieruzzi. Il musco pende dai rami, le murelle fanno cortina sotto gli alti alberi; pullulamenti d'insetti, gorgheggi d'uccelli che non si vedono infondono una vita strana a quell'enorme fogliame. Ebbi sovente brividi di paura andando a trovare la contessa; i boschetti mi soffiavano sulla nuca un alito inquietante.
Ma nel parco c'è sopratutto un angolo, che turba deliziosamente il visitatore: è a sinistra del Castello, all'estremità d'un'aiuola, dove non germogliano più che papaveri selvatici grandi come me. Sotto un gruppo d'alberi è scavata una grotta che s'inoltra fra una drapperia d'edera, i lembi della quale vanno a finire fra l'erba. La grotta invasa, ostruita, non è che un buco nero, in fondo al quale si scorge la bianchezza d'un Amore di gesso, sorridente, con un dito sulla bocca. Il povero Amore è monco ed ha sull'occhio destro una macchia di musco che lo rende cieco. Egli sembra guardare, col suo pallido sorriso d'infermo, qualche dama innamorata e morta da un secolo.
Un'acqua viva che scaturisce dalla grotta, forma un largo bacino in mezzo alla radura, poi se ne fugge per un ruscello perduto sotto le foglie. È un bacino naturale, col fondo di sabbia, nel quale si specchiano i grandi alberi. Il buco azzurro del cielo forma una macchia azzurra, rotonda, nel centro del bacino. Là, sono cresciuti dei giunchi, e le ninfee vi hanno allargato le loro foglie rotonde. Nella luce verdastra di quel pozzo di verzura, che sembra aprirsi in alto e in basso all'aria libera, si sente solo il mormorio dell'acqua che cade eternamente con aria di dolce stanchezza. Lunghe mosche acquatiche pattinano da un lato; un fringuello viene a bere con movenze delicate, temendo di bagnarsi le zampine. Un brusco fremito di foglie comunica allo stagno come un tremor di vergine le cui palpebre si chiudano. E, dal fondo scuro della grotta, l'Amore di gesso intima il silenzio il riposo e il segreto delle acque e dei boschi a questo voluttuoso cantuccio della natura.


II.

Quando Adelina accorda una quindicina di giorni a sua zia che vuole averla, codesto paese da lupi si fa umano. Bisogna allargare i viali, perchè le gonne di Adelina possano passare. Ella giunse in questa stagione con trentadue valigie, che si dovettero portare a braccia perchè il carretto della ferrovia non osò mai inoltrarsi fra gli alberi. Vi sarebbe rimasto impigliato, te lo giuro.
D'altronde, come sai, Adelina è una selvaggia. Detto fra noi, è pazza, proprio. In convento, aveva certe fantasie veramente strane. Io suppongo che venga al Castello della Belle-au-Bois-dormant per saziarvi, lungi dai curiosi, il suo appetito di stravaganze. La zia resta nella sua poltrona e il Castello appartiene alla cara fanciulla, che vi deve sognare le più meravigliose fantasie. E ciò la solleva. Quando esce da quel buco, è savia per un anno intero.
Durante quindici giorni ell'è la fata, è l'anima della verzura. La si vede portare l'abbigliamento di gala e i suoi merletti bianchi e i nastri di seta in giro per i cespugli. M'assicurano anche che fu sorpresa in costume di marchesa Pompadour, colla cipria ed i nei, seduta sull'erba, nell'angolo più remoto del parco. Qualche volta scorsero un giovane biondo che percorreva lentamente i viali; ma io ho una paura birbona che il giovanetto non sia altri che questa cara pazzerella.
So ch'ella rovista il Castello dalle cantine ai granai. Fruga negli angoli più oscuri, scandaglia i muri co' suoi pugnetti, fiuta col suo naso color di rosa tutta la polvere del passato. La si trova sulle scale, perduta in fondo ai grandi armadi, coll'orecchio teso alle finestre, pensosa davanti i focolari, colla brama evidente di salirvi su, dentro, e di guardare. E poi, non trovando senza dubbio quello che cerca, corre sull'aiuola dei grandi papaveri selvatici, sui sentieri neri d'ombra, nelle radure inondate di sole. Ella cerca sempre, col naso all'aria, inseguendo il lontano e vago profumo d'un fiore amoroso ch'ella non riesce a cogliere.
Difatti, te lo dissi, Nina; il vecchio Castello, in mezzo alla sua vegetazione selvaggia, spande un profumo d'amore. Vi fu una fanciulla imprigionata là dentro, e i muri conservano l'olezzo di lei, come i vecchi forzieri dove furono chiusi mazzolini di violette. E giurerei che proprio quell'odore sale alla testa di Adelina e la inebbria. Poi, quand'ha bevuto quel profumo di antico amore, quand'è ubriaca, partirebbe su un raggio di luna a visitare il paese delle fiabe, si lascerebbe baciare in fronte da tutti i cavalieri di passaggio, che ben vorrebbero svegliarla dal suo sogno di cent'anni.
Quando è presa da languore, porta dei banchetti nel bosco per sedersi. Ma nei giorni di gran caldo il suo sollievo è di andarsi a bagnare, di notte, nel bacino, sotto l'alto fogliame. È quello il suo ritiro; essa è la figlia della sorgente. I giunchi le si mostrano teneri, l'Amore di gesso le sorride quand'ella lascia cadere le gonne e si getta nell'acqua colla tranquillità di Diana, che confida nella solitudine. Non ha che le ninfee per cintura, sapendo che perfino i pesci dormono d'un sonno prudente. Quando dolcemente nuota, colle sue bianche spalle fuori dell'acqua, la si crederebbe un cigno che gonfia le ali, e s'avanza silente. Il fresco calma le sue ansietà. E sarebbe perfettamente tranquilla, senza l'Amore monco che le sorride.
Una notte andò in fondo alla grotta, non ostante l'orribile paura di quell'ombra umida; si rizzò sulla punta dei piedi, mettendo l'orecchio sulle labbra dell'Amore, per sapere se esso le diceva qualcosa.


III.

Ciò che v'ha di spaventevole in questa stagione è che la povera Adelina, arrivando al Castello, ha trovato alloggiato nella più bella camera il conte Ottavio di R*** quel giovanotto lungo, quel suo mortale nemico! Pare ch'egli sia un po' cugino della vecchia signora di M... - Adelina ha però giurato di farlo sloggiare.
Essa difese bravamente le sue valigie e riprese le sue corse e i suoi eterni frugamenti. Ottavio, per otto giorni, la guardò tranquillo dalla sua finestra, fumando tranquillo i suoi sigari. Alla sera, non ci furono più parole pungenti, nè guerra sorda. Egli era d'una tale gentilezza, ch'ella giunse a trovarlo noioso, e a segno che non s'occupò più di lui. Egli fumava sempre; ella correva il parco e prendeva i suoi bagni.
A mezzanotte, quando tutti dormivano, ella discendeva al bacino d'acqua. Si assicurava prima di tutto se il conte Ottavio avesse spento il lume da notte. Allora, se ne andava a passi lenti, come ad un appuntamento d'amore, con certi desideri sensuali.... per l'acqua fredda. Ma quando pensava che nel Castello c'era un uomo, provava un sottil brivido di paura. S'egli aprisse la finestra!... S'egli scorgesse un pezzo delle sue spalle traverso le foglie!... Quando usciva grondante dal bacino, e un raggio di luna faceva spiccar la sua nudità di statua, nessun altro pensiero la faceva rabbrividir tanto. Una notte, discese verso le undici. Nel Castello si dormiva da due buone ore. In quella notte Adelina sentiva d'aver degli ardimenti particolari. Aveva origliato all'uscio del conte, e le pareva d'averlo sentito russare. Che orrore! Un uomo che russa! Al solo pensarci, provò un profondo disprezzo per gli uomini e un vivo desiderio delle fresche carezze dell'acqua, il cui sonno è sì dolce. Ella s'attardò sotto gli alberi, godendo di levarsi a uno a uno i suoi vestiti. Faceva buio fitto; la luna si levava lenta; e il corpo bianco della cara fanciulla diffondeva sulla riva come un vago candore di giovine betulla. Soffi caldi venivano dal cielo, e passavano sulle sue spalle con tiepidi baci. Ella provava un pieno benessere; era un po' languente pel caldo, ma piena d'una beata noncuranza che le faceva, dalla ripa, tastare col piede la sorgente dell'acqua.
Intanto la luna, levandosi, illuminava già un angolo del bacino.
Allora, Adelina, spaventata, scorse sull'acqua una testa che la guardava in quell'angolo illuminato. Ella si lasciò scivolare, s'immerse fino al mento, incrociò le braccia, per raccogliere quasi sul suo petto tutti i veli tremolanti del bacino, e domandò con voce fremente:
- Chi è là?... Che fate là?
- Sono io, signora, - rispose tranquillamente il conte Ottavio.... - Non abbiate paura; prendo un bagno.


IV.

Successe un silenzio formidabile. Non c'erano ormai, sul bacino, che le ondulazioni allargantisi lentamente intorno alle spalle d'Adelina e che andavano a morire sul petto del conte con fiotti leggeri. Il conte alzò con calma le braccia, facendo l'atto di afferrare un ramo di salice per uscire dall'acqua.
- Restate! ve l'ordino! - gridò Adelina con voce di terrore. - Rientrate nell'acqua, rientrate subito nell'acqua!
- Ma, signora, - rispose egli, rituffandosi fino al collo, - è più d'un'ora che sono qui.
- Non fa nulla, signore; non voglio che usciate. Capite?... Noi aspetteremo.
La povera baronessa perdeva la testa. Ella parlava d'aspettare, senza riflettere; la sua immaginazione era alterata dalle terribili eventualità che la minacciavano. - Ottavio sorrise.
- Ma, - diss'egli timidamente, - mi pare che voltando la schiena....
- No, no, signore! Voi non vedete dunque la luna?
Difatti, la luna aveva camminato e illuminava tutto il bacino. Era una luna magnifica. Il bacino splendeva come uno specchio d'argento in mezzo al nero delle foglie. I giunchi, le ninfee della riva mandavano sull'acqua ombrìe disegnate finamente come dipinte all'acquerello. Una calda pioggia di stelle cadeva nel bacino per la stretta apertura del fogliame. Il filo d'acqua scorreva dietro ad Adelina con voce più bassa, e quasi ironica. Ella lanciò uno sguardo nella grotta e scorse l'Amore di gesso che le sorrideva con aria consapevole.
- La luna, certamente, - mormorò il conte, - tuttavia, voltando la schiena....
- No, no, mille volte no. Attenderemo che la luna non sia più là.... Voi vedete, essa cammina. Quando avrà raggiunto quell'albero, noi saremo nell'ombra....
- Ma ne avremo per un'ora buona, prima ch'essa sia dietro a quell'albero!...
- Oh tre quarti d'ora al più.... Non fa nulla. Aspetteremo.... Quando la luna sarà dietro all'albero, potrete andarvene.
Il conte volle protestare; ma siccome, parlando, faceva dei gesti e si scopriva fino alla cintura, ella emise dei piccoli gridi di disperazione sì acuti, ch'egli, per creanza dovette rituffarsi fino al mento; ed ebbe la delicatezza di non muoversi più. Allora restarono là, soli, l'uno di fronte all'altro. Le due teste, quell'adorabile testa bionda della baronessa, con quei grandi occhi che tu conosci, e quella fina del conte dai mustacchi un po' ironici, rimasero saviamente immobili, sull'acqua dormente, l'uno discosto dall'altro una tesa tutt'al più.
L'Amore di gesso, sotto il padiglione di edera, rideva più forte.




V.

Adelina s'era gettata nel fitto delle ninfee. Quando la freschezza dell'acqua l'ebbe ritornata in sè ed ella, ormai, era risoluta di passare là un'ora, vide che l'acqua era d'una limpidità veramente molesta. Scorgeva in fondo, sulla sabbia, i suoi piedi nudi. Quella luna impertinente, si bagnava anch'essa, s'avvoltolava nell'acqua, la riempiva dei guizzi d'anguilla de' suoi raggi. Era un bagno d'oro liquido e trasparente. Il conte vedeva forse i piedi nudi sulla sabbia, e se vedeva i piedi e la testa.... Adelina si coperse sotto l'acqua d'una cintura di ninfee. Tirò a sè adagio adagio delle larghe foglie rotonde che nuotavano e se ne fece un gran collare. Così vestita, si sentì più tranquilla.
Il conte però aveva finito col prendere la cosa stoicamente. Non avendo trovato una radice per sedersi s'era rassegnato a rimanersene in ginocchio. E per non parere affatto ridicolo, coll'acqua fino al mento, s'era messo a discorrere colla contessa, evitando tutto ciò che poteva ricordarle il fastidio della loro rispettiva posizione.
- Il caldo si è fatto sentire oggi, signora.
- Sì, signore, un caldo soffocante. Fortunatamente, fra quest'erbe si trova un po' di fresco.
- Oh! sicuro.... Questa brava zia è una degna persona, non è vero?
- Proprio una degna persona.
Parlarono poi delle ultime corse e dei balli già annunciati pel prossimo inverno. Adelina, che incominciava ad aver freddo, rifletteva che il conte doveva averla veduta, mentre s'attardava sulla riva. E ciò era orribile. Solamente, aveva dei dubbi sulla gravità dell'accidente. Faceva buio sotto gli alberi; la luna non appariva ancora; poi si ricordava ch'era dietro il tronco d'una grossa quercia. Quel tronco aveva dovuto proteggerla. Ma, ciò non ostante, quel conte era un uomo abbominevole. Lo odiava, avrebbe voluto che gli scivolasse un piede, che annegasse; non gli avrebbe certo stesa la mano. Quando l'aveva veduta venire perchè non le aveva gridato ch'era là a fare un bagno? Ella formulò sì nettamente la questione dentro di sè, che non potè trattenerla sulle labbra. Interruppe il conte che parlava della nuova forma dei cappelli.
- Ma io non sapeva, - rispose egli. - V'assicuro ch'ebbi molta paura.... Eravate sì bianca, che ho creduto vedere la Belle-au-Bois-dormant che venisse a visitarmi; sapete? quella fanciulla che fu rinchiusa qui.... Avevo tanta paura che non potei gridare.


VI.

Mezz'ora dopo, essi erano buoni amici. Adelina aveva riflettuto che ella, in fine, si scollacciava anche nei balli, e che, insomma, poteva mostrare le spalle. Era uscita un poco dall'acqua. Aveva aperta la veste che le serrava la gola, e aveva poi osato levare le braccia. Somigliava ad una figlia delle sorgenti, col collo nudo colle braccia all'aria, vestita di tutta quella verzura che si stendeva e se ne andava dietro a lei come un lungo strascico di raso.
Il conte s'inteneriva. Aveva ottenuto di far qualche passo per avvicinarsi ad una radice; batteva i denti e guardava la luna con vivissimo interesse.
- Ebbene: cammina essa lentamente? - domandò Adelina.
- Eh no, ha le ali, - rispos'egli con un sospiro.
Ella si mise a ridere ed aggiunse:
- Ne abbiamo ancora per un buon quarto d'ora.
Allora, egli approfittò vilmente della situazione e le fece una dichiarazione d'amore. Le spiegò che l'amava da due anni e che aveva preferito contrariarla piuttosto che dirle delle sciocchezze: trovava questo metodo più piccante. Adelina assalita da inquietudine rialzò la sua veste verde fino al collo e cacciò le braccia nelle maniche. Era coperta dalle ninfee fino alla punta del naso color di rosa: e, siccome la luna le batteva proprio sugli occhi, n'era stordita, abbagliata. Non vedeva più il conte, quando intese uno sguazzare improvviso e sentì l'acqua agitarsi e salirle alle labbra.
- Volete star quieto? - gridò. - Perchè camminate così nell'acqua?
- Ma non ho camminato, - disse il conte; - ho scivolato.... Vi amo!
- Tacete, non vi muovete; parleremo di ciò quando sarà buio.... Aspettiamo che la luna sia dietro all'albero....


VII.

La luna si nascose dietro all'albero. L'Amore di gesso scoppiò in una risata.
Le fragole.

I.

Una mattina di giugno, aprendo la finestra, ricevetti sul viso un soffio d'aria fresca. Durante la notte, era scoppiato un violento uragano. Il cielo appariva come nuovo, d'un azzurro pallido, lavato dall'acquazzone fin ne' suoi punti più reconditi. I tetti, gli alberi, dei quali scorgevo gli alti rami fra i camini, erano ancora bagnati dalla pioggia, e un lembo d'orizzonte sorrideva sotto il sole dorato. Dai giardini vicini saliva un buon odore di terra bagnata.
- Andiamo, Ninetta, - esclamai io allegramente: - mettiti il tuo cappello, bimba mia, e andiamo in campagna.
Ella battè le mani, e compì la sua toeletta in dieci minuti, il che era assai meritorio per una civettuola di vent'anni.
A nove ore, eravamo nei boschi di Verrières.


II.

Che boschi discreti! E quanti amanti vi hanno condotto a passeggio i loro amori! - Durante la settimana, i boschi sono deserti: si può camminare vicini, col braccio intorno alla vita, colle labbra che si cercano, senz'altro pericolo che di essere veduti dalle capinere dei cespugli. I viali s'allungano, larghi, attraverso alberi d'alto fusto; il suolo è coperto da un tappeto d'erba fina, sulla quale il sole, forando il fogliame, getta piastrelle d'oro. Vi sono sentieri incavati, sentieri stretti oscurissimi, nei quali si è obbligati a stringersi l'uno contro l'altro. Vi sono anche tratti di macchie sì impenetrabili, che si può smarrirvisi, se i baci cantano troppo.
Ninetta, lasciato il mio braccio, correva come un cagnolino, beata di sentir l'erba accarezzarle la caviglia. Poi, ritornava e si sospendeva alla mia spalla, stanca, carezzevole. Il bosco si stendeva sempre, mare infinito dalle onde di verzura. Il silenzio fremebondo, l'ombra viva che cadeva dai grandi alberi, ci salivano alla testa, c'inebbriavano di tutta la vita ardente della primavera. Si ritorna fanciulli nel silenzio dei boschi.
- Oh fragole, fragole! - esclamò Ninetta, saltando un fosso come una capra inseguita e frugando nei cespugli.


III.

Fragole, ahimè! no, ma piante di fragole, tutto un tappeto di piante di fragole disteso sotto gli spini.
Ninetta non pensava più alle bestie che le facevano una paura orribile. Ella frugava arditamente colle mani fra l'erba, sollevando ogni foglia disperata di non trovarvi il minimo frutto.
- Ci hanno preceduto, - diss'ella con una smorfia di dispetto.... - Oh senti! cerchiamo bene: ce ne dev'essere ancora.
E ci ponemmo a cercare con un'esemplare coscienza. Col corpo piegato, col collo teso, cogli occhi fissi a terra, noi procedevamo prudenti, a piccoli passi, senza permetterci una parola per paura di far fuggire le fragole. Avevamo dimenticato la foresta, il silenzio e l'ombra, i larghi viali e i sentieri stretti. Le fragole, nient'altro che le fragole! A ogni cespo che incontravano, ci abbassavamo, e le nostre mani frementi si toccavan sotto l'erba.
Facemmo così più d'una lega, curvi, erranti a destra e a sinistra. E neppure la più piccola fragola, bensì superbe piante di fragole con belle foglie d'un verde cupo. E vedevo le labbra di Ninetta che s'increspavano e i suoi occhi divenir umidi.


IV.

Eravamo giunti in faccia a un largo pendìo, sul quale il sole cadeva diritto piovendo un calor pesante. Ninetta s'avvicinò a quel pendìo, decisa di desistere dalle sue ricerche. Ad un tratto, mandò un grido acuto. Accorsi spaventato, temendo ch'ella si fosse ferita. La trovai accoccolata; l'emozione l'aveva fatta cadere per terra ed ella mi mostrò col dito una fragola, non più grossa di un pisello, e matura da un lato solo.
- Coglila tu, - mi diss'ella, con voce bassa e blanda.
Io m'ero seduto vicino a lei a' piedi del pendìo.
- No, - risposi, - sei tu che l'hai trovata, sei tu che devi coglierla.
- No, fammi questo piacere, coglila tu.
Io mi schermii tanto e così bene, che Ninetta si decise finalmente a tagliarne lo stelo coll'unghia. Ma quando convenne sapere, chi di noi due avrebbe mangiato quella povera fragoletta che ci costava una buona ora di indagini, fu un altro paio di maniche. Ninetta voleva a tutta forza mettermela in bocca. Io resistei fermamente; poi scesi a concessioni e fu deciso che la fragola sarebbe stata divisa in due.
Ella se la mise fra le labbra, dicendomi con un sorriso:
- Andiamo, prendi la tua parte.
Io presi la mia parte. Non so se la fragola fosse divisa fraternamente, non so neppure se la gustassi, tanto il miele del bacio di Ninetta mi parve gustoso.


V.

Il pendìo era coperto di piante di fragole; e queste erano piante di fragole serie. La raccolta fu abbondante e gioconda. Avevamo steso in terra un fazzoletto bianco, giurandoci solennemente di deporvi il nostro bottino senza disperderne la più piccola parte. Mi parve però di vedere Ninetta portare la mano alla bocca a parecchie riprese!... Quando la raccolta fu finita, pensammo ch'era tempo di cercare un cantuccio d'ombra, per fare colazione a nostro bell'agio. Trovai a qualche passo di là, un buco delizioso, un nido di foglie. Il fazzoletto fu collocato religiosamente accanto a noi.
Gran Dio! Come si stava bene là, sul musco, nella voluttà di quella verde freschezza! Ninetta mi guardava cogli occhi umidi. Il sole le aveva messo sul collo un lieve rossore. Quando lesse nel mio sguardo tutta la mia tenerezza, ella si chinò verso di me, tendendomi ambo le mani con un gesto d'adorabile abbandono.
Il sole, splendendo in alto sul fogliame, gettava piastrelle d'oro sull'erba fina a' nostri piedi. Fin le capinere tacevano e non guardavano. Quando cercammo le fragole per mangiarle, scorgemmo con istupore che ci eravamo coricati proprio sopra il fazzoletto.
Il gran Michu.

I.

Un pomeriggio, alla ricreazione delle quattro ore, il gran Michu, mi prese a parte in un angolo del cortile. Egli aveva un aspetto grave, che mi colpì d'un certo timore, poichè il gran Michu era un gagliardo dai pugni enormi, che per nulla al mondo avrei voluto avere per nemico.
- Ascolta, - mi diss'egli colla sua voce grossa da contadino appena dirozzato; - ascolta, tu vuoi entrarci?
- Sì, - risposi con forza, lusingato di entrare in qualche cosa col gran Michu. Allora mi spiegò che si trattava d'una congiura. Le confidenze ch'egli mi fece, mi cagionarono una sensazione deliziosa che non ho forse mai più provata. Entravo finalmente nelle folli avventure della vita; avrei avuto un secreto da custodire, una battaglia da combattere. E lo spavento occulto che sentivo all'idea di compromettermi così, contava certo per una buona metà nelle gioie pungenti della mia nuova parte di complice. Perciò, mentre il gran Michu mi parlava, lo guardavo con ammirazione. Egli m'iniziò, in modo un po' ruvido, come un coscritto nell'energia del quale si ha una mediocre confidenza. Tuttavia il fremito di contentezza, l'aria d'estasi entusiasta che io doveva avere ascoltandolo, finirono coll'infondergli una migliore opinione di me.
Quando la campana diede il secondo tocco, mentre andavamo tutti e due a prendere i nostri posti per ritornare allo studio:
- Siamo intesi, non è vero? - mi diss'egli a voce bassa. - Tu sei dei nostri.... Non avrai mica paura?... non ci tradirai?...
- Oh! no, vedrai.... L'ho giurato.
Egli mi piantò in faccia i suoi occhi grigi con una vera dignità d'uomo maturo, e mi disse ancora:
- Altrimenti, sai, io non ti batterò, ma dirò per tutto che sei un traditore, e nessuno ti parlerà più.
Ricordo ancora l'effetto singolare che produsse in me questa minaccia: essa mi diede un coraggio enorme. «Basta! dicevo a me stesso, possono farmi quello che vogliono; ma io non tradirò Michu!»
Attesi con febbrile impazienza l'ora del pranzo. La rivolta doveva scoppiare al refettorio.


II.

Il gran Michu era del Varo. Suo padre, un contadino che possedeva qualche lembo di terra, aveva sparato il suo fucile nel 1851 al momento dell'insurrezione provocata dal colpo di Stato.
Lasciato come morto nella pianura di Uchâme, gli era riuscito a nascondersi. Quando ricomparve non fu molestato. Soltanto le autorità del paese, i notabili, i grandi e i piccoli proprietari non lo chiamavano altrimenti che «quel brigante di Michu».
Questo brigante, questo galantuomo illetterato, mandò suo figlio al collegio di A.... Voleva farne senza dubbio un sapiente, per il trionfo della causa che non aveva potuto difendere, se non colle armi alla mano. Al collegio sapevamo vagamente questa storia; e ciò ci faceva considerare il nostro camerata come un personaggio formidabile.
Il gran Michu era d'altronde, per età, assai maggiore di noi. Egli aveva quasi diciott'anni, quantunque non facesse che la quarta classe. Ma non si osava celiarlo. Aveva una di quelle menti che apprendono con difficoltà, e non indovinano niente: se non che quando sapeva una cosa, la sapeva a fondo, e per sempre. Forte, tagliato come a colpi di mannaia, egli regnava sovrano durante le ricreazioni. E dopo tutto ciò, egli era d'una dolcezza estrema. Non lo vidi in collera che una volta; egli voleva strangolare un maestrucolo, perchè c'insegnava che tutti i repubblicani erano ladri ed assassini. Michu fu sul punto d'esser cacciato via.
Solo più tardi, vedendo il mio antico camerata ne' miei ricordi, ho potuto comprendere la sua indole dolce e forte. Suo padre aveva dovuto di buon'ora farne un uomo.

III.

Il gran Michu amava il collegio, e ciò ci stupiva non poco. Non provava che un supplizio di cui non osava parlare: la fame.
Il gran Michu aveva sempre fame.
Non mi ricordo d'aver mai veduto un appetito eguale. Egli ch'era tanto altero, giungeva persino a rappresentare delle commedie umilianti per iscroccarci un pezzo di pane, una merenduccia, una colazione. Allevato all'aria libera, ai piedi della catena dei Maures, soffriva ancora più crudelmente di noi della magra cucina del collegio.
Questo era uno dei nostri più grandi argomenti di conversazione, nel cortile, lungo il muro che ci riparava sotto Al suo filo d'ombra. Noi altri eravamo delicati. Mi ricordo sopratutto di un certo baccalà con salsa rossa e di certi fagiuoli con salsa bianca ch'erano divenuti l'oggetto di una maledizione generale. I giorni in cui comparivano queste pietanze non finivamo più di parlarne. Il gran Michu, per rispetto umano, gridava con noi, benchè avesse divorato volentieri le sei porzioni della sua tavola.
Il gran Michu non si lagnava quasi che della scarsità dei viveri. Il caso, come per esasperarlo, l'aveva collocato all'estremità della tavola, accanto al maestrucolo, un giovane ganimede, che ci lasciava fumare al passeggio. La regola era che i maestri di studio avevano diritto a due porzioni. Per esempio, quando c'era salsiccia, bisognava vedere il gran Michu guardare avidamente i due pezzi che s'allungavano uno accanto all'altro sul tondo del maestrino.
- Io sono due volte più grosso di lui, - mi diss'egli un giorno, - ed egli deve mangiare due volte più di me. E dire che non ne lascia un briciolo; non ne ha mai di troppo!


IV.

Ora i capi avevano deciso che si dovesse finalmente rivoltarsi contro il baccalà colla salsa rossa e contro i fagiuoli colla salsa bianca.
I cospiratori offrirono naturalmente al gran Michu d'essere il loro capo. Il piano di que' signori era d'una semplicità eroica: bastava, dicevano, condannare l'appetito, rifiutare ogni nutrimento finchè il provveditore dichiarasse solennemente che sarebbe migliorato l'ordinario. L'approvazione data dal gran Michu a questo piano, è uno dei più bei tratti d'abnegazione e di coraggio che io conosca. Egli accettò d'essere il capo del movimento col tranquillo eroismo di quegli antichi romani che si sacrificavano per la cosa pubblica.
Figurarsi! gl'importava proprio di veder scomparire il baccalà e i fagiuoli! egli non desiderava che una cosa: averne di più, averne a discrezione! E oltre a ciò, gli si domandava di digiunare! Egli mi confessò in seguito che la solidarietà, il sacrifizio dell'individuo agl'interessi della comunità, - virtù repubblicana insegnatagli da suo padre, - non era mai stata messa in lui a una prova più dura.
La sera, al refettorio, era il giorno del baccalà colla salsa rossa, - la dimostrazione cominciò con un accordo veramente bello. Solo il pane si poteva mangiare. Arrivano i piatti, nessuno li tocca; si mangia solo il pane. E ciò con gravità, senza quei discorsi a voce bassa che eravamo avvezzi di fare. I soli piccoli ridevano.
Il gran Michu fu superbo. Egli giunse quella prima sera a non mangiare neppure il pane. Coi due gomiti sulla tavola egli guardava sdegnosamente il maestrucolo che divorava.
Il provveditore, chiamato dal sorvegliante, entrò nel refettorio come una tempesta. Egli ci apostrofò duramente, domandandoci che cosa potevamo rimproverare a quel pranzo, ch'egli assaggiò e trovò squisito.
Allora il gran Michu si alzò.
- Signore, - diss'egli, - il baccalà è putrido e non arriviamo a digerirlo.
- Ah! sì, - esclamò il maestrucolo, senza lasciar al provveditore il tempo di rispondere, - eppure le altre sere avete mangiato voi solo quasi tutte le porzioni.
Il gran Michu divenne di fuoco. - Quella sera, fummo semplicemente mandati a letto, dicendoci che l'indomani avremmo senza dubbio riflettuto.

V.

L'indomani e il giorno appresso, il gran Michu fu terribile.
Le parole del maestrucolo lo avevano ferito al cuore. Egli ci sostenne, ci disse che saremmo tanti vili se cedessimo; metteva ormai tutto il suo orgoglio a mostrare che, quando voleva, era capace di non mangiare.
E fu un vero martirio. Noi nascondevamo tutti nei nostri banchi della cioccolata, dei vasi di conserve, perfino della salsiccia che ci aiutavano a non mangiare asciutto il pane di cui empivamo le nostre saccoccie. Ma egli che non aveva parenti in città e che rifiutava, d'altronde, i dolciumi, fu proprio ridotto alle poche croste che potè trovare. Il secondo giorno, il provveditore dichiarò che, ostinandosi gli allievi a non toccare le pietanze, egli avrebbe cessato di far distribuire il pane. Allora, a colazione, scoppiò la rivolta. Era il giorno dei fagiuoli colla salsa bianca.
Il gran Michu, al quale una fame atroce doveva turbare la testa, si alzò d'un balzo. Egli prese bravamente il tondo del maestro, che mangiava avidamente per braveggiare e farci voglia e lo gettò in mezzo alla sala intuonando la Marsigliese con forte voce. Fu questo come un gran soffio che ci sollevò tutti. I tondi, i bicchieri, le bottiglie danzarono un grazioso balletto. I maestri, saltando sui cocci, si affrettarono ad abbandonare il refettorio. Lo zerbino, nella fuga, ricevette un piatto di fagiuoli sulle spalle, la salsa dei quali lo vestì di un largo collare bianco.
Ma si trattava di fortificare la piazza. Il gran Michu fu nominato generale. Egli fece portare e ammucchiare le tavole davanti le porte. Mi ricordo che avevamo tutti preso in mano i coltelli. Mentre la Marsigliese risuonava sempre, la sommossa si mutava in rivoluzione. Per fortuna, fummo lasciati a noi stessi, durante tre lunghe ore. Pareva che fossero andati a chiamare le guardie. Queste tre ore di strepito bastarono a calmarci.
In fondo al refettorio c'erano due larghe finestre, che davano sulla corte. I più timidi, spaventati dalla lunga impunità in cui ci lasciavano, aprirono pian piano una delle finestre e sparirono. Gli altri allievi li seguirono a poco a poco. Ben presto il gran Michu non ebbe intorno a sè che una dozzina d'insorti. Allora disse loro con voce aspra:
- Andate a cercare gli altri: basta che vi sia un solo colpevole.
Poi rivolgendosi a me, che esitavo, soggiunse:
- Ti rendo la tua parola, capisci!
Quando la guardia ebbe sfondata una delle porte, trovò il gran Michu solo, seduto tranquillamente all'estremità d'una tavola, in mezzo alle stoviglie rotte. La sera stessa, egli fu mandato a suo padre. In quanto a noi profittammo poco di questa rivolta. Si evitò, è vero, durante qualche settimana di darci il baccalà ed i fagiuoli. Ma ricomparvero poi: solo il baccalà aveva la salsa bianca e i fagiuoli la salsa rossa.


VI.

Molto tempo dopo rividi il gran Michu. Egli non aveva potuto continuare gli studi: coltivava alla sua volta i pochi pezzi di terra che, morendo, gli aveva lasciato suo padre.
- Sarei stato, - mi diss'egli, - un cattivo avvocato o un cattivo medico, perchè avevo la testa assai dura. È meglio che io sia un contadino. Ciò mi sta bene.... Non importa.... Voi altri mi avete gentilmente abbandonato. Ed io che proprio adoravo il baccalà ed i fagiuoli!
Il digiuno.

I

Quando il vicario montò in cattedra, coll'ampia cotta d'una bianchezza angelica, la piccola baronessa era beatamente assisa al suo solito posto, presso un calorifero, davanti la cappella dei Santi Angeli.
Dopo il raccoglimento d'uso, il vicario passò delicatamente sulle sue labbra un fazzoletto di fina batista; poi, aperse le braccia, pari a un serafino che sta per prendere il volo, chinò la testa, e parlò. La sua voce parve prima, nella vasta navata, un mormorio lontano d'acqua corrente, un gemito amoroso del vento in mezzo al fogliame. E a poco a poco il soffio s'ingrandì, il venticello divenne tempesta, la voce risuonò sotto le vôlte col maestoso romoreggiare del tuono. Ma, di tratto in tratto, la voce del vicario, anche in mezzo a' suoi più formidabili schianti di folgore, si addolciva, gettando un chiaro raggio di sole in mezzo al tetro uragano della sua eloquenza.
La piccola baronessa, fin dal primo susurro delle foglie, aveva preso la posa voluttuosa e beata d'una persona d'orecchio delicato, che si prepara a gustare tutte le finezze d'una cara sinfonia. Ella parve rapita dalla squisita dolcezza delle frasi musicali dell'esordio; seguì poi coll'attenzione d'una buona conoscitrice l'ingrossarsi della sua voce, lo scoppio dell'uragano finale preparato con tanta scienza; e, quando la voce ebbe acquistato tutto il suo sviluppo, quand'essa tuonò, ingrandita dagli echi della navata, la piccola baronessa non potè trattenere un bravo discreto, un moto di soddisfazione.
Da quel momento, una gioia celeste si diffuse nel tempio e le divote vi si abbandonarono.


II.

Per altro, il vicario qualche cosa diceva. La sua musica accompagnava delle parole. Egli predicava sul digiuno; diceva quanto erano gradite a Dio le mortificazioni della creatura. Chinato sul limitare della cattedra, nel suo atteggiamento di grande uccello bianco, ei sospirava:
- Fratelli e sorelle mie, l'ora è venuta in cui dobbiamo tutti, come Gesù, portare la nostra croce, coronarci di spine, ascendere il nostro Calvario, coi piedi nudi sulle rocce e fra i rovi.
La piccola baronessa trovò senza dubbio la frase mollemente rotonda, poichè socchiuse gli occhi e sentì come un solletico al cuore. Poi cullata dalla sinfonia del vicario, di cui continuava a seguire le frasi melodiche, si lasciò andare a una dolce fantasticheria piena di intime voluttà. In faccia a lei vedeva una delle lunghe finestre del coro, grigie dalla nebbia. Non pareva cessata la pioggia. La cara creatura era venuta alla predica con un tempo atroce; bisogna bene patire un poco quando si ha religione. Il suo cocchiere aveva ricevuto un acquazzone spaventoso, e lei stessa, saltando sul lastrico, s'era leggermente bagnata la punta dei piedini. La sua carrozza, d'altronde, era ottima, chiusa, tepida come un'alcova. Ma è ben triste vedere, attraverso i vetri umidi, una fila di ombrelli affaccendati su ciascun marciapiede! Ed ella pensava che se il tempo fosse stato bello avrebbe potuto escire in victoria. E la gita sarebbe stata ben più allegra.
In fondo, era tormentata dal timore che il vicario si sbrigasse troppo presto colla sua predica. Avrebbe dovuto allora aspettare la vettura, poichè non avrebbe mai consentito d'impantanarsi con un tempo simile. Calcolava che, andando di quel passo, il vicario non avrebbe certo avuto voce per due ore e il suo cocchiere sarebbe giunto troppo tardi. Tale ansietà guastava un poco le sue gioie devote.


III.

