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Jettatura
Titolo: Jettatura
Autore: Théophile Gautier
Anno di pubblicazione: 1857
Genere: Romanzo
Lingua: Italiano
Lingua originale: Francese
Audiolibro: Ascolta

(Anteprima, 24 kbit)

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Pubblicato il: 2012-04-06
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JETTATURA

ROMANZO
DI

TEOFILO GAUTIER


Traduzione di TEODORO SERRAO



MILANO
SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO
14 - Via Pasquirolo - 14
TEOFILO GAUTIER

Teofilo Gautier, nato a Tarbes nel 1811, fu fra i poderosissimi ingegni, che tanto contribuirono al risorgimento della letteratura francese nella prima metà del nostro secolo.
Ascritto alla scuola romantica, che gloriavasi di avere a capo Victor Hugo, fu del cenacolo di Musset, di Dumas, di Eugenio Sue, di Giorgio Sand, di Balzac, e dei tanti illustri che riempirono il mondo delle loro opere, compiendo una vera rivoluzione letteraria.
Natura elettissima d'artista, Teofilo Gautier, si era da prima dedicato alla pittura; poco soddisfatto dei suoi progressi; lasciò il pennello per la penna, e fin da' suoi primi tentativi fu poeta elettissimo, come più tardi fu il più celebre critico d'arte de' suoi tempi.
Il romanzo Mademoiselle Maupin, ad onta delle critiche acerbe per la bizzarria della tessitura, e per i particolari licenziosi del racconto, ebbe un successo immenso, come ogni suo libro pubblicato di poi; scritti di critica d'arte, viaggi, racconti, romanzi, poemi; chè il patrimonio letterario lasciato dal poeta di Tarbes è grandissimo. Capitan Fracassa, Fortunio, La Commedia della morte, Una lacrima del diavolo, Tra los Montes, Zig Zag, Militona, Italia, Costantinopoli, Smalti e cammei, ecc.; ecc., ecc., tutte le opere di Teofilo Gautier sono capolavori di stile... Fu detto che l'autore dei Zig zag non scriveva, ma dipingeva e cesellava ad un tempo. Nessuno più efficace ed elegante di lui nelle descrizioni di viaggi, nessuno più smagliante nelle sorprendenti dipinture, che nelle traduzioni, per quanto accurate, perdono assai della loro meravigliosa bellezza.
Teofilo Gautier fu un vero caposcuola.
I suoi racconti improntati tutti di una originalità bizzarra, sono ancora letti avidamente in Francia, ove ad onta di una venatura di barocchismo, fanno testo di lingua.
È a Teofilo Gautier che si inspirarono, esagerandone forse alquanto i difetti, i più celebri narratori odierni fra cui sommo lo Zola, che del maestro conserva la tradizione in un campo tutto diverso, e con diversissimi intenti.
Mentre Zola con forma squisita scende nelle tane dell'uomo da soma, per descrivercene le miserie, i vizi inerenti, le virtù e il sacrificio; Gautier, eminentemente aristocratico, non si compiace che nel lusso artistico fra i felici della terra...
Jettatura, il romanzo che noi pubblichiamo è fra i più pregiati lavori del poeta francese.

JETTATURA

I.

Il Leopoldo, magnifico vapore toscano che fa il servizio fra Marsiglia e Napoli, aveva doppiata la punta di Procida.
I passeggieri erano tutti sul ponte guariti del mal di mare dall'aspetto del paese, molto più efficace dei confetti di Malta e di tutte le altre ricette adoperate in simil caso.
Sul ponte (nello spazio riservato alla prima classe) v'erano degli Inglesi i quali sforzandosi di separarsi il maggiormente possibile gli uni dagli altri, si creavano intorno, ognuno per suo conto, una barriera insormontabile.
Le loro malinconiche facce erano rigorosamente sbarbate; le cravatte non facevano una piega, i colletti delle loro camicie, rigidi e bianchi, rassomigliavano a tanti pezzi di cartoncino Bristol; avevano le mani imprigionate in freschissimi guanti di Svezia e la vernice di lord Elliot faceva, delle loro calzature nuove, altrettanti specchi.
Si sarebbe detto che fossero usciti da qualche scompartimento dei loro nécessaires da viaggio; poichè nel loro corretto abbigliamento non v'era uno di quei tanti piccoli disordini di toilette, ordinaria conseguenza, d'un viaggio.
C'erano là, lords, membri della Camera dei Comuni, mercanti della City, sarti di Regent's street e fabbricanti di coltelli di Sheffields, tutti quanti ben messi, tutti immobili, tutti annojati.
Nè mancavano le donne, poichè le Inglesi non sono sedentarie come le donne degli altri paesi ed approfittano del più futile pretesto per abbandonare la loro isola.
Accanto ad alcune ladies e ad alcune mistress; bellezze d'altri tempi, brillavano sotto i loro veli bleus, giovani misses dai colori di crema e fragola, dai riccioli ricchissimi di capelli biondi, dai denti lunghi e bianchi.
Esse richiamavano i tipi affezionati delle Keepsakes e giustificavano le incisioni d'oltre-Manica del rimprovero di falsità che vien loro spessissimo rivolto.
Queste graziose personcine modulavano col più delizioso accento britannico, ognuna per conto suo, la frase, sacramentale: «Vedi Napoli e poi mori,» consultavano la Guida di Viaggio o prendevano appunti delle loro impressioni sui carnets, senza occuparsi per niente delle occhiate alla don Giovanni di alcuni sciocchi parigini che gironzavano loro attorno; mentre le mamme irritate mormoravano a bassa voce sulla sfacciataggine francese.
Sul limite del quartiere aristocratico passeggiavano, fumando, tre o quattro giovanotti che dal loro cappello di paglia, o di feltro grigio, dalle casacche coi bottoni di corno, dagli ampi pantaloni di traliccio, era facile poter riconoscere come altrettanti artisti; indicazione affermata d'altra parte, dai loro baffi alla Van Dyck, dai capelli inanellati alla Rubens o tagliati alla Paolo Veronese. Costoro, con un altro scopo però dei dandies, si sforzavano d'afferrare qualche profilo di quelle beltà, che la differenza di fortuna allontanava da essi; e questa preoccupazione li distraeva dallo splendido panorama spiegato ai loro occhi.
Dal lato opposto del bastimento, appoggiati ai mucchi di cordami arrotolati, erano in gruppo i poveri diavoli della terza classe, i quali terminavano quelle provviste che le nausee avevano lor impedito di toccare e che non avevano uno sguardo pel più meraviglioso spettacolo del mondo; il sentimento della natura, infatti, è privilegio degli spiriti colti non intieramente assorbiti dalle materiali necessità della vita.
Era un tempo magnifico; i flutti s'accavallavano a larghe ondate senza aver la forza di cancellare la scia del bastimento: il fumo della macchina, che faceva le nuvole di questo splendido cielo, si perdeva lentamente in leggeri fiocchi d'ovatta e le pale delle ruote movendosi in una polvere diamantata in cui il sole sospendeva delle iridi, percuotevano l'acqua con un'attività vivace, come se avessero avuto coscienza della vicinanza del porto.
Quella lunga linea di colline che, da Posilipo al Vesuvio, disegna il golfo meraviglioso in fondo al quale Napoli si riposa come una ninfa marina che si asciuga sulla riva all'uscire del bagno, cominciava a pronunciarsi colle sue ondulazioni violacee e si staccava con un colore più marcato dell'azzurro scintillante del cielo; e già qualche punto bianco, picchiettando il fondo scuro del quadro, tradiva la presenza delle ville sparse per la campagna.
Alcune vele di barche pescherecce rientravano nel porto, scivolando sul blù disteso del mare, come piume di cigni, spinte dalla brezza, ed addimostravano l'attività umana sulla maestosa solitudine delle acque.
Dopo qualche giro di ruota, Castel Sant'Elmo ed il convento di San Martino si disegnarono distinti alla sommità della montagna alle cui falde Napoli s'aggruppa; al di sopra delle cupole delle chiese, delle terrazze degli alberghi, del verde dei giardini, dei tetti delle case e delle facciate dei palazzi tuttora vagamente sfumati in un vapor luminoso.
Ben presto il Castel dell'Ovo, accoccolato sopra uno scoglio battuto dalla schiuma, parve avanzarsi verso il vapore ed il molo col suo faro s'allungò come un braccio tendente una fiaccola.
All'estremità della baja, il Vesuvio, più avvicinato, cambiò le tinte azzurre di cui la lontananza lo rivestiva, in toni più vigorosi e più solidi: i suoi fianchi si solcarono di strisce e di scoli di lave raffreddate; e dal suo cratere rotto, come dai buchi d'un braciere, uscirono, chiaramente visibili, dei piccoli buffi di fumo bianco che il più piccolo soffio di vento faceva tremare.
Già si distingueva chiaro il Chiatamone, Pizzo Falcone, la passeggiata di Santa Lucia, tutta fiancheggiata d'alberghi, il Palazzo Reale colle sue file di finestre, il Palazzo Nuovo, l'Arsenale, e i bastimenti di tutte le nazioni del mondo mischianti i loro alberi come piante d'un bosco spogliato di foglie; allorchè uscì dalla sua cabina un passeggiero che non s'era veduto in tutta quanta la traversata, o perchè il mal di mare l'avesse rattenuto, o perchè non avesse voluto mischiarsi agli altri passeggeri per misantropia o, infine, perchè questo spettacolo, nuovo pei più, gli fosse da tempo famigliare e nessun interesse più gli offrisse.
Era un giovane dai ventisei ai ventotto anni, o al quale almeno, di primo acchito si sarebbe data questa età: poichè, guardandolo con attenzione lo si trovava o più giovane o più vecchio, tanto la sua enigmatica fisionomia mescolava la freschezza e la fatica.
I suoi capelli di un biondo scuro avevano quelle sfumature dagli Inglesi chiamate auburn, ed il sole accendeva in essi dei riflessi di rame, mentre nell'ombra sembravano quasi neri; il suo profilo presentava delle linee nette, una fronte della quale un frenologo avrebbe ammirato le protuberanze, un naso nobilmente aquilino, delle labbra ben tagliate e un mento il cui deciso rotondeggiare faceva pensare alle medaglie antiche.
E nonostante, tutte queste linee, belle per loro stesse, non componevano per nulla un insieme aggradevole.
Mancava loro quella misteriosa armonia che addolcisce i contorni e li fonde gli uni negli altri.
La leggenda parla di un pittore italiano che volendo ritrarre l'arcangelo ribelle, gli compose un volto di beltà varie e disparate e ne trasse così un effetto di terrore ben più grande che se si fosse servito di corna, di sopraciglia circonflesse e di bocca sghignazzante.
Il volto dello straniero produceva una impressione di questo genere.
I suoi occhi sopratutto erano strani; le ciglia nere che li ornavano contrastavano col color grigio delle pupille e col colorito castano dei capelli.
La sottigliezza delle ossa del naso faceva apparire quegli occhi più riavvicinati di quello che non lo permettono le misure dei principii del disegno e, quanto alla loro espressione, essa era veramente indefinibile.
Allorchè essi non si posavano su alcun oggetto, una vaga malinconia, una languente tenerezza vi si dipingeva come in una luce umida: se non si fissavano su nulla o su nessuno, i sopracigli si riavvicinavano, si raggrinzavano ed appariva allora nella fronte una fitta ruga perpendicolare: le pupille, di grigie divenivano verdi, si tigravano di fibrille gialle: lo sguardo vi scintillava acuto quasi volendo ferire; poi tutto ad un tratto, riprendeva la sua primiera placidità ed il nostro personaggio mefistofelico ritornava un giovanotto elegante (membro, se vi piace, del Jockey-Club) che andava a passar l'estate a Napoli e ch'era soddisfatto di mettere il piede sopra sin pavimento meno mobile del ponte del Leopoldo.
Il suo abbigliamento era elegante senza che nulla d'appariscente attirasse l'occhio: un pastrano bleu cupo, una cravatta nera punteggiata, allacciata senza ricercatezza come senza sciatteria, un panciotto d’ugual colore della sciarpa, un pajo di calzoni grigi chiari che cadevano su scarpe fini ed eleganti: questo era tutta la sua toilette: la catena dell'orologio era d'oro e semplicissima e un cordoncino di seta teneva sospese le sue lenti: la sua mano elegantemente inguantata sorreggeva un piccolo bastoncino terminato in cima da un pomo d'argento.
Egli fece qualche passo sul ponte, lasciando posare vagamente lo sguardo sulla riva che si avvicinava sempre più e sulla quale si vedevano correre le carrozze e formicolare la gente e aggrupparsi quegli oziosi pe' quali l'arrivo d'una diligenza o d’un vapore è uno spettacolo sempre nuovo e sempre degno di attenzione, sebbene l'abbiano visto migliaja di volte.
Già si staccava dal molo una squadra di barchette che si preparavano a dar l'assalto al Leopoldo, piene d'un equipaggio di facchini, di domestici da piazza, di camerieri d'albergo e d'altra gente consimile avvezza a considerare il forastiero come una preda. Ogni barca faceva forza di remi per arrivar la prima e i vogatori si scambiavano urli ed ingiurie, capaci di scandalizzare chi fosse stato poco al corrente sui costumi della bassa plebe napoletana.
Il giovane dai capelli auburn s'era posto le lenti per meglio afferrare i particolari del panorama che gli si spiegava dinanzi: ma la sua attenzione, distolta dal sublime spettacolo della baja dalle grida che s'innalzavano dalla piccola flotta accorrente, si ripiegò sulle barche: senza dubbio il chiasso gli dava noia perchè i suoi sopracigli si contrassero, la ruga della fronte comparve ed il grigio delle sue pupille prese una tinta giallastra.
Un colpo di mare inaspettato, venuto dal largo correndo sul mare, orlato di schiuma, passò sotto il vapore che sollevò e lasciò ricader pesantemente; poi si ruppe sul molo in mille spruzzi, bagnando i passeggieri sorpresi da questa inaspettata doccia e fece, per la violenza del risucchio, cozzarsi fra loro le barche così bruscamente, che tre o quattro facchini caddero in mare. L'accidente non era grave perchè quei diavoli nuotano tutti come pesci o come deità marine: qualche secondo dopo, infatti essi riapparvero, coi capelli incollati sulla tempia sbuffando l'acqua dalla bocca e dalle narici e certo tanto maravigliati di questo tuffo quanto lo dovette esser Telemaco, figlio d'Ulisse, allorchè Minerva, sotto la figura del saggio Mentore, lo lanciò dall'alto d'una roccia nel mare, per strapparlo all'amore d'Eucaride.
Dietro il bizzarro viaggiatore, a rispettosa distanza, stava ritto, vicino ad un mucchio di valigie, un piccolo groom; una specie di vecchietto di quindici anni, uno gnomo in livrea che ricordava quei nani elevati dalla pazienza chinese in recipienti, onde impedir loro di crescere. La sua faccia piatta su cui il naso appena si rilevava, sembrava esser stata compressa dall'infanzia e i suoi occhi a fior di testa avevano quella dolcezza che certi naturalisti trovano in quelli del rospo.
Nessuna gibbosità deformava le sue spalle o il suo petto; eppure egli faceva nascere l'idea d'un gobbo: per quanto inutilmente si fosse cercata la sua gobba.
Insomma era un groom distintissimo che avrebbe potuto benissimo presentarsi alle corse di Chantilly; qualsiasi gentlemen-rider l'avrebbe accettato senza difficoltà solo per la sua brutta faccia.
Egli era antipatico, ma irreprensibile nel suo genere: precisamente come il suo padrone.
Si sbarcò: i facchini con uno scambio d'ingiurie piucchè omeriche, si divisero fra loro i viaggiatori e i bagagli e presero la via dei diversi alberghi dei quali è così abbondantemente provvisto Napoli.
Il nostro viaggiatore e il suo groom si diressero all'albergo di Roma, seguiti di una numerosa falange di rebusti facchini che fingevano di sudare e d'anelare sotto il grave peso d'una scatola da cappello e d'una valigetta, nell'ingenua, speranza d'una mancia più profumata, mentre quattro o cinque dei loro colleghi mettendo in rilievo certi muscoli più potenti di quelli dell'Ercole che si ammira agli studi, spingevano una carretta a braccia su cui sballottavansi due casse di mediocre grandezza e d'un peso mediocre.
Quando furono giunti alle porte dell'albergo e che l'albergatore ebbe indicato al nuovo venuto l'appartamento destinatogli; i facchini, sebbene avessero avuto circa tre volte più di ciò che spettava loro, si dettero a sfrenate gesticolazioni ed a certe frasi in cui le formule supplichevoli si mescolavano comicissimamente alle minacce: essi parlavano tutti in una volta con una volubilità spaventosa, chiedendo di più, giurando per tutti i santi che la loro fatica non era stata ricompensata.
Paddy, rimasto solo per tener testa (poichè il padrone senza inquietarsi del chiasso aveva già salito lo scalone) somigliava ad uno scimiotto circondato da una muta di cani: egli tentò, per calmare quella tempesta, l'esordio d'un discorsetto nella sua lingua materna, vale a dire in inglese; ma il discorsetto non ebbe alcun successo.
Allora, chiudendo i pugni e portando le braccia all'altezza del petto, egli prese una posa di boxe correttissima, con grande ilarità dei facchini, e d'un sol colpo degno d'Adams o di Tom Cribbs, diretto allo stomaco, egli mandò il gigante della banda a rotolare a zampe per aria sulle lastre di lava del pavimento.
Ciò mise in fuga la truppa; il colosso si rialzò pesantemente, tutto ammaccato per la caduta, e senza cercare di vendicarsi di Paddy, se n'andò strusciandosi fortemente l'impronta bluastra che cominciava a irraggiargli la pelle, persuaso che ci dovesse essere un demonio sotto la giacchetta di quel macacco, buono al più, a fare della equitazione sul dorso d'un cane e che avrebbe potuto esser disfatto con un soffio.
Il viaggiatore, avendo chiamato il padrone dell'albergo, gli chiese se non fosse stata indirizzata quivi una lettera a Paolo d'Aspromonte, l'oste rispose che infatti una lettera con questo indirizzo aspettava da una settimana nel cassetto delle corrispondenze e si affrettò d'andarla a prendere.
La lettera, chiusa in una spessa busta di color creamlead variegato di azzurro, fermata con un sigillo elegante, era scritta con quel carattere pendente, che denota un'alta educazione aristocratica e che, forse un po' troppo uniformente, posseggono le giovani Inglesi di buona famiglia.
Ecco che cosa conteneva la lettera, aperta dal signor d'Aspromonte con una fretta che non aveva forse per motivo la sola curiosità:

«Mio caro signor Paolo,»

«Siamo arrivati a Napoli da due mesi. Durante il viaggio fatto a piccole giornate, mio zio s'è lamentato amaramente del caldo, delle zanzare, del vino, del burro, dei letti: egli giurava che bisogna esser matti addirittura per lasciare una comodissima palazzina posta a poche miglia da Londra e per trascinarsi su strade polverose e ornate d'alberghi detestabili in cui onesti cani inglesi non vorrebbero passar una notte: ma ancorchè brontolando, egli mi accompagnava e l'avrei così potuto portare in capo al mondo: egli non sta peggio per questo e quanto a me, io sto meglio. Abbiam fatto il nido sulla riva del mare, in una casa dall'intonaco di bianca calce e nascosta in una specie di foresta vergine di aranci, di limoni, di mirti, d'allori e d'altre vegetazioni esotiche.
«Dall'alto della terrazza si gode d'una vista maravigliosa e voi ci troverete tutte le sere una tazza di thè o una limonata ghiaccia a vostra scelta.
«Mio zio, che voi avete, non so come, affascinato; sarà felicissimo di stringervi la mano.
«È forse necessario aggiungere che la vostra serva ne sarà felice altrettanto; sebbene voi le abbiate mezzo sciupata una mano col vostro anello dicendole addio sul molo di Folkestone?»

Alicia W.
II.

Paolo d'Aspromonte, dopo essersi fatto servire da pranzo in camera sua, chiese una carrozza.
Ce ne sono sempre ferme intorno ai grandi alberghi; esse non aspettano che la fantasia dei viaggiatori: cosicchè il desiderio di Paolo fu subito soddisfatto.
I cavalli da piazza napoletani sono magri tanto da far sembrar Ronzinante sopracarico di grassezza: le loro teste secche, le loro costole visibili come cerchi di botte, le schiene salienti e sempre spellate sembrano implorare a titolo di beneficenza il coltello dello squarciatore, e ciò perchè il dar da mangiare alle bestie è considerato come una cura superflua dall'incuria meridionale: gli arnesi rotti per la massima parte dal tempo, sono sostituiti da corde, e quando il cocchiere ha raccolte le sue guide e fa schioccare la lingua per decidere la partenza, si crederebbe che i cavalli con la carrozza sieno per sparire in fumo come la carrozza di Cenerentola.
Niente affatto: le rozze si drizzano sulle gambe e, dopo qualche titubazione, prendono un galoppo che non lasciano più: il cocchiere comunica loro il suo ardore e lo spago che termina la sua frusta sa far splendere l’ultima scintilla di vita nascosta in quelle carcasse.
Esse sgambettano, agitano il capo, si danno delle arie briose, spalancano gli occhi, allargano le narici e sostengono un trotto che i rapidi cavalli inglesi eguaglierebbero con fatica.
Come accade questo fenomeno e quale potenza fa correre, ventre a terra, bestie morte?
Ecco ciò che non potremmo spiegare.
Questo fenomeno si compie ogni giorno a Napoli e nessuno se ne meraviglia.
La carrozza di Paolo d'Aspromonte correva traverso la folla compatta, radendo le botteghe degli acquajoli inghirlandate di limoni, le cucine di fritto o di maccheroni all'aria aperta, le distese di frutti di mare e d'altri barattoli disposti sulla pubblica via come le palle in un recinto d'artiglieria.
A fatica i lazzaroni sdrajati lungo al muro, avvolti nelle loro giacche, si degnavano ritirare le loro gambe per salvarle dall'arrotamento delle carrozze; di tratto in tratto, un corricolo colle sue grandi ruote scarlatte passava pieno di balie, di facchini, di campagnuoli, a lato della carrozza di cui strusciava l'asse fra un nembo di polvere e di rumore.
Ora i corricoli son proibiti; è proibito fabbricarne dei nuovi, ma si può sempre aggiungere una cassa nuova a ruote vecchie o delle ruote nuove a una vecchia cassa, mezzo ingegnoso che permette a questi bizzarri veicoli di durare un bel pezzo con piena soddisfazione degli amatori del color locale.
Il nostro personaggio non prestava che una distratta attenzione a questo spettacolo animato e pittoresco che avrebbe certo assorbito un turista che non avesse trovato all'albergo di Roma una lettera al suo indirizzo, firmata Alicia W.
Egli guardava vagamente il mare limpido e azzurro, ove si distinguevano, in una luce brillante, e sfumante per la lontananza di tinte d'ametista e di zaffiro, le belle isole seminate a guisa di ventaglio all'entrata del golfo: Capri, Ischia, Nisida, Procida, i cui nomi armoniosi suonano come tanti dattili greci: ma la sua anima non era là; essa correva alla volta di Sorrento verso la piccola casa bianca nascosta nel verde, di cui parlava la lettera d'Alicia.
In questo momento la fisionomia di Paolo non aveva quell'espressione di infinitamente spiacevole che la caratterizzava allorquando una gioja interna non ne poneva in armonia le disparate bellezze: essa era veramente bella e simpatica; l'arco dei sopracigli disteso: i lati della bocca non disdegnosamente abbassati, e una luce di tenerezza negli occhi calmi: si sarebbero perfettamente capiti, vedendolo in questo momento, i sentimenti che sembravan rivolti al suo indirizzo nelle frasi mezzo tenere e mezzo burlesche scritte sulla carta azzurra della lettera.
L'originalità mista a molta distinzione propria del giovane non doveva spiacere ad una bella miss educata liberamente secondo il metodo inglese da uno zio indulgentissimo.
Col trotto col quale il vetturino spingeva le sue bestie la carrozza, oltrepassata ben presto Chiaja e la Marinella, infilò la campagna oggi percorsa dalla via ferrata.
Una polvere nera, come di carbone, dava un aspetto plutonico a tutta questa spiaggia ricoperta da un cielo scintillante e bagnata da un mare del più soave azzurro: è la fuliggine del Vesuvio, sparsa dal vento che dissemina questa riva e fa rassomigliare le case di Portici e di Torre del Greco a tante fucine di Birmingham.
Paolo non s'occupò affatto di questo contrasto fra la terra d'ebano e il cielo di zaffiro: a lui tardava di arrivare.
Le più belle strade son lunghe allorchè miss Alicia aspetta in fondo ad esse e allorchè le si è detto addio, sei mesi fa, sul molo di Folkestone: davanti a ciò perdono la loro magia il cielo e il mare di Napoli.
La carrozza lasciò la strada maestra, prese una scorciatoja e si fermò davanti una porta formata da due pilastri di mattoni incalcinati alla cui sommità stavano due urne di terra cotta donde degli aloe allargavano le loro foglie simili a lame di latta e puntute come pugnali.

