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Il Principe
Titolo:Il Principe
Autore:Niccolò Machiavelli
Anno di pubblicazione:1532
Argomento:Politica
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
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Pubblicato il:2015-12-11
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Niccolò Machiavelli



Il
Principe



Note critiche



a cura di Laura Barberi


Il Principe fu scritto da Niccolò
Machiavelli (1469-1527) tra il luglio e il dicembre del 1513, nella
villa (soprannominata “L’Albergaccio”) di S. Andrea in
Percussina presso San Casciano, dove Machiavelli si era ritirato in
seguito alla caduta della Repubblica fiorentina e al ritorno
dei Medici a Firenze. Nel 1512, infatti, in seguito al ritiro dei
francesi dall’Italia, la signoria medicea fu restaurata a Firenze e
Machiavelli, che era stato funzionario della repubblica per tutti i
quattordici anni della sua esistenza, venne prima licenziato, poi
accusato di aver preso parte ad una congiura contro i Medici, quindi
arrestato e in seguito confinato all’Albergaccio. Per il resto
della sua vita egli non riuscirà più a ricoprire alcun incarico
pubblico, malgrado i suoi tentativi e la sua inesauribile passione
politica. All’inattività forzata, comunque, Machiavelli non si
rassegnò mai e, non potendo agire direttamente sulla realtà sociale
e politica del suo paese, si concentrò sulla stesura di opere di
carattere storico e politico, nel tentativo di influenzare tramite
esse i potenti del suo tempo.


L’occasione della stesura de Il Principe
fu data dalle voci che circolavano sulle intenzioni di papa Leone X
di creare uno Stato per i nipoti Giuliano e Lorenzo de’ Medici:
voci che spinsero Machiavelli a interrompere la stesura dei Discorsi
sopra la prima Deca di Tito Livio
e a scrivere un più breve
trattato dove esporre le convinzioni maturate in tanti anni di
frequentazioni ed esperienze politiche. Al trattato egli premise una
dedica a Lorenzo de’ Medici, anche se solo nel 1516, sempre nella
speranza di poter tornare protagonista delle vicende sia fiorentine
sia italiane, anche se non sarà così.


L’opera uscì postuma nel 1532 ed è composta di
XXVI capitoli tra loro logicamente collegati e fortemente
interrelati. La chiara struttura consente di individuare i vari
“blocchi” di capitoli dedicati ad un unico argomento e i nessi
tra i vari “blocchi”. I primi undici capitoli descrivono come si
crea un principato: dopo aver elencato, nel primo capitolo, i vari
tipi di principato possibile, Machiavelli analizza nei successivi
capitoli tali diversi Stati: i principati ereditari e quelli nuovi
(con o senza nuovi territori annessi al principato già esistente),
con particolare attenzione dedicata – capp. VI-X – al principato
del tutto nuovo che è quello che più interessa all’autore visto
che, secondo lui, solo un nuovo e forte principato potrebbe rimediare
allo stato miserevole dell’Italia dell’epoca, coacervo di
staterelli sempre in balia delle potenze estere. L’undicesimo
capitolo è dedicato al singolare tipo di principato rappresentato
dallo Stato della Chiesa.


Il secondo gruppo di capitoli, dall’XI al XIV,
tratta del problema delle milizie mercenarie e degli eserciti propri:
requisito indispensabile per la sopravvivenza degli Stati è,
difatti, secondo Machiavelli, il possesso di milizie proprie. Seguono
poi i capp. XV-XXIII dedicati alla figura del principe, alle virtù
che deve possedere, ai comportamenti da adottare nei vari frangenti.
Sono questi i capitoli più discussi perché è proprio qui che
Machiavelli più si discosta dalla tradizione individuando come
comportamenti virtuosi solo quelli che risultano più utili al
mantenimento dello Stato, dal che deriva quel “capovolgimento dei
criteri etici tradizionali” che ha creato tanto scalpore. L’autore
è cosciente di sostenere tesi mai prima sostenute da altri, ma il
suo scopo è la massima fedeltà alla realtà delle cose, ed ecco che
quindi si scaglia, nel capitolo quindicesimo, contro tutti quei
filosofi e quegli storici che nel passato hanno descritto repubbliche
e principati mai esistiti; egli si propone invece di andare dritto
alla “realtà effettuale”, di scrivere cosa utile a chi la
intenda. Di conseguenza, per il principe meglio essere parsimonioso
che liberale, per non dissipare così le ricchezze dello Stato e
gravare con forti tasse sui sudditi; meglio essere crudele che
pietoso perché è meglio essere temuto che amato ma poco rispettato;
meglio non mantenere la parola data se risulta conveniente: nelle sue
azioni il principe deve guardare soltanto al fine.


Gli ultimi tre capitoli si ricollegano alla
situazione dell’Italia nel momento in cui Machiavelli scriveva:
l’autore passa ad analizzare direttamente le cause per cui i
principi italiani hanno perso i loro Stati (cap. XXIV); il rapporto
tra virtù e fortuna (cap. XXV) se cioè sia possibile per un
principe “virtuoso” resistere ai repentini cambiamenti della
fortuna; infine il capitolo conclusivo, il XXVI, che è
un’esortazione ad un principe italiano a creare un nuovo forte
Stato che possa difendere la penisola dalle invasioni straniere,
liberando l’Italia dal dominio di francesi e spagnoli. La carica
emotiva di quest’ultimo capitolo lo differenzia dal resto del
trattato, dominato dal rigore logico e dall’analisi critica, ma va
detto che, tra le righe, la passione del Machiavelli affiora un po’
in tutta l’opera.


L’elemento che più colpisce ne Il Principe
è anche l’aspetto che più ha fatto discutere: la netta
separazione tra la sfera politica e la sfera morale. L’agire del
principe deve essere guidato solo da considerazioni di ordine
politico, ogni altra preoccupazione, di carattere morale o religioso,
è accantonata. “Il ‘dover essere’, vale a dire l’anelito ad
una più alta vita, cede il posto all’‘essere’, cioè alla
considerazione della realtà quale è, senza preoccupazione di
riformarla” (Chabod); il bene supremo è solo quello che garantisce
il benessere dello Stato e solo in base a questo bisogna agire. È
questo il credo di Machiavelli: solo in base al principio di utilità
si può giudicare l’azione di un capo di Stato.


Una simile filosofia nasce da alcune premesse
ritenute dall’autore fiorentino verità incontrovertibili: la
malvagità della natura umana, l’immutabilità di tale natura e
quindi la necessità di comportarsi tenendo conto di questa amara
realtà. Oggi è possibile dibattere e dissentire, magari, dalla
visione pessimistica della realtà che aveva Machiavelli; è
possibile interrogarsi, ad esempio, sull’estremo realismo che
diventa a volte sinonimo di passiva accettazione della realtà senza
desiderio di trasformarla; oppure criticare, come già fece il De
Sanctis, il fatto che il popolo sia considerato alla stregua di
materia bruta: è stato detto che ne Il Principe ci sono i
diritti dello Stato, ma non i diritti dell’uomo. Ampie sono le
possibilità di discussione su un’opera così complessa e che si
propone un fine così ambizioso come quello di essere una sorta di
guida della classe dirigente del Cinquecento italiano, ma
l’importante è sempre tenere ben in mente lo specifico clima
storico e culturale nel quale maturò la filosofia di Machiavelli;
aver presente quale fosse la gravità della situazione italiana nei
giorni in cui egli proponeva una possibile soluzione a quel perenne
belligerare tra mille fazioni che, non va dimenticato, avrebbe
tormentato la nostra penisola per secoli.


Il
Principe


Dedica


NICOLAUS MACLAVELLUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM
MEDICEM.


[Nicolò
Machiavelli al Magnifico Lorenzo de’ Medici]


Sogliono, el più delle volte, coloro che
desiderano acquistare grazia appresso uno Principe, farseli incontro
con quelle cose che infra le loro abbino più care, o delle quali
vegghino lui più delettarsi; donde si vede molte volte essere loro
presentati cavalli, arme, drappi d’oro, prete preziose e simili
ornamenti, degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque,
offerirmi, alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della
servitù mia verso di quella, non ho trovato intra la mia
suppellettile cosa, quale io abbia più cara o tanto esístimi quanto
la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata con una
lunga esperienzia delle cose moderne et una continua lezione delle
antique: le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate
et esaminate, et ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla
Magnificenzia Vostra. E benché io iudichi questa opera indegna della
presenzia di quella, tamen confido assai che per sua umanità li
debba essere accetta, considerato come da me non li possa esser fatto
maggiore dono, che darle facultà di potere in brevissimo tempo
intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti mia disagi e
periculi ho conosciuto. La quale opera io non ho ornata né ripiena
di clausule ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque
altro lenocinio o ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le
loro cose descrivere et ornare; perché io ho voluto, o che veruna
cosa la onori, o che solamente la varietà della materia e la gravità
del subietto la facci grata. Né voglio sia reputata presunzione se
uno uomo di basso et infimo stato ardisce discorrere e regolare e’
governi de’ principi; perché, cosí come coloro che disegnono e’
paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti
e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano
alto sopra monti, similmente, a conoscere bene la natura de’
populi, bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’
principi, bisogna essere populare.


Pigli, adunque, Vostra Magnificenzia questo
piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale se da quella
fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà drento uno
estremo mio desiderio, che Lei pervenga a quella grandezza che la
fortuna e le altre sue qualità li promettano. E, se Vostra
Magnificenzia dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà li
occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente
sopporti una grande e continua malignità di fortuna.


Cap. 1



Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur.


[Di quante ragioni sieno e’
principati, e in che modo si acquistino]


Tutti li stati,
tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini,
sono stati e sono o repubbliche o principati. E’ principati sono o
ereditarii, de’ quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo
tempo principe, o e’ sono nuovi. E’ nuovi, o sono nuovi tutti,
come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo
stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di
Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii cosí acquistati, o
consueti a vivere sotto uno principe, o usi ad essere liberi; et
acquistonsi, o con le armi d’altri o con le proprie, o per fortuna
o per virtù.


Cap. 2


De principatibus hereditariis.


[De’ principati ereditarii]


Io lascerò
indrieto el ragionare delle repubbliche, perché altra volta ne
ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, et andrò tessendo
li orditi soprascritti, e disputerò come questi principati si
possino governare e mantenere.


Dico, adunque, che nelli stati ereditarii et
assuefatti al sangue del loro principe sono assai minori difficultà
a mantenerli che ne’ nuovi; perché basta solo non preterire
l’ordine de’ sua antinati, e di poi temporeggiare con li
accidenti; in modo che, se tale principe è di ordinaria industria,
sempre si manterrà nel suo stato, se non è una estraordinaria et
eccessiva forza che ne lo privi, e privato che ne fia, quantunque di
sinistro abbi l’occupatore, lo riacquista.


Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di
Ferrara, il quale non ha retto alli assalti de’ Viniziani nello 84,
né a quelli di papa Iulio nel 10, per altre cagioni che per essere
antiquato in quello dominio. Perché el principe naturale ha minori
cagioni e minore necessità di offendere: donde conviene che sia più
amato; e se estraordinarii vizii non lo fanno odiare, è ragionevole
che naturalmente sia benevoluto da’ sua. E nella antiquità e
continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni delle
innovazioni: perché sempre una mutazione lascia lo addentellato per
la edificazione dell’altra.


Cap. 3


De principatibus
mixtis.


[De’ principati misti]


Ma nel principato
nuovo consistono le difficultà. E prima, se non è tutto nuovo, ma
come membro, che si può chiamare tutto insieme quasi misto, le
variazioni sua nascono in prima da una naturale difficultà, la quale
è in tutti e’ principati nuovi: le quali sono che li uomini mutano
volentieri signore, credendo migliorare; e questa credenza gli fa
pigliare l’arme contro a quello; di che s’ingannono, perché
veggono poi per esperienzia avere peggiorato. Il che depende da
un’altra necessità naturale et ordinaria, quale fa che sempre
bisogni offendere quelli di chi si diventa nuovo principe, e con
gente d’arme, e con infinite altre iniurie che si tira dietro el
nuovo acquisto; in modo che tu hai inimici tutti quelli che hai
offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici
quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel
modo che si erano presupposto e per non potere tu usare contro di
loro medicine forti, sendo loro obligato; perché sempre, ancora che
uno sia fortissimo in sulli eserciti, ha bisogno del favore de’
provinciali a intrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII
re di Francia occupò subito Milano, e subito lo perdé; e bastò a
torgnene la prima volta le forze proprie di Lodovico; perché quelli
populi che li aveano aperte le porte, trovandosi ingannati della
opinione loro e di quello futuro bene che si avevano presupposto, non
potevono sopportare e’ fastidii del nuovo principe.


È ben vero che, acquistandosi poi la seconda
volta e’ paesi rebellati, si perdono con più difficultà; perché
el signore, presa occasione dalla rebellione, è meno respettivo ad
assicurarsi con punire e’ delinquenti, chiarire e’ sospetti,
provvedersi nelle parti più deboli. In modo che, se a fare perdere
Milano a Francia bastò, la prima volta, uno duca Lodovico che
romoreggiassi in su’ confini, a farlo di poi perdere la seconda li
bisognò avere, contro, el mondo tutto, e che li eserciti sua fussino
spenti o fugati di Italia: il che nacque dalle cagioni sopradette.
Non di manco, e la prima e la seconda volta, li fu tolto. Le cagioni
universali della prima si sono discorse: resta ora a dire quelle
della seconda, e vedere che remedii lui ci aveva, e quali ci può
avere uno che fussi ne’ termini sua, per potersi mantenere meglio
nello acquisto che non fece Francia. Dico, per tanto che questi
stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato antiquo di
quello che acquista, o sono della medesima provincia e della medesima
lingua, o non sono. Quando e’ sieno, è facilità grande a tenerli,
massime quando non sieno usi a vivere liberi; et a possederli
securamente basta avere spenta la linea del principe che li dominava,
perché nelle altre cose, mantenendosi loro le condizioni vecchie e
non vi essendo disformità di costumi, li uomini si vivono
quietamente; come s’è visto che ha fatto la Borgogna, la
Brettagna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono state
con Francia; e benché vi sia qualche disformità di lingua, non di
manco e’ costumi sono simili, e possonsi fra loro facilmente
comportare. E chi le acquista, volendole tenere, debbe avere dua
respetti: l’uno, che il sangue del loro principe antiquo si spenga;
l’altro, di non alterare né loro legge né loro dazii; talmente
che in brevissimo tempo diventa, con loro principato antiquo, tutto
uno corpo.


Ma, quando si acquista stati in una provincia
disforme di lingua, di costumi e di ordini, qui sono le difficultà;
e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli; et uno
de’ maggiori remedii e più vivi sarebbe che la persona di chi
acquista vi andassi ad abitare. Questo farebbe più secura e più
durabile quella possessione: come ha fatto el Turco, di Grecia; il
quale, con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere quello
stato, se non vi fussi ito ad abitare, non era possibile che lo
tenessi. Perché, standovi, si veggono nascere e’ disordini, e
presto vi puoi rimediare; non vi stando, s’intendono quando sono
grandi e non vi è più remedio. Non è, oltre a questo, la provincia
spogliata da’ tua officiali; satisfannosi e’ sudditi del ricorso
propinquo al principe; donde hanno più cagione di amarlo, volendo
esser buoni, e, volendo essere altrimenti, di temerlo. Chi delli
esterni volessi assaltare quello stato, vi ha più respetto; tanto
che, abitandovi, lo può con grandissima difficultà perdere.


L’altro migliore remedio è mandare colonie in
uno o in duo luoghi che sieno quasi compedi di quello stato; perché
è necessario o fare questo o tenervi assai gente d’arme e fanti.
Nelle colonie non si spende molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le
manda e tiene; e solamente offende coloro a chi toglie e’ campi e
le case, per darle a’ nuovi abitatori, che sono una minima parte di
quello stato; e quelli ch’elli offende, rimanendo dispersi e
poveri, non li possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno
canto inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall’altro
paurosi di non errare, per timore che non intervenissi a loro come a
quelli che sono stati spogliati. Concludo che queste colonie non
costono, sono più fedeli, etoffendono meno; e li offesi non possono
nuocere sendo poveri e dispersi, come è detto. Per il che si ha a
notare che li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere; perché si
vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: sí che
l’offesa che si fa all’uomo debbe essere in modo che la non tema
la vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente d’arme si
spende più assai, avendo a consumare nella guardia tutte le intrate
di quello stato; in modo che lo acquisto li torna perdita, et offende
molto più, perché nuoce a tutto quello stato, tramutando con li
alloggiamenti el suo esercito; del quale disagio ognuno ne sente, e
ciascuno li diventa inimico; e sono inimici che li possono nuocere
rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa guardia è
inutile, come quella delle colonie è utile.


Debbe ancora chi è in una provincia disforme come
è detto, farsi capo e defensore de’ vicini minori potenti, et
ingegnarsi di indebolire e’ potenti di quella, e guardarsi che per
accidente alcuno non vi entri uno forestiere potente quanto lui. E
sempre interverrà che vi sarà messo da coloro che saranno in quella
malcontenti o per troppa ambizione o per paura: come si vidde già
che li Etoli missono e’ Romani in Grecia; et in ogni altra
provincia che li entrorono, vi furono messi da’ provinciali. E
l’ordine delle cose è, che subito che uno forestiere potente entra
in una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti li
aderiscano, mossi da invidia hanno contro a chi è suto potente sopra
di loro; tanto che, respetto a questi minori potenti, lui non ha a
durare fatica alcuna a guadagnarli, perché subito tutti insieme
fanno uno globo col suo stato che lui vi ha acquistato. Ha solamente
a pensare che non piglino troppe forze e troppa autorità; e
facilmente può, con le forze sua e col favore loro sbassare quelli
che sono potenti, per rimanere in tutto arbitro di quella provincia.
E chi non governerà bene questa parte, perderà presto quello che
arà acquistato; e, mentre che lo terrà, vi arà dentro infinite
difficultà e fastidii.


E’ Romani, nelle provincie che pigliorono,
osservorono bene queste parti; e mandorono le colonie, intratennono
e’ men potenti sanza crescere loro potenzia, abbassorono e’
potenti, e non vi lasciorono prendere reputazione a’ potenti
forestieri. E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per
esemplo. Furono intrattenuti da loro li Achei e li Etoli; fu
abbassato el regno de’ Macedoni; funne cacciato Antioco; né mai e’
meriti delli Achei o delli Etoli feciono che permettessino loro
accrescere alcuno stato; né le persuasioni di Filippo l’indussono
mai ad esserli amici sanza sbassarlo; né la potenzia di Antioco
possé fare li consentissino che tenessi in quella provincia alcuno
stato. Perché e’ Romani feciono, in questi casi, quello che tutti
e’ principi savi debbono fare: li quali, non solamente hanno ad
avere riguardo alli scandoli presenti, ma a’ futuri, et a quelli
con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto,
facilmente vi si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino,
la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata
incurabile. Et interviene di questa come dicono e’ fisici dello
etico, che nel principio del suo male è facile a curare e difficile
a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l’avendo in principio
conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a
curare. Cosí interviene nelle cose di stato; perché, conoscendo
discosto, il che non è dato se non a uno prudente, e’ mali che
nascono in quello, si guariscono presto; ma quando, per non li avere
conosciuti si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce, non vi
è più remedio.