Il vicario, raddrizzandosi con brusca collera, scuotendo i capelli e mostrando i pugni come un uomo in preda allo spirito vendicatore, gridava:
- E, sopratutto, guai a voi, peccatrici, se non versate sui piedi di Gesù il profumo dei vostri rimorsi, l'olio del vostro pentimento. Credetemi, tremate, e gettatevi in ginocchio sulla pietra. - Non è che chiudendovi nel purgatorio della penitenza aperto dalla chiesa durante questi giorni di contrizione universale; non è che logorando le pietre poste sotto le nostre fronti impallidite dal digiuno, discendendo nelle angoscie della fame e del freddo, del silenzio e della notte, che meriterete il perdono divino, nel giorno sfolgorante del trionfo!
La piccola baronessa, tolta alla sua preoccupazione da questo scoppio terribile, scosse lentamente la testa, con un gesto che diceva com'ella era pienamente d'accordo col prete corrucciato.
Bisognava prendere delle verghe, soggiungeva il vicario e, trovato un luogo nero, umido, gelato andarsi a battere con esse; - ma tutto questo non era certo di gusto della baronessa.
Poi ella ricadde nelle sue fantasticaggini; vagò in una specie di benessere, in un'estasi soave. Ella era seduta comodamente su d'una seggiola bassa a spalliera larga, e aveva sotto i piedi un cuscino ricamato, che le impediva di sentir il freddo della pietra. Mezzo distesa, godeva il tempio, quel gran vascello in cui si spandevano vapori d'incenso; le cui profondità piene d'ombre misteriose si empivano d'adorabili visioni. La navata co' suoi arazzi di velluto rosso, co' suoi ornamenti d'oro e di marmo, col suo aspetto d'immenso gabinetto da signora pieno di profumi inebbrianti, rischiarato da lumi pallidi, chiuso, e come pronto ad accogliere amori sovrumani, l'aveva avviluppata a poco a poco nell'incanto delle sue pompe. Era la festa de' suoi sensi. La sua persona, bella e grassa, s'abbandonava lusingata, cullata, accarezzata. E la sua voluttà veniva sopratutto dal sentirsi così piccola, in una sì grande beatitudine.
Ma ciò che la solleticava ancor più deliziosamente, a sua insaputa, era il soffio tiepido del calorifero aperto quasi sotto le sue gonne. La piccola baronessa era assai freddolosa; il calorifero soffiava discretamente calde carezze lungo le sue calze di seta, e in quel caldo bagno, ella si assopiva con molle abbandono.

IV.

Il vicario era sempre in piena collera. Egli immergeva tutte le sue divote nell'olio bollente dell'inferno.
- Se voi non ascoltate la voce di Dio, se non ascoltate la mia voce ch'è quella di Dio stesso, in verità vi dico che un giorno sentirete le vostre ossa stridere d'angoscia, sentirete la vostra carne fendersi sui carboni ardenti, e allora griderete invano: Pietà, Signore, pietà, io mi pento! Dio sarà senza misericordia, e col piede vi getterà nell'abisso! - A quest'ultimo tratto, un fremito invase l'uditorio. La piccola baronessa, quasi addormentata dall'aria calda che correva sotto le sue gonne, sorrise vagamente. Lo conosceva bene il vicario, la piccola baronessa! - Nella vigilia, egli aveva pranzato alla sua tavola. Egli adorava il pasticcio di salmone coi tartufi, e il pomard era il suo vino favorito. Il vicario era un bell'uomo, fra i trentacinque e i quarant'anni, bruno, col viso sì pieno e sì roseo che si sarebbe scambiato facilmente con quello allegro d'una serva di fattoria. Ed oltre a questo era uomo di mondo, ghiotto, e aveva lo scilinguagnolo sciolto. Le donne lo adoravano, e la piccola baronessa n'era pazza. Ei le diceva con voce adorabilmente inzuccherata: Ah! signora, con un tale abbigliamento dannereste un santo.
E il caro uomo non si dannava punto; correva a regalare alla contessa, alla marchesa, alle altre sue penitenti, la stessa galanteria; perciò era l'idolo di queste signore.
Il giovedì, quando pranzava dalla baronessa, questa ne prendeva cura, come d'una cara creatura che potrebbe pigliar un raffreddore per la minima corrente d'aria, e alla quale un cattivo boccone potrebbe procurare un'indigestione. Nel salotto, la sua poltrona era accanto al caminetto; a tavola, i servitori avevano ordine di vegliare particolarmente sul suo tondo, di versare a lui solo un certo vinetto di dodici anni, ch'egli beveva, chiudendo fervorosamente gli occhi come se si comunicasse.
Era così buono, così buono il vicario! Mentre dall'alto del pulpito, parlava d'ossa che stridono, di membra che si arrostiscono, la piccola baronessa, nello stato di dormiveglia in cui era, lo vedeva alla sua tavola, che si asciugava beatamente le labbra: «Ecco, cara signora, una zuppa che vi farebbe trovar grazia presso il Padre Eterno, se la vostra bellezza non fosse più che sufficiente per assicurarvi il Paradiso».


V.

Dopo aver usata la collera e la minaccia, il vicario si mise a singhiozzare. Quest'era la sua solita tattica. Egli s'inginocchiava quasi sul pulpito, non lasciando vedere che le spalle, poi si rialzava d'improvviso, si piegava come abbattuto dal dolore, si asciugava gli occhi con un gran fregamento di mussolina inamidata, gettava le braccia in aria, a sinistra, a destra, con pose da pellicano ferito. Era il bouquet, il finale, il pezzo a grande orchestra, la scena commovente della catastrofe.
- Piangete, piangete, - esclamava egli lagrimando con voce rotta; - piangete di voi, piangete di me, piangete di Dio....
La piccola baronessa dormiva cogli occhi aperti. Il calore, l'incenso, l'ombra crescente, l'avevano come intorpidita. Ella s'era aggomitolata, rinchiusa nelle sensazioni voluttuose che provava, e sognava, di nascosto, pose assai gradevoli.
Accanto a lei nella cappella dei Santi Angeli, vi era un grande affresco, rappresentante un gruppo di bei giovani, seminudi e colle ali. Essi sorridevano d'un sorriso di amanti timidi, mentre chini, inginocchiati, avevano l'attitudine di adorare qualche piccola baronessa invisibile. Bei giovani, dalle labbra tenere, dalla pelle vellutata, dalle braccia muscolose! Il peggio era che uno fra essi somigliava affatto al giovane duca di P.... uno dei buoni amici della piccola baronessa. Nel suo assopimento, ella domandava a sè stessa se il duca sarebbe bello nudo colle ali sulla schiena. E, in qualche momento, s'immaginava che il gran cherubino color di rosa portasse l'abito nero del duca. Poi, il sogno divenne fisso: ella vide veramente il duca, con vestiti cortissimi, che, dal fondo delle tenebre, le mandava dei baci.

VI.

Quando la piccola baronessa si svegliò, intese il vicario che diceva la frase sacramentale:
Ed è la grazia che vi auguro.
Ella rimase un momento meravigliata; credette che il vicario le augurasse i baci del giovane duca.
Vi fu un grande strepito di sedie. Tutti se ne andarono. La piccola baronessa l'aveva indovinata: il suo cocchiere non era ancora a' piedi della gradinata. Quel diavolo di vicario aveva finito la sua predica, rubando proprio alle sue penitenti almeno venti minuti d'eloquenza! E mentr'ella s'impazientiva, in una navata laterale, incontrò il vicario che usciva precipitosamente dalla sacristia. Egli guardava l'orologio e aveva l'aria affaccendata d'un uomo che non vuol mancare ad un appuntamento.
- Ah! come sono in ritardo, cara signora, - diss'egli. - Sapete che mi aspettano dalla contessa. C'è un concerto spirituale, seguito da una piccola colazione.
Le spalle della marchesa.

I.

La marchesa dorme nel suo gran letto, sotto le larghe cortine di raso giallo. A mezzogiorno, al suono argentino dell'orologio, ella si decide ad aprire gli occhi.
La camera è tiepida. I tappeti, le tappezzerie degli usci e delle finestre, ne fanno un nido morbido, dove non entra il freddo. Il calore, i profumi lo invadono. Là regna eterna primavera.
E, appena svegliata, la marchesa sembra presa da un'improvvisa ansietà; allontana le coltri e suona il campanello. Giulia si presenta.
- La signora ha suonato?
- Dite, sgela forse?
Oh! la buona marchesa. Come la sua voce era commossa nel fare questa domanda! Il suo primo pensiero è per questo freddo terribile, per questo vento di tramontana ch'ella non sente, ma che deve soffiare sì crudelmente negli abituri dei poveri. Ed ella domanda se il cielo ha fatto grazia; s'ella può aver caldo senza rimorsi, senza pensare a tutti quelli che tremano di freddo.
- Sgela, Giulia?
La cameriera, offrendole l'accappatoio del mattino, dopo averlo fatto scaldare davanti a un gran fuoco:
- Oh! no, signora, non isgela; tutt'altro: il gelo è più forte.... Hanno trovato un uomo morto di freddo in un omnibus.
La marchesa è presa da una gioia infantile: ella batte le mani gridando:
- Ah! tanto meglio, andrò a pattinare nel pomeriggio.


II.

Giulia apre le tende dolcemente, perchè una luce brusca non ferisca gli occhi delicati della deliziosa marchesa.
Il riflesso azzurrognolo della neve riempie la camera d'una luce gaia. Il cielo è grigio, ma di un grigio sì bello che ricorda alla marchesa una vesta di seta grigio-perla ch'ella portava la vigilia al ballo del ministero. Questa veste era guernita di merletti bianchi, simile a quei filetti di neve ch'ella scorge all'orlo dei tetti sul pallore del cielo.
Ell'era stupenda quella sera, co' suoi nuovi diamanti. Si è coricata alle cinque, onde ha ancora la testa un po' pesante. S'è assisa tuttavia davanti lo specchio e Giulia ha rialzato l'onda de' suoi capelli biondi. L'accappatoio scivola e le spalle restano nude fino a metà della schiena. Tutta una generazione ha già invecchiato nello spettacolo delle spalle della marchesa. Dal momento che, grazie a un governo forte, le signore d'indole gaia possono scollacciarsi e danzare alle Tuileries, ella ha condotto in giro le sue spalle nella baraonda delle sale ufficiali con un'assiduità, che ha fatto di lei un'insegna vivente delle grazie del secondo impero. Le convenne seguire la moda, scollare di più le sue vesti, ora fino alle reni, ora fino alla punta del petto, in modo che la cara donna, fossetta per fossetta, ha mostrato tutti i tesori del suo busto. Non v'ha un briciolo della sua schiena e del suo petto che non sia conosciuto da chi andava alla Maddalena a San Tomaso d'Aquino. Le spalle della marchesa generosamente esposte, sono il blasone voluttuoso del regno.


III.

È inutile, senza dubbio, descrivere le spalle della marchesa. Esse sono popolari come il Ponte Nuovo. Durante dieci anni hanno fatto parte degli spettacoli pubblici. Basta scorgerne il minimo pezzo, in una sala, al teatro e altrove, per esclamare: «Guarda! la marchesa! riconosco il segno nero della sua spalla sinistra!»
Sono, d'altronde, bellissime spalle bianche, grasse, provocanti. Gli sguardi di un governo sono passati sopra di esse dando loro maggior finezza, come quelle pietre che a lungo andare vengono lisciate dai piedi della folla.
Se fossi il marito o l'amante, preferirei andar a baciare il bottone di cristallo del gabinetto d'un ministro, logorato dalla mano dei sollecitatori, piuttosto che sfiorare col labbro quelle spalle, su cui è passato il soffio caldo di tutta Parigi galante. Quando si pensa ai mille desideri che hanno dovuto fremere intorno a loro, ci si domanda di quale argilla la natura le ha impastate perch'esse non sieno rôse e sbriciolate, come le parti nude di quelle statue esposte all'aria aperta dei giardini e delle quali i venti hanno mangiato i contorni.
La marchesa ha deposto altrove il suo pudore. Ella ha fatto delle sue spalle una istituzione. E come ha combattuto per il governo di sua scelta! Sempre sulla breccia, sempre dappertutto, alle Tuileries, dal ministro, nelle ambasciate, presso i semplici milionari, riconducendo gl'indecisi a colpi di sorriso, sorreggendo il trono colle sue mammelle d'alabastro, mostrando nei giorni di pericolo dei cantucci nascosti e deliziosi, più persuasivi d'ogni argomento di oratori, più decisivi che le spade dei soldati e minacciando per strappare un voto, di scollare le sua camiciuola fino a che i più feroci membri dell'opposizione si dichiarassero convinti.
Le spalle della marchesa sono sempre rimaste intiere e vittoriose. Esse hanno portato un mondo, senza che una ruga venisse a solcare quel bianco marmo.


IV.

Quel pomeriggio, uscendo dalle mani di Giulia, la marchesa con un vestito elegantissimo alla polacca, andò a pattinare. Ella pattina adorabilmente.
Al bosco era un freddo da lupi, un vento di tramontana che pungeva il naso di quelle signore, come se il vento avesse loro soffiato della sabbia fina sul viso. La marchesa rideva; si divertiva ad aver freddo. Andava di tratto in tratto a scaldarsi i piedi ai bracieri, accesi sui margini del laghetto. Poi ritornava nell'aria agghiacciata passando come una rondinella che rade il suolo.
Ah, che bella partita! E qual fortuna che lo sgelo non sia ancora venuto! La marchesa potrà pattinare tutta la settimana.
Nel ritorno ella vide, in un viale dei Campi Elisi, una mendicante, che a' piedi d'un albero, tremava mezza morta dal freddo.
- La disgraziata! - mormorò essa con voce corrucciata.
La vettura correva troppo, per cui la marchesa non giungendo a trovare la borsa, gettò il suo mazzo alla mendicante, un mazzo di lilla bianchi, che valeva cinque buoni luigi.
Il mio vicino Giacomo.

I.

Abitavo in via Graziosa, il granaio de' miei vent'anni. La via Graziosa è stretta, scoscesa, discende dal monticello San Vittore, dietro il Giardino delle Piante. Ascendevo due piani (le case sono basse in quel paese) coll'aiuto d'una corda per non iscivolare sui gradini logori e guadagnavo così il mio abituro nella più fitta oscurità. La stanza, grande e fredda, aveva la nudità e la luce pallida d'una cantina. Eppure, ebbi degli splendidi soli in quell'ombra, nei giorni in cui il mio cuore aveva dei raggi!...
E poi, dal granaio vicino, venivano a me delle risa di monella; là c'era un'intera famiglia: padre, madre ed una bambina di sette od otto anni.
Il padre aveva una faccia angolosa, colla testa piantata di traverso fra due spalle appuntite. Il suo viso ossoso era giallo, con grossi occhi neri, sprofondati sotto folte sopracciglia. Eppure quell'uomo, nel suo aspetto lugubre, conservava un sorriso buono e timido: sembrava un fanciullone di cinquant'anni che si turbava, che arrossiva come una giovinetta. Egli cercava l'ombra, passava lungo i muri coll'umiltà d'un forzato reso libero per grazia. Ricambiandogli il saluto, me n'ero fatto un amico. Mi piaceva quella faccia strana, piena d'una bonomia inquieta. A poco a poco, eravamo giunti a stringerci la mano.


II.

Al termine di sei mesi, ignoravo ancora il mestiere che dava da vivere al mio vicino Giacomo e alla sua famiglia. Egli parlava poco. Avevo però, per pura curiosità, interrogato sua moglie a due o tre riprese; ma non avevo potuto trarre da lei che risposte dette alla sfuggita, balbettate con imbarazzo.
Un giorno, - era piovuto la vigilia e il mio cuore era oppresso, - mentre scendevo dal boulevard d'Enfer, vidi venirmi incontro uno di quei paria della popolazione operaia di Parigi un uomo vestito di nero e in cravatta bianca, che teneva sotto il braccio la piccola bara d'un neonato.
Egli camminava colla testa bassa, portando il suo leggero fardello con un'incuria pensosa, e spingendo col piede i sassolini della strada. Il cielo era pallido. Trovai un sollievo a codesta tristezza che passava. Al romore de' miei passi, l'uomo alzò il capo; poi lo volse altrove vivamente, ma troppo tardi; l'avevo riconosciuto. Il mio vicino Giacomo era beccamorti.
Lo vidi allontanarsi, vergognoso della sua vergogna. Mi spiacque di non aver preso l'altro viale. Egli se ne andava colla testa più bassa dicendo senza dubbio a se stesso che aveva perduta la stretta di mano che ci scambiavamo ogni sera.


III.

All'indomani, lo incontrai sulla scala. Egli si strinse paurosamente contro il muro, facendosi piccin piccino, raccogliendo con umiltà le pieghe della sua casacca, perchè la tela non toccasse il mio vestito. Egli era là colla fronte china, e io scorgeva la sua povera testa grigia, che tremava d'emozione.
Mi fermai guardandolo in faccia e gli tesi cordialmente la mano.
Egli alzò la testa, esitò, mi guardò in faccia. I suoi grossi occhi s'agitarono e il suo viso giallo si tinse di rosso. Poi, prendendomi bruscamente il braccio, mi accompagnò nel mio granaio, dove trovò finalmente la parola.
- Voi siete un buon giovane, - mi disse; - la vostra stretta di mano mi fa dimenticare molti sguardi torvi.
E si sedette, confessandomi che prima d'essere del mestiere, egli si sentiva, come gli altri, preso da ripugnanza quando incontrava un becchino. Ma, più tardi, nelle sue lunghe ore di cammino, in mezzo al silenzio dei convogli, egli aveva riflettuto a queste cose, e s'era stupito del disgusto e del timore che sollevava nel suo passaggio.
Avevo vent'anni, e avrei abbracciato un carnefice. M'ingolfai in considerazioni filosofiche, volendo mostrare al mio vicino Giacomo che il suo còmpito era santo. Ma egli alzò le sue spalle angolose, si sfregò le mani in silenzio, rispondendo colla sua voce lenta e imbarazzata:
- Vedete, signore: le ciarle del quartiere, le brutte occhiate dei passanti m'inquietano poco, purchè mia moglie e mia figlia abbiano del pane. Una sola cosa mi tormenta, tanto che la notte non dormo, quando ci penso. Mia moglie ed io siamo vecchi, e non sentiamo più la vergogna. Ma le ragazze sono ambiziose. Verrà un giorno che la mia povera Marta arrossirà di me. A cinque anni ella ha veduto uno de' miei colleghi, e ha tanto pianto, ha avuto tanta paura che non ho osato indossare il mantello nero davanti a lei. Io mi vesto e mi spoglio sulla scala.
Ebbi pietà del mio vicino Giacomo; gli offersi di deporre i suoi vestiti nella mia camera e di venirseli a mettere a suo agio, al riparo dal freddo. Egli prese mille precauzioni per trasportare presso di me i suoi arredi sinistri e da quel giorno lo vidi regolarmente mattina e sera. Egli si abbigliava in un angolo della mia soffitta.


IV.

Avevo una vecchia valigia, il legno della quale si sgretolava, roso dai tarli. Il mio vicino Giacomo ne fece il suo guardaroba; ne coprì il fondo di giornali e vi piegò delicatamente i suoi vestiti neri.
Talvolta la notte, quando l'incubo mi svegliava di soprassalto, gettavo uno sguardo spaventato sulla vecchia valigia che si stendeva lungo il muro in forma di bara. Mi sembrava vederne uscire il mantello, il cappello nero e la cravatta bianca.
Il cappello rotolava intorno al mio letto, saltando con piccoli scatti nervosi; il mantello si allargava, e, agitando i suoi lembi come ali nere, volava nella camera ampia e silenziosa; la cravatta bianca s'allungava, poi si arrampicava adagino verso di me colla testa alta e dimenando la coda.
Aprivo allora smisuratamente gli occhi e scorgevo la vecchia valigia immobile e cupa nel suo angolo.


V.

In quel tempo, io viveva in sogno, sogno d'amore, sogno anche di tristezza. Provavo piacere al mio incubo; amavo il mio vicino Giacomo, perch'ei viveva coi morti e mi portava gli acri profumi dei cimiteri. Mi aveva fatto delle confidenze, e io scriveva le prime pagine delle Memorie di un becchino.
Il mio vicino Giacomo, alla sera, prima di spogliarsi, si sedeva sulla vecchia valigia e mi rendeva conto della sua giornata. Gli piaceva parlare de' suoi morti. Un giorno, era una ragazza: - la povera fanciulla, morta di tisi, non pesava troppo. Un altro giorno, era un vecchio - quel vecchio la cui bara gli aveva rotto il braccio: era un grosso funzionario, che doveva aver portato con sè tutto il suo oro. Sapevo particolarità intime su ogni morto; conoscevo il loro peso, i romori che si erano prodotti nelle bare, la maniera con cui avevano fatto discendere i feretri agli svolti delle scale.
Giungemmo a tale che il mio vicino Giacomo, certe sere rientrò più ciarliero e più sereno. Egli s'appoggiava ai muri, col mantello affibbiato sulla spalla e il cappello sulla nuca. Aveva incontrato degli eredi generosi che gli avevano pagato «i litri e il tozzo di pane della consolazione». E finiva coll'intenerirsi: mi giurava che quando il momento fosse venuto, m'avrebbe portato in terra con una leggerezza di mano, proprio amichevole.


VI.

Io vissi così più d'un anno in piena necrologia.
Una mattina il mio vicino Giacomo non venne. Otto giorni dopo, egli era morto.
Ero sulla soglia del mio uscio, quando due dei suoi colleghi ne portarono via il corpo. Gl'intesi scherzare trasportando la bara che si lamentava sordamente ad ogni urlo.
Uno d'essi, piccolo e grasso, diceva all'altro, grande e magro:
- Il beccamorti è beccato.
Il paradiso dei gatti.

Mia zia, morendo, mi lasciò un gatto d'Angora, ch'è la più stupida bestia che io conosca. Ecco ciò che il mio gatto mi raccontò, una sera d'inverno, davanti le ceneri calde:


I.

Avevo allora due anni, ed ero il gatto più grasso e più ingenuo che si potesse vedere. In quella tenera età, mostravo ancora tutta la presunzione d'un animale che sdegna le dolcezze del focolare. E tuttavia quanti ringraziamenti dovevo alla Provvidenza per avermi collocato presso vostra zia! La buona donna mi adorava. Avevo in fondo d'un armadio una vera camera da letto, cuscini di piuma e tripla coperta. Il nutrimento valeva il letto; mai pane, mai zuppa; null'altro che carne, buona carne freschissima.
Ebbene! in mezzo a queste dolcezze, non avevo che un desiderio, un sogno: scivolare dalla finestra semiaperta e scappare sui tetti. Le carezze mi sembravano inani, la mollezza del mio letto mi cagionava nausee; ero grasso da stomacare me stesso. E, lungo tutta la giornata, m'annoiavo d'essere felice.
Bisogna sapere che, allungando il collo, avevo veduto dalla finestra il tetto di fronte. Quattro gatti, quel giorno, vi si battevano col pelo irto, la coda alta, rotolandosi sulle ardesie azzurre, al sole ardente, bestemmiando di gioia. Non avevo mai contemplato uno spettacolo così straordinario. Da quel momento, fissai le mie convinzioni. La vera felicità era su quel tetto, dietro quella finestra che si chiudeva con tanta cura. E la prova era che nello stesso modo si chiudevano le portelle degli armadi, dietro le quali si nascondeva la carne.
Divisai di fuggire. Doveva esserci nella vita qualche altra cosa oltre la carne sanguinolenta. Là, c'era l'ignoto, l'ideale. Un giorno dimenticarono di chiudere la finestra della cucina e io saltai sur un piccolo tetto che si trovava al disotto.

II.

Come i tetti erano belli! Li orlavano larghe gronde esalanti profumi deliziosi. Seguii voluttuosamente quelle grondaie, dove le mie zampe s'immergevano in un fango fino, che aveva un tepore, una dolcezza infinita. Mi pareva di camminar sul velluto. E il sole mandava un calore che fondeva il mio grasso.
Non vi nasconderò che tremavo in tutte le membra. Alla mia gioia si mesceva il terrore. Mi ricordo, sopratutto, d'una terribile emozione che per poco non mi fece precipitare sul lastrico. Tre gatti che rotolarono dall'alto d'una casa, vennero a me miagolando spaventosamente. E vedendomi venir meno mi trattarono da sciocco, mi dissero che facevano per ischerzo; ed io miagolai con loro. Era un incanto. Essi non avevano la mia stupida grassezza; mi burlavano quando scivolavo come una palla sulle lastre di zinco scaldate dal sole.
Un vecchio micio della compagnia mi prese in particolare affezione, si offerse di educarmi, e io accettai con riconoscenza.
Ah! come erano lontane le mollezze di vostra zia! Bevetti alle gronde, e mai latte inzuccherato m'era parso sì dolce. Tutto mi parve buono e bello. Passò una gatta, un'incantevole gatta, la cui vista mi riempì d'un'emozione sconosciuta. Fino allora, soltanto i miei sogni m'avevano mostrato quelle creature squisite, la schiena delle quali è adorabilmente agile. Mi precipitai co' miei tre compagni incontro alla nuova venuta; e, passando davanti a loro, andai a fare i miei complimenti alla stupenda gatta, quando uno de' miei camerati mi morse crudelmente il collo. Io mandai un grido di dolore.
- Bah! - mi disse, trascinandomi, il vecchio micio: - voi ne vedrete di più belle.


III.

Dopo un'ora di passeggio, sentii un appetito feroce.
- Che si mangia sui tetti? - domandai al vecchio micio.
- Quel che si trova, - mi rispose dottamente.
Questa risposta m'imbarazzò, perchè avevo un bel cercare e non trovavo nulla. Scorsi finalmente in una soffitta una giovane operaia, che preparava la colazione. Sulla tavola, sotto la finestra, faceva bella mostra una costoletta d'un rosso appetitoso.
- Ecco la mia fortuna, -- pensai ingenuamente.
E saltando sulla tavola addentai la costoletta. Ma l'operaia, avendomi scorto, mi assestò sulla schiena un terribile colpo di scopa; io abbandonai la carne e fuggii urlando una tremenda bestemmia.
- Ma voi uscite da un villaggio? - mi disse il gattaccio. - La carne ch'è sulle tavole, è fatta per esser desiderata da lungi. È nelle gronde che bisogna cercare.
Non potei mai comprendere perchè la carne delle cucine non appartenesse ai gatti. Il mio ventre cominciava a corrucciarsi seriamente. Il gattaccio finì di mettermi alla disperazione dicendomi che bisognava attendere la notte, discendere nella strada e frugare nei mucchi d'immondizie. Attendere la notte! Ei diceva questo tranquillamente, da filosofo indurito. E io mi sentivo venir meno al solo pensiero di quel digiuno prolungato.


IV.

La notte venne lentamente, una notte di nebbia che mi gelò. La pioggia cadde ben presto, sottile, penetrante, sbattuta da bruschi soffi di vento. Discendemmo per un tetto a vetri che dava luce a una scala. Come mi parve brutta la strada! Non c'era più quel caro calore, quel sole cocente, que' tetti bianchi di luce dove ci rotolavamo sì deliziosamente! Le mie zampe sdrucciolavano sui mattoni nudi. Mi ricordai con amarezza della mia tripla coperta e del mio cuscino di piume.
Eravamo appena sulla strada che il mio amico, il gattaccio, si mise a tremare. Egli si fece piccolo piccolo, e scivolò astutamente lungo le case dicendomi di seguirlo al più presto. Egli si rifugiò nella prima porta che vide aperta, lasciando scappare un miagolìo di soddisfazione. Io lo interrogai su questa fuga.
- Avete veduto quell'uomo che aveva una gerla e un micino? - mi domandò.
- Sì.
- Ebbene! s'egli ci avesse scorti, ci avrebbe accoppati e mangiati allo spiedo.
- Mangiati allo spiedo! - esclamai. - Ma non è nostra la strada?... Non si mangia, e si è mangiati!


V.

Intanto, avevano deposte le immondizie davanti alle porte. Ne frugai i mucchi con disperazione. Trovai due o tre ossi magri: li raccolsi nella cenere. Allora compresi quanto è succolenta la carne fresca. Il mio amico razzolava le immondizie da artista. Egli mi fece correre fino al mattino visitando ogni mattone senza punto affrettarsi. Durante quasi dieci ore, fui esposto alla pioggia, tremando in tutte le membra. Maledetta strada! maledetta libertà! Quanto rimpiansi la mia prigione!
Quando fece giorno, il gattaccio vedendo che traballavo, mi disse in modo strano:
- Ne avete abbastanza?
- Oh sì! - risposi.
- Volete ritornare a casa vostra?
- Certo, ma come ritrovare la casa?
- Venite; questa mattina, vedendovi uscire, compresi che un gatto grasso come voi non era fatto per le gioie aspre della libertà. Conosco la vostra dimora e vi metterò alla vostra porta.
Quel degno gattaccio mi diceva tutto ciò con semplicità. Quando fummo arrivati:
- Addio, - mi disse, senza mostrare la minima emozione.
- No! - esclamai, - non ci lasceremo così. Voi verrete con me. Divideremo lo stesso letto e la stessa carne. La mia padrona è una buona donna....
Non mi lasciò finire.
- Tacete, - diss'egli bruscamente, - voi siete uno sciocco. Morrei nei vostri molli tepori. La vostra vita d'abbondanza è buona per i gatti bastardi. I gatti liberi non compreranno mai al prezzo d'una prigione la vostra carne e il vostro cuscino di piume.... Addio.
E riascese sui tetti. Vidi la sua grande ombra magra tremare di contento sotto le carezze del sole che levava.
Quando tornai a casa, vostra zia prese la sferza e mi fece sentire una correzione che ricevetti con gioia profonda. Gustai largamente la voluttà del calore e delle percosse. Intanto ch'ella mi picchiava, io pensava con delizia alla carne che mi avrebbe dato dipoi.


VI.

- Vedete, - concluse il mio gatto, allungandosi davanti al fuoco, - la vera felicità, il paradiso, mio caro padrone, è d'esser chiuso e picchiato in una stanza dove c'è della carne.
Io parlo per i gatti.
Lilì.

I.

Tu giungi dai campi, Ninetta, dai veri campi che hanno i profumi acuti e larghi gli orizzonti. Tu non sei tanto sciocca da rinchiuderti in un casino sul confine di qualche regione montana. Tu vai dove la folla non va, in un bugigattolo di fogliame, nel cuore della Borgogna. Il tuo ritiro è una casa bianca, nascosta come un nido in mezzo agli alberi. Là vivi le tue primavere nella salute dell'aria libera. E quando ritorni a me per qualche giorno, le tue amiche fanno le meraviglie delle tue guancie fresche come il tuo biancospino, delle tue labbra rosse come le tue rose canine.
Ma la tua bocca è inzuccherata; e giurerei che ieri ancora mangiavi ciliegie. Oh tu non sei una signorina che tema le vespe e i rovi! Tu cammini bravamente al sole, ben sapendo che il tuo collo abbronzato ha trasparenze d'ambra fina. E tu corri sui campi in veste di tela sotto il tuo largo cappello, come una contadina amica della terra.
Recidi i frutti colle tue forbicette da ricamatrice, facendo, è vero, un magro còmpito, ma lavorando con tutto il cuore e ritornando a casa superba delle graffiature rosee che i cardi hanno lasciato sulle bianche tue mani.
Che farai nel prossimo dicembre? Nulla. T'annoierai, non è vero?
Tu non sei mondana.... Ti ricordi di quel ballo dove ti condussi una sera? Avevi le spalle nude: tremavi di freddo nella vettura. A quel ballo c'era un caldo soffocante, sotto la luce abbagliante dei doppieri. Tu restasti in fondo alla tua poltrona, tranquilla, soffocando leggieri sbadigli dietro il ventaglio. Ah, che noia! E quando fummo di ritorno, mormorasti, mostrandomi il mazzolino avvizzito:
- Guarda questi poveri fiori! Se vivessi in quell'aria così calda, morrei com'essi. Mia cara primavera, dove sei tu?
Non andremo più al ballo, Ninetta. Resteremo in casa, presso un canto del caminetto. Noi ci ameremo; e, quando saremo stanchi, ci ameremo ancora.
Ricordo il tuo grido dell'altro giorno: «Veramente una donna è molto oziosa». - Pensai fino a sera a questa confessione. L'uomo prese per sè tutto il lavoro e lasciò a voi il meditare pericoloso; alla fine delle lunghe fantasticaggini, si trova il fallo. A che pensare quando si ricama tutta una giornata? Si fanno castelli, ove ci si addormenta come la Belle-au-Bois-dormant, aspettando i baci del primo cavaliere che passerà sulla strada.
Mio padre, mi dicesti spesso, era un buon uomo, che mi lasciò crescere al suo fianco. Non appresi il male da quelle sciocche deliziose che, in collegio, nascondono le lettere del cugino nel libro di preghiere. Non confusi mai il buon Dio coi bricconi, e confesso ch'ebbi sempre paura di far dispiacere a mio padre. Ti dirò anche che io saluto con naturalezza, senza avere studiata l'arte delle riverenze: il mio maestro di ballo non m'insegnò ad abbassare gli occhi, a sorridere, a mentire col viso; sono d'una crassa ignoranza riguardo a quelle smorfie da civette che formano il più bello dell'educazione d'una giovanetta nata bene. Io crebbi liberamente come una pianta vigorosa; perciò soffoco nell'aria di Parigi.


II.

Ultimamente, in uno di que' rari pomeriggi belli che la primavera ci concede, mi trovai seduto alle Tuileries, all'ombra fresca dei grandi castagni. Il giardino era quasi vuoto. Alcune signore ricamavano a' piè degli alberi, in piccoli gruppi. Alcuni fanciulli giocavano, rompendo col loro riso acuto il sordo mormorio delle strade vicine.
I miei sguardi finirono col fermarsi sopra una bambina di sei o sette anni, la cui giovane madre parlava con un'amica, a qualche passo da me. Era una fanciulletta bionda, piccina, che si dava già l'aria di una signorina. Portava uno di que' graziosi vestitini di cui le parigine sole sanno abbigliare le loro bambine; una gonna di seta rosea a sbuffi, che lasciava vedere le gambe coperte di calze grigio-perla; un corpetto scollato, guernito di merletti, un berrettino a piume bianche, gioielli, collana e un braccialetto di corallo. Somigliava alla sua signora madre, con un po' più di civetteria.
Era riuscita a prendere alla madre l'ombrellino, e lo teneva aperto passeggiando, benchè sotto gli alberi non ci fosse il minimo raggio di sole. Ella studiavasi di camminare con leggerezza, guizzando con grazia, come aveva veduto fare dalle persone adulte. Non sapeva di essere osservata, ripeteva la sua parte in tutta coscienza, cercando movimenti e smorfie graziose, imparando il girar della testa, gli sguardi, i sorrisi. Finalmente, incontrando il tronco d'un vecchio castagno, gli fece seriamente davanti una mezza dozzina di riverenze.
Ell'era una piccola donna. Fui veramente atterrito del suo sangue freddo e della sua scienza. Non aveva ancora sette anni e sapeva già il suo mestiere d'incantatrice. Solamente a Parigi si trovano fanciullette così precoci, le quali conoscono il ballo prima dell'alfabeto.
Ricordo i fanciulli di provincia; sono goffi e pesanti; si trascinano scioccamente per terra. Ma Lilì non guasterebbe certo il suo vestitino: si contenta di non giuocare, sta ben ritta nelle sue gonne insaldate, mettendo tutta la sua gioia ad essere guardata e a sentirsi dire intorno: «Oh che graziosa fanciulla!»
Intanto Lilì salutava sempre il tronco del vecchio castagno. Ad un tratto la vidi raddrizzarsi e mettersi in guardia: abbassò l'ombrellino col sorriso sulle labbra e con un'aria di pazzerella. Compresi subito. Un'altra ragazzina, una bruna in gonna verde, si avanzava sul gran viale. Era un'amica, e bisognava incontrarsi con tutta eleganza.
Le due bambine si toccarono leggermente la mano, fecero quelle smorfie che sono usuali fra donne dello stesso mondo. Esse avevano quel sorriso beato, che in una simile circostanza è di buon genere. Quando ebbero finito i complimenti, si misero a camminare allato, discorrendo con voce sottile. Di giocare non si parlò neppure.
- Avete un bell'abito!
- Questa guarnizione è di valencienne, non è vero?
- Stamattina, la mamma è stata indisposta, ed io temetti proprio di non poter venire, dopo d'avervelo promesso.
- Avete visto la bambola di Teresa? Ha un corredo magnifico.
- È vostro quell'ombrellino? È bellissimo.
Lilì diventò tutta rossa. Ella faceva risaltare con grazia l'ombrellino di sua madre, contenta di schiacciare la sua amica, che non aveva ombrellino. La domanda la imbarazzò: comprese che se diceva la verità, si dava per vinta.
- Sì, - rispose graziosamente; - me l'ha regalato papà.
Quest'era il non plus ultra. Ella sapeva mentire come sapeva esser bella; poteva crescere così; ella non ignorava difatti niente di ciò che fa una bella donna.
Con tale educazione, come volete che i poveri mariti dormano tranquilli?
In quel momento, un garzoncello di otto anni passò, trascinando un carretto carico di sassi. Egli mandava degli ohe! terribili; faceva da carrettiere, giuocava di tutto cuore, e, passando, fu per urtare Lilì.
- Come sono brutali gli uomini! - diss'ella con disdegno. - Vedete com'è trasandato quel fanciullo!...
E le due signorine fecero un sorriso abbastanza sprezzante.
Il fanciullo, che faceva da cavallo, doveva parer loro molto bambino.
Da qui a vent'anni, se una d'esse lo sposa, lo tratterà colla superiorità d'una donna che ha saputo giuocare coll'ombrellino a sett'anni, mentr'egli, a quell'età, non sapeva che stracciare i suoi calzoncini.
Lilì aveva ripreso il cammino, dopo aver accuratamente aggiustate le pieghe della sua veste.
- Guardate, - riprese ella, - quella stupidona di ragazza in veste bianca che s'annoia tutta sola là, in fondo. L'altro giorno mi fece domandare se volevo che mi venisse presentata. Immaginatevi, mia cara, essa è figlia d'un impiegatuccio. Capite bene che non ho voluto: non bisogna compromettersi.
Lilì fece una smorfia da principessa oltraggiata. La sua amica era sconfitta: non aveva ombrellino e nessuno aveva ancora sollecitato il favore d'esserle presentato. Ella impallidiva come donna che assiste al trionfo della sua rivale. Aveva passato il braccio intorno alla vita di Lilì, cercando, per didietro, di sciuparle la veste, senza che se ne accorgesse. E le sorrideva, tuttavia, d'un sorriso adorabile, co' suoi dentini bianchi pronti a mordere.
Mentre s'allontanavano dalle loro madri, scorsero finalmente che io le osservava. Da quell'istante divennero più sdolcinate, ebbero una civetteria da signorine che vogliono meritare e trattenere l'attenzione. Un signore stava là a guardarle. Ah! figlie d'Eva! il diavolo vi tenta in culla.!
Poi diedero in una risata. Una particolarità del mio vestito doveva sorprenderle e parer loro assai comica: il mio cappello, senza dubbio, non era più di moda. Si beffavano, infatti, di me; celiavano, colla mano sulle labbra, trattenendo il loro riso perlato, come fanno le signore nei salotti. Finii col vergognarmi, coll'arrossire, col non saper più che fare della mia persona. E fuggii, abbandonando il posto a quelle due bambine, che avevano l'allegria e gli sguardi strani di donne fatte.
Ah! Ninetta, Ninetta, conduci queste signorine nelle fattorie, vestile di tela grigia, e lasciale avvoltolare nelle pozze dove sguazzano le anitre. Ritorneranno stupide come oche, sane e vigorose come giovani alberi.
Quando le sposeremo, insegneremo loro ad amarci, e ne sapranno abbastanza.
La leggenda della "Fata dell'amore".