Il muro era rimpiazzato da una siepe di cactus i cui rami mescolavano inestricabilmente le loro spinose branche.
Al disopra della siepe, tre o quattro enormi alberi di fico allargavano in masse compatte larghe foglie d'un verde metallico con un vigore di vegetazione tutta africana; un gran pino oscillava la sua ombrella ed a fatica, al di là di questo pomposo piegarsi di fronde, l'occhio poteva distinguere la facciata della casa brillante per bianchezza dietro questo sipario fronzuto.
Una serva bruna, dai capelli crespi e così spessi che il pettine ci si sarebbe infranto, accorse al rumore della carrozza, aprì la serratura del cancello, e precedendo d’Aspromonte per un viale d'allori i cui rami fioriti gli carezzavano le gote, lo condusse alla terrazza su cui miss Alicia Ward stava prendendo il thè collo zio.
Per un capriccio naturalissimo in una ragazza sciupata da tutti gli agi e da tutte le eleganze; e un po' forse per contrariar lo zio (di cui ella irrideva i gusti borghesi), miss Alicia aveva scelto, dandole la preferenza su altri quartieri più civili, questa villa i cui padroni pel momento erano in viaggio e che per molti anni era rimasta senza abitanti.
Essa aveva trovato in questo giardino deserto e quasi tornato allo stato di natura, una certa poesia selvaggia che l'era piaciuta: sotto il potente clima di Napoli tutto aveva vegetato con un'attività prodigiosa.
Aranci, mirti, melagrani, limoni, crescevano a dismisura ed i rami non avendo più a temere il falcetto del giardiniere si davano la mano da una estremità all'altra dei viali oppure penetravano familiarmente nelle camere attraverso qualche vetro rotto.
Non era, come accade nel Nord, la tristezza d'una casa abbandonata; ma la gaiezza folle e la petulanza felice della natura del Mezzogiorno abbandonata a sè stessa: nell'assenza del padrone le piante esuberanti si davano ad un'orgia di foglie, di fiori, di frutta e di profumi: esse riprendevano il posto che l'uomo disputa loro.
Allorchè il commodoro (cosi chiamava Alicia suo zio), vide questo buco impenetrabile, per avanzarsi attraverso il quale sarebbe abbisognata una sciabola di diboscamento precisamente come nelle foreste d'America, egli gettò alte grida e pretese che sua nipote era decisamente pazza.
Ma Alicia gli promise gravemente che avrebbe fatto praticare dalla porta d'ingresso al salone e dal salone alla terrazza, un passaggio sufficientemente bastevole per un barilotto di malvasia, sola concessione ch'essa poteva accordare al positivismo dello zio.
Il commodoro si rassegnò, poichè egli non sapeva resistere a sua nipote; ed in questo momento, seduto in faccia a lei sulla terrazza, egli centellinava, sotto il pretesto del thè, una enorme tazza di rhum.
Questa terrazza che aveva sedotto particolarmente la giovane miss era infatti infinitamente pittoresca e merita una particolar descrizione, dacchè Paolo d'Aspromonte ci verrà spesso ed è pur necessario dipinger le quinte delle scene che si raccontano.
Si saliva a questa terrazza, di cui la facciata a picco dominava una strada fantastica, per mezzo d'una scala dalle larghe lastre disunite donde nascevano vivaci erbe selvatiche.
Quattro colonne consumate, tolte da qualche rovina antica e i cui capitelli perduti erano stati rimpiazzati da dadi di pietra, sostenevano un pergolato da cui pendeva una vigna.
Dai parapetti cadevano in nappe e ghirlande i lambruschi e le parietarie.
Al piede dei muri, i fichi d'India, gli aloe e i corbezzoli crescevano in un graziosissimo disordine; e al di là d'un bosco, di sopra al quale s'inalzavano una palma e tre pini d'Italia, la vista stendendosi sopra un terreno ondulato, sparso di ville, si fermava alla violacea montagna del Vesuvio, o si perdeva nell'azzurra immensità del mare.
Appena Paolo d'Aspromonte comparve sulla sommità della scala, Alicia si alzò, gettò un piccolo grido di gioja e fece qualche passo incontro a lui.
Paolo le prese la mano chiudendola forte; ma la giovane alzò questa mano prigioniera alle labbra del suo amico con un atto pieno di gentilezza infantile e d'ingenua civetteria.
Il commodoro tentò alzarsi sulle sue gambe un po' gottose e ci arrivò dopo qualche smorfia di dolore che contrastava comicamente coll'aria di giubilo sparsa sulla sua larga faccia: egli s'avvicinò con passo abbastanza svelto per lui al gruppo dei due giovani e serrò la mano di Paolo in guisa da frantumargli le dita; ciò che è la suprema espressione della vecchia cordialità britannica.
Miss Alicia Ward apparteneva a quella varietà d'Inglesi brune che realizzano un ideale le cui condizioni sembrano far a cozzi l'una coll'altra: vale a dire, una pelle d'uno splendore talmente grande da render giallo il latte, la neve, il giglio, l'alabastro, la cera vergine e tutto ciò che serve ai poeti per fare dei paragoni candidi; labbra di ciliegia e capelli tanto neri quanto la notte e l'ali del corvo.
L'effetto di questi contrasti è irresistibile e produce una beltà a parte di cui non si saprebbe trovar l'eguale altrimenti.
Forse le Circasse allevate da bambine nel serraglio, offrono questa carnagione miracolosa; ma non bisogna a tal proposito, fidarsi dell'esagerazione della poesia orientale e alle pitture del Lewis rappresentanti gli harem del Cairo.
L'ovale allungato del suo capo, il suo colorito incomparabilmente puro, il suo naso fine, trasparente, i suoi occhi d'un azzurro cupo, velati di lunghi cigli che palpitavano sulle sue gote rosate, come vere farfalle, allorchè ella abbassava le palpebre; le labbra colorite d'una porpora scintillante; i capelli cadenti in riccioli brillanti come nastri di seta di qua e di là delle gote e del suo collo di cigno, testimoniavano in favore di quelle romantiche figure di donna di Maclisa che, all'Esposizione universale, sembravano graziose imposture.
Alicia portava un vestito di granato dagli svolazzi ornati di nastri rossi che s'accordavano maravigliosamente colle trecce di corallo a piccoli grani componenti la sua pettinatura, il suo vezzo e i braccialetti; cinque stellette sospese a una perla di corallo sfaccettato tremolavano ai lobi delle sue piccole orecchie delicatissime.
Se biasimaste questo abuso di corallo, pensate che siamo a Napoli e che i pescatori escono apposta dal mare, per presentarvi questi rametti che l'aria fa divenir rossi.
E ora, dopo il ritratto di miss Alicia Ward, non fosse che per amor de' contrasti, noi vi dobbiamo per lo meno una caricatura del commodoro, alla maniera di Hogarth.
Il commodoro, uomo di sessant'anni circa, presentava la particolarità d'aver la faccia d'un cremisi uniformemente infuocato, sul quale spiccavano due sopracigli bianchi e dei favoriti d'ugual colore simili a due costolette; cosa che lo rendeva simile a un vecchio Pelle Rossa, che si fosse tatuato con della cera.
I colpi di sole, inseparabili da un viaggio in Italia, avevano aggiunto qualche tocco a quest'ardente colorito, e il commodoro faceva pensare involontariamente ad una grossa mandorla rivoltata nel cotone.
Egli era abbigliato da cima a fondo, veste, panciotto, pantaloni ed uose, d'una stoffa vigogna d'un grigio color vino e che il sarto aveva giurato sul suo onore esser la tinta più alla moda e la meglio portata; in che forse non mentiva.
Malgrado questo colorito luminoso e questo vestito grottesco, il commodoro non aveva per nulla un'aria dozzinale.
La sua tenuta irreprensibile e i suoi grandi modi indicavano il perfetto gentleman; sebbene egli avesse più d'un punto di contatto cogli Inglesi da vaudeville come li pongono in parodia Hoffmann e Levasseur; Il suo carattere... era quello di adorar sua nipote e di bere molto porto e molto rhum di Giamaica per mantenere l'umido essenziale, secondo il metodo del caporal Trimm.
- Guardate come sto bene ora e come son bella! Guardate i miei colori; non ne ho ancora tanti come mio zio; questo non succederà per altro, speriamolo. Eppure ecco del rosa, del vero color di rosa, disse Alicia facendo scorrere sulla gota il suo dito affilato che terminava con un'unghia lucente come l'agata: e mi son anche ingrassata e non si sentono più quelle povere fossettine che mi davano tanto fastidio allorchè io andava al ballo. Dite un po', bisogna esser molto civette per privarsi durante sei mesi della compagnia del proprio fidanzato, affinchè dopo l'assenza vi ritrovi fresca e superba!
E spacciando questa tirata col tono giojoso che le era familiare, Alicia stava ritta innanzi a Paolo come per provocarlo e sfidarne l'esame.
- Non è vero, aggiunse il commodoro, ch'ella è ora robusta e superba come queste ragazze di Procida che portano le anfore greche sul capo?
- Certissimamente, commodoro, rispose Paolo; miss Alicia non è divenuta più bella (ciò era impossibile), ma essa a vista d'occhio è in miglior salute di quando, per civetteria, a quel che dice, essa mi ha imposto questa penosa separazione.
E il suo sguardo si fermava con una fissità strana sulla giovane ritta innanzi a lui.
Di subito i gentili colori rosei; ch'ella vantavasi d'aver acquistato, disparvero dalle gote d'Alicia; come il rosso della sera abbandona i picchi di neve della montagna allorchè il sole scende all'orizzonte; tremante, essa si portò la mano al cuore ; la sua bocca gentile e impallidita si contrasse.
Paolo, atterrito si alzò, s'alzò pure il commodoro; ma i vivi colori d'Alicia erano ritornati; essa sorrideva con qualche sforzo.
- V'ho promesso una tazza di thè od un sorbetto sebbene Inglese, vi consiglio il sorbetto. La neve fa meglio dell'acqua calda in questo paese prossimo all'Africa e in cui lo scirocco c'arriva in linea retta.
Tutti e tre presero posto intorno alla tavola di pietra, sotto il pergolato; il sole s'era tuffato in mare e il giorno azzurro, che a Napoli si chiama notte, succedeva al giorno giallo.
La luna stendeva dei pezzi d'argento sulla terrazza, attraverso il fogliame, il mare rumoreggiava sulla riva, come un bacio, e si sentiva da lontano il fremito dei tamburelli che accompagnavano le tarantelle.
Bisognò lasciarsi.
Vincenza la bruna serva dalla crespa capigliatura, venne con un lume per ricondur Paolo attraverso i dedali del giardino.
Mentre ella serviva i sorbetti e l'acqua ghiacciata aveva fissato sul nuovo venuto uno sguardo pieno di curiosità e di paura.
Senza dubbio, il risultato dell'esame non era stato favorevole per Paolo, poichè il volto di Vincenza s'era rabbujato, e, mentre accompagnava lo straniero, essa dirigeva contro lui, senza ch'egli se ne accorgesse, il mignolo e l'indice della propria mano, mentre le altre dita, ripiegate sotto la palma, si riunivano al pollice come per formare un segno cabalistico.
III.

L'amico d'Alicia tornò all'albergo di Roma per la stessa strada: era una serata divina: una luna pura e brillante versava sull'acqua d'un azzurro diafano una lunga striscia di schegge d'argento, di cui il perpetuo formicolio, pel balzellare delle onde, moltiplicava lo splendore.
Al largo, le barche di pescatori, con alla prora un fanale di ferro pieno di stoppe infiammate, picchiettavano il mare di stelle rosse e si trascinavano dietro dei solchi scarlatti; il pennacchio del Vesuvio, bianco di giorno, si era cambiato in colonna luminosa e gettava il suo riflesso sul golfo.
In tal momento la baja presentava per degli occhi settentrionali quell'aspetto inverosimile che le danno le pitture italiane inquadrate di nero, così sparse qualche tempo fa e più fedeli che non si possa credere nella loro cruda esagerazione.
Qualche lazzarone nottambulo vagava ancora sulla riva, commosso, senza saperlo, di questo spettacolo magico e figgeva i grandi occhi neri nella distesa azzurreggiante.
Qualcuno, seduto sul bordo d'una barca arrovesciata, cantava l'aria della Lucia o una romanza popolare allora in voga: «Ti voglio bene assai....» con una voce che gli avrebbero invidiata molti di quei tenori che son pagati centomila franchi.
Napoli si addormenta tardi come tutte le città meridionali: tuttavia le finestre si spegnevano a poco per volta e i soli banchi di lotto colle loro ghirlande di carte, colorate, erano ancora aperti, pronti a ricevere il danaro dei giuocatori capricciosi, presi, al rientrare, dal desiderio di porre qualche soldo sopra un numero sognato.
Paolo si mise a letto, tirò il zanzariere e non tardò a pigliar sonno.
Come accade spessissimo ai viaggiatori dopo una traversata, il suo letto, sebbene immobile, gli pareva barcollasse e oscillasse, come se l'albergo Roma foste stato il Leopoldo.
Quest'impressione gli fece sognare ch'egli era sempre in mare e che vedeva sul molo Alicia pallidissima, vicina a suo zio cremisi, e che colla mano gli faceva segno di non scendere a terra: il volto della giovane esprimeva un profondo dolore e respingendolo ella pareva obbedire malgrado suo ad una imperiosa fatalità.
Questo sogno, che prendeva dalle immagini recentissime una estrema realtà, addolorò Paolo al punto da svegliarlo ed egli fu felice di ritrovarsi nella sua camera in cui tremolava, con un riflesso d'opale, un lume da notte chiuso in una piccola torre di porcellana assalita dalle zanzare ronzanti.
Per non ricadere in preda a quel sogno penoso; Paolo lottò contro il sonno e si mise a pensare al primo tempo del suo legame con Alicia; rievocando ad una a una tutte le scene puerilmente care d'un primo amore.
Egli rivide la casa tappezzata di rose e di caprifogli, abitata a Richmond da Alicia e da suo zio e in cui, al suo primo viaggio in Inghilterra, era stato introdotto da una di quelle lettere di raccomandazione il cui effetto si limita per lo più ad un invito a pranzo.
Egli si ricordò la veste di bianca mussolina, ornata di un semplice nastro, che Alicia, uscita allora di collegio, portava in quel giorno e il ramo di gelsomino che cadeva lungo i suoi capelli come un fiore della corona di Ofelia, trascinato dalla corrente; e i di lei occhi d'un azzurro vellutato e la sua bocca, un po' semiaperta, che lasciava travedere dei piccoli denti di madreperla e il suo collo delicato che si tendeva come quello d'un uccellino attento e i di lei subitanei rossori allorchè lo sguardo del giovane Francese si incontrava col suo.
Il parlatojo dai mobili bruni, coperti di panno verde, ornato d'incisioni di caccia alla volpe e di steeple-chasse coloriti coi toni della miniatura inglese; si riproduceva nel suo cervello come in una camera oscura.
Il piano metteva in mostra i suoi candidi tasti; il caminetto, ornato d'una frangia d'edera d'Irlanda, faceva splendere la sua conchiglia di getto; le poltroncine e i divani di quercia aprivano le loro braccia ornate di marocchino, i tappeti stendevano i loro fiori e miss Alicia, tremante come una foglia, cantava con una voce la più adorabilmente falsa del mondo la romanza dell'Anna Bolena «Deh, non voler costringere,» che Paolo, non meno commosso, accompagnava fuor di tempo, mentre il commodoro, assopito da una faticosa digestione e più rosso pel solito, lasciava scivolare per terra un numero colossale del Times col supplemento.
Poi la scena cambiava: Paolo, divenuto più intimo, era stato pregato dal commodoro di passare qualche giorno nel villino posto nel Lincolnshire.... Un antico castello feudale, dalle torri merlate, dalle finestre gotiche mezzo avvolto da un'edera immensa, ma posto, nell'interno, con tutta l'arte moderna. Si inalzava in mezzo a un prato d'erba finissima che, bagnata e tagliata con cura, pareva velluto delicato: un viale sparso di sabbia gialla girava a tondo intorno al prato e serviva pel maneggio a miss Alicia montata sopra uno di quei cavallini di Scozia, dalla criniera scapigliata, che preferisce dipingere sir Edward Landseer e ai quali egli dà uno sguardo quasi umano. Paolo sur un cavallo bajo prestatogli dal commodoro, accompagnava miss Ward nella sua passeggiata in tondo, ordinatale dal medico che l'aveva trovata un po' debole di petto.
Un'altra volta un leggero canotto scivolava sullo stagno, rimovendo i gigli d'acqua e facendo scappare i martin-pescatori sotto il fogliame inargentato dei salici.
Alicia vogava e Paolo stava al timone: quant'era bella nell'aureola d'oro che le disegnava intorno alla fronte il suo cappello di paglia traversato da un raggio di sole, ella si rovesciava all'indietro per tirare il remo, la punta inverniciata della sua grigia scarpetta s'appoggiava alla tavoletta del banco; miss Ward non aveva uno di quei piedi andalusi corti e rotondi come ferri da stirare che si ammirano in Spagna; ma la sua caviglia era fina, il collo del piede ben curvato e la suola del suo stivaletto, forse un po' lunga, non aveva due dita di larghezza.
Il commodoro restava in terra, non per la sua grandezza, ma pel suo peso che avrebbe fatto sommergere la delicata imbarcazione: egli aspettava la nipote allo sbarco e le gettava uno sciallino sulle spalle, per paura ch'essa si raffreddasse; poi, riattaccata la barca al suo piuolo, tornavano al castello per far colazione.
Faceva piacere a vedere come Alicia, che ordinariamente mangiava quanto un uccello, strappava a morsi coi denti color perla una rosea fetta di giambone di York fino come un foglio di carta, e stritolava un panino senza lasciarne pure una briciola per i pesci dorati del bacino.
Passano così presto i giorni felici!
Di settimana in settimana Paolo rimandava la sua partenza e le belle masse verdi del parco cominciavano a rivestirsi di tinte giallastre: fumi bianchi s'alzavano la mattina dallo stagno. Nonostante il rastrello sempre in moto del giardiniere, le foglie morte coprivano la sabbia del viale, milioni di perle ghiacciate scintillavano sul prato verde e la sera si vedevano le gazze saltellare querelandosi attraverso i rami degli alberi denudati.
Alicia impallidiva sotto lo sguardo inquieto di Paolo e non conservava altro di colorito che due piccole macchie rosate alla sommità degli zigomi. Spesso ella aveva freddo ed il fuoco più vivo non la riscaldava. Il dottore parve inquieto e la sua ultima ordinazione prescriveva a miss Ward di passar l'inverno a Pisa e la primavera a Napoli.
Certi affari di famiglia avevano richiamato Paolo in Francia; Alicia e il commodoro dovevano partir per l'Italia e la separazione era successa a Folkestone.
Nessuna parola era stata detta, ma miss Ward considerava Paolo come suo fidanzato e il commodoro aveva stretta la mano al giovane in modo significativo: non si massacrano in quel modo che le dita d'un genero.
Paolo, sei mesi dopo, lunghi quanto sei secoli per la sua impazienza, aveva avuto la felicità di trovar Alicia guarita del suo languore e risplendente di salute.
Ciò che di fanciullesco restava ancora nella giovane, era scomparso; ed egli pensava con ebbrezza che il commodoro non avrebbe nulla da opporre, allorchè gli domanderebbe la mano di sposa di sua nipote.
Cullato da queste immagini ridenti, Paolo s'addormentò e non si ridestò che all'alba.
Napoli cominciava già il suo rumorìo: i venditori d'acqua ghiacciata vendevano gridando a voce alta la loro merce; i rosticciai tendevano ai passeggieri le loro vivande infilate in una pertica; curve sulle finestre le donne di casa più pigre calavano, per mezzo d'una cordicella, i panieri per le provvisioni, rialzandoli poi pieni di pomodori, di pesci e di grandi pezzi di zucche.
Gli scrivani pubblici, in abito nero consunto dal tempo, colla penna dietro l'orecchio, si sedevano ai loro scanni; i cambiavalute disponevano in pile, sulle piccole tavole, i diversi generi di monete; i vetturini facevano galoppare le loro rozze in cerca degli avventori del mattino e le campane di tutti i campanili cantavano giojosamente l'Angelus.
Il nostro viaggiatore, avvolto nella sua veste da camera s’appoggiò alla finestra: si distingueva di là Santa Lucia, il Castel dell'Ovo, e una grande distesa di mare fino al Vesuvio e all'azzurro promontorio sui cui biancheggiavano i villini di Castellammare e, più lontano, quasi punti, le ville di Sorrento.
Il cielo era puro; soltanto una leggera e bianca nuvola s'avanzava sulla città, spinta da una brezza dolcissima.
Paolo fissò sulla nuvola quello strano sguardo che noi abbiam già notato; i suoi sopracigli s'aggrottarono.
Subito altri vapori si unirono a quell'unica nube e ben presto una spessa cortina di nuvole stese le sue pieghe sul castello di Sant'Elmo.
Larghe gocciole caddero, e ben presto si cambiarono in uno di quei diluvii che fanno delle strade di Napoli altrettanti torrenti e trascinano nelle chiaviche i cani e persino gli asini.
La folla sorpresa si disperse, cercando qualche riparo; le botteghe all'aria aperta sloggiarono in fretta, non senza perdere una parte delle loro derrate, e la pioggia, padrona del campo di battaglia, corse in nembi bianchi lungo la deserta passeggiata di Santa Lucia.
Il facchino gigantesco cui Paddy aveva somministrato un così vigoroso colpo di pugno, appoggiato contro un muro sotto un balcone che lo proteggeva dall'acqua, non s'era lasciato andare alla fuga generale e fissava, con uno sguardo profondamente meditativo, la finestra cui stava appoggiato Paolo d'Aspromonte. Il suo interno monologo si riassumè in questa frase ch'egli brontolò con aria irritata:
- Il capitano del Leopoldo avrebbe fatto bene a gettar in mare questo forestiero! - e passando la mano nell'apertura della sua grossa camicia di tela, egli toccò il gruppetto di amuleti sospesi al suo collo per mezzo d'un cordone.
IV