Però e’ Romani, vedendo discosto
l’inconvenienti, vi rimediorono sempre; e non li lasciorono mai
seguire per fuggire una guerra, perché sapevano che la guerra non si
lieva, ma si differisce a vantaggio d’altri; però vollono fare con
Filippo et Antioco guerra in Grecia per non la avere a fare con loro
in Italia; e potevano per allora fuggire l’una e l’altra; il che
non vollono. Né piacque mai loro quello che tutto dí è in bocca
de’ savî de’ nostri tempi, di godere el benefizio del tempo, ma
sí bene quello della virtù e prudenza loro; perché el tempo si
caccia innanzi ogni cosa, e può condurre seco bene come male, e male
come bene.


Ma torniamo a Francia, et esaminiamo se delle cose
dette ne ha fatta alcuna; e parlerò di Luigi, e non di Carlo come di
colui che, per avere tenuta più lunga possessione in Italia, si sono
meglio visti e’ sua progressi: e vedrete come elli ha fatto el
contrario di quelle cose che si debbono fare per tenere uno stato
disforme.


El re Luigi fu messo in Italia dalla ambizione de’
Viniziani, che volsono guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per
quella venuta. Io non voglio biasimare questo partito preso dal re;
perché, volendo cominciare a mettere uno piè in Italia, e non
avendo in questa provincia amici, anzi sendoli, per li portamenti del
re Carlo, serrate tutte le porte, fu forzato prendere quelle amicizie
che poteva: e sarebbeli riuscito el partito ben preso, quando nelli
altri maneggi non avessi fatto errore alcuno. Acquistata, adunque, el
re la Lombardia, si riguadagnò subito quella reputazione che li
aveva tolta Carlo: Genova cedé; Fiorentini li diventorono amici;
Marchese di Mantova, Duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna di Furlí,
Signore di Faenza, di Pesaro, di Rimino, di Camerino, di Piombino,
Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se li fece incontro per essere suo
amico. Et allora posserno considerare Viniziani la temerità del
partito preso da loro; li quali, per acquistare dua terre in
Lombardia, feciono signore, el re, di dua terzi di Italia.


Consideri ora uno con quanta poca difficultà
posseva il re tenere in Italia la sua reputazione, se elli avessi
osservate le regole soprascritte, e tenuti securi e difesi tutti
quelli sua amici, li quali, per essere gran numero e deboli e
paurosi, chi della Chiesia, chi de’ Viniziani, erano sempre
necessitati a stare seco; e per il mezzo loro poteva facilmente
assicurarsi di chi ci restava grande. Ma lui non prima fu in Milano,
che fece il contrario, dando aiuto a papa Alessandro, perché elli
occupassi la Romagna. Né si accorse, con questa deliberazione, che
faceva sé debole, togliendosi li amici e quelli che se li erano
gittati in grembo, e la Chiesa grande, aggiugnendo allo spirituale,
che gli dà tanta autorità, tanto temporale. E, fatto uno primo
errore, fu costretto a seguitare; in tanto che, per porre fine alla
ambizione di Alessandro e perché non divenissi signore di Toscana,
fu forzato venire in Italia. Non li bastò avere fatto grande la
Chiesia e toltisi li amici, che, per volere il regno di Napoli, lo
divise con il re di Spagna; e, dove lui era prima arbitro d’Italia
e’ vi misse uno compagno, a ciò che li ambiziosi di quella
provincia e mal contenti di lui avessino dove ricorrere; e, dove
posseva lasciare in quello regno uno re suo pensionario, e’ ne lo
trasse, per mettervi uno che potessi cacciarne lui.


È cosa veramente molto naturale et ordinaria
desiderare di acquistare; e sempre, quando li uomini lo fanno che
possano, saranno laudati, o non biasimati; ma, quando non possono, e
vogliono farlo in ogni modo, qui è l’errore et il biasimo. Se
Francia, adunque posseva con le forze sua assaltare Napoli, doveva
farlo; se non poteva, non doveva dividerlo. E se la divisione fece,
co’ Viniziani, di Lombardia meritò scusa, per avere con quella
messo el piè in Italia, questa merita biasimo, per non essere
escusata da quella necessità.


Aveva, dunque, Luigi fatto questi cinque errori:
spenti e’ minori potenti; accresciuto in Italia potenzia a uno
potente, messo in quella uno forestiere potentissimo, non venuto ad
abitarvi, non vi messo colonie. E’ quali errori ancora, vivendo
lui, possevano non lo offendere, se non avessi fatto el sesto, di
tòrre lo stato a’ Viniziani: perché, quando non avessi fatto
grande la Chiesia né messo in Italia Spagna, era ben ragionevole e
necessario abbassarli; ma avendo preso quelli primi partiti, non
doveva mai consentire alla ruina loro: perché, sendo quelli potenti,
arebbono sempre tenuti li altri discosto dalla impresa di Lombardia,
sí perché Viniziani non vi arebbono consentito sanza diventarne
signori loro, sí perché li altri non arebbono voluto torla a
Francia per darla a loro, et andare a urtarli tutti e dua non
arebbono avuto animo. E se alcuno dicesse: el re Luigi cedé ad
Alessandro la Romagna et a Spagna el Regno per fuggire una guerra;
respondo, con le ragioni dette di sopra, che non si debbe mai
lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché la non
si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri
allegassino la fede che il re aveva data al papa, di fare per lui
quella impresa, per la resoluzione del suo matrimonio e il cappello
di Roano, respondo con quello che per me di sotto si dirà circa la
fede de’ principi e come la si debbe osservare. Ha perduto,
adunque, el re Luigi la Lombardia per non avere osservato alcuno di
quelli termini osservati da altri che hanno preso provincie e
volutole tenere. Né è miraculo alcuno questo, ma molto ordinario e
ragionevole. E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il
Valentino, che cosí era chiamato popularmente Cesare Borgia,
figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna; perché, dicendomi
el cardinale di Roano che li Italiani non si intendevano della
guerra, io li risposi che e’ Franzesi non si intendevano dello
stato; perché, se se n’intendessino, non lascerebbono venire la
Chiesia in tanta grandezza. E per esperienzia s’è visto che la
grandezza, in Italia, di quella e di Spagna è stata causata da
Francia, e la ruina sua causata da loro. Di che si cava una regola
generale, la quale mai o raro falla: che chi è cagione che uno
diventi potente, ruina; perché quella potenzia è causata da colui o
con industria o con forza; e l’una e l’altra di queste dua è
sospetta a chi è diventato potente.


Cap. 4


Cur Darii regnum quod Alexander
occupaverat a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit.


[Per qual cagione il regno di Dario,
il quale da Alessandro fu occupato, non si ribellò da’ sua
successori dopo la morte di Alessandro]


Considerate le
difficultà le quali si hanno a tenere uno stato di nuovo acquistato,
potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che Alessandro Magno
diventò signore della Asia in pochi anni, e, non l’avendo appena
occupata, morí; donde pareva ragionevole che tutto quello stato si
rebellassi; non di meno e’ successori di Alessandro se lo
mantennono, e non ebbono a tenerlo altra difficultà che quella che
infra loro medesimi, per ambizione propria, nacque. Respondo come e’
principati de’ quali si ha memoria, si truovano governati in dua
modi diversi: o per uno principe, e tutti li altri servi, e’ quali
come ministri per grazia e concessione sua, aiutono governare quello
regno; o per uno principe e per baroni, li quali, non per grazia del
signore, ma per antiquità di sangue tengano quel grado. Questi tali
baroni hanno stati e sudditi proprii, li quali ricognoscono per
signori et hanno in loro naturale affezione. Quelli stati che si
governono per uno principe e per servi hanno el loro principe con più
autorità; perché in tutta la sua provincia non è alcuno che
riconosca per superiore se non lui; e se obediscano alcuno altro, lo
fanno come ministro et offiziale, e non li portano particulare amore.


Li esempli di queste dua diversità di governi
sono, ne’ nostri tempi, el Turco et il re di Francia. Tutta la
monarchia del Turco è governata da uno signore, li altri sono sua
servi; e, distinguendo el suo regno in Sangiachi, vi manda diversi
amministratori, e li muta e varia come pare a lui. Ma el re di
Francia è posto in mezzo d’una moltitudine antiquata di signori,
in quello stato riconosciuti da’ loro sudditi et amati da quelli:
hanno le loro preeminenzie: non le può il re tòrre loro sanza suo
periculo. Chi considera adunque l’uno e l’altro di questi stati,
troverrà difficultà nello acquistare lo stato del Turco, ma, vinto
che sia, facilità grande a tenerlo. Le cagioni della difficultà in
potere occupare el regno del Turco sono per non potere essere
chiamato da’ principi di quello regno, né sperare, con la
rebellione di quelli ch’egli ha d’intorno, potere facilitare la
sua impresa: il che nasce dalle ragioni sopradette. Perché sendoli
tutti stiavi et obbligati, si possono con più difficultà
corrompere; e, quando bene si corrompessino, se ne può sperare poco
utile, non possendo quelli tirarsi drieto e’ populi per le ragioni
assignate. Onde, chi assalta il Turco, è necessario pensare di
averlo a trovare unito; e li conviene sperare più nelle forze
proprie che ne’ disordini d’altri. Ma, vinto che fussi e rotto
alla campagna in modo che non possa rifare eserciti, non si ha a
dubitare d’altro che del sangue del principe; il quale spento, non
resta alcuno di chi si abbia a temere, non avendo li altri credito
con li populi: e come el vincitore, avanti la vittoria, non poteva
sperare in loro, cosí non debbe, dopo quella, temere di loro.


El contrario interviene ne’ regni governati come
quello di Francia, perché con facilità tu puoi intrarvi,
guadagnandoti alcuno barone del regno; perché sempre si truova de’
malicontenti e di quelli che desiderano innovare. Costoro, per le
ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti
la vittoria; la quale di poi, a volerti mantenere, si tira drieto
infinite difficultà, e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli
che tu hai oppressi. Né ti basta spegnere el sangue del principe;
perché vi rimangono quelli signori che si fanno capi delle nuove
alterazioni; e, non li potendo né contentare né spegnere, perdi
quello stato qualunque volta venga la occasione.


Ora, se voi considerrete di qual natura di governi
era quello di Dario, lo troverrete simile al regno del Turco; e però
ad Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e tòrli la campagna:
dopo la quale vittoria, sendo Dario morto, rimase ad Alessandro
quello stato sicuro, per le ragioni di sopra discorse. E li sua
successori, se fussino suti uniti, se lo potevano godere oziosi; né
in quello regno nacquono altri tumulti, che quelli che loro proprii
suscitorono. Ma li stati ordinati come quello di Francia è
impossibile possederli con tanta quiete. Di qui nacquono le spesse
rebellioni di Spagna, di Francia e di Grecia da’ Romani, per li
spessi principati che erano in quelli stati: de’ quali mentre durò
la memoria, sempre ne furono e’ Romani incerti di quella
possessione; ma, spenta la memoria di quelli, con la potenzia e
diuturnità dello imperio ne diventorono securi possessori. E
posserno anche quelli, combattendo di poi infra loro, ciascuno
tirarsi drieto parte di quelle provincie, secondo l’autorità vi
aveva presa drento; e quelle, per essere el sangue del loro antiquo
signore spento, non riconoscevano se non e’ Romani. Considerato
adunque tutte queste cose, non si maraviglierà alcuno della facilità
ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia e delle difficultà che
hanno avuto li altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti.
Il che non è nato dalla molta o poca virtù del vincitore, ma dalla
disformità del subietto.


Cap. 5


Quomodo administrandae
sunt civitates vel principatus, qui, antequam occuparentur suis
legibus vivebant.


[In che modo si debbino governare le
città o principati li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano
con le loro legge.]


Quando quelli
stati che s’acquistano, come è detto, sono consueti a vivere con
le loro legge et in libertà, a volerli tenere, ci sono tre modi: el
primo, ruinarle; l’altro, andarvi ad abitare personalmente; el
terzo, lasciarle vivere con le sua legge, traendone una pensione e
creandovi drento uno stato di pochi che te le conservino amiche.
Perché, sendo quello stato creato da quello principe, sa che non può
stare sanza l’amicizia e potenzia sua, et ha a fare tutto per
mantenerlo. E più facilmente si tiene una città usa a vivere libera
con il mezzo de’ sua cittadini, che in alcuno altro modo, volendola
preservare.


In exemplis ci sono li Spartani e li Romani. Li
Spartani tennono Atene e Tebe creandovi uno stato di pochi; tamen le
riperderono. Romani, per tenere Capua Cartagine e Numanzia, le
disfeciono, e non le perderono. Vollono tenere la Grecia quasi come
tennono li Spartani, faccendola libera e lasciandoli le sua legge; e
non successe loro: in modo che furono costretti disfare molte città
di quella provincia, per tenerla. Perché, in verità, non ci è modo
sicuro a possederle, altro che la ruina. E chi diviene patrone di una
città consueta a vivere libera, e non la disfaccia, aspetti di esser
disfatto da quella; perché sempre ha per refugio, nella rebellione,
el nome della libertà e li ordini antichi sua; li quali né per la
lunghezza de’ tempi né per benefizii mai si dimenticano. E per
cosa che si faccia o si provegga, se non si disuniscano o si
dissipano li abitatori, non sdimenticano quel nome né quelli ordini,
e subito in ogni accidente vi ricorrono; come fe’ Pisa dopo cento
anni che ella era posta in servitù da’ Fiorentini. Ma, quando le
città o le provincie sono use a vivere sotto uno principe, e quel
sangue sia spento, sendo da uno canto usi ad obedire, dall’altro
non avendo el principe vecchio, farne uno infra loro non si
accordano, vivere liberi non sanno; di modo che sono più tardi a
pigliare l’arme, e con più facilità se li può uno principe
guadagnare et assicurarsi di loro. Ma nelle repubbliche è maggiore
vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta; né li lascia, né
può lasciare riposare la memoria della antiqua libertà: tale che la
più sicura via è spegnerle o abitarvi.


Cap. 6


De principatibus novis
qui armis propriis et virtute acquiruntur.


[De’ Principati nuovi che
s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente]


Non si maravigli
alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi e
di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli; perché,
camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e
procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie
d’altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti
aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da
uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò
che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e
fare come li arcieri prudenti, a’ quali parendo el loco dove
disegnono ferire troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la
virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco
destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma
per potere, con lo aiuto di sí alta mira, pervenire al disegno loro.
Dico adunque, che ne’ principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo
principe, si trova a mantenerli più o meno difficultà, secondo che
più o meno è virtuoso colui che li acquista. E perché questo
evento di diventare di privato principe, presuppone o virtù o
fortuna, pare che l’una o l’altra di queste dua cose mitighi in
parte di molte difficultà: non di manco, colui che è stato meno
sulla fortuna, si è mantenuto più. Genera ancora facilità essere
el principe constretto, per non avere altri stati, venire
personaliter ad abitarvi. Ma, per venire a quelli che per propria
virtù e non per fortuna sono diventati principi, dico che li più
eccellenti sono Moisè, Ciro, Romulo, Teseo e simili. E benché di
Moisè non si debba ragionare, sendo suto uno mero esecutore delle
cose che li erano ordinate da Dio, tamen debbe essere ammirato solum
per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio. Ma
consideriamo Ciro e li altri che hanno acquistato o fondato regni: li
troverrete tutti mirabili; e se si considerranno le azioni et ordini
loro particulari, parranno non discrepanti da quelli di Moisè, che
ebbe sí gran precettore. Et esaminando le azioni e vita loro, non si
vede che quelli avessino altro dalla fortuna che la occasione; la
quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma
parse loro; e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si
sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta
invano. Era dunque necessario a Moisè trovare el populo d’Isdrael,
in Egitto, stiavo et oppresso dalli Egizii, acciò che quelli, per
uscire di servitù, si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo
non capissi in Alba, fussi stato esposto al nascere, a volere che
diventassi re di Roma e fondatore di quella patria. Bisognava che
Ciro trovassi e’ Persi malcontenti dello imperio de’ Medi, e li
Medi molli et effeminati per la lunga pace. Non posseva Teseo
dimonstrare la sua virtù, se non trovava li Ateniesi dispersi.
Queste occasioni, per tanto, feciono questi uomini felici, e la
eccellente virtù loro fece quella occasione esser conosciuta; donde
la loro patria ne fu nobilitata e diventò felicissima.


Quelli li quali per vie virtuose, simili a
costoro, diventono principi, acquistono el principato con difficultà,
ma con facilità lo tengano; e le difficultà che hanno
nell’acquistare el principato, in parte nascono da’ nuovi ordini
e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la
loro securtà. E debbasi considerare come non è cosa più difficile
a trattare, né più dubia a riuscire, né più pericolosa a
maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo
introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno
bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi
farebbono bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli
avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla
incredulità delli uomini; li quali non credano in verità le cose
nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che
qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare,
lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in
modo che insieme con loro si periclita. È necessario per tanto,
volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori
stiano per loro medesimi, o se dependano da altri; ciò è, se per
condurre l’opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare.
Nel primo caso capitano sempre male, e non conducano cosa alcuna; ma,
quando dependono da loro proprii e possano forzare, allora è che
rare volte periclitano. Di qui nacque che tutt’i profeti armati
vinsono, e li disarmati ruinorono. Perché, oltre alle cose dette, la
natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una
cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione. E però
conviene essere ordinato in modo, che, quando non credono più, si
possa fare loro credere per forza. Moisè, Ciro, Teseo e Romulo non
arebbono possuto fare osservare loro lungamente le loro
constituzioni, se fussino stati disarmati; come ne’ nostri tempi
intervenne a fra’ Girolamo Savonerola; il quale ruinò ne’ sua
ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli; e lui non
aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto, né a far
credere e’ discredenti. Però questi tali hanno nel condursi gran
difficultà, e tutti e’ loro periculi sono fra via, e conviene che
con la virtù li superino; ma, superati che li hanno, e che
cominciano ad essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua
qualità li avevano invidia, rimangono potenti, securi, onorati,
felici.


A sí alti esempli io voglio aggiugnere uno
esemplo minore; ma bene arà qualche proporzione con quelli; e voglio
mi basti per tutti li altri simili; e questo è Ierone Siracusano.
Costui, di privato diventò principe di Siracusa: né ancora lui
conobbe altro dalla fortuna che la occasione; perché, sendo
Siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano; donde meritò
d’essere fatto loro principe. E fu di tanta virtù, etiam in
privata fortuna, che chi ne scrive, dice: quod nihil illi deerat
ad regnandum praeter regnum
. Costui spense la milizia vecchia,
ordinò della nuova; lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove;
e, come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, possé in su tale
fondamento edificare ogni edifizio: tanto che lui durò assai fatica
in acquistare, e poca in mantenere.


Cap. 7


De principatibus novis
qui alienis armis et fortuna acquiruntur.


[De’ principati nuovi che
s’acquistano con le armi e fortuna di altri]


Coloro e’ quali
solamente per fortuna diventano, di privati principi, con poca fatica
diventano, ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà
fra via, perché vi volano; ma tutte le difficultà nascono quando
sono posti. E questi tali sono, quando è concesso ad alcuno uno
stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a
molti in Grecia, nelle città di Ionia e di Ellesponto, dove furono
fatti principi da Dario, acciò le tenessino per sua sicurtà e
gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che, di privati,
per corruzione de’ soldati, pervenivano allo imperio. Questi stanno
semplicemente in sulla voluntà e fortuna di chi lo ha concesso loro,
che sono dua cose volubilissime et instabili; e non sanno e non
possano tenere quel grado: non sanno, perché, se non è uomo di
grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo sempre vissuto
in privata fortuna, sappi comandare; non possano, perché non hanno
forze che li possino essere amiche e fedeli. Di poi, li stati che
vengano subito, come tutte l’altre cose della natura che nascono e
crescono presto, non possono avere le barbe e correspondenzie loro in
modo, che ’l primo tempo avverso non le spenga; se già quelli
tali, come è detto, che sí de repente sono diventati principi, non
sono di tanta virtù che quello che la fortuna ha messo loro in
grembo, e’ sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli
fondamenti che li altri hanno fatto avanti che diventino principi, li
faccino poi.