I.

La bella fanciulla dai capelli rossi, nacque un mattino di dicembre, mentre cadeva la neve lenta e virginea. Vi furono nell'aria certi segni che annunciavano la missione d'amore ch'ella veniva a compiere: il sole brillò color di rosa sulla neve bianca, e sui tetti passarono profumi di lillà e canti d'uccelli, come in primavera.
Ella vide la luce nel fondo d'un bugigattolo senza dubbio per umiltà, affine di mostrare che desiderava le sole ricchezze del cuore. Non ebbe famiglia e potè amare l'umanità intiera, avendo le braccia tanto elastiche da abbracciare tutto il mondo. - Raggiunta appena l'età dell'amore, abbandonò l'ombra in cui si raccoglieva; si mise a camminare per le strade, cercando gli affamati che saziava co' suoi sguardi.
Era una ragazza grande e forte, cogli occhi neri, colla bocca rossa; aveva la carne d'un pallore sfumato, coperto d'una leggiera lanugine, che faceva della sua pelle un velluto bianco. Quando camminava, il suo corpo ondulava in dolce ritmo.
D'altra parte lasciando la paglia, dov'era nata, ella aveva compreso che il vestirsi di seta e di merletti entrava nella sua missione. La natura aveva regalato i denti bianchi, le guancie rosee; seppe trovare collane di perle bianche come i suoi denti e gonne di raso roseo come le sue guancie.
E quando ebbe il suo corredo compiuto, era bello incontrarla pei sentieri nelle splendide mattine di maggio. Ella aveva il cuore e le labbra aperti a tutti i vegnenti. Quando trovava un mendicante sull'orlo d'un fosso, lo interrogava con un sorriso; s'egli si lagnava di bruciori, di febbri acute al cuore, subito la sua bocca gli dava un'elemosina, e la miseria del mendicante era sollevata.
I poveri della parrocchia la conoscevano perciò tutti. Essi si affollavano alla sua porta, in attesa della distribuzione. Sorella caritatevole, ella discendeva mattina e sera, dividendo i suoi tesori di tenerezza, dando a ciascuno la sua parte. Era buona e tenera come il pan bianco. I poveri della parrocchia l'avevano soprannominata la «Fata dell'amore».


II.

Ora avvenne che una epidemia terribile desolò la contrada. Tutt'i giovani ne furono colpiti e poco mancò che non ne morisse il maggior numero.
I sintomi del flagello erano tremendi. Il cuore allentava i suoi battiti, la testa si vuotava, il moribondo inebetiva. I giovani, simili a ridicoli fantocci, passeggiavano ghignando, comprando cuori alla fiera, come i fanciulli comprano i bastoncelli di zucchero d'orzo.
Quando l'epidemia colpiva dei buoni ragazzi, il male si manifestava con una tristezza nera, con uno scoraggiamento mortale.
Gli artisti piangevano d'impotenza davanti alle loro opere; gli amanti inappagati andavano a buttarsi nei fiumi.
Immaginate se la bella fanciulla seppe rendersi utile in questa grave circostanza. Ella stabilì ambulanze, curò gli ammalati notte e giorno, impiegando le sue labbra a guarire le ferite, ringraziando il cielo del gran còmpito che le assegnava.
Ella fu una Provvidenza pei giovani: ne salvò un gran numero. Quelli de' quali ella non potè guarire il cuore, furon quelli che non avevano più cuore. La sua cura era semplice: prestava agli ammalati le sue mani soccorritrici, il suo soffio tiepido, e non domandava mai pagamento. Si rovinava con indifferenza.
Perciò, gli avari del tempo scuotevano la testa, vedendo la giovane prodiga disperdere così la gran fortuna delle sue grazie. Dicevano fra sè: - Ella morrà sulla paglia, - ella che dava il sangue del suo cuore senza pesarne mai le goccie.


III.

Difatto, venne un giorno che, frugando nel suo cuore, lo trovò vuoto. Ebbe un brivido di terrore; le restava appena qualche soldo di tenerrezza! E l'epidemia infieriva sempre.
La fanciulla non pensava più all'immensa fortuna che aveva follemente dissipata, provava un bisogno cocente di carità e ciò le rendeva più spaventosa la sua miseria. Era cosa sì dolce l'amare e l'essere riamata! Ed ora conveniva vivere nell'ombra, attendendo alla sua volta un'elemosina che forse non sarebbe venuta mai.
Ebbe per un istante il savio pensiero di conservare gelosamente i pochi soldi che le restavano e di spenderli con tutta prudenza. Ma, nel suo isolamento, fu presa da un tal freddo, che finì coll'uscire cercando il sole di maggio.
Sul sentiero, alla prima svolta, incontrò un giovane, il cui cuore moriva evidentemente d’inerzia. A quella vista, si risvegliò la sua ardente carità. Ella non poteva mentire alla sua missione. E, raggiante di bontà, grande d'abnegazione, ella mise tutto il resto del suo cuore sulle sue labbra: si curvò dolcemente e diede un bacio al giovane, dicendogli:
- Prendi, è questo il mio ultimo luigi: rendimelo.


IV.

Il giovane le rese la moneta.
La sera stessa, mandò a' suoi poveri una lettera di partecipazione, per avvisarli ch'era forzata di sospendere le sue elemosine. Non rimaneva alla cara ragazza che il necessario per vivere in un'onesta agiatezza coll'ultimo affamato che aveva soccorso.
La leggenda della «Fata dell'amore» non ha morale.
Il fabbro-ferraio.

Il fabbro-ferraio era un uomo alto, il più alto del paese, colle spalle tarchiate, col viso e colle braccia neri per le fiamme della fucina e per la polvere di ferro dei martelli. Sotto la selva de' suoi folti capelli, che gli coprivano il largo cranio, s'aprivano due grossi occhi azzurri da bambino, chiari come l'acciaio. Le sue larghe mascelle lasciavano uscire, insieme a risate, sonanti respiri: parevano i respiri del suo mantice, pieno d'enorme allegria; e, quand'egli levava le braccia con un gesto di potenza soddisfatta - gesto al quale il lavoro dell'incudine lo aveva abituato, - sembrava portare i suoi cinquant'anni con più gagliardia di allora che sollevava la così detta «Demoiselle», un martello pesante venticinque libbre, una terribile sua figliuolina, che egli solo da Vernon a Rouen potea far saltare sull'incudine.
Vissi un anno presso il fabbro-ferraio, un intiero anno di convalescenza. Avevo perduto il mio cuore, perduto il mio cervello; ero partito, cercando me stesso, cercando un angolo di pace e di lavoro, dove potessi trovare la mia virilità. E così, una sera, sulla strada, dopo aver passato il villaggio, scorsi la fucina, isolata, fiammante, piantata di traverso sulla crociera dei Quattro Cantoni. La luce era tale che, quando il portone era spalancato, pareva incendiasse il crocicchio, e che i pioppi di fronte, disposti in fila lungo il ruscello, fumassero come torcie. Da lungi, in mezzo alla dolcezza del crepuscolo, la cadenza dei martelli risuonava a mezza lega, simile al galoppo, sempre più prossimo, di un reggimento di ferro. Là, sotto la porta spalancata, in mezzo allo splendore, allo strepito, allo scuotimento di quel tuono, io m'arrestai, felice, già consolato di veder quel lavoro, di contemplare quelle mani d'uomo torcere e spianare le verghe roventi.
In quella sera d'autunno, io vidi il fabbro per la prima volta. Egli fabbricava il vomere d'un aratro. Mostrando dalla camicia aperta il suo ruvido petto, in cui le coste, ad ogni respiro, segnavano il suo scheletro di bronzo, egli si rovesciava, prendeva lo slancio, abbassava il martello. E ciò senza incertezza, con un'ondulazione leggiera e continua del corpo, con una spinta implacabile dei muscoli. Il martello girava in un cerchio regolare, mandando scintille, lasciando un lampo dietro di sè. Era la «Demoiselle» alla quale il fabbro imprimeva il salto colle sue mani, mentre suo figlio, un robusto garzone di vent'anni, teneva il ferro infiammato all'estremità della tenaglia, e batteva dal suo lato, batteva colpi sordi, che soffocavano il movimento strepitoso della terribile figliuola del vecchio. Tot-toc-toc-toc; si sarebbe detto esser quella la voce grave d'una madre, che incoraggiasse il primo balbettìo del suo bambino.
La «Demoiselle» danzava sempre, e, ogni volta che saltava sull'incudine, lasciava il suo solco nel vomere che fabbricava. Una fiamma sanguigna scorreva fino a terra, illuminando le ossa sporgenti de' due operai, le grandi ombre dei quali s'allungavano negli angoli oscuri e confusi della fucina. A poco a poco l'incendio impallidì, e il fabbro si fermò. Egli rimase nero, ritto, appoggiato sul manico del martello, con un sudore alla fronte che non si curava nemmeno di asciugare. Nel rumore del mantice che suo figlio tirava con mano lenta, io sentiva il respiro de' suoi polmoni agitati.
La sera dormii presso il fabbro, e non lo lasciai più. Egli aveva una camera libera, in alto sopra la fucina; me la offrì, e io l'accettai. Cominciavo prima del giorno, a cinque ore, ad entrare nelle faccende del mio ospite. Mi svegliavo al riso di tutta la casa, che s'animava fino a notte della propria gioia enorme. Sotto di me i martelli danzavano. Pareva che la «Demoiselle» mi gettasse fuori del letto, picchiando sul soffitto e trattandomi da infingardo. Tutta la mia povera camera, col suo grande armadio, la sua tavola di legno bianco e le sue due sedie, scricchiolava, mi gridava di far presto. E conveniva discendere. Abbasso, trovavo la fucina già rossa. Il mantice soffiava; una fiamma azzurra e rosea guizzava dal carbone, nel quale pareva che splendesse la rotondità d'un astro, sotto il vento che consumava le bragie. Intanto il fabbro preparava il lavoro della giornata. Egli rimoveva il ferro agli angoli dell'officina; rivoltava aratri, esaminava ruote. Quando il buon uomo mi scorgeva, si metteva i pugni sulle coste e rideva in modo che la bocca gli si apriva fino alle orecchie. Si rallegrava d'avermi cacciato dal letto alle cinque. Credo che il mattino egli picchiasse per picchiare, per suonare la sveglia colla musica formidabile de' suoi martelli. Egli mi posava le sue grosse mani sulle spalle, si chinava come se avesse parlato a un fanciullo, dicendomi che stavo meglio dacchè vivevo in mezzo al suo ferraccio. E ogni giorno prendevano insieme il vino bianco sul dorso d'una vecchia carriuola rovesciata.
Passavo sovente la mia giornata alla fucina. L'inverno sovratutto, nei giorni piovosi, vissi là tutte le mie ore. M'interessavo a quel lavoro. Quella lotta continua del fabbro contro il ferro greggio ch'egli impastava a suo modo, mi appassionava come un dramma potente. Seguivo il metallo dal fornello all'incudine; avevo continue sorprese nel vederlo piegarsi, distendersi, arrotolarsi, come una cera molle, sotto gli sforzi vittoriosi dell'operaio. Quando l'aratro era finito, mi v'inginocchiavo davanti: non riconoscevo più l'abbozzo informe della vigilia, esaminavo i pezzi, pensando che certe dita d'una forza immensa avevano dato loro quella forma senza il concorso del fuoco. Sorridevo talvolta, pensando ad una ragazza che avevo veduta in altro tempo torcere colle sue mani flessibili degli steli d'ottone, sui quali ella attaccava con un filo di seta violette artificiali. Il fabbro non si lagnava mai. Lo vidi, dopo aver battuto il ferro, durante giornate di quattordici ore, ridere la sera del suo riso sereno, stropicciandosi le braccia coll'aria d'un uomo soddisfatto. Egli non era mai triste, mai stanco. Se la casa fosse rovinata l'avrebbe sostenuta sulle spalle. Diceva che l'inverno si stava bene nella sua fucina, e l’estate apriva il portone, per lasciar entrare l'odore del fieno. Quando venne l'estate, al cadere del giorno, andavo a sedermi vicino a lui, davanti la parta. Eravamo a metà del pendìo, donde si dominava la valle in tutta la sua ampiezza. Egli era beato contemplando quell'immenso tappeto di terre coltivate, che si perdevano all'orizzonte nel violetto chiaro del crepuscolo.
E il fabbro scherzava sovente. Diceva che tutte quelle terre gli appartenevano, che la fucina, da più di duecent'anni forniva aratri a tutto il paese. Era suo orgoglio che neppure una messe crescesse senza di lui. Se la pianura era verde in maggio e gialla in luglio, era debitrice a lui di quella seta cangiante. Amava i raccolti come suoi figli, e, felice dei soli ardenti, levava il pugno contro le nuvole di grandine quando scoppiavano. Mi mostrava sovente da lungi qualche pezzo di terra che pareva meno largo del dorso della sua veste e mi raccontava in quale anno egli aveva fatto un aratro per quel quadrato d'avena e di segala. Al momento della coltivazione egli abbandonava talvolta i suoi martelli e si recava sull'orlo della strada; e, colla mano sugli occhi, guardava, guardava la numerosa famiglia dei suoi aratri mordere il suolo, tracciar solchi, davanti, a sinistra, a dritta. La valle n'era tutta piena.
Nel veder gli aratri, tirati da buoi, procedere lentamente, si sarebbe detto ch'erano reggimenti in marcia. I vomeri brillavano al sole mandando riflessi d'argento. Ed egli alzava le braccia, mi chiamava, mi gridava che andassi a vedere il «sacro lavoro» ch'essi facevano.
Tutto quel ferraccio rimbombante, che risuonava sotto di me, mi metteva del ferro nel sangue e mi giovava meglio delle droghe del farmacista. M'ero avvezzato a questo strepito, avevo bisogno di questa musica del martello sull'incudine per sentirmi vivere. Nella mia camera, tutt'animata dal romoroso soffiare del mantice, avevo ritrovata la mia povera testa. Quel toc-toc-toc-toc era come il pendolo giocondo che regolava le mie ore di lavoro.
Quando l'opera ferveva di più, quando il fabbro s'arrabbiava e io sentiva il ferro rovente scoppiare sotto i salti dei martelli indiavolati, avevo una febbre da gigante nei pugni, avrei voluto stiacciare il mondo con un colpo della mia penna. Poi, quando la fucina taceva, tutto faceva silenzio nel mio cranio; discendevo e mi vergognavo del mio lavoro, nel vedere tutto quel metallo vinto e ancora fumante.
Ah! come lo vidi superbo, talvolta, quel fabbro, durante i caldi pomeriggi! Egli era nudo fino alla cintura, coi muscoli sporgenti e tesi, simile ad una di quelle grandi figure di Michelangelo, che si raddrizzano in uno sforzo supremo. Trovavo, a guardarlo, la linea scultoria moderna, che i nostri artisti cercano con fatica nelle carni morte della Grecia. Io vedeva in lui l'eroe ingrandito del lavoro, il figlio infaticabile di questo secolo che dà forma col fuoco e col ferro alla società dell'indomani. Egli giocava co' suoi martelli. Quando voleva ridere, prendeva la «Demoiselle» e picchiava a tutto andare. Allora faceva tuonare la casa, in mezzo all'anelito infuocato del fornello. Mi pareva di sentire il respiro del popolo all'opera.
È là, nella fucina, in mezzo agli aratri, che son guarito per sempre dalla malattia dell'infingardagine e del dubbio.
Lo sciopero.

I.

Al mattino, quando gli operai vanno alla fabbrica, la trovano fredda, nera, come una triste rovina. In fondo alla gran sala, la macchina è muta, colle sue braccia magre, colle sue ruote immobili; essa ci mette una malinconia di più, essa, che col suo soffio e col suo moto anima, d'ordinario, tutta la casa del battito d'un cuore di gigante, forte ad ogni bisogno.
Il padrone discende dal suo piccolo gabinetto. Egli dice tristamente a' suoi operai: - Figli miei, non c'è lavoro oggi.... Le ordinazioni non arrivano più; ricevo contr'ordini da tutte le parti e resterò ben presto colla mercanzia sulle braccia. Questo mese di dicembre, sul quale io contava, questo mese di gran lavoro negli altri anni, minaccia di rovinare le Case più solide.... Bisogna sospendere tutto.
E vedendo che gli operai si guardavano l'un l'altro colla paura di ritornare a casa, colla paura della fame dell'indomani, egli aggiunse con voce più bassa:
- Io non sono egoista, no, ve lo giuro.... La mia situazione è terribile quanto la vostra, forse più della vostra. In otto giorni, ho perduto cinquantamila lire. Sospendo oggi il lavoro, per non iscavare maggior abisso, e non ho un soldo per le mie scadenze del 15.... Vedete, vi parlo da amico, non vi nascondo nulla. Domani, forse, avrò qui gli uscieri. Non è colpa mia, n'è vero? Abbiamo lottato sino alla fine. Avrei voluto aiutarvi a passar questo cattivo momento, ma è impossibile; sono in terra, non ho più pane da dividere.
E tese loro la mano. Gli operai gliela strinsero in silenzio. E, per qualche minuto, rimasero là, a guardare coi pugni chiusi, i loro strumenti inutili. Le altre mattine, appena giorno, le lime stridevano, i martelli segnavano il ritmo; e tutto questo par già addormentato nella polvere d'un fallimento! Sono venti, trenta famiglie che non mangeranno la settimana ventura.
Alcune donne che lavoravano nella fabbrica hanno le lacrime agli occhi; gli uomini vogliono mostrarsi più fermi. Fanno i bravi; dicono che a Parigi non si muore di fame.
Poi, quando il padrone li lascia e lo vedono andarsene fatto curvo in otto giorni, schiacciato forse da un disastro più grande ancora ch'egli non confessi, si ritirano a uno a uno, sentendosi soffocare nella sala, col petto oppresso e col cuore agghiacciato, come se uscissero dalla camera d'un morto. Il morto è il lavoro; è la grande macchina muta, che lascia vedere nell'ombra il suo scheletro sinistro.


II.

L'operaio è fuori nella strada, sul lastrico; egli ha battuto i marciapiedi per otto giorni, senza poter trovare lavoro. È andato di porta in porta offrendo le sue braccia, le sue mani, tutto se stesso a qualunque lavoro, fino al più ributtante, al più duro, al più micidiale. Tutte le porte si sono chiuse.
Allora l'operaio offre di lavorare per la metà del prezzo, e le porte non gli sono riaperte. Se anche lavorasse per nulla, non si potrebbe tenerlo. È lo sciopero, il terribile sciopero che suona l'agonia delle soffitte. Il panico ha arrestate tutte le industrie; e il danaro, il vile danaro, si è nascosto.
Passati otto giorni, tutto è finito. L'operaio ha fatto un supremo tentativo, ma è ritornato lentamente colle mani vuote, slombato dalla miseria.
La pioggia cade; in quella sera, in mezzo al fango, Parigi è funebre. Egli cammina sotto l'acquazzone, senza sentirlo, non intendendo che la sua fame, fermandosi per giungere men presto. Si è chinato su un parapetto della Senna: le acque ingrossate scorrono con lungo strepito, zampilli di spuma bianca si rompono a una pila del ponte. Egli si china di più, l'onda colossale passa sotto di lui, gettandogli un appello furioso. Ma egli dice a se stesso che sarebbe una viltà; e continua il suo cammino.
La pioggia è cessata. Il gas fiammeggia nelle vetrine dei gioiellieri. S'egli spezzasse un vetro prenderebbe con un pugno del pane per parecchi anni.
Le cucine dei ristoratori s'accendono; e dietro le cortine di mussolina bianca, egli scorge persone che mangiano. Affretta il passo, risale il sobborgo, lungo le botteghe di vendarrosto, di salsiccie, di pasticcerie, di tutto Parigi ghiottone che si mostra nelle ore di fame.
La moglie e la figliuoletta piangevano quella mattina, ed egli aveva promesso del pane per la sera; e non osò ritornare prima della notte per dir loro che aveva mentito. Mentre cammina domanda a se stesso come si presenterà, che cosa racconterà per ispirar loro la pazienza. E non possono restar più oltre senza mangiare. Egli ci si proverebbe, ma la moglie e la piccina sono troppo deboli.
Per un momento, gli viene l'idea di mendicare. Ma quando gli passano accanto una signora o un signore, e pensa di tendere la mano, gli si irrigidisce il braccio, gli si stringe la gola. Egli resta piantato sul marciapiede, mentre la gente ammodo, vedendo il suo volto feroce di affamato, volta la testa credendolo ubriaco.


III.

La moglie dell'operaio è discesa sulla soglia della porta, lasciando in alto la piccina addormentata. La donna è magrissima, vestita con abito d'indiana. Ella trema di freddo, tra i soffi gelati della strada.
Non ha più nulla in casa; ha portato tutto al Monte di Pietà. Otto giorni senza lavoro, bastano per vuotare la casa. Nella vigilia, ha venduto presso un rigattiere l'ultimo pugno di lana del suo materasso. Il materasso se n'è andato anch'esso: ora non resta che la tela. Ella l'ha attaccata davanti la finestra per impedire che l'aria entri, poichè la piccina tossisce molto.
Senza dirlo a suo marito, ella pure ha cercato lavoro. Ma lo sciopero ha colpito più duramente le donne che gli uomini. Sul suo pianerottolo vi sono sventurate ch'ella sente singhiozzare durante la notte. Ne ha incontrata una, ritta sull'angolo del marciapiede; un'altra è morta, un'altra è sparita.
Ella per fortuna ha un buon uomo, un marito che non beve. Sarebbero agiati se la mancanza del lavoro per intiere stagioni non li avesse spogliati di tutto. Ella non ha più credito; deve al panattiere, al droghiere, alla fruttivendola, e non osa più passar davanti alle botteghe.
Nel pomeriggio è andata da sua sorella a domandarle venti soldi a prestito; ma anche là ha trovato una tale miseria, che si è messa a piangere senza dir nulla, e tutte due hanno pianto lungamente insieme. Poi lasciandola ha promesso di portarle un pezzo di pane, se suo marito ritornava con qualche cosa.
Il marito non ritorna; la pioggia cade; ella si rifugia sotto la porta; grosse goccie cadono ai suoi piedi; una polvere d'acqua penetra la sua veste sottile. Di quando in quando, l'impazienza l'assale, ed esce, non ostante l'acquazzone: va fino all'estremità della strada, per vedere se scorge da lontano sull'argine colui che attende.
Quando ritorna tutta bagnata, passa le mani sui capelli per asciugarli; poi pazienta ancora, scossa da corti brividi di febbre.
Il viavai dei passanti la urta, e si fa piccina per non disturbare nessuno. Alcuni uomini la guardano in faccia; ella sente talvolta un soffio caldo che le sfiora il collo. Tutti sospettano di lei: la strada col suo fango, colla sua luce cruda, collo strepito delle sue vetture, sembra volerla prendere e gettare nell'acqua. Ella ha fame, ella appartiene a tutti. Di fronte c'è un panattiere, ed ella pensa alla piccina che dorme là in alto.
Poi quando alfine appare il marito, camminando come un miserabile lungo i muri, gli si precipita incontro e lo guarda ansiosamente.
- Ebbene? - balbetta.
Egli non risponde, abbassa la testa. Allora sale ella per la prima, pallida come una morta.


IV.

In alto, la piccola non dorme affatto. Si è risvegliata e pensa dinanzi ad un resto di candela, che agonizza in un canto della tavola. Un non so che di mostruoso e di amaro passa sul viso di quella monella di sette anni, che ha i lineamenti appassiti e serii di una donna fatta.
È seduta sull'orlo di una valigia che le serve da letto. I suoi piedi nudi, pendenti, fremono di freddo; colle sue mani da puppattola malaticcia, raccoglie sul seno gli stracci che la coprono. Ella sente là un bruciore, un fuoco che vorrebbe estinguere. E pensa.
Non ha mai avuto giocattoli, non può andar a scuola perchè non ha scarpe; ricorda che, quand'era piccina, sua madre la conduceva al sole; ma è cosa lontana; convenne cambiare di casa, e d'allora le pare che un gran freddo abbia soffiato nella casa. Ed ella non è stata più contenta; ha sempre avuto fame.
È una cosa profonda, nella quale discende, senza poterla comprendere.
Ma, dunque, hanno tutti fame? Ha pure cercato di avvezzarsi a questo; ma non ha potuto. Ella pensa ch'è troppo piccola, che bisogna esser grandi per sapere. Sua madre, senza dubbio, sa questa cosa che si nasconde ai fanciulli. Se osasse, le domanderebbe chi è che vi mette così al mondo perchè abbiate fame.
Poi nel suo alloggio è tutto così brutto! Guarda la finestra dove ondeggia la tela del materasso, le pareti rustiche, i mobili sgangherati, tutta la vergogna del granaio, cui lo sciopero brutta della sua disperazione. Nella propria ignoranza crede di aver sognato camere tiepide, con begli oggetti lucenti; chiude gli occhi per rivederli e, attraverso le palpebre assottigliate, la luce della candela le diviene un vasto splendore d'oro nel quale vorrebbe entrare. Ma il vento soffia, ed entra per la finestra tale corrente d'aria, ch'ella è assalita dalla tosse. Ed ha gli occhi pieni di lagrime.
Una volta aveva paura, quando la lasciavano sola; adesso non ha paura più, le fa lo stesso. E poichè in tutto il giorno non ha mangiato, pensa che sua madre sia discesa a prendere del pane, e questa idea la consola.
Taglierà il suo pane in pezzi piccolissimi e li prenderà lentamente a uno a uno. Ella giuocherà col suo pane.
La madre è ritornata, il padre ha chiuso la porta. La piccina guarda loro le mani tutta sorpresa. E poichè essi non dicono nulla, dopo un momento ella ripete con voce cadenzata:
- Ho fame! ho fame!
Il padre s'è presa la testa fra i pugni in un angolo oscuro; egli resta là schiacciato, e amari e silenziosi singhiozzi scuotono le sue spalle. La madre soffocando le lagrime va a ricoricare la sua piccina. La copre con tutti i cenci dell'alloggio, le dice d'esser buona, di dormire. Ma la bambina, alla quale il freddo fa battere i denti e che sente farsi più forte il bruciore che le arde il petto, diviene molto ardita. Ella si appende al collo di sua madre; poi le dice pian piano:
- Senti, mamma, perchè dunque abbiamo noi fame?
Il piccolo villaggio.

I.

Dov'è il piccolo villaggio? In quale piega del terreno nasconde egli le sue case bianche? Si raggruppano esse intorno alla chiesa, nel fondo di qualche cavità? O se ne vanno allegramente in fila lungo la strada maestra? O s'arrampicano sur un poggio come capre volubili mostrando e nascondendo a mezzo, nella verzura, i loro tetti rossi?
Ha un nome dolce all'orecchio il piccolo villaggio? È un nome tenero, facile a labbra latine, o qualche nome tedesco, duro, ispido di consonanti, rauco come il gracchiare del corvo?
E si raccoglie, si vendemmia nel piccolo villaggio? È paese da biade o da vigneti? Che fanno gli abitanti a quest'ora nelle terre, al sole cocente? Quando ritornano la sera lungo i sentieri si fermano per abbracciare collo sguardo gli abbandonati raccolti, ringraziando il cielo dell'anno fortunato?


II.

Io preferisco immaginarmelo sopra un colle. Esso è là, sì discreto fra gli alberi che da lungi se lo prenderebbe per un mucchio di roccie rovinate e coperte di musco. Ma il fumo esce dai rami. In un sentiero che scende il fianco del poggio alcuni fanciulli spingono un carretto. Allora, dalla pianura, lo si guarda con desiderio e si passa, portando con sè il ricordo di quel nido intravveduto.
No, io credo ch'esso sia piuttosto in un angolo della pianura, sulle rive d'un ruscello. È sì piccolo che una fila di pioppi lo nasconde agli occhi di tutti. Le sue capanne, simili a caste bagnanti, spariscono nelle vincaie della riva. Un tratto di terreno verde gli serve di tappeto, una siepe viva lo chiude da ogni parte, come un ampio giardino. Si passa accanto a lui senza vederlo. Le voci delle lavandaie risuonano simili al canto di capinere. E neppure un filo di fumo; egli dorme nella sua pace in fondo della sua alcova verde.
Nessuno di noi lo conosce. La città vicina sa appena ch'egli esiste, egli è sì umile che neppure un geografo si è occupato di lui. È nessuno. Non si sveglia alcun ricordo pronunziando il suo nome. Nella folla delle città dai nomi rimbombanti, egli è uno sconosciuto, senza storia, senza glorie, senza vergogne, che si mette modestamente da parte.
Ed è senza dubbio per questo che il piccolo villaggio sorride sì dolcemente. I suoi contadini lavorano solitari: i marmocchi s'avvoltolano sull'argine; le donne filano all'ombra degli alberi. Esso, tutto felice della sua oscurità, si riempie dell'allegria del cielo. È sì lontano dal fango e dal frastuono delle grandi città! Il suo raggio di sole gli basta, la sua gioia è fatta del suo silenzio, della sua umiltà, di quella fila di pioppi che lo nascondono al mondo intiero.


III.

E domani forse il mondo intiero saprà che il piccolo villaggio esiste.
Ah, misericordia! il fiume sarà rosso, i cannoni avranno distrutto la fila dei pioppi, le capanne rovinate mostreranno la muta disperazione delle famiglie; il piccolo villaggio sarà celebre.
Non più canti di lavandaie, non più marmocchi che s'avvoltolano sull'argine, non più raccolti, non più silenzio, non più umiltà felice. Ma un nuovo nome nella storia, vittoria o disfatta, una nuova pagina sanguinosa, un nuovo angolo di paese ingrassato dal sangue dei nostri figli.
Esso ride, sonnecchia, ignora che darà il suo nome ad una strage, e domani esso singhiozzerà e risuonerà nell'Europa con rantoli d'agonia. Poi resterà sulla terra come una macchia di sangue.
Egli sì gaio, sì tenero, sarà circondato da un cerchio d'ombra sinistra, vedrà lividi visitatori passare davanti le sue rovine, come si passa davanti le tavole di pietra della Morgue. Egli sarà maledetto.
Ch'egli sia Austerlitz o Magenta, noi lo sentiremo risuonare nei nostri cuori con uno strepito di tromba. E se fosse Waterloo, s'accompagnerà lugubremente colle nostre memorie, come il suono d'un tamburo velato di panno nero alla testa dei funerali d'una nazione.
Come rimpiangerà allora le sue rive solitarie, i suoi contadini ignoranti, il suo angolo perduto, sì lontano dagli uomini, conosciuto soltanto dalle rondinelle, che vi ritornavano ogni primavera! Macchiato, vergognoso, col suo cielo coperto da una nidiata di corvi e le sue terre grasse, che puzzano di morto, egli vivrà eternamente nei secoli, come un luogo sinistro dove due nazioni si saranno sgozzate.
Il nido d'amore, il nido di pace, il piccolo villaggio, non sarà più che un cimitero, una fossa comune, dove le madri in pianto non potranno andare a deporre una corona.


IV.

La Francia ha seminato il mondo de' suoi cimiteri. Noi potremmo inginocchiarci e pregare ai quattro angoli dell'Europa. I nostri campi di riposo non si chiamano solamente il Père-Lachaise, Montmartre, Montparnasse, si chiamano anche col nome di tutte le nostre vittorie e di tutte le nostre disfatte. Non vi è sotto il cielo, un angolo di terra dove non sia coricato un francese assassinato, dalla China al Messico, dalle nevi della Russia alle sabbie dell'Egitto.
Cimiteri silenziosi e deserti che dormono d'un sonno profondo, nella pace immensa della campagna. La maggior parte, quasi tutti, s'aprono a' piedi di qualche villaggio desolato, le cui mura crollanti sono ancora piene di spavento. Waterloo non era che una fattoria, Magenta contava appena una cinquantina di case. Un vento furioso ha soffiato su questi infinitamente piccoli, e le loro sillabe, innocenti alla vigilia, hanno preso un tale odore di sangue e di polvere, che l'umanità fremerà per sempre, sentendole sulle sue labbra.
Guardavo, pensoso, una carta del teatro della guerra. Seguivo le rive del Reno, interrogavo le pianure e le montagne. Il piccolo villaggio era esso a sinistra o a destra del fiume? Conveniva cercarlo nei dintorni delle piazze forti, o più lontano in qualche ampia solitudine?
E cercavo allora, chiudendo gli occhi, d'immaginarmi quella pace, quella cortina di pioppi tirata davanti le case bianche, quel tratto di prateria sfiorato dalla rondinella nel suo rapido volo, quelle canzoni delle lavandaie, quella terra vergine che la guerra sta per violare e le trombe della quale soffieranno brutalmente la contaminazione ai quattro lati dell'orizzonte.
Dov'è dunque il piccolo villaggio?
Rimembranze.

I.

Oh, l'eterna pioggia, la pioggia noiosa, la pioggia grigia, che vela il cielo di maggio e di giugno! Si va alla finestra, si solleva un lembo di cortina, e ahimè il sole è annegato! Fra un acquazzone e l'altro esso riappare, scompare, come un astro che siasi affogato per disperazione, e che qualche marinaio celeste riconduca sopracqua con un colpo d'uncino.
Ti ricordi, Ninetta, l'acuta tramontana di primavera, dopo la pioggia? - Si lascia Parigi colla primavera dei poeti, la primavera sognata dal cuore, una stagione tiepida, dai tappeti di fiori, dai languidi crepuscoli. Si ritorna a notte. Il cielo è morto; non una striscia infuocata illumina il tramonto, tetro focolare di ceneri fredde. Bisogna saltare le pozze dei sentieri, coll'umidità che stilla dalle fronde e ti s'infiltra nelle spalle. Quando si entra nello stanzone malinconico, dove l'inverno ha messo tutti i suoi brividi, si trema, si chiudono porte e finestre, si accende un gran fuoco di sarmenti, maledicendo alla pigrizia del sole.
Per otto giorni la pioggia vi chiude in casa. Da lontano, in mezzo al lago delle praterie tutte inondate, sempre la stessa cortina di pioppi, che si fondono in acqua, sgocciolanti, smagriti, che vanno su e giù pel fango che li annega. Poi, un mare grigio, una polvere di pioggia, che avviluppa e ottenebra l'orizzonte.
Si sbadiglia: si cerca d'interessarsi alle sciocchezze che si rischiano sotto l'acquazzone, mentre passano gli ombrelli azzurri dei contadini. - Si sbadiglia a bocca più spalancata. I camini fumano, la legna verde piange senz'ardere; pare che il diluvio salga, che rumoreggi alla porta, che penetri per tutte le fessure, come una sabbia fina. La disperazione ci fa ritornare alla ferrovia, e si rientra a Parigi, rinnegando il sole, rinnegando la primavera.

*

Pure non c'è niente che mi faccia disperare quanto quelle vetture che incontro e che sfilano tutte verso le stazioni. Cariche di valigie, traversano la città coll'allegria di gente liberata dal carcere.
Batto i marciapiedi, e intanto le vedo correre verso i fiumi azzurri, verso le grandi acque, verso le grandi montagne, i grandi boschi. Quello là va forse nella cava d'una certa scogliera che io conosco, presso Marsiglia. Si sta bene in quella cava! Là dentro si può spogliarsi come in una cabina, e le onde vengono a trovarci. Quell'altro corre certo in Normandia, in quel cantuccio di verzura che io amo, vicino al colle che produce quel leggero vino brusco, il cui sapore solletica così gradevolmente la gola. Quest'altro, senza dubbio, parte per l'ignoto, qua o là, in qualche luogo ove si starà benissimo, all'ombra, al sole forse, io non so, ma certo là ove io ardo d'andare. - I cocchieri sferzano le loro rozze colla punta della frusta. Pare che non s'accorgano di sferzare il mio sogno! E si mormorano fra sè, che le valigie sono pesanti e le mancie leggere. Non s'accorgono neppure del male che fanno ai poveri giovanetti, i quali non hanno altra vettura che le loro scarpe e che sono condannati ad abbrustolire le loro suole a Parigi, sul lastricato ardente di luglio e d'agosto.
O fila di vetture, cariche di valigie, e ruotanti verso le stazioni ferroviarie! O visione del gabbione aperto e degli uccelli felici che prendono il volo! O celia crudele della libertà, che traversi le galere delle nostre strade e delle nostre piazze! O incubo di tutte le mie primavere, che mi turba nel mio gabbiotto, che mi riempie del desiderio insaziato del verde e de' liberi orizzonti!