Il bel tempo non tardò molto a tornare; un vivo raggio di sole asciugò in pochi minuti le ultime lacrime della pioggia e la folla riprese allegramente a formicolare.
Ma Timberio, il facchino, parve non aver tralasciate le sue idee intorno al giovane straniero francese, perchè prudentemente egli trasportò i suoi penati fuor della vista delle finestre dell'albergo: e qualche lazzarone di sua conoscenza gli testimoniò la propria sorpresa nel vederlo abbandonare un posto eccellente, per sceglierne un altro molto meno conveniente.
- Lo lascio a chi vuol prenderselo, rispose lui scuotendo la testa con un'aria misteriosa; si sa quello che si sa. -
Paolo mangiò in camera sua, poichè o per timidezza o per disdegno egli non amava trovarsi in pubblico; poi egli si vesti e per aspettar l'ora conveniente in cui recarsi da miss Ward, egli visitò il museo degli studii: ammirò distratto la preziosa collezione di vasi della Campania; i bronzi scoperti negli scavi di Pompei; il casco greco di bronzo colorito di verderame che contiene ancora la testa del soldato che lo portava; il pezzo di mota indurita che conserva come uno stampo l'impronta d'un delicatissimo busto di donna sorpresa dall'eruzione nella casa d'Arrio Diomede, l'Ercole farnese e la sua prodigiosa muscolatura, la Flora, Minerva, i due Balbi e la magnifica statua d'Aristide, l'opera più perfetta che abbia lasciata l'antichità. Ma un amante non può essere entusiasta apprezzatore dei monumenti artistici: per lui il profilo della testa adorata vale tutti i marmi greci e romani.
Avendo passato dunque alla meglio due o tre ore agli studii, Paolo si slanciò nella sua carrozza e si diresse verso la casa di campagna abitata da miss Ward.
Il cocchiere, con quella intelligenza delle passioni che caratterizza le nature del Mezzogiorno, spingeva al trotto le sue bestie, e ben presto la carrozza si fermò davanti ai pilastri sormontati dai vasi di piante grasse che noi abbiam già descritto.
La stessa serva venne ad aprire: i suoi capelli erano tuttora attorti in trecce indomabili: essa come la prima volta, non era vestita che d'una camicia di grossa tela lavorata al collo e alle maniche di ricami in colore e di una giubba di stoffa spessa e colorita traversalmente, come portano le donne di Procida; le sue gambe, scoperte al basso, mettevano in mostra, a nudo, sulla polvere, dei piedi che uno scultore avrebbe ammirato.
Soltanto un cordone nero sosteneva sul suo petto un mucchio di piccoli gingilli di forme singolari, di corno e di corallo; sul qual mucchio l'occhio di Paolo si fermò, con visibile soddisfazione di Vincenza.
Miss Alicia era sulla terrazza, il luogo della casa ove ella stava di preferenza. Un'amaca indiana di cotone rosso e bianco, ornata di penne d'uccelli, raccomandata a due delle colonne che sorreggevano il soffitto di pampini, faceva oscillare la giovane miss, avvolta in un leggero accappatojo di seta cruda di China, di cui ella guastava senza pietà le guarnizioni. I piedi di lei, dei quali si scorgeva la punta attraverso le maglie dell'amaca, erano chiusi in pantofole di fibre d'aloè, e le sue belle braccia nude s'incrocicchiavano al disopra del capo nell'attitudine della Cleopatra antica; poichè, sebbene non si fosse che al principio di maggio, faceva già un caldo soffocante e migliaja di cicale stridevano in coro sotto i cespugli dei dintorni.
Il commodoro, in costume di piantatore e seduto su una seggiola di giunco, tirava tratto tratto la corda che metteva in movimento l'amaca
Un terzo personaggio completava il gruppo: era costui il conte d'Altavilla, giovane elegante Napoletano la cui presenza fece apparire sulla fronte di Paolo quella contrazione che dava alla sua fisionomia una espressione di scelleratezza diabolica.
Il conte, infatti, era uno di quegli uomini che non si vedono volentieri presso una donna amata.
La sua alta statura aveva delle proporzioni perfette: i suoi capelli nerissimi, dalle larghe masse abbondanti, armonizzavan colla sua fronte unita e ben tagliata; una scintilla del sole di Napoli sfavillava nei suoi occhi e i suoi denti larghi e forti, ma candidi come perle, sembravano avere uno splendore anche più vivo a causa del rosso acceso delle sue labbra e della tinta olivastra del suo colorito.
La sola critica che un gusto meticoloso avesse potuto formolar contro il conte era: ch'egli era troppo bello.
Quanto ai suoi vestiti, Altavilla li faceva venir da Londra e il dandy il più severo avrebbe approvato il suo figurino.
C'era d'italiano, in tutto il suo abbigliamento, nient'altro che dei bottoni da camicia d'un prezzo troppo grande. Là, il gusto ben naturale del figlio del Mezzogiorno si tradiva.
Forse, così, in altro luogo che non fosse stato Napoli, si sarebbe stimato d'un gusto mediocre il fascio di rami di corallo biforcuto, di mani di lava dalle dita ripiegate o imbrandenti un pugnale, di cani allungati sulle zampe, di corni bianchi e neri e di altri piccoli oggetti simili, attaccati per mezzo d'un anello alla catena del suo orologio; ma un giro fatto in via Toledo o alla Villa Reale sarebbe bastato per dimostrare che il conte non aveva nulla d'eccentrico portando questi giojelli eccentrici al suo panciotto.
Allorchè Paolo comparve, il conte per le insistenti preghiere di Alicia, cantava una di quelle deliziose melodie napoletane senza nome d'autore, una sola delle quali raccolta da un artista, basterebbe a far la fortuna d'un'opera.
A chi non le ha intese, sulla riva di Chiaja o sul molo, dalla bocca d'un lazzarone o d'un pescatore, le care romanze del Gordigiani ne potrebbero dare una idea.
Esse son fatte d'un sospiro della brezza, d'un raggio di luna, d'un profumo d'arancio e d'un palpito di cuore.
Alicia, colla sua gentil voce inglese un po' falsa, seguiva il motivo che voleva imparare, ed ella fece, continuando, un piccolo saluto amichevole a Paolo, che la guardava con un'aria poco amabile, urtato com'era della presenza di quel bel giovane.
Una delle corde dell'amaca si ruppe, e miss Ward sdrucciolò a terra, ma senza farsi male: sei mani si stesero tutte insieme verso lei.
Ma la giovane era già in piedi, tutta rossa, poichè è improper cadere davanti ad uomini. Tuttavia, non una delle caste pieghe del suo vestito s'era mossa.
- Eppure aveva esaminato io stesso le corde, disse il commodoro, e miss Ward pesa poco più d'un colibrì.
Il conte d'Altavilla scosse il capo con un'aria misteriosa in sè stesso evidentemente egli spiegava la rottura della corda con una causa diversa da quella del peso; ma, da uomo ben educato, egli stette zitto e si limitò ad agitare il mucchio di gingilli del panciotto.
Come tutti quegli uomini che diventano sgarbati e intrattabili allorchè si trovano alla presenza d'un rivale ch'essi giudicano temibile, in vece di raddoppiare di grazia e di amabilità, Paolo d'Aspromonte, sebbene non mancasse d'uso di mondo, non fu buono a nascondere il suo cattivo umore; egli non rispondeva che a monosillabi, lasciava cadere la conversazione, e, dirigendosi ad Altavilla, il suo sguardo prendeva la espressione sinistra che gli era propria: le fibrille gialle s'attortigliavano sotto la grigia trasparenza delle sue pupille come serpenti d'acqua in fondo ad una sorgente.
Ogni volta che Paolo lo guardava così, il conte, con gesto macchinale in apparenza, strappava un fiore dalla giardiniera che aveva vicino e lo gettava in modo da tagliare l'effluvio di quell'occhiata irritata.
- Che avete dunque da saccheggiar così la mia giardiniera? gridò miss Alicia che s'accorse di ciò. Che v'han fatto i miei fiori perchè voi li decapitiate?
- Oh! niente, miss; è un tic involontario, rispose Altavilla staccando coll'unghia una rosa superba che mandò a raggiunger le altre.
- Voi m'irritate orribilmente, disse Alicia ; e senza saperlo voi offendete una delle mie manie. Io non ho mai colto un fiore. Un mazzo m'inspira una specie di spavento; sono fiori morti, cadaveri di rose, di verbene e di pervinche, il cui profumo ha per me qualche cosa di sepolcrale.
- Per espiare gli assassinii che io ho commesso, disse Altavilla inchinandosi, vi manderò cento canestri di fiori viventi.
Paolo s'era alzato e con aria urtata attortigliava l'ala del suo cappello come meditando una sortita.
- Che? partite gia? disse miss Ward.
- Ho delle lettere da scrivere, delle lettere importanti.
- Oh! che brutta parola avete detto! disse la giovine con una piccola smorfia; esistono forse delle lettere importanti quando non è a me che scrivete?
- Restate dunque, Paolo, disse il commodoro: io aveva stabilito nella mia testa tutto un piano per la serata: salvo l'approvazione di mia nipote, saremmo andati prima di tutto a bere un bicchiere d'acqua alla fontana di Santa Lucia per metterci in appetito; avremmo mangiato una o due dozzine d'ostriche bianche e rosse, alla pescheria; a pranzo poi sotto una pergola in qualche osteria ben napoletana bevendo del falerno e del lacryma-christi ed avremmo terminato il divertimento con una visita a Pulcinella. Il conte ci avrebbe spiegato le finezze del dialetto.
Questo piano parve sedur poco Paolo, il quale si ritirò dopo aver salutato freddamente.
Altavilla restò ancora qualche minuto e poichè Alicia, dolente per la partenza di Paolo, non divideva il piano del commodoro, prese ancor egli congedo.
Due ore dopo, miss Alicia riceveva un'immensa quantità di vasi di fiori dei più rari e (ciò che la sorprese di più) un mostruoso pajo di corni di buoi siciliani, trasparenti come il diaspro, puliti come l'agata, lunghi a dir poco tre piedi e terminati da minaccianti punte nere.
Un magnifico piede di bronzo dorato permetteva di posar queste corna, colle punte in aria, sopra il caminetto o sopra una mensola qualunque.
Vincenza, che aveva ajutato i facchini a metter giù fiori e corni, parve capire il significato di questo dono bizzarro.
Ella collocò ben in evidenza, sulla tavola di pietra, quei rami superbi che si sarebbero potuto creder strappati dalla fronte del toro divino che portava Europa e disse:
- Alla fine! Eccoci ora in buono stato di difesa!
- Che volete dire, Vincenza? chiese miss Alicia
- Nulla!... soltanto che il signor francese ha degli occhi molto singolari.
V

L'ora dei pranzi era passata da un pezzo e i fuochi di carbone che durante il giorno cambiano in cratere del Vesuvio la cucina dell'albergo Roma, morivano lentamente nelle bracie, sotto gli spegnitoi di latta: le casseruole avevano ripreso il loro posto ai chiodi rispettivi e brillavano in fila come gli scudi sul bordo d'una trireme antica; una lampada di rame giallo, simile a quelle che si trovano negli scavi di Pompei, sospesa alla trave più grossa del soffitto per mezzo d'una tripla catenella, rischiarava coi suoi tre stoppini naviganti nell'olio il centro della vasta cucina, gli angoli della quale restavano immersi nell'ombra.
I raggi luminosi cadenti dall'alto, disegnavano, con dei giuochi di ombra e di luce infinitamente pittoreschi, un gruppo di figure caratteristiche riunite intorno alla spessa tavola di legno, tutta tagliuzzata e solcata dai colpi del coltello pel lardo, tavola che occupava il bel mezzo di questa gran sala le cui pareti, pel fumo delle preparazioni culinarie, erano rivestite di quel bitume così caro ai pittori della scuola del Caravaggio.
Certo, nè lo Spagnoletto, nè Salvator Rosa, nel lor robusto amore del vero, avrebbero sdegnato i modelli radunati là dentro dal caso o, per parlare più esattamente, dall'abitudine di tutte le sere.
C'era, prima di tutto, il capo, Virgilio Falsacappa, personaggio importantissimo, d'una statura colossale e d'una formidabile pinguedine, che avrebbe potuto passare per un convitato di Vitellio se, invece di una veste di basino bianco, egli avesse portata una toga romana ornata di porpora: i suoi lineamenti fortemente accentuati disegnavano quasi una specie di caricatura seria di certe medaglie antiche; spessi sopracigli neri sporgenti d'un mezzo pollice, coronavano i suoi occhi, tagliati come quelli delle maschere di teatro; un enorme naso gettava la sua ombra sopra una bocca larga che sembrava fornita di tre ordini di denti come quella del pescecane.
Una gorgiera potente simile a quella del toro Farnese univa il mento, tagliato da una fossetta in cui ci sarebbe stato un pugno, ad un collo d'un vigore atletico, tutto solcato da vene e da muscoli.
Due boschi di favoriti ognun dei quali avrebbe potuto costituire una barba discreta per un zappatore, inquadravano questa larga faccia marezzata di toni violenti; dei capelli neri tagliati e lucenti, fra cui si mescolava qualche filo d'argento, si attortigliavano sul suo cranio in piccole ciocche corte, e la sua nuca, ripiegata in tre enfiagioni trasversali cadeva fuori del colletto del suo vestito; ai lobi delle sue orecchie, rivelati dalle apofisi delle mascelle capaci di macinare un bue in una giornata, brillavano delle buccole d'argento grandi come il disco della luna; tale era mastro Virgilio Falsacappa che, col grembiule rivoltato sull'anca e il coltello infilato in una guaina di legno, rassomigliava piuttosto a un vittimario che ad un cuoco.
Appariva, in seguito, Timberio il facchino, che era mantenuto in uno stato di relativa magrezza dalla ginnastica della sua professione e dalla sobrietà del suo regime, consistente in un pugno di maccheroni mezzo crudi sparsi di cacio cavallo, d'una fetta di cocomero e d'un bicchier d'acqua ghiacciata, ma che, ben nutrito, avrebbe certo raggiunto la floridezza di Falsacappa, tanto la sua robusta ossatura pareva fatta per sopportare un enorme peso di carne.
Egli era vestito di rozzi pantaloni, d'un panciotto lungo di stoffa bruna e teneva sulla spalla una grossolana casacca.
Appoggiato all'orlo della tavola, Scazziga, il vetturino di cui si serviva Paolo d'Aspromonte, presentava anch'egli una fisionomia non comune: i suoi lineamenti irregolari erano pieni di un'ingenua astuzia; un sorriso di comando errava sulle sue labbra canzonatrici, e dall'amenità dei suoi modi si vedeva ch'era in relazione colla gente per bene; i suoi abiti acquistati dal rigattiere simulavano una specie di livrea di cui egli era alterissimo e che secondo lui, metteva una gran distanza sociale fra lui e il selvaggio Timberio; la conversazione di costui si smaltava di parole inglesi e francesi che se non quadravano sempre a proposito col senso delle sue parole, non eccitavano meno per questo l'ammirazione delle cuoche e degli sguatteri, stupiti di tanta scienza.
Un poco più addietro stavano due giovani serve i cui tratti richiamavano, con minor nobiltà, si capisce, il tipo delle monete siracusane: fronte bassa, naso tutto d'un pezzo colla fronte, labbra un po' grosse, mento grasso e forte; due liste di capelli d'un nero azzurrastro si riunivano dietro il lor capo ad una pesante acconciatura traversata da spille dalla sommità di corallo; delle collane della stessa materia cingevano con triplo giro il lor collo di cariatide i cui muscoli erano assodati dall'uso di portar dei pesi sul capo.
Certo, dei vagheggini avrebbero disprezzato queste povere creature che, pure di mistura, conservavano ancora il sangue delle belle razze greche; ma qualunque artista al loro aspetto avrebbe tirato fuori il suo album di schizzi e temperato il lapis.
Avete visto nella galleria del maresciallo Soult quel quadro del Murillo, in cui gli angeli fan cucina?
Se l'avete visto, ciò ci dispenserà di ritrarre qui le teste di tre o quattro sguatteri dai capelli ricciuti, che completano il gruppo.
Il conciliabolo trattava una grave questione. Si trattava del signor Paolo d'Aspromonte, il viaggiatore francese giunto coll'ultimo vapore: la cucina giudicava l'appartamento.
Aveva la parola Timberio il facchino; egli faceva delle pause, come un attore in voga, per lasciare al suo uditorio il tempo di coglierne tutta l'importanza, di dare il proprio assentimento o di sollevare delle obbiezioni.
- Seguite bene il mio ragionamento, diceva l'oratore; il Leopoldo è un vapore onesto sul quale non ci sarebbe niente da dire, s'egli non trasportasse troppi eretici inglesi...
- Gli eretici inglesi pagano bene, interruppe Scazziga, reso più tollerante dalle mance.
- Senza dubbio: il meno che possa fare un eretico allorchè fa lavorare un cristiano, è di ricompensarlo generosamente, onde diminuirne l'umiliazione.
- Io non sono umiliato per niente nel condurre un forestiero nella mia carrozza: io non fo come te un mestiere da bestia da soma, Timberio.
- Forse che io non son battezzato quanto te? replicò il facchino corrugando le sopraciglia e chiudendo i pugni.
- Lasciate parlare Timberio, gridò in coro l'assemblea, che temeva veder volgere in disputa una così importante dissertazione.
- M'accorderete, riprese l'oratore calmato, ch'era un tempo magnifico allorchè il Leopoldo entrò in porto?
- Accordato, Timberio; fece il capo con una maestà condiscendente.
- Il mare era unito come uno specchio, continuò il facchino, e nonostante un'enorme ondata scosse così bruscamente la barca di Gennaro ch'egli cadde in mare con due o tre compagni. È naturale questo? E sì che Gennaro è un marinajo finito; egli ballerebbe la tarantella su una verga senza barcollare!
- Forse aveva bevuto un fiasco d'asprino di troppo; obbiettò Scazziga, il razionalista dell'assemblea.
- Nemmeno un bicchiere di limonata, seguitò Timberio; ma c'era a bordo del vapore un signore che lo guardava in un certo modo... mi capite!
- Oh, perfettamente, rispose il coro allungando con un insieme ammirabile l'indice e il mignolo.
- E questo signore, disse Timberio, non era altri che il signor Paolo d'Aspromonte.
- Quello che sta al numero 3, chiese il capo, e al quale ho mandato il pranzo su un piatto?
- Precisamente, rispose la più giovane e la più bella delle serve; io non ho mai visto un viaggiatore più selvatico, più spiacevole e più sdegnoso: egli non mi ha rivolto nè uno sguardo, nè una parola: eppure io valgo bene un complimento, al dire di questi signori.
- Voi valete di più, Gelsomina, bella mia, disse galantemente Timberio; ma è una fortuna per voi che questo straniero non vi abbia fatto osservazione.
- Tu sei troppo superstizioso, riprese lo scettico Scazziga, divenuto leggermente volteriano per le sue relazioni cogli stranieri.
- A forza di frequentare gli eretici, finirai per non credere nemmeno a san Gennaro.
- Se Gennaro è cascato in mare; non è una bella ragione, continuò Scazziga che difendeva il suo avventore, perchè Paolo d'Aspromonte abbia l'influenza che tu gli attribuisci.
- Ti abbisognano altre prove? Stamane l'ho veduto alla finestra coll'occhio fisso sopra una nuvola poco più grossa d'una piuma ch'esca da un origliere scucito; e subito dei vapori neri si sono accumulati ed è caduta una pioggia così forte, che i cani potevano bere stando ritti.
Scazziga non era convinto e scuoteva la testa in aria di dubbio.
- Il groom, d'altra parte, non deve essere migliore del padrone, continuò Timberio, e bisogna che questo scimiotto sia d'accordo col diavolo per aver potuto gettar per terra me, che lo ammazzerei con un buffetto.
- Io sono d'accordo con Timberio, disse maestosamente il capo della cucina; lo straniero mangia poco; egli ha rimandato indietro le zucchette ripiene, la frittura dl pollo e i maccheroni al pomodoro che avevo preparato io stesso! Qualche strano segreto si nasconde sotto questa sobrietà. Perchè dunque un uomo ricco si priverebbe delle vivande saporite non mangiando che un piatto d'uova e un pezzo di carne fredda?
- Egli ha i capelli rossi, disse Gelsomina passandosi la mano nella bruna foresta delle sue trecce.
- E gli occhi un po' in fuori, continuò Peppina, l'altra serva.
- Vicinissimi al naso, appoggiò Timberio.
- E la ruga che si forma fra le sopraciglia si piega a ferro di cavallo, disse terminando l'istruzione il formidabile Falsacappa; dunque egli è...
- Non pronunziate la parola, è inutile, gridò il coro, meno Scazziga, sempre incredulo; noi ce ne guarderemo.
- Quando penso che la polizia mi darebbe noja, disse Timberio, se per caso io gli lasciassi cadere una cassa di trecento libbre sulla testa, a questo forestiero di mal augurio!
- Scazziga è ben imprudente a condurlo, disse Gelsomina.
- Io sto a cassetta ed egli non mi vede che il dorso; sicchè i suoi sguardi non possono fare coi miei l'angolo voluto. D'altra parte me n'infischio!
- Voi non avete religione, Scazziga, disse il cuoco dalle forme erculee; voi finirete male!
Mentre nella cucina dell'albergo Roma si disputava in tal modo sul conto suo, Paolo, di cattivo umore per la presenza del conte in casa di Alicia, era andato a passeggiare alla Villa Reale; e più d'una volta la ruga della sua fronte s'aggrottò e i suoi occhi presero quello sguardo fisso lor proprio.
Egli credette veder passare Alicia, in una carrozza, col conte e il commodoro; ed egli si precipitò allo sportello, mettendosi le lenti, per esser sicuro che non s'ingannava: non era Alicia, ma una donna che le rassomigliava un po' da lontano.
Soltanto, i cavalli della sua vettura, forse spaventati dal brusco movimento di Paolo, presero la mano.
Paolo scese al caffè d'Europa al largo del palazzo qualcuno l'esaminò attentamente e cangiò di posto facendo un gesto singolare.
Egli entrò al teatro di Pulcinella, dove si dava uno spettacolo tutto da ridere. L'attore si turbò nel bel mezzo della sua buffa improvvisazione e perse la parola; ciò nonostante si rimise: a metà del lazzo, però, il suo naso di cartone nero si staccò e non gli riuscì più a rimetterlo: allora, come per scusarsi, con un rapido segno egli spiegò la causa di tutte le sue sventure; perocchè lo sguardo di Paolo, fisso su lui, gli toglieva ogni suo mezzo.
Gli spettatori vicini a Paolo s'eclissarono a uno a uno: d'Aspromonte s'alzò per uscire, non rendendosi conto dell'effetto bizzarro ch'egli produceva, e nel corridojo egli sentiva pronunziare a voce bassa questa parola strana e vuota di senso per lui: un jettatore! un jettatore!
VI