Io voglio all’uno et all’altro di questi modi
detti, circa el diventare principe per virtù o per fortuna, addurre
dua esempli stati ne’ dí della memoria nostra: e questi sono
Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per li debiti mezzi e
con una gran virtù, di privato diventò duca di Milano; e quello che
con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne.
Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino,
acquistò lo stato con la fortuna del padre, e con quella lo perdé;
non ostante che per lui si usassi ogni opera e facessi tutte quelle
cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere
le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri li aveva
concessi. Perché, come di sopra si disse, chi non fa e’ fondamenti
prima, li potrebbe con una gran virtù farli poi, ancora che si
faccino con disagio dello architettore e periculo dello edifizio. Se
adunque, si considerrà tutti e’ progressi del duca, si vedrà lui
aversi fatti gran fondamenti alla futura potenzia; li quali non
iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precetti mi
dare migliori a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sua:
e se li ordini sua non li profittorono, non fu sua colpa, perché
nacque da una estraordinaria et estrema malignità di fortuna.


Aveva Alessandro sesto, nel volere fare grande el
duca suo figliuolo, assai difficultà presenti e future. Prima, non
vedeva via di poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi
stato di Chiesia; e, volgendosi a tòrre quello della Chiesia, sapeva
che el duca di Milano e Viniziani non gnene consentirebbano; perché
Faenza e Rimino erano di già sotto la protezione de’ Viniziani.
Vedeva, oltre a questo, l’arme di Italia, e quelle in spezie di chi
si fussi possuto servire, essere in le mani di coloro che dovevano
temere la grandezza del papa; e però non se ne poteva fidare, sendo
tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era adunque
necessario si turbassino quelli ordini, e disordinare li stati di
coloro, per potersi insignorire securamente di parte di quelli. Il
che li fu facile; perché trovò Viniziani che, mossi da altre
cagioni, si eron volti a fare ripassare Franzesi in Italia: il che
non solamente non contradisse, ma lo fe’ più facile con la
resoluzione del matrimonio antiquo del re Luigi. Passò, adunque, il
re in Italia con lo aiuto de’ Viniziani e consenso di Alessandro;
né prima fu in Milano, che il papa ebbe da lui gente per la impresa
di Romagna; la quale li fu consentita per la reputazione del re.
Acquistata, adunque el duca la Romagna, e sbattuti e’ Colonnesi,
volendo mantenere quella e procedere più avanti, lo ’mpedivano dua
cose: l’una, l’arme sua che non li parevano fedeli, l’altra, la
voluntà di Francia: ciò è che l’arme Orsine, delle quali s’era
valuto, li mancassino sotto, e non solamente li ’mpedissino lo
acquistare ma gli togliessino l’acquistato, e che il re ancora non
li facessi el simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro quando dopo
la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, ché li vidde andare
freddi in quello assalto; e circa el re, conobbe l’animo suo
quando, preso el ducato di Urbino, assaltò la Toscana: dalla quale
impresa el re lo fece desistere. Onde che il duca deliberò non
dependere più dalle arme e fortuna di altri. E, la prima cosa,
indebolí le parti Orsine e Colonnese in Roma; perché tutti li
aderenti loro che fussino gentili uomini, se li guadagnò, facendoli
sua gentili uomini e dando loro grandi provisioni; et onorolli,
secondo le loro qualità, di condotte e di governi: in modo che in
pochi mesi nelli animi loro l’affezione delle parti si spense, e
tutta si volse nel duca. Dopo questa, aspettò la occasione di
spegnere li Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna; la quale
li venne bene, e lui la usò meglio; perché, avvedutisi li Orsini,
tardi, che la grandezza del duca e della Chiesia era la loro ruina,
feciono una dieta alla Magione, nel Perugino. Da quella nacque la
rebellione di Urbino e li tumulti di Romagna et infiniti periculi del
duca, li quali tutti superò con lo aiuto de’ Franzesi. E,
ritornatoli la reputazione, né si fidando di Francia né di altre
forze esterne, per non le avere a cimentare, si volse alli inganni; e
seppe tanto dissimulare l’animo suo, che li Orsini, mediante el
signor Paulo, si riconciliorono seco; con il quale el duca non mancò
d’ogni ragione di offizio per assicurarlo, dandoli danari, veste e
cavalli; tanto che la simplicità loro li condusse a Sinigallia nelle
sua mani. Spenti adunque, questi capi, e ridotti li partigiani loro
amici sua, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenzia
sua, avendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendoli,
massime, aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi tutti
quelli popoli, per avere cominciato a gustare el bene essere loro.


E, perché questa parte è degna di notizia e da
essere imitata da altri, non la voglio lasciare indrieto. Preso che
ebbe il duca la Romagna, e trovandola suta comandata da signori
impotenti, li quali più presto avevano spogliato e’ loro sudditi
che corretti, e dato loro materia di disunione, non di unione, tanto
che quella provincia era tutta piena di latrocinii, di brighe e di
ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla
ridurre pacifica e obediente al braccio regio, darli buon governo.
Però vi prepose messer Remirro de Orco uomo crudele et espedito, al
quale dette pienissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse
pacifica et unita, con grandissima reputazione. Di poi iudicò el
duca non essere necessario sí eccessiva autorità, perché dubitava
non divenissi odiosa; e preposevi uno iudicio civile nel mezzo della
provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni città vi
aveva lo avvocato suo. E perché conosceva le rigorosità passate
averli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e
guadagnarseli in tutto, volle monstrare che, se crudeltà alcuna era
seguíta, non era nata da lui, ma dalla acerba natura del ministro. E
presa sopr’a questo occasione, lo fece mettere una mattina, a
Cesena, in dua pezzi in sulla piazza, con uno pezzo di legno e uno
coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettaculo fece
quelli populi in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.


Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che,
trovandosi el duca assai potente et in parte assicurato de’
presenti periculi, per essersi armato a suo modo e avere in buona
parte spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere, li
restava, volendo procedere con lo acquisto, el respetto del re di
Francia; perché conosceva come dal re, il quale tardi si era accorto
dello errore suo, non li sarebbe sopportato. E cominciò per questo a
cercare di amicizie nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che
feciono Franzesi verso el regno di Napoli contro alli Spagnuoli che
assediavono Gaeta. E l’animo suo era assicurarsi di loro; il che li
sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva.


E questi furono e’ governi sua quanto alle cose
presenti. Ma, quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima che
uno nuovo successore alla Chiesia non li fussi amico e cercassi torli
quello che Alessandro li aveva dato: e pensò farlo in quattro modi:
prima, di spegnere tutti e’ sangui di quelli signori che lui aveva
spogliati, per tòrre al papa quella occasione; secondo, di
guadagnarsi tutti e’ gentili uomini di Roma, come è detto, per
potere con quelli tenere el papa in freno; terzio, ridurre el
Collegio più suo che poteva; quarto, acquistare tanto imperio,
avanti che il papa morissi, che potessi per sé medesimo resistere a
uno primo impeto. Di queste quattro cose, alla morte di Alessandro ne
aveva condotte tre; la quarta aveva quasi per condotta: perché de’
signori spogliati ne ammazzò quanti ne possé aggiugnere, e
pochissimi si salvarono; e’ gentili uomini romani si aveva
guadagnati, e nel Collegio aveva grandissima parte; e, quanto al
nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana, e
possedeva di già Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la
protezione. E, come non avessi avuto ad avere respetto a Francia (ché
non gnene aveva ad avere più, per essere di già Franzesi spogliati
del Regno dalli Spagnoli, di qualità che ciascuno di loro era
necessitato comperare l’amicizia sua), e’ saltava in Pisa. Dopo
questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de’
Fiorentini, parte per paura; Fiorentini non avevano remedio: il che
se li fusse riuscito (ché li riusciva l’anno medesimo che
Alessandro morí), si acquistava tante forze e tanta reputazione, che
per sé stesso si sarebbe retto, e non sarebbe più dependuto dalla
fortuna e forze di altri, ma dalla potenzia e virtù sua. Ma
Alessandro morí dopo cinque anni che elli aveva cominciato a trarre
fuora la spada. Lasciollo con lo stato di Romagna solamente
assolidato, con tutti li altri in aria, infra dua potentissimi
eserciti inimici, e malato a morte. Et era nel duca tanta ferocia e
tanta virtù e sí bene conosceva come li uomini si hanno a
guadagnare o perdere, e tanto erano validi e’ fondamenti che in sí
poco tempo si aveva fatti, che, se non avessi avuto quelli eserciti
addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficultà. E
ch’e’ fondamenti sua fussino buoni, si vidde: ché la Romagna
l’aspettò più d’uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo,
stette sicuro; e benché Ballioni, Vitelli et Orsini venissino in
Roma, non ebbono séguito contro di lui: possé fare, se non chi e’
volle papa, almeno che non fussi chi non voleva. Ma, se nella morte
di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li era facile. E lui mi
disse, ne’ dí che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ciò che
potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio,
eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui
per morire.


Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non
saprei riprenderlo; anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo
imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l’arme d’altri
sono ascesi allo imperio. Perché lui avendo l’animo grande e la
sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo si
oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la
malattia sua. Chi, adunque, iudica necessario nel suo principato
nuovo assicurarsi de’ nimici, guadagnarsi delli amici, vincere o
per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e
reverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono
offendere, innovare con nuovi modi li ordini antichi, essere severo e
grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infidele, creare
della nuova, mantenere l’amicizie de’ re e de’ principi in modo
che ti abbino o a beneficare con grazia o offendere con respetto, non
può trovare e’ più freschi esempli che le azioni di costui.
Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella
quale lui ebbe mala elezione; perché, come è detto, non possendo
fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non
doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi
offesi, o che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui. Perché
li uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva
offesi erano, infra li altri, San Piero ad Vincula, Colonna, San
Giorgio, Ascanio; tutti li altri, divenuti papi, aveano a temerlo,
eccetto Roano e li Spagnuoli: questi per coniunzione et obligo;
quello per potenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. Per
tanto el duca, innanzi ad ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo,
e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad
Vincula. E chi crede che ne’ personaggi grandi e’ benefizii nuovi
faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque,
el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua.


Cap. 8


De his qui per scelera ad
principatum pervenere.


[Di quelli che per scelleratezze sono
venuti al principato]


Ma perché di
privato si diventa principe ancora in dua modi, il che non si può al
tutto o alla fortuna o alla virtù attribuire, non mi pare da
lasciarli indrieto, ancora che dell’uno si possa più diffusamente
ragionare dove si trattassi delle repubbliche. Questi sono quando, o
per qualche via scellerata e nefaria si ascende al principato, o
quando uno privato cittadino con il favore delli altri sua cittadini
diventa principe della sua patria. E, parlando del primo modo, si
monstrerrà con dua esempli, l’uno antiquo l’altro moderno, sanza
intrare altrimenti ne’ meriti di questa parte, perché io iudico
che basti, a chi fussi necessitato, imitargli.


Agatocle siciliano, non solo di privata fortuna,
ma di infima et abietta, divenne re di Siracusa. Costui, nato d’uno
figulo, tenne sempre, per li gradi della sua età, vita scellerata;
non di manco accompagnò le sua scelleratezze con tanta virtù di
animo e di corpo, che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella
pervenne ad essere pretore di Siracusa. Nel quale grado sendo
constituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere con
violenzia e sanza obligo d’altri quello che d’accordo li era suto
concesso, et avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare
cartaginese, il quale con li eserciti militava in Sicilia, raunò una
mattina el populo et il senato di Siracusa, come se elli avessi avuto
a deliberare cose pertinenti alla repubblica; et ad uno cenno
ordinato, fece da’ sua soldati uccidere tutti li senatori e li più
ricchi del popolo. Li quali morti, occupò e tenne el principato di
quella città sanza alcuna controversia civile. E, benché da’
Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato, non solum possé
defendere la sua città, ma, lasciato parte delle sue genti alla
difesa della ossidione, con le altre assaltò l’Affrica, et in
breve tempo liberò Siracusa dallo assedio e condusse Cartagine in
estrema necessità: e furono necessitati accordarsi con quello, esser
contenti della possessione di Affrica, et ad Agatocle lasciare la
Sicilia. Chi considerassi adunque le azioni e virtù di costui, non
vedrà cose, o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; con ciò
sia cosa, come di sopra è detto, che non per favore d’alcuno, ma
per li gradi della milizia, li quali con mille disagi e periculi si
aveva guadagnati, pervenissi al principato, e quello di poi con tanti
partiti animosi e periculosi mantenessi. Non si può ancora chiamare
virtù ammazzare li sua cittadini, tradire li amici, essere sanza
fede, sanza pietà, sanza relligione; li quali modi possono fare
acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi la
virtù di Agatocle nello intrare e nello uscire de’ periculi, e la
grandezza dello animo suo nel sopportare e superare le cose avverse,
non si vede perché elli abbia ad essere iudicato inferiore a
qualunque eccellentissimo capitano. Non di manco, la sua efferata
crudelità e inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono
che sia infra li eccellentissimi uomini celebrato. Non si può,
adunque, attribuire alla fortuna o alla virtù quello che sanza l’una
e l’altra fu da lui conseguito.


Ne’ tempi nostri, regnante Alessandro VI,
Oliverotto Firmiano, sendo più anni innanzi rimaso piccolo, fu da
uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, e ne’
primi tempi della sua gioventù dato a militare sotto Paulo Vitelli,
acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche
eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, militò sotto
Vitellozzo suo fratello; et in brevissimo tempo, per essere
ingegnoso, e della persona e dello animo gagliardo, diventò el primo
uomo della sua milizia. Ma, parendoli cosa servile lo stare con
altri, pensò, con lo aiuto di alcuni cittadini di Fermo a’ quali
era più cara la servitù che la libertà della loro patria, e con il
favore vitellesco, di occupare Fermo. E scrisse a Giovanni Fogliani
come, sendo stato più anni fuora di casa, voleva venire a vedere lui
e la sua città, et in qualche parte riconoscere el suo patrimonio: e
perché non s’era affaticato per altro che per acquistare onore,
acciò ch’e’ sua cittadini vedessino come non aveva speso el
tempo in vano, voleva venire onorevole et accompagnato da cento
cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento ordinare
che da’ Firmiani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente
tornava onore a lui, ma a sé proprio, sendo suo allievo. Non mancò,
per tanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote; e
fattolo ricevere da’ Firmiani onoratamente, si alloggiò nelle case
sua: dove, passato alcuno giorno, et atteso ad ordinare quello che
alla sua futura scelleratezza era necessario, fece uno convito
solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini
di Fermo. E, consumate che furono le vivande, e tutti li altri
intrattenimenti che in simili conviti si usano, Oliverotto, ad arte,
mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di papa
Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro. A’
quali ragionamenti respondendo Giovanni e li altri, lui a un tratto
si rizzò, dicendo quelle essere cose da parlarne in loco più
secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti li altri
cittadini li andorono drieto. Né prima furono posti a sedere, che
de’ luoghi secreti di quella uscirono soldati, che ammazzorono
Giovanni e tutti li altri. Dopo il quale omicidio, montò Oliverotto
a cavallo, e corse la terra, et assediò nel palazzo el supremo
magistrato; tanto che per paura furono constretti obbedirlo e fermare
uno governo, del quale si fece principe. E, morti tutti quelli che,
per essere malcontenti, lo potevono offendere, si corroborò con
nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio d’uno anno
che tenne el principato, lui non solamente era sicuro nella città di
Fermo, ma era diventato pauroso a tutti li sua vicini. E sarebbe suta
la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si
fussi suto lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigallia,
come di sopra si disse, prese li Orsini e Vitelli; dove, preso ancora
lui, uno anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con
Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virtù e scelleratezze
sua, strangolato.


Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che
Agatocle et alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudeltà,
possé vivere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dalli
inimici esterni, e da’ sua cittadini non li fu mai conspirato
contro; con ciò sia che molti altri, mediante la crudeltà non
abbino, etiam ne’ tempi pacifici, possuto mantenere lo stato, non
che ne’ tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle
crudeltà male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare
quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno ad uno tratto,
per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento
ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può. Male
usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più
tosto col tempo crescono che le si spenghino. Coloro che osservano el
primo modo, possono con Dio e con li uomini avere allo stato loro
qualche remedio, come ebbe Agatocle; quelli altri è impossibile si
mantenghino. Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe
l’occupatore di esso discorrere tutte quelle offese che li è
necessario fare; e tutte farle a un tratto, per non le avere a
rinnovare ogni dí, e potere, non le innovando, assicurare li uomini
e guadagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti, o per timidità o
per mal consiglio, è sempre necessitato tenere el coltello in mano;
né mai può fondarsi sopra li sua sudditi non si potendo quelli per
le fresche e continue iniurie assicurare di lui. Perché le iniurie
si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno,
offendino meno: e’ benefizii si debbono fare a poco a poco, acciò
che si assaporino meglio. E debbe, sopr’a tutto, uno principe
vivere con li suoi sudditi in modo che veruno accidente o di male o
di bene lo abbi a far variare: perché, venendo per li tempi avversi
le necessità, tu non se’ a tempo al male, et il bene che tu fai
non ti giova, perché è iudicato forzato, e non te n’è saputo
grado alcuno.


Cap. 9


De
principatu civili.


[Del
Principato Civile]


Ma venendo
all’altra parte, quando uno privato cittadino, non per
scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli
altri sua cittadini diventa principe della sua patria, il quale si
può chiamare principato civile (né a pervenirvi è necessario o
tutta virtù o tutta fortuna, ma più presto una astuzia fortunata),
dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o
con il favore de’ grandi. Perché in ogni città si truovano questi
dua umori diversi; e nasce da questo, che il populo desidera non
essere comandato né oppresso da’ grandi, e li grandi desiderano
comandare et opprimere el populo; e da questi dua appetiti diversi
nasce nelle città uno de’ tre effetti, o principato o libertà o
licenzia.


El principato è causato o dal populo o da’
grandi, secondo che l’una o l’altra di queste parti ne ha
occasione; perché, vedendo e’ grandi non potere resistere al
populo, cominciano a voltare la reputazione ad uno di loro, e fannolo
principe per potere sotto la sua ombra sfogare l’appetito loro. El
populo ancora, vedendo non potere resistere a’ grandi, volta la
reputazione ad uno, e lo fa principe, per essere con la autorità sua
difeso. Colui che viene al principato con lo aiuto de’ grandi, si
mantiene con più difficultà che quello che diventa con lo aiuto del
populo; perché si trova principe con di molti intorno che li paiano
essere sua eguali, e per questo non li può né comandare né
maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il
favore popolare, vi si trova solo, e ha intorno o nessuno o
pochissimi che non sieno parati a obedire. Oltre a questo, non si può
con onestà satisfare a’ grandi e sanza iniuria d’altri, ma sí
bene al populo: perché quello del populo è più onesto fine che
quello de’ grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere
oppresso. Preterea, del populo inimico uno principe non si può mai
assicurare, per essere troppi; de’ grandi si può assicurare, per
essere pochi. El peggio che possa aspettare uno principe dal populo
inimico, è lo essere abbandonato da lui; ma da’ grandi, inimici,
non solo debbe temere di essere abbandonato, ma etiam che loro li
venghino contro; perché, sendo in quelli più vedere e più astuzia,
avanzono sempre tempo per salvarsi, e cercono gradi con quelli che
sperano che vinca. È necessitato ancora el principe vivere sempre
con quello medesimo populo; ma può ben fare sanza quelli medesimi
grandi, potendo farne e disfarne ogni dí, e tòrre e dare, a sua
posta, reputazione loro.


