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Le mille e una notte (raccolte da Antoine Galland)
Titolo: Le mille e una notte (raccolte da Antoine Galland)
Autore: Autori vari
Anno di pubblicazione: X secolo
Genere: Raccolta di novelle
Lingua: Italiano
Lingua originale: Arabo
Audiolibro: Ascolta

(Anteprima, 24 kbit)

Pubblicato il: 2012-04-05
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LE
MILLE E UNA NOTTE
NOVELLE ARABE


INTRODUZIONE
Le cronache de’ Sassaiani, antichi Re di Persia, riferiscono esservi stato un Re il quale era amato dai sudditi per la sua saviezza e temuto dai vicini per la fama del suo valore. Aveva due figli: il primogenito chiamavasi Schahriar, e l’altro aveva nome Schahzenan. Dopo un regno lungo e glorioso morì questo Re, e Schahriar salì sul trono. Schahzenan fu obbligato di vivere come un semplice privato; ben lontano di mirare con invidia la buona sorte del fratello maggiore, pose invece tutto il suo studio a piacergli.
Schahriar fu contentissimo della sua compiacenza e, per dargliene una prova, volle dividere con lui i suoi Stati, cedendogli il regno della Tartaria, del quale Schahzenan andò subito a prender possesso, stabilendo il suo soggiorno in Samarcanda, che ne era la capitale.
Erano scorsi due anni dacché questi Principi vivevano separati, quando Schahriar bramando sommamente rivedere suo fratello, risolvette spedirgli un ambasciatore per invitarlo a venirlo a trovare.
A questo fine deputò il suo primo Visir, il quale partì con un seguito conveniente alla sua dignità. Giunto il Visir a Samarcanda, il Re di Tartaria lo accolse con grandi dimostrazioni di allegrezza, e gli domandò subito notizie del Sultano suo fratello. Il visir appagò la sua curiosità, e poscia gli espose la cagione della sua ambasciata.
[6] - Savio Visir - gli disse - il Sultano mio fratello non poteva propormi cosa che tornar mi potesse maggiormente gradita. S’egli brama rivedermi sono egualmente stimolato dallo stesso desiderio. Il mio Regno è tranquillo, e non domando che dieci soli giorni per mettermi in istato di partire con voi; pregovi fermarvi in questo luogo, e farvi alzar le vostre tende.
Mentre Schahzenan disponevasi a partire, stabilì un consiglio per governare il suo regno durante la sua lontananza, eleggendo a capo del medesimo un ministro, nel quale aveva una intera fiducia. Sulla fine de’ dieci giorni, dicendo un addio alla Regina sua moglie, uscì verso sera da Samarcanda, ed accompagnato dagli uffiziali che lo dovevano seguir nel viaggio, andò al padiglione reale, che aveva fatto innalzare vicino alle tende del Visir. Si trattenne con quell’ambasciatore fino a mezzanotte, e volendo ancora una volta abbracciare la Regina, ritornò nel suo Palazzo, incamminandosi direttamente all’appartamento di quella Principessa, la quale, non aspettandosi di rivederlo, aveva ammesso nella sua camera uno dei servitori più intimi di sua casa.
Il Re entrò senza strepito, ma qual non fu la sua meraviglia quando allo splendore dei lumi, vide un uomo nella stanza di lei? Restò immobile per qualche momento, non sapendo se dovesse credere ai suoi occhi, ma non potendo dubitare esclamò fra sé:
Come! non appena uscito dal mio palazzo si ardisce di oltraggiarmi? Ah! perfidi, il vostro delitto non rimarrà impunito!
Sguainata la sciabola, si avvicinò ai due colpevoli, e in un attimo li fece passare dal sonno alla morte, e, prendendoli poscia l’uno dopo l’altro li gettò da una finestra in un fosso.
In tal maniera vendicatosi, uscì dalla città, ritirandosi sotto il suo padiglione. Non appena vi fu giunto, comandò che fossero levate le tende. Fu subito posto in ordine ogni cosa, e non era ancora giorno quando tutti si posero in cammino.
Giunto ch’ei fu col Visir ed il loro seguito vicino alla capitale delle Indie, vide venirgli incontro il sultano Schahriar con tutta la sua Corte. Può figurarsi il giubilo di questi Principi nel rivedersi!
Il Sultano condusse il Re suo fratello al Palazzo, che aveva fatto apprestare, il quale per mezzo di un giardino comunicava col suo.
Schahriar lasciò tosto il Re di Tartaria, per dargli [7] agio di entrare nel bagno e di mutarsi di abito: ma tosto che seppe esserne uscito venne a ritrovarlo. Essi si adagiarono sopra un sofà, ed essendosi i cortigiani allontanati, i due Principi cominciarono a intrattenersi sopra tutto ciò che due fratelli, uniti più dall’amore che dal sangue, hanno a dirsi dopo una lunga assenza. Venuta l’ora di cena, mangiarono insieme, poscia ripigliarono la loro conversazione, la quale durò fino a tanto che Schahriar si ritirò per lasciar riposare suo fratello.
L’infelice Schahzenan si pose a letto: ma l’infedeltà della Regina si presentò così vivamente alla sua immaginazione, che, non potendo addormentarsi, si alzò e dandosi interamente in balìa ai suoi dolorosi pensieri, comparve sopra il suo sembiante una profonda impressione di tristezza, che il Sultano non poté non osservare.
- Che ha mai il Re di Tartaria? Forse si vede egli contro sua voglia lontano dai suoi Stati, o dalla Regina sua moglie? Ah! se è questo che l’affligge, gli farò tosto i regali che gli ho destinati, affinché a suo piacimento possa partire alla volta di Samarcanda.
Infatti la mattina seguente gli mandò quanto le Indie producono di più raro, di più ricco e di più singolare, non tralasciando di far tutto il possibile onde divertirlo: ma le feste più deliziose invece di rallegrarlo, non facevano che aumentare i suoi dispiaceri.
Un giorno avendo Schahriar ordinata una caccia, in un paese ove particolarmente abbondavano i cervi, Schahzenan lo pregò di dispensarlo di accompagnarlo, allegando per scusa che lo stato della sua malferma salute non gli permetteva godere di un tal piacere. Il Sultano, non volendolo contrariare, lo lasciò in libertà, e partì con tutta la sua Corte. Dopo la sua partenza, il Re della gran Tartaria, vedendosi solo, si rinchiuse nel suo appartamento, e si pose ad una finestra che dava sul giardino. Un oggetto venne ad attirare la sua attenzione: una porta segreta del Palazzo del Sultano si aprì all’improvviso e ne uscirono venti donne, nel mezzo delle quali camminava la Sultana. Questa, credendo che il Re della gran Tartaria fosse anch’egli alla caccia, si avanzò colle sue donne fin sotto le finestre del di lui appartamento. Schahzenan s’accorse che le persone le quali accompagnavano la Sultana, per liberarsi da ogni soggezione, si scoprirono e deposero le lunghe vesti che portavano: ma quello che più d’ogni altra cosa lo meravigliò, si fu che scoprendo [8] esservi in quella compagnia, da lui creduta composta tutta di donne, dieci mori, ognuno dei quali si accompagnò con la sua innamorata. La Sultana dal canto suo non stette lungamente senza compagno; ella batté le mani gridando: « Massoud! Massoud! » e tosto un altro moro discese dalla sommità di un albero, e corse a lei.
Schahzenan vide troppo per giudicare che suo fratello non era meno infelice di lui. I trattenimenti di quella compagnia durarono fino a mezzanotte dopo di che, avendo ripigliate le loro vesti rientrarono per la porta segreta del Palazzo del Sultano.
Queste cose, passate sotto gli occhi del Re della gran Tartaria, gli diedero agio di fare moltissime riflessioni.
- Quanta poca ragione avevo - egli diceva - di credere che la mia disgrazia fosse tanto singolare. Questa, senza dubbio, è l’inevitabile sorte di tutti i mariti. Così stando le cose perché dovrei lasciarmi consumar dall’affanno? Non se ne parli più; la memoria di una disgrazia tanto comune non disturberà d’ora innanzi il riposo della mia vita. Infatti, da quel momento egli tralasciò di affliggersi; si fece servire da cena, e tornò allegro.
Quando seppe che il Sultano era di ritorno, gli andò incontro con aria giuliva. Il Sultano, che si credeva di trovarlo nello stato in cui lo aveva lasciato, restò meravigliato di vederlo tanto allegro.
- Fratel mio, - gli disse - ringrazio il cielo del cangiamento felice operatosi in voi, ne provo una vera allegrezza; solo vi prego di volermene far conoscere la cagione.
- Ebbene, fratel mio, giacché me lo comandate voglio soddisfarvi.
Allora gli narrò l’infedeltà della regina di Samarcanda, e quando n’ebbe terminato il racconto:
- Questo, - proseguì egli - era il motivo della mia tristezza; giudicate voi se avevo torto di abbandonarmivi.
- Mio fratello, - esclamò il Sultano - che orrenda istoria mi avete narrata? Vi lodo di aver castigati i traditori che vi hanno fatto un oltraggio tanto sensibile. Non vi si potrebbe rimproverare quest’azione: essa è giusta, e per me vi confesso che in luogo vostro non avrei avuta forse la vostra moderazione. Io non mi sarei contentato di togliere la vita ad una sola donna; credo che ne avrei sacrificate più di mille alla mia [9] rabbia. Oh cielo, io credo che un fatto simile non sia giammai accaduto ad altri fuorché a voi! Ma finalmente dovete lodare il Cielo della consolazione largitavi: e siccome non dubito punto che questa non sia ben fondata, compiacetevi d’istruirmene, e fatemene una intera confidenza.
- Voglio adunque obbedirvi giacché assolutamente lo volete. Temo peraltro che la mia obbedienza non vi abbia a cagionar maggior rammarico di quel che ne ho avuto io.
- Ciò che mi dite - soggiunse Schahriar - non fa che stimolare la mia curiosità.
Il Re di Tartaria, non potendo più oltre esimersi, fece allora una esatta relazione di quanto avea veduto.
- Come! - egli disse - la Sultana dell’Indie è capace di prostituirsi in una maniera cotanto indegna? No, o mio fratello, non posso credere ciò che mi dite, se non lo vedo coi propri miei occhi. Forse i vostri vi hanno ingannato.
- Fratello mio - rispose Schahzenan - non avete che ad ordinar una nuova partita di caccia, e quando saremo fuori di città ci fermeremo sotto ai nostri padiglioni, e la notte ritorneremo soli nel mio appartamento. Sono sicuro che nel giorno seguente voi vedrete quello che io pure ho veduto.
Il Sultano approvò lo stratagemma, e subito ordinò una nuova caccia.
Nel giorno seguente i due Principi partirono con tutto il loro seguito. Giunsero al luogo stabilito e vi si fermarono sino a notte. Subito il Re della gran Tartaria ed il Sultano salirono a cavallo, passarono incogniti pel campo, rientrarono in città, e andarono al Palazzo che abitava Schahzenan. Non appena giunti, si appostarono alla finestra lanciando spesso sguardi verso la porta segreta.
Quella finalmente s’aprì: e, per dir tutto in poche parole, la Sultana comparve colle sue donne, e dieci mori mascherati. Ella chiamò Massoud, ed il Sultano vide anche troppo per restare pienamente convinto della sua vergogna e disgrazia.
- Ohimè! - esclamò egli - che orrore! La moglie di un sovrano quale son io esser capace di questa infamia? Dopo di ciò qual Principe si glorierà di esser perfettamente felice? Ah mio fratello - proseguì egli abbracciando il Re di Tartaria, - rinunciamo ambedue al mondo! La buona fede ne è bandita; se essa [10] da una parte lusinga, dall’altra tradisce. Abbandoniamo i nostri Stati e tutta la magnificenza che ne circonda. Andiamo in terre straniere a menare una vita semplice e privata, occultando il nostro infortunio!
- Fratel mio, il mio volere dipende dal vostro. Sono pronto a seguirvi ovunque vi piacerà: ma promettetemi che noi ritorneremo, se troveremo qualcheduno più infelice di noi.
- Ve lo prometto - rispose il Sultano.
Uscirono segretamente dal palazzo e s’incamminarono per una strada diversa da quella per la quale erano venuti. Camminarono tutto il giorno finché giunsero ad una vaga prateria situata in vicinanza del mare, nella quale eranvi qua e là grandi alberi fronzuti. Si sedettero sotto uno di quegli alberi per riposarsi e rinfrescarsi.
Non era molto tempo che si riposavano, quando udirono molto vicino ad essi un terribile strepito che veniva dalla parte del mare, ed uno spaventevole grido che li riempì di terrore. Allora si aprì il mare e ne uscì come una nera e grossa colonna, che pareva andasse a nascondersi nelle nuvole.
Quest’oggetto raddoppiò il loro spavento; prestamente si rialzarono, e salirono sulla cima di un albero, per meglio vedere di che si trattava. Non appena vi furono, osservarono che la nera colonna si accostava alla sponda rompendo le onde.
Era questo uno di que’ Genii che sono maligni, nocevoli e mortali nemici degli uomini. Era egli nero ed orrido, aveva la forma di un gigante, e portava sopra il suo capo una gran cassa di vetro, chiusa con quattro serrature di fino acciaio. Egli entrò nella prateria con quel carico, che andò a posare proprio a piè dell’albero ove erano quei due Principi, i quali conoscendo l’estremo pericolo su cui trovavansi si credettero perduti.
Intanto il Genio si assise vicino alla cassa, ed apertala ne uscì tosto una donna ricchissimamente vestita, di un portamento maestoso e di una perfetta bellezza.
Il mostro la fece sedere a’ suoi fianchi, ed amorosamente mirandola:
- Donna - le disse - la più perfetta di quante se ne sono ammirate per la loro bellezza; vezzosa creatura che ho rapita il giorno delle vostre nozze, e che di poi ho sempre amata costantemente, vorreste concedermi di riposarmi qualche momento vicino a voi!
[11] Ciò detto lasciò cadere il suo gran capo sopra le ginocchia della donna; poscia, avendo allungati i suoi piedi, che si stendevano fino al mare, non tardò molto ad addormentarsi.
La donna allora, alzò gli occhi, e vedendo alla sommità dell’albero i Principi, fece lor cenno di scendere. Il loro spavento fu grande allorché si videro scoperti. Supplicarono la donna con cenni, onde dispensar li volesse dall’obbedirla: ma essa, dopo aver pian piano levato il capo del Genio di sopra le sue ginocchia, adagiollo leggermente a terra: ed alzatasi, disse loro con voce bassa, ma minaccevole:
- Scendete, bisogna assolutamente che veniate da me.
Essi scesero. Come furono a terra la donna li prese per mano, ed allontanatasi con loro alquanto sotto gli alberi, feceli liberamente una proposta che quelli obbligò ad accettare. Ottenuto che ebbe quanto bramava, avendo osservato che ciascuno portava al dito un anello, glieli domandò. Appena avuti, andò a prendere un vasetto da un involto ove teneva la sua toeletta, e ne cavò un filo di altri anelli, e mostrandoli loro:
- Sapete - disse - ciò che queste gioie significano? Questi sono gli anelli di tutti coloro ai quali ho conceduto il mio affetto: sono novantotto. Io vi ho chiesto i vostri per la stessa ragione, ed affine di compiere il centinaio preciso. Ecco adunque, cento amanti che ho avuto finora a dispetto della precauzione e della sorveglianza di questo indiscreto Genio, che non mi abbandona mai. Egli ha un bel fare col rinchiudermi in questa cassa di vetro, e tenermi nascosta nel fondo del mare: io deludo sempre la sua vigilanza. Quando una donna ha stabilito un progetto, non vi è né marito, né amante che possa impedirne l’esecuzione. Molto meglio farebbero gli uomini a non contraddirle punto, poiché questo sarebbe il vero mezzo di renderle savie.
Ciò detto, infilzò i loro anelli cogli altri, e poscia sedutasi come prima, e sollevato i capo al Genio, che non si risvegliò, lo ripose sopra le sue ginocchia, accennando ai Principi di ritirarsi.
Essi ripigliarono il loro cammino per dove erano venuti, e Schahriar disse a Schahzenan:
- Ebbene, che ne pensate di quello che è accaduto? Il Genio non ha una innamorata molto fedele. E [12] non convenite meco che nulla eguaglia la malizia delle donne?
- Sì; - rispose il Re della gran Tartaria: - e voi pure dovete convenirne che il Genio è degno di maggior compatimento, è più infelice di noi. E poiché trovammo quel che ne faceva d’uopo ritorniamo nei nostri Stati.
In quanto a me, so qual mezzo adoperare perché mi sia inviolabilmente serbata la fede che mi è dovuta. Un giorno saprete il mio segreto e sono sicuro che seguirete il mio esempio.
Continuando a camminare, giunsero al campo sul finire della notte del terzo giorno della loro partenza.
L’avviso del ritorno del Sultano essendosi divulgato, i cortigiani andarono di buon mattino al suo padiglione. Egli comandò loro di salire a cavallo, e ritornò subito al suo Palazzo.
Come vi fu giunto corse nell’appartamento della Sultana, la fece legare alla sua presenza, e la diede in potere del suo gran Visir con ordine di farla strangolare.
Lo sdegnato Principe non si contentò di questo, ché di sua propria mano recise il capo a tutte le donne della Sultana.
Dopo questo rigoroso castigo, persuaso che non vi era una donna savia, per prevenire l’infedeltà di quelle che nell’avvenire piglierebbe, risolvette di sposarne una per notte e di farla poi strangolare il giorno seguente.
Promulgata questa legge crudele, giurò di osservarla immediatamente dopo la partenza del Re di Tartaria, il quale, subito dopo congedatosi da lui, si pose in viaggio, carico di magnifici regali ricevuti.
Partito Schahzenan, Schahriar non mancò di ordinare al suo gran visir di condurgli la figliuola di uno de’ suoi generali dell’esercito. Il Visir obbedì. Il Sultano la ebbe seco, e nel seguente giorno rimettendogliela per farla morire, gli comandò che ne dovesse ricercare un’altra per la seguente notte. Il Visir gli condusse la figliuola di un cittadino della capitale: ed ogni giorno eravi una fanciulla maritata ed una donna morta.
La fama di una tale inumanità cagionò una generale costernazione nella città, cosicché invece delle lodi e benedizioni, che sino allora eransi tributate al Sultano, tutti i suoi sudditi non facevano che imprecare contro di lui.
[13] Il gran Visir, il quale era contro sua voglia ministro di sì crudele ingiustizia, aveva due figliuole: la maggiore delle quali si chiamava Scheherazade, e Dinarzade la più giovane. Quest’ultima non era senza meriti, ma l’altra aveva un coraggio superiore al suo sesso, uno spirito singolare ed una meravigliosa perspicacia.
Essa aveva molto letto, ed era di una memoria prodigiosa. Aveva studiata la filosofia, la medicina, l’istoria, le belle arti, e componeva versi, meglio che i più celebri poeti del suo tempo. Oltre di ciò era ornata di una perfetta bellezza, ed una vera virtù coronava le sue belle qualità. Il Visir amava appassionatamente questa figliuola, veramente degna del suo amore. Un giorno in cui si tratteneva insieme, ella gli disse:
- Padre mio, devo chiedervi una grazia.
- Io non ve la negherò - quegli rispose - purché sia ragionevole.
- Ho in mente di fermare il corso di barbarie che il Sultano esercita sopra le famiglie di questa città.
- La vostra intenzione è molto lodevole - disse il Visir - ma il male al quale volete porre rimedio mi pare irreparabile.
- Padre mio - ripigliò Scheherazade - giacché per vostro mezzo il Sultano celebra ogni giorno un nuovo matrimonio, io vi scongiuro di procurarmi l’onore di essergli moglie.
- Ohimè! avete voi perduta la ragione, o mia figliuola? Potete voi farmi una preghiera tanto pericolosa? Sapete a che vi esporrebbe il vostro zelo indiscreto?
- Sì, o mio padre - rispose la figliuola - conosco tutto il pericolo al quale mi espongo. Se io perisco la mia morte sarà gloriosa: e se riesco nella mia impresa, renderò alla mia patria un importante servigio.
- No, no - disse il Visir - qualunque ragione possiate produrre non pensate mai che io possa acconsentire alla vostra domanda.
- Per questa sola volta, o padre mio - disse Scheherazade - concedetemi la grazia che vi chiedo.
- La vostra ostinazione, - replicò il Visir - risveglia il mio sdegno. Perché mai volete correre alla vostra perdita? Chi non prevede il fine di una pericolosa impresa non ne può uscire con onore. Temo che non accada a voi ciò che successe all’asino che stava bene e non seppe contentarsene.
[14] - Qual disgrazia accadde mai a quell’asino? - ripigliò Scheherazade.
- Son pronto a narrarvela, ascoltatemi.
L’ASINO, IL BUE E L’AGRICOLTORE
Un ricchissimo mercante aveva il dono d’intendere il linguaggio degli animali, ma con questa condizione ch’egli non poteva a chi si fosse spiegarlo, senza esporsi al pericolo di perder la vita.
Stavano alla stessa mangiatoia un bue ed un asino. Un giorno ch’egli era seduto vicino ad essi, udì che il bue diceva all’asino:
- Quanto sei felice considerando il riposo che godi e la poca fatica che si richiede da te? Un uomo con attenzione ti governa, ti lava, ti dà dell’orzo ben crivellato, e dell’acqua fresca e limpida. La tua maggior pena sta nel portare il nostro padrone quando dee fare qualche breve viaggio: senza questo passeresti tutta la tua vita nell’ozio. La maniera con cui vengo trattato io è molto diversa. Non appena è giorno vengo attaccato ad un aratro, che sono sforzato a trascinare tutto il giorno per rompere la terra: il che mi rende lasso in tal modo che qualche volta le forze mi mancano. Alla fine, dopo aver ben arato da mattina a sera, al mio ritorno mi viene appena dato da mangiare fave secche, non buone per seminare, o altra cosa di minor conto. Per colmo di miseria, quando mi sono pasciuto di questa robaccia, son obbligato di passare la notte nel mio letame. Vedi dunque se non ho ragione d’invidiare la tua sorte?
L’asino non interruppe mai il discorso del bue, ma quando ebbe terminato di parlare, gli disse:
- Voi non ismentite il nome d’ignorante, vi ammazzate pel riposo e profitto di coloro che non ce ne sono grati per nulla. Non sareste trattato in tal maniera se il vostro coraggio uguagliasse la vostra forza. Quando l’agricoltore viene per attaccarvi all’aratro perché non fate resistenza? Perché non gli tirate delle cornate? Perché non dimostrate il vostro sdegno scalpitando co’ piedi per terra? La natura vi ha somministrati i mezzi per farvi rispettare, e voi non ve ne servite. Vi si apprestano fave passite e cattiva paglia? Non ne mangiate. Odoratele solamente e lasciatele. Se voi [15] seguite i consigli che vi do, vedrete ben presto una mutazione, della quale mi ringrazierete.
- Caro asino - soggiunse il bue - non mancherò di prevalermi del consiglio datomi, e vedrete come me ne servirò.
La mattina seguente sul far del giorno l’agricoltore andò a pigliare il bue, l’attaccò all’aratro e lo condusse all’ordinaria fatica.
Il bue, che non aveva dimenticato il consiglio dell’asino, si mostrò molto sdegnato quel giorno: e la sera, quando l’agricoltore lo ricondusse alla mangiatoia, seguì tutto l’artificio che l’asino gli aveva suggerito.
Il giorno seguente l’agricoltore andò a ripigliarlo per ricondurlo al lavoro: ma ritrovando tuttavia la mangiatoia ripiena delle fave e della paglia che la sera gli aveva poste, lo credette gravemente ammalato, n’ebbe pietà, giudicando che sarebbe inutile condurlo al lavoro, andò subito a farne avvertito il mercante.
Quei si accorse molto bene che i pessimi consigli dell’asino furono messi in pratica, e per castigarlo come meritava:
- Vanne - disse all’agricoltore - poni l’asino al luogo del bue, acciò ari in sua vece, e affaticalo bene.
L’agricoltore obbedì.
L’asino fu obbligato tirare l’aratro tutto quel giorno. Oltre di ciò ricevette tante bastonate che non poté reggersi in piedi al suo ritorno.
Il bue frattanto era contentissimo. Aveva mangiato quanto eravi nella mangiatoia ed era stato in riposo tutto il giorno. Egli si rallegrava di aver fatto buon uso dei consigli del suo compagno e non trascurò di fargliene un nuovo complimento quando lo vide giungere.
L’asino nulla rispose tanto era il dispetto che lo divorava.
- La mia sola imprudenza - diceva egli fra sé - mi ha cagionata questa disgrazia. Vivevo felice, tutto arrideva alle mie brame, aveva ciò che desideravo, ed è colpa mia se mi trovo in questo stato deplorabile; se non invento qualche astuzia per liberarmene, la mia perdita è certa. Nel dir ciò era talmente depresso di forze, che si lasciò cadere mezzo morto a’ piè della sua mangiatoia...
A questo punto il gran Visir, voltandosi a Scheherazade, le disse:
- Figliuola mia, voi fate appunto come [16] quest’asino; vi esponete a perdervi a cagione della vostra imprudenza.
- Padre mio - rispose Scheherazade - l’esempio che mi avete narrato non è capace a farmi mutar risoluzione, né tralascerò d’importunirvi finché non abbia ottenuto da voi d’esser presentata al Sultano.
Vedendo il Visir che quella persisteva sempre nella sua richiesta, soggiunse:
- Orsù, non volete recedere dalla vostra ostinazione? Sarò obligato di trattarvi nella maniera stessa con cui il mercante, del quale vi ho discorso, trattò sua moglie poco tempo dopo: e udite come:
Questo mercante avendo inteso che l’asino si trovava in uno stato degno di pietà, ebbe curiosità di vedere ciò che passerebbe fra esso e il bue. Per il che dopo cena se ne uscì e andò a sedersi vicino ad essi in compagnia di sua moglie. Nell’arrivarvi udì l’asino che diceva al bue:
- Compare, ditemi, ve ne prego, ciò che pretendete di fare quando l’agricoltore vi porterà domani da mangiare?
- Ciò che farò? - rispose il bue - continuerò a fare quanto mi hai insegnato. Indietreggerò, presenterò le mie corna come ieri e farò l’ammalato.
- Pensateci bene, - replicò l’asino - questo sarebbe il vero mezzo per morire, poiché nell’arrivar questa sera ho udito dire un certo non so che, che mi ha fatto tremare per amor vostro.
- Ebbene, che avete voi udito? - disse il bue.
- Il nostro padrone, - ripigliò l’asino - ha detto all’agricoltore: «Giacché il bue non mangia né può stare in piedi, voglio che domattina sia ammazzato: noi ne faremo della carne salata.» Questo è quello di cui vi debbo avvertire - soggiunge l’asino - l’interesse che prendo per la vostra conservazione, mi obbliga a farvene avvertito ed a somministrarvi un nuovo consiglio. Subito che vi verranno apprestate le vostre fave e la paglia, alzatevi ed avvicinatevi sopra con avidità. Il padrone da ciò giudicherà che voi siete guarito e senza dubbio revocherà la sentenza di vostra morte.
Questo discorso produsse l’effetto che erasi proposto l’asino: il bue rimase stranamente confuso e ruggì di spavento.
Il mercante, il quale li aveva con molta attenzione ascoltati, proruppe in una gran risata, di modo che sua moglie ne restò stupefatta.
- Istruitemi - gli disse - poiché con tanta forza [17] ridete, affinché io pure rida in compagnia vostra.
- Moglie mia appagatevi solo di sentirmi ridere.
- No - replicò quella - voglio saperne la cagione.
- Non posso - riprese a dire il marito - sappiate solamente ch’io rido di quanto il nostro asino ha detto al nostro bue. Il rimanente consiste in un segreto che non mi è concesso di rivelarvi.
- E chi vi proibisce di palesarmelo - replicò essa.
- Se ve lo dicessi, - egli rispose - mi costerebbe la vita.
- Voi vi burlate di me - esclamò la donna; - ciò che mi dite non può esser vero. - Se voi in questo momento non mi palesate la cagione del vostro ridere, giuro pel gran Maometto che non conviveremo più insieme.
Nel terminar queste parole essa rientrò in casa e si pose in un cantone. Il marito se ne stette solo nel letto, e la mattina vedendo che essa non cessava di lamentarsi:
- Vedo benissimo - soggiunse il mercante - che non v’ha mezzo di farvi intender ragione; perciò vado a chiamare i vostri fanciulli; acciò essi abbiano la consolazione di vedervi, prima che moriate.
Egli fece venire i suoi figliuoli e spedì persona in traccia del padre e della madre e dei parenti di sua moglie.
Il padre e la madre invano si affaticavano di persuaderla che la cosa che ella desiderava sapere era di niuna importanza.
Il mercante stesso non sapeva più che dire e che fare. Solo, seduto vicino alla porta di casa, se ne stava a risolvere se dovesse sacrificar la sua vita per risparmiar quella di sua moglie che egli amava assaissimo.
Questo mercante aveva cinquanta galline ed un gallo con un cane che serviva loro di guardia. Nel mentre che se ne stava a sedere, e che profondamente pensava al partito da prendere, vide il cane correre verso il gallo, il quale si era avventato sopra una gallina, udì che gli parlava nei termini seguenti:
- O gallo, la sorte non permetterà che tu viva lungo tempo. Non hai tu vergogna di fare oggi ciò che fai?
Il gallo si rizzò sopra i suoi speroni, e voltandosi dalla parte del cane:
- Perché mai - rispose egli fieramente - ciò mi [18] verrebbe proibito oggi, piuttosto che gli altri giorni?
- Sappi dunque - replicò il cane - che il nostro padrone è oggi in grande imbarazzo. Sua moglie vuole che le riveli un segreto, il quale è di natura tale che gli costerebbe la vita se lo manifestasse. Le cose sono in tale stato da temer ch’egli non abbia sufficiente costanza per resistere all’ostinazione di sua moglie, poiché egli l’ama ed è intenerito dalle lacrime che incessantemente ella sparge. Egli forse perirà. Noi tutti in questa casa ne siamo intimoriti. Tu solo, insultando alla nostra tristezza, tu, dico, hai l’impudenza di divertirti colle tue galline!
Il gallo rispose nel seguente modo:
- Quanto è mai insensato il nostro padrone! Egli non ha che una sola moglie, né può a sua voglia, dominarla: quando io ne ho cinquanta che eseguiscono puntualmente ciò che voglio io. Ch’esso consulti la ragione, e troverà subito il mezzo di uscire dall’imbarazzo nel quale è immerso.
- E che vorresti ch’ei facesse? - disse il cane.
- Che entri nella camera di sua moglie - rispose il gallo - e dopo di esservisi rinchiuso con lei, prenda un bastone e le dia un migliaio di bastonate; io tengo per certo che ciò fatto diventerà savia e non lo stimolerà più oltre per dirle ciò che non deve.
Non appena il mercante ebbe udito quanto il gallo aveva detto, si levò dal suo luogo, e preso un grosso bastone, andò a ritrovare sua moglie, si rinchiuse con lei, e tanto fieramente la bastonò, che essa non poté a meno di esclamare:
- Basta, o mio marito, basta! Lasciatemi, non vi chiederò più nulla!
A queste parole conoscendo che essa si pentiva di essere stata tanto curiosa, lasciò di maltrattarla, aprì la porta, ed entrarono tutti i parenti i quali si rallegrarono di ritrovar la donna guarita dalla sua ostinazione, e fecero i loro complimenti al marito sopra il felice espediente del quale egli erasi servito per metterla alla ragione.
- Figliuola mia - soggiunse - meriteresti di essere trattata nella maniera stessa con cui fu trattata la moglie del mercante.
- Padre mio - disse allora Scheherazade - di grazia non vi dispiaccia che io persista nei miei sentimenti: l’istoria di questa donna non può farmi mutar parere. Potrei io narrarvene molte altre per convincervi che non dovete opporvi ai miei sentimenti. Se il [19] vostro amore paterno non vi facesse aderire alla mia preghiera, andrei da per me a presentarmi al Sultano.
Il padre finalmente, stanco, si arrese alle sue brame, quantunque afflittissimo di non aver potuto distorla da una risoluzione tanto funesta, e andò nello stesso momento a trovar Schahriar per annunciargli che la prossima notte gli condurrebbe Scheherazade.
Il Sultano restò molto meravigliato.
- Come mai avete potuto risolvervi a mettere in mio potere la propria vostra figliuola?
- Sire - gli rispose il Visir - ella si è offerta da sé stessa. L’infelice destino che l’attende non ha potuto intimorirla; ed essa preferisce, al suo vivere, l’onore di essere la sposa di Maestà Vostra.
- Ma non vi lusingate, o Visir - ripigliò il Sultano; - domani riponendo nelle vostre mani Scheherazade, pretendo che l’uccidiate. Se mancate, vi giuro che vi farò morire!
- Sire, il mio cuore certamente si spezzerà dal dolore nell’obbedirvi: ma la Natura invano avrà a rimproverarmi, perché vi prometto una esecuzione fedele. Schahriar accettò la offerta del suo ministro, e gli disse che stava a lui di condurgli la figliuola quando gli piacesse.
Il gran Visir andò a portare questa notizia a Scheherazade, la quale non pensò più ad altro che ad acconciarsi in modo da comparire nel miglior modo possibile alla presenza del Sultano, e prima di partire si ritirò in segreto con Dinarzade sua sorella, dicendole:
- Cara sorella, ho bisogno del vostro soccorso in un affare importantissimo. Nostro padre sta in procinto di condurmi alla casa del Sultano per farmi sua sposa. Come sarò alla presenza del Sultano lo supplicherò di permettere che voi dormiate nella camera nuziale, acciocché io abbia ancora in quella notte il contento di godere della vostra compagnia. Se acconsentite, come spero, al mio desiderio, ricordatevi di svegliarmi domani un’ora avanti giorno, e dirmi presso a poco queste parole: «Sorella mia, vi prego, prima che spunti il vicino giorno, a narrarmi una delle belle novelle che voi sapete.» «Io subito ve ne racconterò una, e mi lusingo con tal mezzo di liberare il popolo dalla costernazione in cui si trova...
Dinarzade risposele che eseguirebbe quanto ella domandava. Giunta finalmente l’ora, di andarsene a letto il gran Visir condusse Scheherazade a Palazzo, e [20] dopo averla introdotta nell’appartamento del Sultano si ritirò. Questo Principe, appena si vide solo con lei, le comandò di scoprirsi il viso. Egli la trovò tanto bella che ne rimase incantato: ma osservando che quella si struggeva in pianto gliene ricercò la cagione.
- Sire - rispose Scheherazade - ho una sorella che amo teneramente e da cui sono egualmente corrisposta; bramerei che ella passasse la notte in questa camera per goder la consolazione di vederla, e per darle l’ultimo addio. Volete voi che io abbia il contento di darle quest’ultima prova del mio amore?
Schahriar avendovi acconsentito, andò in traccia di Dinarzade. Il Sultano si pose a letto con Scheherazade sopra uno strato molto alto, all’usanza dei monarchi orientali, e Dinarzade sopra un letto che erasele preparato a piè dello strato.
Un’ora prima del giorno, essendosi Dinarzade svegliata, non avea trascurato di adempiere a quanto aveale raccomandato sua sorella.
- Sorella mia cara - esclamò essa - vi prego, prima che apparisca il giorno di narrarmi una delle novelle che sapete.
Scheherazade invece di rispondere a sua sorella, si voltò al Sultano, a cui disse:
- Sire. Vostra Maestà vuole concedermi che io dia questa soddisfazione a mia sorella?
- Ben volentieri - rispose il Sultano.
Allora Scheherazade disse a sua sorella di prestarle attenzione: e rivoltasi quindi a Schahriar diè principio alla narrazione della prima novella, la quale, non essendo terminata collo spuntar del sole, fu però capace d’interessar tanto la curiosità del Sultano, che le permise lasciarla dire il giorno appresso, e così interrottamente di Novella in Novella poté la Favorita, col suo stratagemma, invogliare quel Sire ad ascoltarla per mille e una notte.
[21]