*

Io vorrei farmi piccino piccino e cacciarmi con destrezza nella vasta valigia di quella signora col cappello color di rosa, la cui carrozza si dirige verso la stazione di Lione. Si deve star bene nella valigia di quella signora! Io ne indovino le gonnelle di seta, la biancheria fina, ogni sorta di cosucce profumate, tiepide; io mi coricherei su qualche seta chiara, avrei sotto il naso dei fazzoletti di batista, e se avessi freddo, in fede mia, tanto peggio: mi coprirei con tutte quelle gonnelle.
È bellissima questa signora; venticinque anni al più. Un mento incantevole, con una fossetta che deve approfondirsi quand'ella ride. Guardate! Vorrei farla ridere, per accertamene. Quel diavolo di cocchiere è felice di condurla nella sua carrozza. Ella deve amare le violette e sono sicura che la sua biancheria, non sa che di questo profumo squisito. Sdrucciolo nel fondo della sua valigia e vi sto per ore e giorni. Ho scavato la mia buca nell'angolo a sinistra, fra il pacchetto delle camicie e una grande scatola, che mi disturba un poco. Ebbi la curiosità di sollevarne il coperchio; essa conteneva due cappelli, un piccolo portafogli pieno di lettere, poi delle cose che non ho voluto vedere. Misi la scatola sotto la mia testa e me ne feci un guanciale. Giro, giro. Le calze sono alla mia destra. Ho sotto di me tre costumi e sento alla mia sinistra degli oggetti più resistenti, che suppongo essere qualche paio di stivalini.
Mio Dio! Come si sta bene sopra tutte queste cianfrusaglie profumate di muschio! E dove si può andare così? Ci fermeremo in Borgogna? Faremo un giro verso la Svizzera, o scenderemo a Marsiglia? Io sogno d'andare con lei fino alla buca dello scoglio. Sapete, quello dove si può spogliarsi come in una cabina e dove i marosi vengono a trovarci. Ella farà un bagno. Si è a cento leghe distanti dagli imbecilli. In fondo, il golfo s'arrotonda coll'immenso azzurro del Mediterraneo. Vi sono tre pini, alti, all'orlo della cava, e noi a piedi nudi sulle larghe pietre gialle che lastricano il mare, strapperemo le lepadi colla punta dei nostri coltelli. Ella non mi ha l'aria d'una bambola; ella amerà il vasto mare, e noi faremo i monelli, e se non saprà nuotare, le insegnerò io.
La valigia è bruscamente scossa: si ascende la via di Lione. Che delizia, quando, arrivata a Marsiglia, ella aprirà, la sua valigia! Sarà ben sorpresa di trovarmi qui, in un cantuccio a sinistra, purchè io non abbia di troppo sciupato i nastri sui quali mi son coricato.
«Come, signore? Voi siete là? Voi avete osato!...» - Ma certamente, signora, si osa tutto per escire di prigione.... Ed io le spiegherò tutto ed ella mi perdonerà tutto. Ah, eccoci arrivati alla stazione! Io credo già che mi si registra....

*

Ahimè! Ahimè! piove e la signora dal cappello color di rosa se ne va sola soletta sotto la pioggia, colla sua valigiona a sbadigliare presso qualche vecchia zia di provincia, dov'ella tremerà di freddo al cattivo umore della primavera freddolosa.


II.

Bisogna esser vissuti in una città divota e aristocratica, in una di quelle piccole città dove cresce l'erba e le campane dei conventi suonano le ore nell'aria addormentata, per sapere che cosa sono ancora le processioni del Corpus Domini.
A Parigi, quattro preti fanno il giro della chiesa della Maddalena; in provincia, durante otto giorni, le strade appartengono al clero, tutto il medio evo risuscita nelle chiare ore vespertine e se ne va salmodiando cantici, portando in giro ceri, con due gendarmi alla testa e col sindaco in coda, cinto della sua ciarpa.

*

Mi ricordo. Quelli eran giorni di festa per noi collegiali. E noi non domandavamo di meglio che correre per le strade. Se si deve dir tutto, in queste città degli amori, le processioni favoriscono gli amanti. Lungo tutto il corteo le ragazze fanno bella mostra delle loro vesti nuove. La veste nuova è di rigore. Non vi è donzella tanto povera, che in que' giorni non indossi per la prima volta qualche indiana. E la sera, nelle chiese tutte nere, molte mani si incontrano.
Io apparteneva a una società musicale, che entrava in tutte le solennità, e ho dei grossi peccati sulla coscienza. - M'accuso di aver fatto una mattinata a più d'un funzionario che ritornava da Parigi col nastro rosso. M'accuso d'aver portato in processione il buon Dio officiale, i Santi che fanno piovere, le sante Vergini che guariscono dal colèra. Ho anche aiutato allo sgombero d'un convento di monache obbligate a clausura. - Le povere vergini, avviluppate in larghe tele grigie, perchè nulla si potesse scorgere del loro viso, nè delle loro membra, traballavano, si sostenevano come fantasmi di trapassati sorpresi dall'alba; e delle manine bianche, manine di fanciullo, si mettevano in mostra alle estremità delle tele grigie.
Ahimè! Sì, è vero, ho mangiato le colazioni delle sacristie; poichè, in luogo di pagarci, ci offrivano qualche ciambella. Ricordo che il giorno in cui la toccò alle recluse, giunti al convento, fummo serviti col mezzo della ruota. Le bottiglie, le focaccie, i pasticci si succedevano sulla ruota che girava come per incanto. E quali bottiglie! Sommi dei! bottiglie d'ogni forma, d'ogni colore, d'ogni liquore. Ho sognato sovente la strana cantina, la quale aveva potuto fornire una varietà sì curiosa di vini squisiti. Era la confusione nella dolcezza!...
Dopo quei giorni d'errore, ho fatto lunga penitenza e credo che sarò perdonato.

*

Fin dal mattino, le vie per le quali deve passare la processione, si tappezzano. Ogni finestra ha il suo cencio. Nei quartieri ricchi si vedono vecchie tappezzerie, che rappresentano grandi personaggi mitologici; tutto l'Olimpo pagano, nudo e scolorito, che contempla il passaggio dell'Olimpo cattolico, delle vergini bianche, dei Cristi sanguinosi. Vi sono anche le coltri di seta tolte al letto di qualche marchese, cortine di damasco staccate dalle verghe del salotto, tappeti di velluto, ogni sorta di ricche stoffe, che destano la meraviglia dei passanti. - I borghesi stendono le loro mussoline ricamate, le loro tele più fine. E nei quartieri poveri le buone donne piuttosto che non metter fuori niente, appendono i loro fazzoletti da collo, cuciti insieme. È allora che tutte le strade sono degne del buon Dio!
Tutto è spazzato. In alcuni angoli sono eretti degli altari, soggetto di grandi gelosie e di odii che durano lunghi mesi. Se l'altare del quartiere dei Certosini è più bello di quello del quartiere di San Marco, basta per far incanutire i capelli dei devoti. - Tutto un quartiere contribuisce all'erezione dell'arte. Uno porta i ceri, un altro i vasi dorati, questo i fiori, quello i merletti. È un bell'alloggio che il quartiere offre al cielo.
Lungo gli stretti marciapiedi sono allineate due file di sedie. I curiosi attendono, facendo baccano, ridendo di quel riso provinciale, che ha suoni di tromba. Si adornano le finestre, cessa il caldo soffocante, e i soffi leggeri che si levano, portano da lungi il suono festoso delle campane e il rullo dei tamburi. È la processione ch'esce di chiesa.

*

Avanti, camminano tutti i più bei giovani della città. È una passeggiata regolamentare. Essi v'intervengono per vedere e per essere visti. Le ragazze stanno sulle porte. Si fanno discreti saluti, sorrisi, parole bisbigliate tra amici. I giovanotti fanno così il giro della città, fra i due ordini di finestre pavesate, unicamente per passar davanti a quella tale finestra. Alzano la testa, e nulla più. Il vespero è dolce, le campane suonano, i fanciulli gettano nei ruscelli e sul lastrico manate di ginestre e di rose sfogliate.
La via è rosea e i fiori di ginestra su quel vermiglio pallido formano dei fiocchi d'oro. I due gendarmi sono i primi a farsi vedere. Poi viene la fila dei fanciulli ricoverati, dei collegi, delle confraternite, delle vecchie signore, dei vecchi signori. Un Cristo dondola fra le braccia d'uno scaccino. Un frate tarchiato porta un emblema complicato dove sono rappresentati tutti gl'istrumenti della Passione. Quattro grosse e robuste ragazze, la cui salute fa scoppiare le vesti bianche, sostengono un'immensa bandiera con dei nastri, sulla quale dorme innocentemente un agnelletto. Al disopra delle teste, nella luce dei ceri indebolita dallo splendore del sole, salgono i turiboli d'argento, gettando un lampo e lasciando un fiotto di denso fumo, la cui bianchezza gira un istante, come fosse un brandello strappato agli abiti di mussolina che lo seguono.
La processione va lentamente. S'ode uno scalpitìo sordo che lascia sentire il mormorare soffocato delle voci. S'ode uno scoppio di cembalo, si battono le cennamelle; poi, le voci acute si perdono sottili e deboli nell'infinito. Le labbra mormorano e, bruscamente, si fa un gran silenzio. Non rimane che un muto procedere di persone, una cappella ardente in pieno sole. Da lontano, i tamburi battono una marcia.

*

Mi ricordo dei penitenti. Ve ne sono ancora di tutti i colori, i bianchi, i grigi, gli azzurri. Quest'ultimi si sono imposti il tetro ufficio di seppellire i giustiziati e fra essi si annoverano i nomi più illustri della città. Come sono spaventosi! Vestiti d'un saio azzurro, coperto il capo d'un berretto appuntito e d'un lungo velo con due buchi agli occhi. I buchi sono sovente troppo distanti e gli occhi, sotto quella maschera terribile, appaiono stravolti. Dal lembo della veste escono dei calzoni grigio-perla e degli stivalini inverniciati.
La grande curiosità della festa sono proprio i penitenti. Una processione senza penitenti è un misero banchetto. Ultimo viene il clero. Talvolta alcuni fanciulletti portano palme, spighe di grano su guanciali, corone, oggetti preziosi. I divoti volgono le loro sedie, s'inginocchiano e guardano di sottecchi. Ecco il baldacchino che s'avanza. Esso è monumentale; la tenda è in velluto rosso, sormontata da pennacchi, sostenuta da bastoni dorati. Ho veduto dei sottoprefetti portare questa lettiga immensa, nella quale la religione malata si fa portare a passeggio al sole di giugno. Una turba di fanciulli coristi, camminano a ritroso, lanciando i turiboli in alto. Non si sente che la salmodia dei preti e, ad ogni scossa, il suono argentino delle catenelle degli incensieri. È il cattolicismo zoppicante che si trascina sotto il cielo delle vecchie credenze. Il sole tramonta; la luce rosata s'estingue sui tetti; col crepuscolo piove una dolcezza infinita, ed in quest'aere limpido del mezzogiorno, la processione se ne va colle sue voci morenti, melanconico abbandono di tutta un'età, che discende nella terra.
Vengono dietro, in costume, i tribunali, le Facoltà, senza contare i fabbricieri, con lanterne intagliate e dorate. E la visione sparisce. Le rose sfogliate, le ginestre d'oro sono calpeste, e dai mattoni sale l'odore acre di tutti questi fiori appassiti.

*

Qualche volta, nel suo ritorno, per le vie tortuose del vecchio quartiere, la processione è sorpresa dalla notte. Le vesti bianche non sono più che vaghi pallori; i penitenti si perdono in una fila scura lungo i marciapiedi; le fiammelle dei ceri, nelle strettoie delle vie, fra le nere case, paiono folletti che ballano, stelle che filano lente. E le voci hanno quasi un brivido di paura, in mezzo a quelle croci, a quegli stendardi, a quel baldacchino, del quale, nelle tenebre, si distinguono appena le morte braccia.
È l'ora in cui i guatteri abbracciano le sgualdrinelle: l'organo romoreggia in fondo alla chiesa; il buon Dio è ritornato a casa sua. Allora, le ragazze se ne vanno con un bacio sul collo e una lettera amorosa in saccoccia.


III.

Quando passo sui ponti, nelle sere ardenti, la Senna mi chiama con amichevole mormorio. Essa scorre larga, fresca, piena di amorose lentezze, spiegandosi, attardandosi fra le sponde. L'acqua ha ondulazioni come di abiti di raso marezzato. È un'amante che cede, un'amante che ci fa provare desideri irresistibili.

*

I proprietari di bagni galleggianti che, costernati, guardavano cadere le continue pioggie di maggio, sudano beati sotto il sole cocente di giugno. Finalmente l'acqua è buona. Tutto il bagno è ingombro fin dalle sei del mattino. I calzoncini da nuoto non hanno tempo d'asciugarsi, e verso sera, gli accappatoi mancano.
Mi ricordo della mia prima visita ad uno di codesti bagni, di queste gran conche di legno, nelle quali i bagnanti girano come sfaldature di stagno che ballano nel fondo d'una casseruola d'acqua bollente.
Io giungeva da una villetta, da un fiumicello, dove avevo sguazzato in piena libertà e fui costernato di vedermi in quel truogolo, nel quale l'acqua prendeva il colore della fuliggine.
Verso le sei della sera, il brulichìo è tale che bisogna calcolare il salto per non sedersi sopra una schiena o immergersi in un ventre. L'acqua spumeggia; i corpi sono tutti a riflessi smorti; e i lembi di tela tesa alle corde a guisa di tetto, lasciano piovere una luce fosca.
Lo strepito è spaventevole. In certi momenti, a certi salti bruschi, l'acqua rimbalza col rombo d'un cannone lontano. Capannelli di buffoni battono colle palme l'acqua col tic-tac dei mulini; e ve ne sono che si studiano di cadere a sghimbescio in modo da fare il più gran chiasso possibile e inondare lo stabilimento. Ma tutto questo è nulla in paragone dei gridi intollerabili, di quel gagnolìo di voci, che ricorda i convitti nell'ora della ricreazione. Nell'acqua pura l'uomo ritorna fanciullo. Coloro che passeggiano gravi lungo le rive, gettano uno sguardo spaventato su quelle tele volanti, fra le quali vedono saltare dei gran diavoli nudi. Le signore affrettano il passo.

*

Eppure ho goduto là delle belle ore, di buon mattino, quando la città dorme ancora. Non si vedono allora pullulare le spalle magre, le teste calve, i ventri enormi delle ore vespertine. Il bagno è quasi deserto. Vi nuota solo qualche giovanotto che ha fede nei bagni. L'acqua è più fresca, dopo il sonno della notte: essa è più pura, più vergine.
Conviene andarci prima delle cinque. La città attende le ore tiepide per risvegliarsi. È cosa deliziosa passeggiare le rive, guardando l'acqua, collo sguardo cupido degli amanti. Quell'acqua vi apparterrà ben presto; nel bagno essa dorme; siete voi che la risvegliate. Voi potete prenderla fra le braccia in silenzio; voi sentite la corrente lambire la vostra carne, dalla nuca ai calcagni con una fuggevole carezza.
Il sole levandosi tinge di strisce rosate la biancheria che tappezza l'alto della vasca; poi, un brivido vi corre sotto la pelle coi baci più vivi del fiume e si sente il bisogno di avvilupparsi nell'accappatoio e camminare sotto le gallerie. Vi par d'essere in Atene, coi piedi nudi, col collo libero, con una semplice veste intorno alla vita. I calzoni, il farsetto, il soprabito, gli stivali, il cappello sono lontani. Il sogno corre fino alle primavere elleniche, là, sulle rive del perpetuo azzurro dell'Arcipelago.
Ma, giunta appena la folla dei bagnanti, bisogna fuggire, perch'essi coi loro calcagni portano il calore del lastricato. La riviera non è più la vergine del mattino: è la figlia del mezzogiorno, che si offre a tutti, appassita, calda degli abbracciamenti della folla.

*

E che bruttezze! Le signore fanno bene ad affrettare il passo sulla riva. Il museo degli antichi, messo in caricatura da un artista buffone, non giungerebbe a quell'alto punto di ridicolo straziante.
Mostrarsi nudo è una prova terribile per un uomo moderno, per un parigino. Le persone prudenti non vanno mai ai bagni freddi. Mi fu mostrato un giorno un consigliere di Stato, sì miserabile colle sue spalle appuntite e col suo povero ventre spianato, che in appresso non potei trattenere un sorriso ogni volta che incontravo il suo nome in qualche grave affare.
Vi sono i grassi, i magri, i lunghi e i corti, quelli che rimbalzano nell'acqua come vesciche, quelli che s'immergono e sembrano fondersi come zucchero d'orzo. Le carni cedono, le ossa saltan fuori, le teste s'incastrano nelle spalle o si elevano su colli di pollastri spiumati, le braccia si allungano in forma di zampe, le gambe si rannicchiano come le membra torte dell'anitra. Ve n'ha alcuni che sono tutti deretano, altri tutti ventre, ed altri che non hanno nè questo nè quello. Galleria grottesca e lamentevole per la quale la pietà arresta gli scoppi di riso.
Il peggio è che questi poveri corpi conservano l'orgoglio del loro abito nero e del portamonete che hanno lasciato allo spogliatoio. Gli uni si studiano di dare all'accappatoio panneggiamenti artistici, posando come possessori di una casa in proprio. Altri camminano nella loro stravagante nudità colla dignità di capi d'ufficio che traversano la loro popolazione d'impiegati. I più giovani fanno smorfie, come se si credessero nelle quinte di qualche teatrino; i più vecchi dimenticano che si sono spogliati del busto e che non si trovano accanto al fuoco presso la bella contessa di B....
Ho veduto durante tutta una stagione, ai bagni di Port-Royal, un uomo grosso, tondo come una botte, rosso come un pomodoro maturo, che rappresentava Alcibiade. Egli aveva studiato le pieghe del suo accappatoio davanti qualche quadro di David; era all'Agora; fumava con gesti antichi. Quando si degnava di gettarsi nella Senna, era Leandro che attraversa 1'Ellesponto per raggiungere Ero. Pover'uomo! Mi ricordo ancora del suo torso corto, sul quale l'acqua lasciava delle macchie violette. Oh bruttezza umana!

*

No, preferisco ancora il mio fiumicello, dove non si mettevano neppur le mutandine. A che scopo? Il santamaria e le cutrettole non ne arrossivano certo.
Si attraversava il fiume a piede asciutto, saltando sui ciottoloni, ma i buchi erano spaventosi. Alcuni di quei buchi divoravano ogni anno due o tre fanciulli. Vi erano delle iscrizioni atroci e pali pieni di minaccie, ma non c'inquietavano punto. Erano il nostro bersaglio, e sovente non restava di essi che un'estremità attaccata ad un chiodo e ondeggiante al vento.
Alla sera, l'acqua era ardente. Il cocente sole riscaldava l'acqua dei buchi, tanto che bisognava lasciarla raffreddare dal fresco venticello del crepuscolo. Noi stavamo lunghe ore, nudi sulla sabbia, lottando, gettando pietre contro le tavole di quelle iscrizioni, prendendo le rane nella melma. La notte cadeva, e un immenso sospiro, un sospiro di sollievo, passava sugli alberi.
Ed allora quante immersioni! Quando eravamo stanchi, ci coricavamo sull'acqua, sulla riva, in un sito poco profondo, colla testa posata su qualche zolla erbosa. E restavamo là, accarezzati dallo scorrere continuo dell'acqua sulla nostra pelle, colle gambe galleggianti, quasi trasportate dalla corrente. A quell'ora, gli assistenti del collegio si giudicavano severamente, e i doveri dell'indomani si obliavano nel fumo delle pipe.
O buon fiume dove ho imparato a nuotare, o acqua tiepida in cui i pesciolini bianchi si cuocevano, io t'amo ancora come una maestra d'infanzia. Tu ci hai rapito un camerata, una sera, in una di quelle buche, nelle quali scherzavamo, ed è forse questa macchia di sangue sulla tua veste verde, quella che ha lasciato in me un brivido di desiderio per il tuo sottile filo d'acqua. Vi sono singhiozzi nel tuo cicaleccio innocente.


IV.

Non conosco che una caccia, una caccia di cui i Parigini ignorano le gioie tranquille. Qui nei campi vi sono lepri e pernici; non si spreca la polvere coi passeri, si sdegnano le allodole, riservando i colpi di fuoco ai soli pezzi grossi. In provincia, lepri e pernici sono rari; i cacciatori s'attardano dietro alle capinere, a tutti gli uccelletti dei cespugli. Quando hanno ucciso una dozzina di beccafichi, ritornano a casa superbi.
Ho corso spesso le terre coltivate, durante intere giornate, per riportarne tre o quattro bestiole. M'immergevo fino alla caviglia nel suolo soffice come sabbia fina. La sera, quando non potevo più reggermi in piedi, me ne ritornavo a casa contentissimo.
Se, per miracolo, una lepre mi passava fra le gambe, la guardavo correre con un sacro stupore; ero così poco abituato ad incontrare bestie sì grosse! Ma ricordo che una mattina una pernice prese il volo dinanzi a me e restai sì stupito da quel grande strepito d'ali, che scaricai a caso il fucile e il colpo cadde sur un palo telegrafico.
D'altra parte, confesso d'essere stato sempre un tiratore detestabile. In vita mia, ho ucciso un buon numero di passeri, ma non ho potuto mai colpire una rondinella.

*

È senza dubbio per questo che io preferisco la caccia più tranquilla ch'esista. Immaginate una specie di costruzione rotonda, sprofondata nel terreno, e che si eleva appena un metro sopra il suolo. Questo capannotto, fatto di pietre asciutte, è ricoperto di tegoli, quasi del tutto nascosti sotto rami d'edera. Pare un avanzo di torre rasa presso le fondamenta e perduta fra l'erba.
Nell'interno, l'angusta stanza è rischiarata da feritoie, chiuse con vetri mobili. Il capannotto ha, il più sovente, un caminetto e armi gentilizie; ne ho conosciuto uno che aveva anche un divano. Intorno ad esso sono piantati alcuni alberi morti, appiè dei quali si appendono i richiami, gli uccelli prigionieri destinati a chiamare gli uccelli liberi.
La tattica è semplice. Il cacciatore chiuso attende tranquillamente fumando la sua pipa. Egli vigila dalle feritoie. Poi, quando un uccello si posa su qualche ramo secco, egli prende metodicamente il fucile, ne appoggia la canna sull'orlo della feritoia e fulmina la disgraziata bestia, quasi a bruciapelo.
È così che i Provenzali dànno la caccia agli uccelli di passaggio, agli ortolani in agosto, ai tordi in novembre.

*

Nelle glaciali mattine di novembre, io me ne partiva a tre ore. Avevo una lega da fare di notte, carico conce un mulo, poichè bisogna portare i richiami e vi so dire che una trentina di gabbie non si trasportano facilmente in un paese di collina lungo sentieri appena segnati. Le gabbie si pongono su lunghi legni, legandole insieme con funicelle.
Quando arrivavo, faceva ancora scuro: la collina si stendeva all'infinito, lontana, selvaggia, pari a un mare d'ombra, colle sue grigie boscaglie. Sentivo intorno a me, nelle tenebre, il muoversi dei pini, gran voce confusa che somiglia al lamento delle onde. Contavo allora quindici anni e qualche volta avevo paura. Ed era già per me un'emozione; notate; - era un acre piacere.
Bisogna affrettarsi; i tordi sono mattinieri. Io appendeva le gabbie, mi chiudevo nel capannotto venatorio; ma era troppo presto, non distinguevo ancora i siti di richiamo. Però sentivo al disopra della mia testa il rude fischio dei tordi. Questi vagabondi viaggiano di notte. Io accendeva il fuoco brontolando e facevo il possibile per ottenere presto una quantità di bragie che, sulla cenere, risplendevano d'un bel rosa. Appena cominciata la caccia, neppure un filo di fumo doveva uscire dal posto, per non ispaventare la selvaggina; ed intanto io aspettava il giorno arrostendo sulle brage delle costolette.
E io passavo di feritoia in feritoia spiando l'apparire dell'alba. Nulla ancora! Gli alberi levavano vagamente i loro rami desolati. I miei occhi s'ingannavano; temevo di sparare, come m'era accaduto talvolta, su qualche cima di ramo annerito.
Non mi fidavo soltanto della mia vista; ascoltavo. Mille susurrii, quasi brividi, s'udivano nel silenzio; erano bisbigli, sospiri profondi della terra nel suo svegliarsi. Lo stormire dei pini aumentava e mi pareva talvolta che il volo d'innumerevoli tordi si gettasse accanto a me fischiando furiosamente.

*

Ma le nuvole diventavano di latte. Gli alberi si staccavano neri, sul cielo chiaro, con una singolare nettezza. Allora tutte le mie facoltà si tendevano; io era là curvo per ansietà.
Che battito, quando, bruscamente, scorgevo il lungo profilo d'un tordo sopra un albero! Il tordo s'allungava, s'abbelliva ai primi raggi della luce mattutina. Io prendevo il fucile con precauzioni infinite, per non urtarne il calcio o la canna. Tiravo; l'uccello cadeva. Io non lo raccoglievo subito, per timore di allontanare altre vittime.
E tornavo ad aspettare, scosso dalla stessa emozione che prova il giocatore quando ha già un colpo di fortuna, e ignora ciò che lo aspetta. Tutto il piacere di tal caccia sta nell'imprevisto, nella buona volontà che mette la selvaggina a farsi uccidere. Verrà un altro tordo a posarsi sugli alberi? Ecco una questione che ci turba.
D'altra parte, io non ne restavo imbarazzato; se non venivano i tordi, uccidevo i fringuelli.

*

Rivedo oggi il luogo della caccia d'una volta sull'orlo del gran colle deserto. Le colline mandano un fresco profumo di timo e di lavanda. I richiami, fra il muoversi dei pini, fischiano dolcemente. Il sole mostra all'orizzonte un riccio de' suoi capelli fiammeggianti, e là, sopra un ramo, in mezzo alla luce bianca, v'è un tordo immobile.
Andate ad inseguire le lepri e non ridete; fareste fuggire il mio tordo.


V.

Ho due gatte. L'una, Francesca, è bianca come una mattina di maggio; l'altra, Caterina, è nera come una notte d'uragano.
Francesca ha la testa rotonda e allegra d'una figlia d'Europa. I suoi grandi occhi, d'un verde pallido, occupano tutto il suo viso. Il suo naso e le sue labbra sono tinte di carminio. La si direbbe una vergine innamorata del suo corpo.
Essa è grassa, affusolata, parigina fino alle punte degli artigli. Si ferma camminando, assume pose seducenti, ritirando la coda col fremito brusco d'una signora, che rialza lo strascico del vestito.
Caterina ha la testa appuntita e fina d'una dea egiziana. I suoi occhi gialli come lume d'oro, hanno la durezza impenetrabile delle pupille d'un idolo barbaro. Agli angoli delle sue labbra sottili ride l'eterna e muta ironia delle sfingi. Quando si accocola sulle zampe posteriori, colla testa alta ed immobile, è una divinità di marmo nero, la gran Pacht jeratica dei templi di Tebe.

*

Passano ambedue le loro giornate sulla sabbia gialla del giardino. Francesca si avvoltola col ventre all'aria, tutta occupata della sua toeletta, leccandosi le zampe colla cura delicata d'una civetta, che s'imbianca le mani coll'olio di mandorla dolce. Non ha tre idee in capo e la s'indovina dal suo folle aspetto di gran mondana.
Caterina pensa, pensa, guardando senza vedere, penetrando collo sguardo nel mondo sconosciuto degli déi. Ella resta, per ore intere, dritta, implacabile, sorridente del suo strano sorriso di bestia sacra.

*

Quando accarezzo Francesca colla mano, essa arrotonda il dorso, emettendo un leggero miagolìo di contentezza. È sì felice quando qualcuno si occupa di lei! Alza la testa con un movimento blando e mi rende la carezza; fregando il suo naso contro la mia guancia. I suoi peli fremono, la sua coda ha lente ondulazioni, e finisce col cadere in deliquio cogli occhi chiusi, facendo dolcemente le fusa.
Quando voglio accarezzare Caterina, essa evita la mia mano. Preferisce vivere solitaria, immersa nel suo sogno religioso. Ha il pudore d'una déa, cui ogni contatto umano punge ed irrita. Se arrivo a prenderla sulle ginocchia, ella si stende colla testa allungata, cogli occhi fissi, pronta a scappare d'un salto. Le sue membra nervose, il suo corpo magro resta inerte sotto le mie dita che lo accarezzano. Essa non degna discendere alle gioie amorose d'una mortale.

*

È così che Francesca è una figlia di Parigi, orette o marchesa, creatura leggera ed incantevole che si venderebbe per un complimento fatto alla sua veste bianca; è così che Caterina è una figlia di qualche città rovinata, di non so qual paese lontano, dalla parte del sole. Esse sono di due civiltà; bambola moderna l'una, idolo d'una nazione morta l'altra.
Ah! se potessi leggere ne' loro occhi! Le prendo in grembo, le guardo attentamente, perchè mi confidino i loro segreti; ma non abbassano le palpebre, anzi son esse che studiano me. Io non leggo nulla nella vitrea trasparenza de' loro occhi, che si aprono come buchi senza fondo, come pozzi di pallida luce in cui nuotano scintille ardenti.
E Francesca fa le fusa più teneramente, mentre gli sguardi gialli di Caterina penetrano in me come spilli d'ottone.

*

Ultimamente, Francesca è divenuta madre. Questa cervellina ha un cuore eccellente. Essa cura con un'infinita tenerezza il piccino che le venne lasciato. Lo prende delicatamente per la pelle del collo affine di condurlo in tutti gli armadi della casa.
Caterina la guarda immersa in profonde riflessioni. Il piccino la interessa; essa assume in sua presenza atteggiamenti di filosofo antico, che pensa alla vita e alla morte delle creature, fabbricando in sogno tutto un sistema filosofico.
Ieri, intanto che la madre era uscita, venne ad accoccolarsi presso al piccino. Ella lo ha toccato, lo ha rivoltato colla zampa. Poi, bruscamente, l'ha portato in un angolo oscuro, ove credendosi ben nascosta, si è posta davanti al piccino, cogli occhi lucenti, colla schiena fremente, come una sacerdotessa che si prepara a un sacrifizio. E credo ch'ella fosse sul punto di stritolare coi denti la testa della vittima, quando intervenni e la scacciai. Ella gettò sguardi diabolici, mentre fuggiva sottile, silenziosa senza una protesta.

*

Ebbene, io amo sempre Caterina; l'amo perchè è perfida e crudele come una bestia dell'inferno. Che m'importano le grazie leggere di Francesca, le sue smorfie deliziose, il suo portamento di vergine folle? Tutte le nostre figlie d'Eva hanno la sua bianchezza. Ma io non ho potuto ancora trovare una sorella a Caterina, una creatura perversa e fredda, un idolo nero, che viva nel sogno eterno del male.


VI.

Nei rosai, nei cimiteri, sbocciano fiori larghi, d'una bianchezza lattea, d'un rosso scuro. Le radici vanno a prendere in fondo alle bare il pallore dei petti verginali, lo splendore sanguinoso de' cuori affranti. Questa rosa bianca è la fioritura d'una fanciulla morta a sedici anni; questa rosa rossa è l'ultima goccia di sangue d'un uomo caduto lottando. O fiori splendidi, fiori viventi, c'è in voi qualche cosa de' nostri morti!

*

In campagna, i pruni e gli albicocchi crescono gagliardemente dietro la chiesa, lungo i muri crollanti del vecchio cimitero. I frutti sono indorati dal sole pieno; l'aria aperta dà loro un sapore squisito. E la governante del curato ne fa conserve che sono rinomate a più di dieci leghe di distanza. Io ne mangiai. Si direbbe, secondo la felice espressione dei contadini, che s'inghiottano «le brache di velluto del buon Dio!»
In un angusto cimitero di villaggio, che io conosco, vi sono piante superbe d'uva spina, alte come alberi. Il frutto rosso sotto le paglie verdi, somiglia a grappoli di ciliege. E ho veduto lo scaccino venir la mattina, con un pane sotto il braccio, a merendare, tranquillamente seduto su d'un canto d'una vecchia pietra sepolcrale. Una truppa di passeri lo circondava. Egli coglieva l'uva spina, gettava briciole di pane ai passeri; quel piccolo mondo mangiava con grande appetito sulla testa dei morti.
È una festa per il cimitero. L'erba cresce rigogliosa. Dei ceppi di papaveri selvatici stendono da un lato una tovaglia rossa. L'aria spira largamente dalla pianura, portando tutti i buoni odori dei fieni segati. A mezzodì le api ronzano al sole, le lucertole grigie svengono sull'orlo della loro tana, colla gola aperta, bevendo il calore. I morti hanno caldo; non è più un cimitero, è un cantuccio della vita universale, dove l'anima dei morti passa nei tronchi degli alberi, dove non vi ha più che un vasto bacio di ciò ch'era ieri e di ciò che sarà domani. I fiori sono il sorriso delle fanciulle; i frutti sono il bisogno dell'uomo.
Là, è permesso cogliere i fioralisi e i papaveri; i fanciulli vengono a farne dei mazzi. Il curato non si adira che quando ascendono sui prugni, perchè questi sono suoi, mentre i fiori sono di tutti. Talvolta bisogna falciare l'erba del cimitero, perchè diventa sì alta, che le croci di legno nero restano nascoste: Quel fieno viene mangiato dalla mucca del curato. Il villaggio non ci vede un male al mondo, e nessun parrocchiano pensa ad accusare la giumenta di mordere l'anima dei morti.
Maturina aveva piantato un rosaio sulla tomba del suo fidanzato, e tutte le domeniche di maggio Maturina andava a cogliere una rosa, che metteva fra i veli del suo seno. Passava così la domenica col profumo del suo amore scomparso. Quando abbassava gli occhi su quel velo, le pareva che il suo amante le sorridesse.
Quando il cielo è azzurro i cimiteri mi piacciono. Ci vado a capo scoperto dimenticando i miei odii, come in una città santa, dove si è tutt'amore e tutto perdono.
Ultimamente, andai una mattina al Père-Lachaise. Il cimitero stendeva sul limpido azzurro dell'orizzonte le sue file di tombe bianche. Massi d'alberi si elevavano sulla collina, mostrando sotto il merlo ancora tenero delle loro foglie, gli splendidi angoli delle grandi tombe. La primavera è dolce pei campi deserti, ove riposano i nostri morti diletti; essa semina di erbetta i viali che le giovani vedove percorrono a passo lento; imbianca i marmi dando loro una gaiezza infantile e serena. Da lungi il cimitero somiglia a un enorme mazzo di verzura, sparso qua e là d'un cespo di biancospino. Le tombe sono come i fiori verginali delle erbe e del fogliame.

*

Percorsi lentamente i viali. Quel glaciale silenzio, que' profumi penetranti, que' soffi tiepidi venuti non si sa donde, come il respiro carezzevole di donne che non si vedono! Si sente che tutto un popolo dorme in questa terra, che si commuove dolorosamente sotto il piede dei passanti. Da ogni arbusto dei massi, da ogni fenditura dei mattoni sfugge una respirazione regolare e dolce, come quella d'un fanciullo, che si strascina per terra.... Nuovi inverni passarono sul marmo di Alfredo De Musset. Lo ritrovai più bianco, più intenerito. Le ultime pioggie gli hanno messo una veste nuova. Un raggio, cadente da un albero vicino, rischiarava di luce viva il profilo fino e nervoso del poeta. Quel medaglione, col suo eterno sorriso, ha una grazia che rattrista.
Donde viene dunque la strana potenza del De Musset sulla mia generazione? Vi sono pochi uomini che, dopo averlo letto, non abbiano conservato nel cuore una dolcezza eterna. E tuttavia il De Musset non ha insegnato a vivere, nè a morire; egli è caduto ad ogni passo; nella sua agonia, non ha potuto che rialzarsi sui ginocchi per piangere come un fanciullo. Non importa; noi l'amiamo; l'amiamo d'amore come un amante che, calpestando il nostro cuore, lo feconderebbe.
Egli è che il poeta ha gettato il grido di disperazione del secolo, ch'egli è stato, di tutti noi, il più giovane, il più sanguinante.
Il salice piantato da mani pietose dinanzi la sua tomba è sempre languente. Questo salice, all'ombra del quale egli ha voluto dormire, non è mai cresciuto vigoroso e libero in tutta la forza della sua linfa. Le sue giovani frondi pendono tristamente, i suoi steli ricadono come lagrime pesanti e stanche. Le sue radici bevono forse nel cuore del morto tutte le amarezze della sua vita sciupata.
Io rimasi lungamente pensieroso. Là, a' miei piedi, romoreggiava Parigi; qui un grido d'uccello, un ronzio d'insetto, lo scricchiolare improvviso d'un ramo. Poi, silenzio profondo; e si sentiva più forte il respiro delle tombe. Solamente percorreva pian piano il viale un abitante del quartiere, forse un piccolo possidente, in pantofole, colle mani dietro la schiena, come un buon borghese che aspira i primi tepori dell'aria.

*

Le mie rimembranze si risvegliavano e mi parlavano della mia giovinezza, di quell'epoca felice, in cui percorrevo i sentieri della mia cara Provenza. Il De Musset era allora mio compagno.
Io lo portava nel mio carniere; e dietro il primo cespuglio dimenticavo il mio fucile sull'erba e leggevo il poeta, in quell'ombra calda del mezzogiorno profumata di salvia e di lavanda.
Io gli devo i miei primi dolori e le mie prime gioie. Nella passione d'analisi esatta che mi domina, quando sento salirmi al viso improvvise vampe di gioventù, io penso, oggi ancora, a quel disperato, e lo ringrazio d'avermi insegnato a piangere.


VII.

Maggio, il mese dei fiori, il mese dei nidi! Questa mattina il sole sorride discretamente, e io voglio credere al sole. Me ne vado per le strade, in questo diafano mattino, attento alla sola allegria dei passeri.
Se questa sera pioverà, che il cielo mi perdoni il mio canto di gioia che saluta la primavera.