E per chiarire meglio questa parte, dico come e’
grandi si debbono considerare in dua modi principalmente. O si
governano in modo, col procedere loro, che si obbligano in tutto alla
tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano, e non sieno rapaci, si
debbono onorare et amare; quelli che non si obbligano, si hanno ad
esaminare in dua modi: o fanno questo per pusillanimità e defetto
naturale d’animo: allora tu ti debbi servire di quelli massime che
sono di buono consiglio, perché nelle prosperità te ne onori, e
nelle avversità non hai da temerne. Ma, quando non si obbligano ad
arte e per cagione ambiziosa, è segno come pensano più a sé che a
te; e da quelli si debbe el principe guardare, e temerli come se
fussino scoperti inimici, perché sempre, nelle avversità,
aiuteranno ruinarlo.


Debbe, per tanto, uno che diventi principe
mediante el favore del populo, mantenerselo amico; il che li fia
facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che
contro al populo diventi principe con il favore de’ grandi, debbe
innanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che li
fia facile, quando pigli la protezione sua. E perché li uomini,
quando hanno bene da chi credevano avere male, si obbligano più al
beneficatore loro, diventa el populo subito più suo benivolo, che se
si fussi condotto al principato con favori sua: e puosselo el
principe guadagnare in molti modi, li quali, perché variano secondo
el subietto, non se ne può dare certa regola, e però si lasceranno
indrieto. Concluderò solo che a uno principe è necessario avere el
populo amico: altrimenti non ha, nelle avversità, remedio.


Nabide, principe delli Spartani, sostenne la
ossidione di tutta Grecia e di uno esercito romano vittoriosissimo, e
difese contro a quelli la patria sua et il suo stato: e li bastò
solo, sopravvenente il periculo, assicurarsi di pochi: ché se elli
avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava. E non sia
alcuno che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito,
che chi fonda in sul populo, fonda in sul fango: perché
quello è vero, quando uno cittadino privato vi fa su fondamento, e
dassi ad intendere che il populo lo liberi, quando fussi oppresso da’
nimici o da’ magistrati. In questo caso si potrebbe trovare spesso
ingannato, come a Roma e’ Gracchi et a Firenze messer Giorgio
Scali. Ma, sendo uno principe che vi fondi su, che possa comandare e
sia uomo di core, né si sbigottisca nelle avversità, e non manchi
delle altre preparazioni, e tenga con l’animo et ordini sua animato
l’universale, mai si troverrà ingannato da lui, e li parrà avere
fatto li sua fondamenti buoni.


Sogliono questi principati periclitare quando sono
per salire dall’ordine civile allo assoluto; perché questi
principi, o comandano per loro medesimi, o per mezzo de’
magistrati. Nell’ultimo caso, è più debole e più periculoso lo
stare loro; perché gli stanno al tutto con la voluntà di quelli
cittadini che sono preposti a’ magistrati: li quali, massime ne’
tempi avversi, li possono tòrre con facilità grande lo stato, o con
farli contro, o con non lo obedire. Et el principe non è a tempo,
ne’ periculi, a pigliare l’autorità assoluta; perché li
cittadini e sudditi, che sogliono avere e’ comandamenti da’
magistrati, non sono, in quelli frangenti, per obedire a’ sua; et
arà sempre, ne’ tempi dubii, penuria di chi si possa fidare.
Perché simile principe non può fondarsi sopra a quello che vede ne’
tempi quieti, quando e’ cittadini hanno bisogno dello stato; perché
allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole morire per
lui, quando la morte è discosto; ma ne’ tempi avversi, quando lo
stato ha bisogno de’ cittadini, allora se ne truova pochi. E tanto
più è questa esperienzia periculosa, quanto la non si può fare se
non una volta. E però uno principe savio debba pensare uno modo per
il quale li sua cittadini, sempre et in ogni qualità di tempo,
abbino bisogno dello stato e di lui: e sempre poi li saranno fedeli.


Cap. 10


Quomodo omnium principatuum vires
perpendi debeant.


[In che modo si debbino misurare le
forze di tutti i principati]


Conviene avere,
nello esaminare le qualità di questi principati, un’altra
considerazione: cioè, se uno principe ha tanto stato che possa,
bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessità
della defensione di altri. E, per chiarire meglio questa parte, dico
come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi, che possono,
o per abundanzia di uomini, o di denari, mettere insieme un esercito
iusto, e fare una giornata con qualunque li viene ad assaltare; e
cosí iudico coloro avere sempre necessità di altri, che non possono
comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati
rifuggirsi drento alle mura e guardare quelle. Nel primo caso, si è
discorso; e per lo avvenire diremo quello ne occorre. Nel secondo
caso non si può dire altro, salvo che confortare tali principi a
fortificare e munire la terra propria, e del paese non tenere alcuno
conto. E qualunque arà bene fortificata la sua terra, e circa li
altri governi con li sudditi si fia maneggiato come di sopra è detto
e di sotto si dirà, sarà sempre con grande respetto assaltato;
perché li uomini sono sempre nimici delle imprese dove si vegga
difficultà, né si può vedere facilità assaltando uno che abbi la
sua terra gagliarda e non sia odiato dal populo.


Le città di Alamagna sono liberissime, hanno poco
contado, et obediscano allo imperatore quando le vogliono, e non
temono né quello né altro potente che e abbino intorno; perché le
sono in modo fortificate, che ciascuno pensa la espugnazione di esse
dovere essere tediosa e difficile. Perché tutte hanno fossi e mura
conveniente; hanno artiglierie a sufficienzia; tengono sempre nelle
cànove publiche da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; et
oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza perdita
del pubblico, hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro
da lavorare in quelli esercizii che sieno el nervo e la vita di
quella città e delle industrie de’ quali la plebe pasca. Tengono
ancora li esercizii militari in reputazione, e sopra questo hanno
molti ordini a mantenerli.


Uno principe, adunque, che abbi una città forte e
non si facci odiare, non può essere assaltato; e, se pure fussi chi
lo assaltassi, se ne partirà con vergogna; perché le cose del mondo
sono sí varie, che elli è quasi impossibile che uno potessi con li
eserciti stare uno anno ozioso a campeggiarlo. E chi replicasse: se
il populo arà le sue possessioni fuora, e veggale ardere, non ci arà
pazienza, et il lungo assedio e la carità propria li farà
sdimenticare el principe; respondo che uno principe potente et
animoso supererà sempre tutte quelle difficultà, dando ora speranza
a’ sudditi che el male non fia lungo, ora timore della crudeltà
del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quelli che li
paressino troppo arditi. Oltre a questo, el nimico, ragionevolmente,
debba ardere e ruinare el paese in sulla sua giunta e ne’ tempi,
quando li animi delli uomini sono ancora caldi e volenterosi alla
difesa; e però tanto meno el principe debbe dubitare, perché, dopo
qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono di già fatti e’
danni, sono ricevuti e’ mali, e non vi è più remedio; et allora
tanto più si vengono a unire con il loro principe, parendo che lui
abbia con loro obbligo sendo loro sute arse le case, ruinate le
possessioni, per la difesa sua. E la natura delli uomini è, cosí
obbligarsi per li benefizii che si fanno, come per quelli che si
ricevano. Onde, se si considerrà bene tutto, non fia difficile a uno
principe prudente tenere prima e poi fermi li animi de’ sua
cittadini nella ossidione, quando non li manchi da vivere né da
difendersi.


Cap. 11


De principatibus ecclesiasticis.


[De’ principati ecclesiastici]


Restaci
solamente, al presente, a ragionare de’ principati ecclesiastici:
circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino:
perché si acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l’una e
l’altra si mantengano; perché sono sustentati dalli ordini
antiquati nella religione, quali sono suti tanto potenti e di qualità
che tengono e’ loro principi in stato, in qualunque modo si
procedino e vivino. Costoro soli hanno stati, e non li defendano;
sudditi, e non li governano: e li stati, per essere indifesi, non
sono loro tolti; e li sudditi, per non essere governati, non se ne
curano, né pensano né possono alienarsi da loro. Solo, adunque,
questi principati sono sicuri e felici. Ma, sendo quelli retti da
cagioni superiore, alla quale mente umana non aggiugne, lascerò el
parlarne; perché, sendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio
di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne. Non di manco, se alcuno
mi ricercassi donde viene che la Chiesia, nel temporale, sia venuta a
tanta grandezza, con ciò sia che da Alessandro indrieto, e’
potentati italiani, et non solum quelli che si chiamavono e’
potentati, ma ogni barone e signore, benché minimo, quanto al
temporale, la estimava poco, et ora uno re di Francia ne trema, e lo
ha possuto cavare di Italia e ruinare Viniziani: la qual cosa, ancora
che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte alla
memoria.


Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia,
era questa provincia sotto lo imperio del papa, Viniziani, re di
Napoli, duca di Milano e Fiorentini. Questi potentati avevano ad
avere dua cure principali: l’una, che uno forestiero non entrassi
in Italia con le arme; l’altra, che veruno di loro occupassi più
stato. Quelli a chi si aveva più cura erano Papa e Viniziani. Et a
tenere indrieto Viniziani, bisognava la unione di tutti li altri,
come fu nella difesa di Ferrara; et a tenere basso el Papa, si
servivano de’ baroni di Roma: li quali, sendo divisi in due
fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo fra
loro; e, stando con le arme in mano in su li occhi al pontefice,
tenevano el pontificato debole et infermo. E, benché surgessi
qualche volta uno papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il
sapere non lo possé mai disobbligare da queste incomodità. E la
brevità della vita loro n’era cagione; perché in dieci anni che,
ragguagliato, viveva uno papa, a fatica che potessi sbassare una
delle fazioni; e se, verbigrazia, l’uno aveva quasi spenti
Colonnesi, surgeva un altro inimico alli Orsini, che li faceva
resurgere, e li Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva che
le forze temporali del papa erano poco stimate in Italia. Surse di
poi Alessandro VI, il quale, di tutt’i pontefici che sono stati
mai, monstrò quanto uno papa, e con il danaio e con le forze, si
poteva prevalere, e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con
la occasione della passata de’ Franzesi, tutte quelle cose che io
discorro di sopra nelle azioni del duca. E, benché lo intento suo
non fussi fare grande la Chiesia, ma il duca, nondimeno ciò che fece
tornò a grandezza della Chiesia; la quale, dopo la sua morte, spento
el duca, fu erede delle sue fatiche. Venne di poi papa Iulio; e trovò
la Chiesia grande, avendo tutta la Romagna e sendo spenti e’ baroni
di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate quelle fazioni;
e trovò ancora la via aperta al modo dello accumulare danari, non
mai più usitato da Alessandro indrieto.


Le quali cose Iulio non solum seguitò, ma
accrebbe; e pensò a guadagnarsi Bologna e spegnere e’ Viniziani et
a cacciare Franzesi di Italia; e tutte queste imprese li riuscirono,
e con tanta più sua laude, quanto fece ogni cosa per accrescere la
Chiesia e non alcuno privato. Mantenne ancora le parti Orsine e
Colonnese in quelli termini che le trovò; e benché tra loro fussi
qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose li ha tenuti fermi:
l’una, la grandezza della Chiesia, che li sbigottisce; l’altra,
el non avere loro cardinali, li quali sono origine de’ tumulti
infra loro. Né mai staranno quiete queste parti, qualunque volta
abbino cardinali, perché questi nutriscono, in Roma e fuora, le
parti, e quelli baroni sono forzati a defenderle: e cosí dalla
ambizione de’ prelati nascono le discordie e li tumulti infra e’
baroni. Ha trovato adunque la Santità di papa Leone questo
pontificato potentissimo: il quale si spera, se quelli lo feciono
grande con le arme, questo, con la bontà e infinite altre sue virtù,
lo farà grandissimo e venerando.


Cap. 12


Quot sint genera
militiae et de mercennariis militibus.


[Di quante ragioni sia la milizia, e
de’ soldati mercennarii]


Avendo discorso
particularmente tutte le qualità di quelli principati de’ quali
nel principio proposi di ragionare, e considerato in qualche parte le
cagioni del bene e del male essere loro, e monstro e’ modi con li
quali molti hanno cerco di acquistarli e tenerli, mi resta ora a
discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de’
prenominati possono accadere. Noi abbiamo detto di sopra, come a uno
principe è necessario avere e’ sua fondamenti buoni; altrimenti,
conviene che rovini. E’ principali fondamenti che abbino tutti li
stati, cosí nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le
buone arme. E perché non può essere buone legge dove non sono buone
arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò
indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme.


Dico, adunque, che l’arme con le quali uno
principe defende el suo stato, o le sono proprie o le sono
mercennarie, o ausiliarie o miste. Le mercennarie et ausiliarie sono
inutile e periculose; e, se uno tiene lo stato suo fondato in sulle
arme mercennarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono
disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra’ li
amici; fra’ nimici, vile; non timore di Dio, non fede con li
uomini, e tanto si differisce la ruina quanto si differisce lo
assalto; e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’
nimici. La cagione di questo è, che le non hanno altro amore né
altra cagione che le tenga in campo, che uno poco di stipendio, il
quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono
bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la
guerra viene, o fuggirsi o andarsene. La qual cosa doverrei durare
poca fatica a persuadere, perché ora la ruina di Italia non è
causata da altro che per essere in spazio di molti anni riposatasi in
sulle arme mercennarie. Le quali feciono già per qualcuno qualche
progresso, e parevano gagliarde infra loro; ma, come venne el
forestiero, le mostrorono quello che elle erano. Onde che a Carlo re
di Francia fu licito pigliare la Italia col gesso; e chi diceva come
e’ n’erano cagione e’ peccati nostri, diceva il vero; ma non
erano già quelli che credeva, ma questi che io ho narrati: e perché
elli erano peccati di principi, ne hanno patito la pena ancora loro.


Io voglio dimonstrare meglio la infelicità di
queste arme. E’ capitani mercennarii, o sono uomini eccellenti, o
no: se sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno alla
grandezza propria, o con lo opprimere te che li se’ patrone, o con
opprimere altri fuora della tua intenzione; ma, se non è il capitano
virtuoso, ti rovina per l’ordinario. E se si responde che qualunque
arà le arme in mano farà questo, o mercennario o no, replicherei
come l’arme hanno ad essere operate o da uno principe o da una
repubblica. El principe debbe andare in persona, e fare lui l’offizio
del capitano; la repubblica ha a mandare sua cittadini; e quando ne
manda uno che non riesca valente uomo, debbe cambiarlo; e quando sia,
tenerlo con le leggi che non passi el segno. E per esperienzia si
vede a’ principi soli e repubbliche armate fare progressi
grandissimi, et alle arme mercennarie non fare mai se non danno. E
con più difficultà viene alla obedienza di uno suo cittadino una
repubblica armata di arme proprie, che una armata di armi esterne.


Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e
libere. Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Delle arme
mercennarie antiche in exemplis sono Cartaginesi; li quali furono per
essere oppressi da’ loro soldati mercennarii, finita la prima
guerra con li Romani, ancora che Cartaginesi avessino per capi loro
proprii cittadini. Filippo Macedone fu fatto da’ Tebani, dopo la
morte di Epaminunda, capitano delle loro gente; e tolse loro, dopo la
vittoria, la libertà. Milanesi, morto il duca Filippo, soldorono
Francesco Sforza contro a’ Viniziani; il quale, superati li inimici
a Caravaggio, si congiunse con loro per opprimere e’ Milanesi suoi
patroni. Sforza suo padre, sendo soldato della regina Giovanna di
Napoli, la lasciò in un tratto disarmata; onde lei, per non perdere
el regno, fu constretta gittarsi in grembo al re di Aragonia. E, se
Viniziani e Fiorentini hanno per lo adrieto cresciuto lo imperio loro
con queste arme, e li loro capitani non se ne sono però fatti
principi ma li hanno difesi, respondo che Fiorentini in questo caso
sono suti favoriti dalla sorte; perché de’ capitani virtuosi, de’
quali potevano temere, alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto
opposizione, altri hanno volto la ambizione loro altrove. Quello che
non vinse fu Giovanni Aucut, del quale, non vincendo, non si poteva
conoscere la fede; ma ognuno confesserà che, vincendo, stavano
Fiorentini a sua discrezione. Sforza ebbe sempre e’ Bracceschi
contrarii, che guardorono l’uno l’altro. Francesco volse
l’ambizione sua in Lombardia; Braccio contro alla Chiesia et il
regno di Napoli. Ma vegniamo a quello che è seguito poco tempo fa.
Feciono Fiorentini Paulo Vitelli loro capitano, uomo prudentissimo, e
che di privata fortuna aveva presa grandissima reputazione. Se costui
espugnava Pisa, veruno fia che nieghi come conveniva a’ Fiorentini
stare seco; perché, se fussi diventato soldato di loro nemici, non
avevano remedio; e se lo tenevano, aveano ad obedirlo. Viniziani, se
si considerrà e’ progressi loro, si vedrà quelli avere
securamente e gloriosamente operato mentre ferono la guerra loro
proprii: che fu avanti che si volgessino con le loro imprese in
terra: dove co’ gentili uomini e con la plebe armata operorono
virtuosissimamente; ma, come cominciorono a combattere in terra,
lasciorono questa virtù, e seguitorono e’ costumi delle guerre di
Italia. E nel principio dello augumento loro in terra, per non vi
avere molto stato e per essere in grande reputazione, non aveano da
temere molto de’ loro capitani; ma, come ellino ampliorono, che fu
sotto el Carmignola, ebbono uno saggio di questo errore. Perché,
vedutolo virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el
duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo
nella guerra, iudicorono con lui non potere più vincere, perché non
voleva, né potere licenziarlo, per non riperdere ciò che aveano
acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene,
ammazzarlo. Hanno di poi avuto per loro capitani Bartolomeo da
Bergamo, Ruberto da San Severino, Conte di Pitigliano, e simili; con
li quali aveano a temere della perdita, non del guadagno loro: come
intervenne di poi a Vailà, dove, in una giornata, perderono quello
che in ottocento anni, con tanta fatica, avevano acquistato. Perché
da queste armi nascono solo e’ lenti, tardi e deboli acquisti, e le
subite e miraculose perdite. E, perché io sono venuto con questi
esempli in Italia, la quale è stata governata molti anni dalle arme
mercennarie, le voglio discorrere, e più da alto, acciò che, veduto
l’origine e progressi di esse, si possa meglio correggerle.