NOVELLE
IL MERCANTE E IL GENIO
Eravi una volta un mercante il quale possedeva grandi ricchezze. Un giorno, che un affare importante lo chiamava molto lungi dal luogo ove soggiornava, salì a cavallo e partì con una valigia in cui vi aveva riposta una piccola provvisione di biscotto e di datteri.
Il quarto giorno del suo viaggio sviò dal cammino per andarsi a rinfrescare sotto alcuni alberi. Vicino a un gran noce egli trovò una fontana di acqua limpidissima. Pose il piede a terra, attaccò il suo cavallo ad un albero, e si assise vicino alla fonte, dopo aver cavati dalla sua valigia alcuni datteri e alquanti biscotti. Mangiando i datteri egli ne gittava i noccioli a dritta e a sinistra. Quando ebbe terminato quel pasto frugale da buon musulmano si lavò le mani, il viso e i piedi, e fece la preghiera.
Egli non l’aveva per anco finita, quando vide apparire un Genio tutto bianco per vecchiaia, di una grandezza enorme, che avanzandosi fino a lui con la sciabola in mano, gli disse:
- Alzati perch’io ti uccida, come tu hai ucciso mio figlio.
- Oh, buon Dio! - disse il mercante - come mai ho potuto uccidere vostro figlio? Io non lo conosco neppure.
- Non ti sei seduto arrivando qui? - replicò il Genio - Non hai tolti dei datteri dalla tua valigia, e mangiandoli non hai gittati i noccioli a dritta ed a sinistra?
[22] - Ho fatto ciò che dite - rispose il mercante - non posso negarlo.
- Essendo così - riprese il Genio - io ti dico che hai ucciso mio figlio, ed ecco come. Nel tempo in cui gittavi i tuoi noccioli, mio figlio passava: egli ne ha ricevuto uno nell’occhio e ne è morto.
- Ah! signore, perdono! - gridò il mercante - io vi accerto non avere ucciso vostro figlio: e quando ciò fosse stato, l’ho fatto innocentemente; per conseguenza vi supplico di perdonarmi e lasciarmi la vita.
- No, no - disse il Genio, persistendo nella sua risoluzione - bisogna ch’io ti uccida come hai ucciso mio figlio!
A queste parole prese il mercante per un braccio, lo gittò in terra, e alzò la sciabola per tagliargli la testa.
Intanto il mercante lacrimando e protestando la sua innocenza, compiangeva la sposa ed i figliuoli e diceva le cose più commoventi del mondo. Il Genio, sempre con la sciabola levata, ebbe la pazienza di aspettare che l’infelice terminasse i suoi lamenti.
- Tutte queste parole sono superflue: - gridò: quando pure le tue lagrime fossero di sangue, ciò non m’impedirebbe di ucciderti.
- Che! - replicò il mercante - volete assolutamente togliere la vita ad un povero innocente?
- Sì - rispose il Genio.
Quando il mercante vide che il Genio stava per troncargli la testa, gittò un grido, e gli disse:
- Abbiate la bontà di accordarmi una dilazione: datemi il tempo di andare a dire addio alla mia sposa ed ai miei figli. Ciò fatto tornerò tosto in questo luogo stesso per sottomettermi a tutto quello che vorrete fare di me.
- Di guanto tempo vuoi tu che sia questo termine? - replicò il Genio.
- Vi domando un anno, non occorrendomi minor tempo per assestare i miei affari.
Il Genio lo lasciò presso la fontana e disparve.
Il mercante risalì a cavallo, e riprese il suo viaggio: ma se da un canto egli era lieto di aver evitato sì gran pericolo, nell’altro era in una mortale tristezza pensando al fatale giuramento che aveva fatto.
Quando arrivò a casa si pose a piangere sì amaramente, che i suoi giudicarono gli fosse accaduto qualche cosa di straordinario. Sua moglie gli domandò la cagione delle sue lagrime.
[23] - Ah! - rispose il marito - perché non son io in altra situazione? Io non ho più che un anno a vivere.
Allora raccontò loro ciò che era avvenuto tra lui e il Genio.
Quando intesero questa triste novella, cominciarono tutti a desolarsi. L’indomani il mercante pensò di mettere in ordine i suoi affari, affrettandosi sopra ogni altra cosa a pagare i suoi debiti. Fe’ complimenti ai suoi amici, e grandi elemosine ai poveri: donò la libertà a’ suoi schiavi; divise i beni fra’ suoi figli; nominò i tutori per i minorenni, e rendendo a sua moglie quello che le apparteneva, in forza del contratto di matrimonio, la vantaggiò di quanto poté donarle secondo le disposizioni della legge.
Finalmente l’anno trascorse e bisognò partire.
Egli fece la sua valigia, e vi mise il drappo nel quale dovea esser seppellito.
- Miei figli - disse - separandomi da voi io obbedisco agli ordini di Dio; imitatemi; sottomettetevi coraggiosamente a questa necessità, e pensate che il destino dell’uomo è di morire!
Dopo aver dette queste parole, sottrattosi alle grida ed ai lamenti della sua famiglia partì, e arrivò al medesimo luogo ove avea promesso ritornare. Messo subito piede a terra, si assise al margine della fontana, ed aspettò il Genio.
Mentr’ei languiva in sì crudele aspettazione, apparve un buon vecchio, che conduceva legata una cerva, e si avvicinò a lui. Si salutarono a vicenda, e il vecchio disse al mercante:
- Fratello, può sapersi da voi perché siete venuto in questo luogo deserto, in cui non vi sono che spiriti maligni, e non si vive affatto sicuro?
Il mercante soddisfece la curiosità del vecchio raccontandogli l’avventura che l’obbligava a starsene là.
Il vecchio l’ascoltò con istupore, e prendendo la parola:
- Ecco - esclamò - la cosa più sorprendente del mondo: e voi vi siete legato con un giuramento inviolabile! Io voglio - aggiunse - essere testimonio della vostra conferenza col Genio.
Ciò dicendo, si assise presso il mercante: e mentre s’intrattenevano arrivò un altro vecchio seguito da due cani neri. S’avanzò fino a loro, e li salutò, domandò che facessero colà. Il vecchio che conduceva la cerva gli raccontò l’avventura del mercante.
[24] Il secondo arrivato, trovando la cosa degna di curiosità, prese la stessa risoluzione. Si assise vicino agli altri, ed appena si unì alla loro conversazione, sopravvenne un terzo vecchio, che dirigendosi a’ due primi, domandò loro perché il mercante ch’era con essi apparisse sì tristo. Glie ne fu detta la ragione, e anch’esso volle essere testimonio di ciò che avverrebbe fra il Genio ed il mercante, perciò si unì agli altri. Essi videro ben tosto nella campagna un denso vapore come un turbine di polvere elevato dal vento. Quel vapore, avanzandosi fino a loro, e dissipandosi ad un tratto, lasciò scorgere il Genio, che senza salutarli si appressò al mercante con la sciabola in mano, e prendendolo pel braccio:
- Levati - disse - perch’io ti uccida, come tu hai ucciso mio figlio!
Il mercante e i vecchi spaventati si misero a piangere, riempiendo l’aria di grida...
Quando il vecchio che conduceva la cerva vide il Genio afferrare il mercante, si gettò ai piedi di quel mostro, e baciandoglieli:
- Principe de’ Genii - gli disse - io vi supplico umilmente di sospendere la vostra collera, e di farmi la grazia di ascoltarmi. Io vi racconterò la mia storia, nonché quella di questa cerva, a condizione che se la trovate meravigliosa e sorprendente, vogliate rimettere a questo sventurato mercante il terzo della sua pena.
Il Genio stette qualche tempo a riflettere, ma infine rispose:
- Ebbene, consento; vediamo.
- Io comincio il mio racconto - riprese il vecchio.
STORIA DEL PRIMO VECCHIO E DELLA CERVA
Questa cerva che voi vedete, è mia cugina, ed anche moglie. Essa non aveva che dodici anni quando la sposai. Siamo vissuti insieme trent’anni, senza che abbia avuti figli. Il solo desiderio d’aver figli mi fece sposare una schiava, di cui ne ebbi uno che prometteva molto. Mia moglie n’ebbe gelosia; prese in avversione la madre e il figlio, e nascose sì bene i suoi sentimenti, che io me ne accorsi troppo tardi.
Intanto mio figlio cresceva, ed aveva dieci anni, quand’io fui obbligato di fare un viaggio. Prima di [25] partire raccomandai a mia moglie, la schiava ed il figlio, e la pregai di averne cura, durante la mia assenza, che fu d’un anno intero. Essa profittò di quel tempo per isfogare l’odio suo. Si applicò alla magìa, e quando seppe abastanza di quest’arte diabolica, la scellerata menò mio figlio in un luogo appartato; ivi co’ suoi incanti lo cangiò in vitello e lo diede al mio affittaiuolo. Né limitò il suo furore a questa abbominevole azione: cangiò anche la schiava in vacca, e del pari la diede al mio affittaiuolo.
Al ritorno io le domandai notizie della madre e del figlio.
- La vostra schiava è morta - mi disse - e vostro figlio son due mesi che non lo veggo, né so che ne sia divenuto.
Fui dolentissimo per la morte della schiava: ma per il figlio, che era solamente disparso, mi lusingai di poterlo ritrovare.
Otto mesi passarono senza ch’ei ritornasse, ed io non ne aveva alcuna nuova, quando giunse la festa del gran Bairam.
Per celebrarla, ordinai al mio fittaiuolo di condurmi una vacca delle più grasse per farne un sagrificio. Egli obbedì. La vacca, da lui scelta era appunto la schiava. Io la legai, ma nel momento che mi apparecchiava a sacrificarla, essa cominciò a mandare pietosi muggiti: ed io mi avvidi che dagli occhi gli scorrevano rivi di lagrime.
Ciò mi parve straordinario e non potei risolvermi a ferirla, ed ordinai al mio fittaiuolo di andare a prenderne un’altra.
Mia moglie, che era presente, fremette della mia compassione.
- Sposo, che fate? - gridò - immolatela!
Per compiacerla mi appressai alla vacca, e combattendo con la pietà che me ne faceva sospendere il sacrifizio, mi feci a darle il colpo mortale: ma la vittima raddoppiando le lagrime ed i muggiti, mi disarmò la seconda volta.
Allora io posi la scure nelle mani del fittaiuolo, dicendogli:
- Prendetela, sacrificatela voi; i suoi muggiti e le sue lagrime mi spezzano il cuore!
Il fittaiuolo, meno pietoso di me, la sacrificò: ma scorticandola si trovò aver essa solo le ossa.
Io n’ebbi gran dispiacere, e dissi al fittaiuolo:
[26] - Prendetela per voi, ve la regalo, e se avete un vitello ben grasso, recatelo a me in sua vece.
Poco tempo dopo vidi arrivare un vitello grassissimo. Appena mi vide fece uno sforzo sì grande per venire a me, che ruppe la sua corda. Si gittò a’ miei piedi con la testa a terra, come se avesse voluto eccitare la mia compassione.
Io fui ancor più sorpreso che non lo era stato da’ gemiti della vacca.
- Andate - diss’io al fittaiolo - riconducetevi il vitello. Abbiatene gran cura, ed in suo luogo recatene tosto un altro.
Quando mia moglie m’intese parlare così, non si tenne dal gridare:
- Sposo, che fate voi? Credetemi, non sacrificate altro vitello che questo.
- Sposa - esclamai - non l’immolerò, voglio fargli grazia.
La cattiva donna sdegnò di arrendersi alle mie preghiere. Essa non risparmiò nulla per farmi cangiar risoluzione: ma per quante me ne dicesse, io stetti fermo, e le promisi per acquietarla che l’avrei sacrificato l’anno vegnente.
Nel mattino del giorno seguente il mio fittaiuolo chiese di parlarmi in particolare.
- Io vengo - mi disse - a darvi una novella. Io ho una figlia che sa qualche cosa di magìa. Ieri quand’io ricondussi all’ovile il vitello, di cui voi non voleste fare il sacrificio, osservai che essa rise vedendolo e che un momento dopo si pose a piangere. Le domandai perché facesse nel medesimo tempo due cose contrarie.
- Padre mio - ella rispose - questo vitello è il figlio del nostro padrone.
Io risi di gioia vedendolo ancora vivente, e piansi ricordandomi del sacrificio che ieri si fece di sua madre cangiata in vacca. Queste metamorfosi sono state fatte per gl’incantesimi della moglie del nostro padrone, la quale odiava la madre ed il figlio. Ecco ciò che mi ha detto mia figlia.
- A queste parole o Genio, - continuò il vecchio lascio a voi il pensare quale fu la mia sorpresa.
Immantinente partii col fittaiuolo per parlare io stesso a sua figlia. Arrivando andai subito alla stalla ov’era mio figlio.
Giunse la figlia del fittaiuolo a cui dissi:
[27] - Figlia mia potete rendere mio figlio alla prima sua forma?
- Sì che lo posso - mi rispose - ma vi avverto che io non posso ritornar vostro figlio nel suo stato primiero che a due condizioni: la prima, che me lo diate in isposo: e la seconda che mi sia permesso di punire la persona che lo ha cangiato in vitello.
- Vi acconsento - le risposi - ma prima rendetemi il figlio.
Allora questa giovane prese un vaso pieno di acqua, vi pronunziò sopra delle parole ch’io non intesi, e volgendosi al vitello:
- O vitello, - disse - se tu sei stato creato dall’Onnipotente e sovrano padrone del mondo nella forma di cui sei, resta nel tuo stato: ma se sei un uomo, e fosti cangiato in vitello in forza d’incantesimo riprendi la tua naturale figura colla permissione del sovrano creatore.
Terminando queste parole gittò l’acqua su di lui, ed all’istante egli riprese la sua forma primiera.
- Figlio mio! caro figlio! - io esclamai allora, abbracciandolo con un trasporto di gioia. - È Dio che ci ha inviato questa giovinetta per distruggere l’orribile incanto di cui eravate circondato e vendicarvi del male che fu fatto a voi ed a vostra madre. Sono sicuro che per riconoscenza vorrete prenderla per vostra sposa, come io mi sono impegnato.
Egli acconsentì con gioia, ma prima di sposarsi la giovane cangiò mia moglie in cerva, quale la vedete qui.
Dopo qualche tempo mio figlio divenne vedovo e andò a viaggiare. Siccome sono più anni che non ho sue nuove, mi sono posto in cammino per cercare di averne, e non volendo affidare ad alcuno la cura di mia moglie, ho giudicato a proposito di menarla meco dappertutto.
Ecco adunque la mia istoria e quella della mia cerva. Non è dessa delle più sorprendenti e delle più meravigliose?
- Ne son d’accordo - disse il Genio - ed in suo riguardo ti accordo il terzo della grazia di questo mercante.
Il secondo il quale conduceva i due cani neri, si diresse al Genio e gli disse:
- Io vi racconterò ciò che avvenne a me ed a questi due cani, sicuro che voi troverete la mia storia ancor più sorprendente di quella or ora intesa. Ma quando [28] ve l’avrò raccontata, mi promettete voi il secondo terzo della grazia di questo mercante?
- Sì, - rispose il Genio - purché la tua storia sorpassi in novità quella della cerva.
STORIA DEL SECONDO VECCHIO
E DE’ DUE CANI
- Gran principe dei Genii noi siamo tre fratelli, questi due cani, ed io. Nostro padre lasciò morendo a ciascuno di noi mille zecchini. Con questa somma abbracciammo tutti e tre la stessa professione, e ci facemmo mercanti. Poco tempo dopo aver aperto bottega, mio fratello maggiore, uno di questi due cani, risolvette di viaggiare e di andar negoziando in paese straniero. Partì e rimase assente un anno. Al termine di questo tempo un povero, che mi parve cercar l’elemosina presentossi alla mia bottega, io gli dissi:
- Dio vi assista!
- E Dio vi assista ancor voi - egli mi rispose - è dunque possibile che non mi riconosciate più?
Allora fissandolo con attenzione lo riconobbi.
- Ah! mio fratello - esclamai abbracciandolo - come avrei potuto riconoscervi in questo stato?
Lo feci entrare in casa, gli domandai contezza de’ suoi successi nel viaggio.
- Non mi fate questa domanda - mi disse - mirandomi vedete tutto.
Esaminai i miei registri di compra e vendita, e trovando che aveva raddoppiato il mio capitale, cioè che io era ricco di duemila zecchini, gliene donai la metà. «Con questo, fratel mio, gli dissi, potrete dimenticare la perdita fatta.» Egli accettò i mille zecchini con gioia, ristabilì i suoi affari, e vivemmo insieme, come eravamo vissuti prima.
Qualche tempo dopo, il mio secondo fratello, ch’è l’altro di questi due cani, partì egli pure ritornando dopo aver sciupato quanto possedeva. Lo feci rivestire, e come aveva cresciuto il mio capitale di altri mille zecchini, glieli donai. Rimise bottega, e continuò ad esercitare la sua professione.
Un giorno i miei due fratelli vennero a propormi di fare un viaggio e di andare a trafficare con essi. Rigettai da principio il loro progetto. Ma essi ritornarono tante volte ad importunarmi, che dopo avere per cinque anni resistito costantemente alle loro sollecitazioni, alfine mi vi arresi...
Quando bisognò fare i preparativi del viaggio e [29] comperare le mercanzie di cui avevamo bisogno, si trovò ch’essi avevano mangiato tutto. Io non mossi loro il minimo rimprovero: e come il mio capitale era di seimila zecchini, ne divisi con essi la metà, dicendo loro:
- Fratelli, bisogna rischiare questi tremila zecchini e nascondere gli altri in qualche luogo sicuro.
Io diedi nuovamente mille zecchini a ciascuno di loro, ne tenni per me altrettanti, e nascosi le altre migliaia in un angolo della mia casa. Comprammo delle mercanzie del paese per trasportarle e negoziarle nel nostro. Mentre eravamo pronti ad imbarcarci per il ritorno, incontrai sul lido del mare una donna meschinamente vestita. Essa mi si avvicinò, mi baciò la mano e mi pregò di torla per moglie e d’imbarcarla con me.
Io mi lasciai vincere. Le feci fare degli abiti convenevoli, e dopo averla sposata l’imbarcai con me e sciogliemmo le vele.
Durante la nostra navigazione, trovai sì belle qualità nella donna che aveva presa, ch’io l’amava ogni giorno di più.
Intanto i miei fratelli, che non avevano fatti i loro affari così bene come me, ed erano gelosi della mia prosperità, mi portavano invidia.
Il loro furore giunse fino a farli cospirare contro la mia vita.
Una notte, nel tempo che la mia sposa ed io dormivamo, ci gettarono nel mare.
Mia moglie era Fata, e per conseguenza Genio: dunque ella non si annegò. Per me è certo che senza il suo soccorso sarei morto: non appena caddi nell’acqua essa mi rilevò, e trasportommi in un’isola.
Quando fu giorno la Fata mi disse:
- Vedete, marito mio, che salvandovi la vita, non vi ho mal compensato del bene che mi avete fatto. Sappiate che io son Fata. Voi m’avete trattata generosamente, ed io son lieta di aver trovata l’occasione di mostrarvi la mia riconoscenza. Ma sono tanto irritata contro i vostri fratelli, che non sarò mai soddisfatta se non avrò tolto loro la vita.
Io ascoltai con ammirazione il discorso della Fata, e la ringraziai della generosità che mi aveva usata.
- Signora - le dissi - per ciò che riguarda i miei fratelli vi prego di perdonarli. Pensate che sono miei fratelli, e che bisogna render bene per male.
Con queste parole acquietai la Fata: e quando le [30] ebbi pronunziate, essa mi trasportò in un istante dall’Isola dove eravamo, sul tetto della mia casa, che era a terrazzo, e un momento dopo disparve.
Io scesi, aprii le porte, e dissotterrai i tremila zecchini che aveva nascosti. Quindi andato alla piazza ove era la mia bottega l’aprii, e ricevetti da’ mercanti miei vicini molti complimenti sul mio ritorno.
Quando vi entrai vidi questi due cani neri che vennero ad incontrarmi con aria sommessa. Io non sapeva che significasse tutto ciò. Ma la Fata che subito mi apparve, me lo spiegò.
- Sposo - mi disse - non siate sorpreso di veder questi due cani presso di voi; essi sono i vostri due fratelli.
Io fremetti a queste parole, e le domandai per qual potenza si trovavano in quello stato.
- Son io che li ho cangiati, o per dir meglio fu una delle mie sorelle, alle quali ne diedi la commissione, e che nello stesso tempo ha calato a fondo il loro vascello. Voi perdeste le mercanzie che vi avevate, ma io vi compenserò altrimenti. Riguardo ai vostri fratelli io li ho condannati a star dieci anni sotto questa forma.
Finalmente, dopo avermi insegnato ove potrei avere sue notizie, disparve.
- Adesso che i dieci anni sono compiuti io sono in cammino per andarla a cercare: e come passando di qui ho incontrato il mercante ed il buon vecchio che conduceva la cerva, mi sono arrestato con essi.
Ecco la mia storia, o principe dei Genii: non vi sembra delle più straordinarie?
- Ne convengo - rispose il Genio - e rimetto perciò al mercante il secondo terzo del delitto di cui si è reso colpevole verso di me.
Tosto che il secondo vecchio ebbe terminata la sua storia, il terzo prese la parola, e fece al Genio la stessa domanda de’ due primi: cioè a dire di rimettere al mercante l’altro terzo del suo delitto, allorquando l’istoria che aveva da raccontargli sorpassasse in avvenimenti singolari, le due che avea intese.
[31]
STORIA DEL TERZO VECCHIO
E DELLA PRINCIPESSA SCIRINA
Io sono figliuolo unico d’un ricco mercante di Surate. Poco tempo dopo la sua morte, dissipai la miglior parte dei molti beni ch’egli mi aveva lasciati, e terminava di consumarne il resto cogli amici, allorché trovossi per caso alla mia mensa un forastiero che passava per Surate, per andare all’isola di Serendib. La conversazione cadde sui viaggi. Se si potesse - soggiunsi sorridendo - andare da un capo all’altro della terra senza fare cattivi incontri per istrada, domani ancora io uscirei di Surate.
A queste parole lo straniero mi disse:
- Malek, se avete voglia di viaggiare, v’insegnerò, quando vogliate, un modo di andare impunemente di regno in regno.
Dopo il pranzo, mi prese in disparte per dirmi che l’indomani mattina si recherebbe da me.
Venuto infatti a ritrovarmi, mi disse:
- Voglio mantenervi la parola: mandate da un vostro schiavo a chiamare un falegname, e fate sì che tornino ambedue carichi di tavole.
Giunti che furono il falegname e lo schiavo, lo straniero disse al primo di fare una cassa lunga sei piedi e larga quattro. Il forestiere, dal canto suo non stette in ozio, fece parecchi pezzi della macchina, come viti e molle, lavorando ambedue tutto il giorno; dopo di che il falegname fu licenziato, e lo straniero passò il giorno seguente a distribuire le molle ed a perfezionare il lavoro.
Finalmente il terzo giorno trovandosi terminata la cassa, fu coperta con un tappeto di Persia, e portata in campagna, dove recatomi col forestiero questi mi disse:
- Rimandate i vostri schiavi e restiamo qui soli.
Ordinai a’ miei schiavi di tornare a casa, e solo restai con quello straniero. Mi affannava per sapere cosa farebbe di quella macchina, allorché vi entrò dentro, e in pari tempo la cassa si alzò da terra volando per l’aria con incredibile celerità; e sicché in un momento fu lungi da me, per poi un istante dopo tornare a discendere a’ miei piedi.
- Voi vedete, - mi disse il forastiero uscendo dalla macchina - una vettura assai comoda; vi faccio [32] dono di questa cassa; ve ne servirete se vi pigli la voglia, quando che sia, di percorrere i paesi stranieri.
Ringraziai lo straniero e gli diedi una borsa di zecchini.
- Insegnatemi - gli domandai poi - come si fa a mettere in moto la cassa?
- È cosa che imparerete presto, - mi rispose.
Così detto mi fece entrare nella macchina con lui, poi toccata una vite fummo tosto sollevati in aria: allora mostrandomi in che modo si avesse a condursi per dirigersi sicuramente:
- Girando questa vite - mi diceva - andrete a destra, e girando quest’altra, andrete a sinistra: torcendo questa molla, salirete; toccando quella là, discenderete.
Volli farne il saggio io medesimo. Girai le viti, e toccai le molle; ed infatti la cassa, obbediente alla mia mano, andava secondo che mi piaceva e mi precitava a mio piacere o rallentava il movimento. Fatte alquante giravolte per l’aria, spiccammo il volo verso casa, e andammo a scendere nel mio giardino. Fummo a casa prima de’ miei schiavi; feci chiuder la cassa nel mio appartamento, ed il forestiere se ne andò. Continuai a divertirmi co’ miei amici sino a tanto che ebbi terminato di mangiare il mio patrimonio; incominciai anche a prendere in prestito, sì che insensibilmente mi trovai carico di debiti. Vedendomi vicino a soffrire dispiaceri ed affronti, ricorsi alla mia cassa; la trascinai di notte tempo dal mio appartamento in una corte, mi vi chiusi dentro con dei viveri ed il poco denaro che mi rimaneva. Toccai la molla che faceva ascendere la macchina: poi girando una vite, mi allontanai da Surate e da’ miei creditori. Feci, durante la notte, andare la cassa più velocemente possibile. Allo spuntar del giorno, guardai per un buco, ma non vidi che montagne, che precipizi, e una campagna arida.
Continuai a percorrere l’aria tutto il giorno e l’indomani mi trovai sopra un bosco foltissimo, presso al quale era un’assai bella città. Mi fermai per considerare la città, non meno che un palazzo magnifico che presentavasi a’ miei occhi, quando vidi un contadino nella campagna che lavorava la terra. Discesi nel bosco, e lasciatavi la cassa, mi avanzai verso l’agricoltore, al quale domandai come si chiamasse quella città.
- Giovane - quegli mi rispose - si vede bene che siete forestiero poiché non sapete che questa città si [33] chiama Gazna. Quivi fa il suo soggiorno il buono e valoroso re Bahaman.
- E chi alberga - gli chiesi - in quel palazzo?
- Il re di Gazna - rispose l’ha fatto fabbricar per tenervi rinchiusa la principessa Scirina sua figliuola, dal suo oroscopo minacciata d’esser ingannata da un uomo.
Ringraziai il contadino di avermi istruito di tutte queste cose, e volsi i passi verso la città. Com’era presso ad entrarvi, udii un gran rumore, e presto io vidi comparire parecchi cavalieri magnificamente vestiti, tutti montati sopra bellissimi cavalli, riccamente bardati. In mezzo a quella superba cavalcata eravi un uomo grande che teneva in testa una corona d’oro, i cui abiti erano sparsi di diamanti; giudicai che fosse il re di Gazna e seppi infatti nella città che non mi ero ingannato.
Fatto il giro della città, mi risovvenni della mia cassa; uscito da Gazna, non acquietai l’animo sin che non fui giunto dove si trovava.
Allora ripigliai la mia tranquillità; mangiai con molto appetito quel che mi restava di provvigioni e siccome capitò presto a notte, determinai di passarla in quel bosco. Non mi riuscì di addormentarmi: ciò che il contadino mi aveva narrato della principessa Scirina mi stava senza posa fitto nel pensiero.
A forza di pensare a Scirina, che io mi dipingeva più bella di quante mai donne avessi vedute, mi venne voglia di tentare la fortuna.
- Bisogna - dissi tra me - che mi trasporti sul tetto del palazzo della Principessa, e procuri d’introdurmi nel suo appartamento; chi sa che non abbia la ventura di piacerle?
Formai dunque la temeraria risoluzione e la posi sul momento ad effetto. Sollevatomi in aria, condussi la mia cassa verso il palazzo. Passai senza essere scorto sopra la testa dei soldati, e discesi sul tetto. Uscito dalla cassa, sdrucciolai dentro per una finestra, entrando in appartamento adorno di ricche suppellettili, dove sopra un sofà di broccato riposava la principessa Scirina, che mi parve di abbagliante bellezza.
Me le accostai per contemplarla: mi posi poi ginocchioni a lei dinanzi, baciandole una di quelle bellissime mani.
Destossi sul momento, e scorgendo un uomo in [34] atteggiamento d’intimorirla, diè un grido che presto attrasse presso di lei l’aia, la quale dormiva in una stanza vicina.
- Mahpeiker - le disse la Principessa - accorrete in mio aiuto; ecco un uomo; come poté egli introdursi nel mio appartamento? O piuttosto, non siete voi complice del suo misfatto?
- Chi, io? - ripigliò la governante - Ah! questo sospetto mi oltraggia: non istupisco meno di voi di vedere qui questo giovane temerario; d’altra parte, quando pure avessi voluto favorire la sua audacia, come avrei potuto ingannare la Guardia vigilante che sta intorno al castello? Sapete che vi sono venti porte di acciaio da aprire prima di giunger qui; che sopra ogni serratura sta impresso il regio sigillo, e che il re vostro padre ne tiene le chiavi: non comprendo in qual maniera questo giovane abbia superate tante difficoltà.
Intanto che l’aia parlava in tal guisa, io pensava a quello che avessi a dire. Mi venne in mente di persuaderla d’essere il profeta Maometto.
- Bella Principessa - dissi dunque a Scirina - non istupite, e neppure voi, Mahpeiker, se mi vedete comparire qui. Io sono il profeta Maometto, e non ho potuto, senza pietà vedervi condannata a passare i bei giorni vostri in un carcere, e vengo a darvi la mia fede per mettervi al sicuro della predizione di cui si spaventa Bahaman vostro padre. Mettete ormai, come lui, lo spirito in calma sul vostro destino ch’essere non saprebbe se non pieno di gloria e di felicità, poiché sarete sposa a Maometto. Tosto che sia sparsa nel mondo la nuova del vostro maritaggio, tutti i Re temeranno il suocero del gran Profeta, e tutte le principesse v’invidieranno sì gran sorte.
Mahpeiker e la principessa prestarono fede alla mia favola.
Passata la miglior parte della notte colla principessa di Gazna, uscii prima di giorno dal suo appartamento, non senza prometterle di tornare l’indomani. Corsi al più presto alla macchina, e postomici dentro, mi sollevai altissimo per non esser veduto dai soldati.
Andato a discendere nel bosco, vi lasciai la cassa e presi la via della città, ove comprai delle vettovaglie per otto giorni, degli abiti magnifici, un bel turbante di tela delle Indie a righe d’oro, con una ricca cintura; né dimenticai le essenze ed i profumi migliori, impiegando in queste spese tutto il mio denaro.
[35] Rimasi tutto il giorno nel bosco ad abbigliarmi e profumarmi. Appena giunta la notte, entrai nella cassa e volai sul tetto del palazzo di Scirina, introducendomi nel suo appartamento come la notte precedente. La Principessa dimostrò come mi attendesse con molta impazienza.
- O gran Profeta! - mi disse - incominciava ad inquietarmi, e temeva che aveste già dimenticata la vostra sposa. Ma ditemi, perché avete l’aspetto così giovanile? Io m’immaginava che il profeta Maometto fosse un vegliardo venerabile.
- Né v’ingannate - le dissi - ed è l’idea che aver si deve di me; e se vi comparissi dinanzi qual apparisco talvolta ai fedeli a’ quali mi compiaccio di fare un simile onore, mi vedreste una lunga barba bianca: ma mi è parso che voi amereste una figura meno antica, e per questo presi la forma d’un giovane.
Uscii nuovamente dal Castello sulla fine della notte, e vi tornai l’indomani sempre conducendomi così destramente, che Scirina e Mahpeiker non sospettarono nemmeno che vi potesse essere nel fatto nessun inganno.
Al termine di alcuni giorni, il re di Gazna recossi, seguito da’ suoi ufficiali, al Palazzo della Principessa sua figliuola, e trovandone le porte ben chiuse, ed il suo sigillo sulle serrature, disse a’ suoi Visir che lo accompagnavano:
- Tutto cammina per il meglio. Sinché le porte del palazzo rimarranno in questa condizione, poco temo la disgrazia ond’è minacciata mia figlia.
Salì solo all’appartamento di Scirina, che, al vederlo, non poté non turbarsi, ed egli avvistosene, volle saperne la cagione; curiosità che accrebbe il turbamento della principessa, la quale vedendosi finalmente obbligata, ad appagarlo, gli narrò tutto quanto era corso. Si può immaginarsi qual fu lo stupore del re Bahaman, allorché seppe di essere, all’insaputa sua, suocero di Maometto.
- Ah! quale assurdità - esclamò egli - ah figlia, quanto siete credula! O cielo! ben veggo presentemente come sia inutile voler evitare le disgrazie che tu ci riservi; l’oroscopo di Scirina è compiuto, un traditore l’ha sedotta!
Così dicendo, uscì agitatissimo dall’appartamento della Principessa, e visitò da cima a fondo tutto il palazzo. Ma ebbe un bel cercare per ogni dove; che non iscoprì traccia veruna del seduttore.
[36] Per dove - chiedeva egli - può essere entrato l’audace in questo castello? Davvero ch’io nol so comprendere.
Bahaman, attendendo la notte, si diede nel frattempo a fare nuove interrogazioni alla Principessa, domandandole prima di tutto se avesse mangiato con lei.
- No, o signore - gli disse la figliuola - indarno gli ho offerto vivande e liquori; non ne ha voluto, e dacché viene qui, non l’ho veduto mai prender cibo di sorta.
Frattanto capitò la notte. Sedutosi Bahaman sur un sofà, fece accendere i lumi che furongli posti davanti sopra una tavola di marmo, mentre egli sguainò la spada, per servirsene al caso, lavando nel sangue l’affronto fatto all’onor suo. Un lampo che ferì gli occhi del Re lo fece rimbalzare, onde si avvicinò alla finestra per la quale gli raccontò Scirina ch’io doveva entrare e vedendo il cielo tutto di fuoco, gli si turbò l’immaginazione. Nella disposizione in cui trovavasi l’animo del Re, io poteva presentarmi impunemente dinanzi a quel principe, ed anzi, lungi dal dimostrarsi furibondo allorché io apparvi alla finestra, si trovò tutto compreso da rispetto e timore; per modo che, lasciatasi cader di mano la sciabola e, cadendomi a’ piedi, me li baciò, e mi disse:
- O gran Profeta! Chi sono e che ho io meritato per meritar l’onore d’esservi suocero?
- O gran re - gli dissi rialzandolo - voi tra tutti i principi musulmani siete il più attaccato alla mia religione: per conseguenza chi più dev’essermi gradito! Era scritto sulla tavola fatale che vostra figlia sarebbe sedotta da un uomo, il che i vostri indovini hanno benissimo scoperto mediante i lumi dell’astrologia: ma io pregai l’altissimo Allah di risparmiarvene il dispiacere mortale, e togliere simile disgrazia alla predestinazione degli uomini; il che egli si compiacque di fare per amor mio, a condizione che Scirina diventasse una delle mie mogli.
Credette il debole Principe tutto ciò che gli dissi, e beato d’imparentarsi col gran Profeta mi si gettò una seconda volta ai piedi, per attestarmi il sentimento che aveva della mia bontà. Lo rialzai di nuovo, lo abbracciai, e lo assicurai della mia protezione, intanto ch’egli non sapeva trovar termini a suo grado abbastanza forti per ringraziarmene. Dopo di che, credendo che fosse creanza il lasciarmi solo con sua figlia, si ritirò in altra stanza.
[37] Rimasi con Scirina alquante ore: ma al finir della notte, me ne tornai al bosco.
Nel medesimo giorno avvenne un incidente che terminò di raffermare il Re nell’opinione sua. Mentre egli tornava col suo seguito alla città li sorprese nella pianura un temporale, durante il quale mille lampi gli coprirono gli occhi.
Accadde per caso che il cavallo di un cortigiano, incredulo a ciò che riguardava il preteso Profeta, adombrasse; s’impennò e gettò per terra il padrone che si ruppe una gamba.
- O miserabile! - esclamò il Re, vedendo cadere il cortigiano - ecco il frutto della ostinazione nel non volermi credere che il Profeta ti punisce.
Portarono il ferito a casa sua, e non fu Bahaman sì tosto nel suo palazzo che fece pubblicare un bando per Gazna, col quale diceva esser suo volere che tutti gli abitanti celebrassero con grandi feste il matrimonio di Scirina, con Maometto.
Si fecero pubbliche allegrezze, ed udivasi da per tutto gridare:
- Viva Bahaman suocero del Profeta!
Tosto capitata la notte, volai al bosco, e presto fui dalla Principessa.
- Bella Scirina - le dissi entrando nel suo appartamento - voi non sapete ciò che oggi è accaduto nella spianata. Un cortigiano il quale dubitava che voi aveste sposato Maometto, espiò il suo dubbio; suscitai una tempesta della quale il suo cavallo si spaventò; ed il cortigiano caduto, si spezzò una gamba.
Passato quindi alcune ore colla Principessa, me ne partii.
Il giorno dopo il Re riunì i suoi Visir e i suoi cortigiani:
- Andiamo tutti insieme - disse loro - a chieder perdono a Maometto pel disgraziato che negò di credermi, ed ebbe il gastigo della sua incredulità.
In pari tempo, montati a cavallo, recaronsi al Palazzo della Principessa, ed egli, seguito da’ suoi, salì all’appartamento di sua figlia, a cui disse:
- Scirina, veniamo a pregarvi d’intercedere presso il Profeta per un uomo che si è attirato il suo sdegno.
- So cosa è, o signore, - gli rispose la Principessa - Maometto me ne ha parlato.
Tutti i ministri e gli altri rimasero convinti che quella era moglie del Profeta, e prosternandosi a lei dinanzi, umilmente la supplicarono a pregarmi in [38] favore del cortigiano ferito: il che essa loro promise.
Nel frattempo mangiai tutto ciò che aveva di vettovaglie, e siccome non mi restava più denaro, così il Profeta Maometto incominciava a non saper più dove batter la testa. Immaginai allora un espediente: - Principessa - dissi una notte a Scirina - abbiamo dimenticato di osservare nel nostro matrimonio una formalità: Voi non mi deste dote, e questa ommissione mi fa pena. Basterà che mi diate alcuno dei vostri gioielli, sola dote ch’io vi domandi.
Scirina voleva caricarmi di tutte le sue gemme, ma io mi contentai di prendere due grossi diamanti, che il giorno appresso vendetti a un gioielliere.
Era già quasi un mese che passando pel Profeta menava una vita piacevolissima, allorché capitò nella città di Gazna un Ambasciatore che veniva da parte di un Re vicino a chiedere Scirina in matrimonio.
- Mi duole - rispose Bahaman - di non poter accordare al re vostro signore mia figlia, avendola data in isposa al Profeta Maometto!
L’Ambasciatore, da tale risposta del Re, argomentò che fosse divenuto pazzo.
Prese congedo, e ritornò al suo Signore, che alla prima credette che quello avesse perduto il senno; poi imputando il rifiuto a disprezzo, fu punto, e chiamate alquante truppe, formò un grosso esercito, col quale entrò nel regno di Gazna.
Questo Re chiamavasi Cacem, ed era più forte di Bahaman; il quale dall’altra parte si preparò così lentamente a ricevere il nemico, che non gli poté impedire di fare grandi progressi.
Intanto il Re di Gazna, informato del numero e del valore dei soldati di Cacem, incominciò a tremare, e radunato il suo consiglio, il cortigiano fattosi male cadendo da cavallo, parlò in questi termini:
- Io stupisco che il Re dimostri in questa occasione tanta inquietudine. Qual danno, tutti i Principi del mondo insieme uniti, possono mai cagionare al suocero di Maometto?
- Avete ragione; al gran Profeta appunto io devo rivolgermi. Ciò detto andò a trovare Scirina, a cui disse:
- Figlia, appena domani spunterà la luce del giorno, Cacem ci deve assalire, e temo non isforzi i nostri trinceramenti; vengo dunque a pregar Maometto di volerci aiutare.
- Signore - rispose la principessa - non sarà [39] troppo difficile interessare alle nostre parti il Profeta: egli disperderà ben presto le truppe nemiche, ed a spese di Cacem impareranno a rispettarvi tutti i Re del mondo!
- Intanto - riprese il Re - la notte si avanza, ed il Profeta non comparisce: ci avrebbe egli abbandonati?
- No, padre mio - ripigliò Scirina - non crediate che egli ci possa mancare nel bisogno. Ei vede dal cielo, dov’è l’esercito che ci assedia, e forse sta già mettendovi il disordine ed il terrore.
Era infatti ciò che Maometto aveva voglia di fare.
Osservate, nel corso del giorno, di lontano, le schiere di Cacem, ne avevo notata la disposizione, e preso sopratutto di mira il quartiere del Re. Raccolti quindi molti ciottoli grandi e piccoli, ne riempii la cassa, e sollevandomi verso mezzanotte nell’aria, m’inoltrai verso le tende di Cacem, tra le quali distinsi quella in cui il Re riposava.
Tutti i soldati che trovavansi attorno alla tenda dormivano il che mi concesse di scendere, senza che alcuno mi scorgesse, sino ad una finestra, d’onde vidi il Re coricato sur un sofà.
Uscii mezzo dalla mia cassa, e scagliando a Cacem un gran sasso, lo colpii in fronte ferendolo gravemente.
Egli sentendosi colpire mandò un alto strido, che subito destò le guardie e gli ufficiali, i quali accorsi dal Principe, lo trovarono coperto di sangue e quasi senza sentimenti.
Intanto io mi sollevai sino alle nubi, lasciando cadere una grandine di pietre sulla tenda reale e nelle vicinanze.
Allora il terrore s’impadronì dell’esercito; i nemici di Bahaman, colti da terrore, si diedero alla fuga con tal furia, che abbandonarono equipaggi, tende, e ogni cosa gridando:
- Siam perduti! Maometto ci stermina tutti quanti.
Il Re di Gazna restò assai sorpreso allo spuntar del giorno, quando si avvide che il nemico si ritirava. Si diede dunque a perseguitarlo co’ suoi migliori soldati, e fatta strage dei fuggitivi, raggiunse Cacem, la cui ferita gl’impediva di correre prestissimo.
- Perché - si fece a dirgli - sei venuto contro ogni ragione e diritto ne’ miei stati? Quale motivo ti ho dato di farmi guerra?
- Bahaman - gli rispose il Re vinto - io mi [40] immaginava che tu mi avessi negata la figlia per dispetto, e io ho voluto vendicarmi! Non potevo credere che il Profeta ti fosse genero: ma ora però non ne dubito, perché egli solo fu quello che mi ferì.
Bahaman cessò di perseguitare i nemici, e tornò a Gazna, con Cacem, il quale morì della sua ferita.
In tutte le moschee si fecero preghiere per ringraziare il cielo di aver confusi i nemici dello Stato, e quando fu notte, il Re si recò al palazzo della Principessa.
- Figlia - le disse - vengo a render grazie al Profeta di quanto gli debbo.
Presto ebbe il contento che bramava, ché subito entrai per la solita finestra nell’appartamento di Scirina.
Gettandosi subitamente a’ miei piedi, il Re baciò la terra dicendo:
- O gran profeta! non vi sono termini, per esprimervi tutto ciò che provo.
Sollevai Bahaman e lo baciai in fronte dicendogli:
- Principe, voi poteste pensare che io vi negassi l’aiuto mio nell’impaccio nel quale per mio amore voi vi trovate: ho punito l’orgoglioso Cacem, che voleva rendersi padrone de’ vostri Stati, e rapire Scirina, per metterla tra le schiave del suo Serraglio.
Nuovamente assicurato il Re di Gazna che io prendeva sotto la mia protezione il suo regno se n’andò per lasciarmi Scirina in libertà.
La qual Principessa non meno sensibile del Re suo padre all’importante servigio da me reso allo Stato, me ne dimostrò non minore riconoscenza, facendomi mille carezze. Poco mancò che quella volta non dimenticassi le mie parti: già stava per apparire il giorno allorché tornai alla mia cassa.
Due giorni dopo, sepolto Cacem, il Re di Gazna, ordinò che si facessero per la città grandi allegrezze, tanto per la disfatta delle truppe nemiche quanto per celebrare solennemente il matrimonio della principessa Scirina con Maometto.
M’immaginai di dover segnare con qualche prodigio la festa che si facea in onor mio, e a tale effetto, comprata della pece, con dei semi di cotone ed un piccolo acciarino, passai la giornata nel bosco a preparare un fuoco d’artificio, bagnando il seme di cotone nella pece, e la notte, mentre il popolo divertivasi nelle strade, mi trasferii sopra la città, inalzatomi più alto che mi fosse possibile, accesi la pece, che colla grana [41] fece un bellissimo effetto: poi ritornai nel mio bosco.
Fatto dopo poco giorno, andai alla città per avere il piacere di udir cosa si direbbe di me. Mille discorsi stravaganti si facevano dal popolo sul tratto ch’io gli aveva giuocato. Tutti quei discorsi mi divertirono infinitamente: ma ohimè! mentre mi prendeva quel piacere la mia cassa, la mia cara cassa, l’istrumento de’ miei prodigii, vidi che ardeva nel bosco!
Probabilmente durante la mia assenza s’appiccò alla macchina una scintilla, della quale non mi era avveduto, la consumò, sì che al ritorno la trovai tutta in cenere. Eccheggiò il bosco delle mie grida e de’ miei lamenti e invano mi strappava i capelli e mi lacerava le vesti....
Intanto il male era senza rimedio; bisognava prendere una risoluzione, né me ne restava che una sola: quella cioè di andare a cercar fortuna altrove. Così il Profeta Maometto, si allontanò dalla città di Gazna.
Incontrai tre giorni dopo una grossa carovana di mercanti del Cairo che tornavano in patria; mi mischiai con essi, e recatomi al gran Cairo, mi posi a esercitare la mercatura. Girai molti paesi e visitai non poche città, sempre ricordandomi del mio felice passato. Finalmente invecchiato, capitai fin qua, imbattendomi nell’infelice a cui tu, o gran principe de’ Genii, volevi toglier la vita.
Il Genio, non appena n’ebbe udito la fine, accordò l’ultimo terzo della grazia del mercante, e poscia disparve.
Il mercante non mancò di rendere a’ suoi tre liberatori le grazie che loro doveva, e se ne tornò presso la sua sposa e i suoi figli, e passò tranquillamente con loro il resto de’ suoi giorni.
STORIA D’UN PESCATORE
Una volta eravi un pescatore vecchissimo, e sì povero, che appena guadagnava di che mantenere la sposa e i tre figli. Egli tutti i giorni andava alla pesca nel fiume, e un giorno mentre ritirava le reti alla riva intese qualche resistenza; pensò che doveva esservi del pesce, le tirò con gran pena. Pur pesce non ve n’era: ma vi trovò un vaso di rame giallo, e osservò che era chiuso e suggellato col piombo, avente l’impronta d’un sigillo.
[42] - Io lo venderò al fonditore, - dicea - e dal denaro che ne ricaverò comprerò una misura di biada. Prese il suo coltello, e con qualche pena l’aprì. Lo inclinò subito verso terra: ma non ne uscì nulla. Lo mise davanti a sé e mentre lo considerava attentamente, ne uscì un fumo densissimo che si elevò fino alle nubi, e stendendosi sul mare e sulla ripa, formò un grosso nuvolone.
Allorché il fumo fu tutto fuori dal vaso, si riunì e divenne un corpo solido, da cui si formò un Genio due volte alto, quanto il più grande di tutti i giganti.
- Salomone! - gridò subito il Genio - Salomone! Grande profeta di Dio, perdono! perdono! io non mi opporrò giammai alla vostra volontà, io obbedirò a tutti i vostri comandi...
Il pescatore non appena intese le parole del Genio, si assicurò e gli disse:
- Spirito superbo, che dite! Son più di diciotto secoli che Salomone, il profeta di Dio è morto; narratemi la vostra istoria e ditemi perché vi siete rinchiuso in questo vaso?
A tal discorso il Genio, guardando il pescatore con aria fiera, gli rispose:
- Parlami più civilmente prima che t’uccida!
- E perché mi dovreste uccidere? in che vi ho offeso? - disse il pescatore - così volete ricompensarmi del bene che vi ho fatto?
- Io non posso trattarti altrimenti - disse il Genio; - e acciocché tu ne sia persuaso, ascolta la mia istoria.
Io sono uno di quegli spiriti ribelli che si opposero alla volontà di Dio. Tutti gli altri Genii riconobbero il gran Salomone per profeta di Dio, e si sottoposero a lui. Sacar, ed io, fummo i soli che non volemmo commettere simile bassezza. Per punirmi ei mi chiuse in questo vaso di rame, e per esser certo che io non forzassi la mia prigione, impresse egli stesso sul coperchio di piombo il suo sigillo ov’è inciso il gran nome di Dio. Fatto ciò, diede il vaso ad un Genio coll’ordine di gettarmi in mare.
Durante il primo secolo della mia prigionia giurai che se qualcuno mi liberava, l’avrei fatto ricco anche dopo la sua morte. Nel secondo secolo giurai di aprire tutti i tesori della terra a chiunque mi mettesse in libertà. Nel terzo promisi di far potente monarca il mio liberatore di stargli sempre vicino, ed accordargli ogni giorno tre domande di qualunque natura si [43] fossero. Infine disperato, giurai di uccidere senza pietà chiunque mi liberasse in seguito, non accordandogli altra grazia che la scelta della morte. Ordunque, poiché tu oggi mi hai liberato, scegli come vuoi ch’io ti uccida?
- Sono assai infelice - esclamò il pescatore - di esser venuto in questo luogo a render un tanto favore ad un ingrato. Considerate, di grazia, la vostra ingiustizia, e rivocate un giuramento sì poco ragionevole.
- No, la tua morte è certa - disse il Genio - scegli solo la maniera che più ti aggrada. - La necessità aguzza l’ingegno. Il pescatore immaginò uno stratagemma.
- Giacché non posso evitare la morte - disse al Genio - io mi sottometto alla volontà di Dio. Ma prima ch’io scelga un genere di morte, vi scongiuro pel gran nome di Dio, che era impresso sul sigillo del profeta Salomone figliuolo di David, di dirmi la verità sopra una domanda che voglio farvi.
- Domandami quello che vuoi, e affrettati...
- Io vorrei sapere se effettivamente eravate in questo vaso; osereste voi giurarlo nel gran nome di Dio?
- Sì - rispose il Genio - giuro che io vi ero.
- In buona fede - rispose il pescatore - io non posso credervi. Questo vaso non potrebbe neanche contenere uno dei vostri piedi; come può esser mai che il vostro corpo vi sia stato chiuso intero?
- Eppure io ti giuro, ch’io vi era come tu mi vedi. E non mi credi tu, dopo il giuramento che ti ho fatto?
- No - disse il pescatore - e non vi crederò affatto, salvo che non me lo facciate vedere.
Allora avvenne una dissoluzione del corpo del Genio, il quale mutandosi in fumo, si stese sul mare e sulla riva, e poi, raccogliendosi, cominciò a rientrare nel vaso e continuò con una lenta ed uguale successione, finché non restò più nulla al di fuori.
Tosto ne uscì una voce che disse:
- Ebbene, incredulo pescatore, eccomi nel vaso; mi credi tu ora?
Il pescatore invece di rispondere al Genio, ghermì il coperchio di piombo e avendo chiuso prontamente il vaso:
- Genio - gli gridò - domandami grazia a tua volta, e scegli di qual morte vuoi ch’io ti faccia morire? [44] Ma no, è meglio che io ti getti nuovamente in mare, nel medesimo luogo d’onde t’ho tratto.
A queste parole il Genio irritato fece tutti gli sforzi per uscire dal vaso, ma non gli fu possibile, perché la impronta del sigillo del profeta Salomone figlio di David ne lo impediva.
Così vedendo qualmente il pescatore aveva allora il vantaggio sopra di lui, prese il partito di dissimulare la sua collera, dicendogli:
- O pescatore, guardati bene dal far ciò. Quello che ho fatto io non era che per far celia e tu non hai da pigliare la cosa sul serio!
- O Genio - rispose il pescatore - tu che eri un momento fa il più grande di tutti i Genii, ed ora non sei che il più piccolo, sappi che i tuoi artificiosi discorsi non ti gioveranno a nulla. Tu tornerai nel mare.
Il Genio non risparmiò nulla per tentare di commuovere il pescatore.
- Apri il vaso - gli disse - dammi la libertà, te ne supplico, e ti prometto che sarai contento di me.
- Tu sei un traditore - rispose il pescatore - io meriterei di perdere la vita se avessi l’imprudenza di fidarmi di te. Tu non mancheresti di trattarmi nella stessa guisa che un certo Re greco trattò il medico Douban. È questa un’istoria che voglio raccontarti.
STORIA DEL RE GRECO
E DEL MEDICO DOUBAN
Vi era nel paese di Zuman, nella Persia, un re coperto di lebbra. I suoi medici avevano inutilmente messo in opera tutta la sua scienza per guarirlo, quando un abilissimo dottore chiamato Douban capitò nella di lui Corte.
Questo medico aveva tratto la sua scienza da libri greci, persiani, turchi, conosceva perfettamente le buone e le cattive qualità d’ogni specie di piante e di droghe. Informato della malattia del Re e conosciuto che i medici l’avevano abbandonato, trovò il mezzo di farsi presentare al medesimo.
- Sire - gli disse - se volete farmi l’onore di gradire i miei servigi, m’impegno di guarirvi.
Il Re, ascoltata questa proposizione, rispose:
- Se voi siete tanto abile di far ciò che dite, prometto di arrichir voi e la vostra posterità.
Allora il medico Douban ritirossi in casa sua e [45] fece un maglio incavato al di dentro dalla parte del manico, ove pose la droga, di cui cercava giovarsi. Fatto ciò, preparò anche un globo nel modo che a lui piacque, e con questo apparecchio l’indomani presentossi al Re al quale disse che stimava conveniente che Sua Maestà salisse a cavallo e si trasferisse in piazza per giuocare al maglio.
Il Re fece ciò che diceva, e quando fu nel luogo destinato al giuoco il medico si avvicinò a lui col maglio preparato, e presentandoglielo disse:
- Prendete Sire, esercitatevi con questo maglio e spingete questa palla per la piazza, finché sentirete la mano ed il corpo in sudore. Allora farete ritorno al vostro palazzo, entrerete nel bagno, ove vi farete ben lavare e strofinare, indi vi adagierete nel letto e domani sarete guarito.
Il Sovrano eseguì a puntino quanto aveagli prescritto il dottore, e alzatosi il giorno dopo scoperse con gioia che la sua lebbra era guarita.
Appena vestito entrò nella sala di pubblica udienza salì sul trono e si fece vedere da tutti i suoi cortigiani. Il medico Douban entrò nella sala. Avendolo veduto, il Re lo chiamò, e fattolo sedere al suo lato, lo mostrò all’assemblea, dandogli pubblicamente tutte le lodi che meritava.
L’indomani e i giorni seguenti non lasciò di accarezzarlo; infine questo principe credendo non poter giammai rimeritare abbastanza quel valente medico, spandeva su lui tutti i giorni nuovi beneficii.
Ora questo Re aveva un gran Visir avaro, invidioso, e per natura capace d’ogni sorta di delitti. Con pena vedea i regali ch’erano fatti al medico, e risolvette di farlo cadere dal favore del Re.
- Sire - gli disse - è ben pericoloso per un Sovrano l’aver fiducia di un uomo di cui non ha provato la fedeltà; colmando di beneficii il medico Douban, voi non sapete esser egli un traditore, che si è introdotto in questa Corte per assassinarvi. Io son perfettamente istruito di ciò che ho l’onore di sostenervi; il medico Douban è partito dal fondo della Grecia, e non è venuto a stabilirsi nella vostra Corte, che per eseguire l’orribile disegno di cui vi ho parlato.
- No, no, Visir - interruppe il Re - io son sicuro che quest’uomo, da voi trattato di perfido, è il più virtuoso e il migliore di tutti gli uomini, né vi è persona al mondo ch’io ami quanto lui. Comprendo; la sua virtù eccita la vostra invidia: ma non crediate che [46] io mi lasci prevenir contro di lui ingiustamente: mi ricordo bene di ciò che un Visir disse al Re Sindbab suo padrone per impedire ch’ei facesse morire il principe suo figlio...
- Sire - interruppe colui - io supplico la Vostra Maestà di perdonare il mio ardire se vi domando di sapere ciò che il Visir del re Sindbab disse al suo signore per distornarlo di uccidere suo figlio.
- Questo Visir, dopo avere esposto al Re, che sull’accusa di una matrigna egli dovea temere di commettere un’azione di cui potesse pentirsi, gli raccontò la seguente istoria.
STORIA DEL MARITO E DEL PAPPAGALLO
Un buon uomo aveva una bella moglie da lui amata con tanta passione. Un giorno che affari pressanti l’obbligavano ad allontanarsi da lei, andò in un luogo ove vendevansi degli uccelli e comprò un pappagallo il quale non solo parlava benissimo, ma aveva la virtù di narrare tutto ciò che succedeva in sua presenza. Lo portò a casa in una gabbia e poi partì.
Al suo ritorno non mancò d’interrogare il pappagallo su ciò che era avvenuto durante la sua assenza. L’uccello gli manifestò cose che lo indussero a far dei grandi rimproveri a sua moglie.
Essa credette che alcuna delle schiave l’avesse tradita, ma quelle giurarono tutte di essere state fedeli, e convennero non altro aver potuto fare quei cattivi rapporti se non il pappagallo.
Prevenuta di questa opinione, la donna cercò nella sua mente un mezzo di distruggere i sospetti del marito e vendicarsi in pari tempo del pappagallo. Essendo andato il marito a fare un viaggio, essa comandò ad una schiava di volgere durante la notte sotto la gabbia dell’uccello un mulino a braccio, e un’altra di gittare acqua a mo’ di pioggia sopra la gabbia, ed una terza di prendere uno specchio e di volgerlo a dritta, e a manca, al lume d’una candela, innanzi agli occhi del pappagallo. L’indomani il marito essendo di ritorno fece di nuovo domanda al pappagallo intorno a quello che era avvenuto; e l’uccello gli rispose:
- Mio buon padrone, i lampi, i tuoni e la pioggia mi hanno talmente incomodato ch’io non posso dirvi quanto ho sofferto!
[47] Il marito ben sapendo non aver piovuto quella notte restò persuaso che il pappagallo, non dicendo la verità in ciò, non l’aveva neppur detta in riguardo di sua moglie. Onde per dispetto, trattolo dalla sua gabbia, lo gittò fortemente a terra, e l’uccise.
Quando il Re ebbe terminata la storia del pappagallo, aggiunse:
- E voi, Visir, per l’invidia che avete concepita contro il medico Douban, il quale non vi ha fatto alcun male, volete che io lo faccia morire?
Il pernicioso Visir aveva tanto interesse di perdere il medico Douban, che non si arrestò a quel primo tentativo.
- Sire - replicò - la morte del pappagallo era poco importante e io non credo che il suo padrone lo abbia compianto lungo tempo. Ma, Sire, questa non è una cosa incerta: il medico Douban vi vuole assassinare. Non è l’invidia che mi arma contro di lui, è solo la sollecitudine che ho della conservazione di Vostra Maestà. Se non istate attento la confidenza che in lui avete riposta vi sarà funesta; io so per notizia sicura che costui è uno spione inviato dai nostri nemici per attentare alla vita di Vostra Maestà. Voi dite che egli vi ha guarito? E chi può assicurarvene? Chi sa se questo rimedio non produrrà un effetto pernicioso?
Il Re greco, che aveva di natura sortito poco ingegno, non ebbe abbastanza penetrazione per accorgersi della cattiva intenzione del Visir, né fermezza abbastanza onde persistere nel primo sentimento. Questo discorso lo scosse, e disse:
- Visir, tu hai ragione; egli può essere venuto espressamente per togliermi la vita; bisogna vedere cosa debbo fare in tale occorrenza.
Quando il Visir vide il Re disposto a secondarlo, gli disse:
- Sire, il mezzo più certo e più pronto per assicurare il vostro riposo e mettere in salvo la vostra persona, si è di mandare a chiamar subito il medico Douban, e fargli tagliare la testa appena giunto.
- È vero - disse il Re - così prevengo ogni suo disegno.
E chiamato uno dei suoi uffiziali, gli ordinò di andare per il medico, il quale senza sapere ciò che volesse il Re, corse subito al palazzo.
- Sai tu perché t’ho chiamato a venir qui? - disse il Re.
- No, Sire - egli rispose.
[48] - Io ti ho chiamato per liberarmi di te, togliendoti la vita!
- Sire - disse - qual ragione trova Vostra Maestà per farmi morire? qual delitto ho commesso?
- Ho saputo da fonte sicura - replicò il Re - che tu sei una spia venuto alla mia Corte per togliermi la vita. Colpisci - aggiunse al carnefice ch’era presente - e liberami da un perfido che s’è introdotto da me per assassinarmi.
Il medico ricorse alle preghiere, ed esclamo:
- Ah! Sire, prolungatemi la vita, che Dio prolungherà la vostra; non mi fate morire perché Dio potrebbe trattarvi nello stesso modo!...
Il pescatore a questo punto interruppe il discorso per dirigere la parola al Genio.
- Ebbene, Genio, vedi che quanto successe tra il medico Douban e il Re greco, avviene tra noi.
- Il Re greco - egli continuò - invece di ascoltare la preghiera che gli aveva fatta il medico scongiurandolo in nome di Dio, gli disse:
- No, no, è una necessità assoluta che io ti faccia perire: altrimenti tu potresti togliermi la vita più ingegnosamente che non mi hai guarito.
Il carnefice gli bendò gli occhi, e legatogli le mani, si pose in attitudine per cavare la sciabola.
Il medico in ginocchio, con gli occhi bendati e vicino a ricevere il colpo fatale si diresse per l’ultima volta al Re dicendogli:
- Sire, poiché Vostra Maestà non vuol rivocare la sentenza della mia morte, la supplico almeno di accordarmi la libertà di andarmene in casa per dar gli ordini della mia sepoltura, e l’ultimo addio alla mia famiglia, fare delle elemosine e disporre de’ miei libri. Ne ho uno fra gli altri, che voglio regalare a Vostra Maestà. È un libro preziosissimo e degno di essere accuratamente conservato nel vostro tesoro. Contiene un’infinità di cose curiose, la principale delle quali è, che quando mi sarà tagliata la testa, se vostra Maestà si vorrà dar la pena di aprirlo al sesto foglio, e leggere la terza riga della pagina a mano sinistra, la mia testa risponderà a tutte le domande che vorrete farle.
Il Re curioso di vedere una cosa tanto meravigliosa, differì la morte fino al domani, e lo inviò a casa sotto buona scorta.
Il medico, durante questo tempo, mise in ordine i suoi affari, e siccome si era sparsa la voce che doveva succedere un prodigio inaudito dopo la sua morte, i [49] visir, gli emiri, gli ufficiali della guardia e tutta la Corte andarono nella sala di udienza per essere testimoni.
Tosto si vide apparire il medico Douban, che si avanzò fino ai piedi del real trono con un grosso libro in mano.
Ivi fece portare un bacino, sul quale stese la coperta onde era inviluppato il libro, e presentandolo al Re, disse:
- Piacciavi prendere questo libro, e appena mi sarà tagliata la testa, comandate che la ponga nel bacino sulla coperta del libro; allora aprite il libro, e la mia testa risponderà a tutte le vostre domande. Ma permettete, Sire, ch’io implori la clemenza di Vostra Maestà. In nome di Dio lasciatevi piegare; vi protesto che sono innocente!
- Sono inutili le tue preghiere - rispose il Re.
La testa fu tagliata sì destramente che cadde nel bacino, e appena fu messa sulla coperta il sangue si arrestò. Allora con gran sorpresa del Re e di tutti gli aspettatori, essa aprì gli occhi e disse:
- Sire aprite il libro.
Il Re l’aprì, e vedendo che il primo foglio era attaccato al secondo, per isvolgerlo con più facilità portò il dito alla bocca e l’infuse di saliva. Fece lo stesso fino al sesto foglio, e non vedendo scrittura alla pagina indicata, disse:
- Medico, qui non è scritto nulla.
- Volgete ancora qualche altro foglio, - disse la testa.
Il Re continuò a volgere, portando sempre il dito alla bocca, finché il veleno ond’era imbevuto ogni foglio, producendo il suo effetto, il Principe cadde ai piedi del trono con forti convulsioni...
Quando la testa del medico Douban s’accorse che il veleno produsse il suo effetto, gridò:
- Tiranno! ecco in qual modo si trattano i principi, che abusando della loro autorità fanno morire gl’innocenti!
Tornando pertanto alla storia del pescatore e del Genio, quegli, che teneva sempre le mani sovrapposte al vaso, gli disse:
- Se il Re greco avesse voluto lasciar vivere il medico, Dio avrebbe lasciato viver lui: ma egli rigettò le sue umili preghiere e Dio lo punì. Lo stesso è di [50] te, o Genio; se io avessi potuto ottener da te la grazia domandata, avrei ora pietà del tuo stato, ma poiché ad onta dell’immensa obbligazione che mi avevi persisti a volermi uccidere, io debbo a mia volta non essere pietoso.
- Amico pescatore - rispose il Genio - ti scongiuro un’altra volta di non farmi sì crudele azione; pensa che non è giusto vendicarsi, ed al contrario è lodevole render bene per male. Non mi trattare come Imma trattò altra volta Ateca.
- E che fece Imma ad Ateca? - disse il pescatore.
- Oh! se desideri saperlo, aprimi questo vaso. Credi tu che io voglia far racconti in una prigione sì stretta? Te ne farò quanti vorrai, quando mi avrai tolto di qui. Ti prometto di non farti più male, anzi ti insegnerò il mezzo di divenire potentemente ricco.
La speranza di uscir di povertà disarmò il pescatore.
- Io potrei - egli disse - ascoltarti, se potessi affidarmi alla tua parola. Giurami nel gran nome di Dio, che farai di buona fede quanto dici, ed io ti aprirò il vaso.
Il Genio lo fece, ed il pescatore tolse subito il coperchio del vaso. Il Genio riprese la sua prima forma, e la prima cosa che fece fu di gettare con un colpo di piede il vaso nel mare.
Questa cosa spaventò il pescatore.
- Che vuol dir ciò, Genio? - Non volete serbare il giuramento?
- Il timore del pescatore fece ridere il Genio che gli disse:
- No, pescatore, rassicurati; io ho gettato il vaso per divertirmi a vederti conturbato: e per farti vedere che io ti voglio mantenere la parola, prendi le tue reti e seguimi.
Passarono inanzi la città, e salirono sulla cima di una montagna, donde discesero in una vasta pianura che li menò ad un grande stagno, situato fra quattro colline.
- Quando furono arrivati alla sponda dello stagno il Genio disse al pescatore:
- Getta le reti e prendi del pesce.
Il pescatore non dubitò di prenderne, perché ne vide una gran quantità nello stagno: ma ciò che lo sorprese estremamente, fu l’averne osservati di quattro colori differenti; cioè bianchi, rossi, turchini e gialli. [51] Gettate le reti riuscì a prenderne appunto quattro, ognuno de’ quali di diverso colore.
Il Genio gli disse:
- Porta questi pesci al tuo Sultano. Potrai venire ogni giorno a pescare in questo stagno: ma ti avverto di non gettar le tue reti se non una volta al giorno, altrimenti te ne verrà male; guardati, questo è l’avviso che ti do: se lo segui esattamente, te ne troverai bene.
Dopo queste parole il Genio scomparve.
Il pescatore, preso il cammino della città, se n’andò diffilato al palazzo del Sultano per presentargli i suoi pesci.
Non poca fu la sorpresa del Sultano, quando vide que’ bei Quattro pesci presentatigli dal pescatore. Presili l’un dopo l’altro per considerarli attentamente, dopo averli per più tempo ammirati, disse al suo primo Visir:
- Prendete questi pesci e portateli all’abile cuoca che m’inviò l’Imperatore de’ Greci. Io credo che saranno buoni, quanto belli.
Il Visir li portò egli stesso alla cuoca, e dopo essersi sbrigato della sua commissione, tornò al Sultano suo padrone, che lo incaricò di dare al pescatore quattrocento piastre d’oro.
Occorre adesso dire come la cuoca del Sultano si trovasse in un imbarazzo, imperocché non sì tosto essa ebbe puliti i pesci in questione, li pose a friggere in una padella. Quando li vide abbastanza cotti da un lato, li voltò dall’altro: ma, oh prodigio inaudito!
Appena volti, il muro della cucina si aprì, e ne uscì una giovane di ammirabile bellezza, e teneva in mano una bacchetta di mirto.
Costei si approssimò alla padella e toccando uno dei pesci colla bacchetta, disse:
- Pesce, pesce sei tu al tuo dovere?
Non avendo il pesce risposto nulla, essa ripeté le stesse parole, e allora i quattro pesci, alzando la testa tutti in un punto, le dissero distintamente:
- Sì, sì, se voi contate, noi contiamo; se voi fuggite, noi vinciamo e siamo contenti.
Quand’ebbero terminate queste parole, la giovane signora rovesciò la padella e rientrò nell’apertura del muro, che tosto si chiuse tornando nello stato primiero.
La cuoca, spaventata da tutte queste meraviglie, andò a rialzare i pesci che erano caduti sulla brace, [52] ma li trovò più neri del carbone e nella impossibilità di esser presentati al Sultano.
- Ah! che sarà di me! Quando racconterò al mio augusto padrone ciò che ho veduto! Qual collera lo assalirà contro di me!
Mentre così si addolorava, entrò il gran Visir e le domandò se i pesci erano pronti.
Essa gli raccontò ciò che le era avvenuto, e questo racconto, come può pensarsi, lo stupì molto. Il gran Visir disse:
- Questo è così straordinario da non farne un mistero al Sultano: vado subito ad informarlo.
Infatti andò a trovarlo, e gliene fece un fedele rapporto.
Il Sultano, assai sorpreso, fece venire il pescatore e gli disse:
- Amico, potresti portarmi altri quattro pesci di differenti colori?
Il pescatore rispose che se Sua Maestà voleva accordargli tre giorni per far ciò, prometteva di contentarlo.
Avendolo ottenuto, andò allo stagno per la seconda volta, e non fu meno felice della prima, poiché al primo gittar delle reti, tirò su i quattro pesci colorati.
Subito portolli al Sultano, che fu tanto più lieto inquantoché non li aspettava sì presto, onde feceli dare altri quattrocento pezzi d’oro.
Come il Sultano ebbe i pesci li portò nel suo gabinetto col necessario per cuocerli. Chiusisi col suo gran Visir, questo ministro li preparò, li pose al fuoco in una padella, e quando furono cotti da un lato, voltolli dall’altro. Allora si aprì il muro del gabinetto, ma in luogo della giovane signora ne uscì un moro.
Costui aveva un abito da schiavo, ed era di una statura gigantesca, ed aveva in mano un grosso bastone verde. Si avanzò fino alla padella, e toccando uno dei pesci col bastone, con voce terribile gli disse:
- Pesce, pesce, sei tu al tuo dovere?
A queste parole i pesci alzarono la testa e risposero:
- Sì, sì, ci siamo: se voi contate, noi contiamo; se voi pagate i vostri debiti noi paghiamo i nostri; se voi fuggite, noi vinciamo e siamo contenti!
I pesci ebbero appena terminate queste parole, che il moro rovesciò la padella in mezzo al gabinetto, e ridusse i pesci in carbone. Fatto ciò, ritirossi fieramente per dove era uscito, e l’apertura del muro si chiuse.
[53] - Dopo ciò che ho veduto - disse il Sultano al gran Visir - non mi sarà possibile d’aver lo spirito in calma. Questi pesci senza dubbio significano qualche cosa di straordinario, di cui voglio essere chiarito. Mandò a cercare il pescatore e gli disse:
- Pescatore, i pesci che ci hai portati dove li hai pescati?
- Sire - quegli rispose - li ho pescati in uno stagno situato fra quattro colline, al di là della montagna che si vede di qui.
Il Sultano domandò al pescatore a qual distanza dal suo Palazzo trovavasi lo stagno.
Il pescatore assicurò che non vi erano più di tre ore di cammino. Il Sultano ordinò a tutta la sua Corte di porsi a cavallo, ed il pescatore servì loro di guida.
Tutti salirono la montagna, e alla discesa videro una vasta pianura. Infine arrivarono allo stagno. L’acqua era sì trasparente, che poterono scorgere essere tutti i pesci simili a quelli che il pescatore aveva portati a Palazzo.
Il Sultano disse:
- Io sono meravigliato di questa novità, e son risoluto di non rientrare a Palazzo se prima non so per qual ragione questo stagno si trova qui, e perché dentro non vi si trovano che pesci di quattro colori.
Al venir della notte, ritiratosi sotto il suo padiglione, ei parlò in particolare al suo gran Visir dicendogli:
- Visir, io ho lo spirito in una strana inquietudine; questo stagno trasportato in questi luoghi, quel moro che ci apparve nel mio gabinetto, quei pesci che abbiamo udito parlare, tutto muove talmente la mia curiosità, ch’io non posso resistere all’impazienza di soddisfarla. Perciò medito un disegno che voglio assolutamente eseguire. Io mi allontanerò tutto solo da questo campo, pregandovi di tener secreta la mia assenza; restate nel mio padiglione e domani mattina, quando i miei emiri e cortigiani si presenteranno all’entrata, rinviateli, dicendo loro che io ho una leggera indisposizione, e che voglio star solo. Gli altri giorni continuate a dir loro lo stesso, finché io sia di ritorno.
Il Sultano prese un abito comodo per viaggiare a piedi, si munì di una sciabola, e quando vide che nel suo campo era tutto tranquillo, partì.
Ei volse i suoi passi verso una delle colline, che ascese senza non molta fatica. Trovò la china più [54] facile, e quando fu nel piano, camminò fino a che sorse il sole.
Allora, scoprendo da lontano un grande edificio, gioì nella speranza di poter apprendere ciò che voleva sapere. Quando fu vicino si arrestò dinanzi la facciata del castello e la considerò con molta attenzione. Avanzossi fino alla porta, diede un colpo assai leggermente, e aspettò qualche tempo: ma non vedendo venir nessuno, s’immaginò che non avessero inteso. Batté più forte la seconda volta, ma non vide né sentì venir nessuno.
- Se non è abitato, non ho nulla a temere - disse fra sé - e se vi è alcuno, ho di che difendermi.
Infatti il Sultano entrò: ed avanzandosi sotto il vestibolo:
- Chi è qui - gridò - per ricevere uno straniero, che avrebbe bisogno di ristorarsi?
Ripeté le stesse parole due o tre volte, ma non ebbe risposta alcuna.
Passò in un cortile molto spazioso, e osservando da tutti i lati se vi scoprisse alcuno, si accorse che non eravi anima vivente. Non vedendo alcuno nella corte, passò dentro grandi sale. Indi entrò in un salone meraviglioso, in mezzo al quale eravi una gran fontana con un leone d’oro massiccio in ogni angolo.
Il Castello da tre lati era circondato da un giardino: ma ciò che maggiormente rendeva quel luogo ammirabile, era un’infinità di uccelli i quali riempivano l’aria dei loro canti armoniosi, e che reti d’oro tese al di sopra degli alberi e del Palazzo impedivan loro di uscire.
Il Sultano camminò lungo tempo quando ad un tratto una voce dolente, accompagnata da lamentevoli grida, colpì il suo orecchio.
Egli ascoltò attentamente ed intese queste tristi parole:
- Fortuna, che non hai voluto lasciarmi lungo tempo godere d’una sorte felice, e che mi hai reso il più sventurato degli uomini, cessa di perseguitarmi, e da’ fine a’ miei dolori con una pronta morte.
Il Sultano, mosso da questi pietosi lamenti, si alzò per andare dalla parte ove venivano. Quando fu alla porta di una grande sala, aprì una portiera, e vide un giovane ben fatto e riccamente vestito, seduto sur un trono. Appressatosi lo salutò.
Il giovine ricambiò il saluto facendo un inchino colla testa.
[55] - Signore - disse al Sultano - conosco bene che voi meritereste ch’io mi alzassi per ricevervi, ma cagione sì forte me lo impedisce che non potete a meno di tenermi per iscusato.
- Signore - gli rispose il Sultano - vi son molto obbligato del buon concetto che avete di me. Attirato dai vostri lamenti, penetrato dalle vostre pene, io vengo ad offrirvi i miei servigi. Mi lusingo che non vi sarà discaro di raccontarmi la storia delle vostre sventure.
- Ah! signore - rispose il giovane - come non essere afflitto, come fare che gli occhi miei non siano fonti inesauste di lagrime?
A queste parole avendo alzato l’abito, mostrò al Sultano non esser uomo che dalla testa alla cintura, e che l’altra metà del corpo era di marmo nero...
Non è facile immaginare quale strana meraviglia prendesse il Sultano, quando vide lo stato deplorevole del giovane.
- Ciò che mi avete mostrato - gli disse - nel tempo stesso che mi arreca orrore, eccita la mia curiosità. Io ardo dal desiderio di conoscere la vostra storia, la quale dev’essere senza dubbio stranissima, e son persuaso che lo stagno ed i pesci avranno la loro parte; perciò vi scongiuro di raccontarmela.
- Io non voglio negarvi questa soddisfazione - rispose il giovine.
STORIA DEL GIOVINE RE DELLE INDIE NERE
- Dovete sapere signore - continuò quegli, - che mio padre, per nome Mahamud, era Re di questo stato. Mio padre morì all’età di sessant’anni. Io presi il suo posto, mi ammogliai, e la donna ch’io scelsi per divider meco la dignità reale, mi era cugina.
Un giorno ch’essa era al bagno, ebbi desiderio di dormire e mi gettai sopra un sofà. Due delle sue donne che si trovavano allora nella mia stanza, vennero a sedersi una a capo e l’altra ai piedi del mio letto con in mano un ventaglio. Credendomi esse addormentato, s’intrattenevano a voce bassa tra loro: ma io non perdei una parola della loro conversazione.
Una di queste donne disse all’altra:
- Non è vero che la Regina ha gran torto di non amare un Principe sì amabile com’è il nostro?
[56] - Sì, certo - rispose la seconda - per me non ne comprendo nulla, e non so perché ella esce tutte le notti e lo lascia solo, ed egli non se ne accorge.
- Eh! come vuoi che se ne accorga? essa gli mesce ogni sera nella bevanda un certo succo d’erbe il quale lo fa dormire profondamente, ch’ella ha il tempo di andare ove meglio le piace, per tornare a riposarsi vicino a lui allo spuntar del giorno; allora lo sveglia facendogli passare un certo odore sotto il naso.
Immaginate, o signore, quali sentimenti m’inspirò simile discorso. Nulladimeno, ebbi impero abbastanza sopra di me, per dissimulare: finsi di svegliarmi e di non avere inteso nulla.
La Regina tornò dal bagno, e prima d’andare a letto mi presentò essa medesima la tazza piena d’acqua ch’io era uso di bere: ma invece di portarla alla bocca mi avvicinai alla finestra aperta e gettai l’acqua sì destramente, ch’ella non se ne accorse. E per non darle sospetto alcuno rimisi la tazza nelle sue mani.
Coricatici e credendo ch’io fossi addormentato, levossi e disse ad alta voce:
- Dormi, e possa non isvegliarti mai più!
Si vestì prontamente, e uscì dalla stanza.
- Appena la Regina fu uscita, balzai subito dal letto; mi vestii sollecitamente, presi la mia sciabola e la seguitai sì da vicino, che la intesi subito camminare avanti di me. Ella passò molte porte che si aprivano per virtù di certe parole magiche che profferiva, e l’ultima fu quella del giardino ov’entrò. Io mi arrestai alla porta affinché ella non potesse scoprirmi.
Porsi attentamente l’orecchio a’ loro discorsi ed ecco quello che intesi:
- Io non merito - diceva la Regina al compagno - il rimprovero che mi fate di non essere diligente. Voi sapete la cagione che me lo impedisce.
Terminate queste parole, l’uno e l’altra trovandosi al termine di un viale, si volsero per entrare in un altro e mi passarono dinanzi. Io aveva già cavato dal fodero la sciabola, ferii nel collo l’amante e lo rovesciai a terra; credetti di averlo ucciso, e mi ritirai prontamente senza farmi conoscere dalla Regina, che volli risparmiare, perché mia parente.
Il colpo dato al suo amante era mortale: ma essa gli salvò la vita mercé incantesimi, in modo per altro che può dirsi di lui non esser né vivo né morto. Com’io attraversava il giardino per ritornare al Palazzo, intesi che la Regina mandava altissime grida, e [57] giudicando da ciò il suo dolore, fui contento di averle lasciata la vita.
Entrato nel mio appartamento tornai a coricarmi, e pago di aver punito il temerario che m’aveva offeso, mi addormentai.
Svegliandomi il mattino, trovai la Regina adagiata vicino a me; mi alzai senza fare alcun rumore, e passai nel mio gabinetto per finir di vestirmi, poi andai a tener consiglio, ed al ritorno la Regina, vestita a lutto, co’ capelli sparsi e in parte strappati, venne a presentarmisi dinanzi.
- Sire - mi disse - vengo a supplicar Vostra Maestà di non meravigliarsi se mi trova nello stato in cui sono. Tre dolorose notizie ricevute ad un tempo ne sono la giusta causa.
- E quali sono queste novelle, signora? - le dissi.
- La morte della Regina mia madre, quella del Re mio padre ucciso in battaglia, e quella d’uno de’ miei fratelli caduto in un precipizio.
- Signora - le dissi - anziché biasimare il vostro dolore vi assicuro d’esserne anch’io a parte.
Ella ritirossi nel suo appartamento, passò un intero anno a piangere ed a lamentarsi. Terminato questo tempo, mi domandò il permesso di far fabbricare il luogo della sua sepoltura nel recinto del palazzo, ove diceva voler dimorare fino all’ultimo suo giorno. Io glielo permisi.
Quando fu terminato vi fece portare il suo amante. Ella aveva impedito ch’ei morisse insino allora con bevande che gli facea prendere. Peraltro con tutti questi incantesimi ella non poté guarire quello sciagurato, il quale, non solo è impotente a camminare e a sostenersi, ma ha eziandio perduto l’uso della parola.
La Regina non lasciava di fargli due lunghe visite al giorno.
Un giorno andai per curiosità al Palazzo delle Lacrime, per sapere qual fosse l’occupazione di quella Principessa, e da un luogo donde non potevo esser veduto, la intesi parlare in questi termini al suo amante:
- Son tre anni che non mi avete detto una sola parola, e non rispondete nulla alle prove d’amore ch’io vi do coi miei discorsi e coi gemiti. È per poco sentire o per disprezzo? Oh tomba, avrai tu distrutto quell’eccesso di tenerezza ch’egli aveva per me? Avrai tu chiusi quegli occhi che mi mostravano tanto amore e formavano tutta la mia gioia? No, no, io non lo credo. [58] Dimmi piuttosto per qual miracolo sei divenuta la depositaria del più raro tesoro della terra?
Vi confesso o signore, che di tali parole, perché infine questo adorato, non era che un moro indiano, originario di questo paese, io fui talmente indignato, che mi scoprii bruscamente, e apostrofando a mia volta la medesima tomba, esclamai:
- O tomba, perché non inghiottì tu questo mostro che fa orrore alla Natura? O piuttosto perché non consumi tu l’amante e la druda?
Non appena ebbi terminate queste parole, che la Regina, la quale era seduta vicino al moro, si alzò come una furia.
- Ah! crudele - mi disse - sei tu la cagione del mio dolore! Non pensar che io l’ignori. Io ho abbastanza dissimulato; fu la tua barbara mano che pose in questo stato dolente l’oggetto dell’amor mio, e tu hai la crudeltà di venire ad insultar un’amante disperata!
- Sì, son io - la interruppi, trasportato dalla collera - son io, che castigai questo mostro come ben lo meritava, ed avrei dovuta trattar te nello stesso modo; mi pento di non averlo fatto, ed è assai tempo che tu abusi della mia bontà.
Dicendo ciò, snudai la sciabola ed alzai il braccio per punirla: ma ella, guardando tranquillamente la mia mossa:
- Per la virtù de’ miei incantesimi ti comando di diventar subito metà marmo e metà uomo. All’istante o signore, io divenni come mi vedete, vivo tra i morti e morto tra i vivi...
- Dopo che la cruda maga m’ebbe così trasformato e fatto passare in questa sala, per un altro incantesimo distrusse la mia capitale che era molto popolata e florida; annientò le case, le piazze pubbliche ed i mercati, e ne fece lo stagno e le campagne deserte che avete veduto. I pesci dei quattro colori che sono nello stagno sono le quattro specie di abitanti di differenti religioni che la componevano; i bianchi erano i Musulmani: i rossi i Persiani adoratori del fuoco: i turchini i Cristiani, e i gialli gli Ebrei; le quattro colline erano le quattro isole che davano il nome a questo Regno.
Appresi ciò dalla maga, che per colmo di afflizione mi annunziò ella medesima, questi effetti della sua rabbia. Né ciò è tutto: essa non arrestò il suo furore alla mia metamorfosi; viene ancora ogni giorno a [59] darmi sulle spalle nude cento colpi di nerbo di bue.
Terminato tale supplizio mi copre con una grossa stoffa di pelo di capra e mi mette addosso questa veste di broccato, non per farmi onore, ma per ischernirmi di me.
A questo punto il Re delle Isole Nere proruppe in un dirotto pianto.
Infatti il Sultano intrattenendosi col giovine Principe, dopo avergli manifestato, chi era e perché era entrato nel castello, di svelò di aver immaginato uno spediente per vendicarlo. Convennero sulle pratiche da farsi, e l’esecuzione fu differita al giorno appresso.
La notte intanto essendo molto inoltrata il Sultano si ritirò.
L’indomani il Sultano si levò, e per cominciare la esecuzione del suo disegno, nascose in un luogo l’abito esteriore che l’avrebbe impacciato, e andò al palazzo delle Lacrime. Lo trovò illuminato da una infinità di torcie di cera bianca, ed intese un odore delizioso. Come vide il letto ov’era nascosto il moro, impugnò la sua sciabola e tolse senza resistenza la vita a quel miserabile: ne trascinò il corpo nella corte del Castello e lo gettò in un pozzo.
Dopo questa operazione andò a coricarsi nel letto del moro, pose vicino a sé la sciabola sotto le coltri, ed aspettò.
La maga giunse subito.
Prima sua cura fu di andare nella camera ov’era il Re delle Isole Nere suo marito. Lo spogliò, e cominciò a dargli sulle spalle cento colpi di nerbo di bue con una barbarie senza esempio.
Dopo che la maga ebbe dato i cento colpi di nerbo al Re suo marito, andò al Palazzo delle Lacrime, ed entrandovi rinnovò i suoi pianti, i gridi e i lamenti; si appressò al letto ove credea che fosse tuttavia l’amante, ed esclamò:
- Ah! mio sole, mia vita, tuttavia serbate il silenzio? Siete voi risoluto di lasciarmi morire senza darmi neppure la consolazione di dirmi che mi amate? Anima mia ditemi almeno una parola, ve ne scongiuro!
Allora, il Sultano fingendo di uscire da un profondo sonno, e contraffacendo il linguaggio moresco, rispose d’un tono grave:
- Non vi è forza, né potere che in Dio solo, ch’è onnipotente!
A queste parole che non si aspettava, la maga esclamò:
[60] - Mio caro signore, non m’inganno io? È vero che voi parlate e ch’io vi ascolto?
- Sciagurata - disse il Sultano - sei tu degna ch’io risponda ai tuoi discorsi?
- E perché mi fate voi questi rimproveri? - replicò la Regina.
- I gridi - rispose egli - i lamenti e i gemiti di tuo marito, che tu tratti sempre con tanta indegnità, m’impediscono di dormir notte e giorno. Da gran tempo sarei guarito ed avrei ricuperata la parola, se tu gli avessi tolto l’incantesimo; ecco la cagione del mio silenzio di cui tu ti lamenti.
- Ebbene - disse la maga - per calmarvi ed appagarvi son pronta a far quanto comanderete; volete che io lo restituisca alle fattezze primiere?
- Sì - rispose il Sultano - sollecita di metterlo in libertà affinché io non sia più disturbato da’ suoi gridi.
La maga uscì subito dal Palazzo delle Lacrime, prese una tazza di acqua e pronunciovvi sopra delle parole. Andò alla sala dove era il giovine Principe suo marito, e su lui gittò quell’acqua.
Appena ebbe terminato, il Principe si alzò liberamente con tutta la gioia che può immaginarsi, e ne rese grazia a Dio.
Intanto la maga tornò al Palazzo delle Lacrime, ed entrando, siccome ella credeva di parlar tuttavia al moro, gli disse:
- Caro amante, ho fatto quanto m’avete ordinato; nulla or v’impedisce di levarvi su, e darmi la soddisfazione di cui son priva da sì lungo tempo.
Il Sultano, continuando a contraffare il linguaggio del moro, le rispose di un tuono severo:
- Ciò che hai fatto non basta per guarirmi; hai tolto solo una parte del male; bisogna svellerlo dalla radice. Va’ subito a ristabilire le cose nel loro stato primiero, ed al tuo ritorno ti darò la mano, e tu mi aiuterai a levarmi.
La maga, piena di speranza, partì sul momento, e come fu sulle rive dello stagno, presa un po’ d’acqua in mano fece un’aspersione e dopo aver profferite alcune parole sui pesci e sullo stagno, la città riapparve all’istante, i pesci tornarono uomini, femmine e fanciulli, e Maomettani, Cristiani, Persiani, Ebrei, liberi o schiavi, ciascuno prese la forma sua naturale.
Quanto alla maga, andò immediatamente al Palazzo delle Lacrime per coglierne il frutto.
[61] - Mio caro Signore - gridò essa entrando - vengo a rallegrarmi con voi del ritorno della vostra salute. Ho fatto quanto richiedeste da me; levatevi dunque e datemi la mano.
- Appressati - disse il Sultano contraffacendo sempre il linguaggio dei mori.
Essa obbedì.
Allora, levatosi, la prese per il braccio sì rapidamente, ch’ella non ebbe il tempo di ricomporsi, e con un colpo di sciabola fendé il corpo di lei in due parti, che caddero ne’ lati opposti. Fatto ciò, lasciò quel cadavere sul pavimento, e uscendo dal Palazzo delle Lacrime andò a trovare il giovine Re delle Isole Nere, che lo aspettava con impazienza.
- Principe - gli disse abbracciandolo - gioite: non avete più nulla a temere; la vostra crudele nemica non è più!
Il giovine Principe ringraziò il Sultano compreso di riconoscenza.
- Voi potete d’ora innanzi - gli disse il Sultano - restar pacifico nella vostra capitale, salvo che non vogliate venir nella mia che è vicina: io vi riceverò con piacere e sarete onorato e rispettato come in casa vostra.
- Potente monarca, a cui son tanto obbligato - rispose il Re - voi credete dunque d’esser molto vicino alla vostra capitale?
- Sì, lo credo - rispose il Sultano - non vi sono che quattro o cinque ore di cammino.
- Vi è un anno intero di viaggio - riprese il giovane Principe. - Voglio credere che voi siate venuto qui dalla capitale nel breve tempo che voi dite, ma ora le cose sono tutte mutate. Ciò non impedirà a me di seguirvi, foss’anche in capo al mondo. Voi siete il mio liberatore, e per darvi durante tutta la mia vita delle prove di riconoscenza, intendo accompagnarvi.
STORIA DEL FACCHINO DI BAGDAD
Eravi a Bagdad un facchino, il quale ad onta, del suo abbietto e penoso mestiere, non lasciava d’esser uomo spiritoso ed allegro. Un bel mattino trovandosi con un gran paniere in una piazza aspettando che qualcuno avesse bisogno dei suoi servizi, una signora di bell’aspetto gli si avvicinò e gli disse con grazia:
[62] - Su, facchino, prendete il paniere e seguitemi. Dapprima la donna si fermò davanti una porta e picchiò. Un cristiano, che sapea ciò ch’ella domandava portò una grossa brocca di eccellente vino.
- Prendete questa brocca - disse la signora al facchino - mettetela nel vostro paniere.
Si fermò poi alla bottega di un venditore di frutta e di fiori, ov’ella scelse molti frutti e fiori, e disse al facchino di metter tutto nel paniere e di seguirla.
Passando davanti la bottega di un beccaio, si fece pesare venticinque libbre di carne, e il facchino, per suo ordine, la pose pure nel paniere.
Entrò dentro un droghiere e si fornì di ogni sorta di acque odorifere, di moscata, di pepe, di zenzero, di grossi pezzi d’ambra grigia e di molte altre spezie delle Indie.
Camminarono fino a che giunsero ad un albergo magnifico la cui facciata era ornata di belle colonne ed avea una porta d’avorio. Ivi arrestatisi, la signora picchiò leggermente.
- Entrate, sorella - disse la portinaia.
Come fu entrata col facchino, la signora la quale aveva aperto l’uscio, lo chiuse, e tutti e tre, dopo aver traversato un bel vestibolo passarono in un cortile spaziosissimo, circondato da una loggia che metteva in molti magnifici appartamenti a pian terreno.
Eravi nel fondo di questa corte un sofà riccamente guarnito con un trono di ambra nel mezzo, sostenuto da quattro colonne. Nel mezzo della corte eravi una gran fontana.
Il facchino pensò, dai riguardi che le due donne avevano per una terza, che quella dovesse essere la più influente e non s’ingannava. Questa signora si chiamava Zobeida, quella che aveva chiusa la porta chiamavasi Sofia, e Amina era il nome di quella che aveva fatte le provviste.
Zobeida disse alle due donne, avvicinandosi:
- Sorelle mie, non vedete che questo buon’uomo soccombe al fardello che porta?
Allora Amina e Sofia presero il paniere, l’una dinanzi l’altra di dietro; Zobeida vi pose anch’ella la mano, e tutte e tre lo posarono a terra. Cominciarono a vuotarlo, e ciò fatto, la graziosa Amina tolse del danaro e pagò il facchino.
Questi molto soddisfatto del denaro avuto, non avrebbe dovuto che prendersi il paniere e ritirarsi: ma non poté risolversi a far ciò, sentendosi involontariamente [63] arrestato dal piacere di ammirare tre bellezze sì rare che gli pareano egualmente incantevoli; poiché avendo Amina tolto il suo velo, non gli sembrava meno bella delle altre.
Zobeida credette dapprima che il facchino si arrestasse per prender fiato: ma vedendo ch’ei restava lungo tempo, gli disse:
- Che aspettate? Non siete stato pagato a sufficienza? Sorella - soggiunse volgendosi ad Amina - dategli qualche altra cosa acciò se ne vada contento.
- Signora - rispose il facchino - non è questo che mi trattiene; son pagato sin troppo della mia fatica. Veggo bene che ho commesso un’inciviltà rimanendo qui più del dovere; ma spero che avrete la bontà di perdonare alla sorpresa che mi cagiona di non veder qui alcun uomo, con tre donne di una bellezza sì poco comune.
Le donne risero del ragionamento del facchino; indi Zobeida gli disse d’un tuono serio:
- Amico, voi spingete un po’ troppo la vostra indiscretezza: pur tuttavolta voglio dirvi che noi siamo tre sorelle che facciamo così segretamente i fatti nostri, che nessuno ne sa nulla. Abbiamo gran ragione di temere di farne parte agl’indiscreti.
- Signore mie, - riprese a dire il facchino - quantunque la fortuna non mi abbia dato ingegno per elevarmi ad una professione al disopra della mia non ho mancato di coltivarmi lo spirito, per quanto ho potuto colla lettura di libri: e mi permettete di dirvi che ho letto in un autore la massima che ho sempre praticata con successo, ed è questa: «Non ascondiamo il nostro segreto che a gente conosciuta da tutti per indiscreta e che abuserebbe della nostra confidenza: ma non abbiamo nessuna difficoltà di scoprirlo ai saggi, essendo persuasi che sapranno mantenerlo.»
Zobeida conobbe che il facchino non mancava di spirito, ma giudicando che avesse desiderio di partecipare al divertimento che voleano pigliarsi, gli ripeté sorridendo:
- Voi sapete che ci prepariamo a divertirci: ma sapete ancora che abbiamo fatto una spesa considerevole, e non è giusto che senza contribuirvi possiate essere della partita.
Il facchino a queste parole, voleva restituire il denaro ricevuto: ma Zobeida gli ordinò di conservarlo.
- Ciò ch’è una volta uscito dalle nostre mani - [64] diss’ella - per compensare quelli che ci han resi dei servigi, non ritorna più!...
Zobeida dunque, non volle affatto riprendere il denaro del facchino, ma invece gli disse:
- Amico mio, acconsentendo che restiate con noi. vi avverto che non è solo a condizione di guardare il segreto, ma pretendiamo eziandio che osserviate le regole della decenza e della cortesia.
Mentre dessa teneva questo discorso, la vezzosa Amina lasciato il suo abito di città succinse la sua veste per operar con più libertà e preparare la tavola. Apparecchiò molte specie di vivande e sopra una credenza pose delle bottiglie di vino e delle tazze d’oro. Fatto ciò le donne si adagiarono, e fecero sedersi a fianco il facchino.
Dopo i primi bocconi, Amina prese una bottiglia e una tazza, si mise a mescere, e bevve la prima. Versò in seguito alle sue sorelle, che bevvero l’una dopo l’altra; poi riempiendo per la quarta volta la stessa tazza, la presentò al facchino che, ricevendola, baciò la mano d’Amina e cantò, prima di bere, una canzone.
Questa canzone rallegrò le signore, che cantarono alla lor volta. Infine la compagnia fu lietissima durante il pasto, che durò lunghissimo tempo.
Il giorno finiva, quando Sofia disse al facchino:
- Alzatevi, partite, ch’è tempo di ritirarvi.
Il facchino, non potendo risolversi a lasciarle, rispose:
- Eh! care signore, dove volete ch’io vada nello stato in cui sono? Son fuor di me a forza di bere e di vedervi. Non troverò certo la via della mia casa. Lasciatemi la notte per rimettermi; la passerò dove vorrete: ma non mi bisogna un tempo minore per ritornare nel medesimo stato in cui era quando sono entrato da voi.
Amina prese una seconda volta la parte del facchino, e disse:
- Sorelle, egli ha ragione: ci ha molto divertite; se mi amate quanto ne sono persuasa, riteniamolo per passare la sera con noi.
- Sorella - disse Zobeida - non possiamo rifiutar nulla alla vostra preghiera: e dirigendosi al facchino, disse:
- Vogliamo benanche farvi questa grazia: ma vi apponiamo una nuova condizione: qualunque cosa faremo in vostra presenza, o per riguardo a noi, o per altro, guardatevi bene di aprire solamente la bocca [65] per domandare la ragione: dappoiché, facendoci domanda su cose che non vi riguardano per nulla, potreste intendere quello che non vi piacerebbe.
- Signore - riprese il facchino - la mia lingua in questa occasione starà immobile ed i miei occhi saranno come uno specchio che non ritiene nulla delle immagini ricevute.
- Per mostrarvi - rispose Zobeida molto seriamente - non esser di fresco stabilito fra noi ciò che vi domandiamo, alzatevi e andate a leggere ciò che sta scritto al di sopra della nostra porta inferiore.
Il facchino andò fin là e lesse queste parole scritte a caratteri d’oro: «Chi parla di cose che non lo riguardano, sente ciò che non gli piace.»
Amina arrecò la cena: e quand’ebbe rischiarata la sala con molti lumi di legno d’aloè e d’ambra grigia, si assise a tavola con le sorelle ed il facchino.
Cominciarono a mangiare, a bere, a cantare e a recitar versi; erano nella migliore allegria del mondo, quando intesero picchiare la porta...
Le dame sentendo battere, si levarono tutte ad un tempo per andare ad aprire: ma Sofia, ch’era addetta particolarmente a ciò, fu la più diligente.
Sofia tornò e disse:
- Sorelle, si offre un’occasione di passar lietamente gran parte della notte, e se siete del mio parere, non ce la lasceremo sfuggire. Vi sono alla nostra porta tre Calender, almeno all’abito sembrano tali: ma ciò che vi sorprenderà è che han rasa la testa, la barba e le sopracciglia, e son ciechi dall’occhio destro. Dicono di esser giunti or ora a Bagdad, ove non sono mai venuti, e siccome per la notte non sanno dove alloggiare, hanno picchiato a caso alla nostra porta, e ci pregano per l’amor di Dio di aver la carità di riceverli. Sono giovani, gentili, sembra ch’abbiano molto spirito, ma non posso pensar senza ridere alla loro figura ridicola.
Qui Sofia s’interruppe con uno scroscio di risa tale che le altre sorelle e il facchino non poterono fare a meno di far lo stesso.
- Sorelle - riprese - vogliamo farli entrare?
- Andate dunque - disse Zobeida - fateli entrare. Ma avvertiteli di non parlar di ciò che non li riguarda, e fate che leggano quanto sta scritto sulla porta.
[66] Allora Sofia corse lieta ad aprire, e poi tornò coi tre Calender.
I tre Calender, entrando, s’erano inchinati profondamente alle dame, le quali s’erano alzate per riceverli e dar loro il benvenuto.
Quando i Calender furono seduti a tavola, le signore porsero loro da mangiare, e la graziosa Sofia si prese la cura particolare di versar loro da bere.
Dopoché i Calender ebbero bevuto e mangiato a discrezione, si offersero di dare alle dame un concerto di musica se avevano istrumenti. Liete elleno accettarono e la bella Sofia si alzò per andarli a cercare. Tornò subito e loro presentò un flauto del paese, un altro alla persiana ed un tamburo basco. Ogni Calender ricevette di sua mano l’istrumento e cominciarono tutti e tre a suonare un’aria.
Le donne, che sapevano delle parole su quell’aria dolcissima, l’accompagnarono colla voce, ma di tratto in tratto s’interrompevano con grandi scoppi di risa.
Al più bel punto di questo divertimento e quando la compagnia era nella massima gioia, si picchiò alla porta.
Sofia cessò di cantare, e andò a vedere chi fosse. Il califfo Haroun-al-Rascid usando camminare spessissimo incognito la notte, per sapere da se stesso se tutto fosse tranquillo nella città, e se vi si commettessero disordini, in quella notte era uscito di buon’ora accompagnato da Giafar suo gran Visir, e da Mesrour capo degli eunuchi di Palazzo tutti e tre travestiti da mercanti.
Passando per la strada delle tre donne, questo Principe, udendo il suon degl’istrumenti e delle voci, e gli scrosci di risa, disse al Visir:
- Picchiate a quella casa; ove si fa tanto rumore; voglio entrare per saperne la cagione.
Sofia aprì, e il Visir, osservando alla luce d’una candela tenuta da lei ch’era una donna bellissima, sostenne molto bene la sua parte, le fece una profonda riverenza; e le disse rispettosamente:
- Signora, noi siamo tre mercanti di Mussul, arrivati da circa dieci giorni con ricche mercanzie che abbiamo in magazzino dentro un klan, avendo noi udito, passando voci e strumenti, abbiamo giudicato che si fosse ancora in veglia in casa vostra, e ci siamo presi la libertà di pregarvi a darci ricovero fino a giorno.
Durante il discorso di Giafar la bella Sofia ebbe il [67] tempo di esaminare colui che le parlava e le due persone ch’ei diceva mercanti come lui: e giudicando dalla fisionomia che non erano persone volgari, disse loro di non esser la padrona, ma se volevano aspettare un momento, ella tornerebbe a portar la risposta. Sofia andò a far rapporto alle sorelle, le quali essendo benigne per natura ed avendo già fatta la stessa grazia ai Calender, risolvettero di farli entrare.
Il Califfo, il suo gran Visir, ed il Capo degli eunuchi, essendo stati introdotti dalla bella Sofia, salutarono le dame e i calender molto cortesemente. Le dame corrisposero egualmente credendoli mercanti, e Zobeida, disse loro con tuono grave e serio come a lei conveniva:
- Siate i benvenuti! Ma prima di tutto non abbiate a male se vi domandiamo una grazia.
- E qual grazia, signora? - rispose il Visir - Puossi rifiutar cosa alcuna a donne sì belle?
- Si è - disse Zobeida - di aver occhi e non lingua; di non farci domande su quel che vedrete, per saperne la cagione, e di non parlare di ciò che non vi riguarderà, per tema non sentiate quello che non può esservi gradito.
- Sarete obbedita, signora - riprese il Visir.
A tali parole ciascuno si assise, la conversazione proseguì e cominciossi a bere in onore dei nuovi venuti.
La conversazione essendo caduta sui divertimenti e le differenti specie di sollazzarsi, i Calender si alzarono e ballarono a loro uso una danza, cui accrebbe nelle dame il buon concetto che avevano di loro, e attirarono la stima del Califfo e della sua compagnia.
Terminata la danza, Zobeida si alzò, e prendendo Amina per la mano le disse:
- Sorella alzatevi; alla brigata non dispiacerà se non usciamo dal nostro sistema, e la loro presenza non s’opporrà a ciò che siamo usate di fare.
Amina, che comprese ciò che voleva dire sua sorella, si alzò e tolse i piatti, la tavola, le bottiglie, le tazze e gl’istrumenti.
Sofia non istette senza far nulla.
Spazzò la sala, pose al suo luogo ogni cosa disordinata, smoccolò i lumi, vi mise altro legno d’aloè ed altr’ambra grigia. Ciò fatto, pregò i tre Calender di sedersi sul sofà da un lato ed il Califfo dall’altro coi suoi compagni. Al facchino disse:
- Alzatevi e preparatevi a darei aiuto a quel che [68] faremo; un uomo oramai famigliare come voi siete, non deve starsi inoperoso.
Il facchino avendo alquanto digerito il suo vino si alzò subito.
- Eccomi pronto, di che si tratta?
Poco dopo si vide comparire Anima con un sedile, che posò in mezzo alla sala, andò poi alla porta di un gabinetto, ed apertala fece segno al facchino di appressarsi, e gli disse:
- Venite ad aiutarmi.
Egli obbedì, ed essendo entrato un momento con lei uscì un momento dopo seguito da due cagne nere col guinzaglio attaccato ad una catena ch’ei teneva fra le dita.
Allora Zobeida andò con gravità fin dov’era il facchino.
- Ora, - diss’ella - facciamo il nostro dovere.
Si nudò le braccia fino al gomito, e dopo aver preso una frusta che le presentò Sofia, disse:
- Facchino, date una di queste cagne alla sorella Amina, e appressatevi a me con l’altra.
Il Facchino eseguì l’ordine datogli, e quando fu presso a Zobeida, la cagna ch’ei teneva cominciò a guaire, e si volse ver di essa, alzando la testa in modo supplichevole: ma Zobeida senza curarsi della cagna che faceva pietà, né dei gridi che riempivano tutta la casa, le diede tanti colpi che stancatasene gettò la frusta per terra; poi, togliendo la catena dalle mani del facchino, alzò la cagna per le zampe, e mettendosi ambedue a guardare di un’aria commovente e triste, piansero ambedue. Finalmente prese il fazzoletto, asciugò le lagrime della cagna, la baciò, e rimettendo la catena al facchino, gli disse:
- Andate, riconducetela dove l’avete presa, e menatemi l’altra.
Il facchino ricondusse la cagna frustata nel gabinetto, e ritornando prese l’altra dalle mani di Amina e la presentò a Zobeida.
- Tenetela come la prima, - gli disse: poi, avendo ripigliata la frusta la maltrattò nell’istesso modo.
Pianse in seguito con lei asciugò le sue lacrime, la baciò, e la diede al facchino, a cui la graziosa Amina risparmiò la pena di rimetterla nel gabinetto, perché se ne incaricò essa medesima.
Zobeida restò per qualche tempo al medesimo sito in mezzo alla sala come per rimettersi dalla fatica durata frustando le due cagne.
[69] - Cara sorella - le disse Sofia - non volete tornare al vostro luogo, affinché io faccia a mia volta il mio compito?
- Sì - rispose Zobeida.
Ciò dicendo andò a sedersi sul sofà.
Sofia, ch’era seduta sul sedile in mezzo alla sala, disse alla sorella Amina:
- Cara sorella capite bene ciò che voglio dire.
Amina si alzò, ed andò in un gabinetto differente da quello d’onde erano uscite le cagne.
Tornò, tenendo un astuccio guarnito di raso giallo, abbellito di un ricco ricamo d’oro e di seta verde. Si appressò a Sofia ed aprì l’astuccio d’onde trasse un liuto, e glielo presentò.
Essa lo prese, e cominciò a toccarlo: ed accompagnando la sua voce cantò una canzone sui tormenti dell’assenza, con tanta dolcezza, che tutti ne furono incantati.
Quando ebbe terminato disse alla graziosa Amina:
- Tenete, sorella, non ne posso più, mi manca la voce: divertite la compagnia suonando e cantando in mia vece.
- Volentieri - rispose Amina appressandosi a Sofia che le porse il liuto cedendole il posto.
Amina avendo un poco preludiato per vedere se lo strumento era accordato, suonò e cantò sul medesimo soggetto, ma con tanta veemenza che terminando le vennero meno le forze.
Zobeida volle farle osservare la sua soddisfazione e le disse:
- Sorella, voi avete fatto maraviglie! Si scorge chiaro che sentite il male da voi espresso sì vivamente.
Amina non ebbe il tempo di rispondere a questa cortesia. Essa si sentì il cuore sì angustiato, che pensò a prender respiro, lasciando vedere a tutta la compagnia un seno, non bianco quale avrebbe dovuto averlo una donna come lei, ma tutto pieno di cicatrici, le quali produssero una specie d’orrore nell’animo degli spettatori.
Nulladimeno ciò non le diede alcun sollievo, né le impedì di svenire...
Zobeida e Sofia corsero tosto a soccorrere la sorella e uno dei calender non poté astenersi dal dire:
- Avremmo preferito dormire allo scoperto, anziché entrar qui a vedere simili spettacoli.
Il Califfo, che lo intese, dirigendosi a loro disse:
- Che vuol dir ciò?
[70] Quegli che aveva parlato rispose:
- Signore, non lo sappiamo neppur noi.
Uno dei Calender fe’ segno al facchino di appressarsi, e gli domandò se sapesse perché le cagne nere erano state frustate e perché il seno di Amina sembrava lacerato.
- Signore - disse il facchino - posso giurare nel gran Dio vivente, che se voi non sapete nulla di ciò, non ne sappiamo più gli uni degli altri.
Il Califfo, risoluto di appagar la sua curiosità a qualunque costo, disse agli altri:
- Ascoltate: poiché siamo sette uomini, e non abbiamo a fare che con tre donne, obblighiamole a darci gli schiarimenti che desideriamo: se mai vi si oppongono, siamo nello stato di costringervele.
Il Visir tirò da parte il Califfo, e parlandogli sommessamente gli disse:
- Signore, Vostra Maestà abbia un poco di pazienza, perché la notte non durerà molto tempo. Domattina verrò a prendere queste donne, le menerò dinanzi al trono, e saprete da loro quanto vi piacerà.
Quantunque questo consiglio fosse molto savio, il Califfo lo rigettò.
Si quistionava chi dovesse pigliar la parola.
Il Califfo cercò di far parlare prima i Calender; ma essi se ne scusarono. Infine convennero tutti che parlasse il facchino.
Questi si preparava a fare la fatal domanda, quando Zobeida, dopo aver soccorso Amina, ch’era rinvenuta dallo svenimento, si appressò ad essi, e poiché gli aveva intesi a parlare alto e con calore, disse loro:
- Signori, di che parlate voi? Qual è la vostra disputa?
Il facchino allora parlò:
- Signora - disse - questi signori vi supplicano di voler loro spiegare perché dopo aver maltrattate le vostre due cagne, avete pianto con esse: e donde viene che la donna svenuta ha il seno coperto di cicatrici?
Zobeida a queste parole prese un fiero atteggiamento e disse:
- Prima di accordarvi la grazia di ricevervi, vi abbiamo imposto la condizione di non parlar di ciò che non vi riguardava, per paura di non ascoltare quel che non vi piacerebbe. Dopo avervi trattati nel miglior modo possibile, voi avete mancato alla parola; il vostro procedere non è gentile. Dette queste parole, batté tre volte coi piedi e colle mani, e gridò:
[71] - Presto, venite!
Tosto si aprì una porta, e sette schiavi negri forti e robusti entrarono colle sciabole in mano. Presero uno per uno i sette uomini della compagnia li gettarono a terra, li tennero in mezzo alla sala, e si prepararono a troncar loro la testa.
È facile immaginare quale fosse lo spavento del Califfo.
Intanto uno degli schiavi, disse a Zobeida e alle sorelle:
- Alte, potenti e rispettabili signore, non comandate di tagliar loro il collo?
- Aspettate - disse Zobeida - bisogna che io prima gl’interroghi.
- Signora, - interruppe il facchino - in nome di Dio, non mi fate morire per l’altrui delitto: io sono innocente, essi sono colpevoli.
Zobeida, ad onta della sua collera, non poté trattenere in sé il riso ai lamenti del facchino; ma senza arrestarsi a lui, rivolse le parole agli altri, e disse:
- Rispondete e ditemi chi siete: altrimenti non vi resta che un sol momento di vita.
Il Califfo disse leggermente al Visir che gli era vicino, di chiarir subito chi egli era. Ma il Visir, prudente e saggio, volendo salvare l’onor del suo padrone, e non render pubblico il grande affronto che esso stesso procuravasi, rispose soltanto:
- Noi lo meritiamo.
Ma ancorché per obbedire al Califfo, avesse potuto parlare, Zobeida non gliene avrebbe dato il tempo. Essa erasi già diretta ai Calender e vedendoli tutti e tre ciechi domandò loro s’erano fratelli.
Uno di essi rispose per tutti:
- No, signora, noi non siamo fratelli per sangue, ma per la qualità di Calender, cioè osservanti di un medesimo genere di vita.
- Voi - rispose ella parlando ad uno solo - siete nato cieco?
- No, signora - quegli rispose - lo sono per una avventura così sorprendente, che ognuno ne profitterebbe se fosse scritta.
Zobeida fece la stessa domanda ai due altri Calender, che le fecero la stessa risposta del primo, ma l’ultimo che parlò aggiunse:
- Per farvi conoscere, signora, che non siamo persone volgari, ed affinché abbiate qualche considerazione per noi, sappiate che siamo figli di Re.
[72] A tal discorso Zobeida moderò la sua collera e disse agli schiavi:
- Date loro un poco di libertà: ma restate qui. A quelli che ci racconteranno la loro istoria adducendoci il motivo della loro venuta in questa casa, non farete alcun male, ma non risparmierete coloro che rifiuteranno di soddisfarci.
Il facchino, avendo compreso che non si trattava se non di raccontar la sua istoria, per liberarsi da sì gran pericolo, primo di tutti parlò:
- Signora, voi sapete già la mia storia e la cagione che mi condusse in casa vostra. Perciò quanto vi debbo raccontare sarà subito terminato.
«La signora vostra sorella, mi ha preso stamattina in piazza, ove, in qualità di facchino, aspettavo che alcuno mi adoperasse per guadagnarmi il vitto. L’ho seguita alla bottega d’un venditore di erbe, di un venditore di aranci, limoni e cedri; poi a quella di un venditore di mandorle, di noci, di avellane ed altri frutti; indi presso ad un altro confettiere ed un droghiere. E con in testa il paniere, venni qui, e voi avete avuto la bontà di soffrirmi finora. Questa è una grazia che ricorderò eternamente, ecco la mia storia.
Quando il facchino ebbe terminato, Zobeida soddisfatta gli disse:
- Salvati, vanne e fa’ che non ti veggiamo più!
Dopo di lui uno de’ tre Calender, cominciò in tal guisa la sua istoria.
STORIA DEL PRIMO CALENDER
- Signora, io vi dirò che son nato figlio di Re. Mio padre aveva un fratello che regnava con lui in uno Stato vicino. Questo fratello ebbe due figli, un Principe ed una Principessa.
Quando il Re mio padre mi diede una onesta libertà, andava regolarmente ogni anno dal Re mio zio. Questi viaggi, al Principe mio cugino ed a me, diedero occasione di contrarre insieme una fortissima e singolare amicizia. L’ultima volta che io lo vidi mi disse:
- Cugino, voi non indovinereste mai in che mi son occupato durante il vostro ultimo viaggio. Ho fatto fare un edificio ch’è terminato e si può adesso abitare: non vi dispiacerà di vederlo; ma bisogna prima [73] che facciate giuramento di mantenermi il segreto e la fedeltà; queste due cose esigo da voi.
Feci il giuramento ch’ei desiderava, e allora mi disse:
- Aspettatemi qui, ritorno fra un momento.
Infatti non tardò a venire e lo vidi entrare con una donna di bellezza singolare, e magnificamente vestita.
Ci rimettemmo a tavola con la donna, e c’intrattenemmo ancor qualche tempo di cose indifferenti.
Dopo ciò il Principe mi disse:
- Cugino, non abbiamo tempo da perdere, favoritemi di menar con voi questa donna, e conducetela da questa parte ad un luogo dove è un sepolcro a cupola fabbricata di fresco.
Fedele al mio giuramento, non volli saper altro. Appena fummo giunti al sepolcro, vedemmo comparire il Principe che ci seguiva, portando una brocchetta piena di acqua, una zappa ed un sacchetto con gesso. Colla zappa demolì l’avello ch’era nel mezzo del sepolcro, e tolte le pietre l’una dopo l’altra, le pose in un angolo.
Quando l’ebbe levate tutte, scavò la terra, e vidi che sotto l’avello eravi una botola. Egli l’alzò, e al di sotto scopersi la cima d’una scala.
Allora mio cugino, volgendosi alla donna, le disse:
- Signora, ecco d’onde si va al luogo di cui ho parlato.
La donna a queste parole si appressò e discese, ed il Principe si pose in atto di seguirla; ma volgendosi prima verso di me disse:
- Cugino, vi son molto obbligato della pena che vi siete presa, ve ne ringrazio, addio.
Non potei ottener altro dal Principe mio cugino, e fui obbligato di prendere da lui commiato. Tornai quindi al palazzo del Re mio zio.
Bisogna sapere che in questo tempo il Re mio zio era assente. Mi annoiai d’aspettarlo: e dopo aver pregato i suoi ministri di fare al suo ritorno le mie scuse, partii dal suo palazzo per tornare alla Corte di mio padre.
Giunsi alla capitale ove dimorava mio padre, e trovai, contro l’ordinario, alla porta del suo Palazzo una guardia, da cui entrando fui circondato. Ne domandai la ragione e l’uffiziale mi rispose:
- Principe, l’esercito ha riconosciuto, in luogo del Re vostro padre, il gran Visir, ed io vi fo prigioniero per parte del nuovo Re!
[74] A queste parole le guardie s’impadronirono di me, e mi condussero avanti al tiranno.
Questo ribelle Visir aveva concepito per me un odio immenso ed eccone la cagione. Nella mia più tenera età io amava a tirar la balestra. Un giorno sul terrazzo del Palazzo mirai un uccello che si presentò dinanzi: ma sbagliai il colpo, e la freccia per caso andò a colpire dritto nell’occhio del Visir.
Quando seppi questa disgrazia, mi feci giustificare presso il Visir, ma egli non cessò di conservare un vivo risentimento contro di me.
Tosto che fui in suo potere, venne a me come una furia e cacciando le sue dita nel mio occhio dritto, me lo sfondò, ecco perché son cieco. Ma l’usurpatore non si arrestò a questa sola crudeltà; mi fece chiudere in una cassa, ed ordinò al carnefice di portarmi molto lontano dal Palazzo, ed abbandonarmi agli uccelli di rapina, dopo avermi tagliata la testa. Il carnefice salì a cavallo, carico della cassa, e si arrestò nella campagna per eseguire gli ordini: ma io feci tanto colle preghiere e colle lacrime, che eccitai la sua compassione.
- Andate - mi disse - uscite subito dal Regno, e non vi rientrate più mai, perché incontrereste la vostra perdita, e sareste cagione della mia.
- Nello stato in cui era, io non potevo molto camminare: quindi mi ritirava in un luogo appartato durante il giorno, e camminavo la notte per quanto mel permettevano le forze.
Indi arrivai negli stati del Re mio zio, e andai alla capitale.
Gli feci una lunga narrazione della tragica causa del mio ritorno, e del tristo stato in cui mi vedeva.
- Ah! esclamò - non bastava d’aver perduto mio figlio! Doveva ancora apprendere la morte d’un fratello carissimo, e vedervi nel deplorevole stato in cui siete ridotto!
Mi dimostrò la inquietudine in cui era, per non aver ricevuto alcuna notizia di suo figlio. Questo sventurato padre piangeva a calde lacrime parlandomi, e mi pareva talmente afflitto, che non potei resistere al suo dolore. Non mi fu possibile di osservare più oltre il giuramento dato al Principe mio cugino, e raccontai al Re ciò che io sapeva.
Il Re mi ascoltò con qualche considerazione, e quando ebbi terminato, mi disse:
- Nipote, il racconto fattomi mi dà qualche speranza: io seppi che mio figlio faceva fabbricare questo [75] sepolcro, e conosco presso a poco il luogo. Con l’idea che ve n’è restata mi lusingo che lo troveremo.
Entrambi ci travestimmo ed uscimmo per una porta del giardino che dava alla campagna. Io riconobbi il sepolcro.
Entrati trovammo la botola di ferro chiusa sull’ingresso della scala. Durammo molta fatica per alzarla, avendola il Principe mio cugino assicurata al di dentro col gesso e l’acqua di cui vi ho parlato, ma infine l’alzammo. Il Re mio zio scese il primo. Quando fummo al basso della scala, ci trovammo in una specie di anticamera piena d’un densissimo fumo di cattivo odore. Da quest’anticamera passammo in un’altra stanza grandissima sostenuta da grosse colonne e rischiarata da molti lumi.
Nel mezzo eravi una cisterna, e da un lato si vedevano situate molte provvigioni. Vi era dirimpetto un sofà molto elevato, dove vi si saliva per alcuni gradini ed al di sopra vedeasi un largo letto colle cortine serrate.
Il Re vi salì; e avendole sollevate, scoperse il Principe suo figlio, e la donna insieme coricati, ma arsi e mutati in carbone.
Ciò che vieppiù mi fe’ stupire fu, che all’orribile spettacolo il Re mio zio, invece di mostrare la sua afflizione, vedendo suo figlio in quello stato sì spaventevole gli sputò in faccia, dicendogli sdegnato:
- Ecco il castigo di questo mondo: ma quello dell’altro durerà in eterno!
- Sire - gli dissi - per quanto dolore mi abbia cagionato tal funesto avvenimento, non posso tenermi di domandare a Vostra Maestà qual delitto abbia potuto commettere il Principe mio cugino, per meritare che voi ne trattiate così il cadavere?
- Nipote mio - rispose il Re - vi dirò che mio figlio, indegno di portare questo nome, amò sua sorella fin dai primi anni, ed ella lo amò del pari. Questa tenerezza con l’età aumentatasi pervenne a tale, che alfine ne temetti la conseguenza. Apprestai il rimedio che mi fu possibile, né mi contentai di fare in disparte a mio figlio una riprensione, rappresentandogli l’errore della passione contratta, e l’onta di cui andava a coprire la sua famiglia se persisteva in sentimenti sì criminosi; dissi ancora lo stesso a mia figlia, che custodii in modo da non aver più comunicazione col fratello.
Mio figlio, persuaso che sua sorella era sempre [76] la stessa per lui, sotto pretesto di fabbricare un sepolcro, fece preparare questo asilo sotterraneo, colla speranza di trovare un giorno l’occasione di rapire il colpevole oggetto della sua fiamma e condurlo qui.
Terminate queste parole si sciolse in pianto; uscimmo infine da quel luogo funesto. Non era molto che eravamo tornati a Palazzo, quando ascoltammo un confuso rumore di trombette, di timballi, di tamburi ed altri strumenti da guerra. Era lo stesso Visir il quale, deposto dal trono mio padre ed usurpato i suoi Stati, veniva ad impadronirsi ancora di quelli di mio zio, con innumerevoli schiere di soldati.
Mio zio, avendo soltanto l’ordinaria sua guardia, non poté resistere a tanti nemici.
Oppresso dal dolore, perseguitato dalla fortuna, mi appigliai ad uno strattagemma, il solo partito che mi restasse per salvarmi la vita: mi feci radere la barba e le sopracciglia, e preso l’abito di Calender, uscii dalla città senza essere riconosciuto da alcuno.
Infine, dopo il viaggio di molti mesi, sono giunto oggi alla porta di questa città; vi sono entrato al cader del giorno, ed essendomi un poco arrestato per rinfrancare le mie forze, quest’altro Calender, che vedete vicino a me, vi giunse come viaggiatore anch’egli: a vicenda ci salutammo.
- Al vedervi - gli dissi - sembrate straniero come me; ed egli mi rispose che non m’ingannava.
In quel momento sopravvenne questo terzo Calender. Ci avete ricevuti con tanta carità e bontà, che noi non possiamo ringraziarvi abbastanza.
- Basta - disse Zobeida - siamo contenti: ritiratevi dove vi piace.
ISTORIA DEL SECONDO CALENDER
- Signora - disse il secondo Calender - io era uscito appena d’infanzia, quando il Re mio padre, osservando in me molto ingegno, fece di tutto per coltivarlo: feci tanti progressi, che avanzai tutt’i primi scrittori del Regno.
La fama mi onorò più che io meritassi; né contentossi di diffondere il grido del mio ingegno negli Stati di mio padre, ma portollo ancora fino alla Corte delle Indie, il cui possente Monarca, ansioso di vedermi, inviò un ambasciatore con ricchi doni per domandarmi a mio padre, il quale, fu lieto di quell’ambasciata.
[77] Era persuaso che nulla meglio conveniva ad un Principe della mia età che viaggiare nelle corti straniere. Partii dunque coll’ambasciatore, ma con poco equipaggio.
Era un mese che stavamo in viaggio, quando scorgemmo apparire cinquanta cavalieri ben armati. Essi erano ladri che venivano a noi.
Non essendo nello stato di respingere la forza con la forza, dicemmo loro che eravamo ambasciatori del Sultano delle Indie, sperando di salvare col nostro equipaggio la vita, ma i ladri ci risposero:
- Perché volete che rispettiamo il Sultano vostro padrone? Noi non siamo suoi sudditi e neppure siamo sul suo territorio.
Terminate queste parole ci circondarono e ci investirono.
Io mi difesi più che potei: ma sentendomi ferito, e vedendo che l’ambasciatore, le sue genti e le mie erano state tutte gettate a terra, profittai del residuo delle forze del mio cavallo, e mi allontanai da loro. Lo spinsi per quanto poté portarmi: ma venendo a mancarmi di sotto, cadde morto di stanchezza. Mi sciolsi sollecitamente da esso, osservando che nessuno mi inseguiva.
Rimasi dunque solo, ferito, privo di soccorso in paese sconosciuto. Dopo avermi fasciate le piaghe camminai il resto del giorno, e giunsi al piede di una montagna, in mezzo al cui fianco scopersi l’apertura di una grotta. Entrai, e vi passai tutta la notte tranquillamente, dopo aver mangiato qualche frutto raccolto per via.
Continuai a camminare la mattina ed i giorni seguenti senza trovar luogo dove arrestarmi: ma al finir del mese scopersi una grande città popolatissima.
Entrato in città per prender notizia ed informarmi ov’era, mi diressi ad un sarto che lavorava nella sua bottega. Egli mi fece sedere accanto a lui e volle conoscere la mia istoria, che gli raccontai.
Il sarto mi udì attentamente: ma quando ebbi terminato di parlare, invece di confortarmi, mi rattristò.
- Guardatevi di dire agli altri ciò che avete raccontato a me: perché il Principe che regna qui è il più fiero nemico di vostro padre, e vi farebbe senza dubbio oltraggio se fosse informato del vostro arrivo in città.
[78] Ringraziai il sarto dell’avviso datomi, e mi affidai ai suoi consigli.
Qualche giorno dopo il mio arrivo egli, osservandomi molto rimesso dalla fatica del lungo e penoso viaggio fatto, mi disse:
- Se volete seguire un mio consiglio, prendete un abito corto: e andate nella vicina foresta a far legna da bruciare. Verrete ad esporle e vendere in piazza e vi assicuro che vi trarrete tanto da poter vivere. Il giorno seguente il sarto mi comprò una scure ed una corda, con un abito corto, raccomandandomi a’ poveri abitanti che guadagnavano la loro vita nello stesso modo, li pregò di condurmi con loro, il che fecero: ed io, fin dai primi giorni, portai in testa un grosso carico di legna, che vendei per mezza piastra d’oro del paese. In poco tempo guadagnai molto e restituii al sarto il danaro che aveva anticipato per me.
Era più d’un anno ch’io viveva così, quando un giorno, essendomi più del solito inoltrato nella foresta arrivai in un luogo delizioso ove mi posi a tagliar legna. Strappando la radice di un albero scopersi un anello di ferro attaccato ad una botola dello stesso metallo. Tolsi tosto la terra che lo copriva, l’alzai, e vidi una scala ove scesi con la mia scure.
Quando fui al basso della scala mi vidi in un vasto Palazzo.
M’inoltrai: ma vedendomi venire dinanzi una donna che parea avere un’aria nobile, svelta ed una bellezza straordinaria, mi fermai a guardarla.
Per risparmiare alla bella donna la pena di venir fino a me, mi sollecitai, e mentre le faceva una profonda riverenza mi domandò:
- Chi siete? Siete uomo o Genio?
- Son uomo, signora; e non ho alcun commercio coi Genii.
- E per quale avventura vi trovate qui? Son venticinque anni che vi dimoro, e non ho veduto altro che voi.
Le raccontai fedelmente per quale strana avventura ella vedeva nella mia persona il figlio d’un Re, e come il caso mi avesse fatto scoprire l’entrata della prigione.
- Ah! principe - diss’ella sospirando - Non è possibile che non abbiate mai udito parlare del grande Epitimario, Re dell’Isola d’Ebano, così detta per l’abbondanza di questo legno prezioso ch’essa produce. Io sono la principessa sua figlia. Il Re mio padre mi [79] aveva scelto per isposo un Principe, mio cugino: ma la prima notte delle mie nozze un Genio mi rapì. In quel momento svenni, perdei ogni conoscenza, e quando ebbi ripresi i miei spiriti, mi trovai in questo Palazzo.
«Son venticinque anni, come vi ho detto, che sono qui, dove posso dire che ho in abbondanza tutto quanto è necessario alla vita, e quanto può contentare una Principessa.
- Di dieci in dieci giorni - continuò la Principessa - il Genio viene a trattenersi una sola volta con me. Nonostante, quando io ho bisogno di lui, sia di giorno, sia di notte, tocco un talismano ch’è nella mia stanza, ed il Genio comparisce.
Sono oggi quattro giorni ch’è venuto, e l’aspetto fra sei altri, perciò potrete dimorar con me cinque giorni per tenermi compagnia.
Io, che mi sarei stimato troppo fortunato ottenere sì gran favore, domandandolo, ad una offerta così obbligante l’accettai con immensa gioia.
Ci sedemmo sopra un sofà, e poco dopo ella pose sur una tavola delle vivande delicatissime. Mangiammo insieme e passammo il resto della giornata lietamente.
L’indomani, le dissi:
- Bella Principessa, è molto tempo che siete sotterrata viva! Seguitemi; venite a goder la luce del giorno, di cui siete priva da tanti anni.
- Principe - essa mi rispose sorridendo - lasciamo questi discorsi. Io conto per nulla il più bel giorno del mondo purché de’ dieci vogliate trattenervi nove con me, lasciando il decimo al Genio.
- Principessa - le risposi - mi accorgo che il timore del Genio vi fa parlare così: per me io lo temo sì poco, che vado a mettere in pezzi il suo talismano. Che venga allora: io l’aspetto. Comunque bravo, comunque formidabile che egli possa essere, gli farò sentir il peso del mio braccio. Giuro di sterminare tutti i Genii del mondo, e lui per il primo!
La Principessa, che ne conosceva le conseguenze, mi scongiurò di non toccare il talismano.
I vapori del vino non mi permisero di capir le ragioni della Principessa, e con un colpo di piede misi in pezzi il talismano.
Non sì tosto fu rotto, il Palazzo si scosse come per frangersi con un rumore spaventevole.
Questo orribile fracasso dissipò in un momento i [80] fumi del vino, e mi fecero conoscere, ma troppo tardi, l’errore commesso.
- Principessa - esclamai - che vuol dir ciò?
Ella mi rispose spaventata e senza pensare alla sua sventura:
- Ahi! è finita per voi, se non vi salvate!
Seguii il suo consiglio, e il mio terrore fu sì grande, che dimenticai la scure e le mie pantofole.
Aveva appena guadagnata la scala per dov’era disceso, che il palazzo incantato si aprì, e diede passaggio al Genio.
Domandò adirato alla Principessa:
- Che vi avvenne? Perché mi chiamate?
- Un mal di cuore - gli rispose la principessa - mi ha obbligata di andar a cercare la bottiglia che qui vedete; ho bevuto due o tre volte, per disgrazia ho fatto un passo falso e son caduta sul talismano, che si è spezzato. Non è altro.
A questa risposta il Genio furioso, le disse:
- Siete un’imprudente, una mentitrice! queste pantofole perché sono qui?
- Io non le ho vedute che adesso - disse la Principessa - Con l’impeto che siete venuto, forse l’avete portate senza accorgervene.
Il Genio rispose con ingiurie e con busse, di cui intesi il rumore. Non ebbi fermezza di udire i pianti e le grida pietose della principessa, maltrattata sì crudelmente.
Così terminai di salire, tanto più penetrato di dolore e di compassione, inquantoché ero io la cagione di sì grande sventura, e perché sacrificando la più bella Principessa della terra alle barbarie di un Genio, io m’era reso il più ingrato di tutti gli uomini.
- È vero - diceva io - ch’ella è prigioniera da venticinque anni, ma toltane la libertà, essa non avea null’altro a desiderare per esser felice. Il mio trascorso distrugge la sua felicità e la sottomette alla crudeltà d’un demone spietato!
Abbassai la botola, la ricopersi di terra, e ritornai in città con un carico di legna, che accomodai senza saper ciò che facessi, tanto ero turbato ed afflitto.
Il sarto, mio ospite, mostrò molta gioia nel vedermi. Lo ringraziai del suo zelo e della sua affezione, ma non gli confidai nulla di quello che mi era avvenuto. Mi ritirai nella mia stanza, rimproverandomi mille volte l’eccesso della mia imprudenza.
[81] Mentre mi abbandonava a questi pensieri, entrò il sarto e mi disse:
- Un vecchio che io non conosco è giunto con la scure e le vostre pantofole, che dice aver trovate per via. Ha saputo dai vostri compagni boscaiuoli che voi dimorate qui, e vuole che andiate a parlargli per restituirvele.
A tai detti cangiai di colore, e tutto il corpo mi tremò.
Il sarto me ne domandava la cagione, quando il pavimento della mia stanza si aprì.
Il vecchio, che non aveva avuta la pazienza d’aspettare, apparve, e presentossi a noi con la scure e le pantofole.
- Io sono il Genio figlio della figlia d’Eblis, Principe de’ Genî. Non è questa la tua scure? Non son queste le tue pantofole? - disse volgendosi a me, e dopo fatta questa domanda, non mi diede tempo a rispondere, né io avrei potuto farlo; tanto la sua spaventevole presenza mi avea posto fuori di me.
Mi prese per mezzo il corpo, mi trascinò fuori della stanza, e lanciandosi nell’aria mi elevò al cielo con rapidità. Piombò poi sulla terra, e facendola schiudere con un colpo del suo piede, vi si sprofondò: e tosto io mi vidi nel palazzo incantato, dinanzi alla bella Principessa dell’Isola d’Ebano.
Quella Principessa era nuda, insanguinata tutta, stesa per terra più morta che viva.
- Perfida - le disse il Genio mostrandomi a lei - non è questo il mio rivale?
Essa gettò su di me i suoi languidi sguardi, e rispose tristamente:
- Io non lo conosco.
- Ebbene - disse il Genio traendo una sciabola e presentandola alla Principessa - se non lo hai veduto mai, prendi questa sciabola e spiccagli la testa!
- Oh! - disse la Principessa - come potrei eseguire ciò ch’esigete da me? Le mie forze sono esauste, che non potrei alzare un braccio: e quand’anche lo potessi, avrei io il coraggio di dar la morte ad un uomo che non conosco, ad un innocente?
- Questo rifiuto - disse allora il Genio alla Principessa - mi fa manifesto tutto il tuo delitto.
Indi volgendosi a me:
- E tu non la conosci, tu?
[82] Sarei stato il più ingrato di tutti gli uomini se non avessi avuto per la Principessa la stessa fermezza, che ella ebbe per me. Onde risposi al Genio:
- Come posso conoscerla se non l’ho mai veduta?
- S’è vero - egli riprese - prendi dunque questa sciabola, e tagliale la testa. A tal prezzo ti porrò in libertà, e potrò allora assicurarmi se come dici, non l’hai mai veduta.
- Volentieri - io risposi - e presa la sciabola dalle sue mani mi avvicinai all’infelice...
Lo feci soltanto per mostrarle col gesto, per quanto mi era permesso, che come essa aveva la fermezza di sacrificar la sua vita per amor mio, io non rifiutava di sacrificar la mia per amor suo.
La Principessa, come comprese il mio disegno ad onta dei suoi dolori e delle sue afflizioni, mi espresse con uno sguardo affettuoso la sua gratitudine e mi fece intendere che ella moriva volentieri, e ch’era lieta di vedere il mio sacrificio.
Retrocessi allora, e gettando a terra la sciabola, dissi al Genio:
- Sarei biasimato eternamente da tutti gli uomini se avessi la viltà di ammazzare una persona come costei vicina a morire. Fate di me quel che volete, perché sono in vostro potere, ma non obbedirò mai al vostro barbaro comando!
- Veggo bene - disse il Genio - che entrambi mi corbellate, insultando alla mia gelosia, ma conoscerete di che cosa sono capace.
A queste parole il mostro riprese la sciabola e tagliò una mano alla Principessa, che ebbe appena il tempo d’alzar l’altra per darmi un eterno addio.
Dopo questa crudeltà io svenni...
Quando rinsensai, il Genio mi disse:
- Ecco come i Genii trattan le donne sospette di infedeltà. Essa t’ha ricevuto qui; s’io fossi sicuro che ella mi ha fatto un oltraggio maggiore, ti farei morire all’istante; ma mi contenterò di mutarti in cane, in asino, in leone, o in uccello.
- Tutto ciò che posso fare per te - mi disse egli - si è di non toglierti la vita: ma non ti lusingare ch’io ti mandi via sano e salvo; voglio almeno farti sentire quanto posso io co’ miei incantesimi.
A queste parole mi prese con violenza, e mi trasportò sì alto, che la terra mi parve una piccola nube bianca.
[83] In siffatta altezza lanciommi verso la terra come il fulmine, e mi pose in cima d’una montagna.
Ivi raccolse un pugno di terra, e gittandola su di me, disse:
- Lascia la forma umana, e prendi quella di scimmia - e disparve.
Dall’alto della montagna scesi in una pianura, e dopo un lunghissimo cammino giunsi alle rive d’un mare, su cui scorsi a mezza lega un vascello. Ruppi tosto un grosso ramo d’albero, e trattolo meco nell’acqua mi vi gettai sopra a cavalcioni, con due bastoni in ambe le mani per servirmi di remi. Così vogando mi avanzai verso il vascello. Arrivai a bordo, ed afferratomi ad una corda mi arrampicai sul ponte: ma siccome io non poteva parlare, mi trovai in un terribile cimento.
I mercanti, superstiziosi e scrupolosi, pensarono che lasciandomi a bordo sarei stato di sventura alla navigazione: uno disse:
- Bisogna gettarlo in mare!
Non avrebbero mancato di far ciò, s’io collocandomi al fianco del capitano non mi fossi prostrato a’ suoi piedi e prendendolo per l’abito, in atto supplichevole, non lo avessi commosso colle mie lacrime, di modo che egli mi prese sotto la sua protezione, minacciando di far pentire chi volesse farmi il menomo male.
Il vento che successe alla calma, ci fece felicemente approdare e gittar l’ancora nel Porto di una bella città, di grande commercio, capitale di un potente Stato. Giunsero pertanto alcuni uffiziali che domandavano di parlare per parte del Sultano ai mercanti del nostro bordo.
I mercanti si presentarono a loro, ed uno degli uffiziali disse:
- Il Sultano nostro padrone ci ha incaricati di manifestarvi la sua gioia pel vostro arrivo, e di pregar ciascuno di voi a prendersi la pena di scrivere su questo involto di carta un rigo del suo carattere.
Per mostrarvi qual sia il suo disegno, sappiate ch’egli aveva un primo Visir, che alla grandissima abilità di maneggiar gli affari univa il pregio di scrivere perfettamente.
Il ministro è morto da pochi giorni e il Sultano n’è afflitto: e siccome egli riguardava con ammirazione le scritture di sua mano, ha fatto un solenne giuramento di non dare il suo luogo che ad un uomo il quale scriverà bene quanto lui.
[84] Quei mercanti, credendo scriver assai bene onde pretender quella dignità, scrissero l’uno dopo l’altro quello che vollero. Quand’ebbero terminato io mi alzai, e tolsi il foglio dalle mani di chi lo aveva facendo segno di volere scrivere a mia volta. Vedendo che nessuno si opponeva al mio disegno, presi la penna, e non lasciai se prima non ebbi scritto sei specie di caratteri usati dagli Arabi. Il mio carattere non solo superava quello dei mercanti, ma oso dire che in quel paese non se n’era mai veduto uno così bello. Quando ebbi terminato, gli ufficiali presero il foglio e lo portarono al Sultano.
Questi non fece attenzione alle altre scritture: ma osservò soltanto la mia la quale piacquegli tanto che disse agli ufficiali:
- Prendete il cavallo meglio bardato della mia scuderia e la più magnifica veste di broccato per vestire la persona che ha fatto questi caratteri e menatela a me.
A quest’ordine del Sultano gli ufficiali si posero a ridere, ed il Principe irritato del loro ardire, stava per punirli, ma quei gli dissero:
- Sire, supplichiamo Vostra Maestà di perdonarci; queste scritture non sono di un uomo, bensì di una scimmia...
- Come! - esclamò il Sultano - questi caratteri meravigliosi non sono di un uomo?
- No, Sire - rispose uno degli ufficiali.
Il Sultano trovò la cosa sorprendente, da non poter non esser curioso di vedermi.
- Fate ciò che vi ho comandato - disse - conducete a me questa scimmia così rara.
Gli ufficiali ritornarono al vascello ed esposero l’ordine al capitano, il quale disse loro che il Sultano n’era il padrone.
Cominciammo il cammino: il Porto, le strade, le piazze pubbliche, le finestre, i terrazzi dei palagi e delle case, tutto era pieno d’una moltitudine innumerevole di gente dell’uno e dell’altro sesso e di ogni età, venuti da tutti i luoghi della città, curiosi di vedere, perché s’era sparso in un momento il grido, che il Sultano aveva scelto per suo gran Visir una scimmia.
Dopo aver dato uno spettacolo così nuovo a tutto quel popolo giunsi al Palazzo del Sultano. Trovai questo principe seduto sul suo trono in mezzo ai grandi della Corte. Gli feci tre profonde riverenze, e all’ultima mi prostrai e baciai la terra al suo piede.
[85] Il Sultano congedò i suoi cortigiani. Passò poi dalla sala d’udienza al suo appartamento ove si fece recar da mangiare.
Quando fu a tavola mi fe’ cenno di avvicinarmi e mangiare con lui.
Prima che si apparecchiasse scopersi un calamaio e feci segno che mi venisse dato; quando l’ebbi, scrissi su d’una pesca versi di mia invenzione, per mostrare la mia riconoscenza al Sultano il quale accrebbe la sua meraviglia quando glieli porsi.