*

Questa mattina al parco Monceau, una donna giovane, una sposa prossima a divenir madre, era seduta davanti un prato. Portava una veste di seta grigia. Le sue piccole mani inguantate, i merletti della gonna e del corsetto, il delicato pallore del viso, attestavano che la sua vita scorreva in un ozio ricco ed elegante. Era una felice di questo mondo.
La giovane signora guardava due passeri che saltavano gagliardamente, a' suoi piedi, sull'erba. Essi venivano a vicenda a rubare fili di fieno e scappavano sopra un albero vicino. Costruivano il loro nido; la femmina prendeva delicatamente ogni fuscellino, lo intrecciava cogli altri materiali già portati, lo eguagliava sotto il peso tiepido e fremente del suo petto. Era un va e vieni furtivo, occupazione amorosa in cui la tenerezza suppliva alla forza.
La sconosciuta, vestita di seta grigia, contemplava i due amanti che preparavano in tutta fretta la culla. Ella imparava la scienza della povera gente, che ha solo qualche filo di fieno e il calore delle proprie carezze per proteggere i suoi piccoli contro le notti fredde.
Ella sorrise con triste dolcezza e io credetti leggere l'idea che passava ne' suoi occhi pensosi.
- «Ahimè! io sono ricca, io devo ignorare la gioia di questi uccelli. Un ebanista fa la piccola culla di legno di rosa, nella quale una nutrice normanna o piccarda cullerà il mio bambino. In altro luogo, un telaio fabbrica i tessuti di lana o di filo che scalderanno le sue membra delicate. Un'operaia cuce il corredo, una mammana prodigherà le prime cure al neonato. Io, del caro piccino, non sarò madre che a metà. Lo metterò nudo al mondo e non avrà tutto da me. E questi passeri costruiscono il nido, tessono e cuciscono le stoffe; essi non hanno nulla; creano tutto per un miracolo d'amore; essi cambiano in culla tiepida il primo buco che trovano nel muro. Sono teneri operai, sussidiati dalle giovani madri.

*

Nei campi, nelle aie e sugli alberi, i nidi crescono naturalmente come fiori viventi. Si aprono, sbocciano al primo raggio di sole. All'ora che il biancospino esala i suoi profumi, que' nidi lasciano scappare dei gorgheggi.
I cardellini, i fringuelli, i fringuelli marini scelgono gli arbusti per alcova; i corvi e le gazze ascendono fino ai più alti rami dei pioppi; le allodole, le capinere rimangono a terra fra i grani e nei cespugli. Questi amanti, gelosi delle loro tenerezze, hanno bisogno del gran silenzio della campagna. Lo so ch'esistono dei miserabili, i quali violano i nidi per ispennare gli uccelli e mangiarne le uova in frittata. Gli uccelli perciò, ad ogni stagione, si nascondono meglio: vanno al deserto.
I passeri e le rondinelle sono i soli che osano confidare i loro amori ai muri e agli alberi di Parigi. Essi vivono, amano fra noi. Noi abbiamo molti canarini che fanno e covano le uova nelle gabbie. Ma che tristi amanti! Si direbbe che i nostri canarini sono maritati davanti il signor sindaco. La loro unione forzata, custodita tra i ferri, è stupida come un matrimonio. Essi hanno pensieri gravi e zotici, che non permettono mai loro i liberi colpi d'ale dei figli dell'amore.
Bisogna vedere i passeri liberi nelle cavità dei vecchi muri e le rondinelle libere sulla cima dei camini. Questi sì s'amano, concepiscono sotto aperto cielo; non v'ha fra essi che matrimoni d'inclinazione.

*

Le rondinelle fanno di Parigi la loro città estiva. Appena giunte, le viaggiatrici visitano le culle vuote che hanno dovuto abbandonare ai primi freddi. Riparano la casetta gentile, la consolidano, la imbottiscono di peluria. E i poeti, gli amanti che passano colle orecchie e col cuore aperti, sentono, tutta l'estate, i loro piccoli gridi di tenerezza che dominano lo strepito delle vetture.
Ma il vero figlio di Parigi, il monello dell'aria, è il passero franco, che porta la giacca grigia dell'abitante dei sobborghi. Esso è partigiano del basso popolo, cantatore strillante, sfrontato. Il suo grido sembra uno scherno; il battere delle sue ali un gesto beffardo; i movimenti della sua testa hanno una specie di noncuranza burlesca e aggressiva.
È certo ch'esso preferisce i viali grigi di polvere, i boulevards ardenti, alle fresche ombre di Meudon e di Montmorency. Ama lo strepito delle ruote, beve al ruscello, mangia pane, passeggia tranquillamente sui marciapiedi. Ha lasciato i campi dove s'annoiava in compagnia di bestie sciocche e retrograde, per venir a stare fra noi, abitando sui nostri tetti, godendo la notte della luce del gas e facendo le sue faccenduole al giorno, nelle nostre strade, come un passante o un uomo d'affari.
Il passero grigio è un parigino che non paga imposte.
Esso è il titì della nazione alata ed ha una debolezza pel pane pepato e per la civiltà moderna.

*

Egli è sopratutto nei pubblici giardini e in maggio, che bisogna studiare le mosse leste e tenere dei passeri grigi. Alcuni vanno al Giardino delle Piante per mettersi davanti alle cancellate e guardare le bestie chiuse. Se visiterete un giorno il serraglio guardate le bestie libere, i passeri grigi, che volano in pieno sole. - Circuiscono le cancellate cantando trionfanti la loro canzone. Inneggiano altamente all'aria libera. Entrano impunemente nelle gabbie, le riempiono della loro libertà; sono l'eterna disperazione degl'infelici prigionieri. Rubano le briciole di pane alle scimmie e agli orsi; le scimmie li minacciano col pugno; gli orsi protestano scuotendo la testa con disdegnosa impazienza. Ma essi scappano; in quell'arca essi rappresentano la creatura libera e gaia, dove l'uomo cerca di rinchiudere la creazione.
In maggio, i passeri grigi del Giardino delle Piante costruiscono il loro nido sotto i tegoli delle case vicine. Essi diventano più carezzevoli, cercano di rubare qualche filo di lana o di crine al pelo degli animali. Un giorno vidi un gran leone allungare la testa possente sulle sue zampe tese, guardando un passero che saltava gagliardamente fra le spranghe della gabbia. Una contemplazione dolce e pungente faceva socchiudere gli occhi alla bestia feroce. Il leone pensava agli orizzonti liberi. Egli lasciò che il passero gli rubasse un pelo rosso delle sue zampe.


VIII.

In una delle ultime notti, mi recai al pubblico mercato. Parigi è tetro nelle ore mattutine; non gli hanno fatto fare ancora un po' di toilette. Somiglia a un vasto tinello tiepido e unto dal pasto della vigilia; ossa sparse, ed immondizie ingombrano la tovaglia sucida e il pavimento. I padroni si sono coricati prima che fosse sparecchiata la mensa; e, solo il mattino, la domestica spazza e mette la biancheria netta per la colazione.
Al mercato, si fa gran chiasso. È l'ufficio colossale dove s'ingolfano gli alimenti di Parigi addormentata. Quando Parigi aprirà gli occhi, avrà pieno il ventre. Nella luce tremante del mattino, in mezzo al brulichio della folla, s'amniucchiano quarti di carne rossa, panieri di pesci che brillano e mandano baleni d'argento, montagne di legumi che formano di tratto in tratto, nell'ombra, macchie bianche e verdi. È un franamento di cibi: carrette vuotate sul lastrico, casse sventrate, sacchi aperti che lasciano cadere il contenuto, un'onda ascendente d'insalate, d'uova, di frutti, di pollame, che minacciano di guadagnare le strade vicine, d'inondare tutta Parigi.
Camminavo con curiosità in mezzo a questo diavolìo, quando scorsi alcune donne che frugavano a piene mani in larghi mucchi nerastri sparsi sul suolo. I lumi delle lanterne danzavano; distinguevo con difficoltà, e credetti dapprima che fossero resti di carne, che si vendesse a poco prezzo.
M'avvicinai, I mucchi, ch'io credeva di carne, erano mucchi di rose.

*

Tutta la primavera parigina si trascina su questo suolo fangoso, fra i cibi. - Nei giorni di gran festa, la vendita comincia a due ore del mattino.
I giardinieri del distretto portano i loro fiori in fastelli. I fastelli, secondo la stagione, hanno un prezzo fatto, come le pere e le rape. Questa vendita è opera della notte. Le rivenditrici, le mercantesse al minuto, che immergono le braccia fino al gomito nelle carrettate di rose, pare che tuffino le mani in fondo a qualche cosa di sanguinoso.

*

Veniamo alla toilette. - I buoi sventrati che sanguinano saranno lavati, screziati di ghirlande, ornati di fiori artificiali. Le rose che si calpestano saranno disposte su fuscelli di giunco, e avranno allora un discreto profumo in mezzo alle loro collanuccie di foglie verdi.
Io m'ero fermato davanti a que' poveri fiori spiranti. Erano umidi ancora, stretti brutalmente da legami che ne tagliavano gli steli delicati. Esalavano l'odore acuto dei cavoli, in compagnia dei quali erano venuti. E nei rigagnoli si vedevano caduti alcuni fastelli di fiori che agonizzavano.
Raccolsi uno di que' fastelli e lo trovai da un lato tutto pieno di fango. Lo si laverà in una secchia d'acqua, e ritroverà il suo profumo dolce e delicato. Un po' di fango nel fondo dei petali, resterà solo a far fede della sua caduta nel rigagnolo. Le labbra, che lo baceranno alla sera, saranno forse meno pure di lui.

*

In mezzo a codesta abbominevole confusione, mi ricordai di quella passeggiata che feci dieci anni fa, con te, Ninetta. La primavera nasceva e le giovani frondi brillavano al bianco sole d'aprile. Il sentieruolo, che seguiva la costa, era orlato di larghi campi di violette. Quando si passava, si sentiva esalare d'intorno un odor dolce che penetrava nell'anima e la illanguidiva.
Ti appoggiavi sul mio braccio quasi svenuta, addormentata d'amore per così dolce profumo. La campagna era chiara e alcuni moscerini volavano al sole. Un gran silenzio scendeva dal cielo, e il nostro bacio fu sì discreto, che neppur i fringuelli dei ciliegi in fiore se ne spaventarono.
Alla svolta d'un sentiero vedemmo in un campo delle vecchie, curve, che coglievano violette gettandole in grandi panieri. Chiamai una di quelle femmine.
- Volete violette? - essa mi domandò... - Quante?... una libbra?
Ella vendeva i fiori a libbra! - Noi scappammo, desolati tutti e due, perchè ci parve di vedere la Primavera aprire nell'amorosa campagna una bottega di droghe. Guizzai lungo le siepi, rubai qualche magra violetta, ch'ebbe per te un profumo di più. Ma ecco nel bosco, in alto, sulla collina, spuntavano delle violette piccine piccine che, piene di terribile paura erano ricorse a mille astuzie per nascondersi sotto le foglie.
Tu gettasti subito le violette rubate, quelle stupide violette che crescevano nella terra coltivata e che si vendevano a libbra. Tu volevi fiori liberi, figli della rugiada e del sole del mattino. Durante due lunghe ore frugai fra l'erba; e quando avevo trovato un fiore correvo a vendertelo e tu me lo comperavi con un bacio.

*

Nello strepito assordante del verziere, fra gli odori di grasso, davanti a que' poveri fiori morti sul lastrico, io pensavo a queste cose lontane. Ricordavo la mia amante e quel mazzo di violette secche che conservo in fondo d'un cassetto. Tornato a casa, contai quegli steli disseccati: erano venti, e sentii sulle mie labbra il dolce ardore di venti baci.


IX.

Ho visitato un accampamento di zingari stabiliti in faccia alla caserma della porta Saint-Ouen. Quei selvaggi devono ben ridere di questa stupida città che s'incomoda per loro. Mi bastò seguire la folla; tutto il sobborgo si recava intorno alle loro tende, ed ebbi perfino la vergogna di veder persone, che non parevano affatto imbecilli, giungere in vettura scoperta coi domestici in livrea.
Quando questa povera Parigi ha una curiosità non la mette a prezzo. Ecco qua il caso di questi zingari. Essi erano venuti a ristagnare le casseruole e a rappezzare le caldaie del sobborgo. Ma fino dal primo giorno, vedendo la frotta di monelli che li osservava, compresero con che genere di città incivilita avevano a fare. E quando si videro considerati come un serraglio curioso, si affrettarono ad abbandonare caldaie casseruole, e con una bonomia beffarda consentivano a lasciarsi vedere per due soldi. Uno steccato circonda l'accampamento; due uomini, collocati a due aperture strettissime, raccolgono le offerte dei signori e delle dame che vogliono visitare il canile. Si sospingono, si schiacciano; si dovette anche ricorrere alle guardie municipali. Gli zingari rivolgono talvolta la testa per non ridere in faccia alle buone persone, che dimenticano sè stesse fino a gettar loro monete d'argento. Me li figuro la sera, mentre contano ciò che hanno riscosso, senza curiosi che li guardino. Come devono riderne! Essi hanno attraversato la Francia fra i rabbuffi dei contadini e la diffidenza delle guardie campestri. Arrivano a Parigi col timore d'esser gettati in fondo a qualche segreta e si svegliano in mezzo a questo sogno dorato di un popolo di signori e signore in estasi davanti ai loro cenci. Essi, essi, cacciati di città in città! Mi sembra di vederli ritti sulla scarpa delle fortificazioni, maestosamente avvolti ne' loro brandelli, e gettanti un gran riso di disprezzo a Parigi che dorme.

*

Lo steccato circonda sette od otto tende, che conservano in mezzo a loro una specie di sentiero. Cavalli etici, piccoli e nervosi, pascolano l'erba dietro le tende. Sotto i brandelli di vecchie coperte si scorgono le ruote basse di alcune vetture.
Nell'interno, regna un puzzo insopportabile di sudiciume e di miseria. Il suolo è già pesto, sgretolato, purulento. All'estremità dello steccato si vedono all'aria attrezzi da letto, sacconi, coperte scolorite, materassi quadrati sui quali due famiglie possono dormire con comodo: tutta la suppellettile di un ospedale di lebbrosi, che si asciuga al sole. Nelle tende costruite secondo il costume arabo, altissime, e aprentisi come le cortine d'un letto, s'ammucchiano stracci, selle, bardature, un'accozzaglia d'anticaglie senza nome, oggetti senza colore, senza forma, che riposano là, in un letto di untume artistico, di tono caldo, fatto per rapire in estasi un pittore.
Ho creduto scoprire la cucina all'estremità dell'accampamento, in una tenda più angusta delle altre. Vi era qualche marmitta di ferro e alcuni treppiedi: ci vidi anche un tondo; ma non c'era la minima apparenza di pentole al fuoco. Le marmitte servono forse a preparare la pappa del sabato.
Gli uomini son grandi, forti: hanno faccia rotonda, capelli lunghissimi, inanellati, d'un nero liscio e oleoso. Essi sono vestiti di tutte le spoglie raccolte per viaggio. Uno d'essi passeggiava, ravvolto in una cortina di tela a grandi ornati gialli. Un altro aveva una veste che doveva provenire da qualche abito nero dal quale si fosse strappata la coda. Parecchi avevano gonnelle da donna. Essi sorridevano sotto la loro barba lunga, rada e morbida.
Pare che la loro acconciatura prediletta consista in fondi di vecchi cappelli di feltro, di cui fanno callotte, tagliandone la tesa.
Le donne sono anch'esse grandi e forti. Le vecchie, secche schifose, colla loro magrezza nuda e co' capelli sciolti, somigliano a streghe cotte nel fuoco dell'inferno. - Fra le giovani ve n'ha di bellissime: sotto al loro strato di unto, hanno la pelle color del rame, e grandi occhi neri d'una dolcezza squisita. Son civette, e portano i capelli bipartiti e raccolti dietro le orecchie in due grosse treccie cadenti, annodate di tratto in tratto con nastri di stracci rossi. Vestite d'una sottana colorata, colle spalle coperte d'uno scialle annodato alla cintura, e colla testa coperta d'un fazzoletto che stringe loro la fronte, hanno l'aria di regine barbare cadute fra la canaglia.
E i fanciulli! Un intero esercito di fanciulli che brulicano. Ne vidi uno in camicia con un immenso farsetto d'uomo che gli scendeva ai polpacci; teneva in mano un bel cervo-volante azzurro. Un altro, piccino piccino, di due anni al più, camminava nudo, affatto nudo, grave, in mezzo al ridere sgangherato delle ragazze curiose del quartiere. E quel caro piccino era sì sudicio, sì verde e sì rosso, che si poteva prenderlo per un bronzo fiorentino, una delle leggiadre figurine del Rinascimento.

*

Tutta la banda resta impassibile davanti alla curiosità romorosa della folla. Uomini e donne dormono sotto le tende. Una madre col seno nudo e nero come una zucca annerita, allatta un marmocchio giallo che pare d'ottone. Altre donne accoccolate, guardano seriamente questi strani Parigini che frugano nel sudiciume. Domandai ad una di esse che cosa pensava di noi; ed ella sorrise debolmente senza rispondere.
Una bella ragazza d'una ventina d'anni passeggia in mezzo agl'imbecilli e tenta le signore in cappello e in vesta di seta, alle quali ella si offre di dire la buona ventura. La vidi agire. Ella prese la mano d'una giovane, e la tenne fra le sue in modo tanto carezzevole che sentì quella mano abbandonarsi a lei. Allora, ella fece capire che bisognava metterci dentro una moneta; ma un pezzo da dieci soldi non bastò, ce ne vollero due, ed ella giunse persino a parlare di cinque lire. Trascorso qualche istante e dopo aver promessa lunga vita, bambini, molta felicità, ella prese le due monete da dieci soldi, fece con esse dei segni di croce sull'orlo del cappello della giovane, e alla parola Amen, le fece sparire in un'enorme saccoccia nella quale intravvidi alcune monete d'argento.
Ella vende pure un talismano. Rompe, fra i denti, un pezzettino d'una materia rossastra, che pare buccia secca d'arancio; lo annoda nell'angolo del fazzoletto della persona ch'ebbe da lei la buona ventura; poi raccomanda di aggiungere al talismano del pane, sale e zucchero. Con ciò, si allontana ogni malattia e si scongiura lo spirito maligno.
E la diavolessa fa il suo mestiere con una gravità ammiranda. Se le si toglie una delle monete che si è fatta mettere in mano, giura che i suoi buoni augurii si muteranno in mali spaventevoli. Tutto ciò è ingenuo, ma il suo gesto e il suo accento sono superbi.

*

Nella piccola città provenzale dove io sono cresciuto, gli zingari sono tollerati; ma non eccitano una tanto stupida curiosità. Anzi, i borghesi li guardano di traverso, perchè si dice che mangino i cani e i gatti smarriti. Le persone dabbene voltano il capo quand'essi passano loro vicino.
Essi arrivano in un carrozzone che a loro serve di casa; e s'installano nell'angolo di qualche terreno abbandonato dei sobborghi. Dal principio alla fine dell'anno, certi luoghi sono abitati da tribù di fanciulli cenciosi, da uomini e da donne che, per terra, si avvoltolano al sole. Vi vidi creature di bellezza incantevole. - Noi altri, che non provavamo il disgusto della gente ammodo, andavamo a guardare il fondo delle vetture, dove quella gente dorme l'inverno. E mi ricordo che un giorno, afflitto da un grave dispiacere di scuola, sognai di salire in una di quelle vetture; mi sognai di partire con quelle grandi e belle ragazze, i cui occhi neri mi facevano paura, e di andarmene lontano, agli ultimi confini del mondo.


X.

Un giovane chimico, amico mio, mi disse una mattina:
- Conosco un vecchio sapiente che si è ritirato in una casetta del boulevard d'Enfer per istudiarvi in pace la cristallizzazione dei diamanti. Vuoi che ti conduca da lui?
Accettai, ma con un secreto terrore. Uno stregone non m'avrebbe spaventato tanto; poichè io non ho una gran paura del diavolo ma temo il denaro; e confesso che l'uomo che troverà uno di questi giorni la pietra filosofale, mi colpirà d'un rispettoso spavento.

*

Durante il cammino, il mio amico mi fornì qualche particolare sulla fabbricazione delle pietre preziose, della quale i nostri chimici si occupano da lungo tempo. Ma sono sì piccoli i cristalli ottenuti (fin qui, egli mi disse) e sì gravi le spese di fabbricazione, che gli esperimenti hanno dovuto restare allo stato di semplici curiosità scientifiche. La questione consiste unicamente nel trovare agenti più potenti e processi più economici per poter fabbricare diamanti a basso prezzo. - Intanto eravamo arrivati. Il mio amico, prima di suonare, mi avvisò che il mio vecchio sapiente, non amando i curiosi, mi avrebbe ricevuto malissimo. Io era il primo profano che penetrava nel santuario.
Il chimico ci aperse, e devo confessare ch'ei mi parve a primo aspetto uno stupido; un calzolaio macilento ed abbrutito. Egli accolse affettuosamente il mio amico, accettando me con un sordo grugnito, come un cane che avesse appartenuto al suo giovane discepolo. Noi attraversammo un giardino incolto. In fondo era la casa, una fabbrica in rovina. Il locatario ne aveva abbattute tutte le pareti per farne una sola stanza vasta e alta. Vi erano tutti gli utensili del laboratorio, apparecchi bizzarri dei quali non cercai neppure di spiegarmi l'uso.
Tutto il lusso della mobilia consisteva in un banco e in una tavola di legno nero.
In quel bugigattolo provai un abbagliamento accecante; uno dei più vivi della mia vita. Lungo i muri, sul pavimento, eran messe in fila delle ceste, il fondo di giunco delle quali si rompeva sotto il peso delle pietre preziose che le riempivano. Ogni mucchio era fatto di una speciale qualità di pietre preziose. I rubini, le ametiste, gli smeraldi, gli zaffiri, le opali, le turchine, gettate negli angoli come palate di luci vive e rischiaravano la stanza collo sfavillar de' loro fuochi.
Erano bracieri di carboni ardenti, rossi, violetti, verdi, azzurri, rosei. Sembravano milioni d'occhi di fate, che ridessero nell'ombra, a fior di terra. Nessuna novella araba ha sfoggiato di tali tesori, nessuna donna ha sognato un tal paradiso.

*

Non potei trattenere un grido d'ammirazione.
- Quante ricchezze! - esclamai. - Qui ci sono dei miliardi.
Il vecchio sapiente alzò le spalle. Mi parve ch'egli mi guardasse con aria di profonda pietà. - Ciascuno di que' mucchi può valere qualche lira, mi diss'egli colla sua voce lenta e sorda. Essi m'imbarazzano. Li seminerò domani nei viali del giardino, come ghiaja.
Poi, volgendosi verso il suo amico, continuò, prendendo le pietre a manate:
- Guardate questi rubini: sono i più belli che io abbia ottenuti finora.... Non sono soddisfatto di questi smeraldi: sono troppo puri; i naturali hanno tutti qualche macchia, e io non voglio far meglio della natura.... Ciò che mi fa disperare è che non ho 'potuto ottenere ancora il diamante bianco. Ho incominciato già i miei esperimenti. Appena sarò riescito, l'opera della mia vita sarà coronata, e morrò felice.
Quest'uomo era ingrandito a' miei occhi; non m'aveva più l'aria d'uno stupido. Cominciai a rabbrividire davanti a quel vecchio livido che poteva far cadere su Parigi una pioggia miracolosa.
- Ma voi dovete aver paura dei ladri, - gli domandai. - Vedo alla porta e alle finestre solide spranghe di ferro: e questa è una precauzione.
- Sì, talvolta ho paura, - egli mormorò: - ho paura che qualche imbecille mi uccida prima che io abbia trovato il diamante bianco.... Questi sassi che domani non avranno più alcun valore, potrebbero oggi tentare i miei eredi. Sono essi che mi spaventano, perchè sanno che facendomi sparire, seppellirebbero con me i segreti della mia fabbricazione e conserverebbero tutto il prezzo a questo preteso tesoro.
Egli rimase pensoso e triste. Noi ci eravamo seduti sui mucchi di diamanti ed io lo guardava. La sua mano sinistra si perdeva nel paniere dei rubini, e colla destra egli faceva cadere macchinalmente una pioggia di smeraldi, come i fanciulli che si fanno scorrere la sabbia fra le dita.

*

Dopo un silenzio prolungato gli dissi:
- Voi dovete condurre una vita intollerabile. Vivete solo, voi odiate gli uomini.... Non avete qualche gioia?
Mi guardò sorpreso.
- Io lavoro, - mi rispose semplicemente, - e non mi annoio mai. Quando sono allegro, nei miei giorni di follia, metto in tasca qualcuna di queste pietre; vado a sedermi in fondo al giardino, dietro una feritoia che dà sul boulevard. Là, di quando in quando, lancio un diamante in mezzo alla strada....
Egli rideva al ricordo di quest'ottimo scherzo.
- Non potreste immaginare le smorfie di coloro che trovano le mie pietre. Essi rabbrividiscono, guardano dietro di sè, poi scappano pallidi come morti. Ah, povera gente! che bella commedia mi hanno fatto godere! Ho passato così delle ore gaie.
La sua voce secca produceva in me un malessere inesprimibile. Evidentemente, egli si faceva beffe di me.
- Hem! giovanotto, - riprese egli, - io ho di che comperare di molte donne; ma io sono un diavolo vecchio.... Voi comprendete che se avessi la minima ambizione, sarei da lungo tempo re di qualche paese.... Bah! Io non ucciderei una mosca, sono buono io, ed è perciò che lascio vivere gli uomini.
Egli non poteva dirmi con più gentilezza che, se gli fosse saltato il ticchio, m'avrebbe mandato al patibolo.

*

Pensieri ardenti si succedevano in me e tutte le campane della vertigine suonavano alle mie orecchie. Gli occhi di fata delle pietre fissavano su di me i loro sguardi acuti, rossi, violetti, verdi, azzurri, rosei. Senza saperlo avevo chiuso le mani, tenendo nella sinistra un pugno di rubini, nella destra un pugno di smeraldi. E se devo dir tutto, una voglia irresistibile mi spingeva a farmeli scivolare in tasca.
Gettai quelle pietre maledette, e me ne andai sentendomi galoppar nel cranio i gendarmi.



XI.

Ero a Versaglia, e montavo sul vasto cortile dei Marescialli, solitudine di pietre che mi ha sovente ricordato la landa deserta della Crau, il cui mare di sassi verdeggia ai raggi cocenti del sole.
L'ultimo inverno io vidi, in giorno di neve, il castello, col suo tetto azzurrastro, maestoso e triste, sul grigio del cielo: e sembrava il palazzo reale del freddo. Anche in estate esso è triste: e, anzi, fra i tepori dell'aria e la vegetazione rigogliosa degli alberi del parco par più melanconico e più abbandonato. Al rinnovarsi della bella stagione, i vecchi tronchi si rifanno una giovinezza di foglie; ma il castello agonizza. Il succo vitale non ascende più nelle sue pietre che cascano a bricioli; la rovina continua implacabile, rodendo gli angoli, staccando le pietre, proseguendo ad ogni ora il suo letale lavoro.
Le abitazioni, bugigattoli o palazzi, hanno le loro malattie di cui languiscono e muoiono. Sono come grandi corpi viventi, persone che hanno infanzia e vecchiezza, gli uni robusti fino alla morte, gli altri stanchi e vacillanti prima del tempo. Mi ricordo di case viste dallo sportello d'un vagone, sull'orlo delle strade; fabbricati nuovi, padiglioni discreti, castelli deserti, torri rovinate. E tutti questi esseri di pietra mi parlavano, mi raccontavano la salute di cui vivevano, il male di cui agonizzavano. Quando l'uomo chiude porte e finestre e parte, il sangue della casa se ne va. Ella trascina alcuni anni al sole; poi, in una notte d'inverno, un colpo di vento la porta via.
Di questo abbandono muore il castello di Versaglia. L'hanno costruito troppo vasto per la vita che l'uomo può mettervi. Ci vorrebbe una popolazione di abitanti, perchè il sangue potesse scorrere in que' corridoi senza fine, in quelle file di stanze immense. Fu l'errore colossale dell'orgoglio di un re, che, volendolo troppo grande, lo votava alla rovina fin dall'infanzia. La gloria di Luigi XIV non riempie più neppure la camera dov'egli dormiva, camera fredda, nella quale la sua cenere reale non mette oggi che un po' di polvere di più.

*

Ascendevo sul cortile dei Marescialli; e vidi a destra, in un punto perduto di quella landa, la vecchia donna, la Sarcleuse leggendaria, che da cinquant'anni strappa l'erba dei mattoni. Dal mattino alla sera, essa è là, in mezzo ai campi di pietre, che lotta contro l'invasione, contro l'onda ascendente di viole selvagge e di papaveri. Ella cammina, si curva, visitando ogni fenditura, spiando i fili verdi, i muschi. Ella impiega quasi un mese a percorrere, da un capo all'altro, il suo deserto. E dietro a lei, l'erba rinasce, vittoriosa, gaia, implacabile, in modo che, quand'ella ricomincia, trova le stesse erbe cresciute di nuovo, gli stessi luoghi del cimitero invasi dai fiori selvaggi.
La Sarcleuse conosce la flora di queste ruine. Ella sa che i papaveri preferiscono il lato sud, che i maceroni prosperano al nord, che le viole amano le fenditure dei piedestalli. Il musco è una lebbra che si stende da per tutto. Vi sono piante ostinate, delle quali ella ha un bel strappar la radice, ricompariscono sempre; forse una goccia di sangue è caduta in quel sito, un'anima cattiva vi è sepolta, ed essa getterà sempre fuori dalla terra le punte rosse de' suoi cardi. In questo cimitero di re, i morti fioriscono stranamente. Ma bisogna sentire la Sarcleuse raccontare la storia di quest'erbe. Esse non sono già cresciute egualmente rigogliose in tutte le epoche. No. Sotto Carlo X erano timide; si stendevano appena come una leggera peluria, un tenero tappeto di verzura che rendeva soffici i sassi sotto i piedi delle signore. La Corte veniva ancora al castello: i talloni dei cortigiani calpestavano il suolo, e facevano in una mattina quello che la Sarcleuse fa ora in un mese. Sotto Luigi Filippo le erbe indurirono; il castello, popolato dai pacifici fantasmi del Museo Storico, cominciava a non esser più che il palazzo delle ombre. Ma fu sotto il secondo Impero che l'erbe trionfarono; esse crebbero con impudenza, presero possesso della lor preda; minacciarono per un momento di invadere le gallerie, e di mettere il loro verde nei grandi e nei piccoli appartamenti.

*

Nel vedere la Sarcleuse andar curva e a passo lento, col grembiale pieno d'erbe, colla vecchia gonnella d'indiana, io pensai: Ell'è l'ultima pietà che impedisce alle ortiche di crescere e di nascondere la tomba della monarchia. Ella cura, la buona donna, questa landa, dove spunta la verzura delle fosse.
Mi sono immaginato ch'ella fosse l'ombra di qualche marchesa, ritornata da uno dei boschetti del parco, e che avesse la religione delle sue rovine. Ella lotta continuamente colle sue povere dita irrigidite, contro il muschio spietato. Ella si ostina nel suo lavoro vano, ben sentendo che se un giorno si fermasse, l'onda delle erbe strariperebbe ed ella stessa ne rimarrebbe annegata. Talvolta, quando si raddrizza, gitta un lungo sguardo sui campi di pietre e ne osserva i punti lontani, dove la vegetazione è più ricca. E resta là, un istante, pallida, comprendendo forse l'inutilità delle sue cure continue, felice della gioia amara d'essere la suprema consolatrice di quei mattoni.
Ma verrà giorno che le dita della Sarcleuse saranno ben più irrigidite. Allora il castello rovinerà con un ultimo singhiozzo del vento. Il campo di pietre diverrà preda delle ortiche, dei cardi, di tutte le erbe selvatiche. Esso diventerà cespuglio enorme, bosco di piante torte ed acri. E la Sarcleuse si smarrirà nelle macchie, allontanando coi pugni steli più alti di lei, aprendosi un passaggio in mezzo ai fusti di gramigna, grandi come giovani betulle, lottando ancora fino al giorno che questi fusti la legheranno da ogni parte, le stringeranno le membra, la vita, il collo, per gettarla morta in quel mare che la trasporterà nell'onda sempre ascendente della verzura.


XII.

La guerra, la guerra infame, la guerra maledetta! Noi non la conoscevamo, noi altri giovani che nel 1859 non avevamo ancora vent'anni. Eravamo ancora sui banchi del collegio. Il suo nome terribile, che fa impallidire le madri, ci veniva alla mente solo nei giorni di vacanza.
E, nelle nostre rimembranze, non vedevamo che sere tiepide, in cui il popolo rideva sui marciapiedi; al mattino, l'annunzio d'una vittoria era passato su Parigi come un soffio di festa; e, al crepuscolo, i bottegai facevano illuminazione e i monelli per le strade facevano scoppiar petardi da un soldo. Sulla porta dei caffè c'erano dei signori che bevevano la birra parlando di politica. Intanto, in qualche angolo perduto dell'Italia e della Russia, i morti, stesi supini, guardavano le stelle nascenti coi loro grandi occhi aperti ma privi di sguardo.
Nel 1859, il giorno che si sparse la nuova della battaglia di Magenta, mi ricordo che, uscendo dal collegio, mi recai in piazza della Sorbona, per vedere, per passeggiare con quella febbre che regnava nelle strade. Vi era un gruppo di fattorini che gridavano: «Vittoria! vittoria!» Noi vedevamo in aria un giorno di vacanza: Ma in mezzo a quelle risate, a que' gridi, intesi dei singhiozzi. Era un vecchio ciabattino che piangeva in fondo alla sua botteguccia. Il povero uomo aveva due figli in Italia.
Dopo quel tempo, la mia fantasia mi fece udire sovente dei singhiozzi. Ad ogni voce di guerra, mi pareva che il vecchio ciabattino, il popolo coi capelli bianchi, piangesse lontano, nei caldi fremiti delle piazze.

*

Ma mi ricordo meglio ancora dell'altra guerra: della campagna di Crimea.
Avevo allora quattordici anni, vivevo in fondo alla provincia, ero tanto indifferente da non veder nella guerra altra cosa che il passaggio continuo delle truppe, il marciare delle quali era divenuto una delle nostre più care ricreazioni.
La piccola città del Mezzogiorno che io abitava, fu, credo, traversata da quasi tutti i soldati che andarono in Oriente. Un giornale del luogo annunziava in anticipazione i reggimenti che dovevano passare. Essi partivano verso le cinque del mattino; e già, dalle quattro, noi eravamo sul corso; non mancava al ritrovo neppure un alunno esterno del collegio.
Ah, che begli uomini! e i corazzieri, e i lancieri e i dragoni e gli ussari! Noi avevamo un debole per i corazzieri. Quando si levava il sole e i suoi raggi obliqui fiammeggiavano sulle corazze, noi indietreggiavamo accecati, rapiti, come se un esercito d'astri a cavallo ci fosse passato dinanzi.
Poi le trombe suonavano; e si partiva.
Noi partivamo coi soldati. Noi li seguivamo sulle grandi strade bianche. La musica suonava per ringraziare la città della sua accoglienza. E in quell'aria serena, in quelle limpide mattine, era una festa.
Mi ricordo d'aver fatto così delle leghe. Marciavamo al passo, coi nostri libri attaccati alla vita, come una giberna, mediante una correggia. Non dovevamo accompagnare i soldati più lungi della Polveriera; poi andavamo fino al ponte; poi risalivamo la costa; finalmente non ci arrestavamo che al prossimo villaggio.
E quando la paura ci obbligava a fermarci, ci arrampicavamo sopra un colle, e da quel punto seguivamo il reggimento lontano lontano, fra gli accidenti del terreno, lungo i gomiti della strada; lo guardavamo perdersi e nascondersi colle sue mille fiammelle, nella luce splendida dell'orizzonte.
Pensavamo proprio al collegio in que' giorni! Si marinava la scuola, e ci divertivamo su tutti i mucchi di sassi. E non era raro che la banda scendesse al fiume e vi si obliasse colà fino a sera.

*

Nel Mezzogiorno, i soldati sono amati poco. Ne ho veduti piangere di stanchezza e di rabbia, seduti sui marciapiedi, col loro biglietto d'alloggio in mano; i borghesi, i piccoli proprietari angolosi, i grossi negozianti non avevano voluto riceverli.
L'autorità dovette immischiarsene.
La nostra casa era la casa di Dio. Mia nonna, ch'era nativa della Beauce, sorrideva a tutti que' figli del Nord che le ricordavano il suo paese. Ella discorreva con loro, domandava il nome del loro villaggio, ed era felice quando quel villaggio si trovava a qualche lega dal suo.
Ci mandavano due uomini per ogni reggimento. Non potevamo tenerli e li mandavamo all'albergo; ma essi non se ne andavano prima che mia nonna non avesse fatto loro subire il suo piccolo interrogatorio.
Mi ricordo che un giorno ne vennero due del suo stesso paese; ed ella non volle lasciarli partire. Li fece pranzare in cucina e fu lei a versar loro da bere. Di ritorno dal collegio, corsi a vedere i due soldati: credo anzi d'aver trincato con essi.
Uno era piccolo e l'altro grande. Mi ricordo che, al momento di partire, gli occhi del grande si empirono di lacrime. Quest'ultimo aveva lasciato al paese una povera vecchia e ringraziava con effusione la nonna che gli richiamava la sua cara Beauce e tutto ciò ch'egli ci aveva lasciato.
- Basta! - gli disse la buona donna, - voi ritornerete colla vostra croce.
Ma egli scuoteva dolorosamente la testa.
- Ebbene, - ella riprese, - se tornate di qua, venite a rivedermi. Vi serberò una bottiglia di questo vino che avete trovato buono.
I due poveri ragazzi si misero a ridere. Quest'invito fece loro dimenticare il terribile avvenire e s'immaginarono senza dubbio vedersi al ritorno seduti a tavola in quella casetta ospitale, bevendo ai passati pericoli. E s'impegnarono formalmente di ritornare a bere quella bottiglia.