Avete dunque a intendere come, tosto che in questi
ultimi tempi lo imperio cominciò a essere ributtato di Italia, e che
il papa nel temporale vi prese più reputazione, si divise la Italia
in più stati; perché molte delle città grosse presono l’arme
contra a’ loro nobili, li quali, prima favoriti dallo imperatore,
le tennono oppresse; e la Chiesia le favoriva per darsi reputazione
nel temporale; di molte altre e’ loro cittadini ne diventorono
principi. Onde che, essendo venuta l’Italia quasi che nelle mani
della Chiesia e di qualche Repubblica, et essendo quelli preti e
quelli altri cittadini usi a non conoscere arme, cominciorono a
soldare forestieri. El primo che dette reputazione a questa milizia
fu Alberigo da Conio, romagnolo. Dalla disciplina di costui discese,
intra li altri, Braccio e Sforza, che ne’ loro tempi furono arbitri
di Italia. Dopo questi, vennono tutti li altri che fino a’ nostri
tempi hanno governato queste arme. Et il fine della loro virtù è
stato, che Italia è suta corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata
da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri. L’ordine che ellino hanno
tenuto, è stato, prima, per dare reputazione a loro proprii, avere
tolto reputazione alle fanterie. Feciono questo, perché, sendo sanza
stato et in sulla industria, e’ pochi fanti non davano loro
reputazione, e li assai non potevano nutrire; e però si ridussono a’
cavalli, dove con numero sopportabile erano nutriti et onorati. Et
erono ridotte le cose in termine, che in uno esercito di ventimila
soldati non si trovava dumila fanti. Avevano, oltre a questo, usato
ogni industria per levare a sé et a’ soldati la fatica e la paura,
non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e sanza
taglia. Non traevano la notte alle terre; quelli delle terre non
traevano alle tende; non facevano intorno al campo né steccato né
fossa; non campeggiavano el verno. E tutte queste cose erano permesse
ne’ loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come è
detto, e la fatica e li pericoli: tanto che li hanno condotta Italia
stiava e vituperata.


Cap. 13


De militibus
auxiliariis, mixtis et propriis.


[De’ soldati ausiliarii, misti e
proprii]


L’armi
ausiliarie, che sono l’altre armi inutili, sono quando si chiama
uno potente che con le arme sue ti venga ad aiutare e defendere: come
fece ne’ prossimi tempi papa Iulio; il quale, avendo visto nella
impresa di Ferrara la trista pruova delle sue armi mercennarie, si
volse alle ausiliarie, e convenne con Ferrando re di Spagna che con
le sua gente et eserciti dovesse aiutarlo. Queste arme possono essere
utile e buone per loro medesime, ma sono, per chi le chiama, quasi
sempre dannose: perché, perdendo rimani disfatto, vincendo, resti
loro prigione. Et ancora che di questi esempli ne siano piene le
antiche istorie, non di manco io non mi voglio partire da questo
esemplo fresco di papa Iulio II; el partito del quale non possé
essere manco considerato, per volere Ferrara, cacciarsi tutto nelle
mani d’uno forestiere. Ma la sua buona fortuna fece nascere una
terza cosa, acciò non cogliessi el frutto della sua mala elezione:
perché, sendo li ausiliari sua rotti a Ravenna, e surgendo e’
Svizzeri che cacciorono e’ vincitori, fuora d’ogni opinione e sua
e d’altri, venne a non rimanere prigione delli inimici, sendo
fugati, né delli ausiliarii sua, avendo vinto con altre arme che con
le loro. Fiorentini, sendo al tutto disarmati, condussono diecimila
Franzesi a Pisa per espugnarla: per il quale partito portorono più
pericolo che in qualunque tempo de’ travagli loro. Lo imperatore di
Costantinopoli, per opporsi alli sua vicini, misse in Grecia
diecimila Turchi; li quali, finita la guerra, non se ne volsono
partire: il che fu principio della servitù di Grecia con li
infedeli.


Colui, adunque, che vuole non potere vincere, si
vaglia di queste arme, perché sono molto più pericolose che le
mercennarie: perché in queste è la ruina fatta: sono tutte unite,
tutte volte alla obedienza di altri; ma nelle mercennarie, ad
offenderti, vinto che le hanno, bisogna più tempo e maggiore
occasione, non sendo tutto uno corpo, et essendo trovate e pagate da
te; nelle quali uno terzo che tu facci capo, non può pigliare subito
tanta autorità che ti offenda. In somma, nelle mercennarie è più
pericolosa la ignavia, nelle ausiliarie, la virtù.


Uno principe, per tanto, savio, sempre ha fuggito
queste arme, e voltosi alle proprie; et ha volsuto più tosto perdere
con li sua che vincere con li altri, iudicando non vera vittoria
quella che con le armi aliene si acquistassi. Io non dubiterò mai di
allegare Cesare Borgia e le sue azioni. Questo duca intrò in Romagna
con le armi ausiliarie, conducendovi tutte gente franzese, e con
quelle prese Imola e Furlí, ma non li parendo poi tale arme sicure,
si volse alle mercennarie, iudicando in quelle manco periculo; e
soldò li Orsini e Vitelli. Le quali poi nel maneggiare trovando
dubie et infideli e periculose, le spense, e volsesi alle proprie. E
puossi facilmente vedere che differenzia è infra l’una e l’altra
di queste arme, considerato che differenzia fu dalla reputazione del
duca, quando aveva Franzesi soli e quando aveva li Orsini e Vitelli,
a quando rimase con li soldati sua e sopr’a sé stesso e sempre si
troverrà accresciuta; né mai fu stimato assai, se non quando
ciascuno vidde che lui era intero possessore delle sue arme.


Io non mi volevo partire dalli esempli italiani e
freschi; tamen non voglio lasciare indrieto Ierone Siracusano, sendo
uno de’ soprannominati da me. Costui, come io dissi, fatto da’
Siracusani capo delli eserciti, conobbe subito quella milizia
mercennaria non essere utile, per essere conduttieri fatti come li
nostri italiani; e, parendoli non li possere tenere né lasciare, li
fece tutti tagliare a pezzi: e di poi fece guerra con le arme sua e
non con le aliene. Voglio ancora ridurre a memoria una figura del
Testamento Vecchio fatta a questo proposito. Offerendosi David a Saul
di andare a combattere con Golia, provocatore filisteo, Saul, per
dargli animo, l’armò dell’arme sua, le quali, come David ebbe
indosso, recusò, dicendo con quelle non si potere bene valere di sé
stesso, e però voleva trovare el nimico con la sua fromba e con il
suo coltello.


In fine, l’arme d’altri, o le ti caggiono di
dosso o le ti pesano o le ti stringano. Carlo VII, padre del re Luigi
XI, avendo, con la sua fortuna e virtù, libera Francia dalli
Inghilesi, conobbe questa necessità di armarsi di arme proprie, e
ordinò nel suo regno l’ordinanza delle gente d’arme e delle
fanterie. Di poi el re Luigi suo figliuolo spense quella de’ fanti,
e cominciò a soldare Svizzeri: il quale errore, seguitato dalli
altri, è, come si vede ora in fatto, cagione de’ pericoli di
quello regno. Perché, avendo dato reputazione a’ Svizzeri, ha
invilito tutte l’arme sua; perché le fanterie ha spento e le sua
gente d’arme ha obligato alle arme d’altri; perché, sendo
assuefatte a militare con Svizzeri, non par loro di potere vincere
sanza essi. Di qui nasce che Franzesi contro a Svizzeri non bastano,
e sanza Svizzeri, contro ad altri non pruovano. Sono dunque stati li
eserciti di Francia misti, parte mercennarii e parte proprii: le
quali arme tutte insieme sono molto migliori che le semplici
ausiliarie o le semplici mercennarie, e molto inferiore alle proprie.
E basti lo esemplo detto; perché el regno di Francia sarebbe
insuperabile, se l’ordine di Carlo era accresciuto o preservato. Ma
la poca prudenzia delli uomini comincia una cosa, che, per sapere
allora di buono, non si accorge del veleno che vi è sotto: come io
dissi, di sopra delle febbre etiche.


Per tanto colui che in uno principato non conosce
e’ mali quando nascono, non è veramente savio; e questo è dato a
pochi. E, se si considerassi la prima ruina dello Imperio romano, si
troverrà essere suto solo cominciare a soldare e’ Goti; perché da
quello principio cominciorono a enervare le forze dello Imperio
romano; e tutta quella virtù che si levava da lui si dava a loro.
Concludo, adunque, che, sanza avere arme proprie, nessuno principato
è sicuro; anzi è tutto obligato alla fortuna, non avendo virtù che
nelle avversità lo difenda. E fu sempre opinione e sentenzia delli
uomini savi, quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama
potentiae non sua vi nixa
. E l’arme proprie son quelle che sono
composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua: tutte l’altre
sono o mercennarie o ausiliarie. Et il modo ad ordinare l’arme
proprie sarà facile a trovare, se si discorrerà li ordini de’
quattro sopra nominati da me, e se si vedrà come Filippo, padre di
Alessandro Magno, e come molte repubbliche e principi si sono armati
et ordinati: a’ quali ordini io al tutto mi rimetto.


Cap. 14


Quod principem deceat circa
militiam.


[Quello che s’appartenga a uno
principe circa la milizia]


Debbe adunque uno
principe non avere altro obietto né altro pensiero, né prendere
cosa alcuna per sua arte, fuora della guerra et ordini e disciplina
di essa; perché quella è sola arte che si espetta a chi comanda. Et
è di tanta virtù, che non solamente mantiene quelli che sono nati
principi, ma molte volte fa li uomini di privata fortuna salire a
quel grado; e per avverso si vede che, quando e’ principi hanno
pensato più alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato
loro. E la prima cagione che ti fa perdere quello, è negligere
questa arte; e la cagione che te lo fa acquistare, è lo essere
professo di questa arte.


Francesco Sforza, per essere armato, di privato
diventò duca di Milano; e’ figliuoli, per fuggire e’ disagi
delle arme, di duchi diventorono privati. Perché, intra le altre
cagioni che ti arreca di male lo essere disarmato, ti fa contennendo:
la quale è una di quelle infamie dalle quali el principe si debbe
guardare, come di sotto si dirà. Perché da uno armato a uno
disarmato non è proporzione alcuna; e non è ragionevole che chi è
armato obedisca volentieri a chi è disarmato, e che il disarmato
stia sicuro intra servitori armati. Perché, sendo nell’uno sdegno
e nell’altro sospetto, non è possibile operino bene insieme. E
però uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre
infelicità, come è detto, non può essere stimato da’ sua soldati
né fidarsi di loro.


Debbe per tanto mai levare el pensiero da questo
esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare che
nella guerra: il che può fare in dua modi; l’uno con le opere,
l’altro con la mente. E, quanto alle opere, oltre al tenere bene
ordinati et esercitati li sua, debbe stare sempre in sulle caccie, e
mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi; e parte imparare la
natura de’ siti, e conoscere come surgono e’ monti, come
imboccano le valle, come iacciono e’ piani, et intendere la natura
de’ fiumi e de’ paduli, et in questo porre grandissima cura. La
quale cognizione è utile in dua modi. Prima, s’impara a conoscere
el suo paese, e può meglio intendere le difese di esso; di poi,
mediante la cognizione e pratica di quelli siti, con facilità
comprendere ogni altro sito che di nuovo li sia necessario speculare:
perché li poggi, le valli, e’ piani, e’ fiumi, e’ paduli che
sono, verbigrazia, in Toscana, hanno con quelli dell’altre
provincie certa similitudine: tal che dalla cognizione del sito di
una provincia si può facilmente venire alla cognizione dell’altre.
E quel principe che manca di questa perizie, manca della prima parte
che vuole avere uno capitano; perché questa insegna trovare el
nimico, pigliare li alloggiamenti, condurre li eserciti, ordinare le
giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio.


Filopemene, principe delli Achei, intra le altre
laude che dalli scrittori li sono date, è che ne’ tempi della pace
non pensava mai se non a’ modi della guerra; e, quando era in
campagna con li amici, spesso si fermava e ragionava con quelli. –
Se li nimici fussino in su quel colle, e noi ci trovassimo qui col
nostro esercito, chi di noi arebbe vantaggio? come si potrebbe ire,
servando li ordini, a trovarli? se noi volessimo ritirarci, come
aremmo a fare? se loro si ritirassino, come aremmo a seguirli? – E
proponeva loro, andando, tutti e’ casi che in uno esercito possono
occorrere; intendeva la opinione loro, diceva la sua, corroboravala
con le ragioni: tal che, per queste continue cogitazioni, non posseva
mai, guidando li eserciti, nascere accidente alcuno, che lui non
avessi el remedio.


Ma quanto allo esercizio della mente, debbe el
principe leggere le istorie, et in quelle considerare le azioni delli
uomini eccellenti, vedere come si sono governati nelle guerre,
esaminare le cagioni della vittoria e perdite loro, per potere queste
fuggire, e quelle imitare; e sopra tutto fare come ha fatto per
l’adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad imitare se
alcuno innanzi a lui è stato laudato e gloriato, e di quello ha
tenuto sempre e’ gesti et azioni appresso di sé: come si dice che
Alessandro Magno imitava Achille; Cesare Alessandro; Scipione Ciro. E
qualunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce di
poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione li fu di gloria,
e quanto, nella castità, affabilità, umanità, liberalità Scipione
si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte sono sute
scritte. Questi simili modi debbe osservare uno principe savio, e mai
ne’ tempi pacifici stare ozioso, ma con industria farne capitale,
per potersene valere nelle avversità, acciò che, quando si muta la
fortuna, lo truovi parato a resisterle.


Cap. 15


De his rebus quibus
homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur.


[Di quelle cose per le quali li
uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati]


Resta ora a
vedere quali debbano essere e’ modi e governi di uno principe con
sudditi o con li amici. E, perché io so che molti di questo hanno
scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto
prosuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia, dalli
ordini delli altri. Ma, sendo l’intento mio scrivere cosa utile a
chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla
verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E
molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai
visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto
da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia
quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto
la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare
in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti
che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi
mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare
secondo la necessità.


Lasciando adunque indrieto le cose circa uno
principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che
tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per
essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che
arrecano loro o biasimo o laude. E questo è che alcuno è tenuto
liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro
in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere,
misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il
suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele,
alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno
effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano,
l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero,
l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave
l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo, e
simili. Et io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima
cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle
che sono tenute buone: ma, perché non si possono avere né
interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono,
li è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia
di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene
tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma, non possendo, vi si può
con meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di incorrere
nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare
lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche
cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua; e qualcuna
altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà et il bene
essere suo.


Cap. 16


De liberalitate et
parsimonia.


[Della liberalità e della parsimonia]


Cominciandomi,
adunque alle prime soprascritte qualità dico come sarebbe bene
essere tenuto liberale: non di manco, la liberalità, usata in modo
che tu sia tenuto, ti offende; perché se ella si usa virtuosamente e
come la si debbe usare, la non fia conosciuta, e non ti cascherà
l’infamia del suo contrario. E però, a volersi mantenere infra li
uomini el nome del liberale, è necessario non lasciare indrieto
alcuna qualità di suntuosità; talmente che, sempre uno principe
cosí fatto consumerà in simili opere tutte le sue facultà; e sarà
necessitato alla fine, se si vorrà mantenere el nome del liberale,
gravare e’ populi estraordinariamente et essere fiscale, e fare
tutte quelle cose che si possono fare per avere danari. Il che
comincerà a farlo odioso con sudditi, e poco stimare da nessuno,
diventando povero; in modo che, con questa sua liberalità avendo
offeso li assai e premiato e’ pochi, sente ogni primo disagio, e
periclita in qualunque primo periculo: il che conoscendo lui, e
volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero.


Uno principe, adunque, non potendo usare questa
virtù del liberale sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta,
debbe, s’elli è prudente, non si curare del nome del misero:
perché col tempo sarà tenuto sempre più liberale, veggendo che con
la sua parsimonia le sua intrate li bastano, può defendersi da chi
li fa guerra, può fare imprese sanza gravare e’ populi; talmente
che viene a usare liberalità a tutti quelli a chi non toglie, che
sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non dà, che sono
pochi. Ne’ nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se
non a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti.
Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per
aggiugnere al papato, non pensò poi a mantenerselo, per potere fare
guerra. El re di Francia presente ha fatto tante guerre sanza porre
uno dazio estraordinario a’ sua, solum perché alle superflue spese
ha sumministrato la lunga parsimonia sua. El re di Spagna presente,
se fussi tenuto liberale, non arebbe fatto né vinto tante imprese.


Per tanto, uno principe debbe esistimare poco, per
non avere a rubare e’ sudditi, per potere defendersi, per non
diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare
rapace, di incorrere nel nome del misero; perché questo è uno di
quelli vizii che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi: Cesare con la
liberalità pervenne allo imperio, e molti altri, per essere stati et
essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo: o
tu se’ principe fatto, o tu se’ in via di acquistarlo: nel primo
caso, questa liberalità è dannosa; nel secondo, è bene necessario
essere tenuto liberale. E Cesare era uno di quelli che voleva
pervenire al principato di Roma; ma, se, poi che vi fu venuto, fussi
sopravvissuto, e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe
destrutto quello imperio. E se alcuno replicassi: molti sono stati
principi, e con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati
tenuti liberalissimi; ti respondo: o el principe spende del suo e de’
sua sudditi, o di quello d’altri; nel primo caso, debbe essere
parco; nell’altro, non debbe lasciare indrieto parte alcuna di
liberalità. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di
prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li è
necessaria questa liberalità; altrimenti non sarebbe seguíto da’
soldati. E di quello che non è tuo, o di sudditi tua, si può essere
più largo donatore: come fu Ciro, Cesare et Alessandro; perché lo
spendere quello d’altri non ti toglie reputazione, ma te ne
aggiugne; solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce. E non
ci è cosa che consumi sé stessa quanto la liberalità: la quale
mentre che tu usi, perdi la facultà di usarla; e diventi, o povero e
contennendo, o, per fuggire la povertà, rapace et odioso. Et intra
tutte le cose di che uno principe si debbe guardare, è lo essere
contennendo et odioso; e la liberalità all’una e l’altra cosa ti
conduce. Per tanto è più sapienzia tenersi el nome del misero, che
partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del
liberale, essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che
partorisce una infamia con odio.


Cap. 17


De crudelitate et pietate; et an
sit melius amari quam timeri, vel e contra.


[Della crudeltà e pietà e s’elli è
meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato]


Scendendo
appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe
debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco
debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare
Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la
Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si
considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso
che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele,
lasciò destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si
curare della infamia di crudele, per tenere e’ sudditi sua uniti et
in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che
quelli e’ quali, per troppa pietà, lasciono seguire e’
disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste
sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che
vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e’
principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di
crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio,
nella bocca di Didone, dice:



Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri,
et late fines custode tueri.


Non di manco debbe essere grave al credere et al
muoversi, né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo
temperato con prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo
facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.


Nasce da questo una disputa: s’elli è meglio
essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe
essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli
insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si
abbia a mancare dell’uno de’ dua. Perché delli uomini si può
dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e
dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre
fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita
e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto;
ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano. E quel principe che si
è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre
preparazioni, rovina; perché le amicizie che si acquistano col
prezzo, e non con grandezza e nobiltà di animo, si meritano, ma elle
non si hanno, et a’ tempi non si possano spendere. E li uomini
hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che
si facci temere; perché l’amore è tenuto da uno vinculo di
obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di
propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di
pena che non abbandona mai. Debbe non di manco el principe farsi
temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio;
perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il
che farà sempre, quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e
de’ sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse
procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia
iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto,
astenersi dalla roba d’altri; perché li uomini sdimenticano più
presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le
cagioni del tòrre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che
comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel
d’altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono
più presto.