Levata la tavola, il Principe, fattosi portare un giuoco di scacchi, mi domandò con segni s’io sapessi giuocare, e se volessi fare una partita con lui. Io baciai la terra, e portata una mano sulla testa, mostrai ch’era pronto a ricevere tanto onore. Egli mi guadagnò la prima partita, ma io guadagnai la seconda e la terza.
Tante cose, sembrando al Sultano molto al di là di quanto aveva veduto o inteso della destrezza delle scimmie e dell’ingegno loro, non volle essere il solo testimonio di tanti prodigi.
Egli aveva una figliuola chiamata Donna di bellezza.
- Andate - disse al capo degli eunuchi cui era presente, e al quale era affidata questa Principessa, - andate e fate venire la vostra signora; mi è caro che ella partecipi al piacere ch’io prendo.
Il capo degli eunuchi partì, e subito condusse la Principessa.
Essa aveva il volto scoperto, ma non sì tosto fu nella stanza si coprì subito col suo velo, dicendo al Sultano:
- Sire, sono molto sorpresa che Vostra Maestà mi faccia comparire alla presenza degli uomini.
- Figlia - disse il Sultano - Vi è qui solamente l’eunuco vostro governatore ed io, che abbiamo la libertà di mirarvi il viso.
- Sire - replicò la Principessa - Vostra maestà conoscerà non avere io torto. Questa scimmia, quantunque ne abbia la forma, è un giovane principe figlio d’un Re. Egli è stato mutato in scimmia per incantesimo.
Il Sultano sorpreso di questo discorso, si volse a me, e non parlandomi più con segni, mi domandò se era vero quanto diceva sua figlia. Poiché io non poteva parlare mi posi la mano sulla testa, per confermare che la Principessa diceva la verità.
[86] - Figlia - esclamò allora il Sultano - come sapete voi che questo principe è stato trasformato in scimmia per incantesimo?
- Sire - rispose la principessa - Vostra Maestà può ricordarsi che nell’uscir dall’infanzia io ebbi con me una vecchia donna. Questa è una valentissima maga, e mi ha insegnato sessanta regole della sua scienza. Con questa scienza conosco tutte le persone ammaliate.
- Poiché è così - ripigliò il Sultano - potreste voi dissipar l’incantesimo del Principe?
- Sì, o Sire - ella rispose - posso rendergli la forma primiera.
- Restituitegliela dunque - interruppe il Sultano - non potreste farmi un piacere maggiore, perché voglio ch’ei sia mio gran Visir, e che vi prenda in isposa.
Ella andò nel suo appartamento, dove aveva preso un coltello che aveva inciso sulla lama delle parole ebraiche; indi fece scender in un segreto cortile il Sultano, il capo degli eunuchi e me: ed ivi lasciandoci in una galleria che girava intorno, si avanzò nel mezzo della corte, ove descrisse un gran cerchio, e vi scrisse molte parole in caratteri di Cleopatra. Quand’ebbe terminato e formato il cerchio nel modo che desiderava si collocò nel mezzo del medesimo ove fece degli scongiuri, e recitò dei versetti del Corano. A poco a poco l’aria si oscurò e parve che tutto il mondo andasse a dissolversi.
Noi ci sentimmo prendere da immenso spavento tanto più quando vedemmo all’improvviso comparire il Genio figliuolo d’Eblis, sotto la forma d’un leone di una forma immensamente grande.
Appena la Principessa vide quel mostro gli disse:
- Come, invece d’inchinarti innanzi a me, osi presentarti sotto questa orribile sembianza, e credi di spaventarmi?
- E tu, - rispose il leone - non temi di contravvenire al trattato fatto tra noi, e confermato da un solenne giuramento di non nuocerci l’un l’altro? Tu pagherai la pena che m’hai dato nel farmi venire - riprese fieramente il Leone - ed aperta una gola spaventevole s’avanzò verso di lei per divorarla: ma ella fece un salto indietro, strappossi un capello, e pronunziando due o tre parole si mutò in una spada tagliente colla quale divise in due il corpo del leone.
Le due parti del leone disparvero, e non rimase [87] che la testa, la quale mutossi in un grosso scorpione: allora la Principessa si cangiò in un grosso serpente, e diede un fiero combattimento allo scorpione, il quale vedendosi inferiore prese la forma d’aquila e sen volò.
Poco dopo vedemmo il Genio e la Principessa.
L’uno e l’altra si lanciavano fiamme dalla bocca, fino a che vennero a prendersi corpo a corpo. Allora si aumentarono le due fiamme e mandarono un fumo denso e infuocato che si elevò altissimo.
Tememmo e con ragione che s’incendiasse il Palazzo: ma subito una cagione più forte di tema sopravvenne: perocché il Genio essendosi staccato dalla Principessa, venne fino nella galleria ove noi eravamo, e ci soffiò contro dei globi di fuoco.
Era spacciata per noi, se la Principessa correndo in nostro soccorso, non l’avesse obbligato con le sue grida ad allontanarsi.
Nondimeno non poté impedire che il Governatore non fosse affogato e consumato all’istante e che una scintilla, non entrasse nel mio occhio dritto rendendomi cieco.
Il Sultano ed io credemmo di morire: ma bentosto udimmo gridare: «Vittoria! vittoria!» e vedemmo ad un tratto comparir la Principessa sotto la forma mortale, ed il Genio ridotto in un mucchio di cenere.
Essa si appressò a noi, e per non perder tempo domandò una tazza piena d’acqua, che le venne recata da un giovane schiavo.
La prese, e dopo averci profferite sopra alcune parole, gittò su di me l’acqua dicendo:
- Se tu sei scimmia per incantesimo, muta figura e prendi quella d’uomo cui avevi per lo innanzi.
Finito appena queste parole io tornai uomo come prima. Mi apparecchiavo a ringraziare la principessa, quando essa voltasi al Sultano suo padre, gli disse:
- Sire, io ho riportato la vittoria sul Genio, ma è una vittoria che mi costa cara; mi restano soltanto pochi momenti di vita e voi non avrete la soddisfazione di mandare ad effetto il matrimonio propostomi.
Ad onta del potere della sua arte formidabile e della sua esperienza, ho fatto conoscere al Genio ch’io ne sapeva più di lui, l’ho vinto e l’ho ridotto in cenere. Ma io non posso sfuggire la morte che s’avvicina!
Il Sultano lasciò che la principessa terminasse il racconto del suo combattimento, e [88] quand’ebbe finito, le disse d’un tono dimostrante il vivo dolore di cui era penetrato:
- Figlia, vedete in che stato è vostro padre! L’eunuco vostro governatore è morto, e il Principe, che avete salvato dal suo incantesimo ha perduto un occhio.
Non poté dir di più, perché le lagrime, i sospiri ed i singhiozzi gli troncarono la parola. Fummo estremamente commossi della sua afflizione, e sua figlia ed io piangemmo con lui.
Mentre ci addoloravamo a chi più poteva, l’un per l’altro, la Principessa si pose a gridare:
- Ah io brucio!
Il fuoco che la consumava s’era infatti impadronito del suo corpo, onde non cessava di gridare:
- Io brucio!
La morte finalmente pose termine ai suoi insopportabili dolori.
L’effetto di quel fuoco fu così straordinario da ridurla in poco tempo in cenere.
Quando la voce di questo tragico avvenimento si sparse per il palazzo e per la città, tutti piangevano la principessa Donna di bellezza, e parteciparono al dolore del Sultano.
Il dispiacere provato dal Sultano per la perdita di sua figlia, gli cagionò una malattia che lo confinò per un buon mese nel letto.
Non aveva ancora ricuperata interamente la salute, quando mi fece chiamare e mi disse:
- Io era sempre vissuto in una perfetta felicità e nessun accidente non m’aveva mai attraversata l’esistenza; il vostro arrivo ha fatto svanire ogni mio contento; mia figlia è morta; il suo governatore non è più; per miracolo io vivo. Voi dunque che siete stato la cagione di tutte queste sventure, partite tosto e non tornate mai più nei miei Stati!
Rifiutato, scacciato, abbandonato da tutti, entrai in un bagno, mi feci rader barba e sopracciglia, e vestii l’abito di Calender.
Quando il secondo Calender ebbe terminato la sua storia, Zobeida, alla quale parlava, gli disse:
- Va bene; andate, ritiratevi dove più vi piace, ve lo permetto.
[89]
STORIA DEL TERZO CALENDER
Io mi chiamo Agib e son figlio di un Re, il quale chiamavasi Cassib. Dopo la sua morte presi possesso de’ suoi Stati.
Primieramente visitai le provincie, poi feci equipaggiare la mia flotta e andai nelle mie isole per conciliarmi colla mia presenza il cuore dei sudditi. Tali viaggi avendomi fatto acquistare qualche conoscenza della navigazione, mi fecero prender tanto piacere, che risolvetti di fare delle scoperte al di là delle mie isole.
Dopo dieci giorni di navigazione, un marinaio di guardia rapportò che a destra ed a sinistra non si vedeva che cielo e mare: ma dirimpetto, cioè dalla parte di prua, eravi una gran macchia nera.
A tale notizia il pilota cangiò colore; con una mano gittò il turbante sulla tolda, e coll’altra battendosi il volto esclamò:
- Ah! sire, siamo perduti! Io gli domandai qual ragione avesse per disperarsi tanto, ed ei mi rispose:
- Ah! Sire, domani a mezzogiorno ci troveremo presso quella macchia oscura chiamata la montagna nera, la quale non è altro se non una miniera di calamita. Sulla sommità della medesima evvi una cupola di bronzo fino sostenuta da colonne dello stesso metallo; al disopra si eleva un cavallo che ha il petto coperto di una piastra di piombo, sulla quale vi sono incisi dei caratteri talismanici.
La tradizione, o Sire, dice che quella statua è la cagione principale per cui tanti vascelli e tanti uomini sono stati finora sommersi in questo luogo.
L’indomani scoprimmo chiaramente la montagna nera, e l’idea che ne avevano concepita ce la fece comparire maggiormente spaventevole. A mezzo giorno ci trovammo così vicini da esperimentare tutto quanto ci aveva predetto il pilota.
Vedemmo volare i chiodi e tutti gli altri ferramenti della flotta verso la montagna, ove per la violenza dell’attrazione vi si attaccavano con un orribile fracasso.
Tutta la mia gente fu sommersa: ma Dio ebbe pietà di me e permise ch’io mi salvassi, afferrandomi ad una tavola, che fu spinta dal vento al piede della montagna. Non mi feci alcun male, avendomi la fortuna [90] fatto approdare in un luogo ov’erano dei gradini per salire sino alla sommità. Alla vista di quei gradini cominciai a salire, giunto alla sommità entrai sotto la cupola, e prostrandomi in terra ringraziai Dio della grazia fattami. Passai la notte sotto quella cupola, e mentre dormivo mi apparve un vecchio venerabile, il quale mi disse:
- Agib, ascolta: quando sarai svegliato, scava sotto i tuoi piedi la terra, vi troverai un arco di bronzo e tre frecce di piombo. Scocca le tre frecce contro la statua; il cavaliere cadrà nel mare ed il cavallo vicino a te, e tu lo sotterrerai nel luogo ove avrai tratto le frecce. Fatto ciò, il mare si gonfierà e salirà fino al piede della cupola alla cima della montagna; allora vedrai approdare una scialuppa, contenente un uomo di bronzo, ma diverso da quello rovesciato. Imbarcati con lui senza profferire il nome di Dio e lasciati condurre.
Tale fu il discorso del vecchio, e quand’io fui svegliato, non mancai di eseguirne il consiglio. Dissotterrai l’arco e le frecce, e le trassi contro il cavaliere. Alla terza frecciata lo rovesciai in mare, e il cavallo cadde vicino a me. Lo sotterrai dov’erano prima l’arco e le frecce, ed in quel frattempo il mare si gonfiò a poco a poco. Quando fu arrivato al piede della cupola, vidi da lungi sul mare avvicinarmisi una scialuppa. La scialuppa approdò, e vidi l’uomo di bronzo come mi era stato dipinto. M’imbarcai, guardandomi bene di profferire il nome di Dio. Mi sedei e l’uomo di bronzo cominciò a vogare, allontanandosi dalla montagna. Vogò senza posa fino al nono giorno, quando vidi isole che mi fecero sperare di poter essere subito fuori del temuto pericolo.
L’eccesso della gioia mi fece obliare la proibizione fattami, e dissi:
- Dio sia benedetto! Dio sia lodato!
Non ebbi appena terminate tali parole, che la scialuppa si affondò coll’uomo di bronzo. Io restai sull’acqua, e nuotai il resto del giorno dirigendomi verso terra.
Successe un’oscurissima notte, nuotai alla ventura, finché esauritesi le mie forze, disperai di salvarmi; quando, rinforzatosi il vento, un’onda più alta d’una montagna mi gettò su d’una spiaggia.
Il giorno dopo, mi avvidi di trovarmi in una piccola isola disabitata.
Nel mentre ch’io rimetteva a Dio la cura di disporre [91] della mia sorte secondo la sua volontà, scopersi un piccolo bastimento che veniva a gonfie vele verso l’isola. Salii sopra un albero foltissimo, da dove potea, non visto, osservare ogni cosa. Il bastimento venne a situarsi in un piccolo seno; sbarcarono dieci schiavi, portanti una pala ed altri strumenti adatti a svolgere la terra. Camminarono verso il mezzo dell’isola ove li vidi arrestarsi e smuover per qualche tempo il terreno; dai loro atti mi parve che sollevassero una botola. Tornarono poscia al bastimento, sbarcarono molte specie di provvigioni ed ognuno se ne fece un carico, che portò dove avevano smossa prima la terra, e vi discesero: ond’io compresi esservi un sotterraneo. Li vidi un’altra volta andare al vascello ed uscirne con un vecchio, che conduceva seco un giovane bellissimo di quattordici o quindici anni. Tutti discesero ov’era levata la botola, e quando furono risaliti, abbassata e ricopertala di terra, si diressero verso il naviglio.
Mi accorsi allora che il giovane non era con loro, e perciò conchiusi esser lui rimasto nel sotterraneo, e ne restai maravigliato.
Il vecchio e gli schiavi s’imbarcarono, e il bastimento, sciolte le vele, riprese la via del continente.
Quando lo vidi tanto lungi da non essere scoperto dall’equipaggio, scesi dall’albero e andai difilato al luogo dove avea veduto smuovere la terra. La smossi io pure, finché trovata una pietra, l’alzai e vidi che copriva l’entrata d’una scala pure di pietra; scesi, e mi trovai al basso in una grande stanza, ove un giovine stava seduto con un ventaglio in mano.
Questi fu sorpreso nel vedermi, ma, per rassicurarlo, gli dissi entrando:
- Chiunque siate, o signore, non temete di nulla.
Un Re figliuolo di Re come io sono, non è capace di farvi la menoma ingiuria.
Il giovane si rassicurò a tali parole, e pregommi con volto ridente a sedermi vicino a lui; poscia mi disse:
- Principe, v’intratterrò di cose che vi faranno meraviglia, tanto sono singolari. Mio padre da lungo tempo era ammogliato senza avere figliuoli, quando fu avvertito in sogno che avrebbe avuto un figlio, la cui vita non sarebbe di lunga durata, il che gli procurò molta pena. Alcuni giorni dopo, mia madre annunziogli d’essere incinta, e il tempo in cui credeva aver concepito corrispondeva col giorno del sogno: essa si sgravò di me e si fece nella famiglia gran tripudio. [92] Mio padre, che aveva esattamente osservato il momento della mia nascita, consultò gli astrologhi i quali gli dissero:
- Vostro figlio vivrà senza accidenti fino all’età di quindici anni: ma allora, correrà rischio di perder la vita.
A quel tempo, aggiunsero, la statua equestre di bronzo, ch’è sulla cima della montagna di calamita, sarà rovesciata nel mare dal Principe Agib, figlio del Re di Cassib, e gli astri annunziano che cinquanta giorni dopo vostro figlio dovrà essere ucciso da quello stesso Principe. Siccome questa predizione si accordava col sogno di mio padre, ei ne fu veramente commosso e addolorato. Non lasciò pertanto di prender molta cura della mia educazione fino a quest’anno, ch’è il quindicesimo di mia età. Ha saputo ieri che il cavaliere di bronzo è stato gittato in mare dal Principe nominatovi.
Sulla predizione degli astrologhi ha cercato il mezzo d’ingannare il mio oroscopo e conservarmi la vita. Da molto tempo ha preso la cura di far costruire questa dimora per tenermi nascosto durante cinquanta giorni, allorché saprebbe rovesciata la statua. Perciò come ha saputo esserlo stata da dieci giorni, venne subito a nascondermi qui, promettendomi che nel quarantesimo verrebbe a riprendermi.
Mentre il giovinetto mi parlava in tal guisa, io mi burlava fra me e me degli astrologhi cui avean predetto ch’io gli toglierei la vita, e mi sentii sì lontano dal verificare la predizione, che gli dissi con trasporto:
- Caro signore, confidate nella bontà di Dio, e non temete di nulla. Son lieto, dopo aver naufragato, di trovarmi felicemente qui per difendervi da chiunque volesse attentare a’ vostri giorni.
Con tal discorso lo rassicurai. Mi astenni per paura di spaventarlo, di dirgli ch’io era il temuto Agib, ed ebbi cura di non dargliene alcun sospetto.
Mangiammo insieme delle sue provvigioni, perché egli ne aveva tante da sopravvanzargliene alla fine de’ quaranta giorni, quand’anche avesse avuti più ospiti di me. Dopo la cena continuammo ad intrattenerci qualche tempo, e poscia ci riposammo.
Infine sotto quel sotterraneo passammo trentanove giorni col più gran piacere del mondo.
Giunse il quarantesimo, e la mattina, il giovine svegliandosi, mi disse con trasporto di gioia:
[93] - Principe, eccomi oggi al quarantesimo giorno, e grazie a Dio e alla vostra buona compagnia non sono ancor morto. Mio padre non mancherà di mostrarvi la sua riconoscenza, e di fornirvi tutti i mezzi necessari per ritornar nel vostro regno: ma intanto - egli soggiunse - vi supplico di voler riscaldare un poco d’acqua per lavarmi tutto il corpo in un bagno portatile; mi voglio ripulire e cangiar d’abito, per meglio ricevere mio padre.
Io posi l’acqua sul fuoco, e quando fu tiepida ne riempii il bagno portatile; il giovine vi si pose dentro, lo lavai e lo asciugai io stesso. Indi uscito, si coricò nel suo letto e lo copersi colla sua coltre. Poiché fu riposato ed ebbe dormito qualche tempo, mi disse:
- Principe, compiacetevi di portarmi un melone.
Dei molti meloni che ci restavano scelsi il migliore e lo posi in un piatto; e siccome non trovava un coltello per tagliarlo, domandai al giovane se sapesse dove fossero.
- Ve n’è uno - mi rispose - su questa cornice al di sopra della mia testa.
Infatti lo vidi; mi affrettai talmente per prenderlo, che quando l’ebbi in mano, il mio piede s’inviluppò in modo tale nelle coltri ch’io caddi sventuratamente sul giovane, immergendogli il coltello nel cuore, ond’ei spirò all’istante. A tale spettacolo mandai un grido di dolore. Poscia alzando le mani e la testa al Cielo, esclamai:
- Signore, vi domando perdono, e se sono colpevole della morte di questo giovine non mi lasciate vivere più a lungo!
Nulladimeno, riflettendo non esser le mie lacrime capaci di far rivivere il giovine, e che sarei stato sorpreso da suo padre, uscii dal sotterraneo.
Vi era vicino al sotterraneo un grand’albero, le cui fronde foltissime mi parvero adatte a nascondermi; mi vi situai in modo da non poter essere scoperto, ed aspettai gli eventi.
Sbarcarono il vecchio e gli schiavi, e tosto si avanzarono verso il sotterraneo: alzarono la pietra e discesero. Chiamano il giovane per nome, ma non risponde; si raddoppia il loro timore: lo cercano e lo trovano finalmente sul letto col coltello in mezzo al cuore, non avendo io avuto il coraggio di cavarglielo.
A tal vista ruppero in grida di dolore; il vecchio cadde svenuto; gli schiavi, per fargli prender aria, lo portano a piè dell’albero su cui mi trovavo.
[94] - Dopo la partenza del vecchio, degli schiavi e del naviglio, io restai solo. Passava la notte nel sotterraneo che non era stato coperto, ed il giorno camminava intorno all’isola. Dopo un mese di simile vita allorquando avvertii che il mare diminuiva considerevolmente, non rimanendo più tra il continente e me se non un picciol tratto d’acqua, tosto lo attraversai e scorsi in lontananza un gran fuoco.
Senonché coll’approssimarmi, il mio errore si dissipò: invece d’un fuoco era un castello di rame rosso.
Mi assisi vicino a quell’edifizio. Tosto vidi dieci giovani i quali parea venissero dal passeggio; erano tutti ciechi dall’occhio destro ed accompagnavano un uomo d’alta statura.
Mi si accostarono, manifestando il contento che provavano nel vedermi, e domandandomi qual motivo mi avesse ivi condotto.
Si sedettero, ed io narrai ciò che m’era avvenuto dacché era uscito dal mio regno fin allora. Quand’ebbi terminato il mio discorso, quei giovani signori mi pregarono d’entrare con essi nel Castello, ed io accettai la loro offerta.
Attraversammo un’infinità di sale, di anticamere e di gabinetti elegantemente mobigliati, e giungemmo in un gran salotto.
- Camerata, sedetevi qui in mezzo su questo tappeto non informandovi di ciò che ci riguarda né tampoco della cagione per cui siamo tutti ciechi dell’occhio dritto: contentatevi di vedere, e non spingete più oltre la vostra curiosità.
Il vecchio si alzò ed uscì, ritornando colla cena per tutti.
La mia storia era loro sembrata tanto straordinaria, che me la fecero ripetere al finir della cena, onde diede luogo ad una conversazione lunghissima. Poscia il vecchio si alzò, ed entrato in un gabinetto recò in testa dieci bacini l’uno dopo l’altro, tutti coperti di stoffa turchina, e ne pose uno con una fiaccola avanti ciascuno di quei giovani.
Essi scoprirono il loro rispettivo bacino, nei quali vi era della cenere, del carbone polverizzato, e del nero fumo. Mescolarono tutte quelle sostanze e cominciarono a fregarsi e macchiarsi il viso, da far orrore a vederli.
Dopo essersi tinti così, si posero a piangere ed a battersi la testa ed il petto gridando incessantemente:
[95] - Ecco il frutto del nostro ozio e della nostra sregolatezza!
Il giorno appresso e l’altro ancora fecero lo stesso.
Infine io non potei resistere alla mia curiosità, e li pregai seriamente di appagarla.
Uno di loro mi rispose per tutti gli altri:
- Se volete provare il nostro destino crudele, ditelo, e vi daremo la soddisfazione che domanderete.
Io risposi esser preparato ad ogni avvenimento.
Mi disse ancora che quando io avessi perduto l’occhio non doveva più sperare di rimanere con essi, supposto ch’io nutrissi simile pensiero, perché il loro numero era compiuto.
I dieci signori, vedendomi irremovibile nella mia risoluzione, presero un montone e lo scannarono; dopo avergli tolta la pelle, mi presentarono il coltello di cui s’erano serviti, dicendomi:
- Prendete questo coltello, vi servirà. Noi vi cuciremo in questa pelle, indi un uccello di enorme grandezza chiamato Roc apparirà nell’aria e prendendovi per un montone piomberà su di voi vi alzerà e vi poserà sulla cima d’una montagna; allora mediante il coltello sbarazzatevi del vostro involucro, camminate finché non siate giunto ad un Castello tutto coperto di lamine d’oro di grossi smeraldi e di altre pietre preziose. Presentatevi alla porta ch’è sempre aperta, ed entrate. Noi siamo stati tutti in quel Castello; non vi diciamo nulla di ciò che abbiamo veduto, né di quel che ci è intervenuto, perché lo saprete da voi.
Dopo tal discorso m’inviluppai nella pelle di montone, e m’impadronii del coltello; quei giovani si presero la pena di cucirmivi dentro, mi lasciarono sul largo, e si ritirarono nel loro salone.
Il Roc, di cui mi avevano parlato, piombò su di me, mi prese fra gli artigli come un montone, e mi trasportò sulla sommità della montagna. Quando mi sentii a terra, feci uso del coltello, e mi sbarazzai della pelle, correndo diffilato al castello. L’uscio ne era aperto; entrai in una corte quadrata e vastissima avente intorno 99 porte di legno di sandalo e di aloè, ed una d’oro.
Scorsi di fronte una porta aperta, per la quale entrai in un gran salone, dove erano sedute quaranta donzelle di una bellezza così perfetta da vincere l’immaginazione. Tostoché mi videro, si alzarono tutte insieme, e senza aspettare i miei complimenti mi dissero con grandi dimostrazioni di gioia:
[96] - Bravo, signore, siate il benvenuto!
Dopo molta resistenza da parte mia mi sforzarono a sedermi in un posto un po’ più elevato del loro, e siccome io dimostrai di averne rincrescimento, esse mi dissero:
- Questo è il vostro posto; da questo momento voi siete il nostro signore, il nostro padrone, il nostro giudice: e noi siamo vostre schiave, pronte a ricevere i vostri comandi.
Una portò dell’acqua calda e mi lavò i piedi; un’altra mi versò dell’acqua odorifera sulle mani: le altre portarono tutto quanto era necessario per farmi mutar vestito, mi apprestarono una colazione magnifica.
Io bevvi e mangiai, poscia feci un esteso racconto delle mie avventure a quelle belle donnine.
Quando ebbi terminato di raccontare la mia storia alle quaranta donne, alcune di loro, sedute più a me dappresso, restarono per intrattenermi, mentre le altre si alzarono per andare in cerca di lumi; ne portarono tanti da uguagliare meravigliosamente la chiarezza del giorno.
Altre donne apparecchiarono una tavola di frutta secche, di confetti e di bevande; altre ne guarnirono un’altra di molte specie di vini e liquori, ed altre infine comparvero con istrumenti musicali.
Quando fu preparato m’invitarono a prender posto.
Dopo la cena, i concerti ed il ballo, una delle donne mi disse:
- Voi siete stanco per il cammino fatto oggi; è tempo di riposarvi. Il vostro appartamento è preparato: ma prima di ritirarvi scegliete fra noi una che vi serva.
Bisognò cedere alle loro istanze; presentai la mano alla donna che parlava per le altre: ella mi porse la sua e mi condusse in un magnifico appartamento. Così passò quella notte. Non aveva al mattino dopo appena terminato di vestirmi, quando le altre trentanove donne vennero nel mio appartamento, tutte adornate diversamente del giorno innanzi. Esse mi condussero al bagno ov’esse medesime, mio malgrado, mi rendettero tutti i servigi di cui avevo bisogno: e quando ne uscii, mi fecero prendere un altro abito assai più magnifico del primo.
Passammo il giorno quasi sempre a tavola: e quando fu venuta l’ora del riposo mi pregarono di far lo stesso dell’antecedente giorno. Infine, passai un intero anno in quel modo.
[97] Alla fine dell’anno le quaranta donne entrarono nel mio appartamento colle guancie bagnate di pianto. Vennero ad abbracciarmi teneramente l’una dopo l’altra, e mi dissero:
- Addio, caro Principe, addio! Bisogna abbandonarvi.
Le loro lacrime m’intenerirono: ed io le pregai a dirmi la cagione del loro dolore, e della separazione di cui mi parlavano.
- Ahi! - disposero - qual altra cagione sarebbe capace di affliggerci, se non quella di separarci da voi? Forse non vi rivedremo mai più! Se intanto voi volete, ed avete perciò potere abbastanza su voi, non sarebbe impossibile di ricongiungerci.
- Donne - ripresi - non comprendo nulla di ciò che dite; vi prego di parlarmi più chiaro.
- Ebbene, - disse una di loro - per soddisfarvi vi diremo che siamo tutte Principesse, figliuole di Re. Viviamo qui insieme colla letizia che avete veduto: ma alla fine d’ogni anno siamo obligate di allontanarci per quaranta giorni, onde soddisfare a certi doveri indispensabili, che non ci è permesso rivelare; dopo ritorniamo in questo castello. L’anno finì ieri: bisogna oggi lasciarvi: è questa la cagione della nostra afflizione. Prima di uscire vi lasceremo le chiavi d’ogni cosa. Ma per nostro bene e per nostro comune interesse vi raccomandiamo di non aprire la porta d’oro: se l’aprirete non vi vedremo mai più!
Il discorso di quelle vaghe Principesse mi diede molta pena.
I nostri addii furono tenerissimi, io le abbracciai una dopo l’altra; esse partirono ed io restai solo nel Castello.
Fui vivamente afflitto della loro partenza e quantunque la loro lontananza non dovesse essere che di quaranta giorni mi parve di dover passare un secolo senza di esse.
Io mi riprometteva di non dimenticare l’avvertimento importante, di non aprir cioè la porta d’oro; ma siccome, salvo quell’eccezione, mi era permesso di soddisfare la mia curiosità, presi, secondo l’ordine in cui eran messe, la prima chiave delle altre porte.
Apersi la prima ed entrai in un giardino fruttifero, al quale credo nessun altro al mondo possa paragonarsi: e penso che quello il quale ci vien [98] promesso dopo morte dalla nostra religione, non possa sorpassarlo.
La simmetria, l’eleganza, la disposizione ammirabile degli alberi, l’abbondanza e la diversità dei frutti di mille specie sconosciute, la loro freschezza, la loro bellezza, tutto rapiva la mia vista.
Uscii coll’animo pieno di quelle meraviglie, chiusi la porta ed apersi quella che veniva dopo.
Invece d’uno di frutti ne trovai uno di fiori, che non era men singolare nel suo genere.
Io non mi arresterò a farvi la narrazione di tutte le cose rare che vidi ne’ giorni seguenti; ma vi dirò soltanto che non mi bastarono meno di trentanove giorni per aprire le novantanove porte ed ammirar tutto ciò che si offerse alla mia vista.
Giunto già al quarantasettesimo giorno dopo la partenza delle principesse se avessi potuto quel giorno conservare su me il debito potere sarei oggi il più felice di tutti gli uomini, invece di esserne il più sventurato: ma per una debolezza di cui non cesserò mai di pentirmi, soccombetti alla tentazione del demonio, aprii la porta fatale, trovai un vasto luogo a vòlta; molti candellieri d’oro massiccio, aventi lumi accesi che mandavano un odore d’aloè e d’ambra grigia, servivano di luce: fra un numero molto grande di oggetti che attiravano la mia curiosità scopersi un cavallo nero. Mi ci appressai per considerarlo, e trovai che aveva una sella ed una briglia d’oro massiccio. Lo presi per la briglia e lo trassi fuori. Montai su, e volli farlo camminare: ma siccome non si muoveva, lo percossi con uno scudiscio che avevo preso nella magnifica scuderia. Appena intese il colpo si pose a nitrireo con orribile strepito; poi spiegando due ali, di cui non mi era accorto, si levò nell’aria. Ripreso indi il suo volo verso terra si pose sul torrazzo d’un castello, ove senza darmi tempo di metter piede a terra, mi scosse così violentemente, che mi fece cadere indietro, e coll’estremità della sua coda mi cavò l’occhio dritto.
Ecco in qual modo son divenuto cieco. Il cavallo riprese il suo volo e disparve.
Camminai sul terrazzo colla mano all’occhio, che molto mi doleva, e disceso mi trovai in un salone che dai dieci sofà ch’erano in giro, fecemi conoscere che era il Castello donde ero stato tratto dal Roc.
I dieci giovani ciechi non erano nel salone; ond’io li aspettai finché poco tempo dopo giunsero col vecchio.
[99] Essi m’insegnarono la via che doveva tenere e mi separai da loro.
Nel cammino mi feci radere la barba e le sopracciglia e presi l’abito di Calender. È molto tempo che cammino, e oggi all’entrar della notte son giunto in questa città.
Avendo il terzo Calender terminato di raccontare la sua storia, Zobeida, dirigendosi a lui ed a’ suoi confratelli disse:
- Andate, siete liberi tutti e tre, ritiratevi dove più vi piace.
E volgendosi al Califfo, al visir Giafar ed a Mesrour, che essa non conosceva per quel ch’erano, disse loro:
- Tocca a voi a raccontare la vostra storia: parlate.
Il gran visir Giafar rispose ancor’egli a Zobeida:
- Signora, per obbedirvi, non abbiamo che a ripetervi ciò che vi abbiamo detto prima d’entrare in casa vostra. Noi siamo mercanti di Mussul, e veniamo a Bagdad per negoziare le nostre mercanzie, che sono in magazzino dentro un Klan.
«Per caso passammo per la vostra strada ed udimmo il vostro divertimento. Ciò ci determinò a picchiare alla vostra porta, ed ecco quanto dovevamo dirvi per obbedire ai vostri ordini.
Zobeida, dopo aver ascoltato simile discorso, disse:
- Voglio che tutti mi abbiate la stessa obbligazione. Vi faccio grazia, a condizione che usciate da questa casa subito e che vi ritiriate ove vi piacerà.
Avendo Zobeida dato quest’ordine con tuono che dimostrava voler esser obbedita, il Califfo, il Visir, Mesrour, i tre Calender ed il facchino, uscirono senza replicare perché la presenza de’ sette schiavi armati li teneva in rispetto.
Quando furono fuori della casa e la porta fu chiusa, il Califfo disse ai Calender, senza far loro conoscere chi fosse:
- E voi, signori, che siete stranieri e di recente giunti in questa città, dove andate?
- Signore, questo appunto ci dà impaccio.
- Seguiteci, - rispose il Califfo - ve ne toglieremo noi.
Poi disse al gran Visir:
- Conduceteli a casa vostra, e domattina accompagnateli da me; voglio far scrivere le loro istorie, le [100] quali meritano di avere un posto negli annali del mio regno.
Il visir Giafar menò con lui i tre Calender; il facchino si ritirò in casa sua, ed il Califfo, accompagnato da Mesrour, andò al suo Palazzo.
L’indomani si levò, ed andò nella sala ove teneva il suo consiglio e dava udienza, e si sedette sul trono.
Il gran Visir giunse qualche tempo dopo.
- Visir - gli disse il Califfo - gli affari che dobbiamo regolare adesso non sono molto interessanti: e lo è più quello delle tre donne e delle tre cagne nere. Andate, fate venire quelle donne, e conducete nel medesimo tempo i Calender.
Il Visir si sollecitò ad obbedire. Giunse in casa delle donne, espose loro in modo gentilissimo l’ordine che aveva di condurle dal Califfo.
Questo Principe, per mantenere il decoro davanti gli ufficiali di sua casa, che erano presenti, fece situare le donne dietro la cortina della sala che metteva nel suo appartamento, e ritenne presso di sé i tre Calender, i quali mostrarono manifestamente col loro rispettoso contegno di non ignorare avanti di chi avevano l’onore di comparire.
Quando le donne furono al loro posto, il Califfo, voltosi a loro, disse:
- Vi ho chiamate soltanto per conoscere chi siete, e domandarvi per qual ragione una di voi, dopo aver maltrattato le due cagne nere, ha pianto con loro; né son men curioso di sapere perche un’altra di voi ha il suo seno tutto coperto di cicatrici.
STORIA DI ZOBEIDA
- Commendatore de’ credenti - disse Zobeida al Califfo - l’istoria che debbo raccontare a Vostra Maestà è una delle più sorprendenti. Le due cagne nere ed io siamo tre sorelle nate da una stessa madre e da uno stesso padre, e vi dirò per quale strano accidente esse siano state mutate in cagne. Le due donne che stanno con me qui presenti sono anche sorelle mie per via di padre, ma di un’altra genitrice. Quella che ha il seno coperto di cicatrici si chiama Amina, l’altra Sofia ed io Zobeida. Dopo la morte di mio padre, i beni che ci avea lasciati furono divisi egualmente fra noi: e quando queste due ultime sorelle ebbero presa la loro [101] porzione, si separarono ed andarono a dimorare con la loro madre. Le due altre mie sorelle ed io restammo con la nostra madre, la quale viveva ancora, ma che morendo lasciò a ciascuna di noi mille zecchini.
Quando avemmo ciò che ci apparteneva, le due maggiori sorelle, perché io sono la minore, si maritarono.
Poco tempo dopo il loro matrimonio, il marito della prima vendé tutto ciò che aveva di beni e di mobili e col denaro ricavatone andarono in Africa.
Colà il marito sciupò in divertimenti tutti i suoi beni e quel che aveagli portato la moglie. Indi, vedendosi ridotto all’ultima miseria, trovò il pretesto di ripudiarla e la scacciò. Essa tornò a Bagdad. Io la ricevetti con affezione, le domandai perché fosse in così miserabile stato, ed ella manifestò, piangendo, la cattiva condotta di suo marito e l’indegno trattamento che le avea fatto. Fui commossa dalla sua sventura e piansi con lei.
Vivemmo insieme molti mesi con buona intelligenza e mentre ci intrattenevamo sovente della nostra sorella terza, ed eravamo meravigliate di non averne niuna nuova, essa giunse nell’istesso cattivo stato dell’altra; suo marito l’avea maltrattata nell’istesso modo, ed io la ricevetti con eguale amorevolezza.
Era un anno che stavamo in perfetta unione e vedendo che Dio aveva benedetto il piccolo mio fondo, formai il disegno di fare un viaggio per mare, e di rischiare qualche cosa nel commercio. Per ciò andai colle mie due sorelle a Bassora, ove comprai una nave tutta equipaggiata, che caricai di mercanzie fatte venire da Bagdad.
Quando fummo in alto mare, prendemmo la via delle Indie, e dopo venti giorni di navigazione vedemmo terra. Siccome avevamo il vento favorevole, arrivammo di buon’ora al Porto; ove gittammo l’ancora.
Non ebbi la pazienza di aspettar le mie sorelle, mi feci sbarcar sola, ed andai difilata alla città. Vi trovai un gran numero di persone sedute, ed altre in piedi; avvicinatami a loro, riconobbi che erano pietrificate. Giunta in una gran piazza vidi una gran porta coperta di lamine d’oro, i cui battenti erano aperti. Dopo aver considerato l’edificio, mi persuasi esser quello il palazzo del Principe che regnava in quel paese, e vi entrai.
Eranvi in una sala degli eunuchi neri, tutti pietrificati.
[102] Passai in molti altri appartamenti e gabinetti eleganti e magnifici, i quali mi condussero in una stanza di grandezza straordinaria, dove vi era un trono di oro massiccio, smaltato di grossi smeraldi e sul trono un letto di ricca stoffa, sulla quale splendeva un ricamo di perle.
V’era a capo del letto dell’uno e dall’altro lato un lume acceso, di cui non compresi l’uso; nulladimeno simile circostanza mi fece credere esservi qualche vivente in quel superbo Palazzo.
Intanto si avvicinava la notte; volli riprendere il cammino per dove era venuta, ma non mi fu facile trovarlo. Mi confusi negli appartamenti, e trovandomi nella grande stanza ov’era il trono, il letto e i lumi accesi, risolvetti passarvi la notte e rimettere al domani prestissimo il ritorno al mio vascello.
Era circa mezzanotte, quando intesi la voce d’un uomo che leggeva il Corano. Mi alzai subito, e prendendo un lume andai dalla parte ove mi pareva venisse la voce; mi arrestai finalmente alla porta d’un gabinetto. Posato il lume a terra, e guardando per una fessura, mi parve che fosse un oratorio. Vidi ancora un piccolo tappeto steso, a guisa di quelli che si usano presso di noi per posarvisi sopra e far la preghiera.
Un giovine di bell’aspetto, seduto su quel tappeto, recitava con grande attenzione il Corano.
Siccome la porta era appena socchiusa, l’aprii, entrai, e standomi in piedi, feci ad alta voce questa preghiera:
«Lode a Dio che ci ha favorito d’una felice navigazione. Ci faccia la grazia di proteggerci anche fino al nostro arrivo al paese. Ascoltatemi, Signore, esaudite la mia preghiera!»
Il giovine si volse a me e disse:
- Mia buona donna, vi prego di dirmi chi siete, e ciò che vi ha condotta in questa desolata città. In compenso vi dirò chi son io, quel che mi è avvenuto, per qual ragione gli abitanti di questa città son ridotti nello stato in cui li avete osservati.
Io gli raccontai in poche parole donde veniva, ciò che m’avea spinto a far quel viaggio, ed in qual modo era giunta facilmente in Porto dopo una navigazione di venti giorni.
Egli mi fece sedere vicino a lui, e prima di cominciare il suo discorso, non potei trattenermi dal dirgli:
- Parlate, ve ne scongiuro: ditemi, per qual [103] miracolo siete solo in vita fra le tante persone morte in modo inaudito?
- Questa città era la capitale d’un potente regno, del quale portava il nome il Re mio padre. Questo Principe, la sua Corte tutta, gli abitanti della città e tutti gli altri suoi sudditi erano maghi, adoratori del gran fuoco di Nardun, antico re de’ Giganti ribelli a Dio.
Quantunque nato da un padre e da una madre idolatri, io ebbi la fortuna di aver nell’infanzia una governante, che sapeva a memoria il Corano e lo spiegava perfettamente bene.
M’insegnò a leggere in arabo, e il libro che mi diede per esercitarmi fu il Corano.
Ella morì, ma dopo avermi dato tutte le istruzioni ond’io aveva bisogno per esser pienamente informato della religione musulmana.
Dopo la sua morte persistetti costantemente nel sentimento che essa mi aveva fatto concepire, ed ebbi in orrore il falso Dio Nardun.
Scorsi tre anni e qualche mese, allorché una voce tonante fece udire le seguenti parole: «Abitanti, abbandonate il culto di Nardun del fuoco, adorate il Dio unico che fa misericordia!»
La stessa voce si fece udire per tre giorni di seguito: ma non essendosi convertito alcuno, l’ultimo dei tre giorni, alle tre o alle quattro del mattino tutti gli abitanti furono in un istante mutati in pietra.
Il Re mio padre provò la stessa sorte, e fu mutato in una pietra nera, e la regina mia madre ebbe lo stesso destino. Io sono il solo su cui Dio non ha fatto cadere il suo terribile castigo. Da quel tempo continuo a servirlo con più fervore di prima, e son persuaso, mia bella signora, ch’egli vi ha inviata per mia consolazione.
Siffatto racconto, e specialmente le ultime parole, terminarono di infiammarmi per lui, e gli dissi:
- Principe, non bisogna dubitarne, la Provvidenza mi ha spinta nel vostro porto per offrirvi l’occasione di allontanarvi da un luogo così funesto. Il vascello sul quale io son venuta può persuadervi che godo qualche considerazione a Bagdad, ove ho lasciato dei beni assai considerevoli: posso offrirvi un asilo.
Non è possibile che restiate in una città, dove gli oggetti devono esservi insopportabili. Il mio vascello è al vostro servizio e potete disporne assolutamente. Egli accettò l’offerta.
Quando comparve il giorno, uscimmo dal palazzo [104] ed andammo al Porto ove trovammo le mie sorelle, il Capitano ed i miei schiavi inquieti sul conto mio. I marinai impiegarono più giorni a sbarcare le merci ch’io avevo portate, ed imbarcarvi in loro vece tutto ciò che di più prezioso era nel palazzo, in pietre, in oro ed in argento.
Dopo aver caricato il vascello delle cose che più ci piacquero, prendemmo le provvigioni e l’acqua che ci parvero bisognare per il nostro viaggio, indi mettemmo alla vela col vento favorevole.
Il giovine Principe, le mie sorelle ed io c’intrattenemmo tutti i giorni piacevolmente. Ma, ahimè! la nostra unione non durò molto tempo. Le mie sorelle s’ingelosirono, e mi domandarono un giorno maliziosamente che avrei fatto di lui giungendo a Bagdad.
Io fingendo di volger la cosa a scherzo, risposi loro che lo avrei preso per mio sposo; indi volgendomi al Principe, gli dissi:
- Vi prego di acconsentire: appena saremo a Bagdad, il mio disegno è di offrirvi la mia persona per essere la vostra umile schiava.
- Signora - rispose il Principe - non so se scherziate; in quanto a me vi dichiaro seriamente avanti le vostre sorelle, che fin da questo momento accetto di buon cuore l’offerta da voi fattami, non già per considerarvi come una schiava ma come mia padrona, non pretendendo avere alcun impero sulle vostre azioni.
Eravamo nel golfo Persico, e ci avvicinavamo a Bassora, ove, col vento favorevole, sperava giungere l’indomani. Ma la notte mentre dormiva, le mie sorelle mi gettarono in mare, come pure il Principe, il quale si annegò. Io mi sostenni qualche tempo a fior d’acqua, e poscia per fortuna, o piuttosto per miracolo, trovai fondo.
Mi diressi verso un punto nero, il quale per quanto permettesse l’oscurità, distinsi esser terra; infatti giunsi ad una spiaggia, e la luce del giorno mi fece conoscere ch’io era in un’isola deserta, situata a circa venti miglia da Bassora. Feci subito asciugare i miei abiti al sole, e camminando osservai molte specie di frutta, per cui non perdetti la speranza di poter conservar la vita.
Mi riposava all’ombra, quando vidi un serpente alato grossissimo e lunghissimo che si avanzava verso di me oscillando la lingua.
Mi alzai, e vedendo ch’era seguito da un altro serpente [105] ancor più grosso che lo teneva per la coda e faceva i suoi sforzi per divorarlo, n’ebbi pietà; invece di sfuggire ebbi il coraggio di prendere una pietra, scagliarla con tutta la mia forza contro il serpente più grosso; egli se ne volò. Io mi tornai a sedere all’ombra di un albero. Nel destarmi, pensate qual fu il mio stupore quando vidi a me d’accanto una donna nera, di fisionomia viva e piacevole, che teneva legate due cagne dell’istesso colore; le domandai chi fosse ed ella mi rispose:
- Io sono il serpente da voi poc’anzi liberato dal suo crudele nemico. Ho creduto non potervi meglio rimeritare dell’importante favore a me reso, che facendo ciò che ho fatto. Ho saputo il tradimento delle vostre sorelle, e per vendicarvi, tosto che fui liberata col vostro generoso soccorso, ho chiamato molte Fate mie compagne, abbiamo portate tutte le merci del vostro vascello nei vostri magazzini di Bagdad, e queste due cagne nere sono le vostre due sorelle, alle quali ho dato questa forma.
A queste parole la Fata mi abbracciò strettamente, poscia trasportandomi nella mia casa di Bagdad, vidi nel mio magazzino tutte le ricchezze ond’era carico il vascello. Prima di abbandonarmi, mi lasciò le due cagne, e mi disse:
- Sotto pena di esser mutata come esse in cagna, vi ordino di dare ogni notte cento frustate a ciascuna delle vostre sorelle, per punirle del delitto commesso.
Io fui obbligata di prometterle di eseguire gli ordini suoi: e voi vedete che invece d’essere biasimata, merito d’essere compianta.
Il Califfo, dopo aver ascoltato Zobeida con ammirazione, fece pregare dal suo gran Visir la graziosa Amina di volergli spiegare perché fosse marcata di cicatrici.
STORIA DI AMINA
Mia madre mi maritò, coi beni lasciatimi da mio padre, con uno dei più ricchi proprietari di questa città.
Il primo anno del nostro matrimonio non era peranco scorso, quando io restai vedova e in possesso di tutti i beni di mio marito, che ascendevano a novantamila zecchini. La sola rendita di tale somma [106] bastava a sufficienza per farmi scorrere la vita comodamente.
Un giorno ch’io ero sola, mi fu detto che una donna voleva parlarmi. Ordinai che si facesse entrare; era una persona di età avanzata, mi salutò baciando la terra, e mi disse restando in ginocchio:
- Mia buona signora, vi prego di scusar la libertà che mi prendo venendovi ad importunare, ma la fiducia che ho nella vostra carità mi dà questo ardimento. Ho una figliuola la quale deve maritarsi oggi ed essa ed io siamo straniere, e non abbiamo nessuna conoscenza in questa città. Perciò, mia caritatevole signora, se vi piacesse onorare con la vostra presenza queste nozze, vi saremmo oltre ogni dire obbligate.
Questo discorso mi mosse a compassione e le dissi:
- Mia buona madre, non vi affliggete; vi farò volentieri il piacere che mi chiedete.
La vecchia trasportata dalla gioia a questa risposta, fu più pronta a baciarmi i piedi, ch’io non fui ad impedirnela.
- Mia caritatevole signora - riprese alzandosi - Dio vi darà merito della bontà che avete per la vostra serva, e colmerà il vostro cuore di contento come fate a noi. Non è necessario che vi prendiate subito questo disturbo; basta che veniate meco verso sera nell’ora che verrò a prendervi.
Cominciava a comparire la notte, quando la vecchia giunse con aspetto molto lieto; mi baciò la mano, e mi disse:
- Mia cara signora, le parenti di mio genero, che sono le prime signore della città, son già riunite: se vi piace potete venire, eccomi pronta a servirvi di guida.
Tosto partimmo; ci fermammo ad una porta rischiarata da un fanale, la cui luce mi fece leggere la seguente iscrizione a lettere d’oro: «Questo è l’eterno albergo dei piaceri e della gioia!»
- La vecchia picchiò e fu aperto all’istante.
Condotta al fondo della corte in una gran sala, vi fui ricevuta da una giovane d’impareggiabile bellezza; la quale, dopo avermi abbracciata e fatta sedere accanto a lei sur un sofà ove era un trono di legno prezioso ornato di diamanti:
- Signora - mi disse - voi siete stata qui invitata per assistere a delle nozze e io spero che siano differenti da quelle che v’immaginate. Io ho un fratello, ch’è il più bello ed il più compito fra tutti gli [107] uomini; egli è così preso dal ritratto che ha inteso fare della vostra bellezza, che la sua sorte dipende da voi: sarà sventuratissimo se non avrete pietà di lui.
Dopo la morte di mio marito, non mi era ancor venuto il pensiero di rimaritarmi, ma non ebbi allora la forza di resistere a una così bella donna. Appena ebbi acconsentito col silenzio, la giovane batté le mani, e tosto si aprì un gabinetto, dal quale uscì un giovine dall’aspetto maestoso e di tanta grazia, che mi stimai felice d’aver fatto così bella conquista.
Egli prese posto vicino a me e conobbi dai suoi discorsi essere il marito superiore a quanto me ne aveva detto la sorella.
Quand’essa vide che noi eravamo contenti l’uno dell’altra, batté le mani una seconda volta, ed entrò un Cadì il quale stese il nostro contratto di matrimonio, lo firmò facendolo anche sottoscrivere da quattro testimoni condotti seco. La sola cosa che il novello sposo esigé da me fu ch’io non vedessi né parlassi con alcun altro uomo all’infuori di lui.
Un mese dopo del nostro matrimonio avendo bisogno di qualche stoffa, domandai a mio marito il permesso di uscire a farne la compera. Egli me l’accordò, ed io presi per accompagnarmi la vecchia.
Quando fummo nella via delle merci, la vecchia mi disse:
- Mia buona padrona, poiché cercate stoffa di seta, bisogna ch’io vi conduca da un giovane mercante ch’io conosco.
Io mi lasciai condurre, ed entrammo nella bottega d’un giovine mercante, molto bello. Mi sedei e gli feci dire dalla vecchia di mostrarmi le più belle stoffe di seta che aveva.
Il mercante mi mostrò molte stoffe, una delle quali essendomi piaciuta più delle altre, gliene feci domandare il prezzo.
Egli rispose alla vecchia:
- Io non la vendo a nessun prezzo, ma le ne farò un regalo se vuole permettermi di baciarle la guancia!
Ordinai alla vecchia di dirgli ch’era molto ardito nel farmi simile proposizione; ed ella, invece di obbedirmi, mi disse che la domanda del giovine non era poi tanto importante; non si trattava di parlare, ma solo di presentare la guancia, e sarebbe subito fatto.
Io avea tanto desiderio di quella stoffa, che fui così semplice da seguire il consiglio della vecchia. Ma [108] invece di baciarmi, il mercante mi morsicò fino a farmi uscire il sangue.
Il dolore e la sorpresa furono tali da farmi cadere svenuta. Quando ripresi i sensi sentii la guancia tutta insanguinata. La vecchia che mi accompagnava, estremamente mortificata dell’accidente avvenutomi, procurò di confortarmi, dicendo:
- Mia buona padrona, vi domando perdono; son io la cagione di tale sventura. Vi ho condotta da questo mercante perché è del mio paese, e non l’avrei mai creduto capace di sì grande perversità. Ma io vi darò un rimedio che vi guarirà perfettamente in tre giorni, da non lasciarvi la menoma cicatrice.
Giunsi a casa, ma entrando nella mia stanza caddi di nuovo svenuta. Intanto la vecchia mi applicò il suo rimedio, ed io tornata in me mi posi a letto.
Venuta la notte tornò mio marito. Si accorse che io teneva avviluppata la testa, e me ne domandò la cagione; risposi essere un mal di capo; ma egli prese un lumino, e vedendo ch’io era ferita alla guancia, mi disse:
- Da che proviene questa ferita!
Non poteva risolvermi a confessargli l’accaduto.
Gli dissi che mi era stata cagionata da un venditore di scope che venendo dietro di me sul suo asino colla testa voltata altrove, mi aveva urtata cotanto aspramente, da farmi cadere.
- Essendo così - disse allora mio marito - il sole non si leverà domani, prima che il visir Giafar non sia avvertito di questa insolenza. Egli farà morir tutti i mercanti di scope.
- In nome di Dio, signore, vi supplico di perdonare; essi non sono colpevoli.
- Come dunque! signora - diss’egli - che debbo io credere! Parlate, voglio conoscere dalla vostra bocca la verità!
- Signore - gli risposi - mi venne uno stordimento e caddi, ecco il fatto.
A queste ultime parole il mio sposo perdette la pazienza, ed esclamò:
- Ah! ho udite troppe menzogne!
Detto ciò batté le mani, ed entrarono tre schiavi.
- Traetela dal letto - disse loro - e stendetela in mezzo alla stanza.
Gli schiavi eseguirono il suo ordine, e siccome uno mi teneva per la testa e l’altro per i piedi, comandò al [109] terzo di andare a prendere la sciabola, e quando l’ebbe portata, dissegli:
- Troncale il capo in due e va’ a gittarlo nel Tigri, onde serva di pasto ai pesci: questo è il castigo che do alle persone a cui ho accordato il mio cuore, e che mi mancano di fede.
In questo frattempo la vecchia, che era stata nutrice del mio sposo, entrò, e gittandosi a’ piedi per tentar di placarlo, gli disse:
- Per compenso di avervi nutrito ed allevato vi scongiuro di concedermi la sua grazia. Pensate che si uccide soltanto chi uccide.
- Ebbene - diss’egli - per amor vostro le dono la vita; ma voglio che porti dei segni che le facciano ricordare del suo delitto.
A queste parole, uno schiavo, per suo ordine, mi diè con tutta forza sulle coste e sul petto dei colpi con una cannuccia pieghevole, che strappandomi pelle e carne mi fece perdere i sensi.
Indi mi si portò in una casa ove la vecchia ebbe gran cura di me. Dopo quattro mesi guarii, ma le cicatrici mi rimasero.
Appena fui nello stato di camminare e di uscire volli tornare alla casa del mio primo marito, senonché avendola trovata distrutta ricorsi alla mia cara sorella Zobeida, la quale mi ricevette colla sua ordinaria bontà.
STORIA DI SINDBAD IL MARINAIO
E DE’ SUOI VIAGGI
Eravi a Bagdad un povero facchino chiamato Sindbad. Un giorno mentre era occupato nei suoi tristi pensieri, vide uscire da un palazzo un servo che venne a prenderlo per un braccio, dicendogli:
- Seguitemi; il signor Sindbad, mio padrone, vuol parlarvi.
E lo condusse seco, introducendolo in una gran sala, ove erano molte persone intorno ad una tavola coperta d’ogni specie di vivande delicate. Vedevasi al posto d’onore un personaggio grave, ben fatto e venerabile per la sua lunga barba bianca, e dietro a lui erano in piedi molti ufficiali e famigliari intenti a servirlo.
[110] Questo personaggio era Sindbad.
Il facchino, il cui turbamento si accrebbe alla vista di tanta gente e d’un banchetto così splendido, salutò tremante la brigata. Sindbad gli disse di avvicinarsi, e dopo averlo fatto sedere alla sua destra, lo servì a pranzo egli stesso.
Alla fine del pasto Sindbad, osservando che i suoi convitati non mangiavano più, volgendosi a Sindbad, che trattò da fratello secondo il costume degli arabi quando si parlano famigliarmente, gli domandò come si chiamava e qual era la sua professione.
- Signore - ei gli rispose - io mi chiamo Sindbad.
- Son lieto di vedervi - rispose Sindbad. - Voi forse avete udito parlare confusamente delle mie strane avventure, e de’ pericoli corsi sul mare durante i miei tre viaggi; in ogni modo poiché il destro mi si offre spontaneo, ve ne farò un fedele racconto.
PRIMO VIAGGIO
- Io aveva ereditato dalla mia famiglia beni considerevoli, e ne dissipai la miglior parte negli stravizi. Ma ravvedutomi dal mio acciecamento e rientrato in me stesso, conobbi esser le ricchezze passeggiere, ove non si governassero meglio di quanto io faceva.
Commosso da tutte queste riflessioni raccolsi gli avanzi del mio patrimonio e vendei all’incanto in pieno mercato tutti i miei mobili; mi avvicinai poscia ad alcuni mercanti che negoziavano per mare, e consultai coloro che mi parvero capaci di darmi dei buoni consigli, volendo trar profitto del poco danaro che mi restava. Presa adunque questa risoluzione, non tardai ad eseguirla. Andai a Bassora, ed ivi mi imbarcai con molti mercanti su d’un vascello che equipaggiammo a spese comuni.
Sciogliemmo la vela e prendemmo la via delle Indie orientali.
Un giorno ci sorprese la bonaccia rimpetto ad una piccola isola quasi a fior d’acqua. Il Capitano fece raccogliere le vele e permise di prender terra alle persone dell’equipaggio.
Ma mentre ci divertivamo a bere, a mangiare, l’Isola tutta ad un tratto tremò.
Nel vascello si accorsero del moto dell’isola, e ci [111] gridarono d’imbarcarci subito, perché quello che a noi sembrava un’isola, era il dorso d’una balena. I più diligenti si salvarono nella scialuppa, gli altri si gettarono a nuoto; io era ancora sull’Isola, o piuttosto sulla balena, quand’essa si tuffò nel mare, ed ebbi appena il tempo ad attaccarmi ad un pezzo di legno portato dal bastimento per accendervi il fuoco, quando il capitano, dopo aver ricevuto a bordo le genti ch’erano nella scialuppa e raccolti alcuni di quelli che nuotavano, approfittando d’un vento favorevole se ne andò. Restai dunque in balìa delle onde. Non avevo più forze e disperava di salvarmi, quando un cavallone per avventura mi gettò sopra un’isola. Mi stesi allora per terra, e restai mezzo morto, finché non apparve il giorno e non mostrossi il sole. Allora, non tralasciai di trascinarmi per trovar dell’erbe buone a mangiare. Essendomi tornate le forze, m’inoltrai nell’isola, pervenendo ad una bella pianura, ove scorsi una cavalla che pascolava.
Nel mentre la mirava, udii la voce d’un uomo che parlava sotterra; indi a poco quell’uomo apparve ed avvicinatosi a me mi domandò chi fossi. Io gli narrai le mie avventure: ed egli dopo ciò, prendendomi per mano, mi fece entrare in una grotta ov’erano seco vari compagni.
Mangiai alcune vivande ch’essi mi offrirono; poi avendo domandato quel che facevano in luogo sì deserto, mi risposero essere palafrenieri del re Mihrage, sovrano di quell’Isola; che ogni anno nella medesima stagione avevano costume di menar colà la cavalla del re, per farla montare da un cavallo marino; che il medesimo dopo averla montata si metteva in atto di divorarla, ma che essi ne lo impedivano colle loro grida obbligandolo a rientrare nel mare.
L’indomani essi presero il cammino della capitale dell’Isola, ed io li accompagnai. Al nostro arrivo il re Mihrage, a cui fui presentato, mi domandò chi fossi, e per quale avventura mi trovassi ne’ suoi Stati.
Quand’ebbi appagato la sua curiosità, rispose di prender molta parte alla mia sventura.
Vi ha sotto il dominio del re Mihrage un’Isola chiamata Cassel, ove mi si disse si ascoltava tutte le notti un suono di timballi, che diede a credere a’ nocchieri che Degial vi dimorasse.
Ebbi desiderio d’esser testimonio di quella meraviglia. AI mio ritorno, trovandomi un dì sul porto, vidi approdare un naviglio. Dopo che fu all’ancora, [112] cominciò a scaricare le mercanzie, ed i negozianti a cui appartenevano, le facevano trasportare nei magazzini. Gettando io gli sguardi su quelle balle, e sullo scritto che indicava a chi appartenevano, vi scorsi il mio nome. Riconobbi anche il Capitano: ma siccome io era persuaso ch’ei mi credeva morto, mi avvicinai domandandogli a chi appartenevano quelle balle.
Egli mi rispose:
- Io aveva a bordo un mercante di Bagdad, chiamato Sindbad. Un giorno in cui eravamo vicino ad un’isola, come a noi sembrava, scese sulla medesima con molti passeggieri: ma invece d’un’isola era una balena d’enorme grandezza addormentata a fior di acqua. Essa non sì tosto s’intese riscaldare dal fuoco che si era acceso sul suo dorso per fare da mangiare, cominciò a scuotersi, indi a tuffarsi nel mare. La maggior parte delle persone che vi erano sopra si annegarono, e lo sventurato Sindbad fu di quel numero.
«Queste balle erano sue ed io risolvetti di negoziarle, finché non avessi incontrato qualcuno della sua famiglia a cui restituire il guadagno che ne avrò ricavato.
- Capitano - gli dissi allora - io sono quel Sindbad da voi creduto morto, e queste balle sono miei beni e mie mercanzie.
Ei si scosse al mio discorso: ma fu subito persuaso ch’io non era un impostore, poiché giunsero persone del suo naviglio le quali mi riconobbero.
Scelsi ciò che vi era di più prezioso nelle mie balle e lo regalai al re Mihrage. Egli accettò il mio dono e me ne fece in cambio dei più considerevoli. Dopo di ciò tolsi da lui commiato e m’imbarcai sul medesimo naviglio: ma prima del mio imbarco barattai le mercanzie che mi restavano, con altre del paese. Passammo per molte isole ed approdammo infine a Bassora da dove giunsi in questa città col capitale di centomila zecchini.
Comprai schiavi dell’uno e dell’altro sesso, bei terreni e feci una gran casa.
Fu così che mi stabilii, risoluto d’obbliare i mali sofferti e di godere de’ piaceri della vita.
[113]
SECONDO VIAGGIO
- Io aveva risoluto, dopo il mio primo viaggio, di passare tranquillamente il resto de’ miei giorni a Bagdad: ma non istetti a lungo senza annoiarmi di una vita oziosa e fui preso di nuovo dal desiderio di navigare e negoziare; comprai le mercanzie opportune a fare il traffico prefissomi, partendo una seconda volta con altri mercanti di cui era nota la probità.
C’imbarcammo su di un buon naviglio e dopo esserci raccomandati a Dio, sciogliemmo le vele.
Essendo un giorno sceso con altri compagni in un isolotto, mentre si divertivano a cogliere fiori e frutta io presi le mie provvigioni portate meco e mi sedei vicino ad un ruscello all’ombra d’un albero; feci un buonissimo pasto, indi preso dal sonno m’addormentai: ma al mio risveglio non vidi più il bastimento all’ancoraggio.
Lascio immaginare a voi la mia dolorosa sorpresa: credetti morir di dolore. Finalmente mi rassegnai al volere di Dio, e senza sapere quel che sarebbe avvenuto di me salii su di un grand’albero da dove osservai per tutti i lati onde vedere di scoprir qualcosa che potesse darmi qualche speranza di salvezza.
Volgendo gli occhi sul mare non scorsi che acqua e cielo: ma avendo osservato dalla parte di terra qualche cosa di bianco, scesi dall’albero, e coi viveri rimastimi diressi da quella parte i miei passi.
Quando fui ad una certa distanza, osservai essere l’affare bianco un globo di un’altezza e di una grossezza prodigiosa. Avvicinatomi, lo toccai, e lo trovai levigatissimo. Girai intorno per vedere se vi fosse qualche apertura, ma non ne scorsi alcuna e mi parve impossibile potervi salir su, tanto era levigato.
Il sole allora era presso al tramonto e l’aria si oscurò ad un tratto come se fosse coperta da una densa nube.
Ma se io fui stupito di quella oscurità, lo fui ancor più quando mi accorsi ch’era cagionata da un uccello d’enorme e straordinaria grandezza il quale volando si avanzava verso di me.
Mi ricordai d’un uccello chiamato Roc, di cui aveva sovente udito parlare dai marinai, e compresi [114] essere il grosso globo un uovo di quell’uccello.
Infatti ei scese e vi si pose sopra per covarlo.
Vedendolo venire, io mi era talmente avvicinato all’uovo ch’ebbi innanzi a me uno dei piedi dell’uccello, e quel piede era grosso quanto un tronco d’albero.
Mi vi legai fortemente con la tela che circondava il mio turbante, sperando che quando il Roc riprenderebbe il volo, mi avrebbe portato fuori di quell’isola disabitata. Difatti, dopo aver passata così la notte, fattosi giorno, l’uccello prese il volo e mi alzò così alto ch’io non vedea più la terra, poi discese con tanta rapidità ch’io non sentiva più me stesso.
Quando posossi, ed io mi vidi a terra, sciolsi subito il nodo il quale mi teneva avvinto al suo piede; non appena ebbi terminato di staccarmi, ei diede col suo becco sopra un serpente di non mai vista lunghezza: lo prese e subito se ne volò via.
Il luogo ove mi lasciò era una valle profondissima circondata da montagne altissime.
Camminando per quella valle, osservai esser la medesima disseminata di diamanti, dei quali alcuni erano di meravigliosa grandezza.
Ebbi molto piacere nel guardarli, ma subito vidi da lungi molti esseri i quali diminuirono simil piacere; era un grosso numero di serpenti sì grossi e lunghi da poter ognuno di essi inghiottire un elefante. Durante il giorno si ritiravano nei loro antri ove si nascondevano a causa del Roc loro nemico, uscendo solo di notte.
Il sole tramontò ed al venir della notte mi ritirai in una grotta, ove credei essere al sicuro.
Venuto il giorno i serpenti si ritirarono; allora io uscii dalla mia grotta, e posso asserire di aver camminato lungo tempo sui diamanti, senza averne il menomo desiderio. Infine sedetti, e ad onta dell’inquietudine ond’era agitato, siccome non avea chiuso occhio in tutta la notte, mi addormentai, dopo aver mangiato alquanto: era appena sopito, quando qualche cosa cadde con grande strepito vicino a me e mi risvegliò. Era un grosso brano di carne fresca, e nello stesso tempo ne vidi rotolare molti altri dall’alto delle rupi in luoghi differenti. Io avea sempre tenuto per un racconto favoloso che aveva udito dire più volte da alcuni marinai e da altre persone circa la valle dei diamanti e allo stratagemma usato da alcuni mercanti per cavarne le pietre preziose; onde conobbi che avevano detto la verità.
[115] Infatti i mercanti vanno presso quella valle nel tempo in cui le aquile hanno i figli, tagliano della carne e ve la gettano a grossi pezzi: i diamanti, sulla punta dei quali cadono, vi si attaccano.
Le aquile che in quel paese sono più forti che altrove, si calano sui pezzi di carne e li portano nei loro nidi alla sommità delle roccie onde servan di pasto agii aquilotti. Allora i mercanti correndo ai nidi, obbligano colle loro grida le aquile ad allontanarsi, e prendono i diamanti che trovano attaccati ai pezzi di carne.
Io aveva creduto fino allora che mi sarebbe stato impossibile di uscir da quell’abisso: ma quel che vidi mi offrì campo di immaginare il mezzo di salvarmi la vita. Cominciai a raccogliere i diamanti più grossi che presentaronsi a’ miei occhi e ne riempii la mia borsa di cuoio la quale mi aveva servito per le provvisioni di bocca: indi presi un grosso pezzo di carne e lo legai fortemente intorno alla mia vita con la tela del mio turbante, poscia mi tesi boccone, colla borsa di cuoio legata alla cintura in modo che non potesse cadere. Le aquile vennero: ognuna si prese un pezzo di carne, una delle più forti avendomi sollevato unitamente col pezzo di carne col quale io mi era avviluppato, mi portò alla sommità della montagna fin dentro al suo nido.
I mercanti non mancarono allora di spaventare colle grida le aquile, e quando le ebbero obbligate a lasciare la preda, un d’essi mi s’appressò: ma appena mi vide, fu preso da timore.
Nulladimeno si rassicurò, ed invece d’informarsi per quale avventura mi trovassi colà, cominciò a rimproverarmi, domandandomi perché gli rapissi ciò che gli apparteneva.
- Mi parlerete con più umanità - gli diss’io - quando mi avrete meglio conosciuto. Ho diamanti per voi e per me, più che non ne potrebbero avere tutti gli altri mercanti insieme. Ho scelto da me stesso in fondo della valle quelli che porto in questa borsa.
_ Ciò dicendo, gliela mostrai, e non appena terminai di parlare, i mercanti che mi videro si affollarono Intorno a me molto meravigliati di vedermi, ed il racconto della mia storia aumentò la loro meraviglia.
Mi condussero all’alloggio ov’essi dimoravano, ed ivi avendo aperta la mia borsa in loro presenza, la grossezza dei miei diamanti li stupì.
Io pregai il mercante cui apparteneva il nido ov’io [116] ero stato trasportato (avendo ogni mercante il suo), di sceglierne quanti ne volesse. Egli si contentò di prenderne uno solo.
Passai la notte con que’ mercanti. Non potevo moderare la mia gioia quando rifletteva d’essere fuori dei pericoli di cui vi ho parlato, e mi pareva che lo stato in cui mi trovavo fosse un sogno, non potendo credere di aver altro a temere.
Partimmo insieme l’indomani e camminammo per alte montagne, ov’erano serpenti di una prodigiosa grossezza, avendo cura di evitarli; arrivati al primo Porto, passammo all’isola di Roha, ove cresce l’albero dal quale si estrae la canfora. Tralascio molte altre particolarità di quell’isola, temendo di annoiarvi. Quivi barattai alcuni de’ miei diamanti con buona mercanzia; di là andammo ad altre Isole in relazione di commercio ed approdammo a Bassora, da dove me ne venni a Bagdad.
Appena giunto feci molte elemosine ai poveri, e godetti onoratamente del resto dell’immense ricchezze ch’io avea recate.
TERZO VIAGGIO
- Subito perdei nella dolcezza della nuova vita la memoria dei pericoli corsi ne’ miei due viaggi: siccome io era nel fior dell’età, mi annoiai di vivere in riposo, e scacciando dal mio pensiero l’idea dei nuovi pericoli che andava ad affrontare, partii da Bagdad con ricche mercanzie del paese, le quali feci trasportare a Bassora e colà m’imbarcai di bel nuovo con altri mercanti. Un giorno ch’eravamo in alto mare fummo travagliati da un’orribile tempesta, la quale ci spinse nel porto di un’Isola, in cui il capitano avrebbe desiderato di non entrare.
Quando furono ammainate le vele, il Capitano ci disse:
- Quest’isola e alcune altre vicine sono abitate da selvaggi, i quali verranno ad assalirci. Quantunque siano nani, la nostra mala fortuna vuole che non facciamo la menoma resistenza, perché essi son più numerosi delle cavallette, e se ci accadesse di ucciderne uno solo, si getterebbero tutti su di noi e ci accopperebbero.
- Il discorso del capitano pose tutto l’equipaggio [117] in costernazione e conoscemmo ben presto aver egli detto la verità. Vedemmo comparire una moltitudine innumerevole di selvaggi schifosi, coperti per tutto il corpo di pelo rosso ed alti soltanto due piedi. Essi si gettarono a nuoto e circondarono in un batter d’occhio il vascello e ci fecero sbarcar tutti. Menarono poscia il naviglio in un’altra isola, di dove erano venuti.
Ci allontanammo dalla riva e avanzandoci nell’Isola, scoprimmo molto lungi da noi un alto edificio, per cui dirigemmo i nostri passi per quella volta.
Era un palazzo ben costrutto ed altissimo, avente una porta di ebano a due battenti che aprimmo.
Entrammo nel cortile, e vedemmo di fronte un vasto appartamento, con un vestibolo ov’era da un lato un monte di ossa umane e dall’altro una infinità di spiedi.
Il sole tramontava, e la porta dell’appartamento si aprì con molto rumore, e vedemmo uscir di là una brutta figura d’uomo nero alto quanto una grossa palma.
Aveva in mezzo alla fronte un sol occhio rosso ed ardente come un carbone acceso; i denti gli uscivano dalla bocca, larga quanto quella d’un cavallo, ed il labbro inferiore gli scendea sul petto; le sue orecchie erano simili a quelle d’un elefante; aveva le unghie adunche e lunghe come gli artigli degli uccelli più rapaci. Alla vista di un gigante sì spaventevole, perdemmo ogni sentimento e restammo come morti.
Finalmente ritornammo in noi, e lo vedemmo seduto sotto il vestibolo ad osservarci attentamente. Quando ci ebbe esaminati ben bene si avanzò verso di noi ed essendosi avvicinato, stese la mano su di me, mi prese per il collo, e mi volse da tutti i lati. Dopo avermi osservato ben bene, vedendo ch’io era sì magro, che non aveva che pelle e ossa, mi lasciò. Prese gli altri successivamente, e li esaminò allo stesso modo. Siccome il capitano era il più grasso dell’equipaggio, lo tenne con una mano com’io avrei tenuto un passero, e gli passò uno spiedo attraverso il corpo. Avendo acceso quindi un gran fuoco, lo fece arrostire e lo mangiò per cena.
Terminato quel pasto, tornò nel vestibolo, dove si coricò e si addormentò russando in modo più fragoroso del tuono.
La nostra condizione ci parve tanto orribile, che molti de’ miei compagni furono sul punto d’andare a gettarsi in mare, anziché aspettare una morte sì [118] crudele. Allora, uno della compagnia, prendendo la parola, disse:
- Ci è vietato darci da noi stessi la morte, e quantunque fosse permesso, non è forse più ragionevole il disfarci del nostro nemico?
Siccome a me era venuta in capo un’idea in proposito, la comunicai a’ miei compagni i quali la approvarono.
- Miei cari fratelli - loro dissi - voi sapete esservi molto legname lungo la riva del mare; formiamo molte zattere le quali possano portarci, e quando saranno terminate le lasceremo sulla costa finché ci parrà opportuno di servircene. Intanto noi eseguiremo il disegno propostovi per liberarci dal gigante; se riesce potremo aspettar qui qualche vascello che ci tragga da quest’isola fatale; se al contrario ci fallisce il colpo, raggiungeremo subito le nostre zattere e ci metteremo in salvo.
Piacque il mio avviso e costruimmo diverse barche atte a portare tre persone.
Tornammo al palazzo verso il finir del giorno: il Gigante giunse poco dopo di noi. Bisognò soffrire ancora di vedere arrostito un nostro camerata: ma ecco in qual modo ci vendicammo della crudeltà del gigante. Dopo ch’egli ebbe terminato la sua detestabile cena, si coricò supino e s’addormentò. Appena lo udimmo russare come era sua usanza, prendemmo ognuno uno spiedo, ne mettemmo la punta al fuoco per farlo arroventare, ed indi gliela conficcammo nell’occhio tutti ad un tempo.
Il dolore che intese il Gigante gli fece mettere uno spaventevole grido. Si alzò fieramente e stese le mani da tutti i lati onde afferrare qualcuno di noi e sacrificarlo alla sua rabbia. Dopo averci ricercati invano, trovò a tentoni la porta e uscì mandando urli spaventevoli.
Uscimmo dal palazzo dopo il gigante e andammo al lido del mare nel luogo ove erano le nostre zattere. Tosto le gettammo nell’acqua ed aspettammo il giorno. Ma appena fu giorno, scorgemmo il mostro crudele, accompagnato da due giganti presso a poco della sua grandezza, i quali lo conducevano, e da un gran numero di altri che lo precedevano a passi precipitati.
A quella vista non esitammo a gettarci sulle zattere e cominciammo ad allontanarci dalla riva a forza di remi. I giganti se ne accorsero, si munirono di grosse pietre, e cominciarono a gettarle così [119] destramente, che ad eccezione della zattera su cui io era, tutte le altre furono fracassate, e gli uomini che vi erano sopra s’annegarono.
Io e i miei compagni, siccome vogavamo a tutta forza, ci trovammo più inoltrati nel mare e fuori del tiro delle pietre.
Quando fummo in alto mare restammo in balìa del vento e delle onde e passammo tutto quel giorno e la notte appresso in una crudele incertezza sul nostro destino: ma giunto l’indomani, fummo spinti ad un’isola dove ci fermammo gongolanti di gioia. Ivi trovammo delle eccellenti frutta, colle quali potemmo riparare le forze perdute. Poscia ci addormentammo sul lido del mare: ma fummo svegliati dal rumore di un serpente.
Egli, trovatosi vicino a noi, inghiottì uno dei nostri ad onta delle grida e degli sforzi ch’ei faceva per liberarsi dal rettile. Io e l’altro mio compagno prendemmo tosto la fuga.
Camminando, osservammo un albero altissimo sul quale ci proponemmo di passarvi le notti seguenti per metterci in sicurezza. Mangiammo delle frutta e al finir del giorno salimmo su l’albero. Udimmo allora il serpente il quale venne sibilando fino ai piedi dell’albero, si levò lungo il tronco e raggiungendo il mio camerata, l’inghiottì ad un tratto e si ritirò.
Restai fino a giorno sull’albero, discendendone più morto che vivo; infatti io non poteva aspettarmi altra sorte di quella de’ miei compagni. Stanco e scoraggiato mi allontanai dall’albero e corsi verso il mare col disegno di precipitarmi in esso a capofitto.
Dio fu tocco della mia disperazione; nel tempo in cui stavo per gittarmi in mare, vidi un naviglio assai lontano dalla riva. Gridai con tutte le mie forze per farmi sentire e spiegai la tela del mio turbante per farmi osservare. Ciò non fu inutile: tutto l’equipaggio mi scorse ed il capitano m’inviò una scialuppa.
Quando fui a bordo i mercanti e i marinai mi domandarono con molta premura per quale avventura mi fossi trovato in quell’isola deserta, e dopo ch’ebbi loro raccontato tutto quanto m’era succeduto, i più vecchi mi dissero aver molte volte udito parlare dei giganti i quali dimoravano in quell’isola, e che erano antropofagi: circa i serpenti, aggiunsero esservene ivi in gran abbondanza.
Entrammo in un porto e vi demmo fondo.
I mercanti cominciarono a fare sbarcare le loro [120] mercanzie per venderle o cambiarle. In questo frattempo il capitano mi chiamò e mi disse:
- Fratello, ho in deposito alcune mercanzie che appartenevano ad un mercante, il quale ha navigato qualche tempo sul mio naviglio; siccome questo mercante è morto, io le metto a profitto per renderne conto a’ suoi eredi, quando ne incontrerò qualcuno. Ecco le mercanzie in discorso; spero vorrete incaricarvi di farne commercio, sotto la condizione del compenso dovuto alle vostre fatiche.
Acconsentii ringraziandolo, perché mi forniva occasione di non restare ozioso. Lo scrivano del bastimento registrava tutte le balle coi nomi dei mercanti a cui appartenevano.
Ora, siccome domandai al Capitano sotto qual nome dovessi registrar quelle delle quali m’incaricava.
- Scrivete - gli rispose il capitano - sotto il nome di Sindbad il Marinaio.
Io non potei sentirmi nominare senza emozione, e guardando fissamente il capitano lo riconobbi per quello che nel mio secondo viaggio mi aveva abbandonato nell’isola, ove mi era addormentato sulla riva d’un ruscello, sciogliendo la vela, senza attendermi o farmi cercare. Io non l’avea riconosciuto dapprima a causa del cangiamento avvenuto nella sua persona.
Non è meraviglia se egli, che mi credeva morto, non mi avesse riconosciuto; ond’io gli dissi:
- Capitano, è vero che il mercante a cui appartenevano queste balle si chiamava Sindbad?
- Sì - mi rispose - si chiamava in tal modo, egli era di Bagdad, e si era imbarcato sul mio vascello a Bassora. Un giorno che noi scendemmo in un’isola per fare acqua e rinfrescarci, non so per quale sbaglio io sciolsi la vela, senza badare ch’ei non si era imbarcato cogli altri. I mercanti ed io ce ne accorgemmo solo quattro ore dopo. Avevamo il vento in poppa, e sì gagliardo, da non poter virar di bordo per andarlo a riprendere.
- Voi dunque lo credete morto? - ripresi io.
- Certamente - ei rispose.
- Ebbene, capitano - ripigliai - aprite gli occhi e riconoscete in me quel Sindbad da voi lasciato nell’Isola deserta.
A queste parole il Capitano si pose a guardarmi fissamente. Dopo avermi molto attentamente considerato, mi riconobbe ed esclamò abbracciandomi:
- Sia lodato Iddio, son lieto che la fortuna abbia [121] riparato il mio errore! Ecco le vostre mercanzie che ho sempre avuto cura di conservare e di mettere a profitto in tutti i porti ove ho approdato; ve le restituisco col profitto ricavatone.
Io le presi, manifestando al Capitano la mia riconoscenza e tornai a Bagdad con tante ricchezze che io ne ignorava la quantità.
QUARTO VIAGGIO
- I piaceri - diss’egli - e i divertimenti che presi dopo il terzo viaggio, non ebbero attrattive abbastanza per determinarmi a non più viaggiare.
Posi dunque in ordine i miei affari e partii incamminandomi per la Persia, di cui attraversai molte provincie, e giunsi ad un porto ove m’imbarcai.
Sciogliemmo la vela, ed avevamo già toccati molti porti, quando un giorno, facendo un gran tragitto, fummo sorpresi da un colpo di vento che obbligò il Capitano a fare ammainare le vele e a dar tutti gli ordini necessari per prevenire il pericolo ond’eravamo minacciati: ma tutte le nostre precauzioni furono inutili; la manovra non riuscì bene, le vele furono lacerate in mille pezzi, ed il vascello, non potendo esser più governato, incagliò in una secca e si sdruscì in modo che molti mercanti e marinai rimasero annegati e il carico andò perduto.
Ebbi la fortuna di afferrarmi con altri ad una tavola. Fummo trasportati dalla corrente verso un’isola ch’eravi di rincontro.
Il giorno seguente, appena fu sorto il sole, ci allontanammo dalla riva, ed inoltrandoci nell’isola vi scorgemmo delle abitazioni, verso cui ci dirigemmo. Al nostro arrivo vennero incontro a noi moltissimi negri. Ci attorniarono, s’impadronirono delle nostre persone. Cinque miei camerati ed io fummo condotti in uno stesso luogo. Dapprima ci fecero sedere, e ci presentarono una certa erba, invitandoci con segni a mangiare. I miei camerati, si gettarono con avidità su quella vivanda.
In quanto a me, non volli nemmeno assaggiarne, e mi trovai bene, perché dopo poco mi avvidi che a’ miei compagni aveva dato di volta il cervello, e che parlandomi non sapevano quello che si dicessero.
Indi ci presentarono del riso preparato con olio di [122] cocco; i miei compagni ne mangiarono straordinariamente. Anch’io ne mangiai, ma pochissimo. I negri ci avevano presentato da prima quell’erba per isconvolgerci la mente, e toglierci così il dolore che doveva arrecarci la triste conoscenza della nostra sorte.
Siccome essi erano antropofagi, la loro intenzione era di mangiarci quando saremmo stati grassi: e questo appunto avvenne a’ miei camerati. In quanto a me invece d’ingrassare come gli altri, divenni anche più magro di prima.
Caddi in un languore il quale mi fu molto salutare poiché i negri avendo accoppati e mangiati i miei compagni, vedendomi secco, spolpato e ammalato, rimisero ad altro tempo la mia morte.
Intanto io godeva di molta libertà e quasi non si badava alle mie azioni. Questo mi diè campo di allontanarmi un giorno dalle abitazioni; continuai a camminare per sette giorni, evitando i luoghi abitati. Io viveva di cocco.
L’ottavo giorno giunsi presso il mare, e scòrsi all’improvviso alcuni uomini bianchi come me, occupati a cogliere il pepe di cui eravi là grande abbondanza.
Gli uomini che coglievano il pepe, mi vennero incontro appena mi ebber veduto; mi domandarono in arabo chi fossi e da dove venissi. Lieto di sentirli parlare come me, soddisfeci volentieri la mia curiosità.
Restai con essi sino a che non ebbero raccolta la quantità di pepe necessaria, indi m’imbarcai sul loro bastimento, e ci recammo in un’altr’isola da dove erano venuti. Mi presentarono al loro Re, il quale era un buon Principe; egli ebbe la pazienza di ascoltare il racconto della mia avventura, facendomi poscia dare degli abiti e comandando che si avesse cura di me.
Quel piacevole asilo cominciò consolarmi della mia sventura, e la bontà del Principe a mio riguardo finì di rendermi contento.
Notai una cosa la quale mi parve molto straordinaria. Tutti indistintamente montavano a cavallo senza staffe. Ciò mi rese ardito a domandare un giorno perché Sua Maestà non si servisse di tali comodi. Mi rispose che io parlava di cose di cui s’ignorava l’uso nei suoi Stati. Andai subito da un operaio, e gli feci costruire il legno d’una sella, sul modello che gli diedi. Finito il lavoro, lo guarnii io stesso di borra e di cuoio, e l’adornai d’un ricamo d’oro. Mi rivolsi quindi ad un fabbro-ferraio, il quale mi fece un morso della forma che gli mostrai, e gli feci pur fare delle staffe.
[123] Quando queste cose furono in perfetto stato, andai a presentarle al Re, e ne feci prova sopra uno de’ suoi cavalli. Il Principe vi montò sopra, e fu tanto soddisfatto di quella invenzione, da attestarmi la sua gioia con grandi larghezze.
Siccome io faceva la corte al re con molta costanza, egli mi disse un giorno:
- Sindbad, io ti amo, e so che tutti i miei sudditi che ti conoscono ti tengono caro al pari di me. Debbo pregarti di una cosa. Io voglio ammogliarti affinché il matrimonio ti fermi ne’ miei Stati, e tu non pensi più alla tua patria.
Siccome io non osai resistere alla volontà del Principe, egli mi diede una dama della sua Corte, nobile, bella, saggia e ricca.
Dopo le cerimonie nuziali andai a stare in casa della sposa, colla quale vissi qualche tempo in unione perfetta.
La moglie di uno de’ miei vicini, col quale io aveva contratta strettissima amicizia, cadde ammalata e morì. Andai da lui per consolarlo, e trovandolo immerso nella più viva afflizione:
- Dio vi conservi - gli dissi avvicinandomi - e vi dia lunga vita.
- Ohimè! - mi rispose - come volete che io ottenga la grazia che mi augurate, avendo solamente un’ora da vivere?
- Oh! - soggiunsi - non vi mettete nella mente sì funesto pensiero; io spero che ciò non abbia a succedere.
- Io vi desidero - replicò - una vita di lunga durata; in quanto a me non ho più nulla da sperare, poiché oggi stesso mi seppelliscono con mia moglie.
Tal è la costumanza che i nostri antenati hanno inviolabilmente osservata; il marito vivo è seppellito colla moglie morta, e la moglie viva col marito morto.
Mentre egli mi intratteneva intorno a tale strana barbarie, la cui notizia mi spaventò crudelmente, i parenti, gli amici, e i vicini arrivarono in folla per assistere ai funerali.
Si rivestì il cadavere della moglie de’ suoi abiti più ricchi come al dì delle sue nozze, adornandola di tutti i suoi gioielli. Dopo, trasportatala in una bara scoperta, il convoglio si pose in cammino.
Il marito era alla testa delle persone vestite a lutto, e seguiva il corpo di sua moglie.
Fu presa la via di un’alta montagna, e quando vi si [124] giunse, fu tolta una grossa pietra che copriva l’apertura di un pozzo profondo, e vi si calò il cadavere. Dopo ciò il marito abbracciò i suoi parenti ed amici, e si lasciò mettere in una bara, senza fare resistenza, con un vaso d’acqua e sette piccoli pani accanto a lui. Poi lo calarono collo stesso modo che avevano fatto col cadavere di sua moglie.
Finita la cerimonia, fu rimessa la pietra sull’apertura e ognuno se ne tornò alla propria abitazione.
Non potei rattenermi di dire al Re, quello che intorno a ciò io pensava.
- Sire - gli dissi - son fortemente meravigliato della strana costumanza che si ha nei vostri Stati nel seppellire i vivi coi morti.
- Che vuoi, Sindbad - mi rispose il Re - ella è una legge comune, ed io stesso vi sono soggetto; io sarò seppellito vivo colla Regina mia sposa, se ella muore prima.
- Ma, Sire - gli dissi - oserei domandare a Vostra Maestà se gli stranieri sono obbligati ad osservare questa costumanza?
- Senza dubbio - rispose il Re sorridendo.
Me ne tornai a casa tristamente con tal risposta.
Il timore che mia moglie morisse prima di me e che io fossi seppellito con lei vivo, mi faceva fare molte riflessioni. Io tremava alla menoma indisposizione che vedeva in mia moglie: ma ahimè! ebbi ben presto la paura tutta intera: ella cadde veramente ammalata e morì in pochi giorni.
Giudicate qual fu il mio dolore!
Il Re, accompagnato da tutta la sua Corte, volle onorare della sua presenza il convoglio, e le persone più notevoli della città mi fecero anche l’onore di assistere alla sepoltura.
Quando fu tutto pronto per la cerimonia, fu posato il corpo di mia moglie in una bara con tutti i suoi gioielli e i suoi più magnifici abiti.
Si cominciò la marcia. Ebbi un bel dire e un bel fare, niuno fu intenerito; al contrario si affrettarono a calare il corpo di mia moglie nel pozzo, e mi vi calarono un momento dopo in un’altra bara coperta, con un vaso pieno d’acqua e sette pani. Finalmente, essendo finita la cerimonia funesta, si rimise la pietra sull’apertura del pozzo.
A misura che m’accostava al fondo, io scopriva, coll’aiuto della poca luce proveniente dall’alto, la disposizione di quel luogo sotterraneo. Era una grotta [125] vastissima. Sentii bentosto un fetore insopportabile, proveniente dai cadaveri distesi a destra ed a sinistra.
Uscii prontamente dalla bara e m’allontanai dai cadaveri.
Vissi alcuni giorni col mio pane e coll’acqua, ma infine, non vedendone più, mi preparai a morire.
Altro non m’aspettava all’infuori della morte, quando intesi levar la pietra. Fu calato un cadavere e una persona viva.
Il morto era un uomo.
M’avvicinai al sito dove la bara della donna doveva esser posata, e quando m’accorsi che ricoprivano l’apertura del pozzo diedi sulla testa di quell’infelice due o tre colpi fortissimi con un osso di cui m’era provveduto. Ella ne rimase stordita, o piuttosto l’accoppai, e siccome io non faceva quest’atto inumano che per profittare del pane e dell’acqua che erano nella bara, ebbi delle provvigioni per alcuni giorni.
Un giorno ch’io aveva finito di spedire un’altra donna, intesi soffiare e camminare. Mi avanzai dal lato dal quale il rumore partiva; udii soffiare più forte, e mi parve intravedere qualche cosa che prendeva la fuga. Seguii quella specie d’ombra.
La inseguii tanto e andai sì lungi, che scorsi infine una luce rassomigliante a una stella. Continuai a camminare verso quella luce, e finalmente scoprii che veniva da un’apertura della rupe, abbastanza larga per passarvi.
A quella scoperta mi fermai un poco per rimettermi dalla emozione provata: poi essendomi avanzato fino all’apertura, vi passai e mi trovai in riva al mare.
Immaginatevi la mia gioia!
Quando i miei sensi furono ristabiliti nel loro stato normale, compresi che la cosa che avevo udito soffiare e che io avevo seguita, era un animale uscito dal mare, uso ad entrare nella grotta onde pascersi di cadaveri.
Rientrai quindi nella grotta per andare a prendere del pane, che poi mi posi a mangiare al chiarore del giorno.
Vi ritornai di nuovo, e andai a raccogliere a tentoni nelle bare tutti i diamanti, i rubini, le perle, i braccialetti d’oro e infine tutte le ricche stoffe le quali mi capitarono sotto le mani.
Portai tutto ciò sulla riva del mare e ne feci parecchie balle, cui legai in modo acconcio col mezzo di [126] corde le quali avevano servito a calare le bare e di cui eravi grande quantità.
A capo di due o tre giorni scorsi un naviglio uscente improvvisamente dal porto, rasentando il posto dove io stava. Feci segno colla tela del mio turbante, e gridai a tutta gola per farmi sentire. Fui inteso, e fu spedita la scialuppa per venirmi a prendere.
Alla domanda che i marinai mi fecero, per quale sventura io mi trovassi in quel luogo, risposi essere due giorni che mi era salvato da un naufragio colle mie mercanzie.
Quando fummo giunti a bordo, il capitano ebbe anche la bontà di appagarsi del preteso naufragio. Io gli presentai alcune delle mie gioie, ma egli non volle accettarle.
Noi passammo innanzi a parecchie isole, fra le altre innanzi all’isola delle Campane, lontana dieci giornate da quella di Serendib, con vento ordinario e regolare, e sei dall’isola di Kela, ove approdammo.
Dopo aver fatto un gran commercio in quell’isola, ci rimettemmo alla vela e approdammo a parecchi altri porti.
Finalmente giunsi felicemente a Bagdad con ricchezze infinite, di cui è inutile il farvi la minuta enumerazione.
QUINTO VIAGGIO
I piaceri ebbero ancora bastanti attrattive per cancellare dalla mia memoria tutte le pene e i mali ch’io aveva sofferti, senza potermi togliere il desiderio di fare nuovi viaggi. Comprai delle mercanzie, le feci imballare e caricare sopra vetture, e partii per recarmi al primo porto di mare. Colà per non dipendere da un capitano e per avere un naviglio al mio comando, mi divertii a farne costruire uno ed equipaggiarlo a mie spese. Appena terminato lo feci caricare, e mi imbarcai sovr’esso: accolsi con me parecchi mercanti di diverse nazioni colle loro mercanzie.
Facemmo vela al primo vento favorevole e prendemmo il largo.
Dopo una lunga navigazione, il primo luogo dove approdammo fu un’isola deserta in cui trovammo l’uovo di un Roc di una grandezza pari a quello del quale mi avete inteso parlare. Esso racchiudeva un [127] piccolo Roc vicino a schiudersi, il cui becco cominciava già a comparire.
I mercanti, che s’erano imbarcati sul mio naviglio, ruppero l’uovo a gran colpi di scuri e fecero un’apertura, donde estrassero a brani il piccolo Roc e lo fecero arrostire.
Avevano appena finito il loro saporoso pasto, quando apparvero in aria due grosse nuvole molto lungi da noi. Il Capitano, il quale io aveva ingaggiato per condurre il mio vascello, sapendo per esperienza ciò che quello significasse, esclamò che erano il padre e la madre del piccolo Roc, e ci fece premura perché c’imbarcassimo al più presto per evitare il malanno ch’ei prevedeva.
Intanto i due Roc s’appressarono, mandando grida spaventevoli.
Col disegno di vendicarsi, ripresero il volo dalla parte da cui eran venuti e disparvero per qualche tempo, mentre noi facevamo forza di vele onde prevenire ciò che non mancò di accaderci.
Essi tornarono, ed osservammo che ciascun d’essi teneva fra gli artigli un pezzo di scoglio di un’enorme grandezza. Quando furono precisamente al di sopra del mio vascello, si arrestarono, e sostenendosi in aria, uno d’essi abbandonò il pezzo di scoglio che teneva, ma per l’abilità del timoniere, il quale fece spostare il naviglio con un colpo di timone, esso non ci colpì. L’altro uccello, per nostra sventura, lasciò cadere il suo scoglio in mezzo al nostro vascello, da rompercelo e fracassarcelo in mille pezzi. I marinai e i passeggieri furno tutti schiacciati e sommersi. Io pure fui sommerso, ma ritornando a galla ebbi la fortuna di afferrarmi a una tavola. Così, aiutandomi or con una mano ora coll’altra, senza staccarmi punto da quel ch’io teneva, col vento e colla corrente che m’eran favorevoli, giunsi infine a un’isola.
Mi sedetti sull’erba per rimettermi un poco dalla mia stanchezza; indi mi alzai, inoltrandomi nell’isola onde riconoscere il terreno.
Quando mi fui un poco inoltrato, scorsi un vecchio che mi parve molto infermo. Egli era assiso sulla riva d’un ruscello. Immaginai a prima vista che fosse alcuno il quale avesse fatto naufragio come me; mi accostai, lo salutai, ed egli mi fece solo un lieve inchino di testa.
Gli domandai che cosa facesse là, ma invece di rispondermi, mi fece segno di caricarmelo sulle spalle [128] e di passarlo al di là del ruscello, facendomi capire ciò esser per cogliere delle frutta.
Credetti ch’egli avesse bisogno ch’io gli rendessi quel servigio; e, avendomelo posto addosso, passai il ruscello.
- Scendete - gli dissi allora - abbassandomi per facilitargli la discesa, ma invece di lasciarsi andare a terra, quel vecchio, che m’era sembrato sì decrepito, mi passò leggermente attorno al collo le sue due gambe, e si pose a cavalcioni sulle mie spalle stringendomi sì forte la gola, da sembrare mi volesse strangolare. Mi appuntò fortemente al petto uno de’ suoi piedi, e coll’altro battendomi aspramente il fianco, mi obbligò a rialzarmi mio malgrado.
Quando fui ritto, mi fece camminare sotto alcuni alberi, forzandomi a fermarmi per cogliere e mangiare
le frutta che incontravamo, e non lasciandomi punto durante il giorno; quando la notte io voleva riposarmi si stendeva per terra con me, sempre attaccato al mio collo.
Un giorno che trovai sulla via parecchie zucche secche ne presi una assai grossa, e dopo averla ben nettata, vi spremetti dentro il sugo di parecchi grappoli d’uva, frutto abbondantissimo nell’isola. Quando ne ebbi riempita la zucca, la posai in un sito ove ebbi l’abilità di farmi condurre dal vecchio parecchi giorni dopo.
Io presi la zucca, e portandola alla bocca, bevetti di un eccellente vino, il quale mi fece obliare per qualche tempo il dolore mortale da cui io era oppresso.
Il vecchio essendosi accorto dell’effetto prodotto in me da quella bevanda, mi fece segno di dargliene a bere: gli presentai la zucca, la prese, e come il liquore gli parve aggradevole, la vuotò fino all’ultima goccia. Ve n’era quanto bastava per ubbriacarlo; bentosto il fumo del vino salendogli alla testa, cominciò a cantare a suo modo e a brandirsi sulle mie spalle. Le sue gambe si rilasciarono a poco a poco, ed io vedendo ch’egli non mi stringeva più, lo gettai per terra ove rimase privo di sensi. Allora presi una grossissima pietra e con quella gli schiacciai la testa.
Ebbi gran gioia di essermi liberato per sempre da quel maledetto vecchio e camminai verso il lido del mare, ove trovai alcuni uomini di un naviglio, il quale aveva dato fondo per fare acqua e prendere un po’ di rinfresco. Furono estremamente meravigliati di vedermi e di sentire i particolari delle mie avventure.
[129]- Voi eravate caduto, - mi dissero - nelle mani del vecchio del mare, e voi siete il primo che egli non abbia strangolato.
Dopo avermi informato di queste cose, mi condussero con essi nel loro naviglio, il cui capitano mostrò sommo piacere di ricevermi, quando seppe tutto ciò che m’era accaduto. Fece vela di nuovo, e dopo alquanti giorni di navigazione approdammo al porto di una grande città, le cui case erano fabbricate di buona pietra.
Uno dei mercanti del vascello, che mi era divenuto amico, mi obbligò ad accompagnarlo e mi condusse in un alloggio destinato a servire di ricetto ai mercanti stranieri.
Egli mi diede un gran sacco; quindi, avendomi raccomandato a certe persone della città che avevano un sacco come me, e avendole pregate di menarmi con loro a raccogliere dei cocco, mi disse:
- Andate, seguiteli, e fate come li vedrete fare.
Giungemmo ad una gran foresta di alberi estremamente alti, il di cui tronco era tanto liscio da non esser possibile di apprendervisi per salire fino ai rami ov’era il frutto. Erano degli alberi di cocco, da cui volevamo far cadere il frutto e riempire il nostro sacco. Entrando nella foresta vedemmo un gran numero di grosse e piccole scimmie, le quali presero a fuggire innanzi a noi appena ci scorsero, salendo fino alla cima degli alberi con una maravigliosa agilità.
I mercanti raccolsero delle pietre e le gettarono contro le scimmie.
Imitai il loro esempio, e vidi che le scimmie, fatte accorte del nostro disegno, coglievano con ardore i cocco e ce li gettavano con gesti indicanti il loro sdegno e la loro animosità.
Con questo stratagemma riempivamo i nostri sacchi di quel frutto, il quale ci sarebbe stato impossibile di avere in altro modo.
Quando ne avemmo pieni i nostri sacchi, ce ne tornammo alla città, ove il mercante mi pagò il valore del sacco di cocco che io aveva portato.
- Continuate - mi disse - fin tanto che non abbiate guadagnato abbastanza da poter tornare a casa vostra.
Lo ringraziai del buon consiglio, ed [130] insensibilmente feci una grande raccolta di cocco, da mettermi da parte una somma considerevole.
Il vascello, sul quale io era venuto, aveva fatto vela con alcuni mercanti i quali l’avevan caricato di cocco. Attesi l’arrivo di un altro, il quale approdò ben tosto al porto della città per fare un carico simile. Vi feci imbarcare sopra tutto i frutti da me raccolti, e quando fu pronto a partire, andai a prender commiato dal mercante a cui aveva tanta obbligazione. Ei non potette imbarcarsi con me, perché non aveva terminato i suoi affari.
Mi rimisi in mare, allegro, sopra un vascello che approdò felicemente a Bassora; di là tornai a Bagdad.
SESTO VIAGGIO
- A capo d’un anno di riposo mi preparai a fare un sesto viaggio, malgrado le preghiere dei miei parenti ed amici, che fecero quanto era in loro potere per trattenermi.
Invece di prendere il mio cammino pel Golfo Persico, passai di bel nuovo per varie provincie della Persia e delle Indie, e giunsi a un porto di mare dove m’imbarcai su di un buon naviglio, il cui capitano era risoluto di fare una lunga navigazione.
Ed invero fu lunghissima, ma al tempo stesso sì sventurata, che il capitano e il pilota perdettero la via in modo da ignorare dove fossero. Finalmente la riconobbero: ma noi, quanti eravamo passeggieri, non avemmo motivo di rallegrarcene, ed un giorno restammo attoniti nel vedere il capitano abbandonare il suo posto battendosi la testa come un uomo cui la disperazione ha turbato la mente.
Gli domandammo perché così si affliggesse.
- Io vi annunzio - ci rispose - che siamo nel sito più pericoloso del mare. Una rapidissima corrente trascina il naviglio, e fra un quarto d’ora saremo tutti morti. A tali parole ordinò di far mettere in ordine le vele: ma le corde si ruppero nella manovra ed il naviglio, senza che fosse possibile di darvi riparo, fu trascinato dalla corrente appiè d’una montagna inaccessibile, dove arenò e si sdruscì, dandoci però il tempo di salvar le nostre persone e di sbarcare i nostri viveri e le nostre merci.
[131] - Iddio ha fatto quel che gli è piaciuto. Qui possiamo scavar le nostre fosse e darci l’ultimo addio.
La montagna appiè della quale stavamo, formava le coste di un’isola molto lunga e vastissima. Quella costa era tutta coperta di frantumi di vascelli che vi avevan fatto naufragio ed un’infinità di ossami ci fecero inorridire. Era quasi una cosa incredibile la quantità di mercanzie e di ricchezze che si presentavano ai nostri occhi per ogni parte.
Per compier la descrizione di quel luogo, dirò che i navigli non possono discostarsene, quando vi si sono una volta accostati a una certa distanza. Se essi furonvi spinti da un vento di mare, il vento e la corrente li fanno naufragare, o se vi si trovano quando soffia il vento di terra, il che potrebbe favorire il loro allontanamento, l’altezza della montagna lo arresta e produce una calma che lascia agire la corrente, la quale li trasporta contro la costa ove si infrangono, come vi fu fracassato il nostro.
Per colmo d’infortunio, non è possibile di ascendere sulla vetta della montagna o di scamparla per alcun sito.
Restammo sulla riva come gente che ha perduto il cervello, attendendo la morte di giorno in giorno. Dapprima avevamo divisi i nostri viveri in parti uguali, così ciascuno visse più o meno degli altri, secondo l’uso che fece delle sue provvigioni.
Quelli che perirono i primi furono sotterrati dagli altri; in quanto a me, resi gli ultimi offici a tutti i miei compagni. Nulladimeno quando io sotterrai l’ultimo, mi restavano così pochi viveri, ch’io giudicava non poter molto durare; di modo che scavai da me stesso la mia tomba.
Ma Iddio ebbe ancora pietà di me, ispirandomi di andare fino al fiume che si perdeva sotto la vòlta della grotta. Colà, dopo averlo esaminato con molta attenzione, dissi fra me:
- Questo fiume che si nasconde a questo modo sotterra, deve uscire per qualche sito.
Costruendo una zattera, e abbandonandomi su di essa alla corrente dell’acqua, giungerò a una terra abitata o perirò: se perisco, non avrò fatto se non cambiar genere di morte.
Non esitai a lavorare intorno alla zattera dopo questo ragionamento; la costrussi con buoni pezzi di legno e con grossi cavi, legandoli insieme sì forte, da farne un piccolo bastimento abbastanza solido. Quando [132] fu terminato, lo caricai di alcune balle di rubini, di smeraldi, d’ambra grigia, di cristallo di ròcca e di stoffe preziose.
M’imbarcai sulla zattera con due piccoli remi che non aveva dimenticato di fare, e lasciandomi trascinare dal corso del fiume, mi abbandonai alla volontà di Dio.
Tosto che fui sotto la volta, non vidi più luce, e la corrente mi trascinò senza che potessi osservare dove mi trasportava. Vogai per alcuni giorni in quell’oscurità senza mai scorgere un raggio di luce.
Durante quel tempo non mangiavo de’ viveri che mi restavano se non quanto abbisognava per sostentarmi la vita: ma benché io vivessi con frugalità, finii per consumare le mie provvigioni.
Allora, senza che me ne potessi impedire, un dolce sonno venne ad impadronirsi de’ miei sensi. Non posso dirvi se dormii lungo tempo: ma allo svegliarmi mi vidi con meraviglia in una vasta campagna in riva ad un fiume, dove la mia zattera era legata in mezzo a un gran numero di negri. Mi levai appena li ebbi scorti, e li salutai.
Mi presentarono molte sorta di vivande, e quando ebbi contentata la mia fame, feci loro una relazione fedele di tutto ciò che mi era accaduto: il che parvero ascoltare con molta ammirazione.
- Ecco una storia delle più meravigliose!! Bisogna che voi stesso veniate ad informare il Re.
Risposi loro che io era pronto a far ciò.
Camminammo tutti insieme fino alla città di Serendib, poiché in quell’isola, io mi trovava.
I negri mi presentarono il Re.
Quel Principe mi fece avanzare e prender posto vicino a lui. Mi domandò in primo luogo come io mi chiamassi.
Nulla nascosi al Re: gli feci lo stesso racconto che ora avete inteso, e ne fu così sorpreso e soddisfatto, che comandò si scrivesse la mia avventura a lettere d’oro, per esser conservata negli archivi del suo regno.
Incaricò uno dei suoi uffiziali d’aver cura di me, e mi fece dare delle persone per servirmi a sue spese.
Quell’ufficiale eseguì fedelmente gli ordini del suo padrone, e fece trasportare nell’alloggio in cui mi condusse, tutte le balle di cui la zattera era carica.
Feci un viaggio alla montagna ove, secondo la [133] nostra credenza, Adamo fu relegato, dopo esser stato bandito dal Paradiso terrestre.
Quando fui ritornato nella città, supplicai il Re di permettermi di ritornarmene al mio paese: il che mi accordò gentilmente, obbligandomi di accettare un ricco dono, che fece trarre dal suo tesoro.
Quando fui per prender commiato da lui, n’ebbi un altro dono ben più considerabile e al tempo stesso m’incaricò di una lettera pel Commendatore dei credenti, nostro sovrano signore, dicendomi:
- Vi prego presentar da parte mia questo regalo e questa lettera al Califfo Haroun-al-Rascid e di assicurarlo della mia amicizia.
Il dono consisteva, in primo luogo, in un vaso di un sol rubino, incavato e lavorato a uso di coppa, di mezzo piede di altezza, e di un dito di grossezza, pieno di perle rotondissime e tutte del peso di mezza dramma; in secondo luogo, in una pelle di serpente che aveva delle scaglie grandi quanto una moneta ordinaria d’oro, e la cui proprietà era di preservare dalle malattie coloro i quali vi si sdraiavano sopra; in terzo luogo, un cinquantamila dramme di legno d’aloe oltremodo eccellente, con trenta grani di canfora della grandezza d’un pistacchio; il tutto era accompagnato da una schiava d’una bellezza incantevole, le di cui vesti erano coperte di pietre preziose.
Il naviglio si mise alla vela, e dopo una lunga e felicissima navigazione approdammo a Bassora, da dove mi recai a Bagdad. La prima cosa che feci dopo il mio arrivo, fu di adempiere all’incarico di cui era incombensato.
Presi la lettera del Re di Serendib, andai a presentarmi alla porta del Commendatore dei credenti, seguito dalla bella schiava e dalle persone della mia famiglia, le quali portavano i doni di cui io era stato incaricato.
SETTIMO VIAGGIO
- Al ritorno del mio sesto viaggio, abbandonai assolutamente l’idea di farne degli altri. Un giorno in cui dava un banchetto a numerosi miei amici, mi si venne ad avvertire che un ufficiale del Califfo chiedeva di me.
Mi alzai da tavola e gli andai incontro.
[134] - Il Califfo - mi diss’egli - m’ha incaricato di venirvi a dire che vuole parlarvi. - Seguii al palagio l’ufficiale, ed il Principe, il quale io salutai prosternandomi a’ suoi piedi:
- Sindbad - mi disse - ho bisogno di voi; fa d’uopo che andiate a portare la mia risposta e i miei doni al Re di Serendib. È ben giusto ch’io contraccambi la gentilezza ricevutane.
Il comando del Califfo fu per me un colpo di fulmine. In pochi giorni mi preparai alla partenza, e tosto consegnatimi i doni del Califfo con una lettera di sua propria mano, partii e presi il cammino di Bassora, ove m’imbarcai.
La mia navigazione fu felicissima, e giunsi all’isola di Serendib. Colà esposi ai ministri la commissione di cui io era incaricato e li pregai di farmi dare udienza senza indugio: il che essi fecero.
Fui condotto con onoranza al palagio e quivi salutai il Re, prosternandomi secondo l’uso.
Quel Principe mi riconobbe a prima vista, e mi dimostrò una gioia tutta particolare nel rivedermi.
- Ah! Sindbad - mi disse - siate il benvenuto! Vi giuro aver io pensato a voi spessissimo dopo la vostra partenza. Benedico questo giorno, dappoiché ci vediamo un’altra volta.
Gli feci i miei complimenti, e dopo averlo ringraziato della sua bontà, gli presentai la lettera e il presente del Califfo, ch’ei ricevette con tutti i segni di una grande soddisfazione.
Il Re di Serendib ebbe un gran piacere, vedendo che il Califfo aveva corrisposto alla sua amicizia.
Poco tempo dopo questa udienza io procurai di avere quella del mio commiato, cui non penai ad ottenere.
L’ottenni alla perfine e il Re nel congedarmi mi fece un presente molto considerevole.
Mi rimbarcai tosto coll’intenzione di ritornare a Bagdad, ma non ebbi la fortuna di giungervi come io sperava.
Tre o quattro giorni dopo la mia partenza fummo assaliti dai corsari, i quali s’impadronirono del nostro vascello, non essendo in niun modo in istato di difenderci. Dopo che i corsari ci ebbero spogliati tutti e datoci de’ cattivi abiti in luogo dei nostri, ci condussero in una grand’isola molto lontana, ove ci vendettero. Io caddi tra le mani di un ricco mercante, il quale appena m’ebbe comprato mi condusse a casa sua, [135] ove mi fece mangiare, bere e vestire pulitamente. Alcuni giorni dopo, mi domandò se io sapessi tirare l’arco.
Gli dissi esser questo uno degli esercizii della mia giovinezza e che non l’avea dappoi dimenticato.
Allora mi diede un arco e delle frecce, e avendomi fatto salire dietro a lui su di un elefante mi condusse in una foresta, lontana dalla città, e la di cui estensione era vastissima. Noi vi c’inoltrammo di molto e quando giudicò opportuno di fermarsi, mi fece scendere.
Indi, mostrandomi un grand’albero, mi disse:
- Salite su quell’albero, e tirate agli elefanti che vedrete passare, poiché avvene una prodigiosa quantità in questa foresta. Se alcuno ne cade, venite ad avvertirmene. Dopo avermi detto ciò, mi lasciò dei viveri; riprese il cammino della città, ed io restai sull’albero alla posta per tutta la notte. L’indomani, appena fu levato il sole, ne vidi comparire un gran numero. Trassi sopra essi parecchie frecce, e infine uno ne cadde per terra.
Gli altri si ritirarono tosto e mi lasciarono in libertà di andare ad avvisare il mio padrone della caccia che io aveva fatto. In ricompensa di questa nuova egli mi regalò un buon pranzo, lodò la mia destrezza e mi fece molte carezze. Quindi andammo insieme alla foresta a scavare una fossa, in cui sotterrammo l’elefante ucciso.
Il mio padrone si proponeva di ritornare quando l’animale sarebbe imputridito, e di portar via i denti per venderli.
Continuai per due mesi quella caccia, e non passava giorno in cui non uccidessi qualche elefante.
Un mattino, mentre aspettava l’arrivo degli elefanti, mi accorsi con estremo stupore che essi si diressero verso di me con orribile fracasso e in sì gran numero che la terra n’era coperta e tremava sotto i loro passi. Si avvicinarono all’albero ove io era asceso, e tutto lo accerchiarono colle proboscidi tese e gli occhi fissi su di me. A quello spettacolo sorprendente io rimasi immobile, e preso da tale spavento, che l’arco e le frecce mi caddero dalle mani. Dopo qualche momento un elefante più grosso abbracciò l’albero dalla parte inferiore colla sua proboscide e sradicatolo mi caricò sul suo dorso.
Ei si pose quindi alla testa di tutti gli altri i quali lo seguivano in truppa, e mi portò fino ad un sito, [136] ove avendomi posto in terra, si ritirò con tutti quelli che l’accompagnavano.
Immaginate lo stato in cui era; credeva dormire anziché vegliare. Finalmente, dopo esser stato qualche tempo steso in quel luogo, non vedendo più alcun elefante, mi levai ed osservai: io ero su di una collina tutta coperta d’ossa e di denti d’elefanti.
Ammirai l’istinto di quegli animali e non dubitai punto che quello non fosse il loro cimitero, e che non mi avessero quivi condotto a bella posta per mostrarmelo, affinché cessassi dal perseguitarli, dappoiché io lo faceva pel solo motivo d’avere i loro denti. Non mi fermai punto sulla collina; volsi i miei passi verso la città e dopo aver camminato un giorno ed una notte, giunsi a casa del mio padrone.
Appena m’ebbe scòrto il mio padrone mi disse:
- Ah! povero Sindbad, io era in grande ansietà per sapere ciò che eri divenuto! Sono stato alla foresta, vi ho trovato un albero di fresco sradicato, un arco e delle frecce per terra, e dopo averti inutilmente cercato, disperava di mai più rivederti.
Soddisfeci la sua curiosità, e il giorno appresso, essendo andati tutti e due alla collina, riconobbe con estrema gioia la verità di ciò che gli avevo detto. Caricammo l’elefante, sul quale eravamo venuti, di quanti denti poteva portare, e quando fummo di ritorno:
- Fratello - mi disse - poiché non voglio più trattarvi da schiavo, dopo il piacere cagionatomi con una scoperta che dovrà arricchirmi, Dio vi colmi d’ogni sorta di beni e di prosperità. Io dichiaro innanzi a lui, che vi rendo libero fin da questo istante.
«Gli elefanti della nostra foresta ci fanno perire ogni anno un’infinità di schiavi da noi mandati a cercare l’avorio. Voi mi procurate un incredibile vantaggio: finora non abbiamo potuto aver l’avorio che coll’esporre la vita de’ nostri schiavi; ed ora ecco tutta la nostra città arricchita per mezzo vostro. Non crediate ch’io pretenda avervi ricompensato colla libertà da me or ora datavi; voglio aggiungere a questo dono dei beni considerevoli.
A questo discorso obbligante risposi:
- Padrone, Dio vi conservi! La libertà accordatami basta per isdebitarvi verso di me: e per unica ricompensa del servizio che ho avuto la fortuna di rendere a voi e alla vostra città, altro non vi domando se non il permesso di ritornare al mio paese.
- Ebbene - replicò egli - il mossone ci [137] condurrà ben presto dei navigli i quali verranno a caricare avorio. Io allora vi rimanderò.
I navigli alla fine arrivarono, e il mio padrone, avendo egli stesso scelto quello sul quale io dovea imbarcarmi, lo caricò d’avorio metà per mio conto. Non si dimenticò di farvi mettere delle provvisioni in abbondanza pel mio viaggio, ed inoltre m’obbligò ad accettare dei regali di gran prezzo, fra le rarità del paese. Dopo averlo ringraziato quanto mi fu possibile di tutti i benefizi che da lui aveva ricevuti, m’imbarcai.
Ci fermammo in alcune isole per prendervi dei rinfreschi.
Trassi dalla vendita del mio avorio una grossa somma di danaro, comprai parecchie cose rare per farne dei regali, indi mi unii ad una grossa carovana di mercanti, e giunsi felicemente a Bagdad.
A questo modo Sindbad terminò il racconto del suo settimo ed ultimo viaggio, e volgendosi quindi ad Hindbad:
- Ebbene, amico mio - soggiunse - avete mai udito dire aver qualcuno sofferto al par di me? Non è forse giusto che dopo tanti travagli io goda d’una vita piacevole e tranquilla?
Appena ebbe profferite queste parole, Hindbad gli si accostò e baciandogli la mano disse:
- Signore, avete sopportato orribili pericoli, le mie pene non sono paragonabili alle vostre: se esse mi affliggono, me ne consolo col più piccolo profitto che ne traggo. Voi meritate non solo una vita tranquilla, ma siete degno ancora di tutti i beni immaginabili, poiché ne fate un sì buono uso e siete cotanto generoso.
Sindbad gli fece dare altri cento zecchini, lo ricevette nel numero de’ suoi amici, gli disse di abbandonare la sua professione di facchino e di continuare a venire a pranzo da lui tutti i giorni.
STORIA DEI TRE POMI
Un giorno il Principe Haroun-al-Rascid avvisò il gran visir Giafar di trovarsi insieme la notte prossima.
Il gran Visir, essendosi recato al palazzo all’ora indicata, il Califfo e Mesrour, capo degli eunuchi, si travestirono per non essere conosciuti, ed uscirono tutti e tre insieme.
[138] Passarono per molte piazze e per molti mercati, ed entrando in una stradella, videro al chiaror della luna un buon uomo dalla barba bianca, di alta statura, che portava delle reti sulla testa e un bastone in mano.
Il Califfo disse a’ suoi compagni:
- Avviciniamoci a quel vecchio e domandiamogli lo stato della sua fortuna.
- Buon uomo - gli disse il Visir - chi sei tu?
- Signore - gli rispose il vecchio - sono un pescatore, ma il più povero e il più sventurato della mia professione.
Il Califfo mosso a compassione disse al pescatore:
- Avresti il coraggio di ricalcare l’orme tue e di gittare le tue reti un’altra volta? Noi ti daremo cento zecchini.
Il pescatore a tale proposta, obbliando tutta la fatica della giornata, ritornò verso il Tigri.
Il pescatore vi gettò le reti; poi, avendole tirate su, vi trasse un baule chiuso e pesantissimo. Il Califfo gli fece tosto contare cento zecchini e lo mandò pei fatti suoi.
Mesrour si addossò il baule sulle spalle per ordine del suo padrone, il quale premuroso di saperne il contenuto, ritornò in fretta al Palazzo. Quivi essendo stato aperto il baule vi si trovò il corpo di una giovine signora, bianco come la neve, ma tagliata a pezzi.
Molto fu lo stupore del Califfo a questo orrendo spettacolo. Ma dalla sorpresa passò all’istante allo sdegno, e lanciando al Visir uno sguardo furioso, gli disse:
- Ah! sciagurato, così dunque tu vegli sulle azioni dei miei popoli? Si commettono impunemente sotto il tuo ministerio degli assassinii nella capitale, e si gettano i miei sudditi nel Tigri, affinché gridino vendetta contro di me il giorno del giudizio? Se tu non vendichi prontamente l’uccisione di questa donna colla morte dell’uccisore, io giuro pel santo nome di Dio, che farò appiccar te, e quaranta del tuo parentado!
- Commendatore dei credenti - disse il gran Visir - supplico Vostra Maestà di accordarmi qualche tempo per fare delle perquisizioni.
- Ti do tre giorni di tempo - rispose il Califfo.
Il visir Giafar si ritirò in casa sua ordinò agli ufficiali di polizia e di giustizia dipendenti da lui di fare un’esatta ricerca del malfattore.
Posero in giro la loro gente; vi si misero essi [139] medesimi non credendosi meno interessati del Visir in tale affare: ma tutte le loro ricerche tornarono vane; per quanta diligenza usassero, non poterono scoprire l’autore dell’assassinio.
Arrivato il terzo giorno il Califfo domandò ove fosse l’omicida.
- Commendatore dei credenti - egli rispose - non ho trovato alcuno che abbia potuto darmene il menomo indizio.
Il Califfo gli fece de’ rimproveri pieni d’ira e di furore, e comandò che lo impiccassero innanzi alla porta del palazzo. Condussero il Visir con quaranta Barmecidi appiè delle rispettive forche e fu loro passata al collo la corda colla quale dovevano esser alzati in aria. Mentre tutto era preparato onde fosse eseguito l’ordine irrevocabile del Califfo, un giovine molto ben fatto e decentemente vestito, facendosi strada a traverso la calca, giunse fino al Visir, e dopo avergli baciata la mano esclamò:
- Sommo Visir, voi non siete colpevole del delitto pel quale state per morire. Ritiratevi e lasciatemi espiare la morte della dama gettata nel Tigri. Son io il suo uccisore e merito d’esser punito!
Il Visir stava per rispondergli, quando un uomo di un’età molto avanzata, avendo potuto accostarsi al Visir:
- Signore, non credete nulla di quanto vi dice questo giovane; io solo sono l’assassino della dama trovata nel baule.
Il contrasto del vecchio e del giovane obbligò il Visir a condurli innanzi al Califfo, colla permissione del luogotenente criminale.
Quando fu in presenza di quel Principe, parlò a questo modo:
- Commendatore de’ credenti, io conduco a Vostra Maestà questo giovane e questo vecchio, ch’entrambi si dicono uccisori della dama.
Allora il Califfo domandò agli accusati chi dei due avesse trucidato la dama e poscia gittata nel Tigri.
Il giovane assicurò essere stato lui; ma siccome il vecchio dal canto suo sosteneva il contrario:
- Andate - disse il Califfo al gran Visir - fateli impiccar tutti e due!
- Ma, Sire - disse il Visir - se uno di essi è colpevole sarebbe ingiusto far morir l’altro!
A queste parole il giovane ripigliò:
- Io giuro pel gran Dio che ha innalzato i cieli [140] all’altezza ove sono, aver io ucciso la dama e poscia squartata e gittata nel Tigri or fa quattro giorni. Quindi son io quello che dev’essere punito.
Il Califfo fu sorpreso di questo giuramento, e vi prestò fede, tanto più che il vecchio non vi replicò.
Per il che volgendosi al giovane gli disse:
- Sciagurato, per qual motivo hai tu commesso un delitto sì detestabile? E qual ragione puoi tu avere di esserti venuto ad offrire da te stesso a morte?
- Commendatore de’ credenti - rispose colui -se si mettesse in iscritto tutto ciò che è avvenuto fra cotesta dama e me, ci sarebbe da fare un’istoria che potrebbe essere utilissima agli uomini.
- Narratecela - replicò il Califfo - io te lo impongo.
STORIA DELLA DAMA TRUCIDATA
E DEL GIOVANE SUO MARITO
Commendatore de’ credenti, la dama trucidata era mia moglie, figlia di questo vecchio, il quale è mio zio paterno. Ho da lei avuto tre figliuoli maschi tuttora vivi, e deggio renderle questa giustizia che non mi ha dato mai il menomo motivo di dispiacere.
Son circa due mesi che cadde ammalata. N’ebbi tutta la cura immaginabile, nulla risparmiai per procurarle una pronta guarigione.
A capo d’un mese ella cominciò a star bene e volle andare al bagno.
Prima di uscir di casa mi disse:
- Cugino mio - poiché così per famigliarità mi chiamava - ho una voglia di mangiar dei pomi: mi fareste un piacere estremo se potreste trovarmene.
- Molto volentieri - le risposi - corro subito per vedere se mi è dato di accontentarvi.
Andai per tutti i giardini, ma non ebbi successo. Incontrai un vecchio giardiniere, il quale mi disse, che per quanto io mi potessi affaticare, non ne avrei trovato se non nel giardino di Vostra Maestà a Bassora.
Siccome io amavo mia moglie, e non volevo punto rimproverarmi d’aver trascurato di soddisfarla, dopo averla fatta consapevole del mio disegno, partii per Bassora; fui di ritorno a capo di quindici giorni.
Portai meco tre pomi, costatimi uno zecchino [141] ciascuno. Appena giunto li presentai a mia moglie, ma già le era passata la voglia. Però ella si contentò di riceverli, e li posò presso di sé.
Pochi giorni dopo il mio viaggio, stando seduto nella mia bottega, vidi passare un grosso schiavo nero, il quale aveva in mano un pomo di quelli da me recati da Bassora. Chiamai allora lo schiavo a me, e gli dissi:
- Buon schiavo, insegnami, ti prego, ove hai preso cotesto pomo?
- È - mi rispose - un dono che mi ha fatto la mia innamorata. Sono stato oggi a vederla e l’ho trovata un po’ ammalata. Ho visto a lei vicino tre pomi, e ho domandato donde gli avesse avuti; mi ha risposto che il buon uomo di suo marito avea fatto un viaggio di quindici giorni a bella posta per andarglieli a cercare. Abbiamo fatto colazione insieme, e nel lasciarla ho portato via questo.
Mi alzai dal mio posto, e dopo aver chiusa la bottega corsi a casa in tutta fretta e salii alla camera di mia moglie. Guardai dapprima dove stavano i pomi, e avendone scorti due soli, domandai dove fosse l’altro.
- Cugino mio - rispose freddamente - non so che cosa ne sia avvenuto.
Nel punto stesso mi lasciai trasportare dalla gelosia, e traendo il coltello appeso alla mia cintura, l’immersi nel seno di quella miserabile. Quindi le tagliai la testa, la feci a pezzi, poscia la nascosi in un baule che caricai sulle mie spalle appena fu fatta notte, e andai a gittarlo nel Tigri.
I due miei figliuoli più piccoli eransi già coricati e dormivano, il terzo era fuori di casa: lo trovai al mio ritorno seduto presso la porta e piangendo a calde lacrime.
Gli chiesi il motivo del suo pianto.
- Padre mio - mi disse - stamani ho preso a mia madre, senza che ella se ne sia avveduta, uno de’ tre pomi che voi le avete arrecati; ma stando non ha guari a giuocar nella strada co’ miei fratellini, un grosso schiavo che passava me l’ha strappato di mano, e l’ha portato via: gli son corso dietro domandandoglielo, ma tutto è stato inutile. Non ha voluto rendermelo.
Terminate queste parole ei raddoppiò le sue lacrime.
Il discorso di mio figlio mi gettò in una inconcepibile afflizione.
[142] Riconobbi allora l’enormità del mio delitto, e mi pentii, ma, troppo tardi, d’aver dato retta alle imposture dello sciagurato schiavo.
Mio zio, qui presente, giunse in quel momento: egli veniva per vedere sua figlia, ma invece di trovarla viva, seppe da me stesso ch’ella più non esisteva, poiché nulla gli celai.
Il Califfo rimase estremamente attonito di quanto avea raccontato il giovane:
- Il malvagio schiavo - disse - è l’unica causa dell’uccisione, egli è il solo che bisogna punire; per la qual cosa - continuò volgendosi al gran Visir - ti do tre giorni per trovarlo, altrimenti ti farò morire in sua vece.
Lo sventurato Giafar, il quale si era creduto fuor di pericolo, rimase oppresso da questo nuovo ordine del Califfo. Passò i due primi giorni ad affliggersi colla sua famiglia intorno a lui lagnandosi del rigore del Califfo. Venuto il terzo, ei si dispose a morire con fermezza, come un ministro integro, e nulla avendo a rimproverarsi.
Frattanto giunse un usciere del palagio, il quale gli disse che il Califfo s’impazientava per non avere né nuove di lui, né dello schiavo nero: Ed ho ordine - aggiunse - di condurvi innanzi al suo trono.
L’afflitto Visir si pose in ordine per seguire l’usciere, ma stando per uscire gli condussero la più piccola delle sue figlie la quale poteva aver cinque o sei anni, affinché la vedesse per l’ultima volta.
Siccome egli nutriva per lei una particolare tenerezza, si accostò a sua figlia, la prese tra le braccia e la baciò parecchie volte. Baciandola si accorse che ella aveva in seno qualche cosa di voluminoso che tramandava odore.
- Mia carina - le disse - che cosa avete in seno?
- Mio caro padrone - gli rispose - gli è un pomo sul quale è scritto il nome del Califfo nostro signore e padrone. Rihan, nostro schiavo, me l’ha venduto per due zecchini.
Alla voce di pomo e di schiavo il gran Visir Giafar diede un grido di sorpresa mista a una gioia indicibile, e mettendo tosto la mano in seno a sua figlia, ne trasse il pomo.
Egli fece chiamare lo schiavo, che non era lungi, e quando gli fu dinanzi, egli disse:
- Briccone, ove hai tu preso questo pomo?
- Signore - rispose lo schiavo - vi giuro di non [143] averlo rubato né in casa vostra, né nel giardino del Commendatore de’ credenti. L’altro giorno, passando per una strada, un fanciulletto lo teneva in mano; glielo strappai e glielo portai via.
Giafar condusse seco lo schiavo, e quando fu innanzi al Califfo, fece a questo Principe un minuto ed esatto racconto di quanto gli avea detto lo schiavo.
Il Califfo disse al gran Visir che il suo schiavo meritava una punizione.
- Non posso sconvenire - rispose il Visir - ma il suo delitto non è irremissibile. So una storia più sorprendente di un Visir del Cairo, chiamato Noureddin Alì, e di Bedreddin Hassan di Bassora.
- Raccontatela - riprese il califfo - ma voi vi impegnate in una grande impresa, e non credo che possiate salvare il vostro schiavo.
STORIA DI NOUREDDIN ALÌ
E DI BEDREDDIN HASSAN
Eravi un tempo in Egitto un Sultano, grande osservatore della giustizia. Il Visir di quel Sultano avea due figli: il primogenito si chiamava Schemseddin Mohammed, e il cadetto Noureddin Alì. Il Visir loro padre essendo morto, il Sultano li mandò a cercare, e avendoli fatti rivestire entrambi di una veste di Visir:
- Io son ben dispiacente - disse loro - della perdita che testé avete fatta, e non ne sono men tocco di voi; come so che abitate insieme e siete perfettamente uniti, vi gratifico entrambi della stessa dignità. Andate, e imitate vostro padre.
I due nuovi Visir ringraziarono il Sultano della sua bontà, e si ritirarono a casa loro, ove presero cura de’ funerali del proprio padre.
Un giorno mentre s’intrattenevano di cose indifferenti, ed era la vigilia di una caccia, in cui il primogenito doveva accompagnare il Sultano, questo giovane disse al fratello minore:
- Fratel mio, dappoiché non siamo ancora ammogliati e viviamo in sì buona armonia, mi è venuto un pensiero: sposiamo in uno stesso giorno due sorelle da scegliere in qualche famiglia a modo. E supposto che le nostre mogli concepiscano la prima notte delle nostre nozze e poscia si sgravino lo stesso giorno, la [144] vostra di un figlio e la mia di un figlio, li mariteremo insieme.
- Benissimo, - rispose il cadetto - vi acconsento: solo bramerei sapere se pretendereste che mio figlio dovesse dare una dote a vostra figlia?
- Naturalmente - soggiunse il primogenito.
- E in questo non andiam d’accordo - replicò il cadetto - il maschio essendo più nobile della femmina spetterebbe a voi il dare una buona dote a vostra figlia.
Simile bizzarra quistione sorta fra due fratelli, non lasciò di procedere molto innanzi e Schemseddin Mohammed s’infuriò al punto di arrivare alle minacce.
- Se domani - disse - non dovessi andare ad accompagnare il Sultano a caccia vi tratterei come meritate: ma al mio ritorno ne riparleremo, state tranquillo.
L’indomani si alzò per tempo e si recò dal Sultano.
In quanto a Noureddin Alì, dopo aver passata una notte agitatissima, vedendo non esser più possibile continuare a vivere con un fratello, il quale lo trattava con tanta alterigia, fece preparare una mula, si provvide di denaro, di pietre preziose e di viveri, e partì.
Appena fu uscito dal Cairo prese la via del deserto: senonché la sua mula essendo morta, gli convenne andare a piedi.
Per fortuna lo incontrò un corriere che andava a Bassora, il quale presolo in groppa lo trasportò fin là.
Mentre Noureddin Alì cercava in quella città un alloggio, vide venire il Visir del Sultano di Bassora, accompagnato da numeroso seguito.
Quel ministro, si fermò per domandargli chi fosse e donde venisse.
- Signore - rispose Noureddin Alì - sono egiziano nato al Cairo ed ho abbandonato la mia patria per un giusto motivo, colla ferma risoluzione di non tornarvi mai più.
- Seguitemi - riprese il Visir - venite meco, e forse vi farò dimenticare chi v’ha costretto ad abbandonare il vostro paese.
Appena il Visir ebbe conosciute le belle qualità di Noureddin Alì, gli pose affezione e un giorno gli disse:
- Figliuol mio, io sono come vedete in una età molto avanzata, vi voglio bene, ho una figlia che idolatro, la quale è altrettanto bella quanto voi siete ben fatto; la volete? io son disposto a darvela.
[145] Appena il gran Visir di Bassora ebbe finito simile discorso pieno di bontà, e di generosità, Noureddin Alì si gettò a’ suoi piedi, e gli disse esser dispostissimo a fare quanto gli proponeva.
Allora il gran Visir chiamò i principali ufficiali di sua casa, ordinò loro di fare addobbare la gran sala del suo castello e preparare un gran pranzo.
Appena i signori radunati in casa del gran Visir di Bassora ebbero attestato a quel ministro la gioia, che prendevano per quel matrimonio di sua figlia con Noureddin Alì, tutti si posero a tavola.
Sul finire del pranzo furono recati dei confetti, dei quali ciascuno prese secondo l’usanza quel tanto che potette portar via, poscia entrarono i cadì col contratto di matrimonio alla mano. Lo sottoscrissero i principali signori; dopo la qual cosa tutta la compagnia si ritirò.
Ciò che vi ha di notevole - continuò il visir Giafar - gli è che nello stesso giorno in cui queste nozze facevansi a Bassora, Schemseddin Mohammed ammogliavasi al Cairo; ed ecco i particolari del suo matrimonio.
Dopo che Noureddin Alì si fu allontanato dal Cairo coll’intenzione di non più ritornarvi, Schemseddin Mohammed, il primogenito, che era andato a caccia col Sultano di Egitto, essendo di ritorno a capo di un mese, corse all’appartamento di Noureddin Alì, ma rimase meravigliato nel sentire che egli era partito sopra una mula il giorno stesso della caccia del Sultano, e che dopo quel tempo non era più comparso.
Egli spedì un corriere il quale passò per Damasco ed andò fino ad Aleppo: ma Noureddin era allora a Bassora.
Quando il corriere al suo ritorno ebbe riferito che non ne avea saputo novella alcuna, Schemseddin si propose di mandarlo a cercare altrove, e intanto fece la risoluzione di ammogliarsi, sposò la figliuola di uno dei più potenti signori del Cairo, nello stesso giorno in cui suo fratello si ammogliava colla figlia del gran Visir di Bassora.
A capo di nove mesi la moglie di Schemseddin Mohammed si sgravò di una figlia al Cairo, e nello stesso giorno quella di Noureddin diede alla luce un bel maschietto, che fu chiamato Bedreddin Hassan.
Il gran Visir di Bassora manifestò la sua gioia [146] con grandi elargizioni. Indi, per dimostrare a suo genero quanto era contento di lui, andò al palagio a supplicare umilissimamente il Sultano perché accordasse a Noureddin Alì la sopravvivenza della sua carica.
Il Sultano accordò la grazia domandata per lui con tutto l’atteggiamento immaginabile.
La gioia del suocero l’indomani fu al colmo, quando si vide suo genero presente al Consiglio in sua vece a fare funzioni da gran Visir. Quel buon vecchio morì quattro anni dopo.
Noureddin Alì gli rese gli ultimi uffici con tutta l’amicizia e la riconoscenza possibile: e tosto che Bedreddin Hassan suo figlio fu giunto all’età di sette anni, lo pose fra le mani di un maestro eccellente, onde lo educasse in modo degno della sua nascita.
Siccome suo padre si proponeva di renderlo capace di occupare un dì il suo posto, non risparmiò nulla a questo fine, e lo fece entrare nei più difficili affari, affine di avvezzarvelo di buon’ora.
Finalmente e’ non trascurava alcuna cosa pel buon avviamento di un figlio il quale gli era sì caro, e cominciava già a godere del frutto dei suoi sforzi, quando fu assalito da una malattia all’improvviso, di cui fu tale la violenza, che ei comprese benissimo non essere lontano dallo estremo de’ giorni suoi. Però non si illuse, e tosto si dispose a morire da vero mussulmano.
In quel momento prezioso non dimenticò suo figlio Bedreddin: ei lo fece chiamare e gli disse:
- Figliuol mio. Io son nato in Egitto; mio padre, vostro avolo, era primo ministro del Sultano del Regno. Ma voi conoscerete più ampiamente tutte queste cose che ho scritte su questo quaderno. - Nel tempo istesso Noureddin Alì gli diede il quaderno scritto di suo proprio pugno: - Prendete - gli disse - lo leggerete a vostro agio: ivi troverete fra le altre cose il giorno del mio matrimonio e quello della vostra nascita.
Bedreddin Hassan, sensibilmente afflitto di veder suo padre nello stato in cui era, mosso da’ suoi discorsi, ricevette piangendo il quaderno, promettendogli di non mai disfarsene.
Finalmente Noureddin Alì continuò sino all’ultimo momento di sua vita a dare buoni consigli a suo figlio: e quando fu morto gli si fecero magnifiche esequie.
Bedreddin Hassan di Bassora (così fu soprannominato, perocché era nato in quella città), ebbe un [147] inconcepibile dolore della morte di suo padre. Invece di passare un mese, secondo il costume, ei ne passò due in lacrime, senza vedere alcuno, e senza neppure uscire per rendere i suoi doveri al Sultano di Bassora, il quale sdegnato di questa negligenza, e riguardandola come segno di disprezzo per la sua Corte e per la sua persona, si lasciò trasportare dall’ira. Nel suo furore ei fece chiamare il suo nuovo gran Visir (poiché ne aveva fatto uno appena saputa la morte di Noureddin Alì), e gli ordinò di recarsi alla casa del defunto e di confiscarla con tutte le altre sue case, terre e beni, senza lasciar nulla a Bedreddin Hassan, del quale comandò pure che s’impadronissero.
Uno degli schiavi di Bedreddin Hassan, ch’era a caso fra la folla, tosto ch’ebbe saputo il disegno del Visir, corse a rendere consapevole il suo padrone.
- Signore - gli disse - non v’ha tempo a perdere. Il Sultano è terribilmente in collera contro di voi e vengono da parte sua a confiscare ciò che voi possedete e anche ad impadronirsi della vostra persona.
Bedreddin si levò tosto dal sofà dov’era, e dopo essersi coperta la testa con un gherone della sua veste per nascondersi il viso, se ne fuggì senza sapere da qual lato volgere i suoi passi, per evitare il pericolo che lo minacciava. Il primo pensiero che gli venne fu di correre in fretta per giungere alla porta più vicina della città. Corse senza fermarsi fino al pubblico cimitero, e siccome la notte s’appressava, risolvette di andarla a passare nella tomba di suo padre; ma egli trovò per via un ebreo ricchissimo, banchiere e mercante di professione.
Chiamavasi Isacco, dopo aver salutato Bedreddin Hassan e avergli baciata la mano, gli disse:
- Signore, oserò io prendermi la libertà di domandarvi ove andate a quest’ora, solo a quanto pare, e un poco agitato?
- Sì - rispose Bedreddin - mi son poc’anzi addormentato e nel mio sonno m’è apparso mio padre. Aveva terribile lo sguardo, come se fosse stato irritato contro di me. Mi sono riscosso dal sonno all’improvviso, e, pieno di spavento, sono tosto partito per venire a far la mia preghiera sulla sua tomba.
- Signore - ripigliò l’ebreo - siccome il gran Visir vostro padre avea caricati di mercanzie parecchi vascelli tuttora in mare e che vi appartengono, vi supplico di accordarmi la preferenza su di ogni altro mercante. Io sono in istato di comprare a denaro [148] contante il carico di tutti i vostri vascelli, e per incominciare, se vi piace cedermi quello del primo che giungerà a buon porto, io vi conterò al momento mille zecchini.
Bedreddin Hassan, nello stato in cui era, cacciato di casa sua e spogliato di quanto aveva al mondo, riguardò la proposizione dell’ebreo come un favore del Cielo. Non esitò ad accettarla con gioia.
L’ebreo tosto gli pose nelle mani la borsa di mille zecchini, offrendosi di contarli, ma Bedreddin gliene risparmiò la pena, dicendogli ch’ei se ne stava alla sua fede.
Quand’è così - ripigliò l’ebreo - abbiate la bontà signore, di farmi una riga di scritto del contratto che ora abbiamo fatto.
Ciò dicendo trasse il suo calamaio, che portava alla cintura, e dopo aver preso una piccola canna ben temperata per iscrivere, gliela presentò con un pezzo di carta, e mentre ei teneva in mano il calamaio, Bedreddin Hassan scrisse queste parole:

«Questo scritto è per render testimonianza che Bedreddin Hassan di Bassora ha venduto all’ebreo Isacco, per la somma di mille zecchini, già ricevuti, il carico del primo de’ suoi navigli che approderà in questo Porto.
bedreddin hassan di Bassora.»

Dopo aver fatto questo, lo diede all’ebreo il quale lo pose nel suo portafogli e prese in seguito da lui commiato.
Mentre Isacco continuò il suo cammino verso la città, Bedreddin Hassan continuò il suo, verso la tomba di suo padre Noureddin Alì.
Nel giungervi, ci si prosternò bocconi. Restò lungo tempo in tali ambascie: ma finalmente si levò, e avendo appoggiata la testa sul sepolcro di suo padre, i suoi dolori si rinnovarono con maggior violenza di prima, e non cessò di sospirare e di piangere fino a che, soccombendo al sonno, s’addormentò. Ei gustava appena la dolcezza del riposo, quando un Genio il quale aveva stabilito la sua dimora in quel cimitero, scorse quel giovane nella tomba di Noureddin Alì. Egli vi entrò, e siccome Bedreddin era coricato supino, rimase meravigliato dallo splendore della sua bellezza!
Finalmente, dopo averlo ben riguardato, si alzò ben alto nell’aria, dove per caso scontrò una Fata. Salutaronsi l’un l’altro, e quindi ei le disse:
- Vi prego di scendere con me fino al cimitero, e [149] vi farò vedere un prestigio di beltà: la Fata vi acconsentì.
Quando furono nella tomba il Genio disse alla Fata, mostrandole Bedreddin Hassan:
- Ebbene, avete mai visto un giovine più bello di questo?
La Fata esaminò Bedreddin con attenzione, e poi volgendosi verso il Genio, rispose:
- Vi confesso ch’è molto ben fatto: ma ho pur ora veduto al Cairo un oggetto ancor più meraviglioso intorno al quale vi dirò alcun che, se volete ascoltarmi.
- Bisogna adunque che sappiate - riprese la Fata - che il Sultano d’Egitto ha un Visir chiamato Schemseddin Mohammed, il quale ha una figlia dell’età di circa venti anni. Ell’è la più bella e la più perfetta persona di cui siasi mai udito parlare. Il Sultano, informato della voce pubblica della beltà di questa giovinetta, fece chiamare il visir suo padre in uno di questi ultimi giorni, e gli disse:
- Ho saputo che avete una figlia da maritare; desidero di sposarla, volete accordarmela?
Il Visir, che non si aspettava una simile proposta, invece di accettarla con gioia, rispose al Sultano:
- Sire, io non sono degno dell’onore che Vostra Maestà vuol impartirmi e la supplico umilissimamente di non prendere in mala parte se io mi oppongo al suo disegno. Voi sapete ch’io aveva un fratello chiamato Noureddin Alì, che aveva, come me, l’onore di essere uno dei vostri Visir. Avemmo insieme una disputa, la quale fu cagione ch’ei sparisse d’improvviso; se non che ho saputo, or fa quattro giorni, esser egli morto a Bassora nella dignità di gran Visir del Sultano di quel Regno. Egli ha lasciato un figlio, e siccome tempo fa ci promettemmo a vicenda di sposare insieme i nostri figli, dal canto mio vorrei adempiere la mia promessa e scongiuro Vostra Maestà di permetterlo.
Il Sultano d’Egitto fu irritato all’ultimo segno contro Schemseddin Mohammed, e così gli disse con un trasporto d’ira:
- Adunque così rispondete alla bontà che ho di volermi abbassare fino ad imparentarmi con voi? Saprò vendicarmi della preferenza che su di me osate dare ad un altro, e giuro che vostra figlia non avrà altro marito fuorché il più vile e il più deforme di tutti i miei schiavi. - Terminando queste parole, vi [150] rimandò bruscamente il Visir, il quale si ritirò in casa pieno di confusione, e crudelmente mortificato.
Oggi il Sultano ha fatto venire uno de’ suoi palafrenieri gobbo dinanzi e di dietro e brutto da far paura, e dopo avere ordinato a Schemseddin Mohammed di acconsentire al matrimonio di sua figlia con questo orribile schiavo, ha fatto stendere e sottoscrivere il contratto dai testimoni in sua presenza; i preparativi di queste note bizzarre sono finiti, e nel punto ch’io vi parlo tutti gli schiavi dei signori della Corte d’Egitto stanno alla porta aspettando il gobbo palafreniere, per condurlo dalla sua sposa, la quale dal canto suo è già pettinata e abbigliata.
Dopo aver la Fata e il Genio insieme concertato quanto volevano fare, il Genio portò via dolcemente Bedreddin, e trasportandolo per aria, andò a posarlo alla porta d’un albergo pubblico, e prossimo al bagno d’onde il gobbo era in procinto di uscire col seguito degli schiavi che attendevano.
Bedreddin Hassan, essendosi svegliato, fu molto sorpreso di vedersi in mezzo ad una città a lui ignota; volle gridare per domandare ove era: ma il Genio gli dette un colpetto sulla spalla avvertendolo di non dir parola alcuna. Poi, mettendogli una fiaccola in mano, gli disse:
- Andate, mischiatevi fra quella gente che vedete alla porta di quel bagno, e camminate con loro fino a che non siete entrato in una sala ove si stanno per celebrare delle nozze. Il novello sposo è un gobbo, cui riconoscerete di leggieri. Mettetevi alla sua dritta nell’entrare, e fin d’ora aprite la vostra borsa degli zecchini e distribuiteli ai suonatori ai ballerini e alle danzatrici per via.
Quando sarete nella sala non tralasciate di darne eziandio alle schiave che vedrete intorno alla sposa; ogni qualvolta metterete la mano nella borsa, cavatela piena di zecchini, e non risparmiateli punto. Fate esattamente quanto io vi dico e non maravigliatevi di nulla.
Il giovane Bedreddin, istruito di quanto dovea fare s’avanzò verso la porta del bagno, e accese la fiaccola a quella d’uno schiavo e mischiandosi poscia con gli altri s’incamminò con loro.
Bedreddin Hassan, trovandosi presso ai suonatori, ballerini e ballerine, che camminavano immediatamente innanzi al gobbo, cavava di tempo in tempo [151] dalla sua borsa delle manate di zecchini che distribuiva loro.
Si giunse alla fine alla porta del Visir Schemseddin Mohammed zio di Bedreddin Hassan.
Degli uscieri, per impedire la confusione, fermarono tutti gli schiavi che portavano delle fiaccole, e non vollero lasciarli entrare. Respinsero ancora Bedreddin Hassan: ma i suonatori, i quali ebbero libero l’ingresso, si arrestarono protestando che non entrerebbero, se con loro non lo lasciassero entrare.
- Egli non è del numero degli schiavi - dicevano - basta guardarlo, per convincersene.
Ciò dicendo, se lo posero in mezzo e lo fecero entrare, malgrado il divieto degli uscieri. Gli levarono la sua fiaccola, e dopo averlo introdotto nella sala, lo collocarono a destra del gobbo, il quale si assise presso la figlia del Visir, su di un trono magnificamente ornato.
La sposa era parata di tutti i suoi ornamenti: ma sul suo volto si scorgeva un languore o meglio una tristezza mortale di cui non era difficile indovinare la causa, vedendo a lei vicino un marito sì deforme.
La diversità tra Bedreddin Hassan e il palafreniere gobbo, la cui figura metteva orrore, eccitò dei mormorii nell’adunanza.
- A questo bel giovane - esclamarono le dame - bisogna dare la nostra sposa, e non a cotesto gobbo deforme!
Né qui si rimasero: osarono lanciare delle imprecazioni contro il Sultano, il quale abusando del suo potere assoluto univa la bruttezza alla beltà, colmarono anche d’ingiurie il gobbo, e fecero sì ch’ei si trovasse molto confuso, con sommo piacere degli astanti, le cui fischiate interruppero per qualche tempo la sinfonia nella sala.
Finita la cerimonia, cessarono di suonare e si ritirarono, facendo segno a Bedreddin di restare. Le dame fecero lo stesso, ritirandosi dopo di loro con tutti quelli che non erano di casa. La sposa entrò in un gabinetto ove le sue donne la seguirono per spogliarla, e non restò più nella sala se non il gobbo palafreniere, Bedreddin Hassan e alcuni domestici. Il gobbo, il quale l’aveva terribilmente con Bedreddin, lo guardò bieco e gli disse:
- E tu, che aspetti? Perché non ti ritiri come gli altri? Va via!
Siccome Bedreddin non aveva alcun pretesto per [152] rimanersene colà, uscissene molto imbarazzato: ma appena fu giunto fuori del vestibolo, si presentarono a lui il Genio e la Fata fermandolo:
- Ove andate? - gli disse il Genio - restate: il gobbo non è più nella sala, egli è uscito per qualche bisogno; avete solo da rientrare colà ed introdurvi nella camera della sposa. Quando sarete solo con lei ditele arditamente esser voi suo marito; poiché l’intenzione del Sultano è stata solo quella di divertirsi col gobbo.
Mentre il Genio incoraggiava in questo modo Bedreddin e l’istruiva intorno al da farsi, il gobbo era veramente uscito dalla sala. Il Genio s’introdusse ove egli stava, prese la figura di un grosso gatto nero, e si pose a miagolare in modo spaventevole.
Il gobbo gridò dietro al gatto e batté colle mani per farlo fuggire: ma il gatto invece di ritirarsi, si tenne duro sulle zampe, fece brillare degli occhi di bragia e guardò ferocemente il gobbo miagolando più forte di prima e facendosi grande in modo da sembrar grosso come un asinello. Per non dargli requie alcuna il Genio si cangiò all’istante in un possente bufalo, e sotto cotesta forma gli gridò con voce tuonante:
- Gobbo villano!
A queste parole lo spaventato palafreniere si lasciò cadere sul pavimento, e gli rispose tremando:
- Principe supremo dei bufali, che chiedete da me?
- Guai a te - gli rispose il Genio - se tu hai la temerità di osare ammogliarti colla mia ganza!
- Ah! signore - disse il gobbo - vi supplico di perdonarmi, io non sapeva che questa dama aveva un bufalo per amante. Comandatemi, io son pronto ad obbedirvi.
- Per la morte! - replicò il Genio - se tu esci di qui, e se non osservi il silenzio fino a che sorga il Sole, io ti schiaccio la testa. Fatto giorno, ti permetto di uscir da questa casa: ma ti ordino di ritirarti prestissimo, senza guardarti dietro.
Terminando queste parole il Genio si trasformò in uomo; prese il gobbo pe’ piedi, e dopo averlo alzato con la testa in giù contro il muro soggiunse:
- Se tu ti muovi prima dello spuntar del sole, come ti ho già detto, ti frantumerò il capo in mille pezzi contro questo muro!
Quanto a Bedreddin Hassan, incoraggiato dal Genio e dalla presenza della Fata, era ritornato nella [153] sala e s’era insinuato nella camera nuziale, ove si assise attendendo l’esito della sua avventura. A capo di qualche tempo giunse la sposa e fu estremamente sorpresa di vedere in luogo del gobbo, Bedreddin Hassan.
- E che! mio caro amico - gli disse - voi siete qui a quest’ora? Siete dunque camerata di mio marito?
- Egli, o signora, vostro sposo? E potete rimaner sì lungo tempo in tal pensiero? Uscite d’inganno. Tante bellezze non saranno sacrificate al più spregevole di tutti gli uomini. Son io, signora, son io il più felice mortale a cui sono riservate. Il Sultano ha voluto divertirsi facendo questa soverchieria al Visir vostro padre, ed egli mi ha scelto per vostro sposo.
A questo discorso la figlia del Visir la quale era entrata più morta che viva nella camera nuziale, si cangiò in volto.
- Non m’aspettava - gli disse - una sì grata sorpresa. Ma io sono tanto più felice, inquantoché possederò un uomo degno della mia tenerezza.
Ciò dicendo, ella finì di spogliarsi e si pose a letto.
Dal canto suo, Bedreddin Hassan, fuor di sé per vedersi possessore di sì incantevoli bellezze, si spogliò prontamente.
Pose il suo abito su di un seggio, si tolse il turbante, per mettersene uno da notte, che era stato preparato pel gobbo, e andò a coricarsi in camicia e in mutande. Le mutande erano di raso azzurro e legate con un cordone tessuto di oro.
Quando i due amanti si furono addormentati, il Genio che aveva raggiunto la Fata, le disse esser tempo di finire ciò che essi avevano sì ben cominciato.
- Non lasciamoci sorprendere - soggiunse - dal giorno che apparirà bentosto; andate a portare via il giovane senza svegliarlo.
La Fata si recò nella camera degli amanti i quali dormivano: portò via Bedreddin Hassan, e volando col Genio con meravigliosa rapidità fino alla porta di Damasco in Siria vi giunsero precisamente nel tempo in cui i ministri delle moschee, chiamavano il popolo alla preghiera dello spuntar del giorno.
La Fata posò dolcemente a terra Bedreddin, e lasciandolo presso alla porta, s’allontanò insieme col Genio.
Si apriron le porte della città, e la gente fu estremamente sorpresa di veder Bedreddin Hassan steso per terra, in camicia e in mutande.
[154] Furono tutti talmente stupiti che posero un grido il quale svegliò il giovane.
Non fu minore la sua sorpresa nel vedersi alla porta di una città dove non era mai venuto, e circondato da una calca di gente che lo considerava con attenzione.
- Signori - disse loro - ditemi di grazia ove sono e che desiderate da me?
Uno fra essi prese la parola e gli rispose:
- Giovane, or ora si è aperta la porta di questa città, e nell’uscire vi abbiamo trovato qui coricato nello stato in cui siete. Ci siamo fermati a guardarvi. Avete dunque passato qui la notte? Non sapete di trovarvi a una delle porte di Damasco?
- A una delle porte di Damasco!! - replicò Bedreddin - voi vi burlate di me. Questa notte nel coricarmi io stava al Cairo.
Appena ebbe terminato queste parole, tutti scoppiarono dalle risa, esclamando:
- È pazzo! è pazzo!
A tali grida gli uni sporsero il capo dalle finestre, gli altri si presentarono sulle loro porte, ed altri, unendosi a quelli che attorniavano Bedreddin, gridavan com’essi, senza saper di che si trattasse:
- È un pazzo!
Nell’impaccio in cui trovavasi quel giovane, giunse innanzi alla casa di un pasticciere, il quale apriva allora la bottega e vi entrò dentro per togliersi alle fischiate del popolo.
Quel pasticciere volle sapere che fosse ed il motivo che l’aveva condotto a Damasco.
Bedreddin Hassan non gli nascose nulla.
- La vostra storia è delle più sorprendenti - gli disse il pasticciere - ma se volete seguire il mio consiglio non confiderete ad alcuno le cose dette a me, attendendo pazientemente che il cielo si degni por fine alle disgrazie delle quali siete afflitto. Vi contenterete di rimaner con me fino a tal punto; siccome non ho figliuoli, son pronto a riconoscervi per mio figlio, se acconsentite.
Bedreddin non lasciò di accettare la proposta del pasticciere, stimando a buon diritto esser quello il miglior partito da prendere.
Il pasticciere lo fece vestire, prese dei testimoni, e andò a dichiarare innanzi ad un cadì che lo riconosceva per suo figlio, in seguito di che Bedreddin restò [155] in casa sotto il semplice nome di Hassan, e apprese l’arte del pasticciere.
Mentre ciò avveniva a Damasco, la figlia di Schemseddin Mohammed si risvegliò e non trovando Bedreddin accanto a lei, credette ch’egli si fosse alzato senza voler interrompere il suo riposo.
Ella attendeva il suo ritorno, allorché il Visir Schemseddin Mohammed suo padre, punto sul vivo dell’affronto che credeva aver ricevuto dal Sultano di Egitto, venne a bussare all’appartamento di lei, risoluto di piangere con essa il suo tristo destino. La chiamò per nome: ed ella, appena ebbe inteso la sua voce, si levò per aprirgli la porta. Gli baciò la mano, e lo ricevette con un’aria sì contenta, che il Visir, il quale s’aspettava di trovarla bagnata di lagrime ed afflitta come lui, ne rimase estremamente sorpreso.
- Sciagurata! - le disse adirato - così dunque mi comparisci dinanzi? Dopo l’orribile sacrificio testé consumato, puoi tu presentarmi un volto così ilare?
- Signore, di grazia, non mi fate un così ingiusto rimprovero; non è il gobbo ch’io detesto più della morte, non è già cotesto mostro ch’io ho sposato: tutti lo han messo in tanta confusione ch’egli è stato costretto di andarsi a nascondere e a dar luogo a un giovane bellissimo ch’è il mio vero marito.
«Non ho più visto il gobbo, ma solo il caro sposo di cui vi parlo, e che non dev’essere lungi di qui.
Schemseddin Mohammed uscì per andarlo a cercare, ma invece di trovarlo rimase estremamente sorpreso d’incontrare il gobbo che aveva la testa in giù e i piedi in alto.
- Che vuol dir ciò? - gli disse - chi vi ha messo in tale stato? Levatevi di lì, e mettetevi sui vostri piedi.
- Me ne guarderò bene - soggiunse il gobbo. - Sappiate che essendo venuto qui ieri sera, apparve all’improvviso innanzi a me un gatto nero, il quale si trasformò sensibilmente in un grosso buffalo; non ho già dimenticato quel che mi ha detto; perciò andate pei fatti vostri e lasciatemi qui.
Il Visir, invece di ritirarsi, prese il gobbo pei piedi e l’obbligò a rialzarsi.
Dopo ciò il gobbo uscì di tutta lena senza guardarsi indietro.
Schemseddin Mohammed ritornò nella camera di sua figlia più stupito e più incerto di prima.
- Ebbene, figlia, - le disse - potete voi chiarirmi di un’avventura che mi rende interdetto e confuso?
[156] - Signore - gli rispose - non posso dirvi altro, fuorché quello che ho già riferito. Ma ecco - aggiunse - il vestito del mio sposo, esso forse vi darà gli schiarimenti che cercate. - Dicendo queste parole, presentò il turbante di Bedreddin al Visir, il quale lo prese, e dopo averlo ben bene esaminato da tutte le parti:
- Lo prenderei - disse - per un turbante di Visir, se non fosse alla foggia di Mussul.
Ma avvedendosi esservi qualche cosa cucito tra la stoffa e il soppanno, chiese delle forbici, e avendo scucito, trovò una carta piegata. Era il quaderno dato da Noureddin Alì morente a Bedreddin suo figliuolo. Schemseddin Mohammed, avendo aperto il quaderno, riconobbe il carattere di suo fratello Noureddin Alì, a questo titolo: «Per voi figlio Bedreddin Hassan.»
Prima di poter fare le sue riflessioni, sua figlia gli mise nelle mani la borsa che aveva ritrovata sotto l’abito. Egli l’aprì pure, e quella era piena di zecchini, come ho già detto, poiché nonostante le larghezze fatte da Bedreddin Hassan, era sempre rimasta piena per cura del Genio e della Fata.
Il Visir Schemseddin Mohammed disse:
- Figliuola mia cotesto sposo, che ha passata la notte con voi, è vostro cugino, il figliuolo di Noureddin Alì. I mille zecchini, contenuti in questa borsa, mi fanno ricordar la disputa avuta con quel caro fratello: egli è senza dubbio il regalo nuziale che vi fa. Dio sia lodato di ogni cosa. - Guardò poscia lo scritto di suo fratello, e più volte baciollo versando abbondanti lacrime.
Intanto il Visir non poteva comprendere perché suo nipote fosse sparito: sperava vederselo comparire ad ogni momento, e lo aspettava con una estrema impazienza per abbracciarlo. Dopo averlo inutilmente aspettato per sette giorni, lo fece cercare in tutto il Cairo, ma non ne seppe notizia alcuna. Ciò gli cagionò molta inquietudine.
- Ecco - diceva - un’avventura ben singolare; veruno giammai non ne ha esperimentata una simile.
Nell’incertezza di quel che potesse accader in seguito, credette dover egli stesso mettere per scritto lo stato di cose in cui trovavasi allora la sua casa, in qual maniera le nozze erano seguite, come la sala e la camera di sua figlia fossero addobbate. Fece pure un fagotto del turbante, della borsa e del resto del vestimento di Bedreddin, e lo chiuse sotto chiave. In capo [157] a qualche settimana, la figliuola del Visir Schemseddin Mohammed si accorse di essere gravida, ed infatti nel termine di nove mesi ella partorì un figliuolo. Si diede una nutrice al fanciullo, e suo avolo lo chiamò Agib. Quando questo giovane Agib ebbe toccato l’età di sette anni, il visir Schemseddin Mohammed, invece di fargli insegnare a leggere nella propria casa, lo mandò a scuola da un maestro di grande riputazione, e due schiavi avevano cura di condurlo ogni giorno. Agib giuocava coi suoi compagni; siccome erano tutti di una condizione inferiore alla sua, essi avevano tutti molta deferenza per lui, ed in ciò si regolavano sul maestro di scuola, il quale molte cose gli passava che ad essi non perdonava. La cieca compiacenza usata verso Agib lo perdette: divenne superbo, insolente; voleva che i suoi compagni tutto soffrissero per lui, senza nulla voler soffrire da loro. Si rendette insomma insopportabile a tutti gli scolari, i quali si lamentavano di lui col maestro di scuola.
- Figliuoli miei - disse a’ suoi scolari - vedo bene essere Agib un insolentello; voglio insegnarvi un mezzo per mortificarlo, onde non vi tormenti più oltre. Domani, quando sarà venuto e vorrete giuocar insieme, situatevi tutti intorno a lui, e qualcheduno dica ad alta voce:
- Noi vogliamo giuocare, ma a patto che quelli cui giuocheranno diranno il nome della loro madre e del loro padre. Noi riguarderemo come bastardi gli altri, né soffriremo che essi giuochino con noi. L’indomani non trascurarono di fare ciò che il maestro aveva loro insegnato. Circondarono Agib, ed un di loro prendendo la parola:
- Giuochiamo - disse - od un giuoco, ma a patto che colui il quale non potrà dire il suo nome, il nome di sua madre e di suo padre, non vi giuocherà. Risposero tutti di accettare la condizione stabilita e vi soddisfecero l’uno dopo l’altro ed anche Agib.
- Mia madre, si chiama Dama di Bellezza, e mio padre Schemseddin Mohammed, Visir del Sultano.
A queste parole, tutti i fanciulli gridarono:
- Che dite mai? Questo non è il nome di vostro padre, ma bensì quello del vostro avo.
- Che Iddio vi confonda! - replicò egli in collera. - Osereste voi dire che il visir Schemseddin Mohammed non è mio padre?
Il maestro, che aveva ascoltato ogni cosa, entrò in quel mentre, ed indirizzandosi a Agib:
[158] - Agib - gli disse - non sapete voi ancora che il visir Schemseddin Mohammed non è se non vostro avo, padre di vostra madre Dama di Bellezza? Noi ignoriamo, come voi, il nome di vostro padre. Sappiamo soltanto aver voluto il Sultano maritare vostra madre con uno de’ suoi palafrenieri gobbo per giunta, ma essere stata invece posseduta da un Genio. Ciò è per voi increscevole, e perciò dovete apprendere a trattare i vostri compagni con minor fierezza di quella con cui finora gli avete trattati.
Il piccino partì dalla scuola, e tornò alla casa piangendo. Andò da principio all’appartamento di sua madre Dama di Bellezza, la quale afflitta di vederlo sì malinconico, con premura gliene domandò la cagione.
- In nome di Dio, o madre mia - diss’egli - ditemi, se vi piace, chi è mio padre?
- Figliuol mio - rispose ella - vostro padre è Schemseddin Mohammed, il quale vi abbraccia tutti i giorni.
- Voi non mi dite la verità - soggiunse egli - non è mio padre, ma bensì il vostro. Ma io di qual padre son figlio?
A questa domanda inaspettata, Dama di Bellezza, cominciò a spargere delle lacrime.
Mentre Dama di Bellezza piangeva da una parte ed Agib dall’altra, Schemseddin entrò e volle sapere la cagione delle loro afflizioni.
Dama di Bellezza gli manifestò la mortificazione ricevuta da Agib alla scuola.
Questo racconto toccò vivamente il Visir, il quale unì le sue alle loro lacrime, e giudicando che tutti tenessero dei discorsi contro l’onore di sua figlia, si diè in preda alla disperazione.
Tormentato da questo crudel pensiero andò al Palazzo del Sultano, lo supplicò umilmente d’accordargli il permesso di fare un viaggio nelle provincie del Levante, e propriamente a Bassora, per andare a cercare suo nipote Bedreddin.
Il Sultano, mosso dalle pene del Visir, approvò la sua risoluzione e gli permise d’eseguirla.
Schemseddin Mohammed non trovò parole bastanti per ringraziarlo della bontà usatagli.
I preparativi della partenza furono fatti con molta sollecitudine, e al terminar di quattro giorni egli partì, accompagnato da sua figlia Dama di Bellezza e da Agib suo nipote.
Essi camminarono per diciannove giorni di seguito [159] senza mai fermarsi: ma il vigesimo, essendo arrivati in una bellissima prateria poco distante dalla porta di Damasco, si fermarono e fecero innalzare le loro tende sul margine di un ruscello il quale attraversava la città, rendendo i suoi dintorni piacevolissimi.
Dama di bellezza, volendo che suo figlio Agib si divertisse, passeggiando in quella celebre città, ordinò all’eunuco nero, il quale serviva come di guida a questo fanciullo, di condurvelo.
Agib, magnificamente vestito, si pose in cammino con l’eunuco. Non appena entrati in città, Agib, bello come il giorno, attirò su di lui gli sguardi di tutti.
L’eunuco ed il ragazzo arrivarono per caso innanzi la bottega ove era Bedreddin Hassan, e là si videro circondati da una sì gran folla, che furono obbligati ad arrestarsi.
Il pasticciere, che aveva adottato Bedreddin Hassan, essendo morto da alcuni anni, lo aveva lasciato erede della sua bottega e di tutti gli altri suoi beni.
Bedreddin fissando gli occhi su Agib, sentì immantinente tutto commuovere, senza saperne la cagione.
La forza del sangue operava sul padre, ed interrompendo le sue occupazioni si avvicinò ad Agib, dicendogli in modi lusinghieri:
- Mio piccolo signore, fatemi la grazia d’entrare nella bottega per mangiarvi qualche cosa fatta dalle mie mani, affinché io abbia il piacere di contemplarvi a mio agio.
Queste parole furon pronunciate con tanta indicibile tenerezza, da commuovere il piccolo Agib, il quale rivolto all’eunuco:
- Questo buon uomo - disse - ha un aspetto che mi piace e mi parla in modo tanto affettuoso, che non posso rifiutarmi dal fare quanto ei desidera.
Entriamo dunque da lui.
L’eunuco lasciando entrare Agib nella sua bottega vi entrò egli pure.
Bedreddin Hassan provò immensa gioia nel veder compiuto l’ardente suo desiderio, e rimettendosi al lavoro interrotto:
- Io faceva - disse - delle torte di fior di latte; fa d’uopo che ne mangiate; sono certo che le troverete eccellenti.
Ciò detto ne cavò dal forno una e dopo avervi messo sopra dei granelli di melagrana e zucchero, la servì innanzi ad Agib il quale trovolla deliziosa.
[160] Preparavasi a far delle domande al piccolo Agib sullo scopo del suo viaggio a Damasco, ma non poté soddisfare la sua curiosità; imperocché l’eunuco lo condusse via appena ebbe finito di mangiare.
Bedreddin Hassan corse appresso ad Agib e all’eunuco e li raggiunse prima che avessero oltrepassata la città.
Agib temeva che il Visir suo avo non venisse a sapere esser entrato nella bottega di un pasticciere e di avervi mangiato. Spinto da questo timore, raccolse una gran pietra che era a’ suoi piedi, e lanciandogliela contro lo colpì nel mezzo della fronte, inondandogli il viso di sangue.
Bedreddin ripigliò il cammino della città, tergendosi il sangue della ferita col grembiale di cui non erasi nemmeno sbarazzato.
- Ho fatto male - dicea tra sé - di abbandonar la mia bottega, per cagionar tanta pena a quel ragazzo, che certamente m’ha trattato in tal modo, credendo che io meditassi qualche sinistro disegno a suo danno.
Come fu giunto a casa si fece medicare, e consolossi dell’avvenuto, riflettendo vivere sulla terra gente più disgraziata di lui.
Bedreddin continuò ad esercitare il suo mestiere a Damasco donde suo zio Schemseddin partissi tre giorni dopo. Arrivò a Bassora, dove domandò un’udienza al Sultano, il quale, ricevutolo favorevolmente, dimandogli la cagione del suo viaggio a Bassora.
- Sire - rispose il visir Schemseddin - son venuto per avere notizie del figlio di Noureddin Alì mio fratello, che ha avuto l’onore di servire Vostra Maestà.
- Noureddin Alì è morto da lungo tempo - ripigliò il Sultano.
La vedova di Noureddin Alì abitava sola nel palagio dove suo marito era morto.
Era una bellissima casa, superbamente costruita ed ornata di colonne di marmo: Schemseddin Mohammed non si fermò ad ammirarla.
Giungendovi chiese di parlare alla sua cognata, i cui domestici gli dissero stare in un piccolo edificio a guisa di cupola, che gli mostrarono in mezzo ad un cortile spazioso.
Questa tenera madre aveva l’uso di passare la miglior parte del giorno e della notte in quell’edificio fatto costruire per rappresentare la tomba di Bedreddin [161] Hassan, da essa creduto morto, dopo averlo invano lungamente atteso.
Ella era occupata allora a piangere un tanto amato figlio: e Schemseddin Mohammed la trovò immersa in una mortale afflizione.
Nel salutarla la pregò di sospendere le lacrime e i suoi gemiti facendole conoscere essere egli suo cognato, quali erano le ragioni che lo avevano obbligato a partire dal Cairo per recarsi a Bassora.
Quando la vedova di Noureddin Alì comprese, dal discorso fattole, che il suo amato figlio che ella tanto piangeva poteva essere ancora in vita, si alzò ed abbracciò strettamente Dama di Bellezza ed il suo nipote Agib nel quale riconobbe la fisionomia di Bedreddin.
- Signora - disse Schemseddin Mohammed - asciugate le vostre lagrime, bisogna che vi disponiate a venire con noi in Egitto. Il Sultano di Bassora mi permette di condurvi, e spero di veder da voi esaudita la mia preghiera. Forse troveremo vostro figlio.
La vedova fece al momento preparar tutto per la partenza.
Schemseddin Mohammed, partì da Bassora, e riprese il cammino di Damasco.
Allorché fu vicino a questa città fece innalzare le sue tende fuori della porta per la quale doveva entrare, e si propose di soggiornarvi tre giorni.
Mentre occupavasi egli medesimo a scegliere le più belle stoffe che i principali mercanti avevano recato sotto le sue tende, Agib pregò l’eunuco sua guida di condurlo a passeggiare per la città, avendo gran piacere di saper notizie del pasticciere da lui ferito.
L’eunuco vi aderì. Passarono davanti la bottega di Bedreddin Hassan, il quale ritrovarono occupato a fare delle torte di fior di latte.
- Io vi saluto - gli disse Agib - guardatemi. Vi ricordate voi di avermi veduto? A queste parole Bedreddin gli fissò gli sguardi sopra, e riconoscendolo, sentì la stessa commozione della prima volta, e si confuse; ed invece di rispondergli, restò immobile per lungo tempo, senza poter proferire una sola parola. Nondimeno, rivenendo dal suo sbalordimento:
- Mio piccolo signore - diss’egli - fatemi la grazia di entrare un’altra volta nella mia bottega col vostro zio per mangiare una torta di fior di latte.
[162] Agib meravigliato di quanto dicevagli Bedreddin, rispose:
- Eccessivo è l’amore che mi dimostrate, né entrar voglio nella vostra bottega se prima non mi giurate di non seguirmi quando ne sarò uscito. Se me lo promettete e lo manterrete, tornerò a vedervi ancora domani, mentre il Visir mio avolo comprerà di che poter fare un regalo al Sultano d’Egitto.
- Mio piccolo signore - ripigliò Bedreddin Hassan - farò quanto voi mi comanderete.
Ciò detto, Agib e l’eunuco entrarono nella bottega.
Bedreddin subito presentò loro una torta di fior di latte.
Terminato che ebbero di mangiare, Agib ed il suo conduttore, ringraziarono il pasticciere, e si ritirarono perché era già un po’ tardi.
Giunti sotto le tende di Schemseddin Mohammed, andarono subito a quelle delle dame. L’ava di Agib fu molto contenta di rivederlo.
- Ah! figliuol mio - gli disse - il mio contento sarebbe perfetto, se avessi il piacere di abbracciare vostro padre Bedreddin Hassan, come abbraccio voi. Ella allora ponendosi a tavola per cenare, lo fece sedere a lei vicino, interrogandolo sopra il suo passeggio: presentandogli un pezzo di torta di fior di latte come pure all’eunuco.
Agib, appena ebbe assaggiato un bocconcino della torta di fior di latte finse di non trovarla di suo piacimento e la lasciò intiera, e Schahan, così si chiamava l’eunuco, fece lo stesso.
La vedova di Noureddin Alì, accortasi con dispiacere del poco conto che suo nipote faceva della sua torta, gli disse:
- Come, o figliuol mio, è possibile che voi sprezziate l’opera delle mie proprie mani? Nessuno al mondo è capace di farne di così buone, all’infuori di vostro padre Bedreddin Hassan al quale ho insegnato la grand’arte di farne delle simili.
- Ah! mia buona nonna - esclamò Agib - vi è un pasticciere in questa città che in questa grand’arte vi supera: noi siamo stati or ora a mangiarne nella sua bottega una migliore di questa.
- Non posso credere che le torte di fior di latte di quel pasticciere, sieno migliori delle mie, e perciò voglio accertarmene. Tu sai ove dimora, va’ da lui, e portami subito una torta di fior di latte.
[163] Ciò detto fece dare del denaro all’eunuco per comprare la torta, il quale subito partì.
Come fu giunto alla bottega di Bedreddin, gli disse:
- Buon pasticciere, tenete questo danaro, e datemi una torta di fior di latte, volendo una delle nostre donne gustarne.
Ve n’erano allora delle calde; Bedreddin scelse la migliore e dandola all’eunuco:
- Pigliate questa, ve la prometto eccellente, e posso assicurarvi non esservi nessuno capace di farne delle simili, all’infuori di mia madre, la quale non so se vive ancora.
Schahan ritornò con sollecitudine alle tende con la torta di fior di latte. Egli la presentò alla vedova di Noureddin Alì, la quale la prese con gran premura e ne ruppe un pezzo per mangiarla: ma non appena la ebbe appressata alla bocca, mise un grido e cadde svenuta.
Schemseddin Mohammed, il quale era presente, restò estremamente meravigliato di questo accidente. Spruzzolle egli stesso dell’acqua sul viso, e si affrettò a soccorrerla.
Non appena fu rinvenuta:
- Ohimè! - esclamò - colui che ha fatto questa torta dev’essere mio figlio Bedreddin. Rallegriamoci, o fratello, - soggiunse con trasporto - abbiamo finalmente ritrovato colui che cerchiamo e desideriamo da tanto tempo.
- Signora, - replicò il Visir - moderate la vostra impazienza, e facciamo venir qui il pasticciere: se questi è Bedreddin Hassan, lo riconoscerete molto bene voi e la mia figliuola. Ma bisogna che vi nascondiate, perché se è lui, non voglio che il riconoscimento abbia luogo a Damasco.
Terminando queste parole, lasciò le dame nella lor tenda e restituissi nella sua. Colà fece venire cinquanta de’ suoi uomini, e disse loro:
- Prendete ognun di voi un bastone, e seguite Schahan, il quale vi condurrà da un pasticciere di questa città. Quando vi sarete giunti rompete e fate in pezzi tutto ciò che ritroverete nella sua bottega; se egli vi cerca del perché commettete questo disordine, domandategli solamente s’è desso che ha fatto la torta di fior di latte comprata nella sua bottega. S’egli vi risponde di sì, assicuratevi della sua persona, legandolo bene, e conducetemelo: ma abbiasi tutta l’attenzione [164] di non batterlo, né di fargli il minimo aggravio. Andate, e non perdete tempo.
Il Visir fu prontamente obbedito.
Le sue genti, armate di bastoni, e condotte dall’eunuco nero si portarono prontamente alla casa di Bedreddin Hassan, ove ridussero in mille pezzi i piatti, le caldaie, i tegami, le tavole e gli altri mobili.
A tale spettacolo Bedreddin molto meravigliato, disse loro:
- Ehi, buone persone, perché mi trattate in tal maniera?
- Non siete voi - gli dissero - che avete fatta la torta di fior di latte, venduta a quest’eunuco?
- Sì, io stesso, - rispose egli - e sfido chiunque a farne una migliore.
I domestici intanto si assicurarono della sua persona senza dargli retta, e dopo avergli levata per forza la tela del suo turbante, se ne servirono per legargli le mani dietro la schiena; levatolo poscia per forza dalla sua bottega lo menaron con essi.
Venne adunque Bedreddin trascinato, nonostante i suoi clamori e le sue lacrime, alle tende del Visir.
Appena tornato il Visir chiese notizie del pasticciere, facendoselo subito condurre inanzi.
- Signore - dissegli Bedreddin con le lacrime agli occhi - fatemi la grazia di dirmi in che mai vi ho offeso?
- Ah! sciagurato - rispose il Visir - non hai tu fatta la torta di fior di latte a me mandata?
- Confesso esser stato io - rispose Bedreddin - ma qual delitto ho in ciò commesso?
- Io ti castigherò come meriti - replicò Schemseddin Mohammed - e ti costerà la vita, per aver composto una torta cotanto cattiva.
- Ohimè! esclamò Bedreddin - che sento io mai? È egli un delitto degno di morte di aver fatta una torta di fior di latte cattiva?
- Sì - disse il Visir - né devi aspettar da me trattamento diverso.
Mentre in tal maniera entrambi si trattenevano, le dame stando nascoste osservavano con attenzione Bedreddin il quale non penarono a riconoscere, sebbene non l’avessero veduto da lungo tempo. La gioia che ne ebbero fu tale, che caddero svenute.
Avendo Schemseddin Mohammed stabilito di partire quella stessa notte, fece piegar le tende e preparare i carri per mettersi in marcia. Riguardo a Bedreddin, [165] comandò fosse posto in una cassa ben serrata e caricato sopra un cammello. Appena il tutto fu pronto per la partenza, il Visir e le genti del suo seguito si posero in cammino. Furono pure nel tempo stesso caricati di nuovo tutti gli altri cammelli, ed il Visir, risalito a cavallo, fece andare avanti il cammello che portava suo nipote, ed entrò nella città accompagnato da tutto il suo equipaggio. Dopo aver passate molte strade, ove nessuno comparve, perché ognuno si era ritirato, andò al suo palazzo, ove fece scaricar la cassa con proibizione di aprirla, se non quando egli l’ordinerebbe.
Nel mentre si scaricavano gli altri cammelli, si ritirò in segreto con la madre di Bedreddin Hassan e la sua figliuola, e voltandosi a questa ultima:
- Lodato sia Maometto - le disse - o mia figlia, di averci con tanta felicità fatto ritrovare vostro cugino, e vostro marito. Se vi ricordate presso a poco lo stato in cui stava la vostra camera la prima notte delle vostre nozze, andate e fatevi riporre il tutto come allora ritrovavasi. Se poi non ve ne ricordate, potrò io supplirvi colla scrittura, che ne ho fatta fare. In quanto a me vado a dare ordine per il rimanente.
Dama di Bellezza andò ad eseguire con giubilo quanto aveale comandato suo padre, il quale pure principiò a disporre ogni cosa nella sala nella stessa maniera come stava quando Bedreddin Hassan vi si era ritrovato col palafreniere gobbo del Sultano d’Egitto. Quando il tutto fu preparato nella sala, il Visir entrò nella camera della sua figliuola, ove pose il vestito di Bedreddin con la borsa degli zecchini; ciò eseguito, egli disse a Dama di Bellezza:
- Andate, o mia figliuola, a riposarvi nel letto. Come Bedreddin entrerà nella camera, lamentatevi di ciò ch’egli è rimasto fuori lungamente, e ditegli che rimaneste forte meravigliata, destandovi, di non trovarlo. Stimolatelo poscia a coricarsi, e domani mattina divertirete vostra suocera e me, narrandoci quanto vi sarete detto questa notte.
Dopo ciò uscì dall’appartamento di sua figlia.
Schemseddin Mohammed, fece uscir dalla sala tutti i domestici, e comandò loro di allontanarsi, all’infuori di due o tre, incaricandoli di cavar Bedreddin fuori della cassa, e dopo averlo spogliato in semplice camicia e mutande, condurlo in tale stato nella sala, e lasciarnelo solo, chiudendo la porta.
Bedreddin Hassan, sebbene oppresso dal dolore [166] erasi addormentato così profondamente, che i domestici del Visir lo levarono dalla cassa prima che egli si risvegliasse. Fu poscia trasportato nella sala sì bruscamente, da non avere il tempo di scorgere il luogo in cui si trovava.
Rimasto solo nella sala, e guardandosi intorno si accorse con istupore, che quella era la stessa sala ove avea veduto il palafreniere gobbo. La sua sorpresa si accrebbe maggiormente allorché essendosi accostato pian piano alla porta della camera, cui trovò aperta, vi mirò dentro il suo vestito nel luogo stesso ove ricordavasi di averlo posto la notte delle sue nozze.
- Ohimè! - esclamò stropicciandosi gli occhi - dormo o veglio? Dama di Bellezza che l’osservava, dopo essersi divertita del suo stupore, aprì all’improvviso le cortine del suo letto, e sporgendo fuori il capo:
- Signore mio caro - gli disse con voce molto affettuosa - che fate voi alla porta? Venite a riposarvi. Siete stato fuori molto tempo. Sono rimasta molto sorpresa, risvegliandomi, di non ritrovarvi a me dappresso.
Bedreddin Hassan si mutò di colore quando riconobbe esser la dama che gli parlava, quella vezzosa creatura con cui ricordavasi d’aver dormito. Egli entrò nella camera, ma come era pieno delle idee di quanto eragli accaduto per dieci anni, invece di andarsene a letto si avvicinò alla cassa ove erano le sue vesti e la borsa degli zecchini, e dopo averli con molta attenzione esaminati:
- Per il gran Maometto! - esclamò vedo cose incomprensibili.
La dama, che davasi piacere del suo imbarazzo, gli disse:
- Una volta ancora, o signore, venite a riporvi nel letto; perché vi trattenete?
A queste parole egli s’inoltrò verso Dama di Bellezza.
- Io vi supplico, o signora, - le disse - di dirmi se è molto tempo che mi trovo vicino a voi?
- L’interrogazione mi sorprende - essa rispose - non vi siete voi levato da me poco tempo fa? Bisogna che abbiate lo spirito molto preoccupato.
- Signora - replicò Bedreddin - non l’ho certamente molto tranquillo. Mi ricordo, è vero, di essere stato a voi vicino: ma mi ricordo ancora di aver soggiornato dieci anni a Damasco.
Bedreddin non passò tranquillamente la notte.
[167] Si risvegliava di quando in quando, e interrogava sé stesso se dormiva o sognava. Diffidava delle sue felicità, e cercando di assicurarsene, apriva le cortine e scorreva con gli sguardi la camera.
Il giorno che compariva, non aveva per anco dissipato la sua inquietudine, quando il Visir Schemseddin Mohammed suo zio, picchiò alla porta, ed entrò quasi nello stesso tempo per augurargli il buon giorno. Bedreddin Hassan restò estremamente sorpreso di veder in un subito comparire un uomo ch’egli ben conosceva.
Il Visir si pose a ridere: e per levarlo di pena narrogli come per ministero di un Genio (giacché il racconto del gobbo avevagli fatto sospettar l’accidente) aveva ritrovato la casa sua e sposato la sua figliuola in luogo del palafreniere del Sultano; gli disse poscia che mediante il foglio scritto di mano di Noureddin Alì aveva scoperto esser egli suo nipote, e finalmente gli partecipò, che in conseguenza di questo scoprimento era partito dal Cairo, ed era andato fino a Bassora per ricercarlo, e sapere sue notizie.
- Nipote mio caro - soggiunse egli abbracciandolo con amore - vi chieggo perdono di quanto vi ho fatto soffrire, dopo avervi riconosciuto. Ho voluto condurvi alla mia casa prima di farvi sapere la vostra felicità, la quale riuscir vi deve tanto più grata, in quanto sono state maggiori le pene da voi sofferte.
Consolatevi di tutte le vostre afflizioni per l’allegrezza di vedervi restituire a persone, a voi carissime. Mentre vi vestite, vado ad avvisare vostra madre, la quale è impaziente di abbracciarvi, e vi condurrò pure il vostro figliuolo, che avete veduto a Damasco, e pel quale avete sentito tanto amore, senza conoscerlo.
Non vi sono parole sufficienti ad esprimere l’allegrezza di Bedreddin quando vide sua madre, e il suo figliuolo Agib.
Il Visir Giafar, avendo terminato in tal maniera la storia di Bedreddin Hassan, disse al Califfo Haroun-al-Rascid:
- Gran commendatore de’ credenti questo è quello che doveva narrare alla Maestà Vostra.
Il Califfo ritrovò questa storia tanto singolare, che accordò senza esitare la grazia allo schiavo Rihan, e per consolare il giovane del dolore di essersi egli stesso privato infelicemente di una moglie teneramente amata, questo Principe lo maritò con una delle sue [168] schiave, lo ricolmò di ricchezze e lo beneficò sino alla sua morte.
STORIA DEL PICCOLO GOBBO
Eravi una volta a Gasgar negli estremi della gran Tartaria un sarto, il quale aveva una moglie bellissima. Un giorno mentre lavorava, un piccolo gobbetto venne a sedersi sull’ingresso della sua bottega, e si pose a cantare, suonando un tamburello. Il sarto ebbe un gran piacere nell’udirlo e risolse di condurlo nella sua casa per divertir sua moglie.
Appena arrivati, la moglie del sarto, essendo l’ora di cena, portò in tavola un buon piatto di pesce. Nel mangiarne, il gobbo, per sua disgrazia, inghiottì una grossa spina, per cui in pochi momenti morì. Rimasero l’uno e l’altra tanto maggiormente spaventati di quest’accidente, inquantoché era accaduto in casa loro e aveano motivo di temere che se la giustizia fosse venuta a saperlo, ne sarebbero stati castigati come assassini. Il marito nonpertanto ritrovò un espediente per liberarsi del corpo del morto. Avendo riflettuto che vicino a lui soggiornava un medico ebreo, aiutato da sua moglie trasportò il gobbo fino alla casa del medico: picchiò alla porta ove terminava una scala, per la quale salivasi alla sua camera.
Una serva discese subito, senza alcun lume, aprì, e domandò ciò che bramava.
- Risalite, se vi piace - rispose il sarto - e dite al vostro padrone che gli conduciamo un uomo oppresso da grave infermità, affinché gli somministri qualche rimedio.
Nel mentre la serva risaliva, il sarto e sua moglie portarono con tutta prestezza il corpo del gobbo in cima alla scala, dove lo lasciarono, e prestamente tornarono alla loro casa.
In questo mentre, avendo la serva riferito al medico che un uomo e una donna lo aspettavano alla porta, e lo pregavano di discendere per visitare un infermo, credette fosse un buon affare di non doversi trascurare.
- Pigliate subito il lume - disse alla serva - e seguitemi. - Nel dir ciò s’inoltrò verso la scala tanto precipitosamente, che inciampando nel gobbo, lo fece rotolare fino al basso della scala.
[169] - Portate presto il lume - gridò alla sua serva.
Finalmente questa giunta, discese con essa, e vedendo esser giù rotolato un uomo morto, rimase talmente spaventato ad un tale spettacolo, che invocò tutte le stelle e tutti i pianeti.
- Infelice - diceva - perché son disceso senza lume? Ho terminato di uccidere quest’infermo. Ah per noi è finita, se non troviamo mezzo di porre questa notte fuori di casa nostra questo corpo morto. Perderemo la vita, se lo teniamo fino a giorno. Che disgrazia! Come mai dunque avete fatto per uccidere questo uomo?
- Non si tratta di questo - ripigliò l’ebreo - si tratta di ritrovare un rimedio ad un male tanto pressante.
Nel proferire queste parole si pose il gobbo sopra le spalle, uscì dalla sua camera, andandosene a capo della strada, ove messolo in piedi ed appoggiatolo ad una bottega, ripigliò la strada di casa sua senza guardarsi indietro.
Qualche momento prima del giorno un mercante cristiano, dopo aver passata la notte in crapule, pensò di uscir dalla casa sua per andarsene al bagno.
Fermatosi in capo alla strada per qualche bisogno rimpetto alla bottega, ove il provveditore del Sultano aveva posto il corpo del gobbo e credendo essere assalito da un ladro, rovesciò il gobbo a terra con un pugno, poscia gliene diede molti altri, e si pose a gridare:
- Al ladro! al ladro!
La guardia del quartiere accorse alle sue grida, e vedendo che quegli era un cristiano, il quale maltrattava un mussulmano (poiché il gobbo era della nostra religione):
- Qual motivo - gli disse - avete voi di maltrattare in tal maniera un mussulmano?
- Egli ha voluto rubarmi - rispose il mercante - e si è gettato sopra di me per afferrarmi alla gola.
- Vi siete abbastanza vendicato - replicò la guardia. - Terminando queste parole arrestò il cristiano e lo condusse dal luogotenente di polizia, ove fu posto in prigione.
Il mercante cristiano intanto si riebbe della sua ubbriachezza, e tanto più rifletteva sopra il suo accidente quanto meno comprendeva come pochi semplici pugni fossero stati capaci di levar la vita ad un uomo.
Il Luogotenente di polizia sulla relazione della [170] guardia, andò al Palazzo a render conto al Sultano dell’accaduto, e questi gli disse:
- Non ho grazia alcuna a concedere ad un cristiano che uccide un mussulmano; andate ad eseguire il vostro ministero.
A queste parole il Ministro di polizia fece innalzare un patibolo. Finalmente il mercante fu levato dalla prigione, fu condotto a piè del patibolo, ed il carnefice, dopo avergli attaccata la corda al collo, allorché si udì la voce del medico ebreo, il quale facendosi largo in mezzo alla folla giunse tosto a piè del patibolo, ove giurò per il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe di essere stato lui l’uccisore involontario del gobbo.
Il dottore ebreo aveva già la corda al collo quando si udì la voce del sarto, il quale arrivato a piè del patibolo:
- Signore - diss’egli al Ministro di polizia - poco è mancato che non facessi morire due innocenti, poiché se vi degnate udirmi, ben presto conoscerete il vero uccisore del gobbo.
«Ieri, verso sera, lavorando nella mia bottega, il gobbo giunse da me mezzo ubriaco. Dopo che ebbe cantato per qualche tempo gli proposi di venire a passar la sera in casa mia la qual cosa molto di buon grado si fece. Ci ponemmo a tavola e nel mangiare del pesce, una spina gli si fermò nella gola, per cui morì. Mia moglie ed io restammo afflitti di sua morte e per timore d’essere arrestati, portammo il cadavere alla porta del medico ebreo, il quale nell’uscire dalla sua porta, vi s’inciampò facendolo rotolare a piè delle scale, per la qual cosa egli credesi l’uccisore del gobbo, mentre in sostanza è innocente.
- Poni adunque in libertà il medico ebreo - disse il giudice al carnefice - ed impicca il sarto, giacché confessa il suo delitto!
Il carnefice, avendo posto in libertà il medico, passò la corda al collo del sarto.
Mentre però quest’ultimo preparavasi ad impiccare il sarto, il Sultano di Gasgar, il quale non poteva starsene lungo tempo senza il gobbo suo buffone, avendo ricercato di vederlo, uno dei suoi uffiziali gli disse:
- Sire, il gobbo di cui la Maestà Vostra sta in pena, dopo essersi ieri ubbriacato, fuggì dal Palazzo contro il suo solito per andarsene a scorrere per la città, e questa mattina si è trovato morto. È stato condotto alla presenza del giudice criminale un uomo [171] accusato di averlo ucciso, e subito il giudice ha fatto innalzare il patibolo.
A questo discorso il Sultano di Gasgar spedì un messo al luogo del supplizio dicendogli:
- Andate sollecitamente, e dite in mio nome al Giudice criminale che senza perdita di tempo mi conduca l’accusato e mi sia portato il corpo del povero gobbo.
Il messo partì, ed arrivando gridò di sospendere l’esecuzione.
Il carnefice, avendo riconosciuto il messo, non ardì passar oltre, e rilasciò il sarto.
Dopo ciò il messo, raggiunto il ministro di polizia gli manifestò il comando del Sultano.
Il ministro s’incamminò al palazzo col sarto, il medico ebreo ed il mercante cristiano, e fece portare da quattro uomini il corpo del gobbo. Giunti alla presenza del Sultano, il ministro di polizia si prostrò ai piedi del Principe, e quando si fu rialzato, fedelmente gli narrò quanto sapeva dell’istoria del gobbo.
Il Sultano la ritrovò tanto singolare, e voltandosi poscia alle persone presenti:
- Avete voi giammai - disse loro - inteso nulla di più sorprendente di quanto è accaduto in occasione del gobbo mio buffone?
Il mercante cristiano, dopo essersi prostrato fino a toccar la terra colla fronte, cominciò in tal modo a parlare:
- Potente monarca, io so una storia più meravigliosa di quella che avete udita. Sono pronto a narrarvela se Vostra Maestà me ne concede il permesso.
STORIA DEL MERCANTE CRISTIANO
- Sire, prima d’impegnarmi pel racconto in questione, vi dirò essere io uno straniero nato in Cairo d’Egitto. Mio padre era sensale ed aveva acquistato ricchezze considerevoli. Io seguii il suo esempio, ed abbracciai la sua professione. Ritrovandomi un giorno al Cairo, un giovane mercante, montato sopra un asino, si fermò. Mi salutò, ed aprendo un fazzoletto, in cui teneva una mostra di legumi:
- Quanto vale - mi disse - la gran misura di [1]
[172] Esaminati i legumi mostratimi, risposi che valevano cento dramme di argento la grande misura.
- Vedete - mi disse - se vi son mercanti che a questo prezzo ne vogliono, e venite fino alla porta Vittoria, ove vedrete un Khan separato da ogni altra fabbricazione; colà vi aspetto.
Nel dir queste parole, egli partì, e lasciommi la mostra dei legumi, che feci vedere a molti mercanti della piazza, i quali tutti mi dissero di pigliarne quanti loro vorrei darne a cento dieci dramme la misura.
Lusingato di questo profitto andai alla porta della Vittoria ove il giovine mercante aspettavami.
Egli mi condusse nel suo magazzino pieno di legumi. Ve ne erano centocinquanta grandi misure, le quali feci caricare sopra molti asini.
- Della somma ricavata - mi disse il giovane - vi sono cinquecento dramme per voi. Quello che a me spetta vi prego ritirarlo e tenerlo finché non venga a chiedervelo.
Passai un mese senza rivederlo, sul finire del qual tempo lo vidi comparire.
- Ove sono - egli mi disse - le quattromilacinquecento dramme che mi dovete?
- Sono pronte - gli risposi - ed ora ve le conterò.
- Ciò non mi preme - mi rispose con aria allegra e contenta - so che sta in buone mani, verrò a pigliarlo quando avrò speso quanto tengo. Addio, aspettatemi verso la fine della settimana.
Ciò detto diede un colpo di staffile al suo asino, ed in breve lo perdetti di vista.
- Bene - dissi fra me - Voglio trafficare il suo contante, e sarà questo per me un buon guadagno.
Passò un anno senza vedere il giovine mercante.
Alla fine dell’anno egli comparve riccamente vestito come l’ultima volta, ma parvemi avere qualche cosa che gli turbasse l’animo.
Lo supplicai di farmi l’onore di entrare in casa mia.
- Lo farò volentieri questa volta - mi rispose.
Egli pose piede a terra, ed entrò nella mia casa.
Quando il pranzo fu pronto ci ponemmo a tavola.
Dal primo boccone osservai mangiar egli colla mano sinistra.
Dopo il banchetto, quando le mie genti ebbero levato la tavola e si furono ritirate, ci ponemmo a sedere entrambi sopra un sofà.
[173] Presentai al giovine un eccellente piatto di confetti, per raddolcire la bocca ed egli ancora ne pigliò con la mano sinistra.
- Signore - gli dissi allora - vi supplico di perdonare la libertà che mi prendo domandandovi perché non vi servite della mano destra?
Proruppe egli in un grande sospiro invece di rispondermi, e cavando fuori il braccio destro fino allora tenuto nascosto sotto la veste, mi mostrò avere la mano tagliata.
- Si può chiedervi - ripigliai - di quale disgrazia l’avete perduta?
A questa richiesta mi raccontò la sua storia.
STORIA DEL MANCINO
- Sappiate mi disse - essere io nativo di Bagdad.
Come fui giunto all’età di dodici anni, frequentai
persone le quali avevano viaggiato e che dicevano le grandi meraviglie di Egitto, e particolarmente del gran Cairo. I loro discorsi mi fecero una forte impressione, e concepii un’ardente brama di venirvi. Nel mio arrivo al Cairo andai a smontare al Khan chiamato di Mesrour, vi pigliai un alloggio con un magazzino, nel quale feci riporre le mie balle portate meco sopra diversi cammelli.
Fui subito circondato da una folla di sensali e di venditori.
- Se volete - mi dissero - noi vi suggeriremo un mezzo di non perder nulla sulle vostre stoffe.
I sensali e i banditori avendomi promesso di insegnarmi il mezzo di non perdere sopra le mie mercanzie, chiesi loro il da farsi.
- Distribuitele a molti mercanti - ripigliarono quelli - essi le venderanno al minuto, e due volte la settimana, il lunedì e il giovedì, voi andrete a ricevere il danaro ricavatone.
Accettai il loro consiglio, li condussi meco al mio magazzino, e avendo prese tutte le mie mercanzie, ritornando al Bezestein, le distribuii a diversi mercanti, i quali mi fecero una ricevuta sottoscritta alla presenza di testimoni.
In tal maniera disposti i miei affari, non ebbi lo spirito occupato se non ai piaceri. Passato il primo del mese, principiai a visitare i mercanti due volte la [174] settimana. Ciò non impediva che gli altri giorni della settimana non andassi a passare la mattina, ora da un mercante, ora da un altro, e mi divertissi a trattenermi con essi.
Un lunedì mentre stava seduto nella bottega di uno di quei mercanti, nominato Bedreddin, una dama entrò nella stessa bottega, e si assise a me vicina.
Il suo esteriore, unito ad una grazia naturale, mi prevenne in suo favore, e m’ispirò un ardente desiderio di conoscerla meglio.
Dopo di essersi trattenuta per qualche tempo col mercante di cose indifferenti, gli disse volere una certa stoffa a fondo d’oro, per cui ella veniva alla sua bottega come la meglio provveduta.
Il mercante avendogliene fatto vedere molte pezze ad una essendole entrata a genio, ne chiese il prezzo.
Bedreddin domandonne mille e cento dramme di argento.
- Consento di darvi questa somma - gli disse colei - ma non avendo portato meco i denari, spero vi compiacerete lasciarmela a credito fino a domani, e concedermi di portar via il drappo; non trascurando di mandarvi domani le mille e cento dramme convenute.
- Signora - le rispose Bedreddin - io ve la lascerei a credito con piacere, e vi lascierei portar via il drappo se quello fosse di mia ragione, ma appartenendo a questo signore che vedete qui, non posso disporne.
- Or bene, questo è il vostro drappo - diss’ella gettandoglielo sul banco - Maometto confonda voi, e quanti mercanti vi sono.
Terminando queste parole si alzò crucciata, uscendosene piena di sdegno contro Bedreddin.
Quando vidi che la dama si ritirava, sentii il mio cuore interessarsi a suo favore e la richiamai dicendole:
- Signora, fatemi la grazia di ritornare; forse troverò mezzo di contentar l’uno e l’altra. Essa rientrò dicendo che a far ciò s’induceva per amor mio.
- Signor Bedreddin - dissi allora al mercante - quanto volete vendere questo drappo che a me appartiene?
- Mille e cento dramme d’argento - egli rispose - non posso lasciarlo a minor prezzo.
- Rilasciatelo adunque a questa dama - ripigliai - e che se lo porti seco. Vi do cento dramme di [175] guadagno, e vi fo una ricevuta della somma per unirla al conto delle altre mercanzie di mia proprietà, - presentando poscia il drappo alla dama:
- Potete portarlo via con voi, o signora - le dissi - e quanto al denaro me lo manderete domani, o un altro giorno.
- O signore - quella ripigliò - Il cielo per rimunerarvene, accresca le vostre facoltà, e vi faccia vivere lungo tempo.
Queste parole mi somministrarono molto coraggio.
- Signora - le dissi - lasciatemi vedere il vostro sembiante, in compenso di avervi fatto piacere.
A queste espressioni ella si volse verso di me, levò la mussolina la quale coprivale il sembiante, ed offrì a’ miei occhi una bellezza singolare. Non mi sarei giammai stancato di guardarla: ma quella prestamente si ricoprì il viso, per timore di essere osservata, e dopo aver abbassato il velo, pigliò la pezza del drappo ed allontanossi dalla bottega.
Non potei chiuder occhio in tutta la notte. Giunto il giorno mi alzai, con la speranza di vedere l’oggetto amato.
Poco dopo il mio arrivo alla bottega di Bedreddin vidi venir la dama accompagnata dalla sua schiava. Ella non guardò il mercante e rivolgendosi a me solo:
- Signore - mi disse. - Vengo espressamente per portarvi la somma, di cui vi compiaceste di buon grado risponder per me.
- Signora - le risposi - non era d’uopo darvi tanta premura, non aveva inquietudine alcuna pel mio danaro.
Approfittando allora dell’occasione, le parlai dell’amore immenso che per essa sentiva: ma ella si alzò, e mi lasciò tutta sdegnata, come se fosse stata offesa della dichiarazione fattale.
Io mi congedai dal mercante, ed uscii dal Bezestein senza sapere ove me ne andassi; quando sentii tirarmi per di dietro.
Mi voltai subito, e con piacere riconobbi la schiava della dama a cui andavo sognando.
- La mia padrona vorrebbe dirvi una parola; compiacetevi, se vi aggrada, darvi la pena di seguirmi.
Non me lo feci dir due volte e rinvenni l’oggetto amato nella bottega di un banchiere, ove se ne stava a sedere.
Fece sedere me pure a lei vicino, preparandosi a parlarmi.
[176] - Mio caro signore - mi disse - non siate sorpreso se vi ho lasciato con un poco di sdegno: ma non ho giudicato a proposito, alla presenza di quel mercante, di corrispondere in altro modo alla confessione da voi fattami. Lungi di offendermene, confesso che prendeva piacere nell’udirvi, e mi reputo infinitamente felice di aver per amante un uomo del vostro merito.
- Signora - ripigliai trasportato d’amore e di giubilo - nulla poteva udire di più grato, di quanto avete la bontà di dirmi.
- Non perdiamo tempo in inutili discorsi - essa interruppe - non dubito della vostra sincerità, e ben presto sarete persuaso della mia. Volete voi farmi l’onore di venire alla mia casa? Oggi è venerdì, domani verrete dopo la preghiera del mezzodì. La mia casa è situata nella strada della Devozione. Non avete altro se non a chiedere l’abitazione di Albos Schamma, soprannominato Bercour, già capo degli Emiri; colà mi troverete.
Nel giorno stabilito m’alzai di buon mattino; indossai il mio più bell’abito, presi una borsa, ove riposi cinquanta pezzi d’oro, e salito sopra un asino, me ne partii, accompagnato dall’uomo che me lo aveva noleggiato.
Arrivato nella strada della Devozione, dissi al padrone dell’asino di ricercare ove fosse la casa di Bercour ed essendogli stata insegnata, mi vi condusse. Lo pagai con generosità, e lo licenziai, raccomandandogli di bene osservare la casa ove mi lasciava, e di non trascurare di venire a riprendermi la seguente mattina.
Picchiai alla porta e subito due gentili schiave bianche come la neve e riccamente vestite, vennero ad aprire; mi fecero entrare in un salone magnificamente ornato.
- Non aspettai lungamente nel salone; la dama amata, in breve vi giunse adorna di perle e di diamanti, ma assai più rifulgente per lo splendore de’ suoi occhi, anziché per quello delle sue gioie.
Fu apparecchiata la mensa, nella quale furono apprestate le più delicate e squisite vivande.
Ci ponemmo a tavola; e dopo mangiato ricominciammo il nostro trattenimento, che durò fino alla notte.
La mattina seguente, dopo aver posto destramente sotto il capezzale la borsa co’ cinquanta pezzi d’oro portati meco, diedi un addio alla dama, la quale mi domandò quando sarei tornato a rivederla.
[177] – Signora – le risposi - prometto di ritornare
questa sera.
Continuai a vedere la dama tutti i giorni, lasciandole ogni volta una borsa di cinquanta pezzi d’oro.
Finalmente mi ritrovai senza danaro.
In questo deplorevole stato, in preda alla disperazione, uscii dal Khan senza saper ciò che mi facessi, e me ne andai dalla parte del castello, ove era moltissimo popolo radunato.
Arrivato che fui nel luogo ov’era tutta quella gente, m’inoltrai nella folla, e mi trovai a caso vicino ad un cavaliere ben montato, che teneva all’arcione un sacco mezzo aperto, dal quale usciva un cordone di seta verde.
Ponendo una mano sopra il sacco, giudicai esser quello il cordone di una borsa.
Nel mentre formava questo giudizio, cavai la borsa senza che veruno se ne accorgesse.
Il cavaliere forse erasi insospettito di quanto io aveva fatto, pose subito la mano nel sacco, e non ritrovandovi la borsa, mi diede un sì gran colpo con la sua scure che mi rovesciò a terra.
Tutti quelli che furono testimoni di tal violenza ne rimasero stupefatti, e qualcheduno pose la mano sopra la briglia del cavallo per fermare il cavaliere, e dimandargli per qual ragione egli mi aveva battuto e si era permesso di maltrattare in tal modo un mussulmano.
- In che v’intrigate voi? - rispose loro con voce arrogante - io non l’ho fatto senza ragione; questo è un ladro!
Il Luogotenente criminale allora ordinò alle sue genti di arrestarmi, e frugarmi: il che venne tosto eseguito ed uno fra essi, avendomi levata la borsa, pubblicamente la mostrò.
Non potei resistere a tale vergogna, onde caddi svenuto.
Il luogotenente criminale si fece portar la borsa e quando l’ebbe nelle mani, dimandò al cavaliere se fosse sua, e quanto denaro vi avesse posto. Il cavaliere la riconobbe ed assicurò esservi dentro venti zecchini. Il giudice l’aprì e avendovi trovato effettivamente venti zecchini, gliela restituì.
Subito mi fece andare alla sua presenza.
- Giovinotto - mi disse - confessatemi la verità. [178] Siete voi quello che avete preso la borsa a cotesto cavaliere? Non aspettate che io impieghi i tormenti per farvelo dire.
Allora abbassando gli occhi confessai la mia colpa.
Appena ebbi fatta tale confessione, il luogotenente criminale, dopo aver chiamati molti testimoni, comandò che mi venisse tagliata la mano, e la sentenza fu nello stesso momento eseguita: la qual cosa eccitò la pietà di tutti gli spettatori, osservai pure il volto del cavaliere il quale mi si accostò dicendomi:
- Conosco molto bene esser stata la necessità che vi ha fatto commettere un’azione cotanto vergognosa e indegna di un giovane della vostra qualità; pigliate questa borsa funesta, ve la dono, e mi rincresce della disgrazia toccatavi.
Il giovane di Bagdad terminò di narrare in tal maniera la sua storia al mercante cristiano, dicendo:
- Ciò che avete inteso deve valermi di scusa per aver mangiato con la mano sinistra. Io vi sono molto obbligato del vostro disturbo a mio riguardo, e non posso esservene a sufficienza riconoscente: ma avendo, grazie al cielo molte ricchezze, ancorché ne abbia consumate gran parte, vi prego tenere per voi la somma che mi dovete.
- Questa è l’istoria: non è più sorprendente di quella del gobbo?
Il sultano di Gasgar concepì molto sdegno contro il mercante cristiano.
- Tu sei un temerario - gli disse - a farmi il racconto di una storia tanto poco degna della mia attenzione, e di paragonarmela a quella del gobbo! Puoi tu lusingarti di persuadermi, che gl’insipidi accidenti di un giovine dissoluto siano più meravigliosi di quelli del mio gobbo buffone? Voglio farvi appiccare per vendicare la sua morte!
A queste parole il Provveditore si gettò a’ piedi del Sultano.
- Sire - gli disse - supplico la Maestà Vostra di ascoltarmi e di far grazia se l’istoria, la quale sto per raccontare è più bella di quella del gobbo.
- Ti concedo quello che chiedi - rispose il Sultano - parla.
[179]
STORIA DEL PROVVEDITORE
- Sire, una persona di considerazione e di qualità m’invitò ieri alle nozze di una delle sue figliuole. Dopo le cerimonie fu apparecchiato un banchetto magnifico, tutti si posero a tavola ed ognuno mangiò di quanto era di suo maggior gusto. Eravi fra l’altro un antipasto eccellente accomodato con l’aglio, del quale ognuno volea, e come noi osservammo esservi un convitato il quale non si prendeva premura di mangiarne, l’invitammo a seguire il nostro esempio.
- Mi guarderei bene - ci disse - di gustare un intingolo in cui vi è dell’aglio; non ho dimenticato quello che mi costò di averne assaggiato altra volta.
Lo pregammo a narrarci il fatto: ma il padrone di casa, senza dargli tempo di risponderli, gli disse:
- È in tal maniera che fate onore alla nostra tavola?
- Signore - gli rispose il convitato, il quale era un mercante di Bagdad - vi ubbidirò se assolutamente lo volete: ma a patto che dopo averne mangiato mi laverò le mani quaranta volte con l’alcali, quaranta volte con cenere della stessa pianta, ed altrettante volte col sapone.
- Fate adunque come noi, mangiate: l’alcali, la cenere della stessa pianta ed il sapone non vi mancheranno.
Il mercante, stese la mano, pigliò un boccone, lo accostò alla bocca e mangiollo con una ripugnanza, di cui restammo molto meravigliati: ma quel che ci sorprende fu il vedere non avere egli se non quattro dita, mancandogli il pollice.
Il padrone di casa volgendosi a lui, esclamò:
- Voi non avete pollice, per quale accidente lo avete perduto?
- Signore - rispose - non solamente alla mano destra non ho il pollice: ma non l’ho neppure alla sinistra. Questo non è nemmeno il tutto: il pollice nella stessa maniera mi manca pure all’uno e all’altro piede, e sono storpio per un accidente inaudito, che di narrarvi non ricuso: ma permettetemi prima di lavarmi le mani.
[180]
STORIA DEL CONVITATO
– Sappiate, o miei signori, che sotto il regno del Califfo Haroun-al-Rascid, mio padre vivea a Bagdad, ove son nato, e passava per uno dei più ricchi mercanti della città. Ma come egli era un uomo interamente dedito ai piaceri ed alla crapula, trascurava i suoi affari, ed invece di raccogliere grandi ricchezze alla sua morte, ebbi bisogno di tutta la maggiore economia per saldare i debiti da lui lasciati. Giunsi nonpertanto a pagarli tutti, e mediante il mio studio ed attenzione, la mia piccola fortuna, principiò a mostrare una faccia ridente.
Una mattina nell’aprire la mia bottega, una dama mi si accostò salutandomi, e mi pregò di permetterle di riposarsi, aspettando l’arrivo degli altri mercanti.
Corrisposi al suo complimento come dovea. Mi disse voler far acquisto di molte sorte di stoffe delle più belle e delle più ricche le quali nominò, e ricercommi se ne avessi.
- Ohimè, signora! - le risposi - io sono un giovine mercante, appena ho principiato a stabilirmi e non sono ancora sufficientemente ricco per formare un negozio sì ragguardevole, ed è per me una mortificazione il non aver nulla di quello per cui siete venuta al Bezestein: ma per risparmiarvi la pena di andare di bottega in bottega, tosto i mercanti saranno venuti andrò, se desiderate, a pigliar da essi quanto bramate: me ne diranno il giusto prezzo, e senza andar più oltre, potete far qui le vostre spese.
Ella vi aderì, e corsi a rintracciare i drappi che ella bramava, e quando ebbe scelti quelli che le piacevano, accordammo il prezzo a cinquemila dramme d’argento.
Ne formai un involto che consegnai all’eunuco, il quale se lo pose sotto il braccio; ella poscia si alzò, e se ne partì dopo essersi da me congedata. L’accompagnai con gli occhi fino alla porta del Bezestein né tralasciai di riguardarla finché non fu risalita sopra la mula.
Appena non vidi più la dama, mi accorsi avermi fatto l’amore commettere un gran fallo. M’aveva talmente confuso lo spirito da non accorgermi essersene andata senza pagare; né io le aveva dimandato chi ella fosse, e dove abitasse.
[181] Considerai essere io debitore di una non lieve somma a molti mercanti, i quali forse non avrebbero avuto la sofferenza di aspettare. Andai a scusarmi con essi nel miglior modo possibile, dicendo loro che io conosceva la dama. Ritornai finalmente alla mia casa, innamorato ed imbarazzato di un sì gran debito. Finalmente s’impazientivano, e per soddisfarli ero pronto a vendere quanto aveva, allorché una mattina la vidi ritornare con lo stesso equipaggio.
- Pigliate il vostro saggiuolo - mi disse - onde pesar l’oro che vi porto.
Queste parole terminarono di dissipare il mio timore, e raddoppiarono il mio affetto.
Prima che io numerassi i pezzi d’oro, ella mi fece molte interrogazioni, e fra le altre mi chiese se avessi moglie. Le risposi di no.
Essa allora, consegnando l’oro all’eunuco, disse:
- Usate di tutta la vostra destrezza per terminare il nostro affare.
L’eunuco si pose a ridere, e avendomi tirato in disparte, mi fece pesar l’oro.
Mentre faceva ciò, egli mi disse all’orecchio:
- Al vedervi conosco perfettamente che voi amate la mia padrona, e son sorpreso che non abbiate il coraggio di scoprirle il vostro amore. Ella vi ama ancor maggiormente di quello che voi l’amiate. Non crediate che ella abbia bisogno delle vostre stoffe; essa qui viene unicamente perché le avete inspirato una violenta passione. Per tal cagione vi ha chiesto se eravate ammogliato. A voi tocca di parlare, e da voi dipende lo sposarla, se volete.
Terminato di pesare i pezzi d’oro, mentre li poneva nel sacco, l’eunuco si volse alla dama, dicendole ch’era contentissimo.
Subito la dama alzossi e partì, dicendomi che mi avrebbe spedito l’eunuco e non avrei se non ad eseguire quanto egli mi direbbe il suo nome.
Portai ad ogni mercante il proprio denaro aspettando con impazienza l’eunuco per qualche giorno: finalmente lo vidi arrivare.
Appena giunto gli domandai notizie della sua padrona.
- Voi siete - mi rispose - l’amante più felice del mondo; ella è inferma di amore. Se dessa potesse disporre a suo piacere di sé medesima, verrebbe personalmente a rintracciarvi e volentieri impegnerebbe con voi tutti i momenti del suo vivere.
[182] - Alla sua aria nobile e alle sue maniere civili - gli dissi - ho giudicato che doveva esser qualche dama di considerazione.
- Non vi siete punto ingannato in questo giudizio - replicò l’eunuco - ella è la favorita di Zobeida, moglie del Califfo, la quale tanto più l’ama in quanto che l’ha allevata da piccina.
«Avendo la mia padrona deciso di maritarsi, ha partecipato alla moglie del gran Commendatore de’ credenti di aver fissato gli sguardi sopra di voi, chiedendole il suo assenso. Zobeida le ha risposto di aderirvi, ma prima voleva vedervi. Non si tratta adunque di altro se non di venire a Palazzo: a voi spetta stabilire la vostra risoluzione.
- L’ho già presa, e son pronto a seguirvi ovunque volete condurmi.
- Questo va bene - disse l’eunuco - solo dovete sapere non poter gli uomini entrare negli appartamenti delle dame di Palazzo, quindi non potete esservi introdotto se non pigliando apposite misure.
- Bisogna adunque - mi disse - che questa sera nell’entrar della notte, vi rechiate alla moschea, aspettando colà finché vi si venga a cercare.
Aderii a quanto egli volle: aspettai con impazienza il fine del giorno, indi partii.
Vidi subito arrivare un battello, i cui remiganti erano tutti eunuchi. Essi sbarcarono e portarono nella moschea molti gran forzieri, poscia si ritirarono. Non ve ne restò se non uno solo, il quale riconobbi esser quello del quale mi aveva parlato la mattina. Vidi pure entrare la dama.
- Non abbiamo tempo da perdere - mi disse quella, - e nel proferir ciò aprì uno dei forzieri e comandommi di mettermivi dentro: questa è una cosa - aggiunse - necessaria per la vostra e la mia sicurezza.
L’eunuco poscia, il quale era a parte della sua confidenza, chiamò i suoi compagni i quali avevano portati i forzieri e li fece riportar tutti nel battello; rimbarcati di poi la dama ed il suo eunuco si principiò a vogare co’ remi per condurmi all’appartamento di Zobeida.
Il battello arrivò innanzi alla porta del Palazzo.
Appena entrati, udii gridare all’improvviso:
- Ecco il Califfo! Ecco il Califfo!
A tali parole credetti morir di paura.
- Che portate voi adunque in questi forzieri? - egli disse alla favorita.
[183] - Gran Commendatore de’ credenti - rispose quella - sono stoffe le quali la moglie della Maestà Vostra brama vedere.
- Aprite, aprite - ripigliò il Califfo - voglio io pure vederle.
Fu necessità ad obbedirlo: allora sentii un sì vivo spavento da fremerne ancora tutte le volte che ci penso.
Il Califfo s’assise, e la favorita fece portare alla sua presenza tutti i forzieri l’uno dopo l’altro e li aprì. Per portar le cose a lungo, gli faceva osservare per minuto tutte le bellezze di ogni drappo in particolare. Come essa non era meno interessata di me a non aprire il forziere, ove io me ne stava rinchiuso, non si dava gran fatica a farlo portare, né vi restava altro se non quello da visitare.
- Finiamola - disse il califfo - vediamo ancora ciò che vi è in questo.
Quando la favorita di Zobeida vide il Califfo assolutamente risoluto di far aprire il forziere in cui mi trovavo racchiuso:
- Oh! per questo - disse - Vostra Maestà mi farà la grazia e il piacere di dispensarmi di farle vedere ciò che vi è dentro, se non in presenza di vostra moglie.
- Questo è giusto - disse il Califfo - ne sono contento. Fate portar via i vostri forzieri.
Ella subito li fece levare e portar nella sua camera.
Appena gli eunuchi li ebbero ivi portati e si furono ritirati, ella prestamente aprì quello ove io era rinchiuso.
- Uscite - mi disse additandomi la porta di una scala, la quale conduceva in una camera di sopra - salite, e aspettatemi.
Quando si vide in libertà venne a ritrovarmi nella camera, ove era salito, e mi fece molte scuse di tutti i timori e spaventi cagionatimi.
Dopo esserci per qualche tempo trattenuti con molto affetto:
- È tempo - mi disse - di andarvi a riposare; io non mancherò di presentarvi domani a Zobeida mia padrona; è questa una cosa facile perché il Califfo non la vede se non la notte.
Incoraggiato da questo discorso dormii molto tranquillamente.
La mattina seguente la favorita di Zobeida, mi [184] condusse in una sala, ove tutto era di una magnificenza, di una ricchezza, e di una eleganza indicibili.
Non vi era appena entrato, che venti schiave di una età un poco avanzata, tutte vestite di ricchi abiti e uniformi, uscirono dalla stanza di Zobeida, e vennero a disporsi davanti ad un trono, in due file eguali.
Zobeida comparve in mezzo di queste con aria maestosa, carica di gioie e di ogni sorta di pietre preziose da poter appena camminare.
Essa andò ad assidersi sul trono. Dimenticava dirvi essa esser accompagnata dalla sua dama favorita, la quale si fermò in piedi alla sua presenza, mentre le schiave, un poco più allontanate, stavano in gruppi dalle due parti del trono.
Appena la moglie del Califfo si fu assisa, le schiave, entrate per le prime, mi fecero segno di accostarmisi. Mi aprossimai nel mezzo delle due file di schiave e mi prostrai ai piedi della Principessa.
Quella mi comandò di rialzarmi e mi fece l’onore d’informarsi del mio nome, della mia famiglia e dello stato di mia fortuna, ed io le risposi con sua grande soddisfazione.
- Sono molto contenta - mi disse - che mia figlia - così essa chiamava la sua dama favorita - abbia fatto una sì buona scelta; approvo ed acconsento che vi sposi. Parlerò al Califfo ed otterrò il suo assenso e voi qui vi fermerete: si avrà cura di voi.
Scorsi dieci giorni, Zobeida fece stendere il contratto di matrimonio; si fecero i preparativi degli sponsali: furono chiamati i ballerini e le ballerine e vi furono per nove giorni grandi feste nel palazzo.
Il decimo giorno, essendo destinata per l’ultima la cerimonia del matrimonio, la dama favorita fu condotta al bagno da una parte ed io dall’altra, e verso sera, essendomi posto a tavola mi furono apprestate di ogni sorta di vivande e d’intingoli: fra gli altri un manicaretto con l’aglio, come quello che son ora forzato di mangiare.
Io lo trovai tanto buono e delicato, che non toccai quasi nulla delle altre vivande. Ma per disgrazia, essendomi levato da tavola, mi contentai di asciugarmi le mani, invece di ben lavarmele.
Terminate finalmente tutte quelle cerimonie, fummo condotti nella camera nuziale. Rimasti soli, me le avvicinai per abbracciarla: ma ella invece di corrispondermi a’ miei trasporti, mi respinse fortemente e [185] proruppe in ispaventevoli grida: sicché subito accorsero nella camera tutte le dame dell’appartamento.
- Sorella mia cara - le dissero - che vi è dunque accaduto dacché vi abbiamo lasciata? Ditelo, affinché vi soccorriamo.
- Levatemi - esclamò essa - levatemi davanti gli occhi quest’uomo incivile!!
- Ah! signora - le dissi - in che posso io avere avuto la disgrazia d’incorrere nel vostro sdegno?
- Voi siete un incivile - mi rispose tutta furiosa - avete mangiato l’aglio, né vi siete lavate le mani? Credete voi che io voglia soffrire un uomo così malcreato?
- Coricatelo per terra - soggiunse ella, parlando alle dame - e mi si porti un nervo di bue.
Quelle subito mi rovesciarono a terra, e nel mentre alcune mi tenevano per le braccia ed altre per i piedi, mia moglie, crudelmente mi batté, finché le mancarono le forze.
Ella allora disse alle dame:
- Pigliatelo, conducetelo al luogotenente criminale onde gli tagli la mano, con la quale ha mangiato l’intingolo con l’aglio.
Tutte le dame le quali mi avevano veduto ricevere mille colpi di nervo di bue ebbero di me pietà, quando udirono parlare di farmi tagliar la mano.
- Sorella nostra cara, e nostra buona dama - dissero alla favorita - voi tropp’oltre portate il vostro risentimento! Quest’uomo per vero, non sa vivere, egli ignora il vostro grado ed i riguardi che meritate: ma vi supplichiamo di perdonargli.
- Io non sono soddisfatta - ripigliò ella - voglio ch’egli impari a vivere e porti segni tanto visibili della sua inciviltà da non più avvisarsi di mangiare intingolo con l’aglio, senza poscia lavarsi le mani.
Nel terminar queste espressioni, mi fece legare e coricar per terra, poscia pigliò un rasoio, ed ebbe la barbarie di tagliarmi i quattro pollici.
Una donna applicò una certa radice per fermare il sangue: ciò non ostante caddi a terra svenuto.
Rinvenni dal mio svenimento e mi fu apprestato del vino da bere per farmi ricuperare le forze.
- Ah! signora - dissi allora a mia moglie - se mi accade giammai di mangiare un intingolo con l’aglio, vi giuro che invece di una volta mi laverò le mani centoventi volte con l’alcali, colla cenere della stessa pianta e con sapone.
[186] - Or bene - mi disse mia moglie - a questo patto m’induco a porre in dimenticanza il vostro passato, e vivere con voi.
- Questa o signori miei - continuò il mercante di Bagdad, voltandosi alla compagnia - è la cagione per la quale rifiutava di mangiare nell’intingolo con l’aglio.
Indi continuò:
- Nel termine di un anno mia moglie cadde inferma, e in pochi giorni morì.
Avrei potuto rimaritarmi e continuare a vivere onorevolmente a Bagdad: ma la mia smania di girare il mondo m’inspirò un altro disegno.
Vendei la mia casa, e dopo aver comprato molte specie di mercanzie, mi unii ad una carovana, e passai in Persia. Di là m’incamminai a Samarcanda, da dove son venuto a stabilirmi in questa città.
- Questa, o Sire - disse il Provveditore il quale parlava al Sultano di Gasgar - è la storia narrata ieri da quel mercante di Bagdad alla compagnia di cui facevo parte.
- Questa storia - disse il Sultano - contiene in sé qualche cosa di straordinario: ma non è da paragonarsi a quella del piccolo gobbo.
Il sarto, inoltrandosi e prostrandosi ai piedi del Sultano:
- Giacché la Maestà Vostra ama le storie piacevoli, voglio narrarvene una io pure.
- L’ascolterò volentieri - ripigliò il Sultano - ma non lusingarti che ti conceda la vita, se non sarà più interessante di quella del gobbo.
STORIA DEL SARTO
- Sire, un cittadino di questa città mi fece l’onore, or son due giorni, d’invitarmi ad un banchetto, che dava ai suoi amici. Vi andai presto, e vi trovai circa venti persone, le quali aspettavano il padrone di casa che era uscito per qualche affare.
Bentosto lo vedemmo arrivare accompagnato da un giovane forestiere, molto ben fatto, ma zoppo.
Ci alzammo tutti per far onore al padrone di casa, e pregammo il giovane di sedersi accanto a noi.
Egli stava per farlo, quando vedendo un barbiere [187] che era della nostra compagnia, si ritirò indietro con isdegno, e voleva uscire.
Il padrone di casa, sorpreso dalla sua azione, lo fermò:
- Dove andate? - gli disse.
- Signore - rispose il giovine - in nome di Maometto vi supplico di non trattenermi poiché non posso veder senza orrore questo abbominevole barbiere, il quale ha l’anima ancor più nera e più orrida della faccia. Oggi stesso voglio allontanarmi dalla vostra città, e andarmi a nascondere, se mi è dato, in luoghi ove egli non possa più venire a presentarsi a’ miei occhi.
Ciò detto, voleva abbandonarci: ma il padrone di casa lo trattenne di nuovo, supplicandolo di fermarsi con noi, e di narrarci la cagione dell’odio che nutriva contro il barbiere, il quale in tutto quel tempo teneva gli occhi fissi in terra e stava zitto.
Finalmente il giovine, cedendo alle nostre istanze, si assise, voltò la schiena al barbiere, e parlò così:
STORIA DEL GIOVINE ZOPPO
- Mio padre teneva nella città di Bagdad un grado da aspirare alle principali cariche, ma egli preferì sempre una vita tranquilla. Non ebbe altri figliuoli all’infuori di me e quando morì io aveva già lo spirito formato ed era in età di poter disporre delle grandi ricchezze lasciatemi.
Un giorno mentre mi ritrovava in una strada vidi venire avanti di me una gran turba di donne; per non incontrarle presi una strada traversa, e mi assisi sopra un banco vicino ad una porta. Stava di faccia ad una finestra, ove era un vaso di bellissimi fiori, su cui teneva fissi gli sguardi, quando la finestra si aprì e vidi comparire una giovine dama, la cui bellezza mi abbagliò.
Ella subito lanciò i suoi sguardi sopra di me, ed innaffiando il vaso di fiori con una mano più bianca dell’alabastro mi guardò con un sorriso che m’inspirò altrettanto amore per lei, quanta avversione avevo avuta fino allora per tutte le donne.
Dopo avere inaffiato i fiori, ed avermi lanciato uno sguardo pieno di vezzi, il quale terminò di ferirmi il [188] cuore, serrò la sua finestra e lasciommi in una confusione ed in un disordine indicibile.
Ritornai a casa, agitato. Mi posi a letto con una gran febbre, la quale cagionò una grande afflizione al mio famigliare. I miei parenti, i quali mi amavano, spaventati da una infermità cotanto improvvisa, accorsero sollecitamente, e m’importunarono per sapere la cagione: ma ebbi gran cura di non palesarlo.
Cominciarono a disperare della mia vita. Quando una vecchia dama loro conoscente, informata della mia infermità, venne a trovarmi: essa mi considerò con molta attenzione, e dopo avermi ben bene esaminato, conobbe la cagione della mia infermità.
Essa li tirò in disparte, pregandoli di lasciarla sola meco. Uscito ognuno dalla camera, si assise al mio capezzale per dirmi:
- Figlio mio, vi siete finora ostinato a tener celata la cagione del vostro male, ma io non ho bisogno che me la manifestiate: ho esperienza sufficiente della vita per penetrare questo segreto, e non me lo negherete quando vi dirò essere l’amore il quale vi rende infermo. Io posso procurarvi la vostra guarigione, purché mi facciate conoscere chi è la fortunata che ha saputo ferire un cuore tanto insensibile come il vostro: poiché voi avete fama di non amare le donne, ed io non sarò stata l’ultima ad accorgermene, vedo finalmente che ciò che ho preveduto è avvenuto ed io son molto lieta che mi si presenti l’occasione per far quanto posso per togliervi di pena.
La buona dama disse tante cose, che ruppi finalmente il silenzio, le manifestai il luogo ove aveva veduto l’oggetto che lo cagionava, e le spiegai tutta la particolarità del mio accidente.
- Figliuol mio - mi rispose la vecchia dama - conosco la persona della quale mi parlate; essa è, come avete giudicato, figliuola del primo Cadì di questa città. Io non meraviglio punto del vostro amore per essa, poiché è la più amabile dama di Bagdad: ma ciò che m’incresce si è che è altiera e di un accesso molto difficile. Impiegherò nonostante tutta la mia destrezza: ma vi bisognerà del tempo per riuscirvi; non perdetevi di coraggio e confidate in me.
La vecchia mi lasciò. Ritornò il giorno dopo: ma lessi sul suo viso non aver nulla di favorevole ad annunciarmi. Infatti mi disse:
- Figliuol mio, non mi ero ingannata; ho da superar ben altra cosa che la vigilanza di suo padre: voi [189] amate un essere insensibile, che si compiace di veder penare senza voler somministrare il minimo sollievo: mi ha udito con piacere, finché le ho parlato del vostro male: ma appena le ho detto alcune cose per impegnarla a permettervi di vederla, e conversare con lei, mi ha risposto:
- Siete troppo ardita di farmi simile proposta, e vi proibisco di giammai più rivedermi, quando vogliate farmi tali discorsi!!
- Ciò non vi affligga - proseguì la vecchia - io non son facile a disanimarmi al bel principio, e purché non vi manchi la sofferenza, spero di riuscire nel mio disegno.
- Per abbreviare la narrazione - aggiunse il giovine - dirovvi che quella buona messaggera fece inutilmente molti altri tentativi a mio favore, presso la crudele nemica del mio riposo.
Era considerato come un uomo il quale non aspettava se non la morte, quando la vecchia venne a restituirmi la vita.
Affinché niuno la udisse, mi disse all’orecchio:
- Signore mio caro, voi non morirete: ed in breve avrò il piacere di rivedervi in perfetta salute. Ieri, lunedì, andai alla casa della vostra dama, e la ritrovai di un umore molto allegro; me le presentai con faccia mesta, proruppi in profondissimi sospiri, e versai molte lagrime.
- Mia buona madre - mi disse - che avete? Perché vi dimostrate così afflitta?
- Ohimè, cara ed onorata signora - le risposi - vengo ora dal giovine signore del quale vi parlai l’altro giorno; egli è sul punto di morire per voi: è un gran male, vi assicuro, che la vostra crudeltà ne sia la cagione.
- Or bene - replicò essa sospirando - fategli adunque sperare che mi vedrà: ma non s’aspetti altri favori, e non aspiri a sposarmi, se mio padre non approva il nostro matrimonio. Non vedo tempo più opportuno di fargli questa grazia, se non venerdì prossimo, durante la preghiera del mezzodì. Che egli osservi quando mio padre sarà uscito per andarvi, e subito venga a presentarsi alla porta di mia casa. Io dalla mia finestra lo vedrò arrivare e calerò ad aprirgli.
- Siamo ora al martedì, - continuò la vecchia - potete fino a venerdì ricuperare le vostre forze, e disporvi a questa visita.
[190] A misura che la buona dama parlava, sentivo diminuire il mio male, mi ritrovai del tutto risanato al fine del suo discorso.
- Pigliate - dissi consegnandole una borsa piena d’oro - a voi sola sono debitore della mia guarigione.
Il venerdì mattina giunse la vecchia nel mentre mi vestiva.
- Io non vi chiedo come state: l’occupazione in cui vi vedo me ne dice abbastanza: ma non vi laverete voi prima d’incamminarvi alla casa del primo Cadì?
- In ciò impiegherei molto tempo - le risposi - mi contenterò di far venire un barbiere e di farmi radere i capelli e la barba.
Subito ordinai ad uno dei miei schiavi di ricercarne uno valente nel suo mestiere, e molto sollecito.
Lo schiavo mi condusse il disgraziato barbiere qui presente, il quale dopo avermi salutato, mi disse:
- Voi sarete molto contento di sapere che oggi siamo al decimottavo venerdì della luna di Safar dell’anno 653 dopo il ritiro del nostro gran Profeta della Mecca a Medina; dell’anno 7320 dell’epoca del gran Iskender a due corna, e che la congiunzione di Marte e di Mercurio significa non poter sceglier miglior occasione di questo giorno, all’ora presente, per farvi rasare: ma da altra parte questa stessa congiunzione è di un sinistro presagio per voi. Mi fa conoscere che in questo giorno siete sottoposto ad incorrere in un gran pericolo, non già per perdere la vita, ma di un incomodo, il quale vi durerà per tutto il rimanente de’ vostri giorni; voi dovete essermi obbligato dell’avviso che vi do, acciò possiate essere guardingo sopra tale disgrazia, che mi rincrescerebbe molto se vi accadesse.
Giudicate, o miei signori, il dispiacere che provai di essere caduto nelle mani di un barbiere cotanto ciarlone e stravagante. Che fastidioso contrattempo per un amante il quale preparavasi ad un appuntamento! Me ne rincrebbe moltissimo.
- Finitela una volta adunque, o importuno ciarlone - esclamai - e principiate, se volete, a rasarmi!
- Signore - mi replicò il barbiere - voi mi fate un’ingiuria, chiamandomi ciarlone: ognuno al contrario mi attribuisce l’onorato titolo di Taciturno. Avevo sei fratelli, i quali avreste potuto con ragione chiamare ciarloni: ed affinché li conosciate, il maggiore si chiama Bacbouc, il secondo Bakbarah, il terzo Bakbac, il quarto Alcouz, il quinto Alnascar, ed il sesto [191] Schahabac. Questi erano parlatori importuni: ma io, loro cadetto, son serio e conciso nei miei discorsi.
- Di grazia, o miei signori, mettetevi ne’ miei panni: qual partito poteva prendere vedendomi tanto crudemente assassinato?
- Dategli tre pezzi d’oro - dissi a quello de’ miei schiavi incaricato della spesa della mia casa - se ne vada, e mi lasci in riposo: io non voglio più farmi rasare oggi.
- Signore - mi disse allora il barbiere - che intendete dire con questo discorso? Non sono stato io a cercarvi: siete voi che mi avete fatto venire, quindi giuro per la fede mussulmana di non uscire da casa vostra se prima non vi avrò rasato.
Stanco dall’udirlo, ed arrabbiato di vedere scorrere il tempo gridai:
- Non e possibile esservi un altro uomo che si faccia come voi un piacere di far arrabbiare la gente.
- Credei - continuò il giovine zoppo di Bagdad - poter meglio riuscire praticando col barbiere la dolcezza.
- Caro signore - gli dissi - lasciate da parte tutti i vostri bei discorsi e prestamente sbrigatevi; un affare di somma importanza mi chiama fuori di casa, come già vi ho detto.
- Piano, o signore - mi disse - non v’impazientate, or ora son per principiare.
Veramente egli mi lavò il capo, e si pose a rasarmi; ma non appena ei ebbe dato quattro colpi di rasoio che si fermò per dirmi:
- Vuol dire che avete qualche affare di gran premura?
- Eh! sono da due ore - gli replicai - che ve lo dico - dovreste già avermi rasato.
Tanto più fretta io dimostrava, minore egli ne aveva ad obbedirmi. Depose il rasoio per pigliare il suo astrolabio; poscia, lasciandolo, ripigliò il suo rasoio. Il barbiere depose di nuovo il rasoio, ripigliò una terza volta il suo astrolabio, e mi lasciò mezzo rasato per andare a vedere l’ora precisa.
Egli ritornò dicendomi:
- Se voi volete, o signore, parteciparmi quale sia l’affare per cui dovete partire a mezzogiorno, vi somministrerò qualche consiglio utile.
Per contentarlo gli dissi aspettarmi certi amici a mezzodì per banchettare, e rallegrarsi meco della ricuperata salute.
[192] Quando il barbiere udì parlare di banchetto disse:
- Il cielo vi benedica oggi come tutti gli altri giorni! Voi mi ricordate aver ieri invitato quattro o cinque amici a venire oggi a mangiare da me; me ne era dimenticato, e non ho peranco fatto alcun preparativo.
- Ciò non vi ponga in alcun impaccio - gli dissi – Ancorché me ne vada fuori di casa a mangiare, la mia tavola è sempre ben provveduta. Vi faccio regalo di quanto vi si troverà; vi farò pure dare quanto vino vorrete, avendone io dell’eccellente nella mia cantina, ma dovete con prestezza terminare di radermi.
- Il cielo vi ricompensi - esclamò della grazia che mi fate; ma ora mostratemi queste provvigioni, affinché possa vedere se vi è sufficientemente di che banchettare i miei amici.
- Ho - gli dissi - un agnello, sei capponi e una dozzina di pollastri. Ordinai ad uno schiavo di portar tutto questo con quattro fiaschi di vino.
- Sta bene - ripigliò il barbiere - ma vi bisognerebbero delle frutta e qualche altra cosa per condire la carne.
Gli feci apprestare quanto egli ricercava; tralasciò di nuovo di radermi, per esaminare ogni cosa l’una dopo l’altra: e come quest’esame durò quasi mezz’ora, io pestava coi piedi la terra e mi arrabbiava: ma fu inutile il pestare e l’arrabbiarmi; questo birbante non si affrettava di più.
Ripigliò per altro il rasoio, ma mi rasò per qualche momento; poscia fermandosi tutto all’improvviso mi disse:
- Non avrei giammai creduto, o signore, che voi foste così generoso. Certamente non meritavo le grazie delle quali mi ricolmate, e vi assicuro che ne conserverò un’eterna riconoscenza; imperocché, o signore, affinché lo sappiate, nulla io ho se non che mi viene dalla generosità delle persone civili come voi. Io rassomiglio a Zantout il quale asciuga ognuno al bagno. Udite, o signore, questa è la canzone ed il ballo di Zantout, il quale asciuga ognuno al bagno. Guardate, vedete se ben so imitarlo.
Il barbiere cantò la canzone, danzò il ballo di Zantout. A dispetto del mio sdegno non potei fare a meno di non ridere delle sue pazzie.
- Signore - ripigliò egli - non mi negate la grazia che vi chiedo: venite a divertirvi con noi. Se vi foste trovato una volta con quelle persone, ne [193] sareste tanto contento da rinunziare per essi a’ vostri amici.
- Non parliamo di questo, poiché non posso godere la vostra conversazione.
Nulla acquistai con la dolcezza.
- Giacché non volete venire voi da me - replicò il barbiere - bisogna adunque che voi vi contentiate che io venga con voi. Vado a portare alla mia casa quanto mi avete dato; i miei amici mangeranno, se a loro parrà bene, e ritornerò subito: non voglio commettere l’inciviltà di lasciarvi andar solo.
- Cielo! - allora esclamai - non potrò adunque liberarmi oggi da un uomo cotanto fastidioso? In nome del gran Maometto - gli dissi - terminate i vostri discorsi importuni: andate a ritrovare i vostri amici, bevete, mangiate, state allegramente e lasciatemi la libertà di andar dove voglio, non avendo bisogno che veruno mi accompagni.
- Voi vi burlate di me - ripigliò egli - se i vostri amici vi hanno convitato ad un banchetto, qual ragione può impedirmi di accompagnarvi? Farete gran piacere, ne son sicuro, di condur loro un uomo che ha, come me la maniera di far ridere, che sa piacevolmente divertire una compagnia. Checché diciate, la cosa è risoluta ed io vi accompagnerò a vostro dispetto.
Queste parole, o miei signori, mi gettarono in un grande impaccio.
- Come mai mi libererò io da questo maledetto barbiere? - diceva fra me stesso. - Se mi ostino a contraddirgli non termineremo la nostra lite. Udiva per altro che di già chiamavasi per la prima volta alla preghiera del mezzodì e che era tempo di partire; sicché mi appigliai al partito di non profferir parola, e di far sembiante di aderire che egli venisse meco. Terminò allora di radermi, e ciò fatto gli dissi:
- Pigliate qualcheduna delle mie genti per portare con voi queste provvigioni e ritornate: io vi aspetto, né partirò senza di voi.
Partì egli alla fine, e terminai con sollecitudine di vestirmi.
Udii chiamare alla preghiera per l’ultima volta; mi affrettai ad incamminarmi, ma il malizioso barbiere il quale aveva indovinato la mia intenzione si era accontentato di andare colle mie genti fin dove poteva veder la sua casa e vederli entrare; poscia erasi [194] nascosto in un cantone della strada per osservarmi e seguirmi; infatti, quando fui giunto alla porta del Cadì, mi voltai e lo vidi all’ingresso della strada: n’ebbi un mortal dispiacere.
La porta del Cadì era mezzo aperta, e nell’entrare vidi la vecchia dama che mi aspettava e dopo aver chiusa la porta mi condusse nella camera della giovane, della quale ero innamorato: ma appena incominciai a parlare udimmo un gran rumore nella strada.
La giovane si affacciò alla finestra col capo e vide il Cadì suo padre che ritornava di già dalla preghiera. Nello stesso tempo guardai io pure, e vidi il barbiere assiso nel luogo istesso dal quale avevo veduto la giovane dama.
Ebbi allora due motivi di timore: l’arrivo del Cadì, e la presenza del barbiere.
La giovane dama m’incoraggiò sopra il primo, dicendomi che suo padre non saliva alla sua camera se non molto di rado, ed in tal caso aveva pensato al mezzo di farmi uscire con sicurezza: ma l’indiscretezza dello sgraziato barbiere mi cagionava una grande inquietudine, e voi conoscerete non essere questa inquietudine senza fondamento.
Entrato il Cadì in casa diede egli stesso una bastonata ad uno schiavo il quale meritava di averla; questo prorompeva in grandi clamori: il barbiere credendo gridassi io, proruppe egli pure in ispaventevoli grida: lacerò le sue vesti, gettò della polvere sopra il suo capo, chiamando in soccorso tutto il vicinato.
Richiesto di ciò che egli avesse e qual soccorso potea prestarglisi, esclamò:
- Ohimè, viene assassinato il mio padrone! e senza dir di più corse fino alla mia casa, gridando sempre alla stessa maniera, e ne ritornò accompagnato da tutti i miei servitori armati di bastoni. Picchiarono essi con furore, da non potersi concepire, alla porta del Cadì, il quale mandò uno schiavo per vedere ciò che fosse: ma lo schiavo tutto spaventato ritornò verso il suo padrone dicendo:
- Signore, più di dugent’uomini vogliono entrare per forza nella vostra casa e già principiano a forzarne la porta.
Il Cadì accorse subito, aprì la porta, e chiese qual cosa pretendevasi da lui.
Ma la sua presenza venerabile non poté inspirare rispetto alle mie genti, le quali insolentemente gli dissero:
[195] - Maledetto Cadì, cane di Cadì, qual motivo avete voi di assassinare il nostro padrone? Che vi ha egli fatto?
- Buona gente - rispose il Cadì - perché credete aver io assassinato il vostro padrone, il quale non conosco e che non mi ha offeso? Ecco la mia casa aperta, entrate, vedete, ricercate.
- Voi l’avete bastonato un momento fa - disse il barbiere - ho udito le sue grida.
- Ma - replicò di nuovo il Cadì - quale offesa ha potuto farmi il vostro padrone per avermi obbligato a maltrattarlo, come dite? Forse egli si trova in mia casa? E se vi si trova, come vi è entrato, e chi ve lo può avere introdotto?
Appena ebbe terminate queste parole, il barbiere e le mie genti si slanciarono nella casa furibondi e si posero a rintracciarmi dappertutto.
Avendo udito quanto il barbiere aveva detto al Cadì, rintracciai un luogo per nascondermi; altro non trovai se non un gran forziere vuoto, nel quale mi posi e chiusi sopra di me.
Il barbiere, dopo aver ricercato per tutto, non lasciò di venire nella camera ov’io era. Egli si accostò al forziere, l’aprì, e vedutomi dentro, lo prese, se lo pose sopra il capo, e lo portò via; poi disceso da una scala molto alta in una corte, l’attraversò, raggiungendo finalmente la porta della strada.
Mentre egli mi portava, il forziere si aprì per disgrazia, né potendo sopportare il rossore di vedermi esposto agli sguardi e agli schiamazzi della plebe la quale ci seguiva, mi slanciai nella strada cotanto precipitosamente, che mi ruppi una gamba, e da quel tempo ne sono rimasto zoppo.
Non sentii subito tutto il mio male; mi alzai per involarmi alle risa del popolo con una pronta fuga, gittando dei pugni d’oro e d’argento, di cui la mia borsa era piena, e nel momento in cui essi si occupavano a raccoglierlo, m’involai girando per vie segrete: ma il maledetto barbiere, approfittando dell’astuzia, di cui si era servito per isbarazzarmi dalla folla, m’inseguì senza perdermi di vista, gridando di tutta sua possa: - Fermatevi signore, perché correte con tanta fretta? Se sapeste quanto sono stato afflitto pel pessimo trattamento inflittovi dal Cadì, voi cotanto generoso ed al quale tant’obbligo abbiamo i miei amici ed io! Non ve lo aveva detto, che esponevate la vostra vita con la vostra ostinazione, non volendo esser da me [196] accompagnato? Questo è quello che per vostra colpa vi è accaduto: e se dal mio canto non mi fossi ostinato a seguirvi per vedere ove andavate, che sarebbe stato di voi? Ove andate dunque, o signore? Aspettatemi.
In simili termini il malaugurato barbiere parlava ad alta voce nella strada. Non contentavasi di aver cagionato un sì grande scandalo nel quartiere del Cadì, voleva inoltre che tutta la città ne avesse la cognizione. Nella rabbia, in cui ero, bramava di aspettarlo per strangolarlo, ma in tal guisa avrei resa più pubblica la mia confusione. Mi appigliai ad un altro partito; entrai in un Khan, del quale io conosceva il custode.
Lo ritrovai alla porta dove, per lo strepito, era accorso.
- Deh - gli dissi - fatemi la grazia che quel pazzo non entri qui dopo di me.
Egli me lo promise, ed adempì la sua promessa: ma ciò non seguì senza pena, perocché l’ostinato barbiere voleva entrare a suo dispetto, né ritirossi se non dopo averlo oppresso di mille ingiurie, e finché non fu entrato nella sua casa non cessò di narrare a tutti quelli che incontrava il gran servigio che pretendeva avermi prestato.
Questa è la maniera con la quale mi liberai da un uomo tanto importuno. Dopo ciò, il custode mi pregò di partecipargli i miei accidenti; glieli narrai, pregandolo poscia di apparecchiarmi un appartamento, finché non fossi guarito.
Difatti appena guarito presi meco gran parte del mio denaro e del rimanente delle mie sostanze ne feci donazione a’ miei parenti.
Partii adunque da Bagdad, o miei signori, e fin qui son venuto. Avevo speranza di non incontrare questo barbiere in un paese cotanto lontano, pure lo ritrovo fra voi; non siate quindi sorpresi della premura che ho di ritirarmi.
Nel terminar queste parole il giovane zoppo si alzò e partì.
Partito lo zoppo, restammo tutti molto meravigliati della sua storia. Gettammo i nostri sguardi sopra il barbiere, e gli dicemmo aver egli gran torto, se quanto avevamo udito era vero.
- Signori - ci rispose alzando il capo - il silenzio da me osservato mentre quel giovine vi ha parlato, deve servirvi di testimonianza, qualmente egli vi ha detto la pura verità: ma per quanto egli abbia potuto dirvi, sostengo aver io dovuto eseguire quanto ho [197] operato. Io ne faccio voi stessi giudici. Non erasi egli gettato nel pericolo? E senza il mio soccorso ne sarebbe egli partito tanto felicemente? Egli è troppo fortunato di essersene liberato con una gamba incomoda. Non mi sono io esposto a pericolo maggiore, onde levarlo da una casa in cui m’immaginava venisse maltrattato? Ha egli ragione di dolersi di me e di opprimermi d’ingiurie cotanto atroci? Questo è quello che si guadagna a servir persone ingrate! Mi accusa di essere un ciarlone: e questa è pura calunnia. Di sette fratelli che noi eravamo, io son quegli che parlo meno ed ho maggiore spirito degli altri. Per farvelo vedere chiaramente, o miei signori, vi voglio narrar la mia e la loro storia. Eran tutti più ciarloni gli uni degli altri ed in quanto alla figura vi era ancora una differenza ben grande fra essi e me. Il primo era gobbo, il secondo sdentato, il terzo cieco, il quarto guercio, il quinto aveva le orecchie tagliate, ed il sesto le labbra spezzate.
STORIA DEL PRIMO FRATELLO GOBBO
Mio fratello maggiore, chiamato Bacbouc il gobbo, era sarto di professione. Prese in affitto una bottega rimpetto ad un molino, ma conoscendo poco la sua partita, campava la vita con grandi stenti.
Il molinaro al contrario vivea comodamente, e possedeva una bellissima moglie.
Un giorno mio fratello, lavorando nella sua bottega, alzò il capo e vide alla finestra del molino la molinara, la quale guardava nella strada. La trovò tanto bella, da restarne innamorato.
La molinara, appena ebbe penetrato i sentimenti di mio fratello, invece di sdegnarsene, risolse di divertirsi alle spalle di mio fratello. Aveva essa una pezza di stoffa, molto bella, di cui era già lungo tempo che voleva farsi un abito; la involse in un bel fazzoletto di seta ricamato, e gliela mandò per mezzo di una sua giovine schiava. La schiava, perfettamente istruita, venne alla bottega del sarto.
- La mia padrona vi saluta - gli disse - e vi prega di farle un abito con questo drappo e questo modello.
 Mio fratello incaricò la schiava di dire alla sua padrona, che tutto avrebbe abbandonato per servirla [198] subito, e l’abito sarebbe pronto pel giorno seguente.
La mattina seguente la giovine schiava venne a vedere se l’abito era terminato.
Bacbouc glielo consegnò ben piegato, dicendo:
- Ho troppo interesse di contentare la vostra padrona, per trascurare il suo abito: voglio con la mia prontezza impegnarla a non servirsi in avvenire se non da me.
Non era un quarto d’ora che la schiava aveva lasciato mio fratello quando ritornò con una pezza di raso.
- La mia padrona, - gli disse - è molto contenta dell’abito, e vi prega di farle un paio di calzoni il più presto possibile con questa pezza di raso.
- Tanto basta - rispose Bacbouc - potrete venirli a prendere verso sera.
La molinara comparì spesso alla finestra, e fu prodiga de’ suoi vezzi onde dar coraggio a mio fratello. Egli lavorò con diligenza ed i calzoni furono ben presto terminati.
La schiava venne a pigliarli, ma non portò il denaro.
Lo sfortunato amante, tenuto a bada senz’accorgersene, nulla aveva mangiato in tutto quel giorno, sicché fu obbligato di prendere ad imprestito qualche cosa onde comprarsi da cena.
Il giorno seguente la giovine schiava venne a dirgli, che il molinaro bramava parlargli:
- La mia padrona - soggiunse - gli ha detto tanto bene di voi mostrandogli il vostro lavoro, da invogliarlo a farvi lavorare per lui pure, e ciò anche per poter riuscire su quanto ugualmente l’una e l’altro di voi bramate.
Mio fratello si lasciò persuadere e se ne andò al molino colla schiava. Il molinaro lo accolse molto favorevolmente e presentandogli una pezza di tela:
- Ho bisogno di camicie - gli disse - questa è la tela; vorrei me ne faceste una ventina. Se ve n’avanza, me la restituirete.
- Mio fratello fu obbligato per cinque o sei giorni a lavorare per cucire le venti camicie del molinaro, il quale poscia diedegli un’altra pezza di tela per farne altrettante paia di mutande. Terminate queste, Bacbouc le portò al molinaro, il quale chiese quanto dovevagli: e mio fratello disse accontentarsi di venti dramme d’argento.
Il molinaro chiamò subito la giovine schiava, e le [199] disse di portare il saggiuolo per vedere se la moneta era giusta. La schiava guardò mio fratello con isdegno per fargli capire ogni cosa esser rovinata se riceveva denaro. Egli comprese subito, e ricusò la sua mercede, ancorché ne avesse estremo bisogno.
Nell’uscir dalla casa del molinaro venne a pregarmi di somministrargli di che vivere, dicendomi non essere stato pagato del suo lavoro. Gli diedi poche monete di rame, e ciò lo fece sussistere qualche giorno magramente, non mangiando se non un po’ di minestra.
Un giorno egli entrò in casa del molinaro, e credendo questi che venisse a cercargli del denaro, gliene offerì: ma la giovine schiava trovandosi presente fecegli di nuovo un cenno, impedendogli di accettarne, dicendo venir solo informarsi di sua salute.
Il molinaro ne lo ringraziò e diedegli da fare una veste. Bacbouc gliela portò il giorno seguente, ed il molinaro pigliò in mano la sua borsa.
La giovine schiava guardò mio fratello.
- Andate - egli disse al molinaro - nulla ci affretta; faremo i conti un’altra volta.
Sicché questo povero sciocco ritirossi nella sua bottega con tre grandi malattie: cioè a dire, innamorato, affamato, senza denaro.
La molinara era avara e trista: non si contentò di aver ingannato mio fratello di quanto gli era dovuto, ma stimolò pure suo marito a vendicarsi dell’amore che quegli aveva per essa.
Il molinaro invitò Bacbouc una sera a cena, e dopo avergli regalato un pessimo banchetto, gli disse:
- Fratello, l’ora, è troppo tarda per ritirarvi alla vostra casa, restate pure qui.
Dopo aver detto questo, lo condusse in un luogo del molino ove eravi un sol letto, indi lo lasciò e ritirossi con sua moglie.
Alla metà della notte il molinaro venne a ritrovar mio fratello.
- Vicino - gli disse - dormite voi? La mia mula è inferma, ed ho molto frumento da macinare. Molto piacere mi fareste voi girando il molino in sua vece.
Bacbouc per dimostrargli di essere uomo di buona volontà, gli rispose esser pronto a prestargli simile servigio.
Il molinaro allora lo legò a mezzo corpo come si farebbe ad una mula, e dandogli poscia un gran colpo collo staffile sopra la schiena, gli disse:
- Camminate, vicino!
[200] - E perché mi battete? - gli rispose mio fratello.
- Per incoraggiarvi - soggiunse il molinaro - perocché senza questo la mia mula non cammina.
Fatti cinque o sei giri, voleva riposarsi: ma il molinaro gli replicò una dozzina di colpi bene assestati collo staffile, dicendogli:
- Coraggio, o vicino, non vi fermate, vi prego; dovete camminare senza prender fiato, altrimenti rovinate la mia farina.
Il molinaro obbligò mio fratello a girare in tal modo il molino per tutto il rimanente della notte. Sul far del giorno lo lasciò senza distaccarlo, e ritirossi nella camera di sua moglie.
Bacbouc stette per qualche tempo in questo stato, e alla fine la giovine schiava venne a levarvelo.
- Ah! quanto vi abbiamo compianto la mia buona padrona ed io! - esclamò la perfida. - Noi non abbiamo parte alcuna al pessimo trattamento fattovi da suo marito.
L’infelice Bacbouc nulla le rispose, tanto era lasso e pestato dai colpi, e ritornossene alla casa, facendo una ferma e costante risoluzione di non più pensare alla molinara.
STORIA DEL SECONDO FRATELLO SDENTATO
- Il mio secondo fratello, chiamato Bakbarah lo sdentato, camminando un giorno per la città incontrò una vecchia in una strada remota, la quale lo fermò per dirgli:
- Se avete tempo di venir meco, vi condurrò in un Palazzo magnifico, ove vedrete una dama più bella del sole, la quale vi accoglierà con molto piacere e vi darà da far colazione con eccellente vino.
Bakbarah avendo accettato, s’incamminò colla vecchia. Giunsero alla porta di un gran Palazzo, ove erano molti ufficiali e servitori. Alcuni volevano fermar mio fratello: ma non appena la vecchia ebbe loro parlato, lo lasciarono passare.
Quella allora, voltasi a mio fratello, gli disse:
- Ricordatevi adunque che la giovine dama, nella di cui casa vi conduco, ama la dolcezza ed il contegno. Non vuol essere contraddetta.
Bakbarah la ringraziò di questo avviso, e promise di profittarne. Essa lo fece entrare in un bell’appartamento [201] corrispondente alla magnificenza del palazzo, attorniato da una galleria ed avente nel mezzo un bellissimo giardino.
Mio fratello udì all’improvviso un grande strepito, proveniente da una schiera di schiave allegre, le quali vennero a lui facendo schiamazzi di risa; nel mezzo di quelle vide una giovane dama di una singolare bellezza. Essa occupò il luogo d’onore, e poscia lo pregò di sedere, dicendogli con aria ridente:
- Sono molto contenta di vedervi e vi auguro tutto il bene immaginabile!
- Signora - le rispose Bakbarah - non ne posso bramare uno maggiore, se non l’onore di stare alla vostra presenza.
- Parmi che siate di umore allegro - replicò essa - quindi approverete di buona voglia che passiamo insieme allegramente il tempo.
Ciò detto comandò si preparasse la colazione, e immantinente fu imbandita la tavola. Si assise poscia con le schiave e con mio fratello. Essendosi egli collocato in faccia alla dama, questa si accorse che egli non aveva denti, ed osservar lo faceva alle schiave, le quali ne ridevano di tutto cuore con lei.
Terminata la colazione, tutti si alzarono da tavola. Dieci schiave presero gli strumenti, altre si diedero a danzare. Mio fratello danzò egli pure, e la dama ancora fece lo stesso. Dopo di aver per qualche tempo ballato, tutti si assisero per riposarsi e prender fiato.
La dama gli fece porgere un bicchier di vino, e sorridendo guardò mio fratello, per fargli intendere che essa beveva alla sua salute.
Egli si alzò e stette in piedi mentre questa beveva, ed essa invece di restituire il bicchiere lo fece riempire e lo presentò a mio fratello perché facesse lo stesso.
Questi prese il bicchiere dalla mano della dama, e bevette in piedi, in riconoscenza del favore fattogli.
La giovine dama poscia lo fece sedere vicino ad essa, e principiò ad accarezzarlo. Gli appoggiò la mano dietro il capo, dandogli di quando in quando dei piccoli schiaffi. Rapito, quasi fuori di sé per tali favori, riputavasi il più felice uomo del mondo, e sentivasi tentato egli pure di scherzare con questa vaga persona, ma non ardiva pigliarsi tal libertà alla presenza di tante schiave, le quali tenevano sempre gli occhi fissi su di lui.
La giovine dama continuò a dargli schiaffi [202] leggieri:  ma alla fine gliene applicò uno sì forte, che egli ne rimase scandalizzato.
Le sue schiave, studiandosi di divertirla, entrarono nel giuoco: l’una dava al povero Bakbarah dei buffetti sul naso, l’altra gli tirava l’orecchio a segno di strapparglielo, ed altre gli applicavano schiaffi, che passavano i limiti dello scherzo.
Mio fratello tollerava ogni cosa con una meravigliosa sofferenza, affettando pure un’aria allegra, e guardando la vecchia con un forzato sorriso.
La dama allora prese la parola, e disse a mio fratello:
- Voi siete un brav’uomo: io sono molto contenta di ritrovare in voi tanta dolcezza per i miei leggieri capricci.
- Signora, - ripigliò Bakbarah, incantato da questi discorsi - io non sono più padrone di me, sono tutto vostro, e a vostro agio potete di me disporre.
Mio fratello era rapito fuor di sé stesso, tanto era il suo contento. La giovine dama comandò alle schiave di principiar di nuovo i loro concerti.
Esse obbedirono, e in questo mentre la dama fece venire un’altra schiava e le ordinò di condurre mio fratello con lei, dicendole:
- Fategli quello che voi sapete, poscia riconducetemelo.
- Guardatevi dall’opporvi a quanto da voi si esige - ripigliò la vecchia - precipitereste i vostri affari i quali vanno a gonfie vele. Siete amato, e vi si vuol rendere felice.
Bakbarah si arrese alle ragioni della vecchia, e senza proferire una sola parola, lasciossi condurre dalla schiava in una camera, ove gli furono dipinte le sopracciglia di rosso, rasi i mustacchi, la barba e lo rivestirono da donna.
Una volta vestito da donna venne condotto alla presenza della giovine dama, la quale proruppe in sì grasse risate vedendolo, che si riversò sopra il sofà ove se ne stava assisa. Le schiave fecero altrettanto, battendo le mani in modo tale, che mio fratello rimase molto imbarazzato a conservare il suo contegno.
La giovine dama si alzò e senza poter tralasciar di ridere, gli disse:
- Dopo la compiacenza per me avuta, avrei torto di non amarvi con tutto il mio cuore: ma bisogna fare ancora una cosa per mio amore, ed è di danzare nel modo in cui siete.
[203] Egli obbedì, e la giovine dama e le schiave danzarono con esso, ridendo come pazze.
Dopo aver ballato per qualche tempo, si avventarono tutte sopra quel miserabile, e tanti schiaffi gli diedero, tanti pugni e calci, ch’egli cadde a terra, quasi privo di sentimenti.
La vecchia lo aiutò a rialzarsi, e per non dargli tempo di risentirsi del pessimo trattamento fattogli:
- Consolatevi - gli disse all’orecchio - è giunta finalmente la fine de’ vostri patimenti e siete per riceverne il premio. Non vi resta se non ad eseguire una bagatella. Ascoltate: la mia padrona è solita, quando ha un poco bevuto come oggi, di non lasciarsi avvicinare se non da quelli che sono in sottoveste; in tale stato si mette a correre avanti ad essi per la galleria, e di camera in camera finché venga colta. Questa, ancora è una delle sue bizzarrie: voi siete agile e robusto ed in breve avrete il piacere di afferrarla. Ponetevi adunque presto in camicia e non fate smorfie.
Il mio buon fratello avea già fatto troppo per dispensarsi da simile inezia. Spogliossi ed intanto la giovine dama si fece levar la veste, rimanendo in sottana, per correre con maggior facilità.
Quando entrambi furono in istato di principiar la corsa, la giovine dama pigliò il vantaggio di venti passi circa, e si pose a correre con una agilità meravigliosa. Mio fratello la seguì di tutta sua possa, non senza eccitare le risa di tutte le schiave, che battevano le mani.
La giovine dama gli fece fare due o tre giri nella galleria, poscia entrò in una lunga sala oscura, da cui scappò per un andirivieni a lei ben noto.
Bakbarah, avendola perduta di vista, si vide obbligato a correre meno frettolosamente a causa dell’oscurità. Osservò finalmente un lume, verso il quale ripigliò il suo corso, ed uscì da una porta, la quale subito gli fu serrata dietro.
Immaginatevi se ebbe ragione di essere sorpreso, ritrovandosi nel mezzo di una strada di conciatori di pelli.
Essi non lo furono meno nel veder lui in camicia con le ciglia dipinte di rosso, senza barba e senza mustacchi. Principiarono a batter le mani, a fischiarlo, e molti gli corsero dietro, e lo sferzarono con staffili di pelle. L’arrestarono pure, lo posero sopra un asino, incontrato a caso e lo condussero per la città esposto alle risa di tutto il popolaccio.
[204] Per colmo di disgrazia, passando davanti alla casa del Luogotenente criminale, questo giudice volle sapere la cagione di quel tumulto. I cuoiai gli dissero aver veduto uscire mio fratello nello stato in cui ritrovavasi, da una porta dell’appartamento delle donne.
A questa relazione il giudice fece dare allo sfortunato Bakbarah cento bastonate sotto la pianta dei piedi, indi lo fece condur fuori della città con la proibizione di non rientrarvi mai più.
STORIA DEL TERZO FRATELLO CIECO
Il mio terzo fratello, chiamato Bakbac, era cieco; ed il suo avverso destino avendolo ridotto alla mendicità, andavasene di porta in porta, a chiedere l’elemosina.
Un giorno picchiando alla porta di una casa, il padrone della medesima dimandò:
- Chi va là?
Mio fratello nulla rispose e picchiò una seconda volta.
Il padrone della casa discese, aprì, e domandò a mio fratello ciò che volesse.
- Che mi diate qualche cosa per elemosina - gli disse Bakbac.
- Voi siete cieco, mi pare - ripigliò il padrone di casa.
- Ohimè! questo è pur troppo vero - rispose mio fratello.
- Stendete la mano - gli disse il padrone.
Mio fratello gliela presentò, credendo gli volesse dare l’elemosina, ma il padrone gliela pigliò per aiutarlo a salire nella sua camera.
Giunti entrambi nella camera, il padrone gli lasciò la mano, si rimise al suo luogo, e di nuovo gli chiese quel che bramasse.
- Vi ho detto - gli rispose Bakbac - che desideravo da voi un’elemosina.
- Buon cieco - replicò il padrone - tutto quello che per voi posso fare, è di augurarvi che il cielo vi restituisca la vista!
- Aiutatemi almeno a discendere come mi avete aiutato a salire - replicò Bakbac.
- La scala è dirimpetto a voi - ripigliò il padrone - discendete.
[205] Mio fratello si pose a discendere, ma mancandogli il piede a metà della scala, si fece male alle reni ed al capo.
Si rialzò con gran pena, ed uscì dolendosi e mormorando contro il padrone di casa, il quale rise della sua caduta.
Nell’uscire della casa, due ciechi suoi compagni, i quali passavano, lo riconobbero alla voce, e si fermarono per domandargli ciò che avesse: gli narrò loro l’accaduto, e dopo aver detto non avere in tutto il giorno ricevuto nulla:
- Vi scongiuro - soggiunse - di accompagnarmi fino a casa, affinché io prenda alla vostra presenza qualche cosa del denaro che abbiamo in comune, per comprarmi da cena.
I due ciechi vi acconsentirono, e s’incamminarono verso casa.
Bisogna osservare che il padrone della casa, ove mio fratello era stato sì ben maltrattato, era un ladro. Udì dalla finestra quanto Bakbac aveva detto a’ suoi compagni perciò discese, li seguì, ed entrò con essi in un’infelice casa, ove abitava mio fratello.
I ciechi si assisero, e Bakbac disse:
- Avendomi voi fatto depositario del denaro accumulato, voglio farvi vedere non essere io indegno della fiducia in me riposta. L’ultima volta, ve ne ricorderete, avevamo diecimila dramme, le quali riponemmo in dieci sacchetti. Voglio mostrarvi qualmente io non vi ho posto mano. Eccoli, potete giudicare dal loro peso, esser essi nel loro stato primiero.
I suoi compagni avendogli risposto fidarsi delle sue parole, aprì uno dei sacchetti, ne cavò dieci dramme e gli altri ne cavarono ognuno altrettanto.
Mio fratello ripose poscia i dieci sacchetti al loro posto, indi uno dei ciechi gli disse non esservi bisogno di nulla in quel giorno per cena, avendo egli sufficienti provvisioni per tutti e tre, mercé la carità di certe buone persone. Nello stesso tempo tolse dalla sua saccoccia del pane, del formaggio e della frutta; pose il tutto sopra la tavola, e poscia principiarono a mangiare.
Il ladro, il quale se ne stava alla destra di mio fratello, sceglieva quanto di migliore vi era, e con essi mangiava: ma qualunque cautela usar potesse per non fare strepito, Bakbac l’udì masticare, e subito esclamò:
- Noi siamo perduti, vi è un forestiere con noi!
Stese la mano ed afferrato il ladro per un braccio, [206] si avventò sopra di lui dandogli forti schiaffi e pugni e gridando:
- Al ladro! al ladro!
Gli altri ciechi si posero essi pure a gridare ed a bastonare il ladro.
Essendo egli forte e vigoroso ed avendo il vantaggio di vedere ove erano indirizzati i suoi colpi, ne scaricava dei pesanti ora sopra l’uno ed ora sopra l’altro, gridando egli pure al ladro.
I vicini ben presto accorsero allo strepito, ruppero la porta, ed ebbero gran pena a separare i combattenti: ma finalmente essendovi riusciti, chiesero loro il perché della quistione.
- Signori miei - disse mio fratello, non avendo mai abbandonato il ladro - quest’uomo è un furfante, entrato per involarci il poco denaro che abbiamo.
Dal canto suo il ladro avea chiusi gli occhi all’apparir dei vicini, fingendo di esser cieco.
Miei signori - disse loro - questo è un bugiardo! Io vi giuro, esser io un loro compagno, e ch’essi ricusano di darmi la mia parte. Tutti e tre si sono rivolti contro di me, ed io imploro giustizia.
I vicini non vollero imbarazzarsi nella loro contesa e li condussero tutti e quattro dal Luogotenente criminale.
Giunti alla presenza di quel giudice, il ladro, senza aspettare di essere interrogato, disse contraffacendo sempre il cieco:
- Signore, giacché siete voi destinato per amministrare la giustizia in nome del Califfo, il di cui potere voglia sempre più prosperare il Cielo, vi confesserò essere ugualmente rei i tre miei compagni ed io. Ma siccome ci siamo impegnati con giuramento a nulla confessare, se non obbligati dal tormento delle bastonate, se volete sapere il nostro delitto, comandate che ci vengano somministrate, incominciando da me. Mio fratello voleva parlare, ma gli fu imposto silenzio.
Allora il ladro andò il primo sotto il bastone ed ebbe la costanza di lasciarsene dare fino a trenta colpi: ma facendo vista di lasciarsi vincere dal dolore, aprì prima un occhio e poscia l’altro, gridando misericordia e supplicando il giudice di far sospendere le bastonate.
Questi vedendo che il ladro lo guardava cogli occhi aperti, gli disse:
- Scellerato, che significa questo miracolo?
- Signore - rispose il ladro - voglio scoprirvi [207] un segreto importante, se volete darmene in pegno l’anello che tenete nel dito.
Il giudice fece sospendere le bastonate, gli consegnò il suo anello e promise di fargli grazia.
- Sulla fede di questa promessa - ripigliò il ladro - vi confesso, o signore, che i miei compagni ed io ci vediamo molto chiaramente. Fingiamo di esser ciechi per entrare liberamente nelle case, e penetrare fino negli appartamenti delle donne, ove abusiamo della loro debolezza. Vi confesso inoltre, aver guadagnato con questo artifizio diecimila dramme fra tutti e quattro. Ne ho richieste oggi ai miei compagni duemila e cinquecento, le quali mi appartengono, essi me le hanno negate. Aspetto dalla vostra giustizia, o signore, la libertà e la mia parte delle diecimila dramme.
Mio fratello e gli altri due ciechi volevano giustificarsi da un’impostura cotanto orrenda, ma il giudice non si degnò ascoltarli.
- Scellerati - disse loro il giudice - in tal maniera dunque contraffate i ciechi, ingannate le persone sotto pretesto di eccitare la loro carità, per commettere azioni cotanto inique?
- Questa è una calunnia! - esclamò mio fratello nessuno di noi ci vede, e ne chiamo Maometto a testimonio.
Quanto disse mio fratello fu inutile. Egli ed i suoi compagni ricevettero ognuno duecento bastonate. Il giudice aspettava sempre di veder loro aprir gli occhi, ed attribuiva all’ostinazione ciò che non era possibile.
In questo mentre il ladro diceva a’ ciechi:
- Povere persone, aprite gli occhi, né aspettate di morir sotto il bastone!
Rivolgendosi poscia al Luogotenente criminale:
- Signore - gli disse - vedo bene che la loro malizia giungerà all’estremo, e non apriranno mai gli occhi. Meglio sarebbe far loro la grazia, e spedire qualcheduno meco a pigliare le diecimila dramme nascoste.
Il giudice vi acconsentì.
Fece accompagnare il ladro da uno de’ suoi domestici, poscia gli contò duemila e cinquecento dramme, ritenendo il rimanente per sé: indi esiliò il mio fratello ed i suoi compagni.
[208]
STORIA DEL QUARTO FRATELLO GUERCIO
- Alcouz era il nome di costui ed egli diventò guercio nel modo seguente:
Essendo beccaio di professione, aveva un talento particolare per allevare i montoni. Un giorno in cui se ne stava nella sua bottega, un vecchio dalla barba bianca venne a comprar sei libbre di carne, glie ne diede il denaro del prezzo e se ne andò. Mio fratello trovò il denaro del vecchio sì bello, bianco e ottimamente coniato, che lo pose da parte in uno scrigno. Lo stesso vecchio non tralasciò per cinque mesi continui di andare a pigliare ogni giorno la stessa quantità di carne, e di pagarla in egual moneta, che mio fratello continuò a porre da parte.
Alla fine de’ cinque mesi, Alcouz volendo comprar una quantità di castrati e pagarli con quella bella moneta, aprì lo scrigno, ma invece di ritrovarlo, restò sommamente attonito di vedere delle foglie tagliate in rotondo in luogo della moneta. Diedesi molti pugni nel capo prorompendo in grida, le quali in breve attirarono il vicinato, la di cui sorpresa fu eguale alla sua quando ebbero udito l’accaduto.
- Piacesse al cielo - esclamò mio fratello piangendo - che quel traditore di vecchio giungesse qui presentemente con la sua aria da ipocrita!
Appena ebbe terminata simile esclamazione, da lontano, lo vide venire. Gli corse incontro precipitosamente ed afferrandolo con la mano:
- Mussulmani - esclamò egli con tutta la forza - aiuto! Udite.
Nello stesso tempo narrò ad una gran moltitudine di popolo radunatosi intorno a lui, ciò che già aveva raccontato a’ suoi vicini.
Terminato ch’ebbe, il vecchio, senza scomporsi, gli disse freddamente:
- Voi fareste molto bene a lasciarmi andare pei fatti miei e di riparare con quest’azione l’affronto fattomi alla presenza di tanto popolo, altrimenti vi potrebbe capitar peggio.
- E che cosa potete dire contro di me? - esclamò mio fratello.
- Volete dunque che lo pubblichi? - ripigliò il vecchio con la stessa voce. - Sappiate - soggiunse egli voltandosi al popolo - che invece di vender carne [209] di castrato come dice, vende carne umana!! Anche in questo momento che io vi parlo, vi è un uomo scannato ed appeso fuori della vostra bottega a guisa di castrato. Vadasi colà e si vedrà se io dico la verità.
Prima di aprir lo scrigno ov’erano le foglie, mio fratello aveva ucciso un castrato in quel giorno, accomodato ed esposto fuori della sua bottega, secondo il solito. Egli protestò che quanto diceva il vecchio era falso: ma ad onta delle sue proteste, la plebe credula, volle subito venire in chiaro dell’affare, ed obbligando Alcouz a rilasciare il vecchio, si assicurò di lui stesso, e con furore corse fino alla sua bottega, ove vide l’uomo scannato ed appeso come l’accusatore aveva riferito, imperocché il vecchio, che era Mago, aveva affascinati gli occhi dei popolo, come affascinati aveva quelli di mio fratello, per fargli pigliare invece di buon argento le foglie da esso dategli.
A tale spettacolo, uno di quelli che tenevano Alcouz, gli dette un gran pugno dicendogli:
- Come! uomo iniquo, in tal maniera, adunque ci fai mangiare la carne umana?
Ed il vecchio, che non lo aveva abbandonato, gliene scaricò un altro col quale cavogli un occhio.
Tutte le persone pure, che gli si poterono accostare, fecero lo stesso. Non si contentarono di maltrattarlo, ma lo condussero alla presenza del Luogotenente criminale, al quale presentarono il supposto cadavere, il quale avevano slegato e portato con loro, acciò servisse di testimonio contro l’accusato.
- Signore - disse il vecchio - voi vedete un uomo il quale è tanto barbaro da uccidere le persone e vendere la loro carne, invece di quella di castrato. Il pubblico aspetta con impazienza che ne diate un esemplare castigo.
Il luogotenente criminale udì con sofferenza mio fratello: ma l’argento cangiato in foglie parevagli sì degno di poca fede, che trattò mio fratello da impostore, e rapportandosene alla testimonianza de’ suoi occhi, gli fece dare cinquecento bastonate. Avendolo poscia obbligato di dirgli ove fosse il suo contante, tolsegli quanto aveva e lo esiliò per sempre, dopo d’averlo esposto agli occhi di tutta la città per tre giorni di seguito sopra un cammello.
[210]
STORIA DEL QUINTO FRATELLO
DALLE ORECCHIE TAGLIATE
- Alnascar, finché visse nostro padre, se ne stette neghittoso. Invece di lavorare per guadagnarsi il vitto, non aveva rossore di chiedere l’elemosina. Nostro padre morì carico di anni, lasciandoci tutto il suo avere, cioè 700 dramme di argento. Le dividemmo in parti uguali fra noi. Alnascar, il quale non aveva mai posseduto tanto danaro in una volta, si trovò molto imbarazzato per sapere come lo impiegherebbe. Si consigliò lungo tempo da sé stesso su tale proposito, e risolse finalmente d’impiegarlo in tanti vetri, che andò a comprare.
Pose egli il tutto in una gran cesta, e scelse una picciola bottega, ove s’assise tenendo la cesta davanti a sé, e la schiena appoggiata al muro, aspettando l’arrivo degli avventori.
In quella positura, tenendo gli occhi fermi sopra il suo canestro, si pose a pensare, e immerso in questo pensiero pronunciò le seguenti parole ad alta voce, per essere udito da un sarto a lui vicino.
- Questo canestro - disse - mi costa cento dramme: cioè quanto io mi ritrovo avere in questo mondo. Io benissimo ne ritrarrò duecento dramme, che di nuovo impiegherò in vetri, e ne ricaverò quattrocento. In tal maniera continuando, in progresso di tempo radunerò quattromila dramme. Di quattromila dramme con facilità ne farò fino ad ottomila. Quando ne avrò diecimila, abbandonerò subito la mercanzia dei vetri per farmi gioielliere. Negozierò in diamanti, in perle, in ogni sorta di gioie. Possedendo allora ricchezze a seconda delle mie brame, comprerò un palazzo, molti campi e terre, schiavi, eunuchi e cavalli, farò banchetti e grande strepito nel mondo. Introdurrò in mia casa quanti suonatori vi saranno nella città, ballerini e ballerine. Non mi contenterò di tutto questo, e radunerò fino a centomila dramme. Quando mi vedrò ricco di centomila dramme, mi reputerò uguale ad un principe e manderò a chiedere in matrimonio la figlia del gran Visir, facendo dire a quel ministro, aver io udite meraviglie della bellezza, della saviezza, dello spirito e delle altre qualità tutte di sua figlia ed essere [211] io pronto a sborsargli mille pezzi d’oro per le nostre nozze.
- Dopo la cerimonia delle nostre nozze - continuò Alnascar - prenderò dalle mani d’un mio famigliare, a me vicino, una borsa di cinquecento pezzi d’oro, che distribuirò alle paraninfe perché mi lascino solo con la mia sposa. Quando si saranno ritirate, mia moglie si coricherà la prima, io mi coricherò in seguito vicino ad essa colle spalle voltate, e passerò la notte senza dirle una parola. L’indomani ella non mancherà di lagnarsi della mia indifferenza e del mio orgoglio alla madre, moglie del gran Visir, del che avrò grandissima gioia. Sua madre verrà a trovarmi, mi bacierà le mani con rispetto e mi dirà:
- Signore - perché non oserà chiamarmi suo genero per timore di dispiacermi, parlandomi tanto famigliarmente - vi prego di non isdegnar di guardare mia figlia e di avvicinarvela.
Simile discorso non mi commuoverà punto, e la mia suocera, ciò vedendo, prenderà un bicchier di vino, e dandolo in mano alla cara figliuola mia sposa:
- Andate - le dirà - presentategli voi stessa questo bicchier di vino, egli non avrà forse la crudeltà di rifiutarlo da così bella mano.
Mia moglie verrà col bicchiere, restando in piedi tutta tremante innanzi a me. Quando vedrà che io non volgerò affatto lo sguardo dal suo lato, e che persisterò a spregiarla, mi dirà:
- Mio cuore, anima mia, mio amabile signore, vi scongiuro pei favori di cui il cielo vi colma, di farmi la grazia di ricevere questo bicchiere di vino dalla mano della vostra umilissima serva!
Allora stancato dalle sue preghiere le lancerò uno sguardo terribile, dandole un solenne schiaffo sulla guancia, e spingendola col piede sì vigorosamente da mandarla a cadere oltre il sofà...
Mio fratello era talmente immerso in quelle visioni chimeriche, che accompagnò l’azione col piede, e disgraziatamente ruppe tutti i suoi vetri. Il sarto suo vicino, il quale aveva udito la stravaganza del suo discorso, diede in uno scroscio di risa quando vide cadere il paniere dicendogli:
- Uomo iniquo, dovresti morir di vergogna nel maltrattare una giovine sposa, la quale non t’ha dato nessuna cagione di lagnarti di essa. Sei ben brutale per dispregiare le lacrime e le attrattive di sì amabile creatura. Se io fossi in luogo del gran Visir tuo suocero, [212] ti farei dare cento colpi di staffile, e passeggiare per la città con l’elogio che meriti.
Mio fratello, a simile accidente, rientrò in sé stesso, e vedendo essergli ciò avvenuto pel suo insopportabile orgoglio, si batté il volto, si lacerò gli abiti e si pose a piangere in modo da far radunare intorno a sé i vicini e quelli che di là passavano per andare alla preghiera del mezzodì.
Intanto la vanità gli si era dissipata insieme al suo patrimonio, e piangeva ancora il suo destino, quando una signora di considerazione, salita sur una mula riccamente bordata, passava per di là.
Lo stato in cui vide mio fratello la commosse, e domandò chi egli era e la sua sciagura.
Le si rispose solamente essere un povero uomo il quale aveva impiegato tutto il suo scarso avere alla compra d’un paniere di vetrerie, e queste essendo cadute e rottesi non possedea più nulla.
Immantinente la signora si volse ad un eunuco da cui era accompagnata e disse:
- Datogli quanto avete sopra di voi.
L’eunuco obbedì, e pose in mano a mio fratello cinquecento pezzi d’oro.
Alnascar credé morire dalla gioia ricevendo tal somma. Diede mille benedizioni alla signora e dopo aver chiusa la sua bottega, dove la sua presenza non era più necessaria, se ne andò a casa.
Egli faceva profonde riflessioni sul grande benefizio ricevuto, quando sentì picchiare alla sua porta.
Prima di aprire domandò chi fosse ed avendo riconosciuto essere una donna aprì.
- Figliuol mio - gli disse colei - debbo chiedervi una grazia; essendo ora il tempo della preghiera, vorrei lavarmi per essere in istato di farla. Lasciatemi, se vi piace, entrare in casa vostra, e datemi un vaso d’acqua.
Mio fratello non tralasciò di accordarle quanto domandava. Le diede un vaso pieno d’acqua: poscia, riprendendo il suo posto e sempre occupato della sua avventura, mise l’oro in una specie di borsa, atta a portarsi alla cintura.
Intanto la vecchia fece la sua preghiera, e poscia s’avvicinò a mio fratello prostrandoglisi, e due volte battendo la terra colla sua fronte come se avesse voluto pregar Dio; indi, rialzatasi, augurò ogni specie di bene a mio fratello ringraziandolo della sua bontà.
Siccome era vestita poveramente e si umiliava moltissimo [213] innanzi a lui, pensò che gli dimandasse l’elemosina, presentolle due pezzi d’oro. La vecchia retrocedette con sorpresa, come se mio fratello le avesse arrecato un’ingiuria.
- Gran Dio - gli disse - che vuol dir ciò? Mi prendete forse per una di quelle miserabili le quali entrano audacemente in casa altrui per chiedere l’elemosina? Ripigliatevi il vostro denaro, perché io non ho bisogno grazie al cielo. Appartengo ad una giovine signora di questa città, che non mi lascia mancar nulla.
Mio fratello le chiese se poteva procurargli l’onore di vedere quella signorina.
- Molto volentieri - gli rispose - le sarà molto a grado lo sposarvi e mettervi in possesso di tutti i suoi beni facendovi signore di lei. Prendete il vostro danaro e seguitemi.
Rapito d’aver trovato una gran somma di danaro, e insieme una donna bella e ricca, non considerò null’altro. Egli prese i cinquecento pezzi d’oro, e si lasciò condurre dalla vecchia. Essa camminò avanti ed egli la seguì da lontano fino alla porta di una gran casa. La vecchia lo fece entrare per il primo, e dopo avergli fatto attraversare una corte, l’introdusse in una camera.
Mentre la vecchia andò ad avvertire la signora, egli si assise, e sentendo caldo si levò il turbante e se lo mise vicino.
Poco dopo vide entrare la giovine signora. Egli si alzò per riceverla; la signora gli si assise vicino, dimostrandogli molta gioia nel vederlo.
Noi non siamo qui molto comodamente - soggiunse - venite, datemi la mano.
Ciò detto gli presentò la sua e lo condusse in una camera remota, ove conversò ancora qualche tempo con lui, poi lo lasciò, dicendogli: - Aspettatemi, or ora vengo.
Egli attese, ma invece della dama venne uno schiavo nero colla sciabola in mano.
- Che fai tu qui? - disse a mio fratello.
Alnascar al suo aspetto fu talmente preso dallo spavento che non ebbe forza di rispondergli.
Lo schiavo lo spogliò, gli tolse l’oro, e gli diede diversi colpi di sciabola sulle spalle e gli tagliò le orecchie.
Lo sciagurato cadde per terra, ove restò senza moto. Il nero credendolo morto, chiese del sale: la schiava [214] greca ne portò pieno un bacile con cui fregarono le piaghe di mio fratello, il quale ebbe la costanza, ad onta delle sue ferite, di non dar segni di vita.
Il nero e la schiava greca essendosi ritirati, la vecchia che lo aveva condotto a sì mal partito venne a prenderlo pei piedi e lo trascinò fino ad una botola: l’aprì e ve lo gettò dentro, ove si trovò in un luogo sotterraneo con diversi corpi di persone state assassinate. Il sale di cui erano state fregate le sue piaghe, gli aveva conservata la vita.
Riprese a poco a poco forza abbastanza per sostenersi, e a capo di due giorni, avendo aperto la botola durante la notte, ed avendo osservato nella corte un luogo proprio a nascondersi, vi stette fino allo spuntar del giorno.
Allora vide comparire la detestabile vecchia, la quale aprì la porta della strada e partì per andare in cerca di altra preda. Perché essa non lo vedesse non uscì dal suo nascondiglio se non alcuni momenti dopo di lei, e venne a rifugiarsi da me, raccontandomi tutte le avventure accadutegli in sì poco tempo.
A capo di un mese guarì perfettamente delle sue ferite pe’ grandi rimedi da me somministratigli.
Egli risolse di vendicarsi della vecchia e a tal uopo fece una borsa assai grande per contenere cinquecento pezzi d’oro e invece di oro la riempì di pezzi di vetro; s’attaccò il sacco intorno alla cintura, si vestì da vecchia, e prese una sciabola, che ebbe cura di nascondere sotto la sua veste.
Un mattino incontrò la vecchia che passeggiava per la città, cercando l’occasione di fare un cattivo giuoco a qualcuno.
Egli le si avvicinò contraffacendo la voce di una donna:
- Non avreste - le disse - un saggiuolo da prestarmi? Sono una persiana da poco qui giunta. Ho portato dal mio paese cinquecento pezzi d’oro, vorrei vedere il loro peso.
- Buona donna - gli rispose la vecchia - non potevate rivolgervi meglio. Seguitemi, vi condurrò da mio figlio il quale è cambiovalute, egli vi farà il piacere di pesarveli: ma non perdiamo tempo, affinché lo troviamo prima che vada alla sua bottega.
Mio fratello la seguì fino alla casa dove l’aveva introdotto la prima volta, e la porta fu aperta dalla schiava greca.
La vecchia menò mio fratello in una camera, dove [215] lo fece attendere un momento, mentre andò a chiamare il figliuolo.
Il preteso figliuolo venne, sotto la forma dell’infame schiavo nero:
- Maledetta vecchia - disse a mio fratello - alzati e seguimi!
Ciò detto, camminò avanti per condurlo al luogo dove voleva assassinarlo. Alnascar si alzò, lo seguì e tirando la sciabola di sotto la sua veste, gliela scaricò di dietro sì dritta sul collo, che gli tagliò la testa.
Egli la prese con una mano, e coll’altra trascinò il cadavere fino al sotterraneo, dove lo gettò insieme alla testa.
La schiava greca, accostumata a tali operazioni, venne ben presto col bacino di sale: ma quando vide Alnascar colla sciabola in mano, lasciò cadere il bacino e se ne fuggì: ma mio fratello, correndo più sollecito di lei, la raggiunse, e le fe’ volare la testa di sopra le spalle. L’iniqua vecchia accorse al rumore, ed egli se ne impadronì prima che avesse il tempo di sfuggirgli.
- Perfida! - esclamò - mi riconosci tu? Io sono colui presso il quale entrasti or fa un mese per lavarti e fare la tua preghiera d’ipocrita; te ne sovviene?
Allora quella s’inginocchiò per chiedere perdono: ma egli la fece in quattro pezzi.
Non restava altri se non la signora, la quale non sapeva nulla di quanto avveniva in sua casa. Mio fratello la cercò e trovolla in una camera, dove quasi svenne al vederlo comparire.
- Signora - le disse - come potete vivere con persone sì inique come quelle di cui mi son vendicato così giustamente?
- Io era - gli rispose colei - moglie di un onesto mercante e la maledetta vecchia di cui non conosceva affatto la nequizia, veniva a vedermi qualche volta.
- Signora mi disse un giorno - noi abbiamo nozze a casa nostra e mi fareste gran piacere se mi volete far l’onore di venirvi.
Io mi lasciai persuadere, e prendendo il mio più bell’abito con una borsa di cento pezzi d’oro, la seguii.
Ella mi condusse in questa casa, dove trovai questo moro il quale mi tenne per forza tre anni, con mio gran dolore.
- Nella maniera con cui questo detestabile moro si governava - riprese mio fratello - avrà accumulato senza dubbio grandi ricchezze.
[216] - Ve ne ha tante - soggiunse quella - che diverrete ricco per sempre, se potete portarle con voi; seguitemi e le vedrete.
E condusse Alnascar in una camera, dove gli fece vedere effettivamente diversi forzieri pieni d’oro.
- Andate - gli disse la signora - e conducete molta gente per portar via tutto ciò.
Mio fratello non se lo fece dire due volte, uscì, e non istette fuori se non quanto gli fu d’uopo per riunire dieci uomini. Li condusse seco, e giungendo alla casa fu meravigliatissimo di trovare la porta aperta: ma lo fu molto più quando entrato nella camera dove aveva veduti i forzieri, non ne trovò nemmeno uno.
La signora, più astuta e più diligente di lui, ne li aveva fatti levare ed era sparita anch’essa. In difetto dei forzieri, e per non ritornarsene colle mani vuote, fece portar via quante suppellettili v’erano nelle camere e nella guardaroba.
Ma uscendo dalla casa dimenticossi di chiudere la porta. I vicini che avevano riconosciuto mio fratello, e veduto i facchini andare e venire, corsero ad avvertire il giudice di polizia, di questo sgombero, a loro sembrato sospetto.
Alnascar passò la notte tranquillamente, ma all’indomani all’uscir di sua casa trovò venti uomini delle genti del giudice di polizia i quali s’impadronirono di lui, dicendogli:
- Venite con noi, il nostro signore vuol parlarvi! Quando le guardie ebbero condotto mio fratello inanzi al giudice di polizia, questo magistrato gli disse:
- Dove avete prese le suppellettili fatte portare ieri in casa vostra?
- Signore - rispose Alnascar - io son pronto a dirvi la verità.
Allora mio fratello gli narrò sinceramente quanto gli era avvenuto. Il giudice senza nulla promettere a mio fratello mandò in casa sua alcune delle sue genti per portar via quanto vi era, e quando gli fu detto non rimanervi più niente, e trovarsi ogni cosa nella sua guardaroba, egli comandò a mio fratello di uscire al momento dalla città e di non ritornarvi mai più.
Alnascar obbedì all’ordine senza dir nulla ed uscì dalla città per rifuggiarsi in un’altra.
Per la strada fu incontrato da’ ladri che lo spogliarono, lasciandolo nudo come la mano.
Non appena seppi questa sciagurata notizia, presi un abito andando a trovarlo dov’era. Dopo averlo [217] consolato il meglio che potei, lo ricondussi e lo feci rientrare segretamente nella città, dove n’ebbi altrettanta cura, quanta degli altri suoi fratelli.
STORIA DEL FRATELLO
DALLE LABBRA SPEZZATE
Dapprima costui s’industriò molto bene colle cento dramme avute in eredità come gli altri fratelli: ma un rovescio di fortuna lo ridusse nella necessità di domandar l’elemosina. Vi riusciva benissimo, e soprattutto cercava procurarsi l’adito nelle grandi abitazioni pel mezzo dei famigliari, affine di avere un libero accesso presso i padroni e muovere la loro compassione.
Un giorno, passando innanzi ad un palagio magnifico, la cui porta lasciava vedere un cortile spaziosissimo, si rivolse ai portinai, e li pregò a fargli l’elemosina.
- Entrate - gli risposero - e dirigetevi al padrone.
Mio fratello entrò nel vastissimo palagio. Arrivato ad un grand’edificio quadrato d’una bellissima architettura, entrò in un vestibolo da dove scorse un bellissimo giardino. Avanzossi, ed entrò in una camera riccamente addobbata dove scorse un venerabile uomo con lunga barba bianca seduto sopra un sofà.
Infatti era il Barmecida stesso, il quale gli diede col modo più obbligante il benvenuto, domandandogli quel che desiderava.
- Signore - gli rispose mio fratello - sono un pover’uomo ed ho bisogno del soccorso de’ potenti e generosi come voi.
- Il Barmecida esclamò:
- È possibile ch’io stando a Bagdad, un uomo come voi viva in tanta necessità? Ah! non posso soffrirlo.
- Signore - replicò mio fratello - vi giuro che oggi non ho mangiato niente.
- Possibile! - rispose il Barmecida - che siate digiuno a quest’ora? Ohimè! il povero uomo muore di fame! Olà servi, portateci il bacino e l’acqua affinché ci laviamo le mani.
Benché niun servo apparisse, e mio fratello non [218] vedesse né acqua né bacino, il Barmecida nondimeno si fregava le mani come se qualcuno vi avesse versato l’acqua al di sopra, e ciò facendo diceva a mio fratello:
- Avvicinatevi dunque, lavatevi come me.
Schahabac, gli si avvicinò e fece come lui.
- Andiamo - disse allora il Barmecida - portateci il pranzo, senza farci aspettare.
Ciò detto, quantunque non si portasse nulla, fece come se avesse preso qualche cosa da un piatto, e portato alla bocca, e masticando a vuoto, disse a mio fratello:
- Mangiate, ospite mio, ve ne prego, operate liberamente come se foste in casa vostra.
- Che dite di questo pane - riprese il Barmecida - non lo trovale eccellente?
- Ah, signore - soggiunse mio fratello non vedendo né pane né carne - non ne ho mai mangiato di così bianco e delicato.
- Mangiate dunque tutta la vostra porzione - replicò il Barmecida.
- Che si apporti ora un intingolo - esclamò Barmecida; - ebbene, che ve ne pare?
- È meraviglioso - soggiunse Schahabac - vi si sente l’ambra, il garofano, la noce moscata, lo zenzero, il pepe ed erbe odorifere, di cui una non impedisce di sentir l’altra: oh quale voluttà!
- Fate onore a quest’intingolo - replicò il Barmecida - mangiate dunque, ve ne prego.
- Signore - gli rispose mio fratello, cui facevan male le mascelle a forza di masticare a vuoto - vi assicuro che son talmente sazio, da non poter più mangiare un sol boccone.
- Mio ospite - riprese il Barmecida - dopo aver sì ben mangiato, bisogna bere. Voi bevete anche del vino?
- Signore - gli disse mio fratello - non bevo vino, se vi piace, essendomi proibito.
- Siete troppo scrupoloso - replicò il Barmecida - fate come me.
- Ne beverò dunque per compiacenza - soggiunse Schahabac.
Il Barmecida ordinò il vino: ma non fu più reale della carne.
Egli finse di mescere e di bere per il primo; poi di versarne a mio fratello e presentargli il bicchiere, dicendo:
[219] - Bevete alla mia salute, e ditemi se lo trovate buono!
Mio fratello finse di prender il bicchiere, di guardarlo come per vedere se il colore del vino era bello, e di portarlo al naso per giudicare se l’odore era piacevole; poi fece un profondo inchino al Barmecida, per dimostrargli qualmente prendevasi la libertà di bere alla sua salute.
- Signore - diss’egli - io trovo questo vino eccellente: ma non mi sembra tanto forte.
- Se lo desiderate più forte non avete che a parlare - rispose il Barmecida - nella mia cantina ve ne ha di molte specie. Vedrete se vi contenta quest’altro.
Ciò detto, finse versarsi altro vino per sé e poscia a mio fratello, e lo fece tante volte che Schahabac, fingendo che il vino l’avesse riscaldato, contraffece l’ubriaco, ed alzando la mano batté sì fortemente sulla testa del Barmecida che lo rovesciò per terra.
Voleva batterlo ancora, ma il Barmecida difendendosi colla mano, esclamò:
- Siete pazzo?
Allora mio fratello rattenendosi, gli disse:
- Signore, voi avete avuta la bontà di ricevere in casa vostra un vostro schiavo e di dargli un gran banchetto. Dovevate contentarvi di avermi dato da mangiare. Non bisogna darmi del vino.
Com’ebbe terminato queste parole, il Barmecida, invece d’inquietarsi, si mise a ridere a più non posso dicendo:
- È lungo tempo che vado in traccia d’un uomo del vostro carattere!
Il Barmecida fece mille carezze a Schahabac aggiungendo:
- Non solo vi perdono il colpo datomi, ma voglio altresì che diveniamo amici e non abbiate altra casa che la mia. Avete avuto la compiacenza di accomodarvi al mio umore e la pazienza di sostenere la burla fino alla fine: ma ora mangeremo realmente.
Ciò detto picchiò le mani comandò a diversi famigli d’imbandire la tavola e di servire. Venne obbedito prontamente, e mio fratello fu regalato delle stesse vivande gustate prima col pensiero.
Il Barmecida trovò in mio fratello tanto spirito, e tanta intelligenza in tutte le cose, che pochi giorni dopo gli affidò la cura di tutta la sua casa e di tutti i [220] suoi affari. Mio fratello compì benissimo il suo dovere per lo spazio di venti anni.
Dopo questo tempo il Barmecida aggravato dalla vecchiaia morì, e non avendo lasciati eredi, si confiscarono tutti i suoi beni a favore del Principe. Si spogliò mio fratello di quanto aveva ammassato, sì che vedutosi ridotto al suo primo stato, si unì ad una carovana di pellegrini della Mecca.
Per sciagura la carovana fu attaccata e saccheggiata da una banda di beduini, superiore a quella dei pellegrini. Mio fratello divenne schiavo di un beduino, il quale gli diede una bastonata per obbligarlo a riscattarsi.
Schahabac protestò di essere bastonato inutilmente dicendo:
- Io sono vostro schiavo, e potete disporre di me a vostro grado: ma vi dichiaro esser io in estrema povertà, impossibilitato quindi di riscattarmi.
Mio fratello ebbe un bell’esporgli la sua miseria e provare di commuoverlo con le lacrime, il beduino fu impassibile: e pieno di dispetto di vedersi defraudato di una somma considerevole, su cui aveva contato, prese il suo coltello e gli fendé le labbra; e dopo averlo mutilato in modo barbaro lo condusse sopra un cammello sulla cima d’una montagna deserta, dove lo lasciò.
Alcuni viaggiatori avendolo incontrato mi avvertirono del luogo ove egli era. Vi accorsi sollecitamente, e trovai lo sfortunato Schahabac in uno stato deplorevole.
Lo soccorsi e lo ricondussi meco.
- Ecco quanto raccontai al Califfo Mostanser Billah - aggiunse il barbiere. - Questo Principe mi applaudì con nuovi scoppi di risa.
- Veramente - soggiunse - il titolo di Taciturno non vi è stato dato invano: ma per certe ragioni nondimeno vi comando di uscire al più presto della città. Andate, e che io non senta più parlare di voi.
Io cedetti alla necessità, viaggiando parecchi anni in lontani paesi.
Saputo finalmente la morte del Califfo, feci ritorno a Bagdad, ove non trovai più nessuno dei miei fratelli in vita. Fu al mio ritorno in quella città che resi al giovine zoppo il servigio importante da voi conosciuto: e avete veduta la sua ingratitudine e il modo ingiurioso in cui m’ha trattato. Invece di essermi riconoscente, ha preferito fuggirmi e allontanarsi dal suo paese. [221] Corsi di provincia in provincia, e oggi finalmente l’ho incontrato.
- Sire - così il sarto terminò di raccontare al Sultano di Gasgar la storia del giovine zoppo e del barbiere di Bagdad - nel modo ch’ebbi l’onore di dire ieri a Vostra Maestà. Quando il barbiere finì, trovammo che il giovine non aveva avuto torto di chiamarlo un ciarlone. Nondimeno lo facemmo restare con noi. Ci mettemmo a tavola, e stemmo a godere fino alla preghiera del tramonto del Sole.
Allora tutta la compagnia si separò, ed io andai a lavorare nella mia bottega.
- Questo o Sire, - concluse il sarto - è quanto dovea dire per appagare la Maestà Vostra. A voi spetta di pronunciare se siamo degni della vostra clemenza, oppure del vostro sdegno!
Il Sultano di Gasgar lasciò scorgere sopra il suo viso un’aria allegra la quale ridonò la vita al sarto e a’ suoi compagni.
- Non posso negare - egli disse - non esser io maggiormente commosso dall’istoria del giovine zoppo e da quella del suo barbiere e dei suoi fratelli, anziché dall’istoria del mio buffone: ma prima di rimandarvi tutti e quattro alle vostre case, e che si seppellisca il corpo del gobbo, vorrei vedere questo barbiere.
Nello stesso tempo spedì un usciere in compagnia del sarto, il quale sapeva dove stava di casa. L’usciere ed il sarto ritornarono conducendo con essi il barbiere, il quale era un vecchio di 80 anni.
Il Sultano non poté a meno di non ridere vedendolo.
- Uomo taciturno - gli disse - ho saputo che voi sapete delle istorie mirabili; vorrei me ne raccontaste qualcheduna.
- Sire - risposegli il barbiere - sospendiamo per ora, se vi piace, le istorie: avrei molto piacere di esaminar da vicino questo gobbo. - Egli vi si avvicinò, si assise in terra, pigliò il capo sopra le sue ginocchia, e dopo averlo attentamente mirato, proruppe all’improvviso in uno scoppio tale di risa, e con sì poco contegno da lasciarsi cadere alla rovescia, senza considerare ritrovarsi egli alla presenza del Sultano di Gasgar.
Rialzandosi poscia senza cessare di ridere, esclamò:
- Si dice bene, e con ragione, che non si muore senza motivo. Se un’istoria giammai ha meritato di essere scritta in lettere d’oro, dev’esser quella di questo gobbo.
[222] A queste parole ognuno guardò il barbiere come un buffone.
- Uomo taciturno - soggiunse il Sultano - ditemi, perché ridete?
- Sire - rispose il barbiere - giuro per il genio benefico della Maestà vostra, non esser questo gobbo per anco morto; egli vive. Nel terminar queste parole pigliò una scatoletta, ove erano molti rimedi e ne cavò una piccola ampolla balsamica, con cui unse lungamente il collo del gobbo, pigliò poscia dal suo astuccio un ferro che gli porse fra i denti, e dopo avergli aperta la bocca, gl’immerse nel palato due piccole molle, colle quali cavò la spina che a tutti fece vedere.
Il gobbo subito starnutì; distese le braccia ed i piedi, aprì gli occhi e diede molti altri segni di vita.
Il Sultano, rapito da maraviglia e da giubilo, ordinò che l’istoria del gobbo fosse unita a quella del barbiere, affinché la loro memoria giammai non si estinguesse.
Né si contentò di questo, e perché il sarto, il medico ebreo ed il mercante cristiano non si ricordassero se non con piacere dell’avvenimento del gobbo, non li rimandò a casa se non dopo aver loro donato una veste molto ricca.
Quanto al barbiere l’onorò di una pensione e lo ritenne, fin che visse, alla sua Corte.
STORIA DEL PRINCIPE CAMARALZAMAN
Circa a venti giorni di navigazione dalle coste di Persia, vi è nel vasto mare un’Isola detta dei Fanciulli di Khaledan. Un tempo era governata da un Re detto Schahzaman il quale aveva quattro mogli legittime, tutte e quattro figliuole di Re, e settanta concubine.
Schahzaman si stimava il monarca più felice della terra per la tranquillità e la prosperità del suo Regno. Una sola cosa turbava la sua felicità, quella di essere già avanzato in età e di non avere figliuoli, quantunque avesse un sì gran numero di donne.
Un giorno dopo essersi lamentato della sua sciagura col suo gran Visir, gli domandò se avesse qualche mezzo per rimediarvi.
- Se quanto Vostra Maestà mi domanda - rispose quel saggio ministro - dipendesse dalle regole ordinarie della saggezza umana, avreste ben presto la [223] soddisfazione desiderata: ma in simile frangente havvi Dio solamente a cui si possa ricorrere. Voi avete sudditi i quali professano di onorarlo, servirlo e vivere puramente per amor suo; sarebbe mio pensiero che Vostra Maestà facesse delle elemosine e li esortasse ad aggiungere le loro preghiere alle vostre.
Il Re Schahzaman approvò questo consiglio. Schahzaman ottenne dal cielo quello che desiderava: subito s’accorse che una delle sue donne era incinta ed infatti a capo di nove mesi gli diè un figlio.
Il Principe gli fu portato appena nato, e vedendolo assai bello gl’impose il nome di Camaralzaman, cioè a dire: luna del secolo.
Il Principe Camaralzaman fu allevato con tutte le cure immaginabili, ed appena cresciuto in età, il Sultano Schahzaman suo padre gli diede un saggio governatore e dei valenti precettori.
Quando il Principe ebbe raggiunto l’età di 15 anni, il Sultano, il quale l’amava tenerissimamente, dandogliene ogni dì novelle prove, concepì il disegno di dargliene la più grande: quella cioè di discendere dal trono e di stabilirvi lui stesso.
Il gran Visir non volle palesare al Sultano che avrebbero potuto dissuaderlo dalla sua risoluzione, anzi partecipò pel suo sentimento, dicendogli:
- Sire, il Principe è ancora assai giovane, a parer mio per imporgli così presto una soma cotanto pesante come quella di governare uno Stato potente. Vostra Maestà teme ch’ei si corrompa nell’ozio: ma per rimediarvi non sarebbe bene prima di ammogliarlo?
Schahzaman trovò il consiglio del primo ministro ragionevolissimo, e appena congedato fece chiamare il Principe Camaralzaman.
Il Principe, che fino allora aveva sempre veduto suo padre a certe ore fisse senza esser chiamato, fu un poco sorpreso di quest’ordine. Invece di presentarglisi innanzi colla solita franchezza, lo salutò con gran rispetto, standogli innanzi cogli occhi bassi.
Il Sultano s’accorse del timore del Principe.
- Figliuol mio - gli disse in modo da rassicurarlo, - sapete per qual ragione vi ho fatto chiamare?
- Sire - rispose il Principe con modestia - io lo saprò con piacere dalla Vostra Maestà.
- Dunque sappiate - rispose il Sultano - che . voglio ammogliarvi: che ve ne sembra?
Il Principe Camaralzaman intese queste parole [224] con grande dispiacere e ne fu sì sconcertato, che gli si bagnò il viso di sudore e non seppe cosa rispondere. Dopo alcuni momenti di silenzio disse:
- Sire, vi supplico di perdonarmi se una tale proposta m’ha fatto sembrare sconcertato; così giovane come sono non me l’aspettava. Non so nemmeno se potrò giammai risolvermi al nodo matrimoniale, non solamente a cagione dell’impaccio che procurano le donne, ma anche per aver letto nei nostri autori quanto son furbe, perfide e malvage.
La risposta del Principe Camaralzaman afflisse estremamente il Sultano. Ei si contentò di dirgli:
- Vi do tempo a pensarvi e a considerare che un Principe come voi, destinato a governare un gran Regno, deve pensare prima di tutto a darsi un successore.
Schahzaman non disse altro al principe Camaralzaman. Gli diè accesso nel suo consiglio, ed oltracciò quanto poteva desiderare per essere contento. In capo ad un anno, chiamatolo in disparte gli disse:
- Ebbene, figliuol mio, vi siete rammentato di riflettere sul disegno che avevo di accasarvi sin dall’anno scorso? ricuserete ancora di procurarmi la gioia che aspetto dalla vostra sottomissione, o vorrete lasciarmi morire senza questa consolazione?
Il Principe parve meno sconcertato della prima volta, e non esitò molto a rispondere in questi termini con tono fermo:
- Sire, io non ho mancato di riflettervi coll’attenzione dovuta: ma dopo avervi pensato seriamente, mi son confermato sempre più nella risoluzione di vivere senza impacciarmi nel matrimonio.
Ciò detto lasciò bruscamente il Sultano suo padre, senza attendere la risposta.
Dopo che questo si fu ritirato, il Sultano andò all’appartamento della madre del principe Camaralzaman, alla quale da lungo tempo aveva manifestato l’ardente suo desiderio.
Quando le ebbe con dolore raccontato in qual modo aveva ricusato una seconda volta, e fatto notare l’indulgenza che voleva ancora avere per lui, mercè il consiglio del suo gran Visir:
- Signora - le disse - so aver egli più confidenza in voi, anziché in me; quando gli parlate egli v’ascolta attentamente. Vi prego di coglier l’occasione d’intrattenerlo su ciò seriamente e di fargli ben comprendere che se persiste nella sua ostinazione, mi costringerà [225] finalmente ad usare mezzi che lo faranno pentire di avermi disobbedito.
Molto tempo dopo Fatima credé aver trovata l’occasione di parlargli sullo stesso soggetto con maggior speranza d’essere ascoltata.
- Figliuol mio, vi prego - gli disse - se non vi dà pena di dirmi quali sono le ragioni che vi fanno essere sì avverso al matrimonio.
- Signora - rispose Camaralzaman - vi sono, non ne dubito, un gran numero di donne sagge, virtuose, cortesi, amabili e di gentili costumi. Piacesse al Cielo che vi rassomigliassero tutte! Quello che m’impaccia è la scelta dubbiosa che un uomo deve fare per ammogliarsi, o piuttosto che non gli si lascia la libertà di fare a suo grado; supponiamo risolvessi a contrarre un matrimonio, come il Sultano mio padre desidera con tanta impazienza, qual moglie mi darebbe egli? Probabilmente una Principessa la quale chiederebbe a qualche principe suo vicino, che si farebbe un dovere d’inviargliela. Bella o brutta, sarebbe giocoforza il prenderla. Inoltre io voglio ammettere che null’altra principessa potesse uguagliarla in bellezza; chi mi assicurerebbe che avesse uno spirito magnanimo, che fosse di compagnia piacevole, che il suo discorso fosse di cose solide e non già di vestiti, ornamenti e mille altre futilità uggiose ad ogni uomo di buon senso?
- Ma, figlio mio - disse Fatima - nel modo con cui volete governarvi, comprendo che volete essere l’ultimo re della vostra stirpe, la quale ha regnato si gloriosamente nell’isola dei Fanciulli di Khaledan.
- Signora - rispose Camaralzaman - io non desidero affatto di sopravvivere al Re mio padre. Quando io morirò prima di lui non avrà da stupire, dopo tanti esempi di figliuoli morti prima del padre loro. Peraltro è sempre glorioso ad una stirpe di Re di finire con un principe degno di esserlo, come io farò di tutto per rendermi tale.
Passò l’anno, e con gran dispiacere del Sultano Schahzaman, il principe Camaralzaman non diede il minimo segno di aver cangiato di sentimenti.
Finalmente un giorno di Consiglio solenne in cui il primo Visir, i principali ufficiali della Corona e i generali dell’esercito erano radunati, il Sultano prese la parola e disse al Principe:
- Figliuol mio, è lungo tempo che ho dimostrato [226] il desiderio di vedervi ammogliato, e aspettava da voi una più grande compiacenza, imperocché non è semplicemente per far cosa grata ad un padre che non avreste dovuto ricusare: ma perché il bene de’ miei stati lo esige e perché tutti questi signori lo domandano con me. Decidetevi adunque; dalla vostra risposta io prenderò misure più opportune.
Il principe Camaralzaman rispose con poco ritegno e con tanto trasporto che il Sultano, giustamente irritato, esclamò:
- Come, figliuolo snaturato, avete l’insolenza di parlare così a vostro padre ed al vostro Sultano?
Lo fece indi arrestare dagli uscieri e condurre in una antica torre con un solo schiavo per servirlo.
Camaralzaman, contento di avere la libertà di trattenersi co’ libri lasciatigli da suo padre, non si rammaricò affatto della sua prigionia.
Però prima di andare innanzi è bene sapere la storia seguente.
STORIA DELLA FATA MAIMOUNE
E DEL GENIO DANHASCH
In quella torre eravi un pozzo il quale serviva di asilo durante il giorno ad una fata chiamata Maimoune. Era circa mezzanotte quando Maimoune uscì leggermente sull’alto del pozzo, per girare il mondo.
Essa fu molto meravigliata di vedere un lume nella camera del principe Camaralzaman: ed entratavi, si avvicinò al letto. Il principe Camaralzaman aveva il viso mezzo coperto dalla coltre. Maimoune l’alzò un poco e scorse il più bel giovane che avesse mai veduto.
Maimoune non poteva lasciare d’ammirar il principe Camaralzaman, ma finalmente dopo averlo baciato sopra ciascuna guancia e sulla fronte senza svegliarlo, rimise la coperta come stava prima e prese il suo volo nell’aria. Com’ella fu elevata ben alta verso la media regione, fu tocca da un rumore di ale che l’obbligò a volare dalla stessa parte. Avvicinandosi conobbe essere un Genio il quale faceva tal rumore, ma un Genio di quelli che furono ribelli a Dio.
Il Genio si nominava Danhasch; riconobbe Maimoune, ma con gran spavento, poiché conosceva, aver essa una grande superiorità su di lui per la sua [227] sottomissione a Dio. Avrebbe voluto evitarla: ma trovandosela vicina era d’uopo battersi, o cedere.
Danhasch la prevenne:
- Valente Maimoune - le disse con un tono supplichevole - giuratemi pel gran nome di Dio che non mi farete male, ed io vi prometto da parte mia di non farvene.
- Maledetto Genio - rispose Maimoune - qual male puoi tu farmi?
- Bella signora - soggiunse Danhasch - voi mi incontrate a proposito per sentire un fatto meraviglioso. Vengo dall’estremità della China, presso le ultime isole di questo emisfero. Il paese della China, donde vengo, è uno dei più grandi e più possenti regni della terra. Il Re presente si chiama Gaiour ed ha un’unica figliuola, la più bella che si sia mai veduta nell’universo dacché mondo è mondo. Ha i capelli bruni e sì lunghi che le discendono oltre i piedi e sono sì abbondanti da rassomigliare a quei grappoli d’uva i cui granelli sono d’una grossezza straordinaria, quando li ha accomodati a ricci sulla testa.
Chi non conoscesse bene il Re, padre di questa Principessa, crederebbe, dalle di lui dimostrazioni di tenerezza paterna, esserne egli innamorato. Non mai amante ha fatto per la sua più diletta donna quanto fa per lei. La più violenta gelosia non ha mai immaginato quello, che la cura di renderla inaccessibile, fuorché a colui che dovrà esserle sposo, gli ha suggerito di eseguire. Affinch’ella non avesse ad annoiarsi nel ritiro in cui l’ha rinchiusa, ha fatto fondare per lei sette palazzi, che non si è mai veduto nulla di simile.
Il primo di essi è di cristallo di ròcca, il secondo di bronzo, il terzo di fino acciaro, il quarto di un’altra specie di bronzo più prezioso del primo, il quinto di pietra di paragone, il sesto d’argento, il settimo di oro massiccio.
Sulla fama della bellezza incomparabile della principessa i più possenti re limitrofi mandarono a chiederla in isposa.
Il Re della China li accolse tutti egualmente: ma come non voleva maritare la principessa se non col consenso di lei, e non piacendo a costei niuno de’ partiti che le si proponevano, gli ambasciatori hanno dovuto ritirarsi.
- Sire - diceva la Principessa al Re della China - voi volete maritarmi, e credete con ciò farmi [228] gran piacere; io ne sono persuasa, ve ne sono obbligatissima: ma ove potrò trovare, se non vicino alla Maestà Vostra, palagi sì superbi, e giardini sì deliziosi? S’aggiunga che sotto i vostri sguardi io non vengo costretta in nulla, e mi rendono gli stessi onori resi alla vostra persona. Io non godrò certo questi vantaggi in alcun altro luogo del mondo, a qualunque sposo voleste darmi. I mariti voglion esser sempre padroni, ed io non mi sento tale da lasciarmi comandare.
Dopo diverse ambasciate, ne giunse una dalla parte di un Re, più ricco e più potente di quelli finora presentatisi.
Il re della China ne parlò alla Principessa sua figliuola.
- Sire - diss’ella incollerita - non mi parlate più di questo matrimonio, né di alcun altro, altrimenti m’immergerò un pugnale nel seno e mi sottrarrò in tal modo alle vostre importunità!
- Figliuola mia voi siete una pazza, ed io da tale vi tratterò!
Infatti la fece rinchiudere in un solo appartamento d’uno dei sette palagi, dandole solamente due vecchie per tenerle compagnia e servirla, di cui una è la sua nutrice.
- Bella Maimoune - proseguì Danhasch - le cose sono a questo punto, ed io non manco di andare ogni giorno a contemplare quella incomparabile bellezza, cui sarei molto dolente d’aver fatto il minimo male ad onta della mia naturale malizia. Venite a vederla, ve ne supplico.
Invece di rispondere a Danhasch, Maimoune diede in uno scoppio di risa, e Danhasch non sapendo a che attribuirne la cagione, ne restò molto meravigliato.
Quand’essa ebbe finito di ridere:
- Buono! buono! - gli disse - tu volevi piantarmi una carota. Io credevo si trattasse di qualche cosa di sorprendente e di straordinario, e tu mi parli di una cisposa. Eh via, via che diresti adunque, maledetto, se tu avessi veduto come me il più bello dei principi? Sappi essergli avvenuta quasi la stessa cosa che alla Principessa di cui m’hai parlato.
Nel momento in cui ti parlo, è imprigionato in una vecchia torre, ove io abito e dove or ora l’ho ammirato.
- Io non voglio assolutamente contraddirvi - soggiunse Danhasch. - Il mezzo di convincervi, se io dico il vero o il falso, è di accettare la proposta fattavi [229] di venire a vedere la mia principessa, e di mostrarmi poscia il principe.
- Non v’ha d’uopo ch’io mi prenda tanta pena. Va’ a prendere la tua principessa, e fa’ presto, t’aspetto.
Danhasch, allontanatosi dalla fata, andò nella China e ritornò con una sollecitudine incredibile, portando seco la bella Principessa addormentata.
Maimoune la ricevé e la introdusse nella camera del principe Camaralzaman, ove essi la posarono accanto a lui.
Quando il Principe e la Principessa furono così collocati, vi fu una gran questione sulla preferenza della loro bellezza tra il Genio e la Fata. Stettero alcun tempo ad ammirarli ed a paragonarli silenziosamente.
Danhasch ruppe il silenzio:
- Voi lo vedete - disse a Maimoune - ed io l’aveva detto essere la mia principessa più bella del vostro Principe. Ne dubitate voi ora?
- Come, se ne dubito? - rispose Maimoune - certamente che ne dubito!
La Fata batté la terra col piede: ne uscì un orrido Genio, gobbo, cieco d’un occhio e zoppo, con sei corna in testa, le mani e i piedi uncinati. Appena ne fu fuori, la terra si rinchiuse: nel vedere Maimoune, se le gittò ai piedi, e restando ginocchioni le chiese quello che desiderasse dal suo umile servitore.
- Alzatevi, Saschasch - era questo il nome del Genio - vi ho fatto venir qui per esser giudice d’una disputa che ho con questo maledetto Danhasch. Guardate questa coppia e diteci senza parzialità chi vi sembra più bello: il giovine o la giovane?
Caschasch guardò il principe e la principessa con segni di stupore e di ammirazione.
- Signora - disse a Maimoune - vi confesso che v’ingannerei e tradirei me stesso, se vi dicessi che trovo l’uno più bello dell’altra. Più li esamino e più li trovo belli entrambi.
Maimoune, cangiatasi in pulce saltò al collo di Camaralzaman, e lo punse sì forte ch’ei si svegliò e vi portò la mano: ma non prese niente, perché Maimoune aveva fatto prontamente un salto indietro, restando invisibile come i due Genii.
Nel ritirar la mano, il Principe la lasciò cadere su quella della Principessa della China. Egli aprì gli occhi, e fu meravigliatissimo di vedersi dappresso una donna di sì maravigliosa bellezza. Alzò la testa e s’appoggiò al gomito per meglio considerarla. La [230] giovinezza della Principessa e la sua incomparabile bellezza rinfiammarono in un momento, ed in maniera non mai provata in vita sua.
L’amore s’impadronì del suo cuore nel più vivo modo, e non poté restarsi dallo esclamare:
- Quale bellezza! Quale incanto! Cuor mio! Anima mia!
E voleva risvegliarla: ma se ne trattenne improvvisamente.
- Il Sultano mio padre forse per sorprendermi ha inviato questa giovane signora, per vedere se veramente io avessi tanta avversione al matrimonio quanta ne ho dimostrata. Chi sa che non l’abbia condotta egli medesimo, che non istia nascosto per farsi vedere e farmi vergognare della mia risoluzione? Questo secondo fallo sarebbe assai più grande del primo; in ogni modo io mi contenterò di questo anello per ricordo di lei.
La principessa aveva al dito un bellissimo anello; ei glielo trasse destramente e vi mise il suo. Ciò fatto le rivolse il dorso e non ristette molto a riaddormentarsi profondamente come prima, per l’incanto de’ Genii.
Appena il Principe Camaralzaman fu bene addormentato, Danhasch a sua volta, trasformossi in pulce e andò a punzecchiare la Principessa alle labbra.
Ella si svegliò di soprassalto, ed assisasi sul letto fu molto meravigliata di vedere nella sua stanza un uomo. Poscia dalla sorpresa passò all’ammirazione, e da questa ad un’espressione di gioia, vedendo ch’era un giovane sì ben fatto e sì amabile.
- Come - esclamò - siete voi che mio padre mi ha dato in isposo? Son molto sciagurata di non averlo saputo. Io non l’avrei sdegnato, non sarei stata sì lungo tempo priva d’un marito, cui non posso tralasciar di amare con tutto il mio cuore.
E ciò detto la Principessa gli prese la mano, e baciandogliela teneramente s’accorse dell’anello che aveva al dito, e che gli parve similissimo al suo. Fu convinta esser lo stesso quando se ne vide un altro al dito, e non comprendendo come simile cambio fosse avvenuto, non dubitò punto non fosse la prova del loro matrimonio. Si coricò di nuovo e non tardò molto ad addormentarsi.
- Quando Maimoune vide ch’essa poteva parlare senza temere che la Principessa della China si risvegliasse, gli disse:
- Ebbene! maledetto - diss’ella a Danhasch - sei tu convinto che la tua Principessa è men bella del [231] mio Principe? Va’, voglio farti grazia della scommessa. Un’altra volta credi a quanto ti avrò accertato: e volgendosi dalla parte di Caschasch dissegli:
- Quanto a voi vi ringrazio. Prendete la Principessa con Danhasch e riportatela insieme ove egli vi condurrà.
Danhasch e Caschasch eseguirono l’ordine di Maimoune, e costei si ritirò nel suo pozzo.
Il Principe Camaralzaman l’indomani, allo svegliarsi, si guardò allato per vedere se la donna che aveva veduta la notte vi fosse ancora e non scorgendola più:
- Non m’era sbagliato - disse tra sé - supponendo essere una sorpresa fattami dal re mio padre.
Risvegliò lo schiavo il quale dormiva ancora:
- Vieni qua e non mentire: come è venuta la donna veduta da me questa notte, e chi ve l’ha condotta?
- Principe - rispose lo schiavo - vi giuro di non saperne niente; per dove questa signora sarebbe ella venuta, dormendo io vicino alla porta?
- Tu sei un mentitore briccone, e d’accordo cogli altri per farmi affliggere ed arrabbiare di più!
- Io ti annegherò se non mi dici subito la signora chi era, e chi me l’ha condotta.
Lo schiavo molto impacciato disse tra sé:
- Senza dubbio, il Principe ha perduta la ragione ed io non posso sfuggirgli se non con una menzogna.
- Principe - gli disse poi con un tono supplichevole: - Lasciatemi la vita, ve ne scongiuro, e vi prometto di dirvi la cosa come sta.
Lo schiavo uscì, e dopo aver chiuso il Principe, corse dal Sultano:
- Sire - gli disse - son dolente di dovervi arrecare una nuova che non potrete ascoltare senza dispiacere. Il Principe dice di aver veduta stanotte una signora, e il modo con cui m’ha trattato, fa pur troppo scorgere non esser egli più nel suo buon senso.
Il Re, il quale non si aspettava questo nuovo soggetto di afflizione, disse al suo primo ministro:
- Ecco un tristissimo incidente. Andate, non perdete tempo, vedete voi stesso quello che è, e venite ad informarmene.
Il gran visir l’obbedì sul momento.
Nell’entrare nella camera del Principe lo trovò seduto ed assai calmo leggendo un libro. Dopo averlo salutato e sedutoglisi vicino, gli disse:
- Sono sdegnatissimo contro il vostro schiavo, il [232] quale è venuto a spaventare il Re vostro padre con una tristissima notizia.
- Qual è la novella - rispose il Principe - che tanto lo ha spaventato? Io ho una ragione più forte di lagnarmi del mio schiavo.
- Principe - soggiunse il Visir - a Dio non piaccia che egli abbia detto il vero. Il buono stato in cui vi vedo, e nel quale prego il cielo di conservarvi, mi fa conoscere ch’egli ha mentito.
- Forse - replicò il principe - egli non s’è fatto ben comprendere: ma giacché siete venuto, son molto contento di domandare a una persona come voi, giacché dovete saperne qualche cosa, ove sia la signora che ho veduta questa notte.
- Principe, vi giuro non esservi niente di vero in tutto ciò che mi dite; né il Re, vostro padre, né io vi abbiamo inviata la signora di cui parlate; anzi non ne abbiamo avuto nemmeno il pensiero. Permettetemi di dirvi ancora una volta che voi non avete veduto la signora in quistione se non in sogno.
- Siete venuto dunque a burlarvi di me - replicò il Principe in collera.
Ciò detto, lo prese per la barba e lo caricò di calci. II povero gran Visir in mezzo ai colpi di cui il Principe lo caricava, trovò il mezzo di dire:
- Principe, vi supplico di darmi ascolto un momento!
Il Principe, stanco di batterlo, lo lasciò parlare.
- Io vi confesso - disse il gran Visir dissimulando - esservi qualche cosa di quello che credete. Ma voi già non ignorate le necessità in cui è un Ministro d’eseguire gli ordini del Re suo padrone. Se voi avete la bontà di permettermelo, son pronto d’andargli a dire da parte vostra quanto m’ordinerete.
- Ve lo permetto - gli disse il Principe - andate e ditegli che voglio sposare la signora che m’ha inviata; fate presto e portatemi la risposta.
Il gran Visir fece una profonda riverenza lasciandolo. Si presentò innanzi al re Schahzaman con una tristezza da affliggerlo.
- Ebbene? - gli domandò quel Monarca.
- Sire - rispose il Ministro - quello che lo schiavo ha riferito a Vostra Maestà è pur troppo vero.
Il Re volendo chiarirsi della verità da sé medesimo, andò alla torre. Il Principe Camaralzaman ricevette il Re suo padre nella camera ov’era prigioniero, con gran rispetto.
[233] Il Re si sedette, e dopo aver fatto sedere il Principe vicino a lui, gli fece alcune domande, alle quali costui rispose assennatamente. Ogni tanto il Re guardava il gran Visir, come per dirgli che il Principe suo figliuolo non aveva perduta la ragione, com’egli aveva assicurato. Il Re finalmente parlò della signora al Principe.
- Sire - rispose Camaralzaman - supplico Vostra Maestà di non aumentare il dispiacere già statomi cagionato su questo proposito; fatemi piuttosto la grazia di darmela per consorte.
Il principe Camaralzaman raccontò allora al Re suo padre in qual modo s’era svegliato, gli esagerò la bellezza e le attrattive della donna da lui veduta, l’amore concepito per essa in un momento, come si fosse riaddormentato, dopo aver fatto il cambio del suo anello con quello della donna: e ciò detto glielo presentò.
- Sire, voi conoscete il mio, avendolo veduto più volte; dopo ciò spero sarete convinto non aver io perduta la ragione come vi si è fatto credere.
- Dopo quanto ho inteso, figliuol mio, e dopo aver veduto l’anello, non posso dubitare che la vostra passione non sia reale, e che voi non abbiate veduto la donna che vi ha infiammato. Piacesse al cielo che io la conoscessi, voi sareste contento ed io sarei il più felice padre del mondo: ma dove cercarla? com’è entrata qui? e se il cielo non ci favorisce, darà la morte a voi ed a me.
Il re Schahzaman trasse il Principe fuori della torre e lo condusse al Palazzo ove, disperato d’amare con tutta l’anima una donna sconosciuta si pose a letto.
Mentre queste cose avvenivano nella capitale del Re Schahzaman, i due Genii Danhasch e Caschasch avevano riportata la Principessa della China al Palazzo ove il Re suo padre l’aveva rinchiusa.
L’indomani allo svegliarsi la Principessa della China si guardò a destra ed a sinistra, e non vedendo più il principe Camaralzaman a suo lato, chiamò premurosamente le sue donne, le quali tosto accorsero.
La nutrice le domandò se le fosse avvenuto qualche cosa.
- Ditemi, che n’è avvenuto del giovane che amo con tutta l’anima e che ho veduto questa notte?
- Ma, principessa, - insistette la nutrice - quanto ci dite è impossibile, per quanto ne sappiano le vostre donne ed io.
[234] La Principessa della China perdette la pazienza, prese la nutrice pei capelli, dandole schiaffi e pugni, e dicendole:
- Tu me lo dirai, vecchia strega, o t’accopperò!
La nutrice fece grandi sforzi per isfuggire dalle sue mani, e trattasene finalmente, se ne andò sollecitamente a trovare la Regina della China, madre della Principessa, e se le presentò colle lagrime agli occhi e il viso tutto pesto.
- Signora, vedete in qual modo mi ha trattata la Principessa, e m’avrebbe accoppata se non fossi sfuggita dalle sue mani.
Le raccontò poscia la cagione della sua collera e del suo trasporto, da cui la regina non fu meno afflitta che sorpresa.
- Voi vedete, signora - aggiunse terminando - che la Principessa è fuori del suo buon senno e ne giudicherete voi medesima se vorrete prendervi la pena di venirla a vedere.
Siccome la Regina della China amava moltissimo la sua figliuola, facendosi seguire dalla nutrice, andò sul momento a vedere la Principessa.
La Regina della China si assise vicino alla figliuola, giungendo nell’appartamento ov’era rinchiusa, e dopo averla interrogata della sua salute, e chiestale Ia ragione del suo sdegno contro la nutrice da lei maltrattata, le disse:
- Figliuola mia ciò non va bene, ed una Principessa come voi non deve mai giungere a tali eccessi.
- Signora - rispose la Principessa - vedo che Vostra Maestà viene per burlarsi di me: ma vi protesto di non aver calma finché non mi sarà dato per isposo l’amabile cavaliere veduto questa notte. Voi dovete sapere ov’egli è, e però vi supplico di farlo ritornare.
- Figliuola mia - soggiunse la regina - sono oltremodo sorpresa del vostro discorso, senza peraltro comprenderlo.
Ma, invece di ascoltarla, la principessa la interruppe, facendole delle stravaganze le quali costrinsero la regina a ritirarsi e andarsene a farne consapevole il re, il quale volendo assicurarsi da sé della cosa, e giunto all’appartamento della figliuola, le chiese se quanto gli era stato detto era vero.
- Sire - gli diss’ella - non parliamo di ciò: fatemi solamente la grazia di farmi sposa al giovine che ho veduto.
[235] - Come, figliuola! Qual è quel giovane? - Sire - replicò la principessa senza dargli il tempo di proseguire - voi mi dimandate se ho veduto qualcheduno? Vostra Maestà non ignora esser egli il più ben fatto sotto il cielo. Io ve lo ridomando: deh. non me lo ricusate, ve ne supplico! Ed affinché Vostra Maestà non dubiti di quanto dico, vedete, se vi piace, questo anello.
E, ciò dicendo, stese la mano, ed il re della China vide esser l’anello di un uomo. Ma non potendo comprender nulla di quanto gli aveva detto ed avendola rinchiusa per pazza, la ritenne più pazza di prima.
Però senz’altro dirle, temendo non gli facesse qualche violenza, la fece incatenare e chiudere più strettamente, dandole solo la nutrice per servirla con una buona guardia alla porta.
Il Re della China, inconsolabile della sciagura accaduta alla principessa sua figliuola, credendo aver essa perduta la ragione, pensò ai mezzi di guarirla.
Alcuni giorni dopo, per non aver a rimproverarsi di aver tralasciato alcun mezzo onde guarire la principessa, questo monarca fece pubblicare nella sua capitale, che se vi era qualche medico, astrologo o mago capace di ristabilirla in salute, venisse a presentarglisi colla condizione di perdere il capo qualora non la guarisse.
Il primo a presentarglisi fu un astrologo, e mago; il re lo fece condurre alla prigione della principessa da un eunuco.
L’astrologo trasse da un sacco portato sotto il braccio un astrolabio, una piccola sfera, uno scaldavivande, diverse specie di droghe atte alla fumicazione, un vaso di rame con parecchie altre cose, e chiese del fuoco.
La principessa della China domandò che significasse tutto quell’aparecchio.
- Principessa - rispose l’eunuco - gli è per scongiurare lo spirito maligno che vi possiede, rinchiuderlo in un vaso che vedete, e gettarlo in fondo al mare.
- Maledetto astrologo - esclamò la principessa - non ho bisogno dei tuoi preparativi, sono in tutto il mio buon senso; tu solo sei un insensato. Se hai qualche potere conducimi solamente quello che amo: questo è il solo servizio che tu possa rendermi.
- Principessa - rispose l’astrologo - se in tal modo va la bisogna, non da me, ma dal re vostro [236] padre unicamente dovete attenderlo - e in ciò dire ripose nel suo sacco i suoi istrumenti.
Quando l’eunuco ebbe ricondotto innanzi al sovrano della China l’astrologo, costui senza aspettar altro disse:
- Sire, ho creduto, conformemente a quanto avete fatto pubblicare, che la principessa vostra figlia fosse pazza, ed ero sicuro di ristabilirla in salute pei secreti di cui ho cognizione: ma non ho durato molta fatica a conoscere non aver essa altra malattia se non quella d’amore; vostra Maestà vi rimedierà meglio degli altri, dandole il marito che essa desidera.
Il re trattò l’astrologo d’insolente e gli fece mozzare il capo.
Finalmente se ne presentò uno, fratello di latte della principessa, per nome Marzavan, la cui storia è la seguente:
STORIA DI MARZAVAN
Tra le molte scienze che Marzavan aveva studiato nella sua giovinezza la sua inclinazione l’aveva portato particolarmente allo studio dell’astrologia giudiziaria, della geomanzia, e d’altre scienze segrete, nelle quali erasi reso valentissimo.
Dopo un’assenza di molti anni, Marzavan ritornò finalmente alla capitale della China. Quantunque la nutrice, madre di Marzavan, fosse occupata moltissimo presso la principessa della China, non pertanto appena seppe che il suo caro figlio era di ritorno, trovò il mezzo di uscire per andarlo ad abbracciare e parlare alcuni momenti con lui.
Dopo avergli raccontato lo stato miserando in cui versava la principessa, Marzavan le chiese se poteva procurargli il mezzo di vederla in segreto.
Dopo averci pensato alcuni momenti:
- Figliuol mio, io non posso dirvi nulla su ciò presentemente, ma aspettatemi e ve ne darò la risposta. Appena fu notte, la nutrice andò dal suo figliuolo Marzavan, e travestitolo da femmina, lo condusse seco.
L’eunuco non dubitando di nulla, aprì loro la porta, e li lasciò entrare insieme. Prima di presentare Marzavan, la nutrice s’approssimò alla principessa, e le disse:
[237] - Signora, non è già una femmina come voi vedete, ma sibbene mio figlio Marzavan da poco ritornato da’ suoi viaggi; spero che vorrete accordargli l’onore di presentarvi i suoi omaggi.
Al nome di Marzavan la principessa manifestò una gran gioia:
- Avvicinatevi, fratel mio - diss’ella subito a Marzavan - e toglietevi questo velo; non è proibito ad un fratello e ad una sorella di vedersi a viso scoperto. - Marzavan la salutò con gran rispetto.
- Principessa - rispose - io vi sono infinitamente obbligato della vostra bontà. M’aspettava al mio ritorno di sapere di voi novelle migliori, d’altra parte son compreso di gioia d’esser giunto a tempo per portarvi, dopo tanti altri, i quali non vi sono riusciti, la guarigione di cui avete bisogno.
- Che! fratel mio, credereste anche voi ch’io sia pazza? Disingannatevi ed ascoltatemi.
Allora la principessa raccontò a Marzavan tutta la sua storia, non tralasciando le più piccole particolarità, fino all’anello cangiato col suo che gli mostrò.
Quando la principessa ebbe terminato di parlare, Marzavan disse:
- Principessa, se quanto m’avete raccontato è vero, come ne son persuaso, io non dispero di procurarvi la soddisfazione desiderata. Vi supplico solamente di armarvi di pazienza ancora per qualche tempo, finché io non abbia percorso regni ove non ho ancora approdato, e quando saprete il mio ritorno, siate certa che quello per cui sospirate con tanta passione non sarà lungi da noi.
Ciò detto Marzavan tolse congedo dalla principessa e partì il giorno dopo.
A capo di quattro mesi il nostro viaggiatore arrivò a Tarf città marittima, grande e popolatissima, ove non intese più a parlare della principessa Badoure, ma del principe Camaralzaman che dicevasi essere infermo, e di cui raccontavasi la storia, presso a poco simile a quella della principessa Badoure.
Marzavan ne provò una gioia inesprimibile ed informatosi in qual angolo del mondo fosse questo principe, gli venne insegnato. Marzavan imbarcossi sopra un vascello mercantile il quale ebbe una prospera navigazione fino presso la capitale del regno di Schahzaman: ma prima d’entrare nel porto, il vascello sciaguratamente investì in uno scoglio per l’imperizia del pilota, e si sommerse a vista, e poco lungi dal castello [238] dove era il principe Camaralzaman ed il re suo padre col gran Visir.
Marzavan sapeva nuotare, onde non esitò a gettarsi nell’acqua, ed andò ad approdare a piè del castello del re Schahzaman, ove fu ricevuto e soccorso per ordine del re.
Il gran Visir narrò allora a Marzavan lo stato in cui era il principe di Camaralzaman, cominciando dalla sua origine. A questo discorso del gran Visir, Marzavan si consolò infinitamente.
Ei conobbe come il principe Camaralzaman fosse quello per cui la principessa della China ardeva di amore, e costei l’oggetto degli ardentissimi voti del Principe. Senza palesar nulla al gran Visir, disse solamente che se avesse veduto il principe, avrebbe potuto giudicar meglio del soccorso da apprestargli.
- Seguitemi - gli disse il gran Visir - troverete a lui vicino il re suo padre, il quale mi ha espresso il desiderio di vedervi.
La prima cosa da cui Marzavan fu tocco, entrando nella camera del Principe, fu di vederlo steso nel letto cogli occhi chiusi.
Benché fosse in questo stato, e senza aver riguardo al re Schahzaman padre del principe, che gli stava seduto vicino, né al principe cui questa libertà poteva riuscire incomoda, non tralasciò di esclamare:
- Cielo! Nulla v’è nell’universo di più somigliante - volendo significare che lo trovava simile alla principessa della China, e per vero avevan molta somiglianza nei lineamenti.
Queste parole di Marzavan cagionarono gran curiosità al principe, il quale aprì gli occhi e guardò Marzavan, che dotato di grandissimo ingegno, profittò del momento, per fargli i suoi complimenti in versi estemporanei, in un modo oscuro, per cui il re ed il gran Visir non ne compresero nulla: ma gli dipinse così bene l’accaduto colla principessa della China, da non lasciar dubitare ch’ei la conosceva e poteva dargliene notizie.
Il principe fu compreso da una gioia ineffabile, di cui lasciò trasparire i segni negli occhi e nel viso.
Quando Marzavan ebbe terminato il suo complimento in versi, costui si prese la libertà di far segno al re suo padre d’aver la compiacenza di cedere il posto suo a Marzavan.
Il re, esultante di vedere nel principe suo figliuolo un cangiamento che gli dava buona speranza, s’alzò e [239] prendendo Marzavan per la mano l’obbligò a sedersi al posto da lui abbandonato.
Gli chiese chi era e donde venisse, e dopo che Marzavan gli ebbe risposto essere suddito del re della China, e venire da’ suoi stati:
- Dio voglia - gli disse che togliate mio figlio dalla sua profonda melanconia! Io ve ne avrò una obbligazione infinita.
Ciò detto lasciò il principe suo figliuolo in perfetta libertà di conversare con Marzavan.
Marzavan, approssimatosi all’orecchio del principe Camaralzaman e parlandogli chetamente, gli disse:
- Principe, è tempo ormai che cessiate d’affliggervi sì crudelmente. La donna per cui voi soffrite mi è nota: ed è la principessa Badoure, figlia di Gaiour, re della China. Io posso accertarvene su quanto essa medesima m’ha detto della sua sventura, e su quello che ho già saputo della vostra. La principessa non soffre meno per amor vostro di quanto voi soffriate per amor suo.
- Voi siete il solo che possiate guarirla perfettamente, presentatevi perciò senza timore: ma prima d’intraprendere un sì gran viaggio, fa d’uopo star bene in salute, ed allora prenderemo le misure necessarie. Non pensate dunque ad altro se non a rimettervi. - Il discorso di Marzavan produsse un potente effetto.
Il principe Camaralzaman fu talmente sollevato, da sentirsi sufficiente forza per alzarsi, onde pregò il re suo padre a permettergli di vestirsi, facendogli provare un’incredibile gioia.
Il re abbracciò Marzavan per ringraziarlo, senza cercare il mezzo di cui si era servito per produrre un sì sorprendente effetto. Il principe di Camaralzaman, ebbe in poco tempo ricuperata la sua primiera salute.
Quando sentì d’esser ben forte per sopportare la fatica del viaggio, prese Marzavan in disparte e gli disse:
- Caro Marzavan, egli è tempo di mettere ad effetto la promessa fattami. Una cosa m’affligge e me ne fa temere il ritardo: la tenerezza importuna del re mio padre, il quale non si risolverà giammai di accordarmi il permesso d’allontanarmi da lui.
- Principe - rispose Marzavan - voi non siete ancora uscito dacché io son qui giunto; mostrate a vostro padre il desiderio di fare una partita di caccia di due o tre giorni: egli ve ne accorderà senza dubbio [240] il permesso. Quando ve l’avrà accordato, ordinerete di apprestare a ciascun di noi due buoni corridori, uno per cavalcare e l’altro di ricambio, e lasciate a me la cura del rimanente.
L’indomani, il principe di Camaralzaman, colta l’occasione, mostrò al re suo padre il desiderio di uscire, e lo pregò di permettergli d’andare a caccia un giorno o due con Marzavan.
- Volentieri - gli rispose il re - a condizione che non dormiate più d’una notte fuori; troppo moto nel principio potrebbe nuocervi, ed una più lunga assenza mi cagionerebbe pena.
Il Re comandò che gli si scegliessero i migliori cavalli. Quando fu tutto pronto, lo abbracciò e dopo aver raccomandato a Marzavan di aver cura di lui, lo lasciò partire.
Al romper dell’alba i due cavalieri si trovarono in una foresta in un punto ove la strada dividevasi in quattro. Là, Marzavan pregò il principe di attenderlo un momento, ed entrato nella foresta sgozzò il cavallo del palafreniere, lacerò l’abito fattosi dar dal principe, lo tinse di sangue, indi portò ogni cosa in mezzo alla strada, al punto ove si divideva.
Il principe Camaralzaman chiese quale fosse il suo disegno.
- Principe - rispose Marzavan - appena il re vostro padre non vi vedrà di ritorno, non mancherà di mandar persone sulle nostre tracce. Coloro che verranno da questa parte, rinvenendo quest’abito insanguinato, crederanno che qualche bestia feroce vi abbia divorato, e che io me ne sia fuggito pel timore della collera del Re. Vostro padre, non ritenendovi più per vivo, cesserà dal farvi cercare, e in tal modo noi avremo tempo di continuare il nostro viaggio senza timore di essere perseguitati.
- Saggio Marzavan - rispose il principe Camaralzaman - io approvo uno stratagemma tanto ingegnoso e ve ne professo un novello obbligo.
Il principe e Marzavan, continuarono il viaggio.
Finalmente giunsero alla capitale della China, ove Marzavan, invece di condurre il principe in casa sua, lo fece scendere all’albergo degli stranieri. Vi stettero tre giorni a riposarsi dalle fatiche del viaggio ed in questo tempo Marzavan fece fare un abito da astrologo per travestire il Principe.
Passati tre giorni andarono insieme al bagno, ove Marzavan fece vestire il principe da astrologo, ed all’uscire [241] del bagno lo condusse innanzi al palagio del re della China, ove lo lasciò per andare ad avvertire sua madre, nutrice della principessa Badoure, del suo arrivo, onde ne facesse consapevole la principessa.
Il principe Camaralzaman, istruito da Marzavan di quanto doveva fare, e munito di quel che abbisognava ad un astrologo, s’avanzò fino alla porta del palagio del re della China, e fermatovisi, esclamò:
- Io sono un astrologo e vengo a dare la guarigione alla rispettabile principessa Badoure, figliuola dell’alto e potente monarca Gaiour, re della China, alle condizioni proposte dalla Maestà Sua di sposarla se vi riesco, o se no di perder la vita!
Finalmente il gran Visir in persona venne a prenderlo da parte del re della China, e glielo condusse innanzi. Il principe, non appena lo vide seduto sul trono, si prostrò e baciò la terra innanzi a lui.
Il re, il quale fra tutti coloro del quali una smisurata presunzione aveva spinto ai suoi piedi le teste non aveva veduto ancora nessuno sì degno d’interessarlo, ebbe una vera pietà di Camaralzaman pel pericolo a cui si esponeva. Laonde gli fece più onore, volendo che gli fosse avvicinato e seduto vicino.
Il re della China comandò all’eunuco custode della principessa Badoure, il quale era presente, di condurre il principe Camaralzaman dalla principessa sua figliuola.
L’eunuco condusse il principe Camaralzaman, e quando furono in una lunga galleria, a capo della quale era l’appartamento della principessa, il principe siccome era fornito del necessario per un astrologo, tolse il calamaio e la carta, e scrisse il seguente biglietto alla principessa della China.