Qualche giorno dopo aver spedito le corna, il conte Altavilla fece una visita a miss Ward.
La giovane inglese prendeva il thè in compagnia di suo zio, precisamente come se fosse stata a Ramsgate in una casa dai mattoni gialli e non a Napoli sur una terrazza imbiancata colla calce e circondata di fichi, di cactus, e d'aloe; poichè una delle caratteristiche della razza sassone è la persistenza delle proprie abitudini, per quanto contrarie esse siano al clima.
Il commodoro scintillava di gioja: per mezzo di pezzi di ghiaccio fabbricati chimicamente con un apparecchio poichè non si trae che della neve dalle montagne poste dietro Castellammare, egli era giunto a mantenere il suo burro allo stato solido ed egli ne stava stendendo una fetta con una visibile soddisfazione sopra un pezzo di pane tagliato a forma di sandwich.
Esauriti quei vaghi modi di dire che precedono ogni genere di conversazione, e somigliano ai preludii coi quali i pianisti toccano il loro piano prima di incominciare il pezzo di musica, Alicia, lasciando d'un tratto questi luoghi comuni, si rivolse bruscamente al giovane Napoletano:
- Che significa questo bizzarro regalo delle corna col quale avete accompagnato i vostri fiori? La mia serva Vincenza mi ha detto che ciò serviva come preservativo contro il fascino: ecco tutto quello che ho potuto ricavar da lei.
- Vincenza ha ragione, rispose il conte d'Altavilla inchinandosi.
- Ma che cos'è il fascino? prosegui la giovane miss; io non sono al corrente delle vostre superstizioni.... africane; poichè questo deve senza dubbio riferirsi a qualche credenza popolare.
- Il fascino è l'influenza perniciosa che esercita la persona dotata, o piuttosto afflitta, dal mal occhio.
- Io faccio le viste di capirvi, perchè voi non vi facciate un'idea sfavorevole della mia intelligenza se vi confessassi che il senso delle vostre parole mi sfugge, disse Alicia; voi mi spiegate l'incognito coll'incognito; mal occhio traduce molto male, per me, fascino; come il personaggio della commedia io so il latino, ma fate come se non lo sapessi.
- Tenterò di spiegarmi con tutta la chiarezza possibile, rispose Altavilla; soltanto, nel vostro sdegno britannico, non vogliate prendermi per un selvaggio, nè chiedere a voi stessa se sotto i miei abiti si nasconde una pelle tatuata di rosso e di bleu. Io sono un uomo civilizzato; son stato educato a Parigi: parlo l'inglese e il francese. ho letto Voltaire; credo alle macchine a vapore, alle strade ferrate, alle due camere come Stendhal; mangio i maccheroni colla forchetta; porto la mattina, guanti di Svezia, il dopopranzo guanti di colore, la sera guanti paglia.
L'attenzione del commodoro, che si preparava il secondo crostino, fu attratta da questo strano esordio; ed egli ristette col coltello in mano, gli occhi d'un azzurro polare la cui sfumatura offriva un bizzarro contrasto colla sua rossa tinta, fissi su Altavilla.
- Ecco dei titoli rassicuranti, fece miss Alicia con un sorriso, e dopo ciò avrei pochissima fede, se io vi sospettassi di barbarie. Ma ciò che voi dovete dirmi è dunque molto terribile o molto assurdo, che voi prendete tante circonlocuzioni per arrivare al fatto?
- Si, molto terribile, molto assurdo, ed anche molto ridicolo, ciò che è peggio; seguitò il conte; se io fossi a Londra o a Parigi, forse io ne riderei con voi; ma qui, a Napoli....
- Voi sarete serio; questo volevate dire?
- Precisamente.
- Arriviamo al fascino, disse miss Ward, impressionata suo malgrado della gravità d'Altavilla.
- Questa credenza rimonta alla più alta antichità. N'è fatta allusione nella Bibbia. Virgilio ne parla d'un tono convinto; gli amuleti di bronzi trovati a Pompei, a Ercolano, a Stabia, i segni preservativi disegnati sui muri delle case arse, mostrano come questa superstizione era già sparsa. (Altavilla sottolineò parola superstizione con un'intenzione maligna.) L'Oriente intero ci presta fede ancor oggi. Mani rosse o nere sono poste da ogni lato delle case moresche per scongiurare la cattiva influenza. Si vede una mano scolpita sul chiavistello della porta del Tribunale all'Alhambra: ciò che prova che tal pregiudizio è molto antico se non è giusto. Quando milioni d'uomini, durante migliaja di anni, hanno professata un'opinione, è probabile che questa opinione, così generalmente accolta, si appoggi su fatti positivi, sur una lunga serie di osservazioni giustificate dagli avvenimenti. Non posso credere, per quanta buona idea io abbia di me stesso, che tante persone di cui molte, certamente, furono illustri, dotte ed illuminate, si siano grossolanamente ingannate in una cosa nella quale a me solo sembri veder chiaro.
- Il vostro ragionamento è facilissimo a ritorcere, interruppe miss Alicia Ward; il politeismo non è stato forse la religione d'Esiodo, d'Omero, d'Aristotile, di Platone, dello stesso Socrate, che ha sacrificato un gallo a Esculapio, e d'una immensità d'altri personaggi d'un genio incontestabile?
- Senza dubbio; ma oggi non c'è più nessuno che sacrifichi dei bovi a Giove.
- Val meglio farne delle bistecche, disse con far sentenzioso il commodoro che l'uso di bruciar le carni delle vittime sui carboni aveva sempre urtato in Omero.
- Non si offrono più delle colombe a Venere, nè dei pavoni a Giunone, nè dei capri a Bacco: il Cristianesimo ha rimpiazzato questi sogni di marmo bianco di cui la Grecia aveva popolato il suo Olimpo: la verità ha fatto svanir l'errore e un'infinità di persone hanno ancora timore del fascino o, per dargli il suo nome popolare, della jettatura.
- Che il popolo ignorante si preoccupi d'influenze simili, lo concepisco, disse miss Ward, ma che un uomo della vostra nascita e della vostra educazione divida questa credenza, ciò mi meraviglia.
- Più di uno spirito forte, rispose il conte, sospende il corno alla sua finestra o al disopra della sua porta e non cammina che coperto di amuleti; io, sono franco, e confesso senza vergogna che, allorchè incontro un jettatore, io prendo volentieri l'altra parte della strada e che, se non ne posso evitar lo sguardo, lo scongiuro del mio meglio per mezzo del gesto consacrato. Non faccio nè più nè meno di quello che farebbe un lazzarone e me ne trovo bene. Molte disgrazie mi hanno insegnato a non sdegnare queste precauzioni.
Miss Alicia Ward era una protestante, allevata con gran libertà di sentimento, che non ammetteva nulla se non dietro esame e il cui retto raziocinio ripugnava da tutto ciò che non poteva matematicamente spiegare.
I discorsi del conte la sorprendevano.
Ella volle dapprima non vederci che un semplice gioco di spirito; ma il tono calmo e convinto di Altavilla le fece cangiar d'idea senza persuaderla in alcun modo.
- V'accordo, diss'ella, che questo pregiudizio esista, che sia molto diffuso, che voi siate sincero nel vostro timore del mal occhio e che non cerchiate d'irridervi della semplicità d'una povera straniera; ma datemi almeno qualche ragione fisica di questa idea superstiziosa, poichè, doveste pur giudicarmi un essere intieramente privo di poesia, io sono incredulissima: il fantastico, il misterioso, l'occulto, l'inesplicabile hanno poca presa su me.
- Non mi negherete, miss, riprese il conte, la potenza dell'occhio umano; la luce del cielo vi si combina col riflesso dell'anima; la pupilla è una lente che concentra i raggi della vita, e l'elettricità intellettuale scintilla attraverso questa stretta apertura: lo sguardo d'una donna non traversa egli forse il cuore il più duro? lo sguardo d'un eroe non anima egli forse tutta quanta un'armata? lo sguardo d'un medico non doma egli il pazzo come una doccia fredda? lo sguardo d'una madre non fa egli rinculare i leoni?
- Voi illustrate con eloquenza la vostra causa, rispose miss Ward, scuotendo la testina gentile; scusatemi se mi restano dei dubbi.
- E l'uccello che, palpitante d'orrore e gettando gridi lamentevoli, precipita dall'alto d'un albero, da cui potrebbe volarsene via, per gettarsi nella gola del serpente che lo affascina, obbedisce egli ad un pregiudizio? ha egli sentito nei nidi delle comari colle penne raccontare delle storie di jettatura? Molti effetti non hanno essi forse avuto luogo per mezzo di cause inapprezzabili dai nostri organi? I miasmi della febbre delle paludi, della peste, del colera, sono essi visibili? Nessun occhio vede il fluido elettrico sulla cima del parafulmine, eppure la folgore ne viene attratta! Che c'è egli d'assurdo nel supporre che si sviluppi da questo disco, nero, bleu, o grigio, un raggio propizio o fatale? Perchè questo effluvio non può egli essere felice o disgraziato a seconda del genere di emissione e dell'angolo sotto il quale l'oggetto lo riceve?
- Mi sembra, disse il commodoro, che la teoria del conte abbia qualche cosa di specioso; quanto a me, io non ho potuto mai guardare gli occhi dorati d'un rospo senza sentirmi allo stomaco un calore insopportabile, come se avessi preso dell'emetico: eppure il povero rettile, aveva maggior ragione di temere di me che poteva schiacciarlo con un colpo di tallone.
- Ah! zio mio! se voi vi mettete col signor d'Altavilla, fece miss Ward, io sarò sconfitta. Io non ho forza per combattere. Sebbene io potrei aver molte cose da objettare contro questa elettricità di cui nessun fisico ha fatto parola, io voglio ammetterne l'esistenza per un momento, ma quale efficacia possono avere per preservarsi dai suoi funesti effetti le immense corna di cui m'avete fatto dono?
- La stessa efficacia colla quale il parafulmine attira colla punta la folgore, rispose Altavilla; le punte acute di queste corna sulle quali si fissa lo sguardo del jettatore distornano il fluido malefico e lo spogliano della sua dannosa elettricità. Le dita tese in avanti e gli amuleti di corallo rendono lo stesso servizio.
- Tutto ciò che voi mi dite è ben pazzo, signor conte riprese miss Ward; ed ecco quello che mi par di comprendere: secondo voi, io sarei sotto il fascino d'un jettatore pericoloso; e voi m'avete mandato delle corna come mezzi di difesa?
- Io lo temo, miss, rispose il conte con un tono di convinzione profonda.
- Sarebbe bello, gridò il commodoro. che uno di questi maledetti occhi tentasse di fascinar mia nipote! sebbene abbia passata la sessantina, non ho ancora dimenticato affatto le mie lezioni di boxe.
E serrava i pugni, mettendo il pollice contro le dita piegate.
- Due dita bastano, milord, disse Altavilla facendo prendere alla mano del commodoro la posizione voluta.
«La maggior parte delle volte, la jettatura è involontaria; essa si esercita all'insaputa di coloro che posseggono questo dono fatale e spesso, anzi, allorchè i jettatori arrivano ad aver coscienza del lor funesto potere, essi, pei primi, ne deplorano gli effetti più che altri; bisogna dunque evitarli e non maltrattarli.
«D'altra parte, colle corna, le dita a punta, i rami di corallo biforcati, si può neutralizzare o almeno attenuare la loro influenza.
- In verità, è strano, disse il commodoro, impressionato suo malgrado dal sangue freddo di Altavilla.
- Io non mi credeva così posseduta dalli jettatori: non lascio mai questa terrazza, se non la sera, per andar a far un giro in caleche lungo Villa Reale, con mio zio, e non ho notato nulla che possa dar luogo al vostro sospetto, disse la giovane, la cui curiosità si svegliava, sebbene la sua incredulità fosse sempre la stessa. Su chi cadono i vostri sospetti?
- Non sono sospetti, miss Ward; la mia certezza è completa, rispose il giovane conte napoletano.
- In grazia, rivelateci il nome di quest'essere fatale: disse miss Ward con una leggiera sfumatura di canzonatura.
Altavilla stette zitto.
- È bene sapere di cui si deve diffidare, aggiunse il commodoro.
Il giovane conte napoletano parve raccogliersi; poi si alzò, si fermò dinanzi allo zio di miss Ward, e, fattogli un saluto rispettoso, gli disse:
- Milord Ward, vi domando la mano di vostra nipote.
A questa frase inattesa, Alicia divenne tutta rossa, ed il commodoro passò dal rosso allo scarlatto.
Certo il conte Altavilla poteva pretendere alla mano di miss Ward; egli apparteneva ad una delle più antiche e nobili famiglie di Napoli; era bello, giovane, ricco, ben visto in corte, perfettamente allevato, di un'eleganza irreprensibile; la sua domanda, in se stessa, non aveva dunque nulla d'urtante; ma essa giungeva in un modo così subitaneo, così strano; essa stonava in tal modo nella conversazione intavolata, che la meraviglia dello zio e della nipote era del tutto naturale. Pure, Altavilla non ne parve nè sorpreso, nè scoraggiato, ed attese di piè fermo la risposta.
- Mio caro conte, disse infine il commodoro, un po' rimesso dal suo turbamento; la vostra proposta mi meraviglia quasi quanto mi onora. In verità, non so che rispondervi: io non ho consultato mia nipote. Si parlava di fascino, di jettatura, di corna, d'amuleti, di mani aperte o chiuse; di ogni genere di cose che non hanno alcuna relazione col matrimonio, ed ecco che voi mi chiedete la mano d'Alicia! Ciò non discende di conseguenza, e voi non me ne farete una colpa se non ho delle idee molto chiare su questo soggetto. Quest'unione sarebbe certamente convenevolissima, ma io credeva che mia nipote avesse altre intenzioni. È vero che un vecchio lupo di mare come me non legge mai correntemente nel cuore delle giovani...
Alicia, vedendo che suo zio s'imbrogliava, approfittò della pausa ch'egli fece dopo la sua ultima frase, per far cessare una situazione che diventava impacciante; e disse al Napoletano:
- Conte, allorchè un galantuomo domanda lealmente la mano d'una giovane onesta, non c'è per lei nulla di offensivo; ma essa ha diritto d'esser sorpresa della forma bizzarra data a questa domanda. Io vi pregava di dirmi il nome del preteso jettatore la cui influenza può, secondo voi, essermi nociva; e voi fate bruscamente a mio zio una proposta di cui non so spiegarmi il motivo.
- È che, rispose Altavilla, un gentiluomo si fa denunciatore malvolentieri e che un marito solo può difender sua moglie. Ma prendete qualche giorno per riflettere. Intanto, le corna esposte in modo ben visibile basteranno, io spero, a garantirvi d'ogni avvenimento spiacevole.
Detto ciò, il conte, alzatosi, uscì dopo aver salutato profondamente.
Vincenza, la serva dai capelli crespi, che veniva per portar via la tehiera e le tazze, avea, salendo lentamente la terrazza, inteso la fine della conversazione: ella nudriva contro Paolo d'Aspromonte tutta l'avversione che una paesana degli Abruzzi dirozzata appena da due o tre anni di domesticità, può avere all'indirizzo d'un forestiero sospetto di iettatura; d'altra parte, ella trovava il conte d'Altavilla bellissimo, e non capiva come mai miss Ward potesse preferirgli un giovane magro e pallido che essa, Vincenza, non avrebbe voluto ancorchè non avesse avuto il fascino.
In tal modo, non apprezzando la delicatezza del conte, e desiderando di sottrarre la sua padrona, che amava, ad una nociva influenza, Vincenza si chinò all'orecchio di miss Ward e le disse:
- Il nome che vi nasconde il conte d'Altavilla, io lo so.
- Vi proibisco di dirmelo, Vincenza, se tenete alle mie buone grazie, rispose Alicia. Tutte queste superstizioni sono vergognose ed io le disprezzerò da buona cristiana che non teme che Dio.
VII

- Jettatore, jettatore! Queste parole erano proprio indirizzate a me, diceva fra sè stesso Paolo d'Aspromonte, rientrando all'albergo; io ignoro che cosa significhino, ma certo devono racchiudere un senso ingiurioso o canzonatore. Che ho io di singolare, d'insolito o di ridicolo per attirare così l'attenzione in un modo sfavorevole? Mi pare, per quanto uno possa essere assai cattivo giudice di sè stesso, di essere nè bello, nè brutto, nè grande, nè piccolo, nè magro, nè grasso e di poter benissimo passare inosservato nella folla.
«I miei vestiti non han nulla d'eccentrico; non ho in capo un turbante illuminato come il signor Jourdain nella cerimonia del Borghese gentiluomo; non porto un vestito trapuntato d'un sole d'oro sul dorso: non mi precede un negro suonando di cembali; la mia individualità perfettamente sconosciuta, del resto, a Napoli, è chiusa sotto il vestito uniforme, domino della moderna civiltà, e sono in tutto simile agli eleganti che passeggiano in via Toledo o al Largo del Palazzo, forse con un po' meno di cravatta, un po' meno di spille, un po' meno di camicia ricamata, di panciotti, di catene d'oro e con molto meno barba fatta! Oh, forse non mi son fatta la barba! Domani mi farò passare il rasojo dal barbiere dell'albergo. Pure qui hanno l'abitudine di vedere dei forestieri ed una qualche impercettibile differenza di toletta non basta a giustificare la parola misteriosa ed il gesto bizzarro che vien provocato dalla mia presenza.
«Ho notato, d'altra parte, un'espressione d'antipatia e di spavento negli occhi delle persone che s'allontanano dal mio cammino. Che posso aver io fatto a costoro che incontro per la prima volta?
«Un viaggiatore, ombra che passa per non tornar mai più, non suscita per dovunque che l'indifferenza, a meno che non giunga da qualche regione lontana e sia quasi il campione d'una razza sconosciuta: ma i vapori scaricano, ogni settimana, sul suolo, dei turisti, dai quali io non differisco in nulla Chi se ne occupa, tolto dei facchini, degli albergatori e dei domestici di piazza? Io non ho ucciso mio fratello, dal momento che non ne ho avuti e non devo esser stato segnato da Dio del segno di Caino, eppure gli uomini si turbano e si allontanano al mio aspetto. A Parigi, a Londra, a Vienna, in tutte le città dove sono stato, non mi sono accorto mai di produrre un simile effetto: mi han trovato qualche volta fiero, sdegnoso, selvaggio; m'han detto ch'io affettava lo sneer inglese, che imitava lord Byron; ma ho ricevuto sempre e dappertutto l'accoglienza dovuta a un gentiluomo, e l'uscire dal mio modo d'agire, per quanto raro. non era meno apprezzato. Una traversata di tre giorni da Marsiglia a Napoli non può avermi cambiato al punto d'esser divenuto odioso o grottesco; io che fui bene accetto a più d'una donna e che ho saputo toccare il cuore di miss Alicia Ward, una giovane deliziosa, una creatura celeste, un angiolo di Tomaso Moore!»
Questi pensieri, perfettamente giusti, calmarono un po' Paolo d'Aspromonte; ed egli si persuase d'aver dato all'esagerata mimica dei Napoletani, il popolo più gesticolatore del mondo, un senso che non aveva affatto.
Era tardi.
Tutti i viaggiatori, fuori di Paolo, erano già tornati alle rispettive camere; Gelsomina, una delle serve di cui abbiamo schizzato la fisionomia nel conciliabolo tenuto nella cucina sotto la presidenza di Virgilio Falsacappa, aspettava che Paolo rientrasse per chiudere a notte la porta; Nannella, l'altra ragazza, cui spettava vegliare, aveva pregato la compagna, più ardita, di prendere il suo posto, non volendo incontrarsi col forestiero sospetto di jettatura: così Gelsomina era sotto le armi: un enorme mucchio d'amuleti pendeva sul suo petto e cinque piccole corna di corallo tremavano in luogo di pendenti alle sue orecchie: la sua mano, chiusa, in antecedenza, tendeva l'indice e il mignolo con una correttezza tale che sarebbe stata approvata dallo stesso reverendo curato Andrea de Jorio, l'autore della Mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano.
La brava Gelsomina nascondeva la mano sotto una piega della veste, presentò il candelliere al signor d'Aspromonte e lo fissò con uno sguardo così acuto, così persistente, con un'espressione così singolare, quasi provocatrice, che il giovane abbassò gli occhi: circostanza che parve fare un piacere immenso alla bella giovane.
Nel vederla immobile e dritta, il candelliere teso con un gesto da statua, il profilo disegnato netto da una linea luminosa, l'occhio fisso e fiammeggiante, la si sarebbe detta la Nemesi antica in atto di sconcertare il colpevole.
Allorchè il viaggiatore ebbe salita la scala e che il rumor dei suoi passi s'attenuò nel silenzio, Gelsomina, rialzando il capo con un'aria dr trionfo, disse:
- Gli ho fatto magnificamente ritornare il suo sguardo nella pupilla, a questo caro signore che san Gennaro confonda: son sicura che non mi accadrà niente di brutto.
Paolo dormì male e d'un sonno agitato : egli fu tormentato da ogni razza di sogni bizzarri riferentisi alle idee che lo avevano preoccupato il giorno; egli si vedeva circondato di figure minacciose e mostruose che esprimevano l'odio, la collera e la paura; poi le figure sparivano; delle dita lunghe, magre, ossute, dalle falangi nodose, uscenti dall'ombra e rosse di un fuoco infernale, lo minacciavano facendo dei segni cabalistici; le unghie di queste dita, piegandosi come artigli di tigre, come zampe d'avoltoi, s'avvicinavano sempre più al suo volto, come se cercassero cavargli gli occhi. Con uno sforzo supremo, egli giunse ad allontanar quelle mani volanti intorno su ali di pipistrello; ma alle mani sopravennero falangi di bovi, di montoni e di cervi, cranii bianchi animati d'una vita morta, che l'assalivano colle loro corna e le loro varie ramificazioni, costringendolo a gettarsi in mare ove egli si stracciava le carni su una foresta di corallo dalle branche puntute o biforcate; un'ondata lo trasportava alla costa, pesto, stanco, mezzo morto; e, come il don Giovanni di lord Byron, egli travedeva allora fra mezzo il suo svenimento una testa gentile che si piegava verso lui; non era Haydée, ma Alicia, anche più bella del tipo immaginario creato dal poeta. La giovane faceva degli sforzi vani per tirar sulla sabbia il corpo che il mare avrebbe voluto riprendere e chiedeva a Vincenza un ajuto che questa le rifiutava ridendo d'un riso feroce; le braccia d'Alicia si stancavano e Paolo ricadeva nell'acqua.
Queste fantasmagorie confusamente spaventevoli, vagamente orribili ed altre ancora più inafferrabili, che ricordavano i fantasmi informi sbucati nell'ombra opaca delle acque tinte di Goya, torturarono il giovane fino ai primi splendori del giorno; la sua anima, libera per la immobilità del corpo, sembrava indovinare ciò che il suo pensiero desto non poteva comprendere e si sforzava di tradurre i proprii presentimenti in immagini nella camera oscura del sogno.
Paolo si alzò affranto, inquieto, come messo sulla traccia d'una infelicità nascosta da quegli incubi di cui egli aveva paura di svelar il mistero; egli girava intorno al fatal segreto, chiudendo gli occhi per non vedere e gli orecchi per non intendere; mai non era stato così triste: egli dubitava di Alicia stessa: l'aria di fatuità felice del conte Napoletano, la compiacenza colla quale la giovane l'ascoltava, la faccia approvante del commodoro, tutto ciò gli tornava alla mente rinfrescato di mille crudeli dettagli, gli immergeva il cuore in una grande amarezza e accresceva sempre più la sua malinconia.
La luce ha il privilegio di dissipare il malessere cagionato dalle visioni notturne.
Smarra, offuscato, se ne fugge agitando le ali membranose, allorchè il giorno lancia, fra mezzo le cortine, le sue frecce d'oro nella camera. Il sole splendeva giojosamente, il cielo era puro, e sull'azzurro del mare brillavano milioni di scintille: a poco a poco Paolo sì rasserenò; egli dimenticò i suoi sogni e le bizzarre impressioni della vigilia, o, se ci pensava, era per accusarsi di stravaganza.
Egli andò a fare un giro a Chiaja per ricrearsi allo spettacolo della petulanza napoletana; i mercanti gridavano, vendendo le loro derrate, sopra melopee bizzarre nel dialetto popolare, inintelligibili per lui che non sapeva che l'italiano, con gesti disordinati e con una furia d'azione sconosciuta nel Nord; ma tutte le volte ch'egli si fermava davanti a qualche bottega, il mercante prendeva un'aria spaventata, mormorava qualche imprecazione a mezza voce, e faceva il gesto d'allungar le dita come avesse voluto pugnalarlo col mignolo e l'indice, le comari più ardite lo coprivano d'ingiurie e gli mostravano il pugno.
VIII.