*

Quanti reggimenti ho seguito in quel tempo, e quanti soldati affranti sono venuti a battere alla nostra porta! Mi ricorderò sempre la processione interminabile di quegli uomini, che marciavano alla morte. Talvolta, chiudendo gli occhi, li rivedo ancora, mi rammento di certe sembianze e mi domando: «In qual fosso perduto sono essi coricati?»
Poi, i reggimenti diventarono più rari, e un giorno furono visti ripassare in senso inverso, zoppicanti, sanguinolenti, che si strascinavano per le strade. Certo, noi non andavamo più ad attenderli, non li accompagnavamo più, poichè non erano più i nostri bei soldati. Che potevano valere quegl'infermi?
Quella marcia triste durò a lungo. L'esercito seminava agonizzanti lungo il cammino. Mia nonna diceva talora:
- E i due della Beauce, che tu sai, m'hanno dimenticata?
Ma una sera, al crepuscolo, un soldato venne a battere alla porta. Era il piccolo, ed era solo.
- Il mio camerata è morto, - diss'egli entrando.
La nonna portò la bottiglia.
- Si, - diss'egli, - berrò solo.
E quando fu seduto a tavola, col bicchiere alzato, cercò il bicchiere del camerata per trincare, e mandò un gran sospiro, mormorando:
- Sono io ch'egli ha incaricato d'andare a consolar la sua vecchia: vorrei piuttosto essere laggiù, al suo posto.

*

Più tardi, ebbi Chauvin per camerata in una amministrazione. Eravamo impiegatucci ambidue, e le nostre scrivanie si toccavano nel fondo di una stanza buia, buco eccellente per far nulla, attendendo l'ora d'uscirne.
Chauvin era stato sergente, e ritornava da Solferino colla febbre che aveva preso nelle risaie del Piemonte. Egli bestemmiava contro i suoi dolori, ma si consolava accusandone gli Austriaci. Erano que' miserabili che l'avevano conciato così per le feste!
Quante ore passate a chiacchierare! Io tenevo il mio antico soldato ed ero proprio deciso a non lasciarmelo scappare senza avergli strappato certe verità. Io non mi appagava punto delle grandi parole: gloria, vittoria, allori, guerrieri, colle quali si gonfiava la bocca. Io lasciavo passare la piena del suo entusiasmo e lo impegnavo a parlarmi delle cose minime. Mi rassegnai ad ascoltare venti volte lo stesso racconto, per indovinarne lo spirito vero. Senza sospettarlo, Chauvin finì col farmi delle belle confidenze.
In fondo, egli era d'un'ingenuità infantile. Non vantava sè stesso; parlava semplicemente una lingua spedita di smargiassate militari; era un ciarlone inconscio, un buon ragazzo che le caserme avevano mutato in uno stupido insopportabile.
Si sentiva ch'egli aveva racconti e parole già preparate. Le frasi fatte in anticipazione ornavano i suoi aneddoti di «soldati invincibili» e «bravi ufficiali salvati dalla strage, dall'eroismo dei loro soldati». Ho subìto, per due lunghi anni, quattro ore al giorno, la campagna d'Italia. E non me ne lagno. Chauvin ha compiuta la mia istruzione.
Mercè sua, mercè le confessioni ch'egli m'ha fatto nel nostro buco nero, io conosco la guerra vera: non quella di cui gli storici ci raccontano gli eroici episodi, ma quella che fa sudare di paura in pieno sole e guizza nel sangue.

*

Io interrogavo Chauvin.
- E i soldati andavano allegramente al fuoco?
- I soldati! Se li spingeva: ecco tutto! Mi ricordo di coscritti che non avevano mai visto il fuoco e che s'impennavano come cavalli ombrosi. Avevano paura. A due riprese pigliarono la fuga; ma furono ricondotti, e una batteria ne uccise la metà. Bisognava vederli allora, coperti di sangue, accecati, gettarsi come lupi sugli Austriaci. Non erano più riconoscibili: piangevano di rabbia, volevano morire.
- È un tirocinio che si fa, - dicevo io per indurlo a continuare.
- Oh! sì, è aspro, - lo dico io. - Vedete: ai più forti, vengono i sudori freddi. Bisogna essere un po' ubriachi per battersi bene. Allora non si vede più niente, si picchia davanti a sè come furiosi.
Ed egli si abbandonava alle sue rimembranze.
- Un giorno, ci avevano collocati cento metri distanti da un villaggio occupato dai nemici, coll'ordine di non muoversi, di non tirare. Ma ecco! quei miserabili Austriaci aprono sul nostro reggimento un fuoco d'inferno. Non c'era mezzo d'andarsene. Ad ogni scarica di fucile, noi abbassavamo la testa; e ci furon di quelli che si stesero a terra. Era una vergogna; ci lasciarono là un quarto d'ora, e due de' miei camerati n'ebbero i capelli incanutiti.
Poi riprendeva:
- Voi non avete la minima idea di tutto ciò; poichè i libri raccontano le cose a loro modo. Per esempio, la sera di Solferino noi non sapevamo neppure se eravamo vincitori. Correva voce che gli Austriaci stavano per massacrarci. Vi assicuro io che non si era a nozze. E il mattino, quando ci si fece levare avanti giorno, noi tremavamo, avevamo una paura terribile che la battaglia s'ingaggiasse di nuovo. Quel giorno saremmo stati vinti, poichè la forza ci aveva abbandonati. E quando ci dissero: «è firmata la pace» tutto il reggimento, invaso da stupida gioia si mise a fare delle capriole. Alcuni soldati si prendevano per mano, e giravano intorno come ragazzette.... E non mento, sapete. Eravamo contentissimi.
Chauvin, che mi vedeva sorridere, s'immaginava che io non potessi credere a un sì grande amore della pace nell'esercito francese. Egli era d'una semplicità adorabile, ed io lo facevo raccontare, raccontare. Gli domandavo:
- E voi? Non avevate paura?
- Oh! io era come gli altri, - rispose egli ridendo modestamente.... - Io non sapevo.... Credete voi che si sappia se si è coraggiosi? La verità è che si trema e si picchia. Una volta, una palla morta mi rovesciò. Io restai per terra, riflettendo che se mi rialzavo, poteva accadermi qualche cosa di peggio.


XIII.

....Egli è morto da cavaliere, come è vissuto.
Voi vi ricordate, amici miei, di quella dolce primavera, quando andavamo a stringergli la mano nella sua casetta a Clamart. Giacomo ci accoglieva col suo bel sorriso. E pranzavamo sotto il pergolato, coperto di vergini viti mentre Parigi, lontana, all'orizzonte, romoreggiava nella notte cadente.
Voi non avete mai conosciuto bene la sua vita. Io, invece, che sono cresciuto nella stessa sua culla, io sì posso dirvi del suo cuore. Egli viveva a Clamart, da due anni, con quella ragazza alta, bionda, che andava lentamente estinguendosi. È una storia delicata e straziante.

*

Giacomo aveva incontrato Maddalena alla festa di Saint-Cloud. Cominciò ad amarla, perch'ella era triste e sofferente. Prima che la povera fanciulla scendesse nella fossa, voleva donarle due stagioni d'amore. E andò a nascondersi con lei, in quel lembo di terra di Clamart, dove le rose sbocciano come erbe selvatiche.
Voi conoscete la casa. Essa era modesta, bianca, perduta come un nido tra le foglie verdi. Fin dalla soglia, vi si respirava un affetto celato. Giacomo, a poco a poco, aveva preso un amore infinito per la morente. Egli guardava con amara tenerezza il male che la faceva impallidire ogni giorno più. Maddalena, come uno di que' lumicini di chiesa che gettano una luce viva prima di estinguersi, sorrideva, illuminava co' suoi occhi azzurri la piccola casa bianca.
Durante due stagioni, la fanciulla uscì appena. Ella riempì il giardino del suo essere incantevole, delle sue vesti chiare, de' suoi passi leggeri. Fu lei che piantò i grandi garofani fulvi, coi quali ci faceva dei mazzi. I geranii, i rododendri, le eliotropie, tutti questi fiori non vivevano che di lei e per lei. Ella era l'anima di quel cantuccio della natura.
Poi, vi ricordate che Giacomo venne una sera a dirci colla sua voce lenta: «Ell'è morta!» - Ella era morta sotto il pergolato come un bambino che s'addormenta nell'ora malinconica del tramonto. Ell'era morta in mezzo alla sua verzura, nella capanna perduta, dove l'amore aveva cullato due anni la sua agonia.

*

Non avevo più riveduto Giacomo. Sapevo che viveva sempre a Clamart, sotto il pergolato col ricordo di Maddalena. Dal principio dell'assedio, io ero sì accasciato di fatica che non pensavo più a lui; quando, il mattino del 13, sentendo che si battevano dalla parte di Meudon e di Sèvres, rividi d'improvviso colla memoria la casetta bianca nascosta sotto le foglie verdi. E rividi anche Maddalena, Giacomo, noi tutti a prendere il tè nel giardino, in mezzo alla pace profonda della sera, in faccia a Parigi che russava sordamente là, all'orizzonte.
Allora io uscii per la porta di Vanves e continuai il cammino. Le strade erano ingombre di feriti. Arrivai così ai Moulineaux dove appresi la nostra vittoria; ma quando ebbi percorso il bosco e mi trovai sulla collina, un'emozione terribile mi strinse il cuore.
In faccia a me, nelle terre peste e rovinate, in luogo della casetta bianca, non vidi che un buco nero: la mitraglia e l'incendio l'avevano distrutta. Discesi la collina colle lacrime agli occhi.

*

Ah! amici miei, che cosa spaventevole! La siepe di biancospino fu rasa al suolo dalle palle. I grandi garofani fulvi, i geranii, i rododendri giacevano a terra, pesti, in modo ch'ebbi pietà di essi, come se avessi avuto dinanzi a me i membri sanguinolenti di povere creature un dì conosciute.
La casa, da un lato, era tutta rovinata. Essa lascia vedere, dalla sua piaga semiaperta, la camera di Maddalena, quella camera pudica, tappezzata di tela di Persia color di rosa e della quale, dalla strada, si vedevano sempre le cortine chiuse. Quella camera brutalmente aperta dal cannone prussiano, quell'alcova amorosa, che si scorge adesso da tutta la vallata, m'hanno fatto sanguinar l'anima, e ho detto a me stesso, che mi trovavo in mezzo al cimitero della nostra giovinezza. Il suolo coperto di rovine, solcato dagli obici, somigliava a que' terreni smossi di fresco dal badile del becchino, e nei quali s'indovinano le nuove bare.
Giacomo aveva dovuto abbandonare quella casa crivellata dalla mitraglia. Mi avanzai ancora, entrai sotto il pergolato che, per miracolo, era rimasto intatto. Là, in terra, in una pozza di sangue, Giacomo dormiva col petto lacerato da più di venti ferite. Egli non aveva lasciate le viti vergini, dove aveva tanto amato; egli era morto dov'era morta Maddalena.
Raccolsi a' suoi piedi la sua giberna vuota, il fucile spezzato, e vidi che le mani del povero morto erano nere di polvere. Giacomo per lo spazio di cinque ore, solo colla sua arme, aveva difeso furiosamente il bianco fantasma di Maddalena.


XIV.

Povero Neuilly! Mi ricorderò lungamente della triste passeggiata che feci ieri, venticinque aprile 1871. A nove ore, appena si conobbe l'armistizio concluso fra Parigi e Versaglia, una folla considerevole si portò verso la porta Maillot. Questa porta non esiste più; le batterie della piazzetta di Courbevoie e del monte Valeriano l'hanno ridotta un mucchio di sassi. Quando passai per quella rovina alcune guardie nazionali stavano riparando la porta; fatica sprecata, poichè qualche colpo di cannone basterà a portar via i sacchi di terra e i mattoni ch'esse ammucchiano.
Partendo dalla parte di Maillot, si cammina fra le rovine. Tutte le case circostanti sono sfondate. Per le finestre rotte, scorsi alcuni pezzi di mobili di lusso; una cortina pende cincischiata a un balcone, un canarino vive ancora in una gabbia appesa alla cornice d'una soffitta. Più si procede e più i disastri si accumulano. La strada è seminata di frantumi, solcata dagli obici: la si direbbe una via di dolore, il calvario maledetto della guerra civile.

*

Mi cacciai nei sentieri trasversali, sperando di sottrarmi a quell'orribile strada maestra, lungo la quale, ad ogni passo, s'incontrano pozze di sangue. Ahimè! nei sentieruoli che sboccano nella strada, la strage è ancora più orribile. Là, si son battuti ad ogni passo, coll'arma bianca. Le case sono state prese e riprese dieci volte; i soldati delle due parti hanno scavato i muri per camminarvi nell'interno, ed hanno rovesciato a colpi di badile ciò ch'era stato risparmiato dagli obici. I giardini sopratutto hanno sofferto. Poveri giardini primaverili! I muri di cinta hanno breccie semiaperte; le ceste dei fiori sono sfondate; i viali calpestati, guasti. E sopra questa primavera macchiata di sangue fiorisce solo un mare di lillà. Il mese d'aprile non ha mai veduto una simile fioritura. I curiosi entrano nei giardini dalle breccie aperte, e portano sulle spalle fasci di lillà, mazzi sì pesanti, che qualche stelo sfugge ad ogni passo, e le strade di Neuilly sono ben presto tutte seminate di fiori, come se vi fosse passata una processione.
Le feritoie delle case, i buchi dei muri commuovono la folla. Ma una tristezza ben più grande è lo sgombero del disgraziato villaggio. Vi sono là tre o quattro mila persone che fuggono portando seco gli oggetti preziosi. Vedo gente che ritorna a Parigi con un piccolo paniere di biancheria e un enorme orologio di zinco dorato fra le braccia. Tutti i carri da sgombro sono stati requisiti. Si giunge persino a trasportare sulle barelle degli armadi a specchio, come feriti cui il minimo urto potrebbe uccidere.
Gli abitanti hanno sofferto atrocemente. Io ho parlato con un fuggitivo, ch'era rimasto quindici giorni chiuso in una cantina con altre trenta persone circa. Que' disgraziati morivano di fame. Uno d'essi, avendo offerto di sacrificarsi per procacciar del pane, fu ucciso sulla soglia della cantina, e il suo cadavere durante sei giorni restò sui primi gradini. Non è un vero incubo? Questa guerra che lascia così imputridire i cadaveri in mezzo ai viventi non è una guerra empia? Tosto o tardi, la patria sconterà tali delitti.

*

Fino alle ore cinque, la folla camminò sul campo della lotta. Vidi fanciullette venute adagino dai Campi Elisi, giocare al cerchio fra i rottami. E le loro madri, sorridenti, parlavano fra loro, si fermavano talvolta, colpite un istante da un grazioso orrore. Com'è strano questo popolo di Parigi che si obblia fra i cannoni carichi, e che spinge l'imbecillità al punto di voler guardare se le palle fanno bella mostra nelle gole di bronzo!
Alla porta Maillot, alcune guardie nazionali hanno dovuto sgridare delle signore che volevano assolutamente toccare una mitragliatrice per spiegarsene il meccanismo.
Neppure un colpo di cannone era stato tirato alle sette, quando abbandonai Neuilly. La folla ritornava lentamente a Parigi. Ai Campi Elisi, si poteva credere che fossero cittadini ritornanti un po' tardi dalle corse di Longchamps. E per lungo tempo ancora, fino a notte fatta, s'incontravano nelle vie di Parigi persone e famiglie intiere, curve sotto il carico dei lillà. Del villaggio sinistro dove i fratelli si sgozzarono, del viale maledetto, delle case sfondate nel sangue, non v'è a quest'ora che grappoli fioriti e olezzanti, sui nostri caminetti.

*

Abbiamo avuto tre giorni di sole. Le strade sono piene di gente. Ciò che mi reca continuo stupore è l'aspetto animato degli squares e dei giardini pubblici. Alle Tuileries, alcune donne ricamano all'ombra dei castagni, alcuni fanciulli giocano, mentre, là, in alto, dalla parte dell'Arco del Trionfo, gli obici scoppiano. Tanto intollerabile strepito d'artiglieria non fa girare neppur più la testa a questo popolino che gioca. Si vedono madri con due marmocchi a mano, le quali vengono ad esaminare davvicino le formidabili barricate costruite sulla piazza della Concordia.
Ma il tratto più caratteristico è la partita di piacere che i parigini sono andati a fare, per otto giorni, alla collina Montmartre. Là, sul lato occidentale, in un terreno ondeggiante, tutta Parigi si è data convegno. È un magnifico anfiteatro per assistere da lungi alla battaglia che si combatte da Neuilly ad Asnières. Vi si portavano seggiole, trespoli, ed alcuni industrianti, vi avevano collocato anche dei banchi; per due soldi si trovava posto come nella platea d'un teatro. Le donne sopratutto, vi andavano in gran numero. E tutta quella folla rideva follemente; ad ogni obice, di cui si scorgeva da lungi l'esplosione, si battevano i piedi di contentezza, e si trovava qualche scherzo che correva tra i gruppi come razzo di gioia. Ho veduto anche taluni portarvi la loro colazione, un po' di salsiccia e pane. Per non perdere il posto, mangiavano in piedi e mandavano a prendere il vino presso un venditore vicino.
La folla ha bisogno di spettacoli; quando si chiudono i teatri e si apre la guerra civile, essa va a veder morire colla stessa curiosità beffarda con cui aspetta il quinto atto d'un melodramma.
- Son tanto lontani, - diceva una graziosa giovane bionda e pallida, - che non mi commuovo affatto nel vederli far le capriole. Quando gli uomini sono tagliati in due, si direbbe che si piegano come matasse.
Le quattro stagioni di Giovanni Gourdon.


I.

PRIMAVERA.

Quel giorno, verso le cinque del mattino, il sole entrò con impeto giocondo nella cameretta che occupavo presso mio zio Lazzaro, curato del villaggio di Dourgues. Un largo raggio dorato cadde sulle mie palpebre chiuse, e mi svegliai in mezzo alla luce.
La mia camera, semplicemente imbiancata, colle pareti e coi mobili di legno bianco, aveva una gaiezza seducente. M'affacciai alla finestra, e guardai la Duranza, che scorreva ampia in mezzo al verde scuro della valle.
Un fresco venticello mi accarezzava il viso, e il fiume e gli alberi sembravano chiamarmi col loro mormorio.
Pian piano, aprii l'uscio. Per uscire dovevo attraversare la camera di mio zio. Camminai sulle punte dei piedi, temendo che lo scricchiolio delle mie grosse scarpe svegliasse il degno uomo che dormiva ancora tutto sorridente; tremai di sentire la campana della chiesa suonare l'Angelus. Mio zio Lazzaro, da qualche tempo, mi seguiva da per tutto, triste e corrucciato. Egli m'avrebbe forse impedito di recarmi laggiù, sulla riva del fiume e di nascondermi sotto i salici per ispiare la venuta di Babet, la giovane grande e bruna che era nata per me colla nuova primavera.
Mio zio dormiva d'un sonno profondo; m'assalì come un rimorso d'ingannarlo e di fuggire a quel modo. Mi fermai un istante a guardare quel viso calmo che il riposo rendeva più dolce; mi ricordai con tenerezza del giorno ch'egli era venuto a prendermi nella casa fredda e deserta, dalla quale era partito il convoglio funebre di mia madre. Da quel giorno, quanta tenerezza, quanta abnegazione, quante savie parole! Egli m'aveva dato la sua scienza e la sua bontà, tutta la sua intelligenza e tutto il suo cuore.
Per un momento fui tentato di gridargli:
- Alzatevi, zio Lazzaro! andiamo a passeggiare un poco insieme in quel viale che voi amate sulla riva della Duranza. L'aria fresca e il sole appena sorto vi rallegreranno. Vedrete che appetito avremo al ritorno!
E Babet, che sarebbe discesa fra poco al fiume e io non avrei potuta vederla, vestita delle sue gonnelle chiare da mattina! Collo zio allato, avrei dovuto abbassare gli occhi. E si doveva star tanto bene sotto i salici, stesi boccone sull'erbetta! Un certo languore mi ricercò le vene, e lentamente, a piccoli passi, trattenendo il respiro, guadagnai la porta. Scesi le scale e mi misi a correre come un pazzo all'aria tiepida di quella gioconda mattina di maggio.
Il cielo era tutto bianco all'orizzonte, con certe sfumature azzurre e rosee d'una delicatezza squisita. Il sole pallido sembrava una gran lampada d'argento, i cui raggi dardeggiavano sulla Duranza come una pioggia di luce. E il fiume, largo e pigro, scorreva mollemente sulla sabbia rossa, e andava da un punto all'altro della valle, pari allo scorrere d'un metallo in fusione. All'occidente una linea di colline basse e dentellate disegnava sul fondo scialbo del cielo leggiere macchie violette.
Io abitava, da dieci anni, quel cantuccio di terra perduto. Quante volte mio zio Lazzaro mi aveva aspettato per darmi lezione di latino! Il degno uomo voleva fare di me un sapiente. Ma io era dalla parte opposta della Duranza, e vi snidavo le gazze e vi scoprivo una collina sulla quale non m'ero ancora arrampicato. Al ritorno, mi attendevano le riprensioni; e il latino era dimenticato. Il mio povero zio mi sgridava perchè avevo stracciato i calzoni, e rabbrividiva, vedendo attraverso gli strappi qualche graffiatura nella pelle. - La valle era mia, affatto mia; l'avevo conquistata colle mie gambe, e per diritto d'amicizia n'ero il vero proprietario. E quanto amavo quel tratto di riviera, quelle due leghe di Duranza! come c'intendevamo bene insieme! Io conoscevo tutt'i capricci di quel caro fiume, le sue collere, le sue grazie, la sua fisonomia, che variava ad ogni ora del giorno.
Quella mattina, quando giunsi in riva all'acqua, rimasi abbagliato nel vederla sì tranquilla e sì bianca. Non l'avevo mai veduta con un aspetto sì gaio. Scivolai lesto sotto i salici, fino ad un sito nel cui terreno, nudo d'alberi e coperto d'erba scura, il sole pioveva i suoi raggi. Mi coricai boccone, coll'orecchia tesa, guardando fra i rami il sentiero per la quale Babet doveva discendere.
Pensai: - Oh come lo zio Lazzaro deve dormire!
E m'allungai vie più sul musco. Il sole mi penetrava nel dorso con un calore tiepido, mentre il petto, a contatto coll'erba, ne sentiva tutta la freschezza.
Non avete mai guardato l'erba davvicino, cogli occhi fissi su ciascuno dei suoi fili? Aspettando Babet, ne frugai indiscretamente collo sguardo un cespo ch'era proprio tutto un mondo. Nel mio cespo d'erba vi erano strade, crocicchi, piazze pubbliche, città intere. Distinguevo, in fondo, un gran mucchio d'ombra, dove le foglie dell'ultima primavera imputridivano di tristezza; poi gli steli leggeri si alzavano, s'allungavano, si curvavano in mille leggiadre maniere, rappresentando eleganti colonne, chiese, foreste vergini. Vidi due magri insetti passeggiare in mezzo a quella immensità; s'erano certamente smarriti, i poveri fanciulli, perchè andavano di colonna in colonna, di sentiero in sentiero, con aria spaventata ed inquieta.
Fu proprio in quel momento che, alzando gli occhi, vidi sulla sommità della strada le gonnelle di Babet che spiccavano sulla terra bruna. Riconobbi la sua veste d'indiana grigia a fiorellini azzurri. Mi sprofondai vieppiù nell'erba e sentii il mio cuore che batteva contro la terra e mi sollevava quasi con piccole scosse. In quel punto il mio petto ardeva: non sentivo più la freschezza della rugiada.
La ragazza discendeva lesta. Gli ondeggiamenti delle sue gonnelle che radevano il suolo, mi rapivano; la vedevo dal basso in alto, diritta, colla sua grazia altiera e beata. Ella non sapeva che io fossi lì, dietro i salici, ella camminava con passo libero, correva, senza badare al vento che sollevava un lembo della sua veste. Io distinguevo i suoi piedi che trottavano veloci e una piccola parte delle sue calze bianche, che mi faceva arrossire in modo dolce e penoso ad un tempo.
Oh! allora io non vidi più nulla, nè la Duranza, nè i salici, nè la purezza del cielo. Me ne ridevo io della vallata; essa non era più la mia buona amica; le sue gioie, le sue tristezze mi lasciavano perfettamente freddo. Non mi curavo dei miei camerati, i sassi e gli alberi delle colline. Il fiume poteva andarsene d'un tratto, dove meglio gli piaceva; io non l'avrei certo rimpianto.
E la primavera? Non me ne importava proprio nulla della primavera! Avesse ella portato con sè anche il sole che mi scaldava le reni, il suo fogliame, i suoi raggi, tutta la sua mattina di maggio, io sarei rimasto là, in estasi, a guardare Babet, che correva sulla strada, facendo ondeggiare deliziosamente le sue gonnelle. Babet aveva preso nel mio cuore il posto della valle; Babet era la primavera. - Io non le aveva mai parlato; arrossivamo ambidue quando c'incontravamo nella chiesa di mio zio Lazzaro; eppure avrei giurato ch'ella mi detestava!
Quel giorno, ella si fermò qualche minuto a discorrere colle lavandaie. Il suo riso argentino giungeva fino a me, confuso colla gran voce della Duranza. Poi, ella s'abbassò per prendere un poco d'acqua nel cavo della mano; ma la riva era alta, e Babet, essendo sdrucciolata, si attaccò alle erbe. Non so qual brivido mi gelò il sangue. M'alzai bruscamente, e, senza vergogna, senza rossore, corsi presso la giovinetta. Ella mi guardò spaventata; poi sorrise. M'inchinai col pericolo di scivolare e riuscii a riempir d'acqua la mia mano destra, stringendone le dita. E porsi a Babet questa coppa di nuova foggia, invitandola a bere.
Le lavandaie ridevano, Babet, confusa, non osava accettare, esitava, volgeva il capo a metà. Finalmente si decise, appoggiò delicatamente le labbra sulla cima delle mie dita; ma era troppo tardi, l'acqua se n'era ita. Ella diede allora in uno scoppio di risa, ritornò bambina, e capii che ella si prendeva gioco di me.
Ma io ch'ero scioccone, m'abbassai di nuovo. Questa volta presi dell'acqua in tutt'e due le mani e m'affrettai a portare alle labbra di Babet. Ella bevette, ed io sentii il bacio tiepido della sua bocca, che mi serpeggiò lungo le braccia fino al petto e lo riempì di calore.
- Oh! come mio zio deve dormire! - ripetevo fra me.
Ma, proprio in quel momento, scopersi un'ombra nera accanto a me, ed essendomi rivolto, vidi mio zio Lazzaro in persona, a poca distanza, che guardava Babet e me, con aria corrucciata. Il suo abito, al sole, pareva affatto bianco; nei suoi occhi c'erano rimproveri che mi fecero venir voglia di piangere.
Babet ebbe gran paura; diventò rossa e fuggì balbettando:
- Grazie, signor Giovanni, grazie tante.
Io restai confuso e immobile, davanti mio zio Lazzaro, asciugandomi le mani.
Il degno uomo, colle braccia conserte, traendosi dietro un lembo della sottana, guardò Babet che risaliva il sentiero correndo senza volgere il capo. Poi, quand'ella sparve dietro le siepi, egli abbassò lo sguardo verso di me; e io vidi un triste sorriso sfiorare quella faccia di solito serena.
- Giovanni, - mi diss'egli, - vieni nel viale grande. La colazione non è pronta; abbiamo una mezz'ora da perdere.
E si rimise a camminare col suo passo un po' pesante, evitando i cespi d'erba bagnati dalla rugiada. La sua sottana, un lembo della quale strascicava sulle ghiaie, mandava un sordo stridio. Teneva il breviario sotto il braccio; ma aveva dimenticata la lettura del mattino e andava innanzi colla testa bassa pensoso e taciturno.
Il suo silenzio mi opprimeva, tanto più che di solito egli era ciarliero. La mia inquietudine cresceva ad ogni passo. Non c'era dubbio; egli mi aveva veduto dar da bere a Babet. Quale spettacolo, Signor Iddio! La ragazza che rideva, arrossiva e mi baciava la punta delle dita, mentre io, ritto in piedi e tendendo le braccia, m'inchinavo per abbracciarla. L'audacia della mia azione mi parve allora spaventevole e ritornai timido. Domandai a me stesso come avevo potuto osare di farmi così dolcemente baciar le dita.
E mio zio Lazzaro, che non diceva niente, che camminava sempre a piccoli passi dinanzi a me senza gettare un solo sguardo sui vecchi alberi che tanto amava! Egli preparava certo una predica e non mi conduceva nel gran viale, che per sgridarmi a suo agio. Ce n'era almeno per un'ora! La colazione si sarebbe raffreddata e io non avrei potuto ritornare in riva al fiume a pensare alla dolce emozione che provai quando le labbra di Babet mi baciarono le dita.
Ma eccoci nel gran viale, largo e corto, che si stende lungo il fiume, ed è fiancheggiato da enormi quercie, da' cui tronchi a fenditure s'elevavano potentemente lunghi rami. L'erba fina stendeva un tappeto sotto gli alberi, e il sole, crivellando le foglie, ricamava questo tappeto di rosoni d'oro. Da lontano, tutt'intorno, s'allargavano praterie d'un verde crudo.
Mio zio, senza voltarsi, senza mutar di passo, giunse fino all'estremità del viale. Là si fermò, e io gli rimasi a fianco comprendendo che il momento terribile era venuto.
Il fiume si voltava bruscamente: un piccolo parapetto formava all'estremità del viale una specie di terrazzo. Quella vôlta d'ombra dava sopra una valle di luce; la campagna si stendeva parecchie leghe dinanzi a noi. Il sole s'alzava nel cielo, dove i raggi d'argento del mattino si erano cambiati in ruscelli d'oro; splendori abbaglianti piovevano dall'orizzonte lungo i colli, stendendosi nella pianura con bagliori d'incendio.
Dopo un istante di silenzio, mio zio Lazzaro si rivolse a me.
- Dio mio! la predica! - pensai.
E abbassai la testa. Mio zio mi mostrò d'un gesto tutta l'ampiezza della valle, poi raddrizzandosi:
- Guarda, Giovanni, - mi diss'egli con voce lenta, - ecco la primavera. La terra è in festa, ragazzo mio, io t'ho condotto qui, in faccia a questa pianura di luce, per mostrarti i primi sorrisi della giovane stagione. Vedi che splendore e che dolcezza! Dalla campagna emanano tiepidi profumi che passano sul nostro viso, come soffi di vita.
Egli tacque: pareva cogitabondo. Io aveva rialzata la fronte, stupito, respirando liberamente. Mio zio non predicava.
- È una bella mattina, - riprese egli, - una mattina di gioventù. I tuoi diciott'anni vivono riccamente in mezzo a questa verzura che ha appena diciotto giorni. Tutto è splendore e profumo non è vero? La gran valle ti sembra un luogo di delizie, il fiume è là per regalarti la sua freschezza, gli alberi per prestarti la loro ombra, la campagna intera per parlarti di tenerezza, il cielo stesso per infiammare questi orizzonti che tu interroghi con desiderio e speranza. La primavera appartiene ai monelli della tua età; è lei che insegna ai giovani la maniera di dar da bere alle donzelle....
Abbassai di nuovo la testa: mio zio Lazzaro mi aveva veduto senz'altro.
- Un vecchio bonario, come me, - continuò egli, - sa disgraziatamente tenere, nel giusto loro pregio, le grazie della primavera. Io, mio povero Giovanni, amo la Duranza, perchè bagna queste praterie e fa vivere tutta la valle; amo queste giovani frondi perchè m'annunciano i frutti dell'estate e dell'autunno; amo questo cielo perchè è buono con noi, perchè il suo calore affretta la fecondità della terra. Avrei dovuto dirti tutto ciò un giorno o l'altro; preferisco dirtelo oggi, a quest'ora mattutina. È la primavera stessa che ti dà lezione. La terra è un vasto laboratorio dove l'uomo non riposa mai. Guarda questo fiore, ai nostri piedi; per te esso è un profumo; per me è un lavoro; egli compie l'opera sua producendo la sua parte di vita, cioè un piccolo granello nero che, alla sua volta, lavorerà la prossima primavera. Interroga ora il vasto orizzonte. Tutta questa gioia non è che una produzione. Se la campagna sorride è perchè ricomincia l'eterno lavoro. La senti tu adesso a respirar fortemente, attiva e sollecita? Le foglie sospirano, i fiori s'affrettano, il grano cresce senza tregua; tutte le piante, tutte l'erbe gareggiano per crescere più presto, e l'acqua vivente, il fiume viene ad aiutare il lavoro di tutti, e il nuovo sole che ascende nel cielo ha l'incarico di rallegrare l'opera eterna dei lavoratori.
A questo punto, mio zio mi obbligò a guardarlo in faccia. Egli terminò così:
- Giovanni, intendi tu ciò che ti dice la tua amica, la primavera. Essa è la giovinezza, ma prepara l'età matura; il suo sorriso sereno non è che l'allegria del lavoro. L'estate sarà possente, l'autunno sarà fecondo, poichè la primavera canta a quest'ora, compiendo bravamente l'opera sua.
Io rimasi istupidito. Comprendevo mio zio Lazzaro. Egli mi faceva una predica bell'e buona, colla quale mi diceva ch'ero un ozioso e che il momento di lavorare era venuto.
Mio zio pareva imbarazzato non meno di me. Dopo aver esitato qualche momento:
- Giovanni, - diss'egli balbettando un poco - tu hai avuto torto di non venire a me, di non raccontarmi tutto.... Poichè tu ami Babet e Babet t'ama....
- Babet mi ama! - esclamai.
Mio zio fece un gesto di malumore.
- Eh! lasciami dire. Non ho bisogno d'altre confessioni.... Me l'ha detto lei stessa.
- Ella vi ha detto ciò: ella vi ha detto ciò!
E saltai d'improvviso al collo di mio zio Lazzaro.
- Oh che gioia! - soggiunsi.... - Io non le avevo mai parlato, in verità.... Ella vi ha detto ciò in confessione, n'è vero? Oh quanto vi ringrazio!
Mio zio Lazzaro era tutto rosso. Egli sentiva d'essere stato malaccorto. Non aveva potuto pensare che quello fosse stato il mio primo incontro colla giovanetta, ed ecco ch'egli mi dava un'assicurazione quando non osavo ancora sognare una speranza. Ora egli taceva; ed ero io che parlavo con volubilità.
- Io comprendo tutto, - continuai. - Avete ragione; bisogna che io lavori per guadagnare Babet. Ma vedrete come sarò coraggioso.... Ah quanto siete buono, zio Lazzaro. E come parlate bene! Capisco ciò che dice la primavera; voglio avere anch'io un'estate possente, un autunno fecondo. Qui si sta bene, si domina tutta la valle; com'essa io sono giovane, e sento in me che questa giovinezza domanda di adempiere il suo còmpito.
Mio zio mi calmò.
- Va bene, Giovanni, - mi diss'egli. - Per lungo tempo ho sperato di fare di te un prete; non t'aveva data la mia scienza che a questo scopo. Ma ciò che ho veduto questa mattina in riva all'acqua, mi obbliga a rinunciare definitivamente al mio sogno più caro. È il cielo che dispone di noi. Tu amerai Dio in altro modo.... Tu non puoi restare adesso in questo villaggio; nè voglio che tu vi ritorni se non maturato dall'età e dal lavoro. Ho scelto per te il mestiere di tipografo: l'istruzione, che t'ho dato, ti gioverà. Un mio amico, uno stampatore di Grenoble, ti attende lunedì prossimo.
Fui preso da inquietudine.
- E ritornerò a sposare Babet? - domandai.
Mio zio fece un sorriso impercettibile. E senza rispondere direttamente:
- Rimettiamo il resto alla volontà del cielo, - rispos'egli.
- Siete voi il cielo! e io ho fede nella vostra bontà. Oh! mio zio, fate che Babet non mi dimentichi. Io lavorerò per lei.
Allora mio zio Lazzaro mi mostrò nuovamente la valle inondata sempre più dalla luce calda e dorata.
- Ecco la speranza, - mi diss'egli. - Non esser vecchio come me, Giovanni. Dimentica la mia predica e conserva l'ignoranza di questa campagna. Essa non pensa all'autunno; non sente che la gioia del suo sorriso; essa lavora noncurante e coraggiosa. Essa spera.
E ritornammo al presbiterio, camminando lesti sull'erba, ormai asciutta, parlando con tenerezza della nostra separazione.
La colazione era fredda, come lo avevo preveduto, ma ciò m'importava poco. Gli occhi mi si riempivano di lacrime ogni volta che guardavo mio zio Lazzaro. E ricordando Babet, il mio cuore batteva tanto, che mi pareva di soffocare.
Non mi ricordo ciò che facessi il resto del giorno. Andai, credo, a coricarmi sotto i salici, in riva all'acqua. Mio zio aveva ragione: la terra lavorava. Applicando l'orecchio contro terra, mi pareva sentire un mormorìo continuo. Allora sognai la mia vita. Sprofondato nell'erba fino alla sera, mi proposi un'esistenza tutta di lavoro fra Babet e mio zio Lazzaro. La giovinezza energica della terra era penetrata nel mio cuore, che io premeva fortemente contro questa madre comune, e, in certi momenti, fantasticavo di essere uno dei salici vigorosi che vivevano intorno a me. La sera non potei desinare. Mio zio comprese senza dubbio i pensieri che mi soffocavano, perch'egli finse di non accorgersi del mio poco appetito. Appena mi fu permesso d'alzarmi, m'affrettai di tornare a respirare l'aria libera della campagna.
Un vento fresco veniva dal fiume, del quale sentivo da lungi il sordo mareggiare. Una luce vellutata scendeva dal cielo. La valle si stendeva come un mare d'ombra senza rive, dolce e trasparente. Si sentivano nell'aria dolci mormorii, un certo fremito appassionato simile ad un largo starnazzare d'ali, che fosse passato sulla mia testa. Odori piccanti si sprigionavano dalla freschezza dell'erba.
Io era uscito per vedere Babet; sapevo che la sera ella veniva al presbiterio e andai ad imboscarmi dietro una siepe. Non avevo più la timidezza del mattino, e trovai naturalissimo d'attenderla là, poich'essa m'amava e io doveva annunciarle la mia partenza.
Quando scorsi le sue gonnelle, nella notte limpida, m'avanzai senza strepito. Poi mormorai a voce bassa:
- Babet, Babet, io sono qui.
Ella, che non m'aveva riconosciuto, fece un movimento di terrore. Ma quando s'accorse che ero io, parve ancora più spaventata, ed io ne stupii profondamente.
- Siete voi, signor Giovanni! - mi diss'ella. - Che fate là? Che volete?
Ero presso di lei, e le presi la mano.
- Mi amate molto, non è vero?
- Io? chi ve l'ha detto?
- Mio zio Lazzaro.
Ella rimase atterrita. Sentii la sua mano tremare nella mia. Mentre stava per fuggire, le presi l'altra mano. Eravamo l'uno in faccia all'altro, dentro una specie d'incavo che formava la siepe e sentivo il suo respiro affannoso scorrere caldo sul mio viso. La freschezza e il silenzio pieno di fremiti della notte, ci circondavano.
- Non so, - balbettò la giovanetta, - non ho mai detto questo.... Il signor curato ha inteso male.... Di grazia, lasciatemi, ho fretta.
- No, no, - ripresi, - voglio che sappiate che parto domani, e che mi promettiate di amarmi sempre.
- Voi partite domani?
Oh! che dolce grido e quanta tenerezza ci mise Babet! Mi par ancora di udire la sua voce affannosa, piena di desolazione e d'amore.
- Vedete bene, - esclamai alla mia volta, - che mio zio Lazzaro ha detto la verità. D'altra parte egli non mente mai. Voi mi amate, voi mi amate, Babet! Le vostre labbra questa mattina l'avevano confidato a voce bassa alle mie dita.
E la feci sedere a piedi della siepe. - Le mie memorie m'hanno conservato la mia prima conversazione d'amore nella sua religiosa innocenza. - Babet mi ascoltò come una sorella. Ella non aveva più paura, e mi confidò la storia del suo amore. Ci facemmo giuramenti solenni, confessioni ingenue, progetti infiniti. Ella giurò di non sposare che me, io giurai di meritarmi la sua mano a forza di lavoro e di tenerezza. Un grillo dietro la siepe accompagnava i nostri discorsi, col suo ronzio di speranza, e tutta la valle, bisbigliando nell'ombra, godeva di sentirci ragionare sì dolcemente.
Noi ci separavamo obbliando d'abbracciarci.
Quando ritornai nella mia cameretta, mi parve d'averla abbandonata da un anno almeno. Quella giornata sì corta mi parve eterna di felicità. Era dessa la mia giornata di primavera, la più tiepida, la più profumata della mia vita, quella la cui memoria è oggi la voce lontana e commossa della mia giovane età.