«Il principe Camaralzaman
alla principessa della China.

«Adorabile principessa, l’amoroso principe Camaralzaman non vi parla più degli inesprimibili mali che soffre dalla notte fatale in cui le vostre bellezze gli fecero perdere la libertà che aveva risoluto di conservare per tutta la vita sua, ma sibbene vi fa osservare avervi dato il cuore, durante il vostro dolcissimo sonno; osò anche darvi il suo anello in segno [242] del suo amore, e prendere il vostro in cambio, che vi manda in questo biglietto.
«Se vi degnate rinviarglielo, egli si stimerà il più felice degli amanti; altrimenti il vostro rifiuto non gl’impedirà di ricevere la morte con una rassegnazione tanto più grande inquantoché gli sarà data per amor vostro.
«Egli attende la vostra risposta nella vostra anticamera.»

Finito questo biglietto, il principe Camaralzaman ne fece un involto con l’anello della principessa, senza farlo vedere all’eunuco, e dandoglielo gli disse:
- Amico, prendi e porta questa lettera alla tua padrona: se essa non guarisce dal momento che l’avrà letta ed avrà veduto ciò che vi è racchiuso, ti permetto di pubblicare esser io il più indegno ed il più impudente di tutti gli astrologhi.
L’eunuco entrò nella camera della principessa della China, e presentandole la lettera che il principe Camaralzaman le inviava, le disse:
- Principessa, un astrologo più temerario degli altri è giunto e pretende che sarete guarita appena avrete letta questa lettera e veduto quel che vi è dentro.
La principessa Badoure prese il biglietto con molta indifferenza: ma appena ebbe veduto il suo anello non pensò più a terminare di leggere, ed alzatasi precipitosamente, sì che ruppe la catena che la teneva legata, corse alla cortina e l’aprì.
Ella subito riconobbe il principe, ed egli lei, e corsero l’uno verso l’altra e si abbracciarono teneramente.
La nutrice accorse, li fece entrare nella camera, dicendogli:
- Riprendetelo, io non potrei ritenerlo senza rendervi il vostro, il quale voglio custodire per tutta la mia vita. Essi non possono stare in migliori mani.
L’eunuco intanto era andato sollecitamente ad avvertire il re della China di quanto era accaduto, dicendogli:
- Sire, tutti gli astrologhi, medici ed altri che hanno osato intraprendere di guarire la principessa finora non erano che ignoranti. Quest’ultimo l’ha guarita senza vederla. - Gliene raccontò la maniera, ed il re, piacevolmente sorpreso, andò subito dalla principessa, che abbracciò, ed abbracciato anche il principe, prese la sua mano e mettendogliela in quella della principessa, gli disse:
- Fortunato straniero! Chiunque voi siate, io [243] mantengo la mia parola, e vi do la mia figlia in isposa.
Il Principe Camaralzaman ringraziò il re coi più rispettosi termini.
- Per quanto riguarda la mia persona, Sire - proseguì egli - è vero che io non sono astrologo, ma ne ho preso solo le vesti per viemeglio riuscire a meritar l’alta alleanza del potente monarca dell’universo; io son nato principe, figliuolo di re e di regina. Il mio nome è Camaralzaman; mio padre si chiama Schahzaman, e regna nell’isola assai conosciuta, dei Fanciulli di Khaledan.
La cerimonia delle nozze si fece nello stesso giorno e vi furono feste solenni in tutta la China.
Marzavan non fu obliato, dandogli quel re accesso nella Corte, ed onorandolo col dargli un impiego in un ufficio colla promessa d’innalzarlo poscia a gradi più considerevoli.
Il principe Camaralzaman e la principessa Badoure, giunti al colmo del loro desiderio, godettero delle delizie dell’imene, e per più mesi il re della China non lasciò di manifestare la sua gioia con continue feste.
In mezzo a tali piaceri, il principe Camaralzaman sognò una notte vedere il re Schahzaman vicino ad esalare lo spirito, che dicea:
- Questo figliuolo da me procreato, che ho amato sì teneramente, mi ha abbandonato, ed è causa della mia morte!
A questo punto il principe svegliossi, fortemente sospirando: ei risvegliò eziandio la principessa, la quale domandandogli perché sospirasse a quel modo:
- Ohimè! - rispose il principe - forse nel momento in cui parlo il re mio padre non vive più - e le raccontò il soggetto che aveva di sì tristo pensiero.
La principessa, senza dirgli nulla del disegno da lei concepito dietro questo racconto, cercando solo di compiacerlo, il giorno stesso ne parlò al re della China in particolare.
- Sire - gli disse baciandogli la mano - ho a chiedervi una grazia. Ma affinché non crediate essere istigata a far ciò dal principe mio marito, protesto anzitutto non avervi egli niuna parte. La grazia è di volermi concedere che io vada con lui a vedere il re Schahzaman, mio suocero.
- Figliuola mia qualunque dispiacere possa costarmi la vostra partenza, io non posso disapprovare questa risoluzione la quale è degna di voi, ad onta della fatica d’un sì lungo viaggio. Andate, io ve lo [244] prometto: ma a condizione che non restiate più d’un anno alla corte del re Schahzaman.
La principessa annunziò il consenso del re al principe Camaralzaman, il quale ne provò grandissima gioia. Il re della China ordinò i preparativi del viaggio. La separazione avvenne con molte lacrime da ambe le parti.
Dopo circa un mese di cammino giunsero ad una prateria vastissima, dove eranvi piantati di tratto in tratto dei grandi alberi. Essendo in quel giorno eccessivo il calore, il principe Camaralzaman giudicò essere a proposito di fermarvisi.
Scesero a terra in un piacevole luogo, e come fu innalzata la tenda, la principessa Badoure vi entrò, mentre il principe dava i suoi ordini pel resto dell’accampamento. Per stare con più comodo, si fece a togliere il cinto, che le sue ancelle deposero vicino a lei, e poscia essendo assai stanca si addormentò, e le sue donne la lasciarono sola.
Quando tutto fu regolato nel campo, il principe Camaralzaman entrò nella tenda. Aspettando forse d’addormentarsi ancor egli, prese il cinto della principessa, guardò uno dopo l’altro i diamanti ed il rubini di cui era arricchito, e scorse una piccola borsa cucita sotto la fodera legata con un cordone.
Curioso di sapere quello che vi fosse nascosto, aprì la borsa e ne trasse una corniola.
Era un talismano che la regina della China avea donato alla principessa sua figliuola, per renderla felice, come essa diceva, finché l’avrebbe portato addosso.
Per meglio vederlo il principe Camaralzaman uscì fuori della tenda, e siccome lo teneva sulla palma della mano, un uccello scese improvvisamente dall’aria e glielo tolse.
L’uccello, dopo quanto aveva fatto, s’era posato a terra a poca distanza col talismano nel becco. Il principe Camaralzaman s’avanzò colla speranza che lo lascierebbe, ma quando fu vicino, l’uccello s’alzò a volo, e posò a terra, una seconda volta. Egli continuò a perseguitarlo. L’uccello dopo aver inghiottito il talismano, si posò più lontano.
Di valle in collina, e di collina in valle, l’uccello trasse dietro a sé il principe Camaralzaman, allontanandolo sempre più dalla principessa Badoure e a sera invece di gettarsi in un cespuglio, salì alla cima di un grand’albero ov’era in sicurezza.
Oppresso dalla fatica, dalla fame e dalla sete, si [245] coricò e passò la notte ai piedi dell’albero.
L’undecimo giorno, l’uccello sparve volando, e Camaralzaman, sempre seguendolo, giunsero ad una gran città. Quando l’uccello fu presso alle mura, prese il volo e disparve agli occhi di Camaralzaman, il quale perdé la speranza di rivederlo, e di ricuperare il talismano della principessa Badoure.
Camaralzaman, afflitto oltre ogni dire, entrò nella città fabbricata sulla riva del mare con un bellissimo porto.
Camminò lungo tempo nelle strade senza sapere dove arrestarsi, ed arrivò al porto. Quivi fu incerto ancora sul da fare, e camminò lungo il molo fino alla porta d’un giardino trovata aperta.
Il giardiniere che era un buon vecchio occupato a lavorare, non appena lo vide, l’invitò ad entrare.
Camaralzaman ringraziò quel buon uomo con molta riconoscenza dell’asilo sì generosamente accordatogli.
- Lasciamo stare i complimenti: voi siete stanco e dovete aver bisogno di mangiare, però, venite a riposare.
E lo condusse in una piccola casa, ove dopo che il principe ebbe sufficientemente mangiato di quanto presentogli con una cordialità meravigliosa, lo pregò di partecipargli la cagione di questo suo arrivo.
Camaralzaman soddisfece il giardiniere, e quando ebbe finito la sua storia senza nulla celargli, gli chiese a sua volta per quale strada avrebbe potuto ritornare agli Stati del re suo padre.
In risposta di quel che Camaralzaman chiedeva, il giardiniere gli disse che dalla città ove si trovava vi voleva un anno di cammino fino a’ paesi ov’erano mussulmani comandati da principi della loro religione, che per mare si giungeva all’isola d’Ebena in molto minor tempo, e che di là era più agevole il passare all’isola dei Fanciulli di Khaledan. che ciascun anno un naviglio mercantile andava all’isola d’Ebena e che avrebbe potuto cogliere quell’opportunità per ritornare al suo paese.
- Intanto, attendendo quello che partirà l’anno venturo, se aggradite di restare con me, io vi offro la mia casa qual è di buonissimo grado.
Il principe Camaralzaman si stimò felice d’aver trovato tale asilo in un luogo ove non conosceva nessuno, e dove non aveva nessun desiderio di far delle [246] conoscenze, laonde accettò l’offerta e restò col giardiniere.
Lo lasceremo quivi per ritornare alla principessa Badoure, che noi abbiamo lasciata addormentata sotto la sua tenda.
La principessa Badoure dormì lungo tempo, e destandosi, stupì non vedendosi accanto il principe Camaralzaman.
Chiamate le sue ancelle, chiese loro se sapevano ov’egli fosse: e mentre quelle l’assicuravano d’averlo veduto entrare ma non uscire, ella scorse, ripigliando il suo cinto, la piccola borsa aperta e il talismano sparito. Dal che non dubitò che Camaralzaman l’avesse preso per vederlo e quindi riportarglielo: ma vedendo che sebbene fosse già notte avanzata egli non tornava, ne provò un’afflizione inesprimibile, maledicendo mille volte il talismano e chi l’aveva fatto.
Desolata oltre modo di tale avvenimento, prese una risoluzione poco comune alle persone del suo sesso.
Nel campo non v’erano che la principessa e le sue ancelle le quali sapessero esser Camaralzaman scomparso. Temendo ella non la tradissero, se l’avessero saputo, moderò il suo dolore e proibì alle sue donne di nulla dire, o di nulla fare che potesse destare il minimo sospetto. Poscia dimise il suo abito, e ne vestì uno di Camaralzaman al quale rassomigliava tanto, che i suoi famigliari la presero per lui quando loro impose di far fagotto e porsi in cammino. Allorché tutto fu pronto, fatta entrare una delle sue donne nella lettiga, salì a cavallo e si posero in cammino.
Dopo un viaggio di più mesi per terra e per mare la principessa giunse alla capitale dell’isola del regno d’Ebena, il di cui sovrano chiamavasi Armanos.
Tosto si sparse la voce che il vascello allora giunto portava il principe Camaralzaman di ritorno da un lungo viaggio e la fama ne andò sino al re, il quale accompagnato da gran parte della sua Corte, andò incontanente incontro alla principessa, la trovò sul punto di sbarcare.
Egli la ricevette come figliuolo di un re suo amico, con cui era andato sempre d’accordo e la condusse al suo palazzo. Le fece d’altra parte tutti gli onori immaginabili, e la trattò per tre giorni con una straordinaria magnificenza.
Quando i tre giorni furono passati vedendo il re Armanos come la principessa, da lui creduta il principe di Camaralzaman, parlava di rimbarcarsi e di [247] continuare il suo viaggio, preso di amore per un principe sì ben fatto e di sì bell’aspetto, la chiamò in disparte e le disse:
- Principe, nell’età inoltrata in cui mi vedete, e con poca speranza di vivere ancora lungo tempo, ho il cordoglio di non avere un figliuolo cui lasciare il mio Regno. Il cielo m’ha dato solamente un’unica figliuola d’una bellezza sorprendente che non potrebbe meglio accompagnarsi se non con un principe sì ben fatto, di sì alta nascita e così cortese come voi. Invece di pensare a far ritorno al vostro regno, accettatela di mia mano colla mia corona, di cui mi spoglio sin d’ora.
L’offerta generosa del re dell’isola d’Ebena di dare la sua unica figliuola in consorte alla principessa Badoure, che non poteva accettarla essendo femmina, e di cedere i suoi Stati, l’immersero in un’angustia cui non s’attendeva.
Dichiarare al re non esser ella il principe Camaralzaman ma la sua consorte, era indegno di una principessa come lei di smentirsi dopo averlo assicurato d’essere questo principe ed averne sì ben sostenuta la parte sino allora.
Queste considerazioni e quelle d’acquistare un regno al principe suo marito, caso lo ritrovasse, determinarono la principessa ad accettare il partito proposto da Armanos.
Però, dopo esser rimasta alcuni momenti senza parlare, col viso in fiamme, che il re attribuì alla modestia, rispose:
- Sire, sono infinitamente obbligato a Vostra Maestà della buona opinione che ha di me, dell’onore che mi fa, e d’un sì gran favore da me immeritato, ma che non oso ricusare: io non accetto peraltro una sì grande alleanza se non a condizione che Vostra Maestà mi assisterà co’ suoi consigli, e che io non farò nulla prima ch’ella non l’abbia approvato!
Le nozze concluse in tal modo, la cerimonia ne fu fissata il giorno dopo.
Terminate le cerimonie, furon lasciate sole, e si coricarono. L’indomani, mentre la principessa Badoure riceveva in un’assemblea generale i complimenti di tutta la corte intorno alle sue nozze e come nuovo re, Armanos e la regina madre andarono all’appartamento della nuova regina loro figliuola, e le chiesero come avesse passata la notte.
Invece di rispondere ella chinò gli occhi, e la [248] tristezza che le appariva sul viso fece chiaramente conoscere quanto poco fosse contenta.
Per consolarla, Armanos le disse:
- Figliuola mia ciò non deve farti disgusto, imperocché il principe Camaralzaman, qui approdando, non pensava se non ad andare il più presto possibile dal re Schahzaman suo padre. Pazientate ancora fino alla notte prossima; ho elevato vostro marito sul mio trono e saprò ben farnelo discendere e scacciarlo vergognosamente, se non vi dà la soddisfazione di cui ne avete diritto.
Quel dì, la principessa Badoure entrò assai tardi da Hayatalnefous, come nella notte precedente, conversò di nuovo con lei, e voleva fare anche la sua preghiera mentre ella si coricava: ma Hayatalnefous la rattenne, e l’obbligò a sedersi.
- Come - diss’ella - ditemi, ve ne supplico, in che può dispiacervi una principessa come me, la quale non solo vi ama, ma vi adora, e si stima la più felice di tutte le principesse del suo grado, avendo un principe sì amabile per marito? Ogni altra, all’infuori di me, oltraggiata in tal modo, avrebbe una bella occasione di vendicarsi abbandonandovi al vostro destino. Peraltro, anche quando non vi amassi come vi amo, commossa come sono alle sciagure delle persone che mi sono più indifferenti, non tralascerei d’avvertirvi qualmente il re mio padre è assai sdegnato del vostro procedimento, e se voi continuate in tal guisa farà pesar su voi non più lungi di domani gli effetti della sua giusta collera. Fatemi la grazia di non ispingere alla disperazione una principessa che non può a meno di amarvi!
Questo discorso pose la principessa Badoure in un inesprimibile impaccio.
Siccome la principessa Badoure era rimasta interdetta, Hayatalnefous proseguiva il suo discorso, quando l’interruppe dicendole:
- Amabile e troppo leggiadra principessa, io ho torto, lo confesso, e mi condanno da me medesima: ma spero terrete il secreto il quale sto per palesarvi, onde giustificarmi presso di voi.
Ciò detto, la principessa Badoure si scoprì il seno, soggiungendo:
- Vedete, principessa, se una donna come me non merita di esser perdonata. Son persuasa lo farete di buon grado quando vi avrò narrata la mia storia, e [249] soprattutto l’affliggente sciagura che m’ha costretta a rappresentare la parte di cui siete testimone.
Quando la principessa Badoure ebbe terminato di farsi conoscere interamente alla principessa dell’isola d’Ebena, la supplicò una seconda volta di tenerle il segreto fino all’arrivo del principe Camaralzaman, il quale presto sperava rivedere.
- Principessa - rispose Hayatalnefous - sarebbe strano destino che un matrimonio felice come il vostro dovesse essere di sì poca durata dopo un amore reciproco pieno di meraviglie. Fo voti onde il cielo vi riunisca subito col vostro marito. Intanto io vi accerto di tenervi religiosamente il segreto confidatomi: e provo il più gran piacere d’esser la sola che vi conosca nel gran regno dell’isola d’Ebena, mentre continuerete degnamente a governare, come avete incominciato. Io vi chiedea amore, e presentemente mi dichiaro felicissima se non isdegnate concedermi la vostra amicizia!
Ciò detto le due principesse s’abbracciarono teneramente, e dopo mille dimostrazioni di reciproca amicizia si coricarono.
L’indomani il re Armanos andò nuovamente dalla figliuola, e avendola trovata ridente e festevole, argomentò che gli ardenti suoi voti fossero venuti soddisfatti.
Intanto il principe di Camaralzaman stava sempre nella città degl’Idolatri in casa del giardiniere.
Un giorno di buon mattino, mentre il principe si preparava a lavorare nel giardino secondo il solito, il frastuono che facevano due uccelli sopra un albero, l’obbligò ad alzare la testa.
Vide con sorpresa che quelli si battevano crudelmente col becco, cadendo poco dopo morto l’uno de’ due a piè dell’albero, mentre il vincitore postosi a volare, disparve. In quel mezzo due altri uccelli più grossi, avendo osservato il combattimento da lontano, arrivarono da un altro lato, si collocarono l’uno a piè e l’altro alla testa del morto, lo guardarono alcun tempo rimovendo la testa in segno di dolore, e gli scavarono una fossa colle loro zampe; poscia ve lo seppellirono.
Compiuta tal pietosa funzione i due uccelli disparvero, ritornando poco dopo tenendo col becco uno per un’ala e l’altro per un piede l’uccello assassino, il quale mandava spaventevoli grida e faceva grandi sforzi per sfuggire: ma gli altri due lo portarono sulla sepoltura del morto e là sacrificandolo per giusta vendetta [250] dell’assassinio commesso, lo tolsero di vita a colpi di becco.
Da ultimo gli apersero il ventre, e lasciando il corpo sul luogo, se ne fuggirono.
Camaralzaman restò grandemente stupito di tale spettacolo. Si avvicinò all’albero, ove la scena era avvenuta, e guardando a caso le sparse interiora, scorse alcunché di rosso nello stomaco, abbandonato dagli uccelli vendicatori.
Osservando attentamente quanto aveva veduto di rosso, vide essere il talismano della principessa Badoure.
- Crudele - esclamò egli guardando l’uccello - eccomi vendicato del male fattomi!
Ciò detto, Camaralzaman baciò il talismano, l’avviluppò e lo legò accuratamente attorno al braccio.
L’indomani, appena giorno, quand’ebbe vestito il suo abito da lavoro, andò a prender gli ordini del giardiniere, il quale lo pregò di abbattere e sradicare un vecchio albero sterile.
Camaralzaman prese una scure, e pose mano all’opera; ma tagliando una radice dette su qualche cosa di resistente producendo gran rumore. Togliendo la terra scoprì una gran piastra di bronzo avente sotto una scala di dieci gradini, la quale immantinenti discese, e quando fu al basso vide una caverna di due o tre tese quadrate, ove contò cinquanta vasi di bronzo disposti con ordine e ciascuno con un coperchio.
Li scoprì l’uno dopo l’altro e li trovò tutti pieni di polvere d’oro. Uscì dalla caverna tutto lieto della scoperta fatta di un sì ricco tesoro; ripose la piastra sulla scala, e finì di sradicare l’albero aspettando il giardiniere di ritorno.
Questi aveva saputo il giorno innanzi che il vascello sarebbe partito di lì a pochi giorni, e ritornò con un volto allegro.
- Figliuol mio - gli disse - rallegratevi e preparatevi a partire fra tre giorni.
- Nello stato in cui sono - soggiunse Camaralzaman - non potevate annunziarmi nulla di più aggradevole: ed io in ricambio ho a parteciparvi una notizia oltremodo consolante. Abbiate la pazienza di venire con me, e vedrete la buona fortuna che il cielo vi manda!
Camaralzaman condusse il giardiniere al luogo ove aveva sradicato l’albero, lo fece discendere nella caverna, e quando gli ebbe fatta vedere la quantità dei [251] vasi pieni di polvere d’oro, gli manifestò la sua gioia nel veder come Dio ricompensava la virtù.
- Che v’intendete dire - rispose il giardiniere - Voi v’ingannate, io non voglio appropriarmi questo tesoro: esso vi appartiene, ed io non vi ho nessuna pretensione, imperocché da ottant’anni dacché è morto mio padre, non ho fatto altro se non muovere la terra di questo giardino senza mai scoprirlo, laonde è una prova che era a voi destinato, poiché Dio ve l’ha fatto trovare.
Il principe Camaralzaman, non volendo cedere in generosità al giardiniere, ebbe seco una lunga discussione su ciò, protestando da ultimo che non avrebbe preso nulla assolutamente, se non si fosse tenuta la metà per sé: al che il giardiniere avendo acconsentito, si divisero i cinquanta vasi.
- L’operazione è fatta - disse il giardiniere. - Figliuol mio, si tratta presentemente d’imbarcare queste ricchezze sul vascello, e farlo sì segretamente che nessuno ne abbia sentore, altrimenti correte rischio di perderle. All’Isola d’Ebena non vi si trovano ulive, e quelle che vi si portano di qui sono di grande smercio. Come sapete, io ne ho una gran provvisione; però fa d’uopo prendere cinquanta vasi e riempirli metà di polvere d’oro e il resto di ulive al di sopra facendoli portare al vascello quando vi imbarcherete.
Camaralzaman seguì questo buon consiglio, adoperando cinquanta vasi: e siccome temeva perdere di nuovo il talismano della principessa Badoure, il quale portava al braccio, ebbe la precauzione di metterlo in uno di quei vasi, e di farvi un segno onde riconoscerlo.
Quando ebbe terminato di metter i vasi in istato di esser trasportati, siccome si avvicinava la notte, si ritirò col giardiniere e gli raccontò il combattimento de’ due uccelli, e come avesse ricuperato il talismano della principessa Badoure.
Fosse per la sua avanzata età, o per essersi dato troppo moto in quel giorno, il giardiniere passò una cattiva notte: il male aumentò e si trovò anche più infermo la mattina del terzo giorno.
Il Capitano del vascello e più marinai andarono alla porta del giardino, e chiesero a Camaralzaman qual fosse il passeggiero che doveva imbarcarsi sul loro vascello.
- Son io stesso - rispose egli - il giardiniere il quale ha noleggiato il posto per me è infermo e non può parlarvi, ma entrate e portate a bordo questi vasi [252] di ulive, unitamente ai miei bagagli: vi seguirò appena avrò preso congedo da lui.
I marinai caricarono i vasi e i bagagli e il capitano partendo disse a Camaralzaman:
- Non mancate di venir subito, perché il vento è buono ed io aspetto voi solo per mettere alla vela.
Appena il capitano e i marinai furono partiti, Camaralzaman entrò dal giardiniere per prendere commiato da lui e in pari tempo ringraziarlo di tutti i buoni servigi resigli, ma lo trovò agonizzante e di lì a poco lo vide spirare.
Nella necessità in cui era il principe Camaralzaman d’andare ad imbarcarsi, si dette tutta la cura possibile per rendere gli ultimi uffici al defunto.
Lavò il suo corpo, lo seppellì e dopo avergli scavata una fossa nel giardino, lo sotterrò, indi senza por tempo in mezzo partì per andare ad imbarcarsi, portando seco anche la chiave del giardino, collo scopo di consegnarla a qualche persona di confidenza. Ma arrivando al porto seppe che il vascello aveva levato l’àncora da circa tre ore.
Il principe Camaralzaman, non ebbe altro partito a prendere se non di ritornare al giardino, d’onde era uscito, di prenderlo in affitto dal proprietario cui apparteneva, e di continuare a coltivarlo, deplorando la sua sciagura e la sua avversa fortuna.
Non potendo coltivarlo solo, prese a salario un servo, e per non perdere l’altra parte del tesoro, che per la morte del giardiniere rimasto senza eredi a lui ritornava, pose la polvere d’oro in cinquanta altri vasi, i quali finì di riempire di ulive, per imbarcarsi seco, quando gliene sarebbe venuto il destro.
Mentre il principe Camaralzaman ricominciava un’altr’anno di pene, di dolori e d’impazienza, il vascello continuava a navigare con un vento favorevolissimo giungendo felicemente all’isola d’Ebena.
Siccome il palagio era sulle rive del mare, il nuovo re o piuttosto la principessa Badoure, la quale scorse il vascello che stava per entrare in porto con tutte le bandiere spiegate al vento, domandò qual vascello fosse, e le fu risposto che veniva ogni anno dalla città degl’idolatri nella stessa stagione, e ordinariamente carico di ricche mercanzie.
Sotto pretesto di prendere essa medesima contezza delle mercanzie, e scegliere le più preziose, comandò di condurle un cavallo sul quale andò al porto accompagnata da molti ufficiali, e vi giunse quando il [253] capitano era in procinto di sbarcare. Essa lo fece condurre al suo cospetto, e gli chiese donde venisse.
Il capitano soddisfece a tutte le domande; in quanto ai passeggieri assicurò non avere se non mercanti, i quali eran forniti di ricche stoffe, ambra grigia, canfora, droghe, ulive e diverse altre cose. La principessa Badoure amava le ulive appassionatamente, sì che appena ne intese parlare, disse al capitano:
- Io compro tutte quelle che avete; però fatele sbarcare subito, affinché ci combiniamo col prezzo. Riguardo alle altre mercanzie, avvertite i mercanti di portarmi quanto hanno di più bello, prima di farlo vedere ad altri - Sì - rispose il capitano, che la prendeva per il re d’Ebena, com’essa lo era di fatto per l’abito che vestiva - ve ne sono cinquanta vasi molto grandi che appartengono ad un mercante, che è rimasto a terra, dopo averlo io stesso avvertito ed atteso lungo tempo: ma veduto poi che non veniva più e che il suo ritardo m’impediva di profittare del buon vento, perdetti la pazienza e sciolsi le vele.
- Non tralasciate però di farle sbarcare - disse la principessa - questo non impedisce di convenirne il prezzo.
Il capitano mandò la sua scialuppa al vascello, la quale ritornò ben presto carica dei vasi d’olive.
Siccome era vicina la notte, Badoure si ritirò nell’appartamento della principessa Hayatalnefous; si fece portare i cinquanta vasi d’ulive, ne aprì uno per assaggiarne e darne ad altri, e le versò in un piatto.
Restò assai meravigliata al vedere le ulive mischiate alla polvere d’oro, sicché esclamò:
- Quale avventura! Qual meraviglia! - fece poscia aprire e vuotar gli altri vasi in sua presenza dalle ancelle di Hayatalnefous, e sempre più aumentava la sua ammirazione vedendo esser le ulive di ciascun vaso mischiate di polvere d’oro.
Ma quando si venne a vuotare quello in cui Camaralzaman aveva posto il suo talismano, e che ella lo ebbe scorto, ne fu tanto sorpresa che svenne.
La principessa Hayatalnefous e le sue ancelle soccorsero Badoure, e la fecero rinvenire gettandole dell’acqua sul viso.
Quand’ebbe ricuperato i sensi, prese il talismano e lo baciò più volte; poscia, non volendo dir nulla al cospetto delle ancelle della principessa, le accomiatò.
- Principessa - diss’ella ad Hayatalnefous appena furono sole - dopo quanto v’ho raccontato della [254] mia storia, avete senza dubbio veduto che allo scorgere di questo talismano sono svenuta. Esso fu la causa che mi ha strappata dal principe Camaralzaman, mio marito.
Il giorno dopo, di buon’ora, la principessa mandò a chiamare il capitano del vascello, al quale disse quando le venne condotto innanzi:
- Datemi maggior contezza del mercante al quale appartenevano le ulive ch’io comperai ieri.
- Sire - rispose il capitano - Io aveva convenuto pel suo imbarco con un giardiniere assai vecchio, il quale mi disse che l’avrei trovato nel suo giardino di cui mi insegnò il luogo ove lavorava sotto di lui.
- Se la cosa è in tal guisa - soggiunse la principessa Badoure - egli è mestieri che mettiate di nuovo alla vela oggi medesimo, che ritorniate alla città degl’Idolatri e che mi conduciate qui quel giovane giardiniere il quale è mio debitore; altrimenti vi dichiaro che confischerò non solo le mercanzie che vi appartengono e quelle dei mercanti venuti con voi, ma anche la vostra vita e quella dei mercanti me ne risponderanno.
Il capitano non ebbe nulla da replicare a simile comando. Il vascello ebbe una felicissima traversata, e il capitano prese così bene le sue disposizioni da giungere di notte innanzi alla città degl’Idolatri: non fece gettar l’ancora, e mentre il vascello era in panna, sbarcò nella sua scialuppa in luogo poco discosto dal porto, andando tosto al giardino di Camaralzaman, con sei marinai. Camaralzaman intese picchiare alla porta del giardino.
Andò mezzo spogliato ad aprire: senza dirgli nulla il capitano ed i marinai s’impadronirono di lui: lo condussero alla scialuppa per forza, e menatolo a bordo del vascello, questi tosto partì.
Il vascello non ebbe una navigazione meno felice nel portar Camaralzaman all’isola d’Ebena, di quella avuta nell’andarlo a prendere nella città degl’Idolatri.
Sebbene fosse notte quando entrò nel porto, ciò nonostante il capitano non tralasciò di sbarcar subito e condurre tosto il principe Camaralzaman al palazzo.
La principessa Badoure, che già s’era ritirata nel palazzo interno, non appena fu avvertita del ritorno del capitano e dell’arrivo di Camaralzaman uscì per parlargli.
Immantinente guardò il principe Camaralzaman, per cui aveva versato tante lacrime dopo la loro [255] separazione, e subito lo riconobbe sotto il suo umile abito.
Quando la principessa Badoure ebbe ben provveduto a quanto riguardava il principe Camaralzaman, si volse al capitano per ricompensarlo del servigio resole. Incaricò all’uopo un altro ufficiale d’andare imantinente a levare il suggello apposto alle sue mercanzie ed a quelle de’ mercanti, e l’accomiatò col dono di un ricco diamante, il quale lo risarcì al di là della spesa del viaggio fatto.
Gli disse anche di tenersi le mille piastre d’oro pagategli pe’ vasi di ulive, perché ne avrebbe convenuto essa medesima col mercante da lui condotto. Finalmente ritirossi nell’appartamento della principessa dell’isola d’Ebena cui partecipò la sua gioia, pregandola nondimeno di tenerle tuttavia il segreto.
L’indomani la principessa della China, sotto il nome, l’abito e l’autorità di re dell’isola d’Ebena, dopo aver preso cura di far condurre il principe Camaralzaman la mattina prestissimo al bagno e di farle vestire un abito d’Emir, o Governatore di provincia, lo fece introdurre nel consiglio, ove si cattivò l’ammirazione di tutti i signori ch’erano presenti pel suo bell’aspetto e pel maestoso suo portamento.
La principessa Badoure eziandio rimase appagata nel vederlo amabile come l’aveva scorto le tante volte, il che l’animò di più a farne l’elogio in pieno consiglio.
Uscendo dal Consiglio, il principe fu condotto da un ufficiale in un grande appartamento fatto preparare per lui dalla principessa Badoure, ove trovò ufficiali e servitori pronti a ricevere i suoi ordini, e una scuderia fornita di bellissimi cavalli, il tutto per sostenere la dignità d’Emiro statagli conferita.
Quando si fu ritirato nel suo scrittoio, il suo intendente gli presentò un forziere pieno d’oro per le sue spese. A capo di due o tre giorni, la principessa Badoure, per dare al principe Camaralzaman maggiore accesso alla sua persona, ed insieme per fargli godere maggior riguardo, gli conferì l’ufficio di gran Tesoriere.
Adempì a’ suoi doveri con tanta integrità, obbligando oltre a ciò tutti, che s’acquistò non solo l’amicizia dei signori della Corte, ma anche si guadagnò il cuore di tutto il popolo.
La principessa Badoure, d’accordo colla principessa Hayatalnefous, chiamò in disparte il principe Camaralzaman, dicendogli:
- Camaralzaman, ho a parlarvi d’un affare di [256] lunga discussione su cui ho bisogno di consultarvi: e siccome non vedo possa farsi più comodamente della notte, venite questa sera, e lasciate detto di non attendervi, perché penserò io a darvi un letto.
Camaralzaman non mancò d’andare a palazzo all’ora indicata dalla principessa. Ella lo fece entrare con lei nel palazzo interno, e dopo aver detto al capo degli eunuchi, di non aver bisogno dei suoi servigi, e che tenesse solamente la porta chiusa, lo condusse in un appartamento, diverso da quello della principessa Hayatalnefous, ove era solito coricarsi.
Quando il principe e la principessa furono nella camera da letto, e ne fu chiusa la porta, la principessa trasse il talismano da una cassa e presentollo a Camaralzaman dicendogli:
- Non ha guari un astrologo m’ha donato questo talismano; essendo voi valente in tutto, potreste dirmi a che serve?
Camaralzaman prese il talismano ed avvicinossi ad una candela per considerarlo: ma appena l’ebbe riconosciuto, con una sorpresa che fece piacere alla principessa, esclamò:
- Sire, Vostra Maestà mi chiede a che serve questo talismano: ohimè! serve a farmi morir di cordoglio, se non trovo subito la più leggiadra ed amabile principessa dell’universo cui ha appartenuto, e di cui m’ha cagionato la perdita! E me l’ha cagionata per una strana avventura il cui racconto ecciterà la compassione di Vostra Maestà, per un marito e per un amante sciagurato come me, se vuol avere la pazienza di ascoltarmi.
- Me ne parlerete un’altra volta - rispose la principessa - ho il piacere di dirvi che ne so già qualche cenno. Intanto aspettatemi un momento, or ora ritorno.
Ciò detto la principessa Badoure entrò in un camerino, ove si spogliò del turbante reale, e dopo aver presa in pochi minuti un’acconciatura ed una veste da donna, col cinto che aveva nel giorno della loro separazione, rientrò nella camera.
Il principe Camaralzaman riconobbe subito la sua cara principessa, e corse a lei allacciandola teneramente, esclamando:
- Ah! quanto sono obbligato al re d’avermi sì piacevolmente sorpreso!
- Non aspettate di rivedere il re - disse la principessa abbracciandolo a sua volta con le lagrime agli [257] occhi - vedendo me, voi vedete il re. Sediamoci, affinché io vi spieghi l’enigma.
Eglino s’assisero, e la principessa raccontò al principe ogni cosa. Quando la principessa Badoure ebbe terminato, volle che il principe le narrasse per quale avventura il talismano era stato causa della loro separazione. Egli gliene portò le ragioni di cui abbiamo parlato: indi siccome era molto tardi, andarono a dormire.
La principessa avea smesso l’abito reale per ripigliare l’abito femminile, e quando fu vestita, mandò il capo degli eunuchi a pregare il re Armanos, suo suocero, di compiacersi di andare nel suo appartamento.
Quando il re Armanos vi giunse, fu assai meravigliato di vedere una donna sconosciuta ed il gran Tesoriere. Sedendosi chiese ove fosse il re.
- Sire - rispose la principessa - ieri io era il re, ed oggi sono la principessa della China, moglie del vero principe Camaralzaman, legittimo figlio del re Schahzaman. Se la Maestà Vostra vuol avere la pazienza di ascoltare la nostra istoria, spero non mi condannerà d’averlo tratto in un sì innocente inganno.
Il re Armanos le prestò orecchio, ed ascoltò con maraviglia dal principio alla fine ciò che quella narrogli. Nel terminare aggiunse:
- Sire, avvegnaché nella nostra religione le donne sian poco contente della libertà che hanno i mariti di prendere più mogli, pur nondimeno se la Maestà Vostra consente di dare la principessa Hayatalnefous, sua figliuola, in isposa al principe Camaralzaman, io volentieri le cedo il grado e la qualità di regina che per diritto le appartiene, e mi contento del secondo grado.
Il re Armanos ascoltò il discorso della principessa con ammirazione, e quando ella ebbe terminato, rivoltosi al principe Camaralzaman gli disse:
- Figliuol mio, poiché la principessa Badoure vostra consorte, che io ho tenuta finora come mio genero per un inganno di cui non posso lagnarmi, mi assicura di esser contenta di dividere il vostro letto colla mia figliuola, non mi resta più se non sapere se voi la volete sposare.
- Sire - rispose il principe Camaralzaman - sebbene sia vivissimo il desiderio di rivedere mio padre, le obbligazioni che professo sì alla Maestà Vostra [258] come alla principessa Hayatalnefous sono tanto grandi, che non posso per nulla ricusarmi.
Camaralzaman fu proclamato re e maritato lo stesso giorno con grande magnificenza, restando soddisfattissimo della bellezza, dello spirito e dell’amore della principessa Hayatalnefous.
In seguito le due regine continuarono a vivere insieme colla stessa amicizia e la stessa unione di prima, e paghe dell’uguaglianza con cui le trattava il principe Camaralzaman.
Esse gli dettero ciascuna un figliuolo lo stesso anno, quasi nello stesso tempo, e la nascita dei due principini fu celebrata con grandi feste.
Camaralzaman impose il nome di Amgiad al primo che la regina Badoure aveva partorito, e Assad a quello che la regina Hayatalnefous aveva messo alla luce.
I due principini furono allevati con una gran cura e quando vennero grandi ebbero lo stesso agio, i medesimi precettori nelle scienze e nelle belle arti, e lo stesso maestro in ciascun esercizio. La grande amicizia che nutrivano l’uno per l’altro fin dalla loro infanzia aumentò sempre più.
Come i due principi erano egualmente belli, le due Regine avevano concepito per essi un’incredibile tenerezza, sì che la principessa Badoure aveva maggiore inclinazione per Assad, figliuolo della regina Hayatalnefous, anzi che per Amgiad suo proprio figliuolo: e viceversa.
Le due regine, non essendosi fatto un segreto della loro passione e non avendo il coraggio di dichiararla a voce al principe che ciascuna di essa amava in particolare, convennero di palesarla ognuna per mezzo di un biglietto: e per l’esecuzione di un sì pernicioso disegno approfittarono dell’assenza del re Camaralzaman per una caccia.
Il giorno della partenza del re, il principe Amgiad, presiedette il consiglio, e fece giustizia fino a due o tre ore dopo mezzogiorno.
All’uscir del consiglio, siccome rientrava nel palazzo, un eunuco lo prese in disparte e gli presentò un biglietto da parte della regina Hayatalnefous, che Amgiad prese e lesse con orrore.
- Come, perfido - disse all’eunuco - è questa la fedeltà che serbi al tuo padrone, al tuo re?
Ciò detto gli tagliò la testa.
Poscia Amgiad incollerito andò dalla regina [259] Badoure sua madre, con un volto che mostrava il suo risentimento, le presentò il biglietto, e le dette contezza del contenuto dopo averle palesato da qual parte venisse.
La regina Badoure poteva ben giudicare dall’esempio del suo figliuolo Amgiad che il principe Assad, il quale non era men virtuoso, non riceverebbe più favorevolmente la di lei dichiarazione.
Ciò peraltro non l’impedì dal persistere in un disegno sì abbominevole, l’indomani scrisse un biglietto, il quale confidò ad una vecchia che aveva accesso nel palazzo. La vecchia colse anch’essa l’occasione di dare il biglietto al principe Assad all’uscir del consiglio, dopo ch’egli avea finito di presiederlo.
Il principe lo prese, e nel leggerlo si lasciò talmente trasportare dallo sdegno che senza finir di leggere trasse la sciabola e punì la vecchia. Corse all’appartamento della regina Hayatalnefous sua madre col biglietto in mano, e voleva mostrarglielo: ma essa non gli dette nemmeno il tempo di parlare:
- So quello che volete dirmi, voi siete un impertinente come vostro fratello Amgiad: andate, ritiratevi e non comparite mai più innanzi a me!
Assad rimase interdetto a tali parole che non si attendeva, e si ritirò senza replicare.
Le due regine, disperate d’aver rinvenuto nei due principi una virtù che avrebbe dovuto farle entrare in loro medesime, rinunciarono ad ogni sentimento di natura e di madre e s’accordarono sul modo di farli pentire.
Laonde dettero ad intendere alle loro donne d’averle i principi volute forzare, facendone tutte le finzioni, colle loro lacrime, colle loro grida, e colle maledizioni, e si coricarono nell’istesso letto, come se la resistenza ch’esse finsero d’aver fatta, le avesse ridotte agli estremi.
L’indomani il re Camaralzaman, al suo ritorno dalla caccia, maravigliato di vederle coricate insieme in uno stato che seppero ben fingere, e che lo mosse a compassione, le richiese quanto fosse loro accaduto.
A questa domande, le dissimulatrici regine raddoppiarono i loro gemiti ed i loro singhiozzi, e dopo molte istanze la regina Badoure prese alfine la parola dicendogli:
- Sire, pel giusto dolore cui siamo oppresse, non dovremmo vedere la luce dopo l’oltraggio che i principi vostri figliuoli ci hanno fatto con una brutalità [260] senza esempio. Per un complotto indegno della loro nascita, la vostra assenza ha inspirato loro l’ardire e l’audacia d’attentare al nostro onore.
Il re fece chiamare i due principi, ed avrebbe loro tolta la vita di propria mano. Il vecchio re Armanos, suo suocero, lo pregò onde volesse ben bene esaminare se avessero commesso il delitto di cui venivano accusati.
Camaralzaman seppe padroneggiare sé stesso per non essere il carnefice dei suoi propri figliuoli, ma dopo averli fatti imprigionare, fece venire verso sera un emiro chiamato Giondar, cui commise di andar loro a tor la vita fuori della città e di non tornare senza portargli i loro abiti in segno dell’esecuzione dell’ordine datogli.
Giondar camminò tutta la notte, ed il giorno appresso, sceso da cavallo, comunicò a’ principi colle lacrime agli occhi l’ordine ricevuto.
- Fate il vostro dovere! - risposero i principi.
Ciò detto, s’abbracciarono, e si dettero l’estremo addio. Il principe Assad pel primo si mise in istato di ricever la morte, dicendo a Giondar:
- Cominciate da me, affinché non abbia il dolore di veder morire il mio caro fratello Amgiad!
Amgiad vi si oppose. Finalmente terminarono quella reciproca deferenza sì commovente, e pregarono Giondar di legarli insieme, e di metterli nella più comoda situazione per dar loro il colpo di morte nell’istesso tempo.
Giondar concesse a’ due principi quanto desideravano, e dopo averli situati nel modo che credé più acconcio per tagliar loro il capo d’un sol colpo, li legò e domandò loro se avevano qualche cosa a domandargli prima di morire.
- Non vi preghiamo che d’una sola cosa - risposero i principi - cioè di assicurare il re nostro padre, al vostro ritorno, che moriamo innocenti, ma che non gl’imputiamo l’effusione del nostro sangue. Difatti noi sappiamo che egli non sa bene la verità sul delitto di cui siamo accusati!
Giondar, dopo aver loro promesso di obbedirli trasse fuori la sciabola, dalla quale azione e dal luccicar del ferro, spaventato il suo cavallo, ruppe la briglia, e fuggì, mettendosi a correre con quanta lena aveva per la campagna.
Era un cavallo di gran prezzo e riccamente bardato che Giondar avrebbe avuto grandissimo dispiacere [261] di perdere; laonde turbato da questo accidente, invece di tagliar la testa ai principi, gettò la sciabola e gli corse dietro per afferrarlo.
Il cavallo, lo condusse fino ad un bosco, ove entrato Giondar ve lo seguì e i nitriti del cavallo avendo svegliato un leone, questo accorse, ed invece di andare verso il cavallo, andò dritto a Giondar: appena lo ebbe veduto. Giondar non pensò più al suo cavallo, e fu in grandissimo impaccio per la conservazione della sua vita.
- In questo frangente Iddio non mi manderebbe questo castigo - disse egli tra se stesso - se i principi cui mi si è comandato togliere la vita non fossero innocenti, e per mia maggior sciagura non ho neppure la sciabola per difendermi!
Durante l’allontanamento di Giondar ai due principi venne una sete ardente. Il principe Amgiad fece osservare al principe suo fratello una vicina sorgente d’acqua, e gli propose di sciogliersi e di andare a bere.
Amgiad si sciolse e sciolse anche il principe suo fratello: indi andarono alla sorgente ove dopo essersi rinfrescati intesero il ruggito del leone, e grandi grida nel bosco in cui il cavallo e Giondar erano entrati.
Amgiad prese subito la sciabola che Giondar aveva gettata, e disse al fratello:
- Assad, corriamo in soccorso dello sciagurato Giondar: forse arriveremo in tempo per liberarlo dal pericolo che lo sovrasta.
I due principi, senza perder tempo, arrivarono mentre il leone atterrava Giondar.
Il leone, vedendo il principe Amgiad avanzar verso lui colla sciabola alzata, lasciò la sua preda e gli andò furiosamente incontro ma il principe lo ricevette con intrepidità, e gli dette un colpo con tanta forza e destrezza, che lo fece cader morto.
Appena Giondar ebbe conosciuto di dover la vita ai due principi, si gettò ai loro piedi.
- Principi - disse - Dio non voglia ch’io attenti alla vostra vita dopo il grandissimo soccorso datomi. Non si rimprovererà mai all’emiro Giondar d’essere stato capace di tanta ingratitudine!
- Il servigio resovi - risposero i principi - non deve farvi tralasciare di eseguire l’ordine ricevuto, ma riprendiamo prima il vostro cavallo, e poscia ritorneremo al posto ove ci avete lasciati.
Non durarono molta fatica a riprendere il cavallo il quale per la stanchezza s’era fermato, ma quando [262] furono di ritorno alla sorgente, non poterono persuadere l’emiro di toglier loro la vita.
- La sola cosa che prendo la libertà di domandarvi, - disse loro - si è di accomodarvi alla meglio con quello che vi posso dare del mio abito, di darmi ciascuno il vostro, e di andare a vivere in lontani paesi onde il re vostro padre non senta mai più parlare di voi.
I principi fecero quanto voleva, e dopo avergli dato ciascuno il proprio abito ed essersi coperti di quanto loro dette del suo, insieme all’oro e all’argento che aveva indosso, l’emiro Giondar tolse commiato da essi. Separandosi Giondar dai principi, tinse i loro abiti nel sangue del leone, e continuò il suo cammino fino alla capitale dell’isola d’Ebena.
Al suo arrivo il re Camaralzaman gli chiese se avea fedelmente eseguito l’ordine datogli.
- Sire - rispose Giondar presentandogli gli abiti de’ due principi - eccone le prove.
- Ditemi - soggiunse il re - in qual modo hanno ricevuto il mio castigo?
- Sire, con un’ammirabile costanza e con somma rassegnazione, la quale mostrava la sincerità con cui professavano la loro religione:
- Noi morriamo innocenti - dicevano essi - ma non ce ne lagnamo e riceviamo la nostra morte dalla mano di Dio, e la perdoniamo al re nostro padre, essendo certi che non ha saputa la verità!
Camaralzaman sensibilmente commosso dal racconto dell’emiro Giondar, volle frugare nelle tasche degli abiti dei due principi, cominciando da quello di Amgiad, nel quale trovò un biglietto, che aprì e lesse.
Com’ebbe conosciuto esser la regina Hayatalnefous che l’aveva scritto, non solo dal carattere ma eziandio da una piccola ciocca di capelli in esso contenuti, fremette.
Poscia frugò in quello d’Assad ed il biglietto della regina Badoure rinvenutovi gli cagionò uno stupore sì subitaneo che svenne.
Nessun dolore fu eguale a quello cui Camaralzaman dette segni non dubbi appena ricuperò i sensi.
- Che hai tu fatto, barbaro padre! - esclamò egli - Io mi sono gettato da me stesso in questa abbominevole azione, ed è questo il castigo di cui Dio m’affligge per non aver persistito nell’avversione delle femmine, nella quale son nato. Io non laverò il vostro delitto col sangue, come meritereste, detestabili donne, [263] perché siete indegne della mia collera: ma che il cielo mi fulmini se mai più vi rivedo!
Il re Camaralzaman tenne religiosamente il suo giuramento. Fece passare le due regine lo stesso giorno in un appartamento separato, ove restarono sotto buona guardia, e per tutta la vita non le avvicinò.
Mentre il re Camaralzaman si affliggeva in tal modo per la perdita dei principi suoi figliuoli, essi erravano nei deserti. In capo ad un mese giunsero ai piedi d’una spaventevole montagna tutta di pietre nere ed inaccessibile. Pur nondimeno s’accorsero d’un cammino battuto: perciò fattisi coraggio salirono.
Più s’avanzavano, più sembrava loro alta e scoscesa, e furono più volte tentati di desistere dalla loro impresa.
Dopo una mezz’ora di riposo, Assad fece uno sforzo, ed arrivarono finalmente alla cima della montagna, ove fecero un’altra pausa. Amgiad s’alzò, ed avanzandosi, scorse un albero a poca distanza, a cui si accostò, e vide che era un melagrano carico di grossi frutti, vicino al quale eravi una fontana.
Ei corse ad annunciare la buona notizia ad Assad, e condottolo sotto l’albero vicino alla fontana, si rinfrescarono mangiando ciascuno una melagrana: dopo di che si addormentarono.
Il giorno dopo, quando i principi furono desti, Amgiad disse ad Assad:
- Andiamo, fratel mio, proseguiamo il nostro cammino; vedo che la montagna è meno aspra da questa parte che dall’altra, d’altronde non dobbiamo che discendere. - Ma Assad era stanco.
- Fratel mio - disse allora Amgiad ad Assad - se siete del mio avviso, resterete in qualche luogo, ove verrò a ritrovarvi, mentre io andrò ad informarmi come si chiama quella città, in qual paese siamo, e ritornando vi porterò dei viveri.
- Io non lo permetterò mai - replicò Assad - e se mi accade qualche cosa, avrò almeno la consolazione di sapervi in libertà.
Amgiad fu obbligato a cedere e si fermò sotto gli alberi. Il principe Assad prese del denaro nella borsa comune, e continuò a camminare fino alla città. Appena entrato nella prima strada, vide un venerabile vecchio, ben vestito e con un bastone in mano. Egli lo chiamò dicendogli:
- Signore, vi supplico d’insegnarmi per dove si va alla piazza pubblica.
[264] - Siate il benvenuto - rispose il vecchio. - Il nostro paese si tien molto onorato quando un giovane ben fatto come voi si è presa la pena di venirlo a vedere. Ditemi, quali affari avete sulla piazza?
- Signore - rispose Assad - son quasi due mesi che un mio fratello ed io siamo partiti da un paese assai lontano di qui e senza mai interrompere il nostro cammino siamo arrivati oggi soltanto. Mio fratello, stanco d’un sì lungo viaggio, è rimasto alle falde della montagna, mentre io son venuto a cercare dei viveri per me e per lui.
- Figliuol mio - continuò nuovamente il vecchio - voi siete giunto molto opportunamente, e ne godo per voi e per vostro fratello. Io ho dato oggi un gran pranzo a parecchi miei amici, e del quale è restata una quantità di vivande non toccate da nessuno: venite meco, io ve ne darò a mangiare finché vi satolliate, e quando avrete fatto ciò, ve ne dorò dell’altro per voi e per vostro fratello da poter vivere più giorni.
Io vi sono infinitamente obbligato - rispose il principe Assad - della vostra bontà, e confidando intieramente in voi, son pronto a venire ovunque vi piacerà.
Il vecchio, continuando a camminare con Assad a fianco, si rideva di lui, e per timore ch’egli non se ne accorgesse, gli diceva molte cose, onde restasse nella buona opinione che aveva concepito.
Il vecchio arrivò finalmente a casa, e introdusse Assad in una gran sala, ove eranvi quaranta altri vecchi, intorno a un gran fuoco. A tale spettacolo il principe Assad ebbe orrore e spavento nel vedersi ingannato, e trovarsi in un sì abbominevole luogo.
Mentre era immobile per lo stupore, lo scaltro vecchio salutò i quaranta compagni, dicendo:
- Devoti adoratori del fuoco, ecco un felicissimo giorno per noi. - Ed aggiunse: - Ov’è Gazban? Lo si faccia venire.
A queste parole, un nero apparve, si avvicinò ad Assad, lo gettò a terra con un schiaffo, lo legò per le braccia con una maravigliosa destrezza, e quando ebbe terminato:
- Conducilo là a basso - gli comandò il vecchio - e non mancar di dire alle mie figliuole Bostane e Cavame di bastonarlo ciascun giorno, dandogli un pane la mattina ed un altro la sera per tutto nutrimento: ciò è sufficiente onde farlo vivere fino alla partenza del vascello pel Mare azzurro e la Montagna del [265] fuoco, ove ne faremo un piacevole sacrificio alla nostra Divinità!
Appena il vecchio ebbe dato l’ordine crudele, Gazban afferrò Assad, lo fece discendere sotto la sala e dopo averlo fatto passare per più porte, lo cacciò in un carcere, e l’attaccò pei piedi ad una catena molto grossa e pesante. Come ebbe fatto questo andò ad avvertire le figliuole del vecchio.
Bostane e Cavame, nudrite dell’odio contro i Mussulmani, ricevettero quell’ordine con gioia e condottesi incontanente nel carcere spogliarono Assad bastonandolo spietatamente, fino a fargli zampillar il sangue e perdere i sensi. Dopo un’esecuzione sì barbara, gli posero vicino un pane con un vaso d’acqua e si ritirarono.
Il principe Amgiad attese suo fratello Assad fino alla sera alle falde della montagna con grande impazienza. Passò la notte in una inquietudine desolante, e quando il giorno apparve, s’incamminò verso la città nella quale fu dapprima meravigliato di vedere se non pochissimi Musulmani, di cui fermò il primo nel quale s’imbatté, pregandolo di dirgli come la città si chiamasse. Gli venne risposto essere la città de’ Magi, così detta, a cagione che i Magi adoratori del Fuoco. vi erano in gran numero, essendovi pochi mussulmani.
E continuò il suo cammino andando in tutta fretta.
Amgiad, percorrendo la città si fermò innanzi alla bottega di un sarto che conobbe per mussulmano al suo abito, come aveva conosciuto quello a cui aveva parlato: ed entratovi si sedé vicino a lui dopo averlo salutato, e gli raccontò la cagione del dolore da cui era oppresso. Quando il principe Amgiad ebbe terminato, il sarto gli rispose:
- Se vostro fratello è caduto nelle mani di qualche mago, potete accertarvi di non rivederlo mai più. Egli è perduto senz’altro: ed io vi consiglio a consolarvene, e a preservarvi da siffatta disgrazia. Però se vi piace, resterete con me, ed io v’istruirò di tutte le astuzie di questi Magi, affinché vi guardiate da essi quando uscite.
Amgiad, afflittissimo d’aver perduto il suo fratello Assad, ‘accettò l’offerta, e ringraziò mille volte il sarto della bontà che avea per lui. Il principe Amgiad non uscì per la città se non in compagnia del sarto per tutto un mese, ma finalmente s’avventurò di andare solo fino al bagno. Al ritorno, passando per una strada ove non era alcuno, vide venirgli di fronte una signora, la quale nello scorgere un giovane di bell’aspetto e [266] tutto fresco, alzossi il velo e gli domandò con volto ridente ed adocchiandolo ove andasse.
Amgiad non poté resistere ai di lei vezzi e rispose:
- Signora, io vado a casa mia, o a casa vostra, come desiderate, e così dicendo pensava di lasciarsi condurre dal caso pur di godere le carezze di una sì bella signora.
Il principe la condusse lungo tempo di strada in strada, di viottolo in viottolo, ed erano l’uno e l’altra stanchi di camminare, quand’egli s’internò in una strada al cui termine era una casa bell’apparenza con una gran porta chiusa e con due sedili, l’uno da un lato, e l’altro dalla parte opposta.
Amgiad si sedette sopra l’uno come per voler riprender fiato, e la signora, più stanca di lui, si sedette sull’altro. Quando la signora fu seduta, disse al principe Amgiad:
- È questa dunque la vostra casa?
- Voi la vedete, signora - rispose il principe.
- Perché dunque non aprite - soggiunse ella - che aspettate?
- Mia bella - replicò Amgiad - non ho la chiave, avendola lasciata al mio schiavo.
- Ecco uno schiavo impertinente.
Ciò detto s’alzò, prese una pietra e andò per rompere la toppa, la quale era di legno e assai debole, secondo l’uso del paese.
- Entrate - soggiunse ella - attenderemo meglio dentro, anziché fuori, l’arrivo del vostro schiavo.
Il principe Amgiad entrò assai di malgrado in una corte spaziosa e magnificamente selciata. Dalla corte salì ad un gran vestibolo, donde videro egli e la signora una gran camera aperta e molto ben addobbata, ed in essa una mensa su cui erano apprestate squisite vivande, con un’altra carica di bottiglie di vino. Quando Amgiad vide quegli apparecchi, non dubitò più della sua perdita, e disse tra sé:
- È finita per te, povero Amgiad; tu non sopravviverai lungo tempo al tuo caro fratello Assad.
La signora al contrario, rapita da quel piacevole spettacolo, esclamò:
- Eh, signore, il vostro schiavo ha fatto più che voi non credevate. Ma se non m’inganno, questi preparativi sono per ben altra signora: ma non monta; venga pure questa signora, io vi prometto di non esserne gelosa.
Dopo i primi bocconi, la signora prese un bicchiere [267]  ed una bottiglia, si versò da bere e bevve la prima alla salute d’Amgiad. Quando ebbe bevuto, riempì il bicchiere, e glielo presentò ed egli le rese il contraccambio.
Erano alle frutta quando giunse il padrone di casa il quale era grande scudiere del re dei Magi, e si chiamava Bahader. La casa gli apparteneva, ma ne aveva un’altra ove ordinariamente abitava. Questa non gli serviva se non a’ sollazzi con tre o quattro amici eletti.
Bahader giunse senza seguito, e travestito, come ordinariamente faceva, rimanendo non poco sorpreso di vedere la porta della sua casa forzata. Entrò senza far strepito, e avendo inteso parlare nella camera, andò rasente al muro facendo capolino alla porta per vedere chi vi fosse dentro.
La signora, stando colle spalle voltate, non poteva vedere il grande scudiere: ma Amgiad lo scorse subito; egli cangiò di colore nel vederlo, e guardava fisso Bahader, il quale gli fece segno di non dir parola e di andare a parlargli. Amgiad si alzò, al che la signora gli chiese:
- Dove andate?
- Signora - ei le rispose - restate, vi prego, or ora vengo.
Bahader lo condusse nella corte onde parlargli senza essere inteso dalla signora.
Quando Bahader ed il principe Amgiad furono nella corte, Bahader chiese al principe per quale avventura si trovasse in casa sua colla signora, e perché ne avesse forzata la porta.
- Signore - rispose Amgiad - io debbo sembrare assai colpevole agli occhi vostri, ma se volete aver la pazienza di ascoltarmi, spero mi troverete innocentissimo.
Proseguì il suo discorso e gli raccontò in poche parole come stava la cosa, senza nulla occultare: e per ben persuaderlo non esser capace di un’azione tanto indegna quanto quella di forzare una porta, non gli celò esser egli principe.
- Principe, provo una gioia estrema di potervi servire in questa occasione strana, come quella che m’avete raccontata. Lungi dal turbar la festa, avrò un grandissimo piacere di contribuire alla vostra soddisfazione. Prima di comunicarvi quel che penso a tale proposito, ho l’onore di dirvi essere io grande scudiere del re, e mi chiamo Bahader. Ho una casa ove dimoro ordinariamente, e in questa vengo qualche [268] volta per stare con più libertà co’ miei amici. Voi avete fatto credere alla vostra bella di avere uno schiavo, quantunque non l’abbiate; or io voglio essere questo schiavo. Andate intanto a rimettervi al vostro luogo, e quando verrò fra poco presentandomi a voi in abito di schiavo, sgridatemi e battetemi; vi servirò per tutto il tempo che starete a tavola e fino alla notte, restando a dormire in casa mia, voi e la signora, cui domani mattina congederete onorevolmente. Dopo ciò sarà mio pensiero di rendervi dei servigi di maggior conseguenza. Intanto per ora andate, e non perdete tempo.
Non appena Amgiad rientrò nella camera, giunsero gli amici del grande scudiere, il quale li pregò cortesemente di volerlo scusare se non li riceveva, quel giorno, dicendo loro che ne approverebbero la cagione, quando il dì successivo ne li avrebbe informati.
Appena se ne furono andati, uscì e corse a mettersi in abito da schiavo.
Il principe Amgiad raggiunse la signora, contentissimo che il caso l’avesse condotto in un’abitazione appartenente ad un uomo tanto distinto, il quale l’aveva trattato così cortesemente.
Riponendosi a tavola, disse alla signora:
- Vi chieggo mille perdoni della mia inciviltà, e della collera che provo per l’assenza del mio schiavo: ma il tristo me la pagherà, e gli farò vedere se deve star fuori tanto tempo!
- Ciò non deve inquietarvi - soggiunse la signora.
Essi dunque continuarono a stare a tavola con maggior piacere, bevendo e mangiando fino all’arrivo di Bahader travestito da schiavo, che appena entrato si gettò a’ suoi piedi baciando la terra, per implorare la sua clemenza.
- Iniquo - gli disse Amgiad con sguardo e tono di collera - dimmi, se trovasi nell’universo uno schiavo più tristo di te?
- Signore, vi chieggo perdono - rispose Bahader - non credeva che vi ritiraste così per tempo.
- Tu sei un briccone - ripigliò Amgiad - ed io t’accopperò per insegnarti a non mentire, e a non mancare al tuo dovere!
Ciò detto s’alzò, prese un bastone e gli dette due o tre colpi assai leggermente, dopo la qual cosa si rimise a tavola.
Ma la signora, non contenta di simile castigo, alzatasi prese il bastone e gli dette una gran quantità di legnate.
[269] Amgiad scandalizzato di vedere maltrattare in quel modo un Ufficiale del re, aveva bel gridare esser ciò sufficiente; ella batteva sempre. Amgiad fu costretto ad alzarsi ed a strapparle il bastone: ma essa non potendolo più battere, si sedette al suo posto dicendogli mille ingiurie.
Bahader si asciugò le lacrime, e rimase in piedi per versar loro da bere; poscia, sparecchiò la tavola, spazzò la sala, pose ogni cosa al suo posto, e quando fu notte accese le candele.
Ogni qualvolta usciva od entrava, la dama non mancava d’ingiuriarlo e minacciarlo con gran malcontento di Amgiad, il quale voleva chiedergli scusa e non osava dirgli nulla.
Quando fu ora di coricarsi, Bahader preparò un letto sul sofà e si ritirò in una camera dirimpetto, dove non istette molto ad addormentarsi, dopo tanta fatica durata. Amgiad e la dama conversarono ancora per una buona mezz’ora e prima di riposarsi la dama ebbe bisogno di uscire.
Passando sotto il vestibolo, udì russare Bahader, e ricordandosi d’aver veduta una sciabola nella sala, nel rientrarvi disse ad Amgiad:
- Signore, vi prego di fare una cosa per amor mio.
- Di che si tratta, ed in che posso farvi piacere? - rispose Amgiad.
- Fatemi la grazia di prender questa sciabola - soggiuns’ella - e di andare a tagliar la testa al vostro schiavo.
- Signora, vi compiacerò, poiché lo desiderate; datemi la sciabola.
- Venite, seguitemi senza far rumore, affinché non si desti.
Entrarono nella camera ov’era Bahader, ma invece di ferir lui, Amgiad dette un colpo alla dama e le tagliò la testa, la quale rotolò su Bahader.
Il grande scudiere, svegliatosi di soprassalto, stupì nel vedere Amgiad colla sciabola insanguinata e il corpo della dama a terra, onde gliene chiese il motivo.
Amgiad gli raccontò come fosse la cosa, terminando così la sua narrazione:
- Per impedire a questa furibonda di togliervi la vita, non ho trovato altro mezzo se non quello di toglierla a lei medesima.
- Signore - rispose Bahader pieno di riconoscenza - le persone del vostro grado e tanto generose non [270] sono capaci di favorire azioni così inique. Voi siete il mio liberatore, ed io non posso a sufficienza ringraziarvene.
Dopo averlo abbracciato per dimostrargli quanto gli fosse obbligato, gli disse:
- Prima che faccia giorno è mestieri trasportare questo cadavere fuori di qui, ciò che m’accingo a fare.
Amgiad vi si oppose, dicendo doverlo egli trasportare, avendo commesso l’omicidio: ma Bahader soggiunse:
- Un nuovo venuto in questa città come voi non vi riuscirebbe. Lasciate fare a me, e restate qui in riposo. Se non vengo prima di giorno è segno che la pattuglia mi ha sorpreso: nel qual caso vi faccio in iscritto una donazione della casa e di tutte le suppellettili.
Appena Bahader ebbe scritta e data la donazione al principe Amgiad, pose il corpo della dama colla testa in un sacco, che si caricò sulle spalle, e cominciò a camminare di strada in istrada, prendendo la via del mare.
Non aveva fatto che pochi passi, quando s’imbatté nel giudice di polizia, il quale faceva in persona la sua ronda. Le genti del giudice l’arrestarono e aprirono il sacco, nel quale rinvennero il corpo della dama uccisa, e la sua testa.
Il giudice, riconoscendo il grande scudiere ad onta del suo travestimento, lo condusse in sua casa: e come non osò farlo morire, a cagione della sua dignità, senza parlare al re; lo menò da costui la mattina seguente. Non avendo il grande scudiere voluto difendersi venne condannato a morte.
Il giudice lo ricondusse seco, e mentre si preparava la forca, mandò a pubblicare per tutta la città la giustizia che stavasi per fare a mezzogiorno, d’un omicidio commesso dal gran scudiere.
Il principe Amgiad, avendo inutilmente atteso il grande scudiere, fu costernato in un modo da non potersi immaginare quando intese quel bando dalla casa in cui era, e disse tra sé:
- Se qualcuno deve morire per l’uccisione di una sì trista donna, son io, e non il gran Scudiere: ed io non permetterò mai che l’innocente sopporti la pena del colpevole!
Uscì e andò subito alla piazza, dove si doveva fare l’esecuzione. Appena Amgiad vide comparire il [271] giudice, il quale conduceva Bahader alla forca, andò a presentarsi a lui e gli disse:
- Signore, io vengo a dichiararvi e ad assicurarvi essere il gran scudiere innocentissimo dell’uccisione di quella donna. Son io che ho commesso il delitto, se delitto può dirsi l’aver tolto la vita ad una detestabile donna, la quale voleva toglierla ad un grande scudiere: ed ecco come la cosa è andata.
Quando il principe Amgiad ebbe detto al giudice in qual modo s’era incontrato colla donna, il giudice sospese l’esecuzione e lo guidò al re con quest’ultimo.
Il re volle essere informato della cosa dallo stesso Amgiad, il quale per fargli meglio comprendere la sua innocenza e quella del grande scudiere, profittò dell’occasione per narrargli la sua storia e quella di suo fratello Assad, dal principio fino al punto in cui gli parlava. Quando il principe ebbe terminato, il re gli disse:
- Principe, son io felice che questa occasione mi abbia dato luogo a conoscervi, e non solo vi dono la vita con quella del grande scudiere, cui lodo della buona intenzione avuta per voi, e il quale rimetto nella sua carica, ma vi nomino anche mio gran Visir per compensarvi dell’ingiusto trattamento, quantunque scusabile, che vostro padre vi ha fatto. Riguardo al principe Assad, io vi permetto d’adoperare tutta l’autorità che vi do per ritrovarlo.
Intanto Assad stava legato nel carcere ov’era stato chiuso dall’iniquo vecchio, e Bostane e Cavame, figliuole del vecchio, lo maltrattavano ogni giorno colla stessa crudeltà.
Essendo prossima la solenne festa degli Adoratori del Fuoco, si equipaggiò il vascello che ordinariamente faceva il viaggio della montagna del fuoco.
Venne caricato di mercanzie, mercé le cure d’un capitano chiamato Behram, zelantissimo della religione de’ Magi.
Quando fu in istato di mettere alla vela, Behram vi fece imbarcare Assad in una cassa a metà piena di mercanzie, con molte aperture ai fianchi per concedergli il necessario respiro, e fece discendere la cassa in fondo alla stiva.
Dopo alcuni giorni di navigazione, il vento divenne contrario, e s’aumentò in modo da suscitare una furiosissima tempesta. Il vascello non solo perdé la sua strada, ma Behram e il suo pilota non sapevano [272] più dove erano e temevano ad ogni momento di dare in qualche scoglio.
Nel forte della tempesta scoprirono terra, e Behram riconobbe essere il regno della regina Margiana, e ne ebbe un gran dispiacere; imperocché quella regina, essendo mussulmana, era perciò mortale nemica degli Adoratori del Fuoco.
In questo estremo tenne consiglio col suo pilota e co’ suoi marinai, dicendo loro:
- Amici, voi vedete la necessità in cui siamo ridotti; or bisogna scegliere tra questi due partiti: o farci inghiottir dai flutti o salvarci nel porto della regina Margiana. Ma il suo odio implacabile contro la nostra religione e contro tutti quelli che la professano vi è conosciuto, perciò non mancherà d’impadronirsi del nostro vascello, e di far togliere la vita a tutti noi. Io vedo un solo rimedio, il quale forse ci uscirà. Sono d’avviso di levare dalla catena il mussulmano e di vestirlo da schiavo. Quando la regina Margiana mi farà chiamare innanzi a lei, e mi domanderà qual è la mia professione, le risponderò esser io mercante di schiavi, aver venduti tutti quelli che avevo, tranne un solo, cui ho serbato per servirmi da segretario, sapendo egli leggere e scrivere.
Ella vorrà vederlo, e siccome egli è ben fatto, e d’altra parte è della sua religione, ne avrà compassione, non mancando di propormi di venderglielo, ed a questa considerazione ci permetterà trattenerci nel suo porto sino all’apparir del buon tempo.
Behram fece togliere il principe Assad dalla catena, e lo fece vestir riccamente da schiavo, secondo il grado di segretario del suo vascello, sotto il quale voleva presentarlo alla regina Margiana.
Appena questa ebbe veduto il vascello, mandò ad avvertire il capitano di andare a parlarle. Behram sbarcò col principe Assad, e dopo aver avuto la sua promessa di confermar esser egli suo schiavo e suo segretario, venne condotto innanzi alla regina Margiana. Assad era subito piaciuto alla regina ed essa fu lieta di sapere esser egli schiavo. Determinata di comprarlo a qualunque prezzo si fosse, chiese ad Assad come si chiamasse.
- Ohimè! - rispose Assad - io mi chiamavo altra volta, Assad il gloriosissimo, ed oggi mi chiamo Motar, destinato ad essere sacrificato!
Margiana, non potendo penetrare il vero senso di quella risposta, la riferì al capo della sua schiavitù.
[273] - Poiché voi siete segretario - continuò la regina - non dubito non sappiate bene scrivere; però fatemi vedere la vostra scrittura.
Assad si trasse un poco in disparte, e scrisse queste sentenze riferibili alle sue miserie:

«Il cieco si allontana dalla fossa in cui il chiaroveggente si lascia cadere.
«L’ignorante s’innalza alla dignità con discorsi che non dicono nulla.
«Il sapiente giace nella polvere colla sua eloquenza.
«Il mussulmano è nella più grande miseria con tutte le sue ricchezze.
«L’infedele trionfa in mezzo a’ suoi beni.
«Non si può dunque sperare che le cose cangino, essendo decreto dell’Onnipotente Iddio che rimangano sempre in questo stato.»

Assad presentò la carta alla regina Margiana, la quale non ammirò meno la moralità delle sentenze, che la bellezza del carattere.
Non appena ebbe finito, si rivolse così a Behram:
- Scegliete tra il vendermi questo schiavo, o donarmelo.
Behram rispose insolentemente che aveva bisogno del suo schiavo per sé.
La regina Margiana, sdegnata di quest’audacia, non volle parlare oltre a Behram, ma preso il principe Assad lo fece camminare innanzi a lei, lo condusse nel palazzo, mandando a dire a Behram che avrebbe fatto confiscare tutte le mercanzie, e mettere il fuoco al suo vascello in mezzo al porto, se vi passava la notte.
Behram fu costretto a ritornare al suo vascello tutto confuso, e di far preparare ogni cosa per rimettere alla vela.
La regina Margiana, dopo aver comandato, entrando nel suo palagio, che si servisse prontamente la cena, condusse Assad nel suo appartamento, ove lo fece sedere vicino a lei ad onta ch’ei volesse esentarsene, dicendo non esser conveniente ad uno schiavo tale onore.
- Ad uno schiavo? - esclamò la regina - un momento fa lo eravate, ma ora non lo siete più! Sedetevi a me vicino, vi dico, e raccontatemi la vostra storia.
Il principe Assad obbedì, e quando fu seduto, disse:
- Potente regina. I mali, i tormenti incredibili che ho sofferti, e il genere di morte al quale era [274] destinato, e da cui mi avete liberato, vi faranno conoscere la grandezza del vostro benefizio che non oblierò mai. Ma prima di venire a questi particolari orribili, vorrete concedermi di parlarvi dell’origine de’ miei mali.
Dopo questo preambolo, Assad cominciò dall’informarla della sua nascita reale, di quella di suo fratello Amgiad, della reciproca amicizia, della riprovevole passione delle loro madri, cangiata in un odio accerrimo, origine del loro strano destino.
Quando ebbe terminato, la regina sdegnata più che mai contro gli Adoratori del Fuoco, gli disse:
- Principe, ad onta dell’avversione sempre avuta contro gli Adoratori del Fuoco, non ho lasciato mai di comportarmi con molta umanità: ma dopo il trattamento barbaro usatovi e l’esecrabile loro disegno di fare una vittima della vostra persona al loro fuoco, io dichiaro ad essi da questo punto una guerra implacabile!
Quando la mensa fu tolta, Assad ebbe bisogno di uscire, e colse l’occasione in cui la regina non poté accorgersene; andato fino ad una fontana, vi si addormentò.
La notte intanto s’approssimava, e Bahram, non volendo dar cagione alla regina Margiana di eseguire la sua minaccia, aveva già levato l’ancora assai dolente della perdita fatta di Assad. Pur nondimeno cercava di consolarsi. Appena si trasse fuori del porto coll’aiuto della sua scialuppa, prima di ritrarla sul vascello, disse ai marinai:
- Amici, aspettate; non risalite ancora; io vado a farvi dare i barili per prendere dell’acqua e vi aspetterò qui sul vascello.
- Andate ad approdare innanzi al giardino del palagio, scalate il muro e troverete da provvedervi sufficientemente di acqua nel bacino, in quel giardino. I marinai andarono a sbarcare ove Behram aveva loro detto, e scalarono agevolmente il muro.
Avvicinandosi alla fontana, scorsero un uomo addormentato, s’avvicinarono a lui e riconobbero Assad: mentre gli uni presero alcuni barili di acqua col minor rumore possibile, gli altri circondarono Assad e lo custodirono, nel caso che si svegliasse.
Egli ne dette loro il tempo ed appena i barili furono pieni e caricati sulle spalle di quelli che dovevan portarli, altri lo afferrarono, lo condussero con essi, e senza dargli il tempo di riconoscersi, l’imbarcarono [275] co’ loro barili, trasportandolo al vascello a forza di remi. Colà giunti gridarono festosamente:
- Capitano, fate battere i vostri tamburi, noi vi riconduciamo il vostro schiavo.
Behram, non potendo comprendere come i suoi marinai avessero potuto ritrovare e riprendere Assad, attese con impazienza onde saper che cosa volessero dire, ma quando l’ebbe veduto non poté contenere la sua gioia: e senza informarsi di qual modo avessero operato per fare sì bella cattura, lo fece rimettere alla catena, e fatta tirare sollecitamente la scialuppa sul vascello, ordinò di far forza di vele.
La regina Margiana, quando s’accorse che il principe Assad era uscito, non dubitando ch’ei ritornasse ben presto, non provò dapprima alcuna inquietudine: ma poi cominciò ad essere molto angustiata. Comandato alle sue donne di vedere ove fosse, queste, invano lo cercarono. Nell’impazienza e nel dolore in cui era, Margiana andò a cercarlo essa medesima, e avendo veduta la porta del giardino aperta, vi entrò e lo percorse colle sue donne.
Passando vicino alla fontana osservò una pantofola sulle zolle; la riconobbe per una di quelle del principe; ciò la fece credere che Behram avesse potuto farlo rapire.
Allora essa mandò tosto ad avvertire il comandante di dieci vascelli da guerra che aveva nel suo porto sempre equipaggiati e pronti a partire al primo cenno, che ella voleva imbarcarsi in persona ad un’ora di giorno. Il comandante apprestò tutto, riunì i capitani, gli altri ufficiali, i marinai e i soldati, e tutto fu pronto all’ora indicata. Essa s’imbarcò, e quando la sua squadra fu fuori del porto ed alla vela, dichiarò la sua intenzione al comandante, dicendogli:
- Io voglio che facciate forza di vele e diate la caccia al vascello mercantile ch’è partito dal nostro porto iersera. Io ve lo dono, se lo prendete, altrimenti la vostra vita ne andrà di mezzo!
I dieci vascelli diedero la caccia a quello di Behram per due giorni interi, senza vederlo: ma nel terzo lo scopersero e lo circondarono.
Appena il crudele Behram ebbe veduto i dieci vascelli, non dubitò non fosse la squadra della regina Margiana che lo perseguitava. Fece bastonare il principe Assad. Finalmente lo fece scatenare, e fattolo salire dal fondo della stiva lo gettò in mare.
[276] Il principe Assad sapendo nuotare, non durò fatica a raggiunger la terra.
Giunse finalmente vicino ad una città che riconobbe esser quella dei Magi, ove era stato tanto maltrattato. Siccome era tardi, e chiuse essendo le botteghe, prese il partito di arrestarsi nel cimitero vicino alla città, ove erano più sepolcri elevati a foggia di mausolei. Cercando, ne trovò uno ove entrò, per passarvi la notte.
Behram, accompagnato dai suoi marinai, giunse alla città dei Magi nella stessa notte in cui Assad erasi fermato nel cimitero. Siccome la porta della città era chiusa, fu anch’egli costretto a cercare qualche tomba nel cimitero per aspettare il giorno.
Per disgrazia d’Assad, Behram passò innanzi a quella dov’egli era, ed entratovi vide un uomo avviluppato nel suo abito.
Behram subito lo riconobbe, e gli disse:
- Ah! ah! voi siete dunque la cagione per cui io son rovinato durante tutto il tempo della mia vita? Non siete stato sacrificato quest’anno, ma non mancherete d’esserlo l’anno venturo.
Ciò detto, si gettò su lui, gli pose un fazzoletto sulla bocca, onde impedirgli di gridare, e lo fece legare da’ suoi marinai.
L’indomani appena la porta della città fu aperta, Bahram ricondusse Assad nella casa del vecchio Mago, informandolo della trista cagione del suo ritorno, e dello sciagurato successo del suo viaggio.
L’iniquo vecchio non dimenticò d’ingiungere alle sue due figliuole di maltrattare lo sfortunato principe più di prima, s’era possibile.
Bostane trattò lo sciagurato principe tanto crudelmente, quanto l’aveva fatto durante la sua prigionia. I lamenti, i pianti, le preghiere di Assad, il quale la supplicava di risparmiarlo, insieme alle sue lacrime furono sì efficaci, che Bostane non poté restarsi dall’esserne intenerita, e dal versar lacrime con lui.
- Signore - gli disse - ricoprendogli le spalle, vi domando mille perdoni della crudeltà con cui vi ho trattato finora! Consolatevi, i vostri mali son finiti ed io cercherò di riparare tutti i miei delitti, di cui conosco l’enormità, con migliori trattamenti! Voi m’avete tenuta finora come un’infedele, ma sappiate esser io mussulmana, nella quale religione sono stata istruita qualche poco da una schiava, e spero vorrete continuare quanto essa ha incominciato. Per provarvi la mia [277] buona intenzione, chieggo perdono al vero Dio di tutte le offese fattevi, e nutro la speranza ch’ei vorrà farmi trovare il mezzo di rimettervi in libertà.
Alcuni giorni dopo, quando Bostane alla porta di casa intese un banditore il quale pubblicava il seguente bando ad alta voce:
- L’eccellente ed illustre gran Visir, in persona, cerca suo fratello, separatosi da lui più d’un anno! Esso è fatto in tale e tal modo. Se qualcheduno lo ritiene in casa o sa dov’egli è, sua Eccellenza comanda glielo si conduca o gliene si dia avviso, con promessa di ben compensarlo. Se qualcuno lo nasconde o non lo vuol consegnare, sua Eccellenza dichiara che punirà di morte lui, la sua famiglia e farà demolire la casa!
Bostane (non appena ebbe intese queste parole chiuse la porta prestamente, e andò a trovare Assad nei suo carcere, dicendogli con gioia:
- Principe, son finite le vostre disgrazie, seguitemi senza por tempo in mezzo!
Assad, al quale essa aveva tolta la catena dal primo giorno in cui era stato ricondotto in quel carcere, la seguì fin nella strada, ove appena giunti, essa gridò:
- Eccolo! eccolo!
Il gran Visir si voltò indietro, ed Assad riconosciutolo per suo fratello, corse a lui abbracciandolo.
Amgiad, che eziandio lo riconobbe subito, l’abbracciò teneramente, lo fece montare sul cavallo d’un suo ufficiale, e lo condusse al palagio in trionfo, ove lo presentò al re il quale lo fece tosto Visir.
Bostane, non avendo voluto rimanere presso suo padre, la cui casa venne demolita lo stesso giorno, fu mandata all’appartamento della regina.
Il vecchio Mago e Mehram condotti innanzi al re furono condannati ad aver mozzo il capo.
Essi si gettarono ai suoi piedi implorando la sua clemenza: ma il re rispose loro:
- Non v’ha grazia per voi, se non rinunciate all’adorazione del fuoco, e non abbracciate la religione mussulmana!
Quelli si salvarono la vita appigliandosi a questo partito. Behram, informato pochi giorni dopo della storia d’Amgiad suo benefattore e d’Assad suo fratello, propose loro di far equipaggiare un vascello, e ricondurli al re Camaralzaman loro padre.
I due fratelli accettarono l’offerta di Behram, e ne parlarono al re, il quale accordò la sua approvazione, [278] ordinando di equipaggiare un vascello: il che Behram fece con tutta la sollecitudine possibile.
Quando fu pronto a mettere alla vela, i principi andarono a prender commiato dal re un giorno prima d’imbarcarsi. Ma mentre facevano i loro complimenti e lo ringraziavano della sua bontà, s’intese un gran tumulto per tutta la città, e in pari tempo un ufficiale venne ad annunciare che un grande esercito si approssimava. Il principe Amgiad non istette molto a scoprir l’esercito che gli parve potente e che avanzavasi sempre. L’avanguardia lo ricevette favorevolmente e lo condusse innanzi ad una principessa.
Amgiad le fece una profonda riverenza, e le chiese se veniva come amica o nemica, e qual motivo di sdegno aveva contro il re suo signore.
- Io vengo come amica - rispose la principessa - e non ho alcun motivo di malcontento contro il re dei Magi. Vengo solo a domandare uno schiavo chiamato Assad, statomi rapito da un capitano di questa terra chiamato Behram, il più insolente tra gli uomini.
- Potente regina - rispose il principe Amgiad - sono il fratello dello schiavo che voi cercate con tanta premura. Io l’avevo perduto e da poco tempo l’ho ritrovato. Venite, ve lo consegnerò io stesso: il re mio padrone sarà contento di vedervi.
Mentre l’esercito della regina Margiana si fermò allo stesso posto per ordine di lei, il principe Amgiad l’acompagnò alla città ed al palagio, ove la presentò al re, il quale dopo averla accolta come meritava, il principe Assad, essendo presente ed avendola incontanente riconosciuta, le fece i suoi complimenti.
Ella gli dimostrò la gioia che provava rivedendolo quando si venne a dire al re che un esercito più formidabile del primo si scorgeva da un altro lato della città.
Amgiad salì tosto a cavallo e corse a briglia sciolta incontro a quel nuovo esercito. Chiese ai primi in cui s’imbatté di parlare a colui che comandava, e venne condotto innanzi ad un re, che riconobbe per tale dalla corona che portava in testa.
Appena lo scorse da lungi, scese a terra, e quando gli fu vicino, dopo essersi prostrato a’ suoi piedi, gli chiese quali fossero le sue intenzioni verso il re de’ Magi suo padrone.
- Io mi chiamo Gaiour e sono re della China! Il desiderio di saper nuove d’una figliuola chiamata Badoure maritata da diversi anni al principe Camaralzaman, figliuolo di Schahzaman re dell’isola dei [279] Fanciulli di Khaledan, m’ha obbligato ad uscire da’ miei Stati. Io aveva permesso a quel principe d’andare a veder suo padre, a condizione di venire a rivedermi ciascun anno colla mia figliuola; pur nondimeno da molti anni non ne ho inteso parlare.
Il principe Amgiad, riconoscendo nel re Giaour il suo avolo, gli baciò con tenerezza la mano dicendogli:
- Sire, la Maestà Vostra mi perdonerà questa libertà, quando saprà non far io ciò se non per rendere i dovuti omaggi come mio avolo. Io son figliuolo di Camaralzaman, oggi re dell’isola d’Ebena, e della regina Badoure, per cui siete stato tanto in pena.
Il re della China, lieto di vedere il suo nipote, lo abbracciò teneramente, e quest’incontro così inaspettato, li fece piangere ambedue.
Mentre il re della China fece accampare il suo esercito nel luogo ove Amgiad l’aveva incontrato, questi tornò a dar la risposta al re de’ Magi il quale lo aspettava con grande impazienza, e fu estremamente sorpreso nel sentire che un re così potente come quello della China, avesse intrapreso un viaggio tanto lungo e penoso, spinto a questo dal solo desiderio di rivedere la sua figliuola. Dette incontanente gli ordini pei doni da fargli, e si dispose a riceverlo.
In questo intervallo si vide innalzare una gran polvere da un altro lato della città, e si seppe ben presto che era un terzo esercito che arrivava: il che obbligò il re a pregare nuovamente il principe Amgiad di andare a vedere che cosa mai volesse.
Amgiad partì, e questa volta l’accompagnò anche il principe Assad. Giunti sul luogo, seppero da alcuni esploratori che quello era l’esercito del re Camaralzaman, il quale veniva a cercarli.
Egli aveva dato segni d’un sì gran dolore d’averli puniti che alla fine l’emiro Giondar non avea potuto fare a meno di palesargli in qual modo avesse loro conservata la vita.
Appena che i due principi s’incontrarono col re Camaralzaman si fecero subito riconoscere.
Dopo che ognuno ebbe dato sfogo alla propria gioia, i due principi dissero al padre che nello stesso giorno era giunto il re della China suo suocero.
Il re Camaralzaman appena saputo questo, si staccò da essi e con poco seguito andò a vederlo nel suo campo. Non aveva fatto molto cammino che scorse un quarto esercito che si avanzava in bell’ordine, e sembrava venire dalla parte della Persia.
[280] Camaralzaman disse ai principi suoi figliuoli di andare a vedere che esercito fosse, dicendogli intanto che gli avrebbe attesi in quel luogo. Dessi partirono subito, e al loro arrivo furono presentati al re cui l’esercito apparteneva.
Il gran Visir, che era presente, prese la parola, e così disse:
- Il Sovrano a cui parlate, è Schahzaman, re dell’isola dei Fanciulli di Khaledan, che viaggia da molto tempo nel modo che vedete, cercando il principe Camaralzaman suo figliuolo, ch’è uscito da’ suoi Stati molti anni or sono.
I principi non risposero altra cosa se non che avrebbero subito portata la risposta, e ritornarono a briglia sciolta ad annunziare a Camaralzaman che l’ultimo esercito allora giunto era quello del re Schahzaman, e che egli stesso lo comandava in persona.
Da lungo tempo non s’era veduto un incontro così tenero tra padre e figlio!
Schahzaman si dolse cortesemente col re Camaralzaman dell’insensibilità che aveva avuta nell’allontanarsi da lui in un modo così crudele, e Camaralzaman gli mostrò un vero dispiacere del fallo che l’amore gli aveva fatto commettere.
I tre re e la regina Margiana restarono tre giorni alla corte del re de’ Magi, il quale fece loro dei magnifici doni.
STORIA DI NOUREDDIN
E DELLA BELLA PERSIANA
La città di Bassora fu per lungo tempo capitale di un regno tributario di Califfi. Il re che lo governava al tempo del Califfo Haroun-al-Rascid si chiamava Zinebi, e l’uno e l’altro eran cugini, perché figliuoli di due fratelli. Zinebi non aveva creduto sufficiente d’affidare l’amministrazione dello Stato ad un solo Visir, e ne aveva scelti due, Khacan e Saouy.
Un giorno, dopo il consiglio, il re, per sollevarsi lo spirito, conversava co’ suoi due Visir e con altre persone ragguardevoli.
Il soggetto cadde sulle donne schiave le quali si comprano e si tengono fra noi come le donne legittimamente sposate. Il re ordinò a Khacan di comprargli una schiava perfetta in bellezza, ed avesse tutte le possibili qualità, e sopratutto fosse sapientissima.
[281 Saouy, geloso dell’onore fatto dal re a Khacan, gli disse:
- Sire, sarà assai difficile trovare una schiava tanto perfetta quanto Vostra Maestà la chiede. Se si troverà, ciò che io stento a credere, l’avrà a buon mercato se la pagherà un diecimila piastre d’oro.
- Saouy - rispose il re - voi trovate a quel che sembra la somma troppo grossa: può esserla per voi, ma non lo è per me.
Nello stesso tempo il re ordinò al suo tesoriere di mandare le diecimila piastre d’oro a Khacan: il quale appena fu in casa sua, fece chiamare tutti i sensali di vecchie e giovani schiave, e loro commise appena ne avessero trovata una come loro la dipinse, andassero a dargliene avviso.
Un mattino un sensale gli si presentò con gran premura, annunziandogli esser giunto un mercante di Persia, e avere una schiava a vendere d’una perfetta bellezza.
Khacan gli disse di condurgli la schiava.
Il sensale non mancò all’ora precisa, di andare da Khacan, il quale trovò la schiava tanto avvenente che le diede il soprannome di bella persiana.
Domandò quanto ne esigesse, ed il sensale così gli rispose:
- Signore, il mercante ne vuole diecimila piastre d’oro.
Il Visir Khacan mandò a chiamare il mercante.
Giunto questi, il Visir Khacan fece contare al mercante la somma richiesta, il quale, prima di andarsene gli disse:
- Signore, poiché la schiava è destinata pel re, permettete ch’io vi dica esser ella estremamente stanca del lungo viaggio fattole fare per condurla fin qui. Quantunque sia d’una bellezza senza pari, pur nondimeno sarà tutt’altra cosa se la terrete una quindicina di giorni in casa vostra, facendola ben trattare.
Essendo a Khacan piaciuto il consiglio del mercante risolse di seguirlo.
Laonde dette alla bella persiana un appartamento particolare vicino a quello di sua moglie, cui pregò di farla mangiare con lei e di tenerla come una signora appartenente al re. La pregò eziandio di farle fare diversi abiti magnifici.
Noureddin - così si chiamava il figlio di Khacan - entrava liberamente nelle camere della madre sua colla quale aveva l’abitudine di pranzare.
[282] Egli era ben fatto della persona, dotato di spirito al più alto grado. Vide la bella persiana, e dal loro primo colloquio, quantunque avesse saputo che era stata comprata pel re da suo padre, non si fece il menomo scrupolo di amarla. Si lasciò vincere dapprima dalle sue grazie, ed il colloquio che ebbe con lei gli fece prendere la risoluzione d’adoperare qualunque espediente per rapirla al re.
La bella persiana dal canto suo trovò Noureddin amabilissimo.
Noureddin fu molto assiduo a profittare del vantaggio che aveva di vedere una bellezza di che era sì amante, di conversare, di ridere e di scherzare con lei. Non l’abbandonava mai se non dopo che la madre sua lo costringeva, dicendogli:
- Figliuol mio, non conviene ad un giovane come voi di star sempre nelle camere delle donne; però andate, ritiratevi, e pensate a rendervi un giorno degno d’ascendere alla dignità di vostro padre.
Siccome era molto tempo dacché la bella persiana non era andata al bagno a cagione del lungo viaggio fatto, la moglie del gran Visir attese a far riscaldare appositamente per lei quello che il Visir aveva in sua casa: e ve la invitò, raccomandando alle sue schiave di servirla come un’altra sé stessa, ed all’uscire dal bagno di farle indossare un abito assai magnifico, fattole fare.
All’uscir dal bagno la bella persiana mille volte più graziosa di quanto era sembrata a Khacan allorché avevala comprata, andò a farsi vedere alla moglie di esso, la quale durò fatica a riconoscerla.
La bella persiana si ritirò nel suo appartamento, e la moglie del Visir, prima di passare al bagno, incaricò due piccole schiave di rimaner con lei coll’ordine di non lasciar entrare Noureddin, qualora fosse venuto.
Mentre la moglie del Visir Khacan era al bagno e la bella persiana era sola, Noureddin arrivò, e non avendo trovata la madre nel suo appartamento, andò a quello della bella persiana, ove trovò le due piccole schiave nell’anticamera, alle quali avendo chiesto ove fosse la madre, gli dissero essere al bagno.
- E la bella persiana - soggiunse Noureddin - v’è anch’essa?
- Essa n’è da poco ritornata - risposero le due schiave.
La camera della bella persiana non essendo chiusa se non da una cortina, Noureddin s’avanzò per [283] entrare, ma le due schiave essendosi messe innanzi per impedirnelo egli le prese l’una e l’altra pel braccio e le cacciò fuori dell’anticamera, e chiuse la porta dietro di loro.
Esse andarono al bagno ad annunziare piangendo alla loro signora esser Noureddin entrato per forza nella camera della bella persiana.
La nuova di sì grande audacia cagionò alla buona donna un vivissimo dispiacere; interruppe il suo bagno, si vestì con grandissima sollecitudine: ma prima ch’ella avesse terminato e fosse pervenuta alla camera della bella persiana, Noureddin n’era uscito.
La bella persiana fu meravigliatissima di vedere entrare la moglie del gran Visir fuori di sé medesima, onde le disse:
- Signora, m’è permesso chiedervi perché siete tanto afflitta?
- Come! - esclamò la moglie del gran Visir - voi mi fate tranquillamente questa domanda dopo che mio figlio è entrato nella vostra camera, ed è rimasto solo con voi?
- Di grazia, o signora - soggiunse la bella persiana - quale sciagura può esservi per voi se Noureddin è entrato da me?
- Come! - rispose la moglie del Visir - mio marito non v’ha detto di avervi comprata pel re?
- Io non l’ho già dimenticato - replicò la bella persiana - ma Noureddin m’è venuto a dire che suo padre aveva cangiato idea, e che invece di serbarmi pel re come ne aveva pensiero, aveva fatto a lui dono della mia persona. Io l’ho creduto, signora, e schiava come sono, accostumata alle leggi della schiavitù fin dalla più tenera età, vedete bene che non ho potuto e non ho dovuto oppormi alla sua volontà.
La moglie del Visir rispose:
- Piacesse a Dio che quanto mi dite fosse vero: io pure ne proverei grandissima gioia, ma credetemi, Noureddin è un impostore e vi ha ingannata, non essendo possibile che suo padre gli abbia fatto il dono che vi ha detto. Quanto egli ed io siamo disgraziati!
Ciò detto pianse amaramente, e le sue schiave, che non temevano meno di lei per la vita di Noureddin, piansero con essa.
Il Visir Khacan giunse alcuni momenti dopo, e fu grandemente sorpreso nel vedere la moglie e le schiave a piangere.
[284] La desolata donna non poté dispensarsi dal soddisfare suo marito e perciò rispose:
- Mentre stavo al bagno colle donne, vostro figlio è venuto ed ha colto questa sciagurata occasione per dare a credere alla bella persiana che voi non volevate più darla al re, ma sibbene farne un dono a lui.
- Ah! - esclamò egli dandosi dei pugni, mordendosi le mani e strappandosi la barba - così dunque sciagurato figlio, indegno di vivere, getti tuo padre nel precipizio dal più alto grado di felicità, lo perdi, e perdi te stesso con lui?
La moglie si studiò di consolarlo dicendogli:
- Rassicuratevi, e se volete darmi retta mandate a chiamare i sensali, dite loro che non siete per nulla contento della bella persiana, ed incaricateli di cercarvene un’altra.
Siccome questo consiglio parve assai ragionevole al Visir Khacan, calmò un poco il suo animo e si propose di seguirlo: ma non diminuì per nulla la collera contro il suo figliuolo Noureddin, il quale non si vide affatto per tutta la giornata.
Egli andò fuori della città e si rifugiò in un giardino ove non era mai stato, dove non era per nulla conosciuto e non ritornando se non tardi.
L’indomani uscì prima che suo padre si fosse alzato, prendendo le medesime precauzioni per tutto un mese. La moglie del Visir sapeva dalle sue donne che Noureddin ritornava ogni giorno, ma non osava pigliarsi l’arbitrio di pregare suo marito a perdonargli. Risoluta finalmente un giorno a tutto fare, disse al Visir:
- Signore, io non ho osato finora a prendermi la libertà di parlarvi di vostro figlio: ma oggi vi supplico permettermi di chiedervi che cosa pretendete fare di lui.
- Signora - rispose il Visir - io non posso risolvermi a perdonare Noureddin prima di averlo punito come merita.
- Sarà sufficientemente punito - soggiunse la moglie se volete fare a mio modo. Vostro figlio entra ogni notte in casa quando vi siete andato a coricare. Aspettatelo stasera al suo arrivo e fingete di volerlo uccidere. Io verrò in suo soccorso e voi farete in modo ch’egli creda dover la vita alle mie preghiere, e l’obbligherete a prender la bella persiana a qualunque condizione vi piacerà perché egli l’ama, e la bella persiana non l’odia punto.
Essendo piaciuto tale consiglio a Khacan, lo mise [285] in effetto: laonde prima che si aprisse a Noureddin si pose dietro la porta, ed appena venne aperta si gettò su di lui cacciandoselo sotto i piedi.
Noureddin volse la testa e riconobbe suo padre col pugnale in mano, pronto a torgli la vita.
La madre di Noureddin sopraggiunse in quel momento, e rattenendo il Visir pel braccio, esclamò:
- Che state per fare, signore?
- Lasciatemi - rispose il Visir - voglio uccidere questo indegno figliuolo!
- Ah! signore - esclamò la madre - uccidete me piuttosto: io non vi permetterò mai che vi bruttiate le mani nel vostro sangue.
Khacan si lasciò strappare il pugnale di mano, ed appena ebbe lasciato Noureddin, costui si gettò ai suoi piedi e glieli baciò, per dimostrargli quanto si pentiva d’averlo offeso.
- Noureddin - gli disse il Visir - ringraziate vostra madre, a considerazione della quale io vi perdono. Voglio anche darvi la bella persiana, ma a condizione che mi promettiate con giuramento di non riguardarla come schiava, sibbene come vostra consorte. Siccome dessa è molto savia, dotata di spirito e di miglior condotta di voi, son sicuro che modererà i vostri giovanili trasporti.
Noureddin, ringraziò suo padre con tutta la riconoscenza
Un anno dopo l’affare narrato, Khacan essendo andato al bagno, e costretto da un premuroso affare uscirne ancora tutto riscaldato, l’aria un poco fredda lo toccò, cagionandogli una flussione di petto che lo costrinse a coricarsi con una gran febbre.
La malattia aumentò, e scorgendo non lontano l’ultimo istante della sua vita, tenne il seguente discorso a Noureddin:
- La sola cosa che vi chieggo, morendo, si è di ricordarti della promessa fattami circa la bella persiana. Io muoio contento colla fiducia che voi non la abbandonerete mai!
La di lui morte lasciò un inesprimibile lutto.
Noureddin fu oltremodo afflitto per la perdita di suo padre e restò per molto tempo senza veder nessuno.
Un giorno finalmente permise si lasciasse entrare uno de’ suoi intimi amici, il quale cercò di consolarlo, e vedendolo disposto ad ascoltarlo, gli disse che dopo aver reso alla memoria di suo padre quanto doveva, era tempo di comparire nel gran mondo, di ricevere i [286] suoi amici e sostenere il grado acquistatogli dalla sua nascita.
Si lasciò persuadere senza pena, regalò anche il suo amico, e quando questo stava sul punto d’andarsene, lo pregò di tornare l’indomani e di condur seco tre o quattro amici comuni. Insensibilmente formò una brigata di dieci persone presso a poco della sua età, coi quali passava il tempo in banchetti e continui godimenti.
Alcune volte per far maggior piacere ai suoi amici, Noureddin faceva venire la bella Persiana.
Quello che ancora contribuì a disordinare gli affari di Noureddin, si fu ch’egli non voleva sentir parlar di conti dal suo maestro di casa, rinviandolo ciascuna volta che costui si presentava col suo libro, dicendogli:
- Va’, va’, io mi fido assai di te; abbi cura solamente di aver tutto a buon mercato.
Gli amici di Noureddin intanto erano molto assidui a far onore alla sua mensa, e non mancavan di coglier l’occasione onde profittare della sua prodigalità. Essi lo lodavano, lo lusingavano, e facevano valere perfino la menoma delle sue più indifferenti azioni.
Sopratutto non obliavano d’innalzare al cielo quanto gli apparteneva e vi trovavano il loro conto.
- Signore - gli diceva l’uno - io passai l’altro giorno per la terra che voi avete in tal luogo, nulla di più magnifico né di meglio addobbato della casa, ed il giardino annesso è un paradiso di delizie.
- Io son lieto che vi piaccia - rispondeva Noureddin - che mi si porti una penna, dell’inchiostro e della carta, onde io ve ne faccia un dono.
Un giorno si picchiò alla porta della camera dov’egli stava a tavola coi suoi amici, avendo dato licenza agli schiavi per stare con libertà.
Uno degli amici di Noureddin si alzò per andare ad aprire: ma questi lo prevenne ed andò egli medesimo. Era il suo maestro di casa, e Noureddin per ascoltare quanto voleva, andò un poco fuori della camera e chiuse la porta a metà.
L’amico il quale si era alzato ed aveva veduto il maestro di casa andò a mettersi tra la cortina e la porta e udì il maestro di casa tenere il seguente discorso al suo padrone:
- Signore, vi chieggo mille perdoni, se vengo ad interrompervi in mezzo ai vostri piaceri: ma quanto ho da comunicarvi mi sembra di tanta importanza, che non ho creduto dovermi dispensare dal prendermi [287] questa libertà. Or ora ho terminato gli ultimi miei conti, trovando che quanto aveva preveduto da lungo tempo e di cui v’ho avvertito più volte è accaduto, cioè, signore, che non ho più un soldo di tutte le somme datemi per fare le spese. Gli altri fondi sono eziandio esauriti, ed i vostri fittaiuoli e quelli che vi debbono redditi mi hanno fatto chiaramente vedere che voi avete ceduto ad altri quello che essi tenevano del vostro, e io non posso per nulla esigere da loro sotto il vostro nome. Ecco i miei conti, esaminateli, e se desiderate che io continui a servirvi, assegnatemi altri fondi, altrimenti permettetemi di ritirarmi.
Noureddin fu talmente sorpreso da simile discorso, da non poter rispondere una parola.
L’amico che di nascosto ascoltava, ed aveva inteso ogni cosa, partecipò agli altri quanto sapeva, dicendo loro:
- Bisogna approfittare di questo avviso: per me dichiaro esser questo l’ultimo giorno che mi vedrete in casa di Noureddin.
- Se la cosa è così - risposero gli altri - noi non abbiamo più nulla a fare in casa sua.
Noureddin ritornò in quel punto. S’era appena seduto, allorché uno dei suoi amici s’alzò dal suo posto, dicendogli:
- Mio caro, sono assai dispiacente di non potervi più oltre tener compagnia; però vi prego permettermi di licenziarmi da voi.
- Quale affare vi costringe a lasciarmi così presto? - domandò Noureddin.
- Amico - rispose quegli - la moglie mia ha partorito oggi, e voi non ignorate esser la presenza di un marito sempre necessaria in simili eventi.
Ciò detto fece una grande riverenza, e partì.
Poco dopo i rimanenti fecero lo stesso l’uno dopo l’altro, e Noureddin rimase solo.
Non sospettò nulla della risoluzione presa dai suoi amici di non più vederlo, e andato all’appartamento della bella Persiana le fece nota la dichiarazione fattagli dal suo maestro di casa.
- Signore - gli disse la bella Persiana - permettetemi di dirvi che avete voluto operare secondo più vi è piaciuto, ed ecco presentemente quello che è accaduto. Io non m’ingannava quando vi prediceva la triste fine che dovevate aspettarvi.
- Io confesso - rispose Noureddin - aver fatto male a non seguire i salutari avvisi datimi dall’ammirabile [288] vostra saviezza: ma se ho mangiato tutto il mio avere, l’ho fatto con una scelta d’amici i quali conosco da molto tempo, ed essendo onesti e riconoscenti, sono sicuro che non mi abbandoneranno.
- Signore - soggiunse la bella Persiana - se non avete altro espediente tranne la riconoscenza dei vostri amici, la vostra speranza, credetemi, è mal fondata, e col tempo mi saprete dire se m’inganno.
Noureddin l’indomani non mancò di andare in casa dei suoi dieci amici i quali abitavano in una medesima strada, e picchiato alla prima porta, ove stava uno dei più ricchi, venne una schiava, la quale prima d’aprire, domandò chi fosse.
- Dite al vostro padrone, che è Noureddin.
La schiava, avendo aperto l’introdusse in una camera, ed entrò in quella del suo padrone, al quale annunziò Noureddin.
- Noureddin! - rispose il padrone con tuono di dispregio e sì alto che Noureddin l’intese - va’ digli che non vi sono, e tutte le volte che verrà gli dirai lo stesso.
La schiava ritornò dicendo a Noureddin per risposta, aver essa creduto vi fosse il suo padrone, ma essersi ingannata.
Noureddin uscì confusissimo.
Andò a picchiare alla porta d’un altro amico che gli fece dire lo stesso, ed ottenne la medesima risposta da tutti gli altri fino al decimo, quantunque fossero tutti in casa.
Allora Noureddin rientrò in sé medesimo, e riconobbe il suo irreparabile fallo d’essersi follemente fondato sull’assiduità de’ suoi falsi amici.
Tenne compressa la sua angoscia finché fu fuori di casa sua; appena entratovi, aprì il varco nella sua afflizione, e andò a manifestarla alla bella persiana.
- Ebbene, signore, siete adesso convinto della verità ch’io vi aveva predetta?
- Ah! mia buona amica - esclamò egli - voi non me l’avete predetto se non troppo giustamente!
- Signore - soggiunse la bella persiana - io non vedo altro riparo alla vostra sventura, se non di vendere i vostri schiavi e le vostre masserizie per vivere, finché il cielo vi mostri qualche altra strada onde trarvi dalla miseria.
Il rimedio parve estremamente duro a Noureddin: ma che altro avrebbe potuto egli fare nella necessità in cui era?
[289] Vendé primieramente i suoi schiavi. Visse alcun tempo col danaro ricavatone, e quando venne a mancare, fece portare le sue suppellettili al pubblico mercato, ove furono vendute assai meno del loro giusto valore. Con quello che n’ebbe ricavato visse alcun tempo, ma finalmente, non gli restò più come fare altro denaro, e manifestò l’eccesso del suo dolore alla bella persiana.
Noureddin non s’aspettava la risposta che gli fece quella savia donna.
- Signore - gli diss’ella - io sono vostra schiava e sapete bene che il defunto Visir vostro padre mi ha comprata per diecimila piastre d’oro; so che son diminuita di prezzo d’allora in qua, ma sono pure persuasa che posso essere venduta bene. Pertanto non differite di condurmi al mercato; col denaro che ne trarrete potrete andare a fare il mercante in qualche città.
- Ah! leggiadra e bella persiana - esclamò Noureddin - egli è possibile che abbiate potuto concepire simile pensiero? Vi ho io date tante prove d’amore perché mi crediate capace di tanta viltà?
- Signore - soggiunse la bella persiana - io sono convinta che voi mi amate quanto dite: e Dio sa se la passione che nutro per voi è inferiore alla vostra, e quanta ripugnanza ho avuta a farvi simile proposta, ma per distruggere la ragione da voi portata non ho se non a farvi sovvenire che la necessità non ha legge.
Noureddin conoscendo assai bene la verità che la principessa gli rappresentava, e non avendo altro mezzo per evitare una povertà ignominiosa, fu costretto ad adottare il partito propostogli.
Laonde la condusse al mercato ove si vendevano le donne schiave, con un cordoglio da non potersi esprimere, e si rivolse ad un sensale chiamato Hagi Hassan, cui disse:
- Ecco una schiava che voglio vendere; vedi, ti prego, quanto vale.
Hagi Hassan fece entrare Noureddin e la bella persiana. Appena s’ebbe tolto il velo che le celava il viso, Hagi Hassan nel vederla, disse a Noureddin con ammirazione:
- Signore, m’inganno io? Non è questa la schiava che il Visir vostro padre comprò per diecimila piastre d’oro?
[290] Noureddin lo accertò della verità: ed Hagi Hassan facendogli sperare che ne trarrebbe una grossa somma, gli promise d’adoperare tutta la sua arte, per farla comprare al più alto prezzo possibile.
Hagi Hassan e Noureddin uscirono dalla camera ove il primo chiuse la bella persiana.
Andò poscia a cercare i mercanti e seguirono Hagi Hassan, il quale aprì la porta della camera della bella persiana.
Essi la videro con sorpresa, e convennero unanimemente non potersi dapprima metterla ad un prezzo minore di quattromila piastre d’oro.
Usciti dalla camera, Hagi Hassan, che gli seguì dopo di aver chiusa la porta, gridò ad alta voce, senza allontanarsi:
- A quattromila piastre d’oro la schiava persiana! Nessuno de’ mercanti non aveva ancor parlato, e si consigliavano tra di loro dell’aumento che dovevano mettervi, quando apparve il visir Saouy:
- Apri la porta e fammi veder la schiava.
Saouy restò assai meravigliato quando vide una schiava d’una sì straordinaria bellezza, e sapendo il nome del sensale per aver avuto affari con lui, così gli disse:
- Hagi Hassan, non è a quattromila piastre d’oro che tu la vendi?
- Sì, signore - rispose egli - i mercanti che vedete hanno convenuto, non è un momento, di bandirla a questo prezzo. Io però aspetto che se ne esibisca di più.
- Io darò il danaro - soggiunse Saouy - se niuno offre una somma maggiore.
Quando il Visir Saouy ebbe atteso qualche momento e veduto che nessun mercante aumentava il prezzo, disse ad Hagi Hassan:
- Ebbene, che aspetti? Va’ a trovare il padrone e conchiudi con lui a quattromila piastre d’oro.
Egli non aveva saputo ancora che apparteneva a Noureddin, Hagi Hassan, che aveva già chiusa la porta della camera, andò ad abboccarsi con Noureddin, e gli disse:
- Signore, la schiava è vostra: ma non vi consiglierei mai di darla a tal prezzo, conoscendo benissimo valer la schiava infinitamente di più ed essere il Visir assai tristo uomo per non immaginar qualche
mezzo, onde esimersi dal pagarvi la somma.
- Hagi Hassan - rispose Noureddin - ti sono [291] obbligato del tuo consiglio; ho gran bisogno di denaro, ma morirei nella più squallida miseria, anziché concederla a lui. Io ti domando una sola cosa: siccome tu sai tutti gli usi e tutti gli intrighi, dimmi solamente quel che debbo fare per impedirnelo?
- Nulla di più facile, signore - soggiunse Hagi Hassan - fingete di esservi sdegnato contro la vostra schiava, e d’aver giurato di condurla al mercato, ma non già coll’intenzione di venderla, sibbene per adempire al giuramento; il che soddisferà ciascuno, e Saouy non avrà nulla a dirvi. Venite dunque, e quando io la presenterò a Saouy come se voi aveste acconsentito al negozio, riprendetela, dandole qualche percossa, e riconducetevela.
- Io ti ringrazio - rispose Noureddin - e vedrai come seguirò il tuo consiglio.
Hagi Hassan ritornò alla camera, l’aprì ed entrò; dopo aver avvertita la bella persiana da non maravigliarsi di ciò che sarebbe accaduto, la prese pel braccio e la condusse al visir Saouy che stava sempre innanzi alla porta e presentandogliela gli disse:
- Signore, ecco la schiava, ella è vostra, prendetela!
Hagi Hassan non aveva ancor terminato queste parole, che Noureddin impadronitosi della bella persiana, la trasse seco, e dandole uno schiaffo, le disse ad alta voce per essere ascoltato da tutti:
- Venite qua, impertinente, e tornate meco! Il vostro tristo carattere mi aveva obbligato a giurare di condurvi al mercato, ma non già per vendervi.
Il visir Saouy fu grandemente sdegnato di quell’azione di Noureddin.
- Miserabile dissoluto, vorresti tu darmi a credere restarti altro a vendere fuori della tua schiava?
Nello stesso tempo spinse il cavallo verso di lui per togliergli la schiava: ma Noureddin punto al vivo dell’oltraggio fattogli, lasciava la bella persiana ingiungendogli d’aspettarlo, ed afferrata la briglia del cavallo, lo fece rincular tre o quattro passi, dicendo al Visir:
- Infame e birbante, io ti toglierei l’anima in quest’istesso istante.
Saouy volle fare uno sforzo per obbligare Noureddin a lasciar la briglia del suo cavallo: ma Noureddin, giovine di forze erculee, incoraggiato dalla benevolenza degli spettatori, lo tirò giù dal cavallo, lo [292] percosse mille e più volte, e gli fece uscir sangue dalla testa, battendogliela contro il selciato.
Noureddin stanco finalmente di battere Saouy lo lasciò sul selciato, e riprese la bella persiana, tornandosene a casa tra gli applausi del popolo.
Saouy, quasi moribondo per le ricevute percosse, si alzò aiutato dai suoi famigliari con molta fatica, avendo pure l’altra mortificazione di vedersi imbrattato di sangue e di fango. Appoggiatosi sulle spalle di due schiavi andò in quello stato a palazzo, a spettacolo di tutti, con una confusione altrettanto più grande in quanto che nessuno lo compiangeva. Quando fu sotto l’appartamento dei re, si pose a gridare in un modo compassionevole, ed il re avendolo fatto chiamare al suo cospetto, gli chiese chi l’avesse maltrattato e ridotto nello stato in cui era.
Saouy raccontò la cosa tutto in suo vantaggio.
Il re sdegnato contro Noureddin, lasciò scorgere sul suo volto i segni di una gran collera, e voltosi al capitano delle guardie che gli era vicino, gli disse:
- Prendete quaranta uomini della mia guardia, e quando avrete saccheggiata la casa di Noureddin, e dato ordine di demolirla, me lo condurrete innanzi colla sua schiava.
Il capitano delle guardie non era ancor fuori dell’appartamento del re, che un usciere della camera, il quale intese dare quest’ordine, l’aveva già prevenuto.
Fu tanto sollecito, che giunse a tempo per avvertirlo di quanto era accaduto dal re, e dargli tempo di mettersi in salvo colla bella persiana.
Picchiò alla porta in un modo che obbligò Noureddin, ad andare ad aprire egli stesso.
- Mio caro signore - gli disse Sangiar - non siete più sicuro a Bassora; partite e salvatevi senza perdere un momento e conducete la vostra schiava con voi. Saouy ha raccontato al re, nel modo che gli è sembrato più acconcio, quello che è accaduto tra voi e lui, ed il capitano delle guardie vien dopo di me con quaranta soldati ad impadronirsi di voi e di lei. Prendete queste quaranta piastre d’oro, perché possiate cercarvi un asilo: ve ne darei di più, se ne avessi indosso. Scusatemi se non m’arresto più oltre; io vi lascio mio malgrado per vantaggio vostro e mio, avendo premura che il capitano delle guardie non mi veda qui.
Noureddin andò ad avvertire la bella persiana della necessità che v’era di partire ambedue sul momento. [293] Laonde ella non fece che mettersi il suo velo, ed uscirono dalla casa.
Ebbero non solo la fortuna di uscire di città senza che niuno s’accorgesse della loro fuga, ma anche quella di giungere all’imboccatura dell’Eufrate e d’imbarcarsi sopra un bastimento pronto a levar l’ancora.
Noureddin non appena imbarcato, chiese dove andava il vascello e fu lieto di sapere che andava a Bagdad.
Il capitano fece levar l’ancora, e il vascello s’allontanò da Bassora con un vento favorevolissimo.
Il capitano delle guardie giunse alla casa di Noureddin e picchiò alla porta.
Quando vide che niuno apriva, la fece atterrare e imantinenti i soldati vi entrarono, cercando per tutti i più reconditi bugigattoli, senza trovare né Noureddin né la schiava.
Mentre si saccheggiava e si demoliva la sua casa. andò a portare la notizia al re, il quale disse:
- Che si cerchino in qualunque luogo, perché voglio averli nelle mani.
Noureddin e la bella persiana intanto avanzavano e continuavano il cammino con tutta la fortuna possibile. Approdarono finalmente a Bagdad.
Noureddin donò cinque piastre d’oro pel suo viaggio, e sbarcò anch’egli insieme alla bella persiana. Camminarono per molto tempo lungo i giardini alle sponde del Tigri, finché videro la porta di un giardino con una bella fontana vicina.
La porta assai magnifica stava chiusa, con un vestibolo aperto ov’era da ciascun lato un sofà.
Bevvero ciascuno un poco d’acqua alla fontana, e salirono sopra uno dei due sofà, ove si trattennero per qualche tempo.
Il sonno, vintili finalmente, s’addormentarono.
Il giardino apparteneva al Califfo, e vi era in mezzo un gran padiglione chiamato il Padiglione delle pitture. Stava in quel giardino un guardaportone solamente, il quale era un ufficiale molto avanzato di età, di nome Scheich Ibrahim.
Il Califfo gli aveva molto raccomandato di non lasciarvi entrare nessuno, e sopratutto di non permettere di far sedere alcuno sui due sofà fuori della porta, affinché stessero sempre netti, e di castigare quelli che vi troverebbe.
Un affare aveva obbligato il guardaportone di uscire e non era ancora ritornato.
[294] Finalmente arrivò molto prima che fosse oscura la notte, per accorgersi che due persone dormivano sopra uno dei due sofà, con fazzoletti sotto la testa, non avendo cuscini.
- Bene! - disse Scheich Ibrahim - ecco due persone che contravvengono alla proibizione del Califfo; però è mestieri insegnar loro il rispetto che gli debbono.
Alzò il fazzoletto che loro copriva la testa con una grande precauzione e rimase meravigliato al vedere un giovine sì ben fatto ed una giovane tanto bella; indi destò Noureddin, tirandolo un poco pei piedi.
Noureddin, alzato subito il capo, appena ebbe veduto un vecchio con lunga barba bianca a’ suoi piedi si levò a sedere, ed acconciatosi sulle ginocchia, gli prese la mano e gliela baciò dicendogli:
- Buon padre, che il cielo vi conservi, desiderate qualche cosa?
- Figliuolo mio - rispose Scheich Ibrahim - chi siete? donde venite?
- Siamo stranieri or ora giunti - soggiunse Noureddin - e vogliamo passar qui la notte fino a domani.
- La passerete assai male qui - ripigliò Scheich Ibrahim - venite, entrate, vi farò coricare comodamente, e la vista del giardino che è bellissimo, vi rallegrerà mentre è ancora giorno.
- E questo giardino appartiene a voi? - domandò Noureddin.
- Per vero appartiene a me - rispose Scheich Ibrahim sorridendo - è una eredità avuta da mio padre; entrate, vi dico, e non vi dispiacerà di vederlo.
Noureddin si alzò, ed entrò nel giardino colla bella persiana.
Scheich Ibrahim chiuse la porta e camminando innanzi a loro, li condusse in un luogo donde videro presso a poco la disposizione, la grandezza e la bellezza del giardino ad un trar d’occhio.
Noureddin aveva veduto assai bei giardini, ma non ne aveva ancor visti dei simili a questo. Quand’egli ebbe ben considerato ed ebbe passeggiato in alcuni viali, si rivolse al custode e gli domandò come si chiamasse. Appena quello gli ebbe risposto chiamarsi Scheich Ibrahim:
- Scheich Ibrahim, io vi confesso che è meraviglioso; Dio ve lo conservi lungo tempo. Non possiamo sufficientemente ringraziarvi della grazia fattaci, permettendoci di entrare in un luogo così delizioso, è [295] giusto che ve ne mostriamo la nostra riconoscenza in qualche modo.
- Tenete, ecco due piastre d’oro, io vi prego di farci cercare qualche cosa da mangiare affinché godiamo insieme.
Mentre Scheich Ibrahim andò a fare incetta di che cenare per i suoi ospiti, Noureddin e la bella persiana passeggiarono nel giardino e giunsero al padiglione delle pitture che stava in mezzo.
Essi fermaronsi dapprima a contemplare la sua ammirabile struttura, la sua grandezza e la sua altezza, e dopo averne fatto il giro, guardandolo da tutti i lati, salirono alla porta del salone per una scala di marmo bianco, ma la trovarono chiusa.
Noureddin e la bella persiana discendevano quando Scheich Ibrahim giunse carico di viveri.
- Scheich Ibrahim - gli disse Noureddin - questo superbo padiglione è anch’esso vostro?
- Figliuol mio - rispose egli - il padiglione non va senza il giardino, per cui l’uno e l’altro mi appartengono.
- Poiché la cosa sta così - ripigliò allora Noureddin - e che voleste fossimo ospiti vostri questa notte, fateci, ve ne suplico, la grazia di farcene veder l’interno; a giudicar dall’esterno dev’essere d’una straordinaria magnificenza.
Scheich Ibrahim posò i viveri portati sul primo gradino della scala e andò a cercare la chiave nella casa ch’egli abitava, poi ritornando con una candela, aprì la porta.
Noureddin e la bella persiana entrarono nel salone. Intanto Scheich Ibrahim portò i viveri, preparò la tavola sopra un sofà, e quando tutto fu pronto, Noureddin, la bella persiana ed egli, si sedettero e mangiarono insieme.
Quando ebbero terminato e che si ebbero lavate le mani, Noureddin chiese se avesse qualche bevanda di cui volesse favorirli.
- Quale bevanda vorreste? del vino? - replicò Scheich Ibrahim.
- L’avete indovinata: se ne avete, favoriteci di portarcene una bottiglia.
- Dio mi guardi dall’aver vino presso di me - esclamò Scheich Ibrahim - ed anche d’avvicinare un luogo in cui ve ne fosse. Un uomo come me, che ha fatto il pellegrinaggio della Mecca quattro volte, ha rinunciato al vino per tutta la sua vita.
[296] - Peraltro ci fareste un gran piacere di trovarcene - rispose Noureddin - e se ciò non vi arreca pena, io v’insegnerò un mezzo senza entrare nella taverna, e senza metter mano al recipiente che lo conterrà.
- Io lo farò a questa condizione - rispose Scheich Ibrahim - ditemi solamente in qual modo?
- Noi abbiamo veduto un asino attaccato all’ingresso della porta del vostro giardino - disse allora Noureddin - ed a quel che sembra è vostro. Tenete, ecco due altre piastre d’oro, prendete l’asino co’ suoi panieri, ed andate alla prima taverna senza accostarvici che quanto vi piacerà; date qualche cosa al primo venuto, pregatelo d’andare fino all’osteria coll’asino, di prendervi due guastade di vino da mettersi in un paniere una, e l’altra nell’altro, e di ricondurvi l’asino dopo aver pagato. Voi non avrete che da far venir l’asino sin qui, e prenderemo le guastade noi medesimi nei panieri. In tal guisa non farete nulla che possa arrecarvi la menoma ripugnanza.
Le due piastre d’oro che Scheich ricevé fecero un potente effetto sul suo animo.
E li lasciò per andare ad eseguire la commissione. Appena fu di ritorno, Noureddin gli disse:
- Non abbiamo tazze e ci piacerebbe aver delle frutta se ne avete.
- Voi non avete che a parlare - replicò Scheich Ibrahim - non vi mancherà nulla di tutto ciò che potete desiderare.
Scheich Ibrahim discese, ed in poco tempo preparò loro una tavola coperta di bella porcellana colma di parecchie sorta di frutta, con tazze d’oro e d’argento a scegliere: e quando ebbe loro chiesto se avessero bisogno di qualche altra cosa, si ritirò. Noureddin e la bella persiana si rimisero a tavola e cominciarono a bere trovando eccellente il vino. Bevvero parecchie volte, conversando piacevolmente, e cantando ciascuno qualche canzone. La bella persiana s’accorse che Scheich Ibrahim erasi fermato sotto il verone e ne avvertì Noureddin, dicendogli inoltre:
- Signore, voi vedete che egli mostra una grande avversione pel vino; io non dispererei di fargliene bere, se volete fare quello che vi dirò.
- E che? - chiese Noureddin - voi non avete che a parlare, ed io farò tutto quello che vorrete.
- Persuadetelo solamente ad entrare e a restar con noi - diss’ella - dopo qualche tempo mescete e [297] presentategli la tazza; se ricusa, bevete voi, e poscia fate vista di dormire, che io farò il rimanente.
Noureddin, compresa la intenzione della bella Persiana disse a Scheich Ibrahim:
- Noi siamo vostri ospiti, voi ci avete accolti colla maggior cortesia del mondo; vorrete ricusarci il piacere di volerci onorare colla vostra compagnia? Non vogliamo che beviate, ma solamente ci facciate il piacere di starvene con noi.
- Io farò dunque quello che vi piacerà - disse Scheich Ibrahim.
Ed avvicinatosi sorridente pel piacere d’accostarsi a sì vaga donna, andò a sedersi vicino alla bella persiana.
Noureddin la pregò di cantare una canzone in considerazione dell’onore che Scheich Ibrahim faceva loro; essa ne cantò una che lo rapì in estasi.
Quando la bella persiana ebbe terminato di cantare, Noureddin versò del vino in una tazza e la presentò a Scheich Ibrahim dicendogli:
- Scheich Ibrahim bevete una coppa alla nostra salute, ve ne prego.
- Signore - rispose Scheich Ibrahim - come se si fosse spaventato nel solo vedere il vino - vi supplico di scusarmi, io vi ho già detto d’aver rinunziato da molto tempo al vino.
- Poiché assolutamente voi non volete bevere alla nostra salute, permettete che io beva alla vostra.
La bella persiana prese una tazza, la riempì di vino e presentandola a Scheich Ibrahim gli disse:
- Prendete e bevete alla mia salute, che io vi corrisponderò!
Scheich Ibrahim vinto dalle sue bellezze e dalle sue preghiere, prese la tazza e bevve senza nulla lasciarvi. Il buon vecchio amava di bere, ma si metteva vergogna di farlo inanzi a gente che non conosceva.
Quando dopo molte insistenze Scheich Ibrahim ebbe bevuta la quarta tazza di vino, Noureddin, guardandolo, dette in un grande scoppio di risa, dicendogli:
- Ab, ah, Scheich Ibrahim, io vi ho preso! Voi mi avete detto che avevate rinunciato al vino, ed intanto non lasciate di berne.
- Signore, se vi è peccato in quello che ho fatto, non deve cader sopra di me, ma sopra la vostra compagna; poiché è impossibile di resistere a tante grazie!
Scheich Ibrahim, Noureddin e la bella persiana dettero in uno scoppio di risa e continuarono a [298] trastullarsi, e ridere ed a bere fino a mezzanotte; quando la bella persiana s’accorse che la tavola non era illuminata che da una sola candela:
- Scheich Ibrahim - diss’ella al buon vecchio custode - voi avete portato una sola candela, mentre qui vi sono tante belle torce. Fateci, vi prego, il piacere di accenderle, finché ci vediamo chiaro.
Scheich Ibrahim usando della libertà che dà il vino quando se ne ha riscaldata la testa ed affine di non interrompere un discorso incominciato con Noureddin, rispose a quella bella donna:
- Accendetele voi medesima, ma badate di non accenderne più di cinque o sei.
La bella persiana s’alzò, andò a prendere una candela, l’accese a quella che stava sulla tavola, ed accese ottanta torce.
Poco dopo, mentre Scheich Ibrahim conversava con la bella persiana su di un altro argomento, Noureddin a sua volta, lo pregò di voler accendere qualche fanale.
- Bisogna - rispose Scheich Ibrahim - che siate pigro o che abbiate minor vigore di me, se non potete accenderlo da voi medesimo. Andate, accendeteli, ma non più di tre.
Invece di accenderne tre li accese tutti, ed aprì le ottanta finestre.
Il califfo Haroun-al-Rascid non s’era ancora coricato, e stava in un salone del suo palazzo che s’avanzava fino sul Tigri e guardava dalla parte del giardino e del padiglione delle pitture. Avendo per caso aperta una finestra da quella parte, fu sorpreso di vedere il padiglione tutto illuminato.
Il gran visir Giafar era ancora con lui. Il Califfo lo chiamò con grande sdegno e gli disse:
- Negligente Visir, dimmi perché il padiglione delle pitture è illuminato a quest’ora mentre io non vi sono?
- Commendatore de’ credenti - gli disse - io non posso dire altra cosa all’uopo alla Maestà Vostra, se non che quattro o cinque giorni or sono è venuto a presentarsi a me Scheich Ibrahim, manifestandomi che aveva disegno di raccogliere un’assemblea di ministri della sua moschea per una certa cerimonia che era ben facile fare sotto il regno della Maestà Vostra. Io gli chiesi che cosa desiderava facessi per servirlo in tale occasione, ed egli mi supplicò d’ottenere dalla Maestà vostra il permesso d’adunare l’assemblea e fare [299] la cerimonia nel vostro padiglione. Io lo accomiatai dicendogli che poteva farlo, e che non avrei mancato di parlarne alla Maestà Vostra, cui chieggo perdono d’essermene dimenticato.
- Poiché la cosa va in tal modo - gli disse sorridendo il Califfo - è giusto che tu sia punito di questi falli: ma la punizione ne sarà leggiera, cioè di passare il rimanente della notte come me con quella buona gente che io son curioso di vedere. Mentre io vado a vestire un abito da privato, va’ tu pure a travestirti insieme a Mesrour.
Il Califfo uscì dunque dal suo palazzo travestito da privato col gran visir Giafar, e Mesrour capo degli eunuchi, e camminò per le strade di Bagdad, finché giunse al giardino. La porta v’era aperta per negligenza di Scheich Ibrahim, il quale si era dimenticato di chiuderla ritornando dal comprare il vino.
Il Califfo ne fu scandalizzato; entrò nel giardino: e appena fu giunto al padiglione salì senza far rumore in modo da poter vedere quelli che erano dentro senza esserne veduto.
Fu grande la sorpresa nel vedere una donna di bellezza senza pari ed un giovine de’ più ben fatti con Scheich Ibrahim seduto a tavola con loro.
Egli s’allontanò dalla porta, ed andò al gran Visir Giafar che stava sulla scala.
- Sali - gli disse - e vedi se quelli che stanno là dentro siano ministri di moschea, come tu hai voluto farmi credere.
Il gran Visir salì e guardando per l’apertura della porta, fu compreso da terrore.
Scheich Ibrahim diceva alla bella persiana:
- Mia amabile signora, v’ha qualche altra cosa che possiate desiderare per rendere più compiuta la gioia di questa serata?
- Mi sembra - rispose la bella persiana - che tutto andrebbe a meraviglia, se avessi uno strumento onde poter suonare.
Scheich Ibrahim trasse un liuto da un armadio, e lo presentò alla bella persiana, la quale cominciò ad accordarlo.
Cominciò a cantare un’aria ed accompagnò la sua voce, ch’era ammirabile, col liuto, e lo fece con tanta arte e professione che il Califfo ne rimase meravigliato.
Appena la bella persiana ebbe terminato di cantare, il Califfo discese dalla scala, e il gran Visir lo seguì. Quando furono abbasso il Califfo disse al Visir:
[300] - In fede mia non ho mai inteso una così bella voce, né mai suonare il liuto con tanta maestria. Ne sono sì contento, che voglio entrare, onde sentirla suonare innanzi a me. Ma in qual modo lo farò?
- Commendatore de’ credenti - rispose il gran Visir - se voi entrate, Scheich Ibrahim, riconoscendovi, ne morrà di terrore.
- Però non saprei come regolarmi - soggiunse il Califfo - e sarei moltissimo dispiacente d’esser cagione della sua morte dopo tanto tempo che mi serve. Mi sorge un pensiero: resta qui con Mesrour, ed attendete il mio ritorno.
In quella medesima notte un pescatore passando innanzi alla porta del giardino, dopo che il Califfo vi era entrato e l’avea lasciata aperta, profittando dell’occasione, s’era introdotto nel giardino fino alla vasca dell’acqua. Quel pescatore aveva gettate le sue reti e stava per ritirarle nel momento in cui il Califfo andava allo stesso luogo.
Ad onta del suo travestimento il pescatore riconosciutolo s’inginocchiò.
- Alzati e non temer nulla - disse il Califfo: - tira solamente le tue reti affinché io veda qual pesce vi sia dentro.
Il pescatore rassicurato seguì prontamente quello che il Califfo desiderava e gli pose innanzi cinque o sei bei pesci, di cui il Califfo scelse i due più grossi.
Dipoi disse al pescatore:
- Dammi il tuo abito, e prendi il mio.
Il cambio si fece in pochi minuti, ed appena il Califfo fu vestito da pescatore dalla calzatura fino al turbante, disse al pescatore:
- Prendi le tue reti e vattene pe’ tuoi affari.
Partito il pescatore assai contento della sua buona fortuna, il califfo prese i due pesci, salì al salone e picchiò alla porta.
Noureddin, che l’intese il primo, ne avvertì Scheich Ibrahim, che domandò chi fosse.
Il Califfo aprì la porta, ed avanzatosi un passo nel salone per farsi vedere, rispose:
- Scheich Ibrahim, io sono il pescatore Kerim: siccome ho veduto che convitate degli amici, avendo in questo momento pescato due bei pesci, vengo a domandarvi se ne avete bisogno.
Noureddin e la bella persiana furono rapiti nel sentire parlare di pesci.
Scheich Ibrahim - disse immantinente la [301] bella persiana - vi prego che ci facciate il piacere di farlo entrare, affinché vediamo che pesce ha.
Scheich Ibrahim, non più in istato di domandare al preteso pescatore come e per dove era entrato, pensò solamente a compiacere la bella persiana. Laonde rivoltosi dalla parte della porta con molta pena, tanto aveva bevuto, disse balbettando al Califfo, ch’egli prendeva per un pescatore:
- Avvicinatevi buon ladro di notte, avvicinatevi, affinché li vediamo!
Il Califfo s’avvicinò contraffacendo perfettamente bene tutte le maniere di un pescatore, e presentò i due pesci.
- Ecco dei bellissimi pesci - disse la bella persiana - io li mangerei volentieri se fossero cotti, e bene accomodati.
- La signora ha ragione - rispose Scheich Ibrahim - che vuoi tu che facciamo del tuo pesce se non è arrostito? Va’ fallo cuocere tu stesso e portacelo: troverai tutto nella mia cucina.
Tutti e tre posero mano all’opera, e quantunque la cucina di Scheich Ibrahim non fosse grande, pur nondimeno, non mancando di nulla delle cose di cui abbisognavano, accomodarono ben presto il piatto del pesce.
Il Califfo lo portò, e servendolo vi posero anche dei limoni.
Mangiarono con un grande appetito, particolarmente Noureddin e la bella persiana, e il Califfo restò innanzi ad essi.
Quando ebbero terminato, Noureddin guardò il Califfo e gli disse:
- Pescatore, non si può mangiar miglior pesce di questo, e ci hai fatto il più gran piacere nel portarcelo.
Nello stesso tempo, frugandosi nel seno, ne trasse la sua borsa, ove stavano trenta piastre d’oro.
- Prendi - gli disse - te ne darei di più se ne avessi. Ti avrei posto al coperto della povertà, se ti avessi conosciuto prima di dissipare tutto il mio patrimonio, ma non tralasciare però di accettarlo collo stesso buon cuore con cui te lo do.
Il Califfo prese la borsa e così gli rispose:
- Signore, io non posso abbastanza ringraziarvi della vostra liberalità: ma prima di ritirarmi ho da chiedervi un favore che vi supplico di concedermi. Ecco un liuto il quale mi fa conoscere che la signora sappia [302] suonarlo. Se poteste ottenere da lei che mi facesse la grazia di suonare un pezzo solo, me ne andrei come il più contento fra tutti gli uomini, perché è uno strumento che amo immensamente.
- Bella persiana - disse subito Noureddin rivolgendosi a lei - io vi chiedo questa grazia e spero che non me la ricuserete.
Essa prese il liuto, e dopo averlo accordato in pochi momenti, suonò e cantò un’aria con tanta forza e grazia, che il Califfo ne andò in estasi.
Quando la bella persiana ebbe cessato di cantare, questi esclamò:
- Ah! qual voce, qual mano e qual suono!
Noureddin abituato a dare quanto gli apparteneva a tutti coloro che ne facevano le lodi, disse al Califfo:
- Pescatore, io vedo bene che tu sai il fatto tuo; poiché ti piace tanto, ella è tua, te ne fo un dono.
Ma il califfo, sorpreso di quanto sentiva, gli disse:
- Signore, a quel che vedo, questa signora così bella, così rara ed ammirabile che mi donate con tanta generosità, è vostra schiava, e voi ne siete il padrone.
- Ciò è vero Kerim - rispose Noureddin - e tu saresti assai più meravigliato, se ti raccontassi tutte le disgrazie che mi sono accadute per ciò.
- Eh, di grazia, signore, - soggiunse il Califfo rappresentando sempre bene la parte del pescatore - fatemi il favore di raccontare la vostra storia.
Noureddin gli raccontò tutta la sua storia.
Quando ebbe terminato, il Califfo gli domandò:
- E presentemente ove andate?
- Ove vado? - rispose egli - Dio mi condurrà!
- Se volete seguire il mio consiglio - soggiunse il Califfo - non andrete assai lungi; anzi al contrario è mestieri che ritorniate a Bassora. Io vi darò una lettera che darete al re da parte mia, e vedrete che vi riceverà assai bene appena l’avrà letta, e che nessuno vi dirà una parola.
Noureddin acconsentito a quello che il Califfo voleva, essendovi nel salone quanto occorreva per scrivere, il Califfo scrisse la seguente lettera al re di Bassora, in cima alla quale, quasi sull’estremità della carta, aggiunse questa forma in piccolissimi caratteri: «In nomo di Dio misericordiosissimo» per segno che voleva essere obbedito assolutamente.
[303]
«Haroun-al-Rascid, figliuolo di Mahdi,
a Mohammed Zinebi suo cugino.»