Paolo d'Aspromonte credette, sentendosi insultare dal popolaccio di Chiaja, d'essere oggetto di quelle litanie grossolanamente burlesche di cui i mercanti di pesce regalano le genti ben vestite che attraversano il mercato: ma una repulsione così viva, uno spavento così vero si dipingevano in tutti gli occhi, ch'egli fu costretto a rinunziare a questa spiegazione; la parola: jettatura, che già gli aveva colpito l'orecchio al teatro San Carlino, fu ancor qui pronunciata e stavolta con una espressione minacciosa; s'allontanò dunque a passi lenti, non fissando più su nulla lo sguardo, causa di tanti turbamenti.
Allungando il passo lungo le case per sottrarsi all'attenzione pubblica, Paolo arrivò a una bottega di librajo fuori sulla via: egli vi si fermò; rimosse ed aprì qualche libro tanto per darsi un contegno: egli volgeva così il dorso ai passeggieri ed evitava ogni occasione d'insulto. Gli era venuto in testa, per un momento, di caricare quelle canaglie a colpi di bastone; ma il vago terror superstizioso che cominciava a impadronirsi di lui, lo rattenne. Egli si ricordò d'una volta che avendo battuto un cocchiere insolente con un leggiero frustino, lo aveva colto alla tempia e ucciso sul colpo, omicidio involontario di cui non si era consolato mai. Dopo aver presi e riposti parecchi volumi, la mano gli cadde a caso sul Trattato della jettatura di Niccolò Valetta: questo titolo scintillò ai suoi occhi in caratteri di fiamme e il libro gli parve posto là dalla mano della fatalità; gettò al librajo, che lo guardava con un'aria stupida, facendo salterellare due o tre corna nere miste ai gingilli della sua catena, il prezzo del volume e corse all'albergo per chiudersi nella sua camera e darsi a questa lettura che doveva rischiarare e fissare i dubbii da cui era posseduto da che viveva in Napoli.
Il libro di Valetta è così diffuso in Napoli come i Segreti del grande Alberto, l'Etteila e la Chiave dei sogni lo sono a Parigi.
Valetta definisce la jettatura, insegna come la si può riconoscere, con quali mezzi uno se ne può preservare; egli divide gli jettatori in più classi secondo il loro grado di scelleraggine ed agita tutte le questioni che si rannodano a questo grave soggetto.
Se d'Aspromonte avesse trovato questo libro a Parigi, l'avrebbe sfogliato distrattamente, come un vecchio almanacco ripieno di sciocche istorie, ed avrebbe riso della serietà colla quale l'autore tratta queste scempiaggini; nella disposizione d'animo in cui era, fuori del suo ambiente naturale, preparato alla credulità da una folla di piccoli incidenti, egli lo lesse con un orrore segreto, come un profano che consulta su un libro cabalistico delle evocazioni di spiriti e delle formole di scongiuro.
Per quanto non avesse cercato approfondirgli, i segreti dell'inferno si svelavano a lui; egli non poteva impedirsi di saperli ed ora egli aveva la piena coscienza del suo fatale potere: egli era jettatore! Bisognava ben convenirne in faccia a sè stesso: tutte le caratteristiche descritte da Valetta, egli le aveva.
Accade spessissimo che un uomo che s'è creduto fino allora in piena salute, apra per caso o per distrazione un libro di medicina; e, leggendo la descrizione patologica d'una malattia, se ne riconosca in preda; illuminato da una luce fatale, egli sente ad ogni sintomo riferito trasalire dolorosamente in sè stesso qualche organo oscuro, qualche fibra nascosta il cui meccanismo gli sfugge, ed egli impallidisce, comprendendo esser sì prossima una morte, che credeva immensamente lontana.
Paolo provò un effetto identico.
Egli si mise davanti ad uno specchio guardandosi, con una fissità spaventevole; la sua svariata perfezione, composta di beltà che si trovano ordinariamente insieme, lo faceva più che mai rassomigliare all'angelo decaduto e splendeva sinistramente nel fondo vero dello specchio; le linee delle sue pupille si torcevano come vipere convulse; le sue sopraciglia vibravano come l'arco da cui sta per sfuggire la freccia mortale; la ruga bianca della sua fronte faceva pensare alla cicatrice d'un colpo di fulmine e nei capelli rutilanti pareva scorressero fiamme infernali: la pallidezza marmorea della pelle dava un rilievo anche maggiore ad ogni lineamento di questa fisionomia veramente terribile.
Paolo ebbe paura di sè stesso: gli pareva che gli effluvii dei suoi occhi, rimandati dallo specchio, gli ritornassero in frecce avvelenate; immaginate Medusa che osserva la propria testa orribilmente bella nel giallo riflesso d'uno scudo di rame.
Ci si obietterà esser difficile il credere che un giovane di mondo, imbevuto della scienza moderna, vissuto in mezzo allo scetticismo della civiltà moderna, abbia potuto prender sul serio un pregiudizio popolare ed immaginarsi d'esser dotato fatalmente d'un potere malfattore misterioso.
Ma noi risponderemmo che c'è un irresistibile magnetismo nel pensiero generale, che vi penetra vostro malgrado, e contro il quale un'unica volontà non lotta quasi mai efficacemente: c'è chi arriva a Napoli ridendosi della jettatura e finisce poi per armarsi di tutte le precauzioni cornute e per fuggire ogni individuo dall'occhio sospetto. Paolo d'Aspromonte si trovava in un caso anche più grave; aveva lui stesso il fascino; ed ognuno lo sfuggiva, o in sua presenza faceva quei segni preservativi raccomandati dal Valetta.
Per quanto il suo criterio si rivoltasse contro un simile apprezzamento, egli non poteva negare di riconoscere ch'egli possedeva tutti gli indizi denunziatori della jettatura.
Lo spirito umano, anche il più illuminato, ha sempre in se un cantuccio bujo dove s'accoccolano le schifose chimere della credulità, ove s'annidano i pipistrelli della superstizione. La stessa vita comune è così piena di problemi insolubili, che 1'impossibile vi diventa probabile Vi si può credere tutto o tutto negare: da un certo punto di vista, il sogno sussiste tanto quanto la realtà.
Paolo si sentì preso da una tristezza immensa.
Egli era un mostro!
Per quanto dotato dei più affettuosi istinti e della più buona natura, egli portava la sfortuna con sè; il suo sguardo, pieno involontariamente di veleno, nuoceva a coloro su cui si posava, anche se con una intenzione simpatica.
Egli aveva lo spaventoso privilegio di riunire, di concentrare, di distillare i miasmi morbosi, le dannose elettricità, le fatali influenze dell'atmosfera, per dardeggiarle tutto all'intorno di sè. Infinite circostanze della sua vita, che gli erano sembrate oscure fino allora e di cui egli aveva vagamente accusato il caso; ora si rischiaravano d'una luce livida: egli si ricordava d'ogni sorta di disgrazie enigmatiche, d'infelicità inspiegate, di catastrofi senza motivo del cui mistero ora teneva la chiave: bizzarre concordanze si stabilivano nel suo spirito e lo confermavano nella triste opinione accolta di sè stesso.
Egli rifece la propria vita d'anno in anno; si ricordò di sua madre morta nel dargli la luce, la fine infelice dei suoi piccoli amici di collegio; fra i quali, il più caro, era morto cadendo da un albero su cui egli, Paolo, lo stava a guardare arrampicarsi; quella passeggiata in barchetta così giulivamente intrapresa con due compagni e dalla quale egli era tornato solo, dopo sforzi inauditi per strappar dall'acque i corpi dei poveri ragazzi annegati nel capovolgersi della barca; l'assalto di scherma in cui il suo fioretto, rotto il bottone e cambiato così in spada aveva così disgraziatamente ferito il suo avversario - un giovane da lui molto amato: oh certo, tutto ciò si poteva spiegare ragionatamente e Paolo fino ad oggi aveva fatto così; pure, tutto ciò che v'era di fortuito in questo avvenimento gli pareva dipendesse da un'altra causa dacchè conosceva il libro di Valetta: l'influenza fatale, il fascino, la jettatura dovevano reclamare la loro parte in queste sventure. Una simile continuità di disgrazie, aggruppata sullo stesso personaggio non era naturale!
Un'altra circostanza più recente gli tornò in mente, con tutti quanti i suoi orribili dettagli, e contribuì immensamente a confermarlo nella sua desolante credenza.
A Londra, egli andava spesso al teatro della Regina, dove la grazia d'una giovane ballerina inglese l'aveva singolarmente colpito. Senza ammirarla più di quello che si può ammirare la graziosa immagine d'un quadro o d'una incisione, egli la seguiva collo sguardo fra le sue compagne del corpo di ballo, a traverso i ravvolgimenti delle manovre coreografiche; egli amava quel volto dolce e melanconico, quel pallore delicato che non arrossiva mai nell'animazione della danza; quei bei capelli d'un biondo morbido e lustro, cinti, secondo il ruolo, di stelle o di fiori; quel lungo sguardo perduto nello spazio, quelle spalle di una castità verginale che rabbrividivano sotto il binocolo, quelle gambe che sollevavano malvolenterose le loro nuvole di garza e scintillavano sotto la seta come il marmo d'una statua antica; e ogni volta ch'essa passava vicino alla ribalta, egli la salutava con un piccolo segno d'ammirazione furtiva o s'armava del binocolo per vederla meglio.
Una sera, la ballerina, trasportata dal volo circolare d'un valzer, sfiorò più da vicino quella scintillante linea di fuoco che separa, in teatro, il mondo ideale dal mondo reale; le sue leggiere vesti di silfide palpitarono come ali di colomba prossima a prendere il volo. Un becco di gas allungò la lingua azzurrina e bianca e toccò la stoffa aerea. In un istante la fiamma circonfuse la giovane, che danzò qualche secondo come un fuoco fatuo in mezzo ad un rosso splendore e poi si gettò verso le quinte, perduta, pazza dal terrore, divorata viva dalle sue vesti incendiate.
Paolo era stato dolorosissimamente colpito di questa disgrazia, di cui parlarono tutti i giornali d'allora dove, volendo, si potrebbe trovare il nome della vittima. Ma il suo dolore era privo di rimorsi. Egli non si attribuiva parte alcuna nell'accidente ch'ei più di tutti deplorava.
Ora, era persuaso che la sua ostinatezza a seguirla collo sguardo non era stata estranea alla morte della cara creatura. Egli si considerava come l'assassino di lei; egli inorridiva di sè stesso ed avrebbe voluto non esser mai nato.
A questo prostramento succedette una violenta reazione; si mise a ridere d'un riso nervoso, scagliò lontano il libro del Valetta e gridò: - Oh, in verità, io divento stupido o matto! Si direbbe che il sole di Napoli m'ha ferito il cervello. Che direbbero i miei amici del club, se sapessero che io ho agito seriamente nella mia coscienza la bella questione; sapere, se sono o no, jettatore!
Paddy, a questo punto, battè discretamente alla porta.
Paolo aprì ed il groom, formalista nel proprio servizio, gli presentò sul cuojo verniciato del suo berretto, scusandosi di non avere un piatto d'argento, una lettera di miss Alicia.
D'Aspromonte ruppe la busta e lesse:

- «Mi sfuggite dunque, Paolo? Non siete venuto jeri sera, ed il vostro sorbetto di limone s'è fuso malinconicamente sulla tavola. Fino alle nove sono stata a orecchie tese, sperando distinguere il rumore delle ruote della vostra carrozza attraverso il canto ostinato dei grilli e lo scuotìo dei tamburelli: dopo quell'ora mi bisognò perdere ogni speranza ed ho liticato col commodoro. Ammirate come son giuste le donne! - Pulcinella col suo naso nero, don Limone e donna Pangrazia hanno dunque tanto allettamento per voi? perchè io so, per mezzo della mia polizia segreta, che voi avete passato la serata al San Carlino. Delle pretese lettere importanti, voi non ne avete scritta una. Perchè non confessare alla buona e con franchezza che siete geloso del conte Altavilla? Vi credeva più orgoglioso, e questa modestia da parte vostra mi commuove. Non abbiate alcun timore; il signor d'Altavilla è troppo bello e io non ho la passione degli Apolli coi gingilli. Io dovrei assumere verso voi un contegno pieno di sprezzo superbo e dirvi che non mi sono accorta della vostra assenza; ma la verità è che ho trovato il tempo lunghissimo e che c'è mancato poco non battessi Vincenza, la quale rideva come una pazza, non so perchè; ecco!»
A. W.

Questa lettera giuliva e canzonatrice riportò del tutto le idee di Paolo ai sentimenti della vita reale. Egli si vestì, ordinò di far avanzar la carrozza e ben presto il volterriano Scazziga fece fischiare la frusta incredula all'orecchie delle sue bestie, che si slanciarono al galoppo sul pavimento di lava, attraverso la folla sempre compatta sulla passeggiata di Santa Lucia.
- Che vi piglia, Scazziga? farete succedere qualche malanno! gridò d'Aspromonte.
Il vetturino si rivoltò per rispondere e lo sguardo irritato di Paolo lo colpì in pieno volto. Una pietra che egli non aveva visto, sollevò una ruota davanti ed egli cadde di cassetta per la violenza dell'urto, ma senza farsi alcun male. Agile come una scimmia, egli rimontò d'un salto al suo posto, con un segno in fronte grosso come un ovo di gallina.
- Al diavolo se io mi rivolterò più, quando parlerai; borbottò egli fra i denti. Timberio, Falsacappa e Gelsomina avevano ragione; è un jettatore! Domani, comprerò un pajo di corna. Se non fan bene, non fan neanche male.
L'incidente urtò Paolo: lo riportava nel cerchio magico dal quale egli voleva uscire: una pietra si trova ad ogni momento sotto le ruote d'una carrozza, niente di più semplice e di più volgare d'un cocchiere malesperto che si lascia cadere di cassetta: E tuttavia l'effetto aveva seguito così da vicino la causa; la caduta di Scazziga coincideva così perfettamente collo sguardo lanciatogli da lui, che le sue apprensioni gli tornarono.
- Ho voglia, disse fra sè, di lasciar domani questo paese stravagante dove io sento il cervello sballottarmisi nel cranio come una noce secca nel suo guscio. Ma se io confidassi le mie angustie a miss Ward, ella ne riderebbe; e il clima di Napoli è così favorevole alla sua salute! La sua salute! ma ella stava bene prima di conoscermi! Giammai questo nido di cigni cullato dalle onde, che si chiama l'Inghilterra, giammai aveva prodotto una creatura più bianca e più rosea! La vita scattava dai suoi occhi pieni di luce, si spandeva sulle sue gote fresche e simili a seta; un sangue ricco e puro correva nelle vene turchine sotto la sua pelle trasparente; si sentiva attraverso la sua bellezza una forza graziosa! Oh, come ha impallidito, come s'è cambiata, come è divenuta magra sotto il mio sguardo! Come le sue mani son diventate fini; e i suoi occhi così vivi come si son cinti di tristi penombre! Tanto da dire che la consunzione le posasse le dita ossute sulla spalla! Nella mia assenza, essa ha ripreso prestamente i suoi colori; il respiro corre libero nel petto che il medico interrogava con timore; libera della mia funesta influenza, essa vivrebbe a lungo, Non sono forse io che la uccido? L'altra sera, non ha ella provato, mentre io era là, una così acuta sofferenza che le sue gote si son scolorite come al soffio della morte? Non le dò io la jettatura senza volerlo? Ma pure, forse, tutto ciò è naturale: molte Inglesi hanno delle predisposizioni alle malattie di petto.
Tali pensieri occuparono Paolo nel cammino.
Allorchè egli si presentò sulla terrazza, soggiorno abituale di miss Ward e del commodoro, le immense corna dei bovi di Sicilia, dono del conte d'Altavilla, ripiegavano le loro punte nel luogo più in vista.
Vedendo che l'attenzione di Paolo era attirata da queste, il commodoro divenne bleu: era questo il suo modo d'arrossire; poichè, meno delicato di sua nipote, egli aveva ricevuto le confidenze di Vincenza.
Alicia, con un gesto di perfetto sdegno, fece segno alla serva di portar via le corna e fissò su Paolo il suo bell'occhio pieno d'amore, di coraggio e di fede.
- Lasciatele al loro posto, disse Paolo a Vincenza; esse sono bellissime.
IX.

Questa osservazione di Paolo parve far piacere al commodoro; Vincenza sorrise, mostrando la sua bella dentatura, i cui canini staccati e puntuti brillavano d'una bianchezza feroce; Alicia, con un colpo rapido di pupilla, parve interrogare l'amico suo d'una domanda che restò senza risposta.
Regnò un silenzio pieno d'impaccio.
I primi minuti d'una visita, ancorchè cordiale, famigliare, attesa e rinnovata ogni giorno, sono ordinariamente impacciati. Durante l'assenza, sia essa pur stata di qualche ora, s'è formato intorno ad ognuno un'atmosfera invisibile, contro la quale l'effusione si spezza. E come un vetro perfettamente trasparente che lascia vedere il paesaggio e che una mosca non potrebbe attraversare col volo. In apparenza non c'è nulla; eppure si sente l'ostacolo.
Un'idea dissimulata per altro da un grand'uso di mondo preoccupava nel medesimo tempo questi tre personaggi una volta più a loro agio.
Il commodoro faceva girare i suoi pollici con un movimento automatico; d'Aspromonte fissava ostinatamente le punte nere e pulite delle corna, come un naturalista che cerca, dietro un frammento, classificare una specie sconosciuta; Alicia giocava colle dita col largo nastro del suo accappatojo di mussola, facendo le viste di rifarne il nodo.
Miss Ward fu la prima a rompere il ghiaccio: con quella giuliva libertà delle giovani inglesi così modeste e così riservate, tuttavia, dopo il matrimonio.
- Veramente, Paolo, non siete molto amabile da qualche tempo. La vostra galanteria è forse una pianta di serra fredda che non può fiorire che in Inghilterra, e impacciata nel nascere dall'ardente temperatura di questo clima? Come eravate attento, pronto, sempre pieno di piccolo cure, nel nostro villino di Lincolnshire! Voi mi avvicinavate col cuore sulle labbra, la mano sul petto, irreprensibilmente ben messo, pronto a mettere un ginocchio a terra davanti all'idolo della vostra anima; tale e quale, insomma, si rappresentano gli innamorati sulle incisioni dei romanzi.
- Io vi amo sempre, Alicia, rispose d'Aspromonte con una voce profonda e senza lasciar degli occhi le corna sospese ad una delle colonne antiche che sostenevano la volta di pampini.
- Mi dite ciò con un tono così lugubre che bisognerebbe essere ben civetta per crederlo, continuò miss Ward; - io penso che ciò che vi piaceva in me fosse il mio volto pallido, la mia diafanità; la mia grazia ossianesca e vaporosa; il mio stato di sofferente mi dava una certa attraenza romantica che ho perduto!
- Alicia! voi non siete stata mai più bella d'ora!
- Parole, parole, parole, come dice Shakespeare. Io sono tanto bella che voi non vi degnate neppur di guardarmi!
Infatti, gli occhi di Paolo non s'erano rivolti neppur un momento verso la giovane.
- Orsù - diss'ella con un sospiro comicamente esagerato, vedo che son diventata una grossa e forte paesana, fresca, colorita, rossa, senza la minima distinzione, incapace, di figurare al ballo d'Almacks, o in un libro di bellezze, separata da un sonetto ammirativo per mezzo d'una foglia di carta di seta.
- Miss Ward, voi prendete gusto a calunniarvi, disse Paolo collo sguardo volto a terra.
- Fareste meglio a confessarmi che sono spaventevole. Ed è colpa vostra, commodoro; colle vostre ali di pollo, le vostre costolette, i vostri filetti di bove, i vostri bicchierini di vino delle Canarie, le passeggiate a cavallo, i bagni di mare, gli esercizi ginnastici, voi m'avete creata questa fatale salute borghese che dissipa le poetiche illusioni del signor d'Aspromonte.
- Voi tormentate il signor d'Aspromonte e vi fate gioco di me, disse il commodoro tirato in discorso; ma, certamente, il filetto di bove è ricco di sostanze e il vino delle Canarie non ha fatto mai male a nessuno.
- Che delusione, mio povero Paolo! Lasciare una uri, un'elfa, una villi e ritrovare ciò che i medici e i parenti chiamano una ragazza di buona costituzione! Ma, ascoltatemi dunque; dal momento che non avete coraggio di guardarmi in faccia, e fremete d'orrore. Io peso sette oncie di più da quando sono partita d'Inghilterra!
- Otto oncie! interruppe con orgoglio il commodoro, che curava Alicia come l'avrebbe potuto fare la madre più affezionata.
- Sono proprio otto oncie! Terribile zio, voi volete dunque disincantare per sempre il signor d'Aspromonte? fece Alicia fingendo uno scoraggiamento canzonatore.
Mentre la giovane lo provocava con tali civetterie, civetterie che non si sarebbe permessa senza un grave motivo; Paolo, in preda alla sua idea fissa e non volendo nuocere a miss Ward col suo sguardo fatale, fissava gli occhi alle corna preservative o li lasciava errare sull'immensa distesa azzurra che si scopriva dall'alto della terrazza.
Egli si domandava se non fosse dover suo il fuggire Alicia, passando pure per uomo senza fede e senz'onore; e andare a finir la sua vita in qualche isola deserta dove, almeno la sua jettatura si spegnerebbe in mancanza d'uno sguardo umano che l'assorbisse.
- Capisco, disse Alicia continuando il suo scherzo, ciò che vi rende così triste e così serio; l'epoca del nostro matrimonio è fissata di qui a un mese; e voi indietreggiate all'idea di diventar marito d'una povera campagnola senza la menoma eleganza. Ebbene, io vi rendo la vostra parola: voi potrete sposare l'amica mia miss Sarah Templeton, che mangia dei pickles e beve dell'aceto per restar magra!
Questa idea la fece ridere del riso argentino e chiaro della gioventù. Il commodoro e Paolo s'associarono francamente alla sua ilarità.
Quando l'ultimo scoppio della sua gajezza nervosa fu spento, essa venne ad Aspromonte, lo prese per mano e lo condusse al piano posto in un angolo della terrazza e gli disse aprendo un pezzo di musica sul leggio:
- Amico mio, voi non avete, oggi, volontà di discorrere e «ciò che non val la pena d'esser detto, lo si canta» voi farete dunque la vostra parte in questo duettino il cui accompagnamento è facilissimo; pochi accordi e niente più.
Paolo sedette al piano, miss Alicia gli si mise vicino per poter seguitare il canto sul pezzo. Il commodoro rovesciò il capo, allungò le gambe e prese una posa di beatitudine anticipata; poichè egli aveva delle pretensioni al dilettantismo e giurava d'adorar la musica; ma il fatto sta che dopo le prime battute egli s'addormentava del sonno dei giusti; sonno che egli si ostinava, malgrado i rimproveri di sua nipote, a chiamare un'estasi, sebbene gli accadesse spessissimo di russare, sintomo mediocremente estatico.
Il duettino era una viva e leggera melodia, sul gusto della musica di Cimarosa, su parole di Metastasio e che non sapremmo meglio definire che paragonandola ad una farfalla attraversante a più riprese un raggio di sole.
La musica ha il potere di cacciare gli spiriti cattivi; dopo qualche frase, Paolo non pensava più ai diti scongiuratori, alle corna magiche, agli amuleti di corallo: egli aveva dimenticato il terribile libro del signor Valetta e tutti i sogni della jettatura. La sua anima saliva gajamente , colla voce d'Alicia, in un ambiente puro e luminoso.
Le cicale tacevano come per ascoltare e la brezza del mare sorta da poco portava via le note insieme ai petali dei fiori caduti dai vasi posti sul parapetto del terrazzo.
- Mio zio dorme come i sette dormienti nella loro grotta. Se non fosse sua usanza, ci sarebbe di che urtare il nostro amor proprio d'artisti, disse Alicia chiudendo il pezzo di musica. Mentre egli dorme, volete fare un giro nel giardino con me, Paolo? non vi ho ancora fatto vedere il mio paradiso.
E prese ad un chiodo infisso in una delle colonne, al quale era sospeso pei nastri un largo cappello di paglia di Firenze.
Alicia professava in fatto di agricoltura i più bizzarri principi; essa non voleva che si cogliessero i fiori, nè che si tagliassero i rami; e ciò che più l'era piaciuto nella villa, era, come abbiam detto, lo stato selvaggiamente incolto del giardino.
I due giovani s'aprirono una strada attraverso i rami che ricadevano subito dopo il loro passaggio. Alicia era prima e rideva nel veder Paolo intralciato dietro lei fra le braccia degli allori ch'essa disgregava.
Aveva essa fatti appena un venti passi, che la mano verde d'un ramo, quasi per fare una ruberia vegetale, afferrò e ritenne il suo cappello di paglia innalzandolo così in alto che Paolo non potè riprenderlo.
Fortunatamente, il fogliame era fitto e il sole gettava a stento qualche piastrella d'oro sulla sabbia attraverso i rami.
- Ecco il mio posticino favorito, disse Alicia. additando a Paolo un frammento di roccia, pittorescamente tagliato e coperto da un mucchio di aranci, di cedri, di lentischi e di mirti.
Ella sedette in un'anfrattuosità tagliata a guisa di sedile e fece segno a Paolo d'inginocchiarseli davanti, sullo spesso musco che tappezzava il piede della roccia.
- Mettete le vostre mani nelle mie e guardatemi in volto. Fra un mese io sarò vostra moglie. Perchè i vostri occhi evitano i miei?
Infatti, Paolo, tornato ai suoi sogni di jettatura, allontanava lo sguardo da lei.
- Temete voi forse di leggervi un pensiero diverso o colpevole? Voi sapete che l'anima mia è vostra dal giorno che portaste a mio zio la lettera di raccomandazione nel parlatorio di Richmond. Io sono della razza di quelle inglesi tenere, romantiche e fiere, che prendono in un secondo un amore che dura per tutta quanta la vita - più della vita forse, - e chi sa amare sa morire. Fissate i vostri sguardi nei miei, io lo voglio; non tentate di sfuggire, non volgeteli altrove, o io crederò che un gentiluomo che non deve temer che Dio si lasci atterrire da vili superstizioni. Fissate su me quello sguardo che voi credete così terribile e che m'è invece così dolce, perchè ci veggo il vostro amore e giudicate da voi se mi credete ancora abbastanza bella per portarmi, quando saremo sposi, a passeggiare a Hyde-Park in carrozza scoperta.
Paolo, smarrito, fissò su Alicia un lungo sguardo pieno di passione e di entusiasmo.
Di colpo, la giovine impallidì; un dolore acuto le traversò il cuore come ferro di freccia: parve che qualche fibra le si spezzasse nel petto ed ella portò vivamente il fazzoletto alle labbra. Una gocciola rossa macchiò la fina batista, che Alicia ripiegò con un gesto rapido.
- Oh, grazie, Paolo; voi m'avete resa felice perchè io credeva che voi non mi amaste più!
X.