II.

ESTATE.

Quando mi svegliai quel giorno, verso le tre del mattino, io era steso sulla nuda terra, rotto dalla stanchezza, col viso madido di sudore.
Una notte di luglio, calda e affannosa, mi pesava sul petto.
Intorno a me, i miei compagni dormivano ravvolti nei loro cappotti; parevano macchie nere sulla terra grigia. La pianura buia ansava; mi sembrava sentire la respirazione anelante d'una moltitudine addormentata. Rumori vaghi, nitriti di cavalli, urto d'armi, si levavano nel silenzio pieno di fremiti.
Verso mezzanotte, l'esercito aveva fatto alto, e noi avevamo ricevuto l'ordine di coricarci per dormire. Marciavamo da tre giorni, arsi dal sole e accecati dalla polvere. Il nemico era finalmente dinanzi a noi, in fondo, sui colli dell'orizzonte. Allo spuntar del giorno, si doveva dar battaglia decisiva.
Ero sfinito. Da tre ore mi sentivo come schiacciato, senza respiro e senza sogni. Risvegliato dall'eccesso stesso della fatica, stavo coricato sulle reni, cogli occhi spalancati; e, contemplando la notte, pensavo alla battaglia, a questa carnificina che il sole, fra poco, avrebbe rischiarato. Erano già più di sei anni che al primo colpo di fucile di ogni combattimento io davo un addio alle mie care affezioni, a Babet, allo zio Lazzaro. E un mese appena prima della mia liberazione, mi conveniva dir loro addio un'altra volta e forse per sempre.
Poi i miei pensieri s'addolcirono. Cogli occhi chiusi, vidi Babet e lo zio Lazzaro. Quanto tempo che io non li avevo abbracciati!
Mi ricordavo del giorno della nostra separazione. Mio zio piangeva perch'era povero, perchè doveva lasciarmi partire così, e Babet, la sera, m'aveva giurato di attendermi, di non amare che me. Avevo dovuto abbandonar tutto, il mio padrone di Grenoble, i miei amici di Dourgnes. Di tanto in tanto, qualche lettera veniva ad assicurarmi ch'ero sempre amato, che la felicità m'attendeva nella mia valle prediletta. E frattanto io andava a battermi, a farmi uccidere.
Cominciai a pensare al ritorno. Vidi il mio povero vecchio zio sulla soglia del presbiterio, che mi tendeva le braccia tremanti; e, dietro a lui, Babet, tutta rossa, in lacrime e sorridente.
Io mi gettavo nelle loro braccia, li baciavo balbettando....
Un rullo di tamburo mi ricondusse bruscamente alla terribile realtà. Era spuntata l'alba, e la pianura grigia sembrava allargarsi fra i vapori del mattino. Il suolo s'animò, e forme vaghe sorsero da ogni parte. Uno strepito crescente riempiva l'aria: era l'appello delle trombe, il galoppo dei cavalli, il ruotare dell'artiglieria, il grido del comando. La guerra si ergeva, minacciosa, in mezzo a' miei sogni di tenerezza.
M'alzai a fatica; mi pareva d'avere le ossa rotte, e la testa che mi si fendesse. Riunii in fretta i miei uomini; poichè bisogna che sappiate che avevo raggiunto il grado di sergente.
Ricevemmo ben presto l'ordine di portarci sulla sinistra ed occupare un poggetto che dominava la pianura.
Mentre eravamo per partire, un ufficiale passò correndo e gridò:
- «Una lettera per il sergente Gourdon.»
E mi consegnò una lettera stazzonata, macchiata, che si trascinava da forse otto giorni nei sacchi di cuoio dell'amministrazione delle poste. Non ebbi che il tempo di riconoscere la scrittura di mio zio Lazzaro.
- Avanti, marche! - gridò il comandante.
Convenne marciare. Durante qualche secondo, tenni la mia povera lettera in mano divorandola cogli occhi: essa mi scottava le dita; avrei dato tutto il mondo per sedermi, per piangere a mio agio leggendola. Dovetti decidermi a nasconderla sotto la tunica, presso il cuore.
Non avevo mai provato una simile angoscia. Dicevo a me stesso, per consolarmi, ciò che mio zio Lazzaro m'aveva spesso ripetuto: io ero all'estate della vita, all'ora della lotta ardente, e dovevo compiere bravamente il mio dovere, se volevo avere un autunno pacifico e fecondo. Ma questi ragionamenti mi esasperavano vieppiù; quella lettera, che mi parlava certo di felicità, mi faceva ardere il cuore, che si ribellava contro la follia della guerra. E non potevo leggerla neppure! Sarei morto forse senza sapere ciò ch'essa conteneva, senza sentire un'ultima volta le buone parole di mio zio Lazzaro.
Eravamo giunti sul colle. Là, dovevamo attendere l'ordine di avanzarci.
Il campo di battaglia era scelto meravigliosamente per sgozzarci. L'immensa pianura si stendeva nuda per parecchie leghe, senza un albero, senza una casa. Siepi e cespugli macchiavano qua e là la bianchezza del suolo. Non rividi mai una campagna simile, un simile mare di polvere, un suolo di creta, rotto ad ogni tratto e che mostrava dalle sue fenditure le viscere nere. E non rividi nemmeno un cielo d'una purezza sì ardente, una giornata di luglio sì calda e sì bella; a ott'ore l'aria infiammata bruciava già i nostri visi. Oh che splendida mattina, e che pianura sterile per uccidere e morire!
Da lungo tempo le fucilate scoppiavano producendo uno strepito secco e irregolare, accompagnato dalla voce grave del cannone. I nemici austriaci, dai vestimenti scoloriti, avevano abbandonato le alture, e la pianura era solcata da lunghe file d'uomini che parevano piccoli come insetti. Si sarebbe detto un formicaio insorto. Nuvoli di fumo si levavano dal campo di battaglia.
Quando que' nuvoli si diradavano, scorgevo soldati che fuggivano presi dal terrore. Correnti di spavento trasportavano gli uomini; slanci di vergogna e di coraggio li conducevano sotto le palle.
Io non potevo sentire i lamenti dei feriti, nè veder a scorrere il sangue. Distinguevo solamente, come punti neri, i morti che i battaglioni si lasciavano dietro. Mi posi a guardare con curiosità i movimenti delle truppe, irritandomi contro il fumo che mi nascondeva una buona metà dello spettacolo, e trovando un certo piacere egoista a sapermi in sicuro, mentre gli altri morivano.
Verso le nove, ci fecero avanzare. Discendemmo la collina a passo di ginnastica, dirigendoci verso il centro che piegava. Lo strepito regolare dei nostri passi mi parve funebre. I più prodi fra noi ansavano, pallidi, contraffatti.
Promisi a me stesso di dire la verità. Al primo fischiare delle palle il battaglione si fermò bruscamente, colla voglia di fuggire.
- Avanti, avanti! - gridarono i capi.
Ma noi eravamo inchiodati al suolo; abbassando la testa, quando una palla ci fischiava nell'orecchio. Questo movimento è istintivo: se la vergogna non m'avesse trattenuto, mi sarei gettato boccone nella polvere.
Avevamo davanti una densa cortina di fumo che non osavamo oltrepassare. Lampi rossi l'attraversavano; frementi, noi non ci avanzavamo punto. Ma le palle giungevano fino a noi; i soldati cadevano con un urlo. I capi gridavano più forte:
- Avanti, avanti!
Le file di dietro, spinte da essi, ci obbligavano a marciare.
Allora, chiudendo gli occhi, prendemmo un nuovo slancio e penetrammo nel fumo.
Una rabbia furiosa s'era impadronita di noi. Quando risuonò il grido di: Alt! ci fermammo a fatica. Ma, ritornati appena all'immobilità, ritorna anche la paura e vien voglia di fuggire. Le fucilate ricominciarono. Sparavamo dinanzi a noi senza prender la mira, trovando qualche sollievo nel mandar palle nel fumo.
Mi ricordo che tirai macchinalmente, colle labbra chiuse e cogli occhi dilatati; non avevo più paura, perchè, a dir la verità, non sapevo più di esistere. La sola idea che mi restava, era che sparerei finchè tutto fosse finito. Il mio compagno di sinistra ricevette una palla in mezzo alla faccia e cadde sopra di me: lo respinsi brutalmente asciugandomi la guancia, ch'egli aveva inondata di sangue. E tornai a sparare.
Mi ricordo ancora d'aver veduto il nostro colonnello, il signor di Montrevert, fermo e dritto sul cavallo, che guardava tranquillamente dalla parte del nemico. Quell'uomo mi parve gigantesco. Egli non aveva il fucile per distrarsi, e il suo petto si mostrava in tutta la sua larghezza al disopra di noi. Di tratto in tratto, abbassava lo sguardo e ci gridava con voce secca:
- Serrate le file, serrate le file!
Noi serravamo le file come pecore, camminando sui morti, attoniti, sparando sempre. Fino allora il nemico non ci aveva mandato che fucilate: uno scoppio sordo si fece sentire, una cannonata ci ammazzò cinque uomini. Una batteria, che doveva essere in faccia a noi, e che non potevamo vedere, aveva aperto il fuoco. Le cannonate colpivano in pieno le file, quasi nello stesso punto, facendo un buco sanguinoso, che noi turavamo incessantemente con un'ostinazione da bestie feroci.
- Serrate le file, serrate le file! - ripeteva freddamente il colonnello.
Noi davano al cannone carne umana. Ad ogni soldato che cadeva, io facevo un passo di più verso la morte, m'avvicinavo al sito dove le cannonate rimbombavano sordamente, schiacciando gli uomini, che la sorte destinava a morire. Colà i cadaveri s'ammonticchiavano, e ben presto le palle non colpirono più che un mucchio di carne informe; brandelli di membra volavano ad ogni nuovo colpo di cannone. Non potevamo più serrare le file. I soldati urlavano, i capi stessi furono trasportati dall'impeto.
- Alla baionetta, alla baionetta!
E sotto una pioggia di palle, il battaglione corse rabbiosamente davanti ai cannoni. La cortina di fumo fu squarciata, sur un monticello scorgemmo la batteria nemica, rossa di fiamme, che faceva fuoco sopra di noi da tutte le gole dei suoi pezzi.
Ma lo slancio era preso, le palle non fermavano che i morti.
Io correvo accanto al colonnello Montrevert, che avendo avuto il cavallo ucciso, si batteva come un semplice soldato. All'improvviso mi sentii fulminato; mi parve che il petto mi si aprisse e che mi portassero via una spalla. Un vento terribile mi passò sul viso.
E caddi. Il colonnello stramazzò al mio fianco. Io mi sentii morire, pensai alle mie care affezioni e svenni cercando con mano incerta la lettera di mio zio Lazzaro.
Quando risensai, io era coricato sul fianco, nella polvere. Uno stupore profondo m'annientava. Cogli occhi spalancati guardavo davanti a me senza veder nulla; mi sembrava di non aver più membra e che il mio cervello fosse vuoto. Non soffrivo, perchè pareva che la vita se ne fosse andata dalla mia carne.
Un sole pesante, implacabile, cadeva come piombo fuso sulla mia faccia; ma io non lo sentivo. A poco a poco, mi ritornò la vita. Le membra mi divennero più leggere; solo la mia spalla rimase come stritolata da un peso enorme. Allora, coll'istinto d'una bestia ferita, volli mettermi a sedere, ma mandai un grido di dolore e ricaddi al suolo.
Ma in quel punto io vivevo, vedevo, comprendevo. La pianura si allargava vuota e deserta, tutta bianca, sotto il sole cocente. Essa spiegava la sua desolazione sotto la serenità ardente del cielo, mucchi di cadaveri dormivano in quel calore e gli alberi abbattuti sembravano altrettanti morti che si asciugassero. Non spirava un soffio d'aria.
Un silenzio spaventevole usciva da que' monti; poi, di tratto in tratto, sordi lamenti traversavano quel silenzio e gli comunicavano un lungo fremito. Sottili nuvolette di fumo vagavano lentamente sull'orizzonte, sui poggi e, sole, tingevano di grigio lo splendido azzurro del cielo. La carnificina continuava su quelle alture.
M'accorsi che noi eravamo vincitori, e provai un piacere egoista, nel pensare che potevo morire in pace in quella pianura deserta.
Intorno a me la terra era nera. Alzando la testa vidi, a qualche metro da me, la batteria nemica sulla quale ci eravamo scagliati. La lotta doveva essere stata orribile; il monticello era coperto di corpi tagliali a pezzi e sfigurati; il sangue era sgorgato in tanta abbondanza che la polvere sembrava un largo tappeto rosso. Al disopra dei cadaveri, i cannoni allungavano le loro gole oscure. Io rabbrividivo ascoltando il silenzio di que' cannoni. Allora, adagio adagio, con precauzioni infinite, giunsi a mettermi col ventre in giù. Appoggiai la testa sur una grossa pietra, tutta chiazzata di sangue, e trassi dal petto la lettera di mio zio Lazzaro. Me la posi davanti gli occhi; ma le lacrime m'impedivano di leggerla.
E il sole mi scottava le reni e l'acre odore del sangue mi stringeva la gola. Sentivo intorno a me la pianura straziante: ero come pietrificato dalla rigidezza dei morti. Il mio povero cuore piangeva nel silenzio caldo e nauseabondo dell'assassinio.
Lo zio Lazzaro mi scriveva:
«Mio caro figlio,
«Sento che la guerra è dichiarata, e spero che tu riceverai il congedo prima dell'aprirsi della campagna. Ogni mattina prego Dio di risparmiarti nuovi pericoli. Egli mi esaudirà, egli vorrà che tu possa un giorno chiudermi gli occhi.
«Ah! mio povero Giovanni: io divento vecchio e ho gran bisogno del tuo braccio. Dopo la tua partenza, non mi sento più allato la tua giovinezza che mi ritornava a' miei vent'anni. Ricordi le nostre passeggiate del mattino nel viale delle quercie? Io non oso più, adesso, andar sotto quegli alberi; sono solo e ho paura. La Duranza piange. Vieni presto a consolarmi, a calmare le mie inquietudini....»
I singhiozzi mi soffocavano: non potei continuare. A questo punto, intesi un grido straziante a qualche passo da me, e vidi un soldato rizzarsi bruscamente col viso contraffatto; egli alzò il braccio con angoscia, e stramazzò al suolo contorcendosi in convulsioni spaventevoli; poi, non si mosse più.
«Misi le mie speranze in Dio, continuava mio zio, egli ti ricondurrà a Dourgnes sano e salvo, e noi ricominceremo la nostra dolce vita. Lasciami sognare ad occhi aperti, lascia che ti dica i miei progetti d'avvenire.
«Tu non andrai più a Grenoble, tu resterai presso di me; io farò del mio fanciullo un figlio della terra, un contadino che vivrà allegramente in mezzo ai lavori della campagna.
«Ed io mi ritirerò nel tuo podere. Le mie mani tremanti ben presto non potranno più tener l'ostia. Io non domando al cielo che due anni d'una tale esistenza. Sarà la ricompensa delle poche buone opere che ho potuto fare. Allora, mi condurrai qualche volta nei sentieri della nostra cara vallata, dove ogni roccia, ogni siepe mi ricorderà la tua giovinezza che ho tanto amata....»
Dovetti fermarmi di nuovo. Provai un dolore sì vivo alla spalla, che mi fece quasi perdere i sensi una seconda volta.
Fui preso da una tremenda inquietudine; mi parve che lo strepito delle fucilate si avvicinasse, e dicevo a me stesso con terrore che il nostro esercito forse retrocedeva, e che nella sua fuga stava per discendere e passarmi sul corpo. Ma io continuavo a non veder che le nuvole sottili di fumo che si distendevano sui colli.
Mio zio Lazzaro aggiungeva:
«E noi saremo in tre ad amarci. Ah! mio diletto Giovanni, tu hai ben avuto ragione di darle a bere, una mattina, sulla riva della Duranza. Io temevo Babet: ero di cattivo umore: ed ora sono geloso, perchè vedo che non potrò mai amarti quanto ella ti ama.
«Ditegli, mi ripeteva ieri arrossendo, che s'egli si fa uccidere, io mi getterò nel fiume, nel sito dove mi ha dato a bere.
«Per amor di Dio! risparmia la tua vita. Vi sono cose che non posso comprendere, ma sento bene che la felicità ti attende qui. Babet, io la chiamo già mia figlia; la vedo al tuo fianco nella chiesa, quando benedirò la vostra unione. Voglio che quella sia l'ultima messa da me celebrata.
«Babet è adesso una grande e bella ragazza. Ella t'aiuterà ne' tuoi lavori....»
Lo strepito delle fucilate s'era allontanato. Lacrime dolcissime mi cadevano dagli occhi, mentre sordi gemiti partivano dai soldati che agonizzavano fra le ruote dei cannoni. Ne scorgevo uno che s'affannava a sbarazzarsi di un camerata, ferito come lui, che gli schiacciava il petto col suo peso; e siccome quel ferito si dibatteva lagnandosi, il soldato lo respinse brutalmente e lo fece rotolare sul pendio del poggetto dove lo sciagurato urlò di dolore. A quel gemito, un rumore salì dal cumulo dei cadaveri. Il sole, che declinava, mandava raggi d'un biondo fulvo. L'azzurro del cielo era più pallido.
Terminai la lettera di mio zio Lazzaro.
«Voleva semplicemente darti nostre notizie, diceva egli ancora, supplicarti di venire al più presto a renderci felici. Ed ecco che io piango, che ciarlo come un bambino. Io spero, mio povero Giovanni; io prego, e Dio è buono.
«Rispondimi presto, stabilisci, s'è possibile, il giorno del tuo ritorno. Babet ed io contiamo le settimane. A rivederci presto! Buone speranze!»
Il giorno del mio ritorno!... Io baciavo la lettera singhiozzando; credetti un istante di abbracciare Babet e mio zio; poi pensai che non li avrei più riveduti. Sarei morto come un cane, nella polvere, sotto il sole di piombo. Ed era in quella pianura desolata, in mezzo ai gemiti dell'agonia, che le mie care affezioni mi dicevano addio. Avevo un ronzìo nelle orecchie; guardavo la terra macchiata di sangue, che si stendeva deserta fino alle linee grigie dell'orizzonte. E ripetevo: «Bisogna morire». Allora chiusi gli occhi evocando la memoria di Babet e di mio zio Lazzaro.
Non so quanto tempo passassi in una specie di sonnolenza dolorosa. Il mio cuore soffriva quanto il mio corpo. Lacrime lente e calde mi scorrevano sulle guancie. In mezzo all'incubo della febbre, udivo un singhiozzo pari al lagno continuo d'un fanciullo che soffre. Mi risvegliavo di quando in quando e guardavo il cielo con meraviglia. - Compresi finalmente ch'era il signore di Montrevert, che giaceva a qualche passo da me e che singhiozzava così. Io l'avevo creduto morto. Era coricato colla faccia contro terra e le braccia aperte. Quell'uomo era stato buono con me, sentivo di non poter lasciarlo morire così col viso in terra, e mi posi a strisciare adagio adagio verso di lui.
Due cadaveri ci separavano. Mi venne per un momento il pensiero di passare sul ventre di quei morti per abbreviare il cammino, poichè, ad ogni movimento, la mia spalla mi faceva soffrire orribilmente; ma non osai. Mi trascinai sulle ginocchia, aiutandomi con una mano. Quando giunsi presso il colonnello, mandai un sospiro di sollievo; mi parve d'essere meno solo; stavamo per morire insieme, e questa morte divisa non mi paventava più.
Volevo ch'egli vedesse il sole e lo voltai colla maggior delicatezza possibile. Quando i raggi gli caddero sul viso, respirò forte e aperse gli occhi. Chinato sopra di lui, mi provai a sorridergli. Egli chiuse di nuovo le palpebre e, dal tremito delle sue labbra, compresi ch'egli aveva coscienza delle sue sofferenze.
- Siete voi, Gourdon, - diss'egli finalmente con voce debole; - è vinta la battaglia?
- Credo di sì, colonnello, - gli risposi.
Egli tacque un istante. Poi, aprendo gli occhi e guardandomi:
- Dove siete ferito? - mi domandò.
- Ad una spalla.... E voi, colonnello?
- Io devo avere il gomito in ischeggie.... Mi ricordo.... è la stessa palla, ragazzo mio, che ci ha conciati così.
Egli fece uno sforzo per rimettersi a sedere.
- E dunque, - diss'egli con ruvida gaiezza, - dobbiamo noi addormentarci qui?
Non si potrebbe credere quanto quella coraggiosa bonomia mi desse forza e speranza. Io mi sentivo un altro dacchè eravamo in due a lottare contro la morte.
- Aspettate, - esclamai, - io fascerò il vostro braccio col mio fazzoletto; poi procureremo di sostenerci l'un l'altro fino alla prossima ambulanza.
- Va bene, ragazzo mio.... non stringete troppo forte.... Adesso, prendiamoci ciascuno per la mano sana e procuriamo di alzarci.
E ci alzammo brancolando. Avevamo perduto molto sangue: la testa girava, ci mancavano le gambe. Chi ci avesse veduti ad inciampare, a sorreggerci, a spingerci, a far cento giri per evitare i morti, ci avrebbe presi per ubriachi. Il sole, tramontando, mandava una luce rosea, e le nostre ombre gigantesche danzavano stranamente sul campo di battaglia. Era la fine d'un bel giorno.
Il colonnello scherzava; ma le sue labbra erano increspate dai brividi, il suo riso somigliava ad un singhiozzo. Io prevedevo che presto saremmo caduti per non rialzarci più. Di quando in quando la vertigine ci coglieva, ed allora eravamo obbligati a fermarci chiudendo gli occhi. In fondo alla pianura si vedevano le ambulanze, che apparivano come piccole macchie grigie sulla terra scura.
Urtammo contro un grosso sasso, e fummo rovesciati l'uno sull'altro.
Il colonnello bestemmiò come un turco. Ci provammo a camminare carponi, aggrappandoci ai rovi. Facemmo così un centinaio di metri. Ma il sangue ci usciva dalle ginocchia.
- Basta, - disse il colonnello, stendendosi a terra. - Verranno a raccoglierci, se vorranno. Dormiamo.
Ebbi ancora la forza di rizzarmi a mezzo, e di gridare con tutto il fiato che mi restava. Alcuni uomini passavano da lontano, raccogliendo i feriti; essi accorsero, e ci posero uno accanto all'altro sur una barella.
- Camerata, - mi disse il colonnello durante il tragitto, - la morte non ci vuole. Io vi devo la vita e pagherò il mio debito il giorno che avrete bisogno di me.... Datemi la mano.
Misi la mia mano nella sua, e giunsi così all'ambulanza. Si accesero delle torcie; i chirurghi tagliavano e segavano in mezzo ad urli spaventevoli: la biancheria insanguinata esalava un odore nauseante, mentre le torcie gettavano nelle catinelle dei riflessi d'un rosso cupo.
Il colonnello sopportò coraggiosamente l'amputazione del braccio; solo le sue labbra impallidirono e gli si velarono gli occhi. Quando venne la mia volta, un chirurgo mi visitò la spalla.
- È una cannonata che vi ha fatto questo. - diss'egli; - due centimetri più basso e la spalla se ne sarebbe ita. La carne sola è stata ferita.
E siccome io domandavo all'aiutante, che mi fasciava, se la mia ferita era grave:
- Grave! - mi rispose ridendo, - ci vorranno tre settimane di letto per rifarvi il sangue.
Mi volsi verso il muro per non lasciar vedere le mie lacrime, e scorsi cogli occhi del cuore Babet e lo zio Lazzaro che mi tendevano le braccia.
Le lotte sanguinose della mia giornata d'estate erano finite.


III.

AUTUNNO.