Ma, quando el principe è con li eserciti et ha in
governo multitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si
curare del nome di crudele; perché sanza questo nome non si tenne
mai esercito unito né disposto ad alcuna fazione. Intra le mirabili
azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito
grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a
militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione, né
infra loro né contro al principe, cosí nella cattiva come nella sua
buona fortuna. Il che non poté nascere da altro che da quella sua
inumana crudeltà, la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece
sempre nel cospetto de’ suoi soldati venerando e terribile; e sanza
quella, a fare quello effetto le altre sua virtù non li bastavano. E
li scrittori poco considerati, dall’una parte ammirano questa sua
azione, dall’altra dannono la principale cagione di essa. E che sia
vero che l’altre sua virtù non sarebbano bastate, si può
considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne’ tempi sua, ma
in tutta la memoria delle cose che si sanno, dal quale li eserciti
sua in Ispagna si rebellorono. Il che non nacque da altro che dalla
troppa sua pietà, la quale aveva data a’ sua soldati più licenzia
che alla disciplina militare non si conveniva. La qual cosa li fu da
Fabio Massimo in Senato rimproverata, e chiamato da lui corruttore
della romana milizia. E’ Locrensi, sendo stati da uno legato di
Scipione destrutti, non furono da lui vendicati, né la insolenzia di
quello legato corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile;
talmente che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse come elli
erano di molti uomini che sapevano meglio non errare, che correggere
li errori. La qual natura arebbe col tempo violato la fama e la
gloria di Scipione, se elli avessi con essa perseverato nello
imperio; ma, vivendo sotto el governo del Senato, questa sua qualità
dannosa non solum si nascose, ma li fu a gloria.


Concludo adunque, tornando allo essere temuto et
amato, che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del
principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo,
non in su quello che è d’altri: debbe solamente ingegnarsi di
fuggire lo odio, come è detto.


Cap. 18


Quomodo fides a principibus sit
servanda.


[In che modo e’ principi abbino a
mantenere la fede]


Quanto sia
laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e
non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede, per
esperienzia ne’ nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose
che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con
l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini; et alla fine hanno
superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.


Dovete adunque sapere come sono dua generazione di
combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo
è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché el
primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto
a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo.
Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dalli
antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di
quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro,
che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire
altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che
bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e
l’una sanza l’altra non è durabile.


Sendo adunque, uno principe necessitato sapere
bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione;
perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si difende
da’ lupi. Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e
lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul
lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente,
né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro
e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li
uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma
perché sono tristi, e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai
ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni
legittime di colorare la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare
infiniti esempli moderni e monstrare quante pace, quante promesse
sono state fatte irrite e vane per la infedelità de’ principi: e
quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è
necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran
simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto
obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà
sempre chi si lascerà ingannare.


Io non voglio, delli esempli freschi, tacerne uno.
Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro, che ad
ingannare uomini: e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu
mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori
giuramenti affermassi una cosa, che l’osservassi meno; non di meno
sempre li succederono li inganni ad votum, perché conosceva bene
questa parte del mondo.


A uno principe, adunque, non è necessario avere
in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere
di averle. Anzi ardirò di dire questo, che, avendole et osservandole
sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile: come parere
pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in
modo edificato con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e
sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno
principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte
quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro
alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però
bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’e’
venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra
dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male,
necessitato.


Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che
non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle
soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto
pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa
più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità. E li
uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché
tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu
pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano
opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che
li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’
principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci
dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi
saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el
vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e
nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li
assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de’ presenti tempi,
quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e
dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra,
quando e’ l’avessi osservata, li arebbe più volte tolto o la
reputazione o lo stato.


Cap. 19


De contemptu et odio
fugiendo.


[In che modo si abbia a fuggire lo
essere sprezzato e odiato]


Ma perché, circa le qualità di che di sopra si
fa menzione io ho parlato delle più importanti, l’altre voglio
discorrere brevemente sotto queste generalità, che il principe
pensi, come di sopra in parte è detto, di fuggire quelle cose che lo
faccino odioso e contennendo; e qualunque volta fuggirà questo, arà
adempiuto le parti sua, e non troverrà nelle altre infamie periculo
alcuno. Odioso lo fa, sopr’a tutto, come io dissi, lo essere rapace
et usurpatore della roba e delle donne de’ sudditi: di che si debbe
astenere; e qualunque volta alle universalità delli uomini non si
toglie né roba né onore, vivono contenti, e solo si ha a combattere
con la ambizione di pochi, la quale in molti modi, e con facilità si
raffrena. Contennendo lo fa esser tenuto vario, leggieri, effeminato,
pusillanime, irresoluto: da che uno principe si debbe guardare come
da uno scoglio, et ingegnarsi che nelle azioni sua si riconosca
grandezza, animosità, gravità, fortezza, e, circa maneggi privati
de’ sudditi, volere che la sua sentenzia sia irrevocabile; e si
mantenga in tale opinione, che alcuno non pensi né a ingannarlo né
ad aggirarlo.


Quel principe che dà di sé questa opinione, è
reputato assai; e contro a chi è reputato, con difficultà si
congiura, con difficultà è assaltato, purché s’intenda che sia
eccellente e reverito da’ sua. Perché uno principe debbe avere dua
paure: una dentro, per conto de’ sudditi; l’altra di fuora, per
conto de’ potentati esterni. Da questa si difende con le buone arme
e con li buoni amici; e sempre, se arà buone arme, arà buoni amici;
e sempre staranno ferme le cose di dentro, quando stieno ferme quelle
di fuora, se già le non fussino perturbate da una congiura; e quando
pure quelle di fuora movessino, s’elli è ordinato e vissuto come
ho detto, quando non si abbandoni, sempre sosterrà ogni impeto, come
io dissi che fece Nabide spartano. Ma, circa sudditi, quando le cose
di fuora non muovino, si ha a temere che non coniurino secretamente:
di che el principe si assicura assai, fuggendo lo essere odiato o
disprezzato, e tenendosi el populo satisfatto di lui; il che è
necessario conseguire, come di sopra a lungo si disse. Et uno de’
più potenti rimedii che abbi uno principe contro alle coniure, è
non essere odiato dallo universale: perché sempre chi congiura crede
con la morte del principe satisfare al populo; ma, quando creda
offenderlo, non piglia animo a prendere simile partito, perché le
difficultà che sono dalla parte de’ congiuranti sono infinite. E
per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche avere
avuto buon fine. Perché chi coniura non può essere solo, né può
prendere compagnia se non di quelli che creda esser malcontenti; e
subito che a uno mal contento tu hai scoperto l’animo tuo, li dài
materia a contentarsi, perché manifestamente lui ne può sperare
ogni commodità: talmente che, veggendo el guadagno fermo da questa
parte, e dall’altra veggendolo dubio e pieno di periculo, conviene
bene o che sia raro amico, o che sia al tutto ostinato inimico del
principe, ad osservarti la fede. E, per ridurre la cosa in brevi
termini, dico che dalla parte del coniurante, non è se non paura,
gelosia, sospetto di pena che lo sbigottisce; ma, dalla parte del
principe, è la maestà del principato, le leggi, le difese delli
amici e dello stato che lo difendano: talmente che, aggiunto a tutte
queste cose la benivolenzia populare, è impossibile che alcuno sia
sí temerario che congiuri. Perché, per lo ordinario, dove uno
coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in questo
caso debbe temere ancora poi, avendo per inimico el populo, seguíto
lo eccesso, né potendo per questo sperare refugio alcuno.


Di questa materia se ne potria dare infiniti
esempli; ma voglio solo esser contento di uno, seguito alla memoria
de’ padri nostri. Messer Annibale Bentivogli, avolo del presente
messer Annibale, che era principe in Bologna, sendo da’ Canneschi,
che li coniurorono contro suto ammazzato, né rimanendo di lui altri
che messer Giovanni, che era in fasce, subito dopo tale omicidio, si
levò el populo et ammazzò tutti e’ Canneschi. Il che nacque dalla
benivolenzia populare che la casa de’ Bentivogli aveva in quelli
tempi: la quale fu tanta, che, non restando di quella alcuno in
Bologna che potessi, morto Annibale, reggere lo stato, et avendo
indizio come in Firenze era uno nato de’ Bentivogli che si teneva
fino allora figliuolo di uno fabbro, vennono e’ Bolognesi per
quello in Firenze, e li dettono el governo di quella città: la quale
fu governata da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi in
età conveniente al governo.


Concludo, per tanto, che uno principe debbe tenere
delle congiure poco conto, quando el popolo li sia benivolo; ma,
quando li sia inimico et abbilo in odio, debbe temere d’ogni cosa e
d’ognuno. E li stati bene ordinati e li principi savi hanno con
ogni diligenzia pensato di non desperare e’ grandi e di satisfare
al populo e tenerlo contento; perché questa è una delle più
importanti materie che abbia uno principe.


Intra regni bene ordinati e governati, a’ tempi
nostri, è quello di Francia: et in esso si truovano infinite
constituzione buone, donde depende la libertà e sicurtà del re;
delle quali la prima è il parlamento e la sua autorità. Perché
quello che ordinò quel regno, conoscendo l’ambizione de’ potenti
e la insolenzia loro, e iudicando esser loro necessario uno freno in
bocca che li correggessi e, da altra parte, conoscendo l’odio dello
universale contro a’ grandi fondato in sulla paura, e volendo
assicurarli, non volse che questa fussi particulare cura del re, per
tòrli quel carico che potessi avere co’ grandi favorendo li
populari, e co’ populari favorendo e’ grandi; e però constituí
uno iudice terzo, che fussi quello che, sanza carico del re battessi
e’ grandi e favorissi e’ minori. Né poté essere questo ordine
migliore né più prudente, né che sia maggiore cagione della
securtà del re e del regno. Di che si può trarre un altro notabile:
che li principi debbono le cose di carico fare sumministrare ad
altri, quelle di grazia a loro medesimi. Di nuovo concludo che uno
principe debbe stimare e’ grandi, ma non si fare odiare dal populo.


Parrebbe forse a molti, considerato la vita e
morte di alcuno imperatore romano, che fussino esempli contrarii a
questa mia opinione, trovando alcuno essere vissuto sempre
egregiamente e monstro grande virtù d’animo, non di meno avere
perso lo imperio, ovvero essere stato morto da’ sua, che li hanno
coniurato contro. Volendo per tanto rispondere a queste obiezioni,
discorrerò le qualità di alcuni imperatori, monstrando le cagioni
della loro ruina, non disforme da quello che da me si è addutto; e
parte metterò in considerazione quelle cose che sono notabili a chi
legge le azioni di quelli tempi. E voglio mi basti pigliare tutti
quelli imperatori che succederono allo imperio da Marco filosofo a
Massimino: li quali furono Marco, Commodo suo figliuolo, Pertinace,
Iuliano, Severo, Antonino Caracalla suo figliuolo, Macrino,
Eliogabalo, Alessandro e Massimino. Et è prima da notare che dove
nelli altri principati si ha solo a contendere con la ambizione de’
grandi et insolenzia de’ populi, l’imperatori romani avevano una
terza difficultà, di avere a sopportare la crudeltà et avarizia de’
soldati. La qual cosa era sí difficile che la fu cagione della ruina
di molti; sendo difficile satisfare a’ soldati et a’ populi;
perché e’ populi amavono la quiete, e per questo amavono e’
principi modesti, e li soldati amavono el principe d’animo
militare, e che fussi insolente, crudele e rapace. Le quali cose
volevano che lui esercitassi ne’ populi, per potere avere duplicato
stipendio e sfogare la loro avarizia e crudeltà. Le quali cose
feciono che quelli imperatori che, per natura o per arte, non aveano
una grande reputazione, tale che con quella tenessino l’uno e
l’altro in freno, sempre ruinavono; e li più di loro, massime
quelli che come uomini nuovi venivano al principato, conosciuta la
difficultà di questi dua diversi umori, si volgevano a satisfare a’
soldati, stimando poco lo iniuriare el populo. Il quale partito era
necessario: perché, non potendo e’ principi mancare di non essere
odiati da qualcuno, si debbano prima forzare di non essere odiati
dalla università; e, quando non possono conseguire questo, si
debbono ingegnare con ogni industria fuggire l’odio di quelle
università che sono più potenti. E però quelli imperatori che per
novità avevano bisogno di favori estraordinarii, si aderivano a’
soldati più tosto che a’ populi: il che tornava loro, non di meno,
utile o no, secondo che quel principe si sapeva mantenere reputato
con loro. Da queste cagioni sopradette nacque che Marco, Pertinace et
Alessandro, sendo tutti di modesta vita, amatori della iustizia,
nimici della crudeltà, umani e benigni, ebbono tutti, da Marco in
fuora, tristo fine. Marco solo visse e morí onoratissimo, perché
lui succedé allo imperio iure hereditario, e non aveva a riconoscere
quello né da’ soldati né da’ populi; di poi, sendo accompagnato
da molte virtù che lo facevano venerando, tenne sempre, mentre che
visse, l’uno ordine e l’altro intra termini sua, e non fu mai né
odiato né disprezzato. Ma Pertinace fu creato imperatore contro alla
voglia de’ soldati, li quali, sendo usi a vivere licenziosamente
sotto Commodo, non poterono sopportare quella vita onesta alla quale
Pertinace li voleva ridurre; onde, avendosi creato odio, et a questo
odio aggiunto el disprezzo sendo vecchio ruinò ne’ primi principii
della sua amministrazione.


E qui si debbe notare che l’odio s’acquista
cosí mediante le buone opere, come le triste: e però, come io dissi
di sopra, uno principe, volendo mantenere lo stato, è spesso forzato
a non essere buono; perché, quando quella università, o populo o
soldati o grandi che sieno, della quale tu iudichi avere per
mantenerti bisogno, è corrotta, ti conviene seguire l’umore suo
per satisfarlo, et allora le buone opere ti sono nimiche. Ma vegniamo
ad Alessandro: il quale fu di tanta bontà, che intra le altre laude
che li sono attribuite, è questa, che in quattordici anni che tenne
l’imperio, non fu mai morto da lui alcuno iniudicato; non di manco,
sendo tenuto effeminato et uomo che si lasciassi governare alla
madre, e per questo venuto in disprezzo, conspirò in lui l’esercito,
et ammazzollo.


Discorrendo ora, per opposito, le qualità di
Commodo, di Severo, Antonino Caracalla e Massimino, li troverrete
crudelissimi e rapacissimi; li quali, per satisfare a’ soldati, non
perdonorono ad alcuna qualità di iniuria che ne’ populi si potessi
commettere; e tutti, eccetto Severo, ebbono triste fine. Perché in
Severo fu tanta virtù, che, mantenendosi soldati amici, ancora che
populi fussino da lui gravati, possé sempre regnare felicemente;
perché quelle sua virtù lo facevano nel conspetto de’ soldati e
de’ populi sí mirabile, che questi rimanevano quodammodo attoniti
e stupidi, e quelli altri reverenti e satisfatti. E perché le azioni
di costui furono grandi in un principe nuovo, io voglio monstrare
brevemente quanto bene seppe usare la persona della golpe e del
lione: le quali nature io dico di sopra essere necessario imitare a
uno principe. Conosciuto Severo la ignavia di Iuliano imperatore,
persuase al suo esercito, del quale era in Stiavonia capitano, che
elli era bene andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, il
quale da’ soldati pretoriani era suto morto; e sotto questo colore,
sanza monstrare di aspirare allo imperio, mosse lo esercito contro a
Roma; e fu prima in Italia che si sapessi la sua partita. Arrivato, a
Roma, fu dal Senato, per timore, eletto imperatore e morto Iuliano.
Restava, dopo questo principio, a Severo dua difficultà, volendosi
insignorire di tutto lo stato: l’una in Asia, dove Nigro, capo
delli eserciti asiatici, s’era fatto chiamare imperatore; e l’altra
in ponente, dove era Albino, quale ancora lui aspirava allo imperio.
E, perché iudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti e dua,
deliberò di assaltare Nigro et ingannare Albino. Al quale scrisse
come, sendo dal Senato eletto imperatore, voleva partecipare quella
dignità con lui; e mandolli el titulo di Cesare, e per deliberazione
del Senato, se lo aggiunse collega: le quali cose da Albino furono
accettate per vere. Ma, poiché Severo ebbe vinto e morto Nigro, e
pacate le cose orientali, ritornatosi a Roma, si querelò in Senato,
come Albino, poco conoscente de’ benefizii ricevuti da lui, aveva
dolosamente cerco di ammazzarlo, e per questo lui era necessitato
andare a punire la sua ingratitudine. Di poi andò a trovarlo in
Francia, e li tolse lo stato e la vita.


Chi esaminerà adunque tritamente le azioni di
costui, lo troverrà uno ferocissimo lione et una astutissima golpe;
e vedrà quello temuto e reverito da ciascuno, e dalli eserciti non
odiato; e non si maraviglierà se lui, uomo nuovo, arà possuto
tenere tanto imperio: perché la sua grandissima reputazione lo
difese sempre da quello odio ch’e’ populi per le sue rapine
avevano potuto concipere. Ma Antonino suo figliuolo fu ancora lui
uomo che aveva parte eccellentissime e che lo facevano maraviglioso
nel conspetto de’ populi e grato a’ soldati; perché era uomo
militare, sopportantissimo d’ogni fatica, disprezzatore d’ogni
cibo delicato e d’ogni altra mollizie: la qual cosa lo faceva amare
da tutti li eserciti. Non di manco la sua ferocia e crudeltà fu
tanta e sí inaudita, per avere, dopo infinite occisioni particulari,
morto gran parte del populo di Roma, e tutto quello di Alessandria,
che diventò odiosissimo a tutto il mondo; e cominciò ad essere
temuto etiam da quelli che elli aveva intorno: in modo che fu
ammazzato da uno centurione in mezzo del suo esercito. Dove è da
notare che queste simili morti, le quali seguano per deliberazione
d’uno animo ostinato, sono da’ principi inevitabili, perché
ciascuno che non si curi di morire lo può offendere; ma debbe bene
el principe temerne meno, perché le sono rarissime. Debbe solo
guardarsi di non fare grave iniuria ad alcuno di coloro de’ quali
si serve, e che elli ha d’intorno al servizio del suo principato:
come aveva fatto Antonino, il quale aveva morto contumeliosamente uno
fratello di quel centurione, e lui ogni giorno minacciava; tamen lo
teneva a guardia del corpo suo: il che era partito temerario e da
ruinarvi, come li intervenne.


Ma vegniamo a Commodo, al quale era facilità
grande tenere l’imperio, per averlo iure hereditario, sendo
figliuolo di Marco; e solo li bastava seguire le vestigie del padre,
et a’ soldati et a’ populi arebbe satisfatto; ma, sendo d’animo
crudele e bestiale, per potere usare la sua rapacità ne’ populi,
si volse ad intrattenere li eserciti e farli licenziosi; dall’altra
parte, non tenendo la sua dignità, discendendo spesso ne’ teatri a
combattere co’ gladiatori, e facendo altre cose vilissime e poco
degne della maestà imperiale, diventò contennendo nel conspetto de’
soldati. Et essendo odiato dall’una parte e disprezzato dall’altra,
fu conspirato in lui, e morto.