Il movimento d'Alicia per nascondere il suo fazzoletto non aveva potuto essere così pronto, che il signor d'Aspromonte non lo vedesse: una pallidezza spaventevole coprì i lineamenti di Paolo, poichè una prova irrecusabile del suo fatale potere gli veniva data, e le idee più cupe gli traversarono la mente: il pensiero del suicidio gli si presentò; non era forse dover suo sopprimere come malfattrice e distruggere così la causa involontaria di tanti mali?
Egli avrebbe accettato per conto suo le più dure prove e portato coraggiosamente il peso della vita; ma dar la morte a chi amava di più al mondo, non era altresì infinitamente orribile?
La coraggiosa giovane aveva dominato la sensazione di dolore, avuta dopo lo sguardo di Paolo, e che coincideva in modo tanto strano cogli avvisi del conte Altavilla.
Uno spirito meno forte avrebbe potuto essere stato colpito da un resultato, se non sopranaturale, per lo meno difficilmente spiegabile; ma noi l'abbiam detto, l'anima d'Alicia era religiosa e non superstiziosa. La sua fede inconcussa rigettava come racconti da balie tutte queste storie di misteriose influenze, e rideva dei più profondamente radicati pregiudizi popolari.
D'altra parte, ancorchè avesse ammesso la iettatura, ancorchè n'avesse riconosciuto in Paolo i segni evidenti, il suo cuore tenero e fiero non avrebbe esitato un secondo.
Paolo non aveva commesso azione alcuna di cui la più delicata suscettibilità avesse avuto a lagnarsi, e miss Ward avrebbe preferito cader morta sotto il suo sguardo piuttostochè indietreggiare davanti un amore accettato da lei col consenso di suo zio e che doveva ben presto esser coronato dal matrimonio. Miss Alicia rassomigliava un po' a quelle eroine di Shakespeare castamente ardite, verginalmente risolute, il cui amor subitaneo non è per ciò meno puro e fedele e che un sol momento lega per sempre; la sua mano aveva stretta quella di Paolo e nessun uomo al mondo doveva più serrarla fra le sue dita. Essa considerava la propria vita come incatenata ed il suo pudore si sarebbe rivoltato alla sola idea d'un altro legame.
Essa, dunque, dimostrò una gajezza reale o così ben finta, che avrebbe ingannato l'osservatore il più fino e rialzando Paolo, sempre in ginocchio innanzi a lei, lo fece passeggiare attraverso i viali del suo giardino intralciato di fiori e di piante, fino ad un luogo dove la vegetazione, aprendosi, lasciava vedere il mare come un sogno azzurro d'infinito.
A questa luminosa serenità cacciò i neri pensieri di Paolo, Alicia s'appoggiò al braccio del giovane con un confidente abbandono, come se già fosse stata sua moglie. Con questa pura e muta carezza insignificante da parte di qualunque altra, decisiva da parte sua; essa gli si dava più formalmente ancora, rassicurandolo contro i suoi terrori e facendogli comprendere quanto poco la toccassero i danni de' quali la minacciavano. Sebbene avesse imposto silenzio a Vincenza prima, a suo zio poi, e sebbene Altavilla non avesse nominato alcuno, limitandosi a raccomandare il preservarsi d'una malvagia influenza, Alicia aveva prestamente capito che si trattava di Paolo: gli oscuri discorsi del bel napoletano non potevano alludere che al giovane francese.
Essa aveva pur capito che Paolo, cedendo al pregiudizio così esteso in Napoli che fa un jettatore d'ogni uomo dalla fisionomia un po' singolare, si credeva, per una inconcepibile debolezza di spirito, tocco dal fascino e distornava da lei gli occhi suoi pieni d'amore, temendo di nuocerle con uno sguardo; per combattere questo cominciamento d'idea fissa, ell'aveva provocata la scena che abbiam descritto e il cui resultato fu contrario all'intenzione: imperocchè gettò sempre più Paolo nella sua fatale monomania.
I due amanti ritornarono sulla terrazza, dove il commodoro continuando a subire 1'effetto della musica dormiva melodiosamente sul suo seggiolone di bambù. Paolo si congedò, e miss Ward parodiando il gesto d'addio napoletano, gli gettò un bacio colla punta delle dita dicendogli: - a domani, vero? - con una voce piena di soavi carezze.
Alicia era in quel momento d'una bellezza radiosa, allarmante, quasi sovranaturale, che colpì suo zio svegliato di soprassalto per la partenza d Paolo.
Il bianco degli occhi di lei prendeva dei toni d'argento brunito e faceva scintillare le pupille come stelle d'un nero luminoso; le sue gote si colorivano alla sommità d'un rosa ideale, d'una purezza e d'un ardore celeste, quali alcun pittore non ebbe mai sulla sua tavolozza; le tempie, d'una trasparenza d'agata si venavano di piccole venette turchine e tutta la sua carne sembrava penetrata dai raggi: si sarebbe detto che l'anima le venisse alla pelle.
- Come siete bella, oggi, Alicia! disse il commodoro.
- Voi mi guastate, zio, e se non sono la più orgogliosa donnina dei tre regni, non è colpa vostra. Fortunatamente io non credo alle adulazioni anche se disinteressate.
- Bella, disgraziatamente bella, continuò il commodoro fra sè, essa mi ricorda sua madre, la povera Nancy, che morì a diciannove anni. Angeli simili non possono restar sulla terra: sembra che un soffio li sollevi e che delle ali invisibili palpitino alle loro spalle: troppa bianchezza, troppo rosa, troppa purità, troppa perfezione: manca a questi corpi eterei il sangue rosso e grossolano della vita. Dio, che li presta al mondo per qualche giorno si affretta a riprenderseli. Questo suo supremo splendore mi rattrista come un addio.
- Ebbene, zio, poichè sono così bella, riprese miss Ward, ecco il momento per maritarmi: il velo e la corona mi staranno magnificamente.
- Maritarvi! Avete dunque tanta furia di lasciare il vostro vecchio pellerossa di zio, Alicia?
- Io non vi lascerò per questo: non è forse convenuto col signor d'Aspromonte che vivremo insieme? Sapete bene che non posso vivere senza di voi.
- Il signor d'Aspromonte! il signor d'Aspromonte! Questo matrimonio non è ancor fatto.
- Non ha egli la vostra parola.... e la mia? Sir Joshua Ward non ci ha mancato mai.
- Egli ha la mia parola, rispose il commodoro imbarazzato.
- Da qui a qualche giorno non spira forse il termine di sei mesi che voi avete fissato? disse Alicia, le cui pudiche gote arrossirono ancora di più, poichè tal colloquio, necessario dal punto di vista cui erano giunte le cose, atterriva la sua delicatezza di sensitiva.
- Ah! tu hai contato i mesi, piccina? fidatevi dunque a queste fisionomie da santina!
- Amo il signor d'Aspromonte, rispose gravemente la giovane.
- Ecco il guajo, fece sir Ward, il quale tutto imbevuto delle idee di Vincenza e d'Altavilla si compiaceva mediocremente d'aver per genero un jettatore. Perchè non ne ami tu un altro?
- Non ho due cuori, disse Alicia: non avrò che un amore, dovessi, come mia madre, morire a diciannove anni.
- Morire! Non dite di queste parolacce, ve ne supplico; gridò il commodoro.
- Avete voi qualche rimprovero a fare al signor d'Aspromonte?
- Nessuno, di certo.
- È egli venuto meno, in qualche modo, al suo onore ? S'è dimostrato qualche volta pauroso, vile, mentitore o perfido? Ha forse insultato qualche donna o indietreggiato dinanzi ad un uomo? Il suo blasone è forse macchiato da qualche onta segreta? Una giovane, appoggiata al suo braccio per entrar nel mondo, avrà ella d'arrossire o da piegare gli occhi?
- Paolo d'Aspromonte è un perfetto gentiluomo: non c'è nulla da dire sulla sua rispettabilità.
- Credetemi, zio; se uno di questi motivi esistesse, io rinunzierei subito a d'Aspromonte e mi seppellirei in qualche inaccessibile ritiro; ma nessun'altra ragione, intendete, nessun'altra mi farà mancare a una sacra promessa; disse miss Alicia con un tono di voce fermo e dolce.
Il commodoro girava i suoi pollici, movimento abituale in lui allorchè non sapeva che dire, e che gli serviva di contegno.
- Perchè mostrate voi ora tanta freddezza a Paolo? continuò miss Ward. Una volta avevate per lui tanta affezione: non potevate starne senza al nostro villino del Lincolnshire e gli dicevate, serrandogli la mano, in modo da fracassargli le dita, ch'era un degno giovane, al quale avreste ben volentieri confidato la felicità d'una fanciulla.
- Oh sì, certo, io l'amava questo buon Paolo, disse il commodoro commosso a questi ricordi evocati a proposito, ma ciò ch'è scuro nelle nebbie d'Inghilterra diventa chiaro al sole di Napoli...
- Che volete dire? fece Alicia con una voce tremante, mentre diveniva bianca come una statua d'alabastro sopra una tomba.
- Che il tuo Paolo è un jettatore!
- Come! voi! zio: voi, sir Joshua Ward, un gentiluomo, un cristiano, un suddito di sua Maestà Britannica, un antico officiale della marina inglese, un essere illuminato e civilizzato che lo si consulterebbe per qualunque cosa, voi che possedete istruzione e sapienza, che leggete ogni sera la Bibbia e il vangelo; voi non vi fate scrupolo d'accusar Paolo di jettatura! Oh, non m'aspettava questo da voi!
- Mia cara Alicia, rispose il commodoro, io sono forse tutto ciò che avete detto, quando non si tratta che di me; ma allorchè un pericolo, ancorchè immaginario, vi minaccia, io divento più superstizioso d'un contadino degli Abruzzi, d'un lazzarone del Molo, d'un ostricajo di Chiaja, d'una serva della Terra di Lavoro e anche d'un conte napoletano. Paolo potrà pur fissarmi coi suoi occhi da jettatore, io resterò calmo quanto davanti alla punta d'una spada o alla canna d'una pistola. Il fascino non passerà sulla mia vecchia pelle arrossita da tutti i soli dell'universo. Io non sono credulo che per voi, cara nipote, e confesso che sento un sudor freddo bagnarmi le tempie allorchè lo sguardo di questo disgraziato giovane si posa su voi. Egli non ha delle cattive intenzioni, lo so; egli vi ama più della propria vita; ma mi pare che, sotto tale influenza, i vostri lineamenti si alterino, i vostri colori dispajano e che vi sforziate di dissimulare una sofferenza acuta; e allora mi prendono delle voglie furiose di cavargli gli occhi, al vostro signor Paolo d'Aspromonte, colla punta delle corna dateci da d'Altavilla.
- Povero caro zio, disse Alicia intenerita dalla calorosa esplosione del commodoro: le nostre esistenze sono nelle mani di Dio: non muore un principe nel suo letto di porpora, nè un passero nel suo nido, prima che Dio non n'abbia segnata l'ora sua: il fascino non c'entra ed è un empietà il credere che uno sguardo più o meno obliquo possa avere un'influenza. Vediamo, zio, in questo momento voi non parlate sul serio: l'affezione che mi portate turba il vostro raziocinio ordinariamente sì retto. Non è vero che voi non avreste coraggio di dire a lui, a Paolo, che gli negate la mano di vostra nipote, da voi già posta nella sua, e che voi nol volete più per genero, sotto il bel pretesto ch'egli è jettatore?
- Per Giosuè, mio patrono, che fermò il sole, gridò il commodoro; se glielo direi! Che m'importa d'esser ridicolo, assurdo, sleale anche, quando ci va della vostra vita forse!? Avevo data parola ad un uomo, non ad un affascinatore. Ho promesso, ebbene, ritiro la promessa, ecco tutto: se non è contento, gliene renderò ragione.
E il commodoro, esasperato, fece il gesto di battersi senza pensare affatto alla gotta che gli tormentava le gambe.
- Sir Ward, voi non farete questo, disse Alicia con una dignità calma.
Il commodoro si lasciò cadere, affranto, nel suo seggiolone di bambù e tacque.
- Ebbene, zio mio, quand'anche questa accusa odiosa e stupida fosse vera, bisognerebbe forse per questo cacciare il signor d'Aspromonte e fargli un delitto d'una infelicità? Non avete voi stesso riconosciuto che il male che poteva produrre non dipendeva dalla sua volontà e che non v'è anima più amante, più generosa e più nobile della sua?
- Non si sposano i vampiri, per quanto buone siano le loro intenzioni, rispose il commodoro.
- Ma tutto ciò è chimera, stravaganza, superstizione: ciò che v'è di vero in questo, disgraziatamente è che Paolo è stato colpito da queste follie, prese sul serio; egli è atterrito, allucinato; crede al suo potere fatale, ha paura di sè stesso, ed ogni piccolo accidente che una volta non curava e di cui oggi si da un'altra ragione, conferma questo convincimento in lui. Non tocca forse a me che sono sua innanzi a Dio e che lo sarò ben presto innanzi agli uomini - benedetta da voi, mio caro zio, - il calmare questa immaginazione sovreccitata, il cacciare questi vani fantasmi, il rassicurare per mezzo della mia sicurezza apparente o reale questa ansietà smodata, sorella della monomania; e di salvare, per mezzo della felicità, questa bell'anima turbata, questo spirito gentile in pericolo?
- Voi avete sempre ragione, miss Ward, disse il commodoro ; ed io, che voi chiamate sapiente, non sono che un vecchio pazzo. Credo che questa Vincenza m'abbia fatto un sortilegio; m'ha fatto girar la testa con tutte queste storie. Quanto al conte Altavilla, le sue corna e i suoi gingilli cabalistici mi sembrano assai ridicoli. Senza dubbio, era un strattagemma immaginato per farti dimenticar Paolo e sposarti a lui.
- Può essere che il conte Altavilla sia in buona fede, disse miss Ward sorridendo; or ora non eravate ancor voi del suo parere sulla jettatura?
- Non abusate dei vostri vantaggi, miss Alicia; d'altronde non mi sono ancora tanto rinsavito dall'errore che non possa ricaderci. Il meglio sarebbe di lasciar Napoli col primo battello a vapore e tornarsene tranquillamente in Inghilterra. Quando non vedrà più le corna di bove, le dita allungate in punta, gli amuleti di corallo e tutti questi diabolici enigmi, la sua immaginazione si tranquillerà ed io stesso dimenticherò queste stapidaggini che per poco mi facevano mancare di parola e commettere un'azione indegna d'un gentiluomo. Voi sposerete Paolo dal momento che ciò è convenuto. Voi serberete per me il parlatojo e la camera in alto nella casa di Richmond, la piccola torre ottagona al castello del Lincolnshire e vivremo felici insieme, se la vostra salute vorrà un clima più caldo, prenderemo in affitto una casa di campagna nei dintorni di Tours o di Cannes, dove lord Brougham ha una tenuta bellissima e dove queste maledette superstizioni di jettatura sono sconosciute grazie a Dio. Che dite del mio progetto, Alicia?
- Voi non avete bisogno della mia approvazione; non sono io forse la più obbediente delle nipoti?
- Sì, allorchè io faccio ciò che volete, piccola briccona, disse sorridendo il commodoro che s'alzò per rientrare nella sua camera.
Alicia restò ancor qualche momento sulla terrazza; ma sia che questa scena avesse suscitato in lei qualche febbrile eccitamento sia che Paolo esercitasse realmente sulla giovane la sua triste influenza, la brezza passandole sulle spalle protette d'un semplice velo, le cagionò un'impressione glaciale, e la sera, non sentendosi bene, pregò Vincenza di stenderle sui piedi freddi e bianchi come il marmo una di quelle variopinte coperte che si fabbricano a Venezia.
Intanto le lucciole scintillavano nella valle, i grilli cantavano e la luna larga e gialla montava nel cielo fra una bruma di calori.
XI

L'indomani di questa scena, Alicia, che aveva passato una bruttissima notte, sfiorò appena colle labbra la bibita che le portava Vincenza ogni mattina e la ripose languidamente sulla comodina presso il letto.
Ella non provava precisamente alcun dolore, ma si sentiva affranta; era piuttosto una difficoltà di vivere che una malattia; ed ella sarebbe stata imbarazzatissima se avesse dovuto accusarne i sintomi ad un medico. Ella chiese uno specchio a Vincenza, poichè una donna s'inquieta piuttosto dell'alterazione che la sofferenza può apportare alla propria bellezza, della sofferenza stessa. Ella era d'una pallidezza estrema: soltanto due piccole macchie, simili a due foglie di rosa del Bengala, cadute in una coppa di latte, nuotavano sulla sua pallidezza
I suoi occhi brillavano d'uno splendore insolito, accesi dalle ultime fiamme della febbre: ma il rosso delle labbra era meno vivo, e per farle tornar colorite, ella se le morse coi piccoli denti d'avorio.
S'alzò, s'avvolse in una veste da camera di chachemire bianco, cinse il capo in una sciarpa di velo; perchè, sebbene facesse caldo, ella era sempre un po' freddolosa, e fu sulla terrazza all'ora consueta, per non destare la sollecitudine sempre agli agguati del commodoro. Fece colazione mangiando a fior di labbra, sebbene non avesse appetito affatto; ma il menomo indizio di malessere sarebbe stato da sir Ward attribuito all'influenza di Paolo, e questo voleva la giovane evitar sovratutto.
Poi, colla scusa che la scintillante luce del giorno la stancava, essa si ritirò nella sua camera, non senza aver ripetuto più volte al commodoro sospettoso, che stava magnificamente.
- Magnificamente? ne dubito, disse fra sè il commodoro, appena sua nipote fu uscita. Essa aveva dei toni bianchi presso l'occhio e dei piccoli colori vivi presso la sommità delle gote - precisamente come la sua povera mamma che, ancor lei, pretendeva di non esser stata mai così bene. Che fare? Toglierle Paolo, sarebbe ucciderla in un altro modo; lasciamo fare alla natura. Alicia è così giovane! Sì; ma le Parche, gelose come femmine, odiano appunto le più belle e le più giovani! Se facessi venire un dottore? ma che potere ha la medicina sopra un angelo? Eppure tutti i sintomi allarmanti erano scomparsi! Ah, Paolo dannato! se la colpa fosse tua, ti strangolerei colle mie mani! Ma Nancy non subiva lo sguardo d'alcun jettatore ed è morta! No, ciò non è possibile; non ho fatto niente a Dio perchè egli mi riservi questo crudele dolore! Quando ciò accadrà, sarà molto tempo che io dormirò sotto la mia pietra con sopra il solito: Alla sacra memoria di sir Joshua Ward; all'ombra del mio campanile natale. È lei che verrà a piangere e a pregare sulla pietra grigia del vecchio commodoro. Non so cos'abbia, ma sono malinconico e funebre maledettamente stamane!
Per cacciare queste idee tristi, il commodoro aggiunse un po' di rhum Giamaica al thè raffreddatosi nella tazza e si fece portare il suo hooka, innocente distrazione che egli non si permetteva che nell'assenza d'Alicia, la cui delicatezza poteva essere offuscata eziandio da questo fumo leggiero misto di profumi.
Aveva appena gettato qualche nuvoletta azzurra di fumo, che Vincenza venne ad annunziare il conte Altavilla.
- Sir Giosuè, disse il conte dopo i convenevoli usuali, avete voi riflettuto alla domanda che vi ho fatto l'altro giorno?
- Ci ho riflettuto, rispose il commodoro, ma voi lo sapete, Paolo d'Aspromonte ha la mia parola.
- Sta bene; vi sono dei casi, però, in cui una parola si ritira, per esempio, allorchè l'uomo cui s'era data, per una ragione o l'altra, non è tale e quale si credeva dapprima.
- Parlate più chiaramente, conte.
- Mi ripugna assalire un rivale; ma, dopo la conversazione che abbiamo avuto, voi dovreste capirmi. Se voi respingeste Paolo d'Aspromonte, m'accettereste voi per genero?
- Quanto a me, certo; ma è miss Ward che non si accomoderebbe a questa sostituzione. Essa si è fissata su questo Paolo; e la colpa è un po' mia, perchè io stesso vedeva di buon occhio quel giovane prima di tutte queste stupide storie. Scusate la parola, conte, ma il mio cervello è sconvolto!
- Volete voi che vostra nipote muoja? disse Altavilla con un tono grave e commosso.
- Testa e sangue! mia nipote morire! urlò il commodoro saltando sui suo seggiolone.
Quando si toccava questa corda a sir Ward, essa vibrava sempre.
- Mia nipote è dunque seriamente ammalata?
- Non vi spaventate così presto, milord; miss Alicia può vivere ed a lungo.
- Alla buon'ora! Mi avevate sconvolto.
- Ma ad una condizione, seguitò il conte Altavilla, ch'ella non veda più il signor Paolo.
- Ah! ecco la jettatura che ritorna a galla! Disgraziatamente, miss Ward non ci crede,
- Ascoltatemi. Allorchè io incontrai la prima volta miss Alicia al ballo del principe di Siracusa, e che concepii per lei una passione tanto rispettosa che ardente, fu dalla sua splendida salute, dalla sua gioja d'esistenza, dal fiore della vita, che traspariva da tutta lei, che io fui colpito. La sua bellezza ne diventava luminosa e nuotava come in un'atmosfera di benessere. Questa fosforescenza la faceva brillare come una stella; ella offuscava Inglesi, Russe, Italiane; alla distinzione britannica aggiungeva la grazia pura e forte delle antiche dee; ed io non vidi più che lei.
- Veramente, era superba! Miss Edvina, lady Eleonora, mistress Jane, la principessa Vera Fedorowna morivano di dispetto; disse il commodoro incantato.
- E ora non vedete voi che la sua bellezza ha preso qualche cosa di languente, che i suoi lineamenti si attenuano in delicatezze morbide, che le vene delle sue mani si designano più azzurre di quello che sarebbe necessario; che la sua voce ha dei suoni d'una vibrazione inquietante e d'un affascinamento doloroso? L'elemento terreno scompare e lascia dominare l'elemento angelico, Miss Alicia diventa d'una perfezione eterea tale che, ditemi pur materiale, a me non piace in ragazze di questo mondo.
Ciò che diceva il conte rispondeva così esattamente alle segrete preoccupazioni di sir Ward, ch'egli restò qualche secondo silenzioso e come perso in un sogno.
- Tutto ciò è vero, disse poi; sebbene io tenti spesso farmi delle illusioni, non posso che convenirne.
- Non ho finito, disse il conte; la salute di miss Alicia prima dell'arrivo del signor d'Aspromonte in Inghilterra, inspirava forse delle inquietudini?
- Per niente! essa era la più fresca e la più lieta fanciulla dei tre regni.
- La presenza di d'Aspromonte coincide dunque, voi lo vedete, coi periodi di malattia che alterano la preziosa salute di miss Ward. Io non chiedo a voi, uomo del Nord, di prestar fede a una superstizione, se tale vi sembra, delle nostre contrade meridionali; ma convenite nonostante che questi fatti sono strani e meritano tutta la vostra attenzione.
- Alicia non potrebbe essere malata... naturalmente? chiese il commodoro scosso dai capricciosi ragionamenti d'Altavilla, ma cui un certo pudore inglese riteneva dall'accettare la credenza popolare napoletana.
- Miss Ward non è malata: essa subisce una specie d'avvelenamento per mezzo dello sguardo; e se il signor d'Aspromonte non è un jettatore, per lo meno è funesto.
- Che posso farci io? Alicia lo ama, si ride della jettatura e pretende che non si può dare una ragione simile a un uomo d'onore per rifiutarlo.
- Non ho il diritto d'occuparmi di vostra nipote: non sono nè suo fratello, nè suo parente, nè suo fidanzato; ma se ottenessi il vostro permesso, potrei io tentare uno sforzo per strapparla a questa fatale influenza? Oh, non temete; per quanto giovane. io so che non si deve far del chiasso intorno al nome d'una giovane: non commetterò delle stravaganze; abbiate abbastanza fiducia nella mia lealtà per credermi, quando vi assicuro che nel mio piano, pur tacendovelo, non v'è nulla che l'onore più delicato non possa confessare.
- Voi amate dunque molto mia nipote? disse il commodoro.
- Sì, perchè l'amo senza speranza; ma mi concedete voi dunque il permesso d'agire?
- Siete un uomo terribile, conte; ebbene, tentate di salvar Alicia a modo vostro; io sarò contento di ciò.
Il conte s'alzò, salutò, risalì in vettura e si fece condurre immediatamente all'albergo di Roma.
Paolo, coi gomiti appoggiati sulla tavola, la testa fra le mani, era immerso nelle più dolorose riflessioni; egli aveva veduto macchiarsi di sangue il fazzoletto di Alicia e sempre più infatuato nella sua idea fissa, egli si rimproverava il suo amore assassino, si rimproverava di accettare il sacrificio di questa bella creatura decisa a morire per lui; e si chiedeva per qual sacrificio sovrumano avrebbe potuto ripagare questa abnegazione sublime.
Paddy interruppe questa meditazione arrecando la carta da visita d'Altavilla.
- Il conte d'Altavilla?! che può egli volere da me? fece Paolo meravigliatissimo. Fatelo entrare.
Allorchè il Napoletano comparve sulla porta, Paolo aveva già posto sulla sua meraviglia quella maschera di glaciale indifferenza che serve alle persone di mondo per nascondere le loro impressioni.
Con una fredda gentilezza egli indicò al conte un canapè, sedette egli stesso, ed attese, in silenzio, cogli occhi fissi sul visitatore.
- Signore, cominciò il conte giuocando coi gingilli dell'orologio, ciò che io debbo dirvi è così strano, così fuor di luogo, così sconveniente, che voi avreste il diritto di gettarmi dalla finestra. Risparmiatemi questa brutalità, perchè son pronto a rendervi ragione come si usa fra gentiluomini.
- V'ascolto, signore, salvo ad approfittare più tardi dell'offerta che mi fate, se i vostri discorsi non mi piacciono, disse Paolo freddissimo.
- Voi siete un jettatore!
A queste parole, un pallore verde coprì subitamente la faccia di d'Aspromonte; una rossa aureola cinse i suoi occhi; i suoi sopracigli si avvicinarono, la ruga della fronte appariva e dalle sue pupille sprizzavano come dei lampi sulfurei; egli s'alzò a mezzo, le mani nervosamente contratte sui bracciuoli della poltrona.
Era così terribile, che Altavilla, per quanto bravo fosse, afferrò uno del piccoli rami di corallo sospesi alla catena del suo orologio e ne diresse istintivamente le punte biforcate verso il suo interlocutore.
Con un supremo sforzo di volontà, Paolo si risedette e disse:
- Avevate ragione, signore: tale è, infatti, la ricompensa che un simile insulto meriterebbe, ma saprò aspettare un'altra riparazione.
- Credete, continuò il conte, che non ho fatto senza gravi motivi, ad un gentiluomo, un affronto come questo, tale che non può lavarsi che col sangue. Io amo miss Alicia Ward.
- Che m'importa?
- Ciò poco v'importa, infatti, perchè voi siete amato; ma io, don Filippo Altavilla, vi proibisco di vedere miss Alicia Ward.
- Non ho ordini da ricevere da voi.
- Lo so: e perciò non spero che m'ubbidirete.
- Che motivo allora vi fa agire?
- Io ho la convinzione che il fascino di cui siete disgraziatamente dotato influisce in modo fatale su miss Alicia. È questa un'idea assurda, un pregiudizio di medioevo, che deve sembrarvi profondamente ridicolo: non lo discuto. I vostri occhi volti su miss Alicia le injettano, malgrado vostro, questo sguardo funesto che la ucciderà. Non ho alcun mezzo per impedir ciò che questo, di sfidarvi. Avevo anche pensato di pregarvi di tornare in Francia; ma ciò era troppo ingenuo: voi avreste riso di quel rivale che vi avesse detto d'andarvene e lasciarlo solo presso la vostra fidanzata sotto pretesto di jettatura.
Mentre il conte parlava, Paolo si sentiva invaso da un segreto orrore: dunque egli era davvero in preda alle potenze dell'inferno, e l'angiolo malvagio guardava per mezzo delle sue pupille! Egli seminava le catastrofi; il suo amore dava la morte! Per un momento la sua ragione fu scossa e la follia battè le pareti interne del suo cranio, colle sue ali.
- Conte, in parola d'onore, pensate voi ciò che dite? gridò Paolo dopo qualche minuto d'astrazione che il Napoletano rispettò.
- In parola d'onore, io lo penso!
- Oh! sarebbe dunque vero! disse Paolo a mezzavoce; io sono dunque un assassino, un demonio, un vampiro! io uccido questa creatura celeste, e getto nella disperazione questo vecchio!
Ed egli fu lì lì per promettere al conte che non avrebbe più riveduta Alicia; ma il rispetto umano e la gelosia che gli si ridestò nel cuore lo trattennero.
- Conte, fra pochi momenti sarò da miss Ward.
- Nè io vi riterrò: m'avete or ora risparmiato le vie di fatto, ve ne sono riconoscente; sarò lieto, però, di potervi veder domani, nelle ruine di Pompei, alla sala delle Terme, per esempio; ci si sta benone. Quale arme preferite? Siete l'offeso: spada, sciabola o pistola?
- Ci batteremo al coltello e cogli occhi bendati, divisi da un fazzoletto, di cui terremo un capo ciascuno. Bisogna uguagliar le partite; io sono jettatore: non avrei che ad uccidervi guardandovi, signor conte!
E Paolo d'Aspromonte scoppiò a ridere d'un riso stridente, spinse una porta e disparve.
XII