Erano quasi quindici anni che io avevo sposato Babet nella chiesetta dello zio Lazzaro. Noi avevamo domandato la felicità alla nostra cara valle. M'ero fatto coltivatore; la Duranza, mia prima amante, era adesso per me una buona madre che pareva si compiacesse a rendere i miei campi grassi e fertili. A poco a poco, applicando i nuovi metodi di coltura, io divenni uno dei più ricchi proprietari del paese.
Alla morte dei genitori di mia moglie, noi avevamo comperato il viale di quercie e le praterie che si stendevano lungo il fiume. Avevo fatto costruire su quel terreno una casa modesta, che dovemmo ben presto allargare, Trovai il mezzo, ogni anno, di arrotondare le nostre terre con qualche campo vicino. I granai erano troppo angusti per le nostre messi.
Quei quindici primi anni furono semplici e felici. Passarono in una gioia serena, non lasciarono in me che il vago ricordo di una felicità calma e continua. Mio zio Lazzaro aveva effettuato il suo sogno ritirandosi presso di noi; la tarda età non gli permetteva più neppur di leggere ogni mattina il suo breviario; rimpiangeva qualche volta la sua cara chiesa, e si consolava andando a visitare il giovane vicario che l'aveva sostituito. Appena sorto il sole, egli discendeva dalla cameretta che occupava, e mi accompagnava sovente ai campi, godendo dell'aria aperta e trovando la giovinezza in mezzo ai profumi acuti della campagna.
Una sola tristezza ci faceva qualche volta sospirare. In mezzo alla fecondità che ne circondava, Babet era sterile. Benchè fossimo in tre ad amarci, v'erano giorni in cui ci trovavamo troppo soli; avremmo voluto avere fra le gambe una testa bionda, che ci avesse tormentati e accarezzati ad un tempo.
Lo zio Lazzaro aveva una paura terribile di morire prima di essere prozio. Egli era ritornato fanciullo, e si desolava che Babet non gli desse un camerata che giocasse con lui. Il giorno che mia moglie ci confidò, esitando, che ben presto saremmo stati in quattro, vidi il caro zio, tutto pallido, che tratteneva a stento le lacrime. Egli ci abbracciò pensando di già al battesimo, parlando del bambino come se avesse avuto tre o quattro anni.
E i miei passarono in un tenero raccoglimento. Parlavamo tra noi a voce bassa, aspettando qualcuno. Io non amavo più, adoravo Babet a mani giunte, l'adoravo per due, per lei e per il piccino.
Il gran giorno si avvicinava. Avevo fatto venire da Grenoble una levatrice che non abbandonava più il podere. Mio zio viveva fra orribili angoscie; egli non capiva nulla a una simile avventura: giunse persino a dirmi che egli aveva avuto torto di farsi prete e che gli dispiaceva assai di non essere medico.
Un mattino di settembre, verso le sei, entrai in camera della mia cara Babet, che sonnecchiava ancora. Il suo viso sorridente riposava tranquillo sulla tela bianca del guanciale. Mi chinai trattenendo il respiro. Il cielo mi colmava de' suoi beni. Io pensava nello stesso tempo a quella giornata d'estate, in cui agonizzavo nella polvere, e sentivo intorno a me il benessere del lavoro, la pace della felicità. La mia brava moglie dormiva, colla faccia rosea in mezzo al suo gran letto, mentre la camera intiera mi ricordava i nostri quindici anni di tenerezza. Baciai dolcemente Babet sulle labbra. Ella aprì gli occhi e mi sorrise senza parlare. Avevo una voglia matta di prenderla fra le braccia, di stringermela al seno; ma, da qualche tempo, osavo appena premerle la mano, tanto ella mi pareva fragile e sacra.
M'assisi sulla sponda del letto, e le domandai a voce bassa:
- Che sia per oggi?
- No, non credo, - mi rispose ella. - Sognavo di avere un ragazzo; egli era già grande e portava dei superbi mustacchi neri.... Lo zio Lazzaro mi diceva ieri che anch'egli l'aveva veduto in sogno.
Io commisi una grande sciocchezza dicendo:
- Conosco il fanciullo meglio di voi. Lo vedo ogni notte. È una bambina....
Ma vedendo che Babet si volgeva verso il muro quasi piangente, compresi la mia stupidaggine, e mi affrettai ad aggiungere:
- Quando dico una bambina.... non ne sono ben sicuro. Io vedo il fanciullo piccino, piccino, con una lunga veste bianca.... è senza dubbio un maschio.
Babet mi baciò per questa buona parola.
- Va a sorvegliare la vendemmia, - riprese. - Io mi sento tranquilla stamattina.
- Tu mi farai avvisare se avviene qualche cosa?
- Sì, sì.... Io sono stanchissima: dormirò ancora. Non vai mica in collera per la mia pigrizia?
E Babet chiuse gli occhi languente e intenerita. Restai chino su di lei, ricevendo sul viso il soffio tiepido delle sue labbra. Ella s'addormentò a poco a poco senza cessar di sorridere. Sciolsi allora la mia mano dalla sua con precauzioni infinite: lavorai cinque minuti per condurre a bene un'operazione sì delicata. Poi, deposi sulla sua fronte un bacio, ch'ella non sentì, e mi ritirai palpitante, col cuore riboccante d'amore.
Giù nel cortile, trovai in mio zio Lazzaro che guardava con inquietudine la finestra della camera di Babet. Scortomi appena:
- Ebbene? - mi domandò, - che sia per oggi?
Era un mese che ogni mattina egli mi faceva regolarmente la stessa domanda.
- Pare di no, - gli risposi. - Volete venir meco a vedere la vendemmia?
Egli andò a cercare la sua canna, e discendemmo il viale di quercie. Giunti all'estremità, su quel terrazzo che dominava il fiume, ci fermammo ambidue guardando la valle.
Nel cielo pallido, vagavano alcune nuvolette bianche. Il sole co' suoi raggi biondi gettava come una polvere d'oro sulla campagna, che stendendosi tutta ingiallita per la maturità, non aveva più gli splendori nè le ombre energiche dell'estate. Il fogliame indorava, a larghi tratti, la terra nera. Il fiume scorreva più lento, stanco d'aver fecondato i campi durante una stagione. E la valle restava quieta e forte. Essa portava già le prime rughe dell'inverno, ma conservava nei fianchi il calore de' suoi ultimi parti, spiegando le sue forme ampie, spogliata dalle erbacce della primavera, più superbamente bella di questa seconda giovinezza della donna, che ha usato della vita.
Lo zio Lazzaro rimase silenzioso; poi, volgendosi verso di me.
- Ti ricordi, Giovanni? - mi diss'egli. - Più di vent'anni fa, ti condussi qui in una fresca mattina di maggio. Quel giorno ti mostrai la valle che, presa da una folle attività, lavorava intorno ai frutti dell'autunno. Guarda: anche adesso la valle ha finito un'altra volta il suo lavoro.
- Mi ricordo, caro zio, - gli risposi. - Quel giorno avevo una gran paura; ma voi eravate buono e la vostra lezione fu convincente. Io vi devo tutte le mie gioie.
- Sì, tu sei giunto all'autunno, tu hai lavorato ed ora raccogli. L'uomo, figlio mio, è stato creato ad immagine della terra. E, come la madre comune, noi siamo eterni: le foglie verdi rinascono ogni anno dalle foglie secche; io, io rinasco in te, e tu rinascerai ne' tuoi figli. Ti dico ciò perchè la vecchiezza non ti spaventi, perchè tu sappia morire in pace come questa verzura che rinascerà da' suoi proprî germi la prossima primavera.
Ascoltai mio zio, e pensai a Babet, che dormiva nel suo gran letto in mezzo alla tela bianca. La cara creatura stava per partorire ad immagine di questo suolo possente, che ci aveva dato la fortuna. Anch'essa era all'autunno: ella aveva il forte sorriso, l'ampiezza serena della vallata. Mi pareva di vederla sotto il sole biondo, stanca e felice, trovando una generosa voluttà ad esser madre. E io non sapevo più se mio zio Lazzaro mi parlasse della mia cara valle o della mia cara Babet.
Ascendemmo lentamente sui colli. Abbasso, lungo la Duranza, v'erano praterie, larghi tappeti d'un verde fresco; poi venivano terre gialle cui gli ulivi grigi e i magri mandorli tagliavano qua e là in larghi viali; poi, sulle alture, c'erano i vigneti, e i tronchi possenti i cui ceppi cadevano fino a terra. Nel mezzodì della Francia, la vite vien trattata da rozza comare e non da signorina delicata, come nel Nord. Essa cresce un po' a caso, secondo che piace alla pioggia ed al sole. I tronchi, allineati in due ordini, in lunghe file e gettano intorno a sè germogli d'un verde scuro. Negli intervalli, si semina grano e avena. Un vigneto somiglia ad un immenso pezzo di stoffa rigata formata dalla lista verde dei pampini e dal nastro giallo della stoppia. Uomini e donne, accoccolati fra le viti, tagliavano i grappoli d'uva che gettavano subito in fondo a grandi panieri. Noi camminavamo lentamente lungo i viali di stoppia. Quando passavamo, i vendemmiatori, voltando la testa, ci salutavano. Mio zio si fermava talvolta a discorrere coi più vecchi.
- Eh! padre Andrea, - diceva egli, - è matura l'uva, e il vino sarà egli buono quest'anno?
I contadini, levando le braccia nude, mostravano al sole lunghi grappoli neri come l'inchiostro, i cui acini fitti sembravano scoppiare d'abbondanza e di forza.
-Vedete, signor curato, - esclamavano essi, - questi sono i piccoli. Ve n'ha che pesano parecchie libbre. Son dieci anni che non si è veduta una cosa simile.
E si nascondevano di nuovo tra le foglie. Le loro vesti brune si staccavano qua e là sulla verzura, e le donne, col capo coperto e con una sottile pezzuola azzurra al collo, si curvavano cantando. V'erano fanciulli che si rotolavano al sole, fra le stoppie, rallegrando, col loro riso argentino e colla loro turbolenza, quel lavoro all'aria libera. All'estremità del campo grandi carrette immobili aspettavano l'uva; esse si staccavano sul cielo limpido, mentre gli uomini andavano e venivano di continuo, portando i panieri pieni e riportandone i vuoti.
Confesso che, in mezzo a quel campo, fui preso da pensieri d'orgoglio. Sentivo la terra produrre sotto a' miei passi; e la vita matura e onnipotente scorrere nelle vene della vite, ed empiere l'aria del suo libero alito. Un sangue caldo animava la mia carne, mi sentivo come sollevato dalla fecondazione che traboccava dal suolo ed ascendeva in me. Il lavoro di quel popolo di vendemmiatori era opera mia, quelle viti erano mie figlie, quella campagna intiera diventava la mia famiglia copiosa e obbediente. Provavo piacere a sentir i miei piedi sprofondarsi nella terra grassa.
Abbracciai allora collo sguardo i terreni che discendevano fino al fiume: erano miei quei vigneti, quei prati, quelle stoppie, quegli olivi. Vedevo la mia casa bianca presso il viale di quercie; il fiume sembrava una frangia d'argento sull'orlo del gran mantello verde de' miei pascoli. Mi parve, per un momento, che la mia statura si elevasse, che, stendendo le braccia, avrei potuto stringere al seno la proprietà intiera, gli alberi e le praterie, la casa e le terre coltivate.
Ma intanto che continuavo a guardare, vidi nello stretto sentiero che conduceva al poggio, una delle nostre domestiche che correva in modo da perdere il fiato. Ella urtava contro i sassi, trasportata dalla corsa, agitando le braccia, chiamandoci con gesti smarriti. Fui preso da una emozione inesprimibile.
- Zio, zio! - esclamai, - vedete come corre la Margherita.... credo che sarà per oggi.
Lo zio Lazzaro divenne pallidissimo. La domestica era finalmente arrivata alla cima; ella ci veniva incontro saltando al disopra delle viti. Quando fu davanti a me, le mancò il fiato; ella soffocava, premendosi il petto colle mani.
- Parlate, presto, - le dissi. - Che c'è?
Ella mandò un gran sospiro, lasciò andare le mani, e potè finalmente pronunciare questa sola parola:
- La signora....
Non attesi di più.
- Venite, venite presto, zio Lazzaro.... Ah! la mia povera e cara Babet!
E discesi il sentiero con impeto tale da rompermi le ossa. I vendemmiatori, che si erano levati in piedi, mi guardavano a correre e sorridevano.
Lo zio Lazzaro, non potendo raggiungermi, agitava, disperato, la sua canna.
- Eh! Giovanni, che diavolo! - esclamò egli, - aspettami, non voglio giunger l'ultimo.
Ma non intendevo più lo zio Lazzaro: correvo sempre.
Arrivai alla masseria ansante, pieno di terrore e di speranza. Ascesi rapidamente la scala, battei col pugno alla porta di Babet, ridendo, piangendo, chè non avevo più testa. La levatrice si affacciò all'uscio semiaperto per dirmi con aria corrucciata che non facessi tanto strepito. Io rimasi disperato e vergognoso.
- Voi non potete entrare, - aggiunse. - Andate ad attendere nella corte.
E poichè non mi movevo:
- Tutto va bene. - continuò ella. - Io vi chiamerò.
L'uscio si richiuse. Restai ritto davanti ad esso, non potendo decidermi a discendere. Sentivo Babet che si lagnava con voce rotta. Ero ancora là, ch'ella mandò un grido straziante, che mi colpì come una palla in mezzo al cuore. Fui preso da una voglia irresistibile di sfondare l'uscio con una spallata. Per non cedere a questa voglia, mi turai colle mani le orecchie, e mi precipitai come un pazzo giù dalla scala.
Trovai nella corte mio zio Lazzaro che arrivava affannato. Il caro uomo fu obbligato a sedersi sulla sponda del pozzo.
- Ebbene! - mi domandò, - dov'è il bambino?
- Non so, - risposi, - fui mandato via!... Babet soffre e piange.
Ci guardammo, non osando pronunciare una parola. Tendevamo l'orecchio con angoscia: i nostri occhi non abbandonavano la finestra di Babet cercando di vedere attraverso le cortinette bianche. Mio zio, immobile, tremante, appoggiava con forza le mani sulla sua canna; io, preso da febbre, camminavo a gran passi davanti a lui.
Di quando in quando, ci scambiavamo dei sorrisi inquieti. Le carrette dei vendemmiatori arrivavano a una a una. I cesti d'uva erano posti contro uno dei muri della corte, e alcuni uomini, colle gambe nude, pigiavano i grappoli sotto i loro piedi, in tini di legno. I muli nitrivano, i carrettieri bestemmiavano, mentre il vino cadeva con sordo rumore in fondo al tino.
Odori acri si spandevano nell'aria tiepida.
Io camminavo sempre, in lungo in largo, come inebbriato da quegli odori. La mia povera testa scoppiava, pensavo a Babet, guardando a scorrere il succo dell'uva. Dicevo a me stesso con una gioia tutta fisica che mio figlio nasceva nel tempo fecondo della vendemmia, tra i profumi del vino nuovo.
L'impazienza mi torturava, ascesi di nuovo. Ma non osai battere, posi l'orecchio all'uscio e intesi i lagni di Babet che singhiozzava sommessamente. Allora il cuore mi mancò e maledissi il dolore. Lo zio Lazzaro, ch'era asceso adagino dietro a me, dovette ricondurmi nella corte. Egli volle distrarmi; mi disse che il vino sarebbe stato eccellente. Ma egli parlava senza neppure ascoltare sè stesso. Di quando in quando tacevamo ambidue, ascoltando solo, ansiosamente, un lamento prolungato di Babet.
A poco a poco le grida s'affievolirono, non si sentì che un mormorìo doloroso, come una voce di bambino che s'addormenta piangendo.
Poi si fece un gran silenzio, che mi cagionò ben presto uno spavento indicibile. Ora che Babet non si lamentava più, mi pareva la casa ancora più vuota. Stavo per ascendere, quando la levatrice aprì pian piano la finestra. Ella si chinò, e, facendomi un segno colla mano:
- Venite, - mi disse.
Salii lentamente, assaporando, ad ogni scalino, gioie più profonde. Mio zio Lazzaro bussava già all'uscio, che io era ancora a metà della scala, prendendo una specie di strano piacere nel ritardare il momento nel quale avrei abbracciato mia moglie.
M'arrestai sulla soglia che il cuore mi batteva a gran colpi. Mio zio era chino sulla culla. Babet pallida, cogli occhi chiusi, pareva dormire. Dimenticai il bambino, e mi recai diritto a Babet; presi la sua cara testa fra le mie mani. Le lacrime non le si erano ancora asciugate sulle guancie e le sue labbra, ancora frementi, sorridevano bagnate di pianto. Ella alzò a stento le palpebre. Non mi parlò, ma l'intesi dirmi: - Ho tanto sofferto, mio bravo Giovanni, ma ero sì contenta di soffrire! Io ti sentivo in me!
Chinatomi, baciai i suoi occhi, e bevetti le sue lacrime. Ella, ridendo dolcemente, s'abbandonava con un languore carezzevole. La fatica la faceva ancora soffrire, e, sbarazzate le mani dal lenzuolo, mi prese pel collo e avvicinando la bocca al mio orecchio:
- È un maschio! - mormorò con voce debole, ma con aria di trionfo.
Queste furono le prime parole che pronunciò dopo la terribile crisi che l'aveva scossa.
- Sapevo bene che sarebbe un maschio, - continuò, - io vedeva il fanciullo ogni notte. Dammelo, coricalo vicino a me. Mi rivolsi e vidi la levatrice e mio zio Lazzaro che si bisticciavano.
La prima s'affaticava in tutti i modi ad impedire che lo zio Lazzaro prendesse il bambino fra le braccia; egli voleva cullarlo.
Guardai il bambino che la madre m'avea fatto obliare. Egli era tutto roseo. Babet diceva con convinzione che somigliava a me; la levatrice trovava ch'egli aveva gli occhi di sua madre; io non sapevo nulla, ero commosso fino alle lacrime e baciai la cara creatura credendo ancora di baciare Babet.
Deposi il bambino sul letto. Egli mandava dei gridi continui che ci sembravano una musica celeste. Mi assisi sulla sponda del letto: mio zio si adagiò in una gran poltrona, e Babet, stanca e serena, coperta fino al mento, rimase cogli occhi aperti e sorridenti.
La finestra era spalancala. L'odore dell'uva entrava coi tepori d'un dolce pomeriggio d'autunno. Si sentiva lo scalpitio dei vendemmiatori, le scosse delle carrette, lo schioccare delle fruste; e, di quando in quando, il canto acuto d'una domestica, che attraversava la corte. Tutti questi strepiti s'addolcivano nella serenità della camera, ancora commossa dai singhiozzi di Babet. E la finestra disegnava in pieno cielo e in piena campagna un largo tratto di paesaggio. Noi scorgevamo il viale di quercie nella sua lunghezza; poi la Duranza, che, come un nastro di raso bianco, passava in mezzo all'oro e alla porpora del fogliame; mentre sopra quell'angolo di terra, un cielo pallido, azzurro e roseo, levavasi in limpida profondità.
E, nella calma di quell'orizzonte, fra le esalazioni dei tini e le gioie del lavoro e del parto, noi ragionavamo tutti e tre, Babet, lo zio Lazzaro e io, guardando il diletto neonato.
- Zio Lazzaro, - diceva Babet, - che nome darete al fanciullo?
- La madre di Giovanni si chiamava Giacomina, - rispose lo zio, - io lo chiamerò Giacomo.
- Giacomo, Giacomo, - ripetè Babet.... - Sì, è un bel nome.... E, ditemi, che faremo di questo piccolo uomo? Un prete o un soldato? Un signore o un contadino?
Io mi posi a ridere.
- Abbiamo tempo di pensare a questo, - le dissi.
- Ma no, - riprese Babet quasi corrucciata, - egli crescerà presto. Vedi com'è forte; i suoi occhi parlano oramai.
Lo zio Lazzaro pensava assolutamente come mia moglie. Egli rispose in tuono grave:
- Non ne fate nè un prete, nè un soldato, a meno che il ragazzo non ne abbia una vocazione irresistibile.... Farne un signore è cosa grave.
Babet mi guardava ansiosa. La cara donna non aveva ombra d'orgoglio per sè; ma, come tutte le madri, avrebbe voluto essere umile ed orgogliosa davanti a suo figlio. Avrei giurato ch'ella lo vedeva già notaio o medico. Io l'abbracciai e le dissi dolcemente:
- Desidero che il fanciullo abiti la nostra cara valle. Egli troverà un giorno sulle rive del fiume una Babet di sedici anni. Ricordati, amica mia, che la campagna ci ha dato la pace: nostro figlio sarà contadino come noi, felice come noi.
Babet, tutta commossa, mi abbracciò alla sua volta. Ella guardò dalla finestra il fogliame e il fiume, le praterie e il cielo; poi sorridendo:
- Hai ragione, Giovanni, - mi diss'ella. - Questo paese è stato buono per noi e lo sarà anche per il nostro piccolo Giacomo.... Zio Lazzaro, voi sarete il padrino d'un contadino.
Lo zio Lazzaro approvò con un segno di testa stanco ed affettuoso.
Io lo guardavo da qualche momento, vedendo velarsi i suoi occhi e le sue labbra impallidire. Rovesciato sulla poltrona, in faccia alla finestra aperta, egli aveva poste le sue mani bianche sulle ginocchia, e guardava fissamente il cielo in atteggiamento d'estasi raccolta.
Divenni inquieto.
- Soffrite, zio Lazzaro? - gli domandai. - Che avete?... Rispondete di grazia.
Egli alzò lentamente una mano, come per pregarmi di parlare più sommesso; poi la lasciò ricadere, e con voce debole:
- Io sono affranto, - diss'egli. - Alla mia età, la felicità è mortale.... Non fate rumore.... mi pare che la mia carne sia diventata leggerissima: non mi sento più le gambe nè le braccia.
Babet, spaventata, si sollevò guardando lo zio Lazzaro. Io mi posi in ginocchio davanti a lui, contemplandolo con ansietà. Egli sorrideva.
- Non vi spaventate, - riprese egli: - Io non provo alcuna sofferenza: una gran dolcezza, un sonno giusto e buono discende in me.... Ne sono preso all'improvviso e ne ringrazio Dio.... Ah! mio povero Giovanni, ho corso troppo sul sentiero del poggio, e il bambino m'ha cagionato troppa gioia.
E siccome, comprendendo tutto, noi prorompevamo in singhiozzi, lo zio Lazzaro continuò senza cessare di guardare il cielo:
- Non guastate la mia gioia, io ve ne supplico.... Se sapeste quanto sono felice di addormentarmi per sempre su questa poltrona! Non ho mai osato di sognare una morte sì consolante. Tutte le mie tenerezze sono qui che mi circondano.... E guardate che cielo azzurro! Dio mi manda una bella sera.
Il sole tramontava dietro il viale di quercie: i suoi raggi obliqui gettavano riflessi d'oro sotto gli alberi che acquistavano colore di vecchio rame. La campagna verde si perdeva da lungi in una vaga serenità. Lo zio Lazzaro s'indeboliva sempre più, in faccia a quel silenzio commovente, a quel placido tramonto che entrava per la finestra aperta. Egli si estingueva lentamente come quel fioco lume che impallidiva sugli alti rami.
- Ah! mia buona valle, - mormorò egli, - tu mi dai un tenero addio.... Io avevo paura di morire d'inverno quando tu sei tutta nera.
Noi trattenevamo le lacrime, non volevamo turbare quella morte sì santa. Babet pregava a voce bassa. Il bambino gettava sempre dei fievoli gridi.
Mio zio Lazzaro intese que' gridi nel sogno della sua agonia. Egli provò a volgersi verso Babet, e, sorridendo ancora:
- Ho veduto il fanciullo, - diss'egli, - muoio ben felice.
Allora egli guardò il cielo pallido, la campagna bionda, e rovesciando la testa mandò un debole sospiro. Nessun fremito scosse il suo corpo; egli fu colto dalla morte come si è colti dal sonno.
Era discesa in noi una tale dolcezza che restammo muti, senza lacrime. Non provavamo che una tristezza serena in faccia ad una morte tanto semplice. Cadeva il crepuscolo: l'addio dello zio Lazzaro ci lasciava confidenti, come l'addio del sole che muore la sera per risorgere la mattina.
Tale fu la mia giornata d'autunno, che mi diede un figlio e che portò seco mio zio Lazzaro nella pace del crepuscolo.



IV.

INVERNO.

Gennaio ha mattine sinistre che agghiacciano il cuore. Quel giorno, nello svegliarmi, fui preso da una vaga inquietudine. Durante la notte era sopravvenuto lo sgelo, e quando guardai la campagna dalla soglia della porta, essa m'apparve come un immenso cencio d'un grigio sporco macchiato di fango, forato da strappi.
Una cortina di nebbia nascondeva l'orizzonte. Le quercie del viale ergevano lugubremente, in mezzo a quella nebbia, i loro bracci neri, simili ad una fila di spettri che stessero a guardare l'abisso di vapori che si apriva dietro ad essi. Le terre erano sfondate, coperte di pozze d'acqua, lungo le quali strisciavano brani di neve sucida.
Da lungi, ingrossava la gran voce della Duranza.
L'inverno è sano e vigoroso, quando si ha il cielo chiaro e dura la terra. L'aria pizzica le orecchie, si cammina gagliardi pei sentieri gelati che risuonano sotto i passi con strepiti argentini.
I campi s'allargano, netti e puliti, imbianchiti dal ghiaccio, indorati dal sole. Ma non v'è nulla di più triste, di più noioso del disgelo: io odio le nebbie, la cui umidità pesa sulle spalle.
Rabbrividii sotto quel cielo di rame; m'affrettai a rientrare, deciso a non vedere più i campi per quel giorno. Non mancava già il lavoro nell'interno della masseria. Giacomo era alzato da lungo tempo. Io lo sentiva zufolare sotto una tettoia aiutando alcuni uomini che asportavano sacchi di grano. Il ragazzo aveva già diciott'anni; era grande, robusto, aveva le braccia forti. Egli non aveva avuto uno zio Lazzaro che lo guastasse e gl'insegnasse il latino, e non andava punto a fantasticare sotto i salici della riva. Giacomo s'era fatto un vero contadino, un lavoratore infaticabile che andava in collera quando mi vedeva a far qualche cosa, dicendomi che diventavo vecchio e che dovevo riposarmi.
E, mentre io lo guardavo da lungi, un essere soave e leggero, che mi saltò sulle spalle, mi pose le sue manine sugli occhi, domandandomi:
- Chi sono?
Io mi misi a ridere.
- Sei - risposi - la piccola Maria, che sua madre ha finito appena di abbigliare.
La cara figliuoletta aveva quasi dieci anni, e, da due anni, ell'era la gioia del podere. Nata ultima, in un tempo in cui non credevamo più d'aver figli, ell'era doppiamente amata. La sua salute malsana ce la rendeva più cara. Era trattata da signorina; sua madre voleva assolutamente farne una signora, ed io non aveva il coraggio di contrariarla, tanto la piccola Maria era graziosa colle sue gonnelline di seta ornate di nastri.
Maria non era discesa dalle mie spalle.
- Mamma, mamma, - ella gridava, - vieni a vedermi; io giuoco al cavallo.
Babet, ch'entrava, sorrise. Ah, mia povera Babet, com'eravamo vecchi! Ricordo che noi tremavamo di stanchezza quel giorno, guardandoci con aria triste, quando eravamo soli. Ma i nostri figli ci rendevano la giovinezza.
La colazione fu silenziosa; e fummo obbligati ad accendere la lampada.
La luce rossastra, che si spandeva nella stanza, era d'una tristezza mortale.
- Bah! - diceva Giacomo, - val meglio questa pioggia tiepida, che un gran freddo, il quale gelerebbe i nostri olivi e le nostre viti.
Egli provava a scherzare, ma era inquieto come noi senza saperne il perchè. Babet aveva fatto cattivi sogni. Noi ne ascoltavamo il racconto, ridendo a fior di labbro, ma col cuore oppresso.
- È il tempo, che ci mette addosso il malumore, - diss'io per rassicurar tutti.
- Sì, sì, è il tempo, - si affrettò a riprendere Giacomo. - Metterò qualche sarmento sul fuoco.
Una gioconda fiammata gettò larghi sprazzi di luce sulle pareti.
I ceppi ardenti scoppiettavano, lasciando delle brage color di rosa.
Noi ci eravamo seduti davanti il fuoco; l'aria al di fuori era tiepida, ma in casa, pioveva dai soffitti un'umidità glaciale.
Babet aveva preso la piccola Maria sulle ginocchia, e si divertiva ascoltando il suo cicaleccio infantile.
- Venite, babbo? - mi domandò Giacomo. - Andiamo a visitare le cantine e i granai.
Uscii con lui. I raccolti, da qualche anno, erano cattivi. Noi subivamo gravi perdite; le viti, gli alberi erano sorpresi dal freddo; la grandine stritolava i grani e le avene. Io diceva talvolta che diventavo vecchio, e che la fortuna, essendo donna, non amava i vecchi. Giacomo rideva, rispondendomi che lui era giovane, e che avrebbe fatto la corte alla fortuna.
Io ero giunto all'inverno, alla stagione fredda. Sentivo bene che tutto moriva intorno a me. Ad ogni gioia che se ne andava, io pensavo allo zio Lazzaro, ch'era rimasto sì calmo in faccia alla morte; e domandavo forze alla sua cara memoria.
Verso le tre, il giorno cadde del tutto e noi discendemmo nella sala comune. Babet cuciva colla testa bassa nell'angolo del camino; la piccola Maria, seduta in terra davanti al fuoco, abbigliava gravemente una bambola. Giacomo ed io eravamo occupati a rivedere i conti, seduti davanti ad una scrivania d'acaiú che ci veniva dallo zio Lazzaro.
La finestra era come murata; la nebbia, incollata sui vetri, formava una vera muraglia di tenebre. Dietro a questa muraglia c'era il vuoto, l'ignoto. Solo si elevava nel silenzio un vago clamore, una voce alta che riempiva l'ombra.
Avevamo licenziati gli operai, non tenendo con noi che la vecchia serva Margherita. Quando alzavo la testa e ascoltavo, mi pareva che il podere si trovasse sospeso in mezzo a un abisso.
Nessuna voce umana veniva dal difuori, non udivo che i clamori dell'abisso. Guardavo allora mia moglie e i miei figli, e avevo la vigliaccheria dei vecchi, che si sentono troppo deboli per proteggere quelli che li circondano contro pericoli sconosciuti.
I clamori divennero più rauchi e ci parve che si urtasse alla porta. Nello stesso momento i cavalli della scuderia si misero a nitrire furiosamente, il bestiame mandò muggiti soffocati.
Noi ci eravamo levati tutti, pallidi d'inquietudine. Giacomo si precipitò verso la porta e la spalancò.
Un'onda d'acqua torbida entrò bruscamente e si sparse nella stanza.
La Duranza straripava. Era essa che mandava quel clamore sempre crescente e che si spandeva lontano fin dal mattino. Le nevi si squagliavano sulle montagne, ogni poggio era diventato un torrente, che gonfiava il fiume. La cortina di nebbia ci aveva nascosto quella piena improvvisa.
Sovente, negl'inverni rigidi, al momento del disgelo, l'acqua era salita fino alla porta della masseria. Ma giammai l'onda era cresciuta così rapidamente. Per la porta aperta scorgevamo la corte trasformata in lago; e noi avevamo già l'acqua fino alla noce del piede.
Babet aveva sollevato la piccola Maria, che piangeva stringendo al seno la bambola. Giacomo voleva andar ad aprire la porta delle scuderie e delle stalle, ma sua madre lo tratteneva per le vesti, supplicandolo di non uscire. L'acqua ascendeva sempre. Io spinsi Babet verso la scala.
- Presto, presto, andiamo nelle camere: - esclamai.
E obbligai Giacomo a passarmi davanti restando ultimo ad abbandonare il piano terreno.
Margherita, in preda al terrore, discese dal granaio dove si trovava. La feci sedere in fondo della stanza, vicina a Babet, che rimaneva silenziosa, pallida, cogli occhi supplichevoli. Avevamo messa a letto la piccola Maria; ella non aveva voluto separarsi dalla sua bambola, e s'addormentava placidamente, stringendola fra le braccia. Il sonno della fanciulla mi sollevava; e quando, rivolgendomi, vidi Babet che ascoltava il respiro regolare della sua figliuoletta, dimenticai il pericolo, non intesi più l'acqua che batteva contro i muri.
Ma nè io nè Giacomo potevamo far a meno di guardare in faccia il pericolo. L'ansietà ne spingeva a renderci conto dei progressi dell'inondazione. Noi avevamo spalancato la finestra e ci chinavamo con pericolo di cadere, interrogando la notte. La nebbia, più fitta, si stendeva sull'acqua, trasudando una pioggia fina che penetrava in noi, facendoci rabbrividire. Vaghi riflessi d'acciaio indicavano soli quel tappeto mobile in fondo alle tenebre. Abbasso, nella corte, il fiotto mareggiava, salendo lungo i muri con dolci ondulazioni. E non si sentiva che la collera della Duranza e lo spavento dei cavalli e del bestiame.
I nitriti, i muggiti di quelle povere bestie mi fendevano l'anima.
Giacomo m'interrogava collo sguardo; egli avrebbe voluto tentare di liberarle. I loro gemiti d'agonia divennero ben presto lamentevoli, e si sentì un grande scricchiolio. I buoi avevano rotte le porte della stalla. Noi li vedemmo passarci davanti, trasportati dall'acqua, rotolandosi nella corrente. E disparvero fra lo strepito del fiume.
Allora mi lasciai dominare dalla collera, divenni come pazzo, e minacciai col pugno la Duranza. In piedi, davanti la finestra, la insultai.
- Cattiva! - gridai in mezzo allo schiamazzo delle acque. - Io t'ho amato d'amore, tu sei stata la mia prima amante, e oggi tu mi rovini; tu vieni a scuotere la mia casa, a rubarmi il bestiame. Ah maledetta! maledetta!... Poi, tu m'hai dato Babet, hai passeggiato dolcemente sull'orlo dei miei prati. E io credeva che tu fossi una buona madre, mi ricordavo che lo zio Lazzaro era tenero delle tue acque chiare, e pensavo di doverti riconoscenza.... Tu sei una matrigna, io non ti devo che odio....
Ma la Duranza colla sua voce tonante soffocava il mio grido, e, vasta, indifferente stendeva e spingeva le sue onde colla tranquilla ostinazione delle cose.
Ritornai in camera, andai ad abbracciare Babet che piangeva. La piccola Maria dormiva sorridendo.
-- Non ispaventarti, - dissi a mia moglie. - L'acqua non può sempre salire.... Fra poco, essa si abbasserà senza dubbio.... Non c'è alcun pericolo.
- No, non c'è alcun pericolo, - ripetè febbrilmente Giacomo. - La casa è solida.
In quel momento Margherita, che si era avvicinata alla finestra spinta dalla curiosità della paura, si chinò come pazza e cadde mandando un grido. Io balzai davanti alla finestra, ma non potei impedire che Giacomo saltasse nell'acqua. Margherita lo aveva cullato: egli provava per la povera vecchia una tenerezza di figlio. Al tonfo delle due cadute Babet si levò spaventata colle mani giunte. Ella rimase là, in piedi, colla bocca aperta, colle pupille dilatate guardando la finestra.
Io m'ero seduto sul davanzale di legno, colle orecchie piene del romoreggiar delle acque. Non so da quanto tempo eravamo in tale stupore doloroso, quando una voce mi chiamò. Era Giacomo che si aggrappava al muro sotto la finestra. Gli porsi la mano ed egli risalì.
Babet lo prese con forza fra le braccia. Ora ella poteva singhiozzare e ne provava sollievo.
Non si parlò di Margherita. Giacomo non osava dire che non aveva potuto trovarla, e noi non osavamo domandargli l'esito delle sue ricerche.
Egli mi prese a parte, e mi ricondusse alla finestra.
-Padre mio, - mi diss'egli a mezza voce, - vi sono già più di due metri d'acqua nella corte e il fiume cresce sempre. Non possiamo restar più oltre in questa casa.
Giacomo aveva ragione. La casa si dissolveva, le tavole delle tettoie se ne andavano a una a una. Poi, la morte di Margherita pesava sopra di noi. Babet, angosciata, ci supplicava. Sul letto grande, la piccola Maria, sola, dormiva placidamente colla bambola fra le braccia e col suo bel sorriso d'angelo.
Ad ogni minuto, cresceva il pericolo. L'acqua stava per raggiungere il davanzale della finestra e invadere la camera. E pareva che una macchina da guerra scuotesse la masseria a colpi sordi, profondi, regolari. La corrente doveva investire di fronte la facciata. E non potevamo sperare in nessun soccorso umano.
- I minuti sono preziosi, - disse Giacomo con angoscia. - Ben presto resteremo schiacciati sotto le macerie.... cerchiamo delle tavole, costruiamo una zattera.
Egli parlava febbrilmente. Avrei certo preferito mille volte essere in mezzo al fiume, su poche travi legate insieme, che sotto il tetto di quella casa, che stava per rovinare. Ma dove prendere le travi necessarie? Strappai con rabbia i piani degli armadi: Giacomo ruppe i nobili. Levammo le imposte, tutti i pezzi di legno che potemmo trovare. E, sentendo ch'era impossibile di utilizzare que' rottami, li gettavamo furiosi in mezzo alla camera, continuando a cercare.
La nostra ultima speranza se ne andava: comprendevamo la nostra miseria e la nostra impotenza. L'acqua saliva; la voce rauca della Duranza ci chiamava incollerita. Allora, io scoppiai in singhiozzi, presi Babet fra le mie braccia frementi, e supplicai Giacomo di venire presso di noi. Volevo che morissimo tutti in uno stesso abbraccio.
Giacomo era ritornato alla finestra. E all'improvviso:
- Padre! - gridò, - siamo salvi!... Vieni a vedere.
Il cielo ci voleva bene. Il coperto d'una tettoia, strappato dalla corrente, era caduto davanti la finestra. Largo parecchi metri, esso era fatto di travi leggere e di stoppia; restava a galla e doveva formare una zattera eccellente. Giunsi le mani: avrei adorato que' legni e quella paglia.
Giacomo saltò sul tetto dopo averlo fortemente legato. Egli camminò sulla stoppia, rassicurandosi della solidità di ogni sua parte. La stoppia resistè; noi potevamo avventurarci senza timore.
- Oh esso ci porterà tutti benissimo, - disse Giacomo allegramente. - Vedi come affonda poco nell'acqua. Il difficile sarà dirigerlo.
Egli si guardò intorno e afferrò, nel loro passaggio, due pertiche che erano trasportate dalla corrente.
- Ah, ecco i remi, - continuò egli.... - Padre, tu ti metterai di dietro, io davanti, e condurremo facilmente la zattera. Non vi sono neppure tre metri di fondo.... Presto, presto imbarcatevi: non bisogna perdere un minuto.
La mia povera Babet si sforzava di sorridere. Ella avviluppò delicatamente in uno scialle la piccola Maria: la fanciulla s'era svegliata, e, piena di spavento, ella serbava un silenzio interrotto da profondi sospiri. Misi una sedia davanti la finestra e feci montare Babet sulla zattera. E tenendola nelle mie braccia, la baciai con dolorosa emozione, poichè sentivo che quello era un bacio supremo.
L'acqua cominciava a scorrere nella camera, e noi avevamo i piedi bagnati. M'imbarcai l'ultimo; poi slegai la corda. La corrente ci teneva fissi al muro; convenne usare precauzioni e sforzi infiniti per allontanarci dal podere.
A poco a poco la nebbia era sparita. Poteva essere mezzanotte quando partimmo. Le stelle apparivano ancora velate; la luna, quasi all'orlo dell'orizzonte, mandava una luce simile a quella d'una languida aurora.
L'inondazione ci apparve allora in tutto il suo orrore grandioso. La valle era divenuta fiume. Da un colle all'altro, fra le masse oscure della coltivazione, la Duranza passava enorme, sola, vivente nell'orizzonte morto, romoreggiando con voce sovrana, conservando nella sua collera la maestà del suo slancio colossale. In alcuni siti emergevano gruppi d'alberi i quali spargevano di chiazze nere quel pallido tappeto. Riconobbi dinanzi a noi le cime delle quercia del viale; la corrente ci spingeva verso que' rami ch'erano per noi altrettanti scogli. Intorno alla zattera galleggiavano rottami, pezzi di legno, botti vuote, fasci d'erbe: il fiume trascinava le ruine fatte dalla sua collera.
A sinistra, scorgevamo i lumi di Dourgues che splendevano qua e là, nelle tenebre. Non pareva che l'acqua avesse dovuto ascendere fino al villaggio; le sole terre basse n'erano invase. Presto dovevano giungerci soccorsi. Interrogavamo i lumi che si riflettevano nell'acqua; ad ogni istante credevamo udire un tonfo di remi.
Eravamo partiti alla ventura. Appena la zattera fu in mezzo alla corrente, perduta nell'abisso del fiume, l'angoscia ci assalì di nuovo e ci pentimmo quasi d'aver abbandonato il podere. Voltandomi indietro, guardai la casa che restava sempre in piedi, grigia sull'acqua bianca. Babet, accoccolata in mezzo alla zattera, fra le stoppie, colla piccola Maria sui ginocchi, premeva la testa della fanciulla contro il suo petto per nasconderle l'orrore delle acque: tutt'e due ripiegate, curve in un abbraccio, come impicciolite dalla paura. Giacomo, in piedi sul davanti, s'appoggiava con tutta la sua forza sulla pertica; egli ci gettava di quando in quando un rapido sguardo: poi si rimetteva silenziosamente all'opera. Io lo secondava del mio meglio, ma i nostri sforzi per guadagnare la riva, erano inutili.
A poco a poco, e quantunque profondassimo le pertiche nel fango in modo da romperle, noi eravamo tratti in balìa dell'acqua; una forza, che sembrava venire dal fondo, ci spingeva al largo. Lentamente, la Duranza s'impadroniva di noi.
Accaniti nella lotta, bagnati di sudore, esasperati, noi ci battevamo col fiume come con un essere vivente, cercando di vincerlo, di ferirlo, di ucciderlo. Esso ci stringeva fra le sue braccia gigantesche, e le pertiche divenivano, nelle nostre mani, armi che noi gli immergevamo rabbiosamente nel cuore. Esso ruggiva, e ci gittava nel viso la sua bava; esso si contorceva sotto i nostri colpi. Coi denti stretti, noi resistevamo alla sua vittoria; non volevamo esser vinti. Provavamo una voglia pazza d'accoppare il mostro, di calmarlo a forza di pugni. Lentamente, noi andavamo al largo. Eravamo già all'ingresso del viale di quercie: i rami neri fendevano l'acqua e la squarciavano con rumori lamentevoli. La morte ci attendeva forse là, al primo urto. Gridai a Giacomo di entrare nel viale e di seguirlo appoggiandosi ai rami. Ed è così che passai un'ultima volta in mezzo a quel viale di quercie dove s'era rallegrata la mia giovinezza e la mia virilità. In quella notte terribile, sull'abisso che urlava, pensai allo zio Lazzaro e vidi le belle ore della mia vita sorridermi tristamente.
All'estremità del viale, la Duranza trionfò. Le pertiche non toccarono più il fondo e l'acqua ci portò con sè nello slancio furioso della sua vittoria. Ed ora essa poteva fare di noi ciò che più le piaceva. Non lottavamo più: discendevamo con una rapidità spaventevole. Grosse nuvole, simili a cenci sudici e bucati, si trascinavano pel cielo: poi, quando la luna si nascondeva, regnava una lugubre oscurità. Allora precipitavamo nel caos. Flutti enormi, neri come l'inchiostro e somiglianti a dorsi di pesci, ci portavano vorticosamente in giro. Io non vedevo più Babet, nè i miei figli: mi sentivo di già in preda alla morte.
Non so quanto durasse questa corsa suprema. D'improvviso, apparve la luna, l'orizzonte si rischiarò. A quella luce, scorsi in faccia a noi una massa nera che sbarrava il cammino, e verso la quale noi eravamo spinti dalla violenza della corrente. Eravamo perduti; andavamo a rompere su quello scoglio.
Babet s'era levata ritta in piedi e mi porgeva la piccola Maria.
- Prendi la fanciulla, - esclamò.... - Lasciami, lasciami!
Giacomo aveva già afferrata Babet; e, con voce forte:
- Padre, - diss'egli, - salvate la piccina.... io salverò mia madre.
La massa nera ci stava davanti: credetti riconoscere un albero. L'urto fu terribile, e la zattera, spezzata in due, seminò la sua paglia e le sue travi nel turbine dell'acqua.
Caddi, stringendo forte la piccola Maria. L'acqua ghiacciata mi ridonò tutto il mio coraggio. Risalito alla superficie del fiume, tenni salda la fanciulla, me la coricai a mezzo, sul collo, e cominciai a nuotare penosamente. Se la piccina non fosse svenuta, s'ella si fosse mossa, saremmo rimasti ambidue nel fondo dell'abisso.
Ma intanto che nuotavo, un'ansia mi stringeva la gola. Chiamavo Giacomo, cercavo di veder lontano, ma non udivo che il muggire, non vedevo che la superficie pallida della Duranza. Giacomo e Babet erano in fondo. Ella gli si era certo attaccata, l'aveva trascinato in una stretta mortale. Che atroce agonia! Avrei voluto morire; mi sprofondavo lentamente, stavo già per trovarli sotto l'acqua nera; ma quando il flutto toccava la faccia della Maria, lottavo di nuovo con un'energia selvaggia per avvicinarmi alla riva.
È così che abbandonai Babet e Giacomo, disperato di non poter morire com'essi e chiamandoli sempre con voce rauca. Il fiume mi gettò sulla ghiaia, come un fascio d'erbe abbandonato nella sua corsa. Quando ripresi i sensi, strinsi fra le braccia mia figlia che riapriva gli occhi. Nasceva il giorno. Era finita la mia notte d'inverno: terribile notte che era stata complice dell'assassinio di mia moglie e di mio figlio.
A quest'ora, dopo anni di pianto, mi resta un'ultima consolazione. Io sono l'inverno gelato, ma sento trasalire in me la prossima primavera. Mio zio Lazzaro lo diceva: Noi non moriamo mai. Ebbi le quattro stagioni, ed ecco che ritorno alla primavera, ecco che la mia cara Maria ricomincia le gioie eterne e gli eterni dolori.


FINE.
INDICE.


Prefazione del Traduttore
A Ninetta
Un bagno
Le fragole
Il gran Michu
Il digiuno
Le spalle della marchesa
Il mio vicino Giacomo
Il paradiso dei gatti
Lilì
La leggenda della "Fata dell'amore"
Il fabbro-ferraio
Lo sciopero
Il piccolo villaggio
Rimembranze
Le quattro stagioni di Giovanni Gourdon
I. - Primavera
II. - Estate
III. - Autunno
IV. - Inverno

NOTA
(1) I segnati con * sono tutti editi dalla Casa Treves nella popolarissima Biblioteca Amena.

Audiolibri di:Émile Zola
Nuove storielle a Ninetta
Raccolta di racconti
Audiolibro della raccolta di racconti "Nuove storielle a Ninetta" di Émile Zola.
Citazioni di Émile Zola:
Fino a tanto che avrete qualche cosa di...
Il compito più alto di un uomo è sottrar...
La scienza ha promesso la felicità? Non...
Un'opera d'arte è un angolo della creazi...
Ha mostrato come il mondo può essere bel...
Fra un centinaio di anni le storie della...
Ho una sola passione, quella della luce...
La civiltà non raggiungerà la perfezione...
La verità è in cammino e niente la potrà...
Le mie notti sarebbero un solo incubo al...
Questa verità, questa giustizia che abbi...
La verginità è sorella degli angeli, è i...
La morte è più potente dell'amore. È una...
Il mondo è pieno di brava gente. Quando...
Quando non si lavora, gli arnesi se ne s...
È così bello vivere, e la vita è così do...
La felicità per noi poveretti sta solo n...
Incipit di "...
Incipit de "...
Incipit de "...
Fino a tanto che avrete qualche cosa di...
Il compito più alto di un uomo è sottrar...
Io accuso. Titolo di una let...
La scienza ha promesso la felicità? Non...
La verità è in cammino e niente la potrà...
Un'opera d'arte è un angolo della creazi...
[NDR|Su Johann Strauss jr]...
[NDR|A Maheu] Quando non s...
Aumentare il salario, che forse si può?...
I soli piaceri che restavano [NDR|...
– Pane! pane! pane! – Pane! come se bast...
La folla: una forza cieca che continuame...
La verginità è sorella degli angeli, è i...
La morte è più potente dell'amore. È una...
Il mondo è pieno di brava gente. Quando...
La morte è più forte dell'amore, è una s...
Quando non si lavora, gli arnesi se ne s...
Il mondo è pieno di brave persone! Quand...
È così bello vivere, e la vita è così do...
La felicità per noi poveretti sta solo n...
La mente è un prodotto di predisposizion...
Zola con la sua audacia ha destato il fa...
I libri catalogati di Émile Zola:
Al paradiso delle signore (Au bonheur des dames) (1882)
Germinale (Germinal) (1885)
Il denaro (L'argent) (1891)
Il paradiso delle signore
Il ventre di Parigi (Le ventre de Paris) (1873)
Il ventre di Parigi
L'Assommoir
L'assommoir - L'ammazzatoio (L'Assommoir) (1877)
L'opera (L'oeuvre) (1893)
La bestia umana (La bête humaine) (1890)
La conquista di Plassans (La conquête de Plassans) (1874)
La Conquista Di Plassans
La cuccagna (La curée) (1871)
La disfatta (La Débàcle) (1892)
La fortuna dei Rougon (La Fortune des Rougon) (1871)
La fortuna dei Rougon
La Fortune des Rougon (1871)
Nanà (Nana) (1880)
Nuove storielle - A Ninetta
Nuove storielle a Ninetta (Nouveaux contes à Ninon) (1874)
Roma
Son Excellence Eugène Rougon (1876)
Teresa Raquin
Thérèse Raquin (1867)

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No