Restaci a narrare le qualità di Massimino. Costui
fu uomo bellicosissimo; et essendo li eserciti infastiditi della
mollizie di Alessandro, del quale ho di sopra discorso, morto lui, lo
elessono allo imperio. Il quale non molto tempo possedé; perché dua
cose lo feciono odioso e contennendo: l’una, essere vilissimo per
avere già guardato le pecore in Tracia (la qual cosa era per tutto
notissima e li faceva una grande dedignazione nel conspetto di
qualunque); l’altra, perché, avendo nello ingresso del suo
principato, differito lo andare a Roma et intrare nella possessione
della sedia imperiale, aveva dato di sé opinione di crudelissimo,
avendo per li sua prefetti, in Roma e in qualunque luogo dello
Imperio, esercitato molte crudeltà. Tal che, commosso tutto el mondo
dallo sdegno per la viltà del suo sangue, e dallo odio per la paura
della sua ferocia, si rebellò prima Affrica, di poi el Senato con
tutto el populo di Roma, e tutta Italia li conspirò contro. A che si
aggiunse el suo proprio esercito; quale, campeggiando Aquileia e
trovando difficultà nella espugnazione, infastidito della crudeltà
sua, e per vederli tanti inimici temendolo meno, lo ammazzò.


Io non voglio ragionare né di Eliogabalo né di
Macrino né di Iuliano, li quali, per essere al tutto contennendi, si
spensono subito; ma verrò alla conclusione di questo discorso. E
dico, che li principi de’ nostri tempi hanno meno questa difficultà
di satisfare estraordinariamente a’ soldati ne’ governi loro;
perché, non ostante che si abbi ad avere a quelli qualche
considerazione, tamen si resolve presto, per non avere alcuno di
questi principi eserciti insieme, che sieno inveterati con li governi
e amministrazione delle provincie, come erano li eserciti dello
imperio romano. E però, se allora era necessario satisfare più a’
soldati che a’ populi, era perché soldati potevano più che e’
populi; ora è più necessario a tutti e’ principi, eccetto che al
Turco et al Soldano, satisfare a’ populi che a’ soldati, perché
e’ populi possono più di quelli. Di che io ne eccettuo el Turco,
tenendo sempre quello intorno a sé dodici mila fanti e quindici mila
cavalli, da’ quali depende la securtà e la fortezza del suo regno;
et è necessario che, posposto ogni altro respetto, quel signore se
li mantenga amici. Similmente el regno del Soldano sendo tutto in
mano de’ soldati, conviene che ancora lui, sanza respetto de’
populi, se li mantenga amici. Et avete a notare che questo stato del
Soldano è disforme da tutti li altri principati; perché elli è
simile al pontificato cristiano, il quale non si può chiamare né
principato ereditario né principato nuovo; perché non e’
figliuoli del principe vecchio sono eredi e rimangono signori, ma
colui che è eletto a quel grado da coloro che ne hanno autorità. Et
essendo questo ordine antiquato, non si può chiamare principato
nuovo, perché in quello non sono alcune di quelle difficultà che
sono ne’ nuovi; perché, se bene el principe è nuovo, li ordini di
quello stato sono vecchi et ordinati a riceverlo come se fussi loro
signore ereditario.


Ma torniamo alla materia nostra. Dico che
qualunque considerrà el soprascritto discorso, vedrà o l’odio o
il disprezzo esser suto cagione della ruina di quelli imperatori
prenominati, e conoscerà ancora donde nacque che, parte di loro
procedendo in uno modo e parte al contrario, in qualunque di quelli,
uno di loro ebbe felice e li altri infelice fine. Perché a Pertinace
et Alessandro, per essere principi nuovi, fu inutile e dannoso volere
imitare Marco, che era nel principato iure hereditario; e similmente
a Caracalla, Commodo e Massimino essere stata cosa perniziosa imitare
Severo, per non avere avuta tanta virtù che bastassi a seguitare le
vestigie sua. Per tanto uno principe nuovo in uno principato nuovo
non può imitare le azioni di Marco, né ancora è necessario
seguitare quelle di Severo; ma debbe pigliare da Severo quelle parti
che per fondare el suo stato sono necessarie, e da Marco quelle che
sono convenienti e gloriose a conservare uno stato che sia già
stabilito e fermo.


Cap. 20


An arces et multa alia quae cotidie
a principibus fiunt utilia an inutilia sint.


[Se le fortezze e molte altre cose,
che ogni giorno si fanno da’ principi, sono utili o no]


Alcuni principi, per tenere securamente lo stato,
hanno disarmato e’ loro sudditi; alcuni altri hanno tenuto divise
le terre subiette; alcuni hanno nutrito inimicizie contro a sé
medesimi; alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che li
erano suspetti nel principio del suo stato; alcuni hanno edificato
fortezze; alcuni le hanno ruinate e destrutte. E benché di tutte
queste cose non vi possa dare determinata sentenzia, se non si viene
a’ particulari di quelli stati dove si avessi a pigliare alcuna
simile deliberazione, non di manco io parlerò in quel modo largo che
la materia per sé medesima sopporta.


Non fu mai, adunque, che uno principe nuovo
disarmassi e’ sua sudditi; anzi, quando li ha trovati disarmati, li
ha sempre armati; perché, armandosi, quelle arme diventono tua,
diventono fedeli quelli che ti sono sospetti, e quelli che erano
fedeli si mantengono e di sudditi si fanno tua partigiani. E perché
tutti sudditi non si possono armare, quando si benefichino quelli che
tu armi, con li altri si può fare più a sicurtà: e quella
diversità del procedere che conoscono in loro, li fa tua obbligati;
quelli altri ti scusano, iudicando essere necessario, quelli avere
più merito che hanno più periculo e più obligo. Ma, quando tu li
disarmi, tu cominci ad offenderli, monstri che tu abbi in loro
diffidenzia o per viltà o per poca fede: e l’una e l’altra di
queste opinioni concepe odio contro di te. E perché tu non puoi
stare disarmato, conviene ti volti alla milizia mercennaria, la quale
è di quella qualità che di sopra è detto; e, quando la fussi
buona, non può essere tanta, che ti difenda da’ nimici potenti e
da’ sudditi sospetti. Però, come io ho detto, uno principe nuovo
in uno principato nuovo sempre vi ha ordinato l’arme. Di questi
esempli sono piene le istorie. Ma, quando uno principe acquista uno
stato nuovo, che come membro si aggiunga al suo vecchio, allora è
necessario disarmare quello stato, eccetto quelli che nello
acquistarlo sono suti tua partigiani; e quelli ancora, col tempo e
con le occasioni, è necessario renderli molli et effeminati, et
ordinarsi in modo che tutte l’arme del tuo stato sieno in quelli
soldati tua proprii, che nello stato tuo antiquo vivono appresso di
te.


Solevano li antiqui nostri, e quelli che erano
stimati savi, dire come era necessario tenere Pistoia con le parti e
Pisa con le fortezze; e per questo nutrivano in qualche terra loro
suddita le differenzie, per possederle più facilmente. Questo, in
quelli tempi che Italia era in uno certo modo bilanciata, doveva
essere ben fatto; ma non credo che si possa dare oggi per precetto:
perché io non credo che le divisioni facessino mai bene alcuno; anzi
è necessario, quando il nimico si accosta che le città divise si
perdino subito; perché sempre la parte più debole si aderirà alle
forze esterne, e l’altra non potrà reggere.


E’ Viniziani, mossi, come io credo, dalle
ragioni soprascritte, nutrivano le sètte guelfe e ghibelline nelle
città loro suddite; e benché non li lasciassino mai venire al
sangue, tamen nutrivano fra loro questi dispareri, acciò che,
occupati quelli cittadini in quelle loro differenzie, non si unissino
contro di loro. Il che, come si vide, non tornò loro poi a
proposito; perché sendo rotti a Vailà, subito una parte di quelle
prese ardire, e tolsono loro tutto lo stato. Arguiscano, per tanto,
simili modi debolezza del principe, perché in uno principato
gagliardo mai si permetteranno simili divisioni; perché le fanno
solo profitto a tempo di pace, potendosi mediante quelle più
facilmente maneggiare e’ sudditi; ma, venendo la guerra, monstra
simile ordine la fallacia sua.


Sanza dubbio e’ principi diventano grandi,
quando superano le difficultà e le opposizioni che sono fatte loro;
e però la fortuna, massime quando vuol fare grande uno principe
nuovo, il quale ha maggiore necessità di acquistare reputazione che
uno ereditario, gli fa nascere de’ nemici, e li fa fare delle
imprese contro, acciò che quello abbi cagione di superarle, e su per
quella scala che li hanno pòrta e’ nimici sua, salire più alto.
Però molti iudicano che uno principe savio debbe, quando ne abbi la
occasione, nutrirsi con astuzia qualche inimicizia, acciò che,
oppresso quella, ne seguiti maggiore sua grandezza.


Hanno e’ principi, et praesertim quelli che sono
nuovi, trovato più fede e più utilità in quelli uomini che nel
principio del loro stato sono suti tenuti sospetti, che in quelli che
nel principio erano confidenti. Pandolfo Petrucci, principe di Siena,
reggeva lo stato suo più con quelli che li furono sospetti che con
li altri. Ma di questa cosa non si può parlare largamente, perché
la varia secondo el subietto. Solo dirò questo, che quelli uomini
che nel principio di uno principato erono stati inimici, che sono di
qualità che a mantenersi abbino bisogno di appoggiarsi, sempre el
principe con facilità grandissima se li potrà guadagnare; e loro
maggiormente sono forzati a servirlo con fede, quanto conoscano esser
loro più necessario cancellare con le opere quella opinione sinistra
che si aveva di loro. E cosí el principe ne trae sempre più
utilità, che di coloro che, servendolo con troppa sicurtà,
straccurono le cose sua.


E poiché la materia lo ricerca, non voglio
lasciare indrieto ricordare a’ principi, che hanno preso uno stato
di nuovo mediante e’ favori intrinseci di quello, che considerino
bene qual cagione abbi mosso quelli che lo hanno favorito, a
favorirlo; e, se ella non è affezione naturale verso di loro, ma
fussi solo perché quelli non si contentavano di quello stato, con
fatica e difficultà grande se li potrà mantenere amici, perché e’
fia impossibile che lui possa contentarli. E discorrendo bene, con
quelli esempli che dalle cose antiche e moderne si traggono, la
cagione di questo, vedrà esserli molto più facile guadagnarsi amici
quelli uomini che dello stato innanzi si contentavono, e però erano
sua inimici, che quelli che, per non se ne contentare li diventorono
amici e favorironlo a occuparlo.


È suta consuetudine de’ principi, per potere
tenere più securamente lo stato loro, edificare fortezze, che sieno
la briglia e il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, et
avere uno refugio securo da uno subito impeto. Io laudo questo modo,
perché elli è usitato ab antiquo: non di manco messer Niccolò
Vitelli, ne’ tempi nostri, si è visto disfare dua fortezze in
Città di Castello, per tenere quello stato. Guido Ubaldo, duca di
Urbino, ritornato nella sua dominazione, donde da Cesare Borgia era
suto cacciato, ruinò funditus tutte le fortezze di quella provincia,
e iudicò sanza quelle più difficilmente riperdere quello stato.
Bentivogli, ritornati in Bologna, usorono simili termini. Sono,
dunque, le fortezze utili o no, secondo e’ tempi: e se le ti fanno
bene in una parte, ti offendano in un’altra. E puossi discorrere
questa parte cosí: quel principe che ha più paura de’ populi che
de’ forestieri, debbe fare le fortezze; ma quello che ha più paura
de’ forestieri che de’ populi, debbe lasciarle indrieto. Alla
casa Sforzesca ha fatto e farà più guerra el castello di Milano,
che vi edificò Francesco Sforza, che alcuno altro disordine di
quello stato. Però la migliore fortezza che sia, è non essere
odiato dal populo; perché, ancora che tu abbi le fortezze, et il
populo ti abbi in odio, le non ti salvono; perché non mancano mai a’
populi, preso che li hanno l’armie forestieri che li soccorrino.
Ne’ tempi nostri non si vede che quelle abbino profittato ad alcuno
principe, se non alla contessa di Furlí, quando fu morto el conte
Girolamo suo consorte; perché mediante quella possé fuggire
l’impeto populare, et aspettare el soccorso da Milano, e recuperare
lo stato. E li tempi stavano allora in modo, che il forestiere non
posseva soccorrere el populo; ma di poi, valsono ancora a poco lei le
fortezze, quando Cesare Borgia l’assaltò, e che il populo suo
inimico si coniunse co’ forestieri. Per tanto allora e prima
sarebbe suto più sicuro a lei non essere odiata dal populo, che
avere le fortezze. Considerato, adunque, tutte queste cose, io
lauderò chi farà le fortezze e chi non le farà, e biasimerò
qualunque, fidandosi delle fortezze, stimerà poco essere odiato da’
populi.


Cap. 21


Quod principem deceat
ut egregius habeatur.


[Che si conviene a un principe perché
sia stimato]


Nessuna cosa fa
tanto stimare uno principe, quanto fanno le grandi imprese e dare di
sé rari esempli. Noi abbiamo ne’ nostri tempi Ferrando di
Aragonia, presente re di Spagna. Costui si può chiamare quasi
principe nuovo, perché, d’uno re debole, è diventato per fama e
per gloria el primo re de’ Cristiani; e, se considerrete le azioni
sua, le troverrete tutte grandissime e qualcuna estraordinaria. Lui
nel principio del suo regno assaltò la Granata; e quella impresa fu
il fondamento dello stato suo. Prima, e’ la fece ozioso, e sanza
sospetto di essere impedito: tenne occupati in quella li animi di
quelli baroni di Castiglia, li quali, pensando a quella guerra, non
pensavano a innovare; e lui acquistava in quel mezzo reputazione et
imperio sopra di loro, che non se ne accorgevano. Possé nutrire con
danari della Chiesia e de’ populi eserciti, e fare uno fondamento,
con quella guerra lunga, alla milizia sua, la quale lo ha di poi
onorato. Oltre a questo, per possere intraprendere maggiori imprese,
servendosi sempre della relligione, si volse ad una pietosa crudeltà,
cacciando e spogliando, el suo regno, de’ Marrani; né può essere
questo esemplo più miserabile né più raro. Assaltò, sotto questo
medesimo mantello, l’Affrica; fece l’impresa di Italia; ha
ultimamente assaltato la Francia: e cosí sempre ha fatte et ordite
cose grandi, le quali sempre hanno tenuto sospesi et ammirati li
animi de’ sudditi e occupati nello evento di esse. E sono nate
queste sua azioni in modo l’una dall’altra, che non ha dato mai,
infra l’una e l’altra, spazio alli uomini di potere quietamente
operarli contro.


Giova ancora assai a uno principe dare di sé
esempli rari circa governi di dentro, simili a quelli che si narrano
di messer Bernabò da Milano, quando si ha l’occasione di qualcuno
che operi qualche cosa estraordinaria, o in bene o in male, nella
vita civile, e pigliare uno modo, circa premiarlo o punirlo, di che
s’abbia a parlare assai. E sopra tutto uno principe si debbe
ingegnare dare di sé in ogni sua azione fama di uomo grande e di
uomo eccellente.


È ancora stimato uno principe, quando elli è
vero amico e vero inimico, cioè quando sanza alcuno respetto si
scuopre in favore di alcuno contro ad un altro. Il quale partito fia
sempre più utile che stare neutrale: perché, se dua potenti tua
vicini vengono alle mani, o sono di qualità che, vincendo uno di
quelli, tu abbia a temere del vincitore, o no. In qualunque di questi
dua casi, ti sarà sempre più utile lo scoprirti e fare buona
guerra; perché nel primo caso, se non ti scuopri, sarai sempre preda
di chi vince, con piacere e satisfazione di colui che è stato vinto,
e non hai ragione né cosa alcuna che ti defenda né che ti riceva.
Perché, chi vince, non vuole amici sospetti e che non lo aiutino
nelle avversità; chi perde, non ti riceve, per non avere tu voluto
con le arme in mano correre la fortuna sua.


Era passato in Grecia Antioco, messovi dalli Etoli
per cacciarne Romani. Mandò Antioco ambasciatori alli Achei, che
erano amici de’ Romani, a confortarli a stare di mezzo; e da altra
parte Romani li persuadevano a pigliare le arme per loro. Venne
questa materia a deliberarsi nel concilio delli Achei, dove el legato
di Antioco li persuadeva a stare neutrali: a che el legato romano
respose: “Quod autem isti dicunt non interponendi vos bello,
nihil magis alienum rebus vestris est; sine gratia, sine dignitate,
praemium victoris eritis
”.


E sempre interverrà che colui che non è amico ti
ricercherà della neutralità, e quello che ti è amico ti richiederà
che ti scuopra con le arme. E li principi mal resoluti per fuggire e’
presenti periculi, seguono el più delle volte quella via neutrale, e
il più delle volte rovinano. Ma, quando el principe si scuopre
gagliardamente in favore d’una parte, se colui con chi tu ti
aderisci vince, ancora che sia potente e che tu rimanga a sua
discrezione, elli ha teco obligo, e vi è contratto l’amore; e li
uomini non sono mai sí disonesti, che con tanto esemplo di
ingratitudine ti opprimessino. Di poi, le vittorie non sono mai sí
stiette, che il vincitore non abbi ad avere qualche respetto, e
massime alla giustizia. Ma, se quello con il quale tu ti aderisci
perde, tu se’ ricevuto da lui; e mentre che può ti aiuta, e
diventi compagno d’una fortuna che può resurgere. Nel secondo
caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualità che tu
non abbia a temere, tanto è maggiore prudenzia lo aderirsi; perché
tu vai alla ruina d’uno con lo aiuto di chi lo doverrebbe salvare,
se fussi savio; e, vincendo, rimane a tua discrezione, et è
impossibile, con lo aiuto tuo, che non vinca.


E qui è da notare, che uno principe debbe
avvertire di non fare mai compagnia con uno più potente di sé per
offendere altri, se non quando la necessità lo stringe, come di
sopra si dice; perché, vincendo, rimani suo prigione: e li principi
debbono fuggire, quanto possono, lo stare a discrezione di altri.
Viniziani si accompagnorono con Francia contro al duca di Milano, e
potevono fuggire di non fare quella compagnia; di che ne resultò la
ruina loro. Ma, quando non si può fuggirla, come intervenne a’
Fiorentini, quando el papa e Spagna andorono con li eserciti ad
assaltare la Lombardia, allora si debba el principe aderire per le
ragioni sopradette. Né creda mai alcuno stato potere pigliare
partiti securi, anzi pensi di avere a prenderli tutti dubii; perché
si truova questo nell’ordine delle cose, che mai non si cerca
fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro; ma la
prudenzia consiste in sapere conoscere le qualità delli
inconvenienti, e pigliare il men tristo per buono.


Debbe ancora uno principe monstrarsi amatore delle
virtù, et onorare li eccellenti in una arte. Appresso, debbe animare
li sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizii loro,
e nella mercanzia e nella agricultura, et in ogni altro esercizio
delli uomini, e che quello non tema di ornare le sua possessione per
timore che le li sieno tolte, e quell’altro di aprire uno traffico
per paura delle taglie; ma debbe preparare premi a chi vuol fare
queste cose, et a qualunque pensa, in qualunque modo ampliare la sua
città o il suo stato. Debbe, oltre a questo, ne’ tempi convenienti
dell’anno, tenere occupati e’ populi con le feste e spettaculi.
E, perché ogni città è divisa in arte o in tribù, debbe tenere
conto di quelle università, raunarsi con loro qualche volta, dare di
sé esempli di umanità e di munificenzia, tenendo sempre ferma non
di manco la maestà della dignità sua, perché questo non vuole mai
mancare in cosa alcuna.


Cap. 22


De his quos a secretis
principes habent.