Alicia stava ora in una sala bassa della casa, le cui muraglie erano ornate di paesaggi a fresco. Una tavola coperta da un tappeto turco, sulla quale giacevano le poesie di Coleridge, di Shelley, di Tennyson e di Longfellow; uno specchio a cornice antica e qualche seggiola di canne componevano tutto l'ammobiliamento del luogo; alcune stuoje di giunco della China istoriate di pagode, di rocce, di salici e di dragoni lasciavano passare una dolce luce: un ramo d'arancio carico di fiori penetrava familiarmente nella camera e si stendeva come una ghirlanda sul capo d'Alicia, scuotendo su lei la sua neve profumata.
La giovane, tuttor sofferente, era sdrajata su uno stretto canapè presso la finestra; due o tre cuscini la tenevano sollevata a mezzo; la coperta veneziana avvolgeva castamente i suoi piedi; così accomodata essa poteva ricever Paolo senza infrangere le leggi del pudore Inglese.
Il libro cominciato era sdrucciolato dalla mano distratta d'Alicia; le sue pupille nuotavano vagamente sotto le lunghe ciglia e sembravano guardare al di là del mondo; essa provava quella stanchezza quasi voluttuosa che segue gli accessi di febbre; e unica sua occupazione era il morsecchiare i fiori d'arancio ch'ella raccoglieva di sulla coperta e il cui amaro profumo le piaceva tanto.
Essa pensava a Paolo e si chiedeva se veramente sarebbe vissuta abbastanza per diventar sua moglie: non ch'ella prestasse fede all'influenza della jettatura, ma si sentiva oppressa da presentimenti funebri; la notte stessa, aveva fatto un sogno la cui impressione non s'era dissipata allo svegliarsi.
Nel suo sogno, essa era sdrajata, ma sveglia, e volgeva gli occhi verso la porta della camera, presentendo che qualcuno stava per entrare. Dopo due o tre minuti d'ansiosa aspettativa, essa aveva visto disegnarsi su l'inquadratura della porta una figura svelta e bianca, che trasparente dapprima e permettendo, come una leggera nebbia, di vederne gli oggetti attraverso, aveva a poco per volta presa maggior consistenza avanzando verso il letto.
L'ombra era vestita d'una lunga veste bianca: lunghe spirali di neri capelli si ripiegavano sul viso pallido, segnato di due piccole macchie rosa agli zigomi: la carne del collo e del petto così bianca che si confondeva colla veste e che non si poteva dire dove finisse la pelle e dove cominciasse la stoffa; un fine cerchio d'oro le chiudeva il collo; la mano pallida e venata d'azzurro teneva un fiore - una rosa thea - i cui petali staccandosi cadevano a terra come lagrime.
Alicia non conosceva sua madre, morta un anno dopo la sua nascita; ma bene spesso ella si era immersa nella contemplazione d'una miniatura dai colori quasi cancellati, che mostrava i toni gialli d'avorio e pallidi come il ricordo dei morti, e che faceva pensare piuttosto al ritratto d'un'ombra che a quello d'una vivente; ed essa comprese che questa donna che entrava così nella camera era Nancy Ward, sua madre. La veste bianca, il collare d'oro, il fiore, i capelli neri, le gote macchiate di rosso; nulla vi mancava. Era proprio la miniatura ingrandita che si moveva nella realtà tutta del sogno.
Una tenerezza mista a terrore faceva palpitare Alicia. Voleva tendere le braccia all'ombra, ma le braccia, pesanti come marmo, non potevano staccarsi dal letto su cui giacevano. Tentava parlare, ma la lingua non balbettava che parole confuse.
Nancy, dopo aver posta la rosa sulla comodina, s'inginocchiò presso il letto e mise il capo contro il petto d'Alicia, ascoltando il soffio dei polmoni, contando i battiti del cuore: la gola fredda dell'ombra cagionava alla giovane atterrita da questa silenziosa ascoltazione, il senso d'un pezzo di ghiaccio.
L'apparizione si rialzò, gettò uno sguardo dolente sulla giovane e contando le foglie della rosa, disse: - non ce n'è più che una.
Poi il sonno aveva frapposto il suo velo nero fra l'ombra e la dormente, e tutto s'era confuso nella notte.
L'anima di sua madre veniva dunque ad avvertirla e a cercarla? Che significava questa frase misteriosa dell'ombra: - non ce n'è più che una? - Quella pallida rosa sfogliata era forse il simbolo della sua vita? Questo strano sogno coi suoi terrori graziosi e la sua dolcezza spaventevole, questo spettro gentile avvolto di bianco che contava i petali del fiore, preoccupava l'imaginazione della giovane; una nube di malinconia le copriva la fronte ed indefinibili presentimenti la sfioravano colle loro nere ali.
L'ora della visita di Paolo s'avvicinava. Miss Ward fece uno sforzo su sè stessa, rasserenò il suo volto, avvolse colle dita le buccole dei suoi capelli, accomodò le pieghe della sua sciarpa e riprese il libro per darsi un contegno.
Paolo entrò, e miss Ward lo ricevette allegramente, non volendo ch'egli s'allarmasse nel trovarla coricata. La scena che aveva avuta allora allora col conte, dava a Paolo una fisionomia così irritata, che fece fare a Vincenza il segno scongiuratore, ma il sorriso affettuoso di Alicia dissipò le nuvole.
- Non siete mica seriamente malata, spero; diss'egli sedendosi presso miss Ward.
- Oh, non è nulla! un po' di stanchezza soltanto: jeri ha fatto scirocco, e questo vento d'Africa mi abbatte, ma vedrete come io starò bene nel nostro villino del Lincolnshire!Ora che son forte, vogherò anch'io, a mia volta, sullo stagno.
Dicendo ciò, essa non potè soffocare affatto una piccola tosse convulsa.
D'Aspromonte impallidì ed allontanò gli occhi.
Il silenzio regnò qualche minuto nella camera.
- Paolo, non vi ho mai dato nulla, riprese Alicia togliendosi dal dito già magro un semplicissimo anello d'oro, prendete quest'anello e portatelo per mio ricordo. Potrete metterlo, perchè avete una mano da donna; addio; mi sento stanca e vorrei tentar di dormire; venite domani.
Paolo si ritirò affranto; gli sforzi d'Alicia per nascondere la sua sofferenza erano stati inutili: egli amava perdutamente miss Ward, ed egli la uccideva! questo anello che gli aveva dato sarebbe dunque un anello di matrimonio per l'altra vita?
Egli errava mezzo pazzo sulla riva, sognando di fuggire, d'andarsi a gettare in un convento di trappisti ed ivi aspettar la morte senza rialzar mai dalla fronte il cappuccio. Egli si chiamava ingrato e vile per non saper sacrificare il suo amore, abusando così dell'eroismo di Alicia: poichè ella sapeva che egli non era se non un jettatore, come affermava Altavilla, e, presa da un'angelica pietà non lo respingeva da sè!
- Sì, diceva fra sè, questo Napoletano, questo bel conte ch'ella sdegna, è veramente innamorato. La sua passione fa vergogna alla mia: per salvare Alicia, egli non ha paura d'attaccarmi; attacca me, un jettatore, vale a dire nelle sue idee, un essere così temibile quanto un demonio. Parlandomi, egli giuocava coi suoi amuleti e lo sguardo di questo duellista celebre si abbassava davanti al mio.
Rientrato all'albergo, Paolo scrisse qualche lettera, fece un testamento col quale lasciava ad Alicia tutto cìò che aveva, salvo un legato a favore di Paddy; e prese tutte le disposizioni indispensabili ad un galantuomo che l'indomani deve avere un duello a morte.
Aprì le cassette delle sue armi, cercò fra i compartimenti di seta verde ove stavano spade, pistole e coltelli da caccia; e trovò alla fine due stiletti côrsi perfettamente uguali, che aveva comprato per farne regali ad amici.
Erano due lame di puro acciajo, spesse presso il manico, affilate ai due lati, damaschinate, curiosamente terribili e montate con cura.
Scelse inoltre tre fazzoletti e fece un pacco di tutto.
Poi prevenne Scazziga di trovarsi pronto all'alba per un'escursione in campagna.
- Oh, disse gettandosi bell'e vestito sul letto, Dio faccia che questo duello mi sia fatale! Se avessi la fortuna di essere ucciso, Alicia vivrebbe.
XIII.

Pompei, la città morta, non si sveglia al mattino come le città viventi, e sebbene abbia sollevato a mezzo il lenzuolo di cenere che la copriva da tanti secoli, pure anche quando la notte si nasconde, essa rimane addormentata nel suo letto funebre.
I turisti d'ogni nazione che la visitano nella giornata, sono a quest'ora sempre distesi nel letto, stanchi delle escursioni, e l'aurora alzandosi sugli avanzi della città mummia, non vi rischiara alcun volto umano.
Le lucertole sole, dimenando la coda, s'arrampicano lungo i muri, passeggiano pei mosaici infranti, senza atterrirsi del cave canem scritto su la soglia delle case deserte e salutano liete i primi raggi del sole. Sono questi abitanti succeduti ai cittadini antichi e si direbbe che Pompei non è stata dissepolta che per essi.
Strano spettacolo il vedere alla luce rosata del mattino questo cadavere di città colpita in mezzo ai suoi piaceri, ai suoi lavori, alla sua civiltà, e che non ha subito la lenta dissoluzione delle rovine ordinarie; si crede involontariamente che i proprietari di queste case conservate nei loro minimi dettagli stiano per uscire dalle porte coi loro abiti greci o romani, che i carri, di cui si scorgono ancora le rotaje sul pavimento, stiano per ricominciare a rotolare, che i bevitori stiano per rientrare in queste termopili di cui si vede ancora la marca della tessera infissa sul marmo del contatojo.
Si cammina in mezzo al passato come sognando; si legge, in lettere rosse, all'angolo delle strade, l'affisso dello spettacolo del giorno! quel giorno però è passato da diciassette secoli! Alla luce dell'alba, le danzatrici dipinte sui muri sembrano agitare i loro crotali e colla punta del loro piede bianco sollevare come una schiuma rosa lungo le loro vesti, forse credendo che le lampade stiano per riaccendersi per le orgie del triclinium; le Veneri, i Satiri, le figure eroiche o grottesche, animate d'un raggio, tentano rimpiazzare gli abitanti dispersi e fare alla città morta una popolazione dipinta. Così lo spirito può per qualche secondo darsi l'illusione d'una fantasmagoria antica.
Ma quel giorno con grande spavento delle lucertole, la severità mattutina di Pompei fu turbata da uno strano visitatore: una carrozza si fermò all'entrata della via delle Tombe; Paolo ne scese e si diresse a piedi al luogo dell'appuntamento.
Era sempre presto, e benchè il giovane fosse preoccupato da tutt'altro che dall'archeologia, egli non poteva impedirsi nel camminare, di rimarcare mille piccole insignificanze, cui in uno stato abituale non avrebbe posto mente per niente. I sensi non più sorvegliati dall'anima e che agiscono per conto proprio, hanno spessissimo una singolare lucidità. I condannati a morte, nell'andare al supplizio, vedono un fiorellino fra le fessure del pavimento, notano un numero sul bottone d'un uniforme, uno sbaglio d'ortografia sopra una insegna, o qualcun'altra di queste puerili circostanze che prende per essi un'importanza enorme.
Paolo passò davanti alla villa di Diomede, al sepolcro di Mammia, agli emicicli funerarii, all'antica porta della città, alle case e alle botteghe che circondano la via Consolare, quasi senza gettarvi uno sguardo, eppure alcune immagini colorite e vive di questi monumenti arrivavano al suo cervello con una perfetta lucidità: egli vedeva tutto e le colonne scanellate, e gli affreschi, e le inscrizioni; un annunzio di affitto, anzi, s'era scolpito così profondamente nella sua memoria, che le sue labbra ne ripetevano macchinalmente le parole latine senza darvi alcun senso.
Il pensiero del duello assorbiva dunque così Paolo? Egli non ci pensava nemmeno; il suo spirito era altrove. Nel parlatojo di Richmond. Egli tendeva al commodoro la sua lettera di raccomandazione: e miss Ward lo guardava alla sfuggita: essa era vestita di bianco ed aveva dei gelsomini nei capelli. Quanto era giovane, bella e vivace...... allora!
I bagni antichi sono in cima alla via Consolare, vicino alla via della Fortuna; D'Aspromonte li trovò facilmente. Entrò nella sala a vôlta, circondata da nicchie sorrette da Atlanti in terra cotta, che sostengono un'architrave ornata di putti e di foglie. I marini, i musaici, i tripodi di bronzo sono scomparsi. Dell'antico splendore non restano che gli Atlanti d'argilla e le mura nude come quelle d'una tomba: una luce vaga che entra da una piccola finestra rotonda, cade tremolando sulle lastre rotte del pavimento.
È là che venivano le donne di Pompei, dopo il bagno, ad asciugare i loro bei corpi umidi; a riassettare le loro pettinature, a riprender le loro tuniche ed a sorridersi nel bronzo lucido dei loro specchi. E lì, fra poco, una ben diversa scena doveva svolgersi: il sangue stava per scorrere sul suolo dove un tempo scorrevano dei profumi.
Dopo poco, il conte Altavilla comparve: egli teneva in mano una scatola da pistole e sotto il braccio due spade, perchè egli non poteva credere che le condizioni proposte da Paolo fossero serie: egli non ci aveva veduto che un sarcasmo mefistofelico.
- Perchè farne di queste pistole e di queste spade conte? disse Paolo vedendo tale panoplia; non eravamo noi convenuti intorno a un altro genere di combattimento?
- Certo; ma io credeva che voi avreste forse cambiato di parere: non ci si batte mai in quel modo.
- La mia posizione mi dà troppi vantaggi su voi, rispose Paolo, ed io non voglio abusarne. Ecco gli stili che ho portato; esaminateli; sono perfettamente uguali; ed ecco dei fazzoletti per bendarci gli occhi. Vedete; essi sono spessi ed il mio sguardo non potrà trapassarli.
E poichè il conte faceva un segno di assentimento, Paolo continuò:
- Non abbiamo testimoni; e uno di noi non deve uscir vivo di qua. Scriviamo ognuno di noi due righe che attestino la lealtà del duello; il vincitore lo porrà sul petto del morto.
- Buona precauzione, rispose il conte con un sorriso.
E tutti e due scrissero.
Ciò fatto, i due avversari si spogliarono, si bendarono gli occhi, s'armarono dei loro stili ed afferrarono ognuno una estremità del fazzoletto; linea d'unione terribile fra i loro odii.
- Siete pronto? disse Paolo.
- Sì; rispose il Napoletano calmissimo.
Altavilla era d'un provato coraggio; egli al mondo non aveva paura che della jettatura e questo duello cieco che avrebbe fatto fremere di spavento qualunque altro, non gli cagionava il menomo turbamento: egli giocava così la sua vita a testa e corona, ma non aveva il dispiacere di veder dardeggiare su lui lo sguardo giallo del suo avversario.
I due avversarii afferrarono i loro coltelli, ed il fazzoletto che gli legava framezzo a quelle fitte tenebre, si tese fortemente. Con un movimento istintivo, Paolo e il conte s'erano gettati col corpo addietro; unica parata possibile in questo strano duello; le loro braccia ricaddero senz'aver colpito null'altro che il vuoto.
Questa lotta oscura, in cui ciascuno presentiva la morte senza vederla venire, aveva un carattere orribile. Cupi e silenziosi, i due avversarii indietreggiavano, giravano, saltavano, si urtavano qualchevolta mancando o sorpassando lo scopo; non s'udiva che lo strisciar dei loro piedi ed il respiro affannoso dei loro petti.
Una volta Altavilla sentì la punta dello stile incontrar qualche cosa: egli si fermò credendo aver ucciso il suo rivale ed aspettò la caduta del corpo: - aveva toccato la muraglia!
- Perdio! credeva avervi passato da parte a parte, diss'egli rimettendosi in guardia.
- Non parlate, disse Paolo, la vostra voce mi guida.
E il duello ricominciò.
D'un colpo i due avversari si sentirono staccati. Paolo, collo stile, aveva tagliato il fazzoletto.
- Perdio, gridò il Napolitano; non ci teniamo più; il fazzoletto è rotto.
- Che importa? seguitiamo, disse Paolo.
Un cupo silenzio regnò.
Da nemici leali, nè il conte, nè Paolo vollero approfittare delle indicazioni date dal loro scambio di parole. Fecero qualche passo per sviarsi e si rimisero a cercarsi nell'ombra.
Il piede di Paolo mosse una piccola pietra, questo leggero rumore indicò al Napoletano, che agitava a caso il suo coltello, da che parte dovesse muoversi. Raccogliendosi sui garretti per aver più slancio, Altavilla d'un salto di tigre si slanciò.... ed incontrò lo stile di Paolo.
Paolo toccò la punta della sua arma e la senti bagnata; dei passi incerti risuonarono cupamente sulle lastre; un sospiro oppresso si fece sentire e un corpo cadde a terra di colpo.
Pieno d'orrore, Paolo calò la benda che gli copriva gli occhi e vide il conte Altavilla pallido, immobile, disteso sul dorso e colla camicia macchiata vicino al cuore d'una larga piastra rossa.
Il bel Napoletano era morto!
Paolo pose sul petto del conte il biglietto che attestava la lealtà del duello ed uscì dai bagni più pallido alla luce del sole che non lo fosse sotto la luna lo scellerato che Prud'hon fa perseguitare dalle Erinni vendicatrici.
XIV.