Appena Noureddin, figliuolo del visir Khacan, ti porterà questa lettera e l’avrai letta, spogliati sul momento del tuo manto reale, mettiglielo sulle spalle, e fallo sedere al tuo posto sensa mancare.
Addio. »

Il Califfo piegò e suggellò la lettera, e senza dire a Noureddin che cosa contenesse:
- Tenete - gli disse - e andate ad imbarcarvi senza indugio sopra un bastimento che metterà alla vela subito.
Noureddin prese la lettera e partì col poco denaro che aveva indosso lasciando inconsolabile la bella persiana che proruppe in lagrime.
Appena Noureddin uscì dal salone, Scheich Ibrahim, il quale era stato in silenzio durante tutto l’accaduto guardando il Califfo, che prendeva sempre pel pescatore Kerim, gli disse:
- Kerim, tu ci hai portati due pesci che valgono al più venti monete di rame, e per ciò hai avuta una borsa e una schiava; pensi tu che tutto ciò debba essere per te solo?
Il Califfo, sempre sotto il personaggio di pescatore, rispose arditamente a Scheich Ibrahim:
- Scheich Ibrahim, io non so quanto vi sia nella borsa: ma oro ed argento io li dividerò con voi per metà con tutto il cuore: in quanto alla schiava, io voglio tenerla per me solo.
Scheich Ibrahim trasportato dalla collera a questa insolenza, riguardandola come fattagli da un pescatore, prese una delle tazze che stavano sulla tavola, e la gettò sulla testa del Califfo, il quale durò molta fatica a scansarla.
Il Califfo colse quell’occasione, per picchiare colle mani ad una delle finestre.
Il gran Visir, Mesrour ed i quattro servitori gli tolsero d’un subito l’abito da pescatore, mettendogli quello che gli aveano portato.
Non avevano ancora terminato e stavan tuttavia occupati intorno al Califfo assiso sul trono che aveva nel salone, quando Scheich Ibrahim animato dall’interesse, rientrò con un grosso bastone.
Invece di trovar lui, scòrse il suo abito in mezzo [304] al salone, e vide il Califfo seduto sul suo trono col gran Visir e Mesrour a’ suoi fianchi.
Egli si fermò a quello spettacolo.
Il Califfo si pose a ridere del suo stupore e gli disse:
- Scheich Ibrahim, che vuoi, che cerchi?
Scheich Ibrahim, che non poteva più dubitare che quello fosse il Califfo, si gettò a’ suoi piedi colla faccia e la sua lunga barba contro terra, esclamando:
- Commendatore de’ credenti, il vostro vile schiavo vi ha offeso, ed implora la vostra clemenza, chiedendovene mille perdoni!
Avendo i camerieri finito di vestire il Califfo, questi discese il trono dicendo a Scheich Ibrahim:
- Alzati, io ti perdono!
Il Califfo si rivolse poscia alla bella persiana:
- Bella persiana - le disse - alzatevi, e seguitemi. Noureddin l’ho mandato a Bassora per esservi re, e manderò anche voi ad esservi regina, appena gli avrò mandati i decreti necessari per la sua investitura. Io vado intanto a darvi un appartamento nel mio palazzo, ove sarete trattata secondo il vostro merito.
Il ritorno di Noureddin a Bassora fu più felice di quanto avrebbe potuto desiderare.
Il re ricevette la lettera, l’aprì e cangiò di colore nel leggerla. La baciò per ben tre volte, e stava per eseguire l’ordine, quando avvisò di mostrarla al Visir Saouy, nemico irreconciliabile di Noureddin.
Saouy, immaginò in un momento il mezzo di eluder l’ordine, e fingendo di non aver ben letto, si trasse un poco in disparte come per aver più luce.
Allora senza che niuno se ne accorgesse, strappò destramente la formola in cima alla lettera, la portò alla bocca e l’inghiottì. Dopo sì grande malvagità, si rivolse dalla parte del re, gli rese la lettera e parlando sommesso gli chiese:
- Ebbene, Sire, qual è l’intenzione della Maestà Vostra?
- Di fare quanto il Califfo mi comanda - rispose il Re.
- Guardatevene bene, sire - soggiunse il malvagio Visir - questa è la scrittura del Califfo, ma la formola non vi è...
Il re l’aveva veduta, ma nel turbamento in cui stava s’immaginò d’essersi ingannato, non vedendola più.
[305] Il re Zinebi lasciossi persuadere ed abbandonò Noureddin alla discrezione del visir Saouy, il quale lo condusse a casa sua con forte mano di soldati.
Appena vi fu giunto, gli fece dare le bastonate fino a che restasse come morto, ed in quello stato lo fece portare in prigione.
L’afflitto Noureddin restò dieci giorni interi in quello stato. Il visir Saouy risoluto di fargli perdere la vita vergognosamente, andò a presentarsi al re.
- Sire - disse allora Saouy - io sono infinitamente obbligato alla Maestà Vostra della giustizia che mi rende: ma siccome Noureddin m’ha oltraggiato pubblicamente, così chieggo in grazia di permettermi che si faccia l’esecuzione innanzi al palazzo, e che i banditori vadano ad annunziarli in tutte le contrade della città affinché niuno ignori che l’offesa da lui fattami sarà pienamente vendicata.
Il re gli concedette quanto domandava, ed i banditori, facendo il loro dovere, divulgarono nella città una tristezza generale; perché la recentissima memoria della virtù del padre fece sì che tutti s’indignassero che si facesse ignominiosamente morire il figliuolo.
Saouy andò egli medesimo alla prigione, accompagnato da una ventina de’ suoi schiavi, ministri della sua crudeltà.
Gli si condusse Noureddin e lo fece salire sopra un cattivo cavallo senza sella.
Quando l’ebbe condotto fino al largo del palazzo in faccia all’appartamento del re, lo lasciò tra le mani del carnefice, e andò dal re.
Il carnefice approssimatosi a Noureddin, gli disse: - Signore, vi supplico di perdonarmi la vostra morte, io non sono che uno schiavo e non posso dispensarmi dal fare il mio dovere; a meno che non abbiate bisogno di qualche cosa, mettetevi se vi piace in istato di ricevere il colpo, perché il re or ora mi comanderà di ferirvi.
In quel punto il desolato Noureddin esclamò:
- Vi sarebbe qualche caritatevole persona che volesse portarmi dell’acqua per istinguere la mia sete?
Ne fu portato un vaso all’istante.
Il Visir Saouy, accorgendosi del ritardo, gridò al carnefice dalla finestra del gabinetto del re:
- Che, aspetti? Colpisci!
A queste parole barbare e piene d’inumanità, tutto [306] il largo rimbombò di vive imprecazioni contro lui: ed il re geloso della sua autorità, non approvò quell’audacia in sua presenza, e lo mostrò ordinando di aspettare. Ma vi fu un’altra ragione: perché in quel momento, alzati gli occhi verso una strada, vi scorse nel mezzo una schiera di cavalieri i quali correvano a briglia sciolta.
- Era il gran visir Giafar col suo seguito che veniva da Bagdad in persona da parte del Califfo.
Appena entrò nella piazza, ciascuno si trasse a parte per fargli largo, gridando grazia per Noureddin.
Il re di Bassora, avendo riconosciuto il primo ministro del Califfo, gli andò incontro e lo ricevette all’ingresso del suo appartamento.
Il gran Visir domandò prima d’ogni altra cosa se Noureddin viveva ancora. Il re rispose di sì e diede l’ordine di farlo venire.
Apparve subito, ma legato; ei lo fece sciogliere e mettere in libertà e comandò che si assicurassero del Visir Saouy, legandolo colle medesime corde.
Il gran Visir Giafar non istette che una notte a Bassora, ripartendo l’indomani conducendo seco Saouy, il re di Bassora e Noureddin.
Quando giunse a Bagdad li presentò al Califfo, e dopo avergli reso conto del suo viaggio e particolarmente dello stato in cui aveva trovato Noureddin, e del modo in cui era stato trattato, pel consiglio e per l’odio di Saouy, il Califfo propose a Noureddin di mozzar egli medesimo il capo al Visir Saouy.
- Commendatore de’ credenti - rispose Noureddin - ad onta di tutti i mali che abbia potuto fare a me e al defunto mio padre, mi terrei pel più infame di tutti gli uomini se bagnassi le mie mani nel suo sangue!
Il Califfo gli seppe buon grado della sua generosità e fece eseguire quella giustizia dalle mani del carnefice.
Il Califfo voleva mandare Noureddin a Bassora per regnarvi. Ma Noureddin lo supplicò di volernelo dispensare, dicendogli:
- Commendatore de’ credenti, la città di Bassora mi è ora in tanta avversione, dopo quanto mi è accaduto, che oso supplicare la Maestà vostra di permettermi di mantenere il giuramento che ho fatto di non ritornarvi mai più per tutta la vita.
Il Califfo lo pose nel numero de’ suoi più intimi cortigiani, gli rese la bella persiana, e lo beneficò tanto [307] che vissero insieme fino alla morte con tutta la felicità desiderabile.
STORIA DI BEDER PRINCIPE DI PERSIA
E DI GIAUHARE, PRINCIPESSA DI SAMANDAL
La Persia è una parte di terra, di sì grande estensione, da non far meraviglia se i suoi re portano il superbo titolo di re dei re. Uno di quei sovrani regnava da molti anni con una felicità ed una tranquillità che lo rendevano il più soddisfatto di tutti i monarchi. Vi era una sola cosa per cui si chiamasse sventurato; quella d’esser molto avanzato negli anni, e che di tutte le sue mogli non ve ne fosse niuna che gli avesse dato un principe da succedergli dopo la sua morte.
Un giorno in cui teneva l’assemblea de’ suoi cortigiani, un eunuco venne ad annunziargli che un mercante proveniente da un lontanissimo paese e conducendogli una schiava, domandava il permesso di fargliela vedere.
- Che si faccia entrare e sedere - disse il re - io gli parlerò dopo l’assemblea.
Quando l’assemblea terminò, e tutti si furon ritirati, il mercante si prostrò innanzi al trono del re.
Appena si fu alzato il re gli domandò se era vero che gli avesse condotta una schiava come gli era stato detto, e se era bella.
Sire - rispose il mercante - io non dubito che la Maestà Vostra non ne abbia delle bellissime: ma io posso assicurarvi senza tema di errare che niuna può stare a pari della mia.
- Ov’è dessa? - soggiunse il re - conducetemela.
Venne condotta la schiava, ed appena il re la vide ne divenne appassionatamente innamorato.
Ti farò contare diecimila piastre d’oro, sei contento?
- Sire - rispose il Mercante - io mi sarei stimato felicissimo se Vostra Maestà avesse voluto accettarla per nulla: ma non oserei ricusare una sì grande liberalità.
Il re fece collocare la bella schiava nel più magnifico appartamento dopo il suo, e le assegnò parecchie matrone ed altre schiave per servirla.
Le matrone dissero al re:
[308] - Sire, se la Maestà Vostra ha la pazienza di darci soli tre giorni, noi c’impegnamo di farla vedere tanto superiore a quella ch’è presentemente, che non la riconoscerà più!
Il re ebbe molta pena a privarsi per sì lungo tempo del piacere di possederla interamente.
- Io lo voglio - diss’egli - ma a condizione che mi teniate la vostra promessa.
A capo di tre giorni la bella schiava, abbigliata magnificamente stava sola nella sua camera, seduta sopra un sofà ed appoggiata ad una delle finestre che guardavano sul mare, quando il re, avvertito che poteva vederla, vi entrò.
La schiava, sentendo camminar nella sua camera, rivolse subito il capo per vedere chi fosse. Ella riconobbe il re: ma senza manifestare la menoma sorpresa, senza nemmeno alzarsi per fargli cortesia e riceverlo, e come se fosse stata la più indifferente persona, si rimise alla finestra come prima.
Il re di Persia, lieto d’aver fatto un acquisto di cui era sì contento, picchiò colle mani ed immantinente entrarono più donne, cui comandò far servire la cena. Appena fu servita, egli disse alla schiava:
- Cuor mio, avvicinatevi, e venite a cenare con me!!
Ella si alzò dal luogo in cui stava, e quando fu seduta di fronte al re questi la servì.
La schiava mangiò, sempre cogli occhi bassi, e senza rispondere una sola parola, ogni volta che le domandava se le vivande le piacevano.
Per cangiar discorso il re le domandò come si chiamasse, se fosse contenta del suo abbigliamento, delle pietre preziose di cui era ornata, ciò che pensasse del suo appartamento e delle sue suppellettili, e se lo spettacolo del mare la divertisse.
Ma ella tenne il medesimo silenzio, di cui il Re non sapeva più che pensare.
- Sarebbe essa muta? - diceva egli tra sé.
Quando il re si alzò di tavola, si lavò le mani da un lato mentre la schiava se le lavava dall’altro.
Colse questa occasione per chiedere alle donne che gli presentavano il bacino, s’ella aveva loro parlato.
Quelle gli risposero:
- Sire, noi non l’abbiamo intesa parlare più di quello che la Maestà Vostra ha inteso; noi l’abbiamo pettinata e vestita nella sua camera, e mai non ha aperto la bocca.
[309] L’indomani il re di Persia si alzò più appassionato per la bella schiava del giorno prima.
Essa non gli dette la consolazione di dirgli una sola parola per tutto un anno: ma nonpertanto ei non cessò dall’essere molto assiduo presso di lei con tutte le immaginabili compiacenze, e di darle le più segnalate prove d’una violentissima passione.
L’anno era corso, ed il re, seduto un giorno presso la sua bella, protestava che il suo amore invece di diminuire, aumentava giorno per giorno con maggior forza.
- Regina mia - le diceva egli - io non posso indovinare ciò che voi ne pensiate: nonpertanto nulla non è più vero, vi giuro che non desidero niente altro dacché ho la felicità di possedervi.
A questo discorso la bella schiava, che secondo il suo costume aveva ascoltato il re sempre cogli occhi bassi, si pose a sorridere.
Il re di Persia se ne accorse con una sorpresa che gli fece fare un’esclamazione di gioia.
La bella schiava ruppe finalmente il lungo silenzio, e così parlò:
- Sire, ho tante cose a dire alla Maestà Vostra rompendo il mio silenzio, che non so dove incominciare. Sire, io non posso darvi una più grande soddisfazione, che coll’annuncio della mia gravidanza. Spero che sia un maschio. Oltre ciò, Sire - aggiunse ella - se non fosse stata la mia gravidanza (supplico la Vostra Maestà di prender la mia sincerità in buon aspetto) ero risoluta a non amarvi come pure a tenere un perpetuo silenzio: ma presentemente io v’amo per quanto lo debbo.
Il re di Persia, lieto d’aver inteso parlare la bella schiava coll’annunciargli una notizia che tanto gli stava a cuore, l’abbracciò teneramente dicendole:
- Luce degli occhi miei, io non poteva ricevere una più grande gioia di quella di che mi colmate. Voi m’avete parlato ed annunciata la vostra gravidanza! Io non capisco in me stesso, dopo questo soggetto di letizia, che non mi aspettava punto.
- Sire - soggiunse la bella schiava - quantunque io sia vostra schiava, come ho già detto alla Maestà Vostra, un re non ne può padroneggiare la volontà. Nondimeno siccome parlate ad una schiava capace di piacere ad un monarca e di farsene amare, se la schiava è d’uno stato inferiore, voglio credere potersi essa stimar felice nella sua sciagura. Ma quale felicità [310] intanto! Essa non lascierà di guardarsi come una schiava strappata dalle braccia della madre sua e del padre, e forse d’un amante che non lascerà d’amare per tutta la sua vita. Ma se ella stessa non cede in nulla al re che l’ha acquistata, la Maestà stessa giudichi del rigore della sua sorte, della sua miseria, della sua afflizione, del suo dolore e di che essa può esser capace.
- Il re di Persia stupito da questo discorso esclamò:
- Come, signora, sarebbe egli possibile, come lo fate intendere, che scorra nelle vostre vene sangue reale? Informatemi di grazia, su questo punto e non aumentate la mia impazienza. Ditemi chi è il felice padre e la felice madre di un sì gran prodigio di bellezza, chi sono i vostri fratelli, le vostre sorelle, i vostri congiunti, e soprattutto come vi chiamate?
STORIA DELLA PRINCIPESSA GULNARA
- Sire - disse allora la bella schiava - il mio nome è Gulnara del Mare; il mio defunto padre era uno dei più potenti re del mare, e morendo lasciò il suo regno ad un mio fratello chiamato Saleh ed alla regina mia madre.
Noi vivevamo tranquillamente nel nostro Regno ed in una pace profonda, quando un nemico invidioso della nostra felicità entrò nei nostri Stati con un potente esercito, penetrò fino nella nostra capitale, e se ne impadronì, dandoci solo il tempo di salvarci in un luogo inaccessibile con alcuni ufficiali fedeli i quali non ci abbandonarono.
In quell’asilo mio fratello mi chiamò un giorno in disparte e mi disse:
- Sorella mia gli eventi delle più piccole imprese possono avere incerta riuscita: io posso soccombere in quella che medito, di rientrare cioè ne’ nostri Stati, e sarei meno dolente della mia disgrazia, di quella che potrebbe accadere a voi. Per prevenirla e preservarvene, desidererei prima vedervi maritata. Ma nel cattivo stato in cui sono i nostri affari, vedo che non potete sposarvi con uno dei nostri principi del mare. Desidererei che potreste risolvervi di sposarvi con un principe della terra.
Questo discorso di mio fratello mi cagionò una gran collera contro di lui.
Egli mi lasciò tanto poco soddisfatta di me quanto [311] io lo era di lui, e nel dispetto che io era mi slanciai dal fondo del mare ed andai ad approdare all’isola della Luna.
Ad onta del gran disgusto che m’aveva costretta ad andarmi a gettare in quell’isola, non lasciai di vivervi assai contenta, e mi ritirai in luoghi remoti, ove stava comodamente.
Nondimeno le mie precauzioni non impedirono che un uomo di qualche distinzione, accompagnato da domestici, non mi sorprendesse mentre dormiva e mi condusse seco.
Egli mi dimostrò molto amore e non tralasciò nulla per persuadermi a corrisponderlo: ma quando vide che non guadagnava nulla colla dolcezza, credé che sarebbe riuscito meglio colla forza.
Peraltro io lo feci sì ben pentire della sua insolenza, che risolse di vendermi, e fui comprata dal mercante, il quale mi ha condotta e venduta alla Maestà Vostra.
Questo mercante era un uomo saggio, dolce ed umano, e nel lungo viaggio che mi fece fare non mi ha mai dato occasione di lagnarmi di lui.
- Riguardo a Vostra Maestà - continuò la principessa Gulnara - se non aveste avuto per me tutte le considerazioni, delle quali vi sono obbligata; se non m’aveste dato prove d’amore con una sincerità della quale non ho potuto dubitare, se senza esitare non aveste cacciate tutte le vostre mogli, io non sarei tornata con voi. Io mi sarei gettata in mare dalla finestra di quella stanza ove m’incontraste la prima volta, e sarei andata a trovare mia madre, mio fratello ed i miei congiunti.
Per questo, Sire, sia una principessa od un principe quello che metterò al mondo, sarà un pegno che mi obbligherà a non separarmi mai più dalla Maestà Vostra; spero anche che non mi riguarderete più come una schiava, ma come una principessa non indegna della vostra alleanza.
In tal guisa la principessa Gulnara terminò di far conoscere e di raccontare la sua storia al re di Persia.
- Mia leggiadra ed adorabile principessa - esclamò allora quel monarca - voi siete la mia regina e regina di Persia, come io ne sono il re: questo titolo sarà presto divulgato in tutto il mio Regno. Da domani rimbomberà nella mia capitale con feste non ancora vedute, che faranno conoscere che voi siete mia legittima sposa. Vi è una cosa che mi arreca pena e vi supplico [312] spiegarmi. Non posso comprendere come mai potete vivere, operare, muovervi nelle acque senza annegarvi.
- Sire - rispose la regina Gulnara - io soddisferò la Maestà Vostra con molto piacere. Noi camminiamo nel fondo del mare nello stesso modo che si cammina sulla terra, e respiriamo nell’acqua come si respira nell’aria, laonde, invece di soffocarci come soffoca voi, contribuisce alla nostra vita. Il più notevole ancora è che non bagna i nostri abiti e che quando veniamo sulla terra ne usiamo senza bisogno di asciugarli. Il nostro linguaggio è lo stesso come la scrittura incisa sul suggello del gran Profeta.
Quello però che ho da dirvi, o Sire, è che i parti delle donne di mare sono differenti da quelli delle donne di terra: e però temo che le levatrici di questo paese mi assistino male nel mio parto. La Maestà Vostra, non avendovi meno interesse di me, aggradendolo, io credo conveniente per la sicurezza de’ miei parti, di far venire la regina mia madre con alcune cugine che ho, nello stesso tempo il re mio fratello, col quale ho gran desiderio di riconciliarmi.
- Signora - rispose il re di Persia - voi siete la padrona: fate quanto vi piacerà: io cercherò di riceverli con tutto l’onore possibile.
- Sire - soggiunse la regina Gulnara - non vi è già bisogno di queste cerimonie, perché dessi giungeranno qui in un momento, e la Maestà Vostra vedrà in qual modo arriveranno, senza far altro ch’entrare in questo camerino e guardare per la gelosia.
Quando il re di Persia fu entrato nel camerino, la regina Gulnara si fece portare un piccolo braciere con dentro del fuoco da una delle sue schiave, la quale rimandò, dicendole di chiudere la porta.
Come fu sola, prese un pezzo di legno d’aloe da una cassetta, lo pose sul braciere, ed appena ne vide comparire il fumo, pronunciò delle parole sconosciute al re di Persia, il quale osservava con attenzione quanto faceva, ed ella non aveva ancora terminato che l’acqua del mare si turbò, ed incontanente ne uscì un giovine ben fatto e di bella statura, coi mustacchi di erba di mare.
Una donna avanzata in età, ma con un’aria maestosa, ne sorte dopo di lui con cinque giovanette.
La brigata si avanzò con spinta dalla superficie del mare, senza camminare, e quando tutti furono sulla riva, si slanciarono leggermente l’uno dopo l’altro [313] sulla finestra dove la regina Gulnara era apparsa e da cui s’era ritirata per dar loro luogo.
Il re Saleh, la regina sua madre, e le sue cugine l’abbracciarono con moltissima tenerezza, e con le lacrime agli occhi a misura ch’entravano.
Quando la regina Gulnara li ebbe ricevuti con tutto il possibile onore, e quando ebbe loro fatto prender posto sul sofà, la regina madre prese la parola:
- Figliuola mia - le disse - provo molta gioia nel rivederti dopo una sì lunga assenza, e son sicura che vostro fratello e le vostre cugine ne provano quanto me. Ma lasciamo questo discorso e metteteci a parte di quanto vi è accaduto dacché non vi abbiamo veduta.
La regina Gulnara si gettò ai piedi della regina sua madre, e dopo averle baciata la mano, rialzandosi rispose:
- Signora, ho commesso un gran fallo, lo confesso; quello che sto per dirvi vi farà conoscere come alcune volte invano si ha ripugnanza per certe cose.
Ella le raccontò quanto le era accaduto dopo che il dispetto l’avea fatta risolvere al alzarsi dal fondo del mare per venire sulla terra.
Quand’ebbe terminato, raccontò infine come fosse stata venduta al re di Persia, presso cui si trovava.
- Sorella mia - le disse il re suo fratello - voi avete un gran torto di aver sofferte tutte queste indegnità. Alzatevi, e ritornate con noi nel regno che ho acquistato sul fiero nemico che se ne era impadronito.
Il re di Persia, che intese queste parole dal camerino in cui stava, ne fu molto accorato e disse fra sé:
- Ah! son perduto!
Ma la regina Gulnara non lo lasciò lungo tempo nel timore in cui stava.
- Fratel mio - rispose ella sorridendo - io non potei sopportare il consiglio da voi datomi di sposarmi con un principe della terra: oggi poco è mancato che non mi fossi incollerita con voi per quello che mi dite, di lasciar l’impegno contratto col più potente e col più famoso di tutti i principi della terra. Io non parlo già dell’impegno di una schiava col suo padrone, poiché in tal caso ci sarebbe agevole il restituirgli le diecimila piastre d’oro che gli son costata. Io parlo di quello di una moglie con un marito, e d’una moglie che non può addurre motivo alcuno di malcontento dalla parte sua.
Desso è un monarca saggio, moderato, che m’ha [314] dato le più efficaci prove d’amore, e non poteva darmene una più segnalata che di congedare, fin dai primi giorni che mi ebbe, tutte le sue mogli, onde attaccarsi unicamente a me. Io son sua moglie avendomi egli dichiarata regina di Persia per partecipare a’ suoi consigli. Io dico di più, che sono incinta e che se ho la felicità col favore del cielo di avere un figliuolo, sarà un nuovo legame che mi legherà a lui più inseparabilmente.
Il re di Persia, il quale stava nel camerino, per quanto era stato afflitto dal timore di perdere la regina Gulnara, provò altrettanta gioia nel vedere che essa era risoluta a non abbandonarlo.
Mentre il re di Persia s’intratteneva così con piacere incredibile, la regina Gulnara aveva picchiato colle mani e comandato a delle schiave che erano entrate di servir subito la colazione.
Quando questa fu servita, ella invitò la regina sua madre, il re suo fratello, e le due cugine d’avvicinarsi a mangiare. Ma essi ebbero tutti lo stesso pensiero, che senza averne domandato il permesso, si trovavano nel palazzo d’un potente re, che non li aveva mai veduti e non li conosceva punto, e che sarebbe stata una grande inciviltà il porsi a tavola senza di lui.
La regina Gulnara che aveva dubitato di quel che fosse e che aveva compresa l’intenzione dei suoi congiunti, non fece che dir loro, alzandosi dal suo luogo, che sarebbe tosto ritornata: ed entrata nel camerino rassicurò il re colla sua presenza.
- Sire - gli disse - non dubito che la Maestà Vostra non sia molto contenta della prova di riconoscenza che le professo per tutte le obbligazioni di cui le son debitrice. Non dipendeva che da me l’acconciarmi ai loro desiderî e di ritornare con essi nei nostri Stati: ma io non sono capace di una ingratitudine.
«Essi muoiono dal desiderio di vedervi e di assicurarvene loro stessi. Adunque io supplico la Maestà Vostra di volere entrare e onorarli della vostra presenza.
Il re di Persia, rassicurato da queste parole, si alzò dal suo posto ed entrò nella camera colla Gulnara, che lo presentò alla regina sua madre, al re suo fratello, ed alle sue cugine, le quali immantinente si prostrarono.
Il re di Persia corse subito a loro, obbligandoli a rialzarsi, e li abracciò l’un dopo l’altro.
Terminata la colazione, il re di Persia conversò [315] con essi molto innanzi nella notte, e quando fu tempo di andarsi a coricare li condusse egli medesimo ciascuno all’appartamento fatto loro preparare.
Il re di Persia regalò i suoi illustri ospiti di continuate feste nelle quali non tralasciò nulla di quanto potesse fare apparire la sua grandezza e la sua magnificenza, e tanto fece che li impegnò a restare alla sua corte fino al parto della regina.
Partorì finalmente e dette alla luce un figliuolo con grande gioia della regina sua madre, che l’assisté e andò a presentarlo al re. Il re di Persia ricevé il bambino con una gioia indicibile.
Siccome il volto del piccolo principe suo figliuolo era sfavillante di bellezza credé non potergli dare un nome più conveniente di quello di Beder.
Dopo che la regina Gulnara si fu alzata da letto, un giorno in cui il re di Persia, la regina Gulnara, la regina sua madre, il re Saleh suo fratello e le principesse loro congiunte conversavano insieme nella camera della regina, la nutrice vi entrò col piccolo principe Beder.
Il re Saleh si alzò dal suo posto, corse a lui, e dopo averlo preso dalle braccia della nutrice nelle sue, si mise a baciarlo ed accarezzarlo con grandi dimostrazioni di tenerezza. Fece dapprima più giri nella camera giuocando e tenendolo sospeso colle mani in aria; poscia tutto ad un tratto nel trasporto della sua gioia, si slanciò da una finestra la quale trovavasi aperta e si immerse nel mare col principe.
Il re di Persia, a quello spettacolo, cacciò spaventevoli grida nella credenza che non avrebbe più riveduto il principe suo caro figliuolo.
- Sire, - gli disse la regina Gulnara con viso sereno per rassicurarlo, - la maestà vostra non tema nulla. Il piccolo principe è tanto mio figlio quanto il vostro e non l’amo meno di quello che lo amiate voi, nonpertanto vedete che non ne sono accorata, non dovendolo punto essere. Esso non corre alcun rischio, e vedrete bentosto comparire il re suo zio, che lo porterà sano e salvo.
Infatti poco appresso il mare si turbò e si vide il re Saleh uscirne col piccolo principe tra le braccia: e sostenendosi nell’aria rientrò per la stessa finestra per cui era uscito.
Il re di Persia fu lieto e assai meravigliato nel vedere il principe Beder tanto tranquillo, quanto lo era allorché aveva cessato di vederlo.
[316] Il re Saleh gli disse:
- Da quello che la maestà vostra ha veduto può giudicare del vantaggio che il principe Beder ha acquistato per parte della regina Gulnara mia sorella. Finché vivrà, e tutte le volte che vorrà, sarà libero d’immergersi nel mare, e di percorrere i vasti imperi che esso chiude nel suo seno.
Ciò detto il re Saleh, che aveva rimesso il piccolo Beder tra le braccia della nutrice, aprì una cassa presa nel suo palazzo nel tempo in cui era disparso, piena di trecento diamanti grossi quanto un uovo di piccione, d’un egual numero di rubini di una straordinaria grossezza, altrettante verghe di smeraldi della lunghezza di un mezzo piede, e trenta file di collane di perle ciascuna di dieci.
- Sire - diss’egli al re di Persia presentandogli quella cassa - quando siamo stati chiamati dalla regina mia sorella, ignorando in qual luogo della terra fosse, ed avesse avuto l’onore di diventar sposa a un sì grande monarca, è stato cagione che siamo venuti colle mani vuote. Non potendo testimoniare sufficientemente la nostra riconoscenza alla Maestà Vostra, supplichiamo di aggradire questa debole prova, in considerazione dei singolari favori che vi è piaciuto impartirle, ed ai quali noi non partecipiamo meno di lei.
Non si può esprimere quale fu la sorpresa del re di Persia quando vide tante ricchezze chiuse in sì piccolo spazio.
Alcuni giorni dopo, il re Saleh dichiarò al re che la regina sua madre, le principesse sue cugine ed egli non avrebbero un più gran piacere che di passare tutta la loro vita alla sua Corte: ma essendo lungo tempo che stavan lungi dal loro Regno, ed essendovi la loro presenza necessaria, lo pregarono di toglier commiato da lui e dalla regina Gulnara. Il re di Persia mostrò loro quanto fosse il suo dispiacimento di non poterli trattenere, di usare con essi la medesima cortesia, andando loro a far visita nei propri Stati.
Il piccolo principe Beder fu nutrito ed allevato nel palazzo sotto gli occhi del re e della regina di Persia, e lo videro crescere ed aumentare in bellezza con grande soddisfazione.
Quando il principe di Persia ebbe raggiunta l’età di quindici anni, eseguiva tutti i suoi esercizi con maggior destrezza e buona grazia dei suoi maestri. Oltre a ciò era d’una saviezza e di una prudenza ammirabili.
[317] Il re di Persia, che aveva riconosciuto in lui, fin dalla nascita, le virtù sì necessarie ad un monarca, e d’altra parte accorgendosi ogni giorno delle grandi infermità della decrepitezza, non volle aspettare che la sua morte gli desse luogo di metterlo in possesso del suo Regno.
Il giorno della cerimonia fu designato: ed in quel giorno in mezzo al suo Consiglio più numeroso del solito, il re di Persia, che dapprima si era assiso sul trono, ne discese, si tolse la corona dalla testa, la pose su quella del principe Beder, e dopo averlo aiutato a salire sul suo posto, gli baciò la mano in segno che gli rimetteva tutta la sua autorità e tutto il suo potere: dopo la qual cosa si mise al di sotto di lui tra i visir e gli emiri.
Nel primo anno del suo regno il re Beder adempì a tutte le regali funzioni con una grande assiduità e sopratutto ebbe gran cura d’istruirsi dello stato degli affari e di tutto quello che poteva contribuire alla felicità dei suoi sudditi.
L’anno seguente, dopo ch’ebbe lasciata l’amministrazione degli affari al suo Consiglio, col permesso dell’antico re suo padre, uscì dalla capitale sotto il pretesto d’una partita di caccia, ma veramente per visitare tutte le provincie del suo Regno, affine di correggervi gli abusi, di stabilirvi il buon ordine e la disciplina dovunque e togliere ai principi suoi vicini mal intenzionati il desiderio di nulla intraprendere contro la sicurezza dei suoi Stati, facendosi vedere sulle frontiere.
A questo giovane, re non abbisognò meno di un anno intero onde eseguire il suo disegno.
Poco tempo dopo il suo ritorno, il re suo padre cadde pericolosamente ammalato.
Morì poco tempo dopo con cordoglio intenso del re Beder e della regina Gulnara, i quali fecero portare il suo corpo in un superbo mausoleo proporzionato alla sua dignità.
Terminati i funerali, il re Beder non ebbe pena a seguire il costume della Persia, di piangere i morti per un intero mese e di non veder nessuno per tutto quel tempo.
Quando il mese fu scorso, il re non poté dispensarsi di dare accesso al suo gran Visir ed a tutti i signori della sua Corte, i quali lo supplicarono di smettere l’abito di lutto, di farsi vedere a’ sudditi, e di riprendere la soma degli affari come prima.
[318] Il re Saleh ritornossene ne’ suoi stati del mare colla regina sua madre e le principesse, appena vide aver Beder riprese le redini del governo, e tornò solo a capo d’un anno; Beder e la regina Gulnara furono lietissimi di rivederlo.
Una sera all’alzarsi da mensa si posero a parlare di diverse cose. Insensibilmente il re Saleh entrò a far le lodi del re suo nipote, e dichiarò alla regina sua sorella quanto fosse soddisfatto della saviezza con cui egli governava: il che gli aveva acquistata una grande riputazione non solo presso i re suoi vicini, ma anche fino a’ più lontani regni.
Il re Beder, che non poteva sentir parlare sì vantaggiosamente della sua persona, e non volendo per creanza impor silenzio al re suo zio, si volse dall’altro lato e finse di dormire.
Dalle lodi che non riguardavano se non la condotta meravigliosa e lo spirito superiore, il re Saleh passò a quelle del corpo, e ne parlò come d’un prodigio che non aveva nulla di simile, né sulla terra, né nei regni al disotto delle acque del mare di cui aveva cognizione.
- Sorella mia - esclamò egli tutto ad un tratto - son meravigliato che non abbiate ancora pensato a trovargli una sposa.
- Io ne conosco una - soggiunse il re Saleh parlando a voce bassa - ma prima di dirvi chi è, vi prego di vedere se il re mio nipote dorme, e vi dirò perché bisogna che prendiamo questa precauzione.
La regina Gulnara si volse, e veduto Beder nella situazione in cui stava, non dubitò per nulla che non dormisse profondamente.
Il re Beder intanto, invece di dormire, raddoppiò la sua attenzione.
- Non è a proposito - continuò il re Saleh - che il re mio nipote abbia sì tosto cognizione di quello che debbo dirvi. L’amore, come voi sapete, s’introduce qualche volta per l’orecchio, e non è necessario che egli ami in questo modo quella che ho a nominarvi, vedendo di fatto, grandi difficoltà a superare, non dal lato della principessa, come lo spero, ma dalla parte del re suo padre. Non ho che a nominare la principessa Giauhare ed il re di Samandal.
- Che dite voi, fratel mio - esclamò la regina Gulnara, - la principessa Giauhare non è ancor maritata? Io mi ricordo d’averla veduta poco tempo prima [319] di separarmi da voi; aveva diciotto mesi ed era dotata d’una bellezza sorprendente.
Parlarono qualche tempo sul medesimo soggetto, e prima di separarsi convennero che il re Saleh sarebbe ritornato subito nel suo Regno per fare la domanda della principessa Giauhare al re di Samandal pel re di Persia.
La regina Gulnara ed il re Saleh, credendo che il re Beder dormisse veramente, lo svegliarono quando vollero ritirarsi, ed egli riuscì assai bene a fingere.
L’indomani il re Saleh volle toglier commiato dalla regina Gulnara e dal re suo nipote, il quale ben sapendo che suo zio partiva sì presto per andare a formare la sua felicità, senza por tempo in mezzo non lasciò cangiare argomento a quel discorso.
La sua passione era sì viva da non permettergli di star senza vedere l’oggetto che la cagionava. Però prese la risoluzione di pregarlo a volerlo condurre con lui: ma, non volendo che la regina sua madre non ne sapesse niente, affine di avere occasione di parlare in particolare a suo zio, l’impegnò di rimanere ancora quel giorno onde prender parte ad una partita di caccia, risoluto di profittare di quell’occasione per manifestargli il suo disegno.
La partita di caccia ebbe luogo, e il re Beder si trovò più volte solo col re suo zio, ma non osò aprir bocca per dirgli una sola parola di quello che aveva designato.
Nel più forte della caccia, essendosi il re Saleh separato da lui, e non restandogli nessun ufficiale né famigliare vicino, scese a terra, presso ad un ruscello, e dopo avere attaccato il suo cavallo ad un albero, si coricò in mezzo alle zolle, lasciando libero il varco alle sue lacrime che scorsero in abbondanza accompagnate da sospiri e da singhiozzi.
Il re Saleh, appena lo vide nella situazione in cui stava, non dubitò che non avesse inteso il discorso avuto colla regina Gulnara, e che non fosse innamorato.
Scese a terra lontano da lui, e dopo aver attaccato il cavallo ad un albero, fece un gran giro, ed avvicinatosegli senza far rumore, lo intese pronunciare queste parole:
- Amabile principessa del regno di Samandal, indubitamente non si è mai fatto che un debole abbozzo della vostra incomparabile bellezza.
Il re Saleh, non volendo sentir altro, si avanzò, e facendosi vedere a re Beder, gli disse:
[320] - A quel che sento, caro nipote, voi avete ascoltato ciò che dicevamo l’altro giorno.
- Zio mio - rispose il re Beder - io non ne ho perduta una sola parola. Poi soggiunse: - Voi sapete che la regina mia madre non permetterà mai che l’abbandoni, e questa scusa mi fa meglio conoscere la durezza che avete per me. Se mi amate quanto dite, bisogna che ritorniate in quest’istante nel vostro regno e che mi conduciate con voi.
Il re Saleh costretto a cedere alla volontà del re di Persia, trasse un anello che aveva in dito, ov’erano scolpiti gli stessi nomi misteriosi che sul suggello di Salomone, e presentandoglielo, gli disse:
- Prendete quest’anello, mettetevelo al dito, e non temete né le acque del mare, né la sua profondità.
Il re di Persia prese l’anello, e quando se l’ebbe messo in dito:
- Fate come me - gli soggiunse il re Saleh.
In pari tempo s’alzarono leggermente nell’aria, avanzandosi verso il mare, a loro vicino, e immergendovisi.
Il re marino non mise molto tempo ad arrivare al suo palazzo col re di Persia suo nipote, che condusse subito all’appartamento della regina sua avola, la quale l’abbracciò con grandi dimostrazioni.
L’indomani il re Saleh tolse commiato da lei e dal re di Persia, e partì con una schiera scelta e poco numerosa dei suoi ufficiali e famigliari. Giunse ben presto al Regno di Samandal, al cui re chiese ed ottenne udienza.
Si alzò dal suo trono appena lo vide, e il re Saleh gli si prostrò innanzi, augurandogli il compimento di quanto poteva desiderare.
Il re di Samandal subito s’inchinò per rialzarlo, e dopo averlo fatto sedere vicino a lui, gli domandò in che cosa mai potesse rendergli servigio.
- È vero, Sire - soggiunse il re Saleh - ho una grazia a chiedere a Vostra Maestà, e mi guarderei bene dal domandarvela se non fosse in vostro potere di concedermela. La cosa dipende da voi assolutamente, ed invano la domanderei ad ogni altro. Io ve la chieggo dunque con tutte le possibili istanze, e vi supplico a non ricusarmela.
- Se la cosa è così - replicò il re di Salamandal - non avete che a dirmi di che si tratta, e vedrete in qual modo io so far piacere, quando lo posso.
- Sire - gli disse allora il re Saleh - non [321] dissimulerò più oltre venir io a supplicarvi di onorarci del vostro parentado col matrimonio della principessa Giauhare vostra onorevole figliuola, e fortificare in tal guisa la buona intelligenza che unisce due regni da sì lungo tempo.
A questo discorso il re di Samandal dette in grandi scoppi di risa. Il re Saleh fu estremamente offeso e durò molta fatica a frenare il suo giusto risentimento.
- Che Dio, Sire - riprese egli con tutta la moderazione - vi ricompensi come meglio meritate, e permettetemi di dirvi che io non domando la principessa vostra figliuola in matrimonio per me. Se non mi aveste interrotto avreste ben compreso che la grazia che vi chieggo non riguarda me, ma sibbene il giovine re di Persia mio nipote, la cui potenza e grandezza non meno delle sue personali qualità, non debbono esservi sconosciute. Ciascuno riconosce esser la principessa Giauhare la più bella donna esistente sotto la cappa del cielo; come il giovine re di Persia è il principe più ben fatto e più compito che vi sia sulla terra ed in tutti i regni del mare. Però come la grazia ch’io chieggo non può tornare se non a gloria vostra e della principessa Giauhare, non dubito non vogliate dare il vostro consenso ad un tale parentado. La principessa è degna del re di Persia, e questo non è men degno di lei, e non vi è principe al mondo che possa disputargliela.
Il re di Samandal scoppiò finalmente in ingiurie atroci ed indegne di un gran re:
- Cane - egli esclamò - tu osi tenermi questo discorso, e profferire anche il nome di mia figlia innanzi a me! Che s’imprigioni l’insolente, e gli si mozzi il capo!
Gli ufficiali, che in piccolo numero stavano intorno al re di Samandal, s’apprestarono ad obbedire: ma essendo il re Saleh nella forza della età, leggiero e robusto, fuggì prima che avessero tratta la sciabola, ed uscì fuori del palazzo, ove trovò mille uomini dei suoi congiunti.
Il re Saleh, raccontata loro la cosa in poche parole, si pose a capo d’una grossa schiera, mentre gli altri restarono alla porta di cui presero possesso, e ritornò sui suoi passi. Dissipati i pochi ufficiali e le poche guardie che lo avevano inseguito, rientrò [322] nell’appartamento del re di Samandal che venne immantinente imprigionato.
Il re Saleh lasciò bastanti persone presso di lui per assicurarsi della sua persona, ed andò di appartamento in appartamento in cerca della principessa Giauhare: ma al primo rumore, questa principessa slanciatasi alla superficie del mare colle donne che si eran trovate presso di lei, si era salvata in un’isola deserta.
Mentre accadevano queste cose al palazzo del re di Samandal, alcuni famigliari del re Saleh, avendo presa la fuga alle prime minacce di quel re, cagionarono alla regina madre un grand’affanno, annunziandole il pericolo in cui l’avevan lasciato.
Il giovane re Beder, si slanciò dal fondo del mare: e siccome non sapeva qual via prendere per ritornare al regno di Persia, si salvò nella stessa isola nella quale si trovava la principessa Giauhare.
Essendo quasi svenuto, andò ad assidersi al piede di un grand’albero.
Mentre riprendeva le sue forze, sentendo parlare, tese le orecchie: ma era troppo lontano per poter comprendere quello che si diceva. Alzatosi ed avanzando senza far rumore dalla parte d’onde veniva il suono delle parole, scorse tra le foglie una donna dalla cui bellezza rimase abbagliato.
- Senza dubbio - disse fra sé fermandosi e considerandola con attenzione - questa è la principessa Giauhare.
Senza fermarsi di più si fece vedere, ed avvicinandosi alla principessa con una profonda riverenza, le disse:
- Signora, io non posso sufficientemente ringraziare il cielo del favore che mi fa oggi d’offrire ai miei occhi ciò che vi ha di più bello. Non poteva accadermi una più grande felicità dell’occasione di potervi offrire i miei umilissimi servigi che vi supplico, signora, di accettare.
- Egli è vero, signore - rispose la principessa Giauhare con tono assai tristo -che è straordinarissimo ad una signora del mio grado di trovarsi nello stato in cui sono. Io son principessa, figliuola del re di Samandal, e mi chiamo Giauhare. Stavo tranquillamente nel suo palazzo e nel mio appartamento, quando tutto ad un tratto ho inteso uno spaventevole rumore e mi si è venuto immantinente ad annunciare che il re Saleh, non so per quale cagione aveva forzato il palazzo [323] e si era impadronito del re mio padre, dopo aver fatto man bassa su tutti quelli della sua guardia che gli avevan fatta resistenza. Io non ho avuto che il tempo di salvarmi e di cercar qui un asilo.
La principessa, al primo vederlo, alla sua buona ciera, al suo aspetto ed alla bella grazia con cui si era presentato, l’aveva riguardato come una persona non dispiacevole; appena seppe da lui stessa che era stato la cagione del cattivo trattamento usato a suo padre, pel dolore e per lo spavento che aveva provato per sé, e per la necessità in cui era stata ridotta di prendere la fuga immantinente, lo considerò come un nemico col quale non doveva aver nulla di comune.
Nondimeno, senza manifestar nulla del suo risentimento, immaginò un mezzo di liberarsi destramente dalle sue mani: e però, fingendo di volerlo compiacere così gli rispose con tutta la maggior cortesia possibile:
- Signore, voi siete dunque il figlio della regina Gulnara, sì celebre per la sua singolare beltà? Ne provo molta gioia, e son lieta di vedere in voi un principe degno di lei. Il re mio padre non ha gran torto di opporsi ad unirci insieme, ma son certa che appena vi avrà veduto, non esiterà più a renderci felici.
Ciò detto, gli presentò la mano in segno d’amicizia.
Il re Beder si credette al sommo della sua felicità, ed avanzata la mano, e presa quella della principessa, si chinò per baciarla con rispetto: ma la principessa non gliene dette il tempo, e gli disse respingendolo e percuotendolo nel viso:
- Temerario, lascia questa forma d’uomo e prendi quella di un uccello bianco col becco e i piedi rossi!
Appena ella ebbe pronunciate queste parole, il re Beder fu cangiato in un uccello di quella forma, con sua grandissima mortificazione e meraviglia.
- Prendetelo - diss’ella ad una delle sue donne - e portatelo nell’isola secca.
Quest’isola ero una spaventevole roccia, ove non si trovava neppure una goccia d’acqua.
La donna prese l’uccello, e nell’eseguir l’ordine della principessa Giauhare, ebbe compassione del destino del re Beder, e lo portò in un’isola ben popolata.
Ritornando al re Saleh, dopo aver cercato egli stesso la principessa Giauhare e averla fatta cercare per tutto il palazzo senza trovarla, fece chiudere il re di Samandal nel proprio palazzo sotto buona guardia; e quando ebbe dati ordini necessari pel governo del [324] regno in sua assenza, andò a render conto alla regina sua madre di quanto aveva fatto.
Domandato al suo arrivo ove fosse il re suo nipote, intese con grande sorpresa e molto dispiacere essere egli disparso. Nello stesso giorno in cui il re Saleh era partito per ritornare al regno di Samandal, la regina Gulnara, madre del re Beder, arrivò presso sua madre.
Questa grande regina sarebbe stata ricevuta dalla regina sua madre con gran piacere, se appena l’ebbe scorta non avesse dubitato della cagione che l’aveva condotta.
- Figlia, mia - le disse - non è già per vedermi che siete venuta qui, ben me n’accorgo. Voi venite a chiedermi notizie del vostro figliuolo, e quelle che ho da dirvi aumenteranno la vostra afflizione.
Ella fece il racconto dello zelo con cui il re Saleh era andato a fare egli stesso la domanda della principessa Giauhare e di quanto era accaduto fino alla sparizione del re Beder.
La regina Gulnara riguardando il suo caro figliuolo come perduto, lo pianse amaramente, dando tutta la colpa al re suo fratello. La regina Gulnara, tolto commiato dalla regina madre, ritornò al palazzo della capitale di Persia prima che nessuno si fosse accorto della sua lontananza.
Per ritornare al re Beder, che la donna della principessa Giauhare aveva portato e lasciato nell’isola come abbiamo detto, quel monarca si trovò assai meravigliato quando si vide solo e sotto la forma di un uccello.
A capo di alcuni giorni un contadino, assai destro nel prendere gli uccelli colle reti, giunse al luogo ove si trovava e provò una gran gioia quando ebbe scorto un sì bell’uccello. Adoprò tutta la destrezza di cui era capace, e prese così bene le sue mire che afferrò l’uccello. Lieto di sì bella caccia, lo pose in una gabbia e lo portò alla città.
Invece di fermarsi al mercato, il contadino andò al palazzo ove si fermò innanzi all’appartamento del re che stava ad una finestra donde vedeva tutto quello che accadeva nella piazza.
Com’ebbe scorto l’uccello, mandò un ufficiale degli eunuchi coll’ordine di comprarlo, e quello andato dal contadino, gli chiese a quanto volesse venderlo.
- Se serve per la Maestà Sua - rispose il contadino [325] - la supplico di concedermi che gliene faccia un dono.
L’ufficiale portò l’uccello al re, il quale lo trovò tanto particolare, che incaricò l’ufficiale di portar dieci piastre d’oro al contadino.
Dopo ciò, il re pose l’uccello in una magnifica gabbia, ordinando di dargli cibi di più specie, affinché scegliesse quello che più gli aggradisse.
Essendosi già imbandita la mensa, mentre il re dava quest’ordine, l’uccello, sbattute le ali, sfuggì dalle sue mani, e volò sulla tavola ove si pose a beccare ora in un piatto ora in un altro con grandissima sorpresa del re, che mandò l’ufficiale degli eunuchi ad avvertire la regina di venir a vedere quella meraviglia.
Appena giunta e veduto l’uccello si coprì il volto col velo e volle ritirarsi.
Il re meravigliato da quell’atto, tanto più che non stavan nella camera se non gli eunuchi e le donne che l’avevan seguita, le chiese per qual motivo si fosse coperta.
- Sire - rispose la regina - non ne sarete più meravigliato quando saprete che questo uccello non è già un uccello, come v’immaginate, ma sibbene un uomo.
Affinché il re non potesse più dubitare, ella gli raccontò il come e il perché la principessa Giauhare si fosse in tal guisa vendicata.
Il re ebbe compassione del re di Persia, e pregò la regina di rompere l’incantesimo che lo ratteneva sotto quella forma. La regina vi consentì, e disse al re:
- Sire, compiacetevi entrare nel vostro scrittoio con l’uccello: e tra pochi minuti vi farò vedere un re degno della considerazione che avete per lui.
L’uccello, il quale aveva terminato di mangiare, per stare attento al colloquio del re e della regina non dette al re la pena di prenderlo, ma passò il primo nello scrittoio, e la regina entrò subito dopo con un vaso pieno d’acqua in mano. Essa pronunciò sul vaso delle parole sconosciute al re finché l’acqua, cominciò a gorgogliare, ne prese allora nella mano e gettandola su l’uccello disse:
- Per la virtù delle parole sante e misteriose che ho pronunciate, ed in nome del Creatore del cielo e della terra, lascia questa forma d’uccello e ripiglia quella che hai ricevuta dal tuo Creatore!!!
Appena la regina ebbe terminate queste parole, il re vide apparire invece dell’uccello un giovine [326] principe. Il re Beder si prostrò immantinente rendendo grazie a Dio del favore ricevuto.
- Sire - disse il re Beder - l’obbligazione che ho alla Maestà Vostra è sì grande, che dovrei restare per tutta la mia vita presso di voi onde mostrarvene la mia riconoscenza. Ma giacché voi non mettete limiti alla vostra generosità, io vi supplico di volermi concedere uno dei vostri vascelli per ricondurmi in Persia, ove temo che la mia assenza abbia cagionato del disordine, ed anche la regina mia madre, cui ho nascosta la mia partenza, non sia morta dal dolore.
Il re gli concedette quanto domandava: il vascello fu ben presto fornito di tutti i suoi mozzi, marinai, soldati, provvigioni e munizioni necessarie: ed appena fu favorevole il vento, il re Beder vi s’imbarcò.
Il vascello mise alla vela col vento in poppa, andando magnificamente per dieci giorni senza interruzione, l’undecimo giorno invece divenne un poco contrario, e da ultimo fu sì violento che cagionò una tempesta furiosa.
La più gran parte dell’equipaggio fu sommersa, dell’altra alcuni si fidarono nella forza delle loro braccia per salvarsi a nuoto, mentre alcuni s’appresero a qualche pezzo di legno o a qualche tavola.
Beder fu degli ultimi, e trasportato ora dalle correnti, ora dalle onde, in una grande incertezza del suo destino, si accorse finalmente ch’era vicino alla terra, e poco lontano da una città di grande apparenza.
Ma avanzandosi nell’acqua onde raggiungere la spiaggia, fu assai sorpreso di veder accorrere da ogni parte cavalli, cammelli, muli, asini, bovi, vacche, tori, ed altri animali, mettendosi in modo da impedirgli di porvi il piede, e durò le più grandi fatiche onde vincere la loro ostinazione ed aprirsi un varco.
Il re Beder finalmente entrò nella città, e vide diverse strade belle e spaziose, ma senza entrarvi nessuno, con sua grandissima meraviglia.
Nondimeno avanzando, notò più botteghe aperte. S’avvicinò ad una di quelle botteghe ov’erano più specie di frutta esposte in vendita in una maniera assai conveniente, e salutò un vecchio che stava seduto.
- Entrate, non restate più oltre alla porta - replicò il vecchio - perché potrebbe accadervi del male. Soddisfarò intanto la vostra curiosità e vi dirò la cagione per cui è bene che prendiate questa cautela.
- È mestieri sappiate, - soggiunse il vecchio - che questa città si chiama la Città degl’incanti e ch’essa [327] è governata da una regina, la più bella del suo sesso, ed è anche Maga: ma la più perfida e pericolosa che si possa conoscere. Voi ne sarete convinto quando saprete che tutti quei muli e gli altri animali veduti, sono altrettanti uomini così trasformati colla sua arte diabolica.
Questo discorso afflisse estremamente il giovine re di Persia.
- Ohimè! - esclamò egli - a qual punto estremo son ridotto dal mio indegno destino! Sono appena liberato da un incanto di cui sento ancora orrore, che già mi vedo esposto a qualche altro più terribile.
Ciò gli porse occasione di raccontare la sua storia al vecchio, di parlargli della sua nascita, della sua qualità, della sua passione per la principessa di Samandal e della crudeltà che essa aveva avuto di cangiarlo in uccello.
Il vecchio volle assicurarlo, dicendogli:
- Voi siete in sicurezza nella mia casa, e vi consiglio di restare, se così vi piace: e, purché non ve ne allontaniate, vi garantisco non vi accadrà nulla che possa darvi cagione di dolervi della mia ospitalità.
Il re Beder ringraziò il vecchio della ospitalità e della protezione che gli dava con tanta buona volontà. Sedutosi all’ingresso della bottega, la sua giovinezza e il suo bell’aspetto attirarono gli occhi di tutti i passeggieri. Molti si fermarono anche e si congratularono col vecchio di aver fatto acquisto di uno schiavo sì ben fatto, com’essi si immaginavano.
- Non credete già ch’egli sia uno schiavo - diceva loro il vecchio. - Questo è mio nipote, figliuolo di un fratello ch’è morto, e siccome non ho figliuoli, l’ho fatto venire per tenermi compagnia.
Era circa un mese dacché vivevano insieme, quando un giorno in cui il re Beder stava seduto all’ingresso della bottega secondo il solito, la regina Labe (così si chiamava la regina maga) passò innanzi alla casa del vecchio con gran pompa. Il re Beder non ebbe appena veduta l’avanguardia camminare innanzi a lei, che si alzò, entrò nella bottega e chiese al vecchio suo ospite ciò che quello significasse.
- È la regina che passa - rispose quegli. Le giovani damigelle salutarono il vecchio a misura che passavano, e la regina, tocca dal buon aspetto del re Beder, si fermò innanzi alla bottega, e disse al vecchio chiamandolo per nome:
- Abdallah, ditemi, vi prego, è vostro questo schiavo [328] sì leggiadro e sì ben fatto? È lungo tempo che ne avete fatto acquisto?
Prima di rispondere alla regina, Abdallah si prostrò contro terra e rialzandosi rispose:
- Signora, è un mio nipote, figliuolo di un mio fratello morto non ha guari! Non avendo io prole, lo tengo come figliuolo e l’ho fatto venire per mia consolazione.
La regina Labe, che non aveva veduto nessuno da comparare al re Beder, pensò di fare in modo che il vecchio glielo abbandonasse.
- Buon padre - soggiuns’ella - non volete farmi la cortesia di darmelo in dono?
- Signora - rispose il buon Abdallah - io sono infinitamente obbligato alla Maestà Vostra di tutte le bontà che ha per me e dell’onore che vuol fare a mio nipote: ma egli non è degno d’avvicinare una sì gran regina.
- Abdallah - rispose la regina - io m’era lusingata che m’amaste molto e non avrei mai creduto che doveste darmi una prova sì evidente del poco conto che fate delle mie preghiere, ma giuro anche una volta pel fuoco e per la luce, e per ciò che v’ha di più sacro nella mia religione, che non passerò oltre se non avrò prima vinta la vostra ostinazione!
- Signora - rispos’egli - la supplico solamente a differire di fare un sì grande onore a mio nipote, fino al primo giorno che tornerà a passare per qua.
- Sarà dunque domani - soggiunse la regina.
Quando la regina Labe ebbe terminato di passare con tutta la pompa che l’accompagnava, il buon Abdallah disse al re Beder:
- Figliuol mio, io non ho potuto, come voi stesso avete veduto, ricusare alla regina ciò che m’ha domandato. Ho qualche ragione per credere com’ella vi tratterà bene com’ella mi ha promesso, per la considerazione tutta particolare che ha per me.
Queste assicurazioni non fecero grand’effetto sullo spirito del re Beder.
La regina maga non mancò di passare l’indomani innanzi alla bottega del vecchio Abdallah colla stessa pompa del giorno innanzi, ed il vecchio l’attendeva col più grande rispetto.
S’era prostrato appena aveva veduto avvicinarsi la regina, si rialzò, e non volendo che niuno sentisse quello che aveva a dirle, s’avanzò con rispetto fino alla testa del suo cavallo ed a voce bassa le disse:
[329] - Potente regina, son persuaso che la Maestà Vostra non prenderà in cattiva parte le difficoltà che feci ieri di confidarle mio nipote; ella deve aver comprese le ragioni che ho avute. Oggi volentieri glielo voglio abbandonare, ma la supplico a compiacersi di porre in dimenticanza tutt’i segreti di quella scienza meravigliosa che ella possiede in supremo grado. Io riguardo mio nipote come mio figliuolo, e la Maestà Vostra mi metterebbe alla disperazione se lo trattasse in un’altra maniera di quella che ha avuta la bontà di promettermi.
- Io ve lo prometto di nuovo - rispose la regina - e vi ripeto collo stesso giuramento d’ieri che sì voi come lui non avrete che a lodarvi di me.
- Eccolo, signora, io supplico la Maestà Vostra ancora una volta, a ricordarsi che è mio nipote, e di permettergli che venga a vedermi qualche volta.
La regina glielo promise, e per provargli la sua riconoscenza gli fece dare un sacco di mille piastre d’oro. Ella aveva fatto condurre un cavallo riccamente bardato come il suo, pel re di Persia, cui venne presentato, e mentre stava per mettere il piede nella staffa, la regina disse ad Abdallah:
- Io mi dimenticava di domandarvi come si chiama vostro nipote.
Com’ei gli ebbe risposto che si chiama Beder:
- Si sono male apposti - diss’ella - dovevano chiamarlo Schem.
Appena il re Beder fu salito a cavallo, andò per mettersi dietro alla regina: ma ella lo fece avanzare alla sua sinistra, e volle che camminasse al suo fianco.
Essa guardò Abdallah, e dopo avergli fatta una inclinazione di testa, ripigliò la sua strada.
La regina maga arrivò al suo palagio, e quando fu scesa a terra si fece dar la mano dal re Beder, ed entrò con lui accompagnata dalle sue donne, e dagli ufficiali de’ suoi eunuchi.
Ella stessa gli fece vedere tutti gli appartamenti ove non v’era che oro massiccio, gioielli e mobili d’una magnificenza singolare.
Parlarono di più cose indifferenti fino a che si venne ad avvertire la regina essere il pranzo in tavola.
La regina ed il re Beder si alzarono ed andarono a mettersi a tavola, ch’era d’oro massiccio, ed i piatti della stessa materia. Mangiarono senza bere quasi niente fino alla frutta, ma allora la regina si fece riempire la sua coppa d’oro d’eccellente vino, e dopo aver  [330] bevuto alla salute del re Beder, la fece riempire di nuovo senza lasciarla e gliela presentò.
Il re Beder la ricevette con molto rispetto.
L’indomani la regina ed il re Beder andarono al bagno appena furono alzati; all’uscirne le donne che vi aveano servito il re, gli presentarono della biancheria ed un magnifico abito.
La regina Labe trattò e regalò il re Beder in questo modo per quaranta giorni, come aveva costume di usare con tutt’i suoi amanti. La notte del quarantesimo in cui stavano coricati, credendo che il re Beder dormisse, si alzò senza far rumore: il re Beder, che stava svegliato, e che si accorse aver ella qualche disegno, finse di dormire e stette attento alle sue azioni.
Quando ella fu alzata, aprì una cassetta d’onde trasse un vasetto pieno d’una certa polvere gialla. Ella prese di quella polvere e fece una striscia attraverso la camera.
Immantinente quella striscia si cangiò in un ruscello d’acqua limpidissima. La regina Labe attinse dell’acqua del ruscello in un vaso, e ne versò in un bacino ove era la farina della quale fece una pasta ove mise certe droghe prese da differenti vasi, formandone una torta che pose in una casseruola coperta.
Siccome, prima di tutto essa aveva acceso un gran fuoco ne trasse della brace, vi mise sopra la cazzeruola e mentre la torta si cuoceva, ripose i vasi e le cassette al loro posto, ed a certe sue parole il ruscello disparve.
Quando la torta fu cotta, essa la tolse di sopra la brace, e la portò in un gabinetto, dopo di che andò a coricarsi di nuovo accanto al re Beder.
Questi, cui i piaceri e i divertimenti avevan fatto dimenticare il buon vecchio Abdallah suo ospite, si sovvenne di lui e credette aver bisogno del suo consiglio.
Appena fu alzato, manifestò alla regina il desiderio di andarlo a vedere, e la supplicò di voler esser tanto gentile da permetterglielo.
- Andate - soggiunse la regina - io ve lo permetto, ma ritornate presto, non potendo vivere un sol momento senza di voi.
Il vecchio Abdallah fu lietissimo di rivedere il re Beder: e senza aver riguardo alla sua qualità, l’abbracciò amorevolmente.
Quando si furon seduti, Abdallah domandò al re:
- Ebbene, come vi siete trovato, e come vi trovate tuttavia con quella maga infedele?
- Finora - rispose il re Beder - posso dire che [331] ha avuto per me ogni specie di riguardi: ma ho notato una cosa questa notte che mi ha dato un giusto motivo di sospettare che tutto quello che ha fatto non è stato se non dissimulazione. Mentr’essa credeva ch’io dormissi, ho scoperto che pian piano s’è alzata e s’è allontanata da me con molta precauzione. Questo ripiego da lei preso ha fatto sì che invece di riaddormentarmi rimanessi ad osservarla, fingendo ciò nonostante di dormir sempre e continuando il suo discorso gli raccontò come e con quali circostanze le avevo veduto fare la torta.
- Voi non vi siete ingannato - rispose il vecchio Abdallah - ma non temete di nulla: io so il mezzo di fare in modo che il male che vuol fare a voi ricada su di lei. Siccome io so ch’ella non tiene i suoi amanti più di quaranta giorni, e che invece di rimandarli cortesemente, ne fa altrettanti animali dei quali ne riempie le sue foreste, i suoi parchi e le sue campagne, ho preso fino da ieri gli espedienti per impedirle di trattarvi in tal modo.
Terminando queste parole, Abdallah mise due torte nelle mani del re Beder, e gli disse di custodirle per adoprarle poi come gli avrebbe indicato.
- Voi mi avete detto - soggiunse - che questa notte la maga ha fatto una torta, ciò indubitamente per farvene mangiare: ma guardatevi bene dal gustarne. Non pertanto non lasciate di prenderne un pezzetto quando ve la presenterà, ed invece di mettervela in bocca, fate in modo di mangiare in suo luogo una di queste due che vi ho date senza ch’ella se ne accorga.
Appena avrà creduto che abbiate inghiottito la sua, non mancherà d’intraprendere a trasformarvi in qualche animale: ma essa non vi riuscirà, ed allora volgerà la cosa in facezia, come se avesse voluto farlo per ridere e per cagionarvi un po’ di paura, mentre ne avrà un dispetto mortale nell’anima, immaginandosi d’aver mancato in qualche cosa nella composizione della sua torta. In quanto all’altra torta che vi ho data, gliene farete un dono e la solleciterete a mangiarne. Ella ne mangerà solo per non darvi cagione di diffidarvi di lei. Quando ne avrà mangiato, prendete un poco d’acqua nel cavo della mano, e gettandogliela in viso, ditele:
- Lascia questa forma e prendi quella di un tale o tal altro animale che più vi piacerà, e venite da me coll’animale.
[332] Il re Beder dopo essersi trattenuto ancora qualche tempo con lui, lo lasciò e ritornò dalla regina Labe.
Arrivando, seppe che la maga l’aspettava nel giardino con grande impazienza.
Egli andò a cercarla, ed essa, non appena l’ebbe veduto, corse a lui con premura dicendoceli:
- Se più aveste differito, sarei io stessa venuta a cercarvi.
- Signora - rispose Beder - egli voleva tenermi con sé, ma io mi sono strappato alla sua tenerezza per venire dove l’amore mi chiamava e della colazione che m’aveva preparata, mi son contentato di prendere una torta che vi ho portata. Eccola, signora, vi supplico di aggradirla.
- Io l’accetto di buon grado - rispose la regina prendendola - e ne mangerò con piacere per amor vostro e di vostro zio, mio buon amico: ma prima voglio che per amor mio mangiate di questa, che ho fatto durante la vostra assenza.
- Bella regina - le disse il re Beder con rispetto - mani come quelle della maestà vostra non possono far nulla che non sia eccellente.
Il re Beder sostituì destramente in luogo della torta della regina l’altra che il vecchio Abdallah gli aveva data e ne ruppe un pezzo che portò alla bocca.
- Ah, regina - esclamò egli mangiandola - non ho mai mangiato nulla di più squisito!
Siccome eran vicini ad una fontana, la maga, tosto che vide aver egli inghiottito il pezzo, e che stava in procinto di mangiarne un altro, prese dell’acqua nel cavo della mano, e gettandoglielo nel viso, gli disse:
- Sciagurato, lascia questa forma d’uomo, e prendi quella di un brutto cavallo losco e zoppo!
Queste parole non fecero nessun effetto, e la maga fu estremamente meravigliata di vedere il re Beder nello stesso stato, dando solamente segni di grande spavento.
Arrossì tutta nel volto avendo veduto venirle fallito il colpo, gli disse:
- Caro Beder, non è nulla, rimettetevi: io non ho voluto già farvi del male; l’ho fatto solamente per vedere che cosa avreste detto!
- Potente regina - rispose il re Beder - lasciamo questo discorso, e poich’ho mangiato della vostra torta, fatemi la grazia di gustar la mia.
La regina Labe, che non poteva meglio giustificarsi se non dando questa prova di confidenza al re di [333] Persia, ruppe un pezzo di torta e ne mangiò. Dopo che la ebbe inghiottita parve tutta turbata e restò come immobile. Il re Beder, senza perder tempo, prese dell’acqua nello stesso bacino, e gettandogliela in viso, esclamò:
- Abbominevole maga, lascia questa figura e prendi quella di una cavalla.
Immantinente la regina Labe fu cangiata in una cavalla bellissima, e la sua confusione fu tanto grande nel vedersi così trasformata, che versò lagrime in abbondanza.
Abbassò la testa fino a’ piedi del re Beder come per muoverlo a compassione: ma quand’anche egli si fosse lasciato commuovere, non era in suo potere di riparare al male che aveva fatto.
Egli menò la cavalla alla scuderia del palazzo, ove la pose fra le mani d’un palafreniere per farle metter la sella e la briglia. Fece poscia sellare e metter la briglia a due cavalli, uno per lui e l’altro pel palafreniere, dal quale si fece seguire fino alla casa del vecchio Abdallah colla cavalla a mano.
Il re Beder scese a terra arrivando, ed entrò nella bottega di Abdallah, che abbracciò ringraziandolo di tutti i servigi resigli. Gli raccontò l’accaduto, e gli disse pure di non aver trovata nessuna briglia propria per la cavalla.
Abdallah, tenendone una buona per tutti i cavalli, la pose egli stesso alla cavalla, ed appena il re Beder ebbe accomiatato il palafreniere coi due cavalli, gli disse:
- Sire, non avete bisogno di arrestarvi più oltre in questa città, salite sulla cavalla, e tornate al vostro Regno. La sola cosa che debbo raccomandarvi, si è che nel caso veniate a disfarvi della cavalla, di guardarvi bene dal darla colla briglia.
Il re Beder gli promise di sovvenirsene, e dopo avergli detto addio, partì.
Tre giorni dopo la sua partenza, arrivò ad una grande città, ed essendo in un sobborgo, fu incontrato da un vecchio di qualche considerazione, che andava a piedi ad una casa di campagna che quivi aveva.
- Signore - gli disse il vecchio fermandosi - mi è egli permesso chiedervi da qual parte venite?
Il re Beder si fermò eziandio per soddisfarlo, e come il vecchio gli faceva tante domande, una vecchia sopravvenne mettendosi a piangere e guardando la cavalla con tanti sospiri.
[334] Il re Beder e il vecchio interruppero il loro colloquio per riguardare la vecchia, ed il re Beder le chiese qual motivo avesse di piangere.
- Signore - rispos’ella - si è che la vostra cavalla rassomiglia perfettissimamente ad una che aveva mio figlio e che io piango ancora per amor suo. Vendetela, ve ne supplico, ve la pagherò quanto vale, ed oltre a ciò ve ne avrò una grandissima obbligazione.
- Buona madre - replicò il re Beder - io ve la concederei volentieri, se mi fossi determinato a disfarmi d’una sì buona cavalla: ma quando ciò fosse, non credo vorreste darmi mille piastre d’oro, perché in questo caso non la stimerei meno.
Immantinente la vecchia slacciò una borsa che aveva intorno alla cintura, e presentandogliela esclamò:
- Abbiate la bontà di scendere, affinché contiamo se vi è la somma.
Il re Beder, molto afflitto d’essersi impegnato in così tristo affare con tanta inconsideratezza, scese a terra con grandissimo dispiacere.
La vecchia fu sollecita ad impadronirsi della briglia ed a torla alla cavalla, ed ancora più a prender nella mano dell’acqua di un ruscello che scorreva in mezzo alla via, e di gettarla sulla cavalla, dicendo queste parole:
- Figliuola mia lasciate questa strana forma e riprendete la vostra!
Il cangiamento si fece in un attimo e il re Beder, che svenne al veder comparire la regina Labe, sarebbe caduto per terra, se il vecchio non lo avesse sostenuto.
La vecchia, ch’era madre della regina Labe, e che l’aveva istruita di tutt’i suoi segreti nella magia, non ebbe appena abbracciata la figliuola per dimostrare la sua gioia, che in un istante fece apparire con un fischio un orribile Genio, di una figura e grandezza gigantesca.
Il Genio prese immantinente il re Beder sopra una spalla, abbracciò con un braccio la vecchia e la regina maga, e li trasportò in un momento al palagio della regina Labe, nella Città degli incanti.
Furiosa la regina maga, fece grandi rimproveri al re Beder appena fu di ritorno nel suo palagio dicendogli:
- Lascia questa forma d’uomo, e prendi la figura d’un brutto gufo!
Le sue parole furon seguite dall’effetto, ed immantinente comandò ad una delle sue donne di chiudere il [335] gufo in una gabbia, e di non dargli né da bere né da mangiare.
La donna portò via la gabbia, ma senza aver riguardo dell’ordine della regina Labe, vi pose del mangiare e dell’acqua. Ed oltre a ciò, siccome era amica del vecchio Abdallah, mandò ad avvertirlo segretamente in qual guisa la regina avesse trattato suo nipote.
Abdallah vide bene che non v’era da transigere colla regina Labe. Egli non fece che fischiare in un certo modo, ed immantinenti un gran Genio a quattro ali si fece vedere innanzi a lui.
- Lampo - gli diss’egli, che così chiamavasi quel Genio - si tratta di conservare la vita del re Beder, il figliuolo della regina Gulnara. Va’ dunque al palazzo della Maga e trasporta sul momento alla capitale della Persia la donna piena di compassione cui la regina ha data la gabbia in custodia, affinché essa informi la regina Gulnara del pericolo che corre il re suo figliuolo e del bisogno che ha del soccorso di lei.
Lampo disparve e passò in un momento al palazzo della maga.
Istruita la donna, la rapì nell’aria, e la trasportò alla capitale della Persia, ove la posò sul terrazzo che corrispondeva all’appartamento della regina Gulnara.
La donna discese per la scala che vi conduceva, e trovò la regina, Gulnara e la regina Farasche sua madre.
Essa, fece loro una profonda riverenza, e dalla narrazione che fece, esse conobbero il bisogno che il re Beder aveva di essere prontamente soccorso.
A questa notizia la regina Gulnara provò un trasporto di gioia. Immantinente uscì e comandò che si suonassero le trombe e i tamburi del palagio, per annunziare a tutta la città che il re di Persia sarebbe ben presto giunto.
Ritornando, trovò il re Saleh, suo fratello, il quale la regina Farasche aveva già fatto venire.
Il re Saleh assembrò un potente esercito delle milizie dei suoi Stati marini, e s’alzò ben presto dal fondo del mare. Chiamò anche in suo soccorso i Genî alleati i quali comparirono con un altro esercito più numeroso del suo.
Quando i due eserciti furon riuniti, ne presero il comando la regina Farasche, la regina Gulnara e le principesse. Alzatisi nell’aria, scesero in pochi momenti sul palazzo e sulla Città degl’incanti, in cui la  [336] regina maga, la madre sua e tutti gli Adoratori del Fuoco furono distrutti in un batter d’occhio.
La regina Gulnara s’era fatta seguire dalla donna della regina Labe, ch’era andata a portarle la notizia dell’incanto e della prigionia del re suo figliuolo, e le aveva raccomandato di non aver altra cura nella mischia, se non d’andar a prendere la gabbia e di portargliela. Quest’ordine fu eseguito com’ella desiderava, ed aperta ella medesima la gabbia, ne trasse fuori il gufo, e gettando su lui dell’acqua, che s’era fatta portare, disse:
- Mio caro figliuolo, lascia questa figura strana e riprendi quella d’uomo.
Immantinente la regina Gulnara non vide più il brutto gufo, ma sibbene il re Beder suo figliuolo.
La prima cura della regina Gulnara fu di far ricercare il vecchio Abdallah, cui era debitrice della ricuperazione del re di Persia, e appena gli fu condotto innanzi gli disse:
L’obbligazione che vi ho, è così grande, che non vi è nulla ch’io non sia pronta a fare per mostrarvene la mia riconoscenza: dite voi medesimo in che cosa posso servirvi e sarete subito soddisfatto.
- Gran regina - rispose egli - se la signora che vi ho inviata vuol consentire alla proposta di matrimonio che io le faccio, e se il re di Persia vuol soffrirmi alla sua Corte, io consacro di buon grado il resto de’ miei giorni al suo servizio.
La regina Gulnara si volse immediatamente dalla parte della signora, la quale era presente, ed avendo fatto conoscere con gentil pudore di non aver ripugnanze per quelle nozze, facendo loro prendere vicendevolmente la mano, il re di Persia ed essa ebbero cura della loro fortuna.
Questo matrimonio dette luogo al re di Persia di prendere la parola rivolgendosi alla regina sua madre, alla quale disse sorridendo:
- Signora, son lietissimo di questo matrimonio che avete contratto: ma ne resta uno a cui dovreste pensare.
La regina Gulnara non comprese dapprima di qual matrimonio intendesse parlare: e pensatovi un poco, appena lo ebbe compreso, rispose:
- Voi volete parlare del vostro, ed io vi consento molto volentieri.
Il re Saleh si fece portare un braciere con del fuoco, su cui gettò una certa composizione, dicendo delle [337] parole misteriose; appena il fuoco cominciò ad innalzarsi, tremò il palagio, e si vide ben presto comparire il re di Samandal cogli ufficiali del re Saleh i quali lo accompagnavano. Il re di Persia si gettò immantinenti a’ suoi piedi, e rimanendo ginocchioni diss’egli:
- Sire, non è più il re Saleh che chiede alla Maestà Vostra l’onore del suo parentado col re di Persia: è lo stesso re di Persia che vi supplica di fargli questa grazia, e di non farlo morire di disperazione.
Il re di Samandal non soffrì più lungo tempo che il re di Persia restasse a’ suoi piedi.
Egli l’abbracciò, e dopo averlo obbligato a rialzarsi, così gli rispose:
- Sire, sarei molto dolente di contribuire in qualche cosa alla morte d’un monarca sì degno di vivere. S’egli e vero che una vita preziosa possa conservarsi senza il possesso di mia figlia, vivete, Sire, ella è vostra.
STORIA DI GANEM
DETTO LO SCHIAVO D’AMORE
Vi era a Damasco un mercante, il quale si chiamava Abou Aibou, ed aveva un figlio ed una figlia. Il figlio si chiamò Ganem, ma poi fu soprannominato lo Schiavo d’amore.
La figliuola era chiamata Forza dei Cuori.
Abou Aibou morì, e lasciò più di cento balle di broccato ed altre stoffe di seta, nei suoi magazzini.
Le balle eran tutte fatte, e sopra ciascuna di essa si leggeva in grossi caratteri: «Per Bagdad.»
Ganem disse:
- Poiché mio padre aveva destinato mercanzie per Bagdad e non poté eseguire il suo disegno, farò io questo viaggio.
Essendosi provveduto di quanto facevagli d’uopo, si pose in cammino con cinque o sei mercanti di Damasco che andavano a negoziare a Bagdad.
Si fermarono al più magnifico Khan della città: ma Ganem che voleva albergare più comodamente ed in particolare, non vi prese appartamento. Si contentò di lasciarvi le sue mercanzie in magazzino, affinché vi stessero in sicurezza. Prese a fitto nelle vicinanze una bellissima casa riccamente addobbata.
Alcuni giorni dopo si vestì riccamente ed andò al [338] luogo pubblico ove si riunivano i mercanti per vendere e comprar mercanzie.
Non gli restava più che una balla ch’egli aveva fatta levare dal magazzino e portare in casa sua, quando un giorno andò al luogo pubblico.
Ei trovò tutte le botteghe chiuse: e chiestone la cagione, seppe che uno dei primi mercanti era morto e che tutti i suoi colleghi, secondo il costume, erano andati al suo seppellimento.
Allora Ganem s’informò della moschea ove doveva farsi la preghiera prima della sepoltura e rimandato lo schiavo col fardello di mercanzie, prese il cammino di essa.
La preghiera si faceva in una sala tutta tappezzata di raso nero.
Si faceva notte, quando tutto fu terminato.
Ganem, che non s’aspettava una sì lunga cerimonia, incominciava ad inquietarsi, e la sua inquietudine si aumentò quando vide che si serviva un pranzo sotto delle magnifiche tende riccamente addobbate e disposto in circolo attorno alla sepoltura in onore del defunto, secondo l’uso di Bagdad.
- Io sono straniero - diss’egli tra sé - e passo per un ricco mercante. I ladri potrebbero profittare della mia assenza per andare a saccheggiare la mia casa.
Vivamente occupato da questi pensieri mangiò alcuni bocconi frettolosamente e fuggì dalla compagnia.
Correva precipitosamente per fare più presto: ma come accade spessissimo che più si fa fretta e meno si avanza, fuorviò nell’oscurità, sì ch’era quasi mezzanotte quando giunse alla porta della città, la quale, per colmo di sciagura, trovò chiusa.
Questo contrattempo gli cagionò nuova pena, e fu costretto a cercare un luogo ove passare il resto della notte, ed aspettare che si aprisse la porta.
Entrò in un cimitero vastissimo che si stendeva dalla città fino al luogo d’onde veniva, e s’avvanzò fino a certe mura assai alte che circondavano un piccolo campo, ch’era il cimitero particolare d’una famiglia distinta, e dov’eravi una palma. Vi erano ancora altri cimiteri particolari, le cui porte talvolta rimanevano aperte.
Coricatosi sull’erba, cercò di addormentarsi: ma l’inquietudine per trovarsi lontano da casa sua, ne lo impedì. Immantinente scorse di lontano un lume.
A quella vista, lo spavento s’impadronì di esso: e [339] spinta la porta, che non chiudevasi se non con un lucchetto, salì alla cima della palma.
Appena salito, vide entrare nel cimitero tre uomini, che riconobbe per schiavi.
L’uno camminava innanzi con una lanterna, e gli altri due lo seguivano caricati di una cassa lunga.
Postala a terra, uno dei tre schiavi disse:
- Sotterriamo questa cassa, come ci è stato comandato.
Fecero una fossa profonda e larga con gli strumenti che avevan portati, vi posero dentro la cassa, e la ricoprirono con la terra che avevano tolta. Dopo di che uscirono dal cimitero.
Dall’alto del suo nascondiglio Ganem aveva inteso le parole degli schiavi.
Risoluto di chiarirsene sul momento, discese dalla palma, e si pose a scavare la fossa con un arnese che trovò lì presso, cosicché in poco tempo giunse a scoprir la cassa, che trovò chiusa da un grosso catenaccio.
Si servì dello stesso arnese per forzare il catenaccio, ed aprì la cassa.
Invece di trovarvi del danaro, come si era immaginato, Ganem fu meravigliato nel vedervi una donzella d’una bellezza senza pari.
Al suo colore fresco e vermiglio, ed anco più ad un respiro dolce e regolato, conobbe ch’era piena di vita.
La signora, trovandosi esposta all’aria aperta starnutì, e con un piccolo sforzo che fece volgendo la testa, cacciò per bocca un liquore di cui sembrava aver ella lo stomaco carico, poscia aprendo e stropicciando gli occhi, gridò, con voce che fece trasalire Ganem:
- Fiore del giardino. Branca di corallo, Canna di zucchero, Luce del giorno, Stella del mattino, Delizia del tempo, parlate dunque, dove siete?
Ganem allora le si presentò dinanzi con tutto il possibile rispetto e col più cortese modo, dicendole:
- Signora, io non posso che debolmente esprimer la gioia che provo d’essermi qui trovato per rendervi il servigio che vi ho reso, e per potervi offrire tutti i soccorsi di cui avete bisogno nello stato in cui siete.
Le disse chi era, e raccontò per quale avventura si fosse trovato in quel cimitero, narrandole l’arrivo dei tre schiavi, e in qual modo avessero sotterrato la cassa. La signora ch’erasi coperto il volto con il suo velo, fu vivamente commossa, e gli disse:
- Io rendo grazie al cielo d’avermi inviato un cortese uomo come voi per liberarmi dalla morte: ma [340] poiché avete cominciata un’opera sì caritatevole, vi scongiuro a non lasciarla incompleta.
Andate, di grazia, nella città e cercate un mulattiere che venga con un mulo a prendermi, e a trasportarmi in casa vostra in questa medesima cassa. Quando sarò nella vostra casa vi dirò chi sono mercé il racconto che vi farò della mia storia, ed intanto siate persuaso che non avete obbligata un’ingrata.
Il giovine mercante tirò a sé la cassa, vi rimise la signora socchiudendo il coperchio, poi colmò la fossa di terra.
Uscì dal cimitero, si chiuse la porta dietro, e corse alla città ove ben presto trovò ciò ch’egli cercava. Ritornando al cimitero aiutò il mulattiere a caricar la cassa attraverso al mulo.
La sua gioia fu estrema, quando arrivato felicemente in sua casa, vide scaricare la cassa.
Rinviato il mulattiere, e fatta chiudere da uno dei suoi schiavi la porta della sua casa, aprì la cassa, aiutò la signora ad uscirne, le presentò la mano e la condusse al suo appartamento, compassionandola di quanto avesse dovuto soffrire in quella stretta prigione.
- Se ho sofferto, - gli disse ella - ne sono ben risarcita da quello che avete fatto per me, e del piacere che provo nel vedermi in luogo sicuro.
Ella si sedette sopra un sofà e per far conoscere al mercante quanto fosse sensibile al servigio che aveva ricevuto, si tolse il velo.
Ganem dal canto suo si sentì commosso per lo straordinario favore che una donna tanto amabile gli faceva col mostrarsi a lui a viso scoperto, ed il suo amore si convertì in una violenta passione.
La signora indovinò i sentimenti di Ganem e sembrò soddisfatta. Egli voleva restare in piedi, ma la signora con grazia più incantevole, prendendolo dolcemente per la mano lo fece sedere e mangiare con lei, dopo di che Ganem, notando che il velo della signora, da lei posto sul sofà vicino a sé, aveva gli orli ricamati di una scrittura in oro, le domandò il permesso di vedere quel ricamo.
La signora prese immantinenti il velo, e glielo presentò, dicendogli:
- Leggete le parole che stanno scritte su questo velo. - Ganem prese il velo e lesse queste parole:
«Io sono a voi, e voi siete a me, o discendente dello zio del Profeta!»
Questo discendente dello zio del profeta, era il [341] Califfo Haroun-al-Rascid che regnava allora, e che discendeva da Abbas, zio di Maometto.
Ganem comprese il senso di quelle parole, ed esclamò tristamente:
- Ah! signora, ecco uno scritto che mi dà la morte! io non ne comprendo tutto il mistero, ma un presentimento mi dice essere io il più sciagurato di tutti gli uomini.
Nel terminar queste parole pianse amaramente.
La signora, commossa, disse:
STORIA DI TORMENTA
- Sappiate dunque prima di tutto, ch’io mi chiamo Tormenta, nome che mi fu dato al momento della mia nascita, perché fu giudicato che il mio aspetto prometteva assai male. Ciò non vi deve essere ignoto, non essendovi niuno a Bagdad il quale ignori che il califfo Haroun-al-Rascid, mio e vostro sovrano e signore, ha una favorita che si chiama così.
Fui condotta nel suo palagio fin da’ miei più teneri anni, e vi sono stata allevata colle cure che sono solite avere persone del mio sesso destinate a restarvi. Io non riuscii per nulla male. Comprenderete bene da ciò, che Zobeida moglie del Califfo non ha potuto vedere la mia felicità, senza esserne gelosa.
Fino ad ora mi guarentii dalle sue insidie: ma finalmente soccombetti all’ultimo sforzo della sua gelosia, e senza voi sarei adesso nell’agonia d’una inevitabile morte. Indubbiamente ella ha corrotta una delle mie schiave, che mi presentò ieri sera nella mia limonata una droga che cagiona un assopimento tanto grande, che durante sette od otto ore nulla è capace a dissiparlo.
Zobeida, per eseguire il suo malvagio disegno, ha profittato dell’assenza del Califfo. Io non so come farà per nascondere al Califfo questa sua malvagia azione: ma da ciò vedete quanto mi stia a cuore che mi teniate il segreto, andandovi della mia vita, non essendo così io sicura in casa vostra, finché il Califfo starà fuori di Bagdad.
Appena la bella favorita di Haroun-al-Rascid ebbe cessato di parlare, Ganem prese la parola e disse:
- Signora, io vi rendo mille grazie di avermi dato lo schiarimento che mi son preso la libertà di [342] chiedervi e vi supplico di credere che qui siete sicura. I sentimenti che m’avete ispirati vi sieno mallevadori della mia discrezione.
- Vedo bene - diss’ella - che questo discorso vi cagiona molta pena; però lasciamo, e parliamo dell’obbligazione infinita che vi ho. Non posso sufficientemente esprimervi la mia gioia, quando penso che senza il vostro soccorso sarei priva della luce del giorno.
Dopo pranzo Ganem disse a Tormenta:
- Signora, sarete forse desiderosa di riposarvi; però io vi lascio, e quando avrete tutto il vostro bisognevole, mi vedrete pronto ai vostri ordini.
Ciò detto, uscì e andò a comprare due schiave.
Comprò anche due rotoli, l’uno di biancheria fina, e l’altro di tutto ciò che poteva comporre una telette degna della favorita del Califfo.
Condusse in casa sua le due schiave, e presentatele a Tormenta le disse:
- Signora, una persona come voi ha almeno bisogno due donne per servirla.
Tormenta ammirò l’attenzione di Ganem e gli rispose:
- Signore, vedo bene che non siete un uomo di far le cose a mezzo.
Quando le due schiave si furono ritirate in una camera ove il giovane mercante le mandò egli si assise sul sofà ove stava Tormenta, ma a qualche distanza da lei per dimostrarle maggior rispetto.
- Signore... - disse Tormenta.
- Ah! signora - interruppe Ganem - trattatemi come vostro schiavo, perché tale io sono e non cesserò mai d’esserlo.
- No, no - interruppe Tormenta a sua volta - mi guarderei bene di trattare così un uomo a cui debbo la vita. Sono troppo penetrata della vostra condotta rispettosa per abusarne, e vi confesso che non vedo con occhio indifferente le cure che voi vi prendete. Non vi posso dir altro.
Si posero ambedue a tavola.
La cena durò lungo tempo, e la notte era già molto avanzata senza che essi pensassero a ritirarsi.
Ganem ciò nonostante si ritirò in un altro appartamento, lasciando Tormenta in quello ove stava, e nel quale, le due schiave che aveva comprate, entrarono per servirla.
Vissero così ambedue per più giorni.
Il giovane mercante non usciva che per affari di [343] estrema importanza, ma lo faceva quando Tormenta riposava, non potendo risolversi a perdere un solo dei momenti che gli era permesso di passare al di lei fianco.
Ciononostante, quantunque ambedue si amassero di uguale affetto, la considerazione del Califfo ebbe il potere di ritenerli nei limiti che questa esigeva da essi: il che rendeva la loro passione ancora più viva.
Mentre Tormenta, strappata per così dire dalle mani della morte, passava sì piacevolmente il tempo in casa di Ganem, Zobeida non era senza impaccio al palazzo di Haroun-al-Rascid.
- Il mio sposo, - diceva essa - ama Tormenta più che non abbia amato altra favorita. Che cosa risponderò io al suo ritorno, quando mi domanderà notizie di lei?
E le sorsero in mente vaghe immaginazioni, ma senza che nessuna si potesse adattare allo scopo.
Essa trovava mille difficoltà nell’eseguimento dei meditati propositi, quando si ricordò di aver presso di lei una vecchia signora che l’aveva allevata nella sua infanzia.
Fattala chiamare all’alba del giorno seguente dopo averle confidato il segreto, le disse:
- Mia cara, voi mi avete sempre aiutata coi vostri buoni consigli: ma egli è specialmente in questa occasione ch’essi mi abbisognano, e vi prego perciò di suggerirmi un mezzo per contentare il Califfo.
- Cara padrona - rispose la vecchia signora - per far ciò, io son d’avviso che facciate tagliare un pezzo di legno a forma di cadavere.
Noi l’invilupperemo in vecchie biancherie, e dopo averlo chiuso in una bara, lo faremo interrare in qualche parte del palazzo: poscia, senza perder tempo, farete innalzare un mausoleo di marmo a cupola, sul luogo della sepoltura, ed un tumulo che coprirete con un drappo nero, circondato da grandi candelabri con grossi ceri accesi.
Quando il Califfo sarà di ritorno, e vedrà tutta la sua Corte in lutto e voi ancora, non mancherà di chiedervene la ragione. Allora potrete farvi un merito presso di lui, dicendo che a sua considerazione avete voluto rendere gli ultimi onori a Tormenta, che una subitanea morte ha rapita.
Il pezzo di legno fu preparato con tutta la sollecitudine che Zobeida poteva desiderare: e portato poscia dalla stessa vecchia signora nella camera di [344] Tormenta, ivi lo accomodò come un morto e lo pose in una bara.
Indi Mesrour, capo degli eunuchi, rimasto egli pure ingannato, fece levar di là la bara e il fantoccio, e con cerimonie che usavano nel luogo e accompagnato dalle lacrime che versavano le donne della favorita, lo fece seppellire.
Immantinente la morte di Tormenta fu tosto creduta in tutta la città. Ganem fu degli ultimi a saperlo, perché come fu già detto non usciva quasi mai. Nonpertanto avendolo saputo un giorno, disse alla bella favorita del Califfo:
- Signora, vi si crede morta in Bagdad, e non dubito che la stessa Zobeida non ne sia persuasa. Io benedico il cielo di esser la cagione ed il felice testimonio che voi vivete. E piacesse al cielo che profittando di questa falsa voce voleste legare la vostra sorte alla mia e venire con me lungi di qui a regnar sul mio cuore.
L’amabile Tormenta, quantunque fosse sensibile alle tenere espressioni di Ganem, faceva forza a sé medesima per non rispondervi, ed invertendo il discorso:
- Signore, - gli disse - non possiamo impedire a Zobeida di trionfare, e son poco sorpresa dell’artificio onde si serve per celare il suo delitto: ma lasciamola fare, perché mi lusingo che questo trionfo sarà ben presto seguito dal dolore.
Il Califfo ritornerà e noi troveremo il mezzo d’informarlo segretamente di quanto è avvenuto.
A capo di tre mesi il Califfo ritornò a Bagdad.
Impaziente di veder Tormenta e di farle omaggio dei suoi nuovi allori, entrò nel suo palazzo, ma restò fortemente meravigliato nel vedere i suoi ufficiali che vi aveva lasciati, tutti vestiti a lutto.
Ei chiese immantinente la cagione di quel lutto col dolore dipinto sul volto.
- Commendatore dei credenti - disse Zobeida - io l’ho preso per Tormenta vostra schiava, che è morta tanto subitaneamente che non fu possibile d’apportar alcun rimedio al suo male.
Ho avuto cura io medesima dei funerali, e non ho nulla risparmiato per renderli superbi. Ho fatto edificare un mausoleo sul luogo della sua sepoltura, ove vi condurrò, se lo desiderate.
Il Califfo non volle che Zobeida si prendesse questa pena, e si contentò di farvisi condurre da Mesrour.
Quando vide il ricco mausoleo coperto di un drappo nero, e coi ceri accesi tutto all’intorno, si meravigliò [345] che Zobeida avesse fatto i funerali della sua rivale con tanta pompa: e siccome era naturalmente sospettoso, diffidò della generosità della sua consorte, e pensò che la sua amante potesse non esser morta.
Per schiarirsi da sé medesimo della verità, questo principe comandò che si levasse il mausoleo; fece aprir la fossa e la bara in sua presenza, ma appena ebbe veduto il lenzuolo che avviluppava il pezzo di legno, non osò guardar oltre.
Quel religioso Califfo temé d’offendere la religione, permettendo che si toccasse il corpo della defunta: e questo scrupoloso timore lo vinse sull’amore e sulla curiosità. Non dubitando della morte di Tormenta, fece richiudere la bara, e ricolmata la fossa, rimise il mausoleo allo stato di prima.
Quindi restò nel mausoleo ove inaffiò delle sue lagrime la terra che copriva il preteso cadavere della sua favorita. Per trenta giorni durò il suo lutto, le preghiere e le veglie sulla tomba di Tormenta.
Haroun-al-Rascid, stanco finalmente, andò a riposare nel suo appartamento, e s’addormentò sopra un sofà fra due dame del suo palagio.
Quella che stava al capezzale che si chiamava Alba del Giorno, vedendo addormentato il Califfo, disse sommessamente all’altra dama:
- Stella del Mattino - perché quella così si chiamava - abbiamo buone nuove. Il Commendatore dei credenti, nostro signore e padrone, avrà grande gioia al suo destarsi quando saprà ciò che ho a dirgli. Tormenta non è morta, ma sta in perfetta salute.
- Oh cielo! - esclamò subito Stella del Mattino tutta trasportata dalla gioia - sarebb’egli possibile che la bella, la leggiadra, l’incomparabile Tormenta fosse ancora al mondo?
Stella del Mattino pronunciò queste parole con tanta vivacità e con un tono così alto che il Califfo si destò, e chiese perché si fosse interrotto il suo sonno.
- Ah! signore - rispose Stella del Mattino - perdonatemi questa indiscrezione, ma io non ho potuto udir tranquillamente che Tormenta vive ancora, senza sentirne un trasporto che non ho potuto frenare.
- Ebbene, che n’è dunque divenuto? - disse il Califfo.
- Commendatore dei credenti - rispose Alba del Giorno - io ho ricevuto stasera da un uomo sconosciuto un biglietto senza sottoscrizione, ma scritto dalla propria mano di Tormenta, che mi dice la triste [346] avventura, e mi ordina d’istruirvene. Io aspettava per adempiere la mia commissione che aveste preso alcuni momenti di riposo, giudicando che dovevate averne bisogno dopo la fatica, e...
- Datemi, datemi quel biglietto - interruppe con precipitazione il Califfo.
Alba del Giorno gli presentò immantinente il biglietto, ch’egli aprì con viva impazienza. Tormenta vi faceva un minuto ragguaglio di quanto le era avvenuto, ma si stendeva un po’ troppo sulle cure che Ganem aveva di lei. Il Califfo, naturalmente geloso, invece di essere sdegnato della perfidia di Zobeida, non fu sensibile che all’infedeltà che s’immaginò avergli commessa Tormenta.
Si alzò ed entrò in una gran sala, ove era solito di farsi vedere e di dar udienza a’ signori della sua Corte.
Il visir Giafar comparì e prostrossi innanzi al suo signore.
- Giafar, la tua presenza è necessaria per l’esecuzione di un ordine importante di cui vado ad incaricarti. Prendi teco quattrocento uomini della mia guardia, ed informati prima di tutto ove abita un mercante di Damasco chiamato Ganem. figliuolo di Abou Aibou; quando l’avrai saputo, va’ in sua casa e falla demolire fino alle fondamenta ma impadronisciti prima della persona di Ganem, e conducimilo qui con Tormenta mia schiava, che sta in casa sua da quattro mesi.
Il gran Visir, dopo aver ricevuto quest’ordine, pose una mano sulla destra per mostrargli che voleva perderla piuttosto che disobbedirlo, e poscia uscì.
Tormenta e Ganem terminavano allora di pranzare.
La prima era seduta vicino ad una finestra che sporgeva sulla strada: e, per il rumore inteso, guardò dalla gelosia, e vide il gran Visir che si avvicinava con tutto il suo seguito; argomentò quindi che si andava a prender tanto lei quanto Ganem.
Ella comprese che il suo biglietto era stato ricevuto: ma non s’aspettava una simile risposta, ed aveva sperato che il Califfo avesse preso la cosa in altro aspetto.
- Ah! Ganem, noi siamo perduti, sono venuti a cercarci ambedue!
Egli guardò dalla gelosia e fu compreso dallo spavento quando scorse le guardie del Califfo colla sciabola nuda, ed il gran Visir col Giudice di polizia alla loro testa.
[347] A questo spettacolo egli restò immobile e non ebbe la forza di pronunciare una parola.
- Ganem - soggiunse la favorita - non vi è tempo da perdere, se mi amate, prendete subito l’abito di un vostro schiavo, e stropicciatevi il viso e le braccia di fuliggine, mettetevi poscia qualcuno di questi piatti sulla testa, ed in tal modo vi prenderanno per un giovine del trattore e vi lasceranno passare. Se vi si domanda ove si trova il padrone, rispondete senza esitare ch’esso è in casa.
L’afflizione del giovane era tale che non sapeva a che risolversi, e si sarebbe senza dubbio lasciato sorprendere, se Tormenta non l’avesse affrettato a travestirsi. Arresosi finalmente alle sue istanze, prese un abito di schiavo, e s’imbrattò di fuligine, ed era tempo, perché già si picchiava alla porta, e tutto quello che poterono fare fu di abbracciarsi teneramente. Erano ambedue sì compresi da fiero dolore, che fu loro impossibile pronunziare una sola parola.
Tale fu il loro addio.
Ganem uscì finalmente con alcuni piatti sulla testa, e fu preso effettivamente per il giovane del trattore, sicché non fu per nulla fermato.
Mentre che sfuggiva in tal modo alla persecuzione del gran visir Giafar, questo ministro entrò nella camera ove stava Tormenta seduta sopra un sofà e dove era un’abbondante quantità di forzieri riempiuti delle mercanzie di Ganem e del denaro che ne aveva tratto.
Appena Tormenta vide entrare il gran Visir si prostrò colla faccia contro terra, restando in quello stato come se fosse disposta a ricever la morte.
- Signore - diss’ella - son pronta a ricevere il decreto che il Commendatore dei credenti ha pronunciato contro di me. Voi non avete che ad annunciarmelo.
- Signora - le rispose Giafar prostrandosi eziandio fino a che si fosse rialzata - al cielo non piaccia che alcuno osi mettere su voi una mano profana. Io non ho disegno di farvi il minimo dispiacere. Non ho altro ordine che di supplicarvi di seguirmi al palagio, e di condurvi il mercante che abita in questa casa.
- Signore - soggiunse la favorita alzandosi - partiamo, io son pronta a seguirvi! Il giovane mercante poi, a cui debbo la vita, non è punto qui. È quasi un mese, che è andato a Damasco, ove i suoi affari lo hanno chiamato, e fino al suo ritorno m’ha lasciato in [348] custodia questi forzieri che vedete. Io vi supplico di voler permettere di farli portare al palagio e di dar ordine che sien posti in luogo sicuro affinché io tenga la promessa che gli ho fatta di averne tutta la cura immaginabile.
- Voi sarete obbedita, signora - replicò Giafar - e immantinente fece venire dei facchini, ordinando loro di pigliare i forzieri e di portarli a Mesrour.
Partiti questi, il gran Visir parlò all’orecchio del Giudice di polizia, incaricandolo di far demolire la casa, e di farvi prima cercar dappertutto Ganem, ch’egli sospettava fosse nascosto, checché gliene avesse detto Tormenta. Appena Giafar fu uscito di casa, i muratori ed i legnaiuoli cominciarono a demolirla, e fecero sì bene il loro dovere che in meno di un’ora non ne restò alcun vestigio.
Ma il Giudice di polizia non avendo potuto trovare Ganem, qualunque perquisizione ne avesse fatta, ne fece dare avviso al gran Visir, prima che questo ministro arrivasse al palazzo.
- Ebbene - gli disse Haroun-al-Rascid vedendolo entrare nel suo gabinetto - hai tu eseguiti i miei ordini?
- Sì, o signore - rispose Giafar - la casa ove abitava Ganem è demolita dal fondo alla cima, e vi conduco Tormenta vostra favorita che sta alla porta del vostro gabinetto, e che introdurrò, se me l’ordinate. Quanto al giovine mercante, non si è potuto trovare, ad onta che l’avessi fatto cercar dappertutto. Tormenta assicura che è partito per Damasco da un mese.
Il Califfo non si adirò con Tormenta.
- Ma - rispos’egli - poss’io fidarmi alle assicurazioni che tu mi dai della irreperibilità di Ganem?
- Sì - soggiunse ella - voi lo potete. Io non vorrei per nulla al mondo celarvi la verità. E per provarvi che son sincera, è d’uopo che vi faccia una confessione che vi dispiacerà forse: ma ne domando perdono anticipatamente alla Maestà Vostra.
- Parla, figliuola mia - disse allora Haroun-al-Rascid - io ti perdono tutto, a condizione però che non mi nascondi nulla.
- Ebbene - replicò Tormenta - sappiate che l’attenzione rispettosa di Ganem, congiunta a tutti i buoni uffici resimi, mi fecero concepire della stima per lui; passai anche più oltre, voi conoscete la tirannia dell’amore, e sentii nascere nel mio cuore per lui teneri sentimenti. Egli se ne accorse, ma lungi dal cercare [349] di profittare della mia debolezza, e ad onta di tutto il fuoco da cui si sentiva ardere, restò sempre fermo nel suo dovere, e quanto la passione poté strappargli, fu unicamente in quei termini che ho già detti alla Maestà Vostra: «Ciò che appartiene al padrone è proibito allo schiavo!»
Questa ingenua dichiarazione avrebbe forse inasprito di ogni altro che il Califfo, ma ciò terminò d’addolcire quel principe.
Ordinolle di alzarsi, e fattala sedere vicino a lui:
- Raccontami, - le disse - la tua storia dal principio fino all’ultimo.
Ed ella lo soddisfece con molta destrezza e spirito.
Quando aveva cessato di parlare, quel principe le disse:
- Io credo tutto quello che mi avete raccontato: ma perché avete tardato a darmi vostre notizie? Bisognava egli aspettare un mese dopo il mio ritorno per farmi sapere dove eravate?
- Commendatore dei credenti - rispose Tormenta - Ganem usciva così raramente dalla sua casa che non bisogna stupirvi se non abbiamo saputo subito il vostro ritorno. D’altra parte Ganem, che s’era incaricato di far pervenire il biglietto che ho scritto ad Alba del Giorno, è stato lungo tempo senza poter trovare il momento favorevole di rimetterlo in mano propria.
- Basta, Tormenta - riprese il Califfo - conosco il mio fallo, e vorrei ripararlo colmando di benefici questo giovane mercante di Damasco. Vedi dunque quanto puoi fare per lui. Domanda ciò che vuoi ed io te lo concederò.
A queste parole la favorita s’inginocchiò dinanzi al Califfo colla faccia contro terra, e rialzandosi disse:
- Commendatore dei credenti, dopo aver ringraziata la Maestà Vostra per Ganem, la supplico umilissimamente di far pubblicare nei vostri Stati che perdonate al figliuolo di Abou Aibou. e che egli non ha da far altro che venire a trovarvi.
- Io farò di più - soggiunse quel principe - per avervi conservata la vita e per ricompensare la considerazione che ha avuta per me, per risarcirlo della perdita dei suoi beni, e da ultimo per riparare il torto che ho fatto alla sua famiglia, te lo do per isposo!
Tormenta non poteva trovare espressioni sufficienti a ringraziare il Califfo della sua generosità.
Poscia si ritirò nell’appartamento che occupava prima della crudele sua avventura. Le stesse sue [350] suppellettili vi erano ancora, non essendosi nulla toccato. Ma ciò che le cagionò maggior piacere fu di vedere i forzieri e le balle di Ganem che Mesrour aveva avuto cura di farvi portare.
L’indomani Haroun-al-Rascid dette ordini al gran Visir di far pubblicare per tutte le città dei suoi Stati ch’egli perdonava a Ganem, figliuolo di Abou Aibou.
Ma questa pubblicazione fu inutile, perocché scorse un tempo considerevole senza che si sentisse parlare di quel giovine mercante.
Tormenta, credette senza dubbio che non avesse potuto sopravvivere al dolore di averla perduta: ma siccome la speranza è l’ultima cosa che abbandona gli amanti, supplicò il Califfo di permettere di fare ella stessa la ricerca di Ganem. Il che essendole stato concesso, ella prese una borsa di mille piastre d’oro ed uscì una mattina dal palazzo, sopra una mula della scuderia del Califfo, riccamente bardata; due eunuchi neri l’accompagnavano.
Essa andò ove si adunavano i gioiellieri.
Fermatasi innanzi alla porta, senza scendere a terra, fece chiamare il sindaco da uno degli eunuchi.
- Io mi rivolgo a voi - diss’ella mettendogli la borsa fra le mani - come ad un uomo di cui si vanta la pietà. Io vi prego di distribuire queste monete ai poveri stranieri che assistete.
- Signora - le rispose il sindaco - io eseguirò con sommo piacere quanto mi ordinate: ma se avete desiderio di esercitare la vostra pietà da voi medesima, o prendervi la pena di venire a casa mia, vi vedrete due donne degne della vostra compassione. Io le incontrai ieri quando giungevano nella città.
Tormenta, senza sapere il perché, sentissi qualche curiosità di vederle.
Il sindaco voleva condurla alla sua casa: ma essa non permise che egli si desse tal pena, e vi si fece condurre da uno schiavo che quegli le dette.
Giunta che fu alla porta, scese a terra, e seguì lo schiavo. La moglie del sindaco prostrossi innanzi a lei per dimostrare il rispetto che ella nutriva per tutto quello che apparteneva al Califfo. Tormenta la rialzò e le disse:
- Mia buona signora, pregovi di farmi parlare alle due forestiere giunte ieri a Bagdad.
- Signora - rispose la moglie del sindaco - stanno coricate in questi due piccoli letti che vedete l’uno vicino all’altro.
[351] Queste due donne erano l’una giovane e l’altra vecchia e dalla somiglianza del volto si capiva dovevano essere madre e figlia.
La favorita subito accostossi a quello della madre, e dopo averla considerata con attenzione:
- Mia buona donna - le disse - sono qui per offrirvi i miei servigi. Io non sono senza credito in questa città e potrò esser utile a voi ed alla vostra compagna.
- Signora - rispose questa - alle obbliganti offerte che voi ci fate, scorgo che il cielo non ci ha abbandonate del tutto, ad onta che avessimo molta ragione di crederlo, dopo le disgrazie accaduteci.
La favorita del Califfo, dopo aver asciugato le sue lacrime, le disse:
- Partecipateci di grazia le vostre sciagure.
- Signora - replicò l’afflitta - io sono la vedova di Abou Aibou mercante di Damasco, ed aveva un figlio chiamato Ganem, il quale essendo venuto a Bagdad è stato accusato di aver rapita Tormenta. Il Califfo dappertutto lo ha fatto rintracciare per farlo morire; non avendolo potuto trovare ha scritto al re di Damasco imponendogli di far saccheggiare e spianare la nostra casa, esponendo mia figlia che si chiama Forza dei Cuori ed io per tre giorni consecutivi tutte nude agli occhi del popolo, e poscia bandirci per sempre dalla Siria!
Pur nondimeno, ad onta del crudelissimo modo con cui siamo state trattate, me ne consolerei, se mio figlio vivesse ancora ed io potessi incontrarlo. Quale piacere sarebbe mai per sua sorella e per me di rivederlo! Oblieremmo, abbracciandolo, la perdita di tutte le nostre ricchezze e tutti i mali che per cagion sua abbiamo sofferti. Ohimè! sono persuasa ch’egli non è più reo verso il Califfo, di quello che lo siamo sua sorella ed io.
- No, senza dubbio - interruppe a questo punto Tormenta - egli non è più reo di voi. Io posso assicurarvi della sua innocenza, imperocché quella Tormenta di cui avete tanto a dolervi e che per fatalità dei pianeti ha cagionate tutte le vostre sciagure, sono io! Io ho giustificato Ganem presso il Califfo, il quale ha fatto pubblicare in tutti i suoi stati che egli perdonava al figlio di Abou Aibou: né dubitate ch’egli v’impartisca altrettanto bene per quanto male vi ha cagionato. Voi non siete più sue nemiche, anzi, egli aspetta Ganem per ricompensarlo del segnalato servigio prestatomi, [352] unendo i nostri destini, e concedendomi a lui in moglie; sicché consideratemi come vostra figliuola.
Dopo che la vaga favorita del Califfo, ebbe dato alla madre ed alla figliuola tutte le dimostrazioni di amore che queste potevano bramar dalla moglie di Ganem, disse loro:
- Tralasciate l’una e l’altra di affliggervi, imperocché le ricchezze che Ganem aveva in questa città non sono andate perdute, ma stanno nel palazzo del Califfo nel mio appartamento.
Tormenta stava per proseguire, quando sopraggiunto il sindaco dei gioiellieri, le disse:
- Signora, in questo punto ho veduto un oggetto molto compassionevole, un giovane che un guardiano di cammelli conduceva all’Ospedale di Bagdad. Stava legato con corde sopra un cammello, perché non aveva forza sufficiente da sostenervisi. Lo si era già sciolto per portarlo all’ospedale quando io son passato per colà. Avvicinatomi a lui e consideratolo attentamente, mi è sembrato che il suo sembiante non mi fosse stà ignoto. Io ne ho avuto gran pietà, e conobbi per la pratica che ho di veder infermi, aver egli un imminente bisogno di esser curato.
Tormenta rimase assai stupita a tale discorso del gioielliere, e sentì un’emozione di cui non sapeva spiegarsi la ragione.
- Conducetemi, - ella disse - nella camera di questo infermo.
La favorita del Califfo, pervenuta nella camera ove stava l’infermo, avvicinossi al suo letto. Vide un giovine il quale teneva gli occhi chiusi, la faccia pallida e coperta di lacrime: e nell’osservarlo con attenzione le palpitò il cuore credendo di riconoscere Ganem.
Non potendo resistere alla brama di chiarirsene con voce tremante gli disse:
- Ganem, siete voi che io miro?
Ganem, poiché era appunto lui, aprì gli occhi e girò il capo verso la persona che parlavagli, e riconoscendo la favorita del Califfo, le disse:
- Ah! signora, siete voi? Per qual miracolo?
Ma non poté terminar di parlare, perché venne oppresso all’improvviso da un tal trasporto di gioia che svenne. Tormenta ed il sindaco s’affrettarono a soccorrerlo, ma appena videro ch’egli incominciava a rimettersi del suo svenimento, il sindaco pregò la favorita a ritirarsi, temendo che la sua vista non irritasse maggiormente il male di Ganem.
[353] Tormenta stava nella camera di Forza del Cuori e di sua madre, ove seguì quasi la scena stessa: imperocché quando la madre di Ganem seppe che quel forestiere infermo, che il sindaco aveva fatto condurre in casa sua, era suo figlio, ne provò tanto giubilo che svenne essa pure.
Rinvenuta finalmente, Tormenta ripigliando il discorso disse:
- Benediciamo il cielo di averci tutti uniti in uno stesso luogo. Intanto io adesso me ne ritorno al palazzo ad informarne il Califfo dell’accaduto, e domani mattina sarò di ritorno.
Giunta al palazzo chiese una segreta udienza ed avendola ottenuta all’istante, si prostrò innanzi ad Haroun-al-Rascid.
Il Califfo la rialzò e le chiese se per avventura avesse sapute notizie di Ganem.
- Gran Commendatore dei credenti - essa gli rispose - ho tanto fatto ed operato, che finalmente l’ho ritrovato con sua madre e con sua sorella.
- Ho gran piacere - egli disse a Tormenta - del fortunato successo delle tue ricerche, e ne provo un giubilo estremo. Terrò, non dubitarne, la promessa fatta. Tu sposerai Ganem, e presentemente protesto che tu non sei più mia schiava ma ti dono la libertà! Vanne a ritrovare quel giovane mercante, e subito che la sua salute sarà ristabilita, lo condurrai in compagnia di sua madre e di sua sorella.
Il giorno seguente, di buon mattino, Tormenta non trascurò di andar dal sindaco dei gioiellieri e di raccontare alla madre ed alla figliuola le buone notizie che avea loro ad annunziare.
Fu stabilito che Tormenta entrerebbe prima da sé sola nella camera di Ganem, e ch’essa farebbe cenno alle due altre donne di comparire, quando ne sarebbe il tempo.
Regolate le cose in tal maniera, Tormenta fu introdotta dal sindaco nella camera dell’infermo, il quale restò talmente stupito di rivederla, che poco mancò non cadesse di nuovo in deliquio.
- Ebbene, o Ganem - diss’ella accostandosi al suo letto - avete alfine ritrovata Tormenta, che credevate aver per sempre perduta! Sì, caro Ganem, io mi sono giustificata nello spirito del gran [354] Commendatore dei credenti, il quale per riparare il male che vi ha fatto soffrire mi vi concede per moglie!
- Ah! bella Tormenta, posso io prestar fede al discorso che mi fate? Crederò io veramente che il Califfo vi concede al figlio d’Abou Aibou?
- Nulla è di più vero - replicò la Favorita.
Ganem chiese in qual maniera il Califfo avesse trattato sua madre e sua sorella, il che Tormenta gli narrò.
Non poté egli udir questo racconto senza piangere, ma quando Tormenta gli disse ch’esse in quel momento ritrovavansi a Bagdad, e nella casa stessa ov’egli stava, dimostrò un’impazienza sì grande di vederle, che la favorita le chiamò.
Appena furono entrate, s’inoltrarono verso Ganem, ognuna di loro abbracciandolo e baciandolo per molte e molte volte.
Tre giorni dopo Ganem, sentendosi forze sufficienti per uscire, vi si dispose: ma in quel punto videsi giungere alla casa del sindaco il gran visir Giafar.
Questo ministro veniva a cavallo con grande accompagnamento di ufficiali.
- Signore - diss’egli a Ganem nell’entrare - qui vengo in nome del gran Commendatore de’ credenti mio e vostro padrone. Devo accompagnarvi dal Califfo, il quale ha molta brama di vedervi.
Ganem non rispose se non con un profondissimo inchino, e salì sopra un cavallo di quelli delle scuderie del Califfo.
Si fecero salir la madre e la figliuola sopra due mule del palazzo, e Tormenta, salita anch’essa sovra una mula, furon condotte al palazzo del principe per istrade remote.
Quando il Visir ebbe condotto Ganem a piè del trono, questo giovine mercante fece il suo inchino prostrandosi colla faccia a terra, e rialzandosi poscia, formò un nobile complimento in versi, i quali ancorché all’improvviso composti, non lasciarono di fargli ottenere l’approvazione di tutta la Corte. Dopo il complimento, il Califfo lo fece avvicinare e dissegli:
- Ho molto piacere di vederti, e di sapere da te stesso ove hai trovata la mia favorita, e quanto hai operato per lei.
Indi gli fece dare una veste molto ricca e gli disse:
- Voglio, mio caro Ganem, che tu dimori nella mia Corte!
- Gran Commendatore dei credenti - rispose, il [355] giovine mercante - lo schiavo altro volere non nutre se non quello del suo padrone.
Questo principe discese poscia dal suo trono e facendosi accompagnar da Ganem e dal gran Visir solamente, entrò nel suo appartamento.
Siccome egli non dubitava che Tormenta non vi si trovasse colla madre e colla figliuola di Abou Aibou, ordinò che fossero condotte al suo cospetto, ed esse, come furono entrate, se gli prostrarono innanzi.
Dopo che le ebbe fatte rialzare, fu ammirato della bellezza di Forza dei Cuori e dopo averla attentamente considerata le disse:
- Provo tanto dolore di aver trattate con tanta inumanità le vostre bellezze, che vi sono debitore di una compensazione, la quale superi l’offesa fattavi. Voglio però che diventiate mia moglie, e con questo castigherò Zobeida, la quale diverrà così la cagione principale della vostra felicità, come la è stata delle vostre passate disgrazie. In ciò non consiste tutto - soggiunse egli volgendosi verso la madre di Ganem. - Signora, voi siete ancor giovane, e credo che non sdegnerete l’alleanza col mio gran Visir. Io vi assegno a Giafar: e voi, o Tormenta, a Ganem. Che facciasi venire un Cadì e dei testimoni, acciò i tre contratti sieno stipulati e sottoscritti nel medesimo tempo.
STORIA DEL PRINCIPE ZEYN ALASNAM
E DEL RE DEI GENII
Un re di Bassora possedeva grandi ricchezze, ed era amato dai suoi sudditi: ma non aveva prole, e ciò l’affliggeva molto. Avendo all’uopo adoperato ogni cura di medici e periti, la regina divenne finalmente incinta e con molta felicità partorì un maschio, il quale fu nominato Zeyn Alasnam, cioè a dire l’ornamento delle statue.
Il re fece adunare tutti gli astrologhi del suo Regno, ed ordinò loro che gli traessero l’oroscopo del suo fanciullo.
Scoprirono essi dalle loro osservazioni, che vivrebbe lungo tempo, che sarebbe coraggioso, ma che avrebbe bisogno di grande animo per sostenere con costanza le disgrazie di che sarebbe minacciato.
Il re non restò spaventato da questo presagio.
[356] Vedendosi ridotto al punto di morte, chiamò a sé il suo figliuolo, e fra le altre cose raccomandogli, di farsi amare piuttosto che temere dal suo popolo.
Appena il re fu morto, il principe Zeyn vestissi a lutto.
Passato il lutto però, il giovane re s’immerse in ogni sorta di piaceri con molti giovani voluttuosi coi quali e colle sue favorite rese quasi esauriti i suoi tesori.
Sua madre la regina, viveva ancora ed era una principessa savia e prudente. Essa aveva più volte procurato, sebbene inutilmente, di fermare il corso delle prodigalità e dei piaceri del re suo figliuolo, rappresentandogli che se egli non mutava condotta, non solamente avrebbe dissipate le sue ricchezze, ma avrebbe eziandio alienato da lui lo spirito de’ suoi popoli, cagionando una rivoluzione.
Poco mancò che quanto essa aveva preveduto non accadesse; poiché i sudditi principiarono a mormorare contro il governo, e le mormorazioni loro sarebbero state seguite da una generale ribellione, se la regina non avesse avuta la destrezza di prevenirla.
Ma questa principessa, informata della sinistra disposizione delle cose, ne fece avvertito il re il quale finalmente lasciossi persuadere, affidando l’amministrazione del suo regno a certi Visir dei più assennati e prudenti, i quali seppero contenere i sudditi nel loro dovere.
Una notte vide in sogno un vecchio venerabile, il quale avanzossi verso di lui, e dissegli:
- O Zeyn, sappi che non vi è dispiacere il quale non sia seguito da qualche allegrezza, non essendovi disgrazie che dietro a sé non portino qualche felicità. Se tu vuoi vedere il fine della tua afflizione, alzati, incamminati verso l’Egitto e vanne al Cairo ove una grande fortuna ti attende!
Risvegliandosi il principe restò penetrato da questo sogno. Ne parlò con gran sincerità alla regina sua madre. Il principe lasciolle la condotta del Regno; partì una notte con molta segretezza dal palazzo, ed incamminossi verso il Cairo.
Dopo molto stento e gran pena giunse in quella famosa città, la quale ha poche simili nell’universo, tanto per grandezza, come per bellezza. Scese alla porta di una moschea, ove sentendosi oppresso da stanchezza, coricossi. Appena addormentato ei vide lo stesso vecchio il quale dissegli:
[357] - O figliuol mio, io sono contento di te, perché hai prestata fede alle mie parole. Vedo che hai coraggio e costanza. Tu ben meriti che io ti renda il più ricco ed il più felice di tutti i principi della terra: però ritornatene a Bassora e nel tuo palazzo ritroverai immense ricchezze.
Il principe non restò molto appagato di questo sogno.
Ripigliò adunque la strada del suo regno, e giunto che vi fu, la regina ricercogli se ritornava contento.
Esso narrogli quanto gli era accaduto, e parve tanto accorato di esser stato troppo credulo, che la principessa lo consolò.
- Tralasciate di affliggervi, o mio caro figliuolo - gli disse - se il cielo vi destina ricchezze, senza pena le acquisterete. Applicatevi a render felici i vostri sudditi, e formando la loro felicità assicurerete la vostra.
Il principe Zeyn giurò di seguire nell’avvenire tutti i savi consigli di sua madre e quelli degli assennati vecchi Visir, de’ quali aveva fatto la scelta per aiutarlo a sostenere il peso del governo. Ma nella prima notte che fu ritornato nel suo palazzo vide in sogno per la terza volta il vecchio, il quale dissegli:
- O coraggioso Zeyn, è giunto finalmente il tempo in cui i tuoi voti siano esauditi. Domani mattina, appena alzato dal letto, piglia una zappa e va’ a scavare nel gabinetto del re tuo padre. Tu vi scoprirai un gran tesoro.
Il principe appena risvegliato alzossi, e fattosi dare una zappa, entrò solo nel gabinetto del defunto re suo padre.
Messosi a zappare, levò più della metà delle lastre di pietra del pavimento. Continuò il suo lavoro e non ebbe cagione di pentirsene; imperocché scoperta all’improvviso una pietra bianca, l’alzò, ritrovandovi sotto una porta su cui stava appeso un catenaccio di acciaio: spezzatolo a gran colpi di zappa aprì la porta, la quale dava adito ad una scala di marmo bianco.
Accese subito una candela, e discese per quella scala in una camera lastricata di porcellana della China, le cui pareti e le cui soffitta erano di cristallo. Ma fermossi particolarmente a riguardare quattro strati, sopra ognuno dei quali vi stavano quaranta urne di porfido.
Accostossi ad una di quelle urne, ne levò il coperchio, e con altrettanta sorpresa e giubilo vide che eran piene di piastre d’oro. Visitò le quaranta urne [358] le une dopo le altre, e piene ritrovolle di zecchini d’oro, dei quali pigliò un gran pugno e portolli alla regina sua madre. Questa principessa restò stupefatta.
- O figliuol mio - esclamò essa - badate bene a non dissipar pazzamente tutte queste ricchezze come già avete fatto del tesoro reale, affinché i vostri nemici non abbiano cagione di goderne.
- No, o signora - rispose Zeyn - nell’avvenire vivrò in modo che non avrete se non a lodarvi di me.
Zeyn fecela entrare nella camera ov’erano le urne.
Guardò essa tutto questo con occhio curioso, ed osservò da una parte una piccola urna non ancora scoperta dal principe, che la pigliò, ed apertala vi ritrovò dentro una chiave d’oro.
- Figliuol mio - disse la regina - questa chiave rinchiude senza dubbio qualche nuovo tesoro. Indaghiamo dappertutto.
Esaminarono essi con una estrema attenzione le camere e finalmente ritrovata una serratura nel mezzo di un lastricato, giudicarono che quella s’aprisse con la chiave che avevano.
Il re ne fece subito l’esperienza ed immantinente aprissi una porta e presentossi al loro sguardo un’altra camera, nel mezzo della quale eranvi nove piedestalli di oro massiccio, otto de’ quali sostenevano otto statue composte di un sol diamante, le quali tramandavano tanto splendore, che la camera restava tutta illuminata.
- Oh cielo! - esclamò tutto sorpreso Zeyn - ove mai mio padre ha potuto ritrovar cotante belle statue? Il nono piedestallo accrebbe il suo stupore, perocché aveva sopra una pezza bianca di zendado con le seguenti parole:

«O figliuol mio caro! L’acquisto di queste otto statue mi ha costato gran pena: ma ancorché siano di una singolare bellezza, sappi che ve ne è una nona nell’universo, che di gran lunga la supera. Vale quella molto più da sé sola, che tutte queste insieme che tu vedi. Se brami fartene possessore, vanne nella città del Cairo in Egitto, ove sta uno dei miei antichi schiavi chiamato Mobarec, che non durerai molta fatica a riconoscere. La prima persona che incontrerai, t’insegnerà il suo soggiorno. Vanne a ritrovarlo e digli tutto ciò che ti è accaduto. Egli ti riconoscerà per mio figliuolo, e ti condurrà fino al luogo ove giace la statua meravigliosa che potrai acquistare.»

[359] Il principe, dopo aver lette queste parole, disse alla regina:
- Non voglio star senza questa nona statua, che dev’essere un’opera molto rara; giacché tutte queste insieme non valgono il prezzo di quella. Voglio in questo punto partire per il gran Cairo. Non credo, o signora, che vogliate opporvi alla mia risoluzione.
- No, o figliuol mio - rispose la regina.
Il principe fece preparare il suo equipaggio, e come fu giunto al Cairo, ricercò notizie di Mobarec.
Fugli detto che era uno dei più ricchi della città, che viveva da gran signore, che la sua casa stava particolarmente aperta ai forestieri.
Zeyn si fece condurre, e picchiato alla porta, uno schiavo gli aprì e gli disse:
- Che bramate, e chi siete?
- Io sono forestiero - rispose il principe - avendo udito discorrere della generosità del signor Mobarec, me ne vengo ad albergare in sua casa.
Lo schiavo pregò Zeyn di aspettare un momento ed andò a riferire il tutto al suo padrone, il quale ordinogli che facesse entrar il forestiero.
Ritornato alla porta, lo schiavo disse al principe di entrare.
Questi entrò, e venne introdotto in una sala ove Mobarec lo accolse con molta civiltà.
Il principe, dopo aver corrisposto al complimento, disse a Mobarec:
- Io sono figliuolo del re di Bassora, e mi chiamo Zeyn Alasnam.
- Mio padre - replicò Zeyn - sotto il suo gabinetto aveva un sotterraneo, nel quale ho ritrovate quaranta urne di porfido tutte piene d’oro.
- E che altro vi è di più? - replicò Mobarec.
- Vi sono - disse il principe - nove piedistalli d’oro massiccio, sopra otto dei quali hannovi otto statue di diamante, e sopra il nono, vi sta una pezza di zendado bianco, sopra la quale mio padre ha scritto ciò che far debbo per acquistare la nona statua molto più preziosa di tutte le altre insieme. Voi sapete il luogo in cui ritrovasi questa statua, essendo scritto sopra il zendado che voi mi vi condurrete.
Terminate ch’ebbe appena queste parole, subito Mobarec gettossi alle sue ginocchia, e baciandogli più volte una delle sue mani:
- Ringrazio il cielo - esclamò - che siete qui venuto. Io vi riconosco per il figliuolo del re di [360] Bassora. Se incamminarvi volete al luogo ove giace la meravigliosa statua, io vi condurrò: ma farà d’uopo prima che per qualche giorno vi riposiate qui. Oggi davo un banchetto ai Grandi del Cairo, e stavamo per l’appunto a tavola, quando sono stato avvertito del vostro arrivo. Vi compiacereste, o signore, di venire a sollazzarvi con noi?
- Molto volentieri - rispose Zeyn.
Dopo che ebbero mangiato, Mobarec così parlò:
- Grandi del Cairo, non vi stupite - disse - di avermi veduto in tal maniera servire questo giovane forestiero. Sappiate che egli è il figliuolo del re di Bassora mio padrone. Suo padre co’ proprî suoi denari mi comprò, ed è morto senza avermi conceduta la libertà, sì che tuttavia sono schiavo, e per conseguenza tutte le mie facoltà giustamente appartengono a questo giovine principe, unico suo erede.
La mattina seguente Zeyn disse a Mobarec:
- O Mobarec, io ho molto riposato, e siccome non sono venuto al Cairo per immergermi nei piaceri, così il mio disegno riguardava il possesso della nona statua. Tempo è che partiamo per andar a farne l’acquisto.
Mobarec, vedendolo risoluto a partire, chiamò i domestici e ordinò loro di preparare gli equipaggi, dopo di che si posero in viaggio.
Viaggiarono per molti giorni, in capo ai quali, giunti in un delizioso soggiorno, discesero da cavallo. Mobarec disse allora ai suoi domestici:
- Fermatevi in questo luogo, e con tutta attenzione custodite gli equipaggi fino al nostro ritorno.
Poscia disse a Zeyn:
- Andiamo, o signori, inoltriamoci noi soli. Vicini siamo al luogo ove viene custodita la nona statua.
Giunsero essi in breve alla sponda di un gran lago, e Mobarec s’assise sopra la riva dicendo al principe:
- Dobbiamo passar quest’acque. L’incantato battello del re dei Genii or ora verrà a pigliarci: ma non vi dimenticate di quanto sono per dirvi. Bisogna osservare un profondo silenzio; però non parlate al battelliere, per singolare che la sua figura vi sembri; imperocché vi avverto che se direte una sola parola, quando saremo imbarcati, la barca si sprofonderà nelle acque.
Accostatosi il battello al principe ed a Mobarec, il battelliere li pigliò uno dopo l’altro e li collocò sul suo battello. Passato poscia dall’altra parte del lago in [361] un istante, portolli sulla sponda, dopo di che disparve subito colla sua barca.
- Presentemente possiamo parlare - disse Mobarec - l’isola ove noi siamo è quella del re dei Genii.
Giunsero infine ad un palazzo fabbricato di fini smeraldi, attorniato da un largo fosso.
Dopo ciò Mobarec distese sovra la terra due grandi tovaglie, nel margine delle quali sparse certe gioie con muschio ed ambra. Ciò fatto Mobarec parlò in questi termini al principe:
- Signore, ora io sto per scongiurare il re dei Genii, il quale abita in questo palazzo, onde si presenti ai nostri occhi, e voglia il cielo ch’egli venga a noi senza sdegno.
Infatti nel momento stesso il re dei Genii si fece veder sotto le sembianze di un bel giovane, ma non lasciava tuttavia di avere nel suo aspetto qualche cosa di feroce.
Appena il principe Zeyn lo vide, gli fece il complimento. Il re dei Genii sorrise, e rispose:
- O figliuol mio, io amava tuo padre, ed ogni volta ch’egli venivami a rassegnar i suoi rispetti, lo regalava di una statua ch’egli seco portava. Non ho minor amore per te. Obbligai tuo padre, qualche giorno prima della sua morte, a scrivere quanto hai letto sopra la pezza di zendado bianco. Promisi a lui di prenderti sotto la mia protezione, e di darti la nona statua, la quale supera in bellezza quelle che hai. Già ho principiato a mantenergli la mia promessa. So ciò che qui ti ha guidato, ed otterrai quanto brami: ma è necessario che prima tu giuri per tutto quanto rende un giuramento inviolabile, che ritornerai in quest’isola, e che mi condurrai una donzella, la quale non sia entrata se non nell’anno quindicesimo della sua vita, che non abbia giammai conosciuto alcun uomo, né abbia avuto brama di conoscerne. È necessario pure che la sua bellezza sia perfetta, e che sii talmente di te padrone, da non formarti alcuna brama di possederla, mentre qui la condurrai.
Zeyn fece il temerario giuramento che da lui esigevasi.
- Confesso - ripigliò il re dei Genii sorridendo - che sul primo potreste rimanere ingannato, perché questa cognizione supera quella de’ figliuoli d’Adamo, né io ho disegno di riportarmi a te su questo. A tal uopo ti consegnerò uno specchio, il quale sarà più certo delle tue congetture. Appena avrai veduta una fanciulla [362] di quindici anni perfettamente bella, non avrai che a riguardare nel tuo specchio, dove vedrai riflettere la sua immagine. Il cristallo si conserverà puro e chiaro, se sarà casta la donzella, ma se al contrario il vetro si oscura, sarà questo un costante contrassegno che la fanciulla non sarà sempre stata saggia, o almeno avrà bramato di non esserlo.
Il re dei Genii allora gli consegnò nelle mani uno specchio dicendogli:
- Ora figliuol mio puoi ritornare quando vorrai. Questo è lo specchio del quale tu ti devi servire.
Zeyn e Mobarec congedaronsi dal re dei Genii, e s’incamminarono verso il lago.
Il battelliere, col capo d’elefante, andò loro incontro con la sua barca, e nella stessa maniera li ripassò come aveali passati nell’andare.
Essi raggiunsero le persone del loro seguito, con le quali se ne tornarono al Cairo. Il principe Alasnam, in capo a diversi giorni che ebbe dimorato in casa di Mobarec, gli disse:
- Partiamo per Bagdad: e andiamo a rintracciarvi una donzella pel re dei Genii.
Se n’andarono a Bagdad, ove presero a pigione un magnifico palazzo in uno dei più bei quartieri della città.
Ora eravi nel quartiere un Iman chiamato Boubekir Muezin, il quale essendo un uomo vano, altero ed invidioso, odiava le persone ricche, solamente perché era povero, e la sua miseria lo irritava contro la prosperità del prossimo.
Avendo udito parlare di Zeyn Alasnam, e dell’abbondanza che regnava nella di lui casa, prese tosto ad odiarlo. Ritirossi nella sua casa, e si pose a comporre un memoriale, risoluto di presentarlo nella mattina seguente al Califfo.
Ma Mobarec, pose cinquecento zecchini d’oro in un fazzoletto, formò un fagotto di molti drappi di seta, e andò da Boubekir.
Il dottore gli chiese con aria sdegnosa ciò che egli bramasse.
- O dottore - rispose Mobarec con aria piacevole e ponendogli nelle mani l’oro e i drappi di seta - io sono vostro vicino e vostro servitore. Vengo a voi in nome del principe Zeyn, il quale abita in questo quartiere, e che avendo udito discorrere del vostro merito, mi ha incaricato di venirvi a dire che bramerebbe [363] mettersi in corrispondenza con voi. Intanto vi prega di gradire questo tenue regalo.
Boubekir fu sopraffatto dal giubilo, e rispose a Mobarec:
Di grazia, o signore, implorate perdono dal Principe in mio nome: ho rossore di non essere ancora stato a visitarlo, ma riparerò il mio errore, e domani verrò a rassegnargli i miei doveri.
Infatti nel giorno seguente, vestissi coi suoi abiti da comparsa, ed andò a riverire quel giovine Principe, che molto civilmente lo accolse.
Dopo molti complimenti dall’una e dall’altra parte, Boubekir disse al Principe:
- Signore, vi proponete voi di stare lungo tempo in Bagdad?
- Mi fermerò - gli rispose Zeyn - fino a tanto che abbia ritrovata una donzella di quindici anni perfettamente bella e talmente casta, che non abbia conosciuto alcun uomo, né avuto brama di conoscerne.
- Voi andate in cerca di una cosa molto rara - replicò l’Iman - e grandemente temerei che la vostra ricerca non fosse per esser inutile, se non sapessi ove sia una siffatta giovinetta. Suo padre è già stato Visir, ma ha abbandonata la Corte, e se ne vive da lungo in una casa remota. - Or bene, venite meco da suo padre. Io lo pregherò di lasciarvela vedere per un momento alla sua presenza.
Muezin condusse il principe alla casa del Visir, il quale appena fu istruito della nascita e del disegno di Zeyn, chiamò la figliuola, e ordinolle che si levasse il velo.
Non essendosi giammai presentata agli occhi del giovine Re di Bassora una bellezza tanto perfetta e tanto penetrante, ei ne restò stupefatto. Appena poté esperimentare se quella fanciulla fosse ugualmente saggia che bella, consultò il suo specchio, ed il cristallo si conservò puro e limpido.
Quando egli vide di aver ritrovata finalmente una fanciulla tal quale bramavala, pregò il Visir di concedergliela in moglie; a cui quello avendo consentito, immantinente si spedì in traccia del Cadì, il quale subito venne, e si fece il contratto e la preghiera del matrimonio.
Quando ognuno si fu ritirato, Mobarec disse al suo padrone:
- Andiamo, o signore, non ci fermiamo più lungo tempo in Bagdad, ripigliamo il viaggio del Cairo, e [364] ricordatevi della promessa che avete fatta al re dei Genii.
- Partiamo - rispose il principe.
Dopo che Mobarec ebbe fatto fare i preparativi per la partenza, ritornarono al Cairo, e di là s’incamminarono verso l’isola del re dei Genii.
Giunti che vi furono, la fanciulla venne presentata al re dei Genii, il quale dopo averla attentamente guardata, disse a Zeyn:
- Principe, io son contento di voi; la fanciulla che mi avete condotta è bella e casta, e la violenza fatta a voi stesso per mantenermi la parola, molto mi è grata. Ritornatevene nei vostri Stati: e quando entrerete nella camera sotterranea, ove stanno le otto statue, vi ritroverete la nona che vi ho promessa, la quale farò trasportare da’ miei Genii.
Il principe Zeyn giunse finalmente a Bassora, ove i suoi sudditi, lieti del suo ritorno, fecero grandi allegrezze.
Andossene egli subito a dar conto a sua madre la regina, del suo viaggio la quale ebbe gran contento di sapere se egli aveva ottenuta la nona statua.
- Andiamo, o figliuol mio, andiamo a vederla, giacché senza dubbio ritrovasi nel sotterraneo.
Il giovine re e sua madre, entrambi impazienti di vedere quella maravigliosa statua scesero nel sotterraneo, ed entrarono nella camera delle statue: ma qual fu la loro sorpresa, quando invece di una statua di diamanti, videro sopra il nono piedestallo una giovinetta perfettamente bella, che il principe riconobbe per quella stessa da lui condotta nell’isola dei Genii.
- Principe - gli disse la donzella - voi siete molto meravigliato di vedermi qui. Vi aspettavate senza dubbio di ritrovar qualche cosa di più prezioso di me, né dubito che in questo momento non vi pentiate di esservi data pena.
- No, o signora - rispose Zeyn - il cielo mi è testimonio che più d’una volta ho pensato a mancar di fede al re dei Genii, per conservarvi in mio potere. Di qualunque prezzo possa essere una statua di diamanti, vale essa il piacere di possedervi?
Nel tempo ch’egli terminava di parlare udissi un colpo di tuono, che fece tremare il sotterraneo.
La madre di Zeyn ne restò spaventata: ma il re dei Genii che subito comparve, dissipò il suo timore dicendole:
- Signora, io proteggo ed amo vostro figliuolo. [365] Questa è la nona statua che io gli destinava. Dessa è molto più rara, e delle altre più preziosa.
STORIA DI CODADAD E DE’ SUOI FRATELLI
Quelli i quali hanno scritta la storia del Regno di Dyarbekir, raccontano che nella città di Harran regnava un re molto magnifico e potente. Ancorché avesse nel suo serraglio le più belle donne dell’universo, non poteva aver figliuoli. Ne implorava incessantemente dal cielo, ed una notte mentre gustava le dolcezze del sonno, un uomo di bell’aspetto gli apparve, dicendogli:
- Le tue preghiere sono state esaudite; hai ottenuto finalmente quanto bramavi. Appena sarai risvegliato alzati: vanne nei giardini del tuo palazzo, chiama il tuo giardiniere, e comandagli che ti presenti una melagrana. Mangiane tanti grani quanti vorrai, e le tue brame saranno adempiute.
Il re, al suo svegliarsi, rese grazie al cielo, ed andò poscia nel giardino ove pigliò cinquanta grani di pomo granato e se li mangiò.
Per tal modo egli fu appagato, e tutte le sue donne divennero incinte.
Ma una ve n’ebbe chiamata Pirouzè, la cui gravidanza non appariva; per la qual cosa egli concepì avversione per lei.
- Vostra Maestà - disse il Visir - la mandi dal principe Samaria vostro cugino.
Il re, gradito questo avviso, spedì Pirouzè a Samaria con una lettera, nella quale raccomandava a suo cugino di ben trattarla, e, se fosse gravida, di dargli notizia del suo parto.
Pirouzè, appena giunta a quel paese, si conobbe essere incinta, e finalmente partorì un principe più bello del giorno.
Il principe Samaria, scrisse subito al re di Harran onde partecipargli la felice nascita di un bellissimo figliuolo.
Il re ne provò un gran giubilo, e fece una risposta nei termini seguenti:

«Mio caro cugino,
Tutte le altre mie mogli hanno dato alla luce ognuna di loro un principe, di maniera che qui abbiamo un gran numero di figliuoli. Vi prego adunque di [366] allevar quello di Pirouzè, e d’imporgli il nome di Codadad, mandandomelo quando lo ricercherò.»