[De’ secretarii ch’e’ principi
hanno appresso di loro]


Non è di poca
importanzia a uno principe la elezione de’ ministri: li quali sono
buoni o no, secondo la prudenzia del principe. E la prima coniettura
che si fa del cervello d’uno signore, è vedere li uomini che lui
ha d’intorno; e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si può
reputarlo savio, perché ha saputo conoscerli sufficienti e
mantenerli fideli. Ma, quando sieno altrimenti, sempre si può fare
non buono iudizio di lui; perché el primo errore che fa, lo fa in
questa elezione.


Non era alcuno che conoscessi messer Antonio da
Venafro per ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena, che non
iudicasse Pandolfo essere valentissimo uomo, avendo quello per suo
ministro. E perché sono di tre generazione cervelli, l’uno intende
da sé, l’altro discerne quello che altri intende, el terzo non
intende né sé né altri, quel primo è eccellentissimo, el secondo
eccellente, el terzo inutile, conveniva per tanto di necessità, che,
se Pandolfo non era nel primo grado, che fussi nel secondo: perché,
ogni volta che uno ha iudicio di conoscere el bene o il male che uno
fa e dice, ancora che da sé non abbia invenzione, conosce l’opere
triste e le buone del ministro, e quelle esalta e le altre corregge;
et il ministro non può sperare di ingannarlo, e mantiensi buono.


Ma come uno principe possa conoscere el ministro,
ci è questo modo che non falla mai. Quando tu vedi el ministro
pensare più a sé che a te, e che in tutte le azioni vi ricerca
dentro l’utile suo, questo tale cosí fatto mai fia buono ministro,
mai te ne potrai fidare: perché quello che ha lo stato d’uno in
mano, non debbe pensare mai a sé, ma sempre al principe, e non li
ricordare mai cosa che non appartenga a lui. E dall’altro canto, el
principe, per mantenerlo buono, debba pensare al ministro,
onorandolo, facendolo ricco, obligandoselo, participandoli li onori e
carichi; acciò che vegga che non può stare sanza lui, e che li
assai onori non li faccino desiderare più onori, le assai ricchezze
non li faccino desiderare più ricchezze, li assai carichi li faccino
temere le mutazioni. Quando dunque, e’ ministri e li principi circa
ministri sono cosí fatti, possono confidare l’uno dell’altro; e
quando altrimenti, il fine sempre fia dannoso o per l’uno o per
l’altro.


Cap. 23


Quomodo adulatores sint fugiendi.


[In che modo si abbino a fuggire li
adulatori]


Non voglio
lasciare indrieto uno capo importante et uno errore dal quale e’
principi con difficultà si difendano, se non sono prudentissimi, o
se non hanno buona elezione. E questi sono li adulatori, delli quali
le corti sono piene; perché li uomini si compiacciono tanto nelle
cose loro proprie et in modo vi si ingannono, che con difficultà si
difendano da questa peste; et a volersene defendere, si porta
periculo di non diventare contennendo. Perché non ci è altro modo a
guardarsi dalle adulazioni, se non che li uomini intendino che non ti
offendino a dirti el vero; ma, quando ciascuno può dirti el vero, ti
manca la reverenzia. Per tanto uno principe prudente debbe tenere uno
terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, e solo a quelli
debbe dare libero arbitrio a parlarli la verità, e di quelle cose
sole che lui domanda, e non d’altro; ma debbe domandarli d’ogni
cosa, e le opinioni loro udire; di poi deliberare da sé, a suo modo;
e con questi consigli e con ciascuno di loro portarsi in modo, che
ognuno cognosca che quanto più liberamente si parlerà, tanto più
li fia accetto: fuora di quelli, non volere udire alcuno, andare
drieto alla cosa deliberata, et essere ostinato nelle deliberazioni
sua. Chi fa altrimenti, o e’ precipita per li adulatori, o si muta
spesso per la variazione de’ pareri: di che ne nasce la poca
estimazione sua.


Io voglio a questo proposito addurre uno esemplo
moderno. Pre’ Luca, uomo di Massimiliano presente imperatore,
parlando di sua maestà disse come non si consigliava con persona, e
non faceva mai di alcuna cosa a suo modo: il che nasceva dal tenere
contrario termine al sopradetto. Perché l’imperatore è uomo
secreto, non comunica li sua disegni con persona, non ne piglia
parere: ma, come nel metterli ad effetto si cominciono a conoscere e
scoprire, li cominciono ad essere contradetti da coloro che elli ha
d’intorno; e quello, come facile, se ne stoglie. Di qui nasce che
quelle cose che fa uno giorno, destrugge l’altro; e che non si
intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si può sopra
le sua deliberazioni fondarsi.


Uno principe, per tanto, debbe consigliarsi
sempre, ma quando lui vuole, e non quando vuole altri; anzi debbe
tòrre animo a ciascuno di consigliarlo d’alcuna cosa, se non gnene
domanda; ma lui debbe bene esser largo domandatore, e di poi circa le
cose domandate paziente auditore del vero; anzi, intendendo che
alcuno per alcuno respetto non gnene dica, turbarsene. E perché
molti esistimano che alcuno principe, il quale dà di sé opinione di
prudente, sia cosí tenuto non per sua natura, ma per li buoni
consigli che lui ha d’intorno, sanza dubio s’inganna. Perché
questa è una regola generale che non falla mai: che uno principe, il
quale non sia savio per sé stesso, non può essere consigliato bene,
se già a sorte non si rimettessi in uno solo che al tutto lo
governassi, che fussi uomo prudentissimo. In questo caso, potria bene
essere, ma durerebbe poco, perché quello governatore in breve tempo
li torrebbe lo stato; ma, consigliandosi con più d’uno, uno
principe che non sia savio non arà mai e’ consigli uniti, non
saprà per sé stesso unirli: de’ consiglieri, ciascuno penserà
alla proprietà sua; lui non li saprà correggere, né conoscere. E
non si possono trovare altrimenti; perché li uomini sempre ti
riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni. Però
si conclude che li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene
naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenza del principe
da’ buoni consigli.


Cap. 24


Cur Italiae principes regnum
amiserunt.


[Per quale cagione li principi di
Italia hanno perso li stati loro]


Le cose
soprascritte, osservate prudentemente, fanno parere, uno principe
nuovo antico, e lo rendono subito più sicuro e più fermo nello
stato, che se vi fussi antiquato dentro. Perché uno principe nuovo è
molto più osservato nelle sue azioni che uno ereditario; e, quando
le sono conosciute virtuose, pigliono molto più li uomini e molto
più li obligano che il sangue antico. Perché li uomini sono molto
più presi dalle cose presenti che dalle passate, e quando nelle
presenti truovono il bene, vi si godono e non cercano altro; anzi,
piglieranno ogni difesa per lui, quando non manchi nell’altre cose
a sé medesimo. E cosí arà duplicata gloria, di avere dato
principio a uno principato nuovo, e ornatolo e corroboratolo di buone
legge di buone arme, di buoni amici e di buoni esempli; come quello
ha duplicata vergogna, che, nato principe, lo ha per sua poca
prudenzia perduto.


E, se si considerrà quelli signori che in Italia
hanno perduto lo stato a’ nostri tempi, come il re di Napoli, duca
di Milano et altri, si troverrà in loro, prima, uno comune defetto
quanto alle arme, per le cagioni che di sopra si sono discorse; di
poi, si vedrà alcuno di loro o che arà avuto inimici e’ populi,
o, se arà avuto el popolo amico, non si sarà saputo assicurare de’
grandi: perché, sanza questi difetti, non si perdono li stati che
abbino tanto nervo che possino tenere uno esercito alla campagna.
Filippo Macedone, non il padre di Alessandro, ma quello che fu vinto
da Tito Quinto, aveva non molto stato, respetto alla grandezza de’
Romani e di Grecia che lo assaltò: non di manco, per esser uomo
militare e che sapeva intrattenere el populo et assicurarsi de’
grandi, sostenne più anni la guerra contro a quelli: e, se alla fine
perdé il dominio di qualche città, li rimase non di manco el regno.


Per tanto, questi nostri principi, che erano stati
molti anni nel principato loro, per averlo di poi perso non accusino
la fortuna, ma la ignavia loro: perché, non avendo mai ne’ tempi
quieti pensato che possono mutarsi, (il che è comune defetto delli
uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta), quando poi
vennono i tempi avversi, pensorono a fuggirsi e non a defendersi; e
sperorono ch’e’ populi, infastiditi dalla insolenzia de’
vincitori, li richiamassino. Il quale partito, quando mancano li
altri, è buono; ma è bene male avere lasciati li altri remedii per
quello: perché non si vorrebbe mai cadere, per credere di trovare
chi ti ricolga. Il che, o non avviene, o, s’elli avviene non è con
tua sicurtà, per essere quella difesa suta vile e non dependere da
te. E quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono durabili,
che dependono da te proprio e dalla virtù tua.


Cap. 25


Quantum fortuna in rebus humanis
possit, et quomodo illi sit occurrendum.


[Quanto possa la Fortuna nelle cose
umane, et in che modo se li abbia a resistere]


E’ non mi è
incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del
mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini
con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino
remedio alcuno; e per questo, potrebbono iudicare che non fussi da
insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa
opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi, per la variazione
grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d’ogni
umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche
parte inclinato nella opinione loro. Non di manco, perché el nostro
libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la
fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei
ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio
quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano,
allagano e’ piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da
questa parte terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro
dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte
obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini,
quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con
ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno
canale, o l’impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si
dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la
sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta
li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a
tenerla. E se voi considerrete l’Italia, che è la sedia di queste
variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una
campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: ché, s’ella fussi
reparata da conveniente virtù, come la Magna, la Spagna e la
Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grandi che ha,
o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti avere detto quanto
allo avere detto allo opporsi alla fortuna, in universali.


Ma, restringendomi più a’ particulari, dico
come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza
averli veduto mutare natura o qualità alcuna: il che credo che
nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto
discorse, cioè che quel principe che s’appoggia tutto in sulla
fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice
quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’
tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si
discordano e’ tempi. Perché si vede li uomini, nelle cose che li
’nducano al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè glorie e
ricchezze, procedervi variamente: l’uno con respetto, l’altro con
impeto; l’uno per violenzia, l’altro con arte; l’uno per
pazienzia, l’altro con il suo contrario: e ciascuno con questi
diversi modi vi può pervenire. Vedesi ancora dua respettivi, l’uno
pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente dua egualmente
felicitare con dua diversi studii, sendo l’uno respettivo e l’altro
impetuoso: il che non nasce da altro, se non dalla qualità de’
tempi, che si conformano o no col procedere loro. Di qui nasce quello
ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo
effetto; e dua egualmente operando, l’uno si conduce al suo fine, e
l’altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene:
perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e’ tempi e
le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e’ viene
felicitando; ma, se e’ tempi e le cose si mutano, rovina, perché
non muta modo di procedere. Né si truova uomo sí prudente che si
sappi accomodare a questo; sí perché non si può deviare da quello
a che la natura l’inclina; sí etiam perché, avendo sempre uno
prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da
quella. E però lo uomo respettivo, quando elli è tempo di venire
allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ché, se si mutassi di
natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.


Papa Iulio II procedé in ogni sua cosa
impetuosamente; e trovò tanto e’ tempi e le cose conforme a quello
suo modo di procedere, che sempre sortí felice fine. Considerate la
prima impresa che fe’ di Bologna, vivendo ancora messer Giovanni
Bentivogli. Viniziani non se ne contentavono; el re di Spagna, quel
medesimo; con Francia aveva ragionamenti di tale impresa; e non di
manco, con la sua ferocia et impeto, si mosse personalmente a quella
espedizione. La quale mossa fece stare sospesi e fermi Spagna e
Viniziani, quelli per paura, e quell’altro per il desiderio aveva
di recuperare tutto el regno di Napoli; e dall’altro canto si tirò
drieto el re di Francia, perché, vedutolo quel re mosso, e
desiderando farselo amico per abbassare Viniziani, iudicò non
poterli negare le sua gente sanza iniuriarlo manifestamente.
Condusse, adunque, Iulio, con la sua mossa impetuosa, quello che mai
altro pontefice, con tutta la umana prudenza, arebbe condotto;
perché, se elli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione
ferme e tutte le cose ordinate, come qualunque altro pontefice arebbe
fatto, mai li riusciva; perché el re di Francia arebbe avuto mille
scuse, e li altri messo mille paure. Io voglio lasciare stare l’altre
sue azioni, che tutte sono state simili, e tutte li sono successe
bene; e la brevità della vita non li ha lasciato sentire el
contrario; perché, se fussino venuti tempi che fussi bisognato
procedere con respetti, ne seguiva la sua ruina; né mai arebbe
deviato da quelli modi, a’ quali la natura lo inclinava.


Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e
stando li uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre
concordano insieme, e, come discordano, infelici. Io iudico bene
questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la
fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla
et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da
quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è
amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con
più audacia la comandano.


Cap. 26


Exhortatio ad capessendam Italiam
in libertatemque a barbaris vindicandam.


[Esortazione a pigliare la Italia e
liberarla dalle mani de’ barbari]


Considerato,
adunque, tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo
se, in Italia al presente, correvano tempi da onorare uno nuovo
principe, e se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e
virtuoso di introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla
università delli uomini di quella, mi pare corrino tante cose in
benefizio d’uno principe nuovo, che io non so qual mai tempo fussi
più atto a questo. E se, come io dissi, era necessario, volendo
vedere la virtù di Moisè, che il populo d’Isdrael fussi stiavo in
Egitto, et a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, ch’e’
Persi fussino oppressati da’ Medi e la eccellenzia di Teseo, che li
Ateniensi fussino dispersi; cosí al presente, volendo conoscere la
virtù d’uno spirito italiano, era necessario che la Italia si
riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più
stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li
Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera,
corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina. E benché fino a
qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare
che fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto da
poi come, nel più alto corso delle azioni sua, è stato dalla
fortuna reprobato. In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa
esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di
Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di
quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la
prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et
insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire
una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. Né ci si vede, al
presente in quale lei possa più sperare che nella illustre casa
vostra, quale con la sua fortuna e virtù, favorita da Dio e dalla
Chiesia, della quale è ora principe, possa farsi capo di questa
redenzione. Il che non fia molto difficile, se vi recherete innanzi
le azioni e vita dei soprannominati. E benché quelli uomini sieno
rari e maravigliosi, non di manco furono uomini, et ebbe ciascuno di
loro minore occasione che la presente: perché l’impresa loro non
fu più iusta di questa, né più facile, né fu a loro Dio più
amico che a voi. Qui è iustizia grande: “iustum enim est bellum
quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est
”.
Qui è disposizione grandissima; né può essere, dove è grande
disposizione, grande difficultà, pur che quella pigli delli ordini
di coloro che io ho proposti per mira. Oltre a questo, qui si veggano
estraordinarii sanza esemplo condotti da Dio: el mare s’è aperto;
una nube vi ha scòrto el cammino; la pietra ha versato acqua; qui è
piovuto la manna; ogni cosa è concorsa nella vostra grandezza. El
rimanente dovete fare voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci
tòrre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi.


E non è maraviglia se alcuno de’ prenominati
Italiani non ha possuto fare quello che si può sperare facci la
illustre casa vostra, e se, in tante revoluzioni di Italia e in tanti
maneggi di guerra, e’ pare sempre che in quella la virtù militare
sia spenta. Questo nasce, che li ordini antichi di essa non erano
buoni e non ci è suto alcuno che abbi saputo trovare de’ nuovi: e
veruna cosa fa tanto onore a uno uomo che di nuovo surga, quanto fa
le nuove legge e li nuovi ordini trovati da lui. Queste cose, quando
sono bene fondate e abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e
mirabile: et in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma.
Qui è virtù grande nelle membra, quando non la mancassi ne’ capi.
Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi de’ pochi, quanto li
Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo
ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto
procede dalla debolezza de’ capi; perché quelli che sanno non sono
obediti, et a ciascuno pare di sapere, non ci sendo fino a qui alcuno
che si sia saputo rilevare, e per virtù e per fortuna, che li altri
cedino. Di qui nasce che, in tanto tempo, in tante guerre fatte ne’
passati venti anni, quando elli è stato uno esercito tutto italiano,
sempre ha fatto mala pruova. Di che è testimone prima el Taro, di
poi Alessandria, Capua, Genova, Vailà, Bologna, Mestri.


Volendo dunque la illustre casa vostra seguitare
quelli eccellenti uomini che redimirno le provincie loro, è
necessario, innanzi a tutte le altre cose, come vero fondamento
d’ogni impresa, provvedersi d’arme proprie; perché non si può
avere né più fidi, né più veri, né migliori soldati. E, benché
ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori,
quando si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare et
intrattenere. È necessario, per tanto, prepararsi a queste arme, per
potere con la virtù italica defendersi dalli esterni. E, benché la
fanteria svizzera e spagnola sia esistimata terribile, non di meno in
ambo dua è difetto, per il quale uno ordine terzo potrebbe non
solamente opporsi loro ma confidare di superarli. Perché li Spagnoli
non possono sostenere e’ cavalli, e li Svizzeri hanno ad avere
paura de’ fanti, quando li riscontrino nel combattere ostinati come
loro. Donde si è veduto e vedrassi per esperienzia, li Spagnoli non
potere sostenere una cavalleria franzese, e li Svizzeri essere
rovinati da una fanteria spagnola. E, benché di questo ultimo non se
ne sia visto intera esperienzia, tamen se ne è veduto uno saggio
nella giornata di Ravenna, quando le fanterie spagnole si
affrontorono con le battaglie todesche le quali servono el medesimo
ordine che le svizzere: dove li Spagnoli, con la agilità del corpo
et aiuto de’ loro brocchieri, erano intrati, tra le picche loro
sotto, e stavano securi ad offenderli sanza che Todeschi vi avessino
remedio; e, se non fussi la cavalleria che li urtò, li arebbano
consumati tutti. Puossi, adunque, conosciuto el defetto dell’una e
dell’altra di queste fanterie, ordinarne una di nuovo, la quale
resista a’ cavalli e non abbia paura de’ fanti: il che farà la
generazione delle armi e la variazione delli ordini. E queste sono di
quelle cose che, di nuovo ordinate, dànno reputazione e grandezza a
uno principe nuovo.


Non si debba, adunque, lasciare passare questa
occasione, acciò che l’Italia, dopo tanto tempo, vegga uno suo
redentore. Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in
tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne;
con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con
che lacrime. Quali porte se li serrerebbano? quali populi li
negherebbano la obedienza? quale invidia se li opporrebbe? quale
Italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro
dominio. Pigli, adunque, la illustre casa vostra questo assunto con
quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste;
acciò che, sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata,
e, sotto li sua auspizi, si verifichi quel detto del Petrarca:



Virtù contro a furore
Prenderà l’arme, e fia el combatter
corto;
Ché l’antico valore
Nell’italici
cor non è ancor morto.

Audiolibri di:Niccolò Machiavelli
Il Principe
Audiolibro de "Il Principe" di Niccolò Machiavelli.
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Clizia
Dell'arte della guerra
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio
Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua
Favola di Belfagor
Favola di Belfagor arcidiavolo (1545)
I Capitoli
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Il Principe (1532)
Il principe - La Mandragola (1513 e 1518)
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L'arte della guerra
L'asino (1517)
L'Asino
La vita di Castruccio Castracani da Lucca
Legazione al duca Valentino
Lettera a Francesco Vettori (1513)
Mandragola (1518)
Mandragola

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