Circa le due dopo mezzogiorno, una banda di turisti inglesi, guidati da un cicerone, visitava le ruine di Pompei: la piccola truppa, composta del padre, della madre, di tre ragazze, di due bimbi e d'un cugino, aveva già percorso con occhio glauco e freddo, dove si leggeva quella profonda noja che caratterizza la razza britannica l'anfiteatro, il teatro tragico e quello di canto, il quartier militare, il foro, la basilica, i templi di Venere e di Giove, il Pantheon e le botteghe che lo attorniano. Tutti seguivano silenziosi nel loro Murray le spiegazioni prolisse del cicerone e gettavano appena uno sguardo su le colonne i frammenti di statue, i musaici, gli affreschi, le inscrizioni.
Arrivarono alla fine ai bagni antichi, scoperti nel 1824, come faceva osservar la guida.
- Qui c'erano le stufe, là il forno per scaldar l'acqua, più lontano la sala a media temperatura.
Questi dettagli dati in dialetto napoletano misto a qualche desinenza inglese sembravano interessar mediocremente i visitatori, che già facevano un voltafaccia, allorchè miss Ethelwina, la più vecchia delle signorine, fece due passi indietro e con un'aria atterrita gridò:
- Un uomo!
- Sarà certo qualche operajo degli scavi ch'è venuto qua dentro a far la siesta; c'è dell'ombra e del fresco qui; non abbiate paura, signorina; disse la guida e spinse col piede il corpo steso a terra. Ohe, destati, fannullone, e lascia passare le loro signorie.
Il preteso addormentato non si mosse.
- Non è un addormentato, è un morto, disse uno dei giovani.
Il cicerone si abbassò sul corpo e poi si rialzò bruscamente.
- Assassinato! fece.
- Oh, ciò è triste! allontanatevi, Ethelwina, Kitty, Bess, fece la signora Bracebridge, non sta bene a persone ben educate guardare un tale spettacolo sconveniente! Non c'è dunque polizia in questo paese? Si sarebbe dovuto far togliere il corpo!
- Una carta! fece laconicamente il cugino.
- Infatti, disse la guida prendendo il biglietto dal petto d'Altavilla; una carta, con poche righe di scritto.
- Leggete, leggete; dissero in coro i visitatori la cui curiosità era eccitata.
«Non si cerchi nè s'inquieti alcuno per la mia morte. Se si troverà questo biglietto sulla mia ferita, sarò morto in duello leale: - Firmato: Filippo conte d'Altavilla.
- Era un uomo per bene; che disgrazia! sospirò la signora Bracebridge impressionata dalla qualità di conte del morto.
- È un bel giovane, mormorò Ethelwina.
- Non ti lamenterai più ora, disse Bess a Kitty, della mancanza dell'impreveduto nel nostro viaggio: non siamo stati arrestati dai briganti, è vero, sulla via da Terracina a Fondi; ma un giovane signore ucciso di stile nelle ruine di Pompei, ecco un'avventura. Ci dev'essere una rivalità d'amore in questo! Almeno avremo qualche cosa d'italiano, di pittoresco, di romantico da raccontare alle nostre amiche. Io farò un disegno della scena sul mio album e tu ci aggiungerai delle stanze tristi alla maniera di Byron!
- Bah, fece la guida, il colpo è ben dato; dal basso all'alto, in tutte le regole; non c'è niente da dire.
Questa fu l'orazione funebre del conte Altavilla.
Alcuni operai, avvisati dal cicerone, andarono a chiamare le autorità e il corpo del povero Altavilla fu riportato nel suo castello, presso Salerno.
Quanto a Paolo, egli era rimontato in vettura, cogli occhi aperti come un sonnambulo e nulla vedendo. Si sarebbe detto una statua che camminava.
Sebbene avesse provato alla vista del cadavere quell'orror religioso che inspira la morte, egli non si sentiva colpevole, e i rimorsi non entravano affatto nella sua disperazione.
Provocato in modo da non potersi rifiutare, egli non aveva accettato questo duello che nella speranza di lasciarci una vita ormai odiosa. Dotato d'uno sguardo funesto, egli aveva voluto un duello cieco perchè la fatalità sola fosse responsabile. La sua stessa mano non aveva colpito; il suo nemico s'era ferito da sè. Egli compiangeva Altavilla come se fosse stato estraneo alla sua morte.
- È il mio stiletto che l'ha ucciso, pensava, ma se l'avessi guardato in un ballo, uno specchio distaccandosi dal muro sopra di lui, gli avrebbe fracassato il cranio. Io sono innocente come la folgore, come la valanga, come il manzanillo, come tutte le forze distruttive e inconscienti: la mia volontà non ha mai voluto il male, il mio cuore non agogna che amore e benevolenza, ma io sono nocivo. La folgore non sa d'uccidere; io, uomo, creatura intelligente, non ho forse un severo dovere da compiere con me stesso? debbo citarmi al mio proprio tribunale e interrogarmi. Posso io rimanere su questa terra dove non cagiono che mali? Dio mi condannerebbe forse se m'uccidessi per amor dei miei simili? Questione terribile che non oso risolvere. Ma se m'ingannassi? per tutta l'eternità, sarei privo della vista d'Alicia che allora solo potrei guardare senza nuocerle, perchè gli occhi dell'anima non hanno il fascino! Oh non voglio questo!
Una rapida idea attraversò il cervello dell'infelice jettatore che interruppe il suo interno monologo.
I suoi lineamenti si rischiararono, la serenità immutabile che segue le grandi risoluzioni scacciò le rughe dalla sua pallida fronte: egli aveva preso una suprema decisione.
- Siate condannati, o miei occhi, poichè voi siete assassini; ma prima di chiudervi per sempre, saturatevi di luce, contemplate il sole, il cielo azzurro, il mare immenso, le catene azzurre delle montagne, gli alberi verdi, gli orizzonti infiniti, le colonne dei palazzi, le capanne dei pescatori, le isole lontane del golfo, le vele che radono il mare, il Vesuvio; tutto; guardate per ricordarvene, tutti questi aspetti inebrianti che non vedrete più; studiate ogni forma e ogni colore; datevi un'ultima festa. Per oggi, funesti o no, voi potete fermarvi su tutto; inebriatevi dello splendido spettacolo della creazione! Via, andate, guardate! Il sipario sta per cadere fra voi e la scena dell'universo!
In quel momento, la carrozza correva lungo la riva; la baja scintillava, il cielo sembrava tagliato in un sol zaffiro; uno splendore di bellezza rivestiva ogni cosa.
Paolo disse a Scazziga di fermare; discese, sedette sopra una roccia e guardò a lungo, a lungo, a lungo, come se avesse voluto portarsi via con sè l'infinito. I suoi occhi si sprofondavano nello spazio e nella luce, si rovesciavano come in estasi, s'impregnavano di splendori, s'imbevevano di sole! La notte che era per sopragiungere non doveva aver più aurora per lui!
Strappandosi a questa silenziosa contemplazione, Paolo rientrò in vettura e si recò da Alicia.
Come il giorno avanti essa era sul suo canapè nella sala bassa.
Paolo le si pose in faccia e stavolta non tenne gli occhi bassi, come faceva da che aveva acquistato la coscienza della sua jettatura.
La bellezza così perfetta d'Alicia si spiritualizzava per la sofferenza: la donna era quasi scomparsa per dar luogo all'angelo: le sue carni erano trasparenti, eteree, luminose; vi si vedeva l'anima attraverso come una luce in una lampada d'alabastro. Gli occhi avevano l'infinito del cielo e lo scintillio della stella; la vita metteva appena il suo segno roseo nell'incarnato delle labbra.
Un sorriso divino illuminò la bocca di lei, come un raggio di sole sopra una rosa, allorchè vide gli sguardi del suo fidanzato avvilupparla tutta in una lunga carezza. Credette che Paolo avesse alla fine cacciato le funeste idee sue e tornasse a lei felice e confidente come ai primi giorni, ed ella tese a Paolo la mano bianca e scarna.
- Non vi faccio dunque più paura? gli chiese con un dolce scherzo.
- Oh! lasciate che io vi guardi, rispose egli con un tono di voce singolare, inginocchiandosi presso il canapè; lasciatemi inebriare di questa ineffabile bellezza!
E contemplava avidamente i capelli lucenti e neri di Alicia, la sua bella fronte pura come un marmo greco. i suoi occhi d'un azzurro nero come quello d'una bella notte, la sua bocca di cui un languido sorriso mostrava le perle, il suo collo di cigno... e pareva notare ogni lineamento, ogni particolarità, ogni perfezione come un pittore che volesse fare un ritratto a memoria; egli si saziava dell'aspetto adorato, si faceva una provvista di ricordi, fermando i profili, ripassando i contorni.
Sotto questo sguardo ardente, Alicia, affascinata, provava una sensazione voluttuosamente dolorosa, gradevolmente mortale; la sua vita s'esaltava e sveniva; essa arrossiva e impallidiva, diventava fredda, poi ardente. Un minuto di più e l'anima l'avrebbe lasciata.
Pose la mano sugli occhi di Paolo, ma gli sguardi del giovane traversavano come fiamme le dita trasparenti di Alicia.
- E ora i miei occhi possono spegnersi; la vedrò sempre nel cuore; disse fra sè Paolo rialzandosi.
La sera, dopo aver assistito al tramonto del sole - l'ultimo ch'egli doveva contemplare - d'Aspromonte, rientrando all'albergo, si fece portare un braciere e del carbone.
- Che voglia asfissiarsi? disse fra sè Virgilio Falsacappa mentre consegnava a Paddy ciò che gli era stato chiesto: è l'unica cosa bella che potesse fare, questo maledetto jettatore!
Il fidanzato d'Alicia aprì la finestra, accese i carboni, vi ficcò la lama d'un pugnale ed attese che il ferro divenisse rovente.
La lama, fine, attraverso le brage incandescenti, arrivò ben presto al rosso bianco.
Paolo, allora, come per prender congedo da sè stesso, s'avvicinò ad un grande specchio posto sul camino e rischiarato da un candelliere a parecchi lumi; egli guardò quello spettro di sè stesso, quell'involucro del suo pensiero che non doveva più vedere, con una malinconica curiosità:
- Addio, fantasma pallido che trascino da anni attraverso la vita, forma sbagliata e sinistra in cui la bellezza si mischia all'orrore; argilla segnata in fronte d'un suggello fatale; maschera convulsa di un'anima dolce e tenera! Tu stai per sparire da me per sempre: vivente, io ti getto nelle tenebre eterne e ben presto t'avrò dimenticato come il sogno d'una notte procellosa. Orsù, all'opera, vittima e carnefice!
E allontanatosi dallo specchio, sedette sul letto. Avvivò col soffio i carboni del braciere posto vicino ed afferrò pel manico la lama da cui uscivano scoppiettando delle bianche scintille.
In questo momento supremo, per quanto risoluto fosse, Paolo barcollò: un freddo sudore gli bagnò le tempie, ma ben presto dominò questa esitazione puramente fisica... ed avvicinò agli occhi il ferro ardente.
Un dolore acuto, lacerante, intollerabile fu per strappargli un grido: gli parve che due getti di piombo fuso gli penetrassero nelle pupille fino in fondo al cranio: e si lasciò sfuggire il pugnale che cadde per terra e vi fece una macchia bruna.
Un'ombra fitta, opaca, in paragone della quale la più cupa notte è splendido giorno, lo avvolgeva tutta del suo velo nero; egli volse il capo verso il camino, sul quale dovevano ardere ancora le candele, e non vide che tenebre dense, impenetrabili, ove non tremolavano neppure quei vaghi splendori che chi vede scorge se chiude gli occhi allorchè è presso ad un lume.
Il sacrificio era consumato!
- E ora, disse Paolo, nobile e dolce creatura, potrò divenir tuo senza essere un assassino. Tu non deperirai più eroicamente sotto il mio sguardo funesto: riprenderai la tua bella salute: ohimè, io non ti vedrò più, ma la tua imagine celeste risplenderà d'una luce immortale nel mio ricordo: ti vedrò cogli occhi dell'anima, sentirò la tua voce più armoniosa di qualunque musica, sentirò l'aria mossa dai tuoi movimenti, ascolterò il fremito serico della tua veste, aspirerò il tuo profumo leggiero che emana da te e ti fa come un'atmosfera. Qualche volta tu lascerai la tua mano nelle mie per convincermi della tua presenza, e ti degnerai guidare il tuo povero cieco, allorchè il piede suo sarà incerto sul cammino oscuro: tu gli leggerai i poeti, gli dirai i quadri e le statue. Colla tua parola, gli renderai l'universo perduto: tu sarai il suo solo pensiero, il suo solo sogno: privo della distrazione delle cose e dello stordimento della luce, la sua anima volerà verso te con ali infaticabili.
Che ho io da rimpiangere, se tu sei salva? che ho io perduto? lo spettacolo monotono delle stagioni e dei giorni, la vista delle scene più o meno pittoresche ove si svolgono i cento atti diversi della triste commedia umana! La terra, il cielo, le acque, le montagne, gli alberi, i fiori, vane apparenze, forme sempre uguali! Quando si ha l'amore, si ha il vero sole, la luce che non si spegne mai.
Cosi parlava il disgraziato Paolo; reso febbrile da una lirica esaltazione cui si mescolava spesso il delirio della sofferenza.
A poco a poco i suoi tormenti si calmarono; ed egli cadde in quel sonno nero, fratello della morte e consolatore come quella.
Il giorno, penetrando nella camera, non lo svegliò. Mezzogiorno e mezzanotte dovevano, ormai, aver lo stesso colore per lui; ma le campane giojosamente suonanti l'Angelus, rumoreggiavano in confuso nel suo sonno e lo tolsero, divenendogli a poco a poco più distinte, dal suo assopimento.
Sollevò le palpebre, e prima che la sua anima addormentata si fosse sovvenuta, egli ebbe una sensazione orribile. I suoi occhi s'aprivano sul vuoto, sul nero, sul nulla; come se, sepolto vivo, egli si fosse scosso dal letargo nella bara; ma si rimise tosto. Ormai non doveva esser così per sempre? non doveva egli passare ormai ogni mattina dalle tenebre del sonno alle tenebre della veglia?
Cercò a tastoni il cordone del campanello.
Paddy accorse.
Siccome egli manifestava la sua meraviglia nel vedere il padrone alzarsi cogli incerti movimenti di un cieco:
- Ho commesso l'imprudenza di dormire a finestre aperte, gli disse Paolo per tagliar corto ad ogni spiegazione, e credo essermi preso un malanno; portami al canapè e mettimi vicino un bicchier d'acqua fresca: ciò passerà.
Paddy, che aveva una discrezione del tutto inglese, non disse nulla e ubbidì il padrone.
Rimasto solo, Paolo bagnò il fazzoletto nell'acqua fredda e lo tenne sugli occhi per calmare il bruciore della ferita.
Lasciamolo in questa dolorosa immobilità ed occupiamoci un poco degli altri personaggi della nostra storia.
La nuova della strana morte del conte Altavilla s'era sparsa prontamente per Napoli ed era soggetto a mille ipotesi una più stravagante dell'altra.
L'abilità del conte nella scherma era celebre: Altavilla passava per uno de' migliori tiratori della scuola napoletana: egli aveva ucciso tre uomini, e ne aveva ferito gravemente cinque o sei, in duello. Era così ben fondata la sua fama, che egli non si batteva più. I più celebri duellisti lo salutavano gentilmente e gli avrebbero chiesto scusa se insultati da lui. Se qualcuno di questi rodomonti avesse ucciso Altavilla, non avrebbe certo mancato di farsene un vanto infinito. Restava la supposizione d'un assassinio; ma il biglietto trovato, la cui scrittura fu autenticata da persone che avevano avute dal conte più di cento lettere? La circostanza degli occhi bendati, poichè il cadavere teneva ancora un fazzoletto intorno al capo, sembrava addirittura inesplicabile. Si ritrovò, oltre lo stile piantato nel petto del conte, un altro stile sfuggito forse dalla sua mano indebolita; ma se il duello aveva avuto luogo al coltello, come mai quelle spade e quelle pistole che si riconobbero per aver appartenuto al conte e colle quali il cocchiere disse averlo portato a Pompei, dove gli aveva dato ordine d'andarsene se in capo a un'ora non fosse ricomparso?
C'era da perdere la testa.
Il rumore di questa morte giunse presto agli orecchi di Vincenza che ne istruì sir Ward. Il commodoro, il quale ricorse subito alla memoria il misterioso colloquio che Altavilla aveva avuto con lui intorno ad Alicia, travide confusamente qualche tentativo tenebroso, qualche lotta orribile e disperata, nella quale doveva essersi trovato avvolto, volontariamente o no, il signor d'Aspromonte. Quanto a Vincenza, essa non esitò un momento ad attribuire la morte del bel conte al triste jettatore, ed in ciò il suo odio la serviva come una seconda vista. Pure, Paolo aveva fatto, all'ora solita, la sua visita a miss Ward, e nulla nel suo contegno tradiva l'emozione d'un dramma terribile; anzi egli pareva fin più calmo del solito.
Questa morte fu nascosta a miss Ward, il cui stato diveniva inquietante, senza che il medico inglese chiamato da sir Joshua potesse constatare una malattia ben caratterizzata: era come una specie di svenimento della vita: una specie di palpitazione dell'anima che battesse le ali per riprendere il volo, di soffocazione di uccello sotto la macchina pneumatica, piuttostochè un male reale, possibile ad esser curato coi mezzi ordinari. Si sarebbe detto un angelo rattenuto in terra ed avente la nostalgia del cielo: la bellezza di Alicia era così soave, così immateriale, che la grossolana atmosfera umana non doveva più esser respirabile per lei.
D'Aspromonte quel giorno non venne: per nascondere il suo sacrificio, egli non voleva presentarsi colle pupille rosse riserbandosi di attribuire la sua cecità a tutt'altra causa.
L'indomani, non sentendo più dolore, egli montò nella sua carrozza, guidata dal groom Paddy.
La vettura si fermò al solito cancello. Il cieco volontario lo spinse e, tastando il terreno col piede, entrò nel sentiero conosciuto. Vincenza non era accorsa, secondo il suo uso, al rumore del campanello: nessuno di quei piccoli rumori vivaci, che sono come il respiro d'una casa vivente, giungeva all'orecchio teso di Paolo: un silenzio cupo, profondo, spaventevole, regnava in quella abitazione che si sarebbe potuto supporre abbandonata.
Questo silenzio, di per sè stesso sinistro, diventava ancora più lugubre fra le tenebre che avvolgevano il nuovo cieco.
I rami ch'egli non riconosceva più sembravano volerlo ritenere come bracci supplichevoli e volergli impedire d'andar più innanzi. Gli allori gli sbarravano il passo, i rosai gli si attaccavano agli abiti, le liane gli s'avviticchiavano alle gambe; il giardino intero gli diceva nella sua lingua muta: - Disgraziato! che vieni a far qui; non forzare gli ostacoli che io ti oppongo; vattene! - Ma Paolo non udiva; e tormentato da presentimenti terribili, si rotolava fra il fogliame, respingeva gli ammassi di verde, spezzava i rami ed avanzava sempre verso la casa.
Stracciato, ferito dai rami irritati, egli giunse alfine in fondo al viale.
Uno sbuffo d'aria libera 1o colpì in pieno viso ed egli continuò il suo cammino colle mani tese in avanti.
Incontrò il muro e trovò la porta a tastoni.
Entrò: nessuna voce amica gli dette il benvenuto. Non sentendo alcun suono che lo guidasse, egli rimase qualche secondo incerto sulla soglia. Un odore acre di etere, un'esalazione d'aromi, un profumo di cera bruciata, tutti i vaghi odori delle camere mortuarie colpirono l'odorato del cieco tremante di spavento: un'idea crudelissima gli si presentò allo spirito ed egli entrò nella camera.
Fatti appena pochi passi, urtò in qualche cosa che cadde con rumore; Paolo s'abbassò e riconobbe al tasto ch'era un candeliere di metallo che aveva un lungo cero.
Smarrito, egli seguitò la sua via fra l'oscurità. Gli sembrò udire una voce che mormorava delle preghiere; fece un passo ancora e le sue mani incontrarono la sponda d'un letto: si chinò, e le sue dita tremanti sfiorarono prima un corpo immobile e diritto sotto una fine tunica, poi una corona di rose e un volto puro e freddo come il marmo.
Era Alicia distesa sul letto funebre.
- Morta! gridò Paolo con un rantolo soffocato; morta e sono io che l'ho uccisa!
Il commodoro, agghiacciato d'orrore, aveva veduto questo fantasma dagli occhi spenti entrar barcollando, errare a caso, e urtare al letto di morte di sua nipote: egli aveva capito tutto. La grandezza di quel sacrificio inutile fece scintillare due lagrime negli occhi del vecchio, che, in verità, credeva di non poter più piangere.
Paolo si precipitò in ginocchio a piè del letto e copri di baci la mano ghiacciata di Alicia; singhiozzi convulsi scuotevano il suo corpo. Il suo silenzio intenerì la stessa feroce Vincenza, silenziosa e cupa contro il muro, e che vegliava l'ultimo sonno della sua padroncina.
Terminati questi addii muti, Paolo si alzò e si diresse verso la porta, rigido, tutto d'un pezzo; come un automa mosso da suste: i suoi occhi aperti e fissi, dalle pupille atone, avevano un'espressione sopranaturale: sebben ciechi, si sarebbe detto che vedessero. Egli attraversò il giardino d'un passo pesante, uscì nella campagna e camminò innanzi, barcollando e prestando orecchio come per afferrare un rumore lontano ma che avanzava sempre più.
La gran voce del mare risuonava sempre più distinta: le onde, sollevate da un vento tempestoso, si rompevano sulla riva con degli immensi singhiozzi, espressione di sconosciuti dolori, e gonfiavano, sotto le pieghe di schiuma, i loro petti disperati; milioni di lagrime amare piovevano sugli scogli e gli alcioni inquieti urlavano con gridi lamentevoli.
Paolo giunse ben presto alla sommità d'uno scoglio a piombo sulle acque.
Il rumore dei flutti, la pioggia che il vento strappava al mare e gli gettava in faccia, avrebbe dovuto avvertirlo del pericolo: ma egli non se ne curò: uno strano sorriso increspò le sue labbra pallide ed egli continuò il suo cammino sinistro ancorchè sentisse il vuoto sotto il suo piede.
Egli cadde: un'onda enorme lo afferrò, lo avvolse per qualche secondo nei suoi gorghi e poi l'inghiotti.
La tempesta scoppiò allora in tutta la sua furia; le onde, come guerrieri all'assalto, assalirono la riva sollevando nembi di fumo; le nubi nere si distesero come muraglie infernali, lasciando scorgere fra le loro fessure l'ardente fornace dei lampi: splendori sulfurei, acciecanti illuminarono la vasta distesa; la sommità del Vesuvio si fece rossa e un pennacchio di cupo vapore, spiegato dal vento, ondeggiò sul cratere. Le barche cozzavano fra loro con rumori lugubri e le corde tese cigolavano fragorosamente.
Ben presto cadde la pioggia fischiando: si sarebbe detto che il caos volesse riprendersi la natura e confonderne di nuovo gli elementi.
Il corpo di Paolo d'Aspromonte non fu mai ritrovato, per quante ricerche facesse fare il commodoro.
Una bara d'ebano a borchie e chiodi d'argento, tappezzata al di dentro di seta e come quella infine di cui Clarissa Harlowe raccomanda i particolari con una grazia così melanconica al «signor falegname,» fu imbarcata a bordo d'un yacht a cura del commodoro e collocata nella sepoltura di famiglia del villino del Lincolnshire.
La bara racchiudeva la spoglia terrestre d'Alicia Ward, bella anche nella morte.
Quanto al commodoro, un cambiamento enorme si è operato in lui. La sua gloriosa pinguedine è scomparsa. Egli non mette più rhum nel thè, mangia appena, dice due parole in un giorno, il contrasto fra i suoi bianchi favoriti e la sua faccia cremisi non esiste più; il commodoro è impallidito.



FINE.

Audiolibri di: Théophile Gautier
Jettatura
Romanzo
Audiolibro del romanzo "Jettatura" di Théophile Gautier.
Citazioni di Théophile Gautier:
Io metterei persino l’ortografia sotto l... [leggi]
Di veramente bello c'è soltanto quel che... [leggi]
In generale, quando una cosa diventa uti... [leggi]
Mentre che dietro pensieri malvagi corr... [leggi]
Sì, l'opera esce più bella da una forma... [leggi]
L'amore è come la fortuna: non gli piace... [leggi]
Sono un uomo per il quale il mondo ester... [leggi]
Un gatto concederà la sua amicizia se ne... [leggi]
Può darsi che, non trovando nulla al mon... [leggi]
Il vero paradiso non è in cielo, ma sull... [leggi]
Quando penso che sono nato da una madre... [leggi]
Tre cose mi piacciono: l'oro, il marmo e... [leggi]
Molte nobili intelligenze sono costrette... [leggi]
La mia franchezza mi vieta di contraddir... [leggi]
Quando si è tristi bisogna mescolarsi al... [leggi]
La speranza è dura a morire per un cuore... [leggi]
La fortuna in battaglia è mutevole; a un... [leggi]
Di veramente bello c'è soltanto quel che... [leggi]
In generale, quando una cosa diventa uti... [leggi]
Mentre che dietro pensieri malvagi... [leggi]
La musica è il più caro e il più sgradev... [leggi]
Sì, l'opera esce più bella da una forma... [leggi]
L'amore è come la fortuna: non gli piace... [leggi]
Sono un uomo per il quale il mondo ester... [leggi]
Un gatto concederà la sua amicizia se ne... [leggi]
Può darsi che, non trovando nulla al mon... [leggi]
Il vero paradiso non è in cielo, ma sull... [leggi]
Quando penso che sono nato da una madre... [leggi]
Tre cose mi piacciono: l'oro, il marmo e... [leggi]
Molte nobili intelligenze sono costrette... [leggi]
La mia franchezza mi vieta di contraddir... [leggi]
Quando si è tristi bisogna mescolarsi al... [leggi]
La speranza è dura a morire per un cuore... [leggi]
La fortuna in battaglia è mutevole; a un... [leggi]
Al poeta impeccabileal perfetto... [leggi]
Se volessimo condensare in un sol rigo l... [leggi]
I libri catalogati di Théophile Gautier:
Il capitan Fracassa (Le capitain Fracasse) (1863)
Il romanzo della mummia
Il romanzo della mummia – Una notte di Cleopatra – Arria Marcella (Le Roman de la Momie – Une nuit de Cléopâtre – Arria Marcella)
Jettatura (1857)
Madamigella di Maupin

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