Il principe di Samaria nulla risparmiò per l’educazione di suo nipote. Questo giovine principe, sentendosi un coraggio degno della sua nascita, disse un giorno a sua madre:
- Signora, principio ad annoiarmi del soggiorno a Samaria, perché mi sento inclinato alla gloria.
- Figliuol mio - gli rispose Pirouzè - non ho minor impazienza di voi di vedere reso famoso il vostro nome. Vorrei che foste già segnalato contro i nemici del re vostro padre, ma dovete aspettare ch’egli vi cerchi.
- No, o signora - rispose Codadad - ho aspettato anche troppo. Muoio dalla brama di vedere il re, ed ho grandi stimoli di andare ad offerirgli i miei servigi come un giovine incognito! Egli senza dubbio l’accetterà; né mi scoprirò se non dopo aver fatte mille gloriose azioni, volendo meritarmi la sua stima innanzi che mi riconosca.
Pirouzè approvò questa generosa risoluzione: e temendo che il principe di Samaria non vi si opponesse, Codadad senza comunicarglielo partì un giorno da Samaria con pretesto di andare alla caccia.
Presentossegli ben presto il mezzo di farsi introdurre dal re, il quale fecegli una favorevole accoglienza, e chiesegli il suo nome e la sua qualità.
- Sire - rispose Codadad - io sono figliuolo di un emir del Cairo. La brama di viaggiare mi ha obbligato di abbandonare la mia patria: e siccome passando per i vostri Stati ho inteso che voi eravate in guerra con certi vostri vicini, così sono venuto alla vostra Corte per offrire il mio braccio alla Maestà Vostra.
Il re lo colmò di carezze, e dettegli posto nelle sue milizie.
Quel giovine principe non tardò molto a far conoscere il suo valore. Si acquistò la stima degli ufficiali, eccitò l’ammirazione dei soldati, né avendo minore spirito che coraggio, acquistossi tanto meritamente la buona grazia del re che in breve diventò suo favorito, e fu incaricato dell’educazione dei figli del re.
Tutti i ministri e gli altri cortigiani non tralasciavano di andare a vedere Codadad, e con tanta premura ricercavano la sua amicizia, che trascuravano quella degli altri figli del re.
Questi giovani principi accorgendosene non potettero [367] rimanere senza rammarico e prendendosela col forestiero, concepirono per lui uno sdegno estremo.
- Come mai - dissero - il re nostro padre si contenta di amare un forestiero più di noi? Fa d’uopo che ci liberiamo di questo forestiero.
Perdiamo con destrezza il forestiero ricercandogli la licenza di andare a caccia, e quando saremo lontani da questo palazzo c’incammineremo in qualche città, ove andremo a fermarci un po’ di tempo.
La nostra lontananza dispiacerà al re, il quale non vedendoci ritornare, perderà la sofferenza, e farà forse morire il forestiero, se non altro almeno lo scaccierà dalla sua corte, per averci conceduto di uscire dal palazzo.
I principi applaudirono tutti a questo artificio, e andati a ritrovar Codadad lo pregarono di permetter loro di andare a caccia, promettendogli di ritornare lo stesso giorno.
Il figliuolo di Pirouzè incappò nella rete, concedendo il permesso chiestogli dai fratelli, i quali partirono né più ritornarono.
Eran già tre giorni che stavano lontani, quando il re disse a Codadad:
- Ove sono i principi? È lungo tempo che non li ho più veduti.
- Sire - rispose Codadad - essi ritrovansi alla caccia, e son tre giorni che vi sono andati, promettendomi che subito sarebbero di ritorno.
- Imprudente forestiero, dovevi lasciar tu partire i miei figliuoli senza accompagnarli? Ed è in tal maniera che eserciti l’ufficio del quale ti ho incaricato?
Vanne in questo punto a rintracciarli, e conducimeli, altrimenti la tua perdita è certa.
Queste parole inspirarono gran timore nell’animo dell’infelice figliuolo di Pirouzè.
Dopo vari giorni adoperati in una vana ricerca, giunse a una pianura di una prodigiosa estensione, nel mezzo della quale eravi un palazzo fabbricato di marmo nero. Egli vi si accostò e vide alla finestra una donna perfettamente bella. Subito ch’ella vide Codadad e che giudicò di potersi fare udire, rivolse a lui queste parole:
- O giovine allontanati da questo funesto palazzo, altrimenti in breve ti vedrai in potere del mostro che lo abita. Un moro, il quale non si nutre se non di umano sangue, ha qui stabilito il suo soggiorno e fermando tutte le persone, che il loro perverso destino fa [368] passare per questa pianura, lo rinserra in orride carceri, donde non le leva se non per divorarle.
Ebbe appena terminate queste parole che il moro comparve.
Era questi un uomo di una smisurata grandezza, di un’aria spaventevole. Cavalcava un grosso cavallo tartaro, e portava una scimitarra tanto lunga e pesante, che egli solo poteva servirsene.
Nello stesso tempo il principe discese da cavallo, avventossi sopra il suo nemico, e recisegli il capo.
La signora che era stata testimone del combattimento, facendo voti in favore del giovine eroe, che ella ammirava, proruppe in un grido di giubilo, e disse a Codadad:
- Principe, giacché la splendida vittoria che avete riportata mi persuade non esser voi di una condizione ordinaria, terminate la vostra opera. Il moro tiene le chiavi di questo castello; pigliatele e venite a levarmi di prigione.
Il principe frugò nelle saccocce del miserabile che disteso stava nella polvere e vi trovò molte chiavi.
Aprì la prima porta ed entrò in una gran corte, ove trovò la dama la quale venivagli incontro. Essa lodò il suo valore, e inalzollo sopra tutti gli eroi dell’universo. I loro discorsi furono interrotti da un rammarichìo di pianti.
- Che odo mai? - esclamò Codadad. - Donde vengono queste voci pietose, che percuotono le nostre orecchie?
- Signore - disse la donna, accennandogli col dito una porta bassa che trovavasi nella corte - partono di là. Ivi sono non so quanti sventurati, che i lor pianeti han fatto cadere nelle mani del moro.
S’inoltrarono essi verso la porta del carcere, ed a misura che si avvicinavano più distintamente udivano i lamenti dei prigionieri.
Il principe aprì la porta, e ritrovò una scala molto rozza per la quale discese in una vasta e profonda caverna dove erano più di cento persone legate a certi pali colle mani incatenate.
- Sventurati prigionieri - disse loro - vittime miserabili che non aspettavate se non il momento di una morte crudele, ringraziate il cielo, il quale oggi vi libera col soccorso del mio braccio. Io ho ucciso l’orrido moro, di cui dovevate essere la preda, ed ho spezzate le vostre catene!
[369] I prigionieri, appena udite tali parole, proruppero tutti in un grido di sorpresa e di giubilo.
Codadad e la signora principiarono a scioglierli; quelli che vedevansi slacciati dalle loro catene, aiutavano a sciogliere gli altri, di maniera che in poco tempo ritrovaronsi tutti liberi.
Si posero allora in ginocchio, e dopo aver ringraziato Codadad di quanto per essi aveva fatto, uscirono dalla caverna, e quando furon nella corte del palazzo, il principe rimase meravigliato nel mirare fra quei prigionieri i suoi fratelli dei quali andava in traccia, e che non sperava più d’incontrare.
- Ah! principi - esclamò egli nel vederli - non m’inganno già? Siete voi che veramente vedo? Lusingarmi poss’io di restituirvi al re vostro padre, il quale è inconsolabile di avervi perduti? Ma avrà egli qualcheduno a piangere? Siete voi tutti vivi? Ohimè! la morte di un solo di voi basterebbe per privarmi del giubilo di avervi salvati.
I quarantanove principi si fecero tutti riconoscere a Codadad, il quale abbracciolli, e significò loro l’inquietudine che cagionava al re la lontananza loro.
I principi dettero al loro liberatore tutte le lodi che meritava, e lo stesso fecero tutti gli altri prigionieri.
Codadad, rivolgendosi alla donna le disse:
- In che luogo, o signora, bramate voi di andare? Ove erano rivolti i vostri passi quando siete stata sorpresa dal moro?
I figliuoli del re di Harran protestarono alla signora che non l’avrebbero abbandonata.
- Principi - disse loro - poco fa vi ho detto che ero una signora del Cairo, ma dopo la bontà che mi avete dimostrata, e l’obbligazione che vi professo, signore - ella soggiunse guardando Codadad - sarei molto ingrata celandovi la verità. Sono figlia di un re, un usurpatore si è impadronito del trono di mio padre dopo avergli levata la vita, e per conservare la mia sono stata obbligata di ricorrere alla fuga.
A questa espressione, Codadad e i suoi fratelli pregarono la principessa di narrargli la sua storia.
[370]
STORIA DELLA PRINCIPESSA DI DERYABAR
Giace in certa isola, una grande città chiamata Deryabar. Per lungo tempo è stata governata da un re potente, magnifico e saggio. Questo principe non aveva posterità, e ciò solo mancava a renderlo pienamente felice. Dopo una lunga aspettazione, non dette alla luce se non una femmina.
Questa sventurata principessa sono io; mio padre mi fece allevare con tutta la cura che concepir si possa, avendo risoluto, in mancanza di maschi, d’insegnarmi l’arte di regnare.
Un giorno nel quale stava alla caccia, vide un asino selvaggio che egli inseguì, separandosi dai cacciatori, ed il suo ardire trasportollo tanto lungi, che, senza accorgersi di fuorviare, corse sino alla notte. Appena il sole fu tramontato, osservò fra gli alberi un lume che fecegli giudicare non essere egli molto lontano da qualche villaggio.
Conobbe ben presto di essersi ingannato; perocché quel lume non era altro se non un fuoco acceso in una capanna. Accostossi e con grande stupore vide un gran d’uomo nero o per meglio dire uno spaventevole gigante, che stava assiso sopra uno strato. Il mostro teneva davanti a sé un gran fiasco di vino e faceva arrostire sui carboni accesi un bue che aveva scannato. Ora appressava alla sua bocca il fiasco, ed ora appressava il bue, mangiandone qualche pezzo: ma ciò che maggiormente attrasse l’attenzione del re mio padre, fu una bellissima donna, che egli vide nella capanna, e che pareva immersa in una profonda mestizia. Essa aveva le mani legate, e vedevasi a’ suoi piedi un fanciullo di due o tre anni.
Mio padre, commosso da questo pietoso spettacolo, scaricò una freccia e l’infisse nello stomaco del gigante, il quale restò ferito e cadde a terra senza spirito.
Mio padre entrato nella capanna slegò le mani della donna, ricercandole chi fosse, e per quale accidente si trovasse colà.
- Signore - gli rispose essa, - vi sono sopra le sponde del mare certe famiglie di saraceni, i quali hanno per capo un principe il quale è mio marito. Quel gigante che avete ucciso, era uno dei suoi principali. Questo miserabile concepì per me una violenta passione [371] che nascose fino a che poté trovare una occasione favorevole di eseguire il disegno formato di rapirmi.
Un giorno il gigante mi sorprese col mio figliuolo in un luogo remoto, e rapitici entrambi, per rendere inutili tutte le perquisizioni ch’egli giustamente s’immaginava che mio marito farebbe di questo ratto, si allontanò dal paese abitato dai saraceni e ci condusse in questo bosco, ove mi ritiene da molti giorni.
- Questa, o signore - continuò la moglie del principe dei saraceni - è la mia storia; né dubito che voi non mi consideriate degna di pietà per non pentirvi di avermi soccorsa con tanta generosità.
- Sì, o signora - le rispose mio padre - le vostre disgrazie mi hanno vivamente commosso: e non mancherò di fare in modo che la vostra sorte non divenga migliore. Domani, subito che sarà sorto il giorno, partiremo da questo bosco! rintraccieremo la via che conduce alla grande città di Deryabar della quale io sono il sovrano; colà albergherete nel mio palazzo fino a tanto che il principe vostro marito non verrà a prendervi.
La principessa saracena accettò la proposta, e il giorno seguente seguì il re mio padre.
Intanto il figliuolo di questa principessa divenne grande, ed essendo assai vago e non mancando di spirito, trovò il mezzo d’incontrare il genio del re mio padre, il quale gli pose molto affetto.
I cortigiani se n’accorsero tutti e giudicarono che quel giovane mi avrebbe potuto sposare. Il re, ritardando troppo, a suo parere, di offerirgli la mia mano, quegli ebbe la temerità di chiedergliela. Benché il suo ardire meritasse un severo castigo, pure mio padre si contentò di dirgli, che altre mire teneva sopra di me.
Il giovine restò molto sdegnato di simile rifiuto; risolse di vendicarsi del re, e con una ingratitudine, della quale vi sono pochi esempi, cospirò contro di lui, e pugnalatolo, si fece proclamar re di Deryabar da un gran numero di persone perverse, delle quali seppe lusingare il malnato desiderio.
Nel mentre ch’egli stavasene occupato a strangolar mio padre, il gran Visir, il quale a mio padre era sempre stato fedele, mi venne a rapir dal palazzo, e mi pose in sicuro in casa di uno del suoi amici, ove mi tenne finché un vascello, segretamente preparato, fu in istato di porsi alla vela. Me ne uscii allora dall’isola accompagnata solamente da una governante e dal generoso ministro.
[372] Dopo diversi giorni di navigazione, sorse una tempesta tanto impetuosa, che nonostante tutta l’arte dei nostri marinai, il nostro vascello, trasportato dalla violenza del vento e dell’onde, si franse contro uno scoglio. Perdetti il sentimento, e quando ebbi ricuperato i sensi mi ritrovai sulla spiaggia.
Udii dietro di me un grande strepito di uomini e di cavalli. Volsi subito il capo per vedere ciò che fosse, e vidi molti cavalieri armati, fra i quali uno ve n’era salito sopra un cavallo arabo. Aveva desso una veste riccamente ricamata d’argento con una cintura di gioie, e portava una corona sul capo.
Egli era un giovine ben fatto e più bello del sole. Mi guardò con molta attenzione, e siccome io non cessava di piangere:
- Signora - mi disse - io vi scongiuro di moderare l’eccesso della vostra afflizione. Vi offro il mio palazzo, ove starete presso la regina mia madre, la quale si sforzerà coi suoi buoni trattamenti a raddolcire un poco le vostre pene.
La regina mostrossi sensibilissima alle mie sciagure e concepì verso di me un grandissimo amore. Il re suo figliuolo dal canto suo divenne ciecamente innamorato di me, e mi offrì in breve la sua mano. Era talmente occupata dalle mie disgrazie che il principe, per quanto amabile fosse, non fece in me tutta l’impressione che avrebbe potuto fare in altro tempo. Nonpertanto, penetrata da gratitudine, non ricusai di formare la sua felicità: ed il nostro matrimonio si contrasse con tutta la pompa immaginabile.
Mentre tutto il popolo stava occupato a celebrare gli sponsali del suo sovrano, un principe vicino e nemico se ne venne una notte a fare una discesa nell’isola con un gran numero di combattenti. Questo formidabile nemico era il re di Zanguebar. Sorprese ognuno, e tagliò a pezzi tutti i sudditi del principe mio marito. Poco vi mancò non pigliasse anche noi, giacché si era già introdotto nel palazzo con una parte delle sue genti: ma ritrovammo mezzo di porci in salvo, e di giungere alla riva del mare, ove ci gettammo in una barca di pescatori, che avemmo la fortuna di trovarvi.
Il terzo dì scorgemmo un vascello che veniva a noi a gonfie vele, e ne fummo lieti; ma fummo maravigliati quando, essendosi avvicinato a noi, dieci o dodici corsari apparvero armati sul ponte. Venuti all’arembaggio, cinque o sei tra essi si gettarono nella nostra barca, s’impadronirono di noi, legarono il principe mio [373] marito, e ci fecero passare nel loro vascello.
La mia gioventù ed i miei lineamenti scossero tutti quei pirati, e riscaldandosi vennero alle mani combattendo come furiosi. Il ponte in un momento fu coperto di cadaveri. Da ultimo si uccisero tutti, tranne uno solo che vedutosi signore della mia persona, mi disse:
- Voi siete mia, ed io vi condurrò al Cairo per darvi ad uno dei miei amici, cui ho promesso una bella schiava.
Ciò detto si rivolse allo sciagurato mio marito che stava legato e lo gettò in mare.
Eran già parecchi giorni ch’eravamo in cammino allorché passando ieri per questa pianura scorgemmo il moro che abitava in questo castello. Egli trasse la sua larga scimitarra, ed il pirata cadde sotto i colpi del suo avversario, come pure tutti i suoi schiavi, i quali amaron meglio morire che abbandonarlo. Dopo ciò il moro mi condusse in questo castello, ove portò il corpo del pirata, che mangiossi a cena.
La principessa com’ebbe terminata la narrazione delle sue avventure, Codadad le manifestò ch’egli era vivamente commosso.
- Ma, signora - aggiunse egli - ormai non dipende che da voi il vivere tranquillamente. I figliuoli del re di Harran vi offrono un asilo nella Corte del padre loro: accettatelo, di grazia. Voi sarete la prediletta di quel principe, e rispettata da ciascuno, e se non isdegnate la mano del vostro liberatore, soffrite ch’io ve la porga e che vi sposi innanzi a tutti questi principi, affinché sieno testimoni della nostra scambievole fede.
La principessa avendovi acconsentito, nel giorno stesso si fecero le nozze nel castello, ove si trovarono ogni specie di provvisioni.
- Codadad prese la parola e disse:
- Principi, è troppo lungo tempo che vi celo chi io mi sia. Vedete in me il vostro fratello Codadad. Io debbo altresì come voi la vita al re di Harran. Il principe di Samaria mi ha allevato, e la principessa Pirouzè è mia madre.
I principi felicitarono Codadad della sua nascita e gliene dimostrarono molta gioia: ma nel fondo del loro cuore, il loro odio per un tanto amabile fratello non fece che aumentarsi.
Eglino si radunarono la notte, e si ritirarono in un luogo remoto, mentre Codadad e la principessa sua [374] moglie gustavano, sotto la loro tenda, le dolcezze del sonno. Quegl’ingrati, quegl’invidiosi fratelli, dimenticando che senza il coraggioso figlio di Pirouzè sarebbero tutti divenuti preda del moro, risolsero tra essi di assassinarlo.
Andarono immantinenti a trovar Codadad addormentato e lo trafissero. Lasciandolo esanime nelle mani della principessa, partirono per andare alla città di Harran, ove giunsero il giorno successivo. Il loro arrivo cagionò tanta gioia al re loro padre, in quanto che egli disperava di rivederli.
Intanto Codadad, immerso nel proprio sangue, e poco differendo da un uomo morto, stava sotto la sua tenda colla principessa sua moglie che non sembrava meno di lui da compiangere. Ella faceva echeggiar l’aria di pietose grida, si strappava i capelli, bagnando delle sue lacrime il corpo di suo marito.
Peraltro egli non era morto, e sua moglie, essendosi avveduta che respirava, corse verso un grosso borgo che vide nella pianura, per cercarvi un chirurgo. Gliene fu insegnato uno, che partì sul momento con lei: ma quando giunsero sotto la tenda, non vi trovarono Codadad il che fece creder loro che qualche bestia feroce l’avesse rapito per divorarlo.
La principessa ricominciò i suoi pianti e i suoi lamenti nel più pietoso modo. Il chirurgo ne fu intenerito, e non volendo abbandonarla nello stato spaventevole in cui la vedeva, le propose di ritornare nel borgo offrendole la sua casa e i suoi servigi.
Ella si lasciò trascinare.
- Signora - le disse egli - confidatemi di grazia tutte le vostre sciagure, ditemi di quale paese e di quale condizione siete, forse potrò darvi dei buoni consigli quando sarò istruito di tutti i particolari della vostra sventura.
Essa gli raccontò tutte le sue avventure e quando ne ebbe terminata la narrazione, il chirurgo riprese la parola e disse:
- Signora, poiché le cose stanno in questa guisa, dovete vendicare vostro marito. Io, se lo permettete, vi servirò da scudiero. Andiamo alla corte del re di Harran, il quale è un principe buono e molto equo, cui non avete che a dipingere coi più vivi colori il trattamento che il principe Codadad ha ricevuto dai suoi fratelli, e son persuaso che vi farà giustizia.
Non appena ebbe presa questa risoluzione che il chirurgo fece apprestare due cammelli, sui quali la principessa [375] ed egli saliti, si posero in cammino verso la città di Harran.
Quivi andarono a discendere al primo caravanserraglio che incontrarono e chiesero all’oste notizie della Corte.
- Dessa è - diss’egli - in una grandissima agitazione. Il re aveva un figliuolo, il quale come un ignoto ha vissuto lungo tempo alla sua Corte e non si sa che sia divenuto di quel giovine principe.
Il chirurgo volendo condursi prudentemente in quella occasione, pregò la principessa a voler rimanere al caravan-serraglio, mentre egli sarebbe andato al palagio.
Egli adunque andò alla città; allorquando scorse una signora salita sur una mula riccamente bardata, e seguita da molte damigelle altresì montate su mule e da un grandissimo numero di guardie e di schiavi neri.
Il chirurgo la salutò e chiese poscia ad un calender che gli stava vicino se quella signora era una moglie del re.
- Sì fratello - gli rispose il Calender - la è una delle sue mogli e la più diletta dal popolo, perché ella è madre del principe Codadad.
Il chirurgo non volle saper di più.
Egli seguì Pirouzè fino ad una moschea, ove quella entrò per distribuire delle elemosine. Il chirurgo ruppe la folla e si avanzò fino alle guardie di Pirouzè.
Egli assistette a tutte le preghiere, e quando quella principessa uscì, avvicinatosi ad uno schiavo, gli disse all’orecchio:
- Fratello, ho un segreto importante a rivelare alla principessa Pirouzè; non potrei, per mezzo vostro, essere introdotto nel suo appartamento?
- Se questo segreto - rispose lo schiavo - riguarda il principe Codadad, oso promettervi che fin da oggi avrete da lei l’udienza che desiderate.
- È appunto di questo, caro figliuolo, che io voglio parlare - rispose il chirurgo.
- Ciò stante - disse lo schiavo - voi non avete se non a seguirmi fino al palagio, e le parlerete subito.
Effettivamente quando Pirouzè fu ritornata nell’appartamento, quello schiavo disse che un uomo sconosciuto aveva qualche segreto d’importanza a comunicarle, e che il principe Codadad vi era interessato.
Non ebbe appena pronunciato queste parole, che Pirouzè mostrò una viva impazienza di veder quell’uomo sconosciuto.
[376] Lo schiavo lo fece immantinente entrare nel gabinetto della principessa, la quale congedò tutte le sue donne, tranne due per cui non aveva nulla di nascosto. Come vide il chirurgo, gli domandò ansiosamente quali nuove di Codadad avesse ad annunziarle.
Allora egli le fece una narrazione di tutto l’accaduto fra Codadad ed i suoi fratelli, ciò ch’ella ascoltò con avida attenzione. Quand’ebbe terminato, quella principessa gli disse:
- Andate a ritrovare la principessa Deryabar, e rassicuratela da parte mia che presto il re la riconoscerà per sua nuora, e quanto a voi, siate persuaso che i vostri servigi saranno ben ricompensati.
Dopo che il chirurgo fu uscito, Pirouzè rimase immersa nell’afflizione che di leggieri può immaginarsi.
Il re entrò nel gabinetto, e vedendola in quello stato, chiese a Pirouzè se avesse ricevuto tristi novelle di Codadad.
- Ah! signore - gli diss’ella - è finita! Il mio figliuolo ha perduta la vita, e per colmo di afflizione, non posso rendergli nemmeno gli onori della sepoltura, poiché secondo tutte le apparenze le bestie selvaggie l’hanno divorato.
In pari tempo le raccontò tutto quello che il chirurgo le aveva detto, e non mancò di dilungarsi sul modo crudele in cui Codadad era stato trattato dai suoi fratelli.
Il re senza dar tempo a Pirouzè di terminar il suo racconto, sentì infiammarsi dalla collera, e cedendo al suo trasporto, disse alla principessa:
- Signora, i perfidi che fanno spargere le vostre lacrime, e che cagionarono al padre loro un dolore mortale, proveranno un giusto castigo!
Ciò detto, quel principe col dolore dipinto sul viso, andò nella sala d’udienza e salito sul suo trono, fece cenno al suo gran Visir d’avvicinarsi, e gli disse:
- Hassan, ho un ordine a darti: va’ tosto a prender teco mille uomini della mia guardia, ed imprigiona tutti i miei figliuoli. Rinchiudili nella torre destinata a servir di prigione agli assassini, e ciò sia fatto al momento.
Ciò detto uscì dalla camera d’udienze e ritornò nell’appartamento di Pirouzè col Visir, che lo seguì.
Avendo chiesto alla principessa ove stesse d’albergo la vedova di Codadad, le donne di Pirouzè glielo dissero, giacché il chirurgo non lo aveva dimenticato nel suo racconto.
[377] Allora il re, volgendosi al suo ministro:
- Va’ - gli disse - in quel caravan-serraglio, e conducimi qui una principessa che vi alberga, trattandola con tutto il rispetto.
La principessa di Deryabar trovò il re che l’aspettava alla porta del palagio per riceverla.
Presala per mano la condusse all’appartamento di Pirouzè.
Finalmente la principessa di Deryabar, superando il suo interno affanno, narrò loro l’avventura del castello e la disgrazia di Codadad, dopo di che chiese giustizia del tradimento dei principi.
- Sì, o signora - le disse il re - quegl’ingrati periranno: ma è d’uopo far pubblicare prima la morte di Codadad, affinché il supplizio dei suoi fratelli non inciti a ribellione i miei sudditi. D’altra parte, avvegnaché non possediamo il corpo del mio figliuolo, non bisogna tralasciare di rendergli gli ultimi onori.
Dopo ciò si rivolse al suo Visir, e gl’impose di far edificare una cupola di marmo bianco, in una bella pianura, nel cui mezzo ergevasi la città di Harran, e da ultimo dette nel suo palagio un bellissimo appartamento alla principessa di Deryabar, ch’egli riconobbe per sua nuora.
Hassan fece eseguire il tutto con tanta sollecitudine, ed adoperandovi tanti operai che in pochi dì la cupola fu fabbricata.
Appena terminata l’opera, il re ordinò delle preci, e destinò un giorno pel funerale di suo figlio.
L’indomani si fecero pubbliche preghiere nella moschea, le quali si continuarono per otto giorni consecutivi.
Il nono, il re risolse di far mozzare il capo ai principi suoi figliuoli, e tutto il popolo indignato pel trattamento che essi avevan fatto a Codadad, sembrava aspettare con impazienza il loro supplizio. Laonde s’incominciarono a costruire i patiboli: ma si fu costretti rimetterne l’esecuzione ad un altro tempo, perciocché si seppe improvvisamente che i principi vicini, i quali avevan già rotto guerra al re di Harran si avanzavano con eserciti numerosi più della prima volta.
Il re non li ebbe appena scorti, che ordinò eziandio e dispose le sue schiere alla pugna.
Fece batter la carica, e gli assaltò con estremo vigore. I nemici, ciononpertanto gli tennero fronte degnamente.
[378] Dall’una e dall’altra parte si sparse molto sangue, e la vittoria restò per lungo tempo incerta: ma infine stava per dichiararsi a favore dei nemici del re di Harran, i quali essendo in maggior numero stavano per avvilupparlo, quando si vide apparire dalla pianura una grossa schiera di cavalieri che si avvicinò ai combattenti in buon ordine.
La vista di quei nuovi soldati maravigliò i due partiti, non sapendo ciò che dovessero pensarne: ma non rimasero molto tempo nell’incertezza, poiché quei cavalieri si scagliarono contro i nemici del re di Harran e li sbaragliarono.
Il re di Harran, che aveva osservato con molta attenzione tutto quello che era accaduto, aveva ammirato l’audacia di quei cavalieri, il cui soccorso inopinato aveva fatta risolvere la vittoria in suo favore.
Sopratutto era rimasto meravigliato del loro capo, da lui veduto combattere con un grandissimo valore. Egli desiderava sapere il nome di quell’eroe generoso, ed impaziente di vederlo e ringraziarlo, gli andò incontro.
Quei due principi si avvicinarono, e il re di Harran, riconoscendo Codadad in quel bravo guerriero che lo aveva soccorso, o meglio che aveva combattuto i suoi nemici, rimase immobile.
- Ah! figliuol mio - esclamò il re è egli possibile che mi siate reso? Ahimè! io disperava di rivedervi.
Ciò detto, tese le braccia al giovane principe, che si abbandonò ad un sì dolce amplesso.
- Io so tutto, figliuol mio - aggiunse il re - è stata la principessa di Deryabar che mi ha dato contezza di ogni cosa, poiché dessa sta nel mio palagio, e non vi è venuta se non per chiedermi giustizia del delitto commesso dai vostri fratelli.
Codadad fu trasportato dalla gioia nel sapere che la principessa sua moglie stava alla Corte.
- Andiamo, signore - esclamò egli con trasporto - andiamo a trovar mia madre, la quale ci aspetta. Io ardo d’impazienza di terger le sue lacrime, come pure quelle della principessa di Deryabar.
Questi due principi trovarono Pirouzè e la sua bella nuora che aspettavano il re, per felicitarlo.
Ma furono inesprimibili i trasporti di gioia da cui furon comprese quando videro il giovane principe che l’accompagnava.
Dopo che quelle quattro persone ebbero soddisfatto a tutt’i moti che il sangue e l’amore ispiravano, si [379] chiese al figliuolo di Pirouzè per qual miracolo fosse ancora vivo.
Egli rispose che un contadino salito sopra una mula, essendo entrato per caso nella tenda ov’egli stava, vedendolo solo e trafitto da tante ferite, l’aveva legato sulla mula e condotto alla sua casa, ove aveva applicato alle sue ferite certe erbe che lo avevano ristabilito in pochi giorni.
Quand’ebbe terminato di parlare, il re disse:
- Rendiamo grazie a Dio per aver conservato Codadad. Ma egli è d’uopo periscano tutti i traditori che l’hanno voluto uccidere!
- Signore - rispose il generoso figliuolo di Pirouzè - per quanto sieno ingrati ed iniqui, pensate che il vostro sangue scorre nelle loro vene. Essi sono miei fratelli, epperò perdono loro il delitto, implorando da voi grazia per essi.
Il re accondiscese alla generosità di Codadad ed i suoi fratelli finalmente cessarono d’odiarlo e vissero lunghi anni in pace e prosperità.
STORIA DEL DORMIGLIONE RISVEGLIATO
Eravi a Bagdad un ricco mercante, la cui moglie era già vecchia. Avevano un figliuolo per nome Abou-Hassan in età di trent’anni circa. Morì il mercante, e Abou-Hassan si pose in possesso delle molte ricchezze che aveva accumulate in vita suo padre.
Il figliuolo, che aveva mire ed inclinazioni diverse da quelle di suo padre, ne fece subito un uso totalmente opposto.
La gran somma che egli aveva consacrata a prodigalità, si trovò bentosto esaurita.
Terminato che ebbe di tener corte bandita, secondo il solito gli amici sparirono.
Abou-Hassan fu più sensibile alla vile condotta dei suoi amici, che a tutto il denaro con essi speso tanto male a proposito.
Melanconico, pensieroso, col capo chino e con un viso pallido pel rammarico, entrò nell’appartamento di sua madre.
- Che avete voi dunque, o figliuol mio? - gli chiese sua madre, vedendolo in quello stato. Se aveste perduto quanto avete al mondo, non potreste esser più triste.
[380] A tali parole Abou-Hassan esclamò:
- Madre mia conosco finalmente da molto dolorosa esperienza, quanto la povertà sia insoffribile. Voi sapete, madre mia in qual maniera mi sia comportato co’ miei amici per un anno intero. Li ho trattati ai conviti più splendidi che immaginar si possa, fino a consumare tutto il mio contante e presentemente mi accorgo d’essere da tutti abbandonato. Per ciò che riguarda la mia rendita, ringrazio il cielo di avermi ispirato di conservarla sotto la condizione, e sotto il giuramento che ho fatto, di non porvi mano. Voglio sperimentare fino a qual segno valgano i miei amici: se meritano sempre di esser chiamati tali, oppure se devo loro corrispondere con ingratitudine.
- Figliuol mio - ripigliò la madre di Abou-Hassan - non pretendo di dissuadervi dall’eseguire il vostro disegno, ma vi posso dir pur troppo che la vostra speranza è mal fondata.
Abou-Hassan se ne partì la sera stessa, e colse tanto propriamente il suo tempo, che ritrovò tutti i suoi amici nelle proprie case.
Egli rappresentò il gran bisogno in cui era, e li pregò di aprirgli i loro scrigni per efficacemente soccorrerlo.
Nessuno de’ suoi amici di tavola fu commosso dalle vive espressioni dei quali l’afflitto Abou-Hassan si servì, onde persuaderli. Oltre a ciò ebbe pure la mortificazione di vedere che molti liberamente gli dissero che non lo conoscevano, e che non si ricordavano di averlo giammai veduto.
Ritornossene per questo a casa col cuore trafitto dal dolore e dallo sdegno.
- Ah! madre mia - esclamò egli entrando nel suo appartamento - l’avevate ben detto. Invece di amici non ho trovato se non dei perfidi e degl’ingrati, indegni della mia amicizia!
Levò poscia lo scrigno ove stava riposto il contante delle sue rendite dal luogo che lo aveva posto in serbo, e lo pose in luogo di quello da lui già vuotato. Risolse poscia di non levarne per la sua spesa giornaliera se non una somma regolata e sufficiente per onestamente convitare una sola persona con lui a cena.
Fece inoltre il giuramento che questa persona non dovesse esser di Bagdad, ma un forestiero che fosse giunto lo stesso giorno, e che nel seguente lo licenzierebbe.
Era qualche tempo che si regolava in tal maniera [381] quando poco prima del tramontar del sole, stando assiso sul suo solito posto sul ponte, il califfo Haroun-al-Rascid comparve, ma travestito, dimodoché non lo riconobbe.
Siccome il Califfo aveva nel suo travestimento un’aria grave e rispettosa, Abou-Hassan, credendolo un mercante di Mussul, alzatosi da sedere e dopo averlo salutato con aria grave e gentile ed avergli baciate le mani, gli disse:
- Signore, mi consolo del vostro felice arrivo, e vi supplico di farmi l’onore di venire a cenar meco, e passar la notte in casa mia onde riposarvi della fatica del viaggio.
E per maggiormente obbligarlo a non negargli la grazia chiestagli, gli dichiarò in poche parole il costume prefissosi, cioè di accogliere giornalmente in sua casa, perfin che gli sarebbe possibile, e per una notte solamente, il primo forestiero che gli si presentava.
Abou-Hassan non sapendo che l’ospite dalla sorte presentatogli fosse infinitamente a lui superiore, praticò col Califfo come se fosse stato un suo eguale.
Lo condusse alla sua casa, introducendolo in una camera con molta proprietà adornata, ove fecegli occupar il principal posto.
La madre di Abou-Hassan, che aveva molta cognizione nel cucinare, portò in tavola tre piatti, uno nel mezzo guernito di un grosso cappone con quattro buoni pollastri, e negli altri due, che servivano di antipasto, in uno vi stava riposta un’oca grassa, e nell’altro dei colombi in guazzetto.
Nulla eravi di più: ma queste vivande eran molto scelte e di un gusto squisito.
Quando il supposto mercante di Mussul - cioè a dire il Califfo - ebbe finito di mangiare domandò come si chiamasse ed in che si occupasse ed adoperasse il suo tempo.
- Signore - gli rispose - il mio nome è Abou-Hassan. Ho perduto mio padre, mercante non certamente dei più ricchi, ma di quelli che più comodamente vivevano a Bagdad. Alla sua morte lasciommi un’eredità più che sufficiente per vivere senza ambizione, secondo il mio stato.
Formai una brigata di persone di mia conoscenza e quasi della mia età, e col contante che a larga mano spendeva, li convitava giornalmente con splendidezza, di maniera che ai nostri divertimenti nulla mancava. Ma non ne fu molto lunga la durata; poiché alla fine [382] dell’anno nulla più ritrovai di contante nel mio scrigno, e nello stesso tempo tutti i miei amici di tavola sparirono. Li rividi uno dopo l’altro, dichiarai lo stato infelice in cui mi ritrovava, ma niuno mi sovvenne in qualsiasi modo. Rinunciai adunque alla loro amicizia, e riducendomi a non spendere se non la mia rendita, m’impegnai a privarmi di ogni compagnia, fuorché di quella del primo forestiero che giornalmente avrei incontrato al suo arrivo a Bagdad, con la condizione di non convitarlo se non per un giorno solo.
Il Califfo, molto soddisfatto, disse ad Abou-Hassan:
- Non vi posso lodare abbastanza della buona risoluzione da voi abbracciata. Per dirvi ciò che ne penso, credo che voi siete il solo dissoluto, al quale simil faccenda sia accaduta, e che forse ad altri non accadrà mai. Vi confesso insomma che invidio la vostra felicità. Ma, né voi né io, non ci avvediamo che da lungo tempo parliamo senza bere, laonde bevete, e mescetene poscia anche a me.
Il Califfo ed Abou-Hassan continuarono in tal modo per molto tempo a bere, parlando di cose piacevoli.
- La sola cosa che mi dia pena - disse il Califfo - si è di non sapere con qual mezzo dimostrarvi la mia riconoscenza. Può darsi che un uomo come voi non abbia qualche affare, qualche bisogno, o non brami qualche cosa che gli farebbe piacere? Aprite il vostro cuore, e francamente parlatemi.
- Mio buon signore - ripigliò Abou-Hassan - a me non resta che ringraziarvi, non solamente delle vostre offerte tanto obbliganti, ma ancora dall’esservi compiaciuto di compartirmi un onore sì distinto, di aver cioè partecipato al mio meschinissimo pasto.
- Dirovvi nulladimeno - proseguì Abou-Hassan - che una sola cosa mi addolora, senza che peraltro giunga a disturbare il mio riposo. Voi sapete che la città di Bagdad è divisa in quartieri e che in ogni quartiere vi è una moschea con un Iman, per fare la preghiera alle ore destinate, alla direzione del quartiere che vi si aduna.
L’Iman è un gran vecchio di un aspetto severo e perfetto ipocrita, se ve ne siano stati giammai nell’universo. Per consiglio desso si è associato con quattro altri vecchioni miei vicini, gente quasi a lui simile, i quali regolarmente ogni giorno si radunano in una casa. E nel loro conciliabolo non vi è maldicenza, calunnia e malizia, che non pongano in opera contro di me e contro il quartiere per disturbarne la tranquillità, [383] e farvi regnare la discordia, sì che si rendono formidabili agli uni e minacciano gli altri.
La sola cosa che per questi chiederei al cielo, sarebbe di essere Califfo per un giorno solamente.
- Che mai fareste voi, se ciò accadesse? - domandò il Califfo.
- Una cosa farei che servirebbe di grand’esempio - rispose Abou-Hassan - e che sarebbe di molto contento a tutte le persone dabbene. Farei dar cento bastonate sulla pianta dei piedi ad ognuno de’ vecchi e quattrocento all’Iman, per insegnar loro che ad essi non appartiene l’inquietare e disturbare in tal maniera il riposo dei loro vicini.
- La vostra brama mi piace - disse il Califfo - sono persuaso che il Califfo volentieri spoglierebbesi del suo potere e lo depositerebbe per ventiquattr’ore nelle vostre mani, se fosse informato della vostra buona intenzione e del buon uso che ne fareste.
- Terminiamo adunque la nostra conversazione - disse Abou-Hassan - non voglio essere d’ostacolo al vostro riposo. Ma restandovi ancora del vino nella bottiglia, bisogna, se vi piace, che la vuotiamo: dopo di che andremo a coricarci. La sola cosa che vi raccomando si è, che nell’uscire domani mattina, in caso che io non sia risvegliato, non lasciate la porta aperta.
Il Califfo promise di fedelmente eseguire ciò che gli aveva detto.
Mentre Abou-Hassan parlava, il Califfo erasi impadronito della bottiglia e delle due tazze. Quando ebbe bevuto gettò destramente nella tazza di Abou-Hassan una certa polvere che aveva con sé, e vuotolla sopra il rimanente della bottiglia, presentandola poscia ad Abou-Hassan.
Abou-Hassan prese la tazza e la vuotò quasi in un sorso. Ma appena ebbe deposta la tazza sopra la tavola fu oppresso da un profondissimo sonno.
- Carica quest’uomo sopra le spalle - disse il Califfo al suo schiavo.
Il califfo accompagnato dallo schiavo, carico di Abou-Hassan, uscì dalla casa ma senza chiuder la porta e ciò fece a bella posta.
Giunto al suo palazzo, si fece accompagnar dallo schiavo fino al suo appartamento, ove tutti gli ufficiali della sua camera lo aspettavano.
- Spogliate quest’uomo - disse loro - e coricatelo nel mio letto.
Gli ufficiali spogliarono Abou-Hassan, lo rivestirono [384] dell’abito da notte del Califfo e lo coricarono, secondo il comando ricevuto. Niuno era ancora coricato nel palazzo, ed il Califfo fece venir tutti gli altri suoi ufficiali e tutte le dame, e giunti che furono alla presenza:
- Voglio - disse loro - che tutti quelli i quali hanno per costume di trovarsi vicino a me quando mi alzo dal letto, non trascurino d’andare domattina da quest’uomo che nel mio letto vedete coricato, e che ognuno pratichi verso di lui, risvegliato che sarà, le funzioni stesse che ordinariamente si osservano verso di me.
Gli ufficiali e le dame, che compresero subito volersi il Califfo divertire, non risposero se non con un profondissimo inchino: ed immantinente ciascuno dal suo canto si preparò a contribuire con tutto il suo potere per ben rappresentare la parte.
Dopo che il gran Visir si fu ritirato, il Califfo passò a un altro appartamento, e coricandosi nel letto, diede a Mesrour capo degli eunuchi i suoi ordini, affinché tutto riuscisse a contentare le brame di Abou-Hassan, e vedere come costui servirebbesi del potere e dell’autorità di Commendatore dei credenti.
Mesrour non mancò di risvegliare il Califfo all’ora che avevagli domandato.
Entrato il Califfo nella camera in cui Abou-Hassan dormiva, andò a collocarsi in un gabinetto donde poteva molto bene vedere per una gelosia quanto avveniva, senza essere veduto.
Tutti gli ufficiali e tutte le dame che dovevano ritrovarsi all’alzarsi dal letto di Abou-Hassan, entrarono collocandosi ciascuno al suo solito posto, secondo il suo grado, e conservando il più gran silenzio.
Essendo già comparsa l’alba, ed essendo tempo di alzarsi per fare la preghiera, l’ufficiale che stava più vicino al capezzale del letto, accostò alle narici di Abou-Hassan una piccola spugna, imbevuta nell’aceto.
Abou-Hassan starnutò subito; aprì gli occhi; e, mediante la poca luce del giorno che principiava a comparire, videsi nel mezzo di una grande e magnifica camera, superbamente adornata di arabeschi dorati, di gran vasi d’oro massiccio, di cortine e di un tappeto di oro e di seta.
Circondavano il letto molte donzelle tutte leggiadre, alcune delle quali avevano diverse specie d’istrumenti da musica pronte a suonarli, ed eunuchi mori, tutti riccamente vestiti.
[385] Egli mirava tutti come in sogno: sogno tanto vero a suo riguardo, cui quello che vedeva gli pareva che non lo fosse.
- Bene - fra sé stesso diceva - eccomi diventato Califfo: ma - soggiunse poco dopo come disdicendosi - non bisogna che m’inganni; questo è un sogno, effetto della brama di cui parlava poco fa col mio ospite.
Ciò dicendo chiudeva di nuovo gli occhi come per dormire.
- Nello stesso momento un eunuco gli si accostò dicendogli:
- Gran Commendatore dei credenti, Vostra Maestà non si addormenti di nuovo, essendo tempo di alzarsi per far la sua preghiera, poiché l’aurora ha già principiato a comparire.
- Io m’ingannava - disse subito Abou-Hassan -non dormo, ma son desto! Quelli che dormono non odono, ed io odo.
Aprì di bel nuovo gli occhi, e siccome il giorno era avanzato, vide in modo chiaro quanto non aveva osservato se non confusamente.
S’assise poscia sul letto con un volto ridente a guisa di un uomo ripieno di giubilo nel vedersi in uno stato di molto superiore alla sua condizione.
Allora le damigelle ch’erano quivi, si prostrarono colla faccia a terra alla presenza di Abou-Hassan e quelle che tenevano gli strumenti gli dettero il buon giorno con un concerto di flauti, di pive e di altri strumenti.
Mesrour, Capo degli eunuchi, entrò, e dopo essersi prostrato profondamente alla presenza di Abou-Hassan, gli disse:
- Gran Commendatore dei credenti, la Maestà Vostra mi permetterà di rappresentarle, che ella non è solita ad alzarsi ad ora tanto tarda, e che ha lasciato trascorrere il tempo di fare la sua preghiera. Dubitasi ch’ella non abbia passata una cattiva notte, e che sia indisposta. Non le resta più se non il tempo di salire sovra il trono per tenere il suo Consiglio, e farsi vedere secondo il solito. I generali delle sue armi, i governatori delle sue provincie, e i grandi uffiziali della sua Corte non sospirano se non il momento che la porta della sala del Consiglio sia loro aperta.
[386] Al discorso di Mesrour, Abou-Hassan con voce seria gli chiese:
- A chi dunque parlate voi, e chi è quello che chiamate gran Commendatore de’ credenti, voi che io non conosco? Indubitamente mi prendete per un altro.
- Mio riverito signore e padrone - esclamò egli - la Maestà Vostra probabilmente mi parla ora in tal maniera per esperimentarmi.
- Non mi occultate la verità, ve ne scongiuro per la protezione di Maometto. È egli poi vero che io sia il Commendatore de’ credenti?
- Egli è tanto vero - disse una dama - che la Maestà Vostra è il gran Commendatore de’ credenti, che abbiamo ragione, tutte quante siamo qui vostre schiave, di stupirci che voi vogliate far credere di non esserlo.
- Voi siete una bugiarda - ripigliò Abou-Hassan - so molto bene quello che io sono.
Quando il capo degli eunuchi s’accorse che Abou-Hassan voleva alzarsi, porsegli la mano ed aiutollo ad uscir dal letto.
Appena fu in piedi, la camera echeggiò del saluto che tutti gli ufficiali e le dame gli fecero in coro, con un’acclamazione in questi termini:
- Gran Commendatore de’ credenti, il cielo benigno conceda un fortunato giorno alla Maestà Vostra!
- Ah! cielo, che meraviglia! - esclamò allora - Ieri sera ero Abou-Hassan, e questa mattina sono il gran Commendatore de’ credenti! Nulla intendo di una mutazione tanto pronta e sorprendente.
Gli ufficiali destinati a questo ministero lo vestirono con sollecitudine, e terminato che ebbero come gli altri ufficiali, gli eunuchi e le dame eransi disposti in due file fino alla porta per la quale doveva entrare nella camera del Consiglio.
Il Califfo, uscito dal gabinetto ove stava nascosto, quando Abou-Hassan era entrato nella camera del consiglio, passò ad un altro gabinetto che sporgeva pure sovra la stessa camera, donde poteva vedere ed udire quanto avveniva nel Consiglio.
Ciò che da principio maggiormente gli piacque, fu di vedere che Abou-Hassan lo rappresentava sul trono con molta gravità.
Subito che Abou-Hassan si fu assiso al suo luogo, il gran visir Giafar - che in quel punto giungeva - si prostrò innanzi a lui a piè del trono, poscia si rialzò e guardandolo:
[387] - Gran Commendatore de’ credenti - egli disse - il cielo ricolmi la Maestà Vostra de’ suoi favori in questa vita, la riceva nel suo paradiso nell’altra, e precipiti i suoi nemici nelle fiamme dell’inferno!
Gran Commendatore de’ credenti, gli emiri, i visiri e gli altri ufficiali, che hanno luogo nel consiglio di Vostra Maestà, sono alla porta e non sospirano se non il momento che la Maestà Vostra conceda loro la permissione di entrare.
Abou-Hassan ordinò subito che loro venisse aperto, e il gran Visir, rivolgendosi al capo degli uscieri, gli disse:
- Il gran Commendatore de’ credenti comanda che eseguiate il vostro dovere!
La porta fu aperta e nello stesso tempo i visiri, gli emiri ed i principali ufficiali della Corte, tutti in abiti da funzione magnifici, entrarono con bell’ordine, inoltrandosi fino a piè del trono, prestando i loro omaggi ad Abou-Hassan.
Il gran Visir allora, sempre in piedi davanti al trono, principiò a far la relazione di molti affari, secondo l’ordine dei memoriali che teneva nelle mani.
Ad onta che gli affari fossero ordinari e di poca conseguenza, Abou-Hassan nulladimeno non trascurò di farsi ammirare anche dal Califfo, infatti non restò interdetto, né parve imbarazzato sopra veruno.
Prima che il gran Visir avesse terminata la sua esposizione, Abou-Hassan vide che il Luogotenente criminale, da esso conosciuto di vista, era assiso nel suo posto.
- Aspettate un momento - diss’egli al gran Visir interrompendolo - ho un ordine che preme da dare al luogotenente criminale.
Il luogotenente criminale, il quale teneva gli occhi fermi sopra Abou-Hassan e che si accorse ch’egli particolarmente lo guardava, udendosi chiamar per nome, alzossi subito dal suo luogo, e con gravità si avvicinò al trono, a piè del quale si prostrò.
- Luogotenente criminale - dissegli Abou-Hassan, dopo che quegli si fu rialzato - andate in questo punto, e senza perdita di tempo, in un tal quartiere, che gl’indicò. Havvi in quella strada una moschea ove ritroverete l’Iman, e quattro vecchi con barba bianca. Assicuratevi delle loro persone, e fate dare ad ognuno dei quattro vecchi cento bastonate con nervi di bue, e quattrocento all’Iman. Dopo ciò farete salir tutti su cinque cammelli, ciascuno sopra il suo vestito di cenci, [388] e con la faccia voltata verso la coda del cammello. In questo equipaggio li farete condurre in tutti i quartieri della città preceduti da un banditore, il quale ad alta voce griderà: «In tal forma si castigano quelli i quali si intrigano negli affari altrui, che senza badar punto ad essi, pongono tutta la loro occupazione a seminare la discordia nelle famiglie dei loro vicini, ed a cagionar a questi il maggior male di cui possono esser capaci.»
La mia intenzione inoltre si è d’ingiunger loro di mutar quartiere con proibizione di giammai riporre il piede in quello dal quale saranno stati discacciati.
il Luogotenente criminale si pose la mano sopra il capo per dimostrare che andava ad eseguire l’ordine avuto, sotto pena di soccombere egli stesso ad un simile castigo se vi mancava.
Il gran Visir intanto continuò a fare la sua esposizione, e stava per terminarla, quando il Luogotenente criminale, essendo ritornato, presentossi a render conto della sua missione. Accostandosi al trono, disse al finto Califfo:
- Gran Commendatore de’ credenti, io ho trovato l’Iman ed i quattro vecchi della moschea che la Maestà Vostra mi ha accennati, ed in prova di aver io fedelmente adempiuto l’ordine che ricevuto aveva da Vostra Maestà, questo è il processo verbale sottoscritto da molti testimoni dei principali del quartiere. Nello stesso tempo cavò un foglio dal suo seno, e presentollo al supposto Califfo.
Abou-Hassan prese il processo verbale, lo lesse, e lo riconobbe vero anche dai testimoni, persone a lui molto ben note, e terminato che ebbe disse al luogotenente criminale sorridendo:
- Tutto è ottimamente eseguito, son contentissimo! Ripigliate il vostro posto.
Abou-Hassan voltosi poscia al gran Visir, gli disse:
- Fatevi consegnare dal gran Tesoriere una borsa con mille piastre d’oro, poscia andate al quartiere ove ho spedito il Luogotenente criminale, e portatela alla madre di un certo Abou-Hassan soprannominato il crapulone, cognito in tutto il quartiere sotto questo nome; non vi è persona che la sua casa non v’insegni. Partite, e tornate presto!
Mesrour, che era entrato nell’interno del palazzo dopo aver accompagnato Abou-Hassan fino al trono - ritornò e dimostrò con un cenno ai visiri, agli emiri [389] ed a tutti gli ufficiali che il Consiglio era terminato e che ognuno si poteva ritirare.
Non rimasero vicino ad Abou-Hassan, se non gli ufficiali della guardia dei Califfo, ed il gran Visir.
Abou-Hassan, senza rimaner più oltre sul trono del Califfo, vi discese nella maniera in cui eravi salito, cioè con l’aiuto di Mesrour e di un altro ufficiale degli eunuchi, e lo accompagnarono fino all’appartamento del gran Visir: ma appena fatti pochi passi diede a conoscere che aveva qualche premuroso bisogno da soddisfare. Subito gli fu aperto un gabinetto molto pulito che era selciato di marmo, mentre l’appartamento in cui si trovava era ricoperto di ricchi tappeti. Furongli presentate delle scarpe di seta ricamate in oro che avevasi costume di mettere prima di entrarvi. Egli le prese, e non sapendo l’uso cui servivano, se le pose in una delle maniche, le quali erano molto larghe.
Mentre Abou-Hassan stava nel gabinetto, il gran Visir andò a ritrovare il Califfo, il quale erasi già collocato in un altro luogo per continuare ad osservare Abou-Hassan senza esser veduto, e narrogli quanto era accaduto: ed il Califfo provò un nuovo piacere.
Abou-Hassan uscì dal gabinetto, e Mesrour camminandogli innanzi per accennargli la strada, lo condusse nell’appartamento inferiore, ove stava apparecchiata la tavola.
Finalmente s’inoltrò fino nel mezzo, e si assise a tavola.
Subito le sette belle dame che stavano all’intorno agitarono in aria tutte insieme i loro ventagli per suscitare il fresco al nuovo califfo.
Egli le guardava una dopo l’altra, ed ammirata la grazia colla quale adempivano al loro ufficio, dissegli con un grato sorriso, che credeva una sola fra loro bastasse per somministrargli tutta l’aria di cui avrebbe bisogno, e volle che le altre sei si sedessero a tavola con lui, tre alla destra e le altre tre alla sinistra, per fargli compagnia.
Le sei dame obbedirono e si posero a tavola.
Ma Abou-Hassan in breve si accorse che esse non mangiavano per rispetto alla sua persona: il che diedegli occasione di servirle egli stesso, invitandole a mangiare.
Chiese loro poscia come si chiamassero, ed ognuna appagò la sua curiosità. I loro nomi erano:
- Collo di Alabastro, Bocca di Corallo, Aspetto di [390] Luna, Splendor di Sole, Piacer degli Occhi e Delizia del Cuore.
Fece pure la stessa domanda alla settima che teneva il ventaglio, ed essa gli rispose che chiamasi Canna di Zucchero.
Le risposte piacevoli che fece ad ognuna sopra i loro nomi fecero scorgere che aveva moltissimo spirito: né può credersi quanto ciò servisse ad accrescere la stima che il Califfo ne aveva già concepita. D’un tratto le dame videro che Abou-Hassan più non mangiava.
- Poiché il gran Commendatore de’ credenti - disse una voltandosi agli eunuchi ch’erano presenti per servire - non mangia, può passare al salone della frutta! Si porti dunque da lavare!
Ciò terminato s’alzò, e nello stesso istante un eunuco tirò la cortina ed aprì la porta di un altro salone nel quale doveva passare.
Mesrour, il quale ancora non aveva abbandonato Abou-Hassan, s’incamminò a lui davanti e l’introdusse in un salone di grandezza uguale a quello dal quale usciva, ma adorno di diverse pitture.
S’inoltrò fino alla tavola, ed assiso che si fu, contemplate a suo bell’agio le sette dame l’una dopo l’altra, con un imbarazzo che dimostrava non saper egli a quale dar la preferenza, ordinò loro di lasciare ognuna il proprio ventaglio, e sedersi a tavola per mangiare con lui, dicendo che il calore non cagionavagli molto incomodo per aver bisogno del loro ufficio.
Quando Abou-Hassan ebbe mangiato di tutti i frutti che erano nei bacini, alzossi: e subito Mesrour il quale non l’abbandonava mai, s’incamminò innanzi a lui e l’introdusse in un terzo salone adornato ed arricchito con magnificenza maggiore dei due primi.
Abou-Hassan vi trovò sette cori di musica, e sette altre dame all’intorno di una tavola, coperta di sette bacini d’oro ripieni di confezioni liquide di diversi colori, e differentemente lavorate.
Era sul terminar del giorno, quando Abou-Hassan fu condotto nel quarto salone il quale era adornato come gli altri di suppellettili magnifiche e preziose.
Ma ciò che Abou-Hassan vi osservò, e che veduto non aveva negli altri saloni, era una credenza carica di sette grandi fiaschi d’argento, ripieni di un vino squisitissimo, e sette bicchieri di cristallo di ròcca di un bellissimo lavoro.
Abou-Hassan entrò dunque in questo quarto salone inoltrandosi fino alla tavola. Quando vi fu assiso, si [391] fermò come in estasi a contemplare le sette dame, che all’intorno gli stavano e ritrovolle più belle di quelle che aveva vedute negli altri saloni.
Bramò di conoscere i nomi di ciascuna dama in particolare.
Allora, prendendo per la mano la dama che eragli più vicina alla sua destra assider la fece, e dopo averle presentata una sfogliata, le chiese come si chiamasse:
- Gran Commendatore de’ credenti - rispose la dama - il mio nome è Mazzo di Perle.
- Mazzo di Perle - soggiunse egli - giacché questo è il vostro nome, fatemi la grazia di pigliare un bicchiere, e di porgermi da bere con la vostra bella mano!
La dama andò subito alla credenza, e ritornò con un bicchiere ripieno di vino.
Quando Abou-Hassan ebbe terminato di bere altrettante volte per quante dame vi erano, Mazzo di Perle, la prima alla quale erasi rivolto - andata alla credenza, prese un bicchiere, che essa riempì dopo avervi gettata della polvere, della quale il Califfo si era servito il giorno precedente.
- Gran Commendatore de’ credenti - gli disse - supplico la Maestà Vostra, per l’interesse che prendo alla conversione della sua salute, di pigliare questo bicchiere di vino.
Abou-Hassan, il quale voleva farle la lode che meritava, vuotò prima tutto in un sorso il bicchiere: poscia girando il capo verso la dama come per parlare, ne fu impedito dalla polvere che tanto celeremente produsse il suo effetto, che non fece se non aprir la bocca balbettando.
Subito i suoi occhi si chiusero, e lasciando cadere il suo capo sin sopra la tavola, come un uomo dal sonno oppresso, profondamente si addormentò come avea fatto nel giorno precedente alla stessa ora, quando il Califfo gli fece pigliare la stessa polvere.
Il Califfo comandò primieramente che Abou-Hassan fosse spogliato dell’abito di Califfo, e che fossegli riposto quello che portava il giorno antecedente, quando lo schiavo che lo accompagnava l’aveva trasportato nel suo palazzo. Fece poscia chiamare lo stesso schiavo e presentato che fu, gli disse:
- Ripiglia quest’uomo e riportalo alla sua casa sovra il suo strato senza fare strepito, e nel ritirarti lascia la porta aperta.
Lo schiavo pigliò Abou-Hassan, portollo per la [392] porta segreta del palazzo, lo ripose in sua casa, come il Califfo ordinato avevagli, e ritornò sollecitamente a rendergli conto di quanto aveva operato.
Abou-Hassan, riposto sopra il suo strato dallo schiavo, dormì fino al giorno seguente molto tardi, né risvegliossi se non quando la polvere, che erasi gettata nell’ultimo bicchiere bevuto, non ebbe cessato il suo effetto. Aprendo allora gli occhi, restò molto sorpreso di vedersi in sua casa.
- Mazzo di Perle, Stella del Mattino, Alba del Giorno, Bocca di Corallo, Aspetto di Luna - esclamò egli, chiamando le dame del palazzo che avevangli tenuto compagnia, ognuna pel loro nome, tante quante ricordarsene poté. - Ove siete voi? Venite, accostatevi.
Abou-Hassan gridando con quanta forza aveva, sua madre, avendolo inteso dal suo appartamento, accorse allo strepito, ed entrando nella sua camera:
- Che avete mai, figliuol mio - gli domandò essa - che vi è accaduto?
A queste parole Abou-Hassan alzò il capo sdegnosamente, guardando sua madre con disprezzo.
- Buona donna - le disse egli - chi è adunque quello che tu chiami tuo figliuolo?
- Voi stesso siete quello - rispose la madre con molta piacevolezza - non siete voi Abou-Hassan mio figliuolo?
- Io sono tuo figliuolo, vecchia esecrabile? - ripigliò Abou-Hassan - non sai quello che dici, e sei una bugiarda. Io non sono Abou-Hassan come dici, ma sono il gran Commendatore de’ credenti!
- Tacete, figliuol mio - ripigliò la madre - voi non siete savio. Sareste creduto pazzo, se foste udito.
- Di grazia, o figliuol mio, raccomandatevi al cielo ed astenetevi dal tener questo linguaggio per timore che qualche sventura non vi accada; parliamo piuttosto di tutt’altro, e lasciate ch’io narri quanto ieri successe nel nostro quartiere all’Iman della nostra moschea, ed ai quattro sceicchi nostri vicini. il Luogotenente criminale li fece pigliare, e dopo aver fatto dare alla sua presenza a ciascuno non so quante bastonate con un nervo di bue, fece pubblicare per un banditore, che tale era il castigo di quelli che s’intrigavano negli affari che non li concernevano, e che facevansi un diletto di seminare la discordia e la confusione nelle famiglie dei loro vicini. Poscia li fece passeggiare per tutti i quartieri della città con le stesse grida, e proibì loro di riporre più mai il piede nel nostro quartiere,
[393] Appena Abou-Hassan ebbe udito un tale racconto esclamò:
- Io non sono più tuo figliuolo, né Abou-Hassan! Certamente io sono il gran Commendatore de’ credenti, non potendone più dubitare dopo quanto tu stessa m’hai detto. Sappi che quando ho esercitata la funzione di gran Commendatore de’ credenti, di mio positivo ordine l’Iman ed i quattro sceicchi sono stati castigati nella maniera che mi hai riferito. Io adunque sono veramente il gran Commendatore de’ credenti, ti replico, e tralascia di dirmi che questo è un sogno.
Io non dormo, ed ero risvegliato egualmente, come lo sono in questo momento.
Nel terminar queste parole, nell’eccesso della sua frenesia, divenne snaturato al segno di maltrattarla senza pietà col bastone che teneva in mano.
Il furore di Abou-Hassan principiava qualche poco a rallentarsi, quando entrarono nella sua camera i vicini.
Il primo che presentossi s’intromise fra sua madre e lui, e dopo avergli levato a viva forza dalle mani il bastone, gli disse:
- Orsù, che fate voi, Abou-Hassan? Avete perduto il timore del cielo e la ragione? Un buon figliuolo come voi, non ha mai ardito di alzare il braccio contro sua madre, e non avete voi punto rossore nel maltrattare in tal maniera la vostra, che tanto cordialmente vi ama?
- Voi siete tanti imbecilli - replicò Abou-Hassan - io non la conosco, né voglio conoscervi. Io non sono Abou-Hassan, sono il gran Commendatore dei credenti, e se non lo sapete ve lo farò imparare a vostre spese.
A questo discorso di Abou-Hassan, i vicini più non dubitarono dell’alienazione del suo spirito, e per impedire che non desse più in eccessi simili a quelli contro sua madre commessi, si assicurarono della sua persona, lo legarono in maniera che levarongli l’uso delle mani e dei piedi, e ad onta di tale stato, e senza nessuna apparenza di poter nuocere, pur nondimeno giudicarono a proposito di non lasciarlo solo con sua madre.
Due della compagnia si partirono, e senza dilazione andarono all’Ospedale dei pazzi ad avvisare il custode di quanto era avvenuto. Egli venne subito coi vicini, ma accompagnato da un buon numero delle sue genti, muniti di catene, di manette e di un nervo di bue.
[394] Al loro arrivo, Abou-Hassan, che non aspettavasi per nulla di un sì orribile apparecchio, fece grandi sforzi per togliersi d’impaccio: ma il custode, che erasi fatto porgere il nervo di bue, in breve lo ridusse alla ragione con due o tre colpi bene assestati sopra le spalle. Questo trattamento fu tanto sensibile ad Abou-Hassan, che divenne mansueto, ed il custode con le sue genti fecero, senza verun contrasto, di lui ciò che vollero.
Lo legarono ben bene e lo condussero all’Ospedale dei pazzi.
La madre di Abou-Hassan frattanto andava ogni giorno a vedere il suo figliuolo, né poteva contener le sue lacrime vedendo di giorno in giorno diminuire il suo colore e le sue forze, e udendolo lamentarsi e sospirare pei molti tormenti che soffriva.
Sua madre gli voleva parlare per consolarlo, e di procurare di conoscere se si manteneva sempre nella stessa supposizione sopra la sua pretesa autorità di califfo o Commendatore de’ credenti.
- Madre mia - rispose Abou-Hassan con parole calme, molto tranquillo e di una maniera che ben esprimeva il dolore che egli risentiva degli eccessi ai quali erasi trasportato contro di lei - riconosco il mio errore: ma vi prego di perdonarmi l’esecrabile delitto che detesto, e del quale verso di voi sono reo. Sono pur convinto di non essere io questo fantasma di Califfo. o di gran Commendatore de’ credenti, ma Abou-Hassan vostro figliuolo, di voi, dico, che ho sempre onorata fino a quel giorno fatale, la cui memoria mi opprime di confusione.
La madre di Abou-Hassan, perfettamente consolata ed intenerita nel vedere che Abou-Hassan era interamente guarito dalla sua pazza supposizione di essere Califfo, andò immantinente a trovare il custode che lo aveva condotto, e sotto il cui governo fino allora era stato. Assicuratolo d’esser egli perfettamente ristabilito nel buon senno, venne, l’esaminò, e lo pose in libertà alla sua presenza.
Abou-Hassan ritornò in casa sua, e vi si trattenne per molti giorni affine di ristabilirsi in salute.
Ma appena ebbe intieramente ricuperate le sue forze e che più non risentivasi degli incomodi sofferti pei pessimi trattamenti statigli fatti nella sua carcere, cominciò ad annoiarsi di passare le sere senza compagnia, per il che non tardò molto di ripigliare la stessa maniera di vivere come prima, cioè a dire, si pose di [395] nuovo a fare una provvigione sufficiente a convitare un nuovo ospite in ciascuna sera.
Il giorno in cui rinnovò il costume di andarsene verso il tramontar del sole in capo al ponte di Bagdad per fermarvi il primo forestiero che se gli fosse presentato, e pregarlo d’impartirgli l’onore di andare a cena con lui, era il primo del mese, lo stesso giorno, cioè, come lo abbiamo già detto, in cui il Califfo si divertiva di andar travestito fuori di qualcuna delle porte per le quali entravasi in quella città.
Non era molto tempo che Abou-Hassan era giunto e che erasi assiso sovra un banco, allorché girando gli occhi dall’altro capo del ponte scorse il Califfo che venivagli incontro, travestito da mercante di Mussul come la prima volta, accompagnato dallo stesso schiavo.
Persuaso che tutto il male da lui sofferto provenisse perché il Califfo, che egli non conosceva se non per un mercante di Mussul, aveva lasciata la porta aperta nell’uscire dalla sua camera, fremette riguardandolo.
- Il cielo si compiaccia preservarmi - disse fra sé - ecco, s’io non m’inganno, il mago che mi ha incantato!
Questo monarca vide Abou-Hassan quasi nello stesso tempo in cui egli da lui fu veduto: ed al suo gesto comprese subito quanto fosse disgustato di lui, e che il suo disegno era di sfuggirlo.
Ciò l’indusse ad andar rasente al parapetto ove stava Abou-Hassan. Giuntogli appresso chinò il capo e lo guardò in faccia dicendogli:
- Siete voi, adunque, mio fratello Abou-Hassan? Io vi saluto, permettetemi, vi prego, che vi abbracci.
- Ed io - rispose sdegnosamente Abou-Hassan senza guardare il finto mercante di Mussul - non vi saluto.
Il Califfo non fece molto caso dell’alterazione di Abou-Hassan, sapendo assai bene che una delle leggi prescrittasi da questo, consisteva nel non aver più commercio col forestiero una volta convitato, imperocché Abou-Hassan gliel’aveva manifestata.
Tuttavia egli voleva destramente far conoscere di ignorarla.
- Mio caro amico Abou-Hassan - ripigliò il Califfo abbracciandolo ancora una volta - voi mi trattate con un’asprezza che non mi aspettava. Vi supplico di non farmi un discorso cotanto offensivo, e di essere al contrario molto ben persuaso, della mia amicizia. [395] Fatemi dunque la grazia di narrarmi ciò che vi è accaduto.
Abou-Hassan si arrese alle istanze del Califfo, e dopo averlo fatto sedere vicino a lui gli disse:
- Ciò che ora vi narrerò vi farà conoscere che non a torto mi dolgo molto di voi.
Il Califfo si assise vicino ad Abou-Hassan, il quale narrogli tutti gli accidenti che erangli accaduti, dacché si era destato nel palazzo, fino al suo secondo risveglio nella sua camera, e tutti glieli raccontò come un vero sogno accadutogli e con un’infinità di particolari che il Califfo al pari di lui sapeva, e che rinnovarono il diletto che aveva principiato a prendere. Egli esagerò poscia l’impressione lasciatagli nello spirito da questo sogno di essere il gran Commendatore dei credenti.
- Siete voi pure - soggiunse egli - cagione inoltre dello scandalo dato a’ miei vicini, allorché, accorsi alle grida della povera mia madre, mi sorpresero infuriato a volerla uccidere: e tutto questo non sarebbe accaduto, se aveste avuto l’attenzione di chiudere la porta della mia camera, uscendone come io stesso vi aveva pregato. Volete voi prove più reali di quanto ve n’ho espresso? Tenete, ed osservate voi stesso, dopo ciò mi direte se scherzo.
Nel dir tali parole si abbassò, e scoprendosi le spalle ed il seno, fece vedere al Califfo le cicatrici e le lividure cagionategli dai colpi ricevuti dal nervo di bue. Il Califfo non poté guardarlo senza provarne alquanto orrore e di tutto cuore abbracciandolo gli disse con grande serietà:
- Alzatevi, ve ne supplico, fratello mio caro. Venite, e andiamo alla vostra casa; voglio avere ancora l’onore di stare allegramente questa sera in vostra compagnia: domani, se al cielo piace, vedrete che il tutto andrà meglio di quanto possiate immaginare.
Abou-Hassan, nonostante la sua risoluzione, e contro il giuramento fatto di non ricevere in casa sua lo stesso forestiero una seconda volta, non poté resistere.
- Di buona voglia io vi acconsento - disse al supposto mercante - ma però ad una condizione che v’impegnerete con giuramento di osservare. Consiste di farmi la grazia di chiudere la porta della mia camera nell’uscire di casa mia affinché lo spirito maligno non venga a confondermi la mente.
Il finto mercante tutto promise: e poscia, alzatisi ambedue s’incamminarono verso la città.
Abou-Hassan, ed il Califfo accompagnato dal suo [397] schiavo, conversando in tal maniera, giunsero alla casa di Abou-Hassan.
Egli chiamò subito sua madre e si fece portare il lume. Pregato il Califfo di pigliar luogo sopra lo strato, posesi a lui vicino, e in poco tempo la cena fu apprestata. Mangiarono essi senza cerimonie, e terminato che ebbero, la madre di Abou-Hassan, dopo avere sparecchiato, pose le frutta sopra la tavola ed il vino con le tazze vicino al suo figliuolo.
Abou-Hassan principiò a mescersi del vino il primo, e ne versò poscia al Califfo. Essi bevvero ognuno cinque o sei volte, parlando sempre di cose indifferenti. Quando il Califfo vide che Abou-Hassan principiava a riscaldarsi, introdusse il discorso sopra i suoi amori, e gli chiese se mai avesse amato.
- Fratel mio caro - rispose famigliarmente Abou-Hassan - non vi assicuro però di essere indifferente per il matrimonio, né incapace di affetto se potessi incontrar una donna di bellezza e dell’amore di quelle che vidi in sogno quella notte fatale che vi accolsi la prima volta, e che, per mia disgrazia, lasciaste la porta della mia camera aperta; se di buona voglia volesse passar meco la sera a bevere in mia compagnia, se sapesse cantare e suonare diversi istrumenti, e piacevolmente trattenermi; se insomma non studiasse se non di compiacermi e divertirmi, credo al contrario che cangerei la mia indifferenza in un grandissimo amore per una tal persona, e crederei di vivere felicissimo con lei.
Dopo aver parlato molto tempo sopra tal soggetto, il Califfo, avendo veduto Abou-Hassan al segno che bramava:
- Lasciate fare a me - gli disse - dacché voi avete tutto quanto il buon gusto delle persone civili, voglio io trovarvi quel che vi conviene senza che nulla ve ne costi.
Ciò detto, prese la bottiglia e la tazza di Abou-Hassan, nella quale gettò della polvere simile a quella di cui erasi già servito l’altra volta, gliela riempì di vino, e presentandogliela gli disse:
- Pigliate, bevete primieramente alla salute di quella bella, la quale deve formare la felicità della vostra vita: voi ne resterete contento.
Abou-Hassan non appena ebbe bevuto tutto il vino, che un profondo sopore oppresse i suoi sensi come nelle altre due volte, e il Califfo rimase di nuovo padrone di disporre di lui a suo piacimento. Ordinò subito [398] allo schiavo, che aveva condotto seco, di pigliare Abou-Hassan e di portarlo al palazzo.
Lo schiavo se ne andò col suo carico, e giunto il Califfo al palazzo, fece coricare Abou-Hassan sopra uno strato nel quarto salone, donde era stato levato e ricondotto addormentato alla sua casa, un mese prima.
Avanti di lasciarvelo disteso, comandò che gli fosse posto lo stesso abito, del quale era stato vestito di suo ordine per fargli rappresentare il personaggio di Califfo. Ordinò poscia ad ognuno, prima di andarsene a dormire, al capo ed agli altri ufficiali degli eunuchi, ed alle stesse dame che eransi ritrovate in questo salone, quando ebbe bevuto l’ultimo bicchiere di vino che avevagli cagionato il sopore, di ritrovarsi senza fallo la mattina seguente sul far del giorno al suo risvegliarsi, ed ingiunse ad ognuno di perfettamente rappresentare la propria parte.
Il Califfo andò a coricarsi per dormire, dopo aver fatto avvertire Mesrour di venire a risvegliarlo prima che si entrasse nel salone, affinché avesse tempo di collocarsi nello stesso gabinetto ove erasi già nascosto.
Mesrour non mancò di risvegliare il califfo all’ora stabilita. Si fece vestire con prontezza, ed uscì per andare nel salone ove Abou-Hassan dormiva ancora.
Vi ritrovò gli ufficiali degli eunuchi, quelli della camera, le dame e le cantanti alla porta che aspettavano il suo arrivo. In poche parole manifestò loro la sua intenzione. Entrò poscia ed andò a collocarsi nel gabinetto chiuso da gelosie.
Mesrour, tutti gli altri ufficiali, le dame e le cantanti entrarono dopo di lui, e si disposero all’intorno del letto sovra il quale Abou-Hassan era stato coricato.
Essendo stato in tal ordine disposto, e avendo la polvere del Califfo prodotto il suo effetto, Abou-Hassan si risvegliò senza aprir gli occhi. Allora sette cori di cantanti unirono le loro voci melodiose al suono dei cembali e de’ flauti e di altri strumenti, con che formarono un gratissimo concerto.
La sorpresa di Abou-Hassan fu estrema quando udì una musica cotanto deliziosa. Aperti gli occhi, la sua meraviglia raddoppiossi quando vide le dame e gli ufficiali che lo circondavano e che riconoscer credette.
- Ohimè! - esclamò Abou-Hassan mordendosi le dita e con voce sì alta che il Califfo l’udì con giubilo - eccomi ricaduto nello stesso sogno e nella stessa illusione di un mese fa! Non ho se non ad aspettarmi ancora [399]  le bastonate col nervo di bue all’Ospedale dei pazzi, legato nella gabbia di ferro.
- So - continuò egli - ciò che debbo fare; mi addormenterò affinché Satana mi lasci in pace e ritorni donde è partito, quand’anche dovessi aspettare fino a mezzodì.
Non gli fu concesso il tempo di riaddormentarsi, come erasi proposto, imperocché Forza dei Cuori, una delle dame da lui vedute la prima volta, accostossegli e sedutasi sull’orlo del letto gli disse con tutto rispetto:
- Gran Commendatore de’ credenti, supplico la Maestà Vostra di perdonarmi se mi prendo la libertà di avvertirvi di non riaddormentarvi: ma fate ogni sforzo per risvegliarvi ed alzarvi giacché il giorno principia a comparire.
- Ah! - esclamò egli alzando le mani e gli occhi a guisa di uomo il quale non sa ove sia - mi rimetto nelle mani di Maometto! dopo quanto vedo dubitar non posso, che lo spirito malefico, introdottosi nella mia camera, non mi posseda e non mi confonda con tutte queste visioni.
Il Califfo, che lo vedeva e che tutte le sue esclamazioni udiva, si pose a ridere con tanto buon cuore che durò la più grande fatica a non iscoprirsi.
Abou-Hassan era tornato a coricarsi, ed aveva serrati gli occhi.
- Gran Commendatore dei credenti - disse subito Forza dei Cuori - giacché la Maestà Vostra non si alza dopo averla avvisata che è giorno, come il nostro debito richiede, noi faremo uso delle facoltà che in simile caso ci è concessa.
Ciò detto lo prese per un braccio e chiamò le altre dame, che l’aiutarono a farlo uscire dal letto e lo portarono, per così dire, fino nel mezzo al salone ove lo posero a sedere.
- Oh cielo - diceva fra se stesso - sono io Abou-Hassan? Sono il gran Commendatore de’ credenti? Cielo, illuminate la mia mente, fatemi conoscere la verità, affinché io sappia a che devo appigliarmi.
Scoprì egli poscia le sue spalle ancora tutte livide per le bastonate ricevute, e mostrandole alle dame:
- Vedete - disse loro - e giudicate se simili lividure venir possono in sogno o dormendo! In quanto a me vi posso assicurare che realissime sono state, ed il dolore che tuttavia ne risento mi è un tale mallevadore da non permettermi dubitarne.
Pur nondimeno se ciò mi è accaduto dormendo, è [400] questa la più stravagante e la più meravigliosa avventura del mondo e vi assicuro che non posso intenderla.
Gli strumenti della musica suonarono nello stesso tempo, e le dame e gli ufficiali si posero a ballare, a cantare ed a saltare intorno ad Abou-Hassan con tanto strepito che egli entrò in una specie d’entusiasmo, il quale gli fece far mille pazzie.
Si pose a cantare come gli altri; lacerò l’abito da Califfo, del quale era stato vestito, gettò a terra la berretta che teneva sul capo, e rimasto in camicia e in mutande alzossi, ed avventossi fra due dame, che pigliò per le mani, ponendosi a cantare, a danzare ed a saltare con gesti e moti e contorsioni buffonesche e ridicole tali che il Califfo non poté più contenersi nel luogo ove se ne stava.
Finalmente egli si rialzò, ed aprì la gelosia.
Allora esclamò avanzando il capo e sempre ridendo:
- Abou-Hassan. Abou-Hassan, vuoi tu dunque farmi morire a forza di ridere?
Alla voce del Califfo ognuno si tacque, e lo strepito terminò...
Abou-Hassan si fermò con gli altri, e girò il capo dalla parte dalla quale erasi udita la voce. Riconobbe il Califfo e nello stesso tempo il mercante di Mussul.
Egli non si sconcertò punto per questo; anzi al contrario comprese immantinente ch’egli era risvegliato, che l’accaduto era realissimo, e non già un sogno.
Il Califfo discese dal gabinetto ed entrò nel salone. Si fece portare uno de’ suoi belli abiti, e comandò alle dame di esercitare le funzioni degli ufficiali della camera, e di rivestire Abou-Hassan.
Quando esse l’ebbero vestito:
- Tu sei mio fratello - gli disse il Califfo abbracciandolo - chiedimi quanto può farti piacere, ed io te lo concederò.
- Gran Commendatore de’ credenti - rispose Abou-Hassan - supplico la Vostra Maestà di concedermi la grazia di dirmi ciò che ha operato di sconcertarmi in tal maniera la mente, e quale è stato il suo disegno.
Il Califfo si degnò concedere questa soddisfazione ad Abou-Hassan, dicendogli:
- Saper tu devi primieramente che sovente mi travesto, e particolarmente la notte, per conoscer da me stesso se tutto cammini con ordine nella città di Bagdad. Ritornavo da una gita la sera che tu mi invitasti a cenare in tua casa. Nel nostro dialogo mi facesti [401]  conoscere bramare ardentemente di essere Califfo e gran Commendatore de’ credenti pel solo spazio di ventiquattr’ore per ridurre al dovere l’Iman della moschea del tuo quartiere e di quattro sceicchi suoi consiglieri. La tua brama parvemi propria a somministrarmi cagione di divertimento, ed a questo oggetto pensai subito al mezzo di procurarti la soddisfazione. Io portavo meco certa polvere, la quale fa dormire nello stesso momento in cui vien pigliata, risvegliare non facendo se non in capo a certo tempo: senza che te ne accorgessi, ne gettai una certa dose nell’ultima tazza che ti presentai e che beveste.
Appena fosti oppresso dal sonno, ti feci prendere e trasportar nel mio palazzo dal mio schiavo, dopo aver lasciata aperta nell’uscire la porta della tua camera.
- Gran Commendatore de’ credenti - ripigliò Abou-Hassan - per grandi che sieno i mali sofferti, son dessi cancellati dalla mia memoria dal momento che so essermi provenuti per parte del mio sovrano signore e padrone. Per quello che riguarda la generosità di cui la Maestà Vostra si offerisce di farmi provar gli effetti con tanta bontà, non dubito punto della sua irrevocabile parola. Ma siccome l’interesse non ha mai avuto dominio sopra di me, così, giacché ella mi concede questa libertà, la grazia che ardisco chiederle si è di permettermi libero accesso alla sua persona, per godere la buona sorte di godere in tutto il tempo della mia vita, l’ammirazione della sua grandezza.
Quest’ultima prova del disinteresse di Abou-Hassan terminò di meritargli tutta la stima del Califfo.
- Molto mi è cara questa tua domanda, ed io te la concedo.
Nello stesso tempo gli assegnò una casa nel palazzo, e per quello che riguardava il suo mantenimento, dissegli di non volere che dipendesse da’ suoi tesorieri, ma dalla sua persona: e subito gli fece consegnare dal suo tesoriere segreto una borsa di mille piastre d’oro.
La notizia della storia di Abou-Hassan non tardò molto a rendersi pubblica per la città di Bagdad e passò pure nelle provincie vicine e di là nelle più remote, con tutti gli strani e ridicoli particolari onde era stata accompagnata.
- Gran Commendatore de’ credenti - disse un giorno la principessa al Califfo - voi non osservate forse come me che ogni volta che Abou-Hassan qui vi [402] accompagna non leva mai gli occhi di sopra a Nouzhat-Oulaoudat, né mai tralascia di farla arrossire. Questo fa conoscere essere un segno certo che essa non l’odia; laonde se volete seguire il mio consiglio, faremo un matrimonio dell’una e dell’altro.
Il matrimonio fu fatto e le nozze celebrate nel palazzo con grandi feste che durarono per più giorni.
Abou-Hassan e la sua consorte erano sommamente innamorati l’uno dell’altro. Vivevano in una così perfetta unione, che tranne il tempo in cui facevano la loro corte uno al Califfo, l’altra alla principessa Zobeida, stavano sempre insieme, né mai si dividevano.
Abou-Hassan e Nouzhat-Oulaoudat passarono in tal guisa un lungo spazio di tempo in allegrie ed in divertimenti. Non eransi mai data pena per la spesa dei pranzi, ed il trattore, che a quest’uopo era stato scelto da essi, nulla aveva ricevuto. Era ben giusto che fosse pagato: per il che presentò loro la nota della spesa.
La somma era ragguardevole, ed a questa aggiungendo quella degli abiti nuziali dei più ricchi drappi, molto eccessiva, si accorsero, ma tardi, come di tutto il contante ricevuto dalle beneficenze del Califfo e dalla principessa Zobeida, nell’occasione del loro matrimonio, non restava ad essi se non quanto bastava a soddisfarla.
Ciò impegnolli a far serie considerazioni sul passato, le quali peraltro non rimediavano punto al mal presente.
Abou-Hassan pensò di pagare il trattore, e sua moglie vi aderì; laonde fattolo venire pagarongli quanto gli dovevano; senza nulla dar a conoscere dell’imbarazzo in cui si sarebbero ritrovati dopo un tal pagamento.
Abou-Hassan ruppe finalmente il silenzio, e guardando Nouzhat-Oulaoudat con faccia serena le disse:
- Mi accorgo molto bene che voi siete nello stesso imbarazzo in cui mi trovo, e che studiate a qual partito appigliarci dobbiamo in una congiuntura cotanto infausta, quanto questa quando il denaro all’improvviso ci è venuto meno, e senza averlo perduto. Non so quale esser possa il vostro sentimento; in quanto a me, checché possa accadere, il mio parere non è già di diminuire la nostra ordinaria spesa nella minima cosa, e credo che dal vostro canto non sarete di contrario avviso. Il punto sta a ritrovare il mezzo di provvedervi, senza soggiacere alla viltà di chiederne, né io al [403] Califfo né voi a Zobeida, e credo averlo ritrovato. Ma per questo dobbiamo darci mano l’uno coll’altra.
L’inganno adunque che ho meditato si è che ambedue noi moriamo.
Io rappresenterò il morto: subito voi piglierete un lenzuolo e mi rinvolgerete come se effettivamente lo fossi. Mi porterete nel mezzo della camera nella maniera consueta, col turbante posto sopra il viso e le piante voltate dalla parte della Mecca, tutto pronto per essere trasportato al luogo della sepoltura. Quando tutto sarà in tal forma disposto, voi proromperete in clamori e spargerete le lacrime ordinarie in simili occasioni, lacerandovi i vostri abiti e strappandovi i capelli, o almeno fingendo di strapparli, e tutta in pianto con i capelli sparsi andrete a presentarvi a Zobeida. La principessa vorrà saper la cagione delle vostre lacrime: e tosto che l’avrete informata, con parole rotte da singhiozzi, non mancherà di compatirvi, e di farvi regalo di qualche somma di contante per ispese dei miei funerali, e di una pezza di broccato da servirmi di drappo mortuario, per rendere la mia sepoltura più magnifica, e per farvi un abito. Subito che voi sarete ritornata con questo contante e la pezza di broccato, mi alzerò dal mezzo della camera, e vi ci porrete in mia vece e rappresenterete la morta; dopo avervi io pure involta in un lenzuolo, andrò egualmente dal Califfo ad esporgli lo stesso come avrete fatto a Zobeida verso di voi per la mia morte.
Quando Abou-Hassan ebbe terminato di spiegare il suo pensiero sovra quanto aveva immaginato, la moglie gli rispose:
- Io credo che lo scherzo sarà molto ridicolo e mi sarò poco ingannata se il Califfo e Zobeida non ne andranno lieti. Adunque non perdiamo tempo. Mentre ch’io prenderò un lenzuolo, voi preparatevi a mettervi in camicia ed in mutande!
Abou-Hassan non tardò ad eseguire quando Nouzhat-Oulaoudat avevagli detto.
Stesosi colla schiena verso il tappeto nel mezzo della camera, incrociò le sue braccia, e lasciò involgersi di maniera che pareva dovesse in breve esser posto nella bara e portato via.
Sua moglie gli voltò i piedi dalla parte della Mecca gli coprì la faccia con della mussolina, e posevi sopra il turbante acciocché avesse libero il respiro. Essa poi sconciossi il capo, e con le lagrime agli occhi, i capelli sparsi ed ondeggianti mostrando di volere strapparli, [404] con grandi strida si batteva le guancie ed il petto con tutte le dimostrazioni di un vivo dolore.
In questo apparato uscì dalla camera ed attraversò una gran corte per andare all’appartamento della principessa Zobeida. Nouzhat-Oulaoudat prorompeva in clamori cotanto dolorosi che Zobeida li udì fino dal suo appartamento.
Laonde comandò alle sue schiave di vedere donde venivano tali pianti.
Accorsero subito alle gelosie, e ritornarono ad avvisare Zobeida che Nouzhat-Oulaoudat si accostava al suo appartamento tutta piangente.
La principessa impaziente di saper quello che le fosse accaduto, si alzò e le andò incontro fino alla porta della sua anticamera. Nouzhat-Oulaoudat rappresentò perfettamente la parte che doveva fare.
Veduta ch’ebbe Zobeida, raddoppiò i suoi clamori, si lacerò i capelli, si percosse le guancie ed il petto con maggior forza, e si prostrò alle sue piante bagnandole delle sue lacrime che le cadevano.
Zobeida, maravigliata di vedere la sua schiava in un’afflizione tanto straordinaria, le chiese ciò che avesse, e quale disgrazia le fosse accaduta.
- Ohimè! mia riveritissima signora e padrona - ella esclamò - Abou-Hassan che onorato avete della vostra grazia, e che dato mi avete per marito d’accordo col gran Commendatore de’ credenti, è morto.
Zobeida, le schiave, e Nouzhat-Oulaoudat se ne stettero per lungo tempo col fazzoletto agli occhi a piangere ed a prorompere in sospiri per questa morte supposta.
La principessa finalmente comandò alla sua tesoriera d’andare a prendere dal suo tesoro una borsa di cento piastre d’oro ed una pezza di broccato. La tesoriera tornò subito con la borsa e la pezza di broccato, che essa consegnò per ordine di Zobeida nelle mani di Nouzhat-Oulaoudat.
Nel ricevere questo regalo distinto ella prostrossi ai piedi della principessa, e le rese umilissimi ringraziamenti con grande soddisfazione nell’animo di essere ottimamente riuscita nel suo intento.
- Vanne - le disse Zobeida - fa’ stendere la pezza di broccato sotto il catafalco di tuo marito, e adopera il contante a fargli esequie onorevoli, e di lui degne.
Nouzhat-Oulaoudat non appena fu fuori dalla presenza di Zobeida si asciugò le lacrime con gran giubilo [405] e con sollecitudine ritornò a render conto ad Abou-Hassan del buon successo ottenuto.
Abou-Hassan, a sua volta, involse la moglie in un lenzuolo, voltolle i piedi verso la Mecca, ed uscì dalla sua camera tutto in disordine, col turbante malamente accomodato, a guisa di un uomo che ritrovasi in una grande afflizione.
In questo stato andò dal Califfo, che stava allora in consiglio privato col gran visir Giafar ed altri visir, nei quali maggior confidenza aveva. Presentossi alla porta, l’usciere, sapendo che aveva libero ingresso gli aprì.
Entrossene tenendo con una mano il fazzoletto per nascondere le finte lagrime, battendosi a gran colpi i coll’altra il petto con esclamazioni che esprimevano l’eccesso di un grandissimo dolore.
Il Califfo, il quale era solito a vedere Abou-Hassan con faccia sempre allegra, restò molto sorpreso di vederlo comparire alla sua presenza in uno stato sì mesto, e tralasciando dal più prestare attenzione all’affare del quale trattavasi nel suo consiglio, gli chiese la cagione del suo dolore.
- Gran Commendatore de’ credenti - rispose Abou-Hassan con singhiozzi e reiterati sospiri - accader non mi poteva disgrazia maggiore di quella che cagiona la mia afflizione! Il cielo lasci vivere la Maestà Vostra sovra il trono che con tanta gloria occupa. Nouzhat-Oulaoudat, che per sua bontà concessa mi aveva in matrimonio per passare il rimanente de’ miei giorni in sua compagnia... Ohimè!...
A questa esclamazione. Abou-Hassan mostrò di avere il cuore talmente oppresso, che non proseguì più oltre, struggendosi in lacrime.
Il Califfo, il quale comprese che Abou-Hassan veniva ad annunciargli la morte di sua moglie, ne parve estremamente commosso.
Il Tesoriere del palazzo era presente, ed il Califfo gli comandò che andasse al tesoro, e consegnasse ad Abou-Hassan una borsa di cento monete d’oro, insieme ad una bella pezza di broccato. Abou-Hassan prostrossi subito ai piedi del Califfo per dimostrargli la sua gratitudine e ringraziarlo del suo regalo.
- Segui il tesoriere - gli disse il Califfo - la pezza di broccato deve servire a coprire il catafalco della defunta, e il contante per adoperarlo in esequie degne di lei.
Nouzhat-Oulaoudat, stanca di essere stata [406] lungamente in quella incomoda positura, non aspettò che Abou-Hassan gli dicesse di abbandonare la mesta situazione in cui stava. Appena udì aprire la porta accorse a lui.
- Ebbene - gli disse - il Califfo è stato egualmente facile a lasciarsi ingannare come Zobeida?
- Voi vedete - rispose Abou-Hassan scherzando e mostrandole la borsa e la pezza di broccato - che non so meno rappresentare l’afflitto per la morte di una moglie in ottima salute, quanto voi la morte di un marito sano come un pesce.
Frattanto il Califfo poco dopo uscito Abou-Hassan sospese il consiglio e disse a Mesrour, capo degli eunuchi del suo palazzo:
- Seguimi, e vieni meco a partecipare il dolore della principessa per la morte di Nouzhat-Oulaoudat sua schiava.
Arrivati all’appartamento di Zobeida, videro la principessa assisa sopra lo strato molto afflitta e con gli occhi ancora bagnati di lacrime.
Il Califfo entrò, ed inoltrandosi verso Zobeida:
- Signora - le disse - non è necessario di dirvi quanta parte io prenda alla vostra afflizione giacché non ignorate che non sono meno sensibile a tutto ciò che vi somministra piacere. Ma noi tutti siamo mortali, e restituir dobbiamo la vita a chi ce l’ha concessa quando ne siamo ricercati. Nouzhat-Oulaoudat, vostra schiava fedele, aveva veramente qualità tali che le hanno fatto meritar la vostra stima, e molto approvo che gliene diate ancora prove dopo la sua morte. Sicché, o signora, se volete lasciarvi persuadere, e se mi amate, vi consolerete di questa perdita, maggior cura prendendovi di una vita che sapete essermi molto preziosa, e che forma tutta la felicità della mia.
Se la principessa restò commossa dai sentimenti di tenerezza che accompagnavano il complimento del Califfo, fu peraltro molto meravigliata d’intendere l’avviso della morte di Nouzhat-Oulaoudat e con voce che ben mostrava ancora il suo stupore disse:
- Gran Commendatore de’ credenti, io sono sensibilissima a tutt’i sentimenti di tenerezza che dimostrate nutrir per me; ma permettetevi di dirvi che nulla intendo della notizia della morte della mia schiava: ella gode perfetta salute. Il cielo conservi voi e me, o signore; se mi vedete afflitta, ciò deriva per la morte di Abou-Hassan suo marito e vostro favorito, ch’io stimava tanto per la considerazione che avevate di lui.
[407] Il Califfo, il quale si credeva di essere perfettamente informato della morte della schiava, e che aveva ragione di crederlo per ciò che da lui era stato veduto ed udito, si pose a ridere ed a stringersi nelle spalle, in tal forma udendo parlare Zobeida.
- Gran Commendatore de’ credenti - ripigliò essa - ancorché sia il vostro costume di scherzare, vi dirò non esser punto questa l’occasione di farlo. Ciò che io vi dico è verissimo, e non si tratta già della mia schiava, ma della morte di Abou-Hassan suo marito, la cui sorte compiango, e che voi dovreste meco compiangere.
Trascorso un po’ di tempo in silenzio, il Califfo finalmente prese a parlare.
- Signora, vedo bene che tutti siamo bugiardi; alziamoci, e andiamo noi stessi sul luogo a riconoscere da qual parte pende la verità.
L’appartamento dal quale uscirono il Califfo e Zobeida ancorché molto lontano, stava nulladimeno dirimpetto a quel di Abou-Hassan, il quale, vedendoli approssimarsi preceduti da Mesrour ed accompagnati dalla nutrice e dalla folla delle donne di Zobeida, ne fece subito avvertita sua moglie, dicendole che egli sarebbe il più ingrato uomo del mondo, se non venissero onorati dalla loro visita. Nouzhat-Oulaoudat guardò pure per la gelosia, e vide lo stesso. Ancorché suo marito l’avesse prevenuta antecedentemente di ciò che accader potrebbe, ne restò nulladimeno molto sorpresa.
- Che faremo noi? - esclamò essa. - Noi siamo perduti!
- Niente paura - ripigliò Abou-Hassan molto freddamente - Fingiamoci solamente morti voi ed io, come separatamente abbiamo fatto e come ne siamo convenuti e vedrete come tutto ottimamente succederà. Dal passo con cui se ne vengono, noi saremo pronti prima che essi giungano alla porta.
Infatti Abou-Hassan e sua moglie si appigliarono al partito d’involgersi il meglio che fu loro possibile, ed in questo stato, dopo che furonsi posti nel mezzo della camera l’uno vicino all’altra, coperti ciascheduno della loro pezza di broccato, aspettarono in pace la bella compagnia che veniva a visitarli.
Mesrour aprì la porta, ed il Califfo e Zobeida entrarono nella camera seguiti da tutte le genti che avevano seco accompagnate.
Restarono molto sorpresi, e fermaronsi come immobili al vedere il funebre spettacolo che ai loro sguardi presentavasi. Zobeida finalmente ruppe il silenzio.
[408] - Ohimè - ella disse al Califfo - ambi sono morti! Tanto avete fatto - continuò guardando il Califfo e Mesrour - a forza della vostra ostinazione a farmi credere che la mia cara schiava fosse morta, che ora lo è infatti, e senza dubbio sarà questo derivato dal dolore di aver perduto suo marito.
- Dite piuttosto, o signora, - rispose il Califfo, dell’opposto prevenuto - che Nouzhat-Oulaoudat è morta la prima, e che il povero Abou-Hassan ha dovuto soccombere alla sua afflizione nell’aver veduto morire la vostra schiava. Giuro per il profeta Maometto, che darò mille pezze d’oro di mia moneta a quello il quale mi dirà chi dei due è morto il primo!
Il Califfo, appena terminate le ultime parole, ascoltò una voce di sotto la pezza di broccato che copriva Abou-Hassan, la quale disse:
- Gran Commendatore de’ credenti, io son quello che sono morto il primo! Datemi dunque le mille pezze d’oro.
E nello stesso tempo vide Abou-Hassan svilupparsi dalla pezza di broccato la quale lo copriva e prostrarsi alle sue piante.
Sua moglie fece lo stesso, e andò a mettersi ai piedi di Zobeida, coprendosi per onestà con la sua pezza di broccato.
A questa scena, Zobeida proruppe in un grande grido, che molto accrebbe il timore di tutti quelli i quali colà si trovavano.
La principessa infine, rinvenuta dal suo spavento, ebbe un’incredibile gioia nel vedere la sua cara schiava risuscitata quasi nello stesso tempo in cui era inconsolabile di averla veduta morta.
- Ah! cattiva - esclamò essa - tu sei cagione di avermi fatto soffrire una gran pena per tuo amore. Io peraltro di buon cuore te lo perdono, giacché morta non sei!
Il Califfo dal suo canto non aveva presa la cosa tanto a cuore, anzi lungi dallo spaventarsi udendo la voce di Abou-Hassan chiedere con verità le mille pezze d’oro, ch’egli aveva promesso a quello il quale gli avrebbe detto chi fosse morto il primo.
- Tu dunque caro Abou-Hassan - gli disse il Califfo - hai entro te cospirato a farmi morire di ridere? E dacché mai è derivato il tuo pensiero di sorprendere in tal maniera Zobeida e me, con un mezzo sul quale non eravamo per nulla in guardia?
- Gran Commendatore de’ credenti - rispose [409] Abou-Hassan - senza simulazione manifestar ve lo voglio. La Maestà Vostra sa benissimo che sono stato molto inclinato alla crapula. La moglie ch’ella m’ha concessa, non ha posto nessun freno a questa mia passione, ma al contrario ha ritrovato in lei tutte le inclinazioni favorevoli ad accrescerla. Dacché viviamo insieme, nulla abbiamo risparmiato per far lauta la mensa, con la generosa beneficenza della Maestà Vostra. Questa mattina, dopo aver fatto i conti col nostro trattore, abbiamo ritrovato che soddisfacendolo e pagando altri nostri debiti, nulla ci rimaneva del contante che avevamo. Le considerazioni allora sopra il passato, e le risoluzioni di meglio regolarci nell’avvenire, sono in folla venute ad occuparci il nostro spirito ed i nostri pensieri. Mille disegni abbiamo formati ma poscia abbandonati. Il rossore finalmente di vederci ridotti in uno stato deplorabile, non avendo il coraggio di manifestarlo alla Vostra Maestà, ci ha fatto immaginar questo mezzo per supplire alla nostra indigenza con questo piccolo inganno, che preghiamo la Maestà Vostra di perdonarci!
Il Califfo, che non aveva quasi mai tralasciato di ridere, tanto quest’astuzia parevagli singolare:
- Seguitemi entrambi - disse ad Abou-Hassan ed a sua moglie, alzandosi - voglio farvi consegnare le mille piastre d’oro che vi ho promesse.
- Gran Commendatore de’ credenti - ripigliò Zobeida - contentatevi, vi prego, di far consegnare le mille piastre d’oro ad Abou-Hassan, a sua moglie ci penserò io.
Nello stesso tempo comandò alla sua tesoriera di far pure consegnare mille piastre d’oro a Nouzhat-Oulaoudat, per dimostrarle il giubilo che essa aveva di vederla viva.
STORIA DI ALADINO
E DELLA LUCERNA MARAVIGLIOSA
Nella capitale del regno della China eravi un sarto per nome Mustafà, tanto povero, che il suo lavoro lo provvedeva appena di quanto era necessario per la sua sussistenza, per quella di sua moglie, e di un figliuolo.
Il figliuolo nomavasi Aladino ed era stato allevato [410] in una maniera trascurata e con inclinazioni viziose. Egli era pessimo, ostinato, disobbediente a suo padre ed a sua madre, e passava il suo tempo a giuocare sulle pubbliche piazze e con piccoli vagabondi discoli al pari di lui.
Giunto all’età d’imparare un’arte, suo padre, il quale non era in istato di fargliene insegnare una diversa dalla sua, lo prese nella sua bottega, e cominciò a dimostrargli come dovesse maneggiar l’ago. Ma né con le buone, né col timore de’ castighi, fu possibile al padre di fermare lo spirito volubile del figliuolo suo: Aladino era incorreggibile e, con suo gran rammarico, Mustafà fu obbligato ad abbandonarlo alla sua scapestratezza.
Ciò gli arrecò gran pena, e il dispiacere di non poter far rientrare questo figliuolo nel suo dovere, gli cagionò un’infermità cotanto ostinata, che ne morì a capo di qualche mese.
La madre di Aladino, la quale vide che il suo figliuolo non era incamminato per imparare l’arte di suo padre, chiuse la bottega, e ridusse in contante il valore dei ferri del mestiere per servirsene al provvedimento della sua sussistenza, e di quella del suo figliuolo col poco che potrebbe guadagnare filando del cotone.
Aladino, il quale non vedevasi più ritenuto dal timore del padre, poco curavasi di sua madre, sì che osava minacciarla alla menoma esortazione che ella gli faceva. Si abbandonò allora ad un assoluto libertinaggio. Frequentava sempre più i fanciulli di sua età, né tralasciava di giuocar con essi con passione maggiore di prima.
Continuò questa vita fino all’età di quindici anni, senza dare alcun segno d’inclinazione per qualunque cosa sì fosse.
Era in quella condizione, quando un giorno giuocando nel mezzo di una piazza con una schiera di vagabondi, secondo il suo costume, un forestiere di passaggio fermossi a guardarlo.
Quel forestiere era un Mago insigne, conosciuto sotto il nome di Mago africano.
O che il Mago africano, il quale aveva tutte le cognizioni delle fisonomie, avesse osservato nel sembiante di Aladino quanto assolutamente gli era necessario per l’esecuzione delle sue imprese, o che si fosse informato con tutta destrezza della sua famiglia e delle sue inclinazioni, il fatto si è che gli si accostò, e traendolo in disparte dai suoi compagni:
[411] - Figliuol mio - gli domandò - vostro padre non si chiama Mustafà il sarto?
- Sì, o signore - rispose Aladino - ma è molto tempo che è morto.
A queste parole, il Mago africano si avventò al collo di Aladino, l’abbracciò, e più volte lo baciò con le lacrime agli occhi accompagnate da sospiri.
Aladino, che vide le sue lacrime, gli chiese qual cagione avesse di piangere.
- Ah! figliuol mio - esclamò il Mago africano - come mai potrei farne a meno? Io son vostro zio, e vostro padre era fratel mio. Sono molti anni che viaggio, e nel momento in cui giungo con la speranza di rivederlo e cagionargli giubilo col mio ritorno, voi mi dite che egli è morto!
Chiese poscia ad Aladino ove stesse sua madre, e subito Aladino appagò la sua domanda.
Il Mago africano gli consegnò nello stesso tempo un pugno di piccole monete dicendogli:
- Figliuol mio, andate a trovar vostra madre, fatele i miei complimenti, e ditele che mi darò il piacere di andarla a trovar domani.
Partito che fu il Mago africano dal nipote che egli stesso si era formato, Aladino corse da sua madre.
- Madre mia - le disse - pregovi dirmi se io ho uno zio.
- No, figliuol mio - gli rispose la madre - voi non avete al presente alcun zio, né dal canto del fu vostro padre, né dal mio, poiché l’unico che avevi è morto da gran tempo.
- Pur nondimeno - ripigliò Aladino - or ora ho veduto un uomo che si vanta zio dal canto di mio padre, giacché per quanto egli m’assicura, era suo fratello. E per comprovarvi che dice la verità - soggiunse mostrandole il denaro che aveva ricevuto - m’ha dato questo. Mi ha inoltre indicato di salutarvi in suo nome, e di dirvi che domani verrà a vedervi.
La mattina seguente, il Mago africano fermò Aladino una seconda volta.
L’abbracciò come nel giorno precedente, e ponendogli nelle mani due monete d’oro gli disse:
- Figliuol mio, portate queste a vostra madre, e ditele che questa sera verrò a vederla, e che provveda una buona cena, affinché mangiamo insieme.
Aladino portò le due monete d’oro a sua madre, e partecipato che le ebbe quale fosse l’intenzione di suo [412] zio, ella uscì per andare a far la spesa, e ritornò con molte e buone provvigioni.
Benché Aladino avesse insegnato la casa al Mago africano, pur nondimeno vedendo che non compariva per andargli incontro era in procinto di uscire, quando venne picchiato alla porta. Aladino aprì, e riconobbe il Mago africano, il quale entrò carico di bottiglie di vino e di molte specie di frutta per la cena.
Quando il Mago africano si fu assiso al luogo che eragli piaciuto di scegliere, principiò a conversare con la madre di Aladino.
- Mia buona sorella - le diceva - non vi stupite di non avermi veduto in tutto il tempo che foste maritata con mio fratello Mustafà di gloriosa memoria. Sono partito quarant’anni fa da questo paese, e dopo aver viaggiato nell’Indie, nella Persia, nell’Arabia, nella Siria, nell’Egitto, e soggiornato nelle belle città di quei paesi, mi stabilii in Africa. Finalmente, essendo naturale all’uomo, per lontano che egli sia dal paese di sua nascita, di non perderne giammai la memoria, come pure dei suoi parenti e di quelli coi quali è stato allevato, mi è venuta la brama di rivedere mio fratello.
Nulla vi dico della lunghezza del tempo che vi ho posto, di tutti gli ostacoli che vi ho incontrati, e di tutte le fatiche che ho sofferte per giunger sin qui. Vi dirò solamente che nulla mi ha tanto mortificato, e maggiormente afflitto in tutti i miei viaggi, quanto l’avere intesa la morte di un uomo che sempre aveva amato, e che amava di un amore veramente fraterno. Ho osservate molte delle sue fattezze nel sembiante del mio nipote vostro figliuolo, e questo è quello che distinguer me lo ha fatto fra tutti gli altri fanciulli coi quali egli ritrovavasi. Egli senza dubbio avrà detto in qual maniera abbia ricevuto l’infausta notizia della sua morte. Ma bisogna lodare il cielo d’ogni cosa! Mi consolo di ritrovarlo in un figliuolo che ne conserva le fattezze più considerevoli.
Il Mago africano si accorse che la madre di Aladino s’inteneriva sulla rimembranza di suo marito, rinnovando il suo dolore, perciò cangiò discorso: e volgendosi ad Aladino, gli chiese il suo nome.
- Io mi chiamo Aladino - questi gli disse.
- Ebbene, Aladino, in che v’occupate voi? Sapete qualche mestiere?
A questa domanda Aladino abbassò gli occhi, e ritrovossi in grande sconcerto.
[413] Come egli vide che Aladino nulla rispondeva:
- Se voi avete qualche ripugnanza per imparare un mestiere, - disse - ed esser vorreste un uomo civile, vi provvederò di una ricca bottega col capitale di ricchi drappi e tele fini, e vi porrete in istato di venderle, e del contante che ne ricaverete comprerete altre mercanzie, ed in questa maniera vivrete onorevolmente. Consigliatevi con voi stesso, e francamente ditemi ciò che ne pensate.
Questa offerta piacque molto ad Aladino, avendo osservato che le botteghe di tal sorta di mercanzie erano decenti e frequentate; che i mercanti eran ben vestiti e molto considerati; onde protestò al Mago africano, che considerava come suo zio, esser questa la sua inclinazione.
- Giacché questa professione vi gradisce - replicò il Mago - io vi farò dapprima vestire convenientemente e riccamente, e dopo domani penseremo assegnarvi una bottega nella maniera che vi ho espresso.
La mattina seguente il Mago non trascurò di ritornare dalla vedova di Mustafà il sarto, come le aveva promesso. Pigliò Aladino con lui, e lo condusse da un ricco mercante il quale non dava se non abiti fatti. Se ne fece mostrare dei convenienti alla statura di Aladino e disse:
- Nipote mio, tra tutti codesti abiti scegliete quello che volete.
Aladino meravigliato delle larghezze di suo zio, ne scelse uno.
Quando Aladino si vide con tanta magnificenza vestito da capo a’ piedi, rese a suo zio tutti gl’immaginabili ringraziamenti, ed il Mago promisegli inoltre di non abbandonarlo, e di tenerlo sempre con sé.
Aladino voleva prender commiato da suo zio per tornarsene, ma il Mago africano non volle permettergli di andarsene solo, e lo ricondusse egli stesso da sua madre.
Aladino nel giorno seguente si alzò e si vestì di buon mattino per essere pronto a partire quando suo zio fosse andato a prenderlo.
Dopo aver aspettato lungo tempo, l’impazienza gli fece aprir la porta per vedere se quello veniva. Quando lo vide, ne fece avvertita sua madre, e da lei congedandosi gli schiuse la porta, andandogli incontro per raggiungerlo.
Il Mago africano fece molte carezze ad Aladino e con volto ridente gli disse:
[414] - Andiamo, o caro figliuolo, voglio oggi farvi vedere cose bellissime!
A tal uopo lo condusse ad una porta della città, che guidava a grandi e belle case o per dir meglio a palazzi magnifici, ognuno dei quali aveva bellissimi giardini, i cui ingressi erano liberi.
Il Mago africano poco a poco condusse Aladino molto lontano oltre i giardini, e gli fece traversare delle campagne, che lo condussero in vicinanza ai monti.
Giunsero finalmente fra due monti d’una mediocre altezza e quasi eguali, separati da una valle di pochissima larghezza. Era questo il luogo notabile, in cui Mago africano aveva voluto condurre Aladino per l’esecuzione di un gran disegno, che lo aveva fatto venire dagli estremi dell’Africa fino alla Cina.
- Noi non andiamo più oltre - disse ad Aladino - voglio qui farvi vedere cose straordinarie ed incognite ad ogni mortale; e mi ringrazierete poi di essere stato testimonio di tante meraviglie. Mentre io batto l’acciarino, raccogliete tutti i ramoscelli più secchi onde potere accender del fuoco.
Eravi una quantità tanto grande di questi ramoscelli, che Aladino in breve ne formò un mucchio; il Mago vi dette fuoco gettandovi sopra un certo profumo che teneva apparecchiato. Nello stesso momento la terra tremò, e si aprì davanti al Mago ed Aladino, e fece vedere allo scoperto una pietra di un piede e mezzo circa di profondità posata orizzontalmente con un anello di bronzo sigillato nel mezzo, per servirsene ad alzarla.
- Avete veduto ciò che ho operato con la virtù del mio profumo e delle parole che ho pronunziate? Sappiate dunque che sotto questa pietra havvi nascosto un tesoro, il quale è a voi destinato e vi deve far divenire un giorno il più ricco sovrano dell’universo. Ciò è tanto vero, che veruno al mondo vi è fuorché a voi a cui sia concesso di toccar questa pietra e di alzarla per entrarvi. A me pure è proibito di toccarla, e di por piede nel tesoro quando sarà aperto. Perciò bisogna che eseguiate minutamente quanto vi dirò.
- Figliuol mio, ascoltate attentamente tutto ciò che sto per dirvi. Discendete nella caverna; quando sarete giunto a piè degli scalini che vedete, troverete una porta aperta, la quale vi condurrà in una gran camera a volta e divisa in tre grandi sale una dopo l’altra. In ognuna di quelle vedrete a destra ed a sinistra quattro grandi vasi di bronzo a guisa di tini, ripieni d’oro e d’argento: ma badate bene di non toccarli. [415]  Prima di entrare nella prima sala, alzate la vostra veste, e stringetela bene attorno a voi; passate nella seconda senza fermarvi, e da questa alla terza. Osservate attentamente sopratutto di non accostarvi alle mura, né di toccarle colla vostra veste, perché toccandole morireste subito. In capo alla terza sala vi è una porta che darà accesso in un giardino piantato di bellissimi alberi tutti carichi di frutta; camminate diritto ed attraversate il giardino per un sentiero che vi guiderà ad una scala di cinquanta gradini per salir sopra una terrazza. Giunto che sarete sopra di essa, vedrete dirimpetto a voi una nicchia, ed in questa una lucerna accesa. Pigliate la lucerna, estinguetela, e quando ne avrete gettato via lo stoppino e versato il liquore, riponetela nel vostro seno e portatemela. Non temete di macchiare il vostro abito, poiché il liquore non è composto d’olio. Se le frutta del giardino vi piacciono ne potrete raccogliere quante ne vorrete.
Nel terminar queste parole, il Mago africano cavò un anello dal dito, lo pose in dito ad Aladino, dicendogli esser quello un preservativo contro ciò che di male gli potesse accadere.
- Andate, figliuol mio - gli disse, dopo questa istruzione - discendete con coraggio: noi in breve siamo per diventar ricchi ambedue per tutto il tempo della nostra vita.
Aladino saltò leggermente nella caverna, e discese fino al basso dei gradini. Ritrovò le tre scale. Passò per mezzo con tanta maggior cautela in quanto che temeva di morire se inconsideratamente trascurava di osservare quanto eragli stato prescritto. Passò il giardino senza fermarsi, salì sopra la terrazza, prese la lucerna accesa nella nicchia gettò lo stoppino ed il liquore e se la pose in seno.
Discese dalla terrazza, e si fermò nel giardino. Gli alberi eran tutti carichi di frutti stravaganti. Ogni albero ne portava diversi. Ve n’erano dei bianchi, dei lucenti e trasparenti come il cristallo, dei rossi, dei verdi, degli azzurri e di quelli che si accostavano al giallo, con una perfezione straordinaria.
La diversità di tanti bei colori, e la straordinaria grossezza di ogni frutto, gl’ispirarono la brama di raccoglierne di tutte le specie. I bianchi erano perle; i lucenti e trasparenti diamanti; i rossi rubini; i verdi smeraldi; i turchini e azzurri ametiste e zaffiri ecc. ecc.
Aladino, carico in tal modo di tante ricchezze, ritornò [416] per donde era disceso, e presentossi all’ingresso della caverna, ove il Mago africano con grande impazienza lo aspettava.
Subito che Aladino lo vide, gli disse:
- Mio zio, vi prego di porgermi la mano per aiutarmi a salire.
Il Mago gli disse:
- Figliuol mio, datemi prima la lucerna, perché potrebbe cagionarvi impedimento.
- Perdonatemi, o mio zio - ripigliò Aladino - essa non m’impedisce, ve la darò subito che sarò salito.
Il Mago africano allora, disperato dalla resistenza del fanciullo, fu compreso da uno spaventevole sdegno. Gettò egli un poco del suo profumo sopra il fuoco che aveva avuto cura di conservare, ed appena ebbe pronunciate alcune parole magiche, la pietra, la quale serviva a chiuder l’ingresso della caverna, ritornò da sé stessa al suo luogo con sopra la terra.
Quando il Mago africano vide le sue grandi e belle speranze andate a vuoto per sempre, non ebbe altro partito da prendere che di ritornare in Africa, il che fece lo stesso giorno. Egli prese strade remote per non rientrare nella città dond’era uscito con Aladino, temendo, a ragione, di venir osservato da più persone che potevano averlo veduto passeggiare con quel fanciullo e ritornare senza di lui.
Secondo tutte le apparenze non si doveva più sentir parlare di Aladino: ma, quello che aveva creduto perderlo per sempre, non aveva fatta attenzione di avergli messo al dito un anello che poteva servire a salvarlo.
Aladino che non s’aspettava la malvagità del suo falso zio dopo le carezze ed i beneficî che gli aveva resi, restò maravigliato in modo che è più facile immaginarlo che dirlo con parola. Quando si vide seppellito vivo chiamò mille volte suo zio gridando che era pronto a dargli la lampada: ma le sue grida erano inutili, e non vi era più mezzo di essere inteso; laonde rimase nelle tenebre e nell’oscurità...
Aladino restò due giorni in quello stato senza mangiare né bere, il terzo finalmente, tenendo la morte come inevitabile, alzò al cielo le mani giunte e con una perfetta rassegnazione ai voleri di Dio esclamò:
- Non vi è forza e potenza che in Dio, il Grande, l’Altissimo!
Nell’alzar le mani giunte, fregò senz’avvedersene [417] l’anello che il Mago africano gli aveva messo al dito, e di cui non conosceva ancora la virtù.
Immantinente un Genio d’una statura enorme si presentò dinanzi a lui come da sottoterra, finché toccò colla testa al soffitto, e disse ad Aladino queste parole:
- Che vuoi tu? Eccomi pronto ad obbedirti come tuo schiavo.
In tutt’altro tempo ed in tutt’altra occasione Aladino che non era accostumato a simili visioni, sarebbe stato forse compreso da spavento: ma occupato unicamente dal pericolo in cui era, rispose senza esitare:
- Chiunque tu sia, fammi uscire da questo luogo.
Non appena ebbe pronunciate queste parole la terra si aprì e si trovò fuori dalla caverna.
Arrivato alla città si trascinò con molta fatica fino a casa sua, ove entrato, la gioia di riveder la madre, congiunta alla debolezza del non aver mangiato da quasi tre giorni, gli cagionarono uno svenimento che durò qualche tempo.
La madre che l’aveva già pianto come perduto e come morto, nel vederlo in quello stato non tralasciò d’usargli tutte le possibili cure per farlo tornare in sé.
Rinvenuto alfine dal suo svenimento furono queste le prime parole che pronunziò:
- Madre mia, prima di tutto vi prego di darmi da mangiare, essendo tre giorni che non ho preso un bricciol di cibo.
La madre gli portò quello che aveva.
Aladino cominciò a raccontare a sua madre quanto gli era accaduto col mago dal giorno che era andato a prenderlo per condurlo seco a vedere i palagi ed i giardini che erano fuori della città. Non omise niun particolare di quanto aveva veduto passando e ripassando nelle tre sale, nel giardino e sul terrazzo ove aveva presa la lampada meravigliosa, che mostrò a sua madre traendola dal seno, come pure i frutti trasparenti e di diversi colori che aveva colti nel giardino ritornandosene. Intanto quei frutti erano pietre preziose, e lo splendore che rendevano doveva far giudicare del loro gran prezzo.
Ma appena Aladino ebbe terminato, sua madre proruppe in mille ingiurie contro quell’impostore, chiamandolo traditore, perfido, barbaro, assassino, ingannatore, mago e distruttore del genere umano.
[418] Ella disse molte altre cose imprecando sempre al tradimento che il Mago aveva fatto a suo figlio: ma parlando s’accorse che Aladino, non avendo dormito da tre giorni, aveva bisogno di riposo.
Laonde avendolo fatto coricare, poco tempo dopo andò a coricarsi anch’essa.
Aladino che non aveva preso alcun riposo nel luogo sotterraneo in cui era stato seppellito, dormì tutta la notte con un profondo sonno, svegliandosi il dì successivo assai tardi.
Come si alzò, la prima cosa che disse a sua madre fu che aveva bisogno di mangiare.
- Ohimè! figliuol mio - gli rispose la madre - io non ho nemmeno un pezzo di pane a darvi avendo voi iersera mangiato il poco di provvigione che v’era nella casa. Ma abbiate un poco di pazienza, cercherò di provvederne. Io ho un poco di cotone filato, che andrò a vendere, affine di comperare del pane e qualche altra cosa pel nostro pranzo.
- Madre mia - rispose Aladino - conservatevi il vostro cotone per un’altra volta, e datemi la lampada che portai ieri. L’andrò a vendere, e il danaro che ne ritrarrò servirà a darci da colazione da pranzo e forse anche da cena.
La madre di Aladino prese la lampada da dove l’aveva messa, dicendo a suo figlio:
- Ecco, figlio mio, ma è molto sporca; per poco che sia nettata, credo che valga qualche cosa di più.
Essa prese dell’acqua e un poco di arena per nettarla: ma appena ebbe cominciato a strofinarla, che in un momento, un Genio orribile e d’una statura gigantesca apparve innanzi a lei, e le disse con voce tonante:
- Che vuoi tu? eccomi pronto ad obbedirti, io e i miei compagni, come schiavo tuo.
La madre di Aladino non era in istato di rispondere, non avendo potuto sostenere la vista dell’orribile e spaventevole figura del Genio.
Aladino, il quale aveva già avuta un’apparizione presso a poco simile nella caverna, rispose con tono fermo:
- Io ho fame, portatemi da mangiare.
Il Genio disparve, e un momento dopo ritornò carico d’un gran bacino d’argento, che portava sulla testa con dodici piatti coperti dello stesso metallo pieni di eccellenti vivande, con sei grandi pani bianchi come neve, due bottiglie di vino squisito, e due tazze di argento per bere.
[419] Questo accadde in sì poco tempo, che la madre di Aladino non aveva ancora ricovrato i sensi, quando il Genio disparve per la seconda volta.
Madre mia - le disse Aladino, - via, non è nulla; alzatevi e venite a mangiare; ecco con che rimettervi i sensi, e nello stesso tempo soddisfare al gran bisogno di mangiare. Non lasciamo adunque raffreddar sì buone vivande, e mangiamo.
La madre di Aladino fu estremamente sorpresa quando vide il gran bacino, i dodici piatti, i sei pani, le due bottiglie, le due tazze, e sentì l’odore delizioso che esalava da tutti quei piatti.
Aladino e sua madre, credendo fare una semplice colazione, si trovarono ancora a tavola all’ora del pranzo.
Quando la madre di Aladino ebbe sparecchiato e messo da banda le vivande che non avevano tocche, andò a sedersi sul sofà vicino a suo figliuolo, e gli disse:
- Aladino, aspetto che soddisfacciate l’impazienza in cui sono d’udire il racconto che mi avete promesso.
Ed Aladino le raccontò quanto era accaduto tra il Genio e lui nel tempo del suo svenimento.
- Come! - esclamò la madre di Aladino - è dunque a cagion della vostra lampada che quel maledetto Genio si è rivolto a me piuttosto che a voi? Ah! figliuol mio, toglietemela dinanzi agli occhi e mettetela dove meglio vi piacerà, perché io non voglio più toccarla. Consento piuttosto che sia gettata o venduta anziché correre il rischio di morir dal terrore toccandola. Se volete seguire il mio consiglio, vi disfarete eziandio dell’anello.
- Madre mia con vostro permesso - rispose Aladino - io mi guarderei bene presentemente di vendere, come poco prima era pronto a farlo, una lampada che diviene sì utile tanto a voi quanto a me.
- Figliuol mio - diss’ella - fate come meglio vi aggrada; per me non vorrei aver a che fare coi Geni. Però vi dichiaro che me ne lavo le mani e che non ve ne parlerò più!
L’indomani a sera, dopo cena, non restò loro nulla della buona provvisione che il Genio aveva portata.
Il giorno seguente Aladino, non volendo aspettare che la fame lo stringesse, prese un piatto d’argento sotto la sua veste, ed uscì la mattina presto per andarlo a vendere. Si diresse da un ebreo che incontrò sulla [420] sua strada, e trattolo in disparte mostrandogli il piatto, gli chiese se voleva comprarlo.
L’ebreo astuto, prese il piatto, l’esaminò, ed appena ebbe conosciuto ch’era di buon argento, chiese ad Aladino quanto voleva. Aladino, che non conosceva il valore e che non aveva mai fatto commercio di quella mercanzia, si contentò di dirgli che poteva da sé stesso veder quanto valesse il piatto e che se ne riportava alla sua buona fede.
L’ebreo si trovò imbarazzato dell’ingenuità di Aladino. Nell’incertezza in cui era di sapere se Aladino ne conoscesse la materia ed il valore, trasse dalla sua borsa una moneta d’oro, che non era se non la settantaduesima parte del valore del piatto, e gliela presentò.
Aladino prese la moneta con grande sollecitudine, e ritornando presso sua madre, si arrestò nella bottega di un fornaio, presso cui fece provvisione per sua madre e per lui, pagandola della moneta d’oro che il fornaio gli cambiò.
Giunto a casa, dette il resto a sua madre, che andò al mercato a comprar le altre provvisioni necessarie per vivere ambedue lo spazio di alcuni giorni.
Essi continuarono a vivere in questa guisa, vale a dire che Aladino vendé tutti piatti all’ebreo l’uno dopo l’altro fino al diciottesimo.
Quando il denaro dell’ultimo piatto fu speso, Aladino ebbe ricorso al bacino, che pesava esso solo quanto tutti i piatti.
Egli voleva portarlo al suo mercante ordinario: ma il suo grave peso glielo impedì; per cui fu obbligato di andare in traccia dell’ebreo, che condusse da sua madre, e costui, dopo aver esaminato il peso del bacino, gli contò sul momento dieci monete d’oro, di cui Aladino si contentò.
Finché durarono le monete d’oro vennero adoperate alla spesa giornaliera della casa.
Quando non restò più nulla delle dieci monete d’oro, Aladino ebbe ricorso alla lampada, e presala in mano, la strofinò come aveva fatto sua madre ed immantinente lo stesso Genio che s’era già fatto vedere si presentò a lui.
Aladino gli disse:
- Ho fame, portami da mangiare!
Il Genio disparve, e pochi momenti dopo ritornò carico di un servizio da tavola simile a quello che aveva portato la prima volta. Posatolo sul sofà, subito disparve.
[421] Aladino e la madre si posero a tavola, e dopo il pasto, loro restò ancora di che vivere largamente i due giorni seguenti.
Aladino appena vide non esservi più nella casa né pane, né altre provvisioni, prese un piatto d’argento e andò a cercare l’ebreo che conosceva per venderglielo.
Nell’andarvi passò dinanzi alla bottega d’un orefice, rispettabile per la sua vecchiezza, un onesto uomo e d’una grande probità.
L’orefice che lo scorse, lo chiamò, lo fece entrare e gli disse:
- Figliuol mio, io vi ho già veduto passare molte altre volte come adesso, unirvi con un certo ebreo, e ripassare poco tempo dopo senza nulla fra le mani. Ho immaginato che voi gli vendete ciò che portate, ma che forse non sapete che quell’ebreo è un ingannatore molto più grande degli altri ebrei, e che nessuno di quelli i quali lo conoscono vuole avere che fare con lui. Del resto, ciò che io vi dico, non è se non per farvi piacere. Se volete mostrarmi ciò che portate presentemente, e che sia da vendere, ve ne darò fedelmente il suo giusto prezzo se mi conviene, altrimenti vi dirigerò ad altri mercanti che non v’inganneranno.
La speranza di far maggior guadagno del piatto fece sì che Aladino lo trasse dal disotto della sua veste e lo mostrò all’orefice. Il vecchio il quale conobbe subito che il piatto era di fino argento, gli chiese se n’aveva venduti di simili all’ebreo, e quanto glieli aveva pagati.
Aladino gli disse ingenuamente che ne aveva venduti dodici, e che l’ebreo glieli aveva pagati una moneta d’oro ciascuno.
- Ah il ladro! - esclamò l’orefice. - Figliuol mio - aggiunse poscia - ciò che è fatto è fatto, e non bisogna più pensarvi: ma facendovi vedere quanto vale il piatto, che è del miglior argento di cui ci serviamo nelle nostre botteghe, conoscerete quanto l’ebreo vi ha ingannato.
L’orefice prese la bilancia, pesò il piatto, e dopo avere spiegato ad Aladino quant’era un marco di argento, quanto valesse, e le suddivisioni, gli fece notare che secondo il peso, il piatto valeva settantadue monete d’oro, che gli annoverò sull’istante dicendogli:
- Ecco il giusto valore del vostro piatto.
Aladino rese molte grazie all’orefice del buon consiglio che gli dava, e da cui già traeva un sì grande utile. In seguito non si diresse più che a lui per [422] vendere gli altri piatti, come pure il bacino, il cui giusto valore fu sempre pagato a proporzione del suo peso.
In tal guisa vissero per lo spazio di molti anni, col soccorso del buon uso che Aladino faceva della lampada di tempo in tempo.
In questo intervallo Aladino che non mancava di trovarsi con molta assiduità alle riunioni delle persone distinte, nelle botteghe de’ mercanti all’ingrosso di stoffe d’oro e d’argento, fu disingannato dal pensiero che aveva intorno ai frutti colti nel giardino in cui era andato a prender la lampada, di non esser che vetro colorato, ed imparò ch’erano pietre preziose di gran prezzo.
Un giorno passeggiando in una contrada della città, Aladino sentì pubblicare ad alta voce un ordine del Sultano di serrare le botteghe e le porte delle case, e di chiudersi ciascuno nella propria abitazione fino a che la principessa Badroulboudour, figliuola del Sultano, fosse passata per andare al bagno e ne fosse ritornata. Questo bando pubblico fece nascere ad Aladino la curiosità di veder la principessa a volto scoperto.
Per soddisfare il suo desiderio, avvisò d’usare un mezzo che gli riuscì, andò a collocarsi dietro la porta del bagno, che era disposta in modo da non poter mancare di vederla venire in faccia.
Aladino non attese lungo tempo.
La principessa apparve ed egli la vide venire attraverso d’una fessura sufficientemente grande, per scorgerla senza essere veduto.
Quand’ella fu a tre o quattro passi dalla porta del bagno si tolse il velo che le copriva il viso, e che le dava molto incomodo, di modo che dette luogo ad Aladino di vederla tanto maggiormente a suo agio, in quanto che gli veniva giusto di faccia.
Quando Aladino ebbe veduto la principessa Badroulboudour il suo cuore non poté che ricevere interamente l’immagine dell’oggetto che l’aveva incantato.
Aladino, rientrando in casa, non poté nascondere il suo turbamento e la sua inquietudine, dimodoché la madre se ne accorse.
Ella fu sorpresa di vederlo così triste e meditabondo contro il suo solito, e gli chiese se gli era accaduto qualche cosa o se si trovava indisposto. Aladino seduto sul sofà di fronte a sua madre che filava, le favellò in questi termini:
- Madre mia non so bene quale sia questo male, ma non dubito che quanto vi dirò non ve lo faccia [423] comprendere. Non si è saputo in questo quartiere - continuò Aladino - e voi eziandio non avete potuto saperlo, che la principessa Badroulboudour, figliuola del Sultano, andò al bagno dopo pranzo. Io lo seppi passeggiando per la città.
Come era lontano dal bagno, la curiosità di vederla col volto scoperto mi fece nascere il pensiero d’andarmi a collocare dietro la porta del bagno stesso, considerando potesse accadere che ella si togliesse il velo quando fosse vicina ad entrarvi.
Voi sapete la disposizione della porta, e potete giudicare da voi medesima che io doveva vederla a mio agio, se ciò che m’ero immaginato accadeva. Difatti ella si tolse il velo entrando, ed io ebbi la felicità di vedere quell’amabile principessa col più grande soddisfacimento del mondo.
Ecco, madre mia la gran ragione dello stato in cui mi vedeste ieri quando ritornai, e la cagione del silenzio in cui sono stato finora. Io amo la principessa d’un amore di cui la violenza è tale ch’io non saprei esprimervela, e come la mia passione viva ed ardente si accresce a ciascuno istante, io sento che essa non può venir soddisfatta che col permesso dell’amabile principessa Badroulboudour; per cui ho risoluto farla domandare in matrimonio al Sultano.
La madre di Aladino aveva ascoltato il discorso del suo figliuolo con molta attenzione fino a queste ultime parole: ma quando ebbe inteso che il suo disegno era di far chiedere la principessa Badroulboudour in matrimonio, non poté fare a meno d’interromperlo con un grande scoppio di risa.
- In verità, o figliuolo - soggiunse la madre seriamente - io non saprei fare a meno di dirvi che avete perduto il senno e che quand’anche voleste eseguire il vostro pensiero, non vedo per mezzo di chi osereste far questa domanda al Sultano.
- Per mezzo vostro - replicò Aladino immantinente, senza esitare.
- Figliuol mio - soggiuns’ella di bel nuovo - io son vostra madre, e come una buona donna che vi ha dato alla luce, non ci è nulla di ragionevole né di conveniente al mio stato che non fossi pronta a fare per l’amor vostro.
Se si trattasse di parlare del vostro matrimonio colla figliuola di qualche nostro vicino, di una condizione poco dissimile alla nostra, io non lascierei nulla intentato e mi adoprerei di buon cuore in tutto ciò [424] che mi sarebbe possibile: quantunque, per riuscirvi, sarebbe opportuno che aveste qualche bene, o qualche rendita, e che sapeste un mestiere. Quante povere genti come noi vogliono maritarsi, la prima cosa cui debbono pensare è d’aver di che vivere! Ma senza considerare la bassezza della vostra nascita, ed il poco merito che avete, voi vi slanciate al più alto grado della fortuna, qual è il vostro pensiero di voler chiedere in matrimonio e di sposare la figlia del nostro sovrano, il quale non ha altro che dire se non una sola parola per precipitarvi e schiacciarvi!
Aladino ascoltò tranquillamente quanto sua madre gli disse e dopo aver riflettuto molto, prese finalmente la parola e le disse:
- Confesso, madre mia che è una grande temerità la mia d’osar d’innalzare le mie intenzioni tanto in alto, ed è grande inconsideratezza l’aver voluto con tanto calore e prontezza che andaste a fare la proposta del mio matrimonio al Sultano, senza badare prima ai mezzi di procurare un’udienza ed una occasione favorevole, e ve ne domando perdono. Ma nella violenza della passione non vi meraviglierete se fin dal bel principio non ha pensato che a ciò che poteva servire a procurarmi il riposo che cerco. Io amo la principessa Badroulboudour al di là di quanto vi potete immaginare, o meglio l’adoro, e persevero sempre nel disegno di sposarla, avendolo fermamente risoluto nell’animo mio.
Voi mi dite non aver io nulla che possa essergli donato, credete voi, madre mia che di quanto ho portato dal giardino in cui venni salvato da una morte inevitabile, nel modo che voi sapete, non vi sia da fare un piacevolissimo dono al Sultano? Io parlo di quello che ho portato nelle due borse e nella mia cintura, e che abbiamo preso voi ed io per vetri colorati: ma ora che mi son disingannato, sappiate, madre mia che son gioielli di un prezzo inestimabile, i qual non convengono che ai grandi monarchi. Io ne ho conosciuto il merito frequentando i gioiellieri, e voi potete credere alla mia parola. Voi avete un vaso di porcellana molto grande e di una forma acconcia a contenerli; portatelo qui e vediamo l’effetto che essi produrranno quando li avremo disposti secondo i loro diversi colori.
La madre di Aladino portò il vaso di porcellana, ed Aladino trasse le pietre preziose dalle due borse e le dispose nel vaso. L’effetto che produssero alla luce del giorno, per la varietà dei loro colori e del loro [425] splendore, fu tale che la madre ed il figliuolo ne rimaser abbagliati. Dopo aver esaminato per qualche tempo la bellezza del dono, Aladino riprese la parola, dicendo:
- Madre mia voi non mi taccerete più d’audace per presentarvi al Sultano sotto pretesto di non avere un dono a fargli: eccone uno che mi sembra farà sì che siate ricevuta con un’accoglienza delle più favorevoli.
Siccome s’era già fatto troppo tardi, e passata l’ora d’andare al palazzo per presentarsi al Sultano, la cosa fu differita all’indomani.
La madre ed il figliuolo non parlarono d’altro nel resto della giornata, ed Aladino ebbe gran cura d’ispirare a sua madre quanto gli venne nel pensiero per confermarla nell’assunto che aveva finalmente accettato, d’andare a presentarsi al Sultano.
- Figliuol mio - diss’ella ad Aladino - non c’inquietiamo anticipatamente d’una cosa che forse non accadrà. Vediamo prima l’accoglienza che vi farà il Sultano, e la risposta che vi darà. Se accade che voglia essere informato de’ miei beni, come mi avete detto, allora vedrò la risposta che debbo fargli, ed ho confidenza che la lampada, pel cui mezzo viviamo da parecchio tempo, non mi mancherà nel bisogno.
La madre di Aladino fece tutto quello che suo figlio volle. Essa partì infine con grande soddisfazione di Aladino, e prese la via del palazzo del Sultano.
Il gran Visir, accompagnato dagli altri visir e dai Signori della Corte, eran già entrati, quand’essa giunse alla porta. La folla di tutti coloro che avevano affari al Divano era grande.
Quando la porta fu aperta, la madre di Aladino si avanzò fino al Divano, il quale era una bellissima camera molto spaziosa.
Le parti furon chiamate l’una dopo l’altra secondo l’ordine delle suppliche che avevan presentate, ed i loro affari furon discussi e risoluti.
Poscia il Sultano si alzò, congedò il Consiglio, e rientrò nel suo appartamento, ove subito fu seguito dal suo gran Visir.
La madre di Aladino, avendo scorto il sultano alzarsi e ritirarsi immaginò, al vedere ciascuno uscire, che non sarebbe più comparso per quel giorno; onde prese il partito di ritornare in casa.
L’indomani mattina, come il giorno precedente, andò di nuovo al palazzo del Sultano: ma il suo viaggio fu inutile poiché trovò la porta del Divano chiusa, e [426] seppe che non si teneva consiglio se non ogni due giorni, e che però era mestieri fosse ritornata il giorno dopo.
Ella andò a portare questa notizia al suo figliuolo, che fu costretto ad armarsi di nuova pazienza. Vi ritornò altre volte nei giorni indicati con eguale successo, e forse vi sarebbe ritornata molte altre volte altrettanto inutilmente, se il Sultano, che la vedeva sempre di fronte a lui a ciascuna adunanza, non avesse fatto attenzione a lei.
Questo fu tanto probabile, in quanto non v’erano che quelli i quali avevano suppliche da presentare che s’avvicinavano al Sultano, ciascuno alla sua volta, per difendere la loro causa, e la madre di Aladino non era punto in quel numero.
Quel giorno infine, dopo terminato il Consiglio, quando il Sultano fu rientrato nel suo appartamento, disse al suo gran Visir:
- È già qualche tempo ch’io osservo una certa donna la quale viene regolarmente ciascun giorno in cui tengo il mio consiglio, e porta qualche cosa d’avviluppato in un fazzoletto; sta in piedi dal principio fino al termine dell’udienza e si mette sempre di fronte a me. Al primo giorno del Consiglio, se questa donna ritorna, non mancate di farla chiamare affinché io l’ascolti.
Il gran Visir non gli rispose che baciandogli la mano.
La madre di Aladino s’era tanto assuefatta a comparire al Consiglio innanzi al Sultano, che contava la sua pena per nulla, purché facesse conoscere a suo figlio ch’ella non dimenticava nulla di quant’era in lei per compiacerlo.
Ritornata dunque a palazzo il giorno del Consiglio, si collocò all’ingresso del Divano dirimpetto al Sultano, secondo il suo solito.
Immantinente il gran Visir mostrò quella donna al capo degli uscieri, che stava in piedi vicino a lui per ricevere i suoi ordini, e gl’impose di andarla a prendere e di farla avanzare.
Il capo degli uscieri andò fino a’ piedi del trono del Sultano, ove la lasciò, per andarsi a porre al suo posto vicino al gran Visir.
La madre di Aladino, istruita dall’esempio di tanti altri che aveva veduto avvicinarsi al Sultano, si prostrò colla fronte sul tappeto che copriva i gradini del [427] trono, e rimase in tale posizione fino a che il Sultano non le comandò di alzarsi.
Ella si alzò, ed allora il Sultano le disse:
- Buona donna, è lungo tempo che vi vedo venire al mio Divano e restare dal principio fino a che termina. Quale faccenda qui vi conduce?
La madre di Aladino disse:
- Monarca superiore a tutti gli altri monarchi del mondo, prima d’esporre alla Maestà Vostra la cagione straordinaria e quasi incredibile che mi fa comparire innanzi al vostro trono sublime, la supplico di perdonare l’audacia, per non dir l’impudenza, della domanda che vengo a farle. Dessa è sì poco comune, che io tremo ed ho vergogna di proporla al mio Sultano.
Per darle intera la libertà di spiegarsi, il Sultano comandò che ognuno uscisse dal Divano e che si lasciassero soli col suo gran Visir. Allorché rimasero soli le disse che poteva parlare senza timore.
- Sire - diss’ella ripigliando la parola - io oso ancora supplicare la Maestà Vostra, nel caso che trovi la domanda che io ho da farle offensiva od ingiuriosa alla menoma cosa, di assicurarmi del suo perdono e di assicurarmi la grazia.
- Qualunque cosa possa essere - rispose il Sultano - io ve la perdono da questo momento, e non ve ne avverrà il minimo male.
Quando la madre di Aladino ebbe prese tutte queste precauzioni, gli raccontò fedelmente in quale occasione Aladino aveva veduto la principessa Badroulboudour, l’amor violento che quella vista fatale gli aveva ispirato, la dichiarazione che gliene aveva fatta, tutto ciò ch’ella gli aveva detto pur di stornarlo da una passione non meno ingiuriosa per la Maestà Vostra - diss’ella al Sultano - che per la principessa.
Il Sultano ascoltò questo discorso con molta dolcezza e bontà, senza dare nessun segno di collera e di indignazione, ed anche senza prendere la domanda a beffe. Ma prima di rispondere a quella buona donna, le chiese che fosse quello che teneva avviluppato nel fazzoletto.
Immantinente ella prese il vaso di porcellana, che aveva deposto ai piedi del trono prima di prostrarsi, e scoprendolo lo presentò al Sultano.
Non si potrebbe esprimere la sorpresa e la meraviglia del Sultano quando vide radunate in quel vaso tante gioie sì considerevoli, sì perfette, sì splendide e di una grossezza di cui non ne aveva ancora veduto [428] simili. Rimesso dallo stupore, ricevette il dono dalle mani della madre di Aladino, esclamando con un trasporto di gioia:
- Che bel dono! Che ricco dono!
Dopo aver ammirate ed esaminate tutte le gioie l’una dopo l’altra, si volse verso il gran Visir, e mostrandogli il vaso gli disse:
- Vedi e convieni che non si può vedere al mondo nulla di più ricco e di più perfetto!
Il Visir ne fu stupefatto.
Accostossi al Sultano e parlandogli all’orecchio gli disse:
- Sire, non si può sconvenire che il dono non sia degno della principessa: ma io supplico la Maestà Vostra di concedermi tre mesi prima di determinarsi. Spero che prima che sia scorso questo tempo, mio figlio che ella ha avuto la bontà di manifestarmi di avere scelto quale fidanzato della principessa vostra figlia, avrà come fargliene uno di più gran prezzo di questo Aladino, di cui la Maestà Vostra non conosce punto.
Il Sultano rivolgendosi verso la madre di Aladino le disse:
- Andate, buona donna, ritornate a casa vostra, e dite a vostro figlio che ho aggradita la proposizione che mi avete fatta da parte sua, ma non posso maritar la principessa mia figliuola senza che prima non le abbia fatto un corredo di suppellettili, il quale non sarà pronto, se non da qui a tre mesi. Però ritornate verso questo termine.
La madre di Aladino ritornò in sua casa con una gioia immensa.
Due cose fecero giudicare ad Aladino, quando la vide ritornare, che ella gli portava buone notizie: l’una che ritornava più presto del solito, e l’altra che aveva il volto gaio e sereno.
- Ebbene, madre mia - le disse - debbo sperare o debbo morire di disperazione?
Quand’ella s’ebbe tolto il suo velo e che fu seduta sul sofà con lui:
- Figliuol mio - gli rispose - per non tenervi troppo lungo tempo nell’incertezza, comincierò dal dirvi che lungi dal pensare a morire, avete ogni cagione di letizia.
E proseguendo il suo discorso, gli raccontò prima d’ogni altro, in qual modo ella aveva avuto udienza. Soggiunse ancora che, per quanto poteva giudicare da’ segni che il Sultano le aveva dati, il dono sopra ogni [429] altro aveva prodotto un potente effetto sull’animo suo, per determinarlo alla risposta favorevole che le aveva dato.
Aladino si stimò il più felice de’ mortali, sentendo questa notizia. Ringraziò sua madre di tutte le pene durate nel corso di quell’affare, il cui felice successo era sì importante pel suo riposo. E quantunque nell’impazienza in cui era di godere dell’oggetto della sua passione, tre mesi gli sembrassero d’una lunghezza estrema, si dispose nondimeno ad aspettare con pazienza.
Mentr’egli contava non solo le ore, i giorni e le settimane, ma perfino i minuti, aspettando che il termine fosse passato, circa due mesi erano scorsi, quando sua madre una sera, volendo accender il lume, si accorse che non v’era più olio in casa.
Uscita per andarne a comperare, inoltrandosi nella città, vide che tutto stava in festa.
Ella chiese al mercante presso cui comperava il suo olio, che volesse significar tutta quella festa.
- Donde venite, mia buona donna? - gli rispose quello. - Non sapete che il figliuolo del gran Visir sposa questa sera la principessa Badroulboudour, figlia del Sultano? Tra poco ella uscirà dal bagno, e gli ufficiali che voi vedete, si adunano per farle corteggio fino al palagio ove devesi fare la cerimonia.
La madre di Aladino non volle saperne di più, e ritornò sollecitamente in casa sua, quasi senza fiato.
- Figliuol mio - esclamò ella - tutto è perduto per voi. Voi contavate sulla bella promessa del Sultano, ma non ne sarà nulla. Questa sera il figlio del gran Visir sposerà la principessa Badroulboudour nel palagio.
E gli raccontò in qual modo l’aveva saputo.
A questa notizia Aladino restò immobile come se fosse stato colpito dalla folgore.
Immantinente si sovvenne della lampada che gli era stata sì utile fino allora, e senza trasportarsi in vane parole contro il Sultano, contro il gran Visir, o contro il figlio di questo ministro, disse solamente:
- Madre mia il figlio del gran Visir non sarà forse questa notte tanto felice quanto si promette. Mentre io vado un momento nella mia camera, preparate da cena.
Difatti quando Aladino fu nella sua camera, prese la lampada maravigliosa, la strofinò allo stesso modo delle altre volte, e tosto il Genio apparve innanzi a lui.
[430] - Che vuoi tu? - diss’egli ad Aladino. - Eccomi pronto ad obbedirti io, ed i miei compagni, come tuo schiavo e di tutti coloro che hanno la lampada in mano.
- Ascolta - gli rispose Aladino - tu mi hai portato fino ad ora di che nutrirmi quando ne ho avuto bisogno. Si tratta presentemente di un affare di tutt’altra importanza. Io ho fatto domandare in matrimonio al Sultano la principessa Badroulboudour sua figliuola, ed egli l’ha promessa chiedendomi un differimento di tre mesi. Ora, invece di mantenermi la sua promessa, questa sera egli la marita col figliuolo del suo gran Visir: io l’ho saputo, e la cosa è certa. Quel che ti chieggo è di rapirli e di portarmeli ambedue qui al più presto che si possa.
- Signor mio - soggiunse il Genio - io vado ad obbedirti, hai tu altro a comandarmi?
- Null’altro per ora - rispose Aladino, e subito il Genio disparve.
Aladino ritornò da sua madre e cenò con lei colla tranquillità che gli era ordinaria.
Intanto nel palagio del Sultano tutto era stato preparato con molta magnificenza per la celebrazione delle nozze della principessa, e la sera si passò in cerimonie ed in feste fino a notte inoltrata.
Quando tutto fu terminato, il figliuolo del gran Visir, al segnale che gli fece il capo degli eunuchi della principessa, si sottrasse destramente, e quell’ufficiale l’introdusse nell’appartamento della principessa sua sposa fino alla camera in cui era preparato il letto nuziale. Poco dopo la sultana, accompagnata dalle sue donne e da quelle della principessa sua figliuola, condusse la nuova sposa, che faceva grandi resistenze.
La Sultana, dopo di averla abbracciata e auguratale la buona notte, si ritirò con tutte le sue donne, delle quali l’ultima chiuse la porta della camera.
Appena la porta della camera fu serrata, il Genio come schiavo fedele della lampada, li prese ambedue con grande loro maraviglia, e in un istante li trasportò nella camera d’Aladino, ove li lasciò.
Aladino che aspettava con impazienza questo momento, non soffrì che il figliuolo del gran Visir rimanesse insieme con la principessa.
- Prendi questo nuovo sposo - diss’egli al Genio - chiudilo nel gabinetto e ritorna domani mattina.
Il Genio prese immantinente il figliuolo del gran Visir, e lo trasportò nel luogo che Aladino gli aveva [431] indicato, ove lo lasciò, dopo aver gettato su lui un soffio che lo raffreddò da capo ai piedi, e che gl’impedì di cangiar posto.
Per grande che fosse la passione di Aladino per la principessa Badroulboudour, pur nondimeno non le tenne un lungo discorso quando si vide solo con lei.
- Non temete di nulla, adorata principessa - le disse con appassionata voce - voi siete qui in sicurezza. Se sono stato forzato a questo estremo non è stato già per offendervi, ma per impedire che un ingiusto rivale vi possedesse contro la parola data dal Sultano vostro padre in mio favore.
L’indomani Aladino non ebbe bisogno di strofinar la lampada per chiamare il Genio, ei ritornò all’ora indicatagli e nel tempo che Aladino terminava di vestirsi, gli disse:
- Eccomi, che hai a comandarmi?
- Va’ a riprendere - gli disse Aladino - il figliuolo del Visir ove l’hai posato, e vieni qui, perché poi, unitamente alla principessa, lo riporterai ove l’hai preso nel palagio del Sultano!
Il Genio non ebbe appena eseguito il suo ufficio, che il gran Sultano, desideroso di sapere come la figliuola avesse passata la notte, entrò nella camera per augurarle il buon giorno.
Il figliuolo del gran Visir, che era agghiacciato pel freddo sofferto in tutta la notte, e che non aveva avuto ancora il tempo di riscaldarsi, appena intese aprir la porta, si alzò, riparandosi in un’altra camera.
Il Sultano, avvicinatosi alla principessa, la baciò, augurandole il buon giorno, e le chiese sorridendo come si trovasse.
Ma, rialzando il capo e guardandola con maggior attenzione, fu estremamente sorpreso di vederla in una grande melanconia. Essa lo guardò solamente con uno sguardo tristissimo in modo da fargli comprendere che provava una grande afflizione e malcontento. Le disse anche alcune parole, ma come vide che non poteva trarne altre da lei si ritirò. Nondimeno non lasciò di supporre che vi fosse qualche cosa di straordinario nel suo silenzio: il che l’obbligò ad andare immantinente alle camere della Sultana, cui narrò lo stato in cui aveva ricevuto la principessa.
- Sire - gli disse la Sultana - ciò non deve sorprendere la Maestà Vostra, non essendovi nuova sposa la quale non sia egualmente contegnosa. Nondimeno io vado a vederla.
[432] Quando la Sultana fu vestita andò all’appartamento della principessa. Avvicinatasi le dette il buon giorno, abbracciandola: e grandissima fu la sua sorpresa quando vide che non solo non le rispondeva, ma che nemmeno la guardava, e che era in una grande afflizione.
- Figliuola mia - le disse la Sultana - donde viene che voi rispondete sì male alle mie carezze?
La principessa allora le raccontò in qual modo, un momento dopo ch’ella e il suo sposo trovavansi in quella camera, erano stati trasportati in altra stanza meschina ed oscura, in cui s’era veduta sola e separata dal suo sposo, ed in cui v’era un giovanotto, il quale dopo averle dette alcune parole che il terrore l’aveva impedita di ascoltare, s’era allontanato, lasciandola sola; il mattino il suo sposo le era stato ridonato, ed il letto riportato al suo posto.
La Sultana ascoltò tranquillamente la narrazione della principessa, ma non volle aggiustarvi fede.
- Figliuola mia - le diss’ella - avete ben fatto a non parlar di ciò a vostro padre. Guardatevi bene dal dirne nulla a chicchessia, poiché sareste certamente presa per pazza, se foste intesa parlare in tal modo!
Nello stesso tempo la Sultana chiamò le donne della principessa, e come l’ebbe veduta alla sua toletta, andò all’appartamento del Sultano, cui disse che qualche fantasia era passata pel capo della loro figliuola, ma che infine non era nulla.
Ella fece chiamare il figliuolo del gran Visir, per sapere da lui quanto la principessa le aveva detto: ma il figliuolo del gran Visir che si teneva moltissimo onorato del parentado del Sultano, aveva preso il partito di dissimulare.
- Genero mio - gli disse la Sultana - avete voi lo stesso capriccio della vostra sposa?
- Signora - rispose il figliuolo del Visir - posso io chiedere per quale ragione mi fate questa domanda?
- Ciò basta - soggiunse la Sultana - non voglio saperne di più: voi siete più saggio di lei.
Intanto si appressava la notte, e la principessa Badroulboudour maggiormente s’immergeva nell’afflizione. Tanto fu il cordoglio che per ciò la prese, che, vincendola il pianto, si trasse in disparte, per dar libero sfogo alle lacrime che volevano a forza sgorgare dagli occhi. Ridottasi adunque in un luogo appartato, ruppe in angosciosissimo pianto.
La madre che l’aveva veduta alzarsi e fuggir ratta [433] dalla sala ove erano i convitati, la raggiunse e trovolla in quel lacrimevole stato.
Afflitta anch’ella per ciò, e volendo darle alcun conforto, le disse:
- Ebbene, che fanciullaggine è la vostra di piangere, figliuola mia?
- Signora - le rispose la fanciulla - dispensatemene, ve ne prego! Questa notte che si avvicina, foriera di nuove conseguenze e di nuove pene, m’immerge in grande afflizione e mi dà un tormento da non potersi esprimere ed impossibile immaginarsi. Ve ne scongiuro, signora, a non volermi costringere di passar questa notte nella camera apprestatami, ma concedetemi il favore di star nelle vostre camere, perché l’esempio della notte passata mi pone in grandissimo timore.
- Senza dubbio avete perduto il senno, figliuola mia. E che si direbbe del fatto vostro? - interruppe la Sultana. - Però, vi ripeto pel vostro meglio, deponete questi pensieri e venite meco nella sala.
E così dicendo la prese per mano e la condusse quasi a forza nella sala della festa.
Quando la notte fu inoltrata, il capo degli eunuchi della principessa, fece come la sera precedente il segno al figlio del gran Visir, il quale si recò tosto nella camera nuziale.
Poco dopo la sultana accompagnò la figliuola colle sue donne per darle coraggio, e quivi dopo averla teneramente baciata ed a più riprese abbracciata, ve la lasciò.
Aladino, che era bene informato di quanto accadeva nel palazzo, non voleva lasciarli in riposo; laonde, appena la notte fu un poco inoltrata ricorse di nuovo alla lampada.
Immantinente apparve il Genio che fece ad Aladino lo stesso complimento delle altre volte, offrendogli il suo servigio.
- Il figliuolo del gran Visir e la principessa Badroulboudour - gli disse Aladino - non debbono passare questa notte meglio dell’antecedente. Va’ e portali qui come iersera.
Il Genio servì Aladino con altrettanta fedeltà ed esattezza del giorno prima.
Il Genio, secondo gli ordini di Aladino, ritornò [434] l’indomani e riportolli nelle camere del palazzo del Sultano.
Il Sultano, dopo il ricevimento fattogli dalla principessa Badroulboudour il giorno precedente, inquieto di sapere come avesse passata la notte, e se ella lo avrebbe accolto nella stessa guisa, andò alla sua camera di buon mattino per accertarsene.
Il figlio del gran Visir, più adontato e più mortificato del cattivo successo di questa seconda notte che della prima, appena sentì venire il Sultano si ritirò precipitosamente nel suo appartamento.
Il Sultano si avanzò verso la principessa augurandole il buon giorno: e dopo averle fatte le stesse carezze del dì precedente, le disse:
- Ebbene, figliuola mia siete voi anche oggi di sì cattivo umore come lo eravate ieri? Mi direte come avete passata la seconda notte?
La principessa conservò lo stesso silenzio e il padre vide che aveva l’animo meno tranquillo, ed era molto più oppressa del giorno precedente: e non dubitando non le fosse accaduto alcun che di straordinario, irritato dal mistero che gliene faceva, proruppe in collera e colla sciabola in mano gridò:
- Figliuola, o mi dite quello che mi celate, o vi taglio il capo sul momento!
La principessa più atterrita dal tono e dalla minaccia del sultano offeso, che dalla sciabola nuda, ruppe alla fine il silenzio ed esclamò colle lagrime agli occhi:
- Mio caro padre e mio Sultano, io chiedo perdono alla Maestà Vostra se l’ho offesa, e spero che dalla sua bontà e dalla sua clemenza che farà succedere la compassione alla collera, quando le avrò fatto il racconto fedele del tristo e compassionevole stato in cui mi son trovata in tutta questa e nella scorsa notte!
Dopo questo preambolo, che calmò ed intenerì un poco il Sultano, ella gli raccontò fedelmente quanto gli era accaduto in quelle due notti.
Il Sultano le disse:
- Avete avuto gran torto di non esservi spiegata meco da ieri su di un affare tanto strano. Io non vi ho già maritata con l’intenzione di rendervi infelice. Intanto cancellatevi dall’animo vostro tutte le tristi immagini che mi avete raccontate. Io vado a fare in modo che non vi accada di passare più notti così dispiacevoli e tanto poco sopportabili, quanto quelle che avete passato.
[435] Appena il Sultano fu rientrato nel suo appartamento, mandò a chiamare il gran Visir a cui disse:
- Visir, avete veduto vostro figlio? V’ha egli detto nulla?
Siccome il gran Visir gli rispose che non l’aveva veduto, il Sultano gli narrò quanto la principessa gli aveva raccontato e da ultimo soggiunse:
- Io non dubito che mia figlia non mi abbia detta la verità: pur nondimeno avrei piacere di averne la conferma dal labbro del figliuol vostro. Andate dunque ad interrogarlo in proposito.
Il gran Visir non differì d’andare a raggiungere il figliuolo e partecipandogli quanto il Sultano gli aveva comunicato, gli ingiunse di non nascondergli la verità e di dirgli se tutto era vero.
- Io non ve lo nasconderò, padre mio - gli rispose il figliuolo. - Tutto quello che la principessa ha detto al Sultano è vero: ma essa non ha potuto narrargli i cattivi trattamenti che sono stati fatti a me.
Quantunque fosse grande l’ambizione del gran Visir nel vedere il figliuolo genero del Sultano, nondimeno andò a dar risposta al Sultano, cui confessò di buona fede la cosa non essere che troppo vera, dietro quello che gli aveva detto il suo figliuolo.
Senza aspettar nemmeno che il Sultano gli parlasse di rompere il matrimonio alla qual cosa ben vedeva che era molto disposto, lo supplicò di permettere che suo figlio si ritirasse presso di lui, adducendo in iscusa non essere giusto che la principessa fosse esposta più oltre ad una sì orribile persecuzione per amor di suo figlio.
Il gran Visir non durò fatica ad ottenere quello che domandava.
Da quel punto il Sultano, che aveva già risoluto la cosa, dette ordine affinché cessassero le feste nel suo palazzo e nella città, ed anche in tutta l’estensione del suo Regno, ove fece spedire ordini contrari ai primi: ed in pochissimo tempo tutti i segni della pubblica gioia cessarono nella città e nel Regno.
Questo cangiamento subitaneo e sì poco atteso dette occasione a molti ragionamenti diversi.
Aladino lasciò scorrere i tre mesi che il Sultano aveva indicato pel matrimonio della principessa Badroulboudour con lui.
Ne aveva contati tutt’i giorni con gran cura, e quando furon compiuti, il dì successivo non mancò [436] di mandare sua madre a palazzo, per far ricordare il Sultano della sua parola.
La madre di Aladino andò a palazzo come suo figlio le aveva detto, e si presentò all’ingresso del Divano allo stesso luogo di prima.
Il Sultano appena la vide la riconobbe, e si ricordò nello stesso tempo della domanda che gli avea fatta, e del tempo a cui l’aveva differita.
Il gran Visir gli faceva allora il rapporto di un affare.
- Visir - gli disse il Sultano interrompendolo - io scorgo la donna che ci fece un sì bel dono mesi addietro; fatela venire. Riprenderete il vostro rapporto quando l’avrò ascoltata.
Il gran Visir, guardando dalla parte dell’ingresso del Divano, scorse la madre di Aladino ed immantinente chiamò il capo degli uscieri e mostrandogliela gli dette l’ordine di farla avanzare.
La madre di Aladino andò fino ai piedi del trono ove si prostrò secondo il costume.
Dopo che si fu rialzata, il Sultano le chiese che desiderasse.
- Sire - gli rispos’ella - io mi presento un’altra volta innanzi alla Maestà Vostra, per rappresentarle, in nome di Aladino, mio figliuolo, che i tre mesi, cui ha differito la risposta alla domanda che ho avuto l’onore di farle, sono scorsi, e per supplicarla di voler ricordarsene.
Il sultano non giudicando a proposito di risponderle sui due piedi, si consigliò col gran Visir, manifestandogli la ripugnanza che aveva di conchiudere il matrimonio della principessa con uno sconosciuto.
Il gran Visir non esitò a manifestare al Sultano quello che ne pensava.
- Sire - gli disse - mi sembra esservi un mezzo immancabile per eludere un matrimonio sì sproporzionato, senza che Aladino, quand’anche fosse conosciuto dalla Maestà Vostra, possa lamentarsene: ed è di mettere la principessa ad un sì alto prezzo che le sue ricchezze, per grandi che siano, non possano giungervi.
Il Sultano approvò il consiglio del gran Visir, e rivoltosi verso la madre di Aladino, dopo alcuni momenti di riflessione, le disse:
- Mia buona donna, i Sultani debbono mantenere la loro parola, ed io son pronto a mantener la mia e a rendere vostro figliuolo felice col matrimonio della [437] principessa mia figliuola. Ma siccome io non posso maritarla senza sapere il vantaggio ch’ella vi troverà, così direte a vostro figlio che io darò compimento alla mia parola appena mi avrà inviato quaranta grandi bacini d’oro massiccio, colmati delle stesse gioie che m’avete già da parte sua recate e portate da un egual numero di schiavi neri, che saranno condotti da quaranta altri schiavi bianchi, giovani di bella statura e tutti vestiti magnificamente. Ecco le condizioni di cui son pronto a dargli la principessa mia figliuola. Andate, buona donna, io aspetterò che mi portiate la risposta.
La madre di Aladino si prostrò un’altra volta innanzi al trono del Sultano e si ritirò.
Quand’ella fu rientrata in casa fece un esatto racconto di quanto il sultano le aveva detto e delle condizioni colle quali avrebbe acconsentito al matrimonio della principessa sua figliuola con lui.
Terminando soggiunse:
- Figliuol mio, egli attende la vostra risposta: ma dicendo tra noi - continuò ella sorridendo - credo che l’aspetterà lungo tempo!
- Non tanto quanto credete, madre mia - rispose Aladino - mentre attendo a soddisfarlo, apparecchiate il pranzo, e lasciatemi fare.
Appena la madre di Aladino fu uscita per andare a provvedere da pranzo, Aladino prese la lampada e la strofinò. Immantinente il Genio si presentò innanzi a lui. Aladino gli disse:
- Il Sultano mi dà la principessa sua figliuola in matrimonio: ma prima mi domanda quaranta bacini d’oro massiccio e ben pesanti, colmati de’ frutti del giardino ove ho preso la lampada di cui tu sei schiavo. Esige altresì da me che questi quaranta bacini d’oro sian portati da altrettanti schiavi neri, preceduti da quaranta schiavi bianchi, giovani ben fatti, di bella statura ed abbigliati ricchissimamente. Va’ e conducimi questo dono al più presto, affinché io lo invii al Sultano prima che finisca l’udienza del Divano.
Il Genio gli disse che il suo comando verrebbe subito eseguito, e disparve.
Pochissimo tempo dopo il Genio si fece rivedere accompagnato da quaranta schiavi neri, ciascuno caricato d’un bacino d’oro massiccio dal peso di venti marchi sulla testa, pieni di perle, di diamanti, di rubini e di smeraldi meglio scelti, per la bellezza e per la [438] grossezza di quelli ch’eran già stati presentati al Sultano.
Ciascun bacino era coperto d’una tela d’argento a fiori d’oro.
Il Genio domandò ad Aladino se era contento e se aveva ancora a dargli qualche comando.
Avendogli Aladino detto che non gli bisognava null’altro, immantinente disparve.
La madre di Aladino, al ritornare dal mercato ed all’entrare, fu molto sorpresa di veder tanta gente e tante ricchezze. Quando si fu scaricata dalle provvigioni che portava, andò per togliersi il velo che le copriva il volto, ma Aladino glielo impedì dicendole:
- Madre mia non v’ha tempo a perdere, egli è mestieri che ritorniate subito a palazzo a condurvi il dono e la dote della principessa Badroulboudour chiestomi dal Sultano, affinché giudichi dalla mia sollecitudine e dalla mia esattezza, dello zelo ardente e sincero che ho di procurarmi l’onore del suo parentado.
Senza aspettar la risposta di sua madre, Aladino aprì la porta sulla strada e vi fece sfilare successivamente tutti gli schiavi, facendo camminare uno schiavo bianco seguito da uno nero, caricato da un bacino d’oro sul capo, e così fino all’ultimo.
E dopo che sua madre fu uscita seguendo l’ultimo schiavo nero, chiuse la porta e rimase tranquillamente nella sua camera.
Il primo degli ottanta schiavi giunse alla porta della prima corte del palazzo, e i portinai, che s’erano
disposti in fila appena avevan veduto che quel meraviglioso corteggio s’approssimava, lo presero per un re, tanto era riccamente e magnificamente vestito.
Eglino s’avanzarono per baciargli il lembo della veste; ma lo schiavo, istruito dal Genio, li arrestò, e loro gravemente disse:
- Noi non siamo che schiavi, il nostro padrone comparirà quando sarà tempo.
Il primo schiavo seguito da tutti gli altri si avanzò fino alla seconda corte che era molto spaziosa, e dove la casa del Sultano era adunata durante il Divano.
Essendo il sultano stato avvertito dell’arrivo di quegli schiavi, aveva dato i suoi ordini per farli entrare.
Perciò appena si presentarono trovarono libero l’ingresso al Divano, e vi entrarono in bell’ordine una parte a destra e l’altra a sinistra. Dopo che tutti furono entrati ed ebbero formato un gran semicerchio [439] innanzi al trono del Sultano, gli schiavi neri posarono ciascuno il bacino che portavano sul tappeto. Gli schiavi bianchi fecero la stessa cosa nello stesso tempo.
La madre di Aladino, che intanto s’era avanzata fino ai piedi del trono, disse al Sultano dopo essersi prostrata:
- Sire, Aladino mio figliuolo, non ignora che questo dono che invia alla Maestà Vostra, non sia molto al disotto di quello che merita la principessa Badroulboudour. Egli spera nondimeno che la Maestà Vostra vorrà aggradirlo, e farlo aggradire eziandio alla principessa con altrettanta maggior confidenza, in quanto che si è studiato di conformarsi alla condizione che le è piaciuto imporgli.
Il Sultano non era in istato di fare attenzione al complimento della madre di Aladino.
Il primo sguardo dato sui quaranta bacini d’oro colmati di gioielli più vivaci, splendidi e preziosi che si fossero mai veduti al mondo, e sugli ottanta schiavi che sembravano altrettanti re, sì pel loro bell’aspetto, come per la magnificenza sorprendente de’ loro abiti, l’aveva tocco in un modo che non poteva riaversi dalla sua ammirazione.
Laonde, per rimandare la madre di Aladino colla soddisfazione che si aspettava, le disse:
- Buona donna, andate a dire al figliuol vostro che io l’aspetto per riceverlo a braccia aperte, per abbracciarlo, e che più farà presto a venire a ricevere dalla mia mano il dono che gli fo della principessa mia figliuola, più mi farà piacere.
Appena la madre di Aladino si fu ritirata, colla gioia di cui una donna della sua condizione può esser capace, vedendo suo figlio pervenuto ad una sì grande altezza contro ogni sua aspettativa, il Sultano pose fine all’udienza di quel giorno.
La madre di Aladino intanto arrivò in sua casa con un aspetto che dimostrava anticipatamente la buona notizia che portava.
- Figliuol mio - diss’ella - voi avete ogni cagione di esser contento; voi siete giunto al compimento dei vostri desideri contro la mia aspettazione, contro tutto quello che ve ne ho presagito. Affine di non tenervi lungo tempo oppresso, sappiate che il Sultano, coll’approvazione di tutta la corte, ha dichiarato che voi siete degno di possedere la principessa Badroulboudour. Egli vi aspetta per abbracciarvi e per conchiudere le vostre nozze.
[440] Aladino, fuori di sé per questa notizia e tutto pieno dell’oggetto che l’aveva innamorato, disse poche parole a sua madre, e si ritirò nella sua camera.
Quivi dopo aver preso la lampada che gli era stata sì officiosa fino allora in tutt’i suoi bisogni ed in tutto quello che aveva desiderato, non appena l’ebbe strofinata, il Genio continuò a mostrargli la sua obbedienza, apparendo subito, senza farlo attendere.
- Genio - gli disse Aladino - io t’ho chiamato affinché tu mi faccia immantinente prendere il bagno, e quando l’avrò preso voglio che tu mi tenga pronto un abito tanto ricco e magnifico, che mai monarca abbia portato.
Appena ebbe terminato di parlare, il Genio rendendolo invisibile come lui, lo rapì e lo trasportò in un bagno tutto di finissimo marmo.
Senza vedere chi lo serviva, fu spogliato in un salone spazioso e d’una grande magnificenza.
Dal salone lo si fece entrare nel bagno ch’era di un calore moderato, e dove fu strofinato e lavato con più specie di acque d’odore. Dopo averlo fatto passare per tutti i gradi di calore, secondo le differenti camere del bagno, egli ne uscì, ma tutto diverso da quello che v’era entrato. Il suo aspetto si trovò fresco, bianco, vermiglio, ed il suo corpo assai più leggiero ed assai più disposto.
Rientrato nel salone non vi trovò l’abito che vi aveva lasciato, avendo il Genio avuto cura di mettere in suo luogo quello che gli aveva chiesto.
Aladino rimase sorpreso nel vedere la magnificenza dell’abito che gli si era sostituito. Egli si vestì coll’aiuto del Genio, ammirandone ciascuna parte, tanto oltrepassava ogni sua immaginazione.
Quando ebbe terminato, il Genio lo ricondusse in sua casa nella stessa camera in cui l’aveva preso e gli chiese se aveva altra cosa a comandargli:
- Sì, - rispose Aladino - io aspetto da te al più presto un cavallo, che sorpassi in bellezza ed in bontà il cavallo più stimato che sia nella scuderia del Sultano. Io voglio anche che tu mi faccia venire nello stesso tempo venti schiavi vestiti riccamente ed altrettanto maravigliosi quanto quelli che hanno portato il dono, per camminare ai miei fianchi ed al mio seguito in ischiera, e venti altri simili per camminare innanzi a me in due file. Fa’ venire anche a mia madre sei donne schiave per servirla, ciascuna vestita riccamente almeno quanto le schiave della principessa Badroulboudour, [441] e cariche ciascuna d’un abito compiuto, magnifici e pomposi quanto quelli della Sultana. Ho bisogno anche di diecimila monete d’oro in dieci borse. Ecco - soggiuns’egli - ciò che avevo a comandarti: va’ e fa’ subito.
Appena Aladino ebbe terminato di dare ordini siffatti al Genio, questi disparve e poco dopo si fece vedere col cavallo, coi quaranta schiavi, di cui dieci portavano ciascuno una borsa di mille monete d’oro, e con sei schiave cariche sulla testa ciascuna di un abito differente per la madre di Aladino avviluppato in una tela d’argento, ed il Genio presentò il tutto ad Aladino.
Delle dieci borse Aladino non ne prese che quattro, che dette a sua madre, dicendole che gliele dava per servirsene ne’ suoi bisogni, lasciando le altre sei tra le mani degli schiavi che le portavano, con ordine di tenerle e di gettarle a manate al popolo passando per le strade nel cammino che dovevan fare per ridursi al palazzo del Sultano.
Ordinò anche che tre marciassero innanzi a lui cogli altri tre a destra e tre a sinistra. Presentò finalmente a sua madre le sei schiave, dicendole che quelle le appartenevano, che poteva servirsene come loro padrona, e che gli abiti da quelle portati erano per uso di lei.
Quando Aladino ebbe disposto tutte le sue faccende, disse al Genio congedandolo, che lo avrebbe chiamato quando avrebbe avuto bisogno del suo servigio, ed il Genio immantinente disparve.
Allora Aladino non pensò più che a rispondere al più presto al desiderio che il Sultano aveva manifestato di vederlo.
Egli mandò al palagio uno de’ quaranta schiavi con ordine di dirigersi al capo degli uscieri e di chiedergli quando potrebbe aver l’onore di andare a gettarsi ai piedi del Sultano.
Lo schiavo non stette lungo tempo a compiere il suo messaggio, portando per risposta che il Sultano l’attendeva con impazienza.
Aladino giunse al palagio ove tutto era disposto per riceverlo.
Quando fu alla seconda porta voleva scendere a terra per conformarsi all’uso osservato da’ gran Visir, da’ generali d’esercito e da’ governatori di primo grado: ma il capo degli uscieri, che ve lo aspettava per ordine del Sultano, ne lo impedì e l’accompagnò quasi fino alla sala del Consiglio o dell’udienza, ove l’aiutò a [442] discendere da cavallo, quantunque Aladino vi si opponesse fortemente e non volesse soffrirlo, ma non poté riuscirvi.
Appena il Sultano ebbe scorto Aladino, non fu meno maravigliato di vederlo vestito più riccamente e più magnificamente che non l’era stato mai egli stesso, che sorpreso, contro la sua aspettativa del suo buon aspetto, della bella statura e d’una certa aria di grandezza assai diversa dallo stato di bassezza in cui sua madre era apparsa innanzi a lui. La sua maraviglia e la sua sorpresa nondimeno non gli impedirono di alzarsi e di discendere due o tre gradini del suo trono assai prontamente per impedire ad Aladino di gettarsi a’ suoi piedi e per abbracciarlo con una dimostrazione piena d’amicizia. Dopo questa cortesia, Aladino voleva anche gettarsi ai piedi del Sultano, ma costui lo ritenne per la mano e l’obbligò a sedersi tra il Visir e lui.
Allora Aladino prese la parola e disse:
- Sire, io ricevo gli onori che la Maestà Vostra mi fa avendo ella la bontà e piacendole di farmeli: ma ella mi permetterà di dirle non aver io punto dimenticato d’esser nato suo schiavo, che io conosco la grandezza della sua potenza e che non ignoro quanto la mia nascita mi mette al disotto dello splendore e dell’altezza del grado supremo a cui ella è innalzata.
- Figliuol mio - rispose il Sultano abbracciandolo un’altra volta - io preferisco il piacere di vedervi e di ascoltarvi a tutti i miei tesori congiunti coi vostri.
Terminando queste parole, il Sultano fece un segnale, ed immantinente s’intese l’aria rimbombare dal suono delle chiarine e dei timballi e nello stesso tempo il Sultano condusse Aladino in un magnifico salone ove venne servito un superbo banchetto.
Il Sultano mangiò solo con Aladino.
Finito il pasto, il sultano fece chiamare il primo giudice della capitale e gl’impose di stendere il contratto di matrimonio della principessa Badroulboudour sua figliuola e di Aladino.
Quando il giudice ebbe terminato il contratto in tutte le forme volute, il sultano chiese ad Aladino se voleva rimaner nel palagio per terminar le cerimonie delle nozze lo stesso giorno.
- Sire - rispose Aladino - qualunque impazienza io abbia, di goder pienamente della bontà della Maestà Vostra, la supplico di volermi permettere che differisca fino a che abbia fatto edificare un palazzo per ricevere la principessa secondo il suo merito e la sua dignità. Io [443] la prego a quest’uopo di concedermi uno spazio conveniente innanzi al suo, affinché possa più agevolmente fare la mia Corte. Io non dimenticherò nulla per fare in modo che sia terminato con tutta la sollecitudine possibile.
- Figliuol mio - gli disse il Sultano - prendete quanto terreno vi aggrada: il vuoto è troppo grande al mio palagio ed aveva già pensato in me stesso a riempirlo: ma ricordatevi che mi par mill’anni di vedervi unito alla mia figliuola per mettere il colmo alla mia gioia.
Ciò detto, abbracciò un’altra volta Aladino che accomiatossi dal Sultano colla stessa civiltà come se fosse stato allevato e vissuto sempre alla Corte.
Aladino risalì a cavallo e ritornò in sua casa nello stesso ordine che era venuto, attraverso della stessa folla e delle acclamazioni del popolo, che gli augurava ogni specie di bene e di prosperità.
Appena fu rientrato ed ebbe messo piede a terra, prese la lampada e chiamò il Genio, come era solito di fare. Il Genio senza farsi aspettare apparve.
- Genio, - gli disse Aladino - io ho cagione di lodarmi della tua esattezza ad eseguire puntualmente quanto ho voluto da te fino al presente per la potenza di questa lampada tua padrona. Si tratta oggi che, per amore di lei, tu faccia apparire, se è possibile, più zelo ed obbedienza che non abbia ancora fatto. Ti domando dunque in altrettanto poco tempo che potrai, tu mi faccia edificare, rimpetto al palazzo del Sultano a una giusta distanza, un palazzo degno di ricevervi la principessa Badroulboudour mia sposa.
Il sole tramontava allorché Aladino terminò d’indicare al Genio la costruzione del palagio che aveva immaginata.
L’indomani all’alba, Aladino, cui l’amore della principessa non permetteva di dormire tranquillamente, era appena alzato che il Genio se gli presentò dicendogli:
- Signore, il vostro palagio è terminato, venite a vedere se ne siete contento.
Recatosi a vederlo ei trovollo tanto superiore alla sua aspettativa, da non poterlo sufficientemente ammirare.
Il Genio lo condusse per tutti i luoghi, e dappertutto non trovò se non ricchezze, proprietà e magnificenza, con ufficiali e schiavi, tutti vestiti secondo il loro grado, e secondo i servigi cui eran destinati. Non [444] mancò come una delle cose principali, di fargli vedere il tesoro, la cui porta fu aperta dal Tesoriere, ed Aladino vi vide una quantità di borse di diverse grandezze, secondo le somme che contenevano, innalzate fino alla volta e disposte in un modo che facevano piacere a vederle.
Uscendo, il Genio, l’assicurò della fedeltà del Tesoriere. Lo condusse poscia alle scuderie, ove gli fece osservare i più bei cavalli che vi fossero al mondo, e i palafrenieri in gran movimento per strigliarli. Lo fece passare da ultimo per dei magazzini riempiti di tutte le provvisioni necessarie.
Quando Aladino ebbe esaminato il palagio, disse al Genio:
- Genio, non si può esser più contento di quel che io lo sono, ed avrei torto di lagnarmi. Resta una sola cosa di cui non t’ho nulla detto, per non averci prima pensato ed è di stendere dalla porta dell’appartamento destinato alla principessa in questo palazzo un tappeto del più bel velluto, affinché ella vi cammini sopra venendo dal palazzo del Sultano.
- Io ritorno in un momento - disse il Genio.
E appena disparso, poco tempo dopo Aladino fu maravigliato di vedere che quanto aveva desiderato, era già stato eseguito.
Il Genio riapparve e riportò Aladino in sua casa, nel mentre che si apriva la porta del palazzo del Sultano.
I portinai del palazzo che allora aprivano la porta e che avevano avuto sempre la veduta libera dalla parte in cui era quello di Aladino, furono assai meravigliati di vederla limitata e di vedere un tappeto di velluto che si stendeva da quella parte fino alla porta del palazzo del Sultano. Essi non distinsero dapprima bene ciò che fosse: ma la loro sorpresa si aumentò quando ebbero veduto chiaramente il palazzo di Aladino.
La nuova d’una maraviglia così sorprendente fu tosto diffusa in tutto il palagio in pochissimo tempo.
Quando Aladino fu riportato in sua casa e che ebbe congedato il Genio, trovò che sua madre s’era alzata, e che cominciava ad abbigliarsi di uno di quegli abiti che le aveva fatto portare.
Verso l’ora che il Sultano stava per uscire dal consiglio, Aladino dispose sua madre ad andare al palazzo colle stesse schiave che il Genio le aveva fornito. La pregò che vedendo il Sultano gli dicesse ch’ella [445] andava per aver l’onore di accompagnare la principessa verso sera quando sarebbe in istato di passare al suo palagio.
Aladino salì a cavallo, e dopo essere uscito dalla sua casa paterna per non più ritornarvi, senza aver dimenticato di prendere con sé la lampada maravigliosa il cui soccorso gli era stato sì vantaggioso per giungere al colmo della sua felicità, andò pubblicamente al suo palazzo colla stessa pompa in cui era andato a presentarsi al Sultano il giorno innanzi.
I custodi del palazzo appena ebbero scorto la madre di Aladino che veniva, ne avvertirono il Sultano.
La madre di Aladino fu onorevolmente ricevuta nel palazzo ed introdotta nell’appartamento della principessa Badroulboudour dal capo degli eunuchi.
La principessa appena la vide andò ad abbracciarla e le fece prender posto sul suo sofà, e mentre le sue donne terminavano di vestirla ed ornarla dei più preziosi gioielli, la fece regalare d’una colazione magnifica. Quando la notte fu venuta, la principessa prese congedo dal Sultano suo padre.
I loro addii furono teneri e misti di lacrime, si abbracciarono più volte senza nulla dirsi, finalmente la principessa uscì dal suo appartamento mettendosi in cammino colla madre di Aladino alla sua sinistra, e seguita da cento schiave vestite con una magnificenza sorprendente.
La principessa arrivò finalmente nel nuovo palagio, ed Aladino corse con tutta la gioia immaginabile all’ingresso dell’appartamento che le era destinato per riceverla.
La madre di Aladino aveva avuto cura di far distinguere il figliuolo alla principessa nel mezzo degli ufficiali che lo circondavano, e la principessa scorgendolo, lo ritrovò sì ben fatto, che ne rimase tutta compiaciuta.
- Adorabile principessa - le disse Aladino avvicinandosele, e salutandola con grandissimo rispetto - se avessi la sciagura di dispiacervi per la temerità che ho avuta di aspirare al possesso di una sì amabile principessa figliuola del mio Sultano, oso dirvi che dovreste accagionare i vostri begli occhi e le vostre bellezze, non già per me.
- Principe, poiché così debbo trattarvi presentemente - gli rispose la principessa - io obbedisco alla volontà del Sultano mio padre e mi basta avervi veduto per dirvi che gli obbedisco senza ripugnanza.
[446] La principessa Badroulboudour, Aladino e la madre di questi, si posero a tavola, e subito un coro di strumenti i più armoniosi, toccati e accompagnati da bellissime voci di donne di rara bellezza, cominciò un concerto, che durò fino al termine del pasto.
Mezzanotte era vicina, quando secondo il costume della China, in quel tempo, Aladino si alzò e presentò la mano alla principessa Badroulboudour per ballare insieme e terminare così le cerimonie delle loro nozze.
Essi ballarono sì bene, che destarono l’ammirazione di tutta la compagnia.
Terminando, Aladino senza lasciare la mano della principessa, passò con lei nell’appartamento, ove il letto nuziale era preparato.
Così furono terminate le cerimonie ed i godimenti delle nozze di Aladino e della principessa Badroulboudour.
L’indomani, quando Aladino fu svegliato, i suoi famigliari si presentarono per abbigliarlo e gli posero un abito diverso da quello del giorno delle nozze, ma altrettanto ricco e magnifico.
Poscia fattosi condurre uno dei cavalli destinati per la sua persona, vi montò sopra e andò al palazzo del Sultano nel mezzo ad una grossa schiera di schiavi che camminavano innanzi a lui, a’ suoi lati ed al suo seguito.
Il Sultano lo ricevé con gli stessi onori della prima volta, l’abbracciò, e dopo averlo fatto sedere presso di lui sul suo trono, comandò che si servisse la colazione.
- Sire - gli disse Aladino - io supplico la Maestà Vostra di dispensarmi oggi da quest’onore. Io vengo a pregarla di venire a prendere un pasto nel palazzo della principessa col suo gran Visir e i signori della sua Corte.
Il Sultano, concedutagli con piacere questa grazia si alzò subito. Siccome il cammino non era lungo, volle andarvi a piedi, preceduto dai paggi e dai principali ufficiali della sua casa.
Più il Sultano s’avvicinava al palazzo di Aladino, più era tocco nella sua bellezza. Ma quando fu giunto al salone delle ventiquattro finestre, quando ne ebbe veduto gli ornamenti e sopratutto le gelosie arricchite di diamanti, di rubini e di smeraldi, tutte pietre perfette a proporzione della loro grossezza, e quando Aladino gli ebbe fatto osservare che la ricchezza era eguale al di fuori, ne fu talmente sorpreso che rimase come Immobile.
[447] Aladino, che aveva lasciato il Sultano per dare alcuni ordini, venne a raggiungerlo. il Sultano gli disse:
- Figliuol mio, ecco un salone degno di essere ammirato a preferenza di tutti quelli che sono al mondo.
Il Sultano intanto discese dal Salone, ed Aladino lo condusse in quello in cui aveva pranzato colla principessa Badroulboudour il giorno delle sue nozze.
La principessa arrivò un momento dopo, e ricevette il Sultano suo padre con un aspetto che gli fece conoscere quanto fosse contenta del suo matrimonio.
Due tavole si trovarono fornite delle vivande più delicate e servite tutte in vasellami d’oro.
Il Sultano trovò i cibi di buon gusto, e confessò che nulla aveva mangiato di più eccellente.
Disse ancora lo stesso del vino, che era difatti deliziosissimo.
Quello che ammirò di più furono quattro grandi tavole guarnite e cariche di fiaschi, di bacini d’oro massiccio, il tutto arricchito di pietre preziose.
Aladino ricevette le lodi del Sultano con molta modestia, e gli rispose in questi termini:
- Sire, è una gran gloria per me di meritare la benevolenza e l’approvazione della Maestà Vostra, e quello di cui posso assicurarla si è che non dimenticherò nulla per meritarmi maggiormente l’una e l’altra.
Il Sultano ritornò al suo palagio nel modo in cui v’era venuto senza permettere ad Aladino di accompagnarvelo.
Ogni giorno regolarmente il Sultano appena s’alzava, non tralasciava d’andare in un gabinetto d’onde si scopriva tutto il palagio d’Aladino e vi ritornava anche più volte nel corso della giornata per contemplarlo ed ammirarlo.
Aladino intanto non restava già chiuso nel suo palazzo; egli aveva cura di farsi vedere più d’una volta in ciascuna settimana per la città, sia che andasse a fare la preghiera ora in una moschea ora in un’altra, o di quando in quando andasse a render visita al gran Visir, il quale affettava di andarlo a corteggiare in certi giorni della settimana, o che facesse l’onore ai principali della Corte, ch’egli convitava spesso nel suo palazzo, d’andarli a visitare in casa loro.
Ciascuna volta che usciva faceva gettare da due de’ suoi schiavi, che camminavano ordinati intorno al cavallo, dei pugni di monete nelle strade e nelle piazze per dove passava, e dove il popolo andava sempre in gran folla.
[448] D’altra parte non un povero si presentava alla porta del suo palazzo che non ne ritornasse contento.
Intanto Aladino aveva diviso il suo tempo in modo che non vi era settimana in cui non andasse a caccia almeno una volta.
Finalmente, senza dar ombra al Sultano, cui faceva regolarmente la corte, Aladino si era attirato colle sue maniere affabili e liberali tutta l’affezione del popolo, ed egli era amato più dello stesso Sultano. Aggiungeva poi a tutte queste belle qualità un valore ed uno zelo pel bene dello Stato, che non si saprebbe abbastanza lodare. Ne dette anche delle prove in occasione d’una ribellione verso i confini del Regno.
Non appena ebbe saputo che il Sultano levava un esercito per dissiparla, lo supplicò di dargliene il comando, il che non durò fatica ad ottenere.
Come fu a capo dell’esercito, si condusse in tutta quella spedizione con tanta diligenza, che il Sultano seppe più presto essere stati i ribelli disfatti, castigati e dissipati, che il suo arrivo all’esercito. Quest’azione che rese il suo nome celebre in tutta l’estensione del Regno, non cambiò punto il suo cuore: egli ritornò vittorioso, ma così dolce ed affabile, come lo era stato sempre.
Eran già più anni che Aladino si governava nel modo che abbiamo annunziato, quando il Mago, che gli aveva dato senza pensarvi il mezzo d’innalzarsi ad una sì alta fortuna, si ricordò di lui in Africa ov’era ritornato.
Quantunque fino allora si era persuaso che Aladino era morto nel sotterraneo in cui lo aveva lasciato, gli venne nonpertanto il pensiero di sapere qual era stato il suo fine.
Essendo molto versato nella geomanzia, trasse da un armadio un quadrato in forma di cassettina coperta, di cui si serviva per fare le suo osservazioni: ed assisosi sopra un sofà pose il quadrato innanzi a lui, lo scoprì, e dopo aver preparato ed eguagliato la sabbia coll’intenzione di sapere se Aladino era morto nel sotterraneo, gettò i punti e ne formò l’oroscopo.
Esaminando l’oroscopo per portarne giudizio, invece di trovare che Aladino era morto nel sotterraneo, scoprì che ne era uscito invece e che viveva sulla terra in grande splendore potentemente ricco, marito d’una principessa, amato e rispettato.
Per la rabbia che ne concepì, disse a sé stesso:
- Questo miserabile figlio di sarto ha scoperto il [449] segreto e la virtù della lampada; io aveva creduto la sua morte certa, ed eccolo che gode il frutto delle mie fatiche e delle mie veglie. Io farò in modo che non ne goda per lungo tempo, oppure morirò!
E non istette lungo tempo a deliberare sul partito che aveva a prendere. Il giorno appresso salì sopra un cavallo che aveva nella sua scuderia e si pose in cammino.
Di città in città e di provincia in provincia arrivò in Cina, e ben presto nella capitale del Sultano di cui Aladino aveva sposata la figliuola. Scese in un Khan, o osteria pubblica, ove prese una camera in affitto, e ove rimase il resto del giorno e la notte seguente per rimettersi dalla fatica del viaggio.
Si trattava di sapere ove fosse la lampada, se Aladino l’avesse indosso, o in qual luogo la conservava, e questo il mago scoprì per mezzo d’una operazione di geomanzia.
Appena giunto dove albergava, prese il quadrato e la sabbia che portava in tutti i suoi viaggi.
Terminata l’operazione, conobbe che la lampada stava nel palazzo di Aladino.
- Io l’avrò questa lampada - diss’egli - e sfido Aladino d’impedirmi di rapirgliela e di farlo discendere fino alla bassezza d’onde ha preso un sì alto volo.
La sciagura volle per Aladino ch’ei fosse andato ad una partita di caccia per otto giorni: ed ecco in qual modo il Mago africano ne fu informato.
Quando ebbe fatto l’operazione che gli cagionò tanta gioia andò a vedere il portinaio del Khan sotto pretesto di conversare con lui, e gli disse che aveva veduto il palazzo di Aladino: e dopo di avervi esagerato quanto aveva veduto di sorprendente, gli disse:
- La mia curiosità va più lungi, e non sarò soddisfatto se non vedo il padrone cui appartiene un edificio sì maraviglioso.
- Non vi sarà difficile di vederlo - rispose il portinaio - non vi è giorno che non ne dia occasione quando è in città: ma sono tre giorni che è fuori per una grande caccia che ne deve durare otto.
Il Mago africano non volle saperne di più.
Prese congedo dal portinaio, e ritirandosi disse tra sé:
- Ecco il tempo di operare, ed io non debbo lasciarlo sfuggire.
[450] Andato alla bottega di un fabbricante di lampade gli disse:
- Maestro, ho bisogno di una dozzina di lampade di rame. Potete fornirmele?
Il venditore gli disse che ne mancavano alcune, ma che se voleva aver pazienza fino all’indomani gliele avrebbe fornite tutte all’ora che avrebbe voluto.
Il Mago vi acconsentì e gli raccomandò che fossero proprie e ben pulite, e dopo avergli promesso che lo avrebbe pagato bene, si ritirò nel suo Khan.
L’indomani le dodici lampade furono date al Mago africano, che le pagò al prezzo chiestogli, senza nulla diminuire.
Le pose in un paniere, di cui s’era provveduto, e con quello sotto al braccio, andò verso il palazzo di Aladino: e quando si fu avvicinato si pose a gridare:
- Chi vuol cambiare vecchie lampade con delle nuove?
A misura che avanzava, i fanciulli i quali giuocavano sulla piazza l’intesero, accorsero, e si radunarono intorno a lui con grandi urla guardandolo come un pazzo.
Ripeté sì spesso la stessa cosa, andando e venendo nella piazza innanzi al palazzo e nei dintorni, che la principessa Badroulboudour, la quale stava allora nel salone delle ventiquattro finestre intese.
Ma siccome non poteva distinguere ciò che gridava a cagione delle urla dei fanciulli che lo seguivano, mandò una delle schiave che più l’accostavano, a vedere che cosa fosse quel rumore.
La schiava non istette lungo tempo a risalire, ed entrò nel salone così di buon umore, che la principessa non poté impedirsi dal ridere anch’essa guardandola.
- Ebbene, pazza - disse la Principessa - vuoi tu dirmi perché tu ridi?
- Principessa - rispose la schiava ridendo sempre - chi potrebbe impedirsi dal ridere vedendo un pazzo con un paniere sotto al braccio, pieno di belle lampade tutte nuove, che non domanda di venderle, ma a cambiare con delle vecchie?
Dietro a questo racconto, un’altra schiava prendendo la parola disse:
- A proposito di vecchie lampade, non so se la Principessa ha badato che ve n’è una sul cornicione. Quegli a cui appartiene non sarà certo scontento di trovarne una nuova Invece di questa vecchia. Se la [451] Principessa lo permette, può avere il piacere di provare se questo pazzo lo è tanto, da darne una lampada nuova, in cambio di una vecchia senza domandare un compenso.
La lampada, di cui la schiava parlava, era quella maravigliosa che servì ad Aladino per innalzarsi al punto di grandezza cui era arrivato, e l’aveva messa egli medesimo sul cornicione prima di andare alla caccia, nel timore di perderla, ed aveva presa la stessa precauzione tutte le volte che ci era andato. Ma né le schiave, né gli eunuchi, né la medesima Principessa vi avevano fatto attenzione una sola volta fino allora durante le sue assenze.
La principessa Badroulboudour, la quale ignorava che la lampada fosse tanto preziosa quanto lo era, e che Aladino avesse un interesse tanto grande quanto n’aveva che non la si toccasse e che venisse conservata, partecipò alla piacevolezza, comandando ad un eunuco di prenderla e di andare a fare il cambio.
L’eunuco obbedì, discese dal salone e non appena fu uscito dal palazzo, che scorse il Mago africano.
Egli lo chiamò, e quando gli fu vicino, mostrandogli la vecchia lampada, gli disse:
- Dammi una lampada nuova per questa vecchia.
Il Mago africano non dubitò che quella non fosse la lampada da lui cercata, non potendovene essere altre nel palazzo di Aladino, in cui tutto il vasellame era d’oro o d’argento.
Laonde la prese prontamente dalle mani dell’eunuco, e dopo aversela accuratamente posta nel seno, gli presentò il suo paniere, dicendogli di scegliere quella che più gli piaceva.
L’eunuco scelse, e dopo aver lasciato il Mago, portò la lampada nuova alla principessa Badroulboudour.
Il Mago africano, come fu fuori dalla piazza che stava fra i due palazzi, si internò per le strade meno frequentate, e siccome non aveva bisogno né delle altre lampade né del paniere, posò il tutto nel mezzo di una strada, ove non v’era nessuno.
Fatto questo, affrettò il passo fino a che non fu giunto ad una delle porte della città.
Continuando il suo cammino pel sobborgo, prese alcune provvisioni prima che ne uscisse. Quando fu nella campagna andò ad un luogo ove nessuno poteva vederlo ed ove restò finn al punto che giudicò a proposito per eseguire il disegno che l’aveva condotto fin là. Non si incaricò più della bestia che aveva lasciato al [452] Khan in cui aveva preso albergo, credendosi ben risarcito dal tesoro acquistato.
Il Mago africano passò il resto del giorno in quel luogo fino a notte inoltrata quando le tenebre erano più oscure.
Allora trasse la lampada dal seno e la strofinò.
A quel richiamo il Genio gli apparve, chiedendogli subito:
- Che vuoi tu? Eccomi pronto ad obbedirti come schiavo tuo e di tutti quelli che hanno la lampada alla mano, io e i miei compagni.
- Io ti comando - rispose il Mago africano - che in questo punto medesimo tu rapisca il palazzo, che tu e gli altri schiavi della lampada avete fabbricato in questa città, tale quale è con tutti i viventi che vi sono, e che tu lo trasporti con me nello stesso tempo in un tal luogo dell’Africa.
Il Genio senza rispondergli, coll’aiuto dei suoi compagni, trasportò in pochissimo tempo il Mago e l’intero palazzo al luogo proprio dell’Africa che gli aveva indicato.
Noi lasceremo il Mago africano e il palagio colla principessa Badroulboudour in Africa, per parlare della sorpresa del Sultano.
Appena il Sultano fu alzato, non mancò secondo il suo solito di andare nel gabinetto aperto per avere il piacere di contemplare e di ammirare il palazzo di Aladino.
Guardando dalla parte ove era solito di vedere quel palazzo, non vide che uno spazio vuoto, tale quale era prima che vi fosse fabbricato.
La sua meraviglia fu sì grande che rimase lungo tempo immobile cogli occhi rivolti dalla parte in cui il palazzo era stato; infine ritornò nel suo appartamento, ove comandò che immantinenti gli si facesse venire il gran Visir.
Il Visir giunto alla presenza del Sultano gli disse:
- Sire, la premura con cui la Maestà Vostra mi fece chiamare, mi ha fatto giudicare che qualche cosa di molto straordinario sia accaduto, poiché non ignoro che oggi è giorno di Consiglio e che non dovevo mancare di rendermi al dovere mio tra pochi momenti.
- Ciò che è accaduto - rispose il Sultano - è veramente straordinario come tu dici, e ne converrai tu pure. Dimmi, ov’è il palazzo di Aladino?
- Il palazzo di Aladino, Sire? - chiese a sua volta il gran Visir con istupore. - Io vi son passato or [453] ora innanzi e mi è sembrato che stesse al suo luogo. Edifici così solidi come quello non cangiano di posto così facilmente.
- Va’ a vedere nel mio gabinetto, e verrai a dirmi se l’avrai veduto.
Il gran Visir andò al gabinetto aperto, e gli accadde la stessa cosa che al Sultano.
Quando si fu bene assicurato che il palazzo di Aladino non trovavasi più ove era stato, ritornò a presentarsi al Sultano.
- Ebbene hai tu veduto il palazzo di Aladino? - gli chiese il Sultano.
- Sire - rispose il gran Visir - la Maestà Vostra può ricordarsi che io ho avuto l’onore di dirle che quel palazzo il quale faceva il subbietto delle ammirazioni di lei colle sue immense ricchezze, non era se non un’opera di magia e di mago.
Il Sultano che non poteva disconvenire di ciò che il gran Visir gli diceva, fu compreso da una collera altrettanto più grande, in quanto che non poteva confessare la sua incredulità.
- Ov’è - diss’egli - quell’impostore, quello scellerato, affinché gli faccia mozzare il capo? Va’ ad ordinare a trenta de’ miei cavalieri di condurmelo carico di catene.
Il gran Visir andò a dar l’ordine del Sultano ai cavalieri.
Eglino partirono ed incontrarono Aladino a cinque o sei leghe dalla città che ritornava cacciando.
L’ufficiale gli disse, andandogli incontro:
- Principe Aladino, con grande dispiacere vi dichiariamo l’ordine ricevuto dal Sultano di arrestarvi e di condurvi innanzi a lui; però vi supplichiamo di non trovar male che adempiamo al nostro dovere.
Questa dichiarazione produsse una grande sorpresa in Aladino, che si sentiva innocente.
Egli chiese all’ufficiale se sapeva di qual delitto era accusato; a cui quello rispose, che né egli né le sue genti ne sapevano nulla.
Come Aladino vide che le sue genti erano di molto inferiori al drappello, e inoltre che quelle si allontanavano, pose piede a terra dicendo:
- Eccomi, eseguite l’ordine che avete. Io posso dire nondimeno che non mi sento colpevole di alcun delitto, né verso la persona del Sultano, né verso lo Stato.
Immantinente gli si passò al collo una catena assai [454] grossa e molto lunga, con cui lo si legò anche in mezzo al corpo.
Quando l’ufficiale si fu messo innanzi alla sua schiera, un Cavaliere prese il capo della catena, e camminando dietro l’ufficiale condusse Aladino innanzi al Sultano, il quale appena lo vide, comandò al carnefice di mozzargli il capo.
Quando il carnefice si fu impadronito di Aladino, gli tolse la catena d’intorno al collo ed al corpo, e dopo avere steso per terra un tappeto di cuoio tinto dal sangue di una infinità di malfattori da lui morti, lo fece mettere in ginocchioni e gli bendò gli occhi.
Dopo ciò trasse dalla guaina la sua sciabola, prese la sua misura, per dare il colpo, e attese che il Sultano gliene desse il segnale.
In questo mentre il popolaccio, memore di tante beneficenze ricevute da Aladino, saputa la sua disgrazia, forzò la guardia ed empiuto il largo, aveva scalato le mura del palazzo in più luoghi, e cominciava a demolirlo.
Lo spavento del Sultano fu sì grande quando ebbe veduto un tumulto così formidabile, che nel momento stesso comandò al carnefice di rimettere la sua sciabola nel fodero, di toglier la benda dagli occhi di Aladino, e di lasciarlo libero.
Dette ordine eziandio ai banditori di gridare che il Sultano gli faceva grazia, e che il popolo si ritirasse.
Quando Aladino videsi libero, si rivolse al Sultano, dicendogli con voce commovente:
- Sire, supplico la Maestà Vostra di farmi conoscere qual è il mio delitto.
- Qual è il tuo delitto, perfido! - rispose il Sultano - non lo sai tu dunque? Sali fin qui - continuò egli - e te lo farò conoscere.
Egli lo condusse fino al gabinetto aperto, e quando vi fu giunto:
- Entra - soggiunse - tu devi sapere dov’è il tuo palazzo; guarda da ogni lato, e dimmi che n’è divenuto?
Aladino allora ruppe il silenzio dicendo:
- Sire, io veggo bene e lo confesso che il palazzo che ho fatto edificare non è più al luogo in cui stava, io vedo che è sparito, e non posso dire egualmente alla Maestà Vostra dove può essere: ma posso assicurarla che io non ho alcuna parte a questo avvenimento.
- Io non sono già in pena per quel che del tuo palazzo è divenuto - soggiunse il Sultano. - Io stimo [455] la mia figliuola un milione di volte di più: però voglio che tu me la ritrovi, altrimenti ti farò mozzare il capo, e niuna considerazione me lo impedirà!
- Sire - rispose Aladino - supplico la Maestà Vostra di concedermi quaranta giorni per fare le mie ricerche: e se in questo intervallo io non vi riesco, le do la mia parola che porterò la mia testa ai piedi del suo trono, affinché ella ne disponga a sua volontà.
- Io ti concedo i quaranta giorni che mi chiedi - rispose il Sultano.
Aladino si sottrasse alla presenza del Sultano grandemente umiliato da far compassione.
Attraversò le camere, i corridoi, i cortili colla testa bassa, senza osare di alzar gli occhi nella confusione in cui era, e i principali ufficiali della Corte, da lui beneficati in mille modi, invece di avvicinarsi a lui per consolarlo e per offrirgli un asilo presso di loro, gli volsero le spalle.
Non potendo più oltre restare in una città in cui aveva fatta una bella figura, ne uscì e prese la via della campagna.
- Dove andrò mai a cercare il mio palazzo? In qual provincia, in qual paese, in qual parte del mondo lo troverò insieme alla mia cara principessa? Non lo ritroverò mai più; val dunque meglio che mi liberi da tante fatiche!
Egli s’accingeva a gettarsi nel fiume, secondo la risoluzione presa, ma credette, da buon mussulmano fedele alla sua religione, di non doverlo fare senza aver prima fatto la sua preghiera.
Volendo prepararvisi, si avvicinò alla sponda del fiume per lavarsi le mani ed il viso secondo il costume del paese.
Ma siccome quel luogo era un poco in declivio e bagnato dall’acqua che vi batteva, così scivolò, e sarebbe caduto nel fiume se non si fosse rattenuto ad un piccolo scoglio che sporgeva fuori dalla terra circa due piedi.
Felicemente per lui portava ancora l’anello che il Mago africano gli aveva messo in dito prima che discendesse nel sotterraneo.
Rattenendosi adunque, strofinò fortemente l’anello contro lo scoglio, e immantinente lo stesso Genio apparsogli nel sotterraneo in cui il Mago africano lo aveva chiuso, gli apparve un’altra volta, dicendogli:
- Che vuoi? Eccomi pronto ad obbedirti come [456] schiavo tuo e di tutti quelli che hanno l’anello al dito, io e gli altri schiavi dell’anello.
Aladino, piacevolmente sorpreso da un’apparizione sì poco aspettata nella disperazione in cui stava immerso, rispose:
- Genio, salvami una seconda volta insegnandomi ov’è il palazzo che ho fatto fabbricare, e facendo in modo che sia portato immantinenti al luogo ov’era.
- Quello che tu mi chiedi - soggiunse il Genio - non è in mio potere di concederti, non essendo io che schiavo dell’anello; rivolgiti adunque allo schiavo della lampada.
- Quand’è così - riprese Aladino - io ti comando dunque, per la potenza dell’anello, di trasportarmi fino al luogo in cui è il mio palazzo, dove che sia, e di posarmi sotto le finestre della principessa Badroulboudour.
Appena ebbe terminato di parlare, il Genio lo prese e lo trasportò in Africa, nel bel mezzo d’una prateria ove stava il palazzo poco lontano da una grande città, e lo posò precisamente sotto le finestre dell’appartamento della principessa, ove lo lasciò.
Tutto ciò avvenne in un istante.
Guardando prima di tutto quell’edificio, provò una gioia inesprimibile d’esser sul punto di ridivenirne padrone, e nello stesso tempo di ripossedere la sua cara principessa; ed alzatosi, si accostò all’appartamento della principessa aspettando che si facesse più chiaro il giorno e che potesse esser veduto.
Quando la principessa fu vestita una delle sue donne guardando a traverso d’una persiana, scorse Aladino, e immantinente andò a darne contezza alla sua padrona, la quale, non prestando fede a quella notizia, andò subito ad affacciarsi alla finestra e scorgendolo aprì la persiana.
Aladino avendo alzata la testa, e scortala, la salutò in modo che esprimeva l’eccesso della sua gioia.
- Per non perder tempo - gli disse la principessa - si è andato ad aprirvi la porta segreta, entrate e salite.
E ciò detto, chiuse la gelosia.
La porta segreta stava sotto l’appartamento della principessa, ed Aladino, trovatala aperta, salì all’appartamento di lei.
Non è possibile esprimere la gioia di quei due sposi nel rivedersi: dopo essersi abbracciati più volte, si [457] dettero tutte le prove d’amore e di tenerezza che immaginar si possano.
Dopo questi abbracci misti di lagrime e di gioia si sedettero, ed Aladino, prendendo la parola, disse:
- Principessa, prima di ogni altra cosa, vi supplico in nome di Dio, per vostro interesse, per quello del Sultano vostro rispettabile padre, e pel mio in particolare, di dirmi ciò che è divenuto d’una vecchia lampada che io aveva messa sul cornicione del salone a ventiquattro finestre prima di andare alla caccia?
- Ah, caro consorte - rispose la principessa - io aveva ben dubitato che la nostra reciproca sciagura provenisse da questa lampada, e ciò che mi desola è che io medesima ne sono la causa.
- Principessa - soggiunse Aladino - non ve ne attribuite già la causa, essendo tutta mia perché avrei dovuto esser più cauto nel conservarla. Intanto non pensiamo che a riparare a simil perdita, ed a tal uopo fatemi la grazia di raccontarmi in qual guisa la cosa è andata, ed in quali mani si trova!
Allora la principessa Badroulboudour raccontò ad Aladino quanto era accaduto nel cambio della lampada vecchia per la nuova, che essa si fece portare affinché la vedesse, e come la notte seguente, erasi accorta del trasporto del palazzo, s’era trovata la mattina nel paese sconosciuto in cui gli parlava e che era l’Africa, particolarità che aveva saputo dalla bocca medesima del traditore mago.
- Principessa - disse Aladino interrompendola - voi mi avete fatto conoscere il traditore dicendomi che sono nell’Africa con voi. Esso è il più perfido di tutti gli uomini. Ma questo non è né il tempo né il luogo di darvi una pittura più ampia delle sue malvagità. Io vi prego solamente di dirmi ciò che ha fatto della lampada e dove l’ha messa.
- Egli la porta al suo seno avviluppata preziosamente - rispose la principessa - e posso farvene testimonianza poiché l’ha tratta più volte in mia presenza per farsene un trofeo.
- Mia cara principessa - disse allora Aladino - non mi sappiate malgrado di tante inchieste di cui vi opprimo poiché esse sono egualmente importanti per voi, e per me. Per venire a ciò che v’interessa più particolarmente, ditemi, ve ne scongiuro, come vi tratta un uomo sì cattivo e perfido?
- Dacché sono in questo luogo - rispose la principessa - non si è presentato innanzi a me che una [458] volta in ciascun giorno, e sono ben persuasa che la poca soddisfazione che ricava dalle sue visite fa che non m’importuni più spesso. Io nondimeno dubito che la sua intenzione non sia di lasciar passare i miei più vivi dolori, nella speranza che io cangerò di sentimento e affine di usare la violenza se persevero a resistergli. Ma, caro sposo, la vostra presenza ha già dissipato le mie inquietudini.
- Principessa - interruppe Aladino - credo che non invano sien dissipate, poiché mi sembra aver trovato il mezzo di liberarci ambedue da questo nemico. Ma per ciò è necessario ch’io vada in città. Sarò di ritorno verso il mezzodì, e allora vi comunicherò qual è il mio disegno, e ciò che bisognerà che voi facciate per contribuire a farlo riuscire. Intanto siate avvertita di non maravigliarvi se ritorno con un altro abito, ed ordinate che non mi si faccia attendere alla porta segreta al primo colpo che darò.
La principessa gli promise che lo si attenderebbe alla porta, e che si starebbe pronti ad aprirgli.
Quando Aladino fu disceso dall’appartamento della principessa ed uscito per la medesima porta, guardò dall’un lato e dall’altro, e scorse un contadino che prendeva la via della campagna.
Siccome il contadino andava al di là del palazzo e si era già un poco allontanato, Aladino sollecitò il passo, e quando l’ebbe raggiunto gli propose di cangiar d’abito e fece tanto che il contadino vi acconsentì.
Il cambio si fece nel mezzo d’un cespuglio, e quando si furon separati, Aladino prese il cammino della città.
Appena vi fu entrato prese la strada che metteva capo alla porta ed intromettendosi nelle strade più frequentate arrivò al luogo ove ciascuna specie di mercanti e d’artigiani avevano la loro strada particolare.
Entrò in quella dei droghieri, e direttosi alla più grande e meglio fornita bottega, domandò al mercante se aveva una certa polvere che gl’indicò.
Il mercante la pesò, la incartocciò e dandola ad Aladino ne chiese una moneta d’oro.
Aladino gliela mise tra le mani, ritornò al suo palazzo e salì all’appartamento della principessa Badroulboudour.
- Principessa - le disse - se volete seguire il mio consiglio, comincierete da questo momento col vestirvi con uno de’ vostri abiti più belli, e quando il Mago africano verrà, non farete difficoltà di riceverlo [459] con tutta la buona accoglienza possibile; invitatelo a cenare con voi, e ditegli che avreste grandissimo desiderio di assaggiare il miglior vino del suo paese. Egli non mancherà di abbandonarvi per andarne a cercare ed allora, aspettando che egli ritorni, mettete questa polvere in uno dei bicchieri simili a quelli in cui avete uso di bere, e mettendolo da parte, avvertite quella tra le vostre donne che vi darà da bere di portarvelo pieno di vino al segno che le farete.
Quando il Mago sarà ritornato e che sarete a tavola, dopo aver mangiato e bevuto quanto giudicherete a proposito, fatevi portare il bicchiere ove sarà la polvere e cangiatelo col suo. Egli troverà un tale favore sì grande che non ricuserà di farlo, e berrà anche senza nulla lasciare nel bicchiere, e appena lo avrà vuotato lo vedrete cader rovescioni.
Così accordatosi colla principessa, Aladino tolse congedo da lei, e andò a passare il resto del giorno nei dintorni del palazzo, aspettando la notte per avvicinarsi alla porta segreta.
Il Mago africano non mancò di venire alla sua solita ora.
Appena la principessa lo vide entrare nel salone delle ventiquattro finestre, ove l’aspettava, ella s’alzò con tutto il suo apparecchio di bellezza e di grazia, e gli mostrò colla mano il luogo distinto ove aspettava che si mettesse a sedere insieme con lei